te rimovea, chiamandoti nemico di Sparta: e tu la insopportabil taccia né smentir pur tentavi. In bando poscia, proscritto, errante (il sai) vilmente ucciso stato saresti; io nol soffria: né il dico per rinfacciartel ora; ma per darti prova non dubbia, ch'io base posava ai disegni alti miei l'alte spartane opre bensí, non la rovina tua. LEON.E in ciò pur, mal accorto, error non lieve tu salvandomi festi. AGIDEE chiara ammenda tu ne farai, me trucidando. I mezzi sol ne impara da me.--Sparta piú inclina a libertá, che a tirannia: per certo tienlo, ancorché per ora imposto il freno aspro di re tu le abbi. Un breve sdegno dei piú contro all'infame Agesiláo, or ti ha riposto in trono, e lui cacciato d'eforo: or me de' suoi delitti a parte havvi chi pone, e non a torto affatto, finch'io pur taccio. A disgombrar del tutto su me tal dubbio, or tu non trarmi; è lieve troppo il mostrar, che Agesiláo tradiva Agide e Sparta a un tratto; ove ciò chiaro a tutti io faccia, allor tu forza usarmi non puoi, senza a te nuocere. LEON.Tu il credi? AGIDETu il sai. Ma, non temere. Io di Spartani Spartano re volli essere; te lascio re di costoro. A far me reo non basta niuna tua forza: in faccia a Sparta, io voglio, io, colpevole farmi; io darti intera palma di me; pur che tu stesso farti grande ti attenti, e di grandezza vera, contra tua voglia. LEON. Invan mi oltraggi... AGIDE Adempi tu stesso, or sí, quant'io giá audace impresi a pro di Sparta e di sua gloria. In seggio riponi or tu, non le mie, no, ma l'alte, libere, maschie, sacrosante leggi del gran Licurgo; povertá sbandisci in un coll'oro; ella dell'oro è figlia: del tuo ti spoglia: i cittadin pareggia: te fa Spartano, e in un, Spartani crea:... Ciò far voll'io; tu il compi, e a me ne involi la gloria eterna.--Ove ciò far mi giuri, a Sparta innanzi or mi puoi trar qual reo; e dir, ch'io velo a mie private mire fea del pubblico bene; e dir, che iniquo era il mio fin, non le mie leggi. A questo aggiungerai, che rinnovar tu stesso vuoi con mente migliore e cor piú schietto. di tua cittá la gloria. Intera Sparta udrammi allor di meritata morte accusar reo me stesso; e dir, che mie eran le ingiurie e víolenze usate da Agesiláo; dirò, ch'io in lui creava un precursor di tirannia; che un saggio voll'io per lui della viltá Spartana. Ciò basterá, cred'io. Morte, che darmi or tu non puoi, che a tradimento, (il vedi) l'avrò cosí dai cittadini miei, e parrá lor giustissima. La fama, che in me ti offende, e che a me tor non puoi, io me la tolgo, e a te la dono. Io moro, tu regni; ambo contenti: a te non toglie fama il regnare; a me l'infamia in tomba portar pur lascia l'unica mia speme, che a nuova vita abbia a risorger Sparta. LEON.--Vil m'estimi cosí? AGIDEGrande t'estimo; poich'atto a compier la mia grande impresa te credo... LEON.A' tuoi disegni empj, dannosi, io por mano?... AGIDEMe spento, appien tu scarco d'invidia resti: e gli alti miei disegni, con tuo vantaggio, e in un, con quel di Sparta, puoi compier tu. Di mia grandezza ardisci grande apparir tu stesso: invido fosti; or, col mio sangue la viltá tua prisca tu ammanti appieno. A non sperata altezza l'animo estolli, e al trono tuo ti agguaglia. LEON.Maggior di te, dei cittadini il grido giá abbastanza mi fea; ma il perdonarti, se a me il concede Sparta, assai darammi piena palma di te. Ch'io a Sparta intanto ti appresenti, m'è d'uopo.--Altro hai che dirmi? AGIDEA dirti ho sol, ch'esser non sai tu iniquo, né sai fingerti buono. LEON. Or, che i tuoi sensi tutti esponesti, anzi che a Sparta involi te di bel nuovo il tempio, in carcer stimo doverti io trarre.--Olá, soldati... AGIDE Io vado securo in carcere, qual non sei tu in trono. Sparta entrambi ci udrá; né meco a fronte star potrai tu.--Se in carcere mi uccidi, te stesso perdi; e il sai. Pensa, e ripensa; a te salvare, a uccider me, niun mezzo, che quel ch'io dianzi t'additai, ti resta. SCENA TERZA LEONIDA. Io 'l tengo al fine. Inciampi molti, è vero, e gran perigli incontro: eppur, vogl'io quest'orgoglioso insultator modesto, spegnere il voglio, anco in mio danno espresso. Ma il trucidarlo è nulla, ove la fama non gli si tolga pria: ciò sol può darmi securo regno.--Ah! che pur troppo io 'l sento! Né so dir come; anche al mio core un raggio vero divino al suo parlar traluce, e mel conquide quasi... Ah! no: mi squarcia, mi sbrana il cuor, quella insoffribil pompa di abborrita virtú. Pera ei: si uccida;... s'anco è mestier, per spegner lui, ch'io pera. SCENA QUARTA AGIZIADE, LEONIDA, AGESISTRATA. AGIZ.Padre, e fia vero?... a tradimento... Oh cielo! Infra soldati il mio consorte?... AGESIS. È questa la tua fede, o Leonida? LEON.Qual fede? Che promisi? Giurato a Sparta ho fede, non ad Agide mai. AGIZ.Deh! padre amato, alla tua figlia,... oimè!... AGESIS.Spontaneo forse non uscia dell'asilo? e solo, e inerme, e di sua voglia, ei non venia di pace a parlamento or teco? E tu, dagli empj tuoi sgherri il fai nel carcer trarre? e contra il decoro di re, contra il volere di Sparta stessa?... Iniquo... LEON. E pianti, e oltraggi, vani del par sono a piegarmi, o donne. Il primo io son de' magistrati in Sparta, non di Sparta il tiranno. Agide reo, gli efori e Sparta giudicarne or denno; innocente, tornarlo al seggio prisco gli efori e Sparta il ponno. Ov'ei si fesse del tempio asilo, o della plebe scudo, né innocente né reo possibil fora chiarirlo mai. Tempo è, ben parmi, tempo, che Sparta esca dall'orrido travaglio del non saper s'ella ha due re, qual debbe, o s'un glien manca. AGIZ. Ah padre!... Agide in vita ti serba, e tu in catene Agide traggi? Gli dai tua figlia, e torgli vuoi sua fama? Anco reo, (ch'ei non l'è) tu ne dovresti pigliar, tu primo, or le difese. Io diedi non dubbia a te dell'amor mio la prova, nell'avversa tua sorte; or, nell'avversa d'Agide, a lui nulla può tormi: o in ceppi col tuo genero porre anco tua figlia, o trarne lui, ti è forza: abbandonarlo, per preghi mai, né per minacce io mai non vo'. Di lui non piglierai vendetta, che sopra me del par non caggia: il sangue versar tu dei di quella figlia istessa, che abbandonava, per seguirti in bando, la patria, e il trono, ed il marito, e i figli. AGESIS. Oh vera figlia mia, non di costui!... Spartana figlia e moglie, a non spartano padre indarno tu parli.--Invidia vile, vil desio di vendetta il cor gli chiude, e il labro a un tempo.--E che diresti?... In core tu giurasti, o Leonida, l'intero scempio d'Agide, il so; tutti conosco gli empj raggiri tuoi. Ma, se pur darci morte potrai, (che la mia vita e quella del mio figlio son una) invan tu speri torre a noi nostra fama. A te la tua... Ma, che dich'io? l'hai tu?--Scopo non altro fu in te giammai, che di serbar col regno le tue ricchezze, e accrescerle. Dell'oro l'arte imparasti di Seleuco in corte, e l'arte in un di sparger sangue. In Sparta persian tu regni; e la uguaglianza quindi dei cittadin paventi, onde ben tosto ne sorgeria virtute; onde dal trono di nuovo espulso appien per sempre andresti: né il tuo cor osa a piú che al trono alzarsi. LEON.Né le tue ingiurie l'animo innasprirmi, né le tue giuste lagrime ammollirlo possono omai. Sparta, non io, si duole d'Agide, e a darle di se conto il chiama. Forza non altra usar gli vo', (né s'anco il volessi, il potrei) fuorché di torgli ogni via di sottrarsi al meritato giusto gastigo... AGESIS. Giusto?--Oserai, dimmi, quí appresentarlo, in questo foro, a Sparta tutta adunata, e libera dal fiero terror dell'armi tue? LEON. Noto finora non m'è il voler degli efori; ma... AGESIS. Noto mi è dunque il tuo, pur troppo! Agide innanzi, non agli efori compri, a Sparta intera tratto esser debbe; o verrá Sparta a lui. Ciò ti prometto, ancor che inerme donna; se pria del figlio me svenar non fai. SCENA QUINTA LEONIDA, AGIZIADE. AGIZ.Io dal tuo fianco non mi stacco, o padre; non cesso io, no, di atterrarmi a' tuoi piedi, non tue ginocchia d'abbracciar, se pria lo sposo a me non rendi; o se con esso me di tua man tu non uccidi. LEON. O figlia diletta mia; deh! sorgi; a me dal fianco non ti partir, null'altro io bramo. Hai meco generosa diviso i tanti oltraggi di rea fortuna, è ben dover, che a parte della prospera sii: niun piú possente sará di te sovra il mio cor: te voglio, sotto il mio nome, arbitra far di Sparta: né cosa mai... AGIZ.Che parli? Agide chieggo; null'altro io voglio. A me tu il desti; e torre, no, non mel puoi, se vita a me non togli; né torlo a Sparta, senza orribil taccia d'ingiusto re, d'uom snaturato e atroce. LEON.Come acciecarti or tanto puoi? Non vedi, ch'Agide è reo? ma fosse anche innocente; non vedi, ch'egli in mio poter non stassi? Gli efori udirlo, giudicare il denno gli efori: nulla io per me sol non posso, né a pro, né a danno suo. AGIZ. Sei padre; m'ami; a fera prova il filíal mio amore hai conosciuto; e simular vuoi pure con la tua figlia?--A tradimento, or dianzi, il potevi tu solo al carcer trarre, e innocente salvarlo or non potresti? Deh! non sforzarmi a crederti... LEON.Che vale? Nulla in ciò posso: anzi, è mestier ch'io tosto d'Agide conto, e del mio oprare a un tempo, renda agli efori. AGIZ.Ah, no! piú non ti lascio: né crudo ordin puoi dar, che in parte anch'egli su la tua figlia non ricada... LEON. Or cessa; torna alla reggia mia... AGIZ. Teco men vengo. Tutto farai, tutto dei fare, o padre, pel tuo innocente genero, che salva t'ebbe la vita... Ah! no, svenar nol puoi, se la tua propria figlia non uccidi. ATTO QUARTO SCENA PRIMA Limitare del carcere di Sparta. LEONIDA, ANFARE, POPOLO -che si va introducendo-. ANFAR. Tardo assai giungi; e il tempo stringe. LEON. Al padre l'indugio dona: mi fu forza or dianzi fin nella reggia accompagnar la figlia. Io dal fianco spiccarmela a gran pena potea, sí forte ella in pianto stempravasi per lo suo sposo. Assai gran doglia in core il suo pianto mi lascia. ANFAR.E che? turbato, commosso sei? Piú della figlia forse ti cal, che non di tua vendetta? LEON.Abborro Agide piú, che non m'è caro il trono: ma pure, i detti della figlia, e i pianti, duri a me sono.--Eccomi all'opra: il tutto disposto hai tu? ANFAR. Nol vedi? In questo vasto limitar delle carceri mi parve fosser da porsi i seggi nostri; il loco, men capace che il foro, assai men feccia ragunerá di plebe: ma pur tanta introdur quí sen può, quanta n'è d'uopo a nostre mire. Havvi all'entrar chi veglia, e in copia ammette i nostri fidi.--Or mira; giá piú che mezzo è riempiuto il loco; né alcun v'ha quasi degli avversi a noi. Per anco il grido non s'è sparso appieno del gran giudizio: e spero, anzi che giunga a intorbidarlo con sua fera scorta l'ardita madre, avrem compito il tutto. LEON.Ma, sei tu certo, che tornarne a danno or non possa tal fretta? ANFAR.Oltre la nostra dignitá, stan per noi forze non poche. Grande accortezza, or nell'espor le accuse, vuolsi; e giusti mostrarci ai nostri stessi dobbiamo, e del lor ben, piú che del nostro, caldi amatori. Alcun tumulto forse insorger può; previsto è giá. Ma basta per noi, che piú non esca Agide vivo di queste mura. Al primo impeto audace della plebe far fronte i tuoi soldati, e i cittadini nostri appien potranno, e degli efori il nome, e l'ardir tuo. Tempo intanto si acquista; e avrem dal tempo piena poi la vittoria... LEON. Ecco il senato; ecco gli efori tutti: il popol molto li segue, e par non torbido in aspetto; lieto anzi par di assistere all'accusa di un re sovvertitore. Ardire, ardire. Mentr'io gli animi lor, con opportune lusinghe adesco, al carcer entra, e in breve Agide a noi ben custodito traggi. SCENA SECONDA LEONIDA, POPOLO, EFORI, SENATORI, -ciascuno collocato ordinatamente-. LEON.--Lode agli Dei! quí radunarsi veggio i cittadini veri; e non frammisti con la torbida, audace, e sozza plebe, che col numero suo voi ne strascina negli error suoi, mal grado vostro.--A Sparta inaudito spettacolo si appresta; il maggior, che ad uom libero mai possa appresentarsi: un vostro re, dai vostri efori tratto, ed accusato, innanzi a voi. Gli error ne udrete, e le discolpe, e il giudizio, di cui voi stessi parte sarete, spero. Io, benché re, con gioja pur ve l'annunzio. Ah! non ebb'io tal sorte in quel funesto a me, non fausto a Sparta, orribil giorno, in cui dal trono in bando cacciato, in forse della vita io stetti. Non accusato, e non udito, a ria forza soggiacqui allora; eppur, piú doglia che l'ingiusto mio esiglio, erami al core il sovvertito ordin di leggi, e il fero periglio in cui lasciava io Sparta. Instrutti voi stessi al fin dai vostri danni appieno, me richiamaste, e in un le leggi, in trono: Agesiláo, Cleómbroto, e i lor fidi efori, a Sparta traditori, in bando cacciaste. Agide resta: havvi chi reo nol vuole; e forse, ei reo non è. Ma intanto, io preso il volli, e ad altro fin nol tengo, che per chiarirlo in faccia a voi. S'ei fosse reo convinto pur mai, primier mi udreste implorar pel mio genero perdono: che agli occhi vostri, e ai miei, sua giovinezza nol rende affatto or di pietade indegno.-- Efori, senatori, cittadini, la vera vostra maestá non sorse a dritto mai piú nobile di questo: conoscer oggi, e perdonare i falli dei vostri re: che sottopongo io pure oggi a voi l'opre mie. Prova non lieve del cor mio puro, e del regnar mio giusto, parmi, fia questa; ed io di darla anelo. A tremar delle leggi Agide insegni a Leonida re.--Ma, giá si appressa Agide al vostro tribunale: ed ecco ch'io taccio, e seggo; io, cittadino, attendo dai cittadin dell'alta lite il fine. Ben sostener d'ogni mia forza io giuro, qual ch'esser possa, la immutabil santa libera vostra unanime sentenza. SCENA TERZA ANFARE, AGIDE fra guardie, LEONIDA, POPOLO, EFORI, SENATORI. ANFAR. Spartani, efori, re, costui ch'io traggo davanti al vero tribunal di Sparta, Agide egli è d'Eudámida. Giá il regno con Leonida ei tenne; il cacciò poscia dal trono, a cui nuovo collega assunse Cleómbroto. A voi piacque, indi a non molto, ridomandar Leonida, che il seggio ritoglieva a Cleómbroto. Nel sacro asilo allor quest'Agide fuggiva: perché fuggisse, ei vel dirá. Fin ch'egli lá ricovrava, ei re non era; il trono abbandonato avea: ma non privato era ei perciò; che non avea deposta sua dignitá, né stata eragli tolta: non innocente, poiché asil sceglieva; non reo, poiché niun l'accusava. In vostra possanza il diero oggi di Sparta i Numi, senza che víolato il santo asilo fosse da alcun di noi. Lo accuso io quindi ora, a voi tutti, di mutate, infrante, tradite leggi; di tiranniche armi in Leonida e gli efori adoprate; di tiranniche mire, a cui fea base la ribellante compra infima plebe: e, per stringere in fin tutti i suoi tanti delitti in un, di aver tradita e lesa la maestá di Sparta, a voi lo accuso. AGIDE--Solenne in vero, e dignitosa pompa questa fia: ma, perché di affar tant'alto Sparta non è quí testimonio intera? Perché, qual suolsi ogni accusato, al foro non son io tratto?--È ver, gli efori veggio, e un re quí stassi, e del senato un'ombra: ma pur per quanto l'occhio intorno io giri, non vegg'io cittadini, altri che pochi, potenti, e misti infra gli armati sgherri. La maestá del popolo di Sparta fia questa or forse? Io, non che Sparta tutta, Grecia vorrei quí tutta a udire intenta e le tue accuse, e le discolpe mie. Or, poiché tanta è in voi de' miei delitti l'ampia certezza, or dite: a che pur tormi, con sí gran parte d'ascoltanti, a un tempo della vergogna mia cosí gran parte? LEON.Per quanto il soffra il loco, assai gran folla di cittadini or vedi, Agide, accolta. Trarti dal limitar del carcer tuo, tu il sai, che fora un cimentar pur troppo la dignitá degli efori, e la stessa tua innocenza, ove l'abbi. Udiati Sparta, del tuo asilo in discolpa, addur finora, che tor cosí tu stesso alla tua plebe de' tumulti volevi ogni pretesto, e ogni mezzo di sangue: infra sue grida, come or vorresti al suo cospetto andarne, e un giudicio ottener libero e queto? AGIDEQuesto giudicio, e il men dannoso a voi, stato sarebbe il percussor mandarmi tosto al carcer: ma questo, assai men queto fia di quel che sperate. In me non parla il timor, no; del mio destin giá certo, securo quí, del par che al foro, io vengo. Giá la sentenza mia so senza udirla: ma, non ne avrò pur danno altro giammai, che quel ch'io da gran tempo ho fermo in core di aver da voi.--Giudici; e, quai che siate, voi spettatori; io vi prevengo or tutti, ch'io, condannato in queste mura e ucciso, non perciò pace col morir vi rendo, com'io il vorrei: né voi, col trarmi a morte, in sicurtá vi rimanete.--Or sia ciò ch'esser vuole. Udiam le accuse. ANFAR.In nome io ti parlo degli efori; me ascolta.-- Agide, hai tu, senza né udirlo, astretto all'esiglio Leonida? AGIDEChiamato ei fu in giudicio; e sen fuggia. LEON.Chiamato io fui, nol niego, ma davanti a fera tumultuante plebe. Esser potea giudicio, quello?... AGIDEAl par di questo, almeno. Ma, il fuggir ti fu dato: in carcer dunque non eri tu. Mezzi a me pur di fuga non mancavan finora; e al carcer venni, ed in giudicio stommi: e, qual ch'ei fia, no, nol pavento. Io 'l desiava, e godo di udire al fin; di farmi udire io godo. ANFAR. Infrante hai tu le patrie leggi? AGIDEIntere restituir le sacre leggi io volli del gran Licurgo: elle non fur mai tolte, ma inosservate, or da gran tempo. Opporsi volle a sí giusta e generosa impresa Leonida: pria l'arte, indi la forza oprava in ciò; ma entrambe invano: allora vinto ei piú dalla propria sua vergogna, che dalla forza altrui, per minor pena ei s'imponea l'esiglio. Ei stesso il dica, se danno io poscia, o securtade e vita a lui recassi. Al suo fuggir, sol uno, di Sparta un grido, ogni oprar suo biasmava, ogni mio benediva. Allora spenti eran gl'iniqui crediti; comuni feansi allor le ricchezze; allora in bando uscian di Sparta il lusso, e i vizj insieme, e il torpid'ozio: e risorgeano, in somma, virtude allora, e libertade. Avreste voi di negarlo ardire?--Ecco i delitti del mio breve regnar, dopo la fuga di Leonida vostro. ANFAR.Osi tu forse negare ancor, che di tai beni all'esca colti e delusi i cittadini, in breve non fosser tratti a fero strazio? I campi promessi ognora, e non divisi mai; fatti i ricchi, mendici; entrambi oppressi; negherai tu, che a trasgredite leggi, quai tu nomi le nostre, allor la cruda tirannia di te sol non sottentrasse? E tirannide, in ciò piú ria di tanto, che a se di leggi fea mendace velo. AGIDEMentr'io per voi di Sparta in campo usciva, mentre agli Etoli in armi io pur mostrava, con danno lor, nuovi Spartani in armi; d'eforo fatto Agesiláo tiranno, ei commettea molt'opre in Sparta inique. Volete voi del suo fallir me reo? Io la pena ne accetto; ove pur colga d'alcune mie virtudi il frutto Sparta: virtú, che voi, di mal talento pieni, pur negar non mi ardite.--Offeso v'hanno, non di Licurgo le tornate leggi, (tant'io feci, e non piú) ma i crudi modi d'Agesiláo? che fare altro vi resta, che me svenare, e proseguir mie imprese? ANFAR. E a disfar Sparta Agesiláo ti mosse? AGIDEA rifar Sparta, io da me sol mi mossi, perché Spartan son io. ANFAR. Di'; riconosci per vero re Leonida? AGIDEConosco un spartano Leonida, che cadde in Termopile morto, con trecento Spartani, a pro di Sparta. ANFAR. In cotal guisa rispondi tu? La maestá sí poco del senato e degli efori rispetti? AGIDELa maestá di Sparta osservo, e adoro, nel risponder cosí. ANFAR. Colpevol dunque tu ti confessi? AGIDE E me colpevol tieni tu, che mi accusi?--Omai si ponga, omai fine si ponga al simulato gioco. Discolpe io do pari all'accuse. Io venni quí, per mostrare anco ai nemici miei, ch'io cittadino re, per quanto il possa soffrir l'altezza d'animo innocente, spontaneo me sottomettea pur anco delle leggi all'abuso.--Or, quai che siate, udite, o voi, le mie parole estreme. ANFAR. A udir, che resta? AGIDE Assai, ma in brevi detti. ANFAR. Nulla dei dire... AGIDEEforo tu, le leggi non rimembri, o non sai? Parlano a Sparta gli accusati, se il vonno. Odimi dunque tu stesso, e taci.--E voi, Spartani, udite.-- In errar sete or da piú cose indotti: d'Agesiláo l'oprar, d'Anfare i gridi, di Leonida l'arte, il tacer mio, tutto a gara ingannovvi. A tal siam giunti noi tutti omai, che a trar d'errar ciascuno, egli è mestier ch'Agide pera. Io stesso giá potea di mia mano a me dar morte libera e degna; ma, il fuggir di vita, reo presso voi fatto mi avria. Ben certo era, e sono, in mio cor, che infamia nulla, bench'io soggiaccia a giudici qualunque, mai non fia per tornarmene. Lasciarmi trar vivo io quindi a' miei nemici innanzi sceglieva, e stovvi. Che il morir non temo, vedretel voi: ch'io vendervi ancor cara potrei mia vita ove il volessi, noto faravvel tosto di adirata plebe il terribile grido: in fin, ch'io tengo piú in pregio assai, che non me stesso, Sparta, ven fará certi il morir mio.--Vi esorto, e vi scongiuro, a trarre dal mio sangue l'util di Sparta, e il vostro. I campi, e l'oro, che la mente or vi acciecano, e di pochi in man ridotti, ai possessori al pari fan danno, e a chi n'è privo; i campi, e l'oro, per non voler dividerli coi vostri concittadini, a voi fian tolti, e in breve, dai nemici. La plebe, a voi sí vile perché mendica; la spartana plebe, che abborre voi ricchi possenti e forti piú delle leggi, è molta; aspra la stringe necessitá feroce. Ove a voi giovi rimembrar, che di Sparta e di Licurgo figli son essi al par di voi, ben ponno splendor di Sparta esser costoro ancora, e in un, di voi salvezza. In altra guisa, Sparta e se stessi annulleranno, e voi. Maturo è omai, credete a me, maturo è il cangiamento: il ciel non vuol ch'io 'l vegga; ma vuol ch'ei segua: ad affrettarlo è d'uopo d'Agide il sangue, e il sangue Agide dona. Di voi pietá, non di me, sento: e queste, parole son d'uom che morir sol brama, e che non reca altro desire in tomba, che di salvar la patria sua. Giá posto d'Agide in salvo il nome: a far me grande, ch'altri ad effetto i miei disegni adduca non fia mestier; anzi, gran parte invola a me di gloria il riuscir d'altrui, dopo il tentar mio vano. Ultimo sfogo di vostra rabbia, il mio morir sia dunque; di vostra invidia spenta il frutto primo sia la virtú ripatríata, e l'alte divine leggi di Licurgo in forza tornate, e la spartana eccelsa gara di patrio amor, di libertade, e d'armi. POPOLO Grande è l'animo d'Agide: ingannati forse noi fummo... ANFAR.Il sete, ora, da questi sediziosi detti... AGIDE Efori, or quanto vi avanza a dir, m'è noto.--Appien compito ho di un re cittadin l'ufficio estremo. Io riedo al carcer mio, dalle cui mura nulla uscirá d'Agide omai, che il nome. SCENA QUARTA LEONIDA, ANFARE, POPOLO, EFORI, SENATORI. POPOLO Ei qual reo non favella: è forza averne maraviglia, e pietade. LEON. È ver, Spartani: sedotto ei fu da Agesiláo; par degno di perdono il suo errore. Il chieggo io stesso da voi, per lo mio genero; per quello, che la vita salvommi... ANFAR. Or stai davanti al senato ed agli efori: con essi parlar tu dei, Leonida. Le tue ragion private ai pubblici delitti non tolgon pena; né il perdon precede mai la condanna. LEON. Io, non che darla, udirla né pur vo' dunque. Agide a morte porre non volli io, no, benché morire ei merti. Trarlo fuor dell'asilo, udirlo, e innanzi ai giudici convincerlo; ciò solo importava, ed io 'l feci: altro non resta a far contr'esso.--Ah! se del popol voce, se del re preghi vagliono al cospetto del senato e degli efori, da loro vedrassi (io spero) di clemenza, in breve, nobile al par che memorando esemplo. SCENA QUINTA ANFARE, POPOLO, EFORI, SENATORI. ANFAR. Generoso nemico, ottimo padre, buon cittadin, Leonida; compiute egli ha sue parti tutte: a noi le nostre di compier resta.--Agide è reo convinto di maestade lesa: a lui, qual pena giusta si aspetti, efori, il dite. EFORI Morte. POPOLO Efori, ah! grazia or vi chieggiam noi tutti, purch'ei lo stato omai non turbi... ANFAR. Udite?... Lo udite voi, questo fragor tremendo, che a noi si appressa? In suo favor di nuovo giá tumultua la plebe. Agide vivo, e queta Sparta? ella è lusinga stolta. EFORIA morte, a morte il traditor ribelle; Agide muoja... ANFAR. Ei morto fia, vel giuro.-- Con la rea sozza plebe ogni aspro incontro sfuggite intanto, o cittadini. E noi, efori, noi la maestá di Sparta con giusto ardir mostriamo.--Olá, schiudete, soldati, il passo. Andiam; né vil, né altero sia il nostro aspetto. Il non temer la plebe, tosto in se stessa a rientrar la sforza. ATTO QUINTO SCENA PRIMA Interno del carcere di Sparta. AGIDE. Fere urla io sento, e un immenso frastuono intorno al carcer mio.--Numi di Sparta, deh! salvatela voi.--Duolmi, che un ferro io non serbava, onde troncare a un tempo con la mia vita ogni tumulto. A lungo pur tardar non dovrian quei che a svenarmi mandati avrá Leonida.--Consorte,... diletti figli,... amata madre,... addio. Piú non vedrovvi!... A voi, memoria cara lascio di me... Ma, per la madre io tremo: sta in poter di Leonida... Che ascolto? Chi vien? Si schiude il carcere!... Che miro?... O mia sposa... SCENA SECONDA AGIDE, AGIZIADE. AGIZ.Son teco, Agide amato... Dalla reggia del padre or mi sottraggo, ove a custodia ei mi tenea. La plebe, del tuo carcer la strada hammi disgombra; e di vietarmen l'adito i soldati non ebber core.--Al fin son teco.--Io vengo, sposo, a salvarti, ove salvarti io possa; o a morir teco io vengo. AGIDE Oh dolce sposa!... Il cor mi squarci... Oh quanto il rivederti mi è gioja,... e pena!... A conservar mia vita, (ch'io 'l potrei, se il volessi, con la morte di cittadini assai) l'amor tuo vero trarmi or solo potria. Ma, il sai, che amarti piú che la patria mia, donna, nol deggio, e tu stessa nol vuoi. Me dunque lascia morire; e tu, serbati in vita; i cari pegni tu salva, i figli nostri... AGIZ. Invano di Leonida al fero odio sottrargli io tenterei: barbaro padre; appieno nella prospera sorte ora il conosco; nell'avversa ingannommi. A me null'arme riman, che il pianto; egli nol cura: i nostri figli salvar dalla sua rabbia, o il puote Sparta con l'armi, o nulla il può.--Ma padre dovresti almen mostrarti; e, pe' tuoi figli, serbar tua vita... AGIDE Oh ciel! qual mai mi porti terribil guerra in questo punto estremo? Amo i figli, e tu il sai: ma, non ben certo è il morir loro; e certo fia, che a rivi dei cittadini scorrerebbe il sangue, s'io di forza mi armassi. E questi, e quelli, son figli miei; ma i cittadini sono di un giusto re figli primieri.--O donna, meglio di me, se sopravviver m'osi, tu puoi salvarli. Quel sublime, a un tempo tenero ardir, con cui seguivi il padre; quello, con cui del mio destin ti eleggi farti or compagna; quell'ardir sia scorta a te, per porre i figli nostri in salvo. Per quanto reo Leonida e crudele esser possa, ei t'è padre: ove i tuoi figli fra tue braccia tu stringa; ove il tuo petto agli innocenti miseri sia scudo; cuor non avrá di trucidarli. Ah! corri, vola al lor fianco, in lor difesa veglia; per essi vivi, o sol con essi muori; che al viver piú, nulla ti sforza allora. AGIZ.Lassa me!... che farò?... S'io te lasciassi,... serbarmi a forza il duro padre in vita vorria;... qual vita! orba di te... Ma, s'anco vivi ei pur lascia i figli nostri, il trono a lor fia tolto... Ah! morir teco io voglio... AGIDEDonna, deh! m'odi, e acquetati... Saresti madre or men forte, che giá figlia t'eri? L'ira mia non temevi, il dí che il padre seguivi; e i figli, e il tuo consorte amato per lui lasciavi; or, di quel padre istesso tremerai tu, quando pe' figli il lasci? Fuggir tu puoi con essi: assai grand'arme hai contra lui; la tua virtude: hai mille mezzi a tentar, pria di morire. Ah sposa! te ne scongiuro, tentali; ripiglia l'alto tuo core, e non mi torre il mio, coi non maschi lamenti. Or, deh! vorresti ch'io morissi piangendo? ah! no.--Se degna d'Agide sei, non mi sforzare a cosa che sia d'Agide indegna. AGIZ. E di qual padre fu indegno mai l'amar suoi figli, il porgli a se medesmo innanzi? AGIDE Ai figli innanzi la patria va. Sacro il mio sangue ad essa ho da gran tempo; ai nostri figli amati tu dei, s'è d'uopo, il tuo donar: ma prova d'amor ben altro ad essi e a me tu dai, se a lor ti serbi in vita. Ancor può molto, piú che nol pensi, il pianger tuo: la plebe, se Leonida no, pietade avranne; e senza spander sangue, a lei fia lieve porre in salvo i miei figli. In somma, pensa, che, te viva, non muore Agide intero. In volgar donna ammirerei, qual prova d'amore immenso e di valor sublime, il non voler sorvivere al consorte; ma da te spero, e da te chieggio, e il dei d'Agide moglie, ad infelice vita tu dei serbarti, intrepida, pe' figli... Piangendo io 'l chieggo; e ti rimanga in core questo mio pianto... Ah! per te sola al fine, e pe' fanciulli nostri, Agide hai visto lagrimar oggi. AGIZ.Irrevocabil dunque fia il tuo morir?... AGIDE La mia innocenza è certa.-- Prendi l'ultimo amplesso; e ai cari pegni recalo, in nome mio. Di' lor, ch'io moro per la patria; di' lor, ch'ove al mio seggio pervenissero adulti, altra vendetta non faccian mai della morte del padre, che rinnovar su l'orme sue le leggi del gran Licurgo: e se in ciò pur, com'io, hanno avverso il destin, com'io da forti, nell'alta impresa perdano la vita. AGIZ.Parlar non posso... Io... di lasciarti... AGIDEUn fido consiglio avrai, nella mia degna madre;... s'ella pur resta!--Or via; lasciami; vanne. Moglie, regina, madre, cittadina, Spartana sei; tuoi dover tutti adempi. AGIZ.Per sempre?... oh ciel!... AGIDE Deh! cessa. AGIZ. Il piè tremante mal mi regge... AGIDE Deh! vieni: uscita appena, troverai scorta, e appoggio. AGIZ. Oimè!... Si schiude la ferrea porta... AGIDE Guardie, a voi la figlia del vostro re consegno. AGIZ.Agide... Ah crudi!... Lasciar nol voglio... Agide!... addio... SCENA TERZA AGIDE. --Me lasso!... Misero me!... quante mai morti in una aver degg'io?... Dolor qual mai si agguaglia al duol di padre, e di marito?--O Sparta, quanto mi costi!... Eppur, Leonid'anco è padre: in cor grato un presagio accolgo, che alla sua figlia ei donerá i miei figli.-- Or basta il pianto.--Al mio morir mi appresso: da re innocente, e da Spartano, io deggio morire... Oh come vien lenta la morte!-- Ma un'altra volta, ecco, ch'io strider sento del mio carcer la porta?... e raddoppiarsi odo anca gli urli a queste mura intorno?... Che mai sará?... Chi veggio? SCENA QUARTA AGESISTRATA, AGIDE. AGIDE O madre... Oh cielo!... AGESIS. Figlio, mancarti all'ultim'uopo mai non ti potea la madre. Io quí ti arreco libertá, di noi degna.--In altra guisa dartela volli; ma quand'era il tempo, ogni mezzo tu stesso a me n'hai tolto. AGIDEE che? vuoi tu con le spartane grida?... AGESIS. Sparta invan grida. Il traditor tiranno sí ben munito ha di soldati il loco, che nulla or ponno i fidi nostri: indarno tentan sforzarli; perditor respinti sono, ed inerti, ed avviliti. Innanzi io mi spingeva a' rei soldati in mezzo; fere voci suonavanmi da tergo, per me gridando: «Empj, alla madre ardite tor l'accesso?». Mi vide Anfare allora; loco fe darmi, e quí son tratta. AGIDEIniquo! Te pur fra lacci ei volle. Ahi madre! a quale , 1 : 2 . , 3 , ( ) 4 ; : 5 ; 6 , ' 7 ' 8 , . 9 10 . , , 11 . 12 13 14 , . 15 . - - 16 , : 17 , 18 . 19 ' , 20 , 21 ' : ' 22 , , 23 ' . 24 , ; 25 , 26 ; 27 , 28 , . 29 30 . ? 31 32 . , . 33 ; 34 . 35 : , , 36 , ; 37 ; 38 , , 39 . 40 41 . . . . 42 43 44 , , ' 45 . 46 , , , ' , 47 , , 48 ; 49 ' ; ' : 50 : : 51 , , : . . . 52 ' ; , 53 . - - , 54 ; 55 , ' 56 ; , 57 , . 58 , 59 . 60 . 61 62 ; , 63 64 ; , ' 65 ; 66 ' . 67 , ' . , 68 , , ( ) 69 ' , 70 . , 71 , , 72 , . , 73 ; : 74 ; ' 75 ' , 76 . 77 78 . - - ' ? 79 80 ' ; 81 ' 82 . . . 83 84 . ' , , 85 ? . . . 86 87 , 88 ' : , 89 , , , 90 . 91 : ; 92 , 93 . 94 ' , . 95 96 . , 97 ; , 98 , 99 . ' 100 , ' ' . - - ? 101 102 , ' , 103 . 104 105 . , 106 , 107 , 108 . - - , . . . 109 110 111 , . 112 ; 113 . - - , 114 ; . , ; 115 , , , 116 ' ' , . 117 118 119 120 121 . 122 123 124 ' . , , 125 : , ' 126 ' , 127 , . 128 , 129 : 130 . - - ! 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