Comneni conservò lo scettro fino alla terza e alla quarta generazione.
La difficoltà non di meno de' tempi, in che visse, pose in chiaro alcuni
difetti del suo carattere, e ne espose la memoria a rimproveri bene o
mal fondati. Sorride il lettore agl'infiniti elogi che Anna tributa sì
spesso all'eroe fuggiasco; si può, nella debolezza, o nella prudenza a
cui lo costrinsero le critiche circostanze, sospettare un difetto di
coraggio personale, e i Latini trattano di perfidia e di dissimulazione
l'arte ch'egli usò nei negoziati. Il numero grande degli individui
d'ambo i sessi, che in allora contava la sua famiglia, accresceva lo
splendore del trono, e ne accertava la successione; ma il loro lusso ed
orgoglio ributtarono i patrizi, esaurirono il regio erario e
oltraggiarono la miseria del popolo. Sappiamo dalla fedele testimonianza
d'Anna Comnena, che le fatiche dell'amministrazione distrussero la
felicità, e indebolirono la salute d'Alessio: la lunghezza e severità
del suo Regno stancarono Costantinopoli, e quando morì, aveva perduto
l'amore e il rispetto de' suoi sudditi. Non gli poteva il clero
perdonare d'essersi servito delle ricchezze della Chiesa in difesa dello
Stato; ma il medesimo clero ne lodò le cognizioni teologiche, e
l'ardente zelo per la Fede ortodossa, ch'egli sostenne coi discorsi,
colla penna e colla spada. Il suo carattere venne impicciolito
dall'animo superstizioso de' Greci; e uno stesso principio, irregolare
ne' suoi effetti, lo condusse a fondare uno spedale pei malati e pei
poveri, e a comandare il supplicio d'un eretico che fu arso vivo sulla
piazza di Santa Sofia. Coloro che avevano seco lui vissuto intimamente,
sospettarono perfino delle sue morali e religiose virtù. Allorchè,
giunto agli estremi, lo andava Irene, sua moglie, sollecitando a cangiar
l'ordine della successione, alzò il capo, e rispose con un sospiro
accompagnato da una pia esclamazione sulla vanità di questo Mondo.
Sdegnata l'Imperatrice, gl'indirizzò queste parole, che si sarebbero
dovuto scolpire sulla sua tomba: «Tu muori come vivesti, da IPOCRITA.»
Voleva Irene soppiantare il maggiore de' suoi figli per favorire la
principessa Anna, sua figlia, la quale malgrado della sua filosofia, non
avrebbe ricusato il diadema; ma non patirono gli amici della patria, che
uscisse la successione fuor della linea maschile; il legittimo erede
levò il suggello reale di dito al padre, che non se n'avvide, o che vi
acconsentì; e l'Impero si sottomise al signore del palazzo. L'ambizione
e la vendetta spinsero Anna Comnena a tramare la morte del fratello
regnante; ma pei timori e scrupoli di suo marito essendo andato a voto
il disegno, adirata esclamò, avere la natura confuso i sessi, e dato a
Briennio l'anima d'una donna. Giovanni ed Isacco, figli d'Alessio,
conservarono a vicenda quella fraterna amicizia, che era virtù
ereditaria nella lor famiglia, e il cadetto si contentò del titolo di
-Sebastocratore-, cioè d'una dignità per poco uguale a quella
dell'Imperatore, ma spoglia d'autorità. I diritti della primogenitura
fortunatamente erano accoppiati a quelli del merito; per la carnagione
bruna, per l'asprezza dei lineamenti e la picciola statura al nuovo
Imperatore fu dato il soprannome ironico di -Calo Giovanni- o sia
Giovanni il Bello, che poi la gratitudine dei sudditi applicò in una
maniera più seria alla sua bell'anima. Scoperta che fu la trama, doveva
Anna perdere la sua fortuna e la vita; ma fu risparmiata dalla clemenza
dell'Imperatore. Dopo avere coi propri occhi esaminata la pompa e i
tesori del palazzo di lei, egli dispose di queste ricche spoglie in
favor del più degno amico che avesse. Era questo Axuc, schiavo turco
d'origine, il quale ebbe tanta generosità da ricusare il donativo, e da
intercedere per quella che si volea punire. Il suo magnanimo padrone
commosso dalla virtù del suo favorito, ne seguì il bell'esempio; e i
rimproveri o le doglianze d'un fratello offeso furono la sola punizione
della principessa. Da quel punto non vi fu più sotto il suo regno nè
cospirazione, nè rivolta: temuto dai Nobili, amato dal popolo, non ebbe
più Giovanni la dura necessità di punire i nemici della sua persona, o
di perdonare. Durante la sua amministrazione, che fu di venticinque
anni, rimase abolita la pena di morte nell'Impero romano; legge
misericordiosa, cara all'umanità del filosofo contemplatore, ma rade
volte, in un Corpo politico, vasto, e corrotto, consentanea alla
pubblica sicurezza. Severo per sè stesso, indulgente per gli altri, era
Giovanni casto, sobrio, frugale; nè il filosofo Marc'Aurelio avrebbe
sdegnato le semplici virtù, che questo principe attingea dal cuore,
senza averle imparate nelle scuole. Spregiò e scemò il fasto della Corte
bizantina, vizio oppressivo pel popolo, e vituperevole agli occhi della
ragione. Regnando lui, nulla ebbe l'innocenza a temere, e il merito potè
sperare tutti i vantaggi. Senza arrogarsi gli offici tirannici d'un
censore, riformò a poco a poco, ma in modo sensibile, i pubblici e
privati costumi di Costantinopoli. Quel naturale perfetto, non ebbe che
la taccia dell'anime nobili, il genio delle armi e della gloria
militare; ma dalla necessità di cacciare i Turchi dall'Ellesponto e dal
Bosforo possono venir giustificate almeno nei principii le frequenti
spedizioni di Giovanni il Bello. Il Soldano d'Iconio fu chiuso nella sua
capitale, e respinti i Barbari nelle montagne, le province marittime
dell'Asia furono liberate felicemente dai nemici, almeno per qualche
tempo. Marciò più volte da Costantinopoli verso Antiochia ed Aleppo con
un esercito vittorioso, e negli assedii e nelle battaglie di questa
guerra santa i suoi alleati, i Latini, stupirono del valore e
dell'imprese d'un Greco. Già cominciava a compiacersi dell'ambiziosa
speranza di rinovare gli antichi limiti dell'Impero; aveva calda la
mente dei pensieri dell'Eufrate e del Tigri, del conquisto della Siria e
di Gerusalemme, quando un caso singolare troncò la sua vita e con essa
la pubblica felicità. Stava egli inseguendo un cignale nella valle
d'Anazarbo; mentre lottava contro l'animale furibondo, già trafitto
dalla sua chiaverina, gli cadde dal turcasso un dardo avvelenato, che
gli ferì leggiermente la mano: sopravvenne la cancrena, la quale terminò
i giorni del migliore e del più grande dei principi Comneni.
Una morte immatura avea rapito i due figli maggiori di Giovanni il Bello
e gli restavano Isacco e Manuele; guidato da giustizia, o da
predilezione, preferì egli il più giovane, e dai soldati, che aveano
applaudito al valore di quel principino nella guerra coi Turchi, fu
ratificata la scelta. Il fedele Axuc partì frettolosamente per
Costantinopoli, si assicurò della persona d'Isacco, e lo relegò in una
prigione onorevole; poi col donativo di quattrocento marchi d'argento,
comperò il voto di quelli ecclesiastici, che reggevano il clero di Santa
Sofia, e che erano assolutamente autorevoli per la consecrazion
dell'Imperatore. Non tardò Manuele a giugnere nella capitale
coll'esercito composto di vecchi soldati fedeli; suo fratello fu pago
del titolo di Sebastocratore: i sudditi ammirarono l'alta statura, e le
maniere marziali del nuovo sovrano, e s'abbandonarono alla speranza che
all'attività e al vigore giovanile congiungesse la sapienza dell'età
matura. Ma presto videro coll'esperienza, che non aveva ereditato se non
se il coraggio e i talenti del padre, ma che le virtù sociali di questo
erano state con lui sepolte nella tomba; per tutto il tempo ch'egli
regnò, cioè por trentasett'anni, fece sempre la guerra, con vario
successo, ai Turchi, ai Cristiani e alle popolazioni del deserto situato
al di là del Danubio. Combattè sul monte Tauro, nelle pianure
dell'Ungaria, sulla costa dell'Italia e dell'Egitto, sui mari della
Sicilia e della Grecia. Le conseguenze de' suoi trattati furono sentite
da Gerusalemme sino a Roma, e nella Russia; e la monarchia di Bizanzio
divenne per qualche tempo oggetto di riverenza, o di terrore, per le
Potenze dell'Asia e dell'Europa. Educato Manuele nella porpora e nel
lusso orientale, avea pur conservato il ferreo temperamento guerresco,
di cui non si trova di leggieri esempio da paragonarsegli, fuorchè nelle
vite di Riccardo I, Re d'Inghilterra, e di Carlo XII, Re di Svezia.
Tanta era la forza e l'abilità sua nel maneggio dell'armi, che Raimondo,
nomato l'Ercole d'Antiochia, non potè brandire la lancia, nè tenere lo
scudo del greco Imperatore. In un famoso torneo fu veduto sopra un
destriero focoso correre e rovesciare al primo passo due Italiani, che
avevan fama di robustissimi fra i cavalieri più gagliardi. Primo sempre
all'assalto, ed ultimo a ritirarsi, facea tremare del pari amici e
nemici, quelli per la sua salute, gli altri per la propria. In una delle
sue guerre, dopo aver messa una imboscata in fondo a una selva, era
andato avanti per trovare un'avventura pericolosa, non avendo con sè che
suo fratello, e il fido Axuc, che non avevano voluto abbandonare il
sovrano. Dopo breve zuffa, mise in fuga diciotto cavalieri; ma cresceva
il numero de' nemici, e il rinforzo spedito in suo aiuto s'avanzava con
passo lento e dubbioso; quando Manuele, senza ricevere ferita alcuna,
s'aperse la via per mezzo a uno squadrone di cinquecento Turchi. In una
battaglia cogli Ungaresi, impaziente della lentezza de' suoi
battaglioni, strappò la bandiera dalle mani dell'alfiere, che precedea
la colonna, e fu il primo e quasi il solo a passare un ponte che lo
dividea dal nimico. Nel paese medesimo, dopo aver condotto l'esercito al
di là della Sava, rimandò i battelli con ordine al Capo del navile, pena
la vita, di lasciarlo vincere o morire su quella terra straniera.
All'assedio di Corfù, rimorchiando una galera che avea presa, e stando
sulla parte più esposta del vascello, affrontò una grandine incessante
di sassi e di dardi, senz'altra difesa che un largo scudo, ed una vela
aperta; era inevitabile la sua morte, se l'ammiraglio Siciliano non
avesse ingiunto ai suoi arcieri di avere rispetto ad un eroe. Dicesi,
che un giorno uccidesse colle sue mani più di quaranta Barbari, e
ritornasse nel campo trascinando quattro prigionieri turchi attaccati
agli anelli della sua sella; sempre il primo qualvolta si trattava di
proporre, o d'accettare un duello, trafiggea colla sua lancia, o fendea
per mezzo colla sciabla i campioni giganteschi che osavano resistere al
suo braccio. La storia delle sue geste, che può considerarsi per modello
o per copia de' romanzi di cavalleria, dà sospetto della veracità dei
Greci; nè io per comprovare la credenza che si debbe averne, rinuncierò
a quella che posso meritare; osserverò tuttavolta, che nella lunga serie
dei loro annali, Manuele è quel solo principe, che abbia data occasione
a così fatte esagerazioni. Ma al valor d'un soldato non seppe
congiungere l'abilità, o la prudenza d'un Generale; dalle sue vittorie
non risultò veruna conquista, che utile fosse o durevole, e quegli
allori, che avea mietuti, combattendo coi Turchi, s'appassirono
nell'ultima campagna, in cui perdette l'esercito sulle montagne della
Pisidia, e fu debitor della vita alla generosità del Soldano. Il
carattere per altro più singolare dell'indole di Manuele, si vede nel
contrapposto, e nell'alternativa d'una vita or laboriosa, ora indolente
nelle più dure fatiche, e nei sollazzi più effeminati. In guerra parea
che ignorasse che si può vivere in pace; e nella pace sembrava inetto a
far guerra. In campagna dormiva al sole o sulla neve; nè uomini, nè
cavalli potean resistere agli stenti ch'egli durava nelle sue lunghe
corse militari; egli dividea, ridendo, l'astinenza e il regime frugale
delle sue soldatesche; ma appena tornato a Costantinopoli si dava tutto
alle arti, ed ai piaceri d'una vita voluttuosa: negli abiti, nella
tavola e nel suo palazzo spendeva più che non aveano fatto i suoi
predecessori, e passava i lunghi giorni della state nell'isole deliziose
della Propontide ozioso, e in braccio agli amori incestuosi, di cui
godeva colla nipote Teodora. I dispendii d'un principe guerriero e
dissoluto sprecarono l'entrate pubbliche, e vennero moltiplicando le
gabelle; e nelle estremità a cui fu ridotto il campo nella sua ultima
impresa contro i Turchi, dovè sopportare in bocca d'un soldato posto
alla disperazione un amarissimo rimbrotto. Lagnossi il principe perchè
l'acqua d'una fontana, alla quale spegneva la sete, era lorda di sangue
cristiano: «Non è la prima volta, o Imperatore, gridò una voce fra la
soldatesca, che tu bevi il sangue de' tuoi sudditi cristiani». Manuele
Comneno si maritò due volte: sposò primieramente la virtuosa Berta o
Irene, principessa d'Alemagna; indi la bella Maria, principessa
d'Antiochia, francese o latina d'origine. Dalla prima moglie ebbe una
figlia, da lui destinata a Bela, principe d'Ungaria, ch'era educato a
Costantinopoli sotto il nome d'Alessio, e avrebbe potuto questo
matrimonio trasmettere lo scettro romano ad una stirpe di Barbari
guerrieri, o independenti; ma come tosto Maria d'Antiochia ebbe dato un
figlio all'Imperatore, ed un erede all'Impero, rimasero aboliti i
diritti presuntivi di Bela, e gli fu negata la moglie promessa: allora
il principe ungarese ripigliò il suo nome, rientrò nel reame de' suoi
padri, e manifestò tante virtù ch'ebbero ad eccitare la gelosia dei
Greci col rincrescimento d'averlo perduto. Il figlio di Maria fu
nominato Alessio, e in età di dieci anni, salì al trono di Bizanzio,
quando la morte del padre ebbe posto termine alla gloria della razza dei
Comneni.
[A. D. 1180]
Qualche volta gl'interessi e le passioni contrarie aveano disturbata
l'amicizia fraterna dei due figli d'Alessio il Grande. Dall'ambizione fu
tratto Isacco -Sebastocratore- a fuggire ed a ribellarsi. La fermezza e
la clemenza di Giovanni il Bello lo ricondussero a sommessione. Leggieri
e di poca durata furono gli errori d'Isacco, padre degl'Imperatori di
Trebisonda; ma Giovanni, il maggiore de' suoi figli, abiurò la sua
religione per sempre. Irritato per un insulto ch'ei credeva avere, a
torto od a ragione, ricevuto dallo zio, abbandonò il campo de' Romani, e
rifuggissi a quello de' Turchi. Venne premiata la sua apostasia dal
matrimonio colla figlia del Soldano, dal titolo di Chelbi, o Nobile, e
dal retaggio d'una sovranità: e nel quindicesimo secolo si gloriava
Maometto II di discendere dalla famiglia de' Comneni. Andronico,
fratello cadetto di Giovanni, figlio d'Isacco, e nipote d'Alessio
Comneno è uno degli uomini più singolari del suo secolo, e le avventure
di lui formerebbero materia di stranissimo romanzo. Fu amato da tre
donne di regia stirpe, e per giustificarne l'inclinazione debbo notare,
che questo amante fortunato aveva tutte le proporzioni, in cui consiste
la forza e la bellezza; quello che gli mancava di grazia e d'amabilità
era compensato da un maschio contegno, da un'alta statura, da muscoli
atletici, dalla sembianza e dalle maniere d'un soldato. Si mantenne sano
e vigoroso sino ad un'età molto matura, in grazia della temperanza e
degli esercizi che faceva. Un tozzo di pane e un bicchiere d'acqua erano
spesso la sua cena, o se assaggiava d'un cignale o d'un capriolo
cucinato colle sue mani, era solamente quando se l'era guadagnato con
una caccia laboriosa. Abile a maneggiare le armi, non conosceva paura;
la sua persuasiva eloquenza sapeva acconciarsi a tutti gli eventi e a
tutti gli stati della vita; aveva formato il suo stile, ma non i
costumi, sul modello di S. Paolo: in ogni azion criminosa, non gli
mancava mai coraggio a risolvere, destrezza a regolarsi, forza ad
eseguire. Morto l'Imperator Giovanni, si ritirò coll'esercito romano.
Attraversando l'Asia Minore, mentre, per caso, o a bella posta, girava
per le montagne, fu accerchiato da cacciatori turchi, e dimorò per
qualche tempo, sia volontario, sia a malgrado suo, in balìa del loro
principe. Colle sue virtù, non che co' suoi vizi acquistò il favore di
suo cugino; partecipò ai pericoli, ed ai piaceri di Manuele; e mentre
l'Imperatore vivea in un commercio incestuoso con Teodora, godeva
Andronico le buone grazie d'Eudossia, sorella della mentovata
principessa, che avea ceduto alle sue seduzioni. La quale senza riguardo
al decoro del sesso, e della condizione sua, si gloriava del nome di
concubina d'Andronico, e la Corte od il campo avrebbero potuto
ugualmente testificare, ch'ella dormiva o vegliava in braccio al suo
amante. Gli fu compagna quand'egli andò nella Cilicia, che fu il primo
teatro del suo valore, come della sua imprudenza. Stringeva egli
fortemente d'assedio la piazza di Mopsuesta; passava la giornata a
dirigere i più temerari assalti, e la notte a godere della musica e del
ballo, ed una truppa di commedianti greci era la parte del suo seguito
ch'egli pregiava di più. I suoi nemici, più vigilanti di lui, lo
sorpresero con una sortita improvvisa; ma intanto che le sue milizie
fuggivano in gran disordine, Andronico trafiggea coll'invitta sua lancia
i più folti battaglioni degli Armeni. Ritornando al campo imperiale, che
stava in Macedonia, fu accolto pubblicamente da Manuele con sembiante di
benevolenza, ma con qualche rimprovero in privato. Nondimeno per
ricompensare, o consolare il Generale sventurato gli diede l'Imperatore
i Ducati di Naisso, Braniseba e Castoria. La sua amante lo accompagnava
da per tutto; un giorno, i fratelli di questa, accesi di furore, e
bramosi di lavar nel sangue di lui la lor vergogna, piombarono
improvvisi sulla sua tenda; Eudossia lo consigliò di vestirsi da donna,
e di scampare in tal modo. Il prode Andronico non volle seguirne
l'avviso, e balzato dal letto, si aperse colla spada in mano la via in
mezzo ai suoi numerosi assassini. In quell'occasione manifestò per la
prima volta e ingratitudine e perfidia. Intavolò un indegno negoziato
col Re d'Ungaria, e coll'Imperator d'Alemagna; s'accostò alla tenda
dell'Imperatore, armato di spada in un'ora sospetta; fingendosi un
soldato latino, confessò che volea vendicarsi d'un nemico mortale, e fu
sì imprudente che lodò la velocità del suo cavallo, mercè del quale,
egli dicea, sperava di escire sano e salvo di tutti i rischii della sua
vita. Manuele dissimulò i sospetti, ma terminata che fu la campagna,
fece arrestare Andronico, e lo chiuse in una torre del palazzo di
Costantinopoli.
Questa prigionia durò più di dodici anni, nel qual tempo pel bisogno
d'esercizio e per la smania di divertirsi, non fece che cercar la via di
fuggire a sì penosa cattività. Finalmente, stando così solo e
pensieroso, scoperse un giorno in un angolo della sua camera qualche
mattone rotto; a poco a poco potè aprire un passaggio, e trovò dietro
del luogo uno stanzino oscuro e dimenticato; egli vi si appiattò con
quel che gli restava di provvisioni; dopo avere accuratamente rimessi al
posto i mattoni, e tolto ogni vestigio della sua ritirata. Le guardie,
che all'ora solita vennero a far la visita, rimasero maravigliate del
silenzio e della solitudine della prigione, e sparsero voce che
Andronico era fuggito senza che se ne sapesse il come. Allora furon
chiuse le porte del palazzo e della città; andò l'ordine il più rigoroso
alle province di assicurarsi della persona del fuggiasco, e sua moglie,
pel sospetto che ne avesse favorita la fuga, e alla quale se ne fece
vilmente un delitto, fu imprigionata nella torre medesima. Venuta la
notte, le parve di vedere uno spettro; riconobbe il marito; si divisero
fra loro i viveri, e da questi segreti intertenimenti, che mitigavano le
pene della lor prigionia, ebbe origine un figlio. A poco a poco si
rilassò la vigilanza dei guardiani commessi alla custodia d'una donna, e
Andronico era in piena libertà quando fu scoperto e ricondotto a
Costantinopoli, carico di doppia catena. Trovò egli il modo e il momento
di fuggire dalla sua prigione. Un giovanetto che lo serviva seppe
ubbriacare le guardie, e prendere colla cera l'impronto della chiavi:
gli amici di Andronico gli mandarono in fondo ad un barile le chiavi
false con un mazzo di corde. Il prigioniere, con gran coraggio e
destrezza, se ne valse, aperse le porte, calò giù dalla torre, stette
una giornata intera nascosto entro una siepe, e nella notte scalò le
mura del giardino del palazzo. Quivi lo aspettava un battello; corse
egli a casa sua, abbracciò i figli, si liberò dei ferri, e montando un
agile palafreno, si diresse rapidamente verso le rive del Danubio. In
Anchiala, città della Tracia, da un amico coraggioso fu provveduto di
cavalli e di denaro. Passò il fiume, attraversò in gran fretta il
deserto della Moldavia e i monti Carpazii, ed era già presso Haliz,
città della Russia polacca, quando fu arrestato da una banda di
Valacchi, i quali decisero di condurre questo ragguardevole prigioniero
a Costantinopoli. La sua accortezza lo liberò da questo nuovo rischio;
col pretesto d'un incomodo, smontò nella notte da cavallo, e ottenne il
permesso di ritirarsi in qualche distanza dalla soldatesca. Allora
conficcato in terra il suo lungo bastone, lo coperse col suo cappello e
con parte de' suoi abiti; si cacciò nel bosco, e ingannati così con quel
fantoccio i Valacchi, ebbe agio di rifuggirsi in Haliz. Quivi fu ben
ricevuto e guidato a Chiovia, ove resedeva il Gran Duca. Il bravo Greco
non tardò a guadagnarsi la stima e la confidenza di Jeroslao; sapeva
uniformarsi alle usanze di tutti i paesi, e fece stupire i Barbari colla
forza e l'ardimento, che usava in caccia d'orsi e d'alci della foresta.
Durante il suo soggiorno in quella contrada settentrionale meritò il
perdono dell'Imperatore, che sollecitava il principe delle Russie a unir
le sue armi con quelle dell'Impero per far un'invasione nell'Ungaria. I
valevoli maneggi d'Andronico giovarono al buon esito di questo rilevante
negoziato, e l'Imperatore, a cui promettea fedeltà, s'obbligò con un
trattato particolare a porre in dimenticanza il passato. Andronico
marciò condottiero della cavalleria russa dal Boristene alle sponde del
Danubio. Nonostante il risentimento antico, Manuele avea sempre
conservato una certa inclinazione per l'indole marziale e dissoluta
d'Andronico; e l'assalto di Zemlin, ove quegli comparve in valore il
primo dopo il sovrano, divenne occasione d'un libero ed intiero perdono.
Non così tosto fu ritornato Andronico in patria, gli rinacque in petto
la focosa sua ambizione per suo gran danno, e per quello del popolo. Una
figlia di Manuele era debole ostacolo alle mire dei principi della casa
Comnena, i quali si sentiano più degni del trono; dovea quella sposarsi
al Re d'Ungheria, e questo matrimonio offendeva le speranze e i
pregiudizi dei principi e dei nobili; ma quando si chiese loro il
giuramento di fedeltà per l'erede presuntivo, il solo Andronico sostenne
l'onore del nome romano; ricusò di prestare questo giuramento
illegittimo, e protestò altamente contro l'adozione d'uno straniero. Il
suo patriottismo offese l'Imperatore, ma era d'accordo coi sentimenti
del popolo, e il monarca, allontanandolo soltanto da sè con un esilio
onorevole, gli diede per la seconda volta il comando della frontiera
della Cilicia, colla libertà di disporre delle rendite dell'isola di
Cipro. Qui esercitarono gli Armeni ancora il suo coraggio, ed ebbero
occasione di avvedersi della sua negligenza. Gittò di sella, e ferì
pericolosamente un ribelle, che gli sconcertava ogni opera; ma scorse
ben tosto una conquista più facile e più piacevole da farsi, la bella
Filippa, sorella dell'Imperatrice Maria, e figlia di Raimondo di Poitou,
Principe latino, che regnava in Antiochia. Abbandonando per essa il
posto che dovea custodire, passò la state in balli e in tornei: gli
sacrificò Filippa l'innocenza, la stima e un matrimonio vantaggioso.
Furono i piaceri d'Andronico interrotti dalla collera di Manuele,
irritato da quest'affronto domestico; lasciò Andronico l'imprudente
principessa in preda al pianto e al pentimento, e seguito da una geldra
d'avventurieri intraprese il pellegrinaggio di Gerusalemme. La sua
nascita, la sua fama di gran guerriero, lo zelo che manifestava per la
religione, tutto lo dava a credere per uno dei campioni della Croce; si
affezionò il Re, ed il clero, ed ottenne la signoria di Berito sulla
costa di Fenicia. Abitava nel suo vicinato una giovine e bella Regina
della sua nazione e famiglia, pronipote dell'Imperatore Alessio e vedova
di Baldovino III Re di Gerusalemme. Vide essa il parente, e sentì amore
per lui; il suo nome era Teodora; fu questa Regina la terza vittima
delle seduzioni d'Andronico, e il disonore di lei fu ancora più
manifesto e più scandaloso di quello delle altre due. L'Imperatore, non
respirando che vendetta, sollecitava caldamente i suoi sudditi e gli
alleati, che avea sulla frontiera di Cilicia, ad arrestare Andronico, e
a cavargli gli occhi. Non era più sicuro in Palestina; ma la tenera
Teodora lo informava dei pericoli che incorreva, e l'accompagnò nella
sua fuga. La Regina di Gerusalemme si mostrò a tutto l'Oriente per
concubina d'Andronico, e due figli illegittimi testificarono la
debolezza di lei. Si riparò primieramente in Damasco ove, in compagnia
del gran Nureddino, e del Saladino suo servo, questo principe, educato
nella superstizione dei Greci, imparò a venerare le virtù dei Musulmani.
In qualità d'amico di Nureddino, visitò probabilmente Bagdad e la Corte
di Persia; e dopo un lungo giro intorno al mar Caspio e alle montagne
della Georgia, fermò la sua sede fra i Turchi dell'Asia Minore, nimici
ereditari de' suoi concittadini. Andronico, Teodora e la masnada di
proscritti ch'era con lui, trovarono un ricovero ospitale nei
possedimenti del Sultano di Colonia; gli provò la sua gratitudine con
frequenti scorrerie nella provincia romana di Trebisonda; ritornava
sempre con una preda ragguardevole di spoglie, e con molti prigionieri
cristiani. Amava, nel racconto delle sue avventure, paragonarsi a
Davidde, che seppe mercè d'un lungo esilio evitare le insidie dei
maligni; ma il Re profeta, osava egli aggiungere, altro non fece che
vagare sulla frontiera della Giudea, uccidere un Amalecita, e minacciare
nella sua misera situazione i giorni dell'avido Nabal. Le scorrerie
d'Andronico s'estesero più oltre; aveva egli diffuso in tutto l'Oriente
la gloria del suo nome e della sua religione. Un decreto della Chiesa
greca, in pena della sua vita errante o della sua condotta licenziosa,
l'avea separato dalla Comunion de' fedeli; prova questa stessa
scomunica, ch'egli non abiurò mai il cristianesimo.
Avea deluso o respinto ogni tentativo, fosse palese o nascosto, fatto
dall'Imperatore per impadronirsi di lui. La prigionia dell'amante il
trasse finalmente nel laccio. Riuscì al governatore di Trebisonda di
sorprendere e rapire Teodora; la Regina di Gerusalemme, e i suoi due
figli, furono spediti a Gerusalemme, e d'indi in poi trovò Andronico la
sua vita errante assai penosa. Implorò perdono e l'ottenne; di più gli
si permise di gettarsi ai piedi del suo sovrano, che appagossi della
sommissione di quell'animo altero. Colla faccia a terra, deplorò le sue
ribellioni con lagrime e gemiti; dichiarò che non si alzerebbe, finchè
un suddito fedele venisse a prenderlo per la catena, ch'erasi
secretamente attaccato al collo, e a trascinarlo sui gradini del soglio.
Destò un segno così straordinario di pentimento lo stupore e la
compassione dell'assemblea; la Chiesa e l'Imperatore gli perdonarono i
suoi mancamenti; ma Manuele, che a giusto titolo diffidava sempre di
lui, l'allontanò dalla Corte e lo confinò ad Enoe, città del Ponto,
circondata di fertili vigneti, e situata sulla costa dell'Eusino. La
morte di Manuele, e i disordini della minorità apersero bentosto alla
sua ambizione la carriera la più favorevole. Era l'Imperatore un
giovinetto di dodici in quattordici anni, e per conseguente privo del
pari di vigore, di saggezza, e di esperienza. L'Imperatrice Maria, sua
madre, abbandonava sè stessa, e le cure dell'amministrazione a un
favorito nomato Comneno; e la sorella del principe, chiamata Maria,
moglie d'un Italiano onorato del titolo di Cesare, suscitò una congiura
e finalmente una sedizione contro la sua odiosa matrigna. Si
dimenticarono le province, la capitale fu in fuoco, i vizi e le
debolezze di alcuni mesi rovesciarono l'opera d'un secolo di pace e di
buon ordine. Ricominciò nelle mura di Costantinopoli la guerra civile;
vennero le due fazioni ad una battaglia sanguinosa sulla piazza del
palazzo, e i ribelli, chiusi nella Chiesa di Santa Sofia, sostennero un
assedio regolare. Ingegnavasi il Patriarca con zelo sincero a guarire i
mali dello Stato; i più rispettabili patriotti chiedevano ad alta voce
un difensore ed un vendicatore; ripeteano tutte le lingue l'elogio dei
talenti, e per fino delle virtù d'Andronico. Affettava egli nel suo
ritiro d'esaminare i doveri, che gl'imponeva il suo giuramento: «Se la
sicurezza o l'onore della famiglia imperiale è minacciata, diceva egli,
userò per lei tutti i rimedii, che posso avere.» Inseriva a tempo, nel
suo carteggio col Patriarca e coi patrizi, alcune citazioni tratte dai
Salmi di Davide e dall'Epistole di San Paolo; e aspettava con pazienza,
che la voce de' suoi concittadini lo chiamasse al soccorso della patria.
Quando si trasferì da Enoe a Costantinopoli, il suo seguito, da
principio poco numeroso, divenne ben tosto una grossa banda, e poscia un
esercito; fu creduto sincero nelle sue professioni di religione e di
fedeltà; un abito straniero, che, colla sua semplicità, dava risalto
alla sua maestosa corporatura, richiamava alla mente d'ognuno la sua
povertà e il suo esilio. Sparvero d'innanzi a lui tutti gli ostacoli;
giunse allo stretto del Bosforo dì Tracia; uscì il navile di Bizanzio
del porto a ricevere con applausi il salvator dell'Impero. Era il
torrente dell'opinione romoreggiante e irresistibile; al primo soffiare
del vento tempestoso tutti gl'insetti, avvivati prima da' raggi del
favore del principe, si dileguarono. Subita cura d'Andronico fu
d'impadronirsi del palazzo, di salutare l'Imperatore, d'imprigionare
l'Imperatrice Maria, di punirne il ministro, e di ricondurre il buon
ordine e la pubblica tranquillità. Si condusse di poi al sepolcro di
Manuele; fu ingiunto agli astanti di rimanere a qualche distanza; e
fissandolo essi nell'atteggiamento della preghiera, udirono, o
credettero udire parole di trionfo e di risentimento: «Più non ti temo,
vecchio nimico; tu m'inseguisti, qual vagabondo, in tutte le contrade
della terra. Eccoti deposto in sicurezza sotto i sette ricinti d'una
cupola, d'onde non uscirai che al suono della tromba dell'ultimo giorno.
Tocca ora a me; calpesterò fra poco le tue ceneri e la tua posterità».
La tirannia, che in processo di tempo esercitò, fa credere di fatto che
siano stati quelli i sensi che gli dovette inspirare un tal momento, ma
non è probabile che li abbia esternati. Nei primi mesi del suo
reggimento, coperse i suoi disegni con una maschera d'ipocrisia, che
poteva ingannare soltanto la moltitudine. Fecesi l'incoronazione
d'Alessio colla solita pompa, e il perfido suo tutore, tenendo in mano
il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, dichiarò che vivrebbe, e ch'era
pronto a morire pel suo diletto pupillo. Raccomandavasi intanto ai
numerosi partigiani di sostenere, che l'Impero che ruinava non poteva
che perire sotto il regime d'un fanciullo; che soltanto un principe
esperimentato, audace in guerra, abile nella scienza del governo, e
ammaestrato dalle vicissitudini della fortuna, potea salvare lo Stato, e
che tutti i cittadini doveano costringere il modesto Andronico a
caricarsi del peso della corona. Fu tenuto anche il giovine Imperatore
d'unire la sua voce alle acclamazioni generali, e di chiedere un
collega, che non tardò a deporlo dal grado supremo, a imprigionarlo, e a
provare alla fine la veracità di quella imprudente asserzione del
Patriarca, che potevasi tenere Alessio come estinto dal momento ch'ei
verrebbe affidato al suo tutore. Con tutto ciò la sua morte fu preceduta
dalla prigionia, e dalla condanna di sua madre. Dopo avere il tiranno
macchiata la fama dell'Imperatrice Maria, ed eccitate contro lei le
passioni della moltitudine, la fece accusare e giudicare di una rea
corrispondenza col Re d'Ungaria. Lo stesso figlio d'Andronico, giovine
pieno d'onore e d'umanità, confessò l'orrore che gl'inspirava quell'atto
odioso, e tre dei giudici ebbero il merito di preferire la loro
coscienza alla propria sicurezza; ma gli altri, sottomessi alle volontà
dell'Imperatore, senza dimandare nessuna prova, e senz'ammettere alcuna
difesa, condannarono la vedova di Manuele, e lo sgraziato suo figlio ne
segnò la sentenza di morte. Maria fu strozzata; si gittò il suo corpo in
mare, e se ne bruttò la memoria nel modo che offende più d'ogni altra
cosa la vanità delle donne, disfigurandone la bellezza in una caricatura
deforme. Il supplicio di suo figlio non fu lungo tempo differito; fu
strangolato colla corda d'un arco. Sordo Andronico alla pietà e ai
rimorsi, esaminato il corpo di quell'innocente giovinetto, lo calpestò
villanamente, esclamando: «Tuo padre era un birbante, tua madre una
prostituta, e tu eri uno stolido.»
Fu lo scettro di Bizanzio la ricompensa dei delitti d'Andronico; lo
tenne tre anni e mezzo in circa, fosse in qualità di protettore, o di
sovrano dell'Impero. Fu il suo regime un miscuglio singolare di vizi e
di virtù. Quando seguiva le passioni, era il flagello del popolo, quando
consultava la ragione, n'era il padre. Mostravasi giusto e rigoroso
nell'esercizio della giustizia privata: abolì una vergognosa e funesta
venalità, e siccome aveva abbastanza discernimento per far buone scelte,
e abbastanza fermezza per punire i colpevoli, così innalzaronsi alle
dignità persone di merito; distrusse l'uso inumano di spogliare
gl'infelici naufraghi, e d'impadronirsi perfino della loro persona: le
province oppresse da tanto tempo, o neglette, si ravvivarono in seno
dell'abbondanza e della prosperità; ma mentre milioni di uomini, lontani
dalla capitale, decantavano la felicità del suo regno, i testimoni delle
sue barbarie giornaliere lo maledicevano. Mario e Tiberio hanno pur
troppo avverato quell'antico proverbio, che l'uomo il quale dall'esilio
passa all'autorità, è avido di sangue. Andronico lo avverò per la terza
volta. Esiliato dalla patria, rammentavasi egli di tutti quelli de' suoi
nimici e rivali che avean parlato male di lui, gioito delle sue miserie,
o ch'eransi opposti alla sua fortuna; unica sua consolazione era allora
la speranza della vendetta. La necessità, a cui si condusse, di
condannare il giovane Imperatore e la madre di lui, lo trasse
all'obbligo funesto di liberarsi de' loro amici, che odiar doveano
l'assassino, e lo poteano punire; l'abitudine dell'omicidio gli tolse la
volontà, o il potere di perdonare. L'orribile descrizione del numero
delle vittime, ch'egli immolò col veleno o col ferro, che fece gettare
in mare, o tra le fiamme, darebbe un'idea della sua crudeltà che farebbe
più impressione che il titolo de' giorni dell'-Alcione- (giorni
tranquilli) applicato all'intervallo, assai raro nel suo regno, d'una
settimana in cui cessò dal versar il sangue dei popoli. Cercò di
scolpare colle leggi e pe' Giudici una parte de' suoi delitti; ma avea
lasciata cadere la maschera, e non poteano più i sudditi ingannarsi
circa l'autore delle loro calamità. I più nobili de' Greci, e quelli
precipuamente che per loro nascita od alleanza poteano aspirare alla
succession de' Comneni, si salvarono dall'antro del mostro: si
ricovrarono a Nicea od a Prusa, in Sicilia o nell'isola di Cipro; e la
loro fuga passando già per rea, aggravarono il delitto coll'inalberare
il vessillo della rivoluzione, e coll'assumersi il titolo d'Imperatori.
Con tutto ciò sfuggì Andronico al pugnale e alla spada de' suoi più
tremendi nemici; sottomise e gastigò le città di Nicea e di Prusa; bastò
il sacco di Tessalonica a ricondurre all'obbedienza i Siciliani; e se
quei ribelli che ripararono nell'isola di Cipro, si trovarono sicuri dai
colpi dell'Imperatore, giovarono non poco colla loro distanza anche ad
Andronico. Da un rivale senza merito, e da un popolo inerme fu egli
rovesciato dal trono. Avea la prudenza o la superstizione d'Andronico
pronunciata la sentenza di morte d'Isacco l'Angelo, che discendeva da
Alessio il Grande dal lato di donne; fatto forte dalla disperazione,
difese Isacco la propria libertà e la vita; dopo aver morto il
carnefice, che veniva ad eseguire l'ordine del tiranno, si ricovrò nella
chiesa di Santa Sofia. A poco a poco s'empiè il santuario d'una
moltitudine curiosa ed afflitta, che nella sorte d'Isacco prevedeva
quella della quale era essa minacciata. Ma dai gemiti passando bentosto
alle imprecazioni, e dalle imprecazioni alle minacce, osarono dimandarsi
a vicenda: «Perchè mai temiamo? perchè obbediamo? Noi siamo tanti, ed
egli è solo; la nostra pazienza è ciò che ci tiene in ischiavitù.» Allo
spuntare del dì, tutta la città era in tumulto; si forzarono le
prigioni; i meno ardenti cittadini, o i più servili, animaronsi alla
difesa della patria, e Isacco, secondo di tal nome, fu dal santuario
condotto al soglio. Andronico, ignaro del proprio pericolo, riposavasi
allora delle cure dello Stato nelle isole deliziose della Propontide.
Avea contratto un matrimonio poco decente con Alice o Agnese, figlia di
Luigi VII, Re di Francia, e vedova dell'infelice Alessio; era la sua
società, più conveniente a' suoi gusti che a' suoi anni, composta della
giovine moglie, e di quelle concubine che gli erano più care. Al primo
avviso della rivolta corse a Costantinopoli, impaziente di spargere il
sangue de' rei; ma il silenzio del palazzo, il tumulto della città,
l'abbandono generale in che vedeasi, gli recarono lo spavento all'animo.
Pubblicò un'amnistia generale; non vollero i sudditi nè ricevere
perdono, nè perdonare: propose di abbandonare la corona a suo figlio
Manuele; ma non poteano le virtù del figlio espiare le colpe del padre.
Il mare eragli ancora aperto alla fuga; ma la nuova della rivolta erasi
diffusa lunghesso la costa; cessato il timore, l'obbedienza era pure
cessata. Un brigantino armato inseguì, e prese la galea imperiale.
Andronico, carico di ferri, con una lunga catena al collo, venne
trascinato ai piedi d'Isacco l'Angelo. Vane furono la sua eloquenza e le
lagrime delle donne che l'accompagnavano; non potè sottrarsi alla morte;
ma in vece di dare a tale sentenza le forme decenti d'una punizione
legale, l'abbandonò il nuovo monarca alla folla numerosa di quelli, che
furono dalla sua crudeltà privi d'un padre, d'un marito, d'un amico. Gli
strapparono i denti e i capelli, gli cavarono un occhio, e gli
tagliarono una mano; debole riparazione delle loro perdite! per dargli
morte più dolorosa lasciarono qualche intervallo da una tortura
all'altra. Fu posto sopra un cammello, e senza temere non venisse alcuno
in sua difesa, venne condotto in trionfo per tutte le vie della
capitale, e la feccia del popolo rallegravasi di calpestare la maestà
d'un principe decaduto. Oppresso da colpi e da oltraggi, fu Andronico
finalmente impeso pei piedi fra due colonne che sosteneano una la figura
d'un lupo, l'altra quella d'una scrofa; quanti stender poterono il
braccio su quel nimico pubblico, esercitarono tutti con gioia sul corpo
di lui atti d'una crudeltà brutale o studiata, sinchè alla fine due
Italiani, mossi da pietà, o spinti da rabbia, gl'immersero le spade nel
petto, e terminarono così il suo gastigo in questo Mondo. Durante
un'agonia sì lunga e penosa, non disse che queste parole: «Signore, abbi
pietà di me; perchè vuoi tu sfracellare una canna spezzata?» In mezzo a
que' tormenti si dimentica il tiranno; l'uomo il più reo inspira allora
pietà, nè si può biasimare la sua rassegnazione pusillanime, poichè un
Greco soggetto al cristianesimo non era più il padrone della propria
esistenza.
[A. D. 1185]
Ho parlato a lungo del carattere e delle avventure straordinarie
d'Andronico; ma troncherò qui la serie de' principi, ch'ebbe l'Impero
greco dal regno di Eraclio in poi. I rami usciti dello stipite de'
Comneni a poco a poco disparvero; e la linea maschile non continuò che
nella posterità d'Andronico, la quale, in mezzo alla pubblica
confusione, usurpò la sovranità di Trebisonda, così oscura nella storia,
e tanto famosa nei romanzi. Un cittadino privato di Filadelfia,
Costantino l'Angelo, era giunto alla fortuna e agli onori coll'unirsi ad
una figlia dell'Imperatore Alessio. Andronico, suo figlio, non
segnalossi che colla viltà. Isacco, suo nipote, punì il tiranno, e gli
succedette; ma fu deposto da' suoi vizi e dall'ambizione di suo
fratello; la loro discordia agevolò ai Latini il conquisto di
Costantinopoli, la prima grand'epoca della caduta dell'Impero d'Oriente.
Se si calcola il numero e la durata dei regni, troverassi, che diede un
periodo di sei secoli sessanta Imperatori, contando insieme le donne che
possedettero il soglio, e levando dalla lista alcuni usurpatori, che non
furono mai riconosciuti nella capitale, e alcuni principi che non
vissero abbastanza a godere del loro retaggio. In tal guisa il termine
di mezzo d'ogni regno sarebbe d'un decennio, cioè molto al di sotto
della proporzione cronologica di Newton, il quale, secondo l'esempio
delle monarchie moderne più regolarmente costituite, portava a diciotto
o venti anni la durata d'un regno. Non ebbe l'Impero di Bizanzio nè
riposo, nè prosperità che quando potè seguire l'ordine della successione
ereditaria. Cinque dinastie, cioè: la razza di Eraclio, le dinastie
d'Isauro, d'Amorio, i discendenti di Basilio e i Comneni, ciascuna alla
lor volta, si perpetuarono sul trono durante cinque, quattro, tre, sei e
quattro generazioni. Molti di questi principi contarono dalla loro
infanzia gli anni del loro regno; Costantino VII, e i suoi due nipoti
occupano un secolo intiero. Ma negli intervalli delle dinastie
bizantine, la successione è rapida ed interrotta; guari non andava che
le geste e il nome d'uno dei Candidati erano offuscati dalle imprese
d'un competitore più felice. Più vie conduceano al soglio. Vedevasi
l'opera d'una ribellione rovesciata dai colpi dei cospiratori, o corrosa
dal tacito lavoro del raggiro. I favoriti dei soldati o del popolo, del
senato o del clero, delle donne o degli eunuchi, vestivano
successivamente la porpora. Vili erano i modi co' quali salivano alla
dignità suprema, spregevole e tragico era sovente il lor fine. Un Essere
della natura dell'uomo, dotato delle medesime facoltà, ma d'una vita più
lunga, darebbe un'occhiata di compassione e di disprezzo ai delitti e
alle follìe dell'ambizione umana, che, entro termini sì brevi, ambisce
tanti godimenti precari e di sì curta durata. Ond'è che l'istoria
sublima e dilata l'orizzonte delle nostre idee. L'opera di alcuni
giorni, la lettura di alcune ore ci schierarono d'innanzi sei secoli
intieri, e la durata di un regno, d'una vita non abbracciò che un
momento. Sta sempre la tomba di dietro al soglio; l'atto colpevole d'un
ambizioso non precede che d'un istante quello per cui vedesi quindi
spogliato della preda, e l'immortale ragione, superstite alla loro
esistenza, sdegna li sessanta simulacri de' Re che ci passarono davanti
lasciando appena una debole immagine nella nostra mente. Riflettendo
però che in tutti i secoli e in tutte le contrade ha l'ambizione
sottomesso del pari gli uomini alla sua irresistibile potenza, cessa il
filosofo di maravigliare; ma non si limita solo a condannare sì fatta
vanità, indaga pure il motivo d'una bramosìa tanto universale dello
scettro. In quella successione di principi, che tennero l'un dopo
l'altro il trono di Bizanzio, non puossi a ragione attribuirla all'amor
della gloria, o della umanità. La sola virtù di Giovanni Comneno si
mostrò benefica e pura. I più illustri de' sovrani, che precedono o
seguono quel rispettabile Imperatore, marciarono, con certa destrezza e
vigore, pei sentieri tortuosi e sanguinolenti d'una politica d'amor
proprio. Chi esamina attentamente i caratteri imperfetti di Leone
l'Isauro, di Basilio I, d'Alessio Comneno, di Teofilo, di Basilio II, e
di Manuele Comneno, bilanciansi la stima e la censura in modo quasi
uguale; il rimanente della folla degli Imperatori non potè fondare
speranze che sull'obblivione della posterità. È stata forse la felicità
personale il fine e l'oggetto della loro ambizione? Non rammenterò le
massime vulgari sull'infelicità dei Re; ma noterò senza timore, che la
lor condizione è di tutte la più terribile, e la meno suscettiva di
speranza. Davano le rivoluzioni dell'antichità a queste passioni opposte
molto maggior latitudine, che non ponno avere nel Mondo moderno, dove la
ferma e regolare costituzion degli Imperi non lascia punto credere che
noi possiamo veder facilmente rinovarsi lo spettacolo dei trionfi
d'Alessandro, e della caduta di Dario. Con tutto ciò, per una
particolare sciagura de' principi di Bizanzio, furono essi esposti a
pericoli domestici, senza mai sperare conquisti stranieri. Una morte più
barbara e più vergognosa di quella dell'ultimo dei colpevoli, precipitò
Andronico dall'apice delle grandezze; ma i più illustri de' suoi
predecessori aveano avuto assai più da temere dai sudditi che da sperare
dai nemici. Era l'esercito sfrenato senza coraggio, turbolenta la
nazione senza libertà. Premeano i Barbari dell'Oriente e dell'Occidente
le frontiere della monarchia, e la perdita delle province fu seguita
dalla servitù della capitale.
La succession degl'Imperatori romani, dal primo dei Cesari fino
all'ultimo dei Costantini, abbraccia più di quindici secoli; non v'ha
monarchia antica, come quelle degli Assirii e de' Medii, dei successori
di Ciro e d'Alessandro, che offra esempio d'un Impero il quale abbia sì
lungamente durato, senza soggiacere al giogo d'uno straniero conquisto.
-L'Autore- (V. p. 165) -disegnando coll'espressione dicitori di
buona ventura gli Ebrei, che si erano fatti cristiani e
seguivano l'Evangelo (giacchè questo greco vocabolo altro non
significa che buon'annuncio), vuol mostrare che questi
cristiani volevano l'abolizione dell'introdottosi culto delle
Immagini; giacchè nelle province dell'Impero romano d'Oriente
non v'era più a quell'epoca, cioè nell'ottavo secolo il culto
degli Idoli del Politeismo che i cristiani avevano detestato;
ma egli dà a gran torto il nome di Idoli alle Immagini cui
prestavano e prestano culto i cattolici; v'è qui non picciolo
errore, e perciò ci crediamo in dovere di dar la vera idea, e
notizia del culto delle Immagini, e dell'Iconoclastia,
intendendo, che questa nota serva d'istruzione storica positiva
a' lettori per tutti quei luoghi dove l'Autore scrive di questa
materia.-
-Premettiamo, che veramente (Petavius Theolog. Dogmatum de
Incarnatione lib. 15, e Pagi Critica T. I, p. 42) le Immagini
non appartengono alla sostanza della religione; la Chiesa poteva
ammetterle, e non ammetterle. Nei primi tempi del cristianesimo,
per le persecuzioni, e perchè agli occhi ed alle menti de'
Cristiani era presente il culto degli Idoli dal qual dovevano
star lontani, non furono in uso Immagini, e templi, di che anzi
erano rimproverati da Gentili, siccome quelli che non avevano nè
luoghi di culto, nè segni di lor religione; e ce lo dice Minucio
Felice scrittore del terzo secolo:- cur nullas aras habent,
templa nulla, nulla nota simulacra? -a ciò i cristiani
rispondevano: pensate voi che noi occultiamo ciò che veneriamo,
per non aver nè templi nè altari? a che far simulacri a Dio,
mentre l'uom stesso n'è l'immagine? a che fabbricar templi a Dio
mentre il Mondo tutto non può contenerlo? non è meglio far che
sia suo tempio il nostro animo? Il Concilio Illiberitano nel
principio del quinto secolo proibì l'uso delle Immagini col
canone 37.- Placuit picturas in ecclesia esse non debere, ne
quod colitur, et adoratur in parietibus depingatur. -Alcuni
credono doversi riferire cotal proibizione alle Immagini
soltanto della Divinità, e della Trinità; il decreto è veramente
generale.-
-Poscia a poco a poco si fabbricarono chiese, e nel quinto e
sesto secolo, divenuto dominante il cristianesimo, s'introdusse
il culto delle Immagini; ma non in tutti i luoghi, e non nel
medesimo tempo si andò introducendo perchè, per una parte non
v'era più pericolo d'idolatria, e che fossero le Immagini, dagli
uomini rozzi, considerate per la loro rassomiglianza come Idoli
del politeismo, e per l'altra esse servirono a propagare la
memoria di Cristo, di Maria, e de' Santi, e ad animare
coll'esempio i Fedeli. Si estese molto cotal culto nelle Chiese
Orientali, ed Occidentali, ma molti fra i Vescovi, preti e
secolari, non n'erano persuasi, attenendosi all'antica massima,
e consuetudine. Le cose erano in questo stato quando
l'Imperatore Leone Isaurico l'anno 726 (imitando il suo
predecessore Filippico, cui aveva resistito il Papa Costantino
che lo aveva nel suo Concilio di Roma dichiarato apostata) si
mosse con rigorosi editti, e con maggior forza contro il culto
delle Immagini; ei lo considerava a torto come un'idolatria, e
credeva purificare la religione. Mandò i suoi uffiziali, e
soldati nelle Chiese di Costantinopoli, e della Grecia, e indi
anche in Italia a toglier via le Immagini. Il Papa Gregorio II
scrisse all'Imperatore spiegandogli il senso del culto delle
Immagini, e giustificandolo:- Et dicis nos parietes et lapides,
et tabellas adorare: non ita est ut dicis Imperator; sed ut
memoria nostra excitetur et ut stolida, imperita, crassaque mens
nostra erigatur, et in altum provehatur per eos, quorum haec
nomina et quorum appellationes, et quorum eae sunt imagines, et
non tanquam Deos, ut tu dicis, absit. Gregorii II Epist. in
Collect. magna Conc. Labbe. -Gregorio disse dunque a Leone che
non intendeva che i credenti venerassero o adorassero quelle
Immagini per se stesse, ma come degne di culto a cagione delle
cose rappresentate, onde la debole mente umana sia per mezzo di
cotali rappresentazioni aiutata ad innalzarsi all'intuizioni
degli archetipi, che non cadevano più sotto i sensi. Nella
stessa lettera poi gli racconta le sollevazioni ch'egli si era
procacciate col togliere la Immagini al culto del popolo. Leone
convocò un Concilio di Vescovi da dirsi Conciliabolo, che
decretò contro il culto delle Immagini, e depose S. Germano
Patriarca, che n'era sostenitore, e pose in suo luogo Anastasio.
Gregorio III sostenne pure con zelo il culto delle Immagini:
ovunque vi furono sollevazioni, incendi, e massacri per la
formazione di due patiti, opposti e ferocissimi. Costantino
Copronimo figlio di Leone Isaurico fu più fiero del padre;
convocò un altro Concilio da dirsi pure Conciliabolo, l'anno
754, ove fu condannato il culto delle Immagini. L'Imperatrice
Irene vedova di Leone IV nella minorità del figlio Costantino,
di consenso del Papa Adriano I, convocò il Concilio generale
VII, di Nicea II l'anno 787; (Divalis sacra directa a Costantino
et Irene augustis ad Sanctissimum Hadrianum Papam senioris Rome
etc. Labbe T. 8. p. 645); in esso fu spiegato, e ristabilito il
culto delle Immagini, e molti Vescovi iconoclasti, vale a dire
avversi al culto delle. Immagini, e che lo avevano condannato
negli anzidetti Concilii, si ritrattarono, furono ammessi alla
loro sedi, e fu condannato tutto ciò ch'era stato decretato, e
fatto nei due anteriori Concilii. Ma tuttavia il partito
Iconoclasta continuò a mantenersi forte specialmente in
Germania, in Francia, in Inghilterra; i Vescovi per altro di
queste province sembravano tener il mezzo fra questi due
partiti. Carlomagno che inclinava all'Iconoclastia fece comporre
quattro libri contro il culto della Immagini, e li mandò al Papa
Adriano, che vi rispose vigorosamente sostenendo il Concilio
generale di Nicea II; ad onta di ciò Carlomagno convocò un
Concilio nazionale di trecento Vescovi a Francfort l'anno 794,
il quale sosteneva la dottrina dei quattro libri, e condannò il
culto delle Immagini. Finalmente il greco prete Teofane ci narra
gli Atti del Concilio di Costantinopoli nell'anno 842:- Postquam
defuncto Teophilo Imperium ad ejus uxorem Thedoram, et filium
eorum Michaelem, admodum adolescentem, deletum esset, in
pietatis studium curamque maxime incubuit foemina veri Dei
munere (ut nomen eius indica) -data etc. (Labbe Sac. Conc. Magna
Collect.) Adunò Teodora nel suo palazzo un numeroso Concilio di
Vescovi, di Monaci e di Grandi; vi fu approvato il Concilio
generale VII, di Nicea II, già convocato da Irene, che aveva
ristabilito il culto delle Immagini; fu cacciato dalla sede
Giovanni Patriarca di Costantinopoli Iconoclasta, ed eletto
Metodio stato sostenitore delle Immagini: e di Giovanni
sbalordito, segue a dirci Teofane,- qua quidem celeri et
imperata rerum mutatione Joannes, qui tunc impie munus
Pontificium administrabat, stupore, ac mentis caligine captus
parum abfuit quin ipse sibi manus inferret, mortemque
conscisceret. -Così fu definitivamente ristabilito il culto
delle immagini dopo 120 anni di tumulti, di ribellioni, e di
massacri. L'autorità del Concilio Generale VII, di Nicea II, è
superiore di gran lunga e per ragione, e per regola della Chiesa
a quella degli altri Concilii, o Conciliaboli contrarii, e tanto
più lo è perchè giudicò conformemente ai Papi Costantino,
Gregorio II, Gregorio III, Adriano I, ed a tutti gli altri Papi
contemporanei, e perchè fu per giunta confermata dal Concilio di
Costantinopoli dell'anno 842: quindi ogni buon cattolico deve
seguir la massima di doversi prestar culto alle Immagini,
determinata per tal modo definitivamente dalla Chiesa nei secoli
VIII, IX.- (Nota di N. N.)
NOTE:
[186] -L'Autore poteva ommettere di riferire una sì cattiva applicazione
del Salmo, fatta dal popolo ignorante diretto dai monaci, siccome poteva
tacere più sopra quella simile fatta dal Patriarca di Costantinopoli,
che doveva tenersi al suo ministero, e non mescolarsi nella cose civili,
e politiche.- (Nota di N. N.)
[187] -Vedi- la Nota di N. N. alla pag. 248.
CAPITOLO XLIX.
-Introduzione, culto e persecuzione delle Immagini. Ribellione
dell'Italia e di Roma. Patrimonio temporale dei Papi. Conquisto
dell'Italia fatto dai Francesi. Istituzione delle Immagini.
Carattere e incoronazione di Carlomagno. Ristabilimento e
decadenza dell'Impero romano in Occidente. Independenza
dell'Italia. Costituzione del Corpo germanico.-
Non considerai la Chiesa che ne' suoi legami collo Stato, e ne' vantaggi
che procura ai Corpi politici; maniera di considerare, a cui era
desiderabile che ognuno si fosse attenuto inviolabilmente nei fatti,
come nel mio racconto. Ebbi cura di lasciare alla curiosità dei teologi
speculativi[188] la filosofia orientale dei Gnostici, l'abisso tenebroso
della Predestinazione e della Grazia, e la singolare trasformazione che
si opera nell'Eucarestia, quando la rappresentazione del Corpo di Gesù
Cristo convertesi nella sua vera sostanza[189]; ma esposi con diligenza
e piacere que' fatti dell'Istoria ecclesiastica i quali hanno
contribuito al decadimento e alla ruina dell'Impero romano, come sarebbe
la propagazione del cristianesimo, la costituzione della Chiesa
cattolica, la ruina del paganesimo, e le Sette che escirono dalle
controversie misteriose e sublimi, relative alla Trinità ed alla
Incarnazione. Tra i fatti principali di questa specie devesi contare il
culto delle Immagini, che ai secoli ottavo e nono cagionò dispute
accanite, poichè questa lite d'una superstizione popolare[190] produsse
la ribellion dell'Italia, il patrimonio temporale dei Papi ed il
ristabilimento dell'Impero romano in Occidente.
Erano i primi cristiani dominati da un'invincibile ripugnanza per le
Immagini; si può attribuire quest'avversione alla loro origine giudaica
e alla loro antipatia pei Greci. Aveva la legge di Mosè vietato
severamente tutti i simulacri della Divinità; ed avea un tale precetto
messo profonde radici nella dottrina e nei costumi del popolo eletto.
Impiegavano gli Apologisti della religion cristiana tutto il loro
ingegno contro gl'Idolatri che si prostravano d'innanzi all'opera delle
lor mani, d'innanzi a quelle Immagini di rame o di marmo[191], le quali,
se fossero state dotate di moto e di vita, avrebbero piuttosto dovuto
balzare dai loro piedestalli, ed adorare la potenza creatrice
dall'artista. Alcuni Gnostici, che aveano appena abbracciata la religion
cristiana, rendettero forse alle statue di Gesù Cristo e di San Paolo,
ne' primi momenti d'una mal ferma conversione, i profani onori, che
offerti aveano a quelle d'Aristotele e di Pitagora[192]; ma la religion
pubblica dei cattolici fu sempre uniformemente semplice e spirituale, e
parlasi delle Immagini per la prima volta nella censura del Concilio
d'Illeberis, trecento unni dopo l'Era cristiana. Sotto i successori di
Costantino, nella pace e nell'abbondanza di cui godeva la Chiesa
trionfante, credettero i più saggi de' Vescovi dover autorizzare, in
favore della moltitudine, una specie di culto atto a colpire i sensi;
dalla ruina del paganesimo in poi, essi non temeano più un paralello
odioso. Cogli omaggi renduti alla Croce e alle reliquie ebbe
cominciamento quel culto simbolico. Collocavansi alla destra di Dio i
Santi, e i Martiri, de' quali s'implorava l'aiuto; e la credenza del
popolo ai favori benefici, e spesse volte miracolosi, che si spargeano
intorno alla lor tomba, era fortificata da quella folla di devoti
pellegrini, che andavano a vedere, toccare e baciare la spoglia inanime,
che ricordava il loro merito e i loro patimenti;[193] ma una copia
fedele della persona e delle fattezze del Santo, fatta col soccorso
della pittura o scultura, era una memoria più grata che non il suo
cranio o i suoi sandali. Furono tali copie, così analoghe alle affezioni
umane, carissime in ogni età alla privata tenerezza o alla pubblica
stima. Si prodigalizzavano onori civili e quasi religiosi alle immagini
degl'Imperatori romani; riceveano le statue dei sapienti e dei patriotti
omaggi meno fastosi, ma più sinceri; e queste profane virtù, questi bei
peccati scomparivano alla presenza dei santi personaggi, che avean data
la vita per la celeste ed eterna lor patria. Fecesi da principio
l'esperimento del culto delle Immagini con precauzione e scrupolo; erano
permesse per istruire gl'ignoranti, per infervorare gli animi, e per
conformarsi ai pregiudizi dei pagani che aveano abbracciato, o che
desideravano d'abbracciare il cristianesimo. Per una progressione
insensibile, ma inevitabile, gli onori conceduti all'originale, si
rendettero alla copia: pregava il devoto d'innanzi all'immagine d'un
Santo; e s'introdussero nella Chiesa cattolica i riti pagani della
genuflessione, dei cerei accesi e dell'incenso. Tacquero gli scrupoli
della ragione e della pietà davanti al possente testimonio delle visioni
e dei miracoli. Si pensò, che Immagini le quali parlavano, si moveano e
spargevano sangue, aver doveano una forza divina, e poteano esser
l'oggetto d'una adorazion religiosa. Doveva il più ardito pennello
tremare dell'audace tentativo di dar forma, con linee e colori, allo
spirito infinito, al Dio onnipossente, che penetra e regge
l'Universo;[194] ma uno spirito superstizioso si facea con minore
difficoltà a dipingere, ad adorare gli Angeli, e soprattutto il Figlio
di Dio sotto la forma umana, ch'erasi degnato prendere durante la sua
dimora in questo Mondo. Avea la seconda Persona della Trinità assunto un
corpo reale e mortale; ma era quel corpo salito al cielo, e ove non se
ne avesse presentato qualche simulacro agli occhi de' suoi discepoli,
avrebbero le reliquie o le Immagini de' Santi cancellato dalla memoria
il culto spirituale di Gesù Cristo[195]. Si dovette, per lo stesso
motivo, concedere le Immagini della Santa Vergine, ignoravasi il luogo
di sua sepoltura; e la credulità dei Greci e dei Latini fu pronta ad
approvare l'idea della sua assunzione in corpo e in anima nelle regioni
del cielo[196]. Era l'uso ed anche il culto delle Immagini avanti la
fine del secolo sesto fermamente stabilito. Talentava alla fervida
immaginazione dei Greci e degli Asiatici: ornarono nuovi emblemi il
Panteon e il Vaticano; ma i Barbari più rozzi, e i Sacerdoti ariani
dell'Occidente si diedero più freddamente a quest'apparenza d'idolatria.
Le forme ardite delle statue di rame o di marmo, ch'empievano i templi
dell'antichità, ferivano l'immaginazione o la coscienza dei cristiani
Greci; e i simulacri, che solo offerivano una superficie colorita e
senza rilievo, parvero sempre più decenti e meno pericolosi[197].
Dalla simiglianza dell'originale proviene il merito e l'effetto d'una
copia; ma i primi cristiani non conosceano le vere fattezze del Figlio
di Dio, della Madre di lui, e de' suoi Apostoli. La statua di Paneade in
Palestina,[198], ch'era tenuta per quella di Gesù Cristo, era
probabilmente quella d'un Salvatore riverito per soli servigi temporali.
Si riprovano i Gnostici e i loro profani monumenti; e non potea
l'immaginazione degli artisti cristiani essere guidata che da una
secreta imitazione di qualche modello del paganesimo. Si ebbe in tale
frangente ricorso ad un'invenzione ardita ed ingegnosa, la quale ad un
tempo stabiliva la perfetta simiglianza dell'Immagine, e l'innocenza del
culto che le si prestava. Una Leggenda siriaca sopra il carteggio di
Gesù Cristo e del Re Abgaro[199], famosa ai giorni d'Eusebio, la quale
hanno alcuni moderni scrittori a malincuore abbandonata; servì di
fondamento ad una nuova favola. Il Vescovo di Cesarea[200] registra la
lettera di Abgaro a Gesù Cristo[201]; ma fa stupore ch'egli non parli di
quella esatta impronta[202] del volto di Gesù sul panno lino, con cui
rimunerò il Salvatore del Mondo la Fede di quel Principe, che aveva
invocato il suo potere in una malattia, e gli aveva offerto la città
fortissima d'Edessa, perchè la proteggesse contro la persecuzione de'
Giudei. Si scusa la ignoranza della Chiesa primitiva col supporre, che
era stato quel panno lino racchiuso lungamente in una nicchia d'un muro,
d'onde fu tratto, dopo una obblivione di cinque secoli, da un Vescovo
prudente, e offerto a tempo debito alla divozione de' suoi
contemporanei. Il primo grandioso miracolo, che gli si attribuì, fu la
liberazione della città assalita dalle armi di Cosroè Nushirvan: si
riverì ben tosto come un pegno che, secondo la promessa di Dio,
guarentiva Edessa da qualunque nimico straniero. È bensì vero che il
testo di Procopio attribuisce la liberazione d'Edessa alla ricchezza e
al valore de' Cittadini che comperarono l'assenza del monarca persiano,
e ne respinsero gli assalti. Non sospettava quel profano istorico del
testimonio che è costretto rendere nell'opera ecclesiastica d'Evagrio,
dove Procopio assicura, che venne il Palladio esposto sulle mura della
città, e che l'acqua lanciata contro il Santo volto, invece d'estinguere
accendea maggiormente le fiamme, che andavano gli assediati gittando.
Conservossi dopo un tanto servigio l'immagine d'Edessa con rispetto e
gratitudine; e se punto non vollero gli Armeni ammettere la Leggenda, i
Greci più creduli adoravano quella copia del volto del Salvatore del
Mondo, non già come opera d'un uomo, ma produzione immediata del Divino
originale. Dimostreranno lo stile, e i pensieri d'un Inno cantato dai
sudditi di Bizanzio in che differisse il culto per loro renduto alle
Immagini dal rozzo sistema degli Idolatri. «Come potremo noi, con occhi
mortali, contemplar quest'Immagine, il cui celeste splendore non
ardiscono i Santi in Cielo di fissare? Degnasi oggi colui che abita i
Cieli onorarci d'una sua visita con un'impronta degna della nostra
venerazione; oggi, colui che siede al di sopra dei Cherubini viene a noi
in un simulacro, che fece il nostro Padre onnipossente colle sue mani
immacolate, che formò in guisa ineffabile, e che noi dobbiamo
santificare, adorandolo con timore ed amore.» Prima della fine del sesto
secolo, erano quelle Immagini fatte senza mani (usavano i Greci una sola
parola[203]) comuni negli eserciti e nelle città dell'Impero
d'Oriente[204]. Erano esse oggetto di culto, ed istrumenti di miracoli.
Nell'ora del pericolo, o in mezzo al tumulto, la loro veneranda presenza
rendea la speranza, ravvivava il coraggio, o reprimea il furore delle
legioni romane. Non essendo la maggior parte di quelle Immagini che
imitazioni fatte dalla mano dell'uomo, non poteano aspirare che ad
un'imperfetta rassomiglianza; e davasi loro a torto il medesimo titolo,
che si applicava alla prima Immagine; ma ve n'erano altre più
autorevoli, prodotte da un contatto immediato coll'originale, dotato per
ciò d'una virtù miracolosa e prolifica. Pretendeano le più ambiziose non
già di discendere dall'Immagine d'Edessa, ma di avere secolei affinità
filiali e fraterne; tal'è la -Veronica- di Roma, di Spagna o di
Gerusalemme, fazzoletto ch'erasi Gesù Cristo nel punto di sua agonia, e
del sudore di sangue, applicato al volto, e consegnato ad una delle
sante Donne. Vi furono ben tosto -Veroniche- della Vergine Maria, dei
Santi e dei Martiri. Mostravansi nella Chiesa di Diospoli, città della
Palestina, le fattezze della Madre di Dio[205] impresse assai
profondamente sopra una colonna di marmo. Correa voce che il pennello di
San Luca avesse ornate le Chiese d'Oriente e d'Occidente; e si suppose
avere quest'Evangelista, che sembra essere stato un medico, esercitato
l'arte del pittore, arte tanto profana ed odiosa agli occhi de' primi
cristiani. Poteva il Giove Olimpico creato dal genio di Omero, e dallo
scalpello di Fidia, inspirare ad un filosofo una divozion momentanea; ma
le Immagini cattoliche, produzioni senza forza e senza rilievo, escite
dalla mano dei monaci, attestavano l'estrema degenerazione dell'arte e
del genio[206].
Erasi a poco a poco introdotto il culto delle Immagini nella Chiesa, ed
erano tutti i progressi di questa innovazione accolti favorevolmente
dagli animi superstiziosi, come quelli che aumentavano i mezzi di
consolazione, che si poteano usare senza peccato. Ma sul principiare del
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