[128] Il terzo libro di Procopio termina colla morte di Germano (-Add.-
l. IV c. 23, 24, 25, 26).
[129] Procopio riferisce tutta la serie di questa seconda guerra gotica
e della vittoria di Narsete (l. IV c. 21, 26-35). Splendido quadro! Fra
i sei argomenti di poema epico che il Tasso volgeva in mente, egli
esitava tra la conquista d'Italia fatta da Belisario e quella fatta da
Narsete (Hayley's Works, vol. IV p. 70).
[130] Ignota è la patria di Narsete, poichè non si dee confonderlo col
Persarmeno. Procopio gli dà il nome di (Got. l. II c. 13) Βασιλικων
χρηματων ταμιας, Paolo Varnefrido (l. II c. 3 p. 776) lo
chiama Chartularius: Marcellino aggiunge il titolo di -Cubicularius-. In
un'iscrizione sul ponte Salario egli vien chiamato -Ex-Consul-,
-Ex-Praepositus-, -Cubiculi Patricius- (Mascou, Storia dei Germani, l.
XIII c. 25). La legge di Teodosio contro gli eunuchi era caduta in
disuso o abolita (annot. XX). Ma la sciocca profezia dei Romani
sussisteva in tutto il vigore (Procop. l. IV c. 21).
[131] Il Lombardo Paolo Varnefrido racconta con compiacenza i soccorsi,
i servigi e l'onorevol congedo de' suoi paesani. -Reipublicae Romanae
adversus aemulos adjutores fuerant- (l. II c. 1 p. 774, ediz. Grot.). Mi
fa stupore che Alboino, guerriero lor re, non conducesse in persona i
suoi sudditi.
[132] Egli fu, se non un impostore, il figlio del cieco Zame, salvato
per compassione ed allevato nella Corte di Bisanzio pei differenti
motivi di politica, di generosità e di orgoglio (Procop. -Persic.- l. I
c. 23).
[133] Al tempo di Augusto e nel medio evo, tutto il territorio che si
stende da Aquileja a Ravenna era coperto di boschi, di laghi e di
paludi. L'uomo ha vinto la natura, e si coltivò la terra dopo che
cacciate od imprigionate ne furon le acque. Vedi le erudite ricerche del
Muratori (-Antiquitat. Italiae Medii aevi-, tom. I, dissert. XXI p. 253,
254) tratte da Vitruvio, Strabone, Erodiano, dai vecchi diplomi, e dalla
cognizione de' luoghi.
[134] La via Flaminia, secondo le correzioni del Danville, fatte dietro
gl'itinerari e le migliori carte moderne (-Analyse de l'Italie-, p.
147-162), può determinarsi nel modo che segue: da Roma a Narni, 51
miglia romani; a Terni, 57; a Spoleto, 75; a Foligno, 88; a Nocera, 103;
a Cagli, 142; ad Intercisa, 157; a Fossombrone, 160; a Fano, 176; a
Pesaro, 184; a Rimini, 208; circa 189 miglia inglesi. Egli non parla
della morte di Totila; ma Vesselingio (Itinerar. p. 614) in luogo del
campo di Tagina mette l'incognito nome di Ptanias in distanza di otto
miglia da Nocera.
[135] Tagina, o veramente Tadina, vien ricordata da Plinio; ma la sede
vescovile di questa oscura città, posta nella pianura distante un miglio
da Gualdo, fu riunita nel 1007 a quella di Nocera. Si conservano i segni
dell'antichità nei nomi dei luoghi, come Fossato (il campo), Capraja
(Caprea), Bastia (-Busta gallorum-). Vedi Cluverio (-Italia antiqua-, l.
II c. 6 p. 615, 616, 617), Luca Olstenio (-Adnot. ad- Cluver. p. 85,
86), Guazzesi (dissert. p. 177-217, che di ciò tratta -ex professo-), e
le carte dello Stato ecclesiastico pubblicate da Le Maire, e Magini.
[136] Avvenne questa battaglia nell'anno di Roma 458, ed il Console
Decio, col sacrificare la propria vita, assicurò il trionfo della sua
patria e del suo collega Fabio (Tito Livio, X, 28, 29). Procopio ascrive
a Camillo la vittoria di -Busta Gallorum-; ed il suo errore vien
impugnato da Cluverio col nazionale rimprovero di -Graecorum nugamenta-.
[137] Teofane, -Chron.- p. 193. -Hist. Miscell.- l. XVI p. 108.
[138] Evagrio, l. IV c. 24. L'inspirazione della Vergine rivelò a
Narsete il giorno e la parola d'ordine della battaglia. (Paolo Diacono,
l. II c. 3 p. 776).
[139] Επι τουτου βασιλευοντος το πεμπτον εαλω. (-Regnando lui
presa cinque volte-). Nell'anno 536 da Belisario, nel 546 da Totila, nel
547 da Belisario, nel 549 da Totila, e nel 552 da Narsete. Maltrate si è
apposto male traducendo -sextum-; errore che egli ritratta in appresso:
ma il male era fatto; e Cousin, con una mano di lettori francesi e
latini, era caduto nell'inganno.
[140] Si paragonino due passi di Procopio (l. III c. 26; l. IV c. 24), i
quali, aggiungendovi qualche lume tolto di Marcellino e da Giornande,
illustrano lo stato del Senato spirante.
[141] Vedi, nell'esempio di Prusia, come trovasi nei frammenti di
Polibio (-excert. legat.- XCVII p. 927, 928) un curioso ritratto di uno
schiavo regale.
[142] Il Δρακων di Procopio (-Goth.- l. IV c. 35) è manifestamente
il Sarno. Cluverio ne accusa od altera con violenza il testo (l. IV
c. 3 p. 1156); ma Camillo Pellegrini di Napoli (Discorsi sopra la
Campania Felice, p. 330, 331) ha provato con antichi documenti
che sia dall'anno 822 quel fiume chiamavasi il Dracontio, o Draconcello.
[143] Galeno (-De Method. Medendi-, l. V -apud- Cluver. l. IV c. 3 p.
1159, 1160) descrive il sito elevato, l'aria pura ed il prezioso latte
del monte Lattario, i cui benefici effetti erano egualmente conosciuti e
ricercati al tempo di Simmaco (l. VI epist. 18) e di Cassiodoro (Var.
XI, 10). Nulla or ne rimane, tranne il nome della città di Lettere.
[144] Il Buat (tom. XI p. 2 ec.) fa passare in Baviera, suo prediletto
paese, questo avanzo di Goti, i quali da altri vengono sepolti nei monti
di Uri, o restituiti alla natia lor isola di Godlanda (Mascou, annot.
XXI).
[145] Io lascio che Scaligero (-Animadvers.- -in- Euseb. p. 59) e
Salmasio (-Exercitat. Plinian.- p. 51, 52) contendano fra loro intorno
all'origine di Cuma, la più antica delle colonie greche in Italia
(Strab. l. V p. 372. Vellejo Patercolo, l. I c. 4), già quasi deserta al
tempo di Giovenale (Satir. III), ed ora in rovina.
[146] Agatia (l. I c. 21) mette la grotta della Sibilla sotto le mura di
Cuma; egli in ciò si accorda con Servio (-ad- l. VI -Aeneid.-); nè io
scorgo perchè l'opinione loro sia rigettata da Heyne, eccellente editore
di Virgilio (tom. II p. 650, 651). -In urbe media secreta religio!- Ma
Cuma non era ancor fabbricata; ed i versi di Virgilio (l. VI 96, 97)
diverrebbero ridicoli, se Enea si trovasse in una città greca.
[147] Avvi qualche difficoltà nel connettere il capitolo 35. del libro
IV della guerra Gotica di Procopio insieme col libro primo dell'istoria
di Agatia. Ci è forza ora lasciare uno statista ed un soldato per
seguire i passi di un poeta e di un retore (l. I p. 11; l. II p. 51,
ediz. Louvre).
[148] Tra le favolose imprese di Buccellino si trova che egli sconfisse
ed uccise Belisario, soggiogò l'Italia e la Sicilia, ec. Vedi, negli
Storici di Francia, Gregorio di Tours (tom. II l. III c. 32 p. 203) ed
Aimoino (tom. III l. II. -De Gestis Francorum-, c. 23 p. 59).
[149] Agatia parla della loro superstizione con filosofico stile (l. I
p. 18). A Zug, nella Svizzera, l'idolatria dominava ancora nell'anno
613. San Colombano e San Gallo furono gli apostoli di quel selvaggio
paese; e quest'ultimo fondò un romitorio, che, crescendo, divenne un
principato ecclesiastico ed una città popolosa, sede della libertà e del
commercio.
[150] Vedi la morte di Lotario in Agatia (l. II p. 38) ed in Paolo
Varnefrido, soprannominato il Diacono (l. II c. 3 p. 775). I Greci lo
fanno divenir frenetico e mangiarsi la propria carne. Egli avea
saccheggiato le chiese.
[151] Il P. Daniele (-Hist. de la Milice françoise-, t. I p. 17-21) ha
fatto di questa battaglia una descrizione a capriccio, alquanto nel
genere del cavaliere Folard, l'editore una volta famoso di Polibio, il
quale accomodava, a norma delle sue abitudini ed opinioni, tutte le
operazioni militari dell'Antichità.
[152] Agatia (l. II p. 47) riferisce un epigramma greco di sei versi
sopra questa vittoria di Narsete, che favorevolmente vien paragonata
alla battaglia di Maratona e di Platea. La differenza principale, a dire
il vero, sta nelle conseguenze loro: -- così triviali nel primo caso --
così durevoli e gloriose nel secondo.
[153] In cambio del Beroi e del Brincas di Teofane o del suo copista (p.
201) si dee leggere ed intendere Verona e Brixia.
[154] Ελιπετο γαρ οιμαι, αυτοις υπο αβελτελτεριας τας ασπιδας τυχον και
τα κρανη αμφορεως οινου βαρβιτου αποδοσθαι. «Rimanea solo, io penso,
alla loro stoltezza, il contrattare scudi e cimieri con fiaschi di
vino, e con chitarre». (Agatia, l. II p. 48) Nella prima scena del
Riccardo III, Shakespeare ha bellamente amplificato questa idea di
cui probabilmente non andava obbligato all'istorico Bizantino.
[155] Il Maffei ha provato (Verona illustrata, P. I l. X p. 257, 289),
contro l'opinione comune, che i Duchi d'Italia furono instituiti avanti
la conquista dei Lombardi dallo stesso Narsete. Nella Sanzione
Prammatica (n. 23), Giustiniano ristringe gli -iudices militares-.
[156] Vedi Paolo Diacono, l. III c. 2 p. 776. Menandro (-in Excepta
Legat-. p. 133) ricorda alcune sollevazioni in Italia, eccitate dai
Franchi; e Teofane (p. 201) fa cenno di qualche ribellione dei Goti.
[157] La Sanzione Prammatica di Giustiniano, la quale stabilisce e
regola lo stato civile dell'Italia, è composta di 27 articoli: e porta
la data de' 15 agosto anno 554. Essa è indirizzata a Narsete, V. J.
-Praepositus Sacri Cubiculi-, e ad Antioco, -Praefectus Praetorio
Italiae-; e ci fu conservata da Giuliano Antecessore: trovasi nel
-Corpus Juris Civilis-, dopo le Novelle e gli Editti di Giustiniano, di
Giustino e di Tiberio.
[158] Un numero più grande ancora perì di fame nelle province
meridionali, senza comprendervi (εκτος) il golfo Jonico. Le
ghiande tenevano il luogo del pane. Procopio ha veduto un orfanello
abbandonato, cui una capra allattava. Diciassette passaggieri furono
alloggiati, trucidati e mangiati da due donne, le quali un diciottesimo
viaggiatore discoperse ed uccise, ec.
[159] -Quinta Regio Piceni est; quondam, uberrimae multitudinis CCCLX
millia Picentium in fidem P. R. venere- (Plin. Hist, Nat. III, 18). Al
tempo di Vespasiano, questa antica popolazione era già diminuita.
[160] Forse quindici o sedici milioni. Procopio (Aneddoti, c. 18) fa il
conto che l'Affrica perdè cinque milioni, che l'Italia era tre volte più
estesa, e che la spopolazione fu proporzionatamente più grande. Ma
questi computi sono esagerati dalla passione, ed annebbiati
dall'incertezza.
[161] La satira che fa Procopio (Aneddoti, c. 24. Alemanno, p. 101 e
103) di queste scuole militari, vien confermata ed illustrata da Agatia
(l. V p. 159), che non si può rigettare come testimonio nemico.
[162] La distanza da Costantinopoli a Melanzia, -Villa Caesariana-
(Ammiano Marcell. XXX, 2), viene variamente fissata da 102 a 140 stadj
(Suida, f. II p. 522, 523. Agatia, l. V p. 158), ovvero da diciotto a
diciannove miglia (-Itineraria-, p. 138, 230, 323, 332, ed Osservazioni
di Vesselingio). Le prime dodici miglia sino a Reggio furono fatte
selciare da Giustiniano, il quale edificò un ponte sopra una palude o un
gorgo che trovasi tra un lago ed il mare (Procop. -de Edif.- l. IV c.
8).
[163] L'Atyras (Pompon. Mela, l. II c. 2 p. 169, ed. Voss.).
All'imboccatura del fiume, Giustiniano fortificò una città o rocca dello
stesso nome (Procop. -de Aedif.- l. IV c. 2. -Itin.- p. 570 e
Vesselingio).
[164] La guerra contro i Bulgari, e l'ultima vittoria di Belisario sono
imperfettamente descritte nella prolissa declamazione di Agatia (l. V p.
154-174) e nell'arida cronaca di Teofane (p. 197, 198).
[165] Ινδους. Non si può ben credere che fossero veri Indiani;
e gli Etiopi, alle volte conosciuti sotto quel nome, non vennero mai
usati dagli antichi in qualità di guardie o seguaci: essi formavano il
frivolo, benchè costoso oggetto del lusso femminile e regale (Terenzio,
Eunuco, atto I, scena II. Svetonio, -in August.- c. 83, con una buona
nota di Casaubono -in Caligula-, c. 57).
[166] Procopio fa menzione di Sergio (-Vandal.- l. II c. 21, 22.
Aneddoti, c. 5) e di Marcello (Got. l. III c. 32). Vedi Teofane, p. 197,
201.
[167] Alemanno (p. 3) cita un antico codice Bizantino, che fu inserito
nell'-Imperium Orientale- del Banduri.
[168] Il genuino ed originale rapporto della disgrazia e del
risorgimento di Belisario si rinviene nel frammento di Giovanni Malala
(t. II p. 234-243) e nell'esatta Cronaca di Teofane (p. 194-204).
Cedreno (-Compendium-, p. 387, 388) e Zonara (t. II l. XIV p. 69)
sembrano esitare tra la verità invecchiata e la menzogna che prendeva
vigore.
[169] L'origine di questa favoletta par venire da un'opera miscellanea
del duodecimo secolo, le -Chiliadi-, di Giovanni Tzetze Monaco (Basilea
1546, -ad calcem Lycophront. Colon. Allobrog.- 1614, -in Corp. poet.
graec.-). Egli racconta la cecità e la mendicità di Belisario in dieci
versi popolari o -politici- (-Chiliad.- III n. 88, 339-348, -in Corp.
poet. graec.- t. II p. 311).
Εκπωμα ξυλινον κρατων εβοα τω μιλιω
Βελισαριω οβολον δοτε τω στρατηλατη
Οκ τυχη μεν εδοξασεν, αποτυφλοι δο φθονος.
«Tenendo in mano una coppa di legno, gridava al popolo: date un obolo a
Belisario Generale, glorificato già dalla sorte, poi dall'invidia
accecato».
Questa morale o romanzesca novella fu portata in Italia insieme con la
lingua ed i codici della Grecia; e quivi fu ripetuta avanti il fine del
secolo XV da Crinito, da Pontano e da Volaterrano; impugnata da Alciato,
per onor della giurisprudenza; e difesa dal Baronio (A. D. 561 n. 2 ec.)
per onor della Chiesa. Non pertanto lo stesso Tzetze aveva letto in
-altre- cronache che Belisario non perdette la vista, e che ricuperò la
sua riputazione ed i suoi beni.
[170] La statua che trovasi nella villa Borghese a Roma, seduta e colla
mano stesa a chiedere, che volgarmente si attribuisce a Belisario, può
con più dignità attribuirsi ad Augusto in atto di farsi Nemesi propizia
(Winkelman, -Hist. de l'Art-, t. III p. 266). -Ex nocturno visu etiam
stipem, quotannis, die certo, emendicabat a populo, cavam manum asses
porrigentibus praebens- (Suet. -in August.- c. 91, con un'eccellente
nota di Casaubono).
[171] La penna di Tacito punge sottilmente il -Rubor- di Domiziano (-in
Vit. Agricol.- c. 45). Plinio il giovane (Paneg. c. 48) e Svetonio (-in
Dom.- c. 18) e Casaub. (-ad loc.-), ne fanno cenno essi pure. Procopio
(Aneddoti, c. 8) stoltamente crede che -un solo- busto di Domiziano
fosse pervenuto sino al sesto secolo.
[172] Gli studj e la scienza di Giustiniano si chiariscono più dalla
confessione (Aneddoti, c. 8, 13) che dalle lodi (Got. l. III c. 31, -de
Aedif.- l. I. Proem. c. 7) di Procopio. Si consulti il copioso indice di
Alemanno, e si legga la vita di Giustiniano scritta da Ludewig (p.
135-142).
[173] Vedi nella C. P. -Christiana- del Ducange (l. I c. 24 n. 1) una
sequela di testimonianze originali da Procopio nel VI secolo sino a
Gillio nel XVI.
[174] La prima cometa vien rammentata da Giovanni Malala (t. II p. 190,
219) e da Teofane (p. 154); la seconda da Procopio (-Persic.- l. II c.
4). Tuttavia io sospetto fortemente l'identità loro. Il pallore del sole
(Vandal. l. II c. 14) viene applicato da Teofane (p. 158) ad un anno
differente.
[175] Seneca, nell'ottavo libro delle Questioni Naturali, trattando
della teoria delle comete, fa prova di filosofica mente. Però non
dobbiamo troppo bonariamente confondere una predizione vaga, un -veniet
tempus-, col merito delle scoperte reali.
[176] Gli Astronomi possono studiare Newton ed Halley. Io traggo l'umile
mia dottrina dall'articolo -Cometa-, nell'Enciclopedia Francese del sig.
d'Alembert.
[177] Whiston, l'onesto, il pio, il visionario Whiston, ha immaginato,
per l'era del diluvio di Noè (2242 anni A. C.), un'apparizione anteriore
della stessa cometa, la quale annegò la terra colla sua coda.
[178] Una Dissertazione di Freret (-Mém. de l'Acad. des inscript.- t. X
p. 357-377) presenta un felice aggregato di filosofia e di erudizione.
Il fenomeno del tempo di Ogige fu salvato dell'obblio da Varrone -ap.
August. de civitate Dei-, XXI, 8, il quale cita Castore, Dione di
Napoli, ed Adrasto di Cizico, -nobiles mathematici-. I mitologi greci ed
i libri aprocrifi dei versi sibillini ci hanno trasmesso la memoria dei
due periodi susseguenti.
[179] Plinio (-Hist. Nat.- II, 23) ha trascritto i registri originali di
Augusto. Il Mairan, nelle ingegnosissime sue lettere al P. Parennin,
missionario alla China, trasporta i giuochi e la cometa del settembre,
dall'anno 44 all'anno 43 avanti l'era Cristiana; ma io non mi do
interamente per vinto dalla critica dell'Astronomo (Opuscoli, p.
275-351).
[180] Quest'ultima cometa si fece vedere nel dicembre del 1680. Bayle il
quale pose mano ai suoi -Pensieri sulle comete- nel gennajo del 1681
(Opere, t. III), fu obbligato a servirsi di questo argomento, che una
cometa soprannaturale avrebbe confermato gli antichi nella loro
idolatria. Bernoulli (Vedi il suo Elogio in Fontenelle, t. V p. 99)
diceva che la testa della cometa non è un segno straordinario dello
sdegno celeste, ma che la coda può esserne uno.
[181] Il Paradiso Perduto uscì in luce nell'anno 1667; ed i famosi versi
(l. II, 708 ec.) che sbigottirono il censore possono alludere alla
recente cometa del 1664 osservata da Cassini a Roma in presenza della
regina Cristina (Fontenelle, Elogio di Cassini, l. V p. 338). Aveva
forse Carlo II lasciato sfuggire qualche segno di curiosità o di
spavento?
[182] Intorno alla cagione dei terremoti, vedi Buffon (t. I p. 502-536,
-Supplément à l'Histoire Naturelle-, t. V p. 382-399, ediz. in 4),
Valmont di Bomare (-Diction. d'Histoire Naturelle, Tremblemens de Terre,
Pyrites-), Watson (-Chemical essays-, t. I p. 181-209).
[183] I tremuoti che scossero il Mondo romano nel regno di Giustiniano
sono descritti o rammentati da Procopio (Got. l. IV c. 25. Aneddoti, c.
18), da Agatia (l. II p. 52, 53, 54; l. V p. 145-152), da Giovanni
Malala (Chronaca, t. II p. 140-146, 176, 177, 183, 193, 220, 229, 231,
233, 234), e da Teofane (p. 151, 183, 189, 191-196).
[184] Altura scoscesa, Capo perpendicolare tra Arado e Botri, detto dai
Greci θεων προσωπον, e ευπροσωπον, o λιθοπροσωπον dagli scrupolosi
Cristiani (Polib. l. V p. 411. Pompon. Mela, l. I c. 12 p. 87, -cum
Isaac Voss. observat-. Maundrell, Journey, p. 32, 33. Pocock, descript.
vol. II p. 93).
[185] Botri ebbe per fondatore Itobal, re di Tiro (anno A. C. 935-903.
Vedi Marsham, -Canon. Chron-. p. 387, 388). Il villaggio di Patrona che
miserabilmente rappresenta quella città, non ha più alcun porto.
[186] Eineccio (p. 351-356) celebra l'università, lo splendore, e la
rovina di Berito come una parte essenziale dell'istoria della
giurisprudenza romana. Berito fu distrutta nell'anno XXV del regno di
Giustiniano D. C. 551, ai 9 di luglio (Teofane, p. 192). Ma Agatia (l.
II p. 51, 52) sospende il tremuoto sino dopo la conquista dell'Italia.
[187] Ho letto con gran piacere il breve ma elegante trattato di Mead
sopra le malattie pestilenziali, ottava edizione, Londra, 1722.
[188] La gran peste che infuriò nel 542 e negli anni seguenti (Pagi,
Critica, t. II p. 518) può rilevarsi da Procopio (Persic. l. II c. 22,
23), da Agatia (l. V p. 153, 154), da Evagrio (l. IV c. 29), da Paolo
Diacono (l. II c. 4 p. 776, 777), da Gregorio di Tours (t. II l. II c. 5
p. 205), il quale la chiama -lues inguinaria-, e dalle cronache di
Vittorio Tunnunense (p. 9, -in thesaurum temporum-), di Marcellino (p.
54) e di Teofane (p. 153).
[189] Il Dottore Friend (-Hist. Medicin. in Opp-. p. 416-420. Londra
1733) è persuaso che Procopio avea studiato la medicina dal vedere la
cognizione che ha, e l'uso che fa dei termini tecnici. Nondimeno, molte
parole che ora sono scientifiche, erano comuni e popolari nell'idioma
greco.
[190] Vedi Tucidide, (l. II c. 47-54 p. 127-133, ediz. Duker) e la
descrizione poetica della stessa pestilenza in Lucrezio (l. VI,
1136-1284). Io sono grato al Dottore Hunter per l'elaborato suo comento
sopra questa parte di Tucidide, (vol. in 4. di 600 pag. Venezia 1603,
-apud Junctas-) che fu recitato nella Biblioteca di S. Marco da Fabio
Paolino di Udine, medico e filosofo.
[191] Tucidide (c. 51) afferma non prendersi la peste che una sola
fiata; ma Evagrio che aveva sperimentato il contagio in famiglia,
osserva che alcune persone, scampate dal primo assalto del male,
soggiacquero poi al secondo. Questo ritorno della peste vien confermato
da Fabio Paolino (588). Io fo avvertire che i medici sono divisi su
questo particolare, e che la natura e il modo di operare del contagio
non possono esser sempre somiglianti fra loro.
[192] Così Socrate si salvò per la sua temperanza, nella pestilenza di
Atene (Aulo Gellio, notti Attiche, II, 1). Il Dott. Mead attribuisce la
particolare salubrità delle case religiose al doppio vantaggio
dell'esser separate dalle altre, e dell'astinenza che vi si osserva (p.
18, 19).
[193] Il Dott. Mead prova che la pestilenza è contagiosa, coll'appoggio
di Tucidide, di Lucrezio, di Aristotile, di Galeno, e dell'esperienza
comune (p. 10-20); ed egli confuta (-Preface-, p. 2-13) l'opinione
contraria dei medici francesi che visitarono Marsiglia nell'anno 1720.
Non pertanto erano dessi i recenti ed illuminati spettatori di una peste
che, in pochi mesi, portò via cinquantamila abitatori (-Sur la Peste de
Marseille, Paris, 1786-) di una città, la quale nei presenti giorni
della prosperità e del commercio non contiene più di novantamila anime
(Necker, -sur les Finances-, t. I, p. 231).
[194] Le forti osservazioni di Procopio, ουτε γαρ ιατρω ουτε γαρ ιδιωτη,
(-nè al medico nè all'uom volgare-) sono distrutte dalla susseguente
esperienza di Evagrio.
[195] Procopio (Aneddoti, c. 18) usa da principio alcune figure di
rettorica, come le arene del mare ec., indi procura di fare un computo
più regolare, e dice che μιριαδας μυριαδων μυριας furono
sterminate sotto il regno dell'Imperiale Demonio. L'espressione è oscura
sì in grammatica che in aritmetica, ed una interpretazione letterale
produrrebbe più milioni di milioni. Alemanno (p. 80) e Causin (t. III p.
178) traducono questo passo per duecento milioni, ma ignoti mi sono i
motivi che a ciò gli inducono. Se tolgasi via il μιριαδας, i
rimanenti μυριαδων μυριας, una miriade di miriadi, darebbero
cento milioni, numero non affatto inammissibile.
CAPITOLO XLIV.
-Idea della Giurisprudenza Romana. Leggi dei Re. Dodici Tavole
dei Decemviri. Leggi del Popolo. Decreti del Senato. Editti dei
Magistrati e degl'Imperatori. Autorità dei Giureconsulti.
Codice, Pandette, Novelle, ed Instituta di Giustiniano: I.
Diritto delle persone. II Diritto delle cose. III Ingiurie ed
Azioni private. IV Delitti e Pene.-
Stritolati nella polvere sono i varj titoli delle vittorie di
Giustiniano: ma il nome del legislatore vive inscritto sopra un nobile e
perpetuo monumento. Sotto il Regno e per cura di lui, la Giurisprudenza
civile fu ordinata e raccolta nelle immortali opere del -Codice-, delle
-Pandette-, e della -Instituta-[196]. La ragione pubblica dei Romani
tacitamente o studiosamente si trasfuse nelle instituzioni domestiche
dell'Europa[197], e le leggi di Giustiniano tutt'or riscuotono il
rispetto o l'obbedienza delle indipendenti nazioni. Ben saggio o
fortunato è il Principe che collega la sua propria riputazione con
l'onore e l'interesse di un ordine d'uomini destinato a perpetuarsi
nella società. La difesa del fondatore è la prima causa che in ogni
secolo ha esercitato lo zelo e l'industria dei Giureconsulti; piamente
essi rammemorano le sue virtù; dissimulano, o negano i suoi falli, e
rigorosamente puniscono il delitto o la demenza dei ribelli che
ardiscono di macchiare la maestà della porpora. L'idolatria dell'amore
ha provocato, come d'ordinario avviene, il rancore dell'opposizione; il
carattere di Giustiniano è stato esposto alla cieca veemenza
dell'adulazione e dell'invettiva, e l'ingiustizia di una setta (gli
-Anti-Triboniani-) ha rifiutato ogni lode ed ogni merito al Principe, ai
suoi ministri ed alle sue leggi[198]. Non attaccato ad alcuna parte, non
interessato che alla verità ed al candore dell'istoria, e diretto dalle
più moderate ed abili guide,[199] io entro con giusta diffidenza nel
soggetto della legge civile, che ha consumato tutta la vita di tanti
eruditi, e tappezzato le pareti di tante spaziose biblioteche. In un
solo, e se è possibile in un breve capitolo, io mi accingo a delineare
la Giurisprudenza Romana, da Romolo sino a Giustiniano[200], ad
apprezzare il lavoro di questo Imperatore; poi mi farò a contemplare i
principj di una scienza che tanto importa alla pace ed alla felicità del
viver sociale. Le leggi di una nazione formano la parte più instruttiva
della sua istoria, e, quantunque io mi sia dedicato a scrivere gli
annali di una Monarchia nel suo declinare, di buon animo abbraccerò
l'occasione di respirare la pura e fortificante aria della Repubblica.
Il Governo primitivo di Roma era composto, con qualche politica
avvedutezza[201] di un Re elettivo, di un Consiglio di nobili, e di una
Assemblea generale del popolo. Il Magistrato supremo amministrava la
guerra e la religione; egli solo proponeva le leggi, le quali venivano
discusse nel Senato, e finalmente ratificate o rigettate da una
pluralità di voci nelle trenta Curie o parrocchie della Città. Romolo,
Numa, e Servio Tullio, vengono celebrati come i legislatori più antichi,
e ciascuno di loro ha diritto alla sua parte nella triplice divisione
della Giurisprudenza[202]. Le leggi del matrimonio, l'educazione dei
figliuoli, e l'autorità paterna, che pajono trarre la loro origine dalla
stessa natura, sono attribuite alla rozza sapienza di Romolo. Numa disse
di aver ricevuto dalla Ninfa Egeria, nei notturni loro colloquj, le
leggi delle -nazioni- e del Culto religioso che egli introdusse.
All'esperienza di Servio si ascrivono -le leggi civili-: egli bilanciò i
diritti e le fortune delle sette classi di Cittadini; ed assicurò, col
mezzo di cinquanta nuovi regolamenti, l'osservanze dei contratti, e la
punizione dei delitti. Lo Stato ch'egli avea piegato verso la
democrazia, fu dall'ultimo Tarquinio trasformato in un dispotismo
arbitrario, ed allorchè l'uffizio di Re fu abolito, i Patrizj presero
per sè tutti i profitti della libertà. Odiose ed anticate divennero le
leggi reali; i Sacerdoti ed i Nobili conservarono in silenzio il
misterioso deposito, ed in capo a sessant'anni, i Cittadini di Roma
ancora si lamentavano ch'erano retti dalla sentenza arbitraria dei
Magistrati. Tuttavia le instituzioni positive dei Re si erano miste coi
costumi pubblici e privati della città; si compilarono[203] alcuni
frammenti di quella veneranda giurisprudenza[204], mediante la diligenza
degli antiquarj, e più di venti testi parlano anche al presente la
rozzezza dell'idioma Pelasgo dei Latini[205].
Io non ripeterò la storia ben nota dei Decemviri[206] i quali
macchiarono colle loro azioni l'onore d'incidere sul rame, sul legno o
sull'avorio le -Dodici Tavole- delle leggi Romane[207]. Dettate esse
furono dal rigido e geloso spirito di un'aristocrazia, che con
ripugnanza aveva ceduto alle giuste richieste del Popolo. Ma la sostanza
delle Dodici Tavole si attagliava allo stato della Città; ed i Romani
erano usciti dalla barbarie, poichè erano capaci di studiare e di
adottare le instituzioni dei loro più colti vicini. Un savio cittadino
di Efeso fu dall'invidia cacciato fuori dal suo nativo Paese. Innanzi
che toccasse i lidi del Lazio, egli aveva osservato le varie forme della
natura umana e della società civile. Egli compartì i suoi lumi ai
legislatori di Roma, ed una statua fu innalzata nel Foro per immortalare
la memoria di Ermodoro[208]. I nomi e le divisioni delle monete di rame,
unico denaro coniato di Roma fanciulla, erano di origine dorica:[209] le
messi della Campania e della Sicilia provvedevano a' bisogni di un
Popolo, l'agricoltura del quale era spesso interrotta dalla guerra e
dalle fazioni, e poscia che stabilito fu il commercio[210], i deputati
che salpavano dal Tevere, potevano ritornare da quei porti con un carico
più prezioso di sapienza politica. Le colonie della Magna Grecia aveano
trasportato in Italia, e migliorato le arti della lor madre patria: Cuma
e Reggio, Crotona e Taranto, Agrigento e Siracusa, erano nel numero
delle più fiorenti città. I discepoli di Pitagora applicarono la
filosofia all'uso del Governo; le leggi non scritte di Caronda si
giovavano della Poesia e della Musica[211], e Zaleuco stabilì la
Repubblica dei Locresi, la quale durò senza alterazione per più di due
secoli[212]. Fu un somigliante motivo di orgoglio nazionale che trasse
Tito Livio e Dionisio a credere, che i deputati di Roma visitassero
Atene al tempo della saggia e splendida amministrazione di Pericle, e
che le leggi di Solone fossero trasfuse nelle Dodici Tavole. Se Atene
avesse effettivamente ricevuto una tale ambasceria dai Barbari
dell'Esperia, il nome Romano sarebbe stato familiare ai Greci prima del
Regno di Alessandro[213], e la curiosità dei tempi susseguenti avrebbe
indagato e celebrato la più lieve testimonianza che fosse rimasta di un
simil fatto. Ma taciono i monumenti Ateniesi, nè par credibile che i
Patrizj si esponessero ad una lunga e pericolosa navigazione, per
copiare il purissimo modello di una democrazia. Paragonando le Tavole di
Solone con quelle dei Decemviri, si può scoprire qualche accidentale
rassomiglianza: alcune regole che la natura e la ragione hanno rivelato
ad ogni società; alcune prove di una comune discendenza dall'Egitto, o
dalla Fenicia[214]. Ma in tutti i gran tratti della Giurisprudenza
pubblica e privata, i Legislatori di Roma e di Atene compariscono
stranieri o contrarj fra loro.
Qualunque esser possa l'origine od il merito delle Dodici Tavole,[215]
esse ottennero appresso i Romani quel cieco e parziale ossequio che i
Legislatori di ogni paese sono desiderosi di compartire alle municipali
loro instituzioni. Cicerone[216] ne raccomanda lo studio, come piacevole
ugualmente ed instruttivo. «Esse dilettano l'animo colla rimembranza di
antichi vocaboli, e col ritratto di antichi costumi; esse inculcano i
più sodi principj di Governo e di morale; ed io non temo di affermare
che la breve composizione dei Decemviri supera il valore effettivo di
tutti i libri della filosofia Greca. Quanto ammirabile», soggiunge
Tullio, con onesto od affettato pregiudizio, «è mai la sapienza dei
nostri antenati! Noi soli siamo i maestri della prudenza civile, e la
nostra preminenza sempre più risplende se volgiamo lo sguardo alla rozza
e quasi ridicola giurisprudenza di Dracone, di Solone, e di Licurgo». Le
Dodici Tavole furono commesse alla memoria dei giovani ed alla
meditazione dei vecchi, esse furono trascritte ed illustrate con dotta
accuratezza; esse scamparono alle fiamme accese dai Galli; esse
sussistevano al tempo di Giustiniano, e la successiva lor perdita venne
imperfettamente restaurata dalle fatiche dei critici moderni.[217] Ma
benchè questi venerabili monumenti fossero considerati come la norma del
diritto e la fonte della Giustizia,[218] furono però soverchiati dal
peso e dalla varietà delle nuove leggi, che, in capo a cinque secoli,
divennero un male più intollerabile che i vizj della città.[219] Il
Campidoglio racchiudeva tremila tavole di bronzo, contenenti gli atti
del Senato e del Popolo;[220] ed alcuni di questi atti, come la Legge
Giulia contro l'estorsione, comprendevano più di cento capitoli[221]. I
Decemviri aveano trascurato di trapiantare in Roma quello Statuto di
Zeleuco che per sì lungo tempo mantenne l'integrità della sua
Repubblica. Un Locrese che proponeva una nuova legge, si doveva
presentare all'Assemblea del Popolo con una corda al collo, e se
rigettata era la legge, il novatore veniva strangolato immantinente.
I Decemviri erano stati nominati, e le loro Tavole approvate da
un'Assemblea delle Centurie, nella quale le ricchezze preponderarono
sopra il numero. La prima classe dei Romani, composta di quelli che
possedevano centomila libbre di rame[222] ottenne novantotto suffragj, e
non ne rimasero che novantacinque per le sei classi inferiori,
distribuite secondo le loro sostanze dalla politica artifiziosa di
Servio. Ma i Tribuni ben presto stabilirono una massima più speciosa e
popolare, cioè che ogni cittadino ha un egual diritto a stabilire le
leggi a cui gli è forza obbedire. In luogo delle Centurie, essi
convocarono le Tribù; ed i Patrizj, dopo un'impotente contesa, si
sottoposero ai decreti di un'Assemblea, in cui i loro voti erano confusi
con quelli degli infimi della Plebe. Non pertanto, sinchè le Tribù
passarono successivamente sopra i piccoli ponti,[223] e diedero il loro
suffragio ad alta voce, la condotta di ogni Cittadino rimase esposta
agli occhi ed agli orecchi de' suoi amici e compatriotti. Il debitore
insolvente consultava il volere del suo creditore; il cliente avrebbe
arrossito di opporsi alle mire del suo patrono; il Generale era seguito
dai suoi Veterani, e l'aspetto di un grave Magistrato serviva di
ammaestramento alla moltitudine. Un nuovo metodo di dar le voci in
segreto abolì l'influenza del timore e della vergogna, dell'onore e
dell'interesse, e l'abuso della libertà accelerò i progressi
dell'anarchia e del dispotismo[224]. I Romani avevano ambito di essere
eguali; essi furono posti a livello dall'uguaglianza della servitù; ed
il formale consentimento delle Tribù o Centurie pazientemente ratificò i
dettati di Augusto. Una volta, ed una volta sola, egli provò
un'opposizione sincera e gagliarda. I suoi sudditi avevano ceduto tutta
la libertà politica; essi difesero la libertà della vita domestica. Si
rigettò con grandi clamori una legge che imponeva l'obbligazione e più
stretti rendea i vincoli del matrimonio. Properzio, tra le braccia di
Delia applaudiva alla vittoria dell'amor licenzioso; e il divisamento
della riforma venne sospeso, finchè sorse al mondo una nuova e più
trattabile generazione[225]. Non era necessario un tale esempio per
mostrare ad un prudente usurpatore il pericolo delle Assemblee popolari;
ed il loro abolimento, che Augusto aveva tacitamente preparato, si compì
senza resistenza, e quasi senza che alcun ne parlasse, all'avvenimento
del suo successore.[226] Sessantamila legislatori plebei, formidabili
pel numero, e fatti sicuri dalla povertà, furono soppiantati da sei
cento Senatori che tenevano gli onori, le sostante e le vite loro dalla
clemenza dell'Imperatore. Alleviata fu pel Senato la perdita del potere
esecutivo mediante il dono dell'autorità legislativa, ed Ulpiano dietro
la pratica di due secoli poteva asserire che i decreti del Senato
avevano la forza e la validità delle leggi. Nei tempi di libertà, la
passione o l'errore del momento aveva spesso dettato le risoluzioni del
Popolo; la legge Cornelia, la Pompea, la Giulia, furono adattate da una
sola mano ai disordini che prevalevano: ma il Senato, sotto il Regno dei
Cesari, era composto di magistrati e di legisti, e di rado, nelle
questioni di Giurisprudenza privata, il timore o l'interesse
corrompevano l'integrità del loro giudizio[227].
Al silenzio od all'ambiguità delle leggi si suppliva, sopraggiungendo
l'occasione, cogli EDITTI di que' Magistrati ch'erano investiti degli
-onori- dello Stato[228]. Questa antica prerogativa dei Re di Roma fu
trasferita ai Consoli e Dittatori, ai Censori e Pretori nei rispettivi
loro uffizi, ed i Tribuni del Popolo, gli Edili ed i Proconsoli si
arrogarono un sì fatto diritto. In Roma e nelle province gli editti del
Giudice supremo, il Pretore della città, facevano ogni anno conoscere i
doveri dei sudditi e l'intenzione del Governatore, e riformavano la
giurisprudenza civile. Tosto che saliva sul Tribunale, egli significava
colla voce del banditore, e quindi faceva scrivere sopra un muro bianco,
le norme a cui egli si prefiggea di attenersi nella decisione dei casi
dubbii, ed il mitigamento che la sua equità poteva apportare al preciso
rigore degli antichi statuti. S'introdusse nella Repubblica un principio
di discrezione più conforme al genio della Monarchia: l'arte di
rispettare il nome e di eludere l'efficacia delle leggi fu accresciuta
dai successivi Pretori; s'inventarono sottigliezze e finzioni per
travisare le più chiare intenzioni dei Decemviri, ed anche quando
salutare era lo scopo, assurdi per lo più spesso erano i mezzi. Si
permetteva che il segreto o probabile volere dei defunti prevalesse
sopra l'ordine di successione e le forme dei testamenti; ed il
pretendente, il quale era escluso dal carattere di erede, non accettava
con minor piacere dalle mani di un indulgente Pretore il possesso dei
beni del morto suo parente o benefattore. Nella riparazione
dell'ingiurie private, si sostituirono compensi ed ammende all'obsoleto
rigore delle Dodici Tavole; immaginarie supposizioni annientavano il
tempo e lo spazio, e le ragioni della gioventù, della frode, o della
violenza cassavano l'obbligo, o scusavano l'adempimento di uno
sconveniente contratto. Una giurisdizione così vaga ed arbitraria era
esposta ai più pericolosi abusi: la sostanza ugualmente che la forma
della giustizia venivano spesso sacrificate ai pregiudizi della virtù, o
all'obbliquo impulso di una lodevole affezione, ed alle più grossolane
seduzioni dell'interesse o del risentimento. Ma gli errori od i vizj di
ciascun Pretore spiravano insieme colle sue funzioni di un anno. I
Giudici suoi successori non copiavano che quelle massime che avevano la
conferma della ragione e dell'esperienza; la soluzione di nuovi casi
definiva la norma di procedere, ed allontanate erano le tentazioni di
operar l'ingiustizia dalla legge Cornelia, che costringea il Pretore
dell'anno a seguire la lettera e lo spirito del primo suo bando[229].
Era serbato alla sollecitudine ed alla dottrina di Adriano l'ufficio di
compiere il disegno concepito dal genio di Cesare; ed immortalata fu la
pretura di Salvio Giuliano, eminente Giureconsulto, mediante la
composizione dell'EDITTO PERPETUO. L'Imperatore ed il Senato
ratificarono questo codice, saviamente meditato; riconciliossi alfine il
lungo divorzio della legge e dell'equità; ed in luogo delle Dodici
Tavole, si stabilì l'Editto Perpetuo qual invariabil norma della
giurisprudenza civile[230].
Da Augusto fino a Trajano, i modesti Cesari si contentarono di
promulgare i loro editti ne' vari caratteri di un Magistrato romano; e
ne' decreti del Senato s'inserivano rispettosamente le -epistole- e le
-orazioni- del Principe. Pare che Adriano fosse il primo[231] ad
assumere, senza velo, la pienezza del potere legislativo. E questa
innovazione, così grata all'attiva sua mente, fu favorita dalla pazienza
de' tempi e dal lungo dimorar ch'egli fece lungi dalla sede del Governo.
Si attennero all'istessa politica i susseguenti monarchi, e secondo la
rozza metafora di Tertulliano, «la tenebrosa ed avviluppata selva delle
leggi antiche fu dilucidata dalla scure de' mandati e delle costituzioni
reali[232]». Per lo spazio di quattro secoli, da Adriano a Giustiniano,
la giurisprudenza pubblica e privata venne foggiata a norma del voler
del Sovrano; ed a poche instituzioni, sì divine che umane, si permise di
rimanere sulle prische lor basi. L'origine della legislazione imperiale
fu nascosta dalle tenebre de' tempi e dal terrore di un dispotismo
armato; e si propagò una doppia finzione dalla servilità e forse
dall'ignoranza de' legisti che si scaldavano al sole delle corti di Roma
e di Bisanzio. I. A preghiera degli antichi Cesari, il Popolo od il
Senato avea spesso conceduto loro un'esenzione personale dagli obblighi
e dalle pene degli statuti particolari; ed ogni concessione era un atto
di giurisdizione esercitato dalla repubblica verso il primo de' suoi
cittadini. L'umile privilegio di costui venne finalmente trasformato
nella prerogativa di un tiranno; e l'espressione latina di -sciolto
dalle leggi-[233] supponevasi che innalzasse l'Imperatore sopra tutti i
raffrenamenti umani, e lasciasse la sua coscienza e ragione come la
sacra misura della sua condotta. II. I decreti del Senato, che, ad ogni
regno, determinavano i titoli ed i poteri di un Principe elettivo,
significavano essi pure la dipendenza dei Cesari: nè fu se non dopo che
le idee ed anche la lingua dei Romani erano state corrotte, che Ulpiano,
o più probabilmente Triboniano stesso[234] immaginò e la legge
-Reale-[235], ed una concessione irrevocabile per parte del Popolo.
Allora i principj di libertà e di giustizia servirono a sostenere
l'origine del potere Imperiale, quantunque falsa nel fatto, e fonte di
schiavitù nelle sue conseguenze. «Il piacere dell'Imperatore, dicevano,
ha il vigore e l'effetto di legge, poichè il Popolo Romano, mediante la
legge Reale, ha trasferito ne' suoi Principi la piena estensione del suo
potere e della sua sovranità[236]». Si permise che il volere di un solo
uomo, di un fanciullo forse, prevalesse sopra la sapienza dei secoli, e
i desiderj di milioni di uomini; ed i Greci degenerati si recarono a
gloria di dichiarare che nelle sole mani del Principe si poteva
sicuramente depositare l'esercizio arbitrario della legislazione. «Qual
interesse o passione», esclamava Teofilo nella corte di Giustiniano,
«può toccare il Monarca nella tranquilla e sublime altezza in cui siede?
Egli è già signore delle vite e delle sostanze de' suoi sudditi; e
coloro che gli sono caduti in disgrazia, sono già noverati tra gli
estinti[237]». Tenendo a vile il linguaggio dell'adulazione, lo storico
dee confessare che, nelle questioni di giurisprudenza privata, il
Sovrano assoluto di un grande Impero può di rado esser mosso da alcuna
considerazione personale. La virtù, od anzi la ragione suggerirà
all'imparziale sua mente, che egli è il custode della pace e
dell'equità, e che l'interesse della società inseparabilmente è
vincolato col suo. Nel Regno più debole e più vizioso, la sede della
giustizia fu occupata dal senno e dall'integrità di Papiniano e di
Ulpiano[238]; ed i nomi di Caracalla e de' suoi ministri stanno scritti
in fronte ai più puri materiali del Codice e delle Pandette[239]. Il
Tiranno di Roma era alle volte il benefattore delle province. Un pugnale
pose fine ai misfatti di Domiziano; ma la prudenza di Nerva confermò gli
atti di lui, che un Senato, commosso da sdegno, avea cassato nel giubilo
della sua liberazione.[240] Non pertanto nei -rescritti-[241] ossia
risposte ai consulti dei Magistrati il più savio dei Principi potea
venir tratto in errore da un'esposizione parziale del caso. È questo
abuso il quale metteva le frettolose lor decisioni al livello de' maturi
e deliberati atti della legislazione, fu senza frutto condannato dal
buon senso e dall'esempio di Trajano. I -rescritti- dell'Imperatore, le
sue -concessioni-, i suoi -decreti-, i suoi -editti- e le sue
-prammatiche sanzioni-, erano sottoscritti con inchiostro purpureo[242],
e trasmessi alle Province come leggi generali o speciali, che i
Magistrati dovevano eseguire, ed a cui il popolo doveva obbedire. Ma
siccome il lor numero di continuo si moltiplicava, la regola
dell'obbedienza divenne ogni giorno più dubbia ed oscura, sintanto che
il Codice Gregoriano, quello di Ermogene e quel di Teodosio
determinarono ed asserirono la volontà del Sovrano. I due primi, de'
quali salvaronsi pochi frammenti, furono composti da due Giureconsulti
privati, ad oggetto di conservare le costituzioni degli Imperatori
Pagani, da Adriano sino a Costantino. Il terzo, che ci rimane intero, fu
compilato in sedici libri per ordine di Teodosio il Giovine, onde
consacrare le leggi dei Principi Cristiani, da Costantino fino al
proprio suo Regno. Ma i tre Codici ottennero un'eguale autorità ne'
Tribunali; ed il Giudice potea tenere in conto di spurio[243] o andato
in disuso ogni atto che non si racchiudesse in quel sacro deposito.
Fra le nazioni selvagge, si supplisce imperfettamente alla mancanza
delle lettere coll'uso di segni visibili, i quali destano l'attenzione,
e perpetuano la rimembranza di ogni transazione pubblica o privata. La
giurisprudenza dei primi Romani presentava le scene di un pantomimo; le
parole erano adattate ai gesti, ed il più lieve errore, la più tenue
negligenza nelle -forme- della procedura, era sufficiente per annullare
la -sostanza- dei più fondati diritti. La comunione del matrimonio si
denotava col fuoco e coll'acqua, elementi necessarj della vita[244]: e
la moglie ripudiata restituiva il mazzo delle chiavi, mediante la
consegna delle quali era stata investita del governo della famiglia. La
manumissione di un figlio o di uno schiavo si faceva col percuoterlo
leggermente in volto: si proibiva un'opera col gettarvi sopra una
pietra; s'interrompeva la prescrizione, col rompere un ramoscello. Il
pugno chiuso era il simbolo di un pegno o di un deposito; si presentava
la mano destra per impegnar la parola o mostrare la confidenza. Si
spezzava un fil di paglia per indicare ch'era stabilito un contratto.
S'introducevano i pesi e le bilance in ogni pagamento, e l'erede che
accettava un testamento era alle volte obbligato di scoppiettar colle
dita, di gettar via gli abiti, e di saltare e ballare con reale ed
affettata allegrezza[245]. Se un cittadino reclamava nella casa di un
vicino qualche effetto rubatogli, egli nascondea la sua nudità con un
pezzo di tela di lino, e si copriva il volto con una maschera o con un
bacino per timore d'incontrar gli occhi di una vergine o di una
Matrona[246]. In un'azione civile, il querelante toccava l'orecchio del
suo testimonio, afferrava per la gola il suo riluttante avversario, ed
implorava, con solenni lamenti, l'ajuto de' suoi Concittadini. I due
competitori si abbrancavan per le mani, come se fossero pronti a
combattere innanzi al Tribunal del Pretore: egli ordinava loro di
produrre l'oggetto del litigio; essi discostavansi, poi ritornavano con
passi misurati, e gettavano a' suoi piedi una zolla, per rappresentare
il Campo che si contendevano. Questa occulta scienza delle parole e
delle azioni della legge, era il retaggio dei Pontefici e dei Patrizj.
Non diversamente dagli Astrologi Caldei, essi annunciavano ai loro
clienti i giorni d'operare e quelli di riposare; queste importanti
bagattelle erano intrecciate colla religione di Numa, ed anche dopo la
pubblicazione delle Dodici Tavole, l'ignoranza delle forme giudiziarie
continuò a tenere i Romani in una specie di servitù. Il tradimento di
alcuni uffiziali plebei rivelò finalmente questi fruttuosi misterj:
venne un secolo più illuminato che osservò le azioni legali, ridendosi
di loro: e la stessa antichità che santificò la pratica, cancellò dalla
memoria l'uso ed il significato di quella primitiva favella[247].
[A. D. 303-648]
Si coltivò nondimeno un'arte più liberale dai savj di Roma, i quali, in
un senso più stretto, si possono riguardare come gli autori della legge
civile. L'alterazione dell'idioma e de' costumi dei Romani rendè lo
stile delle Dodici Tavole sempre meno famigliare ad ogni generazione
novella, ed i passi dubbiosi imperfettamente furono schiariti dalle cure
degli antiquarj legali. Più nobile ed importante studio era quello di
definire le ambiguità delle leggi, di circoscriverne l'effetto, di
applicarne i principj, di estenderne le conseguenze, di riconciliarne le
contraddizioni apparenti o reali; e la provincia della legislazione fu
tacitamente occupata dagli espositori degli antichi statuti. Le sottili
loro interpretazioni concorsero con l'equità del Pretore, a riformare la
tirannia delle più rozze età. Una giurisprudenza artificiale, ajutata da
mezzi intricati e bizzarri, si applicò a far risorgere i semplici
dettami della natura e della ragione, e l'abilità di molti cittadini
privati utilmente adoperossi a sottominare le istituzioni pubbliche del
loro paese. La rivoluzione di quasi mille anni, dalle Dodici Tavole sino
al Regno di Giustiniano, può dividersi in tre periodi quasi eguali in
durata, e distinti l'un dall'altro pel metodo d'instruzione, e pel
carattere dei legisti[248]. L'orgoglio e l'ignoranza contribuirono,
durante il primo periodo, a ristrignere dentro angusti confini la
scienza della legge Romana. Nei giorni pubblici di mercato o di
assemblea, si vedeano i maestri dell'arte passeggiar pel Foro, pronti a
dare il necessario consiglio all'infimo dei loro concittadini, dal cui
suffragio essi potevano ricercare il contraccambio della gratitudine, al
porgersi dell'occasione. Quando cresciuti erano negli anni o negli
onori, essi stavano in casa, assisi sopra una sedia od un trono, ad
aspettare con paziente gravità le visite dei loro clienti, i quali, al
romper del giorno, venivano in folla dalla città o dalla campagna ad
assediarne le porte. I doveri della vita sociale, e gl'incidenti di una
procedura giudiziale, formavano l'ordinario argomento di queste
consultazioni, e l'opinione verbale o scritta dei -giureconsulti- era
concepita secondo le regole della prudenza e della legge. Si permetteva
di stare ascoltando ai giovani del loro ordine o della loro famiglia; i
loro figliuoli godevano il benefizio di più private lezioni, e la
famiglia Mucia fu rinomata gran tempo per l'ereditario conoscimento
della legge civile. Il secondo periodo, la dotta e splendida età della
giurisprudenza, si può estendere dalla nascita di Cicerone sino al Regno
di Alessandro Severo. Si formò un sistema; s'instituirono scuole; si
composero libri, e sì i vivi che i morti servirono all'ammaestramento
dello studioso. Il -Tripartito- di Elio Peto, soprannominato il Cauto,
ci pervenne come la più antica opera di giurisprudenza. Catone il
Censore aggiunse qualche cosa alla sua fama, mercè de' suoi studi legali
e di quelli di suo figlio. Tre uomini dotti in legge illustrarono il
nome di Muzio Scevola. Ma la gloria di aver perfezionata la scienza fu
attribuita a Servio Sulpizio, loro discepolo, ed amico di Tullio; e la
lunga successione di Giureconsulti che con egual lustro fiorirono sotto
la Repubblica e sotto i Cesari, vien finalmente chiusa dai rispettabili
caratteri di Papiniano, di Paolo e di Ulpiano. I nomi loro, ed i titoli
delle diverse loro opere, minutamente furono conservati, e l'esempio di
Labeone può porgere qualche idea della diligenza e fecondità loro.
Questo eminente Giurisperito del secolo di Augusto, spendea il suo anno,
parte in città parte in campagna, tra il lavoro degli affari e quel del
comporre, e si annoverano quattrocento libri, frutto dei solitari suoi
studi. Si cita il libro duecento e cinquantanove della raccolta del suo
rivale Capitone, e pochi Professori potevano esporre le loro opinioni in
meno di un centinajo di volumi. Nel terzo periodo, tra i regni di
Alessandro e di Giustiniano, quasi muti restarono gli oracoli della
giurisprudenza. Appagata era la curiosità; il Trono occupato era da'
Tiranni e da' Barbari; le disputazioni religiose traevano a sè gli
spiriti attivi; ed i Professori di Roma, di Costantinopoli, e di Berito
umilmente si contentavano di ripetere le lezioni dei loro più illuminati
predecessori. Dai tardi avanzamenti e dalla rapida declinazione di
questi studi legali, si può inferire che essi ricerchino uno stato di
pace e di raffinamento sociale. Dalla moltitudine de' luminosi legulei
che riempiono lo spazio di mezzo, si chiarisce che si può attendere a
tali studi, e comporre somiglianti opere, con una dose comune di
giudizio, di sperienza e d'industria. Il genio di Cicerone e di Virgilio
più manifesto si fece a misura che ogni nuova età si mostrò incapace di
produrne un simile od un secondo: ma i più eminenti maestri di
giurisprudenza erano certi di lasciare discepoli, che gli
uguaglierebbero o supererebbero in merito ed in celebrità.
Nel settimo secolo di Roma, l'alleanza della filosofia greca venne ad
ingentilire e perfezionare la giurisprudenza che grossolanamente si era
adattata ai bisogni dei primi Romani. Gli Scevola s'erano formati
mediante l'uso e l'esperienza; ma Servio Sulpizio fu il primo legista
che stabilisse l'arte sua sopra una teorica certa e generale[249]. Egli
applicò, qual infallibil regola, la logica di Aristotile e degli Stoici,
al discernimento del vero e del falso; ridusse a generali principj i
casi particolari, e diffuse sopra la massa informe la luce dell'ordine e
dell'eloquenza. Cicerone, suo contemporaneo ed amico, non cercò il nome
di legulejo di professione; ma la giurisprudenza della sua patria trasse
ornamento dal suo incomparabile ingegno che trasforma in oro ogni
oggetto cui tocca. Seguendo l'esempio di Platone, egli compose una
Repubblica, e ad uso della sua Repubblica compilò un trattato di leggi
in cui si sforza di dedurre da celeste origine la sapienza e la
giustizia della costituzione Romana. L'intero Universo, secondo la
sublime sua ipotesi, forma un'immensa Repubblica: i Numi e gli uomini
che partecipano della stessa essenza sono membri della stessa comunità;
la ragione prescrive la legge della natura e delle nazioni, e tutte le
instituzioni positive, quantunque modificate dall'accidente o dal
costume, sono tratte dalla norma del retto, che la Divinità ha stampato
in ogni animo virtuoso. Da questi misteri filosofici, dolcemente egli
esclude gli Scettici, i quali ricusano di credere, e gli Epicurei, i
quali non hanno volontà di operare. Questi ultimi disdegnano le cure
della Repubblica; egli dà loro il consiglio di abbandonarsi al sonno
negli ombrosi lor orti. Ma umilmente prega la nuova Accademia di tenere
il silenzio, poichè le audaci obbiezioni di essa tosto distruggerebbero
l'elegante e ben ordinata struttura del suo grande sistema[250]. Egli
rappresenta Platone, Aristotele e Zenone come i soli maestri che armino
ed ammaestrino un cittadino pei doveri della vita sociale. Si riconobbe
poi che la più salda tempra di queste diverse armature era quella degli
Stoici[251]; e le scuole di giurisprudenza sen valsero più che delle
altre, sì per l'uso che per l'ornamento. I Giureconsulti romani
impararono dal Portico a vivere, a ragionare ed a morire: ma succhiarono
in parte i pregiudizi della setta, l'amore del paradosso, il pertinace
abito del disputare, ed un minuto attaccamento alle parole, ed alle
distinzioni verbali. S'introdusse la superiorità della -forma- sopra la
-materia- per fondare il diritto di proprietà: e l'eguaglianza dei
delitti viene sostentata da un'opinione di Trebazio[252], il quale
asserisce che chi tocca un orecchio, tocca tutto il corpo, e che chi
ruba alcun che da un mucchio di grano o da una botte di vino, è
colpevole dell'intero furto[253].
Le armi, l'eloquenza e lo studio della legge civile innalzavano un
cittadino di Roma alle dignità dello Stato, e le tre professioni
ricavavano spesse volte più lustro dall'unione loro in uno stesso
individuo. La scienza del Pretore che componeva un editto, conferiva una
specie di preferenza e di autorità ai suoi sentimenti privati: con
rispetto si riguardava l'opinione di un Censore o di un Console, e le
virtù od i trionfi di un giurisperito porgevano peso ad una
interpretazione forse dubbia delle leggi. Il velo del mistero protesse
per lungo tempo le arti de' Patrizj, ed in tempi più illuminati la
libertà delle indagini stabilì i principii generali della
giurisprudenza. Le disputazioni del Foro dilucidarono i casi sottili ed
avviluppati; si ammisero varie norme, varj assiomi e varie
definizioni[254], come i dettati genuini della ragione; ed il
consentimento dei professori di legge influì sulla pratica dei
Tribunali. Ma questi interpreti non potevano sancire nè eseguire le
leggi della Repubblica, ed i Giudici potevano avere in non cale
l'autorità degli stessi Scevola che spesso veniva sopraffatta
dall'eloquenza o dai sofismi di un avvocato ingegnoso. Primi furono[255]
Augusto e Tiberio ad adottare, come utile stromento, la scienza de'
legulei; le servili fatiche di questi accomodarono l'antico sistema allo
spirito ed alle mire del dispotismo. Col bel pretesto di assicurare la
dignità dell'arte, il privilegio di sottoscrivere opinioni valide e
legali fu ristretto ai Savj di grado senatorio, o dell'ordine equestre,
i quali preventivamente dovevano essere approvati dal giudizio del
Principe; e questo monopolio prevalse, sinchè la libertà della
professione non fu restituita da Adriano ad ogni cittadino consapevole
della sua abilità e del suo sapere. La discrezione del Pretore venne
allora governata dalle lezioni de' suoi precettori; si ordinò ai Giudici
di obbedire ai comenti, non meno che al testo della legge, e l'uso dei
codicilli fu un'innovazione degna di ricordo che Augusto ratificò per
consiglio dei Giureconsulti[256].
I più assoluti comandamenti non potevano esigere che i Giudici andassero
d'accordo coi legisti, se i legisti non andavano d'accordo fra loro. Ma
le istituzioni positive sono spesse volte il risultato delle costumanze
e del pregiudizio; le leggi e la favella sono ambigue ed arbitrarie;
dove la ragione è incapace di pronunziar sentenza, l'amore
dell'argomentare viene acceso dall'invidia dei rivali, dalla vanità dei
maestri, dal cieco attaccamento dei loro discepoli; e le due Sette una
volte famose, dei -Proculiani- e dei -Sabiniani-, si divisero la
giurisprudenza Romana[257]. Due sapienti in legge, Atejo Capitone, ed
Antistio Labeone[258], adornarono la pace del secolo di Augusto:
cospicuo il primo pel favore del Principe, più illustre il secondo per
lo spregio in che avea questo favore, e per la vigorosa benchè innocua
sua opposizione al Tiranno di Roma. La diversa tempra dell'indole e dei
principj loro diede un diverso corso ai loro studj legali. Labeone era
affezionato alla forma dell'antica Repubblica; il suo rivale appigliossi
alla sostanza più profittevole della sorgente Monarchia. Ma bassa ed
inclinata alla dipendenza è la natura di un cortigiano; e Capitone di
rado ardisce dipartirsi dai sentimenti od almeno dalle parole de' suoi
predecessori: nel tempo che l'animoso Repubblicano lascia libera la
strada alle indipendenti sue idee senza timore di paradosso o di novità.
Non pertanto, la libertà di Labeone era inceppata dal rigore delle sue
proprie conclusioni, ed egli decideva secondo la lettera della legge le
stesse questioni che l'indulgente suo competitore scioglieva con una
latitudine di equità più conforme al senso comune ed agli ordinarj
sentimenti degli uomini. Se al pagamento di una somma di denaro si era
sostituito un cambio ragionevole, Capitone considerava tuttavia la
transazione come una vendita legale[259], ed egli consultava la natura
per l'epoca della pubertà, senza ristringere la sua definizione al
periodo preciso di dodici o di quattordici anni[260]. Questa opposizione
di sentimenti si propagò negli scritti e nelle lezioni dei due
fondatori; le scuole di Capitone e di Labeone durarono nell'inveterato
conflitto dai tempi di Augusto sino a quelli di Adriano[261]; e le due
Sette trassero il loro soprannome da Sabino o da Proculeio, i più
celebri loro maestri. Si applicò parimente la denominazione di
-Cassiani- e di -Pegasiani- ai membri delle stesse fazioni; ma per uno
strano rovescio, la causa popolare cadde fra le mani di Pegaso[262],
timido schiavo di Domiziano; mentre il favorito dei Cesari era
rappresentato da Cassio[263], il quale si gloriava di aver per antenato
quel Cassio che spense il Tiranno della sua patria. L'Editto Perpetuo
terminò in gran parte le controversie delle due Sette. L'Imperatore
Adriano antepose, per questa importante opera, il Capo dei Sabiniani:
prevalsero gli amici della Monarchia, ma la moderazione di Salvio
Giuliano insensibilmente rappattumò i vincitori ed i vinti. A guisa dei
filosofi contemporanei, i giurisperiti del secolo degli Antonini
rigettarono l'autorità di un maestro, e da ogni sistema ritrassero le
più probabili dottrine[264]. Ma voluminosi meno divenuti sarebbero i
loro scritti, se la scelta loro fosse stata più unanime. La coscienza
del Giudice ondeggiava fra il numero ed il peso delle testimonianze
discordi, ed ogni sentenza che dalla passione o dall'interesse gli fosse
dettata, avea per giustificarsi l'autorità di qualche venerabil nome. Un
indulgente editto di Teodosio il Giovane dispensò il giudice dalla
fatica di paragonare e ponderare i loro argomenti. Cinque Giureconsulti,
Cajo, Papiniano, Paolo, Ulpiano e Modestino furono guardati come gli
oracoli della giurisprudenza: decisiva era l'opinione di tre di essi; ma
quando erano divisi egualmente di parere, si accordava una voce
preponderante all'eminente sapienza di Papiniano[265].
[A. D. 527-546]
Al tempo che Giustiniano salì sul Trono, la riforma della giurisprudenza
di Roma era un'ardua ma indispensabile impresa. Nello spazio di dieci
secoli, l'infinita varietà di leggi e di opinioni legali aveva
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