La prudenza di Narsete lo spinse ad una pronta e decisiva azione. Il suo esercito era l'ultimo sforzo dello Stato; le spese di ciascun giorno crescevano l'enorme debito, e le nazioni non assuefatte alla disciplina ed al travaglio potevano temerariamente condursi a volgere le armi una contro l'altra o contro il loro benefattore. Le stesse considerazioni avrebbero dovuto rattemperare l'ardore di Totila. Ma consapevole egli era, che il Clero ed il Popolo d'Italia agognavano ad una rivoluzione: egli si avvide od insospettì dei rapidi progressi che facea il tradimento, e stabilì di commettere il regno dei Goti alle venture di una giornata campale, in cui i prodi fossero animati dall'imminente pericolo, ed i mal affetti fossero rattenuti dalla reciproca loro ignoranza. Da Ravenna il Generale romano continuò la sua marcia, punì la guernigione di Rimini, traversò in linea retta i Colli di Urbino e riprese la via Flaminia, nove miglia di là dalla Rocca Forata, ostacolo dell'arte e della natura che poteva fermare o ritardare i suoi passi[134]. Adunati erano i Goti nelle vicinanze di Roma; senza frapporre dimora essi avanzarono all'incontro di un superiore nemico, e i due eserciti si accostarono fra loro alla distanza di cento stadi, fra Tagina[135] ed i sepolcri dei Galli[136]. Il superbo messaggio di Narsete portò l'offerta non di pace ma di perdono. La risposta del Re Goto certificò il suo proponimento di morire o di vincere. «Qual giorno» disse il messaggero «stabilisci tu per la pugna»? «L'ottavo giorno, replicò Totila»: ma tosto, nel mattino seguente, egli tentò di sorprendere un nemico che sospettava della frode, ed era preparato per la battaglia. Diecimila Eruli e Lombardi di provato valore e di dubbia fedeltà, furono collocati nel centro. Ciascuna delle ale era composta di ottomila Romani; la cavalleria degli Unni guardava la destra, e la sinistra veniva coperta da mille cinquecento Cavalieri scelti, i quali, a norma del bisogno, dovevano sostenere la ritirata dei loro amici, o circondare il fianco dell'inimico. Dal posto ch'erasi eletto alla testa dell'ala diritta, l'Eunuco cavalcò lungo la linea, esprimendo colla voce e cogli atti la sicurezza in cui era della vittoria, spronando i soldati dell'Imperatore a punire i delitti e la temerità di una masnada di ladroni, ed esponendo ai loro sguardi le catene d'oro, le collane, e le armille che dovevano essere il guiderdone della militare virtù. Dall'evento di una semplice zuffa, essi trassero un augurio di successo felice, e videro con piacere il coraggio di cinquanta arcieri che difesero una piccola altura contro tre successivi attacchi della cavalleria de' Goti. Gli eserciti in distanza di non più di due tiri d'arco, consumarono la mattina nella terribile aspettativa della tenzone, ed i Romani presero qualche necessario cibo, senza trarsi la corazza dal busto, o torre la briglia ai cavalli. Narsete aspettava che fosse primo ad assalire il nemico; ma Totila differì l'attacco in sino ch'ebbe ricevuto l'ultimo rinforzo di duemila Goti. Il Re, intanto che traeva in lungo le ore mediante inutili pratiche di accordo, mostrò in un angusto spazio la forza e l'agilità di un guerriero; ricche d'oro erano le sue armi: la purpurea sua bandiera ondeggiava all'aure: egli vibrò in alto la lancia, l'afferrò colla destra, la trapassò alla sinistra; si rovesciò indietro, si ricompose sulle staffe, e maneggiò un ardente corsiero in tutti i passi ed in tutte le evoluzioni della scuola equestre. Come fu giunto il rinforzo, egli ritirossi nella sua tenda, prese il vestimento e le armi di un semplice soldato, e diede il segnale della battaglia. La prima linea di cavalli si trasse innanzi con più coraggio che prudenza, e lasciò dietro di sè la fanteria della seconda linea. Essi furono ben presto impegnati tra le corna di una mezza luna, in cui a poco a poco eransi piegate le ali del nimico, e furono assaliti per ogni banda dai tiri di quattromila arcieri. Il loro ardore ed anche lo estremo in cui erano, li trasse a sostenere un disuguale conflitto da presso, in cui non potevano valersi che della lancia contro un nemico che sapeva egualmente maneggiar bene tutte le armi. Una generosa emulazione infiammò i Romani, ed i loro barbarici ajuti; e Narsete, che tranquillamente osservava e regolava i loro sforzi, rimase incerto a chi dovesse aggiudicare la palma dell'intrepidezza maggiore. La cavalleria Gotica fu sconcertata e posta in disordine, incalzata da vicino e messa in rotta, e la linea dell'infanteria, in cambio di presentare le aste, o di aprire i suoi intervalli, venne calpestata sotto i piedi dei fuggenti cavalli. Seimila Goti caddero trucidati senza mercede, nel campo di Tagina. Il loro Principe con cinque seguaci fu sopraggiunto da Asbad della schiatta de' Gepidi: «risparmia il Re d'Italia,» sclamò una voce fedele, ed Asbad cacciò la sua lancia nel corpo di Totila. Vendicato immantinente dai fidi Goti fu il colpo; essi trasportarono il moribondo Monarca sette miglia lungi dalla scena della sua sventura, e gli ultimi suoi momenti non furono amareggiati dalla presenza di un inimico. La compassione gli somministrò il rifugio in un oscuro sepolcro; ma i Romani non si riputarono paghi della loro vittoria finchè non ebbero contemplato il cadavere del Re dei Goti. Il suo cappello, adorno di gemme, e l'insanguinato suo vestimento, furono presentati a Giustiniano dagli ambasciatori del trionfo[137]. Narsete, poi ch'ebbe sciolto il debito della pietà verso l'Autore della vittoria e verso la Beata Vergine sua particolare tutela,[138] ringraziò, ricompensò e licenziò i Lombardi. I villaggi erano stati ridotti in cenere da questi imperterriti selvaggi: essi avevano stuprato le matrone e le vergini sopra gli altari. La ritirata loro fu diligentemente tenuta d'occhio da un forte distaccamento di forze regolari, inteso a prevenire la ripetizione di somiglianti disordini. Il vittorioso Eunuco condusse il suo esercito per la Toscana; accettò la sommissione de' Goti, udì le acclamazioni e spesso le querele degl'Italiani; e circondò le mura di Roma col resto delle sue formidabili forze. Narsete assegnò a se stesso ed a ciascuno de' suoi luogotenenti il posto di un reale o finto attacco intorno alla vasta circonferenza della città, nel tempo stesso che notava un sito mal guardato e di facile ingresso. Nè le fortificazioni del molo di Adriano, nè quelle del porto, poterono trattenere a lungo i progressi del conquistatore; e Giustiniano ricevè di bel nuovo le chiavi di Roma, la quale, durante il suo regno, era stata cinque volte presa e ripresa[139]. Ma la liberazione di Roma fu l'ultima calamità del popolo romano. I Barbari, alleati di Narsete, troppo spesso confondevano i privilegi della pace e della guerra: la disperazione de' fuggiti Goti trovò qualche conforto in una sanguinosa vendetta; e trecento giovani delle famiglie più nobili, che erano stati spediti come ostaggi di là del Po, vennero dispietatamente trucidati dal successore di Totila. Il destino del Senato porge un terribile esempio delle vicissitudini delle cose umane. Fra i Senatori che Totila aveva bandito dalla patria loro, alcuni furono riscattati da un ufficiale di Belisario, e trasportati dalla Campania nella Sicilia; nel mentre che altri erano troppo colpevoli per fidare nella clemenza di Giustiniano o troppo poveri per procacciarsi cavalli, e giugnere al lido del mare. I loro confratelli languirono per cinque anni in uno stato di miseria e di esiglio. La vittoria di Narsete ravvivò le loro speranze; ma i furibondi Goti impedirono il prematuro loro ritorno alla Metropoli; e tutte le fortezze della Campania furono tinte di sangue patrizio[140]. Dopo un periodo di tredici secoli l'istituzione di Romolo fu estinta; e se i nobili di Roma continuarono a prendere il titolo di Senatore, poche tracce in seguito si possono scorgere di pubbliche adunanze o d'ordine costituzionale. Salite seicent'anni all'insù, e contemplate i Re della terra in atto di ricercare udienza, quali schiavi e liberti del Senato Romano[141]! [A. D. 553] La guerra Gotica era viva tutt'ora. I più valorosi della nazione si ritirarono oltre il Po, e Teja con unanime consenso fu eletto per succedere all'estinto Eroe e per vendicarlo. Il nuovo Re tostamente mandò un ambasciatore ad implorarono per meglio dire a comprare l'ajuto dei Franchi, e nobilmente profuse per la pubblica salvezza le ricchezze che erano state raccolte nel palazzo di Pavia. Il rimanente del tesoro reale era custodito dal suo fratello Aligerno dentro Cuma nella Campania; ma la rocca fortificata da Totila, era strettamente assediata dalle armi di Narsete. Il re Goto con rapide e segrete mosse si avanzò dalle Alpi al piè del Vesuvio, in soccorso dell'assediato fratello, ingannò la vigilanza dei Capi romani, e piantò il suo campo sulle rive del Sarno o Draco,[142] che da Nocera discende nel golfo di Napoli. Il fiume separava i due eserciti; si consumarono sessanta giorni in combattimenti dati in distanza e senza alcun frutto, e Teja mantenne questo posto importante, finchè fu abbandonato dalla sua flotta e da ogni speranza di ricevere vettovaglie. Con ripugnanti passi egli salì sul monte Lattario, dove i medici di Roma, dal tempo di Galeno in poi, mandavano i loro malati per godere i benefizj dell'aria e del latte[143]. Ma i Goti bentosto si appresero ad un più generoso partito che fu di calar giù del colle, di licenziare i loro cavalli, e di morire colle armi in mano anzi che perdere la libertà. Il Re marciava alla lor testa, portando nella destra una lancia, ed un ampio scudo nella sinistra: colla prima egli stese morti i primi assalitori; coll'altro si schermiva dall'armi che ogni mano ambiva di scagliare contro di lui. Dopo una pugna di più ore, il suo braccio sinistro si sentì affaticato dal peso di dodici giavellotti ch'erano conficcati nel suo scudo. Senza muoversi dal suo posto, nè sospendere i colpi, l'Eroe ad alta voce gridò ai suoi seguaci che gli recassero un altro scudo; ma nel momento in cui il suo fianco rimase scoperto, fu trafitto da un dardo mortale. Egli cadde: ed il suo capo, levato in alto sopra una lancia, significò alle nazioni che il regno de' Goti aveva cessato di essere. Ma l'esempio della sua morte non servì che ad animare i compagni che giurato avevan di perire insieme col lor condottiere. Così pugnarono finchè le tenebre calarono sopra la terra. Essi riposarono la notte armati. Si rinnovò il combattimento col ritorno della luce, e si mantenne egualmente accanito sino alla sera del secondo giorno. Il riposo di una seconda notte, la mancanza d'acqua, e la perdita dei loro campioni più prodi, determinò i Goti superstiti ad accogliere i facili patti d'accordo che l'avvedimento di Narsete si piegò a proporre. Essi accettarono l'alternativa di risiedere in Italia, come sudditi e soldati di Giustiniano, o di partirne con una porzione delle private loro ricchezze per andare in traccia di qualche independente contrada[144]. Non pertanto, il giuramento di fedeltà o l'esiglio fu del pari rigettato da un migliajo di Goti, che si dischiusero una via, prima che fosse firmata la convenzione, ed audacemente effettuarono la loro ritirata sin dentro le mura di Pavia. Il coraggio, non meno che la situazione di Aligerno, lo mosse ad imitare anzi che a deplorar suo fratello: robusto e destro arciere egli trapassava con una sola freccia l'armatura e il petto del suo antagonista, e la militare sua condotta difese Cuma[145] oltre un anno contro le forze de' Romani. L'industria loro avea scavato l'antro della Sibilla fino a farne una prodigiosa mina[146]; una quantità di combustibili, vi fu introdotta onde incendiare le travi alzate a sostenere il terreno: le mura e la porta di Cuma sprofondarono nella spelonca, ma le rovine formarono un profondo ed inaccessibil precipizio. Aligerno stette solo ed imperturbato sui rottami di una rupe; fintantochè tranquillamente ebbe osservato la disperata condizione del suo paese, e giudicato più onorevol partito essere l'amico di Narsete che lo schiavo de' Franchi. Dopo la morte di Teja, il Generale romano separò le sue truppe per ridurre all'obbedienza le città dell'Italia. Lucca sostenne un lungo e fiero assedio; e tale fu l'umanità o la prudenza di Narsete, che la ripetuta perfidia degli abitanti non potè provocarlo a punire di morte i loro statichi; sani e salvi essi furono rimandati indietro, ed il riconoscente loro zelo finalmente vinse l'ostinazione de' loro concittadini[147]. [A. D. 553] Prima che Lucca si fosse arresa, l'Italia fu allagata da un nuovo diluvio di Barbari. Teodebaldo, giovine e debole principe, nipote di Clodoveo, regnava sui popoli dell'Austrasia ossia sui Franchi orientali. I suoi tutori avevano freddamente e con ripugnanza ascoltato le magnifiche promesse degli ambasciatori Goti. Ma il valore di un popolo guerriero soverchiò i timidi consigli della Corte: i due fratelli, Lotario e Buccellino[148], duchi degli Alemanni, assunsero la condotta della guerra d'Italia: e settantacinquemila Germani calarono, nell'autunno, giù dalle Alpi Retiche nella pianura di Milano. La vanguardia dell'esercito Romano era stanziata presso il Po, sotto la condotta di Fulcari, baldanzoso Erulo, il quale temerariamente opinava, che la bravura personale sia il solo dovere e merito di un comandante. Nel mentre che senz'ordine e precauzione egli moveva lungo la via Emilia, un'imboscata di Franchi subitamente saltò fuori dell'anfiteatro di Parma: sorprese restarono le sue truppe e poste in rotta: ma il loro capitano ricusò di fuggire dichiarando nell'estremo istante, che la morte era meno terribile che il corrucciato aspetto di Narsete. La morte di Fulcari, e la ritirata dei duci rimasti in vita, determinarono l'ondeggiante e ribelle naturale dei Goti; essi corsero sotto i vessilli de' loro liberatori, e gli ammisero dentro le città che tuttor resistevano alle armi del generale Romano. Il conquistatore dell'Italia aperse un libero varco all'irresistibile torrente de' Barbari. Essi passarono sotto le mura di Cesena, e risposero con minacce e rimproveri all'avviso di Aligerno, che i tesori Gotici più non poteano pagare i travagli di un'invasione. Duemila Franchi furono distrutti dalla perizia e dal valore di Narsete stesso, che sortì di Rimini alla testa di trecento cavalli, onde punire la licenza e la rapina, che contrassegnavano la loro marcia. Sui confini del Sannio, i due fratelli spartirono le forze loro. Coll'ala destra Buccelino imprese di saccheggiare la Campania, la Lucania ed il Bruzio: colla sinistra, Lotario si accinse allo spogliamento della Puglia e della Calabria. Seguitaron essi la costa del Mediterraneo e dell'Adriatico, sino a Reggio e ad Otranto, e le estreme terre dell'Italia furono il termine del distruttivo loro avanzarsi. I Franchi ch'erano cristiani e cattolici, si contentarono del semplice sacco e di qualche uccisione accidentale. Ma le chiese, risparmiate dalla lor pietà, furono poste a ruba dalla sacrilega destra degli Alemanni, che sacrificavano teste di cavalli alle native loro divinità de' boschi e de' fiumi[149], essi fusero o profanarono i sacri vasi; e le rovine degli altari e de' tabernacoli furono macchiate del sangue de' Fedeli. Buccelino era mosso dall'ambizione, Lotario dall'avarizia. Il primo aspirava a ristabilire il regno dei Goti: il secondo, dopo d'aver promesso al fratello di riportargli sollecitamente soccorso, tornò per la stessa strada a porre in sicuro i suoi tesori oltre l'Alpi. La forza de' loro eserciti era già ridotta a male dal cambiamento del clima e dal contagio delle malattie: i Germani s'inebbriarono de' vini d'Italia, e l'intemperanza loro vendicò in qualche guisa le calamità di un popolo senza difesa. [A. D. 554] All'entrare della primavera, le truppe imperiali che avean difese le città, si adunarono in numero di diciottomila uomini nelle vicinanze di Roma. Le ore loro d'inverno non s'erano consumate nell'ozio. Seguendo gli ordini e l'esempio di Narsete, esse avean ripetuto ogni giorno i loro militari esercizj a piedi ed a cavallo, aveano assuefatto il loro orecchio al suono della tromba, e praticato i passi e le evoluzioni della danza Pirrica. Dallo stretto della Sicilia, Buccelino con trentamila Franchi ed Alemanni lentamente si mosse verso Capua, occupò con una torre di legno il ponte di Casilino, coprì la sua destra col fiume Volturno, ed assicurò il resto del suo campo con un riparo di acuti pali con un cerchio di carri, le cui ruote erano conficcate nel suolo. Con impazienza egli aspettava il ritorno di Lotario, ignorando ahi misero! che il suo fratello non poteva più ritornare, e che il condottiero col suo esercito era perito per una strana malattia[150] sulle rive del Benaco, fra Trento e Verona. Le insegne di Narsete ben tosto si avvicinarono al Volturno, e gli occhi dell'Italia stavano ansiosamente fissi sopra l'evento di questa finale contesa. Forse l'abilità del generale Romano molto era superiore nelle tranquille operazioni che precedono il tumulto di una battaglia. I giudiziosi suoi movimenti intercettarono i viveri ai Barbari, li privarono de' vantaggi del ponte e del fiume, e nella scelta del terreno e del momento dell'azione, li ridussero a conformarsi alla volontà del nemico. Nel mattino di quell'importante giornata, quando le file erano già formate, un servo, per qualche triviale mancamento, fu ammazzato dal suo padrone, uno de' Capi degli Eruli. Si commosse la giustizia o la collera di Narsete: egli intimò all'offensore di comparirgli dinanzi, e senza ascoltarne le discolpe, diede il segnale all'esecutor della morte. Se il crudel padrone non avea infranto le leggi della sua nazione, l'arbitrario supplizio non era meno ingiusto di quel che pare essere stato imprudente. Gli Eruli sentirono l'oltraggio: essi fecero alto: ma il generale Romano, senza calmare il loro sdegno od aspettarne la risoluzione, proclamò ad alta voce che se non si affrettavano ad occupare il lor posto, avrebbero perduto l'onore della vittoria. Disposte erano le sue truppe in una lunga fronte, colla cavalleria sulle ale[151]: nel centro erano i fanti di grave armatura: gli arcieri ed i frombolieri occupavano la retroguardia. I Germani si avanzarono sotto la forma di un triangolo o di un cono. Essi penetrarono il debole centro di Narsete che li raccolse con un sorriso nel laccio fatale, ed ordinò alle sue ale di cavalleria di girare lentamente sui loro fianchi e di circondare la lor retroguardia. Le forze de' Franchi e degli Alemanni erano composte di fanteria: una spada ed uno scudo pendevan loro dal fianco, ed essi usavano per offensive lor armi una pesante scure ed un giavellotto uncinato, ch'erano solamente formidabili nel combatter corpo a corpo, ovvero da presso. Il fiore degli arcieri Romani a cavallo, ed armati di tutto punto, scaramucciava senza pericolo intorno a questa immobile falange, suppliva colla prestezza de' moti alla debolezza del numero, ed appuntava i suoi strali contro una moltitudine di Barbari, i quali, in cambio di corazza e di elmetto, erano coperti da un lungo vestimento di pelli o di tela. Questi soffermaronsi, sbigottirono, confuse ne andaron le file, e nel decisivo momento, gli Eruli, preferendo la gloria alla vendetta, piombarono con rapida furia sulla testa della loro colonna. Il loro duce Sindballo ed Aligerno, principe de' Goti, meritarono il premio di un sommo valore; ed il loro esempio trasse le truppe vittoriose a compiere colle spade e coll'aste la distruzione dell'inimico. Buccelino e la miglior parte della sua armata, perì sul campo di battaglia, nelle acque del Volturno, o per le mani dei contadini furenti: ma può sembrare impossibile che una vittoria[152], alla quale non sopravvissero più di cinque Alemanni, non abbia costato che la perdita di ottanta soldati ai Romani. Settemila Goti, residui della guerra, difenderono la fortezza di Campsa sino all'altra primavera: ed ogni messo di Narsete annunziava la riduzione di qualche italiana città, i cui nomi venivano corrotti dalla ignoranza o dalla vanità dei Greci[153]. Dopo la battaglia di Casilino, Narsete entrò nella Capitale: le armi ed i tesori dei Goti, dei Franchi e degli Alemanni pubblicamente furono posti in mostra: i soldati, inghirlandati il capo, cantavano le glorie del Conquistatore, e Roma per l'ultima volta vide la similitudine di un trionfo. [A. D. 554-568] Dopo un regno di sessant'anni, il trono dei re Goti fu tenuto dagli Esarchi di Ravenna, che in pace ed in guerra rappresentavano l'Imperator de' Romani. La giurisdizione loro fu ben presto ridotta ai limiti di una ristretta provincia; ma Narsete, primo e potentissimo degli Esarchi, amministrò per forse quindici anni l'intero regno d'Italia. Come Belisario, egli avea meritato gli onori dell'invidia, della calunnia e della disgrazia: ma il favorito Eunuco tuttor godeva la confidenza di Giustiniano, o veramente il condottiere di un esercito vittorioso intimoriva e reprimeva l'ingratitudine di una Corte vigliacca. Nondimeno Narsete non usò di una debole e nociva indulgenza per assicurarsi l'amor delle truppe. Immemore del passato, e non curante dell'avvenire, esse male spendevano le presenti ore della prosperità e della pace. Le città dell'Italia risuonavano allo strepito de' stravizzi e de' tripudj: le spoglie della vittoria si consumavano in sensuali piaceri, e null'altro (dice Agatia) più rimanea da farsi, se non se cangiare gli scudi e gli elmi contro il molle liuto e l'anfora capace[154]. In una virile concione, non indegna di un censore Romano, l'Eunuco biasimò questi disordinati vizj, che svergognavano la fama de' guerrieri, e ne mettevano la salute in periglio. I soldati arrossirono ed obbedirono: si confermò la disciplina, si restaurarono le fortificazioni: fu sovrapposto un duca alla difesa ed al militare comando di ciascuna delle principali città[155]; e l'occhio di Narsete scorreva su tutto il vasto prospetto che si stende dalla Calabria alle Alpi. Gli avanzi della nazione Gotica sgombrarono il paese, o si mescolarono co' natii: i Franchi, invece di vendicar la morte di Buccelino, abbandonarono, senza altro conflitto, le loro conquiste italiane, ed il ribelle Sindballo, Capo degli Eruli, fu soggiogato, preso ed impiccato sopra un elevato patibolo per la inflessibile giustizia dell'Esarca[156]. Lo stato civile dell'Italia, dopo l'agitazione di una lunga tempesta, fu determinato da una sanzione prammatica, che l'Imperatore promulgò a richiesta del Papa. Giustiniano introdusse nelle scuole e ne' tribunali dell'Occidente la giurisprudenza ch'egli avea stabilito; ratificò gli atti di Teodorico e del suo successore immediato, ma cassò ed abolì ogni atto che la forza aveva estorto od il timore avea sottoscritto, durante l'usurpazione di Totila. Si formò una teoria di moderazione che riconciliasse i diritti della proprietà colla sicurezza della prescrizione, i privilegi dello Stato colla povertà del popolo, ed il perdono delle offese con l'interesse della virtù ed il buon ordine sociale. Sotto gli Esarchi di Ravenna, Roma scadde al secondo grado. Non pertanto ai senatori fu concessa la permissione di visitare le loro possessioni in Italia, e di accostarsi senza ostacolo al trono di Costantinopoli: si lasciò al Papa ed al Senato la cura di regolare i pesi e le misure; e si destinarono stipendi ai legisti ed ai medici, agli oratori ed ai grammatici per conservare o raccendere la face della scienza nella capitale antica. Ma invano Giustiniano dettava benefici editti[157], e Narsete secondava i desiderj dell'Imperatore col ristorare città e specialmente col rifabbricare le chiese. La possanza dei re è molto più efficace nel distruggere; e i venti anni della guerra Gotica aveano condotto all'estremo la miseria e la spopolazione dell'Italia. Sin dalla quarta campagna, sotto la disciplina di Belisario medesimo, cinquantamila agricoltori perirono di fame[158] nell'angusta regione del Piceno[159]; ed una stretta interpretazione di quanto asserisce Procopio porterebbe le perdite dell'Italia oltre l'intero ammontare de' suoi abitatori presenti[160]. [A. D. 559] Io bramerei di credere, ma non ardirei affermare che Belisario sinceramente si rallegrasse de' trionfi di Narsete. Nondimeno la consapevolezza delle sue proprie imprese poteva insegnargli a stimare senza gelosia il merito di un rivale; ed il riposo del provetto guerriero fu coronato da un'ultima vittoria che salvò l'Imperatore e la capitale. I Barbari che ogni anno visitavano le province dell'Europa, erano meno disanimati da qualche accidentale sconfitta, che eccitati dalla doppia speranza di saccheggiare o di riscuoter sussidj. Nell'inverno vigesimo secondo del regno di Giustiniano, il Danubio gelò molto profondamente. Zabergan prese a condurre la cavalleria dei Bulgari, ed il suo stendardo fu seguito da una promiscua moltitudine di Schiavoni. Il selvaggio Comandante passò, senza trovar contrasto, il fiume ed i monti, sparse le sue truppe sopra la Macedonia e la Tracia, e si avanzò con non più di settemila cavalli sino alle lunghe mura che dovevan difendere il territorio di Costantinopoli. Ma le opere dell'uomo sono impotenti contro gli assalti della natura; un recente terremoto aveva crollato le fondamenta della muraglia; e le forze dell'Impero stavano impiegate sulle distanti frontiere dell'Italia, dell'Affrica e della Persia. Le sette scuole[161] o compagnie delle guardie o truppe domestiche erano cresciute fino al numero di cinquemila cinquecento uomini, che avevano le pacifiche città dell'Asia per ordinaria loro stazione. Ma in luogo dei prodi Armeni, incaricati di questo servizio, a poco a poco si eran posti cittadini infingardi, che compravano di tal guisa un'esenzione dai doveri della vita civile, senza essere esposti ai pericoli della milizia. In mezzo a tali soldati, pochi eran quelli che avessero il cuore di sortir dalle porte; nè alcuno di loro poteva indursi a rimanere in campo, a meno che mancasse di forze e di agilità per fuggire dai Bulgari. Le riferte dei fuggitivi esagerarono il numero e la ferocia di un nemico, che avea stuprato le vergini sacre, ed abbandonati i fanciulletti alla voracità dei cani e degli avoltoj. Una flotta di contadini, imploranti cibo e difesa, aumentava la costernazione della città, e le tende di Zabergan erano piantate in distanza di venti miglia[162] sulle rive di un fiumicello che circonda Melanzia, e quindi cade nella Propontide. Giustiniano fu sbigottito; e quelli che non avevan veduto[163] l'Imperatore, se non nei vecchi suoi anni, si compiacquero in supporre che egli avesse -perduto- l'alacrità ed il vigore della sua giovinezza. Per comandamento di lui, si levarono i vasi d'oro e d'argento ch'erano nelle chiese dei dintorni, ed anche dei sobborghi di Costantinopoli: di tremanti spettatori erano coperti i bastioni; la porta aurea era affollata di inutili generali e di tribuni; ed il Senato dividea colle plebe le fatiche ed i timori. Ma gli occhi del Principe e del Popolo stavan volti sopra un Veterano indebolito dagli anni, il quale dal pubblico pericolo fu costretto a ripigliar l'armatura con cui era entrato in Cartagine ed aveva difeso Roma. Si raccolsero in fretta i cavalli delle stalle reali, de' cittadini privati, ed anche del Circo; il nome di Belisario risvegliò l'emulazione dei vecchi e dei giovani; ed il primo suo accampamento fu stabilito in faccia ad un vittorioso nemico. La prudenza del Generale, ed il lavoro de' fidi paesani, assicurò il riposo della notte, mediante un fosso ed una trinciera. Artificiosamente s'immaginarono innumerabili fuochi e nubi di polvere per magnificare l'opinione della sua forza: i suoi soldati immantinente passarono dalla sfidanza alla presunzione; e mentre diecimila voci chiedevano la battaglia, Belisario ben si astenne dal mostrare che nell'ora del cimento egli sapeva di non poter far conto che sulla fermezza di trecento Veterani. Il mattino seguente, la cavalleria de' Bulgari mosse allo scontro. Ma essi udirono i clamori della moltitudine, videro le armi e la disciplina che presentava la fronte dell'esercito; furono assaliti sui fianchi da due corpi, posti in aguato nei boschi: i loro guerrieri che primi si fecero innanzi, caddero sotto i colpi dell'attempato Eroe e delle sue guardie; e la rapidità delle loro evoluzioni fu resa inutile dallo stretto attacco e dal ratto inseguir dei Romani. In questa azione i Bulgari non perdettero più di quattrocento cavalli, così frettolosamente si diedero a fuggire; ma Costantinopoli fu salva, e Zabergan, il quale sentì la mano di un maestro di guerra, si tenne in una rispettosa distanza. Numerosi però erano i suoi amici nei consiglj dell'Imperatore, e Belisario obbedì con repugnanza agli ordini dell'invidia e di Giustiniano che gli vietarono di compiere la liberazione del suo Paese. Nel ritorno ch'egli fece nella capitale, il Popolo, consapevole ancora del pericolo corso, accompagnò il suo trionfo con acclamazioni di gioja e di gratitudine, che furono imputate come delitto al General vittorioso. Ma quando egli entrò nel palazzo, taciturni stettero i Cortigiani, e l'Imperatore, dopo un freddo abbraccio e senza ringraziarlo, lo rimandò a confondersi colla turba degli schiavi. Sì profonda fu l'impressione che fece la gloria dell'eroe sopra gli animi, che Giustiniano, nel settantesimo settimo anno della sua età, si lasciò indurre ad inoltrarsi quaranta miglia fuor della capitale, per esaminare in persona le riparazioni delle lunghe mura. I Bulgari perderono la state nelle pianure della Tracia; ma la cattiva riuscita dei baldanzosi lor tentativi contro la Grecia ed il Chersoneso, dispose alla pace il loro animo. La minaccia che fecero di scannare i prigionieri che avevano in mano, accelerò il pagamento dei grossi riscatti che ricercarono; e la partenza di Zabergan fu affrettata dalla voce sparsa che si fabbricavano sul Danubio dei vascelli a due ponti per tagliargli fuori il passaggio. Dimenticato venne ben presto il pericolo; e la vana questione se l'Imperatore avesse mostrato più senno o più debolezza, servì a divertire gli oziosi della Capitale[164]. [A. D. 561] Circa due anni dopo l'ultima vittoria di Belisario, l'Imperatore ritornò da un viaggio fatto in Tracia per salute, per affari, o per divozione. Giustiniano si dolse di un mal di testa; e lo studio con cui non si lasciava entrar alcuno da lui, accreditò il grido che fosse morto. Prima dell'ora terza del giorno, s'era portato via tutto il pane dalle botteghe de' fornaj, chiuse erano le case, ed ogni cittadino, preso da terrore o da speranza, si apparecchiava ad un sovrastante tumulto. I Senatori stessi, impauriti e sospettosi, si radunarono all'ora nona; ed il Prefetto ricevè da essi l'ordine di visitare tutti i quartieri della città e di bandire una illuminazione generale pel ristabilimento della salute di Giustiniano. Si tranquillò il fermento; ma ogni accidente metteva in chiaro l'impotenza del Governo, e la faziosa indole del Popolo. Le guardie erano pronte ad ammutinarsi ogni volta che si cangiavano di quartiere o che sospesa veniva la paga: le frequenti calamità degli incendj e dei terremoti porgevano opportunità di disordini: le contese degli Azzurri e dei Verdi, degli Ortodossi e degli Eretici degenerarono in sanguinose battaglie; ed il Principe dovè arrossire per se stesso e pei suoi sudditi in presenza dell'ambasciatore Persiano. I capricciosi perdoni e gli arbitrarj castighi amareggiarono il disgusto e la noja di un lungo Regno: si tramò una cospirazione dentro il palazzo; e se i nomi di Marcello e di Sergio non ci inducono in errore, i più virtuosi ed i più dissoluti fra i Cortigiani intinsero egualmente nella stessa congiura. Stabilito era il tempo di mandarla ad effetto; mediante il loro grado essi avevano accesso alla mensa reale, ed i loro schiavi neri[165] erano collocati nel vestibolo e nei portici per annunziare la morte del Tiranno, ed eccitare una sedizione nella Capitale. Ma l'indiscrezione di un complice salvò i miseri avanzi dei giorni di Giustiniano. Scoperti furono i cospiratori ed arrestati coi pugnali nascosti sotto le vesti. Marcello si uccise di propria mano, e Sergio fu tratto a forza dal Santuario[166]. Stimolato dal rimorso, ovvero adescato dalla speranza di salvarsi, egli accusò due ufficiali della casa di Belisario; e la tortura gli trasse a dichiarare che eransi condotti a norma delle segrete istruzioni del loro Signore[167]. La posterità non crederà facilmente che un Eroe, il quale, nel vigore degli anni, aveva disdegnato le più lusinghiere offerte dell'ambizione e della vendetta, abbia divisato l'assassinio del suo Principe, quando non poteva più sperare di sopravvivergli a lungo. I suoi seguaci si affrettarono a fuggire; ma, quanto a lui, gli sarebbe toccato di sostener la fuga colla ribellione, e vissuto egli era abbastanza per la natura e per la gloria. Belisario comparve innanzi al consiglio, meno in atto di timido che di sdegnato: dopo quarant'anni di servizio, l'Imperatore lo aveva anticipatamente giudicato colpevole; e l'ingiustizia era santificata dalla presenza e dall'autorità del Patriarca. La vita di Belisario graziosamente fu risparmiata; ma si sequestrarono tutti i suoi beni, e dal dicembre al luglio egli fu custodito qual prigioniero nel suo proprio palazzo. Al fine la sua innocenza venne all'aperto; gli si restituirono la libertà e gli onori; e la morte, accelerata forse dal cruccio e dal cordoglio, lo tolse dal mondo, otto mesi circa, poscia che fu liberato. Il nome di Belisario non potrà morire giammai: ma in luogo delle esequie, de' monumenti e delle statue, così giustamente dovute alla sua memoria, si legge negli Istorici che i suoi tesori, spoglie dei Goti e dei Vandali, furono immediatamente confiscate a profitto dell'Imperatore. Qualche onesta porzione però ne fu lasciata per l'uso della sua vedova. Siccome Antonina aveva molto di che pentirsi, ella consacrò gli ultimi avanzi della sua vita e delle sue sostanze alla fondazione di un monastero. Tale è il semplice e veritiero racconto della caduta di Belisario e dell'ingratitudine di Giustiniano[168]. Finzione di posteriori tempi[169] è quella, ch'egli venisse accecato, e ridotto dall'invidia ad accattare il pane, esclamando. «Date un obolo al General Belisario». Ma questa favola ha ottenuto credito, o per meglio dire favore, quale strano esempio delle vicissitudini della fortuna[170]. Se l'Imperatore potè rallegrarsi per la morte di Belisario, egli non godè questa abbietta soddisfazione, che per lo spazio di otto mesi, ultimo periodo di un regno di trent'otto anni, e di una vita di ottanta tre. Sarebbe difficile delineare il carattere di un Principe, il quale non è il più cospicuo oggetto de' proprj suoi tempi: ma le confessioni di un nemico si possono ricevere come la migliore testimonianza delle sue virtù. La rassomiglianza di Giustiniano col busto di Domiziano[171] viene maliziosamente avvertita da Procopio; il quale riconosce però ch'egli era ben proporzionato della persona, rubicondo di carnagione, e piacevole nell'aspetto. L'Imperatore era accostevole, paziente nell'ascoltare, cortese ed affabile nel discorrere, e padrone delle fiere passioni che imperversano con sì distruttiva violenza nel petto di un despota. Procopio ne loda il temperamento, per poterlo rimproverare di una placida e deliberata tranquillità; ma nelle cospirazioni che attaccarono l'autorità e la persona di Giustiniano, un giudice di miglior fede approverebbe la giustizia od ammirerebbe la clemenza dell'Imperatore. Incomparabile egli mostrasi nelle virtù private della castità e della temperanza; ma un imparziale amore della bellezza sarebbe riuscito meno pregiudizioso, che non la conjugale sua tenerezza per Teodora; e l'austero suo governo di vita era regolato dalla superstizione di un monaco, non dalla prudenza di un filosofo. Brevi e frugali erano i suoi pasti: nei digiuni solenni, egli si contentava di acqua e di erbaggi; e tale era la sua robustezza, egualmente che il suo fervore, che spesso egli passava due giorni ed altrettante notti senza gustare alcun cibo. Non meno rigorosa era la misura del suo dormire: dopo un riposo di solo un'ora, il corpo era svegliato dall'animo, e con maraviglia de' suoi ciamberlani Giustiniano vegliava, o studiava sino allo spuntare del giorno. Un'applicazione così indefessa gli raddoppiava il tempo da spendere nell'imparare[172] e nello spedire faccende; e si può seriamente dargli rimprovero che confondesse l'ordine generale della sua amministrazione a forza di minuta diligenza fuori di luogo. L'Imperatore si reputava musico ed architetto, poeta e filosofo, legista e teologo; e se gli riuscì male l'impresa di riconciliare le Sette cristiane, la riforma della giurisprudenza Romana resta qual nobile monumento del suo ingegno e della sua industria. Nel governo dell'Impero, egli comparve meno saggio o meno felice: pieni di sventure furono i tempi; il popolo giacque oppresso e malcontento; Teodora abusò del suo potere; una sequela di cattivi ministri fece torto al giudizio dell'Imperatore, e Giustiniano non fu amato in vita, nè compianto dopo morte. Profonde radici avea messo nel suo cuore l'amor della fama, ma egli cedeva alla meschina ambizione dei titoli, degli onori, e della lode contemporanea, e mentre si adoperava a cattivarsi l'ammirazione de' Romani, egli ne perdè la stima e l'affetto. Il divisamento della guerra di Affrica e d'Italia fu concepito ed eseguito con ardire, e la perspicacia di Giustiniano scoprì l'abilità di Belisario nel Campo, e di Narsete nel palazzo. Ma ecclissato è il nome dell'Imperatore dal nome de' vittoriosi suoi Capitani, e Belisario vive mai sempre per accusare l'invidia e l'ingratitudine del suo sovrano. Il parziale favore degli uomini applaudisce il genio del conquistatore, che guida e regge i suoi sudditi nell'esercizio delle armi. I caratteri di Filippo secondo e di Giustiniano si contraddistinguono per quella fredda ambizione che si compiace nella guerra, e scansa i pericoli del Campo. Tuttavia una statua colossale di bronzo rappresentava l'Imperatore a cavallo, in atto di muovere contro i Persiani, nelle vesti e nelle armi di Achille. Nella gran piazza davanti alla chiesa di Santa Sofia, sorgeva questo monumento sopra una colonna di bronzo, sostenuta da un marmoreo piedistallo di sette gradini: e la colonna di Teodosio, che pesava settemila quattrocento libbre di argento, fu tolta via dallo stesso luogo per effetto dell'avarizia e della vanità di Giustiniano. I Principi, suoi successori, si mostrarono più giusti o più indulgenti per la sua memoria. Andronico il Vecchio, nel principio del secolo decimoquarto restaurò ed abbellì quella statua equestre: dopo la caduta dell'Impero, i Turchi vittoriosi la fusero per farne cannoni[173]. Io chiuderò questo capitolo con un cenno sopra le comete, i tremuoti e la peste che atterrirono od afflissero il secolo di Giustiniano. [A. D. 531-539] I. Nel quinto anno del suo Regno, e nel mese di settembre, fu veduta per venti giorni, nella parte occidentale del Cielo, una cometa,[174], che vibrava i suoi raggi verso settentrione. Otto anni dopo, mentre il Sole era nel segno del Capricorno, apparve un'altra cometa nel Sagittario: a poco a poco ne cresceva la mole; il capo era nell'Oriente, la coda nell'Occidente ed essa restò visibile per più di quaranta giorni. Le nazioni che le riguardavano stupefatte, attendevano guerre e disastri dalla infausta loro influenza, e questa aspettativa fu largamente adempiuta. Gli Astronomi dissimularono la loro ignoranza intorno la natura di queste risplendenti stelle, che affettavano di rappresentare quai meteore ondeggianti per l'aria; e pochi fra loro si accostavano alla semplice idea di Seneca e de' Caldei ch'esse non sieno che pianeti distinti dagli altri per un più lungo periodo ed un moto più eccentrico[175]. Il tempo e la scienza hanno giustificato le congetture e le predizioni del filosofo Romano, il telescopio ha aperto nuovi Mondi agli occhi degli Astronomi[176], e nel ristretto spazio che ci offrono l'istoria e la favola, si è già trovato che una stessa cometa si è mostrata sette volte alla terra, in sette eguali rivoluzioni di cinquecento e settantacinque anni, ciascuna. La -prima-[177] che risale a mille settecento e sessantasette anni di là dall'era Cristiana, fu contemporanea di Ogige padre dell'antichità greca. E questa sua comparsa spiega la tradizione, da Varrone serbataci, che sotto il Regno di Ogige il pianeta Venere cangiò di colore, di grandezza, di figura e di corso; prodigio senza esempio, sì nelle antecedenti che nelle susseguenti età[178]. La favola di Elettra, settima delle Pleiadi, le quali furono ridotte a sei dopo il tempo della guerra Trojana, indica oscuramente la -seconda- venuta che seguì nell'anno mille cento e novantatre. La Ninfa Elettra, moglie di Dardano, non ebbe l'animo di sostenere la rovina della sua patria, essa abbandonò le danze delle sue celesti sorelle, fuggì dal Zodiaco al Polo settentrionale, ed ottenne, colle scarmigliate sue chiome, il nome della -Cometa-. Il -terzo- periodo cade nell'anno seicento e diciotto, data che esattamente concorda colla tremenda cometa della Sibilla, e forse di Plinio, la quale levossi nell'Occidente, due generazioni prima del Regno di Ciro. La -quarta- apparizione, successa quaranta quattr'anni prima della nascita di Cristo, è di tutte le altre la più splendida e la più importante. Dopo la morte di Cesare, un astro lungo-chiomato trasse gli occhi di Roma e delle nazioni, durante i giuochi dati dal giovane Ottaviano in onore di Venere e del suo zio. L'opinione volgare ch'esso trasportasse al Cielo la divina anima del Dittatore, fu accarezzata e consacrata dalla pietà del politico Ottaviano: nel mentre che la segreta sua superstizione riferiva la cometa alla gloria de' proprj suoi tempi[179]. Si è già accennato che la -quinta- visita accadde nel quinto anno di Giustiniano, il quale coincide coll'anno cinquecentotrentuno dell'era Cristiana. E degno è di ricordo che in questa, come nella precedente apparizione, la cometa fu seguitata, sebbene con più lungo intervallo, da un'osservabile pallidezza del Sole. Il -sesto- ritorno, intervenuto nell'anno mille cento e sei, vien rammentato dalle cronache dell'Europa e della China; e nel primo fervore delle Crociate, i Cristiani ed i Maomettani poterono con egual ragione immaginarsi ch'essa pronosticasse la distruzione degli Infedeli. Il -settimo- fenomeno, che porta la data del mille seicento e ottanta, si presentò agli occhi di un secolo illuminato[180]. La filosofia di Bayle, dissipò il pregiudizio, cui la Musa di Milton aveva così recentemente adornato, che la cometa dalle orride sue chiome scuote la pestilenza e la guerra[181]. La strada tenuta da questa cometa nel Cielo, venne osservata con singolare e dottissima diligenza da Hamstead e da Cassini. E la scienza matematica di Bernoulli, di Newton e di Halley investigarono le leggi delle sue rivoluzioni. Quando avverrà l'-ottavo- periodo, nell'anno duemila duecento cinquantacinque, i loro calcoli saranno forse verificati dagli Astronomi di qualche Capitale, innalzata dove ora si stendono i deserti della Siberia o dell'America. II. L'avvicinarsi di una cometa molto presso al Globo da noi abitato, può desolarlo o distruggerlo; ma i cambiamenti, avvenuti sulla sua superficie, fino ad ora sono stati l'opera dei Vulcani e dei tremuoti[182]. La natura del suolo indica i paesi più esposti a questi formidabili scotimenti, che prodotti sono da sotterranei fuochi, e questi fuochi vengono accesi dall'unione e dalla fermentazione del ferro e dello zolfo. Ma le epoche e gli effetti loro sembrano posti oltre il giungere dell'umana curiosità, ed il filosofo dee discretamente astenersi dal predire i terremoti, sinchè sia giunto a noverare le stille d'acqua, che colano in silenzio sopra il minerale infiammabile, e misurato abbia le caverne che accrescono colla resistenza l'esplosione dell'aria imprigionata. Senza assegnar la cagione, l'istoria dee distinguere i periodi in cui questi eventi calamitosi sono stati rari o frequenti, ed osservare che questa febbre della terra infuriò con insolita violenza durante il Regno di Giustiniano[183]. Ogni anno di quel Regno è segnato dai ripetimento di tremuoti, di una tal durata che Costantinopoli fu agitata per più di quaranta giorni, e di una tale estensione che il commovimento si comunicò a tutta la superficie del Globo, od almeno dell'Imperio Romano. Si sentì una scossa d'impulsione o di vibrazione: si spalancarono nella terra enormi fessure, si videro lanciati in aria corpi grossi e pesanti, il mare alternativamente si avanzò e si ritrasse oltre gli ordinarj suoi limiti, ed, una rupe fu divelta dal Libano[184], e scagliata nei flutti, dove a guisa di molo essa difese il nuovo porto di Botri[185] nella Fenicia. Il colpo che sbatte un formicajo, può schiacciar nella polvere molte migliaia d'insetti: non pertanto la verità dee tirarci a confessore che l'uomo ha lavorato con molta industria alla propria sua distruzione. Lo stabilimento delle grandi città che racchiudono una nazione nel recinto di una muraglia, quasi realizza il desiderio nutrito da Caligola, che il Popolo Romano non avesse che un solo capo. Dicesi che due cento cinquantamila persone perissero nel tremuoto di Antiochia, il quale avvenne al tempo in cui la festa dell'Ascensione aveva accresciuto con una grande affluenza di stranieri la moltitudine dei cittadini. La perdita di Berito[186] fu di minor grandezza, ma di maggior valore. Questa città, situata sulla costa della Fenicia, era illustre per lo studio delle leggi civili, che aprivano le più sicure strade all'opulenza ed agli onori. Le scuole di Berito riboccavano de' più begl'ingegni che sorgessero in quell'età, ed il tremuoto schiacciò per avventura più di un giovane che vivendo sarebbe divenuto il flagello o il difensore della sua patria. In mezzo a questi disastri l'Architettura si mostra la nemica del genere umano. La capanna di un selvaggio o la tenda di un Arabo, possono venir rovesciate, senza che ne provi danno chi abita in essa; e ben si apponevano i Peruviani nel deridere la follia dei conquistatori Spagnuoli, che con tanto dispendio e travaglio si fabbricavano i proprj sepolcri. Piombano sul capo di un patrizio i ricchi suoi marmi: sotto le rovine dei pubblici e privati edifizj un Popolo intero ritrova la tomba, e l'incendio viene alimentato e propagato dagli innumerabili fuochi che fanno di mestieri alla sussistenza e all'industria di una grande città. In luogo della scambievole simpatia che può confortare ed assistere que' che cadono tra le rovine, in terribil modo essi provano l'effetto dei vizj e delle passioni, che più frenate non sono dal timor del castigo. Le crollate case vengono poste a sacco dall'avarizia che di nulla ha paura; la vendetta coglie il momento, e sceglie la vittima; e la terra spesso ingoja l'assassino e lo stupratore, nel punto istesso che consumano il loro misfatto. La superstizione circonda d'invisibili terrori il presente pericolo: e se l'immagine della morte può alle volte servire alla virtù od al pentimento degli individui, il Popolo impaurito vien più fortemente mosso ad aspettare la fine del Mondo, od a scongiurare con servili omaggi la collera di una divinità vendicatrice. [A. D. 542] III. L'Etiopia e l'Egitto si riguardarono in ogni età come la fonte originale ed il seminario della pestilenza[187]. In un'aria umida, calda, stagnante, si genera questa febbre Affricana dall'imputridire delle sostanze animali, e specialmente degli sciami di locuste, non meno funeste agli uomini dopo la morte che in vita. Il fatale contagio che spopolò la terra al tempo di Giustiniano e de' suoi successori[188], si manifestò da principio nelle vicinanze di Pelusio, tra la Palude Serboniana, ed il ramo Orientale del Nilo. Di là movendo per doppia strada, si diffuse nell'Oriente, sopra la Siria, la Persia e le Indie, e penetrò nell'Occidente lungo le coste dell'Affrica e sopra il Continente dell'Europa. Nella primavera del secondo anno, Costantinopoli fu travagliata dalla peste per tre o quattro mesi: e Procopio che ne osservò i progressi ed i sintomi coll'occhio di un fisico[189] ha gareggiato colla diligenza e coll'arte di Tucidide nella descrizione della pestilenza di Atene[190]. Il morbo si manifestava talvolta colle visioni di una fantasia perturbata, e la vittima cadeva d'ogni speranza tosto che aveva udito le minacce e sentito il colpo di un invisibile spettro. Ma il più della gente erano sorpresi da una leggiera febbre, nel proprio letto, in mezzo alle contrade, tra le usate loro faccende; febbre leggiera sì che nè il polso, nè il colore del volto porgeva nell'ammalato alcun segno di un vicino pericolo. In quel dì istesso o nel secondo o nel terzo si dichiarava il malore coll'enfiagione delle glandole, particolarmente dell'anguinaja, delle ascelle, e sotto l'orecchio, e quando questi bubboni o tumori si aprivano, scorgevasi ch'essi contenevano un carbonchio, ossia una sostanza nera, grossa come una lente. Se il tumore veniva a tutta la sua gonfiezza e si riduceva a suppurazione, l'infermo era salvato da questo mite e naturale sgorgamento dell'umore morboso. Ma se i bubboni continuavano a rimaner duri ed asciutti, ben presto seguiva la cancrena, ed il quinto giorno era comunemente l'ultimo della vita dell'appestato. Accompagnata spesso veniva la febbre da letargo o delirio. I corpi degli ammalati si coprivano di negre pustole o carbonchi, sintomi di una morte immediata. E ne' temperamenti troppo deboli per produrre un'eruzione, al vomito di sangue teneva dietro la cancrena negli intestini. Per le donne gravide la peste riusciva generalmente mortale; nondimeno fu tratto vivo un bambino, fuor del corpo della madre morta d'infezione, e tre madri sopravvissero alla perdita dei loro feti appestati. La gioventù era la stagione della vita più soggetta al pericolo, e le donne venivano meno attaccate dal male che non gli uomini. Ma ogni grado ed ogni professione soggiaceva del pari all'indistinta ferocia della peste, e molti di quelli che ne scampavano, perdevano l'uso della parola, senza aver sicurezza che il malore non tornasse ad assalirli[191]. Zelanti ed abili si mostrarono i medici di Costantinopoli. Ma i cangianti sintomi e la pertinace furia del morbo, inutili facevano gli sforzi dell'arte: gli stessi rimedj producevano effetti contrarj, ed il successo capricciosamente sconvolgeva i loro pronostici di morte o di guarigione. Confusi andarono l'ordine de' funerali e il diritto delle sepolture; quelli che rimanevano senza amici o famiglie, giacevano insepolti per le contrade o nelle desolate lor case; e fu conferita ad un magistrato l'autorità di raccogliere i promiscui mucchi di cadaveri, di trasportarli per terra o per acqua e di sotterrargli dentro fosse profonde scavate fuori del recinto della città. I più viziosi tra gli uomini sentivano destarsi qualche rimorso nell'animo all'aspetto del loro proprio pericolo e della pubblica infelicità. La confidenza della salute ravvivava di bel nuovo le passioni e l'abitudine loro; ma la filosofia dee tenere in non cale l'osservazione di Procopio che le vite di tali uomini fossero guardate da uno special favore della fortuna o della Providenza. Egli si scordava, o forse si sovveniva in segreto che la pestilenza aveva assalito la persona stessa di Giustiniano; ma la rigorosa dieta dell'Imperatore può suggerire, come avvenne di Socrate[192], un più ragionevole ed onorevole motivo del suo risanamento. Durante la malattia del Principe, la pubblica costernazione si manifestò ne' vestimenti de' cittadini; e la trascuranza e lo sgomento loro apportarono una generale carestia nella capitale dell'Oriente. [A. D. 542-594] Inseparabile sintomo della peste è quello di essere appiccaticcia ed atta per mezzo della respirazione degli infetti a trasfondersi nei polmoni e nello stomaco di quelli che ad essi stanno vicini. Nel tempo che i filosofi credono a questo fatto e ne sbigottiscono, è singolare che l'esistenza di un sì reale pericolo venisse negato dal Popolo il più propenso ai vani ed immaginarj terrori[193]. Nondimeno i concittadini di Procopio s'erano persuasi, mediante alcune poche e parziali esperienze, che l'infezione non s'attaccava anche col parlar più d'appresso agli appestati[194]; e questa persuasione giovava a sostenere l'assiduità degli amici e dei medici nella cura degli infermi, che una disumana prudenza avrebbe condannati alla solitudine, ed alla disperazione. Ma tal funesta sicurezza, non altramente, che la predestinazione dei Turchi dovette aumentare i progressi della contagione; e le salutari cautele a cui l'Europa va debitrice della sua salvezza, erano sconosciute al governo di Giustiniano. Non s'impose alcun freno alle frequenti e libere relazioni delle province Romane: dalla Persia fino alla Francia le nazioni erano mescolate ed infettate dalle migrazioni e dalle guerre; ed il pestifero odore che si ricetta per anni interi in una balla di cotone, veniva trasportato per l'abuso del traffico, sino alle più distanti contrade. Il modo con cui propagossi la peste viene spiegato per l'osservazione fatta da Procopio medesimo, che sempre essa spargevasi dal lido del mare nell'interno de' paesi, che le isole e le montagne più segregate dalle altre, successivamente venivano visitate dal morbo, e che i luoghi, sfuggiti al furore del suo primo passaggio, erano esposti al contagio dell'anno seguente. I venti poterono diffondere quel veleno sottile; ma a meno che l'atmosfera sia preventivamente disposta a riceverlo, l'infezione deve ben presto venir meno in tutti i climi freddi o temperati del Globo. Tale si era l'universale corruzione dell'aria, che la pestilenza scoppiata nell'anno decimo quinto di Giustiniano, non fu repressa nè mitigata da veruna differenza delle stagioni. Coll'andar del tempo, la prima sua malignità si diminuì e disperse, il morbo alternativamente languì e rinacque, ma non fu che in capo ad un calamitoso periodo di cinquantadue anni, che l'uman genere ricuperò la sanità di prima, e che l'aria riprese le sue qualità pure e salubri. Non ci rimangono fatti su cui stabilire un computo, od almeno una congettura del numero delle persone che da quella straordinaria mortalità furon tolte al Mondo. Solamente io trovo che durante tre mesi, cinquemila ed in ultimo diecimila persone morivano ogni giorno in Costantinopoli; che molte città dell'Oriente rimasero affatto vuote, e che in molti distretti dell'Italia le messi marcivano sul suolo e la vendemmia sui tralci. Il triplice flagello della guerra, della peste e della fame afflisse i sudditi di Giustiniano, ed il suo Regno è funestamente contrassegnato da una visibile diminuzione della specie umana, danno che in alcune delle più belle contrade del Globo non si è potuto riparare più mai[195]. NOTE: [101] Per le turbolenze dell'Affrica, io non ho, nè desidero di aver altra guida fuorchè Procopio, il qual vide co' proprj occhi i memorabili avvenimenti de' suoi tempi, o ne raccolse colle proprie orecchie il racconto. Nel secondo libro della guerra Vandalica, egli narra la ribellione di Stoza (c. 12-24), il ritorno di Belisario (c. 15), la vittoria di Germano (c. 16, 17, 18), la seconda amministrazione di Salomone (c. 19, 20, 21), il governo di Sergio (c. 22, 23), di Areobindo (c. 24), la tirannia e morte di Gontari (c. 25, 26, 27, 28); nè posso discernere alcun segno di adulazione o di malevolenza nei suoi diversi ritratti. [102] Non posso però ricusargli il merito di pingere, con vivaci colori, l'assassinio di Gontari. Uno degli uccisori manifestò sensi non indegni di un cittadino romano: «Se io fallisco, disse Artasire, il primo colpo, uccidetemi immediatamente, affinchè le torture non abbiano da strapparmi di bocca la confessione de' miei complici». [103] Le guerre contro i Mori sono per occasione introdotte nel racconto di Procopio (-Vandal.- l. II c. 19, 23, 25, 27, 28. -Gothic.- l. IV c. 17); e Teofane aggiunge alcuni avvenimenti, prosperi ed avversi, che si riferiscono agli ultimi anni di Giustiniano. [104] Ora Tibesh nel regno d'Algeri. È bagnata dal fiume Sujerass, che cade nella Mejerda (-Bagradas-). Tibesh è tuttora osservabile per le sue mura di grosse pietre, simili a quelle del Coliseo di Roma, e per una fontana ed un boschetto di castagni: la contrada è fertile, ed i vicini Bereberi sono una guerriera tribù. Si chiarisce da un'iscrizione, che sotto il regno di Adriano, la strada da Cartagine a Tebeste, fu costruita dalla terza legione (Marmoll. -Description de l'Afrique-, tom. II p. 442, 443. Shaw's Travels, p. 64, 65, 66). [105] Procopio, Aneddoti, c. 18. La serie della storia affricana attesta questa malinconica verità. [106] Nel secondo (c. 50) e nel terzo libro (c. 1-40) Procopio continua l'istoria della guerra gotica dal quinto sino al decimoquinto anno di Giustiniano. Siccome gli eventi sono meno importanti che nel primo periodo, il suo racconto occupa metà dello spazio per un tempo del doppio maggiore. Giornande e la Cronica di Marcellino ci somministrano qualche altro lume. Il Sigonio, il Pagi, il Muratori, il Mascou ed il Buat porgono soccorsi di cui ho profittato. [107] Silverio, vescovo di Roma, fu da principio trasportato a Patara, nella Licia, e finalmente fatto morire di fame (-sub eorum custodia inedia confectus-) nell'isola di Palmaria, A. D. 538, mese di giugno (-Liberat. in Breviar.- c. 22. -Anastasius, in Sylverio.- -Baronius.- A. D. 540 n. 2, 3. Pagi, -in Vit. Pont.- Tom. I pag. 285, 286). Procopio (Aneddoti, c. 1) accusa soltanto l'Imperatrice ed Antonina. [108] Palmaria, isoletta che giace dirimpetto a Terracina, ed alla costa dei Volsci (Cluver. -Ital. Antiq.- 1. III c. 7 p. 1024). [109] Siccome il Logoteta Alessandro e la maggior parte de' suoi colleghi civili e militari erano caduti in disgrazia o in disprezzo, l'Autore degli Aneddoti (c. 4, 5, 18) non adopera colori molto più neri che nell'istoria Gotica (l. III c. 1, 3, 4, 9, 20, 21, ecc.). [110] Procopio (l. III c. 2, 8 ecc.) rende giustizia ampia e spontanea al merito di Totila. Gli storici Romani, da Sallustio e Tacito in poi, si compiacevano nel dimenticare i vizj dei loro concittadini, riguardando alle virtù dei Barbari. [111] Procopio, l. III c. 12. L'anima di un eroe è profondamente impressa in questa lettera, nè possiamo noi confondere tali atti genuini ed originali insieme con le elaborate e spesso vuote concioni degli storici Bizantini. [112] Procopio non dissimula l'avarizia di Bessa (l. III c. 17, 20). Questi espiò la perdita di Roma con la gloriosa conquista di Petra (-Goth.- l. IV c. 12): ma gli stessi vizj lo seguitarono dal Tevere al Fasi (c. 13); e l'istorico narra con egual verità i meriti e i difetti del suo carattere. Il castigo che l'autore del romanzo di Belisario ha inflitto all'oppressore di Roma è più conforme alla giustizia che all'istoria. [113] Durante il lungo esilio di Vigilio, e dopo la sua morte, la chiesa romana fu governata dall'arcidiacono, indi Papa (A. C. 555) Pelagio, il quale fu creduto non innocente dei mali sofferti dal suo predecessore. Vedi le vite originali dei Papi sotto il nome di Anastasio (Muratori, -Script. rer. italicarum-, tom. III P. 1 p. 130, 131. il quale narra varj curiosi accidenti degli assedj di Roma e delle guerre d'Italia). [114] Il monte Gargano, ora monte S. Angelo, nel regno di Napoli, si prolunga trecento stadj nel mare adriatico (Strab. l. VI p. 436), e nei secoli tenebrosi fu illustrato dall'apparizione, dai miracoli e dalla chiesa di S. Michele Arcangelo. Orazio, nativo di Apulia o Lucania, avea veduto le querce e gli olmi del Gargano, sbattuti e muggenti per la forza del vento settentrionale che soffiava su quell'alta costa (Carm. II, 9. Epist. II, I, 201). [115] Non posso determinare esattamente la posizione di questo campo di Annibale; ma gli alloggiamenti Punici stettero lungo tempo e spesso nelle vicinanze di Arpi (Tito Livio, XXII, 9, 12; XXIV, 3, ecc.). [116] -Totila..... Romani ingreditur..... ac evertit muros, domos aliquantas igni comburens, ac omnes Romanorum res in praedam accepit, hos ipsos Romanos in Campaniam captivos abduxit. Post quam devastationem, XL aut amplius dies, Roma fuit ita desolata, ut nemo ibi hominum, nisi- (nullae?) -bestiae morarentur- (Marcellin. -in Chron.- p. 54). [117] I Triboli sono ferri con quattro punte, una delle quali si pianta in terra, e le tre altre sorgono verticali od oblique (Procopio, Got. l. III c. 24. Giusto Lipsio, Poliorcete, l. V c. 3). La metafora è tolta dai triboli, pianta che produce frutti spinosi, comune in Italia (Martino, -ad Virgil. Georg.- I, 153, vol. II p. 33). [118] Ruscia, il -Navale Thuriorum-, fu trasferita in distanza di sessanta stadj a Ruscianum, Rossano, arcivescovato senza suffraganei. La repubblica di Sibari è ora una terra del duca di Corigliano (Riedesel, viaggi nella Magna Grecia e nella Sicilia, p. 166-171). [119] Questa cospirazione vien riferita da Procopio (-Goth.-, l. III c. 31, 32) con tal ingenuità e candore, che la libertà degli Aneddoti non gli porge più nulla da aggiungere. [120] Gli onori di Belisario sono con piacere rammemorati dal suo segretario (Procopio, -Goth.- l. III c. 35; l. IV c. 21). Il titolo di Στρατηγος è mal tradotto, almeno in questa occasione, col -praefectus praetorio-; e trattandosi di una carica militare, sarebbe meglio dire -magister militum- (Ducange, -Gloss. Graec.- p. 1458, 1459). [121] Alemanno (-ad Hist. Arcan.- p. 68), Ducange (-Familiae Byzant.- p. 98) ed Eineccio (-Hist. juris civilis-, p. 434) rappresentano tutti tre Anastasio come figlio della figlia di Teodora; e l'opinione loro saldamente si appoggia sulla chiarissima testimonianza di Procopio (Aneddoti, c. 4, 5, θυγατριδω, due volte ripetuto). Tuttavia io farò notare, 1. che nell'anno 547, Teodora poteva difficilmente avere un nipote giunto alla pubertà; 2. che noi siamo affatto al bujo di questa figlia e del suo marito; 3. che Teodora nascondeva i suoi bastardi, e che il suo nipote dal lato di Giustiniano sarebbe stato l'erede presuntivo dell'Impero. [122] Gli αμαρτηματα, od errori dell'eroe in Italia e dopo il suo ritorno, sono manifestati απαρακαλυωτως, e più probabilmente ingrossati dall'autore degli Aneddoti (c. 4, 5). I disegni di Antonina erano favoriti dalla fluttuante giurisprudenza di Giustiniano: sopra la legge del matrimonio e del divorzio quest'Imperatore era -trocho versatilior- (Eineccio, -Elem. juris civilis ad ordinem Pandect.- P. IV n. 233). [123] I Romani erano tuttora affezionati ai monumenti dei loro maggiori; e secondo Procopio (Got. l. IV c. 22) la galera di Enea, di un solo ordine di remi, larga 25 piedi, e lunga 120, conservavasi intera nel -Navalia- presso il Monte Testaceo, ai piedi dell'Aventino (Nardini, Roma antica, l. VII c. 9 p. 466. Donato, Roma antica, l. IV c. 13 p. 334). Ma tutti gli autori antichi nulla dicono di questa reliquia. [124] In que' mari, Procopio cercò invano l'isola di Calipso. In Feacea o Corcira, gli fu mostrata la nave impietrita di Ulisse (-Odyss.- XIII, 163); ma egli trovò che era una fabbrica recente, composta di molte pietre, e dedicata da un mercatante a Giove Cassio (l. IV c. 22). Eustazio aveva supposto che fosse la fantastica rassomiglianza di una rupe. [125] Il Danville (-Mem. de l'Acad.- tom. XXXII p. 513-528) illustra il golfo di Ambracia; ma non può determinare la situazione di Dodona. Un paese che giace in vista della Italia è men conosciuto che i deserti dell'America. [126] Vedi gli atti di Germano nell'istoria pubblica (Vandal. l. II c. 16, 17, 18. Got. l. III c. 31, 32) e nell'istoria segreta (Aneddoti, c. 5); e quelli di suo figlio Giustino, in Agatia (l. IV p. 130, 131). Non ostante un'espressione ambigua di Giornande, -fratri suo-, Alemanno ha trovato che egli era figlio del fratello dell'Imperatore. [127] -Conjuncta Aniciorum gens cum Amala stirpe, spem adhuc utriusque generis promittit- (Giornande, c. 60 p. 703). Egli scrisse in Ravenna prima della morte di Totila. 1 . 2 ' ; 3 ' , 4 5 ' . 6 ' . 7 , ' : 8 9 , 10 , ' 11 , 12 . , 13 , 14 , , 15 ' 16 [ ] . ; 17 ' , 18 , 19 [ ] [ ] . 20 ' . 21 . « » 22 « » ? « ' , 23 » : , , 24 , 25 . 26 , . 27 ; , 28 , , 29 , , 30 ' . ' 31 ' , ' , 32 , 33 ' 34 , ' , , 35 . 36 ' , 37 , 38 39 ' . 40 ' , 41 , , 42 , . 43 ; ' 44 ' ' . , 45 , 46 ' ; ' 47 : ' : 48 , ' , 49 ; , , 50 51 . , , 52 , 53 . 54 , 55 . , 56 , 57 . 58 , 59 , 60 . 61 , ; , 62 , 63 ' . 64 , 65 , ' , , 66 , 67 . , 68 . 69 ' : « ' , » 70 , . 71 ; 72 , 73 . 74 ; 75 76 . , 77 , ' , 78 [ ] . 79 80 , ' ' 81 , [ ] 82 , . 83 : 84 . 85 ' 86 , . 87 ; 88 ' , 89 ' ; 90 . ' 91 92 , 93 . , 94 , 95 ; , 96 , , 97 [ ] . 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