battaglia. Distribuì i suoi armati per tutta la strada; furon collocate
le guardie alle porte della cattedrale, e una truppa eletta venne posta
in mezzo al coro per difesa della persona del suo Capo. Stavasi
Apollinare in piedi nella sua cattedra, e, levato l'abito guerresco,
comparve di repente agli occhi della moltitudine colla veste di
Patriarca d'Alessandria. Lo stupore per un istante produsse un gran
silenzio; ma come tosto Apollinare ebbe cominciato a leggere il tomo di
San Leone, fu da imprecazioni, da invettive e da sassi assalito
quest'odioso ministro dell'Imperatore e del Sinodo. Subitamente il
successor degli Apostoli diede l'ordine di combattere; vuolsi che i
soldati marciassero dentro il sangue sino al ginocchio, e che vi
rimanessero svenati dugentomila Cristiani; calcolo incredibile,
quand'anche si facesse non per una giornata, ma per li diciott'anni del
pontificato d'Apollinare. I due Patriarchi che gli succedettero,
Eulogio[170] e Giovanni[171], s'adoperarono a convertire gli eretici con
armi ed argomenti più degni del loro evangelico ministero. Eulogio pose
in mostra il suo sapere teologico in molti volumi, che esageravano gli
errori di Eutiche e di Severo, e cercavano di conciliare le asserzioni
equivoche di San Cirillo, del Simbolo ortodosso di Papa Leone e de'
Padri del Concilio calcedonese. Mosso da superstizione, da beneficenza,
o da politica si segnalò Giovanni il Limosiniere con una munificenza
caritatevole; manteneva a sue spese settemila e cinquecento poveri;
trovò, quando fu eletto, sedicimila marchi d'oro nell'erario della
Chiesa; n'ebbe ventimila dalla generosità dei fedeli; eppure potè
vantarsi nel testamento di non lasciar più d'un terzo della più picciola
moneta d'argento. Le Chiese d'Alessandria furon consegnate ai Cattolici;
fu proscritta la religion dei Monofisiti in Egitto, e fu pubblicata una
legge, che escludeva i nativi del paese dagli onori, e dagli impieghi
lucrosi dello Stato.
Rimaneva da farsi una conquista più rilevante, quella del Patriarca,
oracolo e Capo della Chiesa egiziana. Aveva resistito Teodosio alle
minacce e alle promesse di Giustiniano col coraggio d'un Apostolo,
ovveramente d'un entusiasta. «Non furono diverse, rispose il Patriarca,
le offerte del tentatore quando mostrava i reami della terra; a me sta
più a cuore l'anima che la vita o l'autorità. Stanno le Chiese nelle
mani d'un principe, che può uccidere il corpo; ma la mia coscienza è
mia, e nell'esilio, nella povertà, nei ceppi resterò costantemente
fedele alla credenza de' miei santi predecessori Atanasio, Cirillo e
Dioscoro. Anatema al -tomo- di Leone, e al Concilio di Calcedonia!
anatema a chi ammette la lor dottrina! e adesso e per sempre sieno
caricati d'anatemi! Io sono uscito nudo del seno di mia madre, nudo
discenderò nel sepolcro; mi seguano coloro che amano Iddio e cercano la
salute». Dopo aver consolato e rincorato i suoi fratelli, salpò alla
volta di Costantinopoli; e in sei abboccamenti successivi sostenne senza
vacillare l'assalto quasi irresistibile della presenza del sovrano. Le
sue opinioni eran favoreggiate nel palazzo e nella capitale; il credito
di Teodora lo francheggiava e gli promettea un congedo decoroso; egli
terminò la sua carriera, non già sulla cattedra episcopale, ma nel suo
paese nativo. Alla nuova della sua morte, Apollinare spinse l'indecenza
sino a farne festa in un divertimento dato alla Nobiltà ed al clero; ma
fu turbata la sua allegrezza dalle nuove che presto ricevette della
dominazione del successor di Teodosio; e mentre si godea le ricchezze
d'Alessandria, i suoi rivali davano la legge entro i monasteri della
Tebaide, ove campavano di obblazioni spontanee del Popolo. Morto
Teodosio si vide nascere dalle sue ceneri una serie non interrotta di
Patriarchi, e le Chiese monofisite di Siria e d'Egitto vennero collegate
in una stessa comunione, e nel nome di Giacobiti; ma la dottrina che
s'era concentrata in una picciola Setta dei Sirii, si propagò nella
nazione egiziana, o cofta, la quale con voto quasi unanime rigettò i
decreti del Concilio calcedonese. Volgeano dieci secoli da che l'Egitto
non era più un regno, e i vincitori dell'Asia e dell'Europa avevano
assoggettato al giogo un popolo, la sapienza e la potenza del quale sono
anteriori ai monumenti della Storia. La lotta del fanatismo e della
persecuzione vi ridestò qualche scintilla d'intrepidezza nazionale.
Nell'abiurare un'eresia straniera repudiarono gli Egiziani i costumi e
la favella dei Greci; ogni Mulchita è riguardato come un forestiero,
ogni Giacobita come un cittadino. Dichiaravano peccato mortale le
alleanze di matrimonio coi lor nemici, e l'esercizio dei doveri
dell'umanità verso i medesimi; spezzarono i vincoli della fedeltà
giurata all'Imperatore, il quale non potea, lontano da Alessandria, fare
colà eseguire i suoi ordini in altro modo che col braccio militare. Con
uno sforzo generoso si sarebbe restaurata la religione e la libertà
dell'Egitto, e i suoi seicento monasteri avrebbero mandate migliaia di
santi guerrieri che tanto meno temevano la morte, quanto che non avea la
vita per essi nè consolazioni, nè piaceri; ma l'esperienza ha provato la
distinzione che passa tra il coraggio attivo, e il coraggio passivo; il
fanatico che senza mandar un sospiro, sostiene le più crudeli torture,
sarebbe tutto tremante, o si darebbe alla fuga in faccia a un nemico
armato. Gli Egiziani pusillanimi, siccome essi erano, restrignean le
speranze a quella di cangiar padrone; l'armi di Cosroe disertarono il
paese, ma sotto il suo regno godettero i Giacobiti una tregua precaria e
che durò poco. Colla vittoria d'Eraclio si rinnovellò e crebbe la
persecuzione e il Patriarca abbandonò di bel nuovo Alessandria per
riparare nel deserto. Mentre egli se ne fuggiva credette Beniamino udir
una voce, che gli comandava d'attendere dopo dieci anni il soccorso
d'una nazion forestiera, soggetta come gli Egiziani, all'antica legge
della Circoncisione. Si vedrà in processo di tempo chi fossero questi
liberatori, e quale la liberazione, e qui trapasso l'intervallo d'undici
secoli per dare un'occhiata alla miseria presente dei Giacobiti
dell'Egitto. La popolosa città del Cairo è la sede o piuttosto l'asilo
del loro indigente Patriarca, e dei dieci Vescovi che hanno conservati:
quaranta monasteri hanno sopravvissuto alle scorribande degli Arabi; e
la sempre crescente schiavitù, non che l'apostasia ha ridotto i Cofti al
meschino numero di venticinque o trentamila famiglie[172], genìa di
paltoni ignoranti, che non hanno altra consolazione che la vista della
miseria anche maggiore del Patriarca greco, e del suo picciolo
ovile[173].
VI. Il Patriarca cofto, ribelle ai Cesari, o schiavo dei Califfi, poteva
sempre insuperbirsi dell'ubbidienza figliale dei Re della Nubia e
dell'Etiopia; ne esagerava egli la grandezza per pagarne l'omaggio;
osavano i suoi partigiani asserire che quei principi poteano mettere in
armi centomila cavalieri, e altrettanti camelli[174]; ch'eran padroni di
spandere, o di fermare le acque del Nilo[175], e che dalla mediazione
del Patriarca dependevano la pace e l'abbondanza dell'Egitto, anche
trattandosi di perorare presso un sovrano del Mondo. Mentre stava in
esilio a Costantinopoli raccomandò Teodosio alla sua protettrice, la
conversione del popolo nero della Nubia[176]. Dal tropico del Cancro
fino alle frontiere d'Abissinia, potè l'Imperatore indovinare
l'intenzion di sua moglie, e più zelante di lei per la Fede ortodossa
volle partecipare a questa gloria. Due missionari rivali, un Melchita e
un Giacobita, partirono ad un tempo; ma, fosse amore o timore, Teodora
fu meglio obbedita, e il presidente della Tebaide ritenne presso di sè
il sacerdote cattolico, mentre in gran fretta furono battezzati nella
comunion di Dioscoro il Re di Nubia, e la sua Corte. Giunto troppo tardi
l'Inviato di Giustiniano, venne accolto e rimandato onorevolmente; ma
quando denunciò l'eresia, e il tradimento degli Egiziani, il Neofito
negro era già stato ammaestrato a rispondere, che mai non abbandonerebbe
i suoi fratelli, i veri credenti, ai ministri persecutori del Concilio
di Calcedonia[177]. Pel corso di vari secoli nominò il Patriarca
d'Alessandria, ed ordinò i Vescovi della Nubia; vi dominò il
cristianesimo fino al secolo duodecimo, e si scorgono ancora cerimonie
ed avanzi di questa religione nelle borgate di Sennaar e di
Dongola[178]. Ma i Nubii alla lunga mandarono ad effetto le lor minacce
di ritornare al culto degli idoli; voleva il clima una religione che
permettesse la poligamia, e quindi preferirono il trionfo del Korano
all'umiliazion della Croce. Forse una religion metafisica supera
l'intendimento d'un Popolo nero; si può per altro avvezzare un Nero non
altrimenti che un papagallo a ripetere -le parole- del Simbolo di
Calcedonia o di quello dei Monofisiti.
[A. D. 550 ec.]
Erasi già più profondamente radicato il cristianesimo nell'Impero
d'Abissinia, e quantunque sia stata interrotta la corrispondenza per più
di settanta o di cento anni, quella Chiesa sta sempre sotto la tutela
della metropoli d'Alessandria. Di sette vescovi era composto per
l'addietro il Sinodo etiopico; se fossero stati dieci costantemente,
avrebbero potuto eleggersi un primato independente; venne in capo ad uno
dei loro re di dare ad un suo fratello questo primato, ma si previde la
cosa, e fu ricusata la fondazione di tre nuovi vescovadi; a poco le
incumbenze episcopali si sono concentrate nell'-Abuna-[179] o Capo de'
sacerdoti dell'Abissinia ordinati da lui: vacando questo posto, il
Patriarca d'Alessandria nomina ad occuparlo un monaco egiziano,
avvegnacchè un forestiero investito di quella dignità sembra agli occhi
del volgo più rispettabile, e meno pericoloso a quei del monarca. Quando
nel sesto secolo si palesò apertamente lo scisma d'Egitto, i Capi
rivali, coll'assistenza de' lor protettori Giustiniano e Teodora, fecero
ogni potere per rapire l'uno all'altro il conquisto di quella provincia
remota ed independente. Anche questa volta la scaltrezza
dell'Imperatrice vinse la pruova, e la pia Teodora stabilì in quella
Chiesa lontana la fede e la disciplina de' Giacobiti[180]. Circondati
per ogni lato da' nemici della loro religione, sonnecchiarono gli Etiopi
quasi per dieci secoli, senza pensare al rimanente del Mondo, che non
pensava a loro. Furono svegliati da' Portoghesi, che dopo avere superato
il promontorio meridionale dell'Affrica comparvero nell'India, e sul mar
Rosso come se discesi fossero da un pianeta lontano. A prima giunta i
sudditi di Roma, e que' d'Alessandria rimasero sorpresi più dalla
conformità che dalle differenze della lor fede, e ognuna delle due
nazioni sperò grandissimi vantaggi da un'alleanza con genti cristiane.
Gli Etiopi disgiunti dagli altri popoli della terra erano quasi tornati
alla vita selvaggia. I loro navili che un tempo approdavano a Ceilan,
appena osavano tentare le riviere dell'Affrica: non più vedevansi
abitatori in Axum già rovinata, la nazione era dispersa ne' villaggi, e
il gran personaggio, pomposamente decorato del titolo d'Imperatore,
stava in pace ed in guerra contento d'un campo renduto immobile.
Sentendo la lor miseria, avevano saggiamente avvisato gli Abissinii
d'introdurre le arti, e l'industria europea[181], e ordinarono a' loro
ambasciatori in Roma e in Lisbona di spedire colà una colonia, di fabbri
ferrai, di carpentieri, di fornaciai, di muratori, di stampatori, di
chirurghi, di medici; ma dal pericolo pubblico furono sollecitati a
cercare un pronto soccorso d'armi e soldati per difesa d'un popolo
pacifico contro i Barbari che portavano il guasto nel cuor del paese, e
contro i Turchi o gli Arabi, che con formidabile apparecchio
s'avanzavano dalle rive del mare. Fu salva l'Etiopia mercè dell'aiuto di
quattrocento cinquanta Portoghesi i quali dimostrarono combattendo quel
valore che è proprio degli Europei, e la potenza dell'archibugio e del
cannone. In un accesso di spavento avea promesso l'Imperatore di
riunirsi co' sudditi alla Fede cattolica; un Patriarca latino
rappresentò il Primato del Papa[182]: credevasi che quell'Impero
supposto dieci volte più grande di quello che fosse, racchiudesse più
oro che non le miniere d'America, e la cupidigia non che lo zelo
religioso fondarono speranze stravaganti sopra la spontanea sommessione
de' Cristiani dell'Affrica.
[A. D. 1557]
Ma riavutosi dal timore, non si sovvenne più dei giuramenti fatti
coll'animo addolorato. Vietarono gli Abissinii con una costanza invitta
la dottrina de' Monofisiti: coll'esercizio della disputa si riscaldò la
lor Fede alquanto intiepidita; infamarono co' nomi d'Ariani, e di
Nestoriani i Latini; e rimproverarono come adoratori di -quattro- Iddii
coloro, che separavano le due Nature di Gesù Cristo. Fu assegnata a
missionari gesuiti la borgata di Fremona per gli ufficii del loro culto,
o piuttosto per un luogo d'esilio, nulla giovando a farli stimabili
l'abilità che avevano nell'arti liberali e meccaniche, la loro dottrina
nelle materie teologiche, la decenza de' costumi: mancavano del dono de'
miracoli[183], e mai non venne lor fatto d'ottenere un sussidio di
soldatesche europee. Dopo quarant'anni di pazienza e di destrezza furono
da tanto che trovarono chi prestò più facile orecchia, e valsero a
persuadere a due Imperatori d'Abissinia che Roma poteva fare in questo
Mondo e nell'altro la felicità de' suoi aderenti. Il primo di que' re
neofiti perdè la corona e la vita, e fu santificato l'esercito ribelle
dall'-Abuna-, il quale fulminò d'anatemi l'apostata, e sciolse i sudditi
dal giuramento di fedeltà. Zadengher fu vendicato dal coraggio e dalla
fortuna di Susneo, che salì al trono col nome di Segued, e che proseguì
più vigorosamente la devota impresa del suo congiunto. L'Imperatore dopo
essersi divertito in una lotta d'argomentazioni fra i gesuiti e i suoi
sacerdoti inesperti, si dichiarò proselita del Concilio di Calcedonia;
credendo che il suo clero, e il suo popolo avrebbero immediatamente
abbracciata la religione del principe. Ordinò poco dopo sotto pena di
morte che si credesse alle due Nature di Cristo: ingiunse agli Abissinii
di passare la giornata del Sabato o in lavori, o in divertimenti; e
Segued, al cospetto dell'Europa e dell'Affrica, rinunciò ad ogni vincolo
che aveva colla Chiesa d'Alessandria. Un gesuita, Alfonso Mendez,
Patriarca cattolico dell'Etiopia, ricevette in nome d'Urbano VIII
l'omaggio e l'abiura del suo penitente. «Io confesso, disse l'Imperator
ginocchione, confesso che il Papa è il vicario di Gesù Cristo, il
successore di San Pietro, il sovrano del Mondo; gli giuro verace
obbedienza, e pongo a' suoi piedi la mia persona e il mio regno». Suo
figlio, suo fratello, il clero, i nobili, ed anche le donne della Corte,
ripeterono lo stesso giuramento; vennero profusi al Patriarca latino
onori e ricchezze, e i suoi missionari piantarono le loro chiese, o
piuttosto cittadelle, nelle migliori situazioni dell'Impero. Da que'
gesuiti medesimi si deplora la funesta imprudenza del loro Capo, il
quale non curando la mansuetudine Evangelica, e la politica del suo
Ordine, con troppa violenza osò introdurre colà la liturgia di Roma, e
l'inquisizione del Portogallo. Condannò egli la vecchia pratica della
Circoncisione, instituita per motivi di salute piuttosto che di
superstizione nel clima d'Etiopia[184]. Obbligò i nativi del paese ad un
nuovo Battesimo ed a una nuova Ordinazione: inorridirono questi vedendo
un prete estero che levava dalle tombe i più santi de' loro morti, e
scomunicava i più rispettabili de' lor viventi. Diedero di piglio alle
armi per difendere la propria religione e la libertà, e si segnalarono
con un valore da disperati, ma senza pro. Cinque ribellioni furono
soffocate nel sangue de' ribelli; due Abuna caddero morti in battaglia;
intere legioni furono trucidate nel campo, o sepolte nelle loro caverne,
e il merito, la dignità, il sesso non poterono sottrarre i nemici di
Roma da una morte ignominiosa; ma finalmente il monarca vincitore si
lasciò vincere dalla costanza della sua nazione, di sua madre, del
figlio, degli amici più fedeli. Ascoltò Segued la voce della pietà,
della ragione, e forse del timore, e l'editto che concedeva la libertà
di coscienza svelò la tirannide a un'ora e la debolezza de' Gesuiti.
Basilide, morto che fu suo padre, cacciò il Patriarca latino, e ridonò
al voto della nazione la Fede e la disciplina dell'Egitto. Le chiese
monofisite ripeterono trionfando, «che la greggia d'Etiopia era
finalmente ritolta alle iene dell'Occidente»; e da quel giorno le porte
di quel Regno romito furono per sempre chiuse alle arti, alle scienza, e
al fanatismo dell'Europa[185].
NOTE:
[1] -S'introdusse fra seguaci di Cristo la discordia perchè molti fra
loro, cioè i primi eretici, s'allontanarono dalla retta credenza,
contenuta nel Nuovo Testamento, onde vennero appunto le denominazioni,
Ortodossi ed Eterodossi, Cattolici ed Eretici. Le decisioni de' Concilii
generali determinanti l'Ortodossia, vale a dire il sistema dei retti
giudizii, intorno la divinità di Gesù Cristo, non discordarono fra loro,
e spiegando rettamente e di pien diritto l'Evangelo fissarono le cose
dogmatiche, che il popolo doveva credere al sorgere che facevano le
torte opinioni particolari, vale a dire, le eresie di alcuni Vescovi, e
preti, adunati anche in Concilii detti Conciliaboli per distinguerli dai
Concilii legittimi ed Ortodossi.- (Nota di N. N.)
[2] -Era naturale, che i seguaci d'una religione, fondata da Gesù
Cristo, dal Verbo incarnato, vale a dire dalla divina Intelligenza fatta
Uomo, facessero intorno la natura del loro Fondatore ricerche, e
ragionamenti, dei quali l'autorità de' Concilii generali,
definitivamente decise. Ma se i Cristiani occupavansi da una parte de'
dogmi (greco vocabolo che sebbene significhi opinationes, placita, i
teologi prendono quali cose rivelate, e dai Concilii definite)
fondamentali della religione, non trasandavano mai le leggi, ed i
precetti del Fondatore intorno la morale, poichè sappiamo dalla storia
che lo stesso Imperatore Giuliano, il quale circa la metà del quarto
secolo nel brevissimo suo regno si studiò molto di abbattere il
Cristianesimo, cui era avverso, siccome ad una innovazione religiosa,
proponeva tuttavia i Vescovi siccome modelli di buona morale a'
Sacerdoti del Politeismo.- (Nota di N. N.)
[3] D'onde comincierò io per dimostrare la giustezza e l'esattezza di
queste ricerche preliminari che mi sono ingegnato di circoscrivere ed
abbreviare per quanto si potea? Se proseguo a citare dopo ciascun fatto,
e dopo ogni riflessione, quel documento che me ne attesta la verità,
sarà d'uopo che ad ogni linea io riporti una lista di testimonianze, ed
ogni nota diventerà una dissertazione; ma Petavio, Le Clerc, Beausobre e
Mosemio compilarono, esposero, schiarirono quei passi innumerabili degli
antichi autori, che io pure ho letto in originale. Mi contenterò a
fortificare la mia narrazione col nome e col credito di scorte sì
rispettabili, e qualora si tratterà di cosa che difficilmente si possa
diciferare, o che sia troppo rimota da noi, non avrò rossore di chiamare
in aiuto altri occhi più penetranti de' miei: 1. i -Dogmata Theologica-
di Petavio stordiscono la mente nostra per l'immensità del disegno
dell'opera non che della fatica che gli costò. Solamente i volumi che
trattano dell'Incarnazione (due in foglio, il quinto ed il sesto, di 837
pagine) son divisi in sedici libri; il primo è storico, gli altri
espongono la controversia e la dottrina. Vastissima e sicura è
l'erudizione, pura la latinità, chiaro il metodo, gli argomenti trattati
con profondità e connessione di ragionamento; ma l'autore è ligio ai
Padri della Chiesa, è il persecutore degli Eretici, il nimico della
verità e del candore ogni qual volta queste qualità nuocono agli
interessi della parte cattolica. 2. L'Arminiano Le Clerc, che ha
pubblicato un volume in quarto (-Amsterdam- 1716) sull'istoria
ecclesiastica dei due primi secoli, pel suo carattere e per la
condizione è scevero d'ogni servitù; il suo ingegno è limpido, ma poco
estese ne sono le forze; egli riduce la ragione, o la stoltezza dei
secoli ai confini del proprio giudizio; qualche volta ha potuto la sua
opposizione ai sentimenti dei Padri sostenere, ma spesso ancora traviare
la sua imparzialità. Veggasi quello che dice dei Cerintii (LXXX), degli
Ebioniti (CIII), dei Basilidiani (CXXIII), dei Marcioniti (CXLI), etc.
L'Istoria critica del Manicheismo (-Amsterdam-, 1734-1739, in due volumi
in quarto con una dissertazione postuma sopra i Nazarei; Losanna 1745)
contiene cose preziosissime intorno alla filosofia e alla teologia degli
antichi. Con un'arte mirabile viene svolgendo quel dotto Storico il filo
sistematico della opinione, e veste a quando a quando le sembianze d'un
Santo, d'un saggio o d'un eretico, ma sovente eccessive ne sono le
acutezze, e pare trascinato da un sentimento di generosità a favorire la
parte più debole: mentre si premunisce con tanta cura contro la
calunnia, non valuta abbastanza gli effetti della superstizione e del
fanatismo. Coll'indice curiosissimo di quel libro potranno i lettori
investigare quegli articoli che loro piaccia d'esaminare. 4. Lo storico
Mosemio, meno profondo di Petavio, meno independente di Le Clerc, meno
ingegnoso di Beausobre, non manca di nulla, è ragionevole, preciso e
moderato. Veggasi nella sua dotta opera (-De rebus Christianis ante
Constantinum-; Helmstadt, 1753, in quarto) come parli dei -Nazarei-, e
degli -Ebioniti- (p. 172-179, 328-332), dei -Gnostici- in generale (p.
179, etc.), di -Cirinto- (p. 196-202), di -Basilide- (p. 552-361), di
-Carpocrate- (p. 363-367), di -Valentino- (p. 371-389), di -Marcione-
(p. 404-410), de' -Manichei- (pag. 829-837, etc.).
[4] -Il nome Nazareni fu dato sulle prime a' seguaci di Cristo, e
divenne poco dopo quello di una Setta particolare di Ebrei, la quale
voleva, che si osservasse la legge di Mosè, e nello stesso tempo si
onorasse Gesù Cristo come Uomo giusto, e come il maggiore di tutti i
Profeti, nato secondo alcuni di loro da una Vergine, e secondo altri da
Giuseppe nello stesso modo onde nascono gli altri uomini; erano seguaci
di Cristo in un modo ereticale, e questi conciliatori furono condannati
dai veri credenti cristiani per la loro falsa opinione, e poi anche
dagli Ebrei perchè muovevano dubbii sulla autenticità dei libri di Mosè,
di cui per altro riconoscevano la divina missione. Il nome Ebioniti in
ebraico significa poveri, e fu dato ad una specie di primitivi cristiani
eretici, che adottavano i sentimenti de' Nazareni aggiungendo alcuni
errori, ed alcune pratiche. Origene, scrittore antico ecclesiastico,
distinse due specie di Ebioniti. La pura, e vera divinità di Gesù Cristo
era stata riconosciuta da S. Pietro alla presenza dei discepoli. Gesù
Cristo li interrogò per sapere che dicessero gli uomini di lui; ed i
discepoli gli risposero, che alcuni lo stimavano Giovanni Battista,
alcuni Elia, altri Geremia, o alcun altro de' Profeti: al che soggiunse
Gesù Cristo:- chi poi mi credete voi? -Allora Simon Pietro rispose:- tu
sei Cristo figlio di Dio vivo: -e allora Cristo gli disse: sei fortunato
assai, o Simone, poichè il sangue e la carne non ti rivelarono ciò, ma
mio Padre ch'è ne' Cieli (S. Matteo c. 16). Questa credenza espressa da
S. Pietro, e confermata dalla sanzione dell'Uomo-Dio, rimase, e si
conservò sempre nei discepoli, che ne vedevano nuove prove ne' miracoli:
essi la sparsero, e ne venne il dogma principale de' veri credenti;
quindi tanto i Nazareni che gli Ebioniti furono condannati; ciò forma
una prova, che anche in quel tempo primitivo la vera società cristiana
credeva la Divinità del suo Fondatore, e riguardava questo dogma come un
articolo fondamentale della sua religione.- (Nota di N. N.)
[5] Και γαρ παντες ημεις τον χριστον ανθρωπον εξ ανθρωπων προσδοκωμεν
γενησεσθαι, imperocchè tutti noi speriamo che il Cristo nascerà mortale
da mortali, dice Trifone Ebreo (Giustino, -Dialog.-, p. 207) in nome
de' suoi concittadini; e quegli Ebrei moderni, che rinunciano ai
pensieri di ricchezza per attendere alle cose della religione, serban
tuttavia lo stesso linguaggio, e allegano il senso letterale dei
Profeti.
[6] S. Grisostomo (Basnagio, -Hist. des Juifs- t. V, c. 9, p. 183) e S.
Atanasio (Petavio, -Dogm. Teolog.- t. V, l. I, c. 2, p. 3) son ridotti a
confessare che Cristo esso stesso o i suoi Apostoli rare volte parlano
della sua Divinità.
[7] -La divina natura di Gesù Cristo era appunto nella persona di un
Uomo, che perciò era un Uomo-Dio: tale è il modo ammirabile che forma un
mistero venerando, onde Dio volle operare la redenzione de' credenti: ma
d'altra parte Gesù Cristo co' miracoli mostrava, lui esser Dio, e gli
Ebrei dovevano convincersene.- (Nota di N. N.)
[8] -In Socrate si vede un grande Filosofo, che, quasi quattro secoli
prima di Gesù Cristo, conosceva e mostrava alla greca gioventù gli
errori della religione del suo tempo, e del suo Paese, e ad un'ora
l'esistenza di un solo Essere Supremo colla sola ragione, senza
rivelazione, onde fu da sacerdoti politeisti accusato, e messo a morte,
malgrado la buona morale che insegnava: ma in Gesù Cristo forz'è
riconoscere a chiari caratteri un Uomo-Dio.- (Nota di N. N.)
[9] Non esistevano negli esemplari degli Ebioniti i due primi capitoli
di S. Matteo (Sant'Epifanio, -Haeres.-, XXX, 13); e la concezion
miracolosa è uno degli ultimi articoli che il Dottor Priestley ha
esclusi dalla sua profession di fede già senz'altro assai breve.
[10] È molto verosimile, che fosse in ebraico e in siriaco il primo
degli Evangeli fatto per gli Ebrei che abbracciavano il cristianesimo.
Papia, Ireneo, Origene, S. Girolamo e altri Padri attestano questa cosa.
I Cattolici non osano dubitarne, e fra i Protestanti Casaubono, Grozio,
ed Isacco Vossio opinano così. Ma è certo altrettanto che questo
Evangelo ebraico di S. Matteo non sussiste più,[*] e si può darne colpa
allo zelo e alla fedeltà delle primitive Chiese, che preferirono la
versione, quantunque non autorevolmente approvata, d'un greco anonimo.
Erasmo e i suoi discepoli, che s'attengono al testo greco che ne rimane,
come ad Evangelo originale, si privano da se stessi della testimonianza
che lo dichiara opera d'un Apostolo. Vedasi Simon (-Hist. critique-, t.
III, c. 5-9, p. 47-101) e i -Prolegomeni- di Mill e di Werstein sul
Nuovo Testamento.
* -L'autenticità dei libri che abbiamo del Nuovo Testamento,
riconosciuta dalla Chiesa, che li distinse dagli apocrifi, è sostenuta,
contro le infondate, e vane critiche degli Increduli, dei Deisti e dei
Scettici, dagli Apologisti della religione, e rimandiamo ad essi il
lettore che volesse conoscere questa materia. I Nazareni avevano il loro
Evangelo scritto in ebraico volgare, denominato ora l'Evangelo de'
dodici Apostoli, ora degli Ebrei, ed ora di S. Matteo; ciò è notissimo;
e S. Girolamo dice (catalogus script. eccl. c. 2) d'aver tradotto
quest'Evangelo in lingua greca ed in lingua latina; non è dunque anonimo
il traduttore.- (Nota di N. N.)
[11] -Certamente l'Uomo-Dio, Gesù Cristo, venuto al mondo per salvar gli
uomini, era un Essere da non potersi paragonare con nessun altro, e dava
un'idea sublime. Gli Ebrei ed i loro dottori leggevano, ed intendevano
materialmente l'Antico Testamento, stavano attaccati al senso letterale,
non si elevavano al senso figurato; ecco il loro errore, per cui non
potevano riconoscere, nelle divine antiche scritture, le predizioni
intorno il futuro divin Redentore, ed i misteri dell'Incarnazione, e
dalla Redenzione. Questa ostinazione loro impedì di ravvisare a chiari
caratteri il divin Salvatore già predetto da quei libri dei quali erano
i depositari, e da quei stessi Profeti ch'essi veneravano; non vollero
ciecamente intendere ciò che disse S. Agostino, e dichiararono i
Concilii, ed i Teologi, che- Novum Testamentum in vetere est figuratum;
-massima ch'è il fondamento del Cristianesimo.- (Nota di N. N.)
[12] Cicerone (-Tuscul.-, l. 1) e Massimo Tirio (-Dissert.- 16) hanno
distrigata la metafisica dell'anima dal guazzabuglio del dialogo
talvolta dilettevole, ma spesso imbrogliato, del -Fedro- del -Fedone-, e
delle -leggi- di Platone.
[13] I discepoli di Gesù credevano che un uomo avesse peccato prima che
venisse al Mondo (San Giovanni, IX, 2). Dagli Ebrei si ammetteva la
trasmigrazion dell'anime virtuose (Gioseffo -De bell. judaic.- l. II, c.
7 ): e da un Rabbino moderno si asserisce modestamente, aver Ermete,
Pitagora, Platone, ecc. ricavata la lor metafisica dagli scritti, o da'
sistemi de' suoi illustri concittadini.
[14] Si sostennero quattro diverse opinioni sull'origine delle anime; 1.
furono considerate come eterne e divine; 2. come create separatamente
prima della loro unione col corpo; 3. si pensò che traessero origine
dallo stipite primitivo d'Adamo, ove stava racchiuso il germe spirituale
e corporale della sua posterità; 4. che nel punto del concepimento Iddio
creasse l'anima d'ogn'individuo, e la destinasse al corpo di cui si era
formato l'embrione. Pare che sia prevalsa l'ultima sentenza presso i
moderni, e n'è divenuta meno sublime, ma non per questo più
intelligibile, la nostra storia spirituale.
[15] Οτι η του Σωτηροε ψυχη η του Αδαμ ην, -poichè l'anima del Salvatore
era quella d'Adamo-, è una delle quindici eresie imputate ad Origene,
e contestate dal suo Apologista (Photius, -Biblioth.- Cod. 117, p. 296).
Alcuni Rabbini assegnano la stessa anima ad Adamo, a David, e al Messia.
[16] -Apostolis adhuc in seculo superstitibus, apud Judaeam Christi
sanguina recente, phantasma Domini, corpus asserebatur-, etc. (S.
Girolamo -Advers. Lucifer.-, c. 8). L'epistola di S. Ignazio agli
abitanti di Smirne ed anche l'Evangelo secondo S. Giovanni ebbero la
mira di distruggere l'errore dei Doceti, che s'andava propagando, e
s'era già troppo accreditato nel Mondo (1. Giovanni, IV, 1, 5).
[17] Verso l'anno dugento dell'Era cristiana S. Ireneo ed Ippolito
confutarono le trentadue Sette της ψενδωνομου γνοσεως -della
falsa dottrina-, già moltiplicatesi nel tempo di S. Epifanio sino al
numero di ottanta (Phot. -Bibl. Cod.- 120, 121, 122). I cinque libri
d'Ireneo non sussiston più che in latino barbaro, ma forse si troverebbe
l'originale in qualche monastero della Grecia.
[18] Il pellegrino Cassiano che girò l'Egitto al principio del quinto
secolo osserva e deplora il regno dell'antropomorfismo tra i Monaci che
non sapevano di seguire il sistema d'Epicuro (Cicerone -De nat. deorum-,
l. I, c. 18-34). -Ab universo prope modum genere monachorum, qui per
totam provinciam Aegyptum morabantur per simplicitatis errorem susceptum
est, ut a contrario memoratum pontificem- (-Theophilum-) -velut haeresi
gravissima depravatum, pars maxima seniorum ab universo fraternitatis
corpore deceraeret detestandum.- (Cassiano, -Collation.-, X, 2). Finchè
S. Agostino aderì al Manicheismo manifestò lo scandalo che gli dava
l'antropomorfismo dei Cattolici vulgari.
[19] -Ita est in oratione senex mente confusus eo quod illam-
ανθρωπομορφον -imaginem deitatis, quam proponere sibi in oratione
consuerat aboleri, de suo corde sentiret, ut in amarissimos fletus,
crebrosque singultus repente prorumpens, in terram prostratus cum
ejulatu validissimo proclamaret «heu me miserum! tulerunt a me Deum
meum, et quem nunc teneam non habeo, vel quem adorem, aut interpellem
jam nescio-». (Cassiano, -Collation.- X, 2).
[20] S. Giovanni e Cerinto (A. D. 80, Le Clerc, -Hist. eccl.- p. 493)
s'incontrarono a caso nei bagni pubblici d'Efeso; ma l'Apostolo si
scostò dall'eretico per tema che gli cadesse in capo l'edificio. Questa
goffa storiella, rigettata dal dottor Middleton (-Miscellaneous Works-,
vol. 2), è narrata per altro da S. Ireneo (III, 3) sulla testimonianza
di Policarpo, e probabilmente s'accordava colla notizia che avevasi
dell'epoca in che visse Cerinto, e del luogo da lui abitato. La versione
di S. Giovanni (IV, 3) ο λυει τον Іησουν, caduta in disuso,
benchè sembri la vera, allude alla doppia Natura insegnata dall'eretico
Cerinto.
[21] Il sistema dei Valentiniani era assai complicato e quasi
incoerente, 1. Il Cristo e Gesù erano Eoni, ma la virtù non era in essi
allo stesso grado; uno agiva come l'anima ragionevole, e l'altro come lo
spirito divino del Salvatore. 2. Nel momento della passione si
ritirarono amendue, e non lasciarono che un'anima sensitiva e un corpo
umano. 3. Questo corpo medesimo era etereo, e forse soltanto apparente.
Queste sono le conseguenze che deduce Mosemio dopo molto studio; ma
dubito assai, che il traduttore latino non abbia inteso S. Ireneo, o che
S. Ireneo e i Valentiniani non si capissero bene fra loro.
[22] Gli eretici abusarono di quella esclamazione dolorosa di Gesù
Cristo «Dio mio! Dio mio! perchè m'hai tu abbandonato?» Rousseau che ha
fatto un paragone eloquente, ma sconvenevole, tra Gesù Cristo e Socrate,
si dimentica, che il filosofo moribondo non si lascia fuggir di bocca
parola d'impazienza, e di disperazione. Questo sentimento può non essere
apparente che nel Messia; e si è detto a ragione, che queste parole mal
sonanti altro non erano che l'applicazione d'un salmo o d'una profezia.
[23] -L'Autore doveva ommettere il termine improprio inconvenienti, e
porne un altro che esprimesse la fiacchezza della mente umana, che non
può giungere a comprendere il Mistero, che ha tutti i motivi di
credibilità, presentatici dalla teologia, per essere creduto.-
-L'incomprensibile Mistero dell'Incarnazione copre d'un velo i così
detti inconvenienti dell'Autore, e non presenta al vero credente che
l'opera dell'amore misericordioso di Dio per salvare gli Uomini, la
quale è sì grande, e sì maravigliosa da essere da teologi considerata
maggiore di quella della stessa Creazione. Ciò che dopo dice il dotto
Autore non è che l'esposizione esatta, e ragionata delle eresie, ossia
opinioni condannate successivamente dai quattro primi Concilii generali
di Nicea, di Costantinopoli, d'Efeso, e di Calcedonia, nel quarto e
quinto secolo, i quali interpretando rettamente le espressioni degli
Evangelici, e combinandole, (Vedi Acta Conc. Nic. I, Conc. Constan. I,
Ephes. et Chalc., I in Labbè Collectio Magna, et amplissima Conciliorum
etc.) determinarono, distendendo il Credo, o condannando le eresie,
quella credenza, che dovevasi avere contro le torte opinioni, e partiti
furiosi, che scompigliarono, e continuarono lungo tempo a trambustare,
anche dopo le decisioni, la Chiesa, e lo Stato perfino con grandi
massacri: il tempo la cui azione non cessa, mai, i decreti, e la forza
degli Imperatori cattolici vennero in soccorso della pronunciata
ortodossia, e posero fine a' mali delle controversie teologiche, che
laceravano le province del romano Impero.- (Nota di N.N.)
[24] Questa frase energica può giustificarsi con un passo di S. Paolo (I
Tim. III, 16); ma le Bibbie moderne c'ingannano[*]. La parola ὄ
(il quale) fu cangiata in Costantinopoli, sul cominciar del secolo
decimosesto, in θεος (Dio). La verace ed evidente versione
secondo i testi latino e siriaco sussiste tuttavia nei raziocini dei
Padri greci e de' Padri latini; ed Isacco Newton ha benissimo scoperto
questa frode non che quella dei -tre testimoni di S. Giovanni- (Vedi le
sue due lettere, tradotte dal Signor di Missy, nel -Giornale Britannico-
tom. XV, p. 148-190; 35-390). Esaminai le ragioni allegate dall'una
parte e dall'altra, e mi sono sottoscritto all'autorità del primo tra i
filosofi, versatissimo nelle discussioni teologiche e critiche.
* -Se l'Autore dice d'essere persuaso di ciò che scrisse il Newton, che
non ha nelle materie ecclesiastiche autorità, ciò non prova che la frode
sia vera: è vero che non sarebbe facile il provare non esservi mai state
le così dette pie frodi in cose per altro di non grande momento, e non
intrinseche alla religione; ma bisognava in particolare provare questa.-
(Nota di N. N.)
[25] -Vedi- intorno Apolinare e la sua Setta, Socrate (l. II, c. 46: l.
III, c. 16), Sozomeno (l. V, c. 18; l. VI, c. 25-27), Teodoreto (l. V,
3, 10, 11 ), Tillemont (-Mém. eccl.- tom. VII, p. 602-638, not. p.
789-794, -in 4. Venise- 1732). I Santi che vissero ai suoi giorni
parlavano sempre del vescovo di Laodicea come di un amico e d'un
fratello; lo stile degli storici più recenti ha l'impronta
dell'acrimonia e dell'inimicizia. Filostorgio lo paragona (l. VIII, c.
11-15) a S. Basilio e a S. Gregorio.
[26] Due prelati dell'Oriente, Gregorio Abulfaragio, primo Giacobita di
quella parte del Mondo, ed Elia, metropolitano di Damasco, addetto alla
Setta di Nestorio (Vedi Asseman, -Bibl. orient.-, t. II, p. 291; t. III,
p. 514, ec.) confessano, che i Melchiti, i Giacobiti, i Nestoriani ec.
andavan d'accordo sulla -dottrina-, e non differivan che
sull'-espressione.- Basnagio, Le Clerc, Beausobre, La Croze, Mosemio e
Jablonski sono inclinati a questa caritatevole opinione, ma lo zelo di
Petavio è veemente ed adiroso, e appena Dupin lascia traspirare la sua
moderazione.
[27] La Croze (-Hist. du Christianisme des Indes-, t. I. p. 24) confessa
la poca stima che fa dell'ingegno e degli scritti di S. Cirillo. «Fra
tutte l'opere degli antichi, egli dice, poche se ne leggono di meno
profittevoli». E Dupin (-Bibl. eccl.-, t. IV, p. 42-52) c'insegna a
sprezzarle, quantunque ne parli con rispetto.
[28] Chi gli fa questo rimbrotto è Isidoro di Pelusio (l. I, -epist.
25-, p. 8). Non essendo troppo autentica la lettera, Tillemont, men
sincero dei Bollandisti, affetta il dubbio, se questo Cirillo fosse il
nipote di Teofilo (-Mémoires ecclés.-, t. XIV, p. 268).
[29] Socrate (lib. VII, 13) chiama un grammatico διαπυρος δε ακρατης
του επισκοπου κυριλλου καθεστως, και περι το ακροτους εν ταις
διοδασκαλιαις αυτου εγειρειν ην σπουδαιοτατος, un uditore del vescovo
Cirillo che assisteva con fervore alle sue prediche, ed era tutto
intento a suscitargli applausi.
[30] Socrate (l. VII, c. 7) e Renaudot (-Hist. patriarch. Alexand.-, p.
106-108) parlano della gioventù di S. Cirillo e della sua nomina alla
sede d'Alessandria. L'abate Renaudot trasse i suoi materiali dalla
Storia araba di Severo, vescovo di Ermopoli Magna od Ashmunein, nel
secolo decimo, autore cui non si può mai prestar fede, quando non
abbiano i fatti in se stessi il carattere dell'evidenza.
[31] I -Parabolani- d'Alessandria erano una Compagnia di carità, fondata
nel tempo della peste sotto Gallieno, per visitare i malati e sotterrare
i morti. A poco a poco si moltiplicarono; fecero abuso e traffico dei
loro privilegi. L'insolenza da essi manifestata sotto il pontificato di
S. Cirillo determinò l'imperatore a privare il patriarca del diritto di
eleggerli, e a restringerne il numero a cinque o seicento; ma sì fatte
restrizioni furono passaggere ed inefficaci (-Vedi- il -Cod. Teodos.-,
l. XVI, t. II; e Tillemont, -Mém. ecclés.-, t. XIV, p. 276-278.)
[32] -S. Cirillo non può dirsi esente de' difetti come scrittore, e come
Patriarca d'Alessandria; aveva uno spirito così sottile nelle
controversie, ed era tanto facondo, che spesse volte non s'intende ciò
ch'egli scrisse. Non può negarsi essere egli stato altiero, ed impetuoso
specialmente nella sua controversia con Nestorio Patriarca eretico di
Costantinopoli, e Capo dei Vescovi, preti, e secolari detti da lui
Nestoriani, de' quali un picciolo resto trovasi ancora in qualche
provincia d'Europa, ed in qualche borgata della Persia, e dell'Armenia,
malgrado le persecuzioni de' Cattolici; ma S. Cirillo sosteneva la retta
dottrina intorno a Gesù Cristo; perciò il suo procedere per giungere al
suo fine, che il Concilio d'Efeso I condannasse Nestorio, che negava la
Divinità di Cristo colla distinzione delle persone divina ed umana,
asserendo che Maria aveva partorito Cristo Uomo, e non Cristo Dio, cioè
la persona umana, e non la persona divina, devesi chiamare non
ambizioso, ed impetuoso, ma zelante dell'Ortodossia, secondo il sano
linguaggio de' teologi; altrimenti la maggior parte dei sostenitori di
essa diventano uomini impetuosi, ed ambiziosi. Non può negarsi aver S.
Cirillo posto mano francamente nelle cose civili, e governative
d'Alessandria, onde ne vennero i forti risentimenti di Oreste
governatore per l'Imperatore romano, ed avvenne il fatto terribile dei
Monaci di Nitria; ma non consta che la morte lagrimevole, d'Ipazia,
tanto celebrata dagli storici per il suo sapere, ed accusata di avere
attraversato la riconciliazione fra Oreste, e Cirillo, possa a questo
essere attribuita: quel fatto orribile, che tolse dalla cattedra una
dottissima donna, è avvenuto per la furia dei due partiti di Oreste, e
di Cirillo, che non avrà neppur esso potuto impedire il male. Bisogna
dimenticarsi quei difetti, che poteva avere Cirillo a cagione della sua
animosa difesa della Ortodossia, e devesi considerare da ogni buon
credente, per essere stato fatto Santo dalla chiesa, pienamente da ogni
colpa giustificato.- (Nota di N. N.)
[33] -Vedi- intorno a Teone, e sua figlia Ipazia, il Fabricio (-Bibl.-,
t. VIII, p. 210, 211). Il suo articolo nel Lessico di Suida è assai
curioso e originale. Esichio (-Meursii- opera, t. VII. p. 295, 296) nota
che quella figlia fu perseguitata δια την υπερβαλλουσαν σοφιαν, -per
l'eminente sapienza-: ed un epigramma dell'antologia greca (l. I, c.
76, p. 159, edit. Brodaei) ne vanta il sapere e l'eloquenza. Il
vescovo filosofo Sinesio, suo amico e discepolo, ne parla in modo
onorevole (-Epist.- 10, 15, 16, 33, 80, 124, 135, 153).
[34] Οςρακοις ανειλον, και μεληδον διασωπασαντες, etc. -ne
straziarono le carni con cocci d'ostriche, e scerpandone a brani le
membra-, ec. Le scaglie d'ostriche erano sparse abbondevolmente sulle
rive del mare rimpetto a Cesarea. Piacemi adunque di attenermi qui al
senso letterale, senza rifiutar la version metaforica di -tegolae-,
tegole, seguìta dal Sig. de Valois; non so, se Ipazia fosse ancor viva,
ed è probabile che gli assassini non si pigliassero pensiero di questo.
[35] Da Socrate (l. VII, c. 13, 14, 15) son raccontate sì belle geste di
S. Cirillo, ed è obbligato il fanatismo, tuttochè con ripugnanza, a
copiare le parole d'uno storico, il quale chiama freddamente i sicari
d'Ipazia ανδρες το φρονημα ενθερμοι -uomini caldi di testa.-
Noto con piacere, che quel nome tanto vilipeso fa arrossire lo stesso
Baronio (A. D. 415, n. 48).
[36] -Quand'anche per supposizione avesse avuto colpa S. Cirillo della
morte orribile della povera Ipazia, non essendo la religione cristiana
per sua essenza sanguinaria, come evidentemente consta dall'Evangelo,
non le verrebbe alcuna macchia per la colpa di S. Cirillo, e se non è
provato, che questi ne abbia avuto, e quindi fu egli fatto Santo, molto
meno può dirsi, che la religione sia macchiata pel massacro d'Ipazia.-
(Nota di N. N.)
[37] Non volle ascoltare le preghiere d'Attico di Costantinopoli, e
d'Isidoro di Pelusio; e se si crede a Niceforo (l. XIV c. 18) cedette
soltanto all'interposizion della Vergine. Negli ultimi anni per altro
andava pur susurrando che Gian Grisostomo era stato giustamente
condannato (Tillemont, -Mém. ecclés.- t. XIV, p. 278-282; Baronio,
-Annal. eccles.- A. D. 412, n. 46-64).
[38] -Vedi- le particolarità intorno ai loro caratteri nella Storia di
Socrate (l. VII, c. 25-28), e intorno alla loro autorità e alle
pretensioni, nella voluminosa compilazione del Tomassino (-Discipl. de
l'Eglise-, t. I, p. 80-91)
[39] Racconta Socrate la Storia del suo avvenimento alla sede episcopale
di Costantinopoli, e ne descrive le azioni (l. VII, c. 29-31), e sembra
che Marcellino gli adatti le parole di Sallustio, -loquentiae satis,
sapientiae parum.-
[40] Cod. Theod., l. XVI, tit. 5, -leg.- 65, cogli schiarimenti del
Baronio (A. D. 428, n. 25, etc.); Gotofredo (-ad locum-), e Pagi
(-Critica-, t. II, p. 208).
[41] S. Isidoro di Pelusio (l. IV, epist. 57). Le sue espressioni sono
energiche o scandalose: τι θανμαζεις ει και νυν περι πραγμα θειον και
λογου κρειττον διαφωνειν προσποιουντ αι υπο φιλαρχιας εκβαυχευομενοι,
-perchè ti maravigli se anche adesso preferiscono di disputare sulle
cose divine e sul miglior senso delle parole, accesi dalla smania di
dominare.- Isidoro è un Santo, ma non fu mai vescovo; e sono tentato
a credere che l'orgoglio di Diogene si ponesse sotto i piedi
l'orgoglio di Platone.
[42] La Croze (-Christianisme des Indes-, t. I, pag. 44-53, -Thesaur.
epist.- t. III, p. 276-480) ha scoperto l'uso delle parole ὁ δεσποτης
e ὁ κυριας Іησους, -il padrone e il Signore Gesù-, le quali nel quarto,
quinto e sesto secolo distinsero la scuola di Diodoro di Tarso da
quella dei suoi discepoli Nestoriani.
[43] Θεοτοκος, -Deipara-, come, nella zoologia si dice degli
animali ovipari o vivipari. Non è facile il decidere in quale epoca
s'inventasse quella parola che La Croze (-Christian. des Indes-, t. I,
p. 16 ) attribuisce ad Eusebio di Cesarea, ed agli Ariani. S. Cirillo e
Petavio arrecano testimonianze ortodosse (-Dogmat. theolog.- t. V, c.
15, p. 254 etc.); ma si può contrastare sulla veracità di S. Cirillo; e
l'epiteto θεοτοκος facilmente ha potuto dal margine passar nel
testo d'un manuscritto cattolico.
[44] Basnagio nella sua storia della Chiesa, opera di controversia. (t.
I, p. 505) giustifica la Madre di Dio pel sangue (Atti, XX, 28, colle
varie lezioni di Mill); ma i manoscritti greci son ben altro che
concordi; e l'espression primitiva del sangue del Cristo si è conservata
nella version siriaca, anche nelle copie di cui si valgono, i Cristiani
di S. Tommaso sulla costa del Malabar (La Croze, -Christian. des Indes-,
t. 1, p. 347). La gelosia fra i Nestoriani e Monofisiti ha mantenuta la
purezza del loro testo.
[45] -Il Credo, disteso nel Concilio generale II di Costantinopoli
l'anno 381 ha l'espressione- natus ex Maria Virgine, -e ciò è lo stesso,
che Deipara cioè partoriente Dio, o Madre di Dio; ed avendo prima il
Concilio generale I di Nicea l'anno 325 fissato definitivamente contro
gli Ariani essere Gesù Cristo della stessa sostanza del Padre,-
consubstantialem, -cioè essere Dio, ne viene che al tempo, cioè l'anno
429-431, del Patriarca di Costantinopoli Nestorio, che negò fermamente
essere Maria Madre di Dio, ed affermò essere essa soltanto Madre di Gesù
Cristo uomo, era già stata sanzionata e autorizzata dalla Chiesa, cioè
dal Concilio ortodosso generale II di Costantinopoli, l'espressione
Madre di Dio. Nestorio poi fu condannato, deposto, ed esiliato dal
Concilio generale III, e d'Efeso I l'anno 431, la quale condanna,
deposizione, ed esilio con zelo promosse, e sollecitò l'altro Patriarca
d'Alessandria S. Cirillo mentovato di sopra.- (Nota di N. N.)
[46] -Se, come abbiamo veduto in altra nota, S. Pietro riconobbe la
divinità di Gesù Cristo affermandolo figlio di Dio, e se l'Evangelo dice
che Gesù Cristo è nato da Maria non per opera d'uomo, ma dello Spirito
Santo, ne viene la chiara conseguenza, che S. Pietro, e gli altri
Apostoli con lui, abbiano riconosciuto Maria per Madre di Dio, essendo
seguita l'incarnazione della divina Natura, sebben l'identiche parole
Madre di Dio, non sian nell'Evangelo.- (Nota di N. N.)
[47] Di già i Pagani dell'Egitto si facean beffe della nuova Cibele[*]
dei Cristiani (Isidoro, l. I, -epist.- 54). Si formò in nome d'Ipazia
una lettera che volgeva in ridicolo la teologia del suo assassino
(-Synodicon-, c. 216, nel quarto t. concil. p. 484). All'articolo
Nestorio, Bayle espone sul culto della Vergine Maria qualche massima
d'una filosofia alquanto rilassata.
* -Sarà vero che i Pagani si burlassero di Maria Vergine Madre di Dio;
erano Pagani, cioè Politeisti, e perciò non è maraviglia; ma che ha a
fare Cibele, di cui vedesi la leggenda in tutti i Dizionari di
Mitologia, Deità dei Politeisti e dei poeti, con Maria Vergine Madre di
Dio? Queste due idee sono affatto incompatibili, ed il farne
l'associazione è un assurdo del pari indegno, che insussistente.- (Nota
di N. N.)
[48] L'αντιδοσις dei Greci, vale a dire un prestito, od una
traslazione reciproca degli idiomi, o delle proprietà d'una natura
all'altra, dell'infedeltà all'uomo, della passibilità a Dio ec. Petavio
pone dodici regole su questa materia sommamente delicata (-Dogmat.
theolog.-, t. V, l. IV, c. 14, 15, p. 209, etc.).
[49] -Vedi- Ducange, C. P. -Christiana-, l. I, p. 30 etc.
[50] -Il decreto del Papa Celestino non fu illegale, perchè poteva
assumere il giudizio intorno a un domma (che se non rimanesse fermo, non
esisterebbe più rivelazione, nè religione cristiana, nella parte
dommatica), e poi giudicò unitamente al suo Concilio provinciale de'
Vescovi; e cotale giudizio non fece che combinare con quello che poco
dopo diede il Concilio generale III, e d'Efeso I; non fu neppure
precipitato, perchè Celestino esaminò la materia, e nel giudicare
concorse il suo Concilio provinciale di cui era particolarmente il
Capo.- (Nota di N. N.)
[51] -Concil.-, t. III, p. 943. Mai non furono approvati direttamente
dalla Chiesa; (Tillemont, -Mém. ecclés.-, XIV, 368-372) e quasi mi fan
compassione le convulsioni di rabbia e di sofisma, da cui sembra agitato
Petavio nel sesto libro dei suoi -Dogmata theologica.-
[52] Posso citare il giudizioso Basnagio (-ad.- t. I, -Variar. Lection.
Canisii in praefat.-, c. 2, p. 11-23) e La Croze, dotto universale
(-Christianisme des Indes-, t. I, p. 16-20, de l'-Ethiopie-, p. 26, 27;
-Thesaur. epist.- p. 176, ec., 283-285). Il suo libero parere su questo
punto è confermato da quello de' suoi amici, Iablonski (-Thesaur.
epist.- t. I, p. 193-201), Mosemio (-id.- p. 304, -Nestorium crimine
caruisse est et mea sententia-); e non sarebbe agevol cosa trovare tre
giudici più rispettabili. Assemani, pieno di sapere, ma ligio
modestamente alle autorità, a gran pena può scoprire (-Bibliot. orient.-
t. IV, p. 190-224) il delitto e l'errore dei Nestoriani.
[53] Sull'origine, e sui progressi della controversia di Nestorio fino
al Concilio d'Efeso si trovano alcune particolarità in Socrate (l. VII.
c. 32), in Evagrio (l. I, c. 1, 2), in Liberato (-Brev.-, c. 1-4), negli
Atti originali (-Concil.-, t. III, p. 551-591, ediz. di Venezia, 1728),
negli Annali di Baronio e di Pagi, e nelle fedeli Raccolte di Tillemont
(-Mém. eccles.-, t. XIV, p. 280-577).
[54] I Cristiani de' quattro primi secoli ignoravano come il luogo della
morte, così quello della Sepoltura di Maria. Il Concilio, di cui qui
favelliamo conferma la tradizione d'Efeso, che si credea posseditrice
del suo corpo. (Ενθα ὅ θεολογος Іωαννης, και η θεοτοκος παρθενος η αγια Μαρια, -quivi giace il teologo Giovanni, e la Vergine
Deipara Santa Maria.- -Concil.- t. III, p. 1102). Avendo però
Gerusalemme le stesse pretensioni, ha mandate in dimenticanza quelle di
Efeso; colà si mostrava ai pellegrini la vota sepoltura della Vergine; e
di là è venuta la storia della sua risurrezione, e della sua assunzione,
piamente credute dalle Chiese greche e latine[*]. -Vedi- Baronio
(-Annal. ecclés.- A. D. 48, n. 6, ec.) e Tillemont (-Mém. ecclés.- t. I,
p. 467-477).
* -Non è meraviglia che l'Autore così si esprima intorno l'assunzione di
Maria: egli era cristiano-protestante. La credenza, poi de' cattolici
intorno a ciò è assai ben fondata sullo storico Eusebio, Vescovo di
Cesarea del quarto secolo:- Maria Virgo Christi Mater ad filium in
Coelum assumitur, ita quidam fuisse sibi revelatum scribunt. -Eusebio in
Chronico. Vedi Baronio, Annali an. 48 n. 6, e Tillemont, T. I, p. 467.-
(Nota di N. N.)
[55] Gli Atti del Concilio di Calcedonia (-Concil.- t. IV, pag.
1405-1408) ne mostrano abbastanza quanto cieca fosse e pertinace
l'adesione dei Vescovi d'Egitto ai lor patriarchi.
[56] Diversi affari civili od ecclesiastici ritennero i vescovi in
Antiochia fino al 18 maggio. Da Antiochia ad Efeso si calcolavano trenta
giornate; e non è troppo il supporre che per accidenti, o per riposare
dovessero perdere dieci giorni. Senofonte, che fece la stessa strada,
numera più di ducento sessanta parasanghe, o leghe; io potrei
determinare questa misura consultando gli itinerari antichi e moderni,
se conoscessi abbastanza la proporzion di velocità di un esercito, d'un
Concilio, e d'una caravana. Tillemont medesimo, con qualche ripugnanza
però, giustifica Giovanni d'Antiochia (-Mém. ecclés.- t. XIV, p.
386-389).
[57] Μεμφομενον μη κατα το δεοντα εν Εφεσω συντεθηναι υπομνηματα
πανουργια δε και τινι αθεσμω καινοτομια κυριλλιου τεχναζοντος,
-accusato mentre Cirillo inonestamente, con fraudolenza e
con certe illegali mutilazioni s'ingegnava a falsificare in Efeso gli
Atti.- (Evagrio l. I, c. 7). La medesima imputazione gli era data dal
conte Ireneo; (t. III, p. 1249), e li critici ortodossi fanno un po' di
fatica a difendere la purità delle copie greche e latine di quel
Concilio.
[58] -Fu questo un Conciliabolo, e non un Concilio che non fu approvato
dal Papa; colla distinzione di Concilio da Conciliabolo cessa ogni
scandalo, ed ogni meraviglia; bisogna usare le distinzioni, il che sanno
fare assai bene i teologi.- (Nota di N. N.)
[59] Ο δε επ’ ολεθρω των εηκλεσιων τοχθεις και τραφεις, -nato e
cresciuto per la rovina delle Chiese.- Dopo la coalizione di S.
Giovanni e di S. Cirillo, furono le invettive reciprocamente
dimenticate. Per vane declamazioni non conviene illudersi intorno
all'opinione, che da rispettabili nemici può essere inspirata per
riguardo al loro merito scambievole (-Con.- t. III, p. 1244).
[60] -Vedi- gli Atti del Sinodo d'Efeso nell'originale greco, e in una
versione latina, che pubblicossi quasi nel medesimo tempo (Conc., t.
III, p. 991-1339) col -Synodicon adversus tragoediam Irenaei-, t. IV, p.
235-497. -Vedi- anche l'-Ist. eccl.- di Socrate (l. VII, c. 34), Evagrio
(l. I, c. 3, 4, 5), il Breviario di Liberato (-in Concil.-, t. VI, p.
419-459, c. 5, 6), e les -Mém. ecclés.- di Tillemont (t. XIV, p.
377-487).
[61] Ταραχλν (dice Teodosio in frasi interrotte) το γε επι σαυτω, και
χωρισμον ταις εκκλησιαις εμβεβληκας.... ως θρασυτερας ορμης πρέπουης
μαλλον η ακριβειας.... και ποικιλιας μαλλον τουτων ημιν αρκουσης ηπερ
απλοτητος.... παντος μαλλον η ιερεως.... τα τε των εκκλησιων, τα τε
των βασιλεων μελλειν χωριζειν βουλεσθαι, ως ουκ ουσης αφορμης ετερας
ευδοκιμησεως, -così ti sei cacciato in cuore la
discordia, e fra le chiese la dissensione.... con un impeto temerario,
piuttosto che con zelo.... e con un procedere versatile, che ci ributta
più in tali cose, in vece della schiettezza.... in modo più conveniente
a tutt'altri, che ad un vescovo.... voler mettere a soqquadro gli
affari della chiesa e dei re, quasi non ci fosse altra maniera
d'acquistar gloria.- Vorrei sapere quanto abbia pagato Nestorio
espressioni tanto pel suo rivale ingiuriose.
[62] S. Cirillo comparte ad Eutiche, a quell'eresiarca d'Eutiche, gli
onorevoli nomi d'amico, di Santo e di zelante difensor della Fede. Suo
fratello, Dalmazio, è parimenti impiegato a circonvenire l'Imperatore e
tutti coloro che servivano la sua persona, -terribili conjuratione.-
Synodicon (c. 203 -in Concil.- t. IV, p. 467).
[63] -Clerici qui hic sunt contristantur, quod ecclesia Alexandrina
nudata sit hujus causa turbelae: et debet praeter illa quae hinc
transmissa sint auri libras mille quingentas. Et nunc ei scriptum est ut
proestet; sed de tua ecclesia proesta avaritiae quorum nostri etc.- Per
qual caso non si sa, questa lettera originale e curiosa dell'arcidiacono
S. Cirillo al nuovo vescovo di Costantinopoli, sua creatura, si è
conservata in un'antica version latina (-Synodicon-, c. 203 -Concil.- t.
IV, p. 465-468). Qui è quasi caduta la maschera, e i Santi parlano il
linguaggio dell'interesse e del raggiro.
[64] I noiosi negoziati che succedettero al Sinodo d'Efeso sono
raccontati alla lunga negli Atti originali (-Concil.- t. III, p.
1339-1771 -ad fin. vol.- e nel -Synodicon-, in t. IV), in Socrate (l.
VII, c. 28, 35, 40, 41), in Evagrio (l. I. c. 6, 7, 8-12), in Liberato
(c. 7-10), in Tillemont (-Mém. ecclés.- t. XIV, pag. 487-676). Il
lettore il più paziente mi saprà grado se ho ristretto in poche linee
tante cose false e poco ragionevoli.
[65] Αυτου τε αυδεηθεντος, επετραπν κατα το οικειον επαναζευσαι
μοναστηριον, -dopo ch'ebbe parlato, gli fu permesso di tornarsene al
suo monastero.- Evagrio (l. I, c. 7). Dalle lettere originali che si
scontrano nel -Synodicon- (c. 15-24, 25, 26) si raccoglie, che la sua
abdicazione, almeno in apparenza, fu volontaria, come Ebed-Gesù,
scrittore Nestoriano, afferma che lo fosse difatto. (Ap. Assemani,
-Bibl. orient.- t. III, p. 299-302).
[66] Vedi le lettere dell'Imperatore negli Atti del Sinodo d'Efeso.
(-Concil.- t. III, p. 1730-1735). L'odioso nome di Simoniani dato ai
discepoli di questa τερατωδους διδασκαλιας, -prodigiosa scuola-
era indicato ως αν ονειδεσι προβλεθεντες σιωνιον υπομενοιεν τιμ ωριαν
αμαρτηματων, και μητε ζωντας τιμωριας μητε θανοντας ατιμιας εκτοι
υπαρχειν, -acciocchè colpiti dalle maledizioni sempre soffrano
la pena degli errori, e non possano nè vivi sfuggire il gastigo, nè
morti l'infamia.- E così si trattavano a vicenda i Cristiani, e
Cristiani che non eran differenti fra loro che per alcune parole e
picciole distinzioni.
[67] I gravi giureconsulti (-Pandette- l. XLVIII, -tit. 22 leg. 7-),
diedero questo nome metaforico d'isole a quelle picciole porzioni dei
deserti della Libia, nelle quali si trova acqua e verdura; tre se ne
distinguono sotto la denominazione comune di -Oasi- o d'-Alvahat.- 1. Il
tempio di Giove Ammone. 2. L'Oasi del mezzo, distante tre giornate
all'occidente da Licopoli. 3. L'Oasi meridionale, dove fu esiliato
Nestorio, tre sole giornate lontano dai confini della Nubia. -Vedi- una
nota giudiziosa di Michaelis (-ad Descr. Aegypt.- Abulfedae, p. 21-54).
[68] L'invito che chiamava Nestorio al Sinodo di Calcedonia, è riportato
da Zaccaria, vescovo di Malta ( Evagr. l. II, c. 2. Assemani, -Bibl.
orient.- t. II, p. 55), e dal famoso Senaia o Filosseno, vescovo di
Ieropoli (Asseman,- Bibl. orient.- t. II, p. 40 ec.), negato poi da
Evagrio ed Assemani, o fortemente sostenuto da La Croze (-Thesaur.
Epist.- tom. III, p. 181, ec.). Il fatto non è inverosimile; ma
importava ai Monofisiti a spargere questa voce ingiuriosa. Eutichio (t.
II, pag. 12) ne assicura, che Nestorio morì dopo un esilio di sett'anni,
e per conseguente dieci anni prima del Concilio di Calcedonia.
[69] Si consulti d'Anville (-Mém. sur l'Egypte-, p. 191), Pocock
(-Description de l'Orient-, vol. I, p. 76), Abulfeda (-Descriptio
Aegypt.-, p. 14). Vedasi pure Michaelis, suo commentatore (-Not.- p.
78-83), e il Geografo di Nubia (p. 42), il quale cita nel dodicesimo
secolo le ruine e le canne da zucchero di Akmim.
[70] Eutichio (-Annal.- t. II. p. 12), e Gregorio Bar-Ebreo, o
Abulfaragio (Assemano t. II, p. 316), ci danno un sentore della
credulità del decimo o tredicesimo secolo.
[71] Siam debitori ad Evagrio (l. I, c. 7) di alcuni estratti di lettere
di Nestorio; ma questo fanatico duro, e stupido non fa che ingiuriare i
patimenti, di cui fanno una dipintura sì compassionevole.
[72] -Dixi Cyrillum dum viveret, auctoritate sua effecisse, ne
eutychianismus et monophysitarum error in nervum erumperet: idaque verum
puto... alique... honesto modo- παλινωδιαν (-la ritrattazione-)
-cecinerat.- Il dotto ma circospetto Jablonski non sempre ha detta
tutta intera la verità. -Cum Cyrillo lenius omnino egi, quam si tecum
aut cum aliis rei hujus probe gnaris et aequis rerum aestimatoribus
sermones privatos conferrem.- (-Thesaurus epist.-, La Croze t. I,
p. 197, 198). Da questo passo ricevono molta luce le sue dissertazioni
sopra la controversia suscitata da Nestorio.
[73] Η αγια συυοδος ειπεν, αρον, καυσον Ευσεβιον, ουτος ζων καη, ουτος
εις δυο γενηται, ω εμερισε μερισθη.... ει τις λεγει δυο, αναθεμα,
-disse il santo Sinodo: si scacci, si abbruci Eusebio, sia
arso vivo, sia fatto in due, sia diviso come egli ha diviso.... a chi
dice due Nature, anatema.- Alla domanda di Dioscoro quelli che non
poterono gridare (βοςσαι) alzaron le mani. Nel Concilio di
Calcedonia sursero gli Orientali contro queste esclamazioni, ma gli
Egiziani dichiararono in un modo più conseguente ταυτα και τοτε ειπομεν
και νον λεγομεν, -questo e allora dicemmo, ed ora ripetiamo-
(-Con.- t. IV, p. 1012).
[74] -Questo Concilio II d'Efeso fu pure un Conciliabolo, e non è da
meravigliarsi, che in cotale assemblea, e nelle simili, i Vescovi, e
specialmente Dioscoro Patriarca d'Alessandria succeduto a S. Cirillo, si
sieno dati ad eccessi, che la ragione, e l'Evangelo disapprovano
altamente. Il Papa Leone I nel suo Concilio provinciale di Roma condannò
questo- Conciliabolo, -e disapprovò il suo procedere. I disordini ed
eccessi avvenuti ne' Conciliaboli altro non provano se non che i Vescovi
sono uomini come tutti sanno. Il Cattolico deve badare alle decisioni,
ed al procedere dei Concilii regolari, ed approvati dal Papa o
direttamente o per mezzo de' suoi Legati, o Procuratori.-
[75] Ελεγε δε (Eusebio, vescovo di Dorilea) τον φλαβιανον και
αναιρεθηναι προς Διοσκορω αθουμενον τε και λακτιξομενον, -disse che
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