stata senza contrasto ammessa nel Simbolo dei riformatori del sedicesimo
secolo, che hanno abiurato la primazia del Pontefice romano. Il Concilio
di Calcedonia trionfa sempre nelle chiese protestanti; ma non fermenta
più il lievito della controversia; e i Cristiani più religiosi dei
nostri giorni non sanno[83] quel che si credono intorno al Mistero
dell'Incarnazione, e poco si curano di saperlo.
[A. D. 451-482]
Si palesarono in modo ben differente le disposizioni dei Greci e degli
Egiziani sotto il regno ortodosso di Leone e di Marciano. Questi devoti
Imperatori, colla forza dell'armi e degli editti, sostennero il Simbolo
della lor Fede[84]; e cinquecento Vescovi dichiararono sulla lor
coscienza e sull'onor loro, ch'era permesso di difendere anche cogli
omicidii i decreti del Concilio calcedonese. Videro i Cattolici con
piacere, che lo stesso Concilio era odioso ai Nestoriani, ed ai
Monofisiti[85]; ma i Nestoriani erano meno irritati, o men potenti; e fu
lacerato l'Oriente dal pertinace e sanguinario fanatismo dei Monofisiti.
Gerusalemme fu assalita da un esercito di Monaci che la posero a sacco;
arsero, trucidarono in nome d'una Natura incarnata; fu bagnato di sangue
il sepolcro di Gesù Cristo, e pochi ribelli tumultuariamente raccolti,
chiusero le porte della città all'esercito imperiale. Dopo la condanna e
l'esilio di Dioscoro, dolenti gli Egiziani della perdita del lor Padre
spirituale, videro con ribrezzo l'usurpazione del suo successore
costituito dai Padri del Concilio di Calcedonia. Costui, di nome
Proterio, non potè sostenersi che col soccorso d'una guardia di duemila
soldati; fece guerra cinque anni al popolo d'Alessandria; e il primo
sentore della morte di Marciano divenne pei fanatici Egiziani il segnale
della vendetta. Tre giorni prima della festa di Pasqua, il Patriarca fu
assediato nella sua cattedrale, e ucciso nel battistero. Fu dato alle
fiamme l'avanzo del suo cadavere e se ne gettarono al vento le ceneri;
questo assassinio fu inspirato dall'apparizione d'un preteso Angelo,
furberia inventata da un monaco ambizioso, che, sotto il nome di
Timoteo, il Gatto[86], succedette alla dignità e alle opinioni di
Dioscoro. Colle rappresaglie delle due parti s'inciprignirono gli animi
in questa crudel superstizione; una disputa metafisica costò la vita a
migliaia di uomini[87]; e i Cristiani d'ogni classe furono privati dei
godimenti della vita sociale, e dei doni invisibili del Battesimo, e
della santa Comunione. Ci resta di quel tempo una novella stravagante,
che contiene forse una pittura allegorica dei fanatici, che si
tormentavano e straziavano a vicenda. «Sotto il consolato di Venanzio e
di Celere, dice un Vescovo autorevole, gli abitatori d'Alessandria, e di
tutto l'Egitto furono presi da una strana e diabolica frenesia; i grandi
e i piccioli, gli schiavi e gli uomini liberi, i Monaci ed il Clero,
quanti in somma si opponevano al Concilio di Calcedonia perdettero l'uso
della parola, e della ragione; abbaiavano come cani, e si laceravano le
mani e le braccia coi denti»[88].
[A. D. 482]
Trenta anni di disordini originarono alla fine il celebre
-Henoticon-[89] dell'Imperatore Zenone, formolario che, sotto il regno
di costui e di Anastasio, fu segnato da tutti i Vescovi dell'Oriente,
minacciati della degradazione e dell'esilio, se rigettavano o se
violavano questa legge fondamentale. Può il Clero sorridere o gemere
della presunzione d'un laico che osa determinare Articoli di Fede; ma se
il magistrato secolare non isdegna d'abbassarsi a questa cura umiliante
per un sovrano, il suo spirito per altro è meno traviato dal
pregiudizio, o dalle mire d'interesse; e quell'autorità ch'egli esercitò
in ordine a questo, non ha il suo appoggio che nel consenso del popolo.
Nella storia ecclesiastica appunto comparisce Zenone meno spregevole, nè
so scorgere veleno d'eresia manichea, o eutichiana nelle generose parole
d'Anastasio, il quale considerava per cosa indegna d'un Imperatore il
perseguitare gli adoratori del Cristo, e i cittadini di Roma. Ottenne
l'Ennotico l'approvazione specialmente degli Egiziani; non di meno
l'inquieto ed anche pregiudicato sguardo dei nostri teologi ortodossi
non vi scorse la più picciola macchia; quivi in una maniera esattissima
viene esposta la dottrina cattolica intorno l'Incarnazione,
senz'ammettere, o senza rifiutare i termini particolari, o le opinioni
delle Sette avversarie. V'è pronunciato un anatema solenne contro
Nestorio ed Eutiche, contro tutti gli eretici, che dividono, o
confondono il Cristo, o il riducono a un vano fantasma. Senza
determinare se la parola Natura debba usarsi in singolare o in plurale,
vi è rispettosamente confermato il sistema di S. Cirillo, la dottrina
dei Concilii di Nicea, di Costantinopoli e d'Efeso; ma in vece di
inginocchiarsi davanti i decreti del quarto Concilio generale, si sfugge
la quistione, riprovando tutte le dottrine contrarie, se ve ne ha
d'insegnate sia in Calcedonia, sia altrove. Questa frase equivoca poteva
con tacito accordo conciliare gli amici e i nemici del Sinodo di
Calcedonia. Dai Cristiani i più ragionevoli si approvò questo espediente
di tolleranza, ma debole ed incostante ne era l'intelletto, e lo zelo
veemente delle Sette diverse in questa sommessione non vide che una
servile timidità. Era ben difficile il rimanersi al tutto neutrali in un
argomento che riscaldava i pensieri e i discorsi degli uomini: un libro,
una predica, un'orazione riaccendevano il fuoco della controversia, e le
particolari animosità dei Vescovi rompevano e rannodavano
alternativamente i legami della comunione. Mille picciole varietà di
vocaboli e d'opinioni empievano lo spazio che divideva Nestorio ed
Eutiche: gli Acefali[90] d'Egitto, e i Pontefici di Roma forniti d'ugual
valore, ma di forza ineguale, stavano alle due estremità della scala
teologica. Gli Acefali senza re, e senza vescovi furono separati per più
di trecent'anni dai Patriarchi d'Alessandria che aveano aderito alla
comunion di Costantinopoli, senza esigere una condanna formale dal
Concilio calcedonese. I Papi scomunicarono i Patriarchi di
Costantinopoli per aver accettata la comunione Alessandrina, senza
approvare formalmente lo stesso Concilio: l'inflessibile loro
despotismo, inviluppò in quel contagio spirituale le Chiese greche più
ortodosse; negò, o contestò la validità dei lor Sacramenti[91]; per
trentacinque anni fomentò lo scisma dell'Oriente e dell'Occidente sino
all'epoca, in cui condannarono questi la memoria di quattro prelati di
Bizanzio, che osato aveano di opporsi alla primazia di S. Pietro[92].
Prima di quel tempo era stata dallo zelo dei Prelati rivali violata la
mal ferma tregua di Costantinopoli e dell'Egitto. Macedonie, sospetto
già d'una segreta adesione all'eresia di Nestorio, difese nella sua
disgrazia, e nell'esilio, il Sinodo di Calcedonia, mentre il successore
di S. Cirillo avrebbe desiderato di poterne comperare la condanna al
prezzo di duemila libre d'oro.
[A. D. 508-518]
In mezzo all'effervescenza di quel secolo bastava il senso, anzi il
suono d'una sillaba a turbar la quiete dell'imperio. S'opposero i Greci,
che il -Trisagion-[93] (tre volte santo) santo, santo, santo, il Dio
Signor degli eserciti fosse identicamente quell'Inno che da tutta
l'eternità ripetono gli Angeli e i Cherubini davanti il trono di Dio, e
che in maniera miracolosa fu rivelato alla Chiesa di Costantinopoli
verso la metà del quinto secolo. La divozione degli abitanti di
Antiochia poco dopo vi aggiunse: «che fu crocifisso per noi»; questo
indirizzo al solo Cristo, e alle tre Persone della Trinità può
giustificarsi secondo le regole della Teologia, e fu insensibilmente
adottato dai Cattolici dell'Oriente e dell'Occidente. Ma era stato
immaginato da un Vescovo monofisita[94]. Questo regalo d'un nemico fu da
prima, come orribile e pericolosa bestemmia, ributtato, e poco mancò,
che all'Imperatore Anastasio ne costasse la corona e la vita[95]. Non
avea il popolo di Costantinopoli alcuna ragionevole idea di libertà, ma
il color d'una livrea nelle corse, e una picciola discordanza per un
Mistero nelle scuole parevagli un motivo legittimo di ribellione. Il
Trisagion, con l'aggiunta o senza l'aggiunta da noi accennata, fu nella
cattedrale cantato da due Cori nemici, e dopo avere sfinita tutta la
forza del polmone, dieder mano ai sassi e ai randelli, argomenti più
sodi: l'Imperatore punì gli aggressori; il Patriarca li difese, e questa
gran lite portò un crollo alla corona e alla mitra. In un momento le
strade furono piene d'una moltitudine innumerevole d'uomini, di donne,
di fanciulli. Legioni di monaci schierati in ordine di battaglia li
dirigevano al combattimento gridando: «Cristiani, questo è giorno di
martirio; non si abbandoni il nostro Padre spirituale; anatema al
Tiranno manicheo! non è degno di regnare». Tali erano le grida dei
Cattolici[96]. Le galere d'Anastasio stavano sui remi davanti il
palazzo, pronto ad accorrere: finalmente il Patriarca diede il perdono
al suo penitente, e sedò i flutti d'una plebe irritata. Ma del suo
trionfo non gioì lungamente Macedonio, poichè pochi giorni dopo fu
cacciato in esilio; ben presto però si riaccese lo zelo della sua
greggia sulla medesima quistione: «Se una persona della Trinità sia
spirata in croce». Per questo rilevante affare fu sospesa la discordia
in Costantinopoli tra le fazioni degli Azzurri e dei Verdi, le quali,
unite insieme le loro forze, rendettero impotenti quelle della civile e
militare autorità. Le chiavi della capitale, e gli stendardi delle
guardie furon depositate nel Foro di Costantino, che era il posto ed il
campo principale dei Fedeli. Questi spendeano i giorni e le notti a
cantar Inni in onore del loro Dio, o a saccheggiare e ad ammazzare i
servi del loro Principe. Fu portata per le strade in punta ad un'asta la
testa d'un monaco, amato da Anastasio, e, secondo il linguaggio dei
fanatici, l'amico del nimico della Santa Trinità; e le torce ardenti
scagliate contro le case degli eretici, portarono indistintamente
l'incendio sugli edifici dei più ortodossi. Furon messe in pezzi le
statue dell'Imperatore; Anastasio corse a celarsi in un sobborgo, sino a
tanto che finalmente dopo tre giorni prese coraggio ad implorare la
clemenza dei sudditi. Comparve egli sul trono del Circo senza diadema, e
in figura di supplicante. I Cattolici recitarono alla sua presenza il
Trisagion primitivo ed originale; ed accolsero con grida di trionfo la
proposta che per la voce d'un Araldo fece ai medesimi d'abdicare la
porpora: si arresero nondimeno alla osservazione con cui furono
avvertiti, che non potendo tutti regnare, doveano prima di quella
abdicazione accordarsi per la scelta d'un sovrano; ed intanto
accettarono il sangue di due ministri abborriti dal popolo, che dal lor
padrone vennero senza esitanza condannati ai leoni. Queste furiose, ma
momentanee sedizioni prendean vigore dalle vittorie di Vitaliano, che
con un esercito di Unni e di Bulgari, per la maggior parte idolatri, si
fece campione della Fede cattolica: conseguenze di questa pia ribellione
furono lo spopolamento della Tracia, l'assedio di Costantinopoli, e la
strage di sessantacinquemila Cristiani. Continuò Vitaliano le
devastazioni sino al tempo in cui ottenne, che fossero richiamati i
Vescovi, ratificato il Concilio di Calcedonia, e data al Papa quella
soddisfazione che domandava. In punto di morte Anastasio sottoscrisse
suo malgrado questo Trattato ortodosso, e lo zio di Giustiniano ne
adempiè fedelmente le condizioni. Tale fu l'esito della prima guerra
religiosa[97] intrapresa sotto il nome del Dio di Pace dai suoi
discepoli[98].
[A. D. 514-519-565]
Abbiamo già mostrato Giustiniano come principe, conquistatore, e
legislatore: ci rimane di delinearne il ritratto come teologo[99]; e ciò
che anticipatamente ne dà un'idea sfavorevole, il suo ardore per le
materie teologiche, forma uno de' tratti più marcati del suo carattere.
Al pari de' suoi sudditi, nutriva in cuore una gran venerazione pe'
Santi viventi, e morti. Il suo Codice, e particolarmente le sue Novelle,
confermano ed estendono i privilegi del clero, ed ogni volta che nasceva
un dibattimento tra un monaco o un laico, propendeva a decidere che dal
lato della Chiesa stava mai sempre la giustizia, la verità, l'innocenza.
Nelle sue divozioni pubbliche e private assiduo ed esemplare, uguagliava
nelle orazioni, nelle vigilie, ne' digiuni le austerità monastiche: ne'
sogni della sua fantasia credeva o sperava d'essere inspirato: si tenea
sicuro della protezione della Santa Vergine, e di San Michele Arcangelo,
e attribuì all'aiuto de' SS. Martiri Cosimo e Damiano la sua guarigione
da una malattia pericolosa. Empiè di monumenti della sua religione la
capitale e le province[100]; e quantunque al suo gusto per le arti, ed
alla sua ostentazione riferire si possa la maggior parte di que'
sontuosi edificii, probabilmente il suo zelo era animato da un
sentimento naturale d'amore e di gratitudine verso i suoi invisibili
benefattori. Fra i titoli delle sue dignità, quello che più gli piaceva
era il soprannome di Pio. La cura degl'interessi temporali e spirituali
della Chiesa fu la più seria occupazione della sua vita, e spesso
sagrificò i doveri di padre del popolo a quelli di difensore della Fede.
Le controversie del suo tempo erano analoghe al suo naturale, e al suo
animo, e ben doveano i professori di teologia ridersi in lor secreto
d'un principe che faceva l'ufficio loro, e trascurava il suo. «Che
potete voi temere da un tiranno che è schiavo della sua divozione?
diceva a' suoi colleghi un ardito cospiratore; egli passa le intere
notti disarmato nel suo gabinetto a discutere con vecchioni venerandi, e
a confrontare le pagine de' volumi ecclesiastici[101].» Egli espose il
frutto delle sue vigilie in molte conferenze, ove fece gran figura
ugualmente per forza di pulmoni, per sottigliezza d'argomenti, e in
molti sermoni ancora che, sotto il nome d'editti e d'epistole,
annunciavano all'impero la dottrina teologica del Padrone. Nel mentre
che i Barbari invadevano le province, o le legioni vittoriose marciavano
sotto le insegne di Belisario e di Narsete, il successore di Traiano,
ignoto a' suoi eserciti, era contento di trionfare presedendo ad un
Sinodo. Se avesse invitato a quelle adunanze un uom ragionevole e
disinteressato, avrebbe potuto imparare «che le controversie religiose
derivano dall'arroganza e dalla stoltezza; che la vera pietà meglio si
manifesta col silenzio e colla sommessione: che l'uomo che non conosce
la natura propria, non debbe essere ardito di scandagliare la natura del
suo Dio, e che a noi basta il sapere che la bontà, e la possanza sono le
attribuzioni della Divinità[102]».
La tolleranza non era la virtù del suo secolo, nè frequente virtù de'
Principi è l'indulgenza verso i ribelli; ma quando si digrada un sovrano
ad avere le basse mire e le passioni irascibili d'un teologo polemico,
agevolmente è solleticato a supplire coll'autorità alla mancanza de'
suoi argomenti, e a punire senza pietà il perverso accecamento di coloro
che chiudono gli occhi alla luce delle sue dimostrazioni. Nel regno di
Giustiniano veggiamo una scena uniforme, benchè variata, di
persecuzione, e per questa pare che abbia superati i suoi indolenti
predecessori, sia nella invenzione delle leggi penali, sia nella
severità della esecuzione. Egli non assegnò che tre mesi per la
conversione o per l'esilio di tutti gli eretici[103], e se costantemente
dissimulò l'infrazione di questa legge, erano però sotto il suo giogo di
ferro privati non solo di tutti i vantaggi sociali, ma di tutti i
diritti di nascita che poteano pretendere come uomini e come cristiani.
Dopo quattro secoli, i Montanisti della Frigia[104] respiravano tuttavia
quel salvatico entusiasmo di perfezione, e quel foco profetico,
ond'erano stati infiammati da' loro Apostoli, maschi o femmine[105],
particolari strumenti dello Spirito Santo. Essi all'avvicinarsi de'
sacerdoti, e de' soldati cattolici coglievan con trasporto la corona del
martirio; perivano nelle fiamme il Conciliabolo, e li congregati; ma
l'anima dei primi fanatici viveva ancora la stessa trecent'anni dopo la
morte del lor tiranno. A Costantinopoli non aveva la chiesa degli Ariani
protetta dai Goti, temuto il rigor delle leggi: in ricchezza e in
magnificenza non cedevano i loro preti al senato, e poteano benissimo
l'oro e l'argento che loro tolse Giustiniano essere rivendicati come i
trofei delle province, e le prede dei Barbari. Un picciol numero di
Pagani, tuttavia nascosti tanto nelle classi più costumate, quanto nelle
più rozze della società erano odiati dai Cristiani, ai quali forse non
piaceva, che veruno straniero fosse testimonio delle lor liti intestine.
Fu nominato Inquisitor della fede un Vescovo, il quale non tardò a
svelare alla Corte, ed alla città magistrati, giureconsulti, medici,
sofisti, sempre adetti alla superstizione dei Greci. Venne loro intimato
positivamente di eleggere, senza indugio, o di spiacere a Giove od a
Giustiniano, poichè non sarebbe più permesso ai medesimi di celare
l'avversione che avevano per l'Evangelo sotto la scandalosa maschera
dell'indifferenza, o della pietà. Il patrizio Fozio fu probabilmente il
solo, che si mostrasse fermo di vivere e di morire come i suoi antenati;
con un colpo di pugnale si tolse alla servitù, e lasciò al Tiranno il
miserabile piacere di esporre ignominiosamente agli sguardi del Pubblico
il cadavere di colui, che avea saputo fuggirgli di mano. Gli altri suoi
fratelli, meno coraggiosi, si sottomisero al Monarca temporale.
Ricevettero il Battesimo, e s'ingegnarono con uno zelo straordinario di
cancellare il sospetto, o d'espiare il delitto della loro idolatria.
Nella patria d'Omero, e nel teatro della guerra troiana covavano le
ultime faville della greca mitologia: per opera del Vescovo stesso, o
sia Inquisitore, di cui ragionammo testè, si trovarono, e furono
convertiti settantamila Pagani nell'Asia, nella Frigia, nella Lidia, e
nella Caria. Si fabbricarono novantasei chiese per li Neofiti; e la pia
munificenza di Giustiniano somministrò i lini, le Bibbie, le liturgie, e
i vasi d'oro e d'argento[106]. Gli Ebrei, a poco a poco spogliati delle
loro immunità, furono obbligati da una legge tirannica a celebrare la
Pasqua nel giorno medesimo dei Cristiani[107]. Ebbero motivo di
lagnarsene con più ragione, poichè i Cattolici stessi non andavan
d'accordo sui calcoli astronomici del sovrano. Erano avvezzi gli
abitanti di Costantinopoli a cominciare la quaresima una settimana dopo
l'epoca determinata dall'Imperatore, e quindi avevano il piacere di
digiunar sette giorni, nei quali per ordine dell'Imperatore eran pieni
di carne i mercati. I Samaritani della Palestina[108] formavano una
razza bastarda, una Setta equivoca; i Pagani li trattavano da Giudei, i
Giudei da Scismatici, e i Cristiani da Idolatri. La croce che da quelli
si risguardava come una abbominazione stava già piantata sopra la santa
montagna di Garizim[109]; ma per la persecuzione di Giustiniano, non
rimase loro che l'alternativa tra il Battesimo, o la ribellione;
elessero l'ultimo partito: comparvero in armi sotto le bandiere d'un
Capo disperato, e col sangue d'un popolo senza difesa, co' suoi beni,
co' suoi templi pagarono i mali che avevano dovuto soffrire. Finalmente
furono soggiogati dalle milizie dell'Oriente: se ne contarono di
trucidati ventimila, altri ventimila furon venduti dagli Arabi
agl'Infedeli della Persia e dell'India, e gli avanzi di questa
sciagurata nazione meschiarono col peccato dell'ipocrisia il delitto
della ribellione. Si è fatto il conto, che la guerra dei Samaritani
costò la vita a centomila sudditi dell'impero[110], e coperse di ceneri
una provincia ubertosa che fu cangiata in un orrido deserto. Ma nel
Simbolo di Giustiniano si potea senza taccia scannare i miscredenti, ed
egli piamente adoperò il ferro ed il fuoco per rassodare l'unità della
Fede cristiana[111].
[A. D. 532-698]
Con tai sentimenti era almeno mestieri aver sempre ragione. Ne' primi
anni del suo regno segnalò il suo zelo, come discepolo e protettore
della Fede ortodossa. Nel riconciliarsi dei Greci e dei Latini il -tomo-
di San Leone divenne il Simbolo dell'Imperatore e dell'Impero; i
Nestoriani e gli Eutichiani erano dalle due parti investiti dalla spada
a due tagli della persecuzione, e i quattro Concilii di Nicea, di
Costantinopoli, d'Efeso e di Calcedonia furono ratificati dal codice
d'un legislatore cattolico[112]; ma nel mentre che Giustiniano non
lasciava cosa intentata per mantener l'uniformità della Fede e del
Culto, sua moglie Teodora, i cui vizi non si consideravano incompatibili
colla divozione, aveva dato orecchia alle prediche monofisite; quindi
sotto la protezione dell'Imperatrice ripreser coraggio, e si
moltiplicarono i pubblici o secreti nemici della Chiesa. Un dissidio
spirituale metteva a soqquadro la capitale, il palazzo, ed il talamo; ma
tanto era dubbia la sincerità di Giustiniano e di Teodora, che assai
persone accagionavano dell'apparente loro dissensione una clandestina
lega malefica contro la religione e la felicità del popolo[113]. La
famosa disputa dei tre Capitoli[114] che ha empiuto più volumi, quando
bastavano poche linee, dimostra assai questo spirito d'astuzia e di mala
fede. Volgevano tre secoli da che il corpo di Origene[115] era pasto dei
vermi, l'anima sua, della quale egli aveva insegnato la preesistenza,
era in mano del suo creatore; ma i monaci della Palestina avidamente ne
leggevano i libri. L'occhio acuto di Giustiniano vi scorse dentro più di
dieci errori di metafisica, e perì il dottore della prima Chiesa in
compagnia di Pittagora e di Platone, e fu dannato dal Clero all'eterno
fuoco infernale, poichè aveva osato negare l'esistenza dell'inferno.
Sotto questa condanna stava celato un perfido assalto contro il Concilio
di Calcedonia. Aveano i Padri udito senza inquietarsi l'elogio di
Teodoro di Mopsuesta;[116] e la lor giustizia o indulgenza aveva
restituito alla comunion de' Fedeli Teodoreto di Cirra e Ibasso di
Edessa; ma questi Vescovi d'Oriente erano tacciati d'eresia; maestro fu
il primo di Nestorio, amici di quell'eretico gli altri due; i passi i
più sospetti de' loro scritti furono denunciati sotto il titolo dei -tre
Capitoli-; e con questa macchia impressa sulla loro memoria era per
necessità messo a repentaglio l'onor d'un Concilio che dal Mondo
cattolico era nominato con venerazione, almeno in apparenza. Nondimeno,
se questi Vescovi o innocenti, o colpevoli erano sepolti nella notte
eterna, non poteano svegliarli i clamori che si faceano sulla lor tomba
un secolo dopo la lor morte; se in un'altra supposizione stavano già in
balìa del demonio, non potea più l'uomo nè aggravarne, nè mitigarne i
tormenti; e finalmente, se godevano in compagnia dei Santi e degli
Angeli la ricompensa dovuta alla lor pietà, dovean ridere del vano
furore degli insetti teologici, che strisciavano ancora sulla faccia
della terra. L'Imperator de' Romani, ch'era di quegli insetti il più
arrabbiato, vibrava il suo pungiglione, e scagliava il veleno senza
avvedersi probabilmente dei veri moventi di Teodora e degli
ecclesiastici che l'assecondavano. Non eran più soggette le vittime al
suo potere, e i suoi editti con tutta la lor veemenza non valevano che a
pubblicarne la dannazione, e ad invitare il clero dell'Oriente ad unirsi
con lui per caricarli d'imprecazioni e di anatemi. Stettero esitanti i
Prelati orientali nel congiungersi per questo oggetto col loro sovrano;
fu tenuto a Costantinopoli il quinto Concilio generale, ove intervennero
tre Patriarchi, e cento sessantacinque Vescovi, e gli autori, come pure
i difensori dei tre Capitoli, furono separati dalla comunione de' Santi,
e consegnati solennemente al principe dello tenebre. Le Chiese latine
aveano più zelo per l'onor di Leone e del Concilio di Calcedonia; e se,
come erano solite, avessero combattuto sotto lo stendardo di Roma,
avrebbero forse fatto sì che trionfasse la causa della ragione e della
umanità; ma il loro Capo era prigioniero, e in mano del nemico; il trono
di San Pietro deturpato dalla simonìa fu tradito dalla viltà di Vigilio,
il quale dopo una lunga e strana lotta, si sottomise al despotismo di
Giustiniano e ai sofismi dei Greci. Per la sua apostasia s'adontarono i
Latini tutti, nè vi furono che due Vescovi, che volessero conferire gli
Ordini sacri a Pelagio, suo diacono e successore. Pure la perseveranza
del Papi trasferì a poco a poca nei loro avversari il titolo di
scismatici: la potenza civile del pari che l'ecclesiastica sostenute
dalla forza militare, venivano opprimendo, benchè con fatica, le Chiese
dell'Illiria, dell'Affrica, e dell'Italia:[117] i Barbari, lontani dalla
sede dell'impero, si attenevano alla dottrina del Vaticano; e in men
d'un secolo lo scisma dei tre Capitoli morì in un cantone oscuro della
provincia veneta[118]; ma pel mal'umore degli Italiani irritati da
quella disputa religiosa s'erano agevolate le conquiste dei Lombardi, e
già gli stessi Romani erano avvezzi a sospettare della Fede, come a
detestar l'amministrazione del tiranno regnante in Bizanzio.
Non seppe Giustiniano star fermo nè consentaneo a sè nelle risoluzioni
difficili che volle usare per determinare l'incertezza delle sue
opinioni e di quelle dei sudditi: era malmenato in gioventù quando non
s'allontanava poco nè punto dalla linea ortodossa; in vecchiezza
trascorse egli stesso al di là della linea d'una moderata eresia, ed i
Giacobiti, come i Cattolici furono scandalezzati; udendolo dichiarare
che il corpo di Cristo era incorruttibile, e che la sua umanità non avea
mai provato alcun bisogno, o infermità della nostra vita mortale. Questa
fantastica opinione sta registrata ne' suoi ultimi editti: alla sua
morte, che succedette veramente a tempo; aveva il Clero ricusato di
sottoscriverla, e già il principe s'apparecchiava a cominciare una
persecuzione; e il popolo era apparecchiato a soffrirla o farle
resistenza. Un Vescovo di Treveri, che si vedeva sicuro per la sua
situazione dai colpi del monarca dell'Oriente, gli diresse alcune
osservazioni collo stile dell'affetto e dell'autorità. «Graziosissimo
Giustiniano, gli disse, sovvengati del tuo Battesimo, e del Simbolo
della tua Fede, e non disonorare i tuoi crini bianchi con una eresia.
Richiama dall'esiglio i Padri e rimovi i tuoi aderenti dalla via di
perdizione. Tu non puoi ignorare, che già l'Italia e la Gallia, la
Spagna e l'Affrica piangono la tua caduta, e vomitano anatemi sul tuo
nome. Se non ritratti immantinente quello ch'hai insegnato, se non
dichiari ad alta voce: sono caduto in errore, ho peccato; anatema a
Nestorio, anatema ad Eutiche: tu ti condanni a quelle fiamme, che ti
consumeranno in eterno[119]». Egli morì senza dar segno di
ritrattazione. Colla sua morte ritornò in qualche modo la pace alla
Chiesa; e, cosa rara e felice, i suoi quattro successori, Giustino,
Tiberio, Maurizio e Foca non figurano punto nella storia ecclesiastica
dell'Oriente[120].
[A. D. 629]
Le facoltà del senso e del raziocinio son poco capaci di operare sopra
se medesime; l'occhio nostro è il più inaccessibile di tutti gli oggetti
per la nostra vista, e nulla sfugge tanto al nostro pensiero, quanto le
operazioni dell'animo nostro; tuttavolta pensiamo, ed anche sentiamo,
che ad un ente ragionevole e consapevole della sua esistenza, compete
essenzialmente -una volontà-, vale a dire un sol principio d'azione.
Quando Eraclio tornò dalla guerra di Persia, quest'eroe ortodosso
dimandò ai Vescovi se il Cristo ch'egli adorava in una sola persona, ma
in due Nature, fosse mosso da una sola, o da una doppia volontà. Essi
risposero, che una sola volontà animava il Cristo, e l'Imperatore sperò
che questa dottrina, scevera certamente d'inconvenienti, e che sembrava
la vera, poichè veniva insegnata dagli stessi Nestoriani[121],
richiamerebbe dall'errore i Giacobiti dell'Egitto e della Siria. Ne fu
fatta la prova, ma inutilmente; e fosse zelo, fosse timore, non si
credettero lecito i Cattolici di dar indietro neppure in apparenza
davanti un nemico astuto ed audace. Allora gli Ortodossi ch'erano
dominanti, nuove formole inventarono, nuovi argomenti, e nuove
interpretazioni: supposero in ciascheduna delle due Nature di Cristo
un'energia propria e distinta: la differenza divenne impercettibile,
quando confessarono essere invariabilmente la stessa tanto la volontà
umana che la divina[122]. Si palesò la malattia coi sintomi ordinari; ma
i Sacerdoti greci, quasi fossero già sazi dell'interminabil controversia
sopra l'Incarnazione, diedero al principe ed al popolo eccellenti
consigli. Si dichiararono Monoteliti (difensori d'una sola volontà); ma
risguardarono per nuovo il vocabolo, e per superflua la quistione, e
raccomandarono un religioso silenzio, siccome la cosa più conforme alla
prudenza ed alla carità evangelica. In processo di tempo questa legge di
silenzio venne statuita dall'Ectesi, o esposizione di Eraclio, e dal
tipo o formolario della fede di Costanzo, suo nipote[123]; e i quattro
Patriarchi di Roma, di Costantinopoli, d'Alessandria, e d'Antiochia
sottoscrissero quegli editti del principe, gli uni con piacere, gli
altri a malincuore. Ma il Vescovo, e i Monaci di Gerusalemme gridarono
all'armi: le Chiese latine scorsero un errore celato nelle parole, o ben
anche nel silenzio dei Greci, e dall'ignoranza più temeraria dei
successori di Papa Onorio fu ritrattata, o censurata l'obbedienza da lui
prestata agli ordini del suo sovrano. Condannarono l'esecrabile ed
abbominevole eresia dei Monoteliti, che rinovavano gli errori di Manete,
di Apollinare, d'Eutiche etc. Sopra la tomba di S. Pietro segnarono il
decreto di scomunica; l'inchiostro fu mescolato al vino del sacramento,
cioè, al Sangue di Cristo; nè fu dimenticata veruna cerimonia, che
giovasse ad empiere d'orrore o di terrore gli spiriti superstiziosi.
Come rappresentanti della Chiesa d'Occidente, papa Martino e il Concilio
di Laterano scomunicarono il colpevole e perfido silenzio dei Greci:
centocinque Vescovi d'Italia, quasi tutti sudditi di Costanzo, non
temettero di rigettare il suo -tipo- odioso, l'empia Ectesi del suo avo,
e di confondere gli autori, e i loro aderenti con ventuno eretici
conosciuti disertori della Chiesa, e stromenti del demonio. Sotto un
principe anche dei più sommessi alla Chiesa, non sarebbe rimasa impunita
cotanta ingiuria. Papa Martino terminò la vita sulla costa deserta del
Chersoneso Taurico, e l'Abate Massimo, ch'era il suo oracolo, fu
crudelmente punito coll'amputazion della lingua, e della mano
destra[124]. Ma trasmisero la propria ostinazione ai successori: il
trionfo dei Latini li vendicò della sconfitta che avevano sofferta, e
cancellò l'obbrobrio dei tre Capitoli. Furono raffermati i Sinodi di
Roma dal sesto Concilio generale tenuto a Costantinopoli nel palazzo, e
sotto gli occhi d'un nuovo Costantino discendente d'Eraclio. La
conversion del principe si trasse dietro quella del Pontefice di
Bizanzio e del maggior numero dei Vescovi[125]; i dissidenti, dei quali
era Capo Macario d'Antiochia furon condannati alle pene spirituali e
temporali, sancite contro l'eresia; s'acconciò l'Oriente a ricevere
lezione dall'Occidente, e fu in termini definitivi regolato il Simbolo
della Fede, che insegna ai Cattolici di tutti i tempi, che la persona di
Gesù Cristo univa in sè due volontà, o due energie, le quali operavano
di accordo fra loro. Due Sacerdoti, un Diacono, e tre Vescovi
rappresentarono la maestà del Papa, e del Sinodo romano; ma questi
oscuri teologi dell'Italia non aveano nè soldati per sostenere le loro
opinioni, nè tesori per comperare partigiani, nè eloquenza per attirare
proseliti; e non so per qual'arte indurre potessero il superbo
Imperatore dei Greci ad abiurare il cattechismo della sua infanzia ed a
perseguitare la religione degli avi suoi. Forse, che i Monaci e il
popolo di Costantinopoli[126] favoreggiavano la dottrina del Concilio di
Laterano, che in fatti è delle due la men ragionevole;[127] questo
sospetto viene avvalorato dalla considerazione che non era di naturale
troppo moderato il Clero greco, il quale parve sentire in questa lite la
sua debolezza. Mentre il Sinodo stava discutendo la questione, un
fanatico propose per più breve espediente quello di risuscitare un
morto; assistettero all'esperienza i Prelati, ma l'unanimità con cui si
decise che il miracolo era mancato potè divenire una prova, che le
passioni e i pregiudizi della moltitudine non sosteneano la parte dei
Monoteliti. Nella generazion successiva, quando il figlio di Costantino
fu deposto, e messo a morte dal discepolo di Macario, gustarono il
piacere della vendetta e della dominazione: il simulacro, o il monumento
dal sesto Concilio ecumenico fu tolto di mezzo, e gli Atti originali di
quel tribunale ecclesiastico furon dati alle fiamme. Ma nel secondo anno
di regno fu balzato dal trono il loro protettore; i Vescovi dell'Oriente
furono liberati dalla legge di conformità, cui erano stati
momentaneamente sottomessi; fu rimessa la fede della Chiesa romana sopra
basi più salde dai successori ortodossi di Bardane; e la disputa più
popolare, e più sensibile sul culto delle Immagini mandò in dimenticanza
i bei problemi sull'Incarnazione[128].
Avanti la fine del settimo secolo, il domma dell'Incarnazione fu
predicato sino nell'isola della Brettagna, e dell'Irlanda[129] tal quale
era stato determinato in Roma e in Costantinopoli. Tutti i Cristiani,
che avevano accettato per la liturgia la lingua greca o latina ammisero
le istesse idee, o piuttosto ripeterono le parole medesime. Il numero
loro e la fama che avevano a quei giorni davano ad essi una specie di
diritto al soprannome di Cattolici; ma nell'Oriente erano distinti col
nome meno onorevole di Melchisti o Realisti[130], cioè d'uomini la Fede
dei quali invece di posare sulla base della Scrittura, della ragione, o
della tradizione, era stata fondata, ed era tuttavia mantenuta dal poter
arbitrario d'un monarca temporale. Poteano i loro avversari citar le
parole de' Padri del Concilio di Costantinopoli, i quali si dichiararono
schiavi del Re, e poteano raccontare con maligna compiacenza, come
l'Imperatore Marciano e la sua casta sposa avevano sovente dettato i
decreti del Concilio di Calcedonia. Una fazion dominante ricorda
continuamente il dovere della sommissione, ed è poi naturale del pari
che i dissidenti sentano, e vogliano le massime della libertà. Sotto la
verga della persecuzione i Nestoriani ed i Monofisiti divennero ribelli
e fuggiaschi, e gli alleati di Roma, i più antichi e più utili,
impararono a considerar l'Imperatore non come il Capo, ma come il nemico
dei Cristiani. La lingua, quel gran principio d'unione e di separazione
tra le varie tribù del genere umano, ben presto distinse definitivamente
i Settari dell'Oriente con un segno particolare, che annichilò ogni
commercio ed ogni speranza di riconciliazione. Il lungo dominio dei
Greci, le colonie, e più di tutto l'eloquenza loro, aveano disseminato
un idioma indubitatamente il più perfetto di quanti furono inventati
dagli uomini; ma il grosso del popolo nella Siria e nell'Egitto usava
tuttavia la lingua nazionale, con questa differenza però, che il cofto
non si adoperava che dagli ignoranti e rozzi paesani del Nilo, mentre
dai monti dell'Assiria al mar Rosso era il siriaco[131] la lingua della
poesia e della dialettica. La favella depravata e il falso saper dei
Greci infettavano l'Armenia e l'Abissinia; e i barbari idiomi di quelle
contrade, che poi rivissero negli studii dell'Europa moderna, non erano
intelligibili per gli abitanti dell'Impero romano. Il siriaco e il
cofto, l'armeno e l'etiopico sono consecrati nelle liturgie delle Chiese
rispettive; e la lor teologia possiede versioni speciali[132], scritture
ed opere di quei Padri, la cui dottrina fece maggior fortuna colà. Dopo
uno spazio di mille trecento sessant'anni, l'incendio della controversia
suscitato da prima con una predica da Nestorio, arde tuttavia in fondo
all'Oriente, e le comunioni nemiche mantengono sempre la fede e la
disciplina dei fondatori. Nella più abbietta condizione d'ignoranza, di
povertà e di servitù, i Nestoriani, e i Monofisiti negano la primazia
spirituale di Roma, e sanno buon grado alla tolleranza de' Turchi, che
permettono ad essi di scomunicare da un lato S. Cirillo e il Concilio
d'Efeso, dall'altro Papa Leone e il Concilio di Calcedonia. L'aver essi
contribuito al tracollo dell'Impero d'Oriente vuol pure qualche
narrativa particolare. Il lettore potrà dare con piacere un'occhiata 1.
ai Nestoriani, 2. ai Giacobiti[133] 3. ai Maroniti 4. agli Armeni 5. ai
Cofti e 6. agli Abissinii. Le prime tre Sette parlano il siriaco, ma
ognuna delle tre ultime usa l'idioma della sua nazione. Gli abitanti
moderni per altro dell'Armenia e dell'Abissinia sermocinar non
potrebbero coi lor antenati, e i Cristiani dell'Egitto e della Siria,
che ricusano la religione degli Arabi ne hanno accettata la lingua. Il
tempo ha secondati gli artifizi dei preti, e tanto in Oriente che in
Occidente si parla colla Divinità una lingua morta, dal maggior numero
dei Fedeli ignorata.
I. L'eresia dello sciagurato Nestorio andò presto dimenticata nella
provincia che gli avea dato i natali, e nella sua diocesi ancora: que'
Vescovi d'Oriente che nel Concilio d'Efeso osarono attaccare apertamente
l'arroganza di S. Cirillo si ammansarono tosto che il Prelato rinunciò
di poi ad alcuna delle sue proposizioni. Questi Vescovi, o i successori
loro sottoscrissero non senza mormorare i decreti del Concilio di
Calcedonia. Potè l'autorità dei Monofisiti rappattumare i Nestoriani coi
Cattolici e congiungere le due parti negli odii stessi, negli stessi
interessi, e a poco a poco nei dommi medesimi, e la disputa dei tre
Capitoli fu un momento in cui mandarono di mala voglia l'ultimo sospiro.
Da leggi penali furono schiacciati que' lor fratelli, che men moderati,
o più leali non vollero far causa comune coi Cattolici, e sin dal tempo
di Giustiniano era difficile rinvenire nei confini dell'Impero una
chiesa di Nestoriani. Al di là di que' confini scoperto avevano un nuovo
Mondo, ove sperare libertà, e aspirare a conquiste. Con tutta la
resistenza dei Magi aveva il Cristianesimo gettate in Persia radici
profonde; e le nazioni dell'Oriente si riposavano alla sua ombra
salutare. Il -Cattolico- o primate risedeva nella capitale; i suoi
Metropolitani, i suoi Vescovi, il suo clero avevano nei Sinodi e nelle
diocesi loro la pompa e l'ordinanza d'una gerarchia regolare; da gran
numero di proseliti fu abbandonato lo Zendavesta per l'Evangelo, la vita
secolare per la monastica; era avvivato il loro zelo dalla presenza d'un
nemico scaltro, e terribile. Fondatori della Chiesa persiana erano stati
alcuni missionari della Siria; quindi la lingua, la disciplina, la
dottrina del lor paese erano già una parte inerente della sua
costituzione. I primati erano eletti ed ordinati dai suffraganei; ma
provano i Canoni della Chiesa d'Oriente la lor filiale dependenza verso
i Patriarchi d'Antiochia[134]. Nuove generazioni di fedeli s'andavan
formando nella scuola persiana d'Edessa al loro idioma teologico[135]:
studiavan esse nella versione siriaca i diecimila volumi di Teodoro di
Mopsuste, e rispettavano la Fede apostolica, e il santo martirio del suo
discepolo Nestorio, la persona e la lingua del quale erano sconosciute
alle nazioni che abitavano al di là del Tigri. Alla prima lezione di
Ibas, vescovo d'Edessa, s'impresse nell'animo loro un ribrezzo
indelebile contro gli empi -Egiziani-, che nel lor Concilio d'Efeso
aveano confuse le due Nature di Gesù Cristo. La fuga dei maestri e degli
alunni, espulsi due volte dall'Atene della Siria, disperse una turba di
missionari, spinti ad un tempo dallo zelo di religione, e dalla
vendetta. Quella rigorosa unità sostenuta dai Monofisiti che, regnando
Zenone ed Anastasio, invasi aveano i troni dell'Oriente, provocò i loro
antagonisti a riconoscere in una terra libera piuttosto una union
morale, che una union fisica nelle due Persone del Cristo. Dopo l'epoca
in cui s'era predicato l'Evangelo alle nazioni, i Re sassaniesi vedean
con inquietudine e con diffidenza una razza di stranieri e d'apostati,
che poteano dar sospetto di favoreggiare la causa dei nemici naturali
del lor paese, come ne aveano abbracciata la religione. Soventi volte
s'era proibito per via d'editti il lor commercio col clero di Siria;
piacquero gli avanzamenti dello scisma all'orgoglio geloso di Perozes,
il quale porse orecchia ai discorsi d'uno scaltro Prelato, che
dipingendogli Nestorio come amico della Persia, l'indusse ad assicurarsi
della fedeltà dei sudditi cristiani, mostrandosi protettore delle
vittime e dei nemici del despota romano. Erano i Nestoriani la parte più
numerosa del clero e del popolo; presero coraggio dal favore del
principe, e il despotismo mise in loro mano la sua spada; ma taluni,
troppo deboli di spirito, furono sgomentati dall'idea di segregarsi
dalla comunione del Mondo cristiano. Il sangue di settemila settecento
Monofisiti o Cattolici fissò l'uniformità della fede e della disciplina
nelle Chiese di Persia[136]. Le loro instituzioni religiose si
segnalavano con una massima di ragione, o almen di politica; s'era già
rilassata l'autorità claustrale, e cadde a poco a poco; si dotarono case
di carità, le quali ebbero cura dell'educazione degli orfani e degli
esposti; il clero della Persia non volle la legge del celibato, tanto
raccomandata ai Greci ed ai Latini, e i matrimonii approvati e reiterati
dei sacerdoti, dei Vescovi, e del Patriarca medesimo crebbero
notabilmente il numero degli eletti. Giunsero fuorusciti a migliaia da
tutte le province dell'impero d'Oriente a quel paese, fatto asilo della
libertà naturale e religiosa. La scrupolosa devozione di Giustiniano fu
punita coll'emigrazione de' suoi sudditi più industriosi, i quali
trasportarono in Persia le arti guerresche e pacifiche, ed un accorto
monarca innalzò alle cariche coloro che per merito erano raccomandati al
suo favore. Quei disgraziati Settarii che stando sconosciuti aveano
continuato a vivere nelle loro città native, coi consigli, col braccio,
e cogli averi loro, diedero aiuto alle armi di Nuschirvan, e a quelle
ancor più formidabili del suo nipote, e in guiderdone di tanto zelo
ottennero le chiese dei Cattolici: ma quando ebbe Eraclio riconquistate
quelle città e quelle chiese, conosciuti ormai per ribelli, e per
eretici, non trovarono più altro rifugio, che gli Stati del loro
alleato. In quel mentre la apparente tranquillità dei Nestoriani corse
assai rischi, e fu turbata più volte; ed essi parteciparono alle
disgrazie ch'erano necessarie conseguenze del dispotismo orientale. Non
bastò sempre la nimicizia che portavano a Roma per espiare il loro
attaccamento al Vangelo; ed una colonia di trecentomila Giacobiti fatti
prigionieri in Apamea e in Antiochia ebbe la permissione d'innalzare i
suoi altari nemici a veggente del -Cattolico-, e sotto la protezione
della Corte. Nell'ultimo suo trattato inserì Giustiniano parecchi
articoli diretti ad estendere e a rafforzare la tolleranza di cui godeva
il Cristianesimo nella Persia. Mal informato l'Imperatore dei diritti di
coscienza, non sentiva nè pietà, nè stima per gli eretici che
rifiutavano l'autorità dei santi Concilii; ma davasi a credere che
potrebbero a poco a poco osservare i vantaggi temporali dell'unione
coll'impero e colla chiesa di Roma; e se non gli venia fatto d'ottenerne
gratitudine, sperava almeno di renderli al lor Sovrano sospetti. In
un'epoca più recente s'è veduta la superstizione e la politica del Re
cristianissimo condannare al fuoco i Luterani in Parigi e proteggerli in
Alemagna.
[A. D. 500-1210]
Il desiderio di guadagnare anime a Dio, e sudditi alla Chiesa, ha in
ogni tempo solleticato lo zelo dei sacerdoti cristiani. Dopo il
conquisto della Persia portarono le lor armi spirituali nell'Oriente,
nel Settentrione, nel Mezzogiorno, e la semplicità dell'Evangelo prese
le tinte della teologia siriaca. Se prestisi fede a un viaggiator
nestoriano[137], si predicò con frutto il Cristianesimo nel sesto secolo
ai Battriani, agli Unni, ai Persiani, agli Indiani, ai Persameni, ai
Medi e agli Elamiti; infinito era il numero delle chiese che si vedeano
nei paesi dei Barbari dal golfo di Persia al mar Caspio, e diveniva
notabile la nuova fede di costoro per la moltitudine e santità dei lor
monaci e dei lor martiri. Venivan moltiplicandosi di giorno in giorno i
Cristiani sulla costa del Malabar, sì fertile di pepe, e nelle isole di
Socotora e di Ceylan: i Vescovi e il clero di quelle remote contrade
ricevevano l'Ordinazione dal Cattolico di Babilonia. Un secolo dopo, lo
zelo de' Nestoriani passò i confini, ove s'erano fermati l'ambizione e
la curiosità de' Greci e de' Persiani. I Missionari di Balch e di
Samarcanda vennero animosi dietro i passi del Tartaro vagabondo, e
s'introdussero nelle vallate dell'Imaus e nelle spiagge del Selinga.
Andarono esponendo dommi metafisici a quei pastori ignoranti, e a que'
guerrieri sanguinari raccomandarono l'umanità e la quiete. Vuolsi per
altro, che un Rhan, di cui si esagerò in guisa ridicola la potenza,
ricevesse dalle mani loro il Battesimo ed anche gli Ordini sacri, e
lungamente la fama del -prete Gianni- ha divertito la credulità
europea.[138] Fu permesso a questo augusto Neofito di valersi d'un altar
portatile; ma egli fece chiedere al Patriarca per mezzo d'ambasciatori
come potrebbe mai nella quaresima astenersi de' cibi animali, e come
celebrar l'Eucaristia in un deserto che non produceva nè grano nè vino.
I Nestoriani ne' loro viaggi per mare e per terra penetrarono nella Cina
pel porto di Canton e per la città di Sigan, più settentrionale,
residenza del sovrano. Ben diversi dai Senatori romani, che faceano
ridendo la parte di sacerdoti e di auguri, i Mandarini che affettano in
pubblico la ragione dei Filosofi, si abbandonano in secreto ad ogni
sorta di superstizion popolare. Confondevano essi nel proprio culto gli
Dei della Palestina con quei dell'India; ma la propagazion del
Cristianesimo destò inquietudine al governo, e dopo una breve vicenda di
favore e di persecuzione smarrissi la Setta straniera nell'oscurità e
nella dimenticanza[139]. Sotto il regno da' Califi la Chiesa de'
Nestoriani si dilatò dalla Cina a Gerusalemme, e a Cipro, e si calcolò,
che il numero delle Chiese nestoriane e giacobite superava quello delle
Chiese greche e latine[140]. Venticinque Metropolitani o arcivescovi ne
componevano la gerarchia, ma per cagion della distanza e dei rischi del
viaggio furono dispensati parecchi dall'obbligo di presentarsi in
persona colla condizione, facile da adempirsi, che ogni sei anni
darebbero un attestazione della lor fede ed obbedienza al -Cattolico- o
patriarca di Babilonia, denominazione indeterminata, che successivamente
si diede alle residenze reali di Seleucia, di Ctesifone e di Bagdad.
Queste palme lontane son già disseccate da lungo tempo, e l'antico trono
patriarcale[141] oggi è diviso fra gli Elijah di Mosul, i quali quasi in
linea retta figurano la discendenza dei Patriarchi della primitiva
chiesa, fra i Gioseffi d'Amida, riconciliatisi colla Chiesa di
Roma[142], e i Simeoni di Van o di Ormia, che in numero di quarantamila
famiglie nel sedicesimo secolo si ribellarono, e favoreggiati furono dai
Sofì della Persia. Oggi si contano in tutto trecentomila Nestoriani, che
mal si confusero nella denominazione di Caldei e di Assirii colla nazion
la più istruita, e la più poderosa dell'Orientale antichità.
[A. D. 883]
Stando alla leggenda dell'antichità, S. Tommaso predicò l'Evangelo
nell'India[143]. Sulla fine del nono secolo, gli ambasciatori d'Alfredo
fecero una devota visita alla sua tomba, situata forse nei dintorni di
Madras, e il carico di perle e di spezie che ne riportarono compensò lo
zelo del Monarca inglese, che aveva in mente i più vasti disegni di
commercio e di scoperte[144]. Quando fu dai Portoghesi aperta la strada
dell'India, già da due secoli aveano stanza i Cristiani di S. Tommaso
sulla costa del Malabar; e la differenza di carattere e di colore, che
li distingueva dagli abitatori del paese, era una prova della mescolanza
d'una razza straniera. Essi superarono gli originarii dell'Indostan
nell'armi, nell'arti della pace, e per avventura anche nelle virtù.
Quelli che arricchivano coll'agricoltura coltivavano le palme, e il
traffico del pepe facea doviziosi i mercadanti; i soldati precedeano i
Nair o nobili del Malabar, e il re di Cochino, il Zamorino stesso, o per
gratitudine, o per timore ne rispettavano i privilegi ereditari;
obbedivano a un sovrano Gentù; ma il Vescovo di Angamala anche pel
temporale n'era il governatore. Egli continuava a sostenere i diritti
del suo antico titolo di metropolitano dell'Indie; ma era ristretta la
sua giurisdizione di fatto a mille e quattrocento chiese e a dugentomila
anime. Costoro per la religione che professavano, divenuti sarebbero i
più fermi e più amorevoli alleati dei Portoghesi; ma ben presto scorsero
gl'Inquisitori fra i Cristiani di S. Tommaso lo scisma e l'eresia,
delitti imperdonabili per essi. Invece di sottomettersi al Pontefice di
Roma, sovrano temporale e spirituale di tutto il Globo, i Cristiani
dell'India, come i loro antenati, aderirono alla comunione del Patriarca
nestoriano; e i Vescovi ch'egli ordinava a Mosul, si esponevano per mare
e per terra ad infiniti pericoli per giungere alle loro diocesi sulla
costa del Malabar. Nella lor liturgia in lingua siriaca eran devotamente
rammentati i nomi di Teodoro e di Nestorio; univano nell'adorazione le
due Persone del Cristo: il titolo di Madre di Dio feriva le loro
orecchie, e con una scrupolosa avarizia misuravano gli omaggi per la
Vergine Maria, dalla superstizione de' Latini elevata quasi al grado
d'una Dea.[145] Quando la prima volta fu presentata la sua immagine ai
Discepoli di S. Tommaso, sdegnosamente[146] esclamarono: «Noi siam
Cristiani e non idolatri!» e la lor divozione più semplice si tenne alla
venerazion della Croce. Segregati dall'Occidente, essi ignoravano, fra i
miglioramenti, ciò che la corruttela non avea potuto produrre per uno
spazio di mille anni; e la lor conformità colla Fede e colle pratiche
del quinto secolo debbe imbrogliare del pari i papisti ed i protestanti.
Il primo pensiero dei ministri di Roma fu la cura d'interdire ad essi
ogni commercio col Patriarca nestoriano, e parecchi di que' Vescovi
morirono nelle prigioni del S. Uffizio. La potenza dei Portoghesi, gli
artificii dei Gesuiti, e lo zelo di Alessio di Menezes, Arcivescovo di
Goa, andato a visitare la costa di Malabar, assalirono questa greggia,
privata de' suoi pastori. Dal Sinodo di Diamper, al quale Menezes
presedette, fu adempiuta la santa opera dell'unione, e fu imposta ai
Cristiani di S. Tommaso la dottrina e la disciplina della Chiesa romana,
senza dimenticare la confessione auricolare, stromento il più potente
della tirannide ecclesiastica.[147] Vi fu condannata la dottrina di
Teodoro e di Nestorio, e fu ridotto il Malabar sotto il dominio del
Papa, del Primate, e dei Gesuiti, che usurparono la cattedra vescovile
di Angamala o Cranganor. Sostennero pazientemente i Nestoriani dodici
lustri di servitù e d'ipocrisia; ma non così tosto l'industria e il
coraggio delle Province Unite ebbero dato il crollo all'impero de'
Portoghesi, difesero quelli con energia e con frutto la religion dei lor
padri. Divennero impotenti i Gesuiti a mantenere l'autorità, di che
aveano fatto abuso; quarantamila Cristiani rivolsero l'armi contro
oppressori arrivati nel punto della caduta di quelli; e l'Arcidiacono
dell'India sostenne le incombenze episcopali sino a tanto che dal
Patriarca di Babilonia venne mandata una nuova provvigione di Vescovi e
di Missionari siriaci. Da che furono espulsi i Portoghesi liberamente si
professa sulla costa di Malabar il Simbolo nestoriano. Le compagnie
mercantili dell'Olanda e dell'Inghilterra amano la tolleranza; ma se
l'oppressione non offende tanto quanto il disprezzo, han motivo i
Cristiani di S. Tommaso di lagnarsi della fredda indifferenza degli
Europei[148].
II. La storia dei Monofisiti è meno lunga, e meno importante di quella
de' Nestoriani. Sotto i regni di Zenone e d'Anastasio, i loro Capi
sorpresero la fiducia del principe, usurparono il trono ecclesiastico
dell'Oriente, atterrarono la scuola di Siria nella sua terra natale.
Severo, Patriarca d'Antiochia, colla più arguta sottigliezza determinò i
dommi dei Monofisiti; nello stile dell'Ennotico, condannò le opposte
eresie di Nestorio, e d'Eutiche; contro l'ultimo sostenne la realtà del
corpo del Cristo, e forzò i Greci a considerarlo come un bugiardo che
parlava il vero[149]. Ma l'approssimazion delle idee non valeva a
mitigar la veemenza delle passioni: ogni Setta faceva le maggiori
meraviglie del Mondo per la cecità, con che la contraria andava a
disputare su differenze di sì poco momento; il tiranno della Siria
ricorse alla forza per sostenere la sua credenza, e fu macchiato il suo
regno dal sangue di trecento cinquanta monaci svenati sotto le mura di
Apamea, i quali probabilmente aveano provocato i nemici, o per lo meno
fatta resistenza[150]. Il successor d'Anastasio piantò di nuovo in
Oriente il vessillo dell'Ortodossia; fuggì Severo in Egitto, e
l'eloquente Senaia,[151] suo amico, scampato di mano ai Nestoriani della
Persia, fu soffocato nel suo esilio dai Melchiti della Paflagonia.
Cinquantaquattro Vescovi furono rovesciati dalle loro sedi, e
imprigionati ottocento ecclesiastici[152]; e, nonostante l'equivoco
favore di Teodora, dovettero le chiese dell'Oriente orbate dei lor
pastori perire a poco a poco per difetto d'istruzione, o per
l'alterazione dei loro dommi. In mezzo a tanta angustia, ridestatasi la
fazione moribonda, si riunì, e si perpetuò per opera d'un monaco; ed il
nome di Giacomo Baradeo[153] è rimasto nella denominazione comune di
Giacobita, tanto aspra ad un orecchio inglese. Dai santi Vescovi
incarcerati in Costantinopoli, ricevette l'autorità di Vescovo d'Edessa,
e di apostolo dell'Oriente, e da quella fonte inesausta derivò
l'Ordinazione di più d'ottantamila di vescovi, preti o diaconi. I più
veloci dromedari d'un devoto Capo degli Arabi assecondavano con rapido
scorrerie l'ardore del missionario zelante. La dottrina e la disciplina
dei Giacobiti ed era un dovere d'ogni Giacobita violarne le leggi, e
detestare il Legislatore. Appiattati dentro i conventi, e ne' villaggi,
costretti per salvare le lor teste proscritte a cercar asilo nelle
caverne dei romiti, o nelle tende dei Saracini, sostenevano sempre, come
oggi tuttavia i successori di Severo, il lor dritto al titolo, alla
dignità, ed alle prerogative di Patriarca d'Antiochia. Sotto il giogo
più lieve degli Infedeli risiedono, lungi una lega da Merdino, nel
delizioso monastero di Zafaran, ch'essi hanno ornato di celle,
d'acquedotti, e di piantagioni. Il -Mafrian- che soggiorna a Mosul, dova
insulta il -Cattolico- o primate Nestoriano, a cui contende il primato
dell'Oriente, tiene il secondo posto considerato tuttavia come assai
decoroso. Ne' diversi tempi della Chiesa giacobita si contarono sino a
cencinquanta Arcivescovi o Vescovi sotto il Patriarca ed il Mafrian; ma
l'ordine della gerarchia s'è guasto, o rotto, e i contorni dell'Eufrate
e del Tigri forman la più gran parte delle loro diocesi. Si trovano
ricchi mercadanti e bravi operai nelle città d'Aleppo e d'Amida, spesso
visitate dal Patriarca; ma il popolo vive miserabilmente del lavoro
giornaliero, e ha potuto la povertà non meno della superstizione
contribuire alla imposizione volontaria di digiuni eccessivi; osservano
ogni anno cinque quaresime, nel qual tempo e il clero e i laici non solo
s'astengono dalla carne e dalle uova, ma ben anche dal vino, dall'olio e
dal pesce. Si calcola la lor popolazione presente da cinquanta in
ottantamila anime, misero avanzo d'una Chiesa numerosissima, scemata
gradatamente sotto una tirannia di dodici secoli. Ma in sì lungo periodo
da parecchi stranieri, uomini di merito, fu abbracciata la Setta dei
Monofisiti, e Abulfaragio[154], Primate dell'Oriente, tanto notabile per
la vita e per la morte sua, era figlio di un Giudeo. Scriveva
elegantemente il siriaco e l'arabo; fu poeta, medico, storico, filosofo
sagace, e teologo moderato. Ai suoi funerali assistè il Patriarca
nestoriano, suo rivale, con gran seguito di Greci e d'Armeni, i quali
poste in non cale le dispute, vennero a mescer le loro lagrime sulle
ceneri d'un nemico. Sembrava per altro che la Setta onorata dalle virtù
d'Abulfaragio fosse riguardata come inferiore d'un grado a quella dei
Nestoriani. È più abbietta la superstizione dei Giacobiti, più rigidi ne
sono i digiuni,[155] più molteplici le divisioni intestine, e (per
quanto si può misurare la scala dell'assurdità) più lontani dalla
ragione dei loro dottori. A questa differenza contribuisce, senza
dubbio, la severità della teologia dei Monofisiti; ma molto più
probabilmente l'autorevole direzione dei monaci. Nella Siria, in Egitto,
in Etiopia i Monaci giacobiti furono sempre singolari per austerità di
mortificazioni e per la stravaganza delle loro leggende. In vita e in
morte sono venerati come uomini favoriti della Divinità: il Pastorale di
Vescovo e di Patriarca è riservato alla lor mano reverenda, e infetti
ancora delle consuetudini e dei pregiudizi del chiostro, si prendono
l'incarico di governare gli uomini[156].
III. Nello stile de' Cristiani dell'Oriente furono i Monoteliti in tutti
i sensi dal nome contraddistinti di -Maroniti-[157], nome che a poco a
poco passò da un eremita a un monastero, da un monastero ad una nazione.
La Siria fu il paese, ove Marone, santo o selvaggio del quinto secolo,
espose la religiosa stravaganza; le città di Apamea e di Emesa se ne
contesero le reliquie; su la sua tomba s'innalzò una magnifica Chiesa, e
seicento de' suoi discepoli congiunsero le loro celle sulle rive
dell'Oronte. Nelle controversie dell'Incarnazione si tennero
scrupolosamente sulla linea ortodossa tra le Sette di Nestorio e
d'Eutiche; ma i loro ozii produssero la malnata quistione d'una volontà
o d'una operazione nelle due Nature di Cristo. L'Imperatore Eraclio,
loro proselita, respinto come Maronita dalle mura della città di Emesa,
trovò un ricovero ne' monasteri dei suoi fratelli, e ne premiò le
lezioni teologiche col guiderdone di vasto e ricco demanio. Si propagò
il nome e la dottrina di questa ragguardevole scuola fra i Greci ed i
Sirii, e si può far giudizio del loro zelo dalla risoluzion di Macario,
Patriarca antiocheno, il quale davanti il Concilio di Costantinopoli
dichiarò, che si lascerebbe tagliare a pezzi, e gettare in mare,
piuttosto che riconoscere due Volontà in Cristo[158]. Persecuzione di
tal fatta, o altra più moderata, valse a convertire ben presto i sudditi
della pianura, mentre i robusti popolani del monte Libano si gloriavano
del titolo di -Mardaiti- o di ribelli[159]. Giovan Marone, di tutti i
monaci il più dotto e il più amato dal popolo, si arrogò le facoltà del
Patriarca d'Antiochia: Abramo, suo nipote, fattosi Capo dei Maroniti, ne
difese la libertà civile e religiosa contro i tiranni dell'Oriente. Il
figlio dell'ortodosso Costantino con un santo rancore perseguitò un
popolo di soldati, che avrebbero potuto essere il baluardo del suo
impero contro i nemici di Gesù Cristo e di Roma. Fu invasa la Siria da
un esercito di Greci; consunsero le fiamme il monastero di San Marone; i
più prodi capitani della Setta furono traditi e assassinati, e
dodicimila dei loro partigiani furono tratti sulle frontiere
dell'Armenia e della Tracia. Ciò nonostante l'umile Setta dei Maroniti
ha sopravvissuto all'impero di Costantinopoli, e la loro coscienza sotto
i Turchi è libera, moderata la servitù. Fra i loro Nobili antichi sono
scelti i lor governatori particolari; dal fondo del suo monastero di
Canobin, crede tuttavia il Patriarca d'essere assiso sulla sede
d'Antiochia; nove Vescovi ne compongono il Sinodo, e centocinquanta
sacerdoti, che hanno la facoltà di maritarsi, son destinati alla cura di
centomil'anime. S'estende il lor paese dalla catena del monte Libano
sino alle coste di Tripoli; e in questa angusta striscia di territorio,
con una degradazione insensibile si offrono al guardo tutte le varietà
del suolo e del clima, dai grandi cedri che non curvano il capo sotto il
peso delle nevi[160], sino ai vigneti, ai gelsi e agli olivi della
fertile vallata. I Maroniti, dopo aver abiurato nel duodicesimo secolo
l'error de' Monoteliti si riconciliarono colle Chiese latine d'Antiochia
e di Roma[161], e soventi volte l'ambizione dei Papi, non che la miseria
dei Cristiani della Siria rinnovellarono la stessa alleanza; ma è lecito
dubitare, se questa riunione sia mai stata intera o leale, e indarno i
dotti Maroniti del Collegio di Roma fecero il potere per assolvere i
loro antenati dal delitto di scisma e di eresia[162].
IV. Dal secolo di Costantino in poi si segnalarono gli Armeni[163]
nell'affetto per la religione e l'impero dei Cristiani. Dai disordini
del lor paese, e dall'ignoranza della lingua greca fu impedito
il loro clero d'assistere al Concilio di Calcedonia, e per
ottantaquattr'anni[164] stettero fluttuanti nell'incertezza o
nell'indifferenza sino al giorno in cui la lor Fede senza guida li diede
in mano ai missionari di Giuliano d'Alicarnasso[165], il quale in
Egitto, dove era esiliato, come i Monofisiti, era stato vinto dagli
argomenti e dalla riputazione di Severo, suo rivale, Patriarca
monofisita d'Antiochia. Gli Armeni soli sono i puri discepoli d'Eutiche,
padre infelice, rinnegato dalla maggior parte de' suoi figli. Quei soli
stanno perseveranti nella opinione, che l'Umanità di Gesù Cristo fosse
creata, o formata senza creazione, d'una sostanza divina ed
incorruttibile. Sono rimproverati i loro avversari d'adorare un
fantasma, ed essi ritorcono l'accusa, mettendo in ridicolo, o caricando
di maledizioni la bestemmia dei Giacobiti, che attribuiscono a Dio le
vili infermità della carne, e fino gli effetti naturali del nutrimento e
della digestione. Non potea la religion dell'Armenia menar gran vanto
del sapere, o della potenza de' suoi abitanti. Spirò il regno fra loro
nel principio del loro scisma, e quelli dei loro Re cristiani, che nel
tredicesimo secolo sulle frontiere della Cilicia fondarono una Monarchia
momentanea, erano i protetti de' Latini, e i vassalli del Soldano turco
che dava leggi in -Iconio-. Non si permise lungamente a questa nazione
abbandonata di goder la quiete della servitù. Dai primi tempi della sua
storia sino al giorno d'oggi è stata l'Armenia il teatro d'una guerra
perpetua. La crudele politica dei Sofì ha spopolate le terre fra Tauride
ed Erivan; e famiglie cristiane a migliaia furono trapiantate nelle
province più rimote della Persia a perire o a moltiplicare colà. Sotto
la verga dell'oppressione sta imperterrito e fervido lo zelo degli
Armeni; sovente preferirono la corona del martirio al turbante di
Maometto: piamente detestano l'errore e l'idolatria de' Greci, ed è
tanto vera la loro unione effimera coi Latini, quanto il computo di
mille Vescovi dal lor Patriarca condotti al piede del Pontefice
romano[166]. Il Cattolico o Patriarca degli Armeni risede del monastero
di Ekmiasin, tre leghe lontano da Erivan. Son da lui ordinati
quarantasette Arcivescovi, ognuno de' quali ha quattro o cinque
suffraganei, ma per la maggior parte non sono che prelati titolari, che
colla presenza e col servigio danno risalto alla semplice pompa della
sua Corte. Come hanno adempiuto agli uffici ecclesiastici attendono a
coltivare il giardino, e farà meraviglia ai nostri Vescovi l'intendere,
che in proporzione della sublimità del grado cresce l'austerità della
loro vita. Nelle ottantamila città o villaggi di quel governo spirituale
riceve il Patriarca da ogni persona, che abbia compiuti i quindici anni,
una picciola tassa volontaria; ma i seicentomila scudi, che ne ricava
ogni anno, non bastano ai continui bisogni de' poveri, nè ai tributi che
si esigono dai Bascià. Dal principio dell'ultimo secolo ottennero gli
Armeni una porzion considerevole e lucrosa del traffico dell'Oriente.
Tornando d'Europa, sogliono le lor caravane arrestarsi nei dintorni
d'Erivan; tributano agli altari i frutti della loro industriosa
pazienza, e la dottrina d'Eutiche vien predicata alle congregazioni, che
hanno formato da poco in qua nella Barberia e nella Polonia[167].
V. Nelle altre parti dell'imperio poteva il principe annichilare, o
ridurre al silenzio i Settarii di una dottrina creduta pericolosa; ma i
testardi Egiziani si opposero mai sempre al Concilio di Calcedonia, e la
politica di Giustiniano degnò adattarsi ad aspettare il momento in cui
potesse giovarsi della lor discordia. La Chiesa monofisita
d'Alessandria[168] era lacerata dalla disputa dei -corruttibili- e degli
-incorruttibili-, e nella morte del Patriarca ognuna delle due fazioni
presentò un candidato[169]. Gaiano era discepolo di Giuliano, e Teodosio
avea ricevuto lezioni da Severo: i monaci e i senatori, la capitale e la
provincia favorivano il primo; confidava il secondo nell'anteriorità
della sua Ordinazione, nella grazia dell'Imperatrice Teodora, e
nell'armi dell'eunuco Narsete, che avrebbe potuto farne miglior uso in
una guerra più gloriosa. Il candidato del popolo fu confinato in
Cartagine ed in Sardegna, e questo esilio crebbe il fermento degli
animi, e cento settant'anni dopo il cominciamento dello scisma
veneravano ancora i Gaianiti la memoria e la dottrina del lor fondatore.
In un furioso e sanguinolento conflitto si vide la forza del numero
cozzare con quella della disciplina; i cadaveri de' cittadini e de'
soldati ingombrarono le strade della metropoli; le devote salivano sul
tetto delle case, e scagliavano sul capo dal nemico tutto quello che di
pesante o di tagliente veniva loro alle mani; e in fine trionfò Narsete
perchè mise a fuoco e fiamme la terza capitale del Mondo romano. Ma non
piacque al luogotenente di Giustiniano, che cogliesse un eretico i
frutti della sua vittoria; guari non andò che Teodosio fu deposto,
sebbene con modi umani, e Paolo di Tanis, monaco ortodosso, fu innalzato
alla sede di Sant'Atanasio. Acciocchè potesse sostenersi, fu armato di
tutte le forze del governo; aveva la facoltà di nominare o rimovere i
duchi e i tribuni d'Egitto; soppresse le distribuzioni di pane, ordinate
da Diocleziano, chiuse i templi de' suoi rivali, e una nazione
scismatica rimase ad un tratto senza alimento spirituale e corporale.
Dall'altra parte il popolo sospinto da vendetta e da fanatismo scomunicò
quel tiranno; nessuno, eccettuati i servili Melchiti, non volle più
salutarlo nè per uomo, nè per cristiano, nè per Vescovo. Ma tale è la
cecità dell'ambizione; cacciato per un'accusa d'omicidio, esibì mille e
quattrocento marchi d'oro per ricuperare il suo posto, ove non raccolse
che odio ed affronti. Apollinare, suo successore, entrò in Alessandria
con un corteggio militare, parato e presto all'orazione ed alla
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