Flaviano fu maltrattato da Dioscoro, percosso e respinto a calci-,
e questa relazione d'Evagrio (l. II, c. 2) viene rafforzata dallo
storico Zonara (t. II, l. XIII, p. 44), che afferma, esser uso
Dioscoro a dar calci come un mulo. Ma il linguaggio di Liberato è
più circospetto (-Brev.- c. 12, -in Concil.- t. VI, p. 438),
e gli Atti del Concilio di Calcedonia, prodighi dei titoli d'omicida, di
Caino ec., non giustificano un'accusa tanto speciale. Il monaco Barsuma
è incolpato in particolare, εσφαξε τον μακαριον φλαυιανον αυτος εστηκε
και ελεγε σφαξον, -d'avere straziato il beato Flaviano il
quale, senza moversi, dicea, strazia pure.- (-Concil.- t. IV, p. 1413).
[76] Gli Atti del Concilio di Calcedonia (-Conc.- t. IV, p. 761-2071),
comprendono quelli d'Efeso, (pag. 890-1189), nei quali è pure inserito
il Sinodo di Costantinopoli sotto Flaviano (pag. 930-1072): fa d'uopo
qualche attenzione per discernere questo doppio inesto. Tutto ciò che si
riferisce ad Eutiche, a Flaviano, a Dioscoro vien raccontato da Evagrio
(l. I, c. 9-12, e l. II, c. 1, 2, 3, 4), e da Liberato (-Prev.- c. 11,
12, 13, 14). Io rimando ancora questa volta, e forse per l'ultima alle
esatte ricerche di Tillemont (-Mém. ecclés.- t. XV, p. 479-719). Gli
annali del Baronio e del Pagi m'accompagneranno anco più in là nel lungo
e penoso viaggio da me intrapreso.
[77] Μαλιςα η περιβοντος Πανσοφια η καλουμενη Ορεινη (forse Ειρηνη),
περι ησ και ο πολυανθροποσ τησ Αλεξανδρεων δημος αφηκε φωνην
αυτης τε και του εραςου μεμνημενος, -soprattutto la famosa Pansofia
denominata Orine- (forse -Irene-) -per la quale anche il
numeroso popolo d'Alessandria abiurò la memoria di lei e del drudo-
(-Concil.- t. IV, p. 1276). Si trova un saggio dello spirito e della
malizia del popolo nell'antologia greca (l. II, c. 5, p. 188 ed.
Wechel); l'editor Brodeo non conobbe a chi fosse applicato. L'autor
anonimo dell'epigramma forma un giuoco di parole assai frizzante sulla
frase del saluto episcopale «-La pace sia con tutti voi-» pari al nome
vero o corrotto della concubina del vescovo, detta Irene (che in greco
vuol dir pace).
Ειρηνη παντεσσιν επισκοπος ειπεν επελθων
Πως δυναται πασιν ην μονοσ ενδος εχει;
-Comparando il vescovo disse: pace (Irene) a tutti; ma come a tutti, se
l'ha in casa egli solo!-
Non so, se il Patriarca, che sembra essere stato un amante geloso sia il
Cimone dell'epigramma precedente, di cui Priapo medesimo vedea con
istupore ed invidia πεος εστεκος.
[78] -Non v'era bisogno di manifestare cose così dispiacevoli a'
credenti: si sa che vi furono, e vi saranno Vescovi peccatori; il
tribunale della Penitenza è fatto anche per essi.-
[79] Quelli che rispettano l'infallibilità dei Concilii dovrebbero
provarsi a determinare il senso di quella decisione. I Vescovi che colla
loro opinione dieder legge all'assemblea erano attorniati da scrivani
infedeli o negligenti, che disseminarono le copie pel Mondo. Nei nostri
MS. greci si trova quella versione falsa e proscritta di εκ τον φυσεων,
-dalle nature- (-Concil.- t. III, p. 1460). Non pare che siasi
mai avuta una traduzione autentica dello scritto di Papa Leone; e le
antiche versioni latine sono essenzialmente differenti dalla vulgata
attuale, secondo i migliori MS. degli Ακοιμητοι, -Vigilanti-, a
Costantinopoli, (Ducange, -C. P. Cristiana-, l. IV, p. 151), che così
era chiamato un celebre monastero di Latini, di Greci e di Sirii. (Vedi
-Concil.- t. IV, p. 1959-2049, e Pagi, -Critica-, t. II, p. 326 ec.).
[80] -Non si devono trattare con figure rettoriche, che racchiudono uno
scherzo, materie per se stesse gravissime, e rispettabili; bisogna
maneggiarle colla ragione teologica.- (Nota di N. N.)
[81] Il microscopio di Petavio non rappresenta che oscuramente questa
particella (t. V, l. III, c. 5); eppure quel sottil Teologo esso stesso
n'è sbigottito, -ne quis fortasse supervacaneam, et nimis anxiam putet
hujusmodi vocularum inquisitionem, et ab instituti theologi gravitate
alienam- (p. 124).
[82] Εβοησαν η ο ορος κρατειτω η απερχομεθα.... οι αντιλεγοντες φανεροι
γενωνται, οι αντιλεγοντες Νεςοριανοι εισιν, οι αντελεγοντες εις Ρωμην
απελτοσιν, -gridarono, o si assegni il termine, o andiamcene.... si
palesino gli avversari, gli avversari sono Nestoriani, vadano gli
avversari a Roma- (=Concil.= t. IV, p. 1449). Evagrio e Liberato non
mostrano questo Concilio che in un aspetto pacifico, e scorrono
prudentemente su queste brage -suppositos cineri doloso.-
[83] -I Cristiani de' nostri giorni prudentemente alieni da
controversie, e da turbolenze, credano ciecamente alle parole del Credo,
e della buona dottrina teologica, le quali esprimano misterii, ch'essi
riveriscono senza correre il pericolo dei ragionamenti.- (Nota di N. N.)
[84] -Vedi- nell'Appendice agli Atti di Calcedonia, la conferma di
questo Sinodo fatta da Marciano, (-Concil.- t. IV, pag. 1781, 1783), le
sue lettere ai monaci d'Alessandria (p. 1791), a quei del monte Sinai,
(p. 1793), a quei di Gerusalemme e di Palestina (pag. 1798), le sue
leggi contro gli Eutichiani (p. 1809, 1811, 1831), il carteggio di Leone
coi Sinodi provinciali intorno la rivoluzion d'Alessandria. (p.
1835-1930).
[85] Fozio (o più veramente Eulogio d'Alessandria) in un bel passo della
sua opera confessa, che par ben fondata questa doppia accusa contro Papa
Leone e il suo Concilio di Calcedonia (-Bibl. cod.- CCXXV, p. 768).
Facea egli una doppia guerra ai nemici della Chiesa e feriva l'uno o
l'altro di costoro cogli strali del suo avversario κατ’αλληλοις βελεσι
τους αντιπαλους επετροσκε. Parea che stabilisse contro Nestorio
συγχυσις, -la confusione delle Nature- dei Monofisiti; contro
Eutiche confermasse υποσασεων διαφορα, -la diversità di sostanze-
dei Nestoriani. Dice l'apologista, che bisogna interpretare
con carità le azioni dei Santi: se si fosse proceduto così riguardo agli
eretici le controversie si sarebbero terminate in vani schiamazzi
esalati per l'aria.
[86] Era soprannominato Αιλουρος, -il gatto-, in grazia delle
sue corse notturne. In mezzo all'oscurità, e mascherato girava attorno
alle celle del monastero, e dirigeva ai suoi confratelli addormentati
parole ch'erano credute rivelazioni (-Theo. Lector.- l. I).
[87] Φονους τε τολμηναι μυριους, αιματων πληθει μολυνθηναι μη μονον
την γην αλλακαι αυτον αερα, essersi sofferte stragi a migliaia,
dalla piena di sangue essere stata contaminata, -non la sola terra, ma
l'aria stessa.- Tal'è il linguaggio iperbolico dell'Ennotico.
[88] -Vedi- la Cronica di Vittore Tunninense, nelle Lezioni antiche di
Canisio, ristampate da Basnagio (t. 1, p. 326.)
[89] L'Ennotico è stato trascritto da Evagrio, (l. III, c. 13) e
tradotto da Liberato (-Brev.- c. 18). Pagi (-Critica-, t. II, p. 411),
ed Assemani (-Bibl. orient.- t. I, p. 343), non ci vedeano eresia di
sorta; ma Petavio (-Dogm. Theolog.- t. V, l. I, c. 13, p. 40) si è fatta
lecita una assai strana asserzione, dicendo, -Calcedonensem ascivit.- Un
suo nemico potrebbe dargli l'accusa di non aver mai letto l'Ennotico.
[90] -Vedi- Renaudot (-Hist. Patriarch. Alex.- p. 123, 131, 145, 195,
247). Furono riconciliati da Marco I (A. D. 799-819) il quale promosse i
Capi ai vescovadi di Atribis e di Talba, forse Tava, (-Vedi- d'Anville
p. 87) e supplì alla mancanza dei Sacramenti che non erano stati
conferiti in una Ordinazione episcopale.
[91] -De his quos baptisavit, quos ordinavit Acacius, maiorum traditione
confectam et veram, praecipue religiosae sollicitudini congruam
praebemus sine difficultate medicinam.- (Gelasio in -epist. 1 ad
Euphemium. Conc.- t. V, p. 286). La proferta d'una medicina prova la
malattia, e molti saran periti, prima che arrivasse il medico Romano.
Tillemont medesimo (-Mém. ecclés.- t. XVI, p. 372, 642, etc.) è nauseato
dal naturale orgoglio e poco caritatevole dei Papi; presentemente son
contenti, egli dice, d'invocar S. Flaviano d'Antiochia e S. Elia di
Gerusalemme ec. a cui quando eran viventi ricusavan la comunione. Ma il
cardinal Baronio sta saldo e duro come la rupe di S. Pietro.
[92] Se ne cancellarono i nomi dal dittico della Chiesa: -ex venerabili
diptycho, in quo piae memoriae transitum ad coelum habentium episcoporum
vocabula continentur.- (-Concil.- t. IV, p. 1846). Questo registro
ecclesiastico equivaleva dunque al libro della vita.
[93] Petavio (-Dogmat. Theolog.- t. V, l. V, c. 2, 3, 4, p. 217-225), e
Tillemont (-Mém. ecclés.- t. XIV, p. 713, etc. 799), ci danno la storia
e la dottrina del Trisagion; nei dodici secoli che passarono fra Isaia e
il giovanetto S. Proculo, che fu rapito in Cielo alla presenza del
vescovo e del popolo di Costantinopoli, era stato ben perfezionato
questo Inno. Intese il giovanetto queste parole dalla bocca degli
angeli. «Santo Dio! Santo forte! Santo immortale!»
[94] Pietro Gnafeo, il Gualchieraio, (mestiere ch'egli facea nel suo
monastero) patriarca d'Antiochia. La sua noiosa storia si discute
lungamente negli annali di Pagi (A. D. 477-490), e in una dissertazione
del signor di Valois sulla fine del suo Evagrio.
[95] I cenni che si riferiscono alle turbolenze accadute sotto il regno
d'Anastasio si trovano sparsi qua e là nelle Croniche di Vittore, di
Marcellino e di Teofane. L'ultima non era pubblicata al tempo di
Baronio; il Pagi, suo censore, è più copioso e più esatto nelle
citazioni.
[96] -Tali erano i gridi di una truppa di Monaci tumultuanti, e
sediziosi, disapprovati dai veri Cristiani, che amano la pace, e che
sono obbedienti ai loro Sovrani.- (Nota di N. N.)
[97] -I veri seguaci di Cristo, Dio di Pace, disapprovano queste guerre,
queste ribellioni, e questi massacri promossi da monaci, e da preti, che
si scostarono intieramente dalle massime cristiane le quali insegnano
doversi usare la persuasione, e non la forza, ed aver sempre tolleranza
ed amore.- (Nota di N. N.)
[98] I fatti generali della storia dal Concilio di Calcedonia sino alla
morte d'Anastasio sono registrati nel Breviario di Liberato (c. 14-19),
nel secondo e terzo libro di Evagrio, nell'estratto dei due libri di
Teodoro Lettore, negli Atti dei Sinodi e nella Epistole de' Papi
(-Concil.- t. V). Le particolarità successive si trovano con qualche
confusione nei tomi decimoquinto e decimosesto delle -Mém. ecclés.- del
Tillemont. Io debbo qui prender commiato da questa guida impareggiabile,
la quale fa dimenticare la sua cieca divozione coi pregi eruditi, colla
cura che pone nelle sue ricerche, colla veracità ed esattezza scrupolosa
che osserva. Gl'impedì la morte di terminare come aveva intenzione il
sesto secolo della Chiesa e dell'Impero.
[99] Le accuse degli aneddotti di Procopio (c. 11, 13, 18, 27, 28),
colle dotte annotazioni d'Alemanno son confermate, anzi che contraddette
dagli Atti dei Concilii, dal quarto libro d'Evagrio, e dalle lagnanze
dell'Africano Facondo in un duodecimo libro -de tribus capitalis; cum
videri doctus appetit importune.... spontaneis quaestionibus ecclesiam
turbat.- (-Vedi- Procopio -de Bell. Goth.- l. III, c. 35).
[100] Procopio, -De Aedific.- l. I, c. 6, 7, etc., -passim.-
[101] ’Ος δε καθηται αφυλακτος ες επι λεσχης τινος αωρι νυκτον ομου
τοις των ιερεον γερουσιν ασχετον ανακυκλειν τα Χριστιανον λογια σπουδην
εχων. (Procopio, -De bell. goth.- l. III, c. 32). L'autore della vita
di S. Eutichio (-apud.- Alleman. -ad- Procop., -Arcan.- c. 18) fa la
stessa pittura di Giustiniano, ma coll'intenzione di lodarlo.
[102] Procopio che espone questi sensi saggi e moderati (-De Bell.
goth.- l. I, c. 3), è trattato per ciò duramente nella Prefazione di
Alemanno, che lo mette nella lista de' -cristiani politici-; -sed longe
verius haeresium omnium sentinas, prorsusque atheos-: Atei abbominevoli,
che raccomandavano d'imitare la bontà di Dio verso gli uomini (-Ad.
Hist. Arcan.- c. 13).
[103] Quest'alternativa che merita attenzione è stata conservata da
Giovanni Malala (t. II, p. 63, edit. di Ven. 1733), il quale è sempre
più degno di fede verso la fine della sua opera: dopo aver fatto
l'enumerazione dei Nestoriani e degli Eutichiani ec., -ne expectent-,
dice Giustiniano, -ut digni venia judicentur; jubemus enim ut...
convicti et aperti haeretici justae et idoneae animadversioni
subjiciantur.- Questo editto del codice è riferito con elogio da Baronio
(A. D. 527, n. 39-40).
[104] -Vedi- il carattere e le massime dei Montanisti in Mosemio, (-De
rebus Christ. ante Costantinum-, p. 410-424).
[105] -Sono nati i Cristiani eretici detti Montanisti da Montano loro
Capo, cui si unirono Priscilla, e Massimilla che abbandonarono i loro
mariti; i Montanisti erano visionarii, e fanatici oltre modo.- (Nota di
N. N.)
[106] Teofane (-Chronique- p. 153). Da Giovanni il Monofisita, Vescovo
asiatico, ci è data una delle più autentiche testimonianze che aver si
possano in questo proposito, poichè impiegato all'uopo dall'Imperatore
(Assemani, -Bibl. orient.- t. II, pag. 85).
[107] Si confronti Procopio (-Hist. Arcan.- c. 28 e le -note-
d'Alemanno), con Teofane (-Chron.- p. 190). Il Concilio di Nicea aveva
commessa al Patriarca, o piuttosto agli astronomi d'Alessandria, l'annua
pubblicazione della Pasqua; ed ancora oggi noi leggiamo, o piuttosto non
leggiamo mai, le lettere Pasquali di S. Cirillo, di cui ne rimane un
buon numero. Dopo il regno del Monofisismo in Egitto, furono i Cattolici
assai impacciati da un pregiudizio tanto irragionevole, quanto quello
per cui i Protestanti non han voluto per lungo tempo accettare lo stile
Gregoriano.
[108] -Vedi- su la Religione e la storia dei Samaritani, -l'Histoire des
Juifs-, del Basnagio, opera dotta e imparziale.
[109] Sichem, Neapoli, Naplous, ch'è la residenza antica e moderna dei
Samaritani, giace in una valle fra lo sterile Ebal, il monte delle
Maledizioni al Nort, e il fertile Garizim, o sia monte delle Maledizioni
al Sud, distante da Gerusalemme dieci od undici ore di viaggio. Vedi
Maundrel, (-Journey from Aleppo- etc. p. 59-63).
[110] Procopio (-Anecdot.- c. II); Teofane, (-Chron.- pag. 152),
Giovanni Malala, (t. II, pag. 62). Mi ricordo d'aver letto questa
osservazione mezzo filosofica, e mezzo superstiziosa, cioè che la
provincia devastata dal fanatismo di Giustiniano fu quella stessa, per
cui i Musulmani entrarono nell'impero.
[111] Le espressioni di Procopio sono notabili: ου γαρ οι εδοκει φονος
ανθρωπον εινακ, ην γε μη τηςαυτου δοξην οι τελευτωντες τυχοιεν οντες,
-imperocchè non gli pareva che fosse un fare strage degli uomini, se
gli uccisi non erano della sua fede (Anecdot. c. 13).-
[112] -Vedi- la Cronaca di Vittore p. 328, e la testimonianza originale
delle leggi di Giustiniano. Pei primi anni del regno di costui Baronio è
molto di buon umore con esso, poichè accarezzò i Papi sino a tanto che
li tenne soggetti alla sua volontà.
[113] Procopio -Anecdot.- c. 13. Evagrio l. IV, c. 10. Se l'Istorico
ecclesiastico non ha letto l'Istorico secreto, provano almeno i lor
sospetti comuni, che l'odio del Pubblico era generale.
[114] -Vedi- sui tre Capitoli gli Atti originali del quinto Concilio
generale tenuto a Costantinopoli; vi si trovano molti fatti autentici,
ma inutili (-Concil.- t. VI, p. 1-419). Evagrio autor greco, è meno
minuzioso e meno esatto (l. IV, c. 38) dei tre zelanti Affricani,
Facondo (ne' suoi dodici libri -De tribus capitulis-, pubblicati da
Sirmond in modo correttissimo), Liberato (nel suo -Breviarum-, c. 22,
23, 24), e Vittorio Tunnunense (nella sua -Chron. in t. I, antiq. Lect.
Canisii-, pag. 330-334). Il -Liber pontificalis- od Anastasio (-in
Vigilio, Pelagio-, etc.), è una prova originale, ma tutta in favore
degli Italiani. Potrà il lettor moderno ricavar qualche notizia dal
Dupin (-Bibl. ecclésiast.- t. V, p. 189-207), e dal Basnagio (-Hist. de
l'Eglise-, t. I, p. 519-541); ma il secondo disprezza troppo l'autorità
e il carattere de' Papi.
[115] Origene era di fatto assai propenso ad imitare la πλανη
-l'errore-, e la δυσσεβεια -l'empietà- degli antichi Filosofi
(Giustiniano -ad Mennam, in Concil.- t. VI, p. 356); mal s'accordavano
collo zelo ecclesiastico le sue opinioni moderate, e fu trovato reo
dell'eresia della ragione.
[116] Basnagio (-Praefect.- p. 11-14 ad tom I; -Antiq. Lect. Canis.-) ha
benissimo pesato la colpa e l'innocenza di Teodoro di Mopsuesta: se
compose diecimila volumi, vuole la carità che se gli perdonino diecimila
errori. Egli è registrato, ma senza i suoi due confratelli nei cataloghi
degli Eresiarchi, formati dopo di lui; ed Assemani (-Bibl. orient.- t.
IV p. 203-207), manca al suo impegno di giustificare quel decreto.
[117] Vedi le doglianze di Liberato e di Vittore, e le esortazioni di
Papa Pelagio al conquistatore ed all'Esarca d'Italia. -Schisma.... per
potestates pubblicas opprimatur.- etc. (-Concil.- t. VI, p. 467, etc.).
Si teneva un esercito a reprimere la sedizione in una città
dell'Illiria. Vedi Procopio (-De Bell. Goth.- l. IV, c. 25) ων περ ενεκα
σφισιν αυτοις οι Χριςιανοι διαμαχονται, -per queste cagioni i Cristiani
si facean guerra fra loro.- Par che prometta una storia della Chiesa:
sarebbe stata curiosa e imparziale.
[118] Papa Onorio riconciliò colla Chiesa, (A. D. 638), i Vescovi del
patriarcato d'Aquileia; (Muratori, -Annal. d'Ital.- t. V, p. 376); ma
ricaddero nello scisma, il quale non s'estinse al tutto che nel 698.
Quattordici anni prima tacitamente non avea voluto la chiesa di Spagna
sottomettersi al quinto Concilio generale (-XIII Concil. Toletan. in
Concil.- t. VII, p. 487-494).
[119] Nicezio, vescovo di Treveri. (-Concil.-, t. IV, pag. 511-513) pel
suo rifiuto di condannare i tre Capitoli, fu separato dalla comunione
dei quattro Patriarchi, non che la maggior parte dei prelati della
Chiesa gallicana (San Gregor. -epist. l. VII; epist. 5 in Concil. t.
VI,- p. 1007). Baronio quasi quasi pronuncia la dannazione di
Giustiniano (A. D. 565, n. 6).
[120] Dopo avere Evagrio narrata l'ultima eresia di Giustiniano (l. IV,
c. 39, 40, 41), e l'editto del suo successore, (l. V, c. 3), non mette
più nella sua storia fatti ecclesiastici, ma solamente civili.
[121] La Croze (-Christian. des Indes-, t. I, p. 19, 20) ha notato
questa straordinaria e forse inconseguente dottrina dei Nestoriani;
vien'essa esposta più minutamente da Abulfaragio (-Bibl. orient.- t. II,
292; -Hist. dynast.-, pag. 91, vers. lat., Pocock), e dall'istesso
Assemani (t. IV, p. 218); pare che ignorino, ch'essi poteano allegare
l'autorità positiva dell'Ectesi. Ο μιαρος Νεςοριος καιπερδιαιρων ιην
θειαν του Κυριου ενανθρωπησιν, και δυο εισαγων υιους δυο θελεματα τουτων
ειπειν ουν ετολμησε, τουναντιον δε ταυτο βουλιαν των... δωο προσωπων
εδοξασε, -l'iniquo Nestorio, benchè col dividere la divina
Umanità del Signore e introdurre due Nature-, (rimprovero ordinario dei
Monofisiti) non -ebbe coraggio di asserire due volontà in esse, e per
l'opposito opinò esser una la volontà delle due Persone.- (-Concil.- t.
VII, p. 205).
[122] -Vedi- la dottrina ortodossa in Petavio: (-Dogmata Theolog.- t. V,
l. IX, c. 6-10, p. 433-447). Tutte le profondità di queste controversie
si scontrano nel dialogo greco tra Massimo e Pirro (-ad calcem-, tom.
VIII -Annal.- Baron. pag. 755-794); e di fatto questo dialogo era stato
tenuto in una conferenza che originò una conversione di poca durata.
[123] -Impiissimam Ecthesim... scelerosum typum- (Concil. t. VII, pag.
366), -diabolicae operationis genimina- (forse -germina-, o altrimenti
secondo la greca parola γενεματα, -frutti, produzioni-,
dell'originale), -Concil.- pag. 363-364. Parole son queste del XVIII
anatema. L'epistola di Martino ad Amando, un de' Vescovi della Gallia,
maltratta con pari acerbità i Monoteliti, e la loro eresia. (p. 392).
[124] I mali di Martino e di Massimo son descritti con una semplicità
patetica nelle lor lettere, e ne' loro Atti originali. (-Concil.- t.
VII, p. 63-68. Baron. -Annal. eccles.- A. D. 656 n. 2 -et annos
subsequent.-) Il gastigo per altro della lor disubbidienza, εξορια e
σωματος αικιςμος, -l'esilio- e -i tormenti corporali-, era minacciato
nel tipo di Costanzo (-Concil.- t. VII, pag. 240).
[125] Eutichio (-Annal.- t. II, p. 368), malamente suppone, che i cento
ventiquattro Vescovi del Sinodo romano si trasportassero a
Costantinopoli; e aggiuntili ai cento sessant'otto Greci, viene così
componendo di duecentonovantadue Padri il sesto Concilio ecumenico.
[126] Costanzo, attaccato alla dottrina dei Monoteliti, era odiato da
tutti, δια τοι καυτα, (dice Teofane, -Chron.- p. 292), εμισισθη σφαδρα
παρα παντων. Quando il monaco monotelita non riuscì a fare il miracolo
che aveva promesso, il Popolo fece alto schiamazzo, ο λαος ανεβοησε
-il popolo esclamò- (-Concil.- t. VII, p. 1022). Ma questa fu un'emozion
naturale e momentanea, e temo assai non sia stata quest'ultima
un'anticipazione d'ortodossia nel buon popolo di Costantinopoli.
[127] -È disapprovabile la franchezza dell'Autore nel dar torto (senza
presentare lo stato della questione, e senza addurre le ragioni
teologiche) ai Concilii di Roma, ed anche al Concilio generale VI tenuto
in Costantinopoli contro i Monoteliti, ossia contro i sostenitori di una
sola volontà in Gesù Cristo: questi Concilii hanno decretato, contro
molti Vescovi ed ecclesiastici, essere in Gesù Cristo due volontà,
concordanti per altro fra loro, e questo è ciò che si deve credere.
Questa fede poi ha anche il motivo di credibilità. Era stato deciso
prima dal Concilio generale III e d'Efeso I, anno 431, non essere in
Gesù Cristo che una persona contro Nestorio Patriarca di Costantinopoli,
e contra i Vescovi, e preti d'Oriente suoi compagni. Sosteneva egli
l'Eretico, essere il Verbo (che vuol dire l'Intelligenza, o parola di
Dio) e l'Uomo due persone, e quindi non poter dirsi che Maria fosse
Madre di Dio, ma bensì soltanto Madre di Cristo: asseriva, che la Natura
divina si è unita colla umana come un uomo che fa un'opera, è unito
all'istromento di cui si serve per farla; che l'uomo a cui si unì il
Verbo è un tempio nel quale abita il Verbo, il quale lo dirige, e lo
anima, e non fa che un tutto con lui, e che questa era la sola unione
possibile tra la Natura umana e la divina; non ammetteva che un'unione
morale fra il Verbo, e la natura umana; asseriva non potersi ammettere
tra la natura umana e la divina unione tale, che rendendo la Divinità
soggetta alle passioni, e alle debolezze dell'umanità formi in Gesù
Cristo una sola persona; negava in somma l'unione ipostatica del Verbo
colla umana natura ossia l'Incarnazione, e diceva essere due persone in
Gesù Cristo: soggiungeva che la frase- Madre di Dio -era un ostacolo
alla conversione dei Gentili: imperciocchè, diceva, come si potranno
impugnare le loro Divinità quando si ammetta un Dio ch'è nato, un Dio
che ha sofferto, un Dio ch'è morto? L'errore di Nestorio, il quale non
supponeva, che un'unione morale tra la Natura divina ed umana, asserendo
essere due persone in Gesù Cristo, distruggeva tutta l'economia dalla
religione cristiana, poichè egli è evidente, che in tal caso ne
seguirebbe, che Gesù Cristo nostro Mediatore, e Redentore, non fosse
che un semplice uomo, lo che distrugge il fondamento della
religione cristiana. Il dogma dell'unione ipostatica vale a dire
dell'Incarnazione, fu spiegato, e determinato dal Concilio generale III
e d'Efeso I presieduto da S. Cirillo Patriarca d'Alessandria: cotal
dogma non è una speculazione inutile come pretendono i liberi pensatori;
serve a darci l'esempio di tutte le virtù, ad istruirci con autorità, ed
a prevenire infiniti abusi, ne' quali sarebbero caduti gli uomini,
quando non avessero avuto per modello, e per mediatore, fra Dio ed essi,
che un semplice uomo. In questa vista i S. S. Padri hanno mirato il
dogma dell'Incarnazione: ma non è questo il luogo di trattare a lungo di
ciò (Vedi S. Agostino De Doctr. Christ. S. Greg. Moral. l. 6, 7). Era
stato deciso, secondo gli scritti de' S. S. Padri, dal Concilio generale
IV di Calcedonia l'anno 451, che in Gesù Cristo figlio di Dio perfetto
nella sua Divinità, e perfetto nella sua Umanità, consustanziale al
Padre secondo la Divinità, ed a noi secondo l'umanità, vi furono due
Nature unite senza cangiamento, senza separazione, di modo, che le
proprietà delle due Nature sussistono, e convengono ad una medesima sola
persona, che non è in niun modo divisa in due, ma che è un solo Gesù
Cristo figlio di Dio come era stato espresso nel Credo scritto nel
Concilio generale I di Nicea, l'anno 325, e ciò contro il Monaco eretico
Eutiche, Capo degli Eutichiani, il quale per fuggire l'errore del
Nestorianismo delle due persone in Gesù Cristo figlio di Dio, perchè vi
sono due Nature, sosteneva che le due Nature fossero talmente unite da
non formarne che una sola, e confuse le due Nature in una sola spiegando
ciò col dire, che la Natura umana era stata assorbita dalla divina, come
una gocciola dal Mare; e così spogliava Gesù Cristo della qualità di
Mediatore, e distruggeva i patimenti, la morte e la resurrezione, mentre
tutte queste cose s'appartengono alla natura umana, ed alla esistenza di
un'anima umana, e di un corpo umano uniti alla Persona del Verbo, e non
appartengono in niun modo al solo Verbo. Se dunque era stato prima
deciso dal Concilio generale IV di Calcedonia, nell'anno 451, esservi in
Gesù Cristo due Nature unite, ma non confuse, ne veniva di conseguenza
ch'egli dovesse avere due volontà siccome appunto decise il Concilio
generale IV contro i Monoteliti, che sostenevano aver Cristo una sola
volontà. Serva questa nota d'istruzione dogmatica a' lettori per que'
luoghi tutti ove l'Autore fa parola della Natura, e della persona di
Gesù Cristo.- (Nota di N. N.)
[128] L'istoria del Monotelismo sta negli Atti dei Concilii di Roma (t.
VII, pag. 77-395, 601-608), e di Costantinopoli (p. 609-1429). Baronio
ha tratto alcuni documenti originali dalla Biblioteca vaticana, e le
accurate ricerche del Pagi hanno retificata la sua cronologia. Dupin
istesso (-Bibliot. ecclés.-, t. VI, pag. 57-71), e Basnagio (-Hist. de
l'Eglise-, t. I, p. 541-555) ne danno un compendio assai pregevole.
[129] Nel Concilio Lateranense nel 679, Wilfrido vescovo Anglo-sassone
sottoscrisse -pro omni Aquilonati parte Britanniae et Hiberniae, quae ab
Anglorum et Brittonum, necnon Scotorum et Pictorum gentibus colebantur-
(Eddio, -in vita S. Wifrido-, c. 31 -apud- Pagi, -Critica-, t. III, p.
88). Teodoro (-magnae insulae Britanniae archiepiscopus et philosophus-)
fu aspettato a Roma lungamente (-Concil.- tom. VII, p. 714); ma si
contentò di tenere (A. D. 680) il suo Sinodo provinciale in Hatfield,
ove ricevè i decreti di Papa Martino e del primo Concilio di Laterano
contro i Monoteliti (-Concil.- t. VII, pag. 597 etc.), Teodoro, monaco
di Tarso in Cilicia, era stato nominato da Papa Vitaliano primate della
Brettagna (A. D. 668); -Vedi- Baronio e Pagi che ne lodano il suo sapere
e la pietà, ma diffidano del suo carattere nazionale; -ne quid
contrarium veritatis fidei, graecorum more in Ecclesiam cui praeesset,
introduceret.- Il monaco di Cilicia fu mandato da Roma a Cantorbery
accompagnato da una guida affricana (Beda, -Hist. eccles. Anglorum-, l.
IV, c. 1). Egli aderì alla Dottrina romana; e lo stesso domma
dell'Incarnazione si è trasmesso senza cangiamento da Teodoro ai primati
dei tempi moderni, che dottati di più sodo giudizio, s'imbarazzano,
cred'io, rare volte dei labirinti di quel astratto Mistero.
[130] Pare che questo nome ignoto, sino al decimo secolo, sia di origine
siriaca. Fu inventato dai Giacobiti, e con ardore accolto dai Nestoriani
e dai Musulmani; ma i Cattolici lo accettarono senza rossore, e sovente
si trova negli Annali di Eutichio (Assemani, -Biblioth. orient.- t. II,
p. 507, etc. t. III, pag. 355; Renaudot -Hist. patriar. Alexan.- pag.
119). Ημεις δουλοι του βασιλεως, -noi siam sudditi del re-, fu
l'acclamazion dei Padri di Costantinopoli (-Concil.--- t. VII, p. 765).
[131] Il siriaco tenuto per lingua primitiva dagli originarii della
Siria avea tre dialetti: 1. l'-arameo-, che si parlava in Edessa, e
nelle città della Mesopotamia; 2. il -palestino-, usato in Gerusalemme,
in Damasco, e nel resto della Siria; 3. il -nabateo-, idioma rustico
delle montagne dell'Assiria e de' villaggi dell'Irak (Gregor. Abulfarag.
-Hist. dynast.-, pag. 11). -Vedi- sul siriaco, Ebed-Gesù (Assemani, t.
III, pag. 326, etc.), il quale solamente per animo preoccupato ha potuto
preferirlo all'arabo.
[132] Io non velerò la mia ignoranza sotto i manti di Simone, di Walton,
di Mill, di Wetstein, d'Assemani, di Lodolfo, o di La Croze da me
diligentemente consultati. Pare 1. non esser certo, che noi ogni abbiamo
nella primiera integrità versione veruna di quelle decantate dai Padri
della Chiesa; 2. la version siriaca esser quella, che sembra aver più
titoli d'autenticità, e che per confession delle Sette d'Oriente è più
antica del loro scisma.
[133] In ciò, che riguarda i Monofisiti e i Nestoriani io debbo
moltissimo alla -Bibliotheca orientalis Clementino-Vaticana- di Giuseppe
Simone Assemani. Questo dotto Maronita andò nel 1715, per ordine di Papa
Clemente XI, a visitare i monasteri dell'Egitto e della Siria in cerca
di MS. I quattro volumi in foglio da lui pubblicati a Roma nel 1719 non
contengono che una parte dell'esecuzione del suo vasto disegno; ma forse
è la più preziosa. Nato egli in Siria conosceva benissimo la letteratura
siriaca, e si vede, che quantunque dependesse dalla Corte romana
s'ingegna d'essere moderato e sincero.
[134] -Vedi- i Canoni arabi del Concilio di Nicea nella traduzione
d'Abramo Ecchelense, n. 37, 38, 39, 40. -Concil.- t. II, p. 335, 336,
ediz. di Venezia. Que' titoli, conosciuti di -Canoni di Nicea- e di
-Canoni arabi- sono ambedue apocrifi. Il Concilio di Nicea non fece più
di venti Canoni (Theod. -Hist. eccles.- l. I, c. 8); i settanta o
ottanta che vi si aggiunsero, furono estratti dai Sinodi della Chiesa
greca. L'edizione siriaca di Maruta non sussiste più (Assemani, -Bibl.
orient.- t. I, p. 195, t. III, p. 74); e nella version araba havvi
diverse alterazioni recenti. Questo codice per altro racchiude preziosi
avanzi della disciplina ecclesiastica; ed essendo stimato da tutte le
comunioni dell'Oriente, è probabile ch'ei sia stato finito prima dello
scisma dei Nestoriani e dei Giacobiti (Fabric., -Bibliot. graec.- t. XI,
p. 363-367).
[135] Teodoro il Lettore (l. II, c. 5-49, -ad calcem. Hist.
ecclesiast.-) ha fatto menzione di questa scuola persiana d'Edessa.
Assemani (-Bibliot. orient.-, t. II, p. 402, t. III, p. 376-378, t. IV,
p. 70-924), discute con molta chiarezza ciò che riguarda il suo antico
splendore, e le due epoche della sua caduta.
[136] Una dissertazione sullo stato dei Nestoriani è divenuta in mano
d'Assemani un volume in foglio di 950 facciate, ove egli ha disposto in
ordine chiarissimo le sue dotte ricerche. Oltre a questo quarto volume
della -Bibliotheca orientalis-, gioverà consultare gli estratti che
stanno nei tre primi tomi (t. I. p. 203, t. II, p. 321-463, t. III, p.
64-70, 378-395, ec. 403-408, 580-589).
[137] -Vedi- la -Topographia christiana- di Cosma, soprannominato
Indicopleuste, ossia navigatore indiano l. III, p. 178, 179, l. XI, p.
337. L'intiera opera, della quale si trovano degli estratti curiosi in
Fozio (cod. XXXVI, p. 6, 10; ediz. Hoeschel), in Thevenot, (prima parte
delle sue -Relations des voyages- ec.), e in Fabrizio (-Biblioth.
graec.-, l. III, c. 25; t. II, p. 603-617), fu pubblicata dal padre
Montfaucon, Parigi 1707, nella -Nova collectio Patrum-, (t. II, p.
113-346). Era intenzione dell'autore di confutar l'eresia di coloro, i
quali sostengono che la Terra è un globo, e non una superficie piatta e
bislunga, come è rappresentata dalla Scrittura (l. II, p. 138). Ma
l'assurdità del monaco si trova mescolata colle cognizioni pratiche del
viaggiatore, che partì, A. D. 522, e pubblicò un libro in Alessandria A.
D. 547. (l. II, p. 140, 141; Montfaucon, -Praefat.- c. 2). Il
Nestorianismo di Cosma, di cui non s'accorse il suo dotto editore, è
stato scoperto dal La Croze (-Christianisme des Indes-, t. I, pag.
40-55), e questa cosa è confermata da Assemani (-Bibl. orient.-, t. IV,
p. 605, 606).
[138] L'Istoria del prete Gianni nel suo lungo cammino per Mosul,
Gerusalemme, Roma, ec. divenne una mostruosa favola, alcuni passi della
quale son tolti dal Lama del Thibet, (-Hist. généalogique des Tartares-,
par. II, 42. -Hist. de Gengis-Khan-, p. 31 ec.), e che poi con un error
madornale fu dai Portoghesi applicata all'imperator d'Abissinia.
(Ludolfo -Hist. Aethiop. Comment.-, l. II, c. 1). È per altro probabile,
che nell'undecimo e duodecimo secolo la -orda- dei Cheraiti professasse
il Cristianesimo secondo i dommi dei Nestoriani (D'Herbelot, p. 256,
915, 959. Assemani t. IV, p. 468-504).
[139] Il Cristianesimo della Cina fra il settimo e tredicesimo secolo, è
provato in una maniera incontrastabile da documenti cinesi, arabi,
siriaci e latini (Assemani -Bibl. orient.-, t. IV, p. 502-552. -Mem. da
l'Accad. des inscript.-, t. XXX, p. 802-819). La Croze, Voltaire ec.,
sono stati ingannati dalla propria furberia, quando, per guardarsi da
una frode gesuitica, han voluto considerar per supposta l'iscrizione del
Sigan-Fu, la quale manifesta la gloria della Chiesa nestoriana dopo la
prima missione (A. D. 636), sino all'anno 781, che è quello
dell'iscrizione.
[140] -Jacobitae et nestorianae plures quam graeci et latini.- Giacomo
di Vitry, -Stor. Geros.- l. II, c. 76 pag. 1093, nelle -Gesta Dei per
Francos--.- Ne segna il numero il Tomassino, -Discipline de l'Eglise-,
t. I, p. 172.
[141] Si può tener dietro alla division del patriarcato nella -Bibl.
orient.-, d'Assemani, t. I, p. 523-549, t. II, p. 457 ec., t. III, pag.
603, 621-623, t. IV, pag. 164-169, 423, 622, 629, ec.
[142] Fra Paolo nel settimo libro elegantemente presenta il pomposo
linguaggio, che dalla Corte di Roma si adopera, quando se le sottomette
un Patriarca nestoriano. Ebbe cura il Papa di usare le grandi parole di
Babilonia, di Ninive, d'Arbela, i trofei d'Alessandro, Tauride ed
Ecbatana, il Tigri e l'Indo.
[143] S. Tommaso, che predicò nell'India, di cui parlano alcuni come
d'un semplice missionario, altri come d'un manicheo, ed altri finalmente
come d'un mercadante armeno (La Croze, -Christian. des Indes-, t. I, p.
57-70), era per altro celebre anche ai tempi di S. Girolamo (-ad
Marcellam, epist. 148-). Marco Polo seppe colà, che S. Tommaso avea
sofferto il martirio nella città di Maabar, ovvero di Meliapour, lontana
una sola lega da Madras (D'Anville, -Eclaircissemens sur l'Inde-, p.
125), là dove i Portoghesi fondarono un vescovado sotto il nome di S.
Thomé, e dove il Santo ha fatto ogni anno un miracolo, sino a tanto che
non fu interrotto dalla profana vicinanza degl'Inglesi (La Croze, t. II,
p. 7-16).
[144] Nè l'autor della cronaca sassone (A. D. 883), nè Guglielmo di
Malmsbury (-De gestis regum Angliae-, l. II, c. 4, p. 44), non poteano
inventare nel dodicesimo secolo questo fatto straordinario. Non seppero
nemmeno spiegare i motivi e il procedere d'Alfredo, e quel che ne dicono
di fuga non serve che a stuzzicar la nostra curiosità. Guglielmo di
Malmsbury sente la difficoltà dell'impresa, -quod quivis in hoc saeculo
miretur-; e son tentato a credere, che in Egitto prendessero gli
ambasciatori inglesi quelle mercanzie e quella leggenda. Alfredo che nel
suo Orosio narra un viaggio nella Scandinavia (-Vedi- Barrington's
Miscellanies), non fa menzione d'un altro nell'India.
[145] -Essendo stato deciso dai Concilii interpreti legittimi
dell'Antico, e del Nuovo Testamento, che (come abbiamo veduto) Gesù
Cristo Verbo umanizzato dalla stessa sostanza di Dio Padre, era nato
dalla Vergine Maria per opera non d'uomo, ma dello Spirito Santo, terza
persona della Santissima Trinità, e venendo da ciò chiaramente, che
Maria era Madre di Dio, non furono superstiziosi i Latini, ossia i
Cristiani d'Occidente, siccome non lo sono oggidì tutti i Cattolici, se
prestarono, e prestano un Culto distinto a questa Vergine maravigliosa,
che essendo stata il mezzo misterioso onde comparve in questa Terra la
seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo fatto uomo, il
Salvatore de' credenti, era da considerarsi, siccome esclama con santo
metaforico entusiasmo la Chiesa,- felix Coeli porta. -Il Culto dalla
Vergine Maria non è dunque un atto superstizioso; è superstizioso
quell'atto che non è stabilito ed approvato dai Concilii, cioè dalla
Chiesa. È poi inconvenientissima, per lo meno, l'espressione
dell'Autore,- elevata quasi al grado di una Dea: -questo nome- Dea -è
proprio dalla religione politeistica, e non della Cristiana, e l'usarlo
può far correre nel pericolo di avvicinare le due idee disgiuntissime di
una Dea, e di- Maria: -bisogna usare molta circospezione nell'adoperar
termini non determinati, o ricevuti dai Concilii, e da' S. S. Padri,
cioè dalla Chiesa.- (Nota di N. N.)
[146] -Non è idolatria il culto che i Cattolici prestano alle immagini
di Cristo, di Maria, e dei Santi: vedi la nostra lunga nota, di sopra.-
(Nota di N. N.)
[147] -Il Sacramento della Penitenza, della remissione dei peccati, fu
stabilito da Gesù Cristo col noto fatto della Maddalena: la Chiesa andò
riducendolo a forma, a discipline prudenziali, e prescrivendolo ad un
certo tempo. L'istromento della riconciliazione degli uomini con Dio,
come può essere l'istromento della tirannia ecclesiastica? ciò non può
essere. Se poi alcuni preti ne hanno abusato, e ne abusano, ciò altro
non vuol dire se non che gli uomini abusano perfino delle cose più
reverende.- (Nota di N. N.)
[148] -Vedi- intorno ai Cristiani di S. Tommaso, l'Assemani -Bibl.
orient.- t. IV, p. 391-407, 435-451. Geddes's -Church History of
Malabar-, e specialmente La Croze, -Histoire du Christian. des Indes-,
in due volumi -in- 12. -La Haye-, 1758, opera dotta e piacevole. Questi
attinsero alla medesima fonte, cioè dalle relazioni dei Portoghesi e
degli Italiani; e i pregiudizi dei Gesuiti sono bastevolmente
contrappesati da quelli dei Protestanti.
[149] Οιον ειπειν ψευδαληθης, come s'esprime Teodoro nel suo
Trattato dell'Incarnazione, p. 245-247, e tale è la citazione che ne fa
La Croze (-Hist. du Christianisme d'Ethiopie et d'Arménie-, p. 35), il
quale forse un po' sconsideratamente, esclama, «Che raziocinio
miserabile!» Renaudot (-Hist. patriarch. Alexand.-, pag. 127-138),
accenna le opinioni espresse da Severo nelle controversie dell'Oriente,
e si può vedere la sua vera profession di Fede nell'Epistola da Giovanni
il Giacobita, patriarca Antiochia, scriveva nel decimo secolo a Menna
d'Alessandria, suo fratello (Assemani -Bibl. orient.-, t. II, p.
132-141).
[150] -Epistol. archimandritarum et monachorum Syriae secundae ad papam
Hormisdam, Concil.-, t. V, p. 598-602. Il coraggio di S. Saba, -ut leo
animosus-, darebbe a credere che non fossero poi sempre spirituali o
difensive l'armi di quei monaci (Baronio A. D. 513, n. 7, ec.).
[151] Assemani (-Biblioth. orient.-, t. II, p. 10-46), e La Croze
(-Christian. d'Ethiop.-, p. 36-40), ci danno l'istoria di Senaia o
Filosseno, vescovo di Mabug, o Hierapoli, nella Siria. Egli possedea
perfettamente la lingua siriaca, e fu l'autore, e l'editore d'una
versione del Nuovo Testamento.
[152] Nella cronaca di Dionigi (-ap. Assem.-, t. II, p. 54), si hanno i
nomi ed i titoli di cinquantaquattro Vescovi esiliati da Giustino. Fu
chiamato Severo a Costantinopoli per esservi sentenziato, dice Liberato
(-Brev.- c. 19), per aver mozza la lingua, dice Evagrio (l. IV, c. 4);
il prudente Patriarca non si fermò ad esaminare la differenza di queste
due cose. Questa rivoluzione ecclesiastica è dal Pagi assegnata al mese
di settembre 518 (-Critica-, t. II, p. 506).
[153] I particolari dell'oscura storia di Giacomo Baradeo, o Zanzalo, si
leggono qua e là in Eutichio (-Annal.-, t. II, p. 144, 147), in Renaudot
(-Hist. patriarch. Alex.- p. 133), in Assemani (-Bibl. orient.-, t. I,
p. 424; t. II, p. 62-66, 324-222, 414; t. III, p. 385-388). Non pare che
fosse noto ai Greci: i Giacobiti stessi volean piuttosto derivare il
nome, e la genealogia loro dall'Apostolo S. Giacomo.
[154] Le particolarità relative alla sua persona e a' suoi scritti
formano per avventura l'articolo più curioso della Biblioteca d'Assemani
(t. II, p. 244-321; ivi porta il nome di -Gregorio Bar-Ebreo-). La Croze
(-Christian. d'Ethiopie-, p. 53-63), si fa beffe dal pregiudizio che
hanno gli Spagnuoli contro il sangue giudaico, il quale secretamente
macchia la loro chiesa e la loro nazione.
[155] La Croze (p. 352), e lo stesso Sirio Assemani (t. I, p. 226, t.
II, p. 304, 305), fanno la critica di quella astinenza eccessiva.
[156] Una dissertazione di centoquarantadue pagine, che sta in principio
del secondo volume d'Assemani, spiega perfettamente le circostanze dei
Monofisiti. La Cronaca siriaca di Gregorio Bar-Ebreo o Abulfaragio
(-Bibliot.- -orient.- tom. II, p. 321-463), ci dà la lista dei
-Cattolici- o patriarchi Nestoriani, e quella dei -Mafriani- dei
Giacobiti.
[157] Eutichio (-Annal.-, t. II, pag. 191, 267, 332), e altri passi
della Tavola metodica di Pocock provano, che fu indifferentemente usato
il nome di Monoteliti e di Maroniti. Non aveva Eutichio alcun
pregiudizio contro i Maroniti del secolo decimo; e possiam credere ad un
Melchita, la cui testimonianza è confermata dai Giacobiti e dai Latini.
[158] -Concil.-, t. VII, p. 780. Costantino, prete sirio d'Apamea, con
intrepidezza e sottilmente difese la causa de' Monoteliti (1040 ec.).
[159] Teofane (-Chron.- pag. 295, 296, 300, 306), e Cedreno (p.
437-440), narrano le glorie dei Mardaiti; il nome -mard-, che in siriaco
significa -rebellavit- è spiegato da La Roque; (-Voyage de la Syrie-, t.
II, p. 53); il Pagi ne fissa le date (A. D. 676, n. 4-14. A. D. 685 n.
3, 4), ed anche l'oscura istoria del patriarca Giovanni Marone (Assemani
-Biblioth. orient.- t. I, p. 496-520), rischiara le turbolenze del monte
Libano dall'anno 686 al 707.
[160] Nell'ultimo secolo si vedeano tuttavia sul monte Libano venti di
quei cedri cotanto vantati dalla Storia sacra (-Voyage- de la Roque, t.
I, p. 68-76); oggi non ve ne ha più di quattro o cinque (Viaggio di
Volney t. I, pag. 264). La scomunica proteggeva quegli alberi così
celebri nella Scrittura; se ne levava, ma con circospezione, qualche
pezzo per farne crocette, ec: ogni anno sotto la lor ombra si cantava
una Messa, e i Sirii supponevano in essi la facoltà di rialzare i loro
rami contro la neve, alla quale non sembra che il Libano sia tanto
fedele quanto dice Tacito: -inter ardores opacum fidumque nivibus-:
ardita metafora (Hist. v. 6).
(Dicasi piuttosto che -fedele alle nevi-, significa fedele ossia sicuro,
difeso ec. per le nevi, nel senso anche di Plinio. V. Forcellini. -N.
del Trad.-)
[161] La testimonianza di Guglielmo di Tiro (-Hist. in gestis Dei per
Francos-, l. XXII, c. 8, p. 1022), è copiata, o confermata, da Giacomo
di Vitry (-Hist. Hierosolym.-, l. II, c. 77, p. 1093, 1094); ma col
potere dei Franchi mancò questa lega poco naturale, e Abulfaragio morto
nel 1286, considera i Maroniti come una Setta di Monoteliti (-Bibl.
orient.- t. II, p. 292).
[162] Trovo una descrizione e una storia de' Maroniti nel -Viaggio in
Siria e nel monte Libano-, del La Roque, due volumi in 12 -Amsterd.-,
1723; particolarmente nel t. I, p. 42-47, 174-84, t. II, p. 10-120; in
ciò che si riferisce ai tempi antichi aderisce alle opinioni
pregiudicate di Nairon e d'altri Maroniti di Roma, alle quali non sa
rinunziare Assemani, ed ha poi vergogna di sostenerle. Si consulti
Jablonski (-Instit. Hist. Christ.- t. III, p. 186), Niebur (-Voyage de
l'Arabie-, etc. t. II, p. 346, 370-381), e soprattutto il giudizioso
Volney (-Voyage en Egypte et en Syrie-, t. II, p. 8-31, -Paris-, 1787).
[163] La Croze (-Hist. du Christianisme de l'Ethiopie et de l'Arménie-,
p. 269-402), descrive in pochi tratti la religion degli Armeni. Ci
rimanda alla grand'istoria d'Armenia pubblicata da Galano, (tre volumi
in foglio, Roma 1650-1661), e raccomanda l'esposizione che dello stato
dell'Armenia si fa nel terzo volume delle Nouveaux Mémoires des Missions
du Levant. Convien dire, che sia assai pregevole l'opera d'un Gesuita,
quando è lodata da La Croze.
[164] Si pone l'epoca dello scisma degli Armeni ottantaquattr'anni dopo
il Concilio di Calcedonia (Pagi, -Critica-, A. D. 535); terminò in uno
spazio di anni diciassette; e coll'anno 552 si fissa la data dell'Era
degli Armeni (-l'Art de vérifier les dates-, p. XXXV).
[165] Si ponno vedere i sentimenti e le azioni di Giuliano di
Alicarnasso in Liberato (-Brev.- c. 19), in Renaudot, (-Hist. patriarch.
Alex.- p. 132-303), e in Assemani (-Bibl. orien.- t. II, -Dissert. de
monophysitis-, P. VIII, p. 286).
[166] -Vedi- un fatto notabile del dodicesimo secolo nell'istoria di
Niceta Coniate (p. 258). Nonostante, tre secoli prima Fozio (-epist.-
II, p. 49 edit. Montacul) s'era fatto una gloria della conversion degli
Armeni λατρυει σημερον αρθοδοξως, -oggi il culto è ortodosso-.
[167] Tutti i viaggiatori s'incontrano in Armeni, che han la metropoli
sulla strada maestra fra Costantinopoli ed Ispahan; -Vedi- sul loro
stato odierno il Fabricio (-Lux Evangelii-, etc. c. XXXVIII, p. 40-51),
l'Oleario (l. IV, c. 40), il Chardin (vol. II, p. 232), Tournefort,
(-Letter.- XX), e principalmente Tavernier (t. I, p. 28-37, 510-518),
quel gioielliere vagabondo, che non avea letto alcun libro, ma che avea
veduto tante cose, e bene.
[168] L'istoria dei Patriarchi d'Alessandria da Dioscoro fino a
Beniamino è tratta da Renaudot (p. 114-164), e dal secondo volume degli
Annali di Eutichio.
[169] Liberato (-Brev.- c. 20, 23, Victor, -Chron.- p. 329, 330).
Procopio (-Anecd.- c. 26, 27).
[170] Eulogio, ch'era stato monaco in Antiochia, valeva più nelle
sottigliezze che nell'eloquenza. Egli vuol provare, che non si dee porre
opera a riconciliare i nemici della Fede i Gaianiti e i Teodosiani; che
la stessa proposizione può essere ortodossa in bocca di S. Cirillo ed
ereticale in quella di Severo; che sono ugualmente vere le asserzioni
contraddittorie di Leone. Non sussistono più i suoi scritti, se non se
negli estratti di Fozio, che li avea letti attentamente, e con piacere.
Cod. CCVIII, CCXXV, CCXXVI, CCXXVII, CCXXX, CCLXXX.
[171] -Vedi- la vita di Giovanni il Limosiniere scritta da Leonzio,
vescovo di Napoli in Cipro, suo contemporaneo, il testo greco del quale,
o perduto, o nascosto, si trova in parte nella version latina di Baronio
(A. D. 610 n. 9, A. D. 620 n. 8). Il Pagi (-Critica- t. II, p. 763), e
il Fabricio (l. V, c. 11, t. VII, p. 454), han fatto varie osservazioni
critiche.
[172] Io ricavo questa notizia dalle -Recherches sur les Egyptiens et
les Chinois- (t. II, p. 192, 193), più verisimile di quella che ne dà
Gemelli Carreri, di seicentomila Cofti antichi, e di quindicimila
moderni. Cirillo Lucar, Patriarca protestante di Costantinopoli si dolse
perchè questi eretici erano dieci volte più numerosi dei Greci
ortodossi, adattando loro ingegnosamente il verso πολλαι κεν δεκαδες
δευοιατο οινοχοιο, -a molte decine mancherebbe per avventura
il coppiere-, (-Iliade- II, 128), parole di gran disprezzo. (Fabric.
-lux- -Evangelii- 740).
[173] Le cose relative all'istoria, alla religione, ai costumi ec. dei
Cofti, si raccolgono dall'opera bizzarra dell'abate Renaudot, che non è
nè traduzione, nè originale, dalla -Chronicon orientale- di Pietro il
Giacobita dalle due versioni d'Abramo Ecchellense, Parigi 1651, e da
Gian Simone Assemani, Venezia 1729. Questi annali non giungono che al
decimoterzo secolo. Convien cercare notizie più recenti negli autori che
hanno scritto i loro viaggi in Egitto, e nelle nuove Memorie delle
missioni del Levante. Nel secolo passato (1600) Giuseppe Abudneno, nato
al Cairo, pubblicò in Oxford una breve -Historia Jacobitarum-, in trenta
pagine.
[174] Verso l'anno 737. -Vedi- Renaudot, -Hist. patriarch. Alex.-, p.
221, 222; Elmacin -Hist. Saracen.- p. 99.
[175] Ludolfo -Hist. Aetiop. et Comment.-, l. I, c. 8; Renaudot, -Hist.
patriarch. Alex.-, p. 480 etc. Quest'opinione introdotta in Egitto e in
Europa dall'artifizio dei Cofti, dall'orgoglio degli Abissinii, dal
timore, e dall'ignoranza dei Turchi e degli Arabi, non ha la menoma
sembianza di verità. Sicuramente le piogge dell'Etiopia non consultano
la volontà del monarca per ingrossar le acque del Nilo. Se il fiume
s'accosta a Napata, distante tre giornate dal Mar Rosso (-vedi- le carte
di D'Danville) la bocca d'un canale, capace a svolgerne il corso,
esigerebbe tutta la potenza dei Cesari, e forse questa non sarebbe
bastevole.
[176] Gli Abissinii che conservano ancora i delineamenti e il color
olivastro degli Arabi, provano troppo che non bastan venti secoli a
cangiare le tinte della razza umana. I Nubii, che son d'origine
affricana non sono che veri Negri, e tanto neri quanto quelli del
Senegal o del Congo; hanno egualmente il naso schiacciato, labbra
grosse, e testa lanuta (Buff. -Hist. Naturelle-, t. V, p. 117, 143, 144,
166, 219, edit. in 12, -Parigi- 1769). Guardavano gli antichi con poca
attenzione questo fenomeno straordinario, che ha tanto occupato i
filosofi e teologi moderni.
[177] Assemani, -Bibl. orient.- t. I, p. 329.
[178] Il cristianesimo dei popoli della Nubia, (A. D. 1153), è attestato
dal sceriffo Al-Edrisi, ed è stato in maniera falsa esposto sotto il
nome del geografo di Nubia (p. 18), che li rappresenta come un popolo di
Giacobiti. La luce istorica, che s'incontra nell'opera di Renaudot (p.
178, 220-224, 281-286, 405, 434, 451, 464), proviene da nozioni di fatti
anteriori a quell'epoca. -Vedi- lo stato moderno di quel paese nelle
-Lettres Edifiantes- (Raccolta IV), e in Busching (t. IX, p. 152-159,
del Berenger).
[179] I Latini danno impropriamente all'-Abuna-, il titolo di patriarca:
non riconoscono gli Abissinii che i quattro Patriarchi, e il lor Capo
non è che un metropolitano, o un primato nazionale (Ludolfo, -Hist.
Aeth. et Comment.- l. III, c. 7). Questo Storico non sapea nulla de'
sette vescovi di Renaudot (p. 511) esistenti A. D. 1131.
[180] Non capisco il perchè l'Assemani revochi in dubbio (-Bibl.
orient.- t. II, p. 384) queste spedizioni tanto probabili fatte da
Teodora alla Nubia e all'Etiopia. Renaudot (p. 336-341, 381, 382,
405-443, ec. 452, 456, 463, 475-480, 511-525, 559-564), attinse dagli
scrittori cofti quel poco che potè sapere su l'Abissinia sino al 1500.
Ludolfo è assolutamente ignaro di quel paese.
[181] Ludolfo, -Hist. Aetiop.-, lib. IV, c. 5. Presentemente i Giudei vi
esercitano le arti di prima necessità, e gli Armeni fanno il traffico
esterno. L'industria europea (-artes et opificia-) era per Gregorio la
cosa ch'egli ammirava ed invidiava più d'ogni altra.
[182] Giovanni Bermudez; la sua relazione stampata a Lisbona nel 1569 è
stata tradotta in Inglese dal Purchas (Pilgrims, l. VII, c. 7, pag. 1149
ec.), e d'inglese in francese da La Croze (-Christian. d'Etiop.- p.
92-265); questo scritto è curioso, ma si può sospettare che l'autore
abbia abbindolate l'Abissinia, Roma, e il Portogallo. È molto oscuro ed
incerto il suo diritto al grado di patriarca (Ludolfo, -Comment.- n.
101, p. 473).
[183] -Religio Romana.... nec precibus patrum, nec miraculis ab ipsis
editis sufficiebatur-, è l'asserzione non contraddetta dal devoto
Imperatore Susneo a Mendez suo Patriarca (Ludolfo, -Comment.- n. 126; p.
529), e queste asserzioni debbono conservarsi come preziosi antidoti a
tutte le leggende maravigliose.
[184] So quanto cautela sia necessaria nel trattare l'articolo della
Circoncisione: affermerò tuttavolta, 1. che gli Etiopi aveano una
ragione fisica per circoncidere i maschi ed anche le femmine
(-Recherches philosophiques sur les Americains-, t. II); 2. che la
Circoncisione era usitata in Etiopia gran tempo prima della introduzione
del giudaismo o del cristianesimo (Erodoto; l. II, c. 104; Marsham,
-Canon. chron.-, pag. 72, 73), «-Infantes circumcidunt ob consuetudinem,
non ob judaismum-,» dice Gregorio, prete abissinio (-apud- Fabric. -lux
christiana-, p. 720). Nonostante, nel calor della disputa, si dà
talvolta a' Portoghesi il nome ingiurioso d'incirconcisi, (La Croze,
pag. 80; Ludolfo, -Hist. ad Comment.-, l. III, c. 1).
[185] I tre storici protestanti, Ludolfo (-Hist. Aethiop.- Francfort,
1681; -Commentarius-, 1691; -Relatio nova-, etc. 1693 -in fol.-), Geddes
(-Church History of Aetiopia-, Londra, 1698, in 8º), e la Croze (-Hist.
du Christian. d'Ethiopie et d'Arménie-, Aia, 1739, in 12), hanno
ricavato le principali notizie da' gesuiti, e specialmente dall'istoria
generale di Tellez, pubblicata in portoghese a Coimbra, 1660. Può far
maraviglia la lor franchezza, ma il peggiore de' lor vizi, lo spirito di
persecuzione, era per essi una virtù meritoria. Ludolfo ha tratto
qualche vantaggio ma scarso assai dalla lingua etiopica, ch'egli
intendeva, oppure dalle sue conversazioni con Gregorio, prete abissinio,
uomo d'animo coraggioso, ch'egli chiamò da Roma, ove si trovava, alla
Corte, di Saxe-Gotha. -Vedi- la -Theologia Aetiopica- di Gregorio, in
Fabricio, -lux Evangelii-, p. 716-734.
CAPITOLO XLVIII.
-Disegno del rimanente dell'Opera. Successione e carattere
degl'Imperatori greci di Costantinopoli, dal tempo d'Eraclio a
quello della conquista de' Latini.-
Ho già data a conoscere la successione di tutti gl'Imperatori romani da
Trajano a Costantino, da Costantino ad Eraclio, e fedelmente ho esposto
le avventure o i disastri del lor governo. Son passato a traverso i
cinque primi secoli del decadimento dell'Impero romano, ma più d'otto
secoli mi restano ancora da trascorrere prima ch'io giunga al termine
delle mie fatiche, cioè alla presa di Costantinopoli fatta dai Turchi.
S'io tenessi la stessa regola, e l'andamento medesimo, non farei che
distendere prolissamente in un gran, numero di volumi una materia di
poca importanza, la quale non darebbe ai lettori un compenso con
un'istruzione ed una ricreazione, che pareggiasse la pazienza
ch'esigerebbe da loro. Più che procedessi avanti, nel raccontare il
degradamento e il tracollo dell'Impero d'Oriente, più ingrata e noiosa
sarebbe la mia opera, in segnare gli annali di ogni regno. L'ultimo
periodo dei quali mostrerebbe per tutto la medesima debolezza, la
medesima miseria; transizioni rapide e frequenti interromperebbero il
legame naturale delle cagioni e degli avvenimenti, e una massa di minute
particolarità leverebbe la chiarezza e l'effetto a quelle grandi
dipinture che danno gloria e pregio all'istoria d'un tempo remoto. Da
Eraclio in poi la scena di Bizanzio si fa più angusta ed oscura; il
nostr'occhio da tutti i lati vede sparire i confini dell'Impero, fissati
dalle leggi di Giustiniano, e dalle armi di Belisario; il nome romano,
vero fine delle nostre ricerche, è ristretto in un picciolo cantone
dell'Europa, nei solinghi contorni di Costantinopoli. Fu paragonato
l'Impero greco al fiume del Reno, che si disperde fra le sabbie, prima
di mescere le sue acque con quelle dell'Oceano. La lontananza dei tempi
e dei luoghi scema al nostro occhio la pompa della dominazione, nè il
difetto di esterior maestà viene coperto da fregi più nobili, quelli del
senno o della virtù. Negli ultimi giorni dell'Impero senza dubbio
vantava Costantinopoli più ricchezze e più popolazione che Atene ai
tempi più floridi de' suoi annali, quando una modica somma di seimila
talenti, o sia di un milione e dugentomila lire sterline, formava la
totalità degli averi divisi fra ventunmila cittadini adulti; ma ognuno
di que' cittadini era un uom libero, e osava far uso della sua libertà
ne' suoi pensieri, nelle parole, nelle azioni; leggi imparziali
difendeano la sua persona, le sue proprietà, ed egli avea un voto
independente nell'amministrazione della Repubblica. Le varietà molte e
assai appariscenti dei naturali, parea che aumentassero il numero
degl'individui; coperti dall'egida della libertà, portati sull'ali
dell'emulazione e della vanagloria, tutti voleano elevarsi alla cima
della dignità nazionale: da quell'altezza sapeano alcuni spiriti
illustri sopra tutti gli altri slanciarsi oltre i limiti cui può
giungere l'occhio del volgo, di modo che, stando al calcolo delle sorti
d'un gran merito, quali sono indicate dall'esperienza per un vasto
popolatissimo regno, si andrebbe a credere, osservando il numero de'
suoi grand'uomini, che la Repubblica d'Atene contasse più milioni
d'abitanti. E pure il suo territorio, con quello di Sparta e dei loro
alleati, non eccede la grandezza d'una provincia di Francia o
d'Inghilterra, quantunque di mediocre estensione; ma dopo le vittorie di
Salamina e Platea quelle picciole Repubbliche prendono nella nostra
fantasia l'ampiezza gigantesca dell'Asia conculcata dai Greci con piede
vittorioso. Per converso i sudditi dell'Impero bizantino, che prendeano
e disonoravano i nomi di Greci e di Romani, offrono una tetra uniformità
di vizi abbietti, spogli della scusa che meritano le dolci passioni
dell'umanità, e senza il vigore e la pompa dei delitti memorandi.
Poteano gli uomini liberi dell'antichità ripetere con generoso
entusiasmo la sentenza d'Omero, che «uno schiavo nel primo giorno di
schiavitù perde la metà delle virtù umane». E sì che il poeta non
conosceva altra schiavitù che la civile e domestica, nè poteva
prevedere, che l'altra metà dei pregi del genere umano verrebbe un
giorno annichilita da quel despotismo spirituale che inceppa le azioni,
ed anche i pensieri del devoto prostrato nella polvere. I successori
d'Eraclio fiaccarono i Greci con questo doppio giogo; i vizi dei
sudditi, secondo una legge dell'eterna Giustizia, digradarono il
tiranno, e a gran pena colle più esatte indagini sul trono, nei campi, e
nelle scuole si giunge a dissotterrar qualche nome degno d'esser tolto
all'obblìo. Alla povertà del subbietto non ripara l'abilità o la varietà
delle tinte, impiegata dai pittori storici. I quattro primi secoli d'un
intervallo di ottocento anni sono rimasti per noi nelle tenebre di rado
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