Donne avean fatto gran male: «è vero, Sire, rispose la giovanetta
vivacemente, ma han fatto anche molto bene». Questa affettazione di
spirito fuor di tempo spiacque all'Imperatore; che le voltò le spalle.
Icasia andò a nascondere la sua vergogna in un convento, e Teodora,
ch'era stata modestamente zitta ebbe il pomo d'oro. Fu degna dell'amore
del suo padrone; ma non potè sottrarsi alla sua severità. Dal giardino
del palazzo, avendo veduto un vascello assai carico ch'entrava in porto,
e informato, ch'era pieno di merci della Siria, appartenenti a sua
moglie, condannò alle fiamme la nave, e fece amaro rimbrotto a Teodora
perchè avviliva la dignità d'Imperatrice, facendo la mercantessa:
tuttavolta in punto di morte le affidò la tutela dell'Impero, non che
del figlio Michele, che aveva allora cinque anni. Il nome di Teodora
divenne caro ai Greci pel ristabilimento delle Immagini, e per la totale
espulsione degli Iconoclasti; ma nel suo fervor religioso ella non
trascurò le premure volute dalla gratitudine per la memoria e la
salvezza di suo marito. Dopo tredici anni d'un'amministrazione saggia e
temperata, s'avvide che la reputazione di lei declinava; ma questa
seconda Irene imitò solamente le virtù della prima. Invece di tentar
nulla contro la vita e l'autorità del figlio, si consacrò senza
resistere, ma non senza dolersi, alla solitudine della vita privata,
compiangendo i vizi, l'ingratitudine e la ruina inevitabile dell'indegno
suo figlio.
[A. D. 842]
Fra quelli, che successori di Nerone e d'Elagabalo ne imitarono la
malvagità, non s'era per anche trovato un principe, che considerasse il
piacere come la cosa più importante della vita, e la virtù come nemica
del piacere. Per quanto grandi fossero le cure di Teodora per
l'educazione del figlio, la disgrazia di questo principe fu d'essere
sovrano prima d'esser uomo; ma se si adoperò questa madre ambiziosa ad
impedire che la sua ragione si sviluppasse, non potè calmarne il bollore
delle passioni, e il suo procedere, interessato per sè, fu giustamente
punito dal dispregio e dalla ingratitudine di quel giovinastro caparbio.
Di diciott'anni scosse il freno di Teodora, senz'avvedersi che non era
in caso da governar l'Impero, nè da governar sè stesso. Alla partenza di
Teodora, abbandonarono la Corte la sapienza e la gravità; non si videro
più regnare che il vizio o la follia alternativamente, e non fu
possibile acquistare, o conservare il favore del principe senza perdere
la pubblica estimazione. I milioni accumulati pei bisogni dello Stato
furono profusi ai più vili degli uomini che lo adulavano, e
partecipavano ai suoi sollazzi; e in un regno di tredici anni il più
opulento monarca si ridusse a vendere gli ornamenti preziosi del suo
palazzo e delle Chiese. Somigliante a Nerone, era pazzo pei divertimenti
teatrali, e al par di lui sentiva dispetto d'essere superato in cose,
per le quali doveva arrossire della sua abilità. Ma lo studio che aveva
fatto Nerone della musica e della poesia indicava qualche gusto per le
arti liberali; e le inclinazioni più basse del figlio di Teofilo eran
tutte pel corso di carri nell'Ippodromo. Non cessavano di ricreare gli
oziosi abitanti della capitale le quattro fazioni, ch'aveano disturbata
la pubblica quiete: l'Imperatore prese per sè la divisa degli Azzurri;
distribuì ai suoi favoriti i tre colori rivali, e nell'ardenza sua per
questi vili esercizi, dimenticò la dignità della sua persona, e la
sicurezza degli Stati. Impose silenzio a un corriere, che per informarlo
che il nimico aveva invaso una provincia dell'Impero, s'avvisò di
fermarlo nel momento più bello della corsa, e fece estinguere i fuochi
importuni, che, fatti segnali di pericolo, troppo spesso metteano lo
spavento nei paesi fra Tarso e Costantinopoli. I più bravi aurighi
avevano il primo posto nella sua confidenza, e nella sua stima;
accettava banchetti da loro, e ne teneva i figli al Sacro Fonte: allora
si facea bello della sua popolarità, e affettava di biasimare il freddo
e maestoso contegno de' suoi predecessori. Erano omai divenute ignote
all'Universo quelle dissolutezze contrarie alla natura, che disonorarono
anche l'età virile di Nerone; ma Michele logorava le forze in braccio
all'amore ed alla intemperanza. Riscaldato dal vino, nelle sue orgìe
notturne, dava gli ordini i più sanguinari, e quando col ritorno della
ragione, si facea sentire l'umanità, era poi costretto ad approvare
l'utile disobbedienza dei servi. Ma una delle prove più straordinarie
della cattiva indole di Michele è la profana licenza, con che metteva in
ridicolo la religion del paese. Sia pure, che la superstizion dei Greci
potesse movere a riso un filosofo; ma il riso del saggio sarebbe stato
ragionevole e temperato, e avrebbe disapprovata la sciocca ignoranza
d'un giovine, che insultava gli oggetti della pubblica venerazione. Un
buffone di corte si vestiva da Patriarca; i suoi dodici Metropolitani,
uno de' quali era l'Imperatore, si coprivano di abiti ecclesiastici;
maneggiavano e profanavano i vasi sacri, e a rallegrare i lor baccanali
amministravano la Santa Comunione con un ributtante miscuglio d'aceto e
di senapa. Nè già si teneano ascose queste empietà ai pubblici sguardi;
in un giorno di gran festa, l'Imperatore, i suoi vescovi e i suoi
buffoni correndo per le vie, montati sopra giumenti, incontrarono il
vero Patriarca, seguìto dal suo Clero, e con grida licenziose, e lazzi
osceni sconcertarono la gravità di quella processione cristiana. Non mai
uniformossi Michele alle pratiche della devozione, se non che per
oltraggiare la ragione e la verace pietà; raccogliea da una statua della
Vergine le corone teatrali, e violò la tomba imperiale di Costantino,
l'Iconoclasta, pel piacere di arderne le ossa. Questo contegno
stravagante lo rendette tanto spregevole, quanto era odioso. Ogni
cittadino desiderava ardentemente la liberazione della patria, e i suoi
favoriti medesimi temevano, non un suo capriccio li privasse di ciò, che
dono era d'un capriccio. Nell'età di trent'anni, e in grembo
all'ebbrezza ed al sonno, Michele III fu assassinato nel suo letto dal
fondatore d'una nuova dinastia, al quale egli aveva conferito un grado e
un potere uguale al suo proprio.
[A. D. 867]
La genealogia di Basilio il Macedone, se pure non fu inventata
dall'orgoglio e dall'adulazione, fa ben palese a quali rivoluzioni sieno
esposte le più illustri famiglie. Gli Arsacidi, rivali di Roma, avevan
data la legge in Oriente quasi per quattro secoli; continuò un ramo
cadetto di quei Re Parti a regnare in Armenia, e poi sopravvisse alla
divisione ed alla servitù di quell'antica monarchia. Due di que'
principi, Artabano e Cliene, si rifuggirono o si ritirarono alla Corte
di Leon I, che usò loro generosa accoglienza, e onorevolmente li collocò
nella provincia di Macedonia; posero poi stanza in Andrinopoli. Colà
sostennero per più generazioni la dignità dei lor natali, e zelanti per
l'Impero romano rigettarono le offerte seducenti dei Persiani e degli
Arabi, che li richiamavano in patria: ma a poco a poco il tempo e la
povertà ne oscurarono lo splendore, e il padre di Basilio si ridusse a
coltivare colle sue mani un poderetto; non di meno troppo altero per
avvilire il sangue degli Arsacidi con un matrimonio plebeo, sposò una
vedova d'Andrinopoli, che vantava Costantino fra i suoi avi, e potè il
loro figlio millantare qualche vincolo di parentela, o almen di nazione
con Alessandro il Macedone. Questo figlio, per nome Basilio, appena
aveva veduto il giorno, quando colla sua famiglia e cogli abitanti della
città ov'era nato, fu rapito dai Bulgari, che vennero a devastare
Andrinopoli: fu allevato nella servitù in un clima straniero, e quella
disciplina severa gli procacciò un vigore di corpo e una pieghevolezza
di mente che poi divennero la cagione del suo esaltamento. Sin dalla
prima gioventù, o quando appena toccava l'età virile, fu del numero di
quei prigionieri romani che spezzarono i lor ferri coraggiosamente; dopo
avere attraversata la Bulgaria, afferrate le coste dell'Eusino, e
sconfitti due eserciti di Barbari, s'imbarcarono su vascelli già
apparecchiati pel loro arrivo, e tornarono a Costantinopoli; quindi
ciascheduno si restituì alla sua famiglia. Basilio ricuperata la
libertà, era tuttavia miserabile. Dai guasti della guerra era stato
rovinato il suo podere: morto il padre, non bastava più il lavoro delle
sue mani, o quel che guadagnava servendo a mantenere una famiglia
d'orfanelli; deliberò dunque di cercare un campo più luminoso, ove le
sue virtù, e i suoi vizi potessero condurlo alla grandezza. Giunto a
Costantinopoli, senz'amici senza denari, oppresso dalla stanchezza,
passò la prima notte sui gradini della Chiesa di S. Diomede; ottenne un
po' di alimento dalla carità di un monaco; indi si pose al servigio d'un
parente dell'Imperator Teofilo, che pure avea questo nome, e quantunque
picciolissimo della persona, si conducea sempre dietro un seguito di
servi di grande statura, e di bell'aspetto. Basilio accompagnò questo
padrone, che andava a comandare nel Peloponeso; col suo merito personale
fece scomparire la nascita e la dignità di Teofilo, e strinse una
profittevole amicizia con ricca e caritativa matrona di Patrasso. Fosse
amore o affezione spirituale, questa donna, nomata Danielis, s'invaghì
delle sue belle qualità, e lo adottò per figlio; gli fece dono di trenta
schiavi, con altre liberalità, mercè delle quali potè fornire il
bisognevole ai fratelli, e comprare possedimenti nella Macedonia. La
gratitudine o l'ambizione lo riteneva ai servigi di Teofilo, e per
felice combinazione fu conosciuto dalla Corte. Avvenne che un famoso
lottatore, ch'era cogli ambasciatori della Bulgaria, aveva sfidato in
tempo del convito reale il più coraggioso e robusto che fosse tra i
Greci. Fu vantata la forza di Basilio, il quale accettò la disfida, e al
primo urto gettò il Barbaro a terra. Era stato deciso di tagliare i
garetti a un bellissimo cavallo indomabile ad ogni prova; Basilio lo
soggiogò coll'intrepidezza e destrezza solita, ed ottenne quindi un
impiego decoroso nella scuderia imperiale; ma non era possibile entrar
nelle grazie del Re, senza adattarsi ai suoi vizi. Il nuovo favorito
divenne gran ciamberlano del palazzo, e si tenne in posto con un
matrimonio vituperevole, sposando una concubina del principe, col
disonore della sorella, che succedette alla precedente. Erano state
abbandonate le cure amministrative a Cesare Barda fratello e nimico di
Teodora. Le drude di Michele gli dipinsero lo zio come uomo odioso, e da
temersi; fu scritto a Barda, che si abbisognava della sua persona per
l'impresa di Creta; questi uscì di Costantinopoli, e il ciamberlano lo
pugnalò sotto gli occhi dell'Imperatore nella tenda stessa ove gli dava
udienza. Un mese dopo quest'azione ottenne Basilio il titolo d'Augusto,
e il governo dell'Impero; egli sopportò questa associazion disuguale
sino a tanto che si credette sicuro della stima del popolo. Per un
capriccio dell'Imperatore ne fu posta a repentaglio la vita: Michele
avvilì la sua dignità, dandogli un secondo collega, che aveva servito da
remigante nelle Galee; tuttavolta non può considerarsi l'assassinio del
suo benefattore che come un atto d'ingratitudine e di tradimento; e le
chiese, ch'egli dedicò a S. Michele, furono una ben puerile e misera
espiazione dal suo misfatto.
La vita di Basilio I può nelle sue epoche diverse paragonarsi a quella
d'Augusto. Per la sua condizione non ebbe campo il Greco nella prima
gioventù d'invadere la patria con un esercito, nè di proscrivere i più
nobili de' suoi concittadini; ma la sua indole ambiziosa si piegò a
tutti gli artificii d'uno schiavo; seppe celare l'ambizione medesima ed
anche le sue virtù, e con un assassinio s'insignorì dell'Impero, cui
poscia resse con prudenza ed amore paterno. Ponno per avventura essere
in contraddizione gl'interessi d'un individuo co' suoi doveri; ma un
monarca assoluto mancherebbe di buon senso o di coraggio, separando la
sua felicità dalla gloria, o la sua gloria dalla felicità pubblica.
Sotto la lunga dominazione de' suoi discendenti fu scritta e pubblicata
la vita, o sia il panegirico di Basilio; ma la stabilità di quelli sul
trono debbe attribuirsi al sommo merito di lui. Suo nipote l'Imperator
Costantino ha voluto darci, nel descriverne il carattere, il ritratto
perfetto d'un vero monarca; e se questo debole principe non avesse
copiato un degno modello, non si sarebbe di leggieri elevato cotanto al
di sopra delle sue proprie idee e della propria condotta; ma il più
sicuro elogio di Basilio è riposto nel paragone del miserabile stato
della monarchia, quale la rapì egli a Michele, collo stato florido della
medesima, quale alla dinastia Macedone egli la trasmise. Con mano
prudente represse abusi consacrati dal tempo e dall'esempio. Se non
risvegliò il valor nazionale, restituì per lo meno all'Impero romano
qualche ordine e maestà. Era instancabile la sua applicazione, freddo il
naturale, fermo il senno, rapide le decisioni, ed osservava quella rara
e salutevole moderazione che tiene le virtù a un'uguale distanza dai
vizi contrari. Il servigio militare era tutto ristretto nell'interno del
palazzo: non ebbe nè il coraggio nè i talenti d'un guerriero; nondimeno
sotto il suo regno furono ancora formidabili ai Barbari l'armi romane.
Come tosto col rimettere la disciplina e gli esercizi militari ebbe
creato un nuovo esercito, comparve in persona sulle sponde dell'Eufrate;
atterrò l'orgoglio dei Saracini, e soffocò la pericolosa come che giusta
rivolta de' Manichei. Sdegnato contro un ribelle che gli era sfuggito
lungo tempo di mano, chiese la grazia a Dio di conficcare tre dardi nel
capo di Crisochiro; così nomavasi il suo nemico. Quel capo abbominato,
ch'egli aveva ottenuto per tradimento più che pel suo coraggio, fu
impeso ad un albero, ed esposto tre volte alla destrezza dell'arciere
imperiale; vile vendetta, più degna del secolo che dell'indole di
Basilio; ma la sua abilità principale si fece palese nell'amministrare
le pubbliche rendite, e le leggi. A riempire l'erario esausto gli fu
proposto di rivedere le donazioni malfatte del suo predecessore; fu egli
abbastanza saggio per ripigliarne la sola metà, e così si procacciò una
somma d'un milione e dugentomila lire sterline, con che provvide ai
bisogni più urgenti, e guadagnò tempo per eseguire le riforme
economiche. Tra i diversi divisamenti, diretti ad accrescere la sua
entrata, se gli propose una nuova maniera di tributo, che avrebbe messo
i contribuenti sotto il soverchio arbitrio degli esattori. Gli presentò
subito il ministro una lista di agenti onesti, e capaci per
quell'impiego. Avendoli da sè stesso esaminati, Basilio non ne trovò che
due degni d'esercitare sì pericoloso ufficio, e questi giustificarono la
stima ch'egli n'ebbe, ricusando questo contrassegno di fiducia. Ma le
assidue premure dell'Imperatore rimisero a poco a poco l'equilibrio tra
le proprietà e le contribuzioni; tra l'entrata e l'uscita fu assegnata
una somma particolare per ogni ramo di spesa, e con un metodo pubblico
furono assestati gl'interessi del principe, e quelli de' proprietari.
Dopo avere riformato il lusso della propria tavola, volle che due
demanii patrimoniali provvedessero a questa qualità di spese; le
imposizioni pagate dai sudditi servivano per la lor difesa, e il
restante ad abbellire la capitale e le province. Quantunque dispendioso
può il gusto per le fabbriche avere scusa, e meritare elogi qualche
volta, avvegnachè alimenta l'industria, promove le arti, e concorre
all'utilità o ai piaceri del Pubblico. Sensibili sono i vantaggi d'una
strada, di un acquedotto, d'uno spedale: le cento Chiese innalzate da
Basilio furono un tributo pagato alla divozione del suo tempo. Egli si
mostrò attivo ed imparziale, come giudice; bramava salvare gli accusati,
ma non temeva di condannarli, e severamente puniva gli angariatori del
popolo: quanto poi ai nemici personali, cui sarebbe stato imprudenza il
perdonare, dopo aver fatto cavar loro gli occhi, gli condannava ad una
vita di solitudine e di penitenza. I cangiamenti sopravvenuti nel
linguaggio e nei costumi volevano una revisione della giurisprudenza di
Giustiniano; quindi fu compilato in quaranta titoli e in lingua greca il
voluminoso corpo dell'Istituta, delle Pandette, del Codice e delle
Novelle; e se le Basiliche furono perfezionate e compiute dal figlio e
dal nipote, a Basilio per altro conviene originariamente attribuirne il
merito. Per un accidente di caccia ebbe fine il suo regno glorioso. Un
cervo furibondo intricò le sue corna nel cinto di Basilio, e lo levò da
cavallo. L'Imperatore fu liberato da un uomo del seguito, che tagliò il
cinto, e uccise la bestia, ma per la caduta, o per la febbre, che ne fu
conseguenza, rimase indebolito il vecchio monarca, e morì nel suo
palazzo, in mezzo ai pianti della famiglia e del popolo. Se, come è
fama, fece troncar la testa al fido servo ch'ebbe il coraggio di far uso
della spada sulla persona del suo sovrano, convien credere, che
l'orgoglio del dispotismo, sopito finchè visse, si risvegliasse ne' suoi
ultimi giorni, quando omai perduta avea la speranza di vivere.
[A. D. 886]
Dei quattro figli dell'Imperatore, uno morì prima di lui, e fu
Costantino; in quell'occasione il suo dolore e la sua credulità si
lasciarono illudere dalle adulazioni d'un impostore, e da un'apparizione
immaginaria. Stefano il più giovane, stette contento degli onori di
Patriarca e di Santo; Leone ed Alessandro ebbero entrambi la porpora; ma
il solo primogenito tenne le redini del Governo. Leone VI conseguì il
glorioso soprannome di -filosofo-; e senza dubbio l'accoppiare le
qualità di principe e di saggio, le virtù operative e le speculative,
giova molto a perfezionare l'umana natura; ma molto mancò a Leone per
pretendere questa perfezione ideale. Di fatto seppe egli per avventura
sottomettere le passioni e le brame sue all'impero della ragione? Passò
la vita in mezzo alla pompa della Corte, e nel consorzio delle sue mogli
e delle concubine; e non si può attribuire che alla dolcezza e indolenza
del suo naturale la clemenza da lui dimostrata, e la pace che s'adoperò
a mantenere. Chi oserebbe asserire ch'egli vincesse i proprii
pregiudizi, e quelli dei sudditi? Dalla più puerile superstizione era
ottenebrato il suo spirito; sanzionò colle leggi l'autorità del clero, e
gli errori del popolo; e gli oracoli, con cui rivelò in uno stile
profetico i destini dell'Impero, sono fondati su l'astrologia e la
divinazione. Chi ben guardi l'origine di quel soprannome di filosofo,
apparirà, che non fu tanto ignorante quanto la maggior parte de' suoi
contemporanei o appartenessero all'Ordine ecclesiastico, o al civile;
che dal dotto Fozio fu diretta la sua educazione, e ch'egli compose o
pubblicò assai opere sotto il suo nome in argomenti sacri e profani; ma
un suo torto domestico, la moltiplicità cioè de' suoi matrimoni,
pregiudicò la sua riputazione di filosofo, e d'uomo religioso.
Predicavansi sempre dai monaci le massime antiche sui pregi e la santità
del celibato, ed erano pur professate dalla nazione. Era permesso il
matrimonio, come un mezzo necessario alla propagazione del genere umano.
Dopo la morte d'uno de' conjugi, potea la debolezza, o il vigor della
carne, condurre il superstite a un -secondo- matrimonio, ma un terzo era
considerato quasi una specie di fornicazione, e il celebrar le quarte
nozze era un peccato, ed uno scandolo ancora ignoto ai cristiani
dell'Oriente. L'Imperator Leone esso stesso nel principio del suo regno
aveva abolito lo stato civile delle concubine, e condannati i terzi
matrimoni, senza annullarli. Ma guari non andò, che il patriottismo e
l'amore l'indussero a violare le proprie leggi, e ad incorrere nella
pena che in simil caso aveva ai sudditi imposta. Non avendo figli dei
tre primi letti avea d'uopo l'Imperatore d'una compagna, e richiedeva
l'Impero un erede legittimo. La bella Zoe fa introdotta nella Corte per
concubina, e allorchè, partorendo, a Costantino ebbe dato prove di
fecondità, dichiarò l'Imperatore le sue intenzioni di legittimare la
madre e il figlio, e di celebrare le quarte nozze. Il Patriarca Nicola
gli ricusò la benedizione, e Leone non potè indurlo a battezzare il
principino, che a patto di congedare la sua amante; ma per l'opposito,
avendola sposata, fu escluso dalla comunione dei Fedeli. Nè le minacce
dell'esilio, nè la disfatta dei confratelli, non l'autorità della Chiesa
latina, non il pericolo d'interrompere, o di lasciare incerta la
successione al trono, valsero a piegare l'inflessibile monaco. Morto
Leone fu egli richiamato dal luogo della sua relegazione, e ricuperò le
cariche tanto ecclesiastiche che civili. Costantino, figlio di Leone,
coll'editto d'unione promulgato in suo nome, che condanna in avvenire
come scandalose le quarte nozze, impresse tacitamente una macchia sul
proprio natale.
[A. D. 911]
Nella lingua greca -porphyra- vuol dir porpora, e invariabili essendo i
colori naturali, possiamo conchiudere, che la porpora tiria degli
antichi fosse un rosso scuro e carico. Un appartamento del palazzo di
Bizanzio era addobbato di porfira, ed era abitato dalle Imperatrici
quando erano incinte; quindi per indicare la qualità regia dei loro
nati, chiamavansi porfirogeniti, che vale nati nella porpora. Gran
numero d'Imperatori romani aveva avuto figli; ma Costantino VII prese
per la prima volta questo particolar soprannome. Durò il suo regno di
titolo quanto la sua vita; sei per altro de' suoi cinquantaquattr'anni
precedettero la morte del padre: il figlio di Leone fu sempre o di buon
grado, o per forza sottomesso a quelli che prendeano autorità sopra la
sua debolezza, o abusavano della sua fiducia. Alessandro, suo zio,
investito del titolo d'Augusto da lungo tempo, fu il primo collega, e il
primo padrone del principino; ma rapidamente correndo le vie del vizio e
delle follìe, il fratello di Leone in breve s'acquistò la riputazion
dell'Imperatore Michele per questo riguardo: e quando la morte lo colse,
covava nell'animo il pensiere di togliere al nipote la facoltà d'aver
figli, e di lasciare a un indegno favorito l'Impero. Gli altri anni
della minorità di Costantino furono soggetti alla madre Zoe, consigliata
successivamente da sette reggenti, che solo curando i propri interessi,
e sbramando ogni lor passione, lasciavan la repubblica abbandonata, si
soppiantavano a vicenda, e finalmente sparvero davanti a un guerriero,
che si fece padrone dello Stato. Romano Lecapeno, di nascita oscura, era
pervenuto al comando delle armate navali, e nell'anarchia dell'Impero
aveva saputo meritare o certamente ottenere la stima della nazione. Uscì
della foce del Danubio con una squadra vittoriosa e devota a lui; giunto
al porto di Costantinopoli fu salutato coi titoli di liberatore dei
popolo e di tutore del principe. Una nuova denominazione, cioè di padre
dell'Imperatore, spiegò il suo officio; ma presto ebbe a sdegno Romano
un'autorità inferiore e da ministro, e quindi intitolatosi Cesare, prese
tutta l'independenza di Re, e dominò quasi per venticinque anni. I suoi
tre figli Cristoforo, Stefano e Costantino ebbero l'un dopo l'altro gli
stessi onori; per il che discese dal primo al quinto grado il legittimo
Imperatore in quel collegio di principi. Dovè tuttavolta esser pago
della sua fortuna, e della bontà degli usurpatori, giacchè conservò la
vita e la corona. Gli esempi della Storia antica e della moderna
avrebbero agevolmente scusata l'ambizion di Romano, il quale avea nelle
mani i poteri e la legislazion dell'Impero; e la nascita illegittima di
Costantino ne avrebbe giustificata l'esclusione, nè costava gran fatica
l'aprire una tomba o un monastero alla figlia di Costantino; ma Lecapeno
non avea, per quanto pare, nè i vizi, nè le virtù d'un tiranno. Svani
nello splendore del trono il valore e l'attività della sua vita privata;
tuffatosi nel fango delle voluttà, pose in non cale la sicurezza della
Repubblica, non che della propria famiglia; ma religioso e mite di
naturale, rispettò la santità dei giuramenti, l'innocenza del giovine
Costantino, la memoria di Leone, e l'affetto del popolo. Il genio che
avea Costantino per gli studii e pel ritiro potè disarmare la gelosia
d'autorità; i libri e la musica, la penna e il pennello erano le sue
continue ricreazioni; e se impinguò di fatto la scarsa sua entrata colla
vendita de' suoi quadri, senza che se ne aumentasse il valore pel nome
dell'artista, ebbe bastevoli talenti coi quali pochi principi
potrebbero, come lui, formarsi un sussidio nelle avversità.
[A. D. 945]
I vizi condussero Romano e i suoi figli alla rovina. Morto Cristoforo,
il primogenito, gli altri due, discordi fra loro, cospirarono alla vita
del padre. Sull'ora del mezzodì, ch'era il momento della giornata nel
quale si congedavano dal palazzo i forestieri, entrarono quelli nel suo
appartamento, accompagnati da gente armata, e nel menarono vestito da
monaco nella isoletta della Propontide, dove stava una Comunità
religiosa. Allo strepito di questa rivoluzione domestica fu piena di
confusione la città; ma Porfirogenito, legittimo Imperatore, fu il solo
oggetto delle cure del Pubblico; e da una tarda esperienza impararono i
figli di Lecapeno, che aveano mandato ad effetto per un rivale il
colpevole e pericoloso disegno. Elena, lor sorella, e moglie di
Costantino, imputò loro l'intenzione, vera o falsa, d'assassinare suo
marito in un banchetto; ne sbigottirono i suoi partigiani: e i due
usurpatori prevenuti nelle lor mosse, vennero presi, spogliati della
porpora, e imbarcati per l'isola ed il monastero, ove poco stante aveano
confinato il padre. Il vecchio Romano li ricevette alla riva con un
sorriso di beffa, e dopo averli giustamente rimbrottati d'ingratitudine
e di follìa, offerse a ciascheduno de' suoi due colleghi all'Impero una
porzione dell'acqua e dei cibi vegetali, che formavano i suoi pasti.
Costantino VII contava i quarant'anni, quando divenne possessore
dell'Impero d'Oriente, e vi regnò, o parve che regnasse, per quindici
anni in circa. Gli mancava quell'energia che avrebbe potuto portarlo ad
una vita attiva e gloriosa; gli studii che aveano dilettato ed onorato i
suoi ozii, non erano più compatibili coi seri doveri di sovrano.
L'Imperatore invece di reggere i suoi Stati, s'intertenne ad insegnare
al figlio la teorica dell'arte di governare: dedito all'intemperanza e
alla pigrizia, lasciò cadere le redini dell'amministrazione in mano
d'Elena, sua moglie, che coi capricci del suo favore, facea sempre
desiderare il ministro ch'ella rimoveva, sostituendone un altro più
indegno. Nulla di meno per la sua nascita, e per le disgrazie,
Costantino era divenuto caro ai Greci; i quali ne scusarono i difetti,
ne rispettarono il sapere, l'innocenza, la carità, l'amore per la
giustizia, e onorarono la pompa de' suoi funerali con lagrime sincere.
Secondo l'antica usanza fu esposto il suo corpo con grande apparato nel
vestibolo del palazzo, e gli ufficiali dell'ordine civile e militare, i
patrizi, il senato ed il clero vennero ciascheduno la loro volta a
venerare e a baciare la spoglia esanime del loro sovrano. Prima che la
processione funebre partisse verso il luogo che serviva di sepoltura
agl'Imperatori, un araldo pronunciava questo spaventevole avviso:
«Alzati, o Re della Terra, e obbedisci agli ordini del Re dei Re».
[A. D. 959]
Fu voce che Costantino fosso morto avvelenato: Romano, suo figlio, che
aveva preso il nome dell'avo materno, succedette nel trono di
Costantinopoli. Un principe, che di vent'anni era sospetto d'aver
accelerato il momento in cui doveva ereditar da suo Padre, era, non v'ha
dubbio, perduto nella pubblica opinione; ma piuttosto che malvagio, era
debole, e s'imputava in gran parte questo delitto a sua moglie Teofane,
donna di bassa nascita, di spirito ardito e di depravati costumi. Era
ignoto al figlio di Costantino il sentimento della gloria personale e
della pubblica felicità, veri diletti di chi regna; e mentre i due
fratelli, Niceforo e Leone, trionfavano dei Saracini, egli logorava in
un ozio perpetuo i giorni dovuti al suo popolo. Nella mattina andava al
circo; a mezzodì riceveva al suo desco i senatori; passava quasi tutto
il dopo pranzo nello -Sferisterio-, o sia giuoco della palla, unico
teatro del suo valore. Varcando poscia sulla riva asiatica del Bosforo,
cacciava e uccideva quattro cignali de' più grandi e gagliardi; poi
tornava al palazzo, lieto e superbo delle sue fatiche del giorno. Era
notabile fra gli uomini della sua età per forza ed avvenenza; era di
statura diritta ed alta come un giovine cipresso: di carnagione bianca e
vivace; gli occhi erano parlanti, larghe le spalle; il naso lungo e
aquilino. Tanti pregi per altro non valsero a fissare l'amor di Teofane,
la quale dopo un regno di quattro anni, recò a suo marito un beveraggio
pari a quello ch'ella aveva apprestato a suo padre.
[A. D. 963]
Dal matrimonio con quest'empia femmina ebbe Romano due figli, che
ascesero il trono col nome di Basilio II e di Costantino IX, e due
figlie, chiamate Anna e Teofane. L'ultima sposò Ottone II, Imperator
d'Occidente; Anna fu maritata a Volodimiro, gran Duca e Apostolo di
Russia, ed essendosi congiunta sua nipote ad Arrigo I Re di Francia, il
sangue de' Macedoni, e quello forse degli Arsacidi, scorre tuttavia per
le vene della famiglia Borbonica. Morto il marito, volle l'Imperatrice
regnare sotto il nome de' figli, l'un de' quali aveva cinque anni, e
l'altro due. E presto s'avvide, quanto instabile fosse un trono che non
aveva altra colonna che una femmina, che non poteva essere stimata, e
due figli, che non poteano essere temuti. Allora volse gli occhi intorno
per rinvenire un protettore, e si gittò nelle braccia del guerriero più
prode: era essa facile, e poco dilicata in amore; ma tanto era deforme
il nuovo amante, che diede a credere, essere l'interesse per avventura
il motivo e la scusa di questo legame. Niceforo Foca avea in faccia al
popolo due meriti; quelli d'eroe e di santo. In quanto al primo egli
vantava belle e singolari prerogative: discendente di lignaggio
illustre, per imprese guerresche s'era segnalato in tutti i gradi e in
tutte le province col valor d'un soldato, e coll'arte d'un Generale, ed
avea pocostante aggiunto alla sua gloria la rilevante conquista
dell'isola di Creta: era un poco equivoca la sua religione, e il
cilicio, i digiuni, il palar devoto, l'intenzione che palesava di
ritirarsi dal Mondo, servivano di maschera ad una profonda e pericolosa
ambizione. Seppe per altro illudere un santo Patriarca, per
interposizione del quale ottenne dal senato un decreto, che gli dava
durante la minorità dei giovani principi l'assoluto comando degli
eserciti dell'Oriente. Non così tosto ebbe in pugno la fede dei Capi e
dei soldati, marciò arditamente a Costantinopoli; schiacciò i suoi
nemici; pubblicò la sua intelligenza coll'Imperatrice, e senza degradare
i figli di Teofane, prese col titolo d'Augusto la preminenza della
dignità, e la pienezza del potere; ma il Patriarca, che l'aveva portato
al soglio, non gli permise di sposare Teofane. Per questo secondo
matrimonio fu quindi assoggettato ad una pena canonica d'un anno: se gli
opponeva un'affinità spirituale, e fu d'uopo ricorrere a sutterfugii ed
a spergiuri, per attutire gli scrupoli del clero e del popolo. Perdè
l'Imperatore sotto la porpora l'amor della nazione, e in un regno di sei
anni si tirò addosso l'odio dei forestieri, non che dei sudditi, i quali
riscontrarono, in lui l'ipocrisia e l'avarizia del primo Niceforo. Io
non mi proverò a discolpare od a palliare l'ipocrisia, ma non mi
periterò d'osservare, che l'avarizia è quel vizio che più prestamente si
crede, e che si condanna con più severità. Se si tratta d'un cittadino,
rare volte abbiam cura d'esaminarne la fortuna e le spese: nel
depositario della sorte pubblica, l'economia è sempre una virtù, e
troppo spesso l'aumentare le imposizioni è un dovere indispensabile.
Niceforo, che aveva mostrato il suo animo generoso nell'usare del suo
patrimonio, consacrò scrupolosamente le pubbliche entrate a pro dello
Stato. Col ritorno d'ogni primavera osteggiava contro i Saracini in
persona, e poteano agevolmente i Romani calcolare le somme, che
provenienti dalle contribuzioni erano state spese per trionfi, per
conquisti, e per la sicurezza della frontiera dell'Oriente.
[A. D. 969]
Fra i guerrieri che lo avevano condotto a regnare, e che servivano sotto
le sue bandiere, Giovanni Zimiscè, prode Armeno e di nobile famiglia,
era quello che avea meritate ed ottenute le ricompense più segnalate.
Era di statura men che mediocre, ma in così picciolo corpo, ove stavano
accoppiate forza e bellezza, s'annidava l'anima d'un eroe. Il fratello
dell'Imperatore portando invidia alla sua fortuna, lo fece cadere dal
grado di General dell'Oriente in quello di direttor delle poste; e
perchè quegli osò dolersene, fu punito colla disgrazia e coll'esilio. Ma
Zimiscè era annoverato fra i moltissimi amanti dell'Imperatrice, e per
opera di lei ottenne di dimorare in Calcedonia nei contorni della
Capitale: s'ingegnò nelle sue visite amorose e clandestine di
compensarla di questa prova della sua bontà, e quindi Teofane consentì
lietamente alla morte d'un marito avaro e schifoso. Furono nascosti
nelle stanze più secrete del palazzo arditi e fedeli congiurati, e nelle
tenebre d'una notte d'inverno, Zimiscè e i Capi della trama
s'imbarcarono in una scialuppa, attraversarono il Bosforo, approdarono
nei dintorni del palazzo, e salirono cheti cheti per una scala di corda,
gettata dalle donne dell'Imperatrice. Nè la diffidenza di Niceforo, nè
gli avvisi datigli dagli amici, nè il tardo soccorso di suo fratello
Leone, nè quella specie di Fortezza, ch'egli avea formata nel suo
palazzo, valsero a difenderlo contro un nemico domestico, alla voce del
quale tutte le porte s'aprivano agli assassini. Stava egli dormendo
sopra una pelle d'orso distesa per terra; riscosso dallo strepito dei
congiurati, vide trenta pugnali alzati sul suo petto. Non è ben certo
che Zimiscè bagnasse le mani nel sangue del suo sovrano; ma per altro
ebbe il barbaro piacere di rimanersi spettatore della propria vendetta.
L'insultante atrocità dei sicarii ritardò per qualche istante la morte
dell'Imperatore: appena dalle finestre del palazzo fu mostrata alla
plebe la testa di Niceforo, cessò il tumulto, e l'Armeno fu acclamato
Imperatore d'Oriente. Nel giorno prescelto per la sua incoronazione,
l'intrepido Patriarca, fermatolo sulla porta della Chiesa di Santa
Sofia, gli dichiarò, che reo siccome egli era dei delitti d'assassinio e
di tradimento, dovea almeno in contrassegno di penitenza, separarsi da
una complice anche più colpevole di lui stesso. Forse questo trasporto
di zelo apostolico non dispiacque molto al nuovo Imperatore, che non
potea conservare amore, nè fiducia per una donna, la quale avea tante
volte violato i più sacri doveri. Così adunque invece d'essere a parte
del trono, Teofane fu ignominiosamente cacciata dal suo letto e dal suo
palazzo. Costei nel loro ultimo abboccamento si abbandonò agl'impeti
d'una rabbia forsennata ed inutile; accusò l'amante d'ingratitudine, si
sfogò in ingiurie, sino a battere il figlio Basilio, il quale stava,
silenzioso e sommesso davanti un collega, suo superiore; e confessando
le sue prostituzioni osò ella dichiarare, esser lui il frutto d'un
adulterio. Coll'esilio di questa donna sfacciata, e col gastigo di
parecchi de' suoi complici più oscuri, l'indignazione pubblica fu
soddisfatta. Si perdonò a Zimiscè la morte d'un principe detestato dal
popolo, ed egli collo splendore delle sue virtù fece sparire la memoria
del suo delitto. Forse la sua prodigalità fu meno utile allo Stato
dell'avarizia di Niceforo; ma la dolcezza e la generosità del suo animo
incantarono tutti quelli che lo corteggiavano, ed egli non calcò le
pedate del suo predecessore fuorchè nel sentiero della vittoria. Passò
nei campi la più gran parte della sua vita monarchica; segnalò il suo
valor personale, e la sua attività sul Danubio e sul Tigri, confini un
tempo dell'Impero romano, e trionfando dei Russi e dei Saracini, si
meritò il titolo di salvator dell'Impero, e di domator dell'Oriente.
Quando tornò dalla Siria per l'ultima volta osservò che gli eunuchi
erano possessori delle terre più fertili delle sue nuove province, e con
virtuoso sdegno esclamò. «Abbiam dunque dato battaglie, e fatto
conquisti per giovare a costoro? Per costoro adunque versiamo il sangue,
e spendiamo i tesori del popolo?» Questi rimbrotti sonarono sino in
fondo al palazzo, e la morte di Zimiscè diede forti indizi di veleno.
[A. D. 976]
Durante quest'usurpazione, o se vuolsi reggenza di dodici anni, i due
Imperatori legittimi, Basilio e Costantino, erano arrivati senza fama
all'età virile. Per la giovinezza loro non s'era potuto lasciare ad essi
l'autorità; s'erano contenuti verso il tutore con quella rispettosa
modestia dovuta alla sua età, e al suo merito, e questi, che non avea
figli, non pensò a privarli della corona: amministrò fedelmente e
saggiamente il lor patrimonio, e però la morte prematura di Zimiscè fu
pei figli di Romano una perdita più che un vantaggio. Per difetto
d'esperienza dovettero vegetare ancora nella oscurità altri dodici anni,
sotto la tutela d'un ministro che prolungò il suo dominio col
persuaderli a darsi in braccio ai divertimenti giovanili, e
coll'ispirare in essi fastidio per le occupazioni del Governo. Il debole
Costantino si rimase per sempre allacciato nelle reti di seduzione, tese
d'intorno a lui: ma il suo fratello maggiore, che sentiva gl'impulsi
d'un animo grande, e il bisogno d'operare, aggrottò il ciglio, e il
ministro disparve. Basilio fu riconosciuto per sovrano di
Costantinopoli, e delle province d'Europa. Ma l'Asia era oppressa da
Foca e da Sclero, che ora amici ora nemici, ora sudditi ed ora ribelli,
si mantenevano independenti, e si ingegnavano di procacciarsi la fortuna
di tanti usurpatori che li aveano preceduti. Contro questi nemici
domestici primieramente balenò la spada del figlio di Romano, ed essi
tremarono davanti a un principe, armato di coraggio e della forza delle
leggi. Sul punto di combattere, Foca colto da un dardo, se pure non fu
per effetto di veleno, cadde di cavallo nella fronte del suo esercito.
Sclero, che due volte era stato carico di catene, e due volte vestito
della porpora, bramava di terminar tranquillamente i pochi giorni che
gli restavano. Quando questo vecchio, cogli occhi bagnati di lagrime,
con piè vacillanti, e appoggiato a due uomini del suo seguito,
s'appressò al trono, l'Imperatore con tutta l'insolenza della gioventù e
del potere, esclamò: «È questi dunque l'uomo, che abbiam temuto per
tanto tempo?» Basilio s'era fatto forte sul trono, ed aveva richiamata
la quiete nell'Impero; ma pensando alla gloria militare di Niceforo e di
Zimiscè, non potea dormire tranquillo nel suo palazzo. Le lunghe e
frequenti imprese da lui fatte contra i Saracini, furono più gloriose
che profittevoli allo Stato; ma distrusse il reame dei Bulgari, e pare
che questo fosse il più gran trionfo dell'armi romane, dal tempo di
Belisario in poi. Pure i suoi sudditi, invece di decantare un principe
vittorioso, ne detestarono l'avidità e l'avarizia; e nel racconto
imperfetto che ci rimase delle sue imprese, non si vede che il coraggio,
la pazienza e la ferocia d'un soldato. Il suo spirito era stato guasto
da un'educazione viziosa; ma non avea per questo perduta la sua energia;
era ignaro d'ogni maniera di scienze, e pareva, che la ricordanza del
suo avolo, così dotto e così debole a un tempo, scusasse il suo
disprezzo, o vero o finto, per le leggi e pei giureconsulti, per le arti
e per gli artisti. Con tal carattere, ed in quel secolo, dovea prendere
la superstizione un dominio saldo e sicuro: dopo le prime sregolatezze
della gioventù, Basilio II si sottomise e in Corte e in campo a tutto le
mortificazioni d'un romito; portava una cocolla sotto l'abito e sotto
l'armatura; fece voto di continenza, e l'osservò, e interdisse a sè
stesso per sempre l'uso del vino e della carne. Nell'età di
sessantott'anni, sospinto dal suo genio marziale, era in procinto
d'imbarcarsi per una santa spedizione contro i Saracini della Sicilia;
lo prevenne la morte, e Basilio soprannominato il terrore dei Bulgari,
lasciò questo Mondo in mezzo alle benedizioni del clero, e alle
imprecazioni del popolo. Dopo lui, suo fratello, Costantino, godette per
tre anni circa il potere, o piuttosto i piaceri del regno, e non si
prese per l'Impero altra cura che quella di scegliersi un successore;
aveva portato sessantasei anni il titolo di Augusto, e il regno di
questi due fratelli è il più lungo e il più oscuro della monarchia di
Bizanzio.
Per tal successione in retta linea di cinque Imperatori della stessa
famiglia, che aveano occupato il trono in un periodo di cento
sessant'anni, s'erano affezionati i Greci alla dinastia Macedone,
rispettata tre volte dagli usurpatori del potere. Morto Costantino IX,
l'ultimo maschio di quella Casa apre una nuova scena meno regolare, in
cui la durata del regno di dodici Imperatori non giunge a quella del
regno di Costantino IX. Il suo fratel maggiore avea preposto
all'interesse pubblico il merito particolare della castità, e Costantino
non avea avuto che tre figlie; Eudossia che si fece religiosa, Zoe e
Teodora: erano già venute mature d'anni nell'ignoranza e nella
verginità, quando nel Consiglio del padre moribondo si trattò di
maritarle. Teodora, troppo devota, o di troppo freddo temperamento, non
volle dare un erede all'Impero; ma Zoe consentì di presentarsi, vittima
volontaria, all'altare. Le fu destinato a marito Romano Argiro,
patrizio, leggiadro di persona, e di nome accreditato; al ricusare ch'ei
fece un tal onore, gli si dichiarò, che non obbedendo, non gli restava
che la scelta fra la morte e la perdita della vista. Era egli
ammogliato, e il motivo della sua resistenza era appunto l'amore,
ch'avea per la moglie; ma questa donna generosa sagrificò la propria
felicità alla sicurezza e grandezza del marito, e chiudendosi in un
monastero, tolse di mezzo l'unico ostacolo, che gl'impedia di unirsi
alla famiglia imperiale. Dopo la morte di Costantino, passò lo scettro
nelle mani di Romano III; ma la sua amministrazione interna, e le sue
esterne imprese furono parimenti deboli ed infruttifere; l'età di Zoe,
giunta in allora al quarantottesimo anno, la rendette poco atta a dare
grandi speranze di posterità; pure acconsentiva ancora ai piaceri
amorosi, e di fatto onorava l'Imperatrice del suo favore uno de' suoi
ciamberlani, il bel Michele di Paflagonia, il cui primo mestiere era
stato quello di cambiator di monete. Per gratitudine o per ispirito di
giustizia secondava Romano questo colpevole amore, o credeva di leggieri
alle prove della loro innocenza; ma non andò guari, che Zoe verificò
quella massima romana, che una moglie adultera è capace d'avvelenare il
marito; la morte di Romano, a grande scandolo dell'Impero, fu tosto
seguita dal matrimonio di Zoe, e dall'avvenimento del suo amante al
trono sotto il nome di Michele IV. Varie furono però le speranze di Zoe;
in vece d'un amante pieno di vigore e di gratitudine, non aveva essa
posto nel talamo che un miserabile infermiccio, la salute e la ragione
del quale erano indebolite da accessi d'epilepsia, e lacerata la
coscienza dalla disperazione e dai rimorsi. Si chiamarono in soccorso di
Michele i medici i più famosi del corpo e dell'anima; si cercava di
divertirne la inquietudine con frequenti viaggi alle acque, e sulle
tombe dei Santi i più rinomati. Applaudivano i monaci alle sue
mortificazioni, e, toltane la restituzione, (ma a chi avrebb'egli
restituito?) impiegò tutti i modi, che allora credeva più opportuni ad
espiare la colpa. Mentr'egli andava gemendo e pregando sotto il sacco e
la cenere, suo fratello, l'eunuco Giovanni, prendea diletto de' suoi
rimorsi, e raccoglieva i frutti d'un delitto, di cui era stato in
secreto il più colpevole autore. Non ebbe nella sua amministrazione
altro scopo che quello di contentare la propria avarizia; e fu Zoe
trattata da schiava nel palazzo dei suoi padri, e da' suoi servi
medesimi. Accorgendosi l'eunuco, essere la malattia di suo fratello
irremediabile, pensò a far la sorte di suo nipote, che portava anch'egli
il nome di Michele, soprannominato Calafate dal mestiere di suo padre,
che lavorava alla carena dei vascelli. Seguì Zoe le volontà dell'eunuco;
adottò per suo figlio il figlio d'un operaio, e questo erede straniero
venne, alla presenza del senato e del clero, vestito del titolo e della
porpora dei Cesari. La debole Zoe fu oppressa dalla libertà e dal potere
ch'ella ricuperò alla morte del marito; pose quattro giorni dopo la
corona sul capo di Michele V, il quale con lagrime e giuramenti le avea
promesso d'esser sempre il più pronto e il più obbediente de' suoi
sudditi. Il suo regno durò poco, ed altro non offre che un esempio
odioso d'ingratitudine verso l'eunuco e l'Imperatrice, suoi benefattori.
Si vide con gioia la disgrazia dell'eunuco; ma susurrò Costantinopoli, e
lamentossi alla fine altamente dell'esilio di Zoe, figlia di tanti e
tanti Imperatori. I vizi di lei vennero dimenticati, ed imparò Michele,
che matura un tempo, in cui la pazienza degli schiavi più vili dà luogo
al furore ed alla vendetta. I cittadini d'ogni classe tumultuarono in
folla, e quella spaventevole sedizione durò pur tre giorni; assediarono
il palazzo, sforzarono le porte, levarono di prigione la -lor madre
Zoe-, Teodora di Monastero, e dannarono il figlio di Calafate a perdere
gli occhi o la vita. Videro i Greci con maraviglia sedere per la prima
volta sul medesimo trono due donne, presiedere al Senato, e dare udienza
agli Ambasciatori delle nazioni. Un governo così singolare non durò che
due mesi. Le due Imperatrici si detestavano secretamente; avevano esse
caratteri, interessi, e partigiani opposti. Sempre contraria Teodora al
matrimonio, Zoe invece infaticabile, in età di sessant'anni, consentì
tuttavia, pel ben pubblico, a soffrire le carezze d'un terzo marito, e
ad incontrare le censure della Chiesa greca. Questo terzo marito prese
il nome di Costantino X, e il soprannome di -Monomaco, solo
combattente-, parola ch'ebbe origine certamente dal valore da lui
manifestato o dalla vittoria da lui riportata in qualche pubblica, o
privata quistione. Ma i dolori della gotta lo tormentavano spesse volte,
e un tal regno dissoluto non presentò che un'alternativa d'infermità e
di piaceri. La bella vedova Sclerena di nobile famiglia, che aveva
accompagnato Costantino al suo esilio nell'isola di Lesbo, andava
superba del nome di sua favorita. Dopo le nozze di Costantino, e
l'innalzamento di lui al soglio, fu dessa investita del titolo
d'-Augusta-; la magnificenza della sua casa fu proporzionata a quella
dignità, ed abitò nel palazzo un appartamento contiguo a quello
dell'Imperatore. Zoe (tanta fu la sua delicatezza, ovvero corruzione)
permise quello scandaloso convivere, e presentossi Costantino in
pubblico fra la moglie e la concubina. Sopravvisse all'una e all'altra;
ma la vigilanza degli amici di Teodora, giunse in tempo a sturbare i
disegni di Costantino, il quale, sul finir de' suoi giorni, volea
cangiare l'ordine della successione; dopo la sua morte, rientrò essa,
per consenso dei popoli, in possessione del suo retaggio. Quattro
eunuchi governarono in pace, sotto il nome di lei, l'Impero d'Oriente; e
volendo prolungare il loro dominio, esortarono l'Imperatrice, in età
allora molta avanzata, di nominare Michele VI, suo successore. Dal
soprannome di Stratiotico si conosce, aver esso abbracciata la
profession militare; ma quel veterano, infermo e decrepito, non poteva
vedere che cogli occhi dei suoi ministri, e operare colle lor mani.
Mentr'egli andava innalzandosi al trono, Teodora, ultimo rampollo della
dinastia macedonica o basilica, scendeva nel sepolcro. Trascorsi
velocemente, e sono giunto con piacere alla fine di questo vergognoso e
distruttivo periodo di ventott'anni, durante il quale oltrepassarono i
Greci il comun limite della servitù, e, quasi vil gregge, furono
trasportati da padrone in padrone a capriccio di due femmine vecchie.
[A. D. 1057]
Rompe la notte di quella servitù un qualche lampo di libertà, o una
scintilla almeno di coraggio. Avevano i Greci conservato o ristabilito
l'uso dei soprannomi, che perpetuano la memoria delle virtù ereditarie;
e possiamo oramai distinguere il principio, la successione e le alleanze
dell'ultime dinastie di Costantinopoli e di Trebisonda. I Comneni, che
sostennero per qualche tempo l'Impero nel suo crollare, si diceano
nativi di Roma; ma era la loro famiglia domiciliata da molto tempo in
Asia. I loro retaggi patrimoniali trovavansi nel distretto di Castamona,
nei dintorni dell'Eusino; ed uno de' loro Capi, impelagato già nel mare
dell'ambizione, rivedea con tenerezza e forse con dispiacere il misero
tugurio, ma onorevole, de' suoi padri. Il primo personaggio conosciuto
di quella stirpe, fu l'illustro Manuele, che, regnante Basilio II, colle
sue battaglie, e co' suoi negoziati giunse a calmare le turbolenze
dell'Oriente. Lasciò due figli in tenera età, Isacco e Giovanni, che
colla certezza del merito legò alla gratitudine e al favore del sovrano.
Furono que' nobili giovani diligentemente ammaestrati in tutto ciò che
insegnavano i monaci, nelle arti del palazzo, e negli esercizi della
guerra; e dopo, aver servito nelle guardie, giunsero ben tosto al
comando degli eserciti e delle province. La loro fraterna unione
raddoppiò la forza ed il credito dei Comneni. Crebbero lo splendore
della loro antica famiglia, unendosi l'uno con una principessa di
Bulgaria, ch'era cattiva, e l'altro colla figlia d'un patrizio
soprannomato Caronte, a motivo dei moltissimi nemici da lui spediti al
fiume Stige. Aveano servito le schiere, loro malgrado, ma sempre
fedelmente, una caterva di effeminati Imperatori. Era l'innalzamento di
Michele VI un oltraggio a' Generali più prodi di lui; la parsimonia di
questo principe, e l'insolenza degli eunuchi aumentavano il disgusto di
quelli. Si radunarono di nascosto nella chiesa di Santa Sofia; e si
sarebbero raccolti i suffragi di quel Sinodo militare in favore di
Catacalone, vecchio e prode guerriero, se, per un sentimento di
patriottismo o di modestia, non avesse loro quel rispettabile veterano
ricordato, che la nobiltà dei natali e il merito devono essere congiunti
in colui che si vuole incoronato. Isacco Comneno unì tutti i voti. I
congiurati si separarono senza dilazione, e si condussero nelle pianure
della Frigia, capitanando le loro schiere, e i loro rispettivi
distaccamenti. Non potè Michele sostenere che una battaglia; ei non avea
sotto le sue bandiere che i mercenarii della guardia imperiale,
stranieri all'interesse pubblico, ed animati soltanto da un principio
d'onore e di gratitudine. Dopo la loro sconfitta, pieno di spavento
chiese l'Imperatore un trattato, e tale era la moderazione d'Isacco
Comneno, che già vi acconsentiva; ma venne Michele tradito da' suoi
ambasciatori, e Comneno avvertito da' suoi amici. Il primo, abbandonato
da tutti, si sottomise al voto del popolo; il Patriarca sciolse la
nazione dal giuramento prestato di fedeltà; e nel punto ch'ei rase il
capo dell'Imperatore, che rilegavasi in un monastero, si congratulò
seco, ch'egli cangiasse una corona terrestre col regno de' cieli; cambio
però che quell'ecclesiastico non avrebbe probabilmente accettato per sè
medesimo. Lo stesso Patriarca coronò solennemente Isacco Comneno; potè
la spada, ch'ei fece incidere sulle monete, essere risguardata come un
simbolo insultante, se indicar volea il diritto di conquista, ch'avea
assicurato il trono a Comneno; ma quella spada era stata sguainata
contro i nemici dello Stato, stranieri o domestici. Lo scadimento di
salute e di forze ne scemò l'attività; scorgendosi vicino a morire,
determinossi di porre qualche intervallo fra il soglio e l'eternità. Ma
in vece di lasciare l'Impero in dote a sua figlia, cedeva egli alla
ragione ed alla inclinazione che l'eccitavano a consegnare lo scettro
nelle mani di suo fratello Giovanni, principe guerriero e patriotta, e
padre di cinque figli, che mantener doveano la corona nella famiglia.
Nei modesti rifiuti di costui si potè da principio ravvisare un naturale
effetto della considerazione e dell'attaccamento che avea pel fratello,
e per la nipote; ma, nella sua inflessibile ostinazione in ricusare
l'Impero, avvegnachè abbellita dai colori della virtù, condannar si dee
una colpevole dimenticanza del proprio dovere, e una vera ingiuria, e
non comune, verso la famiglia e la patria. La porpora, che ei non volle
mai ricevere, fu accettata da Costantino Ducas, amico della Casa dei
Comneni, e che univa a nobili natali l'abitudine delle funzioni civili,
e credito in sì fatto genere di cose. Isacco si ritirò in un convento,
dove ricuperò la salute, e sopravvisse due anni all'abdicazione,
obbediente agli ordini del suo abate. Seguì la Regola di S. Basilio, e
fece gli uffizi i più servili del chiostro; ma l'avanzo di vanità, che
sotto l'abito monastico conservava tuttavia, venne appagato dalle visite
frequenti e rispettose, ch'ei ricevè dall'Imperator regnante, dal quale
era venerato qual benefattore e qual Santo.
[1067]
Se fu in realtà Costantino XI l'uomo il più degno dello scettro
imperiale, bisogna compiangere la degenerazione del suo secolo e del suo
popolo. Datosi egli a comporre puerili declamazioni, che non gli
poterono ottenere la corona dell'eloquenza, a' suoi occhi più preziosa
di quella di Roma, tutto intento agli uffici subalterni di giudice, pose
in non cale i doveri di sovrano e di guerriero. Anzi che imitare la
patriottica indifferenza degli autori del suo innalzamento, pareva non
avere altro a cuore Ducas che il potere e la fortuna dei figli, a danno
anche della Repubblica. Michele VII, Andronico I, e Costantino XII, suoi
tre figli, ebbero in tenera età il titolo d'Augusti; la morte del padre,
avvenuta non guari dopo, lasciò loro l'Impero da dividere. Affidò,
morendo, l'amministrazione dello Stato ad Eudossia, sua moglie; ma
dall'esperienza aveva egli imparato ch'ei dovea preservare la prole dai
pericoli d'un secondo matrimonio; promise Eudossia di non rimaritarsi, e
questa solenne protesta, sottoscritta dai principali senatori, fu
depositata nelle mani del Patriarca. Non erano trascorsi per anche sette
mesi, quando le bisogne d'Eudossia, o quelle dello Stato, parlarono
altamente in favore delle maschie virtù di un soldato; aveva il cuore di
lei già prescelto Romano Diogene, che dal palco di morte aveva condotto
al soglio. La scoperta d'una rea trama l'esponeva a tutto il rigor delle
leggi; la bellezza e il valore lo giustificarono agli occhi
dell'Imperatrice; lo condannò primieramente ad un esilio poco doloroso,
e il secondo giorno lo richiamo per farlo capitano degli eserciti
dell'Oriente. Ignorava il Pubblico allora ch'essa gli destinasse la
corona, e uno de' suoi mandatarii seppe giovarsi dell'ambizione del
Patriarca Sifilino per trargli di mano lo scritto, che avrebbe svelato
ad ognuno la mala fede, e la leggierezza dell'Imperatrice. Invocò da
principio Sifilino la santità dei giuramenti, e la venerazione dovuta ai
depositi; ma gli si diede ad intendere ch'Eudossia far volea Imperatore
il fratello di lui; i scrupoli allora si dissiparono, e confessò che la
pubblica sicurezza era la legge suprema; cedè lo scritto rilevante, e
alla nomina di Romano, perdendo ogni speranza, ei non poteva nè
ricuperare la carta che lo salvava, nè disdire il detto, nè opporsi alle
seconde nozze dell'Imperatrice. Udivansi però nel palazzo alcuni
susurri; i Barbari che lo custodivano agitavano le loro accette in
favore della Casa di Ducas, nè si acquetarono mai fino a tanto che
furono i giovani principi calmati dalle lagrime d'Eudossia, e dalle
solenni proteste che ricevettero della fedeltà del loro tutore, che
sostenne con gloria e dignità il titolo d'Imperatore. Narrerò più
innanzi l'infruttuoso valore, che egli oppose ai progressi dei Turchi.
La sconfitta e prigionia di lui portarono una ferita mortale alla
monarchia di Bizanzio; e, posto dal Sultano in libertà, non trovò nè la
moglie, nè i sudditi. Era stata Eudossia chiusa in un monastero, e
aveano i sudditi di Romano abbracciata quella rigida massima di legge
civile, che un uomo in poter del nimico è privo dei diritti pubblici e
particolari di cittadino, come colpito da morte. In mezzo alla generale
costernazione, fece valere il Cesare Giovanni l'inviolabile diritto de'
suoi tre nipoti: Costantinopoli l'ascoltò, e Romano, in potere allora
dei Turchi, fu dichiarato nimico della Repubblica, e ricevuto per tale
alle frontiere. Non fu più felice contra i suoi sudditi, di quel che era
stato contro gli stranieri: la perdita di due battaglie il determinò a
cedere il trono sulla promessa d'un trattamento onorevole; ma privi di
buona fede e d'umanità, lo privarono i suoi nemici della vista, e
sdegnando perfino di stagnare il sangue che usciva dalle sue piaghe, vel
lasciarono corrompersi, di modo che fu libero ben tosto dalle miserie
della vita. Sotto il triplice regno della Casa di Ducas, furono i due
fratelli cadetti ridotti ai vani onori della porpora; era il maggiore,
il pusillanime Michele, incapace di reggere le redini del Governo; e il
soprannome datogli di -Parapinace- annunciò il rimprovero che gli si
facea, e che divideva con uno de' suoi avidi favoriti, d'avere aumentato
il prezzo del grano, e diminuitane la misura. Fece il figlio d'Eudossia
nella scuola di Psello, e coll'esempio della madre, qualche progresso
nello studio della filosofia e della rettorica; ma il carattere di lui
fu piuttosto macchiato che nobilitato dalle virtù d'un monaco, e dal
sapere d'un sofista. Incoraggiati dal disprezzo che loro inspirava
l'Imperatore, e dalla buona opinione che aveano di sè medesimi,
capitanando le legioni dell'Europa e dell'Asia, vestirono due Generali
la porpora in Andrinopoli e in Nicea; si ribellarono lo stesso mese;
portavano l'ugual nome di Niceforo, ma veniano distinti dal soprannome
di Briennio e di Botoniate. Era il primo in allora in tutta la maturità
della saggezza e del coraggio; non era il secondo commendevole che per
imprese già fatte. Mentre avanzavasi Botoniate con circospezione e
lentezza, il suo competitore, più attivo, trovavasi in arme dinanzi le
mura di Costantinopoli. Godeva Briennio il credito e il favore del
popolo; ma non seppe impedire a' suoi eserciti di saccheggiare ed ardere
un sobborgo, e il popolo, che avrebbe accolto il ribelle, rispinse
l'incendiario della patria. Questo cangiamento nella pubblica opinione
tornò a favore di Botoniate, che s'avvicinò finalmente con un esercito
di Turchi alle spiagge di Calcedonia. Si pubblicò per ordine del
Patriarca, del Sinodo e del Senato, nelle contrade di Costantinopoli, un
invito a tutti i cittadini della capitale, di raunarsi nella chiesa di
Santa Sofia, e si deliberò, in quel Concilio generale, tranquillamente e
senza disordine, intorno alla scelta d'un Imperatore. Avrebbero potuto
le guardie di Michele disperdere quella moltitudine inerme; ma il debole
principe, compiacendosi della propria moderazione e clemenza, si spogliò
delle insegne reali, ed accettò invece l'abito di monaco, e il titolo
d'Arcivescovo d'Efeso. Nacque Costantino suo figlio, e venne allevato
nella porpora, e una figlia della Casa di Ducas illustrò il sangue, e
consolidò il trono nella famiglia dei Comneni.
[A. D. 1078]
Aveva Giovanni Comneno, fratello dell'Imperatore Isacco, dopo il suo
generoso rifiuto della corona, passato il rimanente de' suoi giorni in
un riposo onorevole. Lasciava otto figli d'Anna, sua sposa, donna d'un
coraggio e d'una abilità superiori al suo sesso, e moltiplicarono tre
figlie le alleanze dei Comneni coi più nobili tra i Greci. Una morte
immatura tolse dal Mondo il maggiore de' suoi cinque figli Manuele;
Isacco ed Alessio giunsero all'Impero, e restaurarono la grandezza
imperiale della lor Casa; Adriano e Niceforo, i più giovani, ne
godettero senza fatica e senza pericolo. Alessio, il terzo e il più
stimabile di tutti, era stato dotato dalla natura delle qualità le più
preziose del corpo e dello spirito: sviluppate queste da un'educazion
liberale, erano state in processo di tempo esercitate nella scuola
dell'obbedienza e dell'avversità. L'Imperatore romano, per affetto
paterno, non volle permettergli d'esporsi nella guerra dei Turchi; ma la
madre dei Comneni venne compresa con tutta la sua ambiziosa famiglia, in
un'accusa di delitto di lesa maestà, e sbandita dai figli di Ducas in
un'isola della Propontide. Non andò guari che i due fratelli ne uscirono
per segnalarsi, e per venire in favore. Combatterono, senza dividersi, i
ribelli e i Barbari, e rimasero affezionati all'Imperatore Michele, fino
a tanto che venne egli abbandonato da tutti e da sè medesimo. Nel primo
abboccamento ch'egli ebbe con Botoniate «Principe, gli disse Alessio con
nobile candore, m'avea reso il dovere vostro nimico, i decreti di Dio e
quelli del popolo m'han fatto vostro suddito; giudicate della mia
fedeltà futura dalla mia passata opposizione». Onorato dalla stima e
dalla confidenza del successor di Michele fe' mostra del suo valore
contro tre ribelli che turbavano la pace dell'Impero, o quella almeno
degl'Imperatori. Ursello, Briennio e Basilacio, formidabili pei loro
numerosi eserciti e per la lor fama di prodi guerrieri, furono vinti
l'un dopo l'altro, e, carichi di catene, condotti al piede del trono; e
sia qualsivoglia il modo con cui vennero trattati da una Corte timida e
crudele, magnificarono essi la clemenza e il coraggio del loro
vincitore. Ma ben tosto alla fedeltà dei Comneni s'unirono il timore e
il sospetto, nè è facil cosa il bilanciare tra un suddito e un despota
il debito di gratitudine, che il primo è pronto ad esigere con una
rivolta, e di cui è tentato il secondo di liberarsi per la mano d'un
carnefice. Avendo Alessio ricusato di marciare contra un quarto ribelle,
marito di sua sorella, cancellò un tale rifiuto il merito od anche la
memoria de' suoi servigi. Provocarono i favoriti di Botoniate colle loro
accuse l'ambizion che temevano, e la fuga dei due fratelli può avere per
iscusa la necessità di difendere la libertà e la vita. Alle donne di
quella famiglia venne assegnato un asilo, rispettato dai tiranni; gli
uomini uscirono a cavallo dalla città, e inalberarono lo stendardo della
ribellione; i soldati, che a poco a poco eransi raunati nella capitale e
nei dintorni, erano consegrati alla causa d'un Capo vittorioso e
vilipeso: interessi comuni ed alleanze congiunsero a lui la Casa di
Ducas. I due Comneni si rimandavano a vicenda il trono, e questa disputa
generosa non cessò che colla risoluzione d'Isacco, il quale rivestì suo
fratello cadetto del nome e degli emblemi reali. Ritornarono sotto le
mura di Costantinopoli piuttosto per minacciare che per assediare quella
inespugnabile città; ma corrupero essi la fedeltà delle guardie, e
sorpresero una porta, mentre stava difendendosi la flotta contro
l'attivo e coraggioso Giorgio Paleologo, che in quella circostanza
combattea suo padre, senza riflettere ch'ei sudava pe' suoi discendenti.
Alessio venne incoronato, e il vecchio competitore di lui sepolto sotto
le tacite volte d'un monastero. Un esercito composto di soldati di
diverse nazioni ottenne il saccheggio della città; ma quei disordini
pubblici furono espiati dalle lagrime e dai digiuni dei Comneni, che si
sottomisero a tutte le penitenze compatibili colla possession
dell'Impero.
[A. D. 1081]
La vita dell'Imperatore Alessio è stata scritta dalla prediletta delle
sue figlie. La principessa Anna Comnena, inspirata dalla sua tenerezza e
dal desiderio lodevole di perpetuare le virtù del padre, s'avvide
benissimo che dubiterebbero i lettori della veracità di lei. Protesta a
più riprese che oltre i fatti giunti a sua cognizione personale, andò
ricercando i discorsi e gli scritti di tutti coloro, che hanno vissuto
sotto il regno d'Alessio; che dopo uno spazio di trent'anni, dimenticata
dal Mondo, ch'essa medesima ha dimenticato, la sua trista solitudine è
inaccessibile alla speranza e al timore, e che la verità, la semplice e
rispettabile verità, l'è più sacra che la gloria del padre; ma in vece
di quella semplicità di scrivere e di narrare che persuade a credere,
uno sfoggio affettato di sapere e di falsa rettorica lascia ad ogni
pagina vedere la vanità d'un'autrice. Il vero carattere d'Alessio è
coperto sotto un bel cumulo di virtù; un tuono perpetuo di panegirico e
d'apologia ci desta sospetto, e ci fa dubitare della veracità dello
scritto, e del merito dell'eroe. Non si può nondimeno negare la verità
di quest'importante osservazione: che i disordini di quell'epoca furono
la disgrazia e la gloria d'Alessio; e che i vizi de' suoi predecessori,
e la giustizia del ciclo ammassarono sul regno di lui tutte le calamità,
che affligger possono un Impero nella sua decadenza. Avevano i Turchi
vittoriosi fondato in Oriente, dalla Persia all'Ellesponto, il regno del
Koran e della Mezza Luna: il valore cavaleresco de' popoli della
Normandia invadea l'Occidente; e negli intervalli di pace, recava il
Danubio nuovi sciami di guerrieri, che acquistato avevano nell'arte
militare quello che avevano perduto dal lato della fierezza de' costumi.
Non era il mare più tranquillo del Continente, e mentre un nimico aperto
assaliva le frontiere, agitavano l'interno del palazzo traditori e
congiurati. Spiegarono i Latini improvvisamente lo stendardo della
Croce: precipitossi l'Europa sull'Asia, e tale inondazione fu in
procinto d'inghiottire Costantinopoli. Durante la procella, governò
Alessio il naviglio dell'Impero con pari destrezza e coraggio. Guidava
gli eserciti, animoso, accorto, paziente, infaticabile approfittava de'
suoi vantaggi, e sapeva risorgere da una rotta con tanto vigore, che
niente lo poteva abbattere. Ristabilì la disciplina tra le schiere; e
coi precetti e coll'esempio creò una nuova generazione d'uomini e di
soldati. Dimostrò ne' trattati coi Latini tutta la sua pazienza e
sagacità; l'occhio suo penetrante comprese di volo il nuovo sistema di
que' popoli dell'Europa, ch'ei non conosceva; e in un altro luogo verrò
esponendo le mire superiori colle quali bilanciò gl'interessi, e le
passioni dei capitani della prima Crociata. Durante i trent'anni del suo
regno, seppe frenare e compatire l'invidia, ch'egli destava ne' suoi
uguali; rimise in vigore le leggi relative alla tranquillità tanto dello
Stato che dei particolari; si coltivarono l'arti e le scienze; i confini
dell'Impero, si estesero sì in Europa come in Asia; e la famiglia dei
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