Flaviano fu maltrattato da Dioscoro, percosso e respinto a calci-, e questa relazione d'Evagrio (l. II, c. 2) viene rafforzata dallo storico Zonara (t. II, l. XIII, p. 44), che afferma, esser uso Dioscoro a dar calci come un mulo. Ma il linguaggio di Liberato è più circospetto (-Brev.- c. 12, -in Concil.- t. VI, p. 438), e gli Atti del Concilio di Calcedonia, prodighi dei titoli d'omicida, di Caino ec., non giustificano un'accusa tanto speciale. Il monaco Barsuma è incolpato in particolare, εσφαξε τον μακαριον φλαυιανον αυτος εστηκε και ελεγε σφαξον, -d'avere straziato il beato Flaviano il quale, senza moversi, dicea, strazia pure.- (-Concil.- t. IV, p. 1413). [76] Gli Atti del Concilio di Calcedonia (-Conc.- t. IV, p. 761-2071), comprendono quelli d'Efeso, (pag. 890-1189), nei quali è pure inserito il Sinodo di Costantinopoli sotto Flaviano (pag. 930-1072): fa d'uopo qualche attenzione per discernere questo doppio inesto. Tutto ciò che si riferisce ad Eutiche, a Flaviano, a Dioscoro vien raccontato da Evagrio (l. I, c. 9-12, e l. II, c. 1, 2, 3, 4), e da Liberato (-Prev.- c. 11, 12, 13, 14). Io rimando ancora questa volta, e forse per l'ultima alle esatte ricerche di Tillemont (-Mém. ecclés.- t. XV, p. 479-719). Gli annali del Baronio e del Pagi m'accompagneranno anco più in là nel lungo e penoso viaggio da me intrapreso. [77] Μαλιςα η περιβοντος Πανσοφια η καλουμενη Ορεινη (forse Ειρηνη), περι ησ και ο πολυανθροποσ τησ Αλεξανδρεων δημος αφηκε φωνην αυτης τε και του εραςου μεμνημενος, -soprattutto la famosa Pansofia denominata Orine- (forse -Irene-) -per la quale anche il numeroso popolo d'Alessandria abiurò la memoria di lei e del drudo- (-Concil.- t. IV, p. 1276). Si trova un saggio dello spirito e della malizia del popolo nell'antologia greca (l. II, c. 5, p. 188 ed. Wechel); l'editor Brodeo non conobbe a chi fosse applicato. L'autor anonimo dell'epigramma forma un giuoco di parole assai frizzante sulla frase del saluto episcopale «-La pace sia con tutti voi-» pari al nome vero o corrotto della concubina del vescovo, detta Irene (che in greco vuol dir pace). Ειρηνη παντεσσιν επισκοπος ειπεν επελθων Πως δυναται πασιν ην μονοσ ενδος εχει; -Comparando il vescovo disse: pace (Irene) a tutti; ma come a tutti, se l'ha in casa egli solo!- Non so, se il Patriarca, che sembra essere stato un amante geloso sia il Cimone dell'epigramma precedente, di cui Priapo medesimo vedea con istupore ed invidia πεος εστεκος. [78] -Non v'era bisogno di manifestare cose così dispiacevoli a' credenti: si sa che vi furono, e vi saranno Vescovi peccatori; il tribunale della Penitenza è fatto anche per essi.- [79] Quelli che rispettano l'infallibilità dei Concilii dovrebbero provarsi a determinare il senso di quella decisione. I Vescovi che colla loro opinione dieder legge all'assemblea erano attorniati da scrivani infedeli o negligenti, che disseminarono le copie pel Mondo. Nei nostri MS. greci si trova quella versione falsa e proscritta di εκ τον φυσεων, -dalle nature- (-Concil.- t. III, p. 1460). Non pare che siasi mai avuta una traduzione autentica dello scritto di Papa Leone; e le antiche versioni latine sono essenzialmente differenti dalla vulgata attuale, secondo i migliori MS. degli Ακοιμητοι, -Vigilanti-, a Costantinopoli, (Ducange, -C. P. Cristiana-, l. IV, p. 151), che così era chiamato un celebre monastero di Latini, di Greci e di Sirii. (Vedi -Concil.- t. IV, p. 1959-2049, e Pagi, -Critica-, t. II, p. 326 ec.). [80] -Non si devono trattare con figure rettoriche, che racchiudono uno scherzo, materie per se stesse gravissime, e rispettabili; bisogna maneggiarle colla ragione teologica.- (Nota di N. N.) [81] Il microscopio di Petavio non rappresenta che oscuramente questa particella (t. V, l. III, c. 5); eppure quel sottil Teologo esso stesso n'è sbigottito, -ne quis fortasse supervacaneam, et nimis anxiam putet hujusmodi vocularum inquisitionem, et ab instituti theologi gravitate alienam- (p. 124). [82] Εβοησαν η ο ορος κρατειτω η απερχομεθα.... οι αντιλεγοντες φανεροι γενωνται, οι αντιλεγοντες Νεςοριανοι εισιν, οι αντελεγοντες εις Ρωμην απελτοσιν, -gridarono, o si assegni il termine, o andiamcene.... si palesino gli avversari, gli avversari sono Nestoriani, vadano gli avversari a Roma- (=Concil.= t. IV, p. 1449). Evagrio e Liberato non mostrano questo Concilio che in un aspetto pacifico, e scorrono prudentemente su queste brage -suppositos cineri doloso.- [83] -I Cristiani de' nostri giorni prudentemente alieni da controversie, e da turbolenze, credano ciecamente alle parole del Credo, e della buona dottrina teologica, le quali esprimano misterii, ch'essi riveriscono senza correre il pericolo dei ragionamenti.- (Nota di N. N.) [84] -Vedi- nell'Appendice agli Atti di Calcedonia, la conferma di questo Sinodo fatta da Marciano, (-Concil.- t. IV, pag. 1781, 1783), le sue lettere ai monaci d'Alessandria (p. 1791), a quei del monte Sinai, (p. 1793), a quei di Gerusalemme e di Palestina (pag. 1798), le sue leggi contro gli Eutichiani (p. 1809, 1811, 1831), il carteggio di Leone coi Sinodi provinciali intorno la rivoluzion d'Alessandria. (p. 1835-1930). [85] Fozio (o più veramente Eulogio d'Alessandria) in un bel passo della sua opera confessa, che par ben fondata questa doppia accusa contro Papa Leone e il suo Concilio di Calcedonia (-Bibl. cod.- CCXXV, p. 768). Facea egli una doppia guerra ai nemici della Chiesa e feriva l'uno o l'altro di costoro cogli strali del suo avversario κατ’αλληλοις βελεσι τους αντιπαλους επετροσκε. Parea che stabilisse contro Nestorio συγχυσις, -la confusione delle Nature- dei Monofisiti; contro Eutiche confermasse υποσασεων διαφορα, -la diversità di sostanze- dei Nestoriani. Dice l'apologista, che bisogna interpretare con carità le azioni dei Santi: se si fosse proceduto così riguardo agli eretici le controversie si sarebbero terminate in vani schiamazzi esalati per l'aria. [86] Era soprannominato Αιλουρος, -il gatto-, in grazia delle sue corse notturne. In mezzo all'oscurità, e mascherato girava attorno alle celle del monastero, e dirigeva ai suoi confratelli addormentati parole ch'erano credute rivelazioni (-Theo. Lector.- l. I). [87] Φονους τε τολμηναι μυριους, αιματων πληθει μολυνθηναι μη μονον την γην αλλακαι αυτον αερα, essersi sofferte stragi a migliaia, dalla piena di sangue essere stata contaminata, -non la sola terra, ma l'aria stessa.- Tal'è il linguaggio iperbolico dell'Ennotico. [88] -Vedi- la Cronica di Vittore Tunninense, nelle Lezioni antiche di Canisio, ristampate da Basnagio (t. 1, p. 326.) [89] L'Ennotico è stato trascritto da Evagrio, (l. III, c. 13) e tradotto da Liberato (-Brev.- c. 18). Pagi (-Critica-, t. II, p. 411), ed Assemani (-Bibl. orient.- t. I, p. 343), non ci vedeano eresia di sorta; ma Petavio (-Dogm. Theolog.- t. V, l. I, c. 13, p. 40) si è fatta lecita una assai strana asserzione, dicendo, -Calcedonensem ascivit.- Un suo nemico potrebbe dargli l'accusa di non aver mai letto l'Ennotico. [90] -Vedi- Renaudot (-Hist. Patriarch. Alex.- p. 123, 131, 145, 195, 247). Furono riconciliati da Marco I (A. D. 799-819) il quale promosse i Capi ai vescovadi di Atribis e di Talba, forse Tava, (-Vedi- d'Anville p. 87) e supplì alla mancanza dei Sacramenti che non erano stati conferiti in una Ordinazione episcopale. [91] -De his quos baptisavit, quos ordinavit Acacius, maiorum traditione confectam et veram, praecipue religiosae sollicitudini congruam praebemus sine difficultate medicinam.- (Gelasio in -epist. 1 ad Euphemium. Conc.- t. V, p. 286). La proferta d'una medicina prova la malattia, e molti saran periti, prima che arrivasse il medico Romano. Tillemont medesimo (-Mém. ecclés.- t. XVI, p. 372, 642, etc.) è nauseato dal naturale orgoglio e poco caritatevole dei Papi; presentemente son contenti, egli dice, d'invocar S. Flaviano d'Antiochia e S. Elia di Gerusalemme ec. a cui quando eran viventi ricusavan la comunione. Ma il cardinal Baronio sta saldo e duro come la rupe di S. Pietro. [92] Se ne cancellarono i nomi dal dittico della Chiesa: -ex venerabili diptycho, in quo piae memoriae transitum ad coelum habentium episcoporum vocabula continentur.- (-Concil.- t. IV, p. 1846). Questo registro ecclesiastico equivaleva dunque al libro della vita. [93] Petavio (-Dogmat. Theolog.- t. V, l. V, c. 2, 3, 4, p. 217-225), e Tillemont (-Mém. ecclés.- t. XIV, p. 713, etc. 799), ci danno la storia e la dottrina del Trisagion; nei dodici secoli che passarono fra Isaia e il giovanetto S. Proculo, che fu rapito in Cielo alla presenza del vescovo e del popolo di Costantinopoli, era stato ben perfezionato questo Inno. Intese il giovanetto queste parole dalla bocca degli angeli. «Santo Dio! Santo forte! Santo immortale!» [94] Pietro Gnafeo, il Gualchieraio, (mestiere ch'egli facea nel suo monastero) patriarca d'Antiochia. La sua noiosa storia si discute lungamente negli annali di Pagi (A. D. 477-490), e in una dissertazione del signor di Valois sulla fine del suo Evagrio. [95] I cenni che si riferiscono alle turbolenze accadute sotto il regno d'Anastasio si trovano sparsi qua e là nelle Croniche di Vittore, di Marcellino e di Teofane. L'ultima non era pubblicata al tempo di Baronio; il Pagi, suo censore, è più copioso e più esatto nelle citazioni. [96] -Tali erano i gridi di una truppa di Monaci tumultuanti, e sediziosi, disapprovati dai veri Cristiani, che amano la pace, e che sono obbedienti ai loro Sovrani.- (Nota di N. N.) [97] -I veri seguaci di Cristo, Dio di Pace, disapprovano queste guerre, queste ribellioni, e questi massacri promossi da monaci, e da preti, che si scostarono intieramente dalle massime cristiane le quali insegnano doversi usare la persuasione, e non la forza, ed aver sempre tolleranza ed amore.- (Nota di N. N.) [98] I fatti generali della storia dal Concilio di Calcedonia sino alla morte d'Anastasio sono registrati nel Breviario di Liberato (c. 14-19), nel secondo e terzo libro di Evagrio, nell'estratto dei due libri di Teodoro Lettore, negli Atti dei Sinodi e nella Epistole de' Papi (-Concil.- t. V). Le particolarità successive si trovano con qualche confusione nei tomi decimoquinto e decimosesto delle -Mém. ecclés.- del Tillemont. Io debbo qui prender commiato da questa guida impareggiabile, la quale fa dimenticare la sua cieca divozione coi pregi eruditi, colla cura che pone nelle sue ricerche, colla veracità ed esattezza scrupolosa che osserva. Gl'impedì la morte di terminare come aveva intenzione il sesto secolo della Chiesa e dell'Impero. [99] Le accuse degli aneddotti di Procopio (c. 11, 13, 18, 27, 28), colle dotte annotazioni d'Alemanno son confermate, anzi che contraddette dagli Atti dei Concilii, dal quarto libro d'Evagrio, e dalle lagnanze dell'Africano Facondo in un duodecimo libro -de tribus capitalis; cum videri doctus appetit importune.... spontaneis quaestionibus ecclesiam turbat.- (-Vedi- Procopio -de Bell. Goth.- l. III, c. 35). [100] Procopio, -De Aedific.- l. I, c. 6, 7, etc., -passim.- [101] ’Ος δε καθηται αφυλακτος ες επι λεσχης τινος αωρι νυκτον ομου τοις των ιερεον γερουσιν ασχετον ανακυκλειν τα Χριστιανον λογια σπουδην εχων. (Procopio, -De bell. goth.- l. III, c. 32). L'autore della vita di S. Eutichio (-apud.- Alleman. -ad- Procop., -Arcan.- c. 18) fa la stessa pittura di Giustiniano, ma coll'intenzione di lodarlo. [102] Procopio che espone questi sensi saggi e moderati (-De Bell. goth.- l. I, c. 3), è trattato per ciò duramente nella Prefazione di Alemanno, che lo mette nella lista de' -cristiani politici-; -sed longe verius haeresium omnium sentinas, prorsusque atheos-: Atei abbominevoli, che raccomandavano d'imitare la bontà di Dio verso gli uomini (-Ad. Hist. Arcan.- c. 13). [103] Quest'alternativa che merita attenzione è stata conservata da Giovanni Malala (t. II, p. 63, edit. di Ven. 1733), il quale è sempre più degno di fede verso la fine della sua opera: dopo aver fatto l'enumerazione dei Nestoriani e degli Eutichiani ec., -ne expectent-, dice Giustiniano, -ut digni venia judicentur; jubemus enim ut... convicti et aperti haeretici justae et idoneae animadversioni subjiciantur.- Questo editto del codice è riferito con elogio da Baronio (A. D. 527, n. 39-40). [104] -Vedi- il carattere e le massime dei Montanisti in Mosemio, (-De rebus Christ. ante Costantinum-, p. 410-424). [105] -Sono nati i Cristiani eretici detti Montanisti da Montano loro Capo, cui si unirono Priscilla, e Massimilla che abbandonarono i loro mariti; i Montanisti erano visionarii, e fanatici oltre modo.- (Nota di N. N.) [106] Teofane (-Chronique- p. 153). Da Giovanni il Monofisita, Vescovo asiatico, ci è data una delle più autentiche testimonianze che aver si possano in questo proposito, poichè impiegato all'uopo dall'Imperatore (Assemani, -Bibl. orient.- t. II, pag. 85). [107] Si confronti Procopio (-Hist. Arcan.- c. 28 e le -note- d'Alemanno), con Teofane (-Chron.- p. 190). Il Concilio di Nicea aveva commessa al Patriarca, o piuttosto agli astronomi d'Alessandria, l'annua pubblicazione della Pasqua; ed ancora oggi noi leggiamo, o piuttosto non leggiamo mai, le lettere Pasquali di S. Cirillo, di cui ne rimane un buon numero. Dopo il regno del Monofisismo in Egitto, furono i Cattolici assai impacciati da un pregiudizio tanto irragionevole, quanto quello per cui i Protestanti non han voluto per lungo tempo accettare lo stile Gregoriano. [108] -Vedi- su la Religione e la storia dei Samaritani, -l'Histoire des Juifs-, del Basnagio, opera dotta e imparziale. [109] Sichem, Neapoli, Naplous, ch'è la residenza antica e moderna dei Samaritani, giace in una valle fra lo sterile Ebal, il monte delle Maledizioni al Nort, e il fertile Garizim, o sia monte delle Maledizioni al Sud, distante da Gerusalemme dieci od undici ore di viaggio. Vedi Maundrel, (-Journey from Aleppo- etc. p. 59-63). [110] Procopio (-Anecdot.- c. II); Teofane, (-Chron.- pag. 152), Giovanni Malala, (t. II, pag. 62). Mi ricordo d'aver letto questa osservazione mezzo filosofica, e mezzo superstiziosa, cioè che la provincia devastata dal fanatismo di Giustiniano fu quella stessa, per cui i Musulmani entrarono nell'impero. [111] Le espressioni di Procopio sono notabili: ου γαρ οι εδοκει φονος ανθρωπον εινακ, ην γε μη τηςαυτου δοξην οι τελευτωντες τυχοιεν οντες, -imperocchè non gli pareva che fosse un fare strage degli uomini, se gli uccisi non erano della sua fede (Anecdot. c. 13).- [112] -Vedi- la Cronaca di Vittore p. 328, e la testimonianza originale delle leggi di Giustiniano. Pei primi anni del regno di costui Baronio è molto di buon umore con esso, poichè accarezzò i Papi sino a tanto che li tenne soggetti alla sua volontà. [113] Procopio -Anecdot.- c. 13. Evagrio l. IV, c. 10. Se l'Istorico ecclesiastico non ha letto l'Istorico secreto, provano almeno i lor sospetti comuni, che l'odio del Pubblico era generale. [114] -Vedi- sui tre Capitoli gli Atti originali del quinto Concilio generale tenuto a Costantinopoli; vi si trovano molti fatti autentici, ma inutili (-Concil.- t. VI, p. 1-419). Evagrio autor greco, è meno minuzioso e meno esatto (l. IV, c. 38) dei tre zelanti Affricani, Facondo (ne' suoi dodici libri -De tribus capitulis-, pubblicati da Sirmond in modo correttissimo), Liberato (nel suo -Breviarum-, c. 22, 23, 24), e Vittorio Tunnunense (nella sua -Chron. in t. I, antiq. Lect. Canisii-, pag. 330-334). Il -Liber pontificalis- od Anastasio (-in Vigilio, Pelagio-, etc.), è una prova originale, ma tutta in favore degli Italiani. Potrà il lettor moderno ricavar qualche notizia dal Dupin (-Bibl. ecclésiast.- t. V, p. 189-207), e dal Basnagio (-Hist. de l'Eglise-, t. I, p. 519-541); ma il secondo disprezza troppo l'autorità e il carattere de' Papi. [115] Origene era di fatto assai propenso ad imitare la πλανη -l'errore-, e la δυσσεβεια -l'empietà- degli antichi Filosofi (Giustiniano -ad Mennam, in Concil.- t. VI, p. 356); mal s'accordavano collo zelo ecclesiastico le sue opinioni moderate, e fu trovato reo dell'eresia della ragione. [116] Basnagio (-Praefect.- p. 11-14 ad tom I; -Antiq. Lect. Canis.-) ha benissimo pesato la colpa e l'innocenza di Teodoro di Mopsuesta: se compose diecimila volumi, vuole la carità che se gli perdonino diecimila errori. Egli è registrato, ma senza i suoi due confratelli nei cataloghi degli Eresiarchi, formati dopo di lui; ed Assemani (-Bibl. orient.- t. IV p. 203-207), manca al suo impegno di giustificare quel decreto. [117] Vedi le doglianze di Liberato e di Vittore, e le esortazioni di Papa Pelagio al conquistatore ed all'Esarca d'Italia. -Schisma.... per potestates pubblicas opprimatur.- etc. (-Concil.- t. VI, p. 467, etc.). Si teneva un esercito a reprimere la sedizione in una città dell'Illiria. Vedi Procopio (-De Bell. Goth.- l. IV, c. 25) ων περ ενεκα σφισιν αυτοις οι Χριςιανοι διαμαχονται, -per queste cagioni i Cristiani si facean guerra fra loro.- Par che prometta una storia della Chiesa: sarebbe stata curiosa e imparziale. [118] Papa Onorio riconciliò colla Chiesa, (A. D. 638), i Vescovi del patriarcato d'Aquileia; (Muratori, -Annal. d'Ital.- t. V, p. 376); ma ricaddero nello scisma, il quale non s'estinse al tutto che nel 698. Quattordici anni prima tacitamente non avea voluto la chiesa di Spagna sottomettersi al quinto Concilio generale (-XIII Concil. Toletan. in Concil.- t. VII, p. 487-494). [119] Nicezio, vescovo di Treveri. (-Concil.-, t. IV, pag. 511-513) pel suo rifiuto di condannare i tre Capitoli, fu separato dalla comunione dei quattro Patriarchi, non che la maggior parte dei prelati della Chiesa gallicana (San Gregor. -epist. l. VII; epist. 5 in Concil. t. VI,- p. 1007). Baronio quasi quasi pronuncia la dannazione di Giustiniano (A. D. 565, n. 6). [120] Dopo avere Evagrio narrata l'ultima eresia di Giustiniano (l. IV, c. 39, 40, 41), e l'editto del suo successore, (l. V, c. 3), non mette più nella sua storia fatti ecclesiastici, ma solamente civili. [121] La Croze (-Christian. des Indes-, t. I, p. 19, 20) ha notato questa straordinaria e forse inconseguente dottrina dei Nestoriani; vien'essa esposta più minutamente da Abulfaragio (-Bibl. orient.- t. II, 292; -Hist. dynast.-, pag. 91, vers. lat., Pocock), e dall'istesso Assemani (t. IV, p. 218); pare che ignorino, ch'essi poteano allegare l'autorità positiva dell'Ectesi. Ο μιαρος Νεςοριος καιπερδιαιρων ιην θειαν του Κυριου ενανθρωπησιν, και δυο εισαγων υιους δυο θελεματα τουτων ειπειν ουν ετολμησε, τουναντιον δε ταυτο βουλιαν των... δωο προσωπων εδοξασε, -l'iniquo Nestorio, benchè col dividere la divina Umanità del Signore e introdurre due Nature-, (rimprovero ordinario dei Monofisiti) non -ebbe coraggio di asserire due volontà in esse, e per l'opposito opinò esser una la volontà delle due Persone.- (-Concil.- t. VII, p. 205). [122] -Vedi- la dottrina ortodossa in Petavio: (-Dogmata Theolog.- t. V, l. IX, c. 6-10, p. 433-447). Tutte le profondità di queste controversie si scontrano nel dialogo greco tra Massimo e Pirro (-ad calcem-, tom. VIII -Annal.- Baron. pag. 755-794); e di fatto questo dialogo era stato tenuto in una conferenza che originò una conversione di poca durata. [123] -Impiissimam Ecthesim... scelerosum typum- (Concil. t. VII, pag. 366), -diabolicae operationis genimina- (forse -germina-, o altrimenti secondo la greca parola γενεματα, -frutti, produzioni-, dell'originale), -Concil.- pag. 363-364. Parole son queste del XVIII anatema. L'epistola di Martino ad Amando, un de' Vescovi della Gallia, maltratta con pari acerbità i Monoteliti, e la loro eresia. (p. 392). [124] I mali di Martino e di Massimo son descritti con una semplicità patetica nelle lor lettere, e ne' loro Atti originali. (-Concil.- t. VII, p. 63-68. Baron. -Annal. eccles.- A. D. 656 n. 2 -et annos subsequent.-) Il gastigo per altro della lor disubbidienza, εξορια e σωματος αικιςμος, -l'esilio- e -i tormenti corporali-, era minacciato nel tipo di Costanzo (-Concil.- t. VII, pag. 240). [125] Eutichio (-Annal.- t. II, p. 368), malamente suppone, che i cento ventiquattro Vescovi del Sinodo romano si trasportassero a Costantinopoli; e aggiuntili ai cento sessant'otto Greci, viene così componendo di duecentonovantadue Padri il sesto Concilio ecumenico. [126] Costanzo, attaccato alla dottrina dei Monoteliti, era odiato da tutti, δια τοι καυτα, (dice Teofane, -Chron.- p. 292), εμισισθη σφαδρα παρα παντων. Quando il monaco monotelita non riuscì a fare il miracolo che aveva promesso, il Popolo fece alto schiamazzo, ο λαος ανεβοησε -il popolo esclamò- (-Concil.- t. VII, p. 1022). Ma questa fu un'emozion naturale e momentanea, e temo assai non sia stata quest'ultima un'anticipazione d'ortodossia nel buon popolo di Costantinopoli. [127] -È disapprovabile la franchezza dell'Autore nel dar torto (senza presentare lo stato della questione, e senza addurre le ragioni teologiche) ai Concilii di Roma, ed anche al Concilio generale VI tenuto in Costantinopoli contro i Monoteliti, ossia contro i sostenitori di una sola volontà in Gesù Cristo: questi Concilii hanno decretato, contro molti Vescovi ed ecclesiastici, essere in Gesù Cristo due volontà, concordanti per altro fra loro, e questo è ciò che si deve credere. Questa fede poi ha anche il motivo di credibilità. Era stato deciso prima dal Concilio generale III e d'Efeso I, anno 431, non essere in Gesù Cristo che una persona contro Nestorio Patriarca di Costantinopoli, e contra i Vescovi, e preti d'Oriente suoi compagni. Sosteneva egli l'Eretico, essere il Verbo (che vuol dire l'Intelligenza, o parola di Dio) e l'Uomo due persone, e quindi non poter dirsi che Maria fosse Madre di Dio, ma bensì soltanto Madre di Cristo: asseriva, che la Natura divina si è unita colla umana come un uomo che fa un'opera, è unito all'istromento di cui si serve per farla; che l'uomo a cui si unì il Verbo è un tempio nel quale abita il Verbo, il quale lo dirige, e lo anima, e non fa che un tutto con lui, e che questa era la sola unione possibile tra la Natura umana e la divina; non ammetteva che un'unione morale fra il Verbo, e la natura umana; asseriva non potersi ammettere tra la natura umana e la divina unione tale, che rendendo la Divinità soggetta alle passioni, e alle debolezze dell'umanità formi in Gesù Cristo una sola persona; negava in somma l'unione ipostatica del Verbo colla umana natura ossia l'Incarnazione, e diceva essere due persone in Gesù Cristo: soggiungeva che la frase- Madre di Dio -era un ostacolo alla conversione dei Gentili: imperciocchè, diceva, come si potranno impugnare le loro Divinità quando si ammetta un Dio ch'è nato, un Dio che ha sofferto, un Dio ch'è morto? L'errore di Nestorio, il quale non supponeva, che un'unione morale tra la Natura divina ed umana, asserendo essere due persone in Gesù Cristo, distruggeva tutta l'economia dalla religione cristiana, poichè egli è evidente, che in tal caso ne seguirebbe, che Gesù Cristo nostro Mediatore, e Redentore, non fosse che un semplice uomo, lo che distrugge il fondamento della religione cristiana. Il dogma dell'unione ipostatica vale a dire dell'Incarnazione, fu spiegato, e determinato dal Concilio generale III e d'Efeso I presieduto da S. Cirillo Patriarca d'Alessandria: cotal dogma non è una speculazione inutile come pretendono i liberi pensatori; serve a darci l'esempio di tutte le virtù, ad istruirci con autorità, ed a prevenire infiniti abusi, ne' quali sarebbero caduti gli uomini, quando non avessero avuto per modello, e per mediatore, fra Dio ed essi, che un semplice uomo. In questa vista i S. S. Padri hanno mirato il dogma dell'Incarnazione: ma non è questo il luogo di trattare a lungo di ciò (Vedi S. Agostino De Doctr. Christ. S. Greg. Moral. l. 6, 7). Era stato deciso, secondo gli scritti de' S. S. Padri, dal Concilio generale IV di Calcedonia l'anno 451, che in Gesù Cristo figlio di Dio perfetto nella sua Divinità, e perfetto nella sua Umanità, consustanziale al Padre secondo la Divinità, ed a noi secondo l'umanità, vi furono due Nature unite senza cangiamento, senza separazione, di modo, che le proprietà delle due Nature sussistono, e convengono ad una medesima sola persona, che non è in niun modo divisa in due, ma che è un solo Gesù Cristo figlio di Dio come era stato espresso nel Credo scritto nel Concilio generale I di Nicea, l'anno 325, e ciò contro il Monaco eretico Eutiche, Capo degli Eutichiani, il quale per fuggire l'errore del Nestorianismo delle due persone in Gesù Cristo figlio di Dio, perchè vi sono due Nature, sosteneva che le due Nature fossero talmente unite da non formarne che una sola, e confuse le due Nature in una sola spiegando ciò col dire, che la Natura umana era stata assorbita dalla divina, come una gocciola dal Mare; e così spogliava Gesù Cristo della qualità di Mediatore, e distruggeva i patimenti, la morte e la resurrezione, mentre tutte queste cose s'appartengono alla natura umana, ed alla esistenza di un'anima umana, e di un corpo umano uniti alla Persona del Verbo, e non appartengono in niun modo al solo Verbo. Se dunque era stato prima deciso dal Concilio generale IV di Calcedonia, nell'anno 451, esservi in Gesù Cristo due Nature unite, ma non confuse, ne veniva di conseguenza ch'egli dovesse avere due volontà siccome appunto decise il Concilio generale IV contro i Monoteliti, che sostenevano aver Cristo una sola volontà. Serva questa nota d'istruzione dogmatica a' lettori per que' luoghi tutti ove l'Autore fa parola della Natura, e della persona di Gesù Cristo.- (Nota di N. N.) [128] L'istoria del Monotelismo sta negli Atti dei Concilii di Roma (t. VII, pag. 77-395, 601-608), e di Costantinopoli (p. 609-1429). Baronio ha tratto alcuni documenti originali dalla Biblioteca vaticana, e le accurate ricerche del Pagi hanno retificata la sua cronologia. Dupin istesso (-Bibliot. ecclés.-, t. VI, pag. 57-71), e Basnagio (-Hist. de l'Eglise-, t. I, p. 541-555) ne danno un compendio assai pregevole. [129] Nel Concilio Lateranense nel 679, Wilfrido vescovo Anglo-sassone sottoscrisse -pro omni Aquilonati parte Britanniae et Hiberniae, quae ab Anglorum et Brittonum, necnon Scotorum et Pictorum gentibus colebantur- (Eddio, -in vita S. Wifrido-, c. 31 -apud- Pagi, -Critica-, t. III, p. 88). Teodoro (-magnae insulae Britanniae archiepiscopus et philosophus-) fu aspettato a Roma lungamente (-Concil.- tom. VII, p. 714); ma si contentò di tenere (A. D. 680) il suo Sinodo provinciale in Hatfield, ove ricevè i decreti di Papa Martino e del primo Concilio di Laterano contro i Monoteliti (-Concil.- t. VII, pag. 597 etc.), Teodoro, monaco di Tarso in Cilicia, era stato nominato da Papa Vitaliano primate della Brettagna (A. D. 668); -Vedi- Baronio e Pagi che ne lodano il suo sapere e la pietà, ma diffidano del suo carattere nazionale; -ne quid contrarium veritatis fidei, graecorum more in Ecclesiam cui praeesset, introduceret.- Il monaco di Cilicia fu mandato da Roma a Cantorbery accompagnato da una guida affricana (Beda, -Hist. eccles. Anglorum-, l. IV, c. 1). Egli aderì alla Dottrina romana; e lo stesso domma dell'Incarnazione si è trasmesso senza cangiamento da Teodoro ai primati dei tempi moderni, che dottati di più sodo giudizio, s'imbarazzano, cred'io, rare volte dei labirinti di quel astratto Mistero. [130] Pare che questo nome ignoto, sino al decimo secolo, sia di origine siriaca. Fu inventato dai Giacobiti, e con ardore accolto dai Nestoriani e dai Musulmani; ma i Cattolici lo accettarono senza rossore, e sovente si trova negli Annali di Eutichio (Assemani, -Biblioth. orient.- t. II, p. 507, etc. t. III, pag. 355; Renaudot -Hist. patriar. Alexan.- pag. 119). Ημεις δουλοι του βασιλεως, -noi siam sudditi del re-, fu l'acclamazion dei Padri di Costantinopoli (-Concil.--- t. VII, p. 765). [131] Il siriaco tenuto per lingua primitiva dagli originarii della Siria avea tre dialetti: 1. l'-arameo-, che si parlava in Edessa, e nelle città della Mesopotamia; 2. il -palestino-, usato in Gerusalemme, in Damasco, e nel resto della Siria; 3. il -nabateo-, idioma rustico delle montagne dell'Assiria e de' villaggi dell'Irak (Gregor. Abulfarag. -Hist. dynast.-, pag. 11). -Vedi- sul siriaco, Ebed-Gesù (Assemani, t. III, pag. 326, etc.), il quale solamente per animo preoccupato ha potuto preferirlo all'arabo. [132] Io non velerò la mia ignoranza sotto i manti di Simone, di Walton, di Mill, di Wetstein, d'Assemani, di Lodolfo, o di La Croze da me diligentemente consultati. Pare 1. non esser certo, che noi ogni abbiamo nella primiera integrità versione veruna di quelle decantate dai Padri della Chiesa; 2. la version siriaca esser quella, che sembra aver più titoli d'autenticità, e che per confession delle Sette d'Oriente è più antica del loro scisma. [133] In ciò, che riguarda i Monofisiti e i Nestoriani io debbo moltissimo alla -Bibliotheca orientalis Clementino-Vaticana- di Giuseppe Simone Assemani. Questo dotto Maronita andò nel 1715, per ordine di Papa Clemente XI, a visitare i monasteri dell'Egitto e della Siria in cerca di MS. I quattro volumi in foglio da lui pubblicati a Roma nel 1719 non contengono che una parte dell'esecuzione del suo vasto disegno; ma forse è la più preziosa. Nato egli in Siria conosceva benissimo la letteratura siriaca, e si vede, che quantunque dependesse dalla Corte romana s'ingegna d'essere moderato e sincero. [134] -Vedi- i Canoni arabi del Concilio di Nicea nella traduzione d'Abramo Ecchelense, n. 37, 38, 39, 40. -Concil.- t. II, p. 335, 336, ediz. di Venezia. Que' titoli, conosciuti di -Canoni di Nicea- e di -Canoni arabi- sono ambedue apocrifi. Il Concilio di Nicea non fece più di venti Canoni (Theod. -Hist. eccles.- l. I, c. 8); i settanta o ottanta che vi si aggiunsero, furono estratti dai Sinodi della Chiesa greca. L'edizione siriaca di Maruta non sussiste più (Assemani, -Bibl. orient.- t. I, p. 195, t. III, p. 74); e nella version araba havvi diverse alterazioni recenti. Questo codice per altro racchiude preziosi avanzi della disciplina ecclesiastica; ed essendo stimato da tutte le comunioni dell'Oriente, è probabile ch'ei sia stato finito prima dello scisma dei Nestoriani e dei Giacobiti (Fabric., -Bibliot. graec.- t. XI, p. 363-367). [135] Teodoro il Lettore (l. II, c. 5-49, -ad calcem. Hist. ecclesiast.-) ha fatto menzione di questa scuola persiana d'Edessa. Assemani (-Bibliot. orient.-, t. II, p. 402, t. III, p. 376-378, t. IV, p. 70-924), discute con molta chiarezza ciò che riguarda il suo antico splendore, e le due epoche della sua caduta. [136] Una dissertazione sullo stato dei Nestoriani è divenuta in mano d'Assemani un volume in foglio di 950 facciate, ove egli ha disposto in ordine chiarissimo le sue dotte ricerche. Oltre a questo quarto volume della -Bibliotheca orientalis-, gioverà consultare gli estratti che stanno nei tre primi tomi (t. I. p. 203, t. II, p. 321-463, t. III, p. 64-70, 378-395, ec. 403-408, 580-589). [137] -Vedi- la -Topographia christiana- di Cosma, soprannominato Indicopleuste, ossia navigatore indiano l. III, p. 178, 179, l. XI, p. 337. L'intiera opera, della quale si trovano degli estratti curiosi in Fozio (cod. XXXVI, p. 6, 10; ediz. Hoeschel), in Thevenot, (prima parte delle sue -Relations des voyages- ec.), e in Fabrizio (-Biblioth. graec.-, l. III, c. 25; t. II, p. 603-617), fu pubblicata dal padre Montfaucon, Parigi 1707, nella -Nova collectio Patrum-, (t. II, p. 113-346). Era intenzione dell'autore di confutar l'eresia di coloro, i quali sostengono che la Terra è un globo, e non una superficie piatta e bislunga, come è rappresentata dalla Scrittura (l. II, p. 138). Ma l'assurdità del monaco si trova mescolata colle cognizioni pratiche del viaggiatore, che partì, A. D. 522, e pubblicò un libro in Alessandria A. D. 547. (l. II, p. 140, 141; Montfaucon, -Praefat.- c. 2). Il Nestorianismo di Cosma, di cui non s'accorse il suo dotto editore, è stato scoperto dal La Croze (-Christianisme des Indes-, t. I, pag. 40-55), e questa cosa è confermata da Assemani (-Bibl. orient.-, t. IV, p. 605, 606). [138] L'Istoria del prete Gianni nel suo lungo cammino per Mosul, Gerusalemme, Roma, ec. divenne una mostruosa favola, alcuni passi della quale son tolti dal Lama del Thibet, (-Hist. généalogique des Tartares-, par. II, 42. -Hist. de Gengis-Khan-, p. 31 ec.), e che poi con un error madornale fu dai Portoghesi applicata all'imperator d'Abissinia. (Ludolfo -Hist. Aethiop. Comment.-, l. II, c. 1). È per altro probabile, che nell'undecimo e duodecimo secolo la -orda- dei Cheraiti professasse il Cristianesimo secondo i dommi dei Nestoriani (D'Herbelot, p. 256, 915, 959. Assemani t. IV, p. 468-504). [139] Il Cristianesimo della Cina fra il settimo e tredicesimo secolo, è provato in una maniera incontrastabile da documenti cinesi, arabi, siriaci e latini (Assemani -Bibl. orient.-, t. IV, p. 502-552. -Mem. da l'Accad. des inscript.-, t. XXX, p. 802-819). La Croze, Voltaire ec., sono stati ingannati dalla propria furberia, quando, per guardarsi da una frode gesuitica, han voluto considerar per supposta l'iscrizione del Sigan-Fu, la quale manifesta la gloria della Chiesa nestoriana dopo la prima missione (A. D. 636), sino all'anno 781, che è quello dell'iscrizione. [140] -Jacobitae et nestorianae plures quam graeci et latini.- Giacomo di Vitry, -Stor. Geros.- l. II, c. 76 pag. 1093, nelle -Gesta Dei per Francos--.- Ne segna il numero il Tomassino, -Discipline de l'Eglise-, t. I, p. 172. [141] Si può tener dietro alla division del patriarcato nella -Bibl. orient.-, d'Assemani, t. I, p. 523-549, t. II, p. 457 ec., t. III, pag. 603, 621-623, t. IV, pag. 164-169, 423, 622, 629, ec. [142] Fra Paolo nel settimo libro elegantemente presenta il pomposo linguaggio, che dalla Corte di Roma si adopera, quando se le sottomette un Patriarca nestoriano. Ebbe cura il Papa di usare le grandi parole di Babilonia, di Ninive, d'Arbela, i trofei d'Alessandro, Tauride ed Ecbatana, il Tigri e l'Indo. [143] S. Tommaso, che predicò nell'India, di cui parlano alcuni come d'un semplice missionario, altri come d'un manicheo, ed altri finalmente come d'un mercadante armeno (La Croze, -Christian. des Indes-, t. I, p. 57-70), era per altro celebre anche ai tempi di S. Girolamo (-ad Marcellam, epist. 148-). Marco Polo seppe colà, che S. Tommaso avea sofferto il martirio nella città di Maabar, ovvero di Meliapour, lontana una sola lega da Madras (D'Anville, -Eclaircissemens sur l'Inde-, p. 125), là dove i Portoghesi fondarono un vescovado sotto il nome di S. Thomé, e dove il Santo ha fatto ogni anno un miracolo, sino a tanto che non fu interrotto dalla profana vicinanza degl'Inglesi (La Croze, t. II, p. 7-16). [144] Nè l'autor della cronaca sassone (A. D. 883), nè Guglielmo di Malmsbury (-De gestis regum Angliae-, l. II, c. 4, p. 44), non poteano inventare nel dodicesimo secolo questo fatto straordinario. Non seppero nemmeno spiegare i motivi e il procedere d'Alfredo, e quel che ne dicono di fuga non serve che a stuzzicar la nostra curiosità. Guglielmo di Malmsbury sente la difficoltà dell'impresa, -quod quivis in hoc saeculo miretur-; e son tentato a credere, che in Egitto prendessero gli ambasciatori inglesi quelle mercanzie e quella leggenda. Alfredo che nel suo Orosio narra un viaggio nella Scandinavia (-Vedi- Barrington's Miscellanies), non fa menzione d'un altro nell'India. [145] -Essendo stato deciso dai Concilii interpreti legittimi dell'Antico, e del Nuovo Testamento, che (come abbiamo veduto) Gesù Cristo Verbo umanizzato dalla stessa sostanza di Dio Padre, era nato dalla Vergine Maria per opera non d'uomo, ma dello Spirito Santo, terza persona della Santissima Trinità, e venendo da ciò chiaramente, che Maria era Madre di Dio, non furono superstiziosi i Latini, ossia i Cristiani d'Occidente, siccome non lo sono oggidì tutti i Cattolici, se prestarono, e prestano un Culto distinto a questa Vergine maravigliosa, che essendo stata il mezzo misterioso onde comparve in questa Terra la seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo fatto uomo, il Salvatore de' credenti, era da considerarsi, siccome esclama con santo metaforico entusiasmo la Chiesa,- felix Coeli porta. -Il Culto dalla Vergine Maria non è dunque un atto superstizioso; è superstizioso quell'atto che non è stabilito ed approvato dai Concilii, cioè dalla Chiesa. È poi inconvenientissima, per lo meno, l'espressione dell'Autore,- elevata quasi al grado di una Dea: -questo nome- Dea -è proprio dalla religione politeistica, e non della Cristiana, e l'usarlo può far correre nel pericolo di avvicinare le due idee disgiuntissime di una Dea, e di- Maria: -bisogna usare molta circospezione nell'adoperar termini non determinati, o ricevuti dai Concilii, e da' S. S. Padri, cioè dalla Chiesa.- (Nota di N. N.) [146] -Non è idolatria il culto che i Cattolici prestano alle immagini di Cristo, di Maria, e dei Santi: vedi la nostra lunga nota, di sopra.- (Nota di N. N.) [147] -Il Sacramento della Penitenza, della remissione dei peccati, fu stabilito da Gesù Cristo col noto fatto della Maddalena: la Chiesa andò riducendolo a forma, a discipline prudenziali, e prescrivendolo ad un certo tempo. L'istromento della riconciliazione degli uomini con Dio, come può essere l'istromento della tirannia ecclesiastica? ciò non può essere. Se poi alcuni preti ne hanno abusato, e ne abusano, ciò altro non vuol dire se non che gli uomini abusano perfino delle cose più reverende.- (Nota di N. N.) [148] -Vedi- intorno ai Cristiani di S. Tommaso, l'Assemani -Bibl. orient.- t. IV, p. 391-407, 435-451. Geddes's -Church History of Malabar-, e specialmente La Croze, -Histoire du Christian. des Indes-, in due volumi -in- 12. -La Haye-, 1758, opera dotta e piacevole. Questi attinsero alla medesima fonte, cioè dalle relazioni dei Portoghesi e degli Italiani; e i pregiudizi dei Gesuiti sono bastevolmente contrappesati da quelli dei Protestanti. [149] Οιον ειπειν ψευδαληθης, come s'esprime Teodoro nel suo Trattato dell'Incarnazione, p. 245-247, e tale è la citazione che ne fa La Croze (-Hist. du Christianisme d'Ethiopie et d'Arménie-, p. 35), il quale forse un po' sconsideratamente, esclama, «Che raziocinio miserabile!» Renaudot (-Hist. patriarch. Alexand.-, pag. 127-138), accenna le opinioni espresse da Severo nelle controversie dell'Oriente, e si può vedere la sua vera profession di Fede nell'Epistola da Giovanni il Giacobita, patriarca Antiochia, scriveva nel decimo secolo a Menna d'Alessandria, suo fratello (Assemani -Bibl. orient.-, t. II, p. 132-141). [150] -Epistol. archimandritarum et monachorum Syriae secundae ad papam Hormisdam, Concil.-, t. V, p. 598-602. Il coraggio di S. Saba, -ut leo animosus-, darebbe a credere che non fossero poi sempre spirituali o difensive l'armi di quei monaci (Baronio A. D. 513, n. 7, ec.). [151] Assemani (-Biblioth. orient.-, t. II, p. 10-46), e La Croze (-Christian. d'Ethiop.-, p. 36-40), ci danno l'istoria di Senaia o Filosseno, vescovo di Mabug, o Hierapoli, nella Siria. Egli possedea perfettamente la lingua siriaca, e fu l'autore, e l'editore d'una versione del Nuovo Testamento. [152] Nella cronaca di Dionigi (-ap. Assem.-, t. II, p. 54), si hanno i nomi ed i titoli di cinquantaquattro Vescovi esiliati da Giustino. Fu chiamato Severo a Costantinopoli per esservi sentenziato, dice Liberato (-Brev.- c. 19), per aver mozza la lingua, dice Evagrio (l. IV, c. 4); il prudente Patriarca non si fermò ad esaminare la differenza di queste due cose. Questa rivoluzione ecclesiastica è dal Pagi assegnata al mese di settembre 518 (-Critica-, t. II, p. 506). [153] I particolari dell'oscura storia di Giacomo Baradeo, o Zanzalo, si leggono qua e là in Eutichio (-Annal.-, t. II, p. 144, 147), in Renaudot (-Hist. patriarch. Alex.- p. 133), in Assemani (-Bibl. orient.-, t. I, p. 424; t. II, p. 62-66, 324-222, 414; t. III, p. 385-388). Non pare che fosse noto ai Greci: i Giacobiti stessi volean piuttosto derivare il nome, e la genealogia loro dall'Apostolo S. Giacomo. [154] Le particolarità relative alla sua persona e a' suoi scritti formano per avventura l'articolo più curioso della Biblioteca d'Assemani (t. II, p. 244-321; ivi porta il nome di -Gregorio Bar-Ebreo-). La Croze (-Christian. d'Ethiopie-, p. 53-63), si fa beffe dal pregiudizio che hanno gli Spagnuoli contro il sangue giudaico, il quale secretamente macchia la loro chiesa e la loro nazione. [155] La Croze (p. 352), e lo stesso Sirio Assemani (t. I, p. 226, t. II, p. 304, 305), fanno la critica di quella astinenza eccessiva. [156] Una dissertazione di centoquarantadue pagine, che sta in principio del secondo volume d'Assemani, spiega perfettamente le circostanze dei Monofisiti. La Cronaca siriaca di Gregorio Bar-Ebreo o Abulfaragio (-Bibliot.- -orient.- tom. II, p. 321-463), ci dà la lista dei -Cattolici- o patriarchi Nestoriani, e quella dei -Mafriani- dei Giacobiti. [157] Eutichio (-Annal.-, t. II, pag. 191, 267, 332), e altri passi della Tavola metodica di Pocock provano, che fu indifferentemente usato il nome di Monoteliti e di Maroniti. Non aveva Eutichio alcun pregiudizio contro i Maroniti del secolo decimo; e possiam credere ad un Melchita, la cui testimonianza è confermata dai Giacobiti e dai Latini. [158] -Concil.-, t. VII, p. 780. Costantino, prete sirio d'Apamea, con intrepidezza e sottilmente difese la causa de' Monoteliti (1040 ec.). [159] Teofane (-Chron.- pag. 295, 296, 300, 306), e Cedreno (p. 437-440), narrano le glorie dei Mardaiti; il nome -mard-, che in siriaco significa -rebellavit- è spiegato da La Roque; (-Voyage de la Syrie-, t. II, p. 53); il Pagi ne fissa le date (A. D. 676, n. 4-14. A. D. 685 n. 3, 4), ed anche l'oscura istoria del patriarca Giovanni Marone (Assemani -Biblioth. orient.- t. I, p. 496-520), rischiara le turbolenze del monte Libano dall'anno 686 al 707. [160] Nell'ultimo secolo si vedeano tuttavia sul monte Libano venti di quei cedri cotanto vantati dalla Storia sacra (-Voyage- de la Roque, t. I, p. 68-76); oggi non ve ne ha più di quattro o cinque (Viaggio di Volney t. I, pag. 264). La scomunica proteggeva quegli alberi così celebri nella Scrittura; se ne levava, ma con circospezione, qualche pezzo per farne crocette, ec: ogni anno sotto la lor ombra si cantava una Messa, e i Sirii supponevano in essi la facoltà di rialzare i loro rami contro la neve, alla quale non sembra che il Libano sia tanto fedele quanto dice Tacito: -inter ardores opacum fidumque nivibus-: ardita metafora (Hist. v. 6). (Dicasi piuttosto che -fedele alle nevi-, significa fedele ossia sicuro, difeso ec. per le nevi, nel senso anche di Plinio. V. Forcellini. -N. del Trad.-) [161] La testimonianza di Guglielmo di Tiro (-Hist. in gestis Dei per Francos-, l. XXII, c. 8, p. 1022), è copiata, o confermata, da Giacomo di Vitry (-Hist. Hierosolym.-, l. II, c. 77, p. 1093, 1094); ma col potere dei Franchi mancò questa lega poco naturale, e Abulfaragio morto nel 1286, considera i Maroniti come una Setta di Monoteliti (-Bibl. orient.- t. II, p. 292). [162] Trovo una descrizione e una storia de' Maroniti nel -Viaggio in Siria e nel monte Libano-, del La Roque, due volumi in 12 -Amsterd.-, 1723; particolarmente nel t. I, p. 42-47, 174-84, t. II, p. 10-120; in ciò che si riferisce ai tempi antichi aderisce alle opinioni pregiudicate di Nairon e d'altri Maroniti di Roma, alle quali non sa rinunziare Assemani, ed ha poi vergogna di sostenerle. Si consulti Jablonski (-Instit. Hist. Christ.- t. III, p. 186), Niebur (-Voyage de l'Arabie-, etc. t. II, p. 346, 370-381), e soprattutto il giudizioso Volney (-Voyage en Egypte et en Syrie-, t. II, p. 8-31, -Paris-, 1787). [163] La Croze (-Hist. du Christianisme de l'Ethiopie et de l'Arménie-, p. 269-402), descrive in pochi tratti la religion degli Armeni. Ci rimanda alla grand'istoria d'Armenia pubblicata da Galano, (tre volumi in foglio, Roma 1650-1661), e raccomanda l'esposizione che dello stato dell'Armenia si fa nel terzo volume delle Nouveaux Mémoires des Missions du Levant. Convien dire, che sia assai pregevole l'opera d'un Gesuita, quando è lodata da La Croze. [164] Si pone l'epoca dello scisma degli Armeni ottantaquattr'anni dopo il Concilio di Calcedonia (Pagi, -Critica-, A. D. 535); terminò in uno spazio di anni diciassette; e coll'anno 552 si fissa la data dell'Era degli Armeni (-l'Art de vérifier les dates-, p. XXXV). [165] Si ponno vedere i sentimenti e le azioni di Giuliano di Alicarnasso in Liberato (-Brev.- c. 19), in Renaudot, (-Hist. patriarch. Alex.- p. 132-303), e in Assemani (-Bibl. orien.- t. II, -Dissert. de monophysitis-, P. VIII, p. 286). [166] -Vedi- un fatto notabile del dodicesimo secolo nell'istoria di Niceta Coniate (p. 258). Nonostante, tre secoli prima Fozio (-epist.- II, p. 49 edit. Montacul) s'era fatto una gloria della conversion degli Armeni λατρυει σημερον αρθοδοξως, -oggi il culto è ortodosso-. [167] Tutti i viaggiatori s'incontrano in Armeni, che han la metropoli sulla strada maestra fra Costantinopoli ed Ispahan; -Vedi- sul loro stato odierno il Fabricio (-Lux Evangelii-, etc. c. XXXVIII, p. 40-51), l'Oleario (l. IV, c. 40), il Chardin (vol. II, p. 232), Tournefort, (-Letter.- XX), e principalmente Tavernier (t. I, p. 28-37, 510-518), quel gioielliere vagabondo, che non avea letto alcun libro, ma che avea veduto tante cose, e bene. [168] L'istoria dei Patriarchi d'Alessandria da Dioscoro fino a Beniamino è tratta da Renaudot (p. 114-164), e dal secondo volume degli Annali di Eutichio. [169] Liberato (-Brev.- c. 20, 23, Victor, -Chron.- p. 329, 330). Procopio (-Anecd.- c. 26, 27). [170] Eulogio, ch'era stato monaco in Antiochia, valeva più nelle sottigliezze che nell'eloquenza. Egli vuol provare, che non si dee porre opera a riconciliare i nemici della Fede i Gaianiti e i Teodosiani; che la stessa proposizione può essere ortodossa in bocca di S. Cirillo ed ereticale in quella di Severo; che sono ugualmente vere le asserzioni contraddittorie di Leone. Non sussistono più i suoi scritti, se non se negli estratti di Fozio, che li avea letti attentamente, e con piacere. Cod. CCVIII, CCXXV, CCXXVI, CCXXVII, CCXXX, CCLXXX. [171] -Vedi- la vita di Giovanni il Limosiniere scritta da Leonzio, vescovo di Napoli in Cipro, suo contemporaneo, il testo greco del quale, o perduto, o nascosto, si trova in parte nella version latina di Baronio (A. D. 610 n. 9, A. D. 620 n. 8). Il Pagi (-Critica- t. II, p. 763), e il Fabricio (l. V, c. 11, t. VII, p. 454), han fatto varie osservazioni critiche. [172] Io ricavo questa notizia dalle -Recherches sur les Egyptiens et les Chinois- (t. II, p. 192, 193), più verisimile di quella che ne dà Gemelli Carreri, di seicentomila Cofti antichi, e di quindicimila moderni. Cirillo Lucar, Patriarca protestante di Costantinopoli si dolse perchè questi eretici erano dieci volte più numerosi dei Greci ortodossi, adattando loro ingegnosamente il verso πολλαι κεν δεκαδες δευοιατο οινοχοιο, -a molte decine mancherebbe per avventura il coppiere-, (-Iliade- II, 128), parole di gran disprezzo. (Fabric. -lux- -Evangelii- 740). [173] Le cose relative all'istoria, alla religione, ai costumi ec. dei Cofti, si raccolgono dall'opera bizzarra dell'abate Renaudot, che non è nè traduzione, nè originale, dalla -Chronicon orientale- di Pietro il Giacobita dalle due versioni d'Abramo Ecchellense, Parigi 1651, e da Gian Simone Assemani, Venezia 1729. Questi annali non giungono che al decimoterzo secolo. Convien cercare notizie più recenti negli autori che hanno scritto i loro viaggi in Egitto, e nelle nuove Memorie delle missioni del Levante. Nel secolo passato (1600) Giuseppe Abudneno, nato al Cairo, pubblicò in Oxford una breve -Historia Jacobitarum-, in trenta pagine. [174] Verso l'anno 737. -Vedi- Renaudot, -Hist. patriarch. Alex.-, p. 221, 222; Elmacin -Hist. Saracen.- p. 99. [175] Ludolfo -Hist. Aetiop. et Comment.-, l. I, c. 8; Renaudot, -Hist. patriarch. Alex.-, p. 480 etc. Quest'opinione introdotta in Egitto e in Europa dall'artifizio dei Cofti, dall'orgoglio degli Abissinii, dal timore, e dall'ignoranza dei Turchi e degli Arabi, non ha la menoma sembianza di verità. Sicuramente le piogge dell'Etiopia non consultano la volontà del monarca per ingrossar le acque del Nilo. Se il fiume s'accosta a Napata, distante tre giornate dal Mar Rosso (-vedi- le carte di D'Danville) la bocca d'un canale, capace a svolgerne il corso, esigerebbe tutta la potenza dei Cesari, e forse questa non sarebbe bastevole. [176] Gli Abissinii che conservano ancora i delineamenti e il color olivastro degli Arabi, provano troppo che non bastan venti secoli a cangiare le tinte della razza umana. I Nubii, che son d'origine affricana non sono che veri Negri, e tanto neri quanto quelli del Senegal o del Congo; hanno egualmente il naso schiacciato, labbra grosse, e testa lanuta (Buff. -Hist. Naturelle-, t. V, p. 117, 143, 144, 166, 219, edit. in 12, -Parigi- 1769). Guardavano gli antichi con poca attenzione questo fenomeno straordinario, che ha tanto occupato i filosofi e teologi moderni. [177] Assemani, -Bibl. orient.- t. I, p. 329. [178] Il cristianesimo dei popoli della Nubia, (A. D. 1153), è attestato dal sceriffo Al-Edrisi, ed è stato in maniera falsa esposto sotto il nome del geografo di Nubia (p. 18), che li rappresenta come un popolo di Giacobiti. La luce istorica, che s'incontra nell'opera di Renaudot (p. 178, 220-224, 281-286, 405, 434, 451, 464), proviene da nozioni di fatti anteriori a quell'epoca. -Vedi- lo stato moderno di quel paese nelle -Lettres Edifiantes- (Raccolta IV), e in Busching (t. IX, p. 152-159, del Berenger). [179] I Latini danno impropriamente all'-Abuna-, il titolo di patriarca: non riconoscono gli Abissinii che i quattro Patriarchi, e il lor Capo non è che un metropolitano, o un primato nazionale (Ludolfo, -Hist. Aeth. et Comment.- l. III, c. 7). Questo Storico non sapea nulla de' sette vescovi di Renaudot (p. 511) esistenti A. D. 1131. [180] Non capisco il perchè l'Assemani revochi in dubbio (-Bibl. orient.- t. II, p. 384) queste spedizioni tanto probabili fatte da Teodora alla Nubia e all'Etiopia. Renaudot (p. 336-341, 381, 382, 405-443, ec. 452, 456, 463, 475-480, 511-525, 559-564), attinse dagli scrittori cofti quel poco che potè sapere su l'Abissinia sino al 1500. Ludolfo è assolutamente ignaro di quel paese. [181] Ludolfo, -Hist. Aetiop.-, lib. IV, c. 5. Presentemente i Giudei vi esercitano le arti di prima necessità, e gli Armeni fanno il traffico esterno. L'industria europea (-artes et opificia-) era per Gregorio la cosa ch'egli ammirava ed invidiava più d'ogni altra. [182] Giovanni Bermudez; la sua relazione stampata a Lisbona nel 1569 è stata tradotta in Inglese dal Purchas (Pilgrims, l. VII, c. 7, pag. 1149 ec.), e d'inglese in francese da La Croze (-Christian. d'Etiop.- p. 92-265); questo scritto è curioso, ma si può sospettare che l'autore abbia abbindolate l'Abissinia, Roma, e il Portogallo. È molto oscuro ed incerto il suo diritto al grado di patriarca (Ludolfo, -Comment.- n. 101, p. 473). [183] -Religio Romana.... nec precibus patrum, nec miraculis ab ipsis editis sufficiebatur-, è l'asserzione non contraddetta dal devoto Imperatore Susneo a Mendez suo Patriarca (Ludolfo, -Comment.- n. 126; p. 529), e queste asserzioni debbono conservarsi come preziosi antidoti a tutte le leggende maravigliose. [184] So quanto cautela sia necessaria nel trattare l'articolo della Circoncisione: affermerò tuttavolta, 1. che gli Etiopi aveano una ragione fisica per circoncidere i maschi ed anche le femmine (-Recherches philosophiques sur les Americains-, t. II); 2. che la Circoncisione era usitata in Etiopia gran tempo prima della introduzione del giudaismo o del cristianesimo (Erodoto; l. II, c. 104; Marsham, -Canon. chron.-, pag. 72, 73), «-Infantes circumcidunt ob consuetudinem, non ob judaismum-,» dice Gregorio, prete abissinio (-apud- Fabric. -lux christiana-, p. 720). Nonostante, nel calor della disputa, si dà talvolta a' Portoghesi il nome ingiurioso d'incirconcisi, (La Croze, pag. 80; Ludolfo, -Hist. ad Comment.-, l. III, c. 1). [185] I tre storici protestanti, Ludolfo (-Hist. Aethiop.- Francfort, 1681; -Commentarius-, 1691; -Relatio nova-, etc. 1693 -in fol.-), Geddes (-Church History of Aetiopia-, Londra, 1698, in 8º), e la Croze (-Hist. du Christian. d'Ethiopie et d'Arménie-, Aia, 1739, in 12), hanno ricavato le principali notizie da' gesuiti, e specialmente dall'istoria generale di Tellez, pubblicata in portoghese a Coimbra, 1660. Può far maraviglia la lor franchezza, ma il peggiore de' lor vizi, lo spirito di persecuzione, era per essi una virtù meritoria. Ludolfo ha tratto qualche vantaggio ma scarso assai dalla lingua etiopica, ch'egli intendeva, oppure dalle sue conversazioni con Gregorio, prete abissinio, uomo d'animo coraggioso, ch'egli chiamò da Roma, ove si trovava, alla Corte, di Saxe-Gotha. -Vedi- la -Theologia Aetiopica- di Gregorio, in Fabricio, -lux Evangelii-, p. 716-734. CAPITOLO XLVIII. -Disegno del rimanente dell'Opera. Successione e carattere degl'Imperatori greci di Costantinopoli, dal tempo d'Eraclio a quello della conquista de' Latini.- Ho già data a conoscere la successione di tutti gl'Imperatori romani da Trajano a Costantino, da Costantino ad Eraclio, e fedelmente ho esposto le avventure o i disastri del lor governo. Son passato a traverso i cinque primi secoli del decadimento dell'Impero romano, ma più d'otto secoli mi restano ancora da trascorrere prima ch'io giunga al termine delle mie fatiche, cioè alla presa di Costantinopoli fatta dai Turchi. S'io tenessi la stessa regola, e l'andamento medesimo, non farei che distendere prolissamente in un gran, numero di volumi una materia di poca importanza, la quale non darebbe ai lettori un compenso con un'istruzione ed una ricreazione, che pareggiasse la pazienza ch'esigerebbe da loro. Più che procedessi avanti, nel raccontare il degradamento e il tracollo dell'Impero d'Oriente, più ingrata e noiosa sarebbe la mia opera, in segnare gli annali di ogni regno. L'ultimo periodo dei quali mostrerebbe per tutto la medesima debolezza, la medesima miseria; transizioni rapide e frequenti interromperebbero il legame naturale delle cagioni e degli avvenimenti, e una massa di minute particolarità leverebbe la chiarezza e l'effetto a quelle grandi dipinture che danno gloria e pregio all'istoria d'un tempo remoto. Da Eraclio in poi la scena di Bizanzio si fa più angusta ed oscura; il nostr'occhio da tutti i lati vede sparire i confini dell'Impero, fissati dalle leggi di Giustiniano, e dalle armi di Belisario; il nome romano, vero fine delle nostre ricerche, è ristretto in un picciolo cantone dell'Europa, nei solinghi contorni di Costantinopoli. Fu paragonato l'Impero greco al fiume del Reno, che si disperde fra le sabbie, prima di mescere le sue acque con quelle dell'Oceano. La lontananza dei tempi e dei luoghi scema al nostro occhio la pompa della dominazione, nè il difetto di esterior maestà viene coperto da fregi più nobili, quelli del senno o della virtù. Negli ultimi giorni dell'Impero senza dubbio vantava Costantinopoli più ricchezze e più popolazione che Atene ai tempi più floridi de' suoi annali, quando una modica somma di seimila talenti, o sia di un milione e dugentomila lire sterline, formava la totalità degli averi divisi fra ventunmila cittadini adulti; ma ognuno di que' cittadini era un uom libero, e osava far uso della sua libertà ne' suoi pensieri, nelle parole, nelle azioni; leggi imparziali difendeano la sua persona, le sue proprietà, ed egli avea un voto independente nell'amministrazione della Repubblica. Le varietà molte e assai appariscenti dei naturali, parea che aumentassero il numero degl'individui; coperti dall'egida della libertà, portati sull'ali dell'emulazione e della vanagloria, tutti voleano elevarsi alla cima della dignità nazionale: da quell'altezza sapeano alcuni spiriti illustri sopra tutti gli altri slanciarsi oltre i limiti cui può giungere l'occhio del volgo, di modo che, stando al calcolo delle sorti d'un gran merito, quali sono indicate dall'esperienza per un vasto popolatissimo regno, si andrebbe a credere, osservando il numero de' suoi grand'uomini, che la Repubblica d'Atene contasse più milioni d'abitanti. E pure il suo territorio, con quello di Sparta e dei loro alleati, non eccede la grandezza d'una provincia di Francia o d'Inghilterra, quantunque di mediocre estensione; ma dopo le vittorie di Salamina e Platea quelle picciole Repubbliche prendono nella nostra fantasia l'ampiezza gigantesca dell'Asia conculcata dai Greci con piede vittorioso. Per converso i sudditi dell'Impero bizantino, che prendeano e disonoravano i nomi di Greci e di Romani, offrono una tetra uniformità di vizi abbietti, spogli della scusa che meritano le dolci passioni dell'umanità, e senza il vigore e la pompa dei delitti memorandi. Poteano gli uomini liberi dell'antichità ripetere con generoso entusiasmo la sentenza d'Omero, che «uno schiavo nel primo giorno di schiavitù perde la metà delle virtù umane». E sì che il poeta non conosceva altra schiavitù che la civile e domestica, nè poteva prevedere, che l'altra metà dei pregi del genere umano verrebbe un giorno annichilita da quel despotismo spirituale che inceppa le azioni, ed anche i pensieri del devoto prostrato nella polvere. I successori d'Eraclio fiaccarono i Greci con questo doppio giogo; i vizi dei sudditi, secondo una legge dell'eterna Giustizia, digradarono il tiranno, e a gran pena colle più esatte indagini sul trono, nei campi, e nelle scuole si giunge a dissotterrar qualche nome degno d'esser tolto all'obblìo. Alla povertà del subbietto non ripara l'abilità o la varietà delle tinte, impiegata dai pittori storici. I quattro primi secoli d'un intervallo di ottocento anni sono rimasti per noi nelle tenebre di rado , - , 1 ' ( . , . ) 2 ( . , . , . ) , , 3 . 4 ( - . - . , - . - . , . ) , 5 , ' , 6 . , ' . 7 , 8 , - ' 9 , , , . - ( - . - . , . ) . 10 11 [ ] ( - . - . , . - ) , 12 ' , ( . - ) , 13 ( . - ) : ' 14 . 15 , , 16 ( . , . - , . , . , , , ) , ( - . - . , 17 , , ) . , ' 18 ( - . . - . , . - ) . 19 ' 20 . 21 22 [ ] ( ) , 23 24 , - 25 - ( - - ) - 26 ' - 27 ( - . - . , . ) . 28 ' ( . , . , . . 29 ) ; ' . 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