accordo di alleanza e di spartimento. Sarbar, Generale della terza
armata, penetrò per le province dell'Asia fino al ben noto campo di
Calcidonia, e si divertì nel distruggere gli edifizi sacri e profani de'
sobborghi Asiatici di Costantinopoli, intanto che con impazienza
aspettava l'arrivo de' Sciti suoi amici sull'opposta riva del Bosforo.
Ai ventinove di giugno, trentamila Barbari, vanguardia degli Avari,
sforzarono la lunga muraglia, e cacciarono nella capitale una promiscua
folla di agricoltori, di cittadini e di soldati. Il Cacano, alla testa
di ottantamila uomini[574], composti di Avari, suoi sudditi naturali, di
Gepidi, di Russi, di Bulgari e di Schiavoni suoi vassalli, spiegò poscia
il suo stendardo; si consumò un mese in marce od in trattative, ma il dì
trentuno di luglio tutta la città fu investita dai sobborghi di Pera e
di Calata, fino allo Blacherne ed alle sette Torri; e gli abitanti
osservarono con terrore i fiammeggianti segnali della costa Europea e
dell'Asiatica. In que' frangenti i magistrati di Costantinopoli
iteratamente cercarono di comperare la ritirata del Cacano; ma ributtati
ed insultati furono i lor messaggeri; ed egli permise che i Patrizi
stessero in piè dinanzi al suo trono, mentre gl'inviati Persiani, in
vestimenta di seta, erano assisi al suo fianco: «Voi scorgete», disse
l'altero Barbaro, «le prove della mia perfetta unione col Gran Re: ed il
suo luogotenente è pronto a mandar nel mio campo un'eletta schiera di
tremila guerrieri. Non allettate più a lungo la presunzione di tentare
il vostro Signore coll'offerta di un riscatto parziale e non adeguato:
le vostre ricchezze e la vostra città sono i soli presenti degni d'esser
accettati da me. Quanto a voi, io permetterò che partiate con una
sottoveste ed una camicia, ed invitato da me, il mio amico Sarbar non vi
ricuserà il passo a traverso delle sue file. Il vostro Principe assente,
ora prigioniero o fuggiasco, ha abbandonato Costantinopoli al suo
destino; nè voi potete fuggire dalle armi degli Avari e de' Persiani, a
meno che poggiaste per l'aria a guisa di uccelli, o che a guisa di pesci
sapeste tuffarvi nell'acque»[575]. Per dieci giorni consecutivi, la
capitale fu assaltata dagli Avari, i quali avean fatto qualche
avanzamento nell'arte di attaccare le piazze; s'innoltravano essi a
scavare o batter le mura, sotto il coperto dell'impenetrabil testuggine;
le macchine loro lanciavano una continua salva di pietre e di dardi; e
dodici eminenti torri di legno sollevavano i combattenti all'altezza de'
vicini bastioni. Ma il Senato ed il Popolo erano animati dallo spirito
di Eraclio, il quale avea distaccato in loro soccorso un corpo di
dodicimila corazzieri; tutti gli spedienti del fuoco e della meccanica
furono con grandissim'arte e successo posti in opera per la difesa di
Costantinopoli, mentre le galee, a due o tre ordini di remi, dominavano
il Bosforo, e rendevano i Persiani oziosi spettatori della disfatta de'
loro alleati. Gli Avari tornaron respinti; una flotta di barche
Schiavone fu distrutta nel porto; i vassalli del Cacano minacciavano di
disertare; le sue provvigioni erano in fondo, e poi ch'ebbe posto a
fuoco le macchine, egli diede il segnale di una lenta e formidabil
partenza. La devozione de' Romani attribuì questa memorabil liberazione
alla vergine Maria; ma la madre di Cristo avrebbe sicuramente condannato
l'inumana uccisione degli inviati Persiani, i quali aveano ogni titolo
ai diritti dell'umanità, quand'anche non fossero stati protetti dalle
leggi delle nazioni[576].
Dopo aver diviso il suo esercito, Eraclio prudentemente ritirossi alle
rive del Fasi, d'onde sostenne una guerra difensiva contro le
cinquantamila lance d'oro della Persia. Tolto ei fu d'ansietà per la
notizia della liberazione di Costantinopoli; si confermarono le sue
speranze mediante una vittoria di suo fratello Teodoro; ed alla lega
ostile di Cosroe cogli Avari, l'Imperator Romano, oppose l'utile ed
onorevole alleanza co' Turchi. Secondando il liberale suo invito, l'orda
de' Cozari[577] trasportò le sue tende dalle pianure del Volga al monte
della Georgia, Eraclio gli accolse in vicinanza di Teflis, ed il Kan
Ziebel co' suoi Nobili smontò di cavallo, se possiam dar fede ai Greci,
e cadde prosteso al suolo, ad adorar la porpora del Cesare. Tal
volontario omaggio e sì importante aiuto meritavano il più vivo
contraccambio; e l'Imperatore, levandosi il proprio diadema, lo pose sul
capo del Principe Turco, ch'egli salutò con tenero amplesso e col nome
di figlio. Al fine di un sontuoso banchetto, egli fece regalo a Ziebel
de' vasi, degli ornamenti, dell'oro, delle gemme e della seta che aveano
servito all'uso della mensa Imperiale, e di propria mano distribuì
ricchi gioielli ed orecchini a' suoi nuovi alleati. In un secreto
colloquio, egli trasse fuori il ritratto della sua figlia Eudossia[578],
condiscese a lusingare il Barbaro colla promessa di una bella ed
-augusta- sposa, ottenne un immediato soccorso di quarantamila cavalli,
e negoziò una potente diversione delle armi Turche dal lato
dell'Oso[579]. I Persiani, a lor volta, si ritirarono a precipizio:
Eraclio passò a rassegna, nel campo di Edessa, un esercito di
settantamila Romani e stranieri, ed impiegò qualche mese con buon
successo a riprendere le città della Siria, della Mesopotamia o
dell'Armenia, le cui fortificazioni imperfettamente erano state
racconce. Sarban teneva tuttora l'importante posizione di Calcedonia; ma
la diffidenza di Cosroe, o l'artifizio di Eraclio non tardò ad alienar
l'animo di quel possente Satrapo dal servizio del suo Re e del suo
paese. Fu intercettato un messaggio apportatore di un reale o finto
ordine al -Cadarigan- ossia secondo nel comando, che gl'imponeva di
spedire, senza indugio, al trono la testa del colpevole o sfortunato
Generale. I dispacci vennero trasmessi allo stesso Sarbar, il quale come
ebbe letto la sentenza della propria morte, destramente v'inserì il nome
di quattrocento ufficiali, poi adunò un consiglio militare, e chiese al
-Cadarigan-, s'era disposto ad eseguire i comandi del loro tiranno? I
Persiani dichiararono con voce concorde, che Cosroe era scaduto dal
trono; si conchiuse un separato accordo col governatore di
Costantinopoli; e se qualche considerazione di onore o di politica
rattenne Sarbar dall'unirsi alle bandiere di Eraclio, l'Imperatore
n'ebbe però la sicurezza che egli potea proseguire, senza
interrompimento, i suoi disegni di vittoria e di pace.
[A. D. 627]
Privo del suo più fermo appoggio, e dubbioso intorno alla fedeltà de'
suoi sudditi, Cosroe mostrò che luminosa era la sua grandezza, anche in
mezzo della rovina. Può interpretarsi come una metafora Orientale il
numero di cinquecentomila usato per descrivere gli uomini o le armi, i
cavalli e gli elefanti che coprirono la Media e l'Assiria contro
l'invasione di Eraclio. Con tuttociò i Romani animosamente si avanzarono
dall'Arasse al Tigri, e la timida prudenza di Razate contentossi di
tenere lor dietro con forzate mosse per un desolato paese, sintantochè
ricevette uno speciale comando di avventurare il fatto della Persia in
una decisiva battaglia. All'Oriente del Tigri, ed in capo al ponte di
Mosul, sorgeva la gran Ninive[580] ne' tempi antichi: la città e le sue
stesse rovine erano da lungo tempo scomparse[581]; lo spazio vacante
offriva un vasto campo alle operazioni de' due eserciti. Ma queste
operazioni furon neglette da' Bizantini scrittori, ed essi, come gli
autori di un'epopea o di un romanzo, attribuiscono la vittoria non alla
condotta militare, ma al valore individuale del loro eroe prediletto. In
quel memorabil giorno, Eraclio, sul suo cavallo Fallante, superò
nell'intrepidezza i guerrieri più intrepidi: traforato gli fu un labbro
da un'asta, il cavallo fu piagato in una coscia; ma esso portò il suo
Signore salvo e vittorioso a traverso la triplice falange de' Barbari.
Nel fervor della mischia, tre prodi Capi successivamente caddero spenti
dalla spada e dalla lancia dell'Imperatore; tra questi fuvvi Razate
istesso: egli morì da soldato, ma l'aspetto della sua testa, staccata
dal busto e portata in trionfo sparse il dolore e la disperazione per le
disanimate file de' Persiani. La sua armatura d'oro puro e massiccio, lo
scudo di cento e venti falde, la spada e il fermaglio, la sella e la
corazza, adornarono il trionfo di Eraclio; e se non si fosse serbato
fedele a Cristo ed alla sua Madre, il campione di Roma avrebbe potuto
offrire la quarta parte delle spoglie opime al Giove del
Campidoglio[582]. Nella battaglia di Ninive, che fieramente fu
combattuta, dal romper del giorno sino all'ora undecima, i Persiani
perderono ventotto Stendardi, oltre quelli che andarono a brani; la
maggior parte del loro esercito fu tagliata a pezzi, ed i vincitori,
nascondendo la propria perdita, passarono la notte sul campo. Essi
confessarono che in quest'occasione riuscì loro meno difficile uccidere
che sconfiggere i soldati di Cosroe. In mezzo a' cadaveri de' loro
commilitoni, e non più di due tiri d'arco lungi dall'inimico, l'avanzo
della cavalleria Persiana tenne saldo fino all'ora settima della notte.
Intorno all'ora ottava, essi ritiraronsi nell'intatto lor campo,
raccolsero il lor bagaglio, e si dispersero da tutte le bande, più per
mancanza di ordini che di ardire. Non meno mirabile fu la diligenza di
Eraclio nell'usare della vittoria. Mediante una marcia di quarant'otto
miglia in ventiquattr'ore, la sua vanguardia occupò i ponti del grande e
del piccolo Zab; e le città ed i palagi dell'Assiria si dischiusero per
la prima volta ai Romani. Per una continuata gradazione di magnifiche
scene, essi penetrarono fino nella sede reale di Dastagerda, e tuttochè
gran parte del tesoro ne fosse stata rimossa, e molta consumata in
ispese, tuttavia pare che le ricchezze restatevi eccedessero le speranze
dell'esercito Romano, ed anche ne satollassero l'avarizia. Essi diedero
alle fiamme tutto ciò che portar via non poteasi, a tal che Cosroe dovè
sentire l'angoscia di quelle ferite, con cui sì spesso avea lacerato le
province dell'Impero; e la giustizia avrebbe potuto porgere una scusa,
se confinata si fosse la depredazione alle opere del lusso regale, e se
l'odio nazionale, la militar licenza e lo zelo di religione non avessero
con egual rabbia devastato le abitazioni ed i templi de' sudditi
innocenti. La ricuperazione di trecento stendardi Romani, e la
liberazione de' numerosi prigionieri di Edessa e di Alessandria,
riflettono una gloria più pura sulle armi di Eraclio. Dal palazzo di
Dastagerda egli continuò la sua marcia sino alla distanza di poche
miglia da Modain o Ctesifonte, sinchè fu arrestato, sulle rive
dell'Arba, dalla difficoltà del passaggio, dal rigore della stagione, e
forse dalla celebrità di un'inespugnabile capitale. Il ritorno
dell'Imperatore vien segnato dal nome moderno di Sherhzour;
fortunatamente egli passò il monte Zara, prima della neve, che cadde per
trentaquattro giorni continui; ed i cittadini di Gandzaca o Tauride,
furono astretti a mantenere con ospitali accoglienze i soldati di
Eraclio coi loro cavalli[583].
[A. D. 627]
Dappoi che l'ambizione di Cosroe fu ridotta a difendere l'ereditario suo
regno, l'amor della gloria, anzi il senso della vergogna dovea trarlo ad
affrontare il suo rivale nel campo. Alla battaglia di Ninive, il suo
coraggio avrebbe dovuto insegnare ai Persiani come si vince, ovvero
cadere con onore sotto la lancia dell'Imperatore Romano. Il successore
di Ciro prescelse di aspettare, in sicura distanza, l'evento; di raunare
le reliquie della disfatta, e di ritirarsi a misurati passi innanzi il
marciare di Eraclio, insino a che mirò con sospiro le sedi una volta sì
amate di Dastagerda. I suoi amici e nemici credevano del pari che Cosroe
intendesse di seppellire se stesso sotto le rovine della città e della
reggia: e siccome tanto questi che quelli si sarebbero opposti alla sua
fuga, il Monarca dell'Asia, insieme con Sira, e tre concubine, fuggì per
un pertugio di muro, nove giorni prima che i Romani arrivassero. La
lenta e magnifica processione con che il monarca Persiano solea
mostrarsi alla turba prostrata, cangiossi allora in un rapido viaggio
secreto; e la prima sera egli alloggiò nella capanna di un bifolco, il
cui umile uscio appena poteva dar accesso al Gran Re[584]. La sua
superstizione fu vinta dal timore; egli entrò, dopo tre giorni, con
gioia nelle fortificazioni di Ctesifonte: nè tuttavia si reputò ben
securo finchè non ebbe opposto la corrente del Tigri alle incalzanti
armi Romane. La scoperta della sua fuga ingombrò di terrore e di tumulto
la reggia, la città ed il campo di Dastagerda: i Satrapi esitarono se
dovessero più temere del loro sovrano o del nemico, e le donne del suo
Serraglio rimasero stupefatte e dilettate all'aspetto di volti umani,
sinchè il geloso marito di tremila mogli le confinò di bel nuovo in un
più distante castello. Per suo comando, l'esercito di Dastagerda si
ritirò in un nuovo campo: coperta n'era la fronte dall'Arba e da una
linea di ducento elefanti; le truppe delle più distanti province
successivamente arrivarono, e si arruolarono i più vili servi del Re e
de' Satrapi per l'estrema difesa del trono. Era tuttora in potere di
Cosroe l'ottenere una ragionevol pace; ed iteratamente egli fu spinto
dai messi di Eraclio a risparmiare il sangue de' suoi sudditi, ed a
sollevare un conquistatore umano dal penoso dovere di portare il ferro e
il fuoco per le più belle contrade dell'Asia. Ma l'orgoglio del Re di
Persia non s'era ancora abbassato al livello della sua fortuna. Egli
attinse una momentanea fidanza dalla ritirata dell'Imperatore; pianse
con impotente rabbia sopra la rovina de' suoi palazzi Assiri, ed ebbe
per troppo tempo in non cale il crescente mormorare della nazione, la
quale lagnavasi che le vite e le sostanze di tutti venissero immolate
all'ostinazione di un solo vecchiardo. Questo disavventurato vecchio era
tormentato egli stesso dalle più pungenti pene della mente e del corpo;
e, consapevole della sua prossima fine, deliberò di porre la tiara sul
capo di Merdaza, il più diletto de' suoi figliuoli. Ma il volere di
Cosroe non era più ormai tenuto in rispetto; e Siroe che vantava il
grado ed il merito della sua madre Sina, avea cospirato co' malcontenti
per sostenere ed anticipare i diritti della primogenitura[585]. Ventidue
Satrapi, che prendevano il nome di amici della patria, si lasciarono
adescare dall'opulenza e dagli onori di un nuovo regno; ai soldati
l'erede di Cosroe promise un accrescimento di soldo; ai Cristiani
promise il libero esercizio della lor religione; ai prigionieri, libertà
e mercede; ed alla nazione, una subita pace e la diminuzione delle
imposte. Si determinò da' cospiratori che Siroe, colle insegne della
dignità reale, comparirebbe nel campo; e che se l'impresa andasse a
male, gli sarebbe aperto uno scampo alla corte Imperiale. Ma da unanimi
acclamazioni fu salutato il novello Monarca; la fuga di Cosroe (e dove
sarebbe egli fuggito?) venne duramente impedita; diciotto suoi figliuoli
gli furono trucidati in faccia, e cacciato fu egli dentro una segreta,
dove spirò al quinto giorno. I Greci ed i Persiani moderni minutamente
descrivono il modo con che Cosroe fu vilipeso, affamato, straziato con
tormenti, per comando dell'inumano suo figlio, il quale avanzò d'assai
l'esempio del genitore. Ma al tempo della morte di Cosroe, qual lingua
avrebbe riferito l'istoria del parricidio? Qual occhio potea penetrare
nella -torre dell'oscurità-? Secondo la fede e la misericordia dei
Cristiani suoi inimici, egli affondò senza speranza in un abisso più
cupo[586], nè vuol negarsi che i tiranni di ogni età e di ogni setta
meritano sopra di tutti quelle infernali dimore. La gloria della casa di
Sassan finì colla vita di Cosroe: lo snaturato suo figlio non godè che
per otto mesi il frutto de' suoi delitti; e nello spazio di quattro
anni, il titolo reale fu assunto da nove candidati, i quali si
contesero colla spada o col pugnale, i frammenti di un'esausta
monarchia. Ogni provincia ed ogni città della Persia divenne il teatro
dell'indipendenza, della discordia, e del sangue; e lo stato di anarchia
prevalse per circa ott'anni ancora, sinchè attutate le fazioni vennero
ridotte al silenzio e riunite sotto il comune giogo de' Califfi
arabi[587].
[A. D. 628]
Tosto che praticabile fu la strada de' monti, l'Imperatore ricevè la
gradita notizia del buon successo della cospirazione, della morte di
Cosroe, e dell'innalzamento del suo figlio maggiore al trono di Persia.
Gli autori della rivoluzione, bramosi di far pompa de' loro meriti nella
Corte o nel campo di Tauride precedettero gli ambasciatori di Siroe, i
quali consegnarono le lettere del loro signore al suo -fratello-,
l'Imperator de' Romani[588]. A norma del linguaggio usato dagli
usurpatori di tutti i secoli, egli imputa alla Divinità i suoi propri
misfatti; e, senza degradare la sua regal maestà, offre di riconciliare
la lunga discordia delle due nazioni, mediante un trattato di pace e di
alleanza, più perenne del ferro e del bronzo. Le condizioni dell'accordo
vennero definite con facilità, e con fedeltà eseguite. Nel ricovrare gli
stendardi ed i prigionieri, caduti in mano a' Persiani, l'Imperatore
imitò l'esempio di Augusto; la cura avuta da ambidue della nazional
dignità, fu celebrata da' poeti del lor tempo: ma si può misurare la
decadenza dell'ingegno dalla distanza che corre tra Orazio e Giorgio di
Pisidia. I sudditi e confratelli di Eraclio furono redenti dalla
persecuzione, dalla schiavitù e dall'esilio; ma in luogo delle aquile
Romane, le calde dimande del successore di Costantino si fecero
restituire il vero legno della Santa Croce. Il vincitore non ambiva di
estendere la' debolezza dall'Impero; il figlio di Cosroe abbandonò senza
rammarico le conquiste del padre; i Persiani che sgomberarono le città
della Siria e dell'Egitto, furono onorevolmente condotti alla frontiera,
ed una guerra che avea intaccato le parti vitali delle due monarchie non
partorì alcun cangiamento nella loro situazione relativa ed esterna. Il
ritorno di Eraclio da Tauride a Costantinopoli, fu un trionfo perpetuo;
e dopo le imprese di sei gloriose campagne, egli pacificamente godè il
sabbato delle sue fatiche. Il Senato, il Clero ed il Popolo andarono
all'incontro dell'eroe lungamente aspettato, spargendo lagrime, alzando
applausi, portando rami d'olivo ed innumerevoli fiaccole. Egli entrò
nella capitale in un cocchio tirato da quattro elefanti; e tosto che
l'Imperatore potè sbrigarsi dal tumulto della pubblica gioia, egli
assaporò un più verace contento negli abbracciamenti della sua madre e
del suo figliuolo[589].
L'anno seguente fu illustrato da un trionfo di genere assai diverso, la
restituzione della vera Croce al Santo sepolcro. Eraclio fece in persona
il pellegrinaggio di Gerusalemme; si verificò dal prudente Patriarca
l'identità della reliquia[590], ed in commemorazione di quest'augusta
cerimonia s'instituì l'annua festa dell'Esaltazione della Croce. Prima
che l'Imperatore si avventurasse a porre il piede sul sacro terreno, fu
avvisato di spogliarsi del diadema e della porpora, pompe e vanità del
mondo: ma, secondo il giudizio del suo clero, la persecuzione degli
Ebrei era molto più facile a conciliarsi co' precetti del Vangelo. Egli
salì nuovamente sul trono a ricevere le congratulazioni degli
ambasciatori della Francia e dell'India: e la fama di Mosè, di
Alessandro e di Ercole[591] fu ecclissata nel popolare concetto dal
merito preminente e dalla gloria del grande Eraclio. Ma il liberatore
dell'Oriente era povero e debole. La più preziosa parte delle spoglie
Persiane erasi spesa nella guerra, o distribuita ai soldati o sommersa,
per una sciagurata tempesta, nei flutti dell'Eussino. Oppressa era la
coscienza dell'Imperatore dall'obbligo di restituire le ricchezze del
Clero, che tolto egli avea in prestito per difenderlo: si richiedeva un
fondo perpetuo per soddisfare quegli inesorabili creditori; le province,
già devastate dalle armi e dall'avarizia de' Persiani, furono costrette
a pagare per la seconda volta gli stessi tributi: ed il residuo debito
di un semplice cittadino, il tesoriere di Damasco, fu commutato in una
multa di centomila monete d'oro. La perdita di duecentomila soldati[592]
che la spada avea spenti, fu di meno importanza che il decadimento delle
arti, dell'agricoltura e della popolazione, in questa guerra lunga e
distruggitrice: e quantunque un vittorioso esercito si fosse formato
sotto lo stendardo di Eraclio, pure sembra che lo sforzo non naturale
esaurisse anzi che esercitasse le forze dell'Impero. Nel tempo che
l'Imperatore trionfava in Costantinopoli od in Gerusalemme, un'oscura
città sui confini della Siria veniva posta a sacco dai Saraceni; ed essi
fecero a brani alcune truppe che mossero a soccorrerla, accidente
ordinario e di nessun momento, se non fosse stato il preludio di una
grandissima rivoluzione. Que' predatori erano gli apostoli di Maometto:
il fanatico loro valore era sbucato fuor dal deserto: e negli ultimi
otto anni del regno di Eraclio l'Imperatore perde, rapite dagli Arabi,
quelle medesime province ch'egli avea ritolte ai Persiani.
NOTE:
[480] -Missis qui..... reposcerent..... veteres Persarum ac Macedonum
terminos, seque invasurum possessa Cyro et post Alexandro, per
vaniloquentiam ac minas jaciebat- (Tacito, Annali, VI, 31) Tale era il
linguaggio degli Arsacidi. In parecchi luoghi ho ricordato le alte
pretensioni dei Sassanidi.
[481] Vedi le ambascierie di Menandro, ostruite e raccolte nell'undecimo
secolo d'ordine di Costantino Porfirogenito.
[482] La generale independenza degli Arabi, che non si può ammettere
senza molte restrizioni, vien ciecamente difesa in una particolare
Dissertazione dagli autori dell'Istoria universale, (t. XX p. 196-250).
Essi suppongono che un continuo miracolo abbia conservata la profezia in
favore de' figli d'Ismaele; e questi devoti eruditi non hanno verun
timore di compromettere la verità del Cristianesimo, appoggiandola su di
una base tanto fragile e pericolosa.
[483] D'Herbelot, Bibliot. Orient. p. 477; Pocock, -Specimen Hist.
Arabum-, p. 64, 65. Il Padre Pagi (Critica, t. II p. 646) ha dimostrato
che dopo dieci anni di pace, la guerra che aveva durato venti anni,
ricominciò A. D. 571. Maometto era nato A. D. 569, l'anno dell'elefante
o della disfatta di Abrahah (Gagnier, -Vie de Mahomet-, t. I p. 89, 90,
98); e secondo questo calcolo, due anni furono spesi nella conquista
dell'Yemen.
[484] Pompeo avea vinto gli Albani che gli si erano fatti incontro in
numero di dodicimila cavalieri, e di sessantamila fanti; ma la sua
marcia fu arrestata dalla comune opinione, che in quel paese si trovasse
una quantità di rettili velenosi, l'esistenza de' quali è tuttora molto
dubbiosa, come quella delle Amazzoni, che si collocavano in que'
contorni (Plutarco, Vita di Pompeo, t. II p. 1165, 1166).
[485] Negli Annali dell'Istoria io non ritrovo che due flotte comparse
sul mar Caspio: 1. quella de' Macedoni, quando Patroclo, ammiraglio di
Seleuco e di Antioco, Re di Siria, giunse dalle frontiere dell'India,
dopo d'aver disceso un fiume che è probabilmente l'Oxo (Plinio, -Hist.
nat.- VI, 21): 2. quella de' Russi quando Pietro il Grande condusse una
flotta ed un esercito dai contorni di Mosca alla costa della Persia
(Bell's -Travels-, vol. II p. 325-352). Egli con ragione osserva che mai
non s'era spiegata una simile pompa marziale sul Volga.
[486] Sulle guerre Persiane, e sui trattati con quella nazione, vedi
Menandro, in -Excerpt. legat.- p. 113-125; Teofane di Bisanzio, -apud-
Photium, Cod. 64 p. 77, 80, 81; Evagrio, l. V c. 7-15; Teofilatto, l.
III c. 9-16; Agatia, l. IV p. 140.
[487] In quanto al suo carattere ed alla sua situazione Buzurg-Mihir può
esser riguardato come il Seneca dell'Oriente. Le sue virtù e forse i
suoi difetti, sono molto meno conosciuti di quelli del filosofo Romano,
che sembra essere stato assai più loquace. Fu appunto Buzurg che apportò
dalle Indie il giuoco degli Scacchi, e le Favole di Pilpay. Lo splendore
della sua saggezza e delle sue virtù fu tale che i Cristiani pretendono
che seguisse il Vangelo, ed è venerato dai Mussulmani per aver
anticipatamente abbracciato la dottrina del gran Profeta. (D'Herbelot,
-Bibl. Orient.-, p. 218).
[488] Vedi questa imitazione di Scipione in Teofilatto, l. I. c. 14, e
nel 1. II, c. 3, egli parla dell'immagine di Gesù Cristo. Più sotto e
molto distesamente tratterò delle immagini dei Cristiani; ho creduto
dire degli -idoli-. Questo, se non m'inganno fu il più antico
αχειροποιμτος, delle manifatture celesti, ma ne' successivi dieci
secoli, molti n'escirono dalla stessa fabbrica.
[489] Nel libro apocrifo di Tobia vien citato Ragae o Rei, come già in
florido stato, sette secoli avanti Gesù Cristo, sotto l'impero degli
Assirj. I Macedoni ed i Parti successivamente abbellironla sotto gli
stranieri nomi di Europo e di Arsacia. Questa città era situata
cinquecento stadj al Mezzogiorno delle porte Caspie (Strabone l. XI, p.
196). Quanto si riferisce intorno alla sua grandezza ed alla sua
popolazione nel nono secolo è assolutamente incredibile: del resto essa
venne posteriormente ruinata dalle guerre e dall'insalubrità
dell'Atmosfera. (Chardin, -Voyage en Perse-, t. 1, p. 279, 280;
d'Herbelot, -Bibliot. orient.- p. 714).
[490] Teofilatto, l. III, c. 18. Nel suo terzo libro Erodoto parla de'
sette Persiani che furono i Capi di queste sette famiglie. Spesso si
tratta de' loro nobili discendenti, e specialmente ne' frammenti di
Ctesia. Ad ogni modo l'indipendenza di Otanes (Erodoto, l. III, c. 83,
84) ripugna allo spirito del dispotismo, nè sembra verisimile che le
Sette Famiglie abbiano sopravvissuto alle rivoluzioni di undici Secoli;
tuttavia esse poterono venir rappresentate, dai sette ministri (Brisson,
-De regno Pers.-, l. 1, p. 190), ed alcuni nobili Persiani, come i Re
del Ponto (Polibio, l. V, p. 540) e della Cappadocia (Diodoro di
Sicilia, l. XXXI, t. II, p. 517) potevano dirsi discesi dai prodi
compagni di Dario.
[491] Vedi un'esatta descrizione di questa montagna scritta da Oleario
(-Voyage en Perse-, p. 997, 998) che la salì con molta difficoltà e
pericolo, ritornando da Ispahan al mar Caspio.
[492] Gli Orientali suppongono che Bahram abbia convocato questa
assemblea, e proclamato Cosroe; ma in questo luogo Teofilatto è più
chiaro e più degno di fede.
[493] Ecco le parole di Teofilatto (l. IV, c. 7): Βαραμ φιλος τοις
θεοις, νικητης επιφανης, τυραννων εθχρος, σατραπης μεγισανων, της
Περσικης αρχων δυναμεως, etc. -Baram caro agli Dei, vincitore
esimio, nemico de' tiranni, satrapa supremo, capitano delle forze
Persiane, ec.- Nella sua risposta, Cosroe si qualifica di τη νοκτι
χαριζομενος ομματα.... ο τους Ασωνας (i genii) μισθουμενος -d'uno che
fa grazia alla notte col guardarla...... che tiene al servigio gli
Asoni- (i genii). È lo stile Orientale in tutta la sua pompa.
[494] Teofilatto (l. IV c. 7) imputa la morte di Hormus al suo figlio,
dicendo, se gli si deve prestar fede, che spirò sotto i colpi del
bastone d'ordine suo. Ho preferito di appigliarmi a quanto ne dicono
Condemirio ed Eutichio; sono sempre inclinato ad adottare i testimonii
più temperati, massime quando si tratti di scemare l'orrore e l'atrocità
d'un parricidio.
[495] Nel poema di Lucano (l. VIII, 256, 455) si osserva che Pompeo,
dopo la battaglia di Farsaglia, mette in campo una disputa dell'istessa
natura. Pompeo voleva ricoverarsi fra i Parti; ma i compagni de' suoi
disastri avevano in orrore una simile alleanza fuor di natura; e non è
difficile che un eguale principio fosse con altrettanta forza impresso
nell'animo di Cosroe e de' suoi commilitoni, che potevano dipingersi con
egual veemenza il contrasto delle leggi, della religione e dei costumi
che l'Oriente affatto separano dall'Occidente.
[496] Tre Generali tutti col nome di -Narsete- incontransi in questo
secolo, e spesso venner confusi, (Pagi, -Critica-, t. II, p. 460). Un
Persarmeno, fratello d'Isacco e d'Armazio che dopo un avventuroso
combattimento contro Belisario, disertò dalle bandiere del Re di Persia,
suo sovrano, ed andò a servir dopo nelle guerre d'Italia; 2. l'Eunuco
conquistatore dell'Italia; 3. quello che ristabilì Cosroe sul trono e
nel poema di Corippo vien portato alle stelle (l. III, 220-227), come
-excelsus super omnia vertice agmina.... habitu modestus.... morum
probitate placens, virtute verendus, fulmineus, cautus, vigilans- etc.
[497] -Experimentis cognitum est Barbaros malle Roma petere reges quam
habere.- È ammirabile il quadro che fa Tacito dell'invito e
dell'espulsione di Vonone (-Ann.-, II, 1-3), di Tiridate (-Ann.- XI, 10,
XII, 10-14) e di Meerdate (-Ann.- XI, 10, XII, 10-14). Leggendolo è
forza dire che l'occhio del suo genio pare aver penetrato tutti i più
reconditi segreti del campo dei Parti e delle mura dell'Harem.
[498] Si pretende che Sergio e Bacco suo compagno abbiano conseguito la
corona del martirio nel tempo della persecuzione di Massimiano. In
Francia, in Italia, a Costantinopoli e per tutto l'Oriente gli vennero
resi gli onori divini. Tanto era celebre il loro sepolcro pei miracoli,
che alla città che lo possedeva venne commutato il nome di Rasafa in
quello di Sergiopoli. (Tillemont, -Mém. eccles.- t. V, p. 491-496;
Butler's -Saints-, vol. X, p. 155).
[499] Evagrio (l. VI, c. 21) e Teofilatto Simocatta (l. V, c. 13, 14) ci
hanno conservato e tramandato le lettere originali di Cosroe scritte in
greco, sottoscritte di suo pugno, e successivamente inscritte su croci e
tavole d'oro, deposte nella Chiesa di Sergiopoli; erano indirizzate al
Vescovo di Antiochia qual Primate della Siria.
[500] I Greci non dicono altro se non che era di stirpe romana e che
aveva abbracciato il cristianesimo; ma i romanzi della Persia e della
Turchia la significano figlia dell'Imperatore Maurizio: descrivono gli
amori di Cosroe per Schirin e gli amori di Schirin per Ferhad, il più
avvenente fra i giovinetti dell'Oriente (D'Herbelot, -Bibl. Orient.- p.
789, 997, 998).
[501] Sono due Greci contemporanei, cioè Evagrio con uno stile conciso
(l. XI, c. 16, 17, 18, 19) e Teofilatto Simocatta (l. III, c. 6-18; l.
IV, c. 1-16; l. V, c. 1-15) diffusissimamente, che ci hanno lasciato la
storia compiuta della tirannide di Ormuz, della ribellione di Bahram,
della fuga e del restauramento di Cosroe. Tutti i successivi compilatori
fra i quali Zonara e Cedreno non hanno fatto che copiare e compendiare;
e gli Arabi cristiani fra i quali Eutichio (-Ann.- t. II, p 200-208) ed
Abulfaragio (-Dynast.- p. 96-98), pare non abbiano che memorie
particolari. Mirkond e Khondemir, i due famosi Storici persiani del
decimoquinto secolo, non mi sono noti che per gli imperfetti estratti di
Schikard (Tarikh, p. 150-155), di Texeira o piuttosto di Stevens (-Hist.
de Perse- p. 182-186), d'un manoscritto turco tradotto dall'abate
Fourmont (-Hist. de l'Accad. des Inscript.- t. VII, p. 325-334) e di
Herbelot, ai vocaboli -Hormouz- (p. 457, 459), -Bahram- (p. 174),
-Kosrou Parviz- (p. 996). Se avessi maggior fede nell'autorità di questi
Scrittori Orientali, amerei che fossero più numerosi.
[502] Chiunque voglia formarsi un'idea generale dell'orgoglio e della
possanza del Cacano, legga Menandro (-Excerpt. legat.- p. 117,) e
Teofilatto (l. I, c. 3, l. VII, c. 15) i cui otto libri sono di maggior
onore al Capo degli Avari che all'Imperatore d'Oriente. Gli antenati di
Bajano avevano assaggiato la liberalità di Roma, e Bajano sopravvisse al
regno di Maurizio. (Du Buat, -Hist. des Peuples Barbares-, t. XI, p.
545). Il Cacano che fece un'irruzione in Italia, A. D. 611 (Muratori
-Annali-, t. V, p. 305) era allora -juvenili aetate florens-. (Paolo
Warnefrido, -De gest. Langobard.- l. VI, c. 38). Egli era il figlio o
fors'anche il nipote di Bajano.
[503] Teofilatto, l. 1, c. 5, 6.
[504] Il Cacano si dilettava di far uso di questi aromati anche nel
campo, e comandava che gli si presentassero Ινδικας καρυχιας e
ricevette πεπρι και φυγγον Ινδων, κασιαν τε και τον λεγομενον κοσον.
(Teofilatto, l. VII, c. 13). Gli Europei, delle età più rozze,
consumavano nel mangiare e nel bere più aromi che non comporti la
delicatezza di un moderno palato. -Vie privée des Français-, t. II, p.
162, 163.
[505] Teofilatto, l. VI, c. 6; l. VII, c. 16. Lo Storico greco confessa
la verità e l'aggiustatezza del rimprovero del Cacano.
[506] Menandro (-in Excerpt. legat-., p. 126-132, 174, 175) ci riferisce
il falso giuramento di Bajano e la resa di Sirmio; ma si è perduta la
sua storia dell'assedio della quale Teofilatto parla con encomio (l. I,
c. 3) το δ’οπως Μενανδρω τω περιφανει σαφως διηγορευται.
[507] Vedi d'Anville, (-Mém. de l'Accad. des Inscriptions- t. XXVIII, p.
412-443). Costantino Porfirogenito nel decimo secolo faceva uso del nome
di -Belgrado- che è schiavone, ed i Franchi nel nono secolo ai servivano
della denominazione latina di -Alba Graeca- (p. 414).
[508] Baronio, -Ann. Ecc.-, A. D. 600, n. 1. Paolo Warnefrido (l. IV, c.
38) dà contezza dell'invasione degli Avari nel Friuli, e (c. 39) della
schiavitù de' suoi antenati, A. D. 632. Gli Schiavoni valicarono il mare
Adriatico, -cum multitudine navium-, e fecero una scorreria nel
territorio Sipontino (c. 47).
[509] Loro insegnò eziandio a far uso dell'-Elepolis- ossia della torre
mobile (Teofilatto, l. II, c. 16, 17).
[510] Gli eserciti e le alleanze del Cacano si estesero infino ai
contorni d'un mare posto all'Occidente e lontano da Costantinopoli
quindici mesi di cammino. L'imperatore Maurizio conversò con alcuni
musici ambulanti di quel rimoto paese, e solo sembra che abbia preso una
professione per una nazione (Teofilatto l. VI, c. 2).
[511] Il conte di Buat fa qui una delle più verisimili e più luminose
congetture (-Histoire des Peuples barbare-s, t. XI, p. 546-568). I
Tzechi ed i Serbi si trovano insieme confusi nei contorni del monte
Caucaso, nell'Illirio e nella parte bassa dell'Elba. Pare che le più
bizzarre tradizioni dei Boemi confermino la sua ipotesi.
[512] Vedi negli storici Francesi Fredegario, t. II. p. 432. Bajano non
faceva mistero dell'orgogliosa sua insensibilità. Οτι τοιουτους (e non
τοσουτους, come si vorrebbe in una ridicola correzione) επαφησω τη
Ρωμαικη, ως ει και συμβαιη γε σφισι θανατω αλωναι, αλλ’εμοι γε μη
γενεσθαι συναισθησοιν.
[513] Vedi in Teofilatto (l. V, c. 16, VI, c. 1, 2, 3) la spedizione ed
il ritorno di Maurizio. Se questo scrittore dimostrato avesse o spirito
o gusto, si potrebbe supporre che si fosse permessa una dilicata ironia;
ma sicuramente Teofilatto non ha tanta malizia da rimproverarsi.
[514]
Εις οιωνος αριστος αμυνεσθαι περι πατρης
Iliade, XII, 243.
Questo eccellente verso che sì bene ci spiega il coraggio di un eroe, e
la ragione di un savio, ci prova chiaramente quanto Omero fosse, sotto
ogni aspetto, superiore al suo secolo ed al suo paese.
[515] Teofilatto. (l. VII, c. 3) Sulla testimonianza di questo fatto,
che m'era sfuggito dalla memoria, il candido lettore scuserà e
correggerà l'annotazione trentesimasesta del trentaquattresimo capitolo
ove mi sono troppo affrettato a raccontare la rovina d'Azimo o Azimunto.
Un altro secolo di valore e di patriottismo, non è pagato a troppo caro
prezzo con una tal confessione.
[516] Vedi l'obbrobriosa condotta di Commenziolo in Teofilatto, l. II,
c. 10-15; l. VII, c. 13, 14; l. VIII, c. 2, 4.
[517] Vedi le imprese di Prisco, l. VIII, c. 2, 3.
[518] Si può tener dietro alle particolarità della guerra fra gli Avari,
nel primo, secondo, sesto, settimo ed ottavo libro dell'Istoria
dell'Imperatore Maurizio, scritta da Teofilatto Simocatta. Egli scriveva
sotto il regno d'Eraclio, e non poteva quindi esser tentato ad adulare:
ma la sua mancanza di discernimento lo rende diffuso nelle bagatelle, e
conciso sui fatti più importanti.
[519] Maurizio medesimo compose dodici libri sopra l'arte della guerra
che esistono tuttora, e che furono pubblicati (Upsal, 1664) da Giovanni
Schaeffer, in fine della Tattica d'Arriano (Fabrizio, -Bibl. graeca- l.
IV, c. 8, t. III p. 278 che promette d'estendersi ancor più su
quest'opera, allorchè gliene si presenterà una favorevole occasiono).
[520] Vedi le particolarità degli ammutinamenti avvenuti sotto il regno
di Maurizio in Teofilatto, l. III, c. 1-4; l. VI, c. 7, 8, 10; l. VII,
c. 1; l. VIII, c. 6, etc.
[521] Teofilatto e Teofane sembrano ignorare la cospirazione e la
cupidità di Maurizio. Tali accuse così sfavorevoli alla memoria di
quest'Imperatore, si ritrovano per la prima volta nella Cronaca di
Pasquale (p. 379, 380), da cui Zonara le attinse (t. II, l. XIV, p. 77,
78). In quanto al riscatto dei dodicimila prigionieri, Cedreno (p. 399)
ha seguito un altro calcolo.
[522] Ne' suoi clamori contro Maurizio, il popolo di Costantinopoli lo
infamò col nome di Marcionito o di Marcionista; eresia, dice Teofilatto
(l. VIII, c. 9) μετα τινος μωρας ευλαβειας, ευηθης τε και καταγελασος. Era questo un vago rimprovero? oppure aveva Maurizio
realmente ascoltato qualche oscuro predicante della Setta degli antichi
gnostici?
[523] La Chiesa di S. Autonomo (che non ho l'onore di conoscere) era
situata alla distanza di centocinquanta stadj da Costantinopoli.
(Teofilatto, l. VIII, c. 9) Gillio (-De Bosphoro Thracio-, l. III, c.
II) parla del porto d'Eutropia in cui Maurizio ed i suoi figli furono
assassinati, come di uno de' due porti di Calcedonia.
[524] Gli abitanti di Costantinopoli andavano generalmente soggetti a'
νοσοι αρθρητιδες; e Teofilatto fa sentire, che se le regole
dell'Istoria glie lo permettessero, egli potrebbe assegnare la causa di
tal malattia. Tuttavia simile digressione non sarebbe stata più fuori di
luogo che le sue ricerche (l. VII, c. 16, 17) sulle periodiche
inondazioni del Nilo, e le opinioni de' filosofi greci su questa
materia.
[525] Da questo generoso tentativo Cornelio ha preso l'idea di formare
il tanto implicato intrigo della sua tragedia l'-Eraclio-, che non si
riesce a ben intendere se non dopo averne veduta la rappresentazione più
d'una volta (Cornelio di Voltaire, t. V, p. 300) e che, a quanto si
assicura, ha messo in imbroglio l'istesso suo autore dopo alcuni anni
d'intervallo (-Anecdot. dramat-., t. I, p. 422).
[526] Teofilatto Simocatta (l. VIII, c. 7-12) la -Cronaca- di Pasquale
(p. 379, 280) Teofane (-Cronograph-., p. 238-244) Zonara (t. II, l. XIV,
p. 77-80) e Cedreno (p. 393-404) raccontano la ribellione di Foca, e la
morte di Maurizio.
[527] S. Gregorio, l. XI, epist. 38, -indict. 6. Benignitatem vestrae
pietatis ad imperiale fastigium pervenisse gaudemus. Laetentur coeli et
exultet terra, et de vestris benignis actibus universae reipublicae
populus, nunc usque vehementer afflictus hilarescat-, etc. questa vile
adulazione che s'attirò le invettive de' protestanti, vien giustamente
criticata dal filosofo Bayle. (-Dictionnaire critique, Gregoire- I. note
H, t. II, p. 597, 595.) Il Cardinale Baronio giustifica il Papa a spese
del detronizzato Imperatore.
[528] I ritratti di Foca furono distrutti; ma i suoi nemici ebbero
l'avvertenza di sottrarre alle fiamme una copia di questa caricatura.
(Cedreno, p. 404).
[529] Il Ducange (Fam. byzant., p. 106, 107) somministra alcune
particolarità sulla famiglia di Maurizio; Teodosio, suo primogenito, era
stato coronato all'età di quattro anni e mezzo, e S. Gregorio ne' suoi
complimenti sempre lo riunisce a suo Padre. Fra le sue figlie io son
sorpreso di trovare accanto ai nomi cristiani d'Anastasia e di
Teoctesta, il nome pagano di Cleopatra.
[530] Teofilatto (l. VIII, c. 13, 14, 15) descrive alcune delle crudeltà
di Foca. Giorgio di Pisidia, poeta d'Eraclio, lo chiama (-Bell.
Abaricum-, p 46; Roma 1777) της τυραννιδος ο δυσκαθεκτος και βιοφθορος δρακων. L'ultimo epiteto è giusto; ma il -corruttore-
della -vita- venne facilmente vinto.
[531] Gli autori ed i loro copisti sono talmente dubbiosi fra i nomi di
-Prisco- e di -Crispo- (Ducange -Famil. Byzant-., p. 111) che io fui
tentato ad unire in una stessa persona il genero di Foca, e l'Eroe che
trionfò cinque volte degli Avari.
[532] Secondo Teofane, portava κιβωτια, e εικονα θεομητορος.
Cedreno aggiunge un αχειροποιητον εικονα του κυριου; di cui
Eraclio si servì come di bandiera nella prima spedizione di Persia. Vedi
Giorgio Pisid. Acroas, 1, 140. Sembra che le manufatture prosperassero
ma Foggini, editore romano, (p. 26) si trova imbrogliato nel determinare
s'era un originale od una copia.
[533] Si trovano varie particolarità sopra la Tirannia di Foca, e
l'esaltamento al Trono d'Eraclio, nelle Cronache di Pasquale (p.
380-383), in Teofane (p. 242-250), in Niceforo (p. 3-7,) in Cedreno (p.
404-407,) in Zonara (t. II, l. XIV, p. 80-82).
[534] Teofilatto, l. VIII, c. 15. La vita di Maurizio fu scritta l'anno
628 (l. VIII, c. 13) dall'ex Prefetto Teofilatto Simocatta, nato in
Egitto. Fozio, che dà un lungo estratto di quest'opera, dolcemente
critica l'affettazione e l'allegoria che dominano il suo stile. La
prefazione consiste in un dialogo fra la Filosofia e l'Istoria; esse
siedono sotto un platano, e l'Istoria suona la sua lira.
[535] -Christianis nec pactum esse, nec fidem, nec foedus.... Quod si
ulla illis fides fuisset, regem suum non occidissent.- (Eutichio,
-Annal.-, t. II, p. 211, vers. Pocock).
[536] Per qualche secolo noi siamo qui obbligati di abbandonare gli
autori contemporanei, e di abbassarci, se ciò può dirsi abbassarsi,
dall'affettazione della retorica alla grossolana semplicità delle
Cronache e de' Compendj. Le opere di Teofane (-Cronograph.- p. 244-279)
e di Niceforo (p. 3-16) offrono la serie della guerra persiana, ma in un
modo imperfetto. Quando dovrò riferire de' fatti che essi non accennano,
citerò le particolari autorità. Il cortigiano Teofane, che si fece poi
Monaco, nacque A. D. 748; e Niceforo, Patriarca di Costantinopoli, che
morì A. D. 829, era un poco più giovane: tutti e due ebbero a soffrire
per la causa delle immagini (Hankius, -Descript. byzantinis-, p.
200-246).
[537] Gli storici di Persia furono essi stessi ingannati su questo
punto; ma Teofane (p. 244) rimprovera a Cosroe questa superchieria e
questa menzogna; ed Eutichio crede (-Ann-. t. II, p. 211) che il figlio
di Maurizio, che potè sfuggire agli assassini, si sia fatto monaco sul
monte Sinai, dove morì.
[538] Eutichio attribuisce tutte le perdite dell'Impero al regno di
Foca, e quest'errore salva la gloria d'Eraclio. Egli fa venire quel
Generale non da Cartagine ma da Salonica, con una flotta carica di
vegetali per Costantinopoli (-Annal-. t. II, p. 223, 224). Gli altri
Cristiani dell'Oriente, Barebreo (-ap.- Asseman., Bibl. orient., t. III,
p. 412, 413), Elmacin (-Hist. Saracen.- p. 13-16), Abulfaragio
(-Dynast.-, p. 98, 99) sono di più buona fede, e più esatti. Il Pagi
indica i diversi anni della guerra persiana.
[539] Sulla conquista di Gerusalemme, avvenimento tanto interessante per
la Chiesa, vedi gli Annali d'Eutichio (t. II, p. 122-223) ed i lamenti
del monaco Antioco (-apud- Baron., -Annal. eccles.-, A. D. 614, n. 16,
26), centoventinove Omelie del quale tuttora sussistono, se pure si può
dire che sussistano, mentre nessuno le legge.
[540] Il Vescovo Leonzio, suo contemporaneo, scrisse la vita di questo
degno prelato. Baronio (-Ann. eccles-. A. D. 610, n. 10) e Fleury (tom.
VIII, p. 235, 242) hanno dato sufficienti notizie di quest'opera
edificante.
[541] L'errore di Baronio e di altri parecchi scrittori che ci hanno
voluto far credere che le conquiste di Cosroe si fossero estese sino a
Cartagine, in luogo di Calcedonia, si fondò sulla rassomiglianza dei
greci vocaboli Καλχηδονα e Καρχηδονα che si leggono nei testi di
Teofane, e che sono stati confusi ora dai copisti ed ora dai critici.
[542] Gli Atti -originali- di sant'Anastasio sono stati pubblicati
frammisti a quelli del settimo Concilio generale, da cui e Baronio
(-Annal. eccles-., A. D. 614, 426, 627) e Butlero (-Lives of the
Saints-, vol. 1, p. 242-248) hanno cavato i loro racconti. Questo santo
martire abbandonò le bandiere del Re di Persia, sotto cui serviva ed
entrò nelle romane legioni; a Gerusalemme vestì l'abito di frate, e fece
oltraggio al culto dei Magi allora vigente in Cesarea, città della
Palestina.
[543] Abulfaragio, -Dynast-., p. 99; Elmacin, -Hist. Sarac-. p. 14.
[544] D'Anville, -Mem. de l'Acad. des Inscript-. t. XXXII, p. 568-571
[545] L'una di queste razze ha due gobbe e l'altra una sola. La prima si
è propriamente il cammello; la seconda il dromedario. Il cammello è
nativo del Turkestan o della Bactriana ed il dromedario non nasce che in
Arabia ed in Affrica. (Buffon, -Hist. nat.-, t. XI, p. 211); Aristotile
(-Hist. animal.-, t. I, l. II, c. I; t. II, p. 185).
[546] Teofane, -Cronograph-., p. 268, e d'Herbelot, -Bibl. Orient-. p.
997. I Greci ci descrivono Dastagerda nel momento del suo declinamento,
invece che i Persi ce la rappresentano nell'epoca del suo maggior
splendore; ma i primi non parlano che con sincerità su quanto sono stati
testimoni di veduta; ed i secondi non narrano che quanto loro è stato
vagamente riferito.
[547] Gli storici di Maometto, Abulfeda (-in vita Mohammed-, p. 92, 93)
e Gagniero (Vita di Maometto, t. II, p. 247) vogliono che questa
ambasciata avvenisse nell'anno settimo dell'Egira che principiò A. D.
628, l'11 maggio; ma la loro cronologia è sbagliata, mentre Cosroe morì
nel mese di febbrajo dell'istesso anno (Pagi, -Critica-, t. II, p 779).
Il conte di Boulainvilliers (-Vita di Maometto-, p. 327, 328) la
sostiene nell'anno 615, poco dopo la conquista della Palestina. È però
vero che Maometto non poteva essersi così presto avventurato ad un fatto
di simil sorta.
[548] Vedi il capitolo trentesimo dell'Alcorano intitolato i -Greci-. Il
dotto ed insieme savio Sale che ha tradotto l'Alcorano in lingua
inglese, (p. 330, 331) ci presenta sotto un eccellente aspetto queste
congetture, questa predizione, o questa scommessa di Maometto; ma
Boulainvilliers (p. 329-334) colle più cattive intenzioni fa tutti i
sforzi per istabilire la verità di questa profezia, che secondo i suoi
principj doveva imbarazzare i polemici scrittori del Cristianesimo.
[549] Paolo Warnefrido, -De gest. Longobard.-, l. IV, c. 38, 42;
Muratori, -Annali d'Italia-, t. V, p. 307, etc.
[550] La cronica di Pascal che soventi, mentre annoia con un indice
sterile di nomi e di date, ci compensa con qualche pezzo di storia, dà
una esattissima descrizione del tradimento degli Avari (p. 389, 390).
Niceforo indica il numero dei prigionieri.
[551] Qualche scritto originale, come l'aringa, o la lettera degli
ambasciatori romani (p. 386-388) rendono interessante la cronica di
Pascal, che deve essere stata dettata sotto il regno d'Eraclio e
verisimilmente in Alessandria.
[552] Niceforo che (p. 10, 11) coi nomi di αθεσμον, e di αθεμιτον,
fa ogni sforzo por coprire d'ignominia questo matrimonio, si fa un
vero piacere di narrare che i due figli sortiti da quell'incestuoso
maritaggio portarono ambedue, per tutta la loro vita, l'impronto
della collera divina, il primo nell'immobilità del collo, ed
il secondo nella mancanza dell'udito.
[553] Giorgio di Pisidia (-Acroas.- 1, 112-125, p. 5) nell'esporre le
opinioni, dice che i pusillanimi suoi consiglieri non avevano cattive
intenzioni. Avrebb'egli dunque voluto scusare un sì disdegnoso ed
altiero avvertimento di Crispo? Επιθωπταζων ουκ εξον βασλει εφασκε
κτααλίμανειν βασιλεία, και τοις ποῤῤω επιχωριαζειν δυναμεσιν.
[554]
Ει τας επ’ ακρον ηρμενας ευεζιας
Εσφαλαμενας λεγουσιν ουκ απεικοτως
Κεισθω το λδίπον εν καικος τα Περσιδος
Αντίστροφκ δε, etc.
Georg. Pisid. -Acroas.- 1, 51, pag. 4.
Gli Orientali provano pur essi la più gran compiacenza di ricordare
queste sì strane vicende; e mi rammento benissimo la storiella di Cosrou
Parviz che molto non varia da quella dell'anello di Policrate di Samos.
[555] Baronio ci fa con tutta gravità il racconto di questa scoperta; o
per dir meglio di questo trasmutamento di molti barili di mele in un
barile d'oro. (-Annal. eccles.-; A. D. 620, n. 3). Tuttavia l'imprestito
fu arbitrario perchè fu riscosso col mezzo di soldati, i quali avevano
avuto ordine di non lasciare al Patriarca d'Alessandria che due marchi
d'oro. Niceforo due secoli dopo (p. 11) parla con gran rancore su questa
contribuzione, dicendo che la chiesa di Costantinopoli se ne risentiva
tutt'ora.
[556] Teofilatto Simocatta l. VIII, c. 12. Questi è un fatto che non
deve recar meraviglia, perchè, persino in tempo di pace, in meno di
venti o venticinque anni i soldati d'un reggimento si trovano
intieramente rinnovati.
[557] Lasciò i coturni di color di -porpora- per calzar i neri che tinse
poscia del sangue de' Persiani. (Giorgio di Pisidia, Acroas. 111, 118,
121, 122. Vedi le -annotazioni- di Foggini p. 35).
[558] Giorgio di Pisidia (-Acroas.- II, 10, p. 8) ha determinato questo
punto sì importante sulle porte della Siria e della Cilicia. Senofonte
che era, dieci secoli prima, passato di là, ne fa la descrizione
coll'ordinaria sua eleganza. Una gola, della larghezza di tre stadii,
circondata da rupi alte e fatte a picco (πετραι ηλιβαται) da
un lato, e dall'altro dal Mediterraneo; in ciascheduna delle sue
estremità veniva chiusa da due grosse porte inaccessibili dalla parte di
terra (παρελθειου ουκ ηκ βια) ma accessibili dalla parte del
mare (-Retr. des dix mille-, l. 15, p. 35, 36 colla dissertazione
geografica di Hutchinson, p. 6). Le due porte erano alla distanza di
trentacinque parasanghe o leghe da Tarso (-Ibid.-, l. I, p. 33, 341), e
di otto o dieci da Antiochia, (si confronti l'Itinerario di Wesseling,
p. 580, 581; l'-Index geographique- di Schultens, -ad calcem vit.
Saladen.-, p. 9, -Voyage en Turquie et en Perse-, di Otter. t. I, p. 78,
79).
[559] Eraclio avrebbe potuto acconcissimamente scrivere al suo amico le
parole modeste di Cicerone: «-Castra habuimus ea ipsa quae contra Darium
habuerat apud Issum Alexander, imperator, haud paulo melior quam tu aut
ego-» (-Ad Atticum- c. 20). Prosperando Alessandria o Scanderoon situato
al di là della baja, rovinò Issus che ai tempi di Senofonte era florida
e ricca città e che chiamasi anche Ajazza o Leiazza.
[560] Foggini (Annotat. p. 31) dubita che i Persiani siano stati
ingannati dalla Φαλανξ πεπληγμενη d'Eliano (-Tactique- c. 48)
movimento spirale e complicato fatto dall'esercito. Egli osserva (pag.
28) che le militari descrizioni di Giorgio di Pisidia sono letteralmente
copiate nella Tattica dell'Imperatore Leone.
[561] La prima spedizione d'Eraclio trovasi descritta in tre -acroaseis-
o canti di Giorgio di Pisidia che ne fu testimonio oculare (-Acroas.-
II, 222). Il suo poema fu pubblicato in Roma nell'anno 1777; ma quanto
sono lontani gli elogi vaghi e le declamazioni che vi si leggono, di
corrispondere alle belle speranze che si erano messe in mente Pagi,
d'Anville etc.
[562] Teofane (p. 256) trasporta troppo prestamente Eraclio (κατα ταχος)
in Armenia. Ambedue le spedizioni vengono confuse da Niceforo, che però
indica la provincia di Lazica. Eutichio (-Annal.- t. II, p. 231) ne
circoscrive il numero in cinquemila uomini, e li staziona a Trebisonda,
il che ha tutta la probabilità.
[563] Nel viaggio di Costantinopoli a Trebisonda, con vento favorevole,
non si consumavano che quattro in cinque giorni; da Trebisonda ad
Erzerom, cinque giorni; da Erzerom ad Erivan, dodici giorni, da Erivan
finalmente in fino a Tauride dieci; vale a dire trentadue giorni, in
tutto, di cammino. E tale si è l'itinerario che Tavernier (-Voyages-, t.
I, p. 12-56) il quale avea piena cognizione di tutte le strade
dell'Asia, ci ha indicato. Tornefort che viaggiava in compagnia di un
Pacha consumò dieci in dodici giorni nel cammino da Trebisonda ad
Erzerom (-Voyage du Levant-, t. III, Lettere XVIII); e Chardin
(-Voyages-, t. I, p. 249-254) è molto più esatto nel determinare la
questione, mentre la dà di cinquantatre parasanghe di cinque miglia
l'una (ma di qual passo?) fra Erivan e Tauride.
[564] La spedizione d'Eraclio in Persia è stata assaissimo illustrata
dal Signore d'Anville (-Mém. de L'Acad. des Inscriptions-, t. XXVIII, p.
559-573). È ammirabile la dottrina del pari che l'ingegno dimostrati
nell'indagare la posizione di Gandzaca, di Thebarma, di Dastagerda ec.;
ma non fa veruna menzione della oscura campagna del 624.
[565]
-Et pontem indignatus Araxes.-
Virgil. Eneide. VIII, 728.
L'Arasse è un fiume che corre con gran strepito, impeto e la massima
rapidità, e non v'è modo di resistergli quando le nevi si sgelano:
rovescia i più forti ed i più massicci ponti, e le rovine d'un gran
numero d'archi che si mirano in vicinanza dell'antica città di Zulfa,
sono una testimonianza irrefragabile del suo -sdegno-. (-Voyages de
Chardin-, t. I, p. 252).
[566] Chardin (t. I; p. 255-259) come gli Scrittori orientali
(Herbelot,- Bibl. orient.-, p. 834) attribuisce a Zobeide moglie del
celebre Califfo Haroun-Alrashid, la fondazione di Tauride o Tebride; ma
pare che abbia ad avere essa una data più antica, ed infatti li nomi di
Gandzaca, Gazaca e Gaza significano che in essa stava rinchiuso il
tesoro regio. Chardin in vece di seguire la comune opinione che dava ad
essa un milione e centomila anime, le limita al solo numero di
cinquecento cinquantamila.
[567] Aprì l'Evangelio ed il primo passo, che il caso gli fece cadere
sotto gli occhi, lo applicò al nome ed alla situazione dell'Albania.
(Teofane, p. 258).
[568] La landa di Mogan che si trova fra il Ciro e l'Arasse conta
sessanta parasanche in lunghezza e venti in larghezza. (Olear., p. 1023,
1024). Offre molte acque e fertilissimi pascoli. (-Hist. de Nader-Shah-
tradotta dal Signor Iones su di un manoscritto persiano part. II, p. 2,
3). Vedi i campi di Timur (-Hist.- scritta da Skerefeddin-Ali, l. V, c.
37; l. VI, c. 13), l'incoronazione di Nader-Shah (-Hist. persane-, p.
3-13) e la sua vita, del Signor Iones p. (64, 65).
[569] D'Anville ha provato che sì Thebarma che Ormia vicino al lago
Spauta, non sono che una sola ed identica città (-Mem. de l'Acad. des
Inscript.-, t. XXVIII, p. 564, 565). I Persiani la venerano persuasi
essere nato in quella città Zoroastro (Schultens, -Index géograph.- p.
48): e il Signore d'Anquetil-Duperron (-Mem. de l'Acad. des Inscript.-
t. XXXI p. 375) dà varj testi del loro Zendavesta, o del Zendavesta dei
Persiani che sostengono questa tradizione.
[570] Non posso trovare dove fosse situato Salbano, Taranto, territorio
degli Unni, ec. del quale fa menzione Teofane (p. 260-262), e ciò che
più si è, anco il Signor d'Anville non ha tentata la più piccola
indagine in proposito. Eutichio (-Annal.- t. II, p. 231, 232) autore
inetto, nomina Aspahan; e pare verisimile che Casbin sia la città di
Sapore. Ispahan è situata a ventiquattro giorni di distanza da Tauride,
e Casbin a metà cammino fra queste due città. (-Voyages de Tavernier-,
t. I, p. 63-82).
[571] Il Sarecs della larghezza di tre -plethri- circa, distante da
Tarso venti parasanghe fu passato dall'esercito di Ciro. Il Pyramo o
Malmistra d'uno stadio circa di larghezza scorreva cinque parasanghe più
all'Oriente. (Senofonte, -Anabas- l. 1, p. 33, 34).
[572] Con molta ragione Giorgio di Pisidia (-Bell. Abaricum- 246-265, p.
49) esalta il perseverante coraggio delle tre campagne (τρεις
περιξρομους) contro i Persiani.
[573] Petau (-adnotation. ad Nicephorum-, p. 26, 63, 64) segnala i nomi
e le azioni di cinque Generali persiani che vennero l'un dopo l'altro
spediti contro ad Eraclio.
[574] Giorgio di Pisidia (-Bell. Abar.-, 219) specifica il numero di
otto miriadi. Questo poeta (50-88) dice chiaramente che il vecchio
Cacano visse fino al tempo che regnò Eraclio, e che il di lui figlio,
che fu anche il di lui successore, era nato da madre straniera. Tuttavia
Foggini (-Annotat.- p. 57) ha altrimenti interpretato questo passo.
[575] (Erodoto, l. IV, c. 131, 132). Il Re dei Sciti spedì a Dario un
uccello, un ranocchio, un sorcio e cinque dardi. «Che a questi segni,
dice Rousseau con molto sale, si sostituisca una lettera; e questa più
sarà scritta in tuono minaccioso, porterà meno spavento: non sarà che
una millanteria che si attirerà le risa di Dario» (Emila, t. III, p.
146). Io però sono molto in dubbio se il Senato ed il Popolo di
Costantinopoli abbiano -riso- di quest'ambasciata del Cacano.
[576] Un racconto specificato ed autentico dell'assedio e della
liberazione di Costantinopoli si legge nella cronica di Paschal. Altri
fatti vi furono aggiunti da Teofane (p. 264) e si può dedurne qualche
barlume dell'esaltazione di mente di Giorgio di Pisidia, il quale ad
oggetto di celebrare questo sì felice evento ha composto a bella posta
un poema (-De bell. Abar.-, p. 45, 54).
[577] La potenza ed il dominio de' Cozari che furono conosciuti dai
Greci, dagli Arabi e persino sotto il nome di Kosa, dai Cinesi, durò in
tutto il settimo, l'ottavo ed il nono secolo. (De Guignes, -Hist. des
Huns-, t. II, p. 11, p. 507-609).
[578] L'unica figlia d'Eraclio e d'Eudossia sua prima moglie, Epifania
od Eudossia nominata, nacque in Costantinopoli alli 7 di luglio, A. D.
611; ai 15 d'agosto fu portata al fonte battesimale, ed alli quattro
d'ottobre dell'istesso anno gli fu posta la corona sulla testa nella
Cappella di San Stefano del palazzo. Era dunque in età di circa quindici
anni. A tal effetto venne spedita al Principe turco; ma strada facendo,
ricevette la nuova che lo sposo destinatogli, era morto. (Ducange, -Fam.
byzant.-, p. 118).
[579] Nell'Elmacino (-Hist. Saracen.-, p. 13-16) si leggono fatti
curiosi e verisimili; ma le sue computazioni aritmetiche sono troppo
considerabili, perchè suppone 300,000 Romani riuniti ad Edessa, e
100,000 Persiani ammazzati nella battaglia di Ninive. La sottrazione
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