Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 9 (of 13)
Author: Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME NONO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XXIII
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO XLVII.
-Storia Teologica della dottrina dell'Incarnazione. Natura umana
e divina di Gesù Cristo. Inimicizia tra i Patriarchi
d'Alessandria e di Costantinopoli, S. Cirillo e Nestorio. Terzo
Concilio generale tenuto in Efeso. Eresia d'Eutiche. Quarto
Concilio generale tenuto in Calcedonia. Discordia civile ed
ecclesiastica. Intolleranza di Giustiniano. I tre Capitoli.
Controversia dei Monoteliti. Sette dell'Oriente: prima i
Nestoriani, seconda i Giacobiti, terza i Maroniti, quarta gli
Arminiani, quinta i Cofti e gli Abissini.-
Dopo avere i Cristiani distrutto il Paganesimo ben poteano godersi in
santa pace un trionfo che liberati li avea da tutti gli avversari; ma un
seme di discordia germogliava nel loro seno[1]; quindi furono più
ardenti a cercar la natura del Fondator della Religione, che a porne in
pratica le leggi[2]. Ho di già osservato che alle dispute sulla Trinità
tennero dietro quelle dell'Incarnazione, scandalose del pari per la
Chiesa; del pari funeste allo Stato, ma più minuziose ancora in origine
e più durevoli negli effetti. Questo capitolo narrerà una guerra
religiosa di dugento cinquant'anni, ed ho intenzione di esporre qual fu
lo scisma ecclesiastico e politico delle Sette d'Oriente, e di preparare
la storia delle contese loro tanto romorose e sanguinarie, premettendo
brevi ricerche sulla dottrina della Chiesa primitiva[3].
I. Zelanti, com'era ben giusto, dell'onore dei primi proseliti della lor
religione, furono i Cristiani[4] inclinati a credere a seconda del
desiderio e della speranza loro, che gli Ebioniti, o per lo meno i
Nazarei non si fossero segnalati in altro che nella ostinata lor
perseveranza a praticare il culto di Mosè. Disparvero le loro Chiese;
non son più ricordati i loro libri; la loro oscura libertà ha lasciato
aperto un vasto campo alle opinioni in questo proposito, e somministrato
allo zelo e alla prudenza del terzo secolo il modo d'esporre
diversamente il loro Simbolo flessibile e mal certo; ma la critica più
caritatevole dee negare in questi Settari ogni nozione della pura e vera
Divinità di Cristo. Ammaestrati alla scuola de' Giudei, imbevuti delle
profezie, e dei pregiudizi loro, non avevano appreso giammai a sollevare
le speranze più alto che ad un Messia umano e temporale[5]. Se osavano
salutare il lor Re quando compariva in abito plebeo non potevano da
grossolani, siccome essi erano, discernere il loro Dio, che nascondea la
celeste natura sotto il nome e la persona d'un uomo[6][7]. Gesù Nazareno
s'intertenea famigliarmente co' suoi compagni, li trattava come amico, e
in tutte le azioni della vita ragionevole, o della vita animale,
compariva un uomo della stessa loro specie. Al pari degli altri uomini
passò dall'infanzia alla gioventù e alla virilità con un graduato
incremento di statura e di sapienza, e spirò sulla Croce dopo una penosa
agonìa di spirito e di corpo. Visse e morì per servigio degli uomini; ma
Socrate ancora[8] consacrata avea la vita sua e la sua morte alla causa
della religione e della giustizia; e quantunque lo stoico o l'eroe
possano sdegnare le umili virtù di Gesù Cristo, pure le lagrime che
questi versò sopra il suo paese, e sul discepolo ch'egli amava, sono la
più pura, non che la più incontrastabile prova della sua Umanità. Non
doveano i miracoli dell'Evangelo recare maraviglia ad un popolo che
intrepidamente credeva i prodigi anche più strepitosi della legge di
Mosè. Già i Profeti aveano prima di lui sanato infermi, risuscitato
morti, fermato il Sole, erano saliti al cielo su carri di fuoco, e di
leggieri poteva lo stile metaforico degli Ebrei retribuire ad un Santo e
ad un Martire il titolo adottivo di -Figlio di Dio.-
Tuttavolta, e nel Simbolo de' Nazarei, e in quello degli Ebioniti, non
si scorgono che lievi tracce di separazione da quegli eretici, i quali
dicevano essere stato generato il Cristo secondo l'ordine generale della
natura, e da quegli scismatici che ammettevano la Verginità di sua Madre
escludendo l'intervento d'un padre terreno. Pareva autenticata la
miscredenza de' primi dalle circostanze visibili della sua nascita, dal
matrimonio di Giuseppe, suo padre putativo, che aveva adempiute le
formalità tutto della legge, e così da' dritti che per discendenza
diretta egli aveva sul Regno di David, e su l'eredità di Giuda; ma la
storia secreta ed autentica se ne conservò in molte copie dell'Evangelo
secondo S. Matteo[9], che que' Settari custodirono per lungo tempo
nell'originale ebraico[10] come unica pruova della loro credenza.
Giuseppe, ben certo della propria castità, formò sospetti assai naturali
nel caso; ma poi avvisato in sogno essere la gravidanza della sposa
un'opera dello Spirito Santo, sgombrò dall'animo ogni inquietudine: e
poichè non aveva potuto lo Storico osservare co' propri occhi quel
miracolo domestico, convien credere che ascoltato egli abbia in tal
occasione la voce, che dettò ad Isaia il vaticinio della futura
concezione d'una Vergine. Il figlio di una Vergine generata per
l'ineffabile opera dello Spirito Santo era un Ente di cui non s'avea mai
conosciuto il simile[11], nè si poteva a cosa veruna paragonare, poichè
in tutte le facoltà della mente e del corpo era superiore a' figli
d'Adamo. Dopo che si fu introdotta la filosofia greca, o caldea[12],
credevano i Giudei[13] alla preesistenza, alla trasmigrazione,
all'immortalità dell'anima; e per giustificare la Provvidenza
supponevano che l'anima fosse condannata ad un carcere corporeo per
espiare le colpe commesse in uno stato anteriore[14]; ma quasi
incommensurabili sono i gradi della purità e della corruttela. Fu
agevole il credere che eletto fosse il più sublime e il più virtuoso tra
gli spiriti ad animare quell'Essere nato da Maria, e dallo Spirito
Santo;[15] essere stata sua elezione il suo stato abietto, e il fine
della sua missione quello d'espiare i suoi peccati non già, ma quelli
del Mondo. Tornando nel cielo, da cui discese, ricevè Gesù Cristo un
premio infinito della sua obbedienza, mediante quel Regno interminabile
del Messia già predetto oscuramente dai Profeti sotto le immagini
materiali di pace, di conquisto, di dominio terreno. Poteva Iddio
adeguare le facoltà umane di Cristo all'ampiezza delle sue operazioni
celesti. Nel linguaggio dell'antichità, non era esclusivamente riservato
il titolo di Dio all'Ente da cui emana ogni cosa; quindi
l'impareggiabile suo Ministro, l'unico suo figlio, poteva senza
presunzione domandare al Mondo, ch'era suo regno, un culto religioso,
comunque secondario.
II. Que' semi della fede che lentamente soltanto aveano pullulato nel
suolo duro ed ingrato della Giudea, trapiantati furono ben maturi in
climi assai migliori, in que' de' Gentili; nè gli stranieri che non
aveano potuto in Roma e nell'Asia vedere le forme umane di Gesù Cristo
furono perciò men pronti a vedere solamente un Dio nella sua persona. Il
Politeista, e il Filosofo, il Greco, e il Barbaro erano del pari
assuefatti ad ammettere una lunga eternità, un'infinita serie d'angeli,
o di demoni, di deità, o d'eoni, ovvero di emanazioni derivanti dal
trono di luce; nè trovavano incredibile o strano per nulla il caso, che
il primo di questi eoni, il -logos- o Verbo di Dio, della stessa
sostanza del padre, discendesse su la terra per liberare dal vizio e
dall'errore il genere umano, e per inviarlo sul sentiero della vita e
della immortalità; ma il domma dell'eternità e le idee di corruzione
inerenti alla materia, infettarono le prime Chiese d'Oriente. Gran
numero di proseliti pagani era ritroso a credere che uno Spirito
celeste, una porzione indivisa della prima Essenza, si fosse
personalmente incorporata ad una massa di carne impura e corrotta; il
perchè pieni di zelo per la Divinità di Gesù Cristo furono dalla
devozione indotti a negarne l'umanità. Fumava ancora sul monte Calvario
il suo sangue[16], quando i -doceti-, Setta asiatica assai numerosa, e
dotta, inventarono il sistema -fantastico- propagato poscia dai
Marcioniti, da' Manichei, e da' Gnostici d'ogni denominazione[17]. Non
vollero ammettere la verità e autenticità degli Evangeli nella parte che
riguarda la concezion di Maria, la nascita di Gesù Cristo, e i
trent'anni che precedettero l'esercizio del suo ministero. Sulle sponde
del Giordano era egli comparso da prima in tutta la perfezione della
forma umana, ma non era, diceano quegli Eresiarchi, se non se una forma,
non già una sostanza; era una semplice figura umana creata dal Dio
onnipotente ad imitare la facoltà e le azioni d'un uomo, ed a fare
continua illusione ai sensi de' suoi amici e nemici. Da suoni articolati
erano penetrate le orecchie dei Discepoli; ma l'immagine che s'imprimeva
sul loro nervo ottico ricusava la prova più positiva del fatto, e
godeano della presenza spirituale, non della corporale del figlio di
Dio. Invano sfogarono i Giudei la rabbia sopra un fantasma impassibile,
e le mistiche scene della passione e morte, della risurrezione e
ascensione di Gesù Cristo, furono rappresentate sul teatro di
Gerusalemme a pro del genere umano. Se si rispondeva ai Doceti, che così
fatta farsa, che una soperchieria sì continuata indegne erano del Dio di
verità, essi s'andavano giustificando colla dottrina delle pie frodi
ammessa da sì gran numero di fratelli ortodossi. Nel sistema dei
Gnostici, il Jehovah d'Israele, il Creatore di questo Mondo sublunare,
fu uno spirito rivoltoso, o per lo meno ignorante. Il figlio di Dio è
venuto sulla Terra per abolire il tempio e la legge di Jehovah, e per
ottenere questo intento salutare si è bravamente prevalso delle speranze
e delle predizioni d'un Messia temporale.
Uno de' più acuti Maestri della scuola manichea ha messo in campo il
pericolo e l'indecenza d'una supposizione, per la quale il Dio de'
Cristiani da principio sotto la forma d'un feto sarebbe uscito
dell'utero d'una donna dopo nove mesi di gravidanza. Presi d'orrore i
suoi avversari a questa temeraria proposizione furono indotti facilmente
a negare tutte le circostanze carnali della concezione e del parto, ed a
sostenere, che la Divinità penetrò nel seno di Maria, come raggio di
Sole attraverso al cristallo, e che la verginità della Madre rimase
intatta anche al momento in cui partorì Gesù Cristo. Ma l'ardimento di
queste asserzioni promosse una sentenza più moderata: hanno insegnato
alcuni Doceti, che Gesù Cristo non fosse già un fantasma, ma bensì
vestisse un corpo impassibile ed incorruttibile. Tal è diffatto nel più
ortodosso sistema quel corpo ch'egli possede dopo la Risurrezione, e
tale è quello che debbe aver posseduto sempre per essere atto a
penetrare senza ostacolo e senza offesa una materia intermedia. Dotato
delle proprietà più essenziali della carne dovea quel corpo andar esente
dagli attributi e dalle infermità di questa: un feto che da un punto
invisibile passasse all'intera maturità, un bambino che giugnesse alla
statura d'uom fatto senza trar nodrimento alcuno dalle sorgenti
ordinarie, potrebbe continuare a vivere senza riparare col cibo
giornaliero le perdite giornaliere; potea dunque Gesù partecipare alla
mensa de' suoi Discepoli senza provar fame o sete, nè poi la virginale
sua purità ricevette macchia giammai dai movimenti involontari della
concupiscenza. Se si chiedeva in quai modi, e di qual materia avesse
potuto essere primitivamente formato un corpo d'una costituzione tanto
singolare, rispondevano i Gnostici ed altri Settari, che la forma e la
sostanza provenivano dall'Essenza divina; risposta che fa stupore alla
nostra teologia più ragionevole, e che non era già particolare di loro
soli. L'idea dello spirito puro ed assoluto è un sottile concetto della
moderna filosofia. Dall'Essenza spirituale, alle anime umane, agli
Esseri celesti, e a Dio medesimo attribuita dagli antichi, non resta
esclusa la nozione d'uno spazio esteso, e la fantasia loro s'appigliava
all'idea d'una natura, simile all'aria, al fuoco, all'etere, sostanze
incomparabilmente più perfette che i grossolani materiali del nostro
Universo. Volendo determinare il sito occupato dalla Divinità, ci è
forza fare una specie di descrizione della sua figura. Secondo la nostra
esperienza, e forse la vanità nostra, sotto umana forma si rappresenta a
noi la potenza della ragione e della virtù. Gli Antropomorfiti, che
molti ve n'era tra i monaci dell'Egitto, e i Cattolici dell'Africa,
citar potrebbero quella formal dichiarazione della Scrittura che insegna
aver Dio fatto l'uomo ad immagine sua[18]. Il venerabile Serapione, un
de' Santi de' deserti di Nitria rinunciò, piangendo, ad una credenza che
gli era cara, e a guisa d'un fanciullo gemette per una conversione, che
gli toglieva il suo Dio, e lasciava il suo spirito manchevole d'ogni
oggetto visibile di fede, e di devozione[19].
III. Tai furono i vaghi e indecisi sistemi che composero l'eresia dei
Doceti. Cerinto d'Asia[20], che osò combattere l'ultimo degli Apostoli,
immaginò un'ipotesi più sostanziale, e più complicata. Situato ai
confini del Mondo giudeo e del Mondo gentile pose ogni opera a
riconciliare i Gnostici e gli Ebioniti; riconoscendo nel Messia la
congiunzione soprannaturale dell'uomo e della Divinità; Carpocrate,
Basilide, Valentino[21] e gli eretici della scuola egiziana accettarono
questa dottrina mistica, alla quale molte particolarità aggiunsero di
loro invenzione. Nella sentenza loro, non era Gesù di Nazaret che un
semplice mortale, figlio legittimo di Giuseppe e di Maria; ma il
migliore e il più saggio fra gli uomini, eletto come degno istrumento a
ristabilir sulla Terra il culto del vero Iddio. All'atto del suo
battesimo entro il Giordano, il Cristo, il primo degli Eoni, figlio di
Dio pur esso, discese sopra Gesù in forma di colomba per empierne lo
spirito, e dirigerne le azioni durante il periodo del suo ministero.
Quando il Messia fu consegnato ai Giudei, il Cristo, Essere immortale e
impassibile, abbandonò la sua dimora terrena, ritornò nel -Pleroma-
ossia Mondo degli spiriti, e lasciò Gesù solo a soffrire, a lamentarsi e
a morire. Ma si può contestare la giustizia e la generosità di questa
diserzione; la sorte d'un innocente martire da prima esaltato, poscia
abbandonato dallo spirito divino che l'accompagnava, dovè svegliar ne'
profani la pietà e lo sdegno. Dai Settari, che abbracciarono e
modificarono il doppio sistema di Cerinto, furono in vari modi acchetate
le mormorazioni, eccitate da questi pensamenti. Si disse, che quando
Gesù era stato attaccato alla Croce avea sentita in sè una miracolosa
apatia di spirito, e di corpo mercè della quale non provava i dolori che
in apparenza soffriva. Altri asserirono che dal regno temporale di mille
anni, riservato al Messia nel suo regno della nuova Gerusalemme, sarebbe
ampiamente compensato delle sue angosce reali, ma passaggiere.
Finalmente lasciarono trapelare questo pensiero[22], che, se sofferse,
avea meritato di soffrire; che l'umana natura non è mai al tutto
perfetta; e che giovar poterono la Croce e la Passione ad espiare le
colpe veniali del figlio di Giuseppe prima della sua misteriosa unione
col figlio di Dio.
IV. Tutti coloro che tengono la nobile e seducente idea della
spiritualità dell'anima deggiono colla guida dell'esperienza confessare
l'incomprensibile unione dello spirito e del corpo. Agevol cosa è il
concepire che il corpo può stare unito ad uno spirito che ha facoltà
intellettuali assai maggiori, od anche possiede queste facoltà nel più
alto grado possibile; e l'incarnazion d'un Eone, o d'un Arcangelo, il
più perfetto degli spiriti creati, non è nè contraddittoria nè assurda.
Nei tempi della libertà religiosa, alla quale pose limiti il Concilio di
Nicea, ogni individuo misurava la Divinità di Cristo col regolo
indefinito della Scrittura, della ragione, o della tradizione; ma quando
s'ebbe fondata la sua Divinità sulle ruine dell'Arianismo, si vide la
fede dei Cattolici in riva d'un precipizio, da cui non potea dilungarsi,
ove era gran rischio il reggersi, e presso il quale un passo falso dovea
sbigottire. Il sublime carattere della lor teologia aggravava ancora i
diversi inconvenienti del loro Simbolo.[23] Esitavano a pronunciare, che
Dio stesso, la seconda persona d'una Trinità, uguale e consustanziale,
si fosse manifestato nella carne[24]: che un Ente, che riempie
l'Universo fosse stato imprigionato nel grembo di Maria; che avessero i
giorni, i mesi e gli anni dell'esistenza umana segnato l'epoche della
sua eterna durata; che fosse stato l'Onnipossente battuto colle verghe e
crocifisso; che la sua Essenza impassibile avesse provato il dolore e le
angosce; che quest'Ente, che tutto sa, non fosse scevero da ignoranza; e
che il principio della vita e dell'immortalità fosse mancato sul monte
Calvario. Sì fatte conseguenze moleste non isbigottivano punto
l'inalterabile semplicità di S. Apollinare[25] vescovo di Laodicea, e
uno dei luminari della Chiesa. Figlio d'un dotto grammatico, era versato
in tutte le scienze della Grecia; egli umilmente dedicò al servigio
della religione l'eloquenza l'erudizione e la filosofia commessa alle
sue opere. Degno amico di S. Atanasio, e degno avversario di Giuliano,
lottò coraggiosamente contro gli Ariani e i Politeisti; e comunque
affettasse il rigore delle dimostrazioni geometriche, espose ne' suoi
commentari il senso letterale e l'allegorico delle Scritture. Le sue
cure funeste ridussero ad una forma tecnica un Mistero ch'avea fluttuato
lungo tempo nell'onda dell'opinion popolare, e pubblicò per la prima
volta queste memorande parole. «Una sola Natura incarnata in Gesù
Cristo»; parole che risuonano ancora come un grido di guerra nelle
Chiese d'Asia d'Egitto e d'Etiopia. Insegnò che la Divinità s'era unita
o mescolata col corpo d'un uomo, e che il -Logos- o l'eterna Sapienza
avea in Gesù tenuto luogo e adempiuto le voci dell'animo umano; ma quasi
fosse atterrito esso stesso dalla sua temerità fu inteso mormorar
qualche parola di scusa e di spiegazione. Ammise la distinzione antica,
che posta aveano i filosofi Greci tra l'anima ragionevole, e l'anima
sensitiva dell'uomo; così riservava il -Logos- per le operazioni
intellettuali, ed impiegava il principio umano, subordinato a quello,
nelle funzioni meno rilevanti della vita animato. Coi più moderati dei
Doceti riveriva Maria, come la madre spirituale, anzi che la madre
carnale di Gesù Cristo, il Corpo del quale era venuto dal Cielo
impassibile ed incorruttibile, ovveramente era stato assorto e
trasformato nell'Essenza di Dio. Il sistema d'Apollinare fu vivamente
combattuto dai Teologi d'Asia e di Siria, la cui scuola si gloria dei
nomi di S. Basilio, di S. Gregorio e di S. Grisostomo, e arrossisce di
quelli di Diodoro, di Teodoro e di Nestorio, ma non si punse la persona,
la riputazione, o la dignità del Vescovo di Laodicea; forse i suoi
rivali, di cui non lece sospettare che abbiano avuto il difetto della
tolleranza, furono ammirati della novità de' suoi argomenti, e temevano
la decisione che finalmente sarebbe per pronunciare la Chiesa cattolica.
La quale si determinò poscia a favor loro; l'eresia d'Apollinare fu
condannata, e le leggi imperiali proscrissero le varie congreghe de'
suoi discepoli; ma continuarono i monasteri dell'Egitto a seguirne
segretamente le massime, e i suoi nemici provarono l'odio di Teofilo e
di S. Cirillo, che si succedettero l'uno all'altro nella sede
patriarcale d'Alessandria.
V. La dottrina materiale degli Ebioniti, e i dommi fantastici dei Doceti
erano proscritti e dimenticati; quando lo zelo, mostrato dai Cattolici,
contro gli errori d'Apollinare, li forzò ad accostarsi in apparenza alla
duplice natura di Cerinto. Ma invece di una alleanza momentanea, essi
stabilirono, e noi crediamo ancora, l'unione sostanziale indissolubile
ed immutabile d'un Dio perfetto con un uom perfetto, della persona
seconda della Trinità con un'anima ragionevole ed un corpo umano.
-L'unità delle due Nature- era sul principio del quinto secolo la
dottrina dominante della Chiesa. Dalle due parti si confessava non
potere le nostre menti, nelle lingue nostre, rappresentare, ed esprimere
il modo di tale coesistenza; covava tuttavia una secreta animosità, ma
implacabile, contro coloro che più temevano di confondere, e contro gli
altri che più temevano di separare, la Divinità e l'Umanità di Gesù
Cristo. Una religiosa frenesia da ambe le parti col sentimento
dell'avversione ributtava l'errore a cui pendea la parte contraria,
creduto il più funesto alla verità, non che alla salute. Uguale era
l'inquietudine nelle due parti, uguale l'ardore a sostenere e a
propugnare l'unione e la distinzione delle due Nature, e ad inventare
formole e simboli di dottrina meno suscettivi di dubitazione o
d'equivoco. Inceppati dalla povertà delle idee e del linguaggio,
metteano a contribuzione arte e natura per trarne tutte le possibili
comparazioni, e ciascuna di queste, usata a rappresentar un Mistero
incomparabile, diveniva per la mente loro fonte di nuovo errore. Sotto
il microscopio polemico, un atomo prende la statura d'un mostro, e le
due Sette erano molto abili ad esagerare le assurde o empie conseguenze
che dai principii degli avversari dedur si potevano. Per isfuggire gli
uni agli altri, si gittavano in vie oscure e rimote sin a tanto che
scoprirono con orrore i terribili fantasmi di Cerinto e d'Apollinare,
che custodivano le opposte uscite del labirinto teologico. Non così
tosto travedeano la luce ancor dubbia d'una spiegazione che li conduceva
all'eresia, essi trepidavano e volgevano subito addietro il passo,
precipitando nuovamente nelle tenebre d'un'impenetrabile ortodossia. Per
discolparsi dal delitto o dall'accusa d'un orrore riprovevole, veniano
spiegando le loro massime fondamentali, ne niegavano le conseguenze, si
scusavano delle loro imprudenti proposizioni, e con grido unanime
pronunciavano le parole di concordia e di fede. Ma sotto la cenere della
controversia stava celata una scintilla quasi impercettibile, dalla
quale i pregiudizi e la passione suscitarono in breve una fiamma
divoratrice, e le dispute delle Sette d'Oriente, sulle espressioni[26],
di cui si valevano ad esporre i lor domini, scossero le fondamenta della
Chiesa e dello Stato.
[A. D. 412]
Sta famoso nella Storia della controversia il nome di Cirillo
Alessandrino, e dal suo titolo di -Santo- si apprende, che col trionfo
finirono le sue opinioni e la sua Setta. Educato nella casa
dell'Arcivescovo Teofilo, suo zio, avea contratta in questo alunnato
ortodosso l'abitudine dello zelo, e l'amore della dominazione, e passati
utilmente cinque anni di gioventù nei monasteri della Nitria, vicini
alla sua residenza. Sotto la tutela dell'abate Serapione, s'era dato
agli studi ecclesiastici con tanto ardore, che lesse in una notte i
quattro Evangeli, le Epistole cattoliche, e l'Epistola ai Romani.
Detestava Origene, ma svolgeva continuamente gli scritti di S. Clemente,
di S. Dionigi, di S. Atanasio, di S. Basilio. Nella teorica, e nella
pratica della disputa, la sua fede si rassodava, e si assottigliava
l'ingegno; e già cominciava a tessere intorno la sua cella la fina e
fragile tela della teologia scolastica, apparecchiando quelle opere
d'allegoria e di metafisica, gli avanzi delle quali raccolti in sette
verbosi e prolissi tomi in foglio, posano in pace al fianco dei lor
rivali[27]. S. Cirillo predicava e digiunava nel deserto; ma, giusta il
rimprovero fattogli da un suo amico[28], i suoi pensieri stavano sempre
fissi sul Mondo, e l'ambizioso eremita non fu che troppo sollecito ad
obbedire alla voce di Teofilo, che lo chiamava alla vita fragorosa delle
città, e dei Sinodi. Coll'assenso dello zio attese alla predicazione, e
presto ottenne il favor popolare. La sua bella figura adornava il
pulpito, la sua voce armoniosa rimbombava nella cattedrale. Stavano i
suoi amici in un posto, da cui diriger potevano, e assecondare gli
applausi della Congregazione[29], e vari scrivani raccoglievano
rapidamente i suoi discorsi, i quali per l'effetto, non per la
composizione, ponno paragonarsi a quelli degli Oratori d'Atene. Colla
morte di Teofilo crebbero, e s'avverarono le speranze del nipote. Era
diviso d'opinione il Clero di Alessandria: i soldati e il generale
favoreggiavano l'Arcidiacono; ma dal clamore e dalla violenza della
moltitudine fu nominato quegli che ella prediligeva, e S. Cirillo salì
sulla sede occupata già trentanov'anni prima da S. Atanagio[30].
[A. D. 413-414-415 ec.]
Non era indegna della sua ambizione la ricompensa. Lungi dalla Corte,
Capo dell'immensa Metropoli, il patriarca d'Alessandria, che così era
nomato, aveva a poco a poco usurpata l'autorità ed il grado d'un
magistrato civile. Era egli il dispensatore delle pubbliche e private
elemosine della città. La sua voce suscitava, o calmava le passioni del
popolo. Grannumero di fanatici -Parabolani-[31] addimesticati nelle loro
giornaliere azioni agli spettacoli di morte, ciecamente obbedivano ai
suoi comandi, e la potenza temporale di questi Pontefici cristiani
mettea paura ed astio ai prefetti d'Egitto. Tutto ardore contro gli
eretici, cominciò Cirillo il suo pontificato, opprimendo i Novaziani,
che pur erano i più innocenti e pacifici fra tutti i Settari. Parvegli
un atto giusto e meritorio l'interdirne il culto religioso, e non si
avvisò d'incorrere la taccia di sacrilego, confiscandone i vasi sacri.
Le leggi de' Cesari e dei Tolomei, ed una prescrizione di sette secoli
dalla fondazione d'Alessandria in poi, assicuravano la libertà del
culto, e i privilegi ancora dei Giudei, già moltiplicati fino al numero
di quarantamila. Senza veruna sentenza legale, senz'alcun ordine
dell'imperatore, il patriarca, fattosi condottiero d'una plebe
sediziosa, venne, sul far del giorno, ad investire le sinagoghe. Inermi
gli Ebrei, ed assaliti all'improvviso, non poterono fare resistenza:
furono rasi i luoghi dove si congregavano ad orare, e il vescovo
guerriero, dopo aver conceduto alle sue truppe il saccheggio degli
averi, cacciò dalla città il resto di quella miscredente nazione. Forse
egli allegò l'orgoglio che aveano della loro prosperità, e l'odio
mortale che portavano ai Cristiani, dei quali aveano poco stante versato
il sangue in una sommossa eccitata a caso o a bella posta. Simili
delitti meritavano la correzione del Magistrato, ma in quest'aggressione
furono confusi gl'innocenti coi rei, e perdette Alessandria una colonia
ricca ed industriosa. Lo zelo di S. Cirillo lo condannava alle pene
della legge Giulia; ma in un governo debole, in un secolo superstizioso,
era egli sicuro dell'impunità, e poteva anche aspettarsi elogi. Si dolse
Oreste, prefetto dell'Egitto; ma i ministri di Teodosio posero troppo
presto in dimenticanza le sue giuste lagnanze, e non se ne risovvenne
che troppo un sacerdote, che simulando con affettazione di perdonargli,
non cessava d'odiarlo. Un giorno, mentre passava quegli per la strada,
un drappello di cinquecento monaci della Nitria dieder l'assalto al suo
carro; alla vista di quelle bestie feroci del deserto, le sue guardie si
diedero alla fuga; ebbe egli un bel protestare d'essere Cristiano e
Cattolico; gli fu fatta risposta con una grandine di sassi, che gli
copersero di sangue la faccia. Corsero in aiuto alcuni buoni cittadini;
quegli sacrificò subito alla giustizia e alla propria vendetta il monaco
che l'avea ferito, e Ammonio (così nomavasi il monaco) spirò sotto le
verghe dei littori. Fece S. Cirillo levare il corpo d'Ammonio e
trasportarlo solennemente in processione alla cattedrale: fu cangiato il
suo nome in quello di Taumasio ossia -Mirabile.- Se ne ornò la tomba coi
simboli del martirio, e il patriarca ascese il pergamo per celebrare la
magnanimità d'un sicario e d'un ribelle. Onori di tal fatta dovettero di
leggieri infiammare i Cristiani a combattere ed a morire sotto le
bandiere del Santo; e S. Cirillo[32] volle ben tosto, o accettò il
sagrifizio d'una vergine che professava la religione dei Greci, e avea
legami d'amicizia con Oreste. Ipazia, figlia del matematico Teone[33]
era dotta nelle scienze coltivate dal padre; i suoi bei commentari hanno
rischiarata la geometria d'Apollonio e di Diofante, ed ella
pubblicamente in Atene ed in Alessandria insegnava la filosofia di
Platone e d'Aristotele. Congiungendo a tutta la freschezza
dell'avvenenza, la maturità della sapienza, era ritrosa alle preghiere
degli amanti, e si contentava d'istruire i suoi discepoli. Era
corteggiata continuamente dalle persone per grado e per merito le più
illustri, e S. Cirillo scorgeva con occhio di gelosia il pomposo codazzo
di schiavi e di cavalli che attorniava la porta dell'Accademia di quella
giovine. Si divulgò tra i Cristiani la voce, che il solo ostacolo alla
riconciliazione del Prefetto e dell'Arcivescovo fosse la figlia di
Teone, e quest'ostacolo fu ben presto levato. In uno dei santi giorni di
quaresima, Ipazia, tornando a casa, fu svelta a forza dal suo carro,
spogliata degli abiti, trascinata alla chiesa, e trucidata da Pietro il
Lettore, e da una turba di spietati fanatici; fu tagliuzzato il suo
corpo colle scaglie di ostrica[34], e abbandonate alle fiamme le sue
membra ancor palpitanti. Con denari sparsi a tempo fu impedita
l'informazione giuridica incominciata su questo delitto; ma l'assassinio
d'Ipazia ha posto una macchia indelebile al carattere ed alla religione
di S. Cirillo Alessandrino[35][36].
[A. D. 428]
Più facilmente la superstizione perdonerà forse l'assassinio d'una
giovanetta, che l'esilio d'un Santo. Avea S. Cirillo accompagnato il suo
zio all'odioso Sinodo della Quercia. Quando fu rimessa in onore, e
consacrata la memoria di S. Grisostomo, il nepote di Teofilo, che
presedeva una fazion moribonda, s'ostinò ad asserire che giusta era
stata la condanna di quel prelato; e solamente dopo lunga dilazione, e
una pertinace resistenza, si sottomise in fine al decreto della Chiesa
cattolica[37]. Non per passione, ma per interesse egli si mostrava il
nemico dei Pontefici di Bizanzio[38]. Invidiava la fortuna che avevano
di brillare fra il grande splendore della Corte imperiale; ne temeva
l'ambizione potente ad opprimere i metropolitani dell'Europa e
dell'Asia, a soperchiare le province d'Alessandria e d'Antiochia, ed a
portare le loro diocesi ai confini dell'Impero. La costante moderazion
d'Attico, il quale faceva uso assai mite della dignità usurpata a San
Grisostomo, sospese l'animosità dei Patriarchi dell'Oriente. Ma San
Cirillo fu desto alla per fine dalla esaltazion d'un rivale più degno
della sua stima e dell'odio suo. Dopo il breve e procelloso pontificato
di Sisinnio, l'elezione dell'Imperatore il qual in tal circostanza
consultò l'opinion pubblica, e gli nominò per successore uno straniero,
attutò le fazioni del clero e del popolo, e concedette il principe
l'arcivescovado della sua capitale a Nestorio[39], nativo di Germanicia
e monaco d'Antiochia, ragguardevole per l'austerità della vita, e
l'eloquenza de' suoi sermoni; ma la prima volta che predicò al cospetto
del pio Teodosio lasciò trapelare l'acrimonia e l'impazienza del suo
zelo. «O Cesare, esclamò, dammi la Terra monda di Eretici, e io ti darò
in cambio il regno del Cielo. Estermina con me gli Eretici, ed io con te
esterminerò i persiani.» Nel quinto giorno del suo pontificato, quasi
fosse stata sottoscritta anche dall'Imperatore questa convenzione, il
Patriarca scoperse, sorprese ed assalì una segreta combricola d'Ariani,
i quali vollero piuttosto morire che cedere. Le fiamme, ch'essi accesero
per disperazione, passarono alle case vicine, e il trionfo di Nestorio
fu disonorato dal soprannome d'-Incendiario.- Impose egli sulle due rive
dell'Elesponto un rigoroso formolario di fede e di disciplina, e punì
come una colpa contro la Chiesa e lo Stato uno sbaglio cronologico sulla
festa di Pasqua. Purificò la Lidia e la Caria, Sardi e Mileto, col
sangue degli ostinati Quarto-decimani, e l'editto dell'Imperatore, o più
veramente del Patriarca, indica sotto ventitrè denominazioni diverse
ventitrè gradi d'eresia tutti degni di punizione[40]. La spada della
persecuzione maneggiata con tanta violenza da Nestorio si ritorse ben
presto a suo danno; ma se si presta fede ad un Santo, allora vivente, fu
l'ambizione il vero fomite delle guerre episcopali, e la religione
solamente il pretesto[41].
[A. D. 429-431]
Imparato avea Nestorio nella scuola di Siria a detestare la mescolanza
delle due Nature, e sapea separare bravamente l'umanità del Cristo, suo
padrone, dalla divinità di Gesù, suo Signore[42]. Rispettava la Santa
Vergine come la Madre del Cristo, ma erano ferite le sue orecchie dal
recente e inconsiderato titolo di Madre di Dio[43], ammesso
insensibilmente dopo l'origine della controversia di Ario. Un amico del
patriarca, e poi il patriarca esso stesso, dall'alto della cattedra di
Costantinopoli in più riprese predicarono contro l'uso e l'abuso d'una
parola[44] ignota[45] agli Apostoli, non approvata[46] dalla Chiesa,
atta a spaventare i fedeli timorati, a traviare i semplici, a divertire
i profani, a giustificare, con una somiglianza apparente, la genealogia
degli Dei dell'Olimpo[47]. Nelle sue ore di calma confessava Nestorio,
che tollerarla si poteva e scusarla per l'union delle due Nature, e la
communicazione delle proprietà loro[48]. Ma poi adontato dalla
contraddizione, si condusse a rigettare il culto d'un Dio neonato; d'una
Divinità infante, a ricavare dalle associazioni coniugali e civili
dell'umana vita le similitudini imperfette, di cui si valeva per
dichiarare le sue opinioni, ed a rappresentare l'Umanità del Cristo,
come l'abito, lo strumento, ed il tempio della sua Divinità. Al primo
suono di queste bestemmie si scossero le colonne del santuario. Quei
pochi che avean veduto a terra le loro speranze per l'esaltazion di
Nestorio, s'abbandonarono all'astio ispirato nel lor cuore dalla
religione, o dall'invidia; il Clero di Bizanzio vedea di mal occhio uno
straniero che lo dominava; tutto ciò che porta l'impronta della
superstizione, o dell'assurdo ha diritto alla protezione dei Monaci, e
il popolo era infervorato per la gloria della Santa Vergine, sua
protettrice[49]. Da sediziosi schiamazzi furono interrotte le prediche
dell'Arcivescovo, e gli offici divini; in congreghe particolari fu
abiurata l'autorità e la dottrina di lui; in breve propagò il soffio
delle fazioni da tutti i lati sino alla estremità dell'impero il
contagio della controversia, e dall'arena fragorosa su cui s'agitavano i
combattenti; rintronò la lor voce entro le celle della Palestina, e
dell'Egitto. Era debito di San Cirillo l'illuminare lo zelo e
l'ignoranza dei monaci innumerevoli alla sua episcopale autorità
sottoposti: dalla scuola d'Alessandria gli era stato insegnata
l'incarnazione d'una Natura, ed egli l'aveva ammessa; ma armandosi
contro un secondo Ario, che più terribile e più reo del primo occupava
il secondo trono della Gerarchia ecclesiastica, il successore di San
Atanasio, non prese consiglio che dall'orgoglio, e dall'ambizione. Dopo
un carteggio non lungo, in cui palliarono i Prelati rivali il loro
rancore sotto il perfido linguaggio del rispetto e della carità, il
Patriarca d'Alessandria denunziò al principe ed al popolo, all'Oriente e
all'Occidente, i colpevoli errori del Prelato di Bizanzio. I vescovi
d'Oriente, e particolarmente quello d'Antiochia, che favoreggiava la
causa di Nestorio, consigliarono alle due Sette moderazione e silenzio;
ma il Vaticano ricevè a braccia aperte i deputati dell'Egitto. Si
compiacque Celestino d'esserne eletto giudice; e l'infedele versione
d'un monaco fermò l'opinione del Papa, il quale, al pari del suo clero
Latino, non conosceva nè la lingua, nè le arti, nè la teologia dei
Greci. Presiedendo un Concilio di Vescovi italiani, esaminò Celestino
gli argomenti di San Cirillo, ne approvò il Simbolo, e dannò la persona
e le opinioni di Nestorio. Privò quest'Eretico della dignità episcopale,
assegnogli dieci giorni per ritrattarsi e dimostrare pentimento, e di
questo decreto[50] illegale e precipitato, commise l'esecuzione al suo
avversario. Ma nel mentre che il patriarca d'Alessandria scagliava i
fulmini celesti, lasciava travedere gli errori e le passioni d'un
mortale; ed oggi ancora i suoi dodici anatemi[51] mettono a tortura la
scrupolosa sommessione degli Ortodossi, i quali vogliono serbar
venerazione alla memoria d'un Santo, senza mancare alla fedeltà dovuta
ai decreti del Concilio di Calcedonia. Quelle ardite proposizioni
mantengono una tinta indelebile dell'eresia degli Apollinaristi, mentre
le dichiarazioni serie e per avventura sincere di Nestorio hanno
satisfatto a quei teologi del tempo nostro, che sono per sapere e per
imparzialità i più segnalati[52].
[A. D. 431]
Nè all'Imperatore, nè al primate dell'Oriente talentava di sottomettersi
al decreto d'un Prete dell'Italia, e da ogni parte si chiedeva un
Concilio della Chiesa cattolica, o piuttosto della Chiesa greca, come
l'unico espediente ad acchetare od a finire questa disputa
ecclesiastica[53]. Efeso, a cui agevolmente si giugnea per mare e per
terra, fu scelta per luogo dell'Assemblea, la quale fu aggiornata per le
feste della Pentecoste. Furono spedite a tutti i Metropolitani lettere
di convocazione, e si collocò intorno alla sala dell'adunanza una
guardia, che dovea proteggere e tener sequestrati i Padri del Sinodo,
fin a tanto che determinati avessero i Misteri del Cielo, e la credenza
degli uomini. Vi comparve Nestorio non come delinquente, ma come
giudice; il quale affidavasi sulla riputazione più che sul numero de'
suoi Prelati; i suoi gagliardi schiavi dei bagni di Zeusippo stavano
armati e presti a difenderlo, o ad assalirne i nemici. Ma dal lato di S.
Cirillo, suo avversario, stava la prevalenza dell'armi temporali e
spirituali. Disubbediente questi alla lettera, o almeno al senso
dell'ordine imperiale, s'aveva tirato dietro il seguito di cinquanta
Vescovi egiziani, i quali da un cenno del lor Patriarca attendeano il
soffio dello Spirito Santo. Avea contratta stretta alleanza con Mennone
vescovo d'Efeso, primate delle chiese d'Asia da lui con assoluto potere
governate, il quale disponeva a suo senno dei voti di trenta o quaranta
vescovi: una truppa di paesani, schiavi della Chiesa, era stata
distribuita per la città a sostenere colle grida e colle violenze gli
argomenti metafisici del lor Signore; ed il popolo difendeva
zelantemente l'onor della Vergine Maria, il corpo della quale riposava
nelle mura d'Efeso[54]. Andava carico delle ricchezze dell'Egitto il
navile che condotto avea S. Cirillo; e sbarcò una gran ciurma di
marinai, di schiavi e di fanatici, arruolati sotto le bandiere di S.
Marco e della Madre di Dio, parati e presti alla più cieca obbedienza.
Questa turba guerriera sbigottì i Padri, ed anche le guardie del
Concilio. Gli avversari di S. Cirillo e di Maria furono insultati nelle
strade, o minacciati in casa. Ogni giorno l'eloquenza e la liberalità
del Prelato egiziano crescevangli il numero degli aderenti; e potè egli
ben presto vedersi arbitro di duecento vescovi, pronti a seguirlo, e a
sostenerlo[55]. Ma l'autore dei dodici anatemi ben presagiva e temeva
l'opposizion di Giovanni d'Antiochia, che con un corteggio poco
numeroso, ma ragguardevole, di Metropolitani e di Teologi, arrivava a
picciole giornate dalla capitale dell'Oriente. S. Cirillo, che s'adirava
d'una dilazione da lui creduta volontaria e colpevole[56], aggiornò
l'apertura del Concilio al sedicesimo giorno dopo la Pentecoste.
Sperando Nestorio nell'arrivo prossimo de' suoi amici dall'Oriente,
persistette, come S. Grisostomo suo predecessore, a declinare dalla
giurisdizione de' suoi nemici, e a ricusare obbedienza alle loro
intimazioni: questi accelerarono la sentenza, e presedette al tribunale
il suo accusatore. Sessant'otto vescovi, ventidue de' quali avean grado
di metropolitani, lo difesero con una protesta decente e moderata; ma
furono esclusi dalle deliberazioni. Candidiano domandò da parte
dell'Imperatore una dilazione di quattro giorni, e questo magistrato
profano fu insultato ed espulso dall'assemblea de' Santi.
Sì grande affare venne intieramente compiuto nello spazio d'un giorno
estivo: scrissero i Vescovi separatamente la loro opinione; ma
dall'uniformità dello stile, s'argomenta la dettatura, o la mano di un
Capo accusato d'avere falsificati gli Atti e le sottoscrizioni[57].
Dichiararono con voto unanime che le epistole di San Cirillo conteneano
i dommi del Concilio di Nicea, e la dottrina de' Padri; la lettura
dell'estratto infedele, che s'era fatto delle Lettere e delle Omelie di
Nestorio, fu interrotta da imprecazioni e da anatemi. Fu questi deposto
dal grado di Vescovo, e privato delle sue dignità ecclesiastiche. Il
decreto, in cui era malignamente qualificato per un nuovo Giuda, fu
pubblicato ed affisso in tutti gli angoli della città d'Efeso. Quando
gli stanchi Prelati uscirono della Chiesa della Madre di Dio, furono
salutati come suoi difensori, e per tutta la notte ne fu
tumultuariamente con illuminazioni e con canti celebrata la vittoria.
Ma nel quinto giorno, fu sconcertato questo trionfo dall'arrivo e dalla
indignazione dei Vescovi d'Oriente. In una stanza dell'osteria, ov'era
smontato Giovanni d'Antiochia, e prima d'avere, per così dire, scossa
da' calzari la polvere, diede egli udienza a Candidiano, ministro
dell'Imperatore, il quale gli raccontò, come invano s'era adoperato a
prevenire od impedire le violenze precipitose di San Cirillo. Con ugual
precipitazione e violenza un Sinodo di Oriente[58] spogliò San Cirillo e
Mennone della dignità di Vescovi; dichiarò che i dodici anatemi
racchiudevano il più sottile veleno dell'eresia degli Apollinaristi, e
dipinse il Primate d'Alessandria come un mostro nato e nudrito a
distruzion della Chiesa[59]. Remota ed inaccessibile era la sua sede, ma
fu deciso di compartire immediatamente al popolo di Efeso il beneficio
d'essere governato da un pastore fedele. Per ordine di Mennone furono
serrate le Chiese, e posta grossa guernigione nella cattedrale. Le
soldatesche andarono all'assalto, guidate da Candidiano; le guardie
prime furono sbaragliate e passate a fil di spada; ma i posti erano
insuperabili, e gli assedianti si ritirarono; allora inseguiti dai
soldati che stavano nella cattedrale, perdettero i cavalli, e molti
furono gravemente feriti a colpi di mazze, e a sassate. Schiamazzi
forsennati, atti furibondi, la sedizione e il sangue macchiarono la
città della Santa Vergine. I Sinodi rivali si scagliarono a vicenda
anatemi e scomuniche; e le relazioni contraddittorie delle fazioni di
Siria e d'Egitto imbrogliarono il Consiglio di Teodosio. Il quale,
volendo calmare questa lite teologica, per tre mesi pose tutto in opera,
eccetto il rimedio più efficace, quello cioè dell'indifferenza, e del
disprezzo. S'avvisò d'allontanare o intimorire i Capi con una sentenza
che avrebbe del pari soddisfatto o condannato gli uni e gli altri; diede
la plenipotenza a' suoi rappresentanti in Efeso, e li munì di forze
militari, bastevoli a sostenerli; chiamò otto deputati delle due parti
per conferire legalmente, e con libertà, nei contorni della capitale,
lungi dalla popolar frenesia, ch'è sempre contagiosa. Ma ricusavano gli
Orientali d'obbedire a quest'ordine, e i Cattolici, insuperbiti pel
numero loro, e pel favor dei Latini, ributtarono ogni sorta d'unione o
di tolleranza. Posta al cimento la pazienza del mite Teodosio, s'indusse
egli a pronunciare irritato la dissoluzione di quel Sinodo tumultuoso,
che nella distanza di tredici secoli ora a noi si presenta col nome
rispettabile di terzo Concilio ecumenico[60]. «Iddio m'è testimonio,
disse quel religioso principe, che di questo disordine io non ho colpa
in veruna maniera. La Provvidenza scernerà e punirà i colpevoli; tornate
alle vostre province; possano le vostre virtù private riparare i mali e
gli scandali della vostra adunanza». Se ne tornarono difatto i Vescovi
allo loro diocesi; ma le passioni che aveano sconvolto il Concilio
d'Efeso si disseminarono pur tutto l'Oriente. Giovanni d'Antiochia, e
San Cirillo d'Alessandria, dopo tre campagne, in cui si batterono con
ostinazione, e con pari successo, vollero in fine spiegarsi e far pace;
ma si debbe attribuire la loro riconciliazione apparente alla prudenza
piuttosto che alla ragione, alla stanchezza di entrambi piuttosto che
alla carità cristiana.
[A. D. 431-435]
Il Pontefice di Bizanzio avea già informato l'Imperatore sinistramente
del carattere e del contegno del Prelato egiziano, suo rivale;
coll'ordine di ritornarsene ad Efeso, ricevè S. Cirillo una lettera
piena zeppa di minacce e d'invettive[61], nella quale era trattato da
prete imbroglione, insolente, invidioso, le cui opinioni agitavano la
Chiesa e lo Stato, e che con un procedere artificioso verso la sorella e
la moglie dell'Imperatore, alle quali s'era diretto separatamente,
palesava la temeraria intenzione di suscitare, o di trovare nella
famiglia imperiale i semi della disunione e della discordia. Adempiendo
Cirillo a quel comando imperioso, s'era trasferito ad Efeso; i
Magistrati partigiani di Nestorio e dei Vescovi di Oriente si opposero
ai suoi anatemi, e minacciarono e lo chiusero in carcere. Poscia
radunarono le soldatesche della Lidia e della Ionia per tener a freno il
seguito fanatico e turbolento di quel patriarca. Senz'attender la
risposta dell'Imperatore alle sue doglianze, fuggì Cirillo dalle mani
delle guardie, s'imbarcò in gran fretta, abbandonò il Sinodo che non era
ancora chiuso, e riparò in Alessandria, asilo tutelare della sua
independenza e sicurezza. Ai suoi scaltri emissari, sparsi nella Corte e
nella capitale, venne fatto di calmare lo sdegno dell'Imperatore, e di
rimettere in grazia Cirillo. Il debole figlio d'Arcadio era
alternativamente dominato dalla moglie, dalla sorella, dagli eunuchi,
dalle donne del palazzo; superstizione e avarizia erano le loro passioni
favorite; ed ai Capi ortodossi stava a cuore d'intimorire l'una, e di
contentare l'altra. Costantinopoli ed i sobborghi erano santificati da
numerosi monasteri, e i Santi Abati Dalmazio ed Eutiche[62] con
intrepido zelo s'erano consacrati alla causa di Cirillo, al culto della
Vergine, ed all'unità di Cristo. Dopo aver abbracciata la vita
monastica, non erano più comparsi nel Mondo, nè sul suolo profano della
capitale. Ma nel terribile momento del pericolo della Chiesa, un dover
più sublime e più indispensabile fece loro dimenticare il voto: escirono
del convento, corsero al palazzo, precedendo una lunga fila di Monaci e
d'eremiti, che tenevano in mano fiaccole ardenti, e cantavano le litanie
della Madre di Dio. Da questo straordinario spettacolo fu edificato e
riscaldato il popolo di modo che il monarca atterrito prestò orecchio
alle preci e alle suppliche di quei santi personaggi, i quali ad alta
voce gridarono; non esservi speranza di salute per coloro, che non
aderissero alla persona, ed al Simbolo del successore ortodosso di S.
Atanasio. Nel tempo medesimo si profuse l'oro per tutte le vie che
conduceano al trono. Sotto i nomi decorosi di -eulogie- e -benedizioni-,
furon regalati i cortigiani de' due sessi, secondo la misura del potere
o della capacità di ciascheduno. Le nuove domande che faceano ogni
giorno avrebbero in poco tempo spogliati i santuari delle Chiese di
Costantinopoli e d'Alessandria; nè potè l'autorità del Patriarca imporre
silenzio alle mormorazioni del suo Clero, sdegnato pel debito che s'era
già contratto di sessantamila lire sterline per supplire alle spese di
sì scandalosa subornazione[63]. Pulcheria, che alleviava al fratello la
somma del governo, era la più salda colonna della Fede ortodossa; ed i
fulmini del Sinodo venivano secondati sì fattamente dai secreti maneggi,
che S. Cirillo fu sicuro di riuscire a bene, se potea rimovere l'Eunuco
favorito, e sostituirgli un altro. Non potè per altro vantarsi d'un
trionfo glorioso e decisivo. Palesava l'Imperatore in quell'occasione
una fermezza straordinaria; avea promesso di protegger l'innocenza dei
Vescovi d'Oriente e mantenea la parola; fu ridotto Cirillo a temperare i
suoi anatemi, e prima di godere la compiacenza di soddisfar la vendetta
contro l'infelice Nestorio, fu giuocoforza che confessasse in una
maniera equivoca, e a suo malgrado la doppia Natura di Gesù Cristo[64].
[A. D. 435]
L'imprudente e ostinato Nestorio, prima che finisse il Sinodo fu
oppresso da S. Cirillo, tradito dalla Corte, e malamente difeso da suoi
amici dell'Oriente. Fosse paura o rabbia, s'indusse, fin ch'era tempo, a
farsi merito d'un'abdicazione che parer potea volontaria[65]:
prontamente si assecondarono i suoi desiderii, o per lo meno la sua
domanda; fu guidato in una maniera decorosa da Efeso al monastero di
Antiochia, da cui l'avea tratto l'Imperatore, e poco dopo furono
riconosciuti i suoi successori, Massimiano e Proculo, per legittimi
Vescovi di Costantinopoli. Ma non potè il deposto Patriarca ritrovare
nella sua placida cella l'innocenza e la quiete d'un monaco semplice.
Pensava al passato, si dolea del presente, e dovea poi temer l'avvenire.
A poco a poco i Vescovi d'Oriente abbandonavano la causa d'un uomo dalla
pubblica opinion condannato, ed ogni giorno scemava il numero degli
scismatici, che come confessor della Fede avevano riverito Nestorio.
Stava egli da quattro anni in Antiochia, quando l'Imperatore segnò un
editto[66], che lo paragonava a Simone il Mago, che proscriveva le sue
opinioni ed i suoi settari, condannava alle fiamme i suoi scritti;
quanto a lui fu da prima confinato a Petra in Arabia, poscia all'Oasi,
una dell'isole del deserto della Libia[67]. Colà segregato dalla Chiesa
e dal Mondo ebbe ancora a soffrire le persecuzioni del fanatismo, e i
furori della guerra. Da una tribù errante di Blemii o di Nubiani fu
invasa la sua solitudine; e Nestorio rimase nel numero dei prigionieri
inutili, cui lasciarono poscia in libertà, ritirandosi. Ma trovandosi
sulle sponde del Nilo, e presso una città romana ed ortodossa, desiderò
senz'altro di essere piuttosto rimaso schiavo dei Selvaggi. Come nuovo
delitto fu punita la sua fuga; lo spirito di Cirillo animava tutte le
autorità civili ed ecclesiastiche dell'Egitto; magistrati, soldati,
monaci tormentarono il nemico di Cristo e di S. Cirillo; e l'eretico ora
fu trascinato sui confini dell'Etiopia ora richiamato da quel nuovo
esilio, sino a tanto che, sfinito già dalla vecchiezza, non potè più
resistere alle fatiche, e agli accidenti di tanti viaggi. Nondimeno il
suo spirito si serbava tuttavia fermo e independente: le sue lettere
pastorali intimorirono il presidente della Tebaide; sopravvisse al
Tiranno cattolico d'Alessandria; e già il Concilio di Calcedonia,
sentendo pietà d'un esilio di sedici anni, stava per rimetterlo negli
onori, o nella comunione almeno della Chiesa. Era chiamato colà, e con
gioia s'apparecchiava ad obbedire, quando il prevenne la morte[68].
Dalla qualità della sua malattia nacque l'odiosa ciancia, che la sua
lingua, organo delle sue bestemmie, fosse mangiata dai vermi. Fu sepolto
in una città dell'Alto Egitto, conosciuta sotto il nome di Chemnis, o
Panopoli, o Akmim[69]; ma non cessò l'accanimento dei Giacobiti
dall'insidiarne per più generazioni il sepolcro, e dal pubblicare
scioccamente che la pioggia del Cielo, che cade tanto sui fedeli come
sugli empi[70], non bagnava mai il luogo della sua sepoltura. Può
l'umanità donare una lagrima alla sorte di Nestorio; ma per esser giusti
bisogna osservare, che se fu vittima della persecuzione, ciò non
avvenne, che dopo averla esso stesso autenticata colla sua approvazione
e coll'esempio[71].
[A. D. 448]
La morte del primate d'Alessandria, dopo un pontificato di trentadue
anni, lasciò i Cattolici in balìa d'uno zelo intemperante, che abusò
della vittoria[72]. La dottrina monofisita, cioè una sola Natura
incarnata, fu rigorosamente predicata nelle chiese dell'Egitto, e ne'
monasteri dell'Oriente. Dalla santità di S. Cirillo prendea vigore il
Simbolo primitivo d'Apollinare; ed Eutiche, suo illustre amico, ha dato
il nome alla Setta la più contraria all'eresia di Nestorio. Eutiche era
abate, o archimandrita, cioè superiore di trecento monaci; ma le
opinioni d'un Solitario, poco versato nelle lettere, non avrebbero mai
varcato i confini della colletta, ove avea dormicchiato più di
settant'anni, se il risentimento o l'imprudenza di Flaviano, Pontefice
bizantino, non le avesse esposte al Mondo cristiano. Questi radunò
immediatamente un Sinodo domestico; i clamori e gli artificii
disonorarono quanto si fece, e vi fu condannato l'Eretico, già debole
per la vecchiezza, a cui carpirono per sorpresa una dichiarazione, colla
quale parea che confessasse, non avere il Cristo tolto il suo corpo
dalla sostanza della Vergine Maria. S'appellò Eutiche del decreto ad un
Concilio generale, e fu gagliardamente propugnata la sua causa da
Crisafio, l'eunuco dominante del Palazzo, il quale era stato da lui
tenuto al Sagro Fonte, e da Dioscoro suo complice, succeduto nella sede,
nel Simbolo, nei talenti, nei vizi al nipote di Teofilo. Teodosio volle
a buon dritto, e specialmente ordinò, che il secondo Sinodo d'Efeso
fosse formato da dieci Metropolitani, e da dieci Vescovi di ciascheduna
delle sei diocesi dell'Oriente; alcune eccezioni, date al favore o al
merito, portarono a cento trentacinque il numero de' Padri del Concilio,
ed il Siro Barsuma, come Capo e rappresentante de' monaci, fu invitato a
sedere e a votare coi successori degli Apostoli. Ma dalla prepotenza del
Patriarca d'Alessandria venne di bel nuovo violata la libertà delle
discussioni; di nuovo gli arsenali dell'Egitto somministrarono armi
materiali e spirituali. Una masnada d'arcieri veterani dell'Asia serviva
agli ordini di Dioscoro, e i monaci, più terribili ancora, sordi alla
ragione ed alla pietà, assediavano le porte della cattedrale. Il
Generale, e i Padri, che dovean esser liberi nelle opinioni,
sottoscrissero il Simbolo ed anche gli anatemi di San Cirillo, e
l'eresia delle due Nature fu condannata in modo formale nella persona e
negli scritti dei più dotti uomini dell'Oriente. «Possano quelli che
dividon Gesù Cristo essere divisi dalla spada; sieno messi in pezzi ed
arsi vivi!» Tal fu il voto caritatevole d'un Concilio cristiano[73]. Si
riconobbe senza esitazione l'innocenza e la santità di Eutiche; ma i
Prelati, e più d'ogni altro quei della Tracia e dell'Asia non volean
deporre il lor Patriarca pel motivo, che avrebbe usato od anche abusato
della sua giurisdizione legittima. Abbracciarono le ginocchia di
Dioscoro, nel momento che si stava con aspetto, minaccioso sui gradini
della sua cattedra, e lo scongiurarono di perdonare al suo fratello, e
di rispettarne la dignità. «Volete voi suscitar una sedizione?» rispose
l'inesorabil prelato; «dove son gli ufficiali?» A queste parole una
turba furiosa di monaci e di soldati forniti di bastoni, di spade e di
catene, piombò nella chiesa: i Vescovi spaventati si nascosero dietro
l'altare, o sotto i banchi, e non avendo troppa brama di martirio
segnarono tutti ad uno ad uno una carta bianca, dove poi fu scritta la
condanna del pontefice di Bizanzio. Nel punto stesso fu Flaviano dato in
preda alle bestie feroci di quella arena ecclesiastica.[74] Dalla voce e
dall'esempio di Barsuma furono attizzati i monaci a vendicar l'ingiuria
di Gesù Cristo. Si dice, che il Patriarca di Alessandria, oltraggiò,
schiaffeggiò, e si pose sotto i piedi il suo confratello, il Vescovo di
Costantinopoli[75]. È cosa certa che prima di giugnere al luogo del suo
esilio, la vittima spirò nel terzo giorno per le ferite e pei colpi in
Efeso ricevuti. Questo secondo Sinodo d'Efeso è stato a ragione
detestato come adunanza d'una geldra di ladri e d'assassini. Eppure han
dovuto gli accusatori di Dioscoro esagerare la sua violenza per iscusare
la viltà, o l'incostanza del loro procedere.
[A. D. 451]
La Fede dell'Egitto avea vinta la prova; ma la parte soccombente era
assistita da quel Papa medesimo, che senza timore aveva affrontato la
collera, e l'armi d'Attila e di Genserico. Il Sinodo d'Efeso non avea
posto mente alla dottrina insegnata da Leone nel suo famoso -tomo-, o
epistola intorno al Mistero dell'Incarnazione; la sua autorità e quella
della Chiesa latina erano state insultate nella persona dei suoi Legati,
che, scampati a stento dalla schiavitù e dalla morte, vennero a
raccontare la tirannia di Dioscoro e il martirio di Flaviano. Convocato
il suo Sinodo provinciale, il Papa annullò gli Atti irregolari di quello
d'Efeso; ma questo passo essendo pure irregolare domandò egli la
convocazione d'un Concilio generale nelle province libere ed ortodosse
dell'Italia. Dall'alto del suo trono, omai independente dalla Corte di
Costantinopoli, parlava ed operava il Pontefice di Roma senza pericolo,
come Capo dei cristiani. Placidia e suo figlio Valentiniano non erano
che i docili strumenti de' suoi voleri: chiesero al principe che
governava l'Oriente di ristabilire la pace e l'unità della Chiesa; ma il
fantoccio che dava legge a quella parte dell'impero era menato con pari
scaltrezza dall'Eunuco che allora dominava; rispose Teodosio, senza
esitazione, che la Chiesa era già pacifica e trionfante, e che le giuste
pene inflitte ai Nestoriani aveano spento l'incendio, di cui si temevano
i guasti. Erano forse i Greci in preda per sempre all'eresia dei
Monofisiti, se il cavallo dell'Imperatore non avesse per avventura
incespato. Morì Teodosio; Pulcheria, sua sorella, zelante della Fede
ortodossa, succedette al trono con uno sposo che tale non era se non di
nome. Grisafio fu arso vivo; Dioscoro cadde in disgrazia; furono
richiamati gli esuli, e i Vescovi d'Oriente segnarono il -tomo- di
Leone. Al Papa tutta volta rincrebbe, che fosse ita a vuoto la sua
intenzion favorita di ragunare un Concilio di Vescovi latini. Non degnò
presedere al Sinodo greco frettolosamente raccolto in Nicea di Bitinia;
con un tuono perentorio pretesero i suoi Legati che presente assistesse
l'Imperatore, e i Padri, già stanchi, furono tratti a Calcedonia, sotto
gli occhi di Marciano e del senato di Costantinopoli. Si adunarono nella
Chiesa di Sant'Eufemia, situata a un quarto di miglio dal Bosforo di
Tracia in vetta ad una collina d'un dolce pendìo, ma elevata; vantavasi
come un prodigio dell'arte la sua architettura a tre piani, e l'immensa
veduta di cui godeva dalla parte di terra, come del mare, era atta ad
esaltare alla contemplazione del Dio dell'Universo l'anima d'un
Settario. Seicentotrenta Vescovi si posero ordinatamente nella navata; i
Patriarchi d'Oriente cedettero la mano ai Legati, il terzo dei quali non
era per altro che un semplice prete; e le sedi primarie furono riservate
a venti laici che avean la dignità di senatori o di consoli. Fu esposto
con pompa l'Evangelo in mezzo all'assemblea; ma i ministri del Papa, non
che quelli dell'Imperatore, che padroneggiarono le tredici sessioni del
Concilio di Calcedonia, statuirono la regola di fede[76]. La lor
determinazione, ben combinata a favore d'una delle parti fu almeno da
tanto che impose silenzio a schiamazzi e ad imprecazioni sconvenevoli
alla gravità episcopale; ma, in forza d'un'accusa formale de' Legati, fu
astretto Dioscoro a discendere dal suo posto, e a far la figura d'un reo
già condannato nella opinione dei suoi giudici. Gli Orientali, meno
avversi a Nestorio che a San Cirillo, accolsero i Romani come
liberatori: la Tracia, il Ponto e l'Asia fremevano contro l'uccisor di
Flaviano, e i nuovi Patriarchi di Costantinopoli e d'Antiochia si
assicurarono la propria sede sacrificando il lor benefattore. Alla
dottrina di San Cirillo aderivano i Vescovi della Palestina, della
Macedonia e della Grecia; ma in mezzo alle assemblee del Sinodo, nel
bollore della disputa passarono i Capi col lor seguito obbediente
dall'ala destra alla sinistra, e colla loro diffalta decisero la
vittoria. Di diciassette suffraganei venuti d'Alessandria, quattro
s'indussero a mancar di fede al lor patriarca; e gli altri tredici
prostratisi colla faccia a terra, implorarono la clemenza del Concilio
coi singhiozzi e coi pianti, dichiarando in tuono patetico, che se
cedevano, il popolo infuriato li truciderebbe quando fossero tornati in
Egitto. Si acconsentì ad accettare il tardo pentimento dei complici di
Dioscoro, come una riparazione degli errori o del delitto loro, e sopra
la sua testa furono accumulati tutti i torti: non chiese egli perdono,
che non ne sperava, e la moderazione di coloro che sollecitavano una
generale amnistia, dalle grida di vittoria e di vendetta fu soffocata.
Per salvare la reputazione di coloro, che abbracciata aveano la causa di
Dioscoro si rivelarono bravamente molte offese, di cui esso solo era
colpevole, la scomunica temeraria e illegale, ch'egli avea lanciata al
papa, e il suo criminoso rifiuto di comparire davanti al Sinodo, quando
era tenuto prigione. Parecchi testimoni vennero raccontando molti fatti
che provavano il suo orgoglio, l'avarizia e la crudeltà sua; ed
appresero con orrore i Prelati, che le elemosine della chiesa erano
state profuse alle ballerine, che le prostitute d'Alessandria entravano
nel suo palagio, ed anche ne' suoi bagni, e che l'infame Pansofia o
Irene era pubblicamente concubina del patriarca[77][78].
Per questi delitti scandalosi Dioscoro fu deposto dal Concilio, e
sbandito dall'Imperatore; ma fu dichiarata pura la sua fede al cospetto
dei Padri, e colla tacita loro approvazione. Supposero, piuttosto che
pronunciare, l'eresia d'Eutiche, il quale non fu mai citato al loro
tribunale, e stettero confusi e silenziosi, quando un ardito Monofisita,
gettato ai lor piedi un volume di San Cirillo, osò eccitarli a lanciar
contro di quello un anatema, che necessariamente involgerebbe la
dottrina del Santo. Leggendo imparzialmente gli Atti del Concilio di
Calcedonia, quali dalla parte ortodossa son riferiti[79], si
riscontrerà, che da una maggioranza considerabile di Vescovi fu
approvata la semplice unità di Cristo; e potea l'equivoca confessione,
esser lui stato formato, o procedere da due Nature, supporne l'esistenza
anteriore, o in susseguente mischianza, o veramente un intervallo
pericoloso ad ammettersi fra l'istante in cui era stato concepito
l'uomo, e l'altro in cui gli era stata infusa la Natura divina[80]. I
Teologi di Roma più esatti e precisi statuirono la formola che feriva di
più le orecchie dogli Egiziani; dichiararono che il Cristo esisteva in
due Nature, e questa importante particola[81], che più facilmente si
stampa nella memoria che nell'intelletto, ebbe quasi a produrre fra i
Vescovi latini uno scisma. Essi aveano sottoscritto rispettosamente, e
forse sinceramente il -tomo- di Leone; ma in due deliberazioni
successive spiegarono, non essere nè spediente, nè legittima cosa
trapassare i santi limiti assegnati dai Concilii di Nicea, di
Costantinopoli e d'Efeso conformemente alla Scrittura ed alla
tradizione. Cessero finalmente alle importunità dei loro padroni; ma il
lor decreto infallibile, dopo essere stato in guisa solenne ratificato,
e con grandi acclamazioni accolto, fu distratto nella session seguente
per l'opposizion dei Legati e degli Orientali lor partigiani. Invano
gran numero di Vescovi esclamò: «La decision de' Padri è ortodossa e
inalterabile; ora gli eretici sono smascherati; anatema ai Nestoriani!
fuori dalle assemblee del Concilio! vadano a Roma!»[82] I Legati
minacciarono; l'Imperatore parlava con tuono assoluto, ed una
commissione di diciotto vescovi preparò un nuovo decreto, che i Padri
sottoscrissero a lor dispetto. In nome del quarto Concilio generale si
annunziò al Mondo cattolico, il Cristo in una persona, ma in due Nature.
Si tirò una linea impercettibile fra l'eresia di Apollinare e la
dottrina di San Cirillo; e col tagliente d'un rasoio ben affilato, la
sottigliezza teologica formò un ponte, che, sospeso sopra un abisso,
diveniva l'unica strada al paradiso. Per dieci secoli d'ignoranza e di
servitù, ha ricevuto l'Europa le sue opinioni religiose dall'oracolo del
Vaticano; e questa dottrina, già coperta della ruggine dell'antichità, è
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