Una donna
Roberto Bracco
ROBERTO BRACCO
TEATRO
VOLUME PRIMO
NON FARE AD ALTRI... -- LUI LEI LUI --
UN’AVVENTURA DI VIAGGIO -- *UNA DONNA* --
LE DISILLUSE -- DOPO IL VEGLIONE
2ª EDIZIONE.
REMO SANDRON -- Editore
Libraio della Real Casa
MILANO-PALERMO-NAPOLI
PROPRIETÀ LETTERARIA
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi, non escluso il Regno di Svezia e quello di
Norvegia.-
È assolutamente proibito di rappresentare questi lavori senza il
consenso scritto dell’Autore -(Art. 14 del Testo Unico 17
Settembre 1882)-.
Published in Palermo, 10th. June Privilege of Copyright in the
United States reserved under the Act approved March 3rd. 1905,
by Roberto Bracco and Remo Sandron.
Off. Tip. Sandron -- 126 -- I -- 290312.
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UNA DONNA.
-Dramma in quattro atti.-
Questo dramma, scritto il 1888, fu rappresentato per la prima volta il 2
maggio 1892 dalla compagnia -Pasta-Garzes-Reinach-, protagonista -Tina
di Lorenzo-, al -Fiorentini- di -Napoli-.
PERSONAGGI:
-Clelia-.
-Signora Maria Renzi.-
-Mario Renzi-, -suo figlio-.
-Gerardo Carsanti.-
-Signor Brambini.-
-Beatrice-, -sua nipote-.
-Bartolomeo.-
-Angiolina.-
-Fonseca.-
-Giannetti.-
-Verani.-
-Maturi.-
-Saverio-, -portinaio-.
-Un Albergatore.-
-Teresa-, -cameriera-.
-Giacomo-, -servo-.
-Carmela.-
La scena, a Napoli: verso il 1880.
*Annotazioni per gl’interpreti.*
-Clelia-: ventidue anni, graziosa, fragile, variabilissima di
aspetto e di accento. -- -Mario-: trent’anni, pittore: ha qualche
cosa d’inconsciamente affascinante. -- -Signora Renzi-:
sessant’anni, aspetto sereno, dolce, modestamente signorile. --
-Gerardo Carsanti-: quarantacinque anni: faccia poco simpatica,
occhi lievemente affetti da strabismo, modi o troppo melliflui o
troppo ruvidi: veste con esagerata e falsa eleganza. -- -Signor
Brambini-: sessantacinque anni, ex capitano borbonico: aspetto
bonario. -- -Beatrice-: diciotto anni: è una fanciulla bellina,
semplice e mite. -- -Bartolomeo-: circa cinquant’anni, ex maestro
di ballo: tipo comico: porta delle scarpine senza tacco e in
testa un berretto ben ricamato. -- -Angiolina-: quarantasette
anni, rivenditrice di abiti: aria di persona zelante,
affaccendata, inframmettente, pettegola. -- -Fonseca-:
trentott’anni: medico di poca importanza: vivacità furbesca e
cordiale. -- -Giannetti-: quarant’anni: contegno d’uomo di mondo.
-- -Verani-: trentadue anni: giovanotto vacuo e stupidamente
sentimentale. -- -Maturi-: età indefinibile: galoppino di
Carsanti: magro, sparuto, sembra un usciere di tribunale. --
-Saverio-: portinaio d’un palazzetto abitato dal mezzo ceto: un
omuncolo bilenco. -- -Albergatore-: è rozzo, burbero. -- -Teresa-:
cameriera giovane e astuta. -- -Giacomo-: figura di servo
sciatto, inelegante. -- -Carmela-: giovane popolana.
ATTO PRIMO.
-Camera modesta, quasi povera, in disordine. Poche suppellettili tra cui
un attaccapanni, una tavola, uno stipetto basso, seggiole stranamente
diverse. Sull’attaccapanni, soltanto una sottana bianca. Sulla tavola,
un tovagliolo mezzo aggrovigliato e alcune bucce di frutta. Sopra una
seggiola, un paio di stivalettini attillati. Sullo stipetto, piatti,
bicchieri, forchette, cucchiai, coltelli, qualche bottiglia, qualche
vaso di creta. In fondo, una porta senza battenti che lascia vedere una
saletta e l’uscio di scala. Accanto a questa porta, una seggiola. A
destra, un’altra porta. A sinistra, una finestra.-
SCENA I.
ANGIOLINA -e- PORTINAIO.
-(Quando s’alza la tela, il campanello penzolante ad un muro della
saletta si agita e strepita. Nella stanza non c’è nessuno. -- Silenzio. --
Poi, un’altra volta, il campanello strepita. -- E di nuovo silenzio. --
Quindi si sente la voce pettegola di Angiolina di là dall’uscio
chiuso.)-
-Angiolina-
Ohè! Portinaio!... Portinaio, qui non mi si apre.... Non c’è nessuno in
casa? -(Pausa.)- E mi avete fatto salire!... -(Pausa.)- Allora venite ad
aprirmi.... Sono io, Angiolina la rivenditrice.... Venite ad aprirmi....
Aspetterò che venga la signorina.... -(Pausa. -- Tra sè:)- Ah! benedetto
Dio!....
-(Si apre l’uscio. Entrano il portinaio con un chiavino in mano e
Angiolina che porta sul braccio una veste avvolta in un panno bianco.)-
-Portinaio-
-(entrando)- Eh! bella mia, io ho l’ordine di non dare la chiave che al
signor Mario. Ho aperto perchè siete voi. Se volete aspettare qui,
accomodatevi pure; ma, senza offesa, io vi tengo compagnia.
-Angiolina-
Angiolina può entrare sempre, per regola vostra: e poi, statevi attento
che c’è tanta roba preziosa da portar via!... -(Ironicamente)- In questa
casa si guazza nell’oro!... È una pietà, è una pietà!...
-Portinaio-
-(confidenzialmente)- Ma che ci volete fare! Questa poveretta è pazza.
Se sapeste che offerte ha rifiutate! Il male è che ci vado io di
mezzo.... E se qualche galantuomo viene a mettermi nelle mani una carta
di cinque lire, solamente, già, per informarsi -- perchè, tanto,
ambasciate a lei non glie ne porto più --, io non ci sto bene di
coscienza, e sono perfino capace di non accettare la mancia. È un
peccato mortale!
-Angiolina-
Lo dite a me? Lo so io se è un peccato mortale: io, che ero abituata ad
avere da lei tutto quello che volevo... mentre adesso poco ci manca che
non debba io soccorrere lei! Ah! quando penso ai tempi in cui la sua
casa era in festa di giorno e di notte e si gettava la roba dalla
finestra tant’era l’abbondanza; quando penso alle risate che mi faceva
fare -- perchè mi voleva un gran bene e mi raccontava tutti i fatti suoi
--, credetemi, don Saverio, mi viene da piangere. Aveva sempre trattato
gli uomini come fantocci, e ne aveva avuto tesori, e se n’era sempre
infischiata... -- senza mai commettere mal’azioni, veh!, perchè cattiva
non era... --; ed ecco che da un giorno all’altro s’incapriccia di questo
spiantato, e addio allegria, addio abbondanza! Manda al diavolo tutti
gli amici, e si riduce in questo stato....
-Portinaio-
Apritele gli occhi voi.
-Angiolina-
Non c’è come persuaderla. Se le parlo, non mi dà neanche retta.... Ed
io, che potrei!... Basta!...
-Portinaio-
«Potreste»?... Lasciatemi sentire: che cosa potreste? A me dovete dire
tutto. Confidatevi.... Tengo segreti qua dentro -(la mano sul petto)-,
che neppure un confessore!
-Angiolina-
-(non volendo compromettersi)- No.... niente di positivo....
-Portinaio-
Volete farmi dei misteri; ma questo non va bene. Perchè, se poi avete
bisogno di me....
-Angiolina-
Ma che vi pare? Avessi da confidarvi qualche cosa, non ve la confiderei?
Lo so che siete un buon uomo, e che, all’occorrenza, per un amico, vi
gettereste nel fuoco; ma, vi ripeto, per ora non c’è niente, non c’è
niente....
SCENA II.
MARIO, ANGIOLINA, PORTINAIO.
-Mario-
-(dalle scale)- Che è questa porta aperta? -(Entra. Vedendo Angiolina,
mostra di seccarsene.)- Ah! qui si fa conversazione....
-Angiolina-
Serva vostra!
-Portinaio-
-(togliendosi il berretto)- Tenevo compagnia a donn’Angiolina per non
farla aspettare fuori la porta. Questa è la chiave. -(Gliela dà.)-
-Mario-
-(prende la chiave. Infastidito e stanco, siede dopo di aver lasciato in
un angolo il cappello e un quadretto che aveva portato sotto il
braccio.)- E la signora?
-Portinaio-
È uscita che saranno più di due ore. Poco potrà tardare. Comandate
niente?
-Mario-
No.
-Portinaio-
-(esce.)-
-Mario-
-(ad Angiolina, che gli è rimasta indietro, si rivolge tranquillamente)-
Che siete venuta a fare? Ve l’ho già detto: desidero che qui non ci
veniate.
-Angiolina-
-(paziente)- La signorina Clelia mi aveva dato a vendere una veste,
-(mostra la veste)- ed io vengo a dirle che non è stato possibile: non
glie la vogliono comprare neppure per dieci lire.
-Mario-
-(mal celando il turbamento)- Quale veste?
-Angiolina-
-(cavandola dal panno)- Eccola....
-Mario-
Come! Anche questa?!
-Angiolina-
Sissignore, anche questa.
-Mario-
E non l’hanno voluta?
-Angiolina-
È di lanetta leggera. Fosse roba d’inverno, si troverebbe a vendere
facilmente. Ma è robetta di mezza stagione, e siamo in novembre....
-Mario-
-(interrompendola)- Sta benissimo. Dirò io tutto ciò alla signora.
Lasciate lì la veste e non vi date pena. Non è necessario vendere questi
stracci.... Grazie tante, e addio. -(La saluta con la mano,
congedandola.)-
-Angiolina-
Ma io non ho fretta. Posso aspettare.
-Mario-
Addio! Addio! Volete farmi il piacere d’andarvene?
-Angiolina-
Ah!... ecco la signorina Clelia.
SCENA III.
CLELIA, ANGIOLINA, MARIO.
-Clelia-
-(arriva tutta scalmanata, con in mano un mazzo di fiori sciolti e
alcuni cartocci. Giungendo, va difilata a dare un bacio a Mario.)- Il
portinaio m’ha detto che eri qui, e non so perchè mi son messa a correre
per le scale, come se non t’avessi visto da una settimana.... Ah!... non
ne posso più. -(Pone sopra la tavola i cartocci, mette i fiori in un
vaso, e si lascia cadere, trafelata, su una seggiola.)- Male! Male,
Mario mio! Le cose vanno male! Ma non te ne affliggere....
-Mario-
Si direbbe che vanno bene: hai fatto perfino una provvista di fiori.
-Clelia-
Me li ha regalati....
-Mario-
Chi?
-Clelia-
Un bel giovanotto. Ah! ah! ah! Saresti capace di crederlo?... Me li ha
regalati la solita vecchietta.... Ella sa che io non ci posso stare a
lungo senza fiori, come io so che ogni tanto una buona colazione la
rende felice!... -(Rivolgendosi ad Angiolina con dissimulazione)- E tu,
Angiolina, come sei capitata qui? Che vento ti ha portata da questa
parte?
-Mario-
È inutile di fingere, cara Clelia: lo so che avevi mandato a vendere
anche questa vesticciola di lana.... Ti ridurrai come una pezzente da
non poter più uscire di casa.
-Clelia-
-(con un sorriso di bontà)- Eh! Chi sa! Non tutti i giorni sono uguali!
Bisogna sempre sperare! Ma a te, Angiolina, com’è saltato in mente di
dire a Mario la faccenda della veste?
-Angiolina-
Egli mi rimproverava ch’io fossi venuta, e per giustificarmi....
-Clelia-
Intanto, la veste è qui.... Perchè?
-Angiolina-
Perchè, signorina mia bella, se vi contentate di poche lire, io farò
un’altra giratina e cercherò di venderla; altrimenti è proprio
impossibile.
-Clelia-
Poche lire! Come sarebbe a dire? Una cinquantina?
-Angiolina-
Scherzate! Meno di dieci. Per dieci me l’hanno rifiutata.
-Clelia-
Caspita! Mi arricchirò. Beh! Vendila come meglio puoi. Siano pure otto
lire. Saranno sempre guadagnate.
-Angiolina-
-(riavvolgendo la veste nel panno bianco e rimettendosela sul braccio)-
Volevo poi dirvi, se il signorino permette, un’altra cosa... -(timida e
prudente)- riguardante.... quell’altro abito....
-Clelia-
-(schietta)- Quale altro abito?
-Angiolina-
-(vorrebbe spiegarsi con gli sguardi)- Ma come?! Non vi ricordate?...
-(Le si avvicina e le dice all’orecchio:)- Vi debbo parlare di
premura....
-Mario-
Alzate la voce, donn’Angiolina! Alzate la voce! Qui non c’è bisogno di
far tanti misteri, e, soprattutto,... non c’è bisogno dei vostri
servigi. Voi volete mettermi con le spalle al muro, volete. Non mi fate
perdere la pazienza.... Ve l’ho fatto capire, sì o no, che mi siete
antipatica?
-Clelia-
-(rimproverando con mitezza)- Mario!...
-Angiolina-
Ih! che maniere!... Vi ho messo forse la mano nella tasca?
-Mario-
No, non me l’avete messa.... -(La prende per un braccio conducendola
verso la porta)- Non me l’avete messa; ma, per ora, andatevene.
-Angiolina-
-(opponendo una lieve resistenza e guardando Clelia come se aspettasse
un cenno di risposta)- Un momento....
-Mario-
Andatevene.... -(La tiene sempre pel braccio.)-
-Angiolina-
Ma....
-Clelia-
-(con un gesto la prega di pazientare.)-
-Mario-
Andatevene. -(L’accompagna sino alla porta, e glie la chiude in
faccia.)-
SCENA IV.
CLELIA -e- MARIO.
-Clelia-
-(umilmente)- Perchè la tratti così? Che t’ha fatto di male quella
poverina?
-Mario-
Non m’ha fatto nulla di male, ma il vederla bazzicare ancora in questa
casa mi urta i nervi. La sua presenza mi ricorda troppo la tua vita
passata e mi pare che lei possa rimetterti in relazione con tutta quella
gente che t’ha rovinata.
-Clelia-
-(un po’ celiando)- Veramente, non è quella gente che ha rovinata me;
sono io, invece, che, talvolta, ho rovinata quella gente.... Intanto, tu
credi che io possa lasciarmi adescare da donn’Angiolina? -(malcontenta)-
È strano....
-Mario-
-(alquanto irritato)- Strano o no, quella femminaccia mi fa paura, ed io
ti proibisco di....
-Clelia-
-(interrompendolo con dolcezza)- Non la riceverò più, sta tranquillo. O
che vogliamo litigare per donn’Angiolina?... -(Mutando tono)-
Permettimi, piuttosto, di farti il resoconto della mia giornata. È
cominciata benino, sai; ma poi..., ahimè!, ho sprecato fiato e tempo.
-Mario-
Sentiamo com’è cominciata.
-Clelia-
-(cava di tasca una scatolina di sigarette e gliene offre una)-
Provvisoriamente, fuma una sigaretta.
-Mario-
-(pigliandola, la guarda)- Perdio! Delle Tocos!
-Clelia-
-(con solennità burlesca)- Bagnate dall’onorato sudore della mia fronte:
le ho comprate.
-Mario-
-(turbato, le rende la sigaretta)- Grazie, io non ne voglio. Io non fumo
sigarette di lusso....
-Clelia-
-(un po’ mortificata e anche meravigliata)- Credevo che per una
volta.... Gli è che stamane -- ed ecco quel che ti dicevo -- ho cominciato
col far quattrini. Sicuro! Sono andata dalle Suore, le quali, come di
solito, mi hanno accolta festosamente, e subito m’hanno data la buona
notizia che il cuscino era stato venduto alla baronessa.... Non mi
ricordo a quale baronessa, ma insomma era stato venduto.
-Mario-
Il cuscino! Quale cuscino?
-Clelia-
Come! Non l’avevi veduto? Non lo avevi ammirato? Già, hai ragione, io
l’ho fatto di nascosto perchè non ero certa di riuscire. Ma sono
riuscita!... Era di raso azzurro, sai, chiaro chiaro: una tinta
deliziosa; e sull’azzurro spiccavano i rami verde cupo e i fiori di
velluto d’un rosa pallidissimo. Modestia a parte, un gusto sopraffino.
Pareva un quadro.... un quadro tuo! Che bellezza! Che bellezza!
-Mario-
Molte spese, però.
-Clelia-
Oh! non molte.... -(Facendo il conto)- Un trentacinque lire: non più.
-Mario-
E le Suore te l’hanno venduto per....
-Clelia-
-(imbarazzata come una bambina)-... Per qualche cosa di meno. Ma guarda:
per la prima volta bisogna transigere. Tutto sta a mettersi in
carreggiata... Vedrai, vedrai che quattrini!
-Mario-
Sì, sì, vedrò. E che altro hai fatto?
-Clelia-
Ero tutta contenta d’aver lucrato... -- via lasciamene l’illusione --
d’aver lucrato una bella sommetta, e mi sono messa in giro, perchè ho
pensato: «profittiamo del buon quarto d’ora.» Avevo stabilito di non
ritornare a casa se non avessi conchiuso sul serio qualche affaruccio.
Ma,... il quarto d’ora era già passato! Sta’ a sentire. Sapevo che alla
-Ville de Londres- era disponibile il posto di direttrice.... Dirigere
una sartoria!... L’idea mi sorrideva. Vi sono andata. Ma il signor
Angeloni, il proprietario, mi ha subito riconosciuta e mi ha detto: se
volete ordinare degli abiti sono a vostra disposizione, ma che io mi
permetta di dare a voi cento lire al mese è addirittura inverosimile.
Poi sono andata da -Madame- Richard. Nella sua casa, veramente, non
sapevo che fosse disponibile nessun posto.... Pure ci sono andata con
non so quale speranza nel cuore. -Madame- Richard, da quella donna
d’esperienza che è, s’è meravigliata meno del signor Angeloni....
Senonchè, m’ha detto che avrebbe potuto offrirmi l’ufficio di
-essayeuse-.... Cinquanta lire al mese per mettermi addosso la roba
altrui e star lì come un attaccapanni a girarmi e a rigirarmi avanti
alle contesse e alle principesse armate di -lorgnettes- e di
malignità!... Capirai:... non ne varrebbe la pena e sarebbe superiore
alle mie forze.... Finalmente, mi sono recata all’Agenzia dei Fratelli
Morandi. Uh! per far loro intendere che io chiedevo e non offrivo
un’occupazione di governante, c’è voluto un bel po’. Hanno preso nota
del mio nome e della mia abitazione, e quando ho voltato le spalle...
m’è parso di sentire che sghignazzassero, burlandosi di me.... -(Con
malinconia)- Forse anch’essi m’avevano riconosciuta. -(Pausa)- Ero
stanca,... Ho fatto delle spesucce e sono montata in un tram. Uno
sfaccendato m’importunava; sono discesa: lo sfaccendato è disceso anche
lui e m’ha seguita: ed io, per liberarmene, ho presa la prima
carrozzella che mi è capitata dinanzi...: una carrozzella sciancata
ch’era un piacere a starci dentro...; e sono arrivata qui, tutta
scombussolata, con le ossa rotte, senza aver conchiuso niente! Mah!
-(Sospira.)- Lasciamo fare alla provvidenza.... -(Sorride tristamente.)-
E se quella lì non ne vuol sapere, rimedieremo altrimenti.... Perchè,
tanto, è meglio morire che vivere assai male!...
-Mario-
-(con rammarico affettuoso)- Questo è poco confortante per me che sono
la ragione vera dei tuoi sagrifizii...
-Clelia-
-(scotendosi e fingendosi rianimata ed allegra)- Su! su! Non farmi
quella faccia da sepolcro! Se ho avuto un momento di tristezza,
perdonami. E non parlarmi più di sacrifizii. Del resto, ne hai fatti e
ne fai tanti tu per me.
-Mario-
Io! Io!... Che faccio io per te? Che cosa posso fare? Che cosa so fare?
-(Quasi parlando tra sè)- Sì, dipingo! Oh! il gran pittore che sono! A
stento riesco a guadagnare quanto basta per non lasciar morire d’inedia
quella povera mamma mia, acciaccata e sola com’è....
-Clelia-
Hai soccorso pure me, tante volte! Sei stato così delicatamente
generoso....
-Mario-
-(con ironia contro sè medesimo)- Ma sì! Generosissimo!
-Clelia-
E quando sarai tranquillo di spirito, guadagnerai anche di più. Farai
dei bei quadretti.... Anzi dei quadrettoni, e io sarò la tua modella....
Ho già un nomignolo di modella! -Cosuccia-.... Ero predestinata.... Ma
bada che allora vorrò essere pagata.... -(Scherzando amorosamente)- E tu
mi pagherai! Oh! se mi pagherai!...
-Mario-
Non t’illudere, Clelia mia. Credimi, sarò sempre un imbrattatore di
tele: qui dentro -(toccandosi la fronte)- non c’è niente!
-Clelia-
-(energicamente)- E quest’è la tua sventura! Chi non comincia col
credersi per lo meno un genio, non sarà mai apprezzato da nessuno.
-(Indi, eccitandosi in una falsa allegria)- Ma che importa?... Sei un
genio per me, e basta! Non ti apprezzano gli altri? Peggio per loro! Non
ti festeggiano? Ti festeggio io! Adesso, per esempio, ti offro un
banchetto. E che banchetto! Ho qui -(disfacendo i cartocci)- della
-galantina- eccellente... un po’ di tartufi in -boîte-,... e perfino dei
-sospiri- di Van Bol.... Non mi sgridare: era tanto tempo che non
mangiavo dolci! Ne ho presi per me, per te e anche... per la tua mamma.
T’offro, come vedi, un banchetto luculliano. Vino, poco; ma buono...
cioè, così così: una mezza bottiglia di Capri bianco. Ti piace?
-Mario-
-(sempre più rattristandosi)- Ho già fatto colazione a casa. Grazie.
Mangia tu, cara Clelia, che devi avere appetito.
-Clelia-
Appetito?... Fame! Fame! Altrochè appetito! -(Va aggiustando
graziosamente la piccola mensa.)- Dunque, non vuoi accettare? Auff! fai
lo schizzinoso.... Vedi... mi mortifichi.... -(Mette in mezzo alla
tavola dei fiori.)- Benissimo! -(A un tratto)- Ah!... ho dimenticato la
cosa più importante: il pane. Ma non è nulla. Ora ordino a uno dei miei
servitori che me ne comperi. -(Va alla finestra.)-
-Mario-
Che fai?
-Clelia-
Chiamo uno dei miei dodici servitori: il portinaio. -(Chiamando)- Don
Saverio! Don Saverio! -(Pausa.)- Fatemi il piacere di comperarmi quattro
soldi di pane. -(A Mario)- Ho fame, io! -(Al portinaio)- Ma, badate:
voglio di quei panini neri.... Andate giù, alla Panetteria Francese....
-(Pausa. Poi, rispondendo al portinaio)- Sì, sì, laggiù.... -(Pausa.)-
Ah! ho capito: non avete i soldi. Ebbene, venite qua, salite, chè ve li
darò io. -(A Mario, celiando)- Quest’uomo non ha mai il becco d’un
quattrino!
-Mario-
Un genio incompreso anche lui!...
-Clelia-
-(gira intorno, impaziente, andando in cerca di qualche cosa)-
Diamine... diamine....
-Mario-
Che cerchi?
-Clelia-
Nulla -(Si fruga nelle tasche.)- Non trovo il portamonete, ecco.
-(Continua a frugare.)-
-Mario-
Sicchè?...
-Clelia-
-(desolata)- Ehi... me l’avranno rubato nel tram.... Ma no! Se ho pagato
il cocchiere della carrozzella.... Ah! comprendo: siccome ho pagato
prima di scendere, così certamente l’ho lasciato nella carrozzella....
Che testa, mio Dio, che testa! -(Si scorge in lei uno sconforto tetro.)-
-Portinaio-
-(picchia alla porta.)-
-Mario-
-(scrollando il capo, apre.)-
-Clelia-
Mario... ce li dài tu i quattro soldi?
-Mario-
-(dopo aver messo le mani nelle saccocce, dice con tormentoso
rincrescimento:)- Non ce li ho.
-Clelia-
-(costringendosi alla disinvoltura e alla gaiezza)- Beh!... poco male!
Banchetteremo senza pane. -(Al portinaio)- Grazie, don Saverio: non ho
più bisogno di voi. -(Ma il portinaio indugia.)- Che è? Avete da dirmi
qualche cosa?
-Portinaio-
-(le si avvicina e le parla all’orecchio)- È venuto, poco fa, il padrone
di casa.... Si lamentava che pareva avesse mal di stomaco.... Ha detto
che un altro giorno aspetterà, e poi... mi spiego? Voleva salire,
voleva: ma io gli ho detto che non c’era nessuno.
-Clelia-
-(sottovoce)- E ritornerà?
-Mario-
-(sente confabulare senza intendere le parole e monta in collera)-
Sempre misteri! Sempre confabulazioni segrete!
-Clelia-
-(dolcemente)- Nessun mistero....
-Mario-
Voglio sapere!
-Clelia-
Oh! io non volevo dirtene nulla per non seccarti, ma giacchè Dio sa che
scioccherie sospetti -- e sei molto ingiusto --, eccoti la verità: il
padrone di casa vuol mandarmi via. Sei contento, ora?
-Mario-
-(mortificato e calmo)- Non ti manderà via. Fra un paio di giorni, se
non prima, avrà quello che deve avere.
-Clelia-
Avete udito, don Saverio? Sicchè, ditegli che stia tranquillo.... E, per
carità, se ritorna, non me lo fate vedere! Uh! quanto è antipatico!
-Portinaio-
-(stringendosi nelle spalle, se ne va borbottando.)-.... Antipatico...
antipatico.... Se quello viene, posso io dirgli d’andarsene?...
Basta.... -(Esce, chiudendo la porta.)-
-Clelia-
-(con uno dei soliti sforzi di finta spensieratezza)- Sì, sì, basta con
i guai, oggi!... «Signora Clelia il pranzo è servito».... -(Siede a
tavola. Cava il turacciolo dalla bottiglia, e versa il vino nel
bicchiere, mentre Mario è lontano. Indi, a un tratto, cede a un istante
d’abbattimento, appoggia i gomiti sulla tavola, e fra le mani stringe il
capo abbandonato.)-
-Mario-
-(se ne accorge e le si avvicina alle spalle)- Clelia mia, lo vedi:
questa vita non è per te!
-Clelia-
-(senza alzare il capo, con dolcezza)- Non mi dir niente, Mario.
-Mario-
No, non ti rimprovero.... Tutt’altro! -(Le bacia i capelli.)-
-Clelia-
-(gli si volta con le lagrime agli occhi)- Mario mio....
-Mario-
Tu mi lascerai.... Tu devi lasciarmi: lo comprendo.
-Clelia-
No....
-Mario-
Devi lasciarmi.
-Clelia-
Ma io ti voglio bene! Mario, credimi. Te lo dico... semplicemente: io
non potrei più vivere senza di te.
-Mario-
Ti sembra così... perchè ora non vedi che me, perchè ora eviti qualunque
tentazione, perchè vivi isolata: tutta la tua vita è concentrata nella
mia persona, e tu dimentichi perfino che ci sono al mondo tanti altri
uomini, sì, tanti altri uomini migliori di me, meno noiosi, più
attraenti, più intelligenti... -(Concitandosi)- Ma se questi uomini ti
stessero un po’ attorno, tu, pure essendo buona come sei, pure amandomi
come mi ami, cominceresti a fare dei confronti e cominceresti a
comprendere di nuovo che il bacio che ti do io non vale più di quello
d’un altro. Grado grado, ti persuaderesti di essere vittima di una
fissazione, d’un equivoco... e -- anche prima di lasciarmi -- mi
tradiresti....
-Clelia-
-(di scatto)- Mai!... Questi altri uomini, che dici tu, io li ho
conosciuti, io me li ricordo: li incontro ancora, talvolta, per la
strada.... E li faccio sempre i confronti, e non mi riesce di trovarne
uno che mi paia migliore del mio Mario. E poi, me li figuro vicino a me,
desiderosi di me... -(con evidenza)- e, al solo pensiero di averne un
bacio, io provo disgusto, io sento ribrezzo.... Come potrei dunque
tradirti?... Non è già che io pretenda d’essere una donna virtuosa....
Non ho nemmeno un’idea chiara di ciò che sia la virtù.... Ma non saprei,
non saprei più subire nessun fastidio del cuore e del senso. E dimmelo
tu: -- questo disgusto, questo ribrezzo, quest’impossibilità, completa,
assoluta, di tollerare, da che ho conosciuto te, sinanche un bacio, un
semplice bacio, d’un altro uomo, che cosa significa? È la virtù?... o è
il vizio?... È un bene?... o è un male?... Io non lo capisco. Ma capisco
-- ed è certo -- che solamente tu mi sei piaciuto e solamente tu mi piaci,
e che tua, tutta tua, esclusivamente tua posso e voglio essere.
-Mario-
-(commosso)- Clelia! Clelia!
-Clelia-
-(con amorevole abbandono)- Mi hai trasformata....
-Mario-
Clelia mia, ti ringrazio.... -(La bacia.)-
-(Tutti e due si calmano. Mario si stacca da lei rincorato, svelto,
arzillo e va a prendere il cappello e il quadretto.)-
-Clelia-
-(scontenta)- Che fai! Mi lasci proprio adesso?
-Mario-
Sì, ti lascio proprio adesso, perchè adesso mi sento benone, pieno di
coraggio.... Ho una buona speranza.... Mi pare che tutto ciò che tenti
adesso mi debba riuscire.... Ho qui un piccolo capolavoro.... -(Mostra
il quadretto avvolto in una carta.)-
-Clelia-
Lasciami vedere....
-Mario-
È una testina: pare il ritratto d’una scimmia. Ma ho appuntamento con la
cima degli imbroglioni: un mezzano d’arte apocrifa. E, perbacco, oggi
stesso quello lì mi farà trovare... il compratore americano!
-Clelia-
Lasciami vedere..
-Mario-
-(allegro)- Ti farò vedere... il biglietto rosso. Ahi ah! ah!
Arrivederci, -(l’abbraccia e bacia)- arrivederci, cuor mio, -Cosuccia-
mia, tutta mia, solamente mia....
-Clelia-
-(ansiosa e triste)- Non te ne andare ancora.... Aspetta.... Mi sembra
così brutto che tu te ne vada ora che la tristezza è passata....
-Mario-
Va là, che voglio profittare di questo lampo... di genio! Vado e torno
presto. -(Via di corsa chiudendo l’uscio.)-
-Clelia-
-(sùbito lo riapre, chiamando Mario come se avesse bisogno urgente di
trattenerlo)- Mario!.. Mario!.. -(Tra sè)- Ih! come corre!.. -(Senza
chiudere l’uscio, si accascia sulla sedia presso la porta.)-
SCENA V.
CLELIA, ANGIOLINA, -indi- CARSANTI.
-Clelia-
-(si sente male; le manca il respiro; è abbattuta.)- Ahi!... Ahi!...
-(S’alza, va fino alla tavola apparecchiata, e beve avidamente il vino
già versato nel bicchiere. Quindi, respira come si sentisse meglio. --
Resta assorta, in piedi, con le spalle voltate alla porta.)-
-Angiolina-
-(entra, non vista, circospetta)- Io sono qui.
-Clelia-
-(voltandosi)- Hai venduto l’abito?
-Angiolina-
Ma che abito!! -(Sempre guardinga)- Ero abbasso a far la spia. Appena il
signor Mario è uscito, io ho infilato il portone. Non sono sola. C’è per
le scale il signor Carsanti.
-Clelia-
-(scattando con violenza)- E chi t’ha dato il permesso di condurmi
questo seccatore?
-Angiolina-
Nessuno! E se dovevo aspettare che me lo deste voi il permesso, sarei
stata fresca! -(Umilissima)- Ma quel poveretto mi ha tanto pregata, che
io ne ho avuto pietà. E poi non è un appestato, che diamine! Almeno
state a sentirlo per cinque minuti. Non vi costa niente. E diteglielo
voi stessa in faccia un bel no come glie lo avete mandato a dire tante
volte per mezzo mio.... E allora se ne persuaderà e lascerà in pace voi
e me. -(Esplodendo)- Oh! io sono stanca di andare e venire ogni giorno
inutilmente! -(Mutando tono)- Lo posso fare entrare?
-Clelia-
Bada che lo tratto male!
-Angiolina-
Trattatelo come volete: io me ne lavo le mani. -(Corre verso la porta.)-
-Clelia-
No, Angiolina: ti proibisco....
-Angiolina-
Meglio levarselo d’attorno una volta per sempre. -(Sull’uscio, a voce
bassa)- Ehi, ehi, signor Carsanti....
-Clelia-
«Ti proibisco» dico!...
-Angiolina-
-(senza darle retta)- Signor Carsanti, favorite... favorite.... La
signorina ha acconsentito a ricevervi....
-Clelia-
-(non ha l’energia di ribellarsi, ed esclama quasi tra sè:)- Bugiarda!
-Angiolina-
-(facendo strada a Carsanti)- Avanti... Avanti....
-Clelia-
-(si concentra nella rabbia e nella debolezza.)-
-Angiolina-
-(chiude l’uscio non appena Carsanti è entrato.)-
-Carsanti-
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