accordo di alleanza e di spartimento. Sarbar, Generale della terza armata, penetrò per le province dell'Asia fino al ben noto campo di Calcidonia, e si divertì nel distruggere gli edifizi sacri e profani de' sobborghi Asiatici di Costantinopoli, intanto che con impazienza aspettava l'arrivo de' Sciti suoi amici sull'opposta riva del Bosforo. Ai ventinove di giugno, trentamila Barbari, vanguardia degli Avari, sforzarono la lunga muraglia, e cacciarono nella capitale una promiscua folla di agricoltori, di cittadini e di soldati. Il Cacano, alla testa di ottantamila uomini[574], composti di Avari, suoi sudditi naturali, di Gepidi, di Russi, di Bulgari e di Schiavoni suoi vassalli, spiegò poscia il suo stendardo; si consumò un mese in marce od in trattative, ma il dì trentuno di luglio tutta la città fu investita dai sobborghi di Pera e di Calata, fino allo Blacherne ed alle sette Torri; e gli abitanti osservarono con terrore i fiammeggianti segnali della costa Europea e dell'Asiatica. In que' frangenti i magistrati di Costantinopoli iteratamente cercarono di comperare la ritirata del Cacano; ma ributtati ed insultati furono i lor messaggeri; ed egli permise che i Patrizi stessero in piè dinanzi al suo trono, mentre gl'inviati Persiani, in vestimenta di seta, erano assisi al suo fianco: «Voi scorgete», disse l'altero Barbaro, «le prove della mia perfetta unione col Gran Re: ed il suo luogotenente è pronto a mandar nel mio campo un'eletta schiera di tremila guerrieri. Non allettate più a lungo la presunzione di tentare il vostro Signore coll'offerta di un riscatto parziale e non adeguato: le vostre ricchezze e la vostra città sono i soli presenti degni d'esser accettati da me. Quanto a voi, io permetterò che partiate con una sottoveste ed una camicia, ed invitato da me, il mio amico Sarbar non vi ricuserà il passo a traverso delle sue file. Il vostro Principe assente, ora prigioniero o fuggiasco, ha abbandonato Costantinopoli al suo destino; nè voi potete fuggire dalle armi degli Avari e de' Persiani, a meno che poggiaste per l'aria a guisa di uccelli, o che a guisa di pesci sapeste tuffarvi nell'acque»[575]. Per dieci giorni consecutivi, la capitale fu assaltata dagli Avari, i quali avean fatto qualche avanzamento nell'arte di attaccare le piazze; s'innoltravano essi a scavare o batter le mura, sotto il coperto dell'impenetrabil testuggine; le macchine loro lanciavano una continua salva di pietre e di dardi; e dodici eminenti torri di legno sollevavano i combattenti all'altezza de' vicini bastioni. Ma il Senato ed il Popolo erano animati dallo spirito di Eraclio, il quale avea distaccato in loro soccorso un corpo di dodicimila corazzieri; tutti gli spedienti del fuoco e della meccanica furono con grandissim'arte e successo posti in opera per la difesa di Costantinopoli, mentre le galee, a due o tre ordini di remi, dominavano il Bosforo, e rendevano i Persiani oziosi spettatori della disfatta de' loro alleati. Gli Avari tornaron respinti; una flotta di barche Schiavone fu distrutta nel porto; i vassalli del Cacano minacciavano di disertare; le sue provvigioni erano in fondo, e poi ch'ebbe posto a fuoco le macchine, egli diede il segnale di una lenta e formidabil partenza. La devozione de' Romani attribuì questa memorabil liberazione alla vergine Maria; ma la madre di Cristo avrebbe sicuramente condannato l'inumana uccisione degli inviati Persiani, i quali aveano ogni titolo ai diritti dell'umanità, quand'anche non fossero stati protetti dalle leggi delle nazioni[576]. Dopo aver diviso il suo esercito, Eraclio prudentemente ritirossi alle rive del Fasi, d'onde sostenne una guerra difensiva contro le cinquantamila lance d'oro della Persia. Tolto ei fu d'ansietà per la notizia della liberazione di Costantinopoli; si confermarono le sue speranze mediante una vittoria di suo fratello Teodoro; ed alla lega ostile di Cosroe cogli Avari, l'Imperator Romano, oppose l'utile ed onorevole alleanza co' Turchi. Secondando il liberale suo invito, l'orda de' Cozari[577] trasportò le sue tende dalle pianure del Volga al monte della Georgia, Eraclio gli accolse in vicinanza di Teflis, ed il Kan Ziebel co' suoi Nobili smontò di cavallo, se possiam dar fede ai Greci, e cadde prosteso al suolo, ad adorar la porpora del Cesare. Tal volontario omaggio e sì importante aiuto meritavano il più vivo contraccambio; e l'Imperatore, levandosi il proprio diadema, lo pose sul capo del Principe Turco, ch'egli salutò con tenero amplesso e col nome di figlio. Al fine di un sontuoso banchetto, egli fece regalo a Ziebel de' vasi, degli ornamenti, dell'oro, delle gemme e della seta che aveano servito all'uso della mensa Imperiale, e di propria mano distribuì ricchi gioielli ed orecchini a' suoi nuovi alleati. In un secreto colloquio, egli trasse fuori il ritratto della sua figlia Eudossia[578], condiscese a lusingare il Barbaro colla promessa di una bella ed -augusta- sposa, ottenne un immediato soccorso di quarantamila cavalli, e negoziò una potente diversione delle armi Turche dal lato dell'Oso[579]. I Persiani, a lor volta, si ritirarono a precipizio: Eraclio passò a rassegna, nel campo di Edessa, un esercito di settantamila Romani e stranieri, ed impiegò qualche mese con buon successo a riprendere le città della Siria, della Mesopotamia o dell'Armenia, le cui fortificazioni imperfettamente erano state racconce. Sarban teneva tuttora l'importante posizione di Calcedonia; ma la diffidenza di Cosroe, o l'artifizio di Eraclio non tardò ad alienar l'animo di quel possente Satrapo dal servizio del suo Re e del suo paese. Fu intercettato un messaggio apportatore di un reale o finto ordine al -Cadarigan- ossia secondo nel comando, che gl'imponeva di spedire, senza indugio, al trono la testa del colpevole o sfortunato Generale. I dispacci vennero trasmessi allo stesso Sarbar, il quale come ebbe letto la sentenza della propria morte, destramente v'inserì il nome di quattrocento ufficiali, poi adunò un consiglio militare, e chiese al -Cadarigan-, s'era disposto ad eseguire i comandi del loro tiranno? I Persiani dichiararono con voce concorde, che Cosroe era scaduto dal trono; si conchiuse un separato accordo col governatore di Costantinopoli; e se qualche considerazione di onore o di politica rattenne Sarbar dall'unirsi alle bandiere di Eraclio, l'Imperatore n'ebbe però la sicurezza che egli potea proseguire, senza interrompimento, i suoi disegni di vittoria e di pace. [A. D. 627] Privo del suo più fermo appoggio, e dubbioso intorno alla fedeltà de' suoi sudditi, Cosroe mostrò che luminosa era la sua grandezza, anche in mezzo della rovina. Può interpretarsi come una metafora Orientale il numero di cinquecentomila usato per descrivere gli uomini o le armi, i cavalli e gli elefanti che coprirono la Media e l'Assiria contro l'invasione di Eraclio. Con tuttociò i Romani animosamente si avanzarono dall'Arasse al Tigri, e la timida prudenza di Razate contentossi di tenere lor dietro con forzate mosse per un desolato paese, sintantochè ricevette uno speciale comando di avventurare il fatto della Persia in una decisiva battaglia. All'Oriente del Tigri, ed in capo al ponte di Mosul, sorgeva la gran Ninive[580] ne' tempi antichi: la città e le sue stesse rovine erano da lungo tempo scomparse[581]; lo spazio vacante offriva un vasto campo alle operazioni de' due eserciti. Ma queste operazioni furon neglette da' Bizantini scrittori, ed essi, come gli autori di un'epopea o di un romanzo, attribuiscono la vittoria non alla condotta militare, ma al valore individuale del loro eroe prediletto. In quel memorabil giorno, Eraclio, sul suo cavallo Fallante, superò nell'intrepidezza i guerrieri più intrepidi: traforato gli fu un labbro da un'asta, il cavallo fu piagato in una coscia; ma esso portò il suo Signore salvo e vittorioso a traverso la triplice falange de' Barbari. Nel fervor della mischia, tre prodi Capi successivamente caddero spenti dalla spada e dalla lancia dell'Imperatore; tra questi fuvvi Razate istesso: egli morì da soldato, ma l'aspetto della sua testa, staccata dal busto e portata in trionfo sparse il dolore e la disperazione per le disanimate file de' Persiani. La sua armatura d'oro puro e massiccio, lo scudo di cento e venti falde, la spada e il fermaglio, la sella e la corazza, adornarono il trionfo di Eraclio; e se non si fosse serbato fedele a Cristo ed alla sua Madre, il campione di Roma avrebbe potuto offrire la quarta parte delle spoglie opime al Giove del Campidoglio[582]. Nella battaglia di Ninive, che fieramente fu combattuta, dal romper del giorno sino all'ora undecima, i Persiani perderono ventotto Stendardi, oltre quelli che andarono a brani; la maggior parte del loro esercito fu tagliata a pezzi, ed i vincitori, nascondendo la propria perdita, passarono la notte sul campo. Essi confessarono che in quest'occasione riuscì loro meno difficile uccidere che sconfiggere i soldati di Cosroe. In mezzo a' cadaveri de' loro commilitoni, e non più di due tiri d'arco lungi dall'inimico, l'avanzo della cavalleria Persiana tenne saldo fino all'ora settima della notte. Intorno all'ora ottava, essi ritiraronsi nell'intatto lor campo, raccolsero il lor bagaglio, e si dispersero da tutte le bande, più per mancanza di ordini che di ardire. Non meno mirabile fu la diligenza di Eraclio nell'usare della vittoria. Mediante una marcia di quarant'otto miglia in ventiquattr'ore, la sua vanguardia occupò i ponti del grande e del piccolo Zab; e le città ed i palagi dell'Assiria si dischiusero per la prima volta ai Romani. Per una continuata gradazione di magnifiche scene, essi penetrarono fino nella sede reale di Dastagerda, e tuttochè gran parte del tesoro ne fosse stata rimossa, e molta consumata in ispese, tuttavia pare che le ricchezze restatevi eccedessero le speranze dell'esercito Romano, ed anche ne satollassero l'avarizia. Essi diedero alle fiamme tutto ciò che portar via non poteasi, a tal che Cosroe dovè sentire l'angoscia di quelle ferite, con cui sì spesso avea lacerato le province dell'Impero; e la giustizia avrebbe potuto porgere una scusa, se confinata si fosse la depredazione alle opere del lusso regale, e se l'odio nazionale, la militar licenza e lo zelo di religione non avessero con egual rabbia devastato le abitazioni ed i templi de' sudditi innocenti. La ricuperazione di trecento stendardi Romani, e la liberazione de' numerosi prigionieri di Edessa e di Alessandria, riflettono una gloria più pura sulle armi di Eraclio. Dal palazzo di Dastagerda egli continuò la sua marcia sino alla distanza di poche miglia da Modain o Ctesifonte, sinchè fu arrestato, sulle rive dell'Arba, dalla difficoltà del passaggio, dal rigore della stagione, e forse dalla celebrità di un'inespugnabile capitale. Il ritorno dell'Imperatore vien segnato dal nome moderno di Sherhzour; fortunatamente egli passò il monte Zara, prima della neve, che cadde per trentaquattro giorni continui; ed i cittadini di Gandzaca o Tauride, furono astretti a mantenere con ospitali accoglienze i soldati di Eraclio coi loro cavalli[583]. [A. D. 627] Dappoi che l'ambizione di Cosroe fu ridotta a difendere l'ereditario suo regno, l'amor della gloria, anzi il senso della vergogna dovea trarlo ad affrontare il suo rivale nel campo. Alla battaglia di Ninive, il suo coraggio avrebbe dovuto insegnare ai Persiani come si vince, ovvero cadere con onore sotto la lancia dell'Imperatore Romano. Il successore di Ciro prescelse di aspettare, in sicura distanza, l'evento; di raunare le reliquie della disfatta, e di ritirarsi a misurati passi innanzi il marciare di Eraclio, insino a che mirò con sospiro le sedi una volta sì amate di Dastagerda. I suoi amici e nemici credevano del pari che Cosroe intendesse di seppellire se stesso sotto le rovine della città e della reggia: e siccome tanto questi che quelli si sarebbero opposti alla sua fuga, il Monarca dell'Asia, insieme con Sira, e tre concubine, fuggì per un pertugio di muro, nove giorni prima che i Romani arrivassero. La lenta e magnifica processione con che il monarca Persiano solea mostrarsi alla turba prostrata, cangiossi allora in un rapido viaggio secreto; e la prima sera egli alloggiò nella capanna di un bifolco, il cui umile uscio appena poteva dar accesso al Gran Re[584]. La sua superstizione fu vinta dal timore; egli entrò, dopo tre giorni, con gioia nelle fortificazioni di Ctesifonte: nè tuttavia si reputò ben securo finchè non ebbe opposto la corrente del Tigri alle incalzanti armi Romane. La scoperta della sua fuga ingombrò di terrore e di tumulto la reggia, la città ed il campo di Dastagerda: i Satrapi esitarono se dovessero più temere del loro sovrano o del nemico, e le donne del suo Serraglio rimasero stupefatte e dilettate all'aspetto di volti umani, sinchè il geloso marito di tremila mogli le confinò di bel nuovo in un più distante castello. Per suo comando, l'esercito di Dastagerda si ritirò in un nuovo campo: coperta n'era la fronte dall'Arba e da una linea di ducento elefanti; le truppe delle più distanti province successivamente arrivarono, e si arruolarono i più vili servi del Re e de' Satrapi per l'estrema difesa del trono. Era tuttora in potere di Cosroe l'ottenere una ragionevol pace; ed iteratamente egli fu spinto dai messi di Eraclio a risparmiare il sangue de' suoi sudditi, ed a sollevare un conquistatore umano dal penoso dovere di portare il ferro e il fuoco per le più belle contrade dell'Asia. Ma l'orgoglio del Re di Persia non s'era ancora abbassato al livello della sua fortuna. Egli attinse una momentanea fidanza dalla ritirata dell'Imperatore; pianse con impotente rabbia sopra la rovina de' suoi palazzi Assiri, ed ebbe per troppo tempo in non cale il crescente mormorare della nazione, la quale lagnavasi che le vite e le sostanze di tutti venissero immolate all'ostinazione di un solo vecchiardo. Questo disavventurato vecchio era tormentato egli stesso dalle più pungenti pene della mente e del corpo; e, consapevole della sua prossima fine, deliberò di porre la tiara sul capo di Merdaza, il più diletto de' suoi figliuoli. Ma il volere di Cosroe non era più ormai tenuto in rispetto; e Siroe che vantava il grado ed il merito della sua madre Sina, avea cospirato co' malcontenti per sostenere ed anticipare i diritti della primogenitura[585]. Ventidue Satrapi, che prendevano il nome di amici della patria, si lasciarono adescare dall'opulenza e dagli onori di un nuovo regno; ai soldati l'erede di Cosroe promise un accrescimento di soldo; ai Cristiani promise il libero esercizio della lor religione; ai prigionieri, libertà e mercede; ed alla nazione, una subita pace e la diminuzione delle imposte. Si determinò da' cospiratori che Siroe, colle insegne della dignità reale, comparirebbe nel campo; e che se l'impresa andasse a male, gli sarebbe aperto uno scampo alla corte Imperiale. Ma da unanimi acclamazioni fu salutato il novello Monarca; la fuga di Cosroe (e dove sarebbe egli fuggito?) venne duramente impedita; diciotto suoi figliuoli gli furono trucidati in faccia, e cacciato fu egli dentro una segreta, dove spirò al quinto giorno. I Greci ed i Persiani moderni minutamente descrivono il modo con che Cosroe fu vilipeso, affamato, straziato con tormenti, per comando dell'inumano suo figlio, il quale avanzò d'assai l'esempio del genitore. Ma al tempo della morte di Cosroe, qual lingua avrebbe riferito l'istoria del parricidio? Qual occhio potea penetrare nella -torre dell'oscurità-? Secondo la fede e la misericordia dei Cristiani suoi inimici, egli affondò senza speranza in un abisso più cupo[586], nè vuol negarsi che i tiranni di ogni età e di ogni setta meritano sopra di tutti quelle infernali dimore. La gloria della casa di Sassan finì colla vita di Cosroe: lo snaturato suo figlio non godè che per otto mesi il frutto de' suoi delitti; e nello spazio di quattro anni, il titolo reale fu assunto da nove candidati, i quali si contesero colla spada o col pugnale, i frammenti di un'esausta monarchia. Ogni provincia ed ogni città della Persia divenne il teatro dell'indipendenza, della discordia, e del sangue; e lo stato di anarchia prevalse per circa ott'anni ancora, sinchè attutate le fazioni vennero ridotte al silenzio e riunite sotto il comune giogo de' Califfi arabi[587]. [A. D. 628] Tosto che praticabile fu la strada de' monti, l'Imperatore ricevè la gradita notizia del buon successo della cospirazione, della morte di Cosroe, e dell'innalzamento del suo figlio maggiore al trono di Persia. Gli autori della rivoluzione, bramosi di far pompa de' loro meriti nella Corte o nel campo di Tauride precedettero gli ambasciatori di Siroe, i quali consegnarono le lettere del loro signore al suo -fratello-, l'Imperator de' Romani[588]. A norma del linguaggio usato dagli usurpatori di tutti i secoli, egli imputa alla Divinità i suoi propri misfatti; e, senza degradare la sua regal maestà, offre di riconciliare la lunga discordia delle due nazioni, mediante un trattato di pace e di alleanza, più perenne del ferro e del bronzo. Le condizioni dell'accordo vennero definite con facilità, e con fedeltà eseguite. Nel ricovrare gli stendardi ed i prigionieri, caduti in mano a' Persiani, l'Imperatore imitò l'esempio di Augusto; la cura avuta da ambidue della nazional dignità, fu celebrata da' poeti del lor tempo: ma si può misurare la decadenza dell'ingegno dalla distanza che corre tra Orazio e Giorgio di Pisidia. I sudditi e confratelli di Eraclio furono redenti dalla persecuzione, dalla schiavitù e dall'esilio; ma in luogo delle aquile Romane, le calde dimande del successore di Costantino si fecero restituire il vero legno della Santa Croce. Il vincitore non ambiva di estendere la' debolezza dall'Impero; il figlio di Cosroe abbandonò senza rammarico le conquiste del padre; i Persiani che sgomberarono le città della Siria e dell'Egitto, furono onorevolmente condotti alla frontiera, ed una guerra che avea intaccato le parti vitali delle due monarchie non partorì alcun cangiamento nella loro situazione relativa ed esterna. Il ritorno di Eraclio da Tauride a Costantinopoli, fu un trionfo perpetuo; e dopo le imprese di sei gloriose campagne, egli pacificamente godè il sabbato delle sue fatiche. Il Senato, il Clero ed il Popolo andarono all'incontro dell'eroe lungamente aspettato, spargendo lagrime, alzando applausi, portando rami d'olivo ed innumerevoli fiaccole. Egli entrò nella capitale in un cocchio tirato da quattro elefanti; e tosto che l'Imperatore potè sbrigarsi dal tumulto della pubblica gioia, egli assaporò un più verace contento negli abbracciamenti della sua madre e del suo figliuolo[589]. L'anno seguente fu illustrato da un trionfo di genere assai diverso, la restituzione della vera Croce al Santo sepolcro. Eraclio fece in persona il pellegrinaggio di Gerusalemme; si verificò dal prudente Patriarca l'identità della reliquia[590], ed in commemorazione di quest'augusta cerimonia s'instituì l'annua festa dell'Esaltazione della Croce. Prima che l'Imperatore si avventurasse a porre il piede sul sacro terreno, fu avvisato di spogliarsi del diadema e della porpora, pompe e vanità del mondo: ma, secondo il giudizio del suo clero, la persecuzione degli Ebrei era molto più facile a conciliarsi co' precetti del Vangelo. Egli salì nuovamente sul trono a ricevere le congratulazioni degli ambasciatori della Francia e dell'India: e la fama di Mosè, di Alessandro e di Ercole[591] fu ecclissata nel popolare concetto dal merito preminente e dalla gloria del grande Eraclio. Ma il liberatore dell'Oriente era povero e debole. La più preziosa parte delle spoglie Persiane erasi spesa nella guerra, o distribuita ai soldati o sommersa, per una sciagurata tempesta, nei flutti dell'Eussino. Oppressa era la coscienza dell'Imperatore dall'obbligo di restituire le ricchezze del Clero, che tolto egli avea in prestito per difenderlo: si richiedeva un fondo perpetuo per soddisfare quegli inesorabili creditori; le province, già devastate dalle armi e dall'avarizia de' Persiani, furono costrette a pagare per la seconda volta gli stessi tributi: ed il residuo debito di un semplice cittadino, il tesoriere di Damasco, fu commutato in una multa di centomila monete d'oro. La perdita di duecentomila soldati[592] che la spada avea spenti, fu di meno importanza che il decadimento delle arti, dell'agricoltura e della popolazione, in questa guerra lunga e distruggitrice: e quantunque un vittorioso esercito si fosse formato sotto lo stendardo di Eraclio, pure sembra che lo sforzo non naturale esaurisse anzi che esercitasse le forze dell'Impero. Nel tempo che l'Imperatore trionfava in Costantinopoli od in Gerusalemme, un'oscura città sui confini della Siria veniva posta a sacco dai Saraceni; ed essi fecero a brani alcune truppe che mossero a soccorrerla, accidente ordinario e di nessun momento, se non fosse stato il preludio di una grandissima rivoluzione. Que' predatori erano gli apostoli di Maometto: il fanatico loro valore era sbucato fuor dal deserto: e negli ultimi otto anni del regno di Eraclio l'Imperatore perde, rapite dagli Arabi, quelle medesime province ch'egli avea ritolte ai Persiani. NOTE: [480] -Missis qui..... reposcerent..... veteres Persarum ac Macedonum terminos, seque invasurum possessa Cyro et post Alexandro, per vaniloquentiam ac minas jaciebat- (Tacito, Annali, VI, 31) Tale era il linguaggio degli Arsacidi. In parecchi luoghi ho ricordato le alte pretensioni dei Sassanidi. [481] Vedi le ambascierie di Menandro, ostruite e raccolte nell'undecimo secolo d'ordine di Costantino Porfirogenito. [482] La generale independenza degli Arabi, che non si può ammettere senza molte restrizioni, vien ciecamente difesa in una particolare Dissertazione dagli autori dell'Istoria universale, (t. XX p. 196-250). Essi suppongono che un continuo miracolo abbia conservata la profezia in favore de' figli d'Ismaele; e questi devoti eruditi non hanno verun timore di compromettere la verità del Cristianesimo, appoggiandola su di una base tanto fragile e pericolosa. [483] D'Herbelot, Bibliot. Orient. p. 477; Pocock, -Specimen Hist. Arabum-, p. 64, 65. Il Padre Pagi (Critica, t. II p. 646) ha dimostrato che dopo dieci anni di pace, la guerra che aveva durato venti anni, ricominciò A. D. 571. Maometto era nato A. D. 569, l'anno dell'elefante o della disfatta di Abrahah (Gagnier, -Vie de Mahomet-, t. I p. 89, 90, 98); e secondo questo calcolo, due anni furono spesi nella conquista dell'Yemen. [484] Pompeo avea vinto gli Albani che gli si erano fatti incontro in numero di dodicimila cavalieri, e di sessantamila fanti; ma la sua marcia fu arrestata dalla comune opinione, che in quel paese si trovasse una quantità di rettili velenosi, l'esistenza de' quali è tuttora molto dubbiosa, come quella delle Amazzoni, che si collocavano in que' contorni (Plutarco, Vita di Pompeo, t. II p. 1165, 1166). [485] Negli Annali dell'Istoria io non ritrovo che due flotte comparse sul mar Caspio: 1. quella de' Macedoni, quando Patroclo, ammiraglio di Seleuco e di Antioco, Re di Siria, giunse dalle frontiere dell'India, dopo d'aver disceso un fiume che è probabilmente l'Oxo (Plinio, -Hist. nat.- VI, 21): 2. quella de' Russi quando Pietro il Grande condusse una flotta ed un esercito dai contorni di Mosca alla costa della Persia (Bell's -Travels-, vol. II p. 325-352). Egli con ragione osserva che mai non s'era spiegata una simile pompa marziale sul Volga. [486] Sulle guerre Persiane, e sui trattati con quella nazione, vedi Menandro, in -Excerpt. legat.- p. 113-125; Teofane di Bisanzio, -apud- Photium, Cod. 64 p. 77, 80, 81; Evagrio, l. V c. 7-15; Teofilatto, l. III c. 9-16; Agatia, l. IV p. 140. [487] In quanto al suo carattere ed alla sua situazione Buzurg-Mihir può esser riguardato come il Seneca dell'Oriente. Le sue virtù e forse i suoi difetti, sono molto meno conosciuti di quelli del filosofo Romano, che sembra essere stato assai più loquace. Fu appunto Buzurg che apportò dalle Indie il giuoco degli Scacchi, e le Favole di Pilpay. Lo splendore della sua saggezza e delle sue virtù fu tale che i Cristiani pretendono che seguisse il Vangelo, ed è venerato dai Mussulmani per aver anticipatamente abbracciato la dottrina del gran Profeta. (D'Herbelot, -Bibl. Orient.-, p. 218). [488] Vedi questa imitazione di Scipione in Teofilatto, l. I. c. 14, e nel 1. II, c. 3, egli parla dell'immagine di Gesù Cristo. Più sotto e molto distesamente tratterò delle immagini dei Cristiani; ho creduto dire degli -idoli-. Questo, se non m'inganno fu il più antico αχειροποιμτος, delle manifatture celesti, ma ne' successivi dieci secoli, molti n'escirono dalla stessa fabbrica. [489] Nel libro apocrifo di Tobia vien citato Ragae o Rei, come già in florido stato, sette secoli avanti Gesù Cristo, sotto l'impero degli Assirj. I Macedoni ed i Parti successivamente abbellironla sotto gli stranieri nomi di Europo e di Arsacia. Questa città era situata cinquecento stadj al Mezzogiorno delle porte Caspie (Strabone l. XI, p. 196). Quanto si riferisce intorno alla sua grandezza ed alla sua popolazione nel nono secolo è assolutamente incredibile: del resto essa venne posteriormente ruinata dalle guerre e dall'insalubrità dell'Atmosfera. (Chardin, -Voyage en Perse-, t. 1, p. 279, 280; d'Herbelot, -Bibliot. orient.- p. 714). [490] Teofilatto, l. III, c. 18. Nel suo terzo libro Erodoto parla de' sette Persiani che furono i Capi di queste sette famiglie. Spesso si tratta de' loro nobili discendenti, e specialmente ne' frammenti di Ctesia. Ad ogni modo l'indipendenza di Otanes (Erodoto, l. III, c. 83, 84) ripugna allo spirito del dispotismo, nè sembra verisimile che le Sette Famiglie abbiano sopravvissuto alle rivoluzioni di undici Secoli; tuttavia esse poterono venir rappresentate, dai sette ministri (Brisson, -De regno Pers.-, l. 1, p. 190), ed alcuni nobili Persiani, come i Re del Ponto (Polibio, l. V, p. 540) e della Cappadocia (Diodoro di Sicilia, l. XXXI, t. II, p. 517) potevano dirsi discesi dai prodi compagni di Dario. [491] Vedi un'esatta descrizione di questa montagna scritta da Oleario (-Voyage en Perse-, p. 997, 998) che la salì con molta difficoltà e pericolo, ritornando da Ispahan al mar Caspio. [492] Gli Orientali suppongono che Bahram abbia convocato questa assemblea, e proclamato Cosroe; ma in questo luogo Teofilatto è più chiaro e più degno di fede. [493] Ecco le parole di Teofilatto (l. IV, c. 7): Βαραμ φιλος τοις θεοις, νικητης επιφανης, τυραννων εθχρος, σατραπης μεγισανων, της Περσικης αρχων δυναμεως, etc. -Baram caro agli Dei, vincitore esimio, nemico de' tiranni, satrapa supremo, capitano delle forze Persiane, ec.- Nella sua risposta, Cosroe si qualifica di τη νοκτι χαριζομενος ομματα.... ο τους Ασωνας (i genii) μισθουμενος -d'uno che fa grazia alla notte col guardarla...... che tiene al servigio gli Asoni- (i genii). È lo stile Orientale in tutta la sua pompa. [494] Teofilatto (l. IV c. 7) imputa la morte di Hormus al suo figlio, dicendo, se gli si deve prestar fede, che spirò sotto i colpi del bastone d'ordine suo. Ho preferito di appigliarmi a quanto ne dicono Condemirio ed Eutichio; sono sempre inclinato ad adottare i testimonii più temperati, massime quando si tratti di scemare l'orrore e l'atrocità d'un parricidio. [495] Nel poema di Lucano (l. VIII, 256, 455) si osserva che Pompeo, dopo la battaglia di Farsaglia, mette in campo una disputa dell'istessa natura. Pompeo voleva ricoverarsi fra i Parti; ma i compagni de' suoi disastri avevano in orrore una simile alleanza fuor di natura; e non è difficile che un eguale principio fosse con altrettanta forza impresso nell'animo di Cosroe e de' suoi commilitoni, che potevano dipingersi con egual veemenza il contrasto delle leggi, della religione e dei costumi che l'Oriente affatto separano dall'Occidente. [496] Tre Generali tutti col nome di -Narsete- incontransi in questo secolo, e spesso venner confusi, (Pagi, -Critica-, t. II, p. 460). Un Persarmeno, fratello d'Isacco e d'Armazio che dopo un avventuroso combattimento contro Belisario, disertò dalle bandiere del Re di Persia, suo sovrano, ed andò a servir dopo nelle guerre d'Italia; 2. l'Eunuco conquistatore dell'Italia; 3. quello che ristabilì Cosroe sul trono e nel poema di Corippo vien portato alle stelle (l. III, 220-227), come -excelsus super omnia vertice agmina.... habitu modestus.... morum probitate placens, virtute verendus, fulmineus, cautus, vigilans- etc. [497] -Experimentis cognitum est Barbaros malle Roma petere reges quam habere.- È ammirabile il quadro che fa Tacito dell'invito e dell'espulsione di Vonone (-Ann.-, II, 1-3), di Tiridate (-Ann.- XI, 10, XII, 10-14) e di Meerdate (-Ann.- XI, 10, XII, 10-14). Leggendolo è forza dire che l'occhio del suo genio pare aver penetrato tutti i più reconditi segreti del campo dei Parti e delle mura dell'Harem. [498] Si pretende che Sergio e Bacco suo compagno abbiano conseguito la corona del martirio nel tempo della persecuzione di Massimiano. In Francia, in Italia, a Costantinopoli e per tutto l'Oriente gli vennero resi gli onori divini. Tanto era celebre il loro sepolcro pei miracoli, che alla città che lo possedeva venne commutato il nome di Rasafa in quello di Sergiopoli. (Tillemont, -Mém. eccles.- t. V, p. 491-496; Butler's -Saints-, vol. X, p. 155). [499] Evagrio (l. VI, c. 21) e Teofilatto Simocatta (l. V, c. 13, 14) ci hanno conservato e tramandato le lettere originali di Cosroe scritte in greco, sottoscritte di suo pugno, e successivamente inscritte su croci e tavole d'oro, deposte nella Chiesa di Sergiopoli; erano indirizzate al Vescovo di Antiochia qual Primate della Siria. [500] I Greci non dicono altro se non che era di stirpe romana e che aveva abbracciato il cristianesimo; ma i romanzi della Persia e della Turchia la significano figlia dell'Imperatore Maurizio: descrivono gli amori di Cosroe per Schirin e gli amori di Schirin per Ferhad, il più avvenente fra i giovinetti dell'Oriente (D'Herbelot, -Bibl. Orient.- p. 789, 997, 998). [501] Sono due Greci contemporanei, cioè Evagrio con uno stile conciso (l. XI, c. 16, 17, 18, 19) e Teofilatto Simocatta (l. III, c. 6-18; l. IV, c. 1-16; l. V, c. 1-15) diffusissimamente, che ci hanno lasciato la storia compiuta della tirannide di Ormuz, della ribellione di Bahram, della fuga e del restauramento di Cosroe. Tutti i successivi compilatori fra i quali Zonara e Cedreno non hanno fatto che copiare e compendiare; e gli Arabi cristiani fra i quali Eutichio (-Ann.- t. II, p 200-208) ed Abulfaragio (-Dynast.- p. 96-98), pare non abbiano che memorie particolari. Mirkond e Khondemir, i due famosi Storici persiani del decimoquinto secolo, non mi sono noti che per gli imperfetti estratti di Schikard (Tarikh, p. 150-155), di Texeira o piuttosto di Stevens (-Hist. de Perse- p. 182-186), d'un manoscritto turco tradotto dall'abate Fourmont (-Hist. de l'Accad. des Inscript.- t. VII, p. 325-334) e di Herbelot, ai vocaboli -Hormouz- (p. 457, 459), -Bahram- (p. 174), -Kosrou Parviz- (p. 996). Se avessi maggior fede nell'autorità di questi Scrittori Orientali, amerei che fossero più numerosi. [502] Chiunque voglia formarsi un'idea generale dell'orgoglio e della possanza del Cacano, legga Menandro (-Excerpt. legat.- p. 117,) e Teofilatto (l. I, c. 3, l. VII, c. 15) i cui otto libri sono di maggior onore al Capo degli Avari che all'Imperatore d'Oriente. Gli antenati di Bajano avevano assaggiato la liberalità di Roma, e Bajano sopravvisse al regno di Maurizio. (Du Buat, -Hist. des Peuples Barbares-, t. XI, p. 545). Il Cacano che fece un'irruzione in Italia, A. D. 611 (Muratori -Annali-, t. V, p. 305) era allora -juvenili aetate florens-. (Paolo Warnefrido, -De gest. Langobard.- l. VI, c. 38). Egli era il figlio o fors'anche il nipote di Bajano. [503] Teofilatto, l. 1, c. 5, 6. [504] Il Cacano si dilettava di far uso di questi aromati anche nel campo, e comandava che gli si presentassero Ινδικας καρυχιας e ricevette πεπρι και φυγγον Ινδων, κασιαν τε και τον λεγομενον κοσον. (Teofilatto, l. VII, c. 13). Gli Europei, delle età più rozze, consumavano nel mangiare e nel bere più aromi che non comporti la delicatezza di un moderno palato. -Vie privée des Français-, t. II, p. 162, 163. [505] Teofilatto, l. VI, c. 6; l. VII, c. 16. Lo Storico greco confessa la verità e l'aggiustatezza del rimprovero del Cacano. [506] Menandro (-in Excerpt. legat-., p. 126-132, 174, 175) ci riferisce il falso giuramento di Bajano e la resa di Sirmio; ma si è perduta la sua storia dell'assedio della quale Teofilatto parla con encomio (l. I, c. 3) το δ’οπως Μενανδρω τω περιφανει σαφως διηγορευται. [507] Vedi d'Anville, (-Mém. de l'Accad. des Inscriptions- t. XXVIII, p. 412-443). Costantino Porfirogenito nel decimo secolo faceva uso del nome di -Belgrado- che è schiavone, ed i Franchi nel nono secolo ai servivano della denominazione latina di -Alba Graeca- (p. 414). [508] Baronio, -Ann. Ecc.-, A. D. 600, n. 1. Paolo Warnefrido (l. IV, c. 38) dà contezza dell'invasione degli Avari nel Friuli, e (c. 39) della schiavitù de' suoi antenati, A. D. 632. Gli Schiavoni valicarono il mare Adriatico, -cum multitudine navium-, e fecero una scorreria nel territorio Sipontino (c. 47). [509] Loro insegnò eziandio a far uso dell'-Elepolis- ossia della torre mobile (Teofilatto, l. II, c. 16, 17). [510] Gli eserciti e le alleanze del Cacano si estesero infino ai contorni d'un mare posto all'Occidente e lontano da Costantinopoli quindici mesi di cammino. L'imperatore Maurizio conversò con alcuni musici ambulanti di quel rimoto paese, e solo sembra che abbia preso una professione per una nazione (Teofilatto l. VI, c. 2). [511] Il conte di Buat fa qui una delle più verisimili e più luminose congetture (-Histoire des Peuples barbare-s, t. XI, p. 546-568). I Tzechi ed i Serbi si trovano insieme confusi nei contorni del monte Caucaso, nell'Illirio e nella parte bassa dell'Elba. Pare che le più bizzarre tradizioni dei Boemi confermino la sua ipotesi. [512] Vedi negli storici Francesi Fredegario, t. II. p. 432. Bajano non faceva mistero dell'orgogliosa sua insensibilità. Οτι τοιουτους (e non τοσουτους, come si vorrebbe in una ridicola correzione) επαφησω τη Ρωμαικη, ως ει και συμβαιη γε σφισι θανατω αλωναι, αλλ’εμοι γε μη γενεσθαι συναισθησοιν. [513] Vedi in Teofilatto (l. V, c. 16, VI, c. 1, 2, 3) la spedizione ed il ritorno di Maurizio. Se questo scrittore dimostrato avesse o spirito o gusto, si potrebbe supporre che si fosse permessa una dilicata ironia; ma sicuramente Teofilatto non ha tanta malizia da rimproverarsi. [514] Εις οιωνος αριστος αμυνεσθαι περι πατρης Iliade, XII, 243. Questo eccellente verso che sì bene ci spiega il coraggio di un eroe, e la ragione di un savio, ci prova chiaramente quanto Omero fosse, sotto ogni aspetto, superiore al suo secolo ed al suo paese. [515] Teofilatto. (l. VII, c. 3) Sulla testimonianza di questo fatto, che m'era sfuggito dalla memoria, il candido lettore scuserà e correggerà l'annotazione trentesimasesta del trentaquattresimo capitolo ove mi sono troppo affrettato a raccontare la rovina d'Azimo o Azimunto. Un altro secolo di valore e di patriottismo, non è pagato a troppo caro prezzo con una tal confessione. [516] Vedi l'obbrobriosa condotta di Commenziolo in Teofilatto, l. II, c. 10-15; l. VII, c. 13, 14; l. VIII, c. 2, 4. [517] Vedi le imprese di Prisco, l. VIII, c. 2, 3. [518] Si può tener dietro alle particolarità della guerra fra gli Avari, nel primo, secondo, sesto, settimo ed ottavo libro dell'Istoria dell'Imperatore Maurizio, scritta da Teofilatto Simocatta. Egli scriveva sotto il regno d'Eraclio, e non poteva quindi esser tentato ad adulare: ma la sua mancanza di discernimento lo rende diffuso nelle bagatelle, e conciso sui fatti più importanti. [519] Maurizio medesimo compose dodici libri sopra l'arte della guerra che esistono tuttora, e che furono pubblicati (Upsal, 1664) da Giovanni Schaeffer, in fine della Tattica d'Arriano (Fabrizio, -Bibl. graeca- l. IV, c. 8, t. III p. 278 che promette d'estendersi ancor più su quest'opera, allorchè gliene si presenterà una favorevole occasiono). [520] Vedi le particolarità degli ammutinamenti avvenuti sotto il regno di Maurizio in Teofilatto, l. III, c. 1-4; l. VI, c. 7, 8, 10; l. VII, c. 1; l. VIII, c. 6, etc. [521] Teofilatto e Teofane sembrano ignorare la cospirazione e la cupidità di Maurizio. Tali accuse così sfavorevoli alla memoria di quest'Imperatore, si ritrovano per la prima volta nella Cronaca di Pasquale (p. 379, 380), da cui Zonara le attinse (t. II, l. XIV, p. 77, 78). In quanto al riscatto dei dodicimila prigionieri, Cedreno (p. 399) ha seguito un altro calcolo. [522] Ne' suoi clamori contro Maurizio, il popolo di Costantinopoli lo infamò col nome di Marcionito o di Marcionista; eresia, dice Teofilatto (l. VIII, c. 9) μετα τινος μωρας ευλαβειας, ευηθης τε και καταγελασος. Era questo un vago rimprovero? oppure aveva Maurizio realmente ascoltato qualche oscuro predicante della Setta degli antichi gnostici? [523] La Chiesa di S. Autonomo (che non ho l'onore di conoscere) era situata alla distanza di centocinquanta stadj da Costantinopoli. (Teofilatto, l. VIII, c. 9) Gillio (-De Bosphoro Thracio-, l. III, c. II) parla del porto d'Eutropia in cui Maurizio ed i suoi figli furono assassinati, come di uno de' due porti di Calcedonia. [524] Gli abitanti di Costantinopoli andavano generalmente soggetti a' νοσοι αρθρητιδες; e Teofilatto fa sentire, che se le regole dell'Istoria glie lo permettessero, egli potrebbe assegnare la causa di tal malattia. Tuttavia simile digressione non sarebbe stata più fuori di luogo che le sue ricerche (l. VII, c. 16, 17) sulle periodiche inondazioni del Nilo, e le opinioni de' filosofi greci su questa materia. [525] Da questo generoso tentativo Cornelio ha preso l'idea di formare il tanto implicato intrigo della sua tragedia l'-Eraclio-, che non si riesce a ben intendere se non dopo averne veduta la rappresentazione più d'una volta (Cornelio di Voltaire, t. V, p. 300) e che, a quanto si assicura, ha messo in imbroglio l'istesso suo autore dopo alcuni anni d'intervallo (-Anecdot. dramat-., t. I, p. 422). [526] Teofilatto Simocatta (l. VIII, c. 7-12) la -Cronaca- di Pasquale (p. 379, 280) Teofane (-Cronograph-., p. 238-244) Zonara (t. II, l. XIV, p. 77-80) e Cedreno (p. 393-404) raccontano la ribellione di Foca, e la morte di Maurizio. [527] S. Gregorio, l. XI, epist. 38, -indict. 6. Benignitatem vestrae pietatis ad imperiale fastigium pervenisse gaudemus. Laetentur coeli et exultet terra, et de vestris benignis actibus universae reipublicae populus, nunc usque vehementer afflictus hilarescat-, etc. questa vile adulazione che s'attirò le invettive de' protestanti, vien giustamente criticata dal filosofo Bayle. (-Dictionnaire critique, Gregoire- I. note H, t. II, p. 597, 595.) Il Cardinale Baronio giustifica il Papa a spese del detronizzato Imperatore. [528] I ritratti di Foca furono distrutti; ma i suoi nemici ebbero l'avvertenza di sottrarre alle fiamme una copia di questa caricatura. (Cedreno, p. 404). [529] Il Ducange (Fam. byzant., p. 106, 107) somministra alcune particolarità sulla famiglia di Maurizio; Teodosio, suo primogenito, era stato coronato all'età di quattro anni e mezzo, e S. Gregorio ne' suoi complimenti sempre lo riunisce a suo Padre. Fra le sue figlie io son sorpreso di trovare accanto ai nomi cristiani d'Anastasia e di Teoctesta, il nome pagano di Cleopatra. [530] Teofilatto (l. VIII, c. 13, 14, 15) descrive alcune delle crudeltà di Foca. Giorgio di Pisidia, poeta d'Eraclio, lo chiama (-Bell. Abaricum-, p 46; Roma 1777) της τυραννιδος ο δυσκαθεκτος και βιοφθορος δρακων. L'ultimo epiteto è giusto; ma il -corruttore- della -vita- venne facilmente vinto. [531] Gli autori ed i loro copisti sono talmente dubbiosi fra i nomi di -Prisco- e di -Crispo- (Ducange -Famil. Byzant-., p. 111) che io fui tentato ad unire in una stessa persona il genero di Foca, e l'Eroe che trionfò cinque volte degli Avari. [532] Secondo Teofane, portava κιβωτια, e εικονα θεομητορος. Cedreno aggiunge un αχειροποιητον εικονα του κυριου; di cui Eraclio si servì come di bandiera nella prima spedizione di Persia. Vedi Giorgio Pisid. Acroas, 1, 140. Sembra che le manufatture prosperassero ma Foggini, editore romano, (p. 26) si trova imbrogliato nel determinare s'era un originale od una copia. [533] Si trovano varie particolarità sopra la Tirannia di Foca, e l'esaltamento al Trono d'Eraclio, nelle Cronache di Pasquale (p. 380-383), in Teofane (p. 242-250), in Niceforo (p. 3-7,) in Cedreno (p. 404-407,) in Zonara (t. II, l. XIV, p. 80-82). [534] Teofilatto, l. VIII, c. 15. La vita di Maurizio fu scritta l'anno 628 (l. VIII, c. 13) dall'ex Prefetto Teofilatto Simocatta, nato in Egitto. Fozio, che dà un lungo estratto di quest'opera, dolcemente critica l'affettazione e l'allegoria che dominano il suo stile. La prefazione consiste in un dialogo fra la Filosofia e l'Istoria; esse siedono sotto un platano, e l'Istoria suona la sua lira. [535] -Christianis nec pactum esse, nec fidem, nec foedus.... Quod si ulla illis fides fuisset, regem suum non occidissent.- (Eutichio, -Annal.-, t. II, p. 211, vers. Pocock). [536] Per qualche secolo noi siamo qui obbligati di abbandonare gli autori contemporanei, e di abbassarci, se ciò può dirsi abbassarsi, dall'affettazione della retorica alla grossolana semplicità delle Cronache e de' Compendj. Le opere di Teofane (-Cronograph.- p. 244-279) e di Niceforo (p. 3-16) offrono la serie della guerra persiana, ma in un modo imperfetto. Quando dovrò riferire de' fatti che essi non accennano, citerò le particolari autorità. Il cortigiano Teofane, che si fece poi Monaco, nacque A. D. 748; e Niceforo, Patriarca di Costantinopoli, che morì A. D. 829, era un poco più giovane: tutti e due ebbero a soffrire per la causa delle immagini (Hankius, -Descript. byzantinis-, p. 200-246). [537] Gli storici di Persia furono essi stessi ingannati su questo punto; ma Teofane (p. 244) rimprovera a Cosroe questa superchieria e questa menzogna; ed Eutichio crede (-Ann-. t. II, p. 211) che il figlio di Maurizio, che potè sfuggire agli assassini, si sia fatto monaco sul monte Sinai, dove morì. [538] Eutichio attribuisce tutte le perdite dell'Impero al regno di Foca, e quest'errore salva la gloria d'Eraclio. Egli fa venire quel Generale non da Cartagine ma da Salonica, con una flotta carica di vegetali per Costantinopoli (-Annal-. t. II, p. 223, 224). Gli altri Cristiani dell'Oriente, Barebreo (-ap.- Asseman., Bibl. orient., t. III, p. 412, 413), Elmacin (-Hist. Saracen.- p. 13-16), Abulfaragio (-Dynast.-, p. 98, 99) sono di più buona fede, e più esatti. Il Pagi indica i diversi anni della guerra persiana. [539] Sulla conquista di Gerusalemme, avvenimento tanto interessante per la Chiesa, vedi gli Annali d'Eutichio (t. II, p. 122-223) ed i lamenti del monaco Antioco (-apud- Baron., -Annal. eccles.-, A. D. 614, n. 16, 26), centoventinove Omelie del quale tuttora sussistono, se pure si può dire che sussistano, mentre nessuno le legge. [540] Il Vescovo Leonzio, suo contemporaneo, scrisse la vita di questo degno prelato. Baronio (-Ann. eccles-. A. D. 610, n. 10) e Fleury (tom. VIII, p. 235, 242) hanno dato sufficienti notizie di quest'opera edificante. [541] L'errore di Baronio e di altri parecchi scrittori che ci hanno voluto far credere che le conquiste di Cosroe si fossero estese sino a Cartagine, in luogo di Calcedonia, si fondò sulla rassomiglianza dei greci vocaboli Καλχηδονα e Καρχηδονα che si leggono nei testi di Teofane, e che sono stati confusi ora dai copisti ed ora dai critici. [542] Gli Atti -originali- di sant'Anastasio sono stati pubblicati frammisti a quelli del settimo Concilio generale, da cui e Baronio (-Annal. eccles-., A. D. 614, 426, 627) e Butlero (-Lives of the Saints-, vol. 1, p. 242-248) hanno cavato i loro racconti. Questo santo martire abbandonò le bandiere del Re di Persia, sotto cui serviva ed entrò nelle romane legioni; a Gerusalemme vestì l'abito di frate, e fece oltraggio al culto dei Magi allora vigente in Cesarea, città della Palestina. [543] Abulfaragio, -Dynast-., p. 99; Elmacin, -Hist. Sarac-. p. 14. [544] D'Anville, -Mem. de l'Acad. des Inscript-. t. XXXII, p. 568-571 [545] L'una di queste razze ha due gobbe e l'altra una sola. La prima si è propriamente il cammello; la seconda il dromedario. Il cammello è nativo del Turkestan o della Bactriana ed il dromedario non nasce che in Arabia ed in Affrica. (Buffon, -Hist. nat.-, t. XI, p. 211); Aristotile (-Hist. animal.-, t. I, l. II, c. I; t. II, p. 185). [546] Teofane, -Cronograph-., p. 268, e d'Herbelot, -Bibl. Orient-. p. 997. I Greci ci descrivono Dastagerda nel momento del suo declinamento, invece che i Persi ce la rappresentano nell'epoca del suo maggior splendore; ma i primi non parlano che con sincerità su quanto sono stati testimoni di veduta; ed i secondi non narrano che quanto loro è stato vagamente riferito. [547] Gli storici di Maometto, Abulfeda (-in vita Mohammed-, p. 92, 93) e Gagniero (Vita di Maometto, t. II, p. 247) vogliono che questa ambasciata avvenisse nell'anno settimo dell'Egira che principiò A. D. 628, l'11 maggio; ma la loro cronologia è sbagliata, mentre Cosroe morì nel mese di febbrajo dell'istesso anno (Pagi, -Critica-, t. II, p 779). Il conte di Boulainvilliers (-Vita di Maometto-, p. 327, 328) la sostiene nell'anno 615, poco dopo la conquista della Palestina. È però vero che Maometto non poteva essersi così presto avventurato ad un fatto di simil sorta. [548] Vedi il capitolo trentesimo dell'Alcorano intitolato i -Greci-. Il dotto ed insieme savio Sale che ha tradotto l'Alcorano in lingua inglese, (p. 330, 331) ci presenta sotto un eccellente aspetto queste congetture, questa predizione, o questa scommessa di Maometto; ma Boulainvilliers (p. 329-334) colle più cattive intenzioni fa tutti i sforzi per istabilire la verità di questa profezia, che secondo i suoi principj doveva imbarazzare i polemici scrittori del Cristianesimo. [549] Paolo Warnefrido, -De gest. Longobard.-, l. IV, c. 38, 42; Muratori, -Annali d'Italia-, t. V, p. 307, etc. [550] La cronica di Pascal che soventi, mentre annoia con un indice sterile di nomi e di date, ci compensa con qualche pezzo di storia, dà una esattissima descrizione del tradimento degli Avari (p. 389, 390). Niceforo indica il numero dei prigionieri. [551] Qualche scritto originale, come l'aringa, o la lettera degli ambasciatori romani (p. 386-388) rendono interessante la cronica di Pascal, che deve essere stata dettata sotto il regno d'Eraclio e verisimilmente in Alessandria. [552] Niceforo che (p. 10, 11) coi nomi di αθεσμον, e di αθεμιτον, fa ogni sforzo por coprire d'ignominia questo matrimonio, si fa un vero piacere di narrare che i due figli sortiti da quell'incestuoso maritaggio portarono ambedue, per tutta la loro vita, l'impronto della collera divina, il primo nell'immobilità del collo, ed il secondo nella mancanza dell'udito. [553] Giorgio di Pisidia (-Acroas.- 1, 112-125, p. 5) nell'esporre le opinioni, dice che i pusillanimi suoi consiglieri non avevano cattive intenzioni. Avrebb'egli dunque voluto scusare un sì disdegnoso ed altiero avvertimento di Crispo? Επιθωπταζων ουκ εξον βασλει εφασκε κτααλίμανειν βασιλεία, και τοις ποῤῤω επιχωριαζειν δυναμεσιν. [554] Ει τας επ’ ακρον ηρμενας ευεζιας Εσφαλαμενας λεγουσιν ουκ απεικοτως Κεισθω το λδίπον εν καικος τα Περσιδος Αντίστροφκ δε, etc. Georg. Pisid. -Acroas.- 1, 51, pag. 4. Gli Orientali provano pur essi la più gran compiacenza di ricordare queste sì strane vicende; e mi rammento benissimo la storiella di Cosrou Parviz che molto non varia da quella dell'anello di Policrate di Samos. [555] Baronio ci fa con tutta gravità il racconto di questa scoperta; o per dir meglio di questo trasmutamento di molti barili di mele in un barile d'oro. (-Annal. eccles.-; A. D. 620, n. 3). Tuttavia l'imprestito fu arbitrario perchè fu riscosso col mezzo di soldati, i quali avevano avuto ordine di non lasciare al Patriarca d'Alessandria che due marchi d'oro. Niceforo due secoli dopo (p. 11) parla con gran rancore su questa contribuzione, dicendo che la chiesa di Costantinopoli se ne risentiva tutt'ora. [556] Teofilatto Simocatta l. VIII, c. 12. Questi è un fatto che non deve recar meraviglia, perchè, persino in tempo di pace, in meno di venti o venticinque anni i soldati d'un reggimento si trovano intieramente rinnovati. [557] Lasciò i coturni di color di -porpora- per calzar i neri che tinse poscia del sangue de' Persiani. (Giorgio di Pisidia, Acroas. 111, 118, 121, 122. Vedi le -annotazioni- di Foggini p. 35). [558] Giorgio di Pisidia (-Acroas.- II, 10, p. 8) ha determinato questo punto sì importante sulle porte della Siria e della Cilicia. Senofonte che era, dieci secoli prima, passato di là, ne fa la descrizione coll'ordinaria sua eleganza. Una gola, della larghezza di tre stadii, circondata da rupi alte e fatte a picco (πετραι ηλιβαται) da un lato, e dall'altro dal Mediterraneo; in ciascheduna delle sue estremità veniva chiusa da due grosse porte inaccessibili dalla parte di terra (παρελθειου ουκ ηκ βια) ma accessibili dalla parte del mare (-Retr. des dix mille-, l. 15, p. 35, 36 colla dissertazione geografica di Hutchinson, p. 6). Le due porte erano alla distanza di trentacinque parasanghe o leghe da Tarso (-Ibid.-, l. I, p. 33, 341), e di otto o dieci da Antiochia, (si confronti l'Itinerario di Wesseling, p. 580, 581; l'-Index geographique- di Schultens, -ad calcem vit. Saladen.-, p. 9, -Voyage en Turquie et en Perse-, di Otter. t. I, p. 78, 79). [559] Eraclio avrebbe potuto acconcissimamente scrivere al suo amico le parole modeste di Cicerone: «-Castra habuimus ea ipsa quae contra Darium habuerat apud Issum Alexander, imperator, haud paulo melior quam tu aut ego-» (-Ad Atticum- c. 20). Prosperando Alessandria o Scanderoon situato al di là della baja, rovinò Issus che ai tempi di Senofonte era florida e ricca città e che chiamasi anche Ajazza o Leiazza. [560] Foggini (Annotat. p. 31) dubita che i Persiani siano stati ingannati dalla Φαλανξ πεπληγμενη d'Eliano (-Tactique- c. 48) movimento spirale e complicato fatto dall'esercito. Egli osserva (pag. 28) che le militari descrizioni di Giorgio di Pisidia sono letteralmente copiate nella Tattica dell'Imperatore Leone. [561] La prima spedizione d'Eraclio trovasi descritta in tre -acroaseis- o canti di Giorgio di Pisidia che ne fu testimonio oculare (-Acroas.- II, 222). Il suo poema fu pubblicato in Roma nell'anno 1777; ma quanto sono lontani gli elogi vaghi e le declamazioni che vi si leggono, di corrispondere alle belle speranze che si erano messe in mente Pagi, d'Anville etc. [562] Teofane (p. 256) trasporta troppo prestamente Eraclio (κατα ταχος) in Armenia. Ambedue le spedizioni vengono confuse da Niceforo, che però indica la provincia di Lazica. Eutichio (-Annal.- t. II, p. 231) ne circoscrive il numero in cinquemila uomini, e li staziona a Trebisonda, il che ha tutta la probabilità. [563] Nel viaggio di Costantinopoli a Trebisonda, con vento favorevole, non si consumavano che quattro in cinque giorni; da Trebisonda ad Erzerom, cinque giorni; da Erzerom ad Erivan, dodici giorni, da Erivan finalmente in fino a Tauride dieci; vale a dire trentadue giorni, in tutto, di cammino. E tale si è l'itinerario che Tavernier (-Voyages-, t. I, p. 12-56) il quale avea piena cognizione di tutte le strade dell'Asia, ci ha indicato. Tornefort che viaggiava in compagnia di un Pacha consumò dieci in dodici giorni nel cammino da Trebisonda ad Erzerom (-Voyage du Levant-, t. III, Lettere XVIII); e Chardin (-Voyages-, t. I, p. 249-254) è molto più esatto nel determinare la questione, mentre la dà di cinquantatre parasanghe di cinque miglia l'una (ma di qual passo?) fra Erivan e Tauride. [564] La spedizione d'Eraclio in Persia è stata assaissimo illustrata dal Signore d'Anville (-Mém. de L'Acad. des Inscriptions-, t. XXVIII, p. 559-573). È ammirabile la dottrina del pari che l'ingegno dimostrati nell'indagare la posizione di Gandzaca, di Thebarma, di Dastagerda ec.; ma non fa veruna menzione della oscura campagna del 624. [565] -Et pontem indignatus Araxes.- Virgil. Eneide. VIII, 728. L'Arasse è un fiume che corre con gran strepito, impeto e la massima rapidità, e non v'è modo di resistergli quando le nevi si sgelano: rovescia i più forti ed i più massicci ponti, e le rovine d'un gran numero d'archi che si mirano in vicinanza dell'antica città di Zulfa, sono una testimonianza irrefragabile del suo -sdegno-. (-Voyages de Chardin-, t. I, p. 252). [566] Chardin (t. I; p. 255-259) come gli Scrittori orientali (Herbelot,- Bibl. orient.-, p. 834) attribuisce a Zobeide moglie del celebre Califfo Haroun-Alrashid, la fondazione di Tauride o Tebride; ma pare che abbia ad avere essa una data più antica, ed infatti li nomi di Gandzaca, Gazaca e Gaza significano che in essa stava rinchiuso il tesoro regio. Chardin in vece di seguire la comune opinione che dava ad essa un milione e centomila anime, le limita al solo numero di cinquecento cinquantamila. [567] Aprì l'Evangelio ed il primo passo, che il caso gli fece cadere sotto gli occhi, lo applicò al nome ed alla situazione dell'Albania. (Teofane, p. 258). [568] La landa di Mogan che si trova fra il Ciro e l'Arasse conta sessanta parasanche in lunghezza e venti in larghezza. (Olear., p. 1023, 1024). Offre molte acque e fertilissimi pascoli. (-Hist. de Nader-Shah- tradotta dal Signor Iones su di un manoscritto persiano part. II, p. 2, 3). Vedi i campi di Timur (-Hist.- scritta da Skerefeddin-Ali, l. V, c. 37; l. VI, c. 13), l'incoronazione di Nader-Shah (-Hist. persane-, p. 3-13) e la sua vita, del Signor Iones p. (64, 65). [569] D'Anville ha provato che sì Thebarma che Ormia vicino al lago Spauta, non sono che una sola ed identica città (-Mem. de l'Acad. des Inscript.-, t. XXVIII, p. 564, 565). I Persiani la venerano persuasi essere nato in quella città Zoroastro (Schultens, -Index géograph.- p. 48): e il Signore d'Anquetil-Duperron (-Mem. de l'Acad. des Inscript.- t. XXXI p. 375) dà varj testi del loro Zendavesta, o del Zendavesta dei Persiani che sostengono questa tradizione. [570] Non posso trovare dove fosse situato Salbano, Taranto, territorio degli Unni, ec. del quale fa menzione Teofane (p. 260-262), e ciò che più si è, anco il Signor d'Anville non ha tentata la più piccola indagine in proposito. Eutichio (-Annal.- t. II, p. 231, 232) autore inetto, nomina Aspahan; e pare verisimile che Casbin sia la città di Sapore. Ispahan è situata a ventiquattro giorni di distanza da Tauride, e Casbin a metà cammino fra queste due città. (-Voyages de Tavernier-, t. I, p. 63-82). [571] Il Sarecs della larghezza di tre -plethri- circa, distante da Tarso venti parasanghe fu passato dall'esercito di Ciro. Il Pyramo o Malmistra d'uno stadio circa di larghezza scorreva cinque parasanghe più all'Oriente. (Senofonte, -Anabas- l. 1, p. 33, 34). [572] Con molta ragione Giorgio di Pisidia (-Bell. Abaricum- 246-265, p. 49) esalta il perseverante coraggio delle tre campagne (τρεις περιξρομους) contro i Persiani. [573] Petau (-adnotation. ad Nicephorum-, p. 26, 63, 64) segnala i nomi e le azioni di cinque Generali persiani che vennero l'un dopo l'altro spediti contro ad Eraclio. [574] Giorgio di Pisidia (-Bell. Abar.-, 219) specifica il numero di otto miriadi. Questo poeta (50-88) dice chiaramente che il vecchio Cacano visse fino al tempo che regnò Eraclio, e che il di lui figlio, che fu anche il di lui successore, era nato da madre straniera. Tuttavia Foggini (-Annotat.- p. 57) ha altrimenti interpretato questo passo. [575] (Erodoto, l. IV, c. 131, 132). Il Re dei Sciti spedì a Dario un uccello, un ranocchio, un sorcio e cinque dardi. «Che a questi segni, dice Rousseau con molto sale, si sostituisca una lettera; e questa più sarà scritta in tuono minaccioso, porterà meno spavento: non sarà che una millanteria che si attirerà le risa di Dario» (Emila, t. III, p. 146). Io però sono molto in dubbio se il Senato ed il Popolo di Costantinopoli abbiano -riso- di quest'ambasciata del Cacano. [576] Un racconto specificato ed autentico dell'assedio e della liberazione di Costantinopoli si legge nella cronica di Paschal. Altri fatti vi furono aggiunti da Teofane (p. 264) e si può dedurne qualche barlume dell'esaltazione di mente di Giorgio di Pisidia, il quale ad oggetto di celebrare questo sì felice evento ha composto a bella posta un poema (-De bell. Abar.-, p. 45, 54). [577] La potenza ed il dominio de' Cozari che furono conosciuti dai Greci, dagli Arabi e persino sotto il nome di Kosa, dai Cinesi, durò in tutto il settimo, l'ottavo ed il nono secolo. (De Guignes, -Hist. des Huns-, t. II, p. 11, p. 507-609). [578] L'unica figlia d'Eraclio e d'Eudossia sua prima moglie, Epifania od Eudossia nominata, nacque in Costantinopoli alli 7 di luglio, A. D. 611; ai 15 d'agosto fu portata al fonte battesimale, ed alli quattro d'ottobre dell'istesso anno gli fu posta la corona sulla testa nella Cappella di San Stefano del palazzo. Era dunque in età di circa quindici anni. A tal effetto venne spedita al Principe turco; ma strada facendo, ricevette la nuova che lo sposo destinatogli, era morto. (Ducange, -Fam. byzant.-, p. 118). [579] Nell'Elmacino (-Hist. Saracen.-, p. 13-16) si leggono fatti curiosi e verisimili; ma le sue computazioni aritmetiche sono troppo considerabili, perchè suppone 300,000 Romani riuniti ad Edessa, e 100,000 Persiani ammazzati nella battaglia di Ninive. La sottrazione . , 1 , ' 2 , ' 3 , 4 ' ' ' . 5 , , , 6 , 7 , . , 8 [ ] , , , 9 , , , 10 ; , 11 12 , ; 13 14 ' . ' 15 ; 16 ; 17 , ' , 18 , : « » , 19 ' , « : 20 ' 21 . 22 ' : 23 ' 24 . , 25 , , 26 . , 27 , 28 ; ' , 29 ' , 30 ' » [ ] . , 31 , 32 ' ; ' 33 , ' ; 34 ; 35 ' ' 36 . 37 , 38 ; 39 ' 40 , , , 41 , ' 42 . ; 43 ; 44 ; , ' 45 , 46 . ' 47 ; 48 ' , 49 ' , ' 50 [ ] . 51 52 , 53 , ' 54 ' . ' 55 ; 56 ; 57 , ' , ' 58 ' . , ' 59 ' [ ] 60 , , 61 ' , , 62 , . 63 64 ; ' , , 65 , ' 66 . , 67 ' , , ' , 68 ' , 69 ' . 70 , [ ] , 71 72 - - , , 73 74 ' [ ] . , , : 75 , , 76 , 77 , 78 ' , 79 . 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