servile; ma se la superstizione non avesse somministrato una decente
ritirata, gli stessi vizi avrebbero indotto gl'indegni Romani ad
abbandonare per motivi più bassi le bandiere della Repubblica.
Facilmente i devoti obbediscono a' precetti religiosi, che secondano e
santificano le naturali loro inclinazioni; ma può vedersi la pura e
genuina influenza del Cristianesimo ne' suoi benefici, quantunque
incompleti, effetti su' Barbari proseliti del Settentrione. Se la
conversione di Costantino accelerò la decadenza dell'Impero Romano; la
vittoriosa di lui Religione moderò la violenza della caduta di esso, ed
addolcì la feroce indole de' conquistatori.
Può applicarsi utilmente questa terribile rivoluzione all'istruzione del
presente secolo. Egli è dovere d'un cittadino il preferire e promuovere
l'interesse e la gloria della sua patria esclusivamente: ma si può
permettere ad un Filosofo d'estendere i suoi sguardi, e di considerar
l'Europa, come una grande Repubblica i varj abitanti della quale son
giunti quasi all'istesso livello di gentilezza e di coltura. La bilancia
del potere continuerà a variare, e la prosperità del nostro Regno o de'
vicini può alternativamente allargarsi o abbassarsi; ma questi
particolari successi non possono essenzialmente ledere il nostro
generale stato di felicità, il sistema delle arti, delle leggi e de'
costumi che distinguono sì vantaggiosamente gli Europei, e le loro
colonie, sopra il rimanente del Genere umano. I Popoli selvaggi del
globo sono i nemici comuni delle società incivilite, e possiam ricercare
con ansiosa curiosità, se l'Europa è tuttavia minacciata di esser
nuovamente soggetta a quelle calamità, che una volta oppressero le armi
e gl'istituti di Roma. Forse le medesime riflessioni, che illustrano la
caduta di quel potente Impero, serviranno a spiegar le cause probabili
della nostra attual sicurezza.
I. I Romani non sapevano l'estensione del loro pericolo, il numero de'
loro nemici. Di là dal Reno e dal Danubio le regioni settentrionali
dell'Europa e dell'Asia erano piene d'innumerabili tribù di cacciatori e
pastori poveri, voraci e turbolenti, audaci nelle armi, ed impazienti di
rapire i frutti dell'industria. Era il Mondo Barbaro agitato dal rapido
impulso di guerra; e la pace della Gallia, o dell'Italia era minacciata
dallo distanti rivoluzioni della China. Gli Unni, che fuggivano da un
vittorioso nemico, diressero il loro corso all'Occidente; ed il torrente
gonfiò sempre più per li successivi accrescimenti degli schiavi e degli
alleati. Le tribù fuggitive, che cedevano agli Unni, assunsero a vicenda
lo spirito di conquista; l'immensa colonna de' Barbari comprimeva con
accumulato peso l'Impero Romano; e se distruggevansi i più vicini,
subito si riempiva lo spazio vacante da nuovi assalitori. Non posson più
farsi dal Settentrione tali formidabili emigrazioni; ed il lungo riposo,
che si è imputato alla diminuzione del Popolo, è piuttosto una felice
conseguenza del progresso delle arti o dell'agricoltura. In vece di
qualche rozzo villaggio raramente sparso fra boschi e le paludi, la
Germania conta presentemente duemila trecento città murate: si sono
successivamente stabiliti i regni Cristiani di Danimarca, di Svezia, e
di Polonia; e le società di Mercanti[310] co' Cavalieri Teutonici hanno
esteso le loro colonie lungo le coste del Baltico fino al golfo di
Finlandia. Da questo fino all'Oceano orientale prende ora la Russia
forma d'un potente ed incivilito Impero. Si sono introdotti l'aratro, il
telajo e la fucina sulle rive del Volga, dell'Oby e del Lena; e le più
fiere orde Tartare hanno imparato a tremare e ad ubbidire. Il regno de'
Barbari indipendenti, adesso è ristretto ad un'angusta misura; ed i
residui de' Calmucchi, o degli Usbecchi, de' quali possono quasi
numerarsi le forze, non sono più in grado di eccitar seriamente
l'apprensione della gran repubblica dell'Europa[311]. Contuttocciò non
dovrebbe tale apparente sicurezza indurci a dimenticare, che -possono-
da qualche oscuro Popolo, appena visibile nella carta della terra,
nascere de' nuovi nemici, e degl'ignoti pericoli. Gli Arani o i
Saracini, ch'estesero le loro conquiste dall'India alla Spagna, avevan
languito nella povertà e nel disprezzo, finattantochè Maometto non
ispirò in que' rozzi corpi l'anima dell'entusiasmo.
II. L'Impero di Roma era sodamente stabilito dalla singolare e perfetta
unione delle sue membra. Le sottoposte Nazioni, rinunziando alla
speranza, ed anche al desiderio dell'indipendenza, abbracciarono il
carattere di cittadini Romani; e le Province dell'occidente con
ripugnanza si videro staccate per opera de' Barbari, dal seno della lor
madre patria[312]. Ma si era comprata quest'unione con la perdita della
libertà nazionale, e dello spirito militare; e le servili Province prive
di vita, e di moto, aspettavano la lor salvezza dalle truppe mercenarie
e da' Governatori, che si regolavano secondo gli ordini d'una distante
Corte. La felicità di cento milioni dipendeva dal merito personale
d'uno, o di due uomini, forse di fanciulli, gli animi de' quali eran
corrotti dall'educazione, dal lusso e dal potere dispotico. Nel tempo
delle minorità de' figli, e de' nipoti di Teodosio ricevè l'Impero le
più profonde ferite; e quando parve, che quest'inetti Principi fossero
giunti all'età virile, essi abbandonaron la Chiesa ai Vescovi, lo Stato
agli Eunuchi, e le Province a' Barbari. L'Europa ora è divisa in dodici
potenti quantunque non uguali Regni, in tre rispettabili Repubbliche, ed
in una quantità di Stati più piccioli sebbene indipendenti: si son
moltiplicate le occasioni di esercitare i talenti Reali, e ministeriali,
almeno in proporzione del numero de' loro regolatori; e possono regnare
nel Settentrione un Giuliano, o una Semiramide, nel tempo che Arcadio ed
Onorio stanno di nuovo dormendo su' troni del Mezzogiorno. Gli abusi
della tirannia son frenati dalla vicendevole influenza del timore e
della vergogna; le repubbliche hanno acquistato dell'ordine e della
stabilità; le monarchie si sono imbevute di principj di libertà, o
almeno di moderazione; e si è introdotto nelle più difettose
costituzioni qualche sentimento d'onore e di giustizia da' costumi
generali de' nostri tempi. Nella pace, viene accelerato il progresso
delle cognizioni e dell'industria dall'emulazione di tanti attivi
rivali; nella guerra, si esercitano le forze europee per mezzo di
moderate, e non decisive battaglie. Se uscisse un selvaggio
conquistatore da' deserti della Tartaria, dovrebbe replicatamente
vincere i robusti contadini della Russia, i numerosi eserciti della
Germania, i valorosi nobili della Francia, gl'intrepidi uomini liberi
dell'Inghilterra; i quali tutti potrebbero anche confederarsi fra loro
per la comune salvezza. Quand'anche i vittoriosi Barbari portassero la
schiavitù e la desolazione fino all'Oceano Atlantico, diecimila navi
trasporterebbero gli avanzi della società civilizzata fuori del loro
potere; e l'Europa risorgerebbe, e fiorirebbe nell'America, ch'è già
piena delle colonie e degl'istituti di essi[313].
III. Il freddo, la povertà ed una vita piena di pericoli e di fatiche
invigorisce la forza ed il coraggio de' Barbari. In ogni tempo essi
hanno oppresse le culte e pacifiche nazioni della China, dell'India, e
della Persia, che hanno trascurato, e tuttavia trascurano di
contrabbilanciare queste loro naturali forze mediante l'arte militare.
Gli Stati bellicosi dell'antichità come della Grecia, di Macedonia e di
Roma, educavano una progenie di soldati: n'esercitavano i corpi, ne
disciplinavano il coraggio, ne moltiplicavan le forze per mezzo di
regolari evoluzioni, e convenivano il ferro, che possedevano, in forti
ed utili armi. Ma questa superiorità insensibilmente decadde insieme con
le leggi ed i costumi loro; e la debole politica di Costantino, e de'
suoi successori, armò ed istruì, per la rovina dell'Impero, il rozzo
valore de' Barbari mercenari. L'arte militare si è cangiata per
l'invenzion della polvere che abilita l'uomo a dominare i due più forti
agenti della natura, l'aria ed il fuoco. Si sono applicate all'uso della
guerra le Matematiche, la Chimica, le Meccaniche, e l'Architettura; e le
parti contrarie si oppongono vicendevolmente le più elaborate maniere
d'attacco e di difesa. Possono gl'istorici osservare con sdegno, che i
preparativi d'un assedio servirebbero a fondare, ed a mantenere una
florida colonia[314]; pure non ci dee dispiacere, che la distruzione di
una città sia un'opera dispendiosa e difficile; o che un industrioso
Popolo sia difeso da quelle arti, che sopravvivono, e suppliscono alla
decadenza del valor militare. Presentemente, il cannone e le
fortificazioni formano un inespugnabil riparo contro la cavalleria
Tartara; e l'Europa è sicura da ogni futura invasione di Barbari;
giacchè prima di poter conquistare, bisogna che cessino d'esser Barbari.
Il graduale loro avanzamento nella scienza della guerra dev'esser sempre
accompagnato, come possiam vedere dall'esempio della Russia, con una
proporzionata cultura nelle arti della pace, e del Governo civile; ed
essi medesimi debbono meritare un posto fra le nazioni incivilite, che
vogliono soggiogare.
Se queste speculazioni si trovassero dubbiose o fallaci, vi resta sempre
una sorgente più umile di conforto e di speranza. Le scoperte de'
Navigatori antichi e moderni, la domestica istoria, o la tradizione
delle più illuminate nazioni, rappresentano l'-uomo selvaggio-, nudo sì
nella mente, che nel corpo, e privo di leggi, di arti, d'idee, o quasi
di linguaggio[315]. Da questa abbietta situazione, ch'è forse lo stato
primitivo ed universale dell'uomo, egli si è appoco appoco innalzato a
comandare agli animali, a fertilizzar la terra, a traversar l'Oceano, ed
a misurare il cielo. Il suo progresso nella cultura, e nell'esercizio
delle sue facoltà mentali e corporee[316] è stato irregolare e vario,
infinitamente lento in principio, poi crescente a grado a grado con
raddoppiata velocità: a' secoli d'una laboriosa salita è succeduto un
momento di rapida caduta; ed i varj climi del globo hanno sentito le
vicende della luce e delle tenebre. Pure l'esperienza di
quattromill'anni dovrebbe estendere le nostre speranze, e diminuire i
nostri timori: noi non possiamo determinare a qual grado d'altezza la
specie umana possa aspirare nel suo avanzamento verso la perfezione; ma
può sicuramente presumersi, che nessun Popolo, a meno che non cangi la
faccia della natura, ricaderà nella sua originaria barbarie. I progressi
della società si possono risguardare sotto un triplice aspetto: 1. Il
Poeta, o il Filosofo illustra il suo secolo, e la sua patria con gli
sforzi d'una mente -singolare-; ma queste superiori forze di ragione, o
di fantasia sono rare e spontanee produzioni; ed il genio d'Omero, di
Cicerone, o di Newton ecciterebbe minore ammirazione, se potesse crearsi
dalla volontà di un Principe, o dalle lezioni d'un precettore: 2. I
vantaggi della legge e della politica, del commercio e delle
manifatture, delle arti e delle scienze sono più sodi e durevoli: e
-molti- individui possono esser resi capaci, dall'educazione e dalla
disciplina, a promuovere, nelle respettive lor condizioni, l'interesse
della società. Ma quest'ordine generale è l'effetto della saviezza e
della fatica; e tal composta macchina può logorarsi dal tempo, o esser
offesa dalla violenza; 3. Fortunatamente per l'uman Genere le arti più
utili, o almeno più necessarie, si posson esercitare senza talenti
superiori, o nazionale subordinazione; senza le forze d'-uno-, o
l'unione di -molti-. Ogni villaggio, ogni famiglia, ogni individuo dee
sempre avere abilità ed inclinazione a perpetuare l'uso del fuoco[317],
e de' metalli, la propagazione ed il servizio degli animali domestici,
le maniere di cacciare e di pescare, i principj della navigazione,
l'imperfetta coltivazione del grano, o d'altra materia nutritiva, e la
semplice pratica del commercio meccanico. Possono estirparsi il genio
privato e la pubblica industria; ma queste tenaci piante sopravvivono
alla tempesta, e gettano una eterna radice nel più ingrato suolo. Gli
splendidi giorni d'Augusto, e di Traiano furono ecclissati da un nuvolo
d'ignoranza; ed i Barbari sovvertirono le leggi ed i palazzi di Roma. La
falce però, invenzione o emblema di Saturno[318] continuò a mietere
annualmente le raccolte d'Italia; ed i banchetti de' Lestrigoni che si
cibavano di carne umana,[319] non si son mai rinnuovati sulle coste
della Campania.
Dopo la prima scoperta delle arti, la guerra, il commercio e lo zelo
religioso hanno sparso fra' selvaggi del vecchio, e del nuovo Mondo
questi preziosissimi doni; successivamente essi si son propagati; e non
si posson più perdere. Noi dunque possiamo acquietarci in questa
soddisfacente conclusione, che ogni età del Mondo ha accresciuto, e
sempre accresce la reale ricchezza, la felicità, la cognizione, e forse
la virtù della specie umana[320].
NOTE:
[305] Tali sono le figurate espressioni di Plutarco (-Oper. Tom.- II. p.
318 -edit. Wechel-) a cui, sull'autorità di Lampria suo figlio (Fabric.,
-Biblioth Graec. Tom. III p. 341-), attribuirò francamente la maliziosa
declamazione περι τμς Ρωμαηον τυχης -sopra la fortuna de' Romani-.
Era prevalsa la medesima opinione fra' Greci dugento cinquant'anni
prima di Plutarco; e Polibio espressamente si propone di confutarla
(-Hist. L. I p. 90 Edit. Gronov. Amstel. 1670-).
[306] Vedansi i preziosi residui del santo libro di Polibio, e molte
altre parti della sua storia generale, specialmente una digressione nel
libro 170, in cui paragona la falange, e la legione.
[307] Sallust., -De Bell. Jugurtin. cap. 4-. Tali erano le generose
proteste di P. Scipione e di Q. Massimo. L'Istorico latino avea letto, e
probabilissimamente trascrisse Polibio, loro contemporaneo ed amico.
[308] Mentre Cartagine si trovava in mezzo alle fiamme, Scipione
ripeteva due versi dell'Iliade, ch'esprimono la distruzione di Troia,
confessando a Polibio, suo amico e precettore (Polyb., -in Excerpt. de
virtut. et vit. T. II p. 1455, 1465-), che riflettendo alle vicende
delle cose umane, interamente applicavali alle future calamità di Roma
(Appian., -in Libycis p. 136, edit. Toll.-).
[309] Vedi Daniel II 31, 40. «-Ed il quarto regno sarà forte come-
ferro, perciocchè rompe come il ferro, e supera tutte le cose». Il resto
della profezia (cioè la mescolanza del ferro e della -creta-) s'avverò
secondo S. Girolamo, ne' suoi tempi: -Sicut enim in principio nihil
Romano Imperio fortius, et durius ita in fine rerum nihil imbecillius:
quum et in bellis civilibus, et adversus diversas nationes aliarum
gentium barbararum auxilio indigemus-. -Oper. Tom. V p. 572-.
[310] -La Lega Anseatica.-
[311] Gli Editori Francesi ed Inglesi dell'Istoria genealogica de'
Tartari vi hanno aggiunto una curiosa, quantunque imperfetta,
descrizione del loro presente stato. Si può mettere in dubbio
l'indipendenza de' Calmucchi o Eluti, poichè sono stati recentemente
vinti da' Chinesi, che nell'anno 1759 soggiogarono la Bucaria minore, e
si avanzarono nel paese di Badakshan vicino alla sorgente dell'Osso
(-Mem. sur les Chinois Tom. I p. 325, 400-). Ma tali conquiste sono
precarie, nè mi arrischierò ad assicurare la salvezza dell'Impero
Chinese.
[312] Il prudente lettore determinerà, quanto sia indebolita questa
general proposizione dalla rivolta dagl'Isauri, dalla indipendenza della
Brettagna e dell'Armorica, dalle tribù de' Mori, o da' Bagaudi della
Gallia e della Spagna (-Vol. I p. 340 Vol. III p. 273, 337, 434-).
[313] L'America ora contiene circa sei milioni di persone di sangue, o
d'origine Europea; ed il loro numero almeno nel settentrione
continuamente cresce. Qualunque sia il cangiamento della politica loro
situazione, dovranno sempre conservare i costumi d'Europa; e possiam
riflettere con qualche soddisfazione, che la lingua inglese sarà
probabilmente diffusa in un immenso e popolato continente.
[314] -On avoit fait venir- (per l'assedio di Turino) -140 pièces de
canon; et il est a remarquer que chaque gros canon monté revient à
environ 2,000 ècus: il y avoit 110,000 boulet; 106,000 cartouches d'une
façon, et 300,000 d'une autre; 21,000 bombes; 277,000 grenades; 15,000
sacs à terre; 30,000 instrumens pour le pionnage; 1,200,000 livres de
poudre. Ajoutez à ces munitions le plomb, le fer, et le fer-blanc, les
cordages, tout ce qui sert aux mineurs, le souphre, le salpêtre, les
outils, de toute espèce. Il est certain que les frais de tous ces
préparatifs de destruction suffiroient pour fonder et pour faire fleurir
la plus nombreuse colonie. Voltaire. Siecle de Louis XIV, c. 20, nelle
sue Opere Tom. XI p. 391-.
[315] Sarebbe facile, quantunque noiosa, impresa il produrre le autorità
de' Poeti, de' Filosofi, e degl'Istorici. Io mi contenterò dunque di
rimettermi alla decisiva ed autentica testimonianza di Diodoro Siculo
(-Tom. I L. I p. 11, 12 L. III p. 184. Edit. Wesseling-). Gl'Ittiofagi,
che al suo tempo andavan vagando lungo i lidi del Mar Rosso, possono
paragonarsi a' nativi della nuova Olanda (Dampier -Viag. Vol. I p. 464,
469-). La fantasia, e forse la ragione, può tuttavia supporre un estremo
ed assoluto stato di natura, molto al di sotto del livello di questi
selvaggi, che avevano acquistato qualche arte, e qualche istrumento.
[316] Vedasi la dotta e ragionata opera del presidente Goguet -de
l'Origine des Loix, des Arts, et des Sciences-. Ei rintraccia, da' fatti
e dalle congetture (-Tom. I p. 147, 337 edit. in- 12), i primi e più
difficili passi dell'invenzione umana.
[317] Egli è certo, quantunque strano, che molte nazioni hanno ignorato
l'uso del fuoco. Anche gl'ingegnosi abitanti di Otabiti, che son privi
di metalli, non hanno inventato alcun vaso di terra, capace di sostenere
l'azione del fuoco e di comunicare il calore a' liquidi che vi si
contengono.
[318] Plutarco -Quaest. Rom. in Tom. II pag. 275-, Macrob. -Saturnal. l.
1 c. 8 p. 152 edit. Lond.- L'arrivo di Saturno (del religioso suo culto)
in una nave può indicare, che la selvaggia costa del Lazio fu scoperta
la prima volta, ed incivilita da' Fenicj.
[319] Omero, nel nono e decimo libro dell'Odissea, ha abbellito le
novelle de' timidi e creduli navigatori, che trasformano i Cannibali
dell'Italia e della Sicilia in mostruosi Giganti.
[320] Troppo frequentemente si è macchiato il merito delle scoperte
coll'avarizia, colla crudeltà, e col fanatismo; ed il commercio delle
nazioni ha prodotto la comunicazione delle malattie e de' pregiudizi. Si
dee fare però una singolare eccezione in favore della virtù de' nostri
tempi e del nostro paese. I cinque gran viaggi, l'uno dopo l'altro
intrapresi per comando di sua Maestà, presentemente regnante, furono
inspirati dal puro e generoso amor della scienza e del Genere umano.
L'istesso Principe, adattando le sue beneficenze alle varie situazioni
della società, ha fondato una scuola di Pittura nella sua capitale; ed
ha introdotto nelle isole del mare del Sud i vegetabili, e gli animali
più vantaggiosi alla vita umana.
AVVERTIMENTO
-apposto dal Traduttore Pisano al Capitolo XXXIII del Gibbon.-
Eccoci al termine della promessa traduzione di ciò, che è stato
pubblicato finora dal Sig. Eduardo Gibbon intorno alla -Storia della
decadenza dell'Impero Romano-. Il Lettore avrà certamente ammirato in
quest'opera una erudizione estesa e profonda, uno stile nervoso e
vivace, e nell'Autore di essa una mente capace di cose grandi. Auguriamo
pertanto al medesimo vita ed ozio per ultimarla; ma lo esortiamo ad
essere nel tempo stesso più rispettoso per la Religione divina di Gesù
Cristo, e per gl'illustri Campioni che la sostennero coi loro scritti
immortali, colla Santità della vita, e bene spesso col proprio sangue.
Nuocerà sempre alla fama di uno Scrittore, che parla sovente di una
Religione, la quale teme soltanto di non essere ben conosciuta, il
mostrare appunto di non conoscerla, e molto più il ravvisarla. Se ciò
debba dirsi del Sig. Gibbon si può rilevare da molte annotazioni o
staccate od in forma di lettera, che abbiamo fatte negli otto precedenti
volumi, e singolarmente dalla solida Confutazione in 2 Tomi in 4.º del
Sig. Ab. Niccola Spedalieri, a cui parimenti appartiene il -Saggio-, da
noi inserito nel Tomo terzo. In quest'ultimo Tomo l'A. Inglese sfoga
l'antico livore nazionale non tanto contro dei Monaci, quanto contro la
stessa primitiva istituzione del Monachismo: e con intollerabile ardire
ispira dei dubbi intorno al domma della Trinità Sacrosanta; quasi che
mancandoci il memorabile Testo di S. Giovanni[321] = -Tres sunt qui
testimonium dant in coelo Pater, Verbum, et Spiritus S., et hi tres unum
sunt- = non se ne avesse altra prova. Coloro che son versati nelle
scienze sacre, ed ai quali non sono ignote le opere dei Bull, dei
Bianchini, de' Maffei, Calmet ec. non hanno bisogno dei nostri lumi per
condannare una critica sì sfrenata. Per gli altri che amano la brevità
in cotal genere di discussioni, più delle nostre, abbiamo creduto
opportune le riflessioni fatte sopra i due articoli sopraccennati da
Monsignor Claudio Fleury[322], Autore citato più volto dal Sig. Gibbon,
ed a cui non può darsi la taccia di superstizioso o di credulo senza
ingiustizia. Ecco pertanto ciò che egli dice dei Monaci primitivi[323].
Dopo i Martiri viene uno spettacolo egualmente maraviglioso, e sono i
Solitari. Comprendo sotto questo nome i Monaci, gli Anacoreti, e quelli,
che nei primi tempi si chiamavano -Asceti-. Questi si ponno dir Martiri
della penitenza, e le lor sofferenze son tanto più maravigliose, quanto
più volontarie e più lunghe; poichè in luogo di un supplizio di poche
ore, essi hanno portata fedelmente la loro Croce per lo spazio di
cinquanta, o sessant'anni. Trattando di essi, mi sono esteso forse
troppo, se considero il gusto degli Eruditi, o de' curiosi, che poco
valutano l'orazione, e le pratiche di pietà. Credo per altro, che la
vita dei Santi formi una gran parte della Storia Ecclesiastica, e
risguardo questi Santi Solitari come il modello della perfezione
Cristiana. Essi erano veri Filosofi, come sovente gli chiama
l'antichità. Si separavano dal Mondo per meditare le cose celesti; non
come quegli Egiziani descritti da Porfirio[324], che sotto un sì gran
nome non intendevano altro, che la Geometria[325], o l'Astronomia: nè
come i Filosofi Greci, che si ritiravano per ricercare i segreti della
natura, per ragionare sulla morale, o per disputare del Sommo Bene, e
della distinzione delle virtù.
I Monaci (ricordevoli dei detti della incarnata Sapienza eterna,
incontro a cui altro non sono che importuni gracidatori i Filosofanti
del secolo) rinunziavano al Matrimonio, e alla Società degli uomini, per
liberarsi dall'imbarazzo degli affari, e dalle tentazioni che sono
inevitabili nel commercio del Mondo; per pregare, cioè contemplare la
grandezza di Dio, meditare i suoi benefizi e i precetti della santa sua
Legge e purificare il lor cuore. Tutto il loro studio era la Morale,
cioè a dire la pratica delle virtù: non si disputava, non si disprezzava
alcuno, e appena si parlava. Ascoltavano con docilità le istruzioni de'
loro Anziani; parecchi non sapevano neppur leggere, e meditavano la
Scrittura sulle lezioni che avevano sentite. Si nascondevano dagli
uomini, per quanto potevano, non cercando che di piacere a Dio. La sola
fama delle loro virtù e spesso de' lor miracoli gli faceva conoscere: e
noi non sapremmo neppure per la maggior parte, che essi fossero stati al
Mondo, se Dio non avesse suscitati dei curiosi[326], come Rufino e
Cassiano, che sono andati a cercarli nel fondo delle loro solitudini, e
gli han sforzati a parlare.
Del restante non possono esser sospetti di alcuna specie d'interesse. Si
riducevano a una estrema povertà; guadagnavano col lavoro il poco, che
lor bisognava per vivere; e degli avanzi facevan limosina. Taluni
avevano delle eredità, che coltivavano colle proprie mani: ma i più
perfetti temevano, che l'amministrazione delle masserie e delle rendite
non gli facesse ricadere nell'imbarazzo degli affari che avevano
abbandonato; e preferivano i lavori semplici e sedentari per vivere alla
giornata. Talvolta ricevevano delle limosine per supplire alla tenuità
de' loro guadagni: non vedo per altro che ne dimandassero. Erano fedeli
alle osservanze e consideravano come essenziali la stabilità ed il
lavoro delle mani. Ciascun Monaco stava attaccato alla sua Comunità e
ciascun Anacoreta alla sua Cella, sempre che ragioni ben forti non gli
costringessero a uscirne: perchè nulla è tanto contrario alla orazione
perfetta ed alla purità del cuore, che si eran proposta, quanto la
leggierezza e la curiosità[327]. Nel tener lontana la moltitudine de'
pensieri, ed in rendere la loro anima stabile e tranquilla si prendevano
una tal cura, che schivavano fino i luoghi di bella vista, e le
piacevoli abitazioni; e se la passavano la maggior parte del tempo
rinserrati nelle loro cellette. Stimavano necessario il lavoro non solo
per non essere di aggravio ad alcuno, ma anco per conservare l'umiltà e
per fuggire la noia.
Le comunità erano numerose[328], e si aveva per massima di non
moltiplicarle in un medesimo luogo; sì per la difficoltà di trovar
Superiori, come anco per ischivare la gelosia e le divisioni. Ogni
Comunità era governata dal suo Abate; e talvolta vi era un Superior
Generale che aveva la soprintendenza a molti Monasteri, sotto il nome di
Esarco, di Archimandrita, o altro simile: erano però tutti sotto la
giurisdizione de' Vescovi, e in allora non si parlava di esenzione. I
Monaci non facevano un Corpo a parte distinto da quello de' Secolari e
del Clero, senza passare dall'uno all'altro. Era cosa ordinaria il
prendere i più santi tra' Monaci, per farli Sacerdoti e Chierici. I
Monasteri erano un fondo, in cui i Vescovi erano sicuri di trovar
soggetti eccellenti; e gli Abati preferivano di buon grado il vantaggio
generale della Chiesa al particolare della loro Comunità[329]. Tali
erano i Monaci tanto celebrati da S. Gio. Grisostomo, da S. Agostino e
da tutti i Padri; ed il loro istituto ha continuato, come si vedrà in
seguito, per molti secoli a cagione della sua purità. Tra essi
principalmente si conservò la pratica della pietà più sublime, e
descritta negli Autori i più antichi dopo gli Apostoli[330], come nel
libro del Pastore, e in Clemente Alessandrino, specialmente nella
descrizione, che questi fa del vero contemplativo, da esso chiamato
-Gnostico-. Questa pietà interiore, che sul principio era più comune
tra' Cristiani, coll'andar del tempo si rinserrò quasi tutta ne'
Monasteri. Un giusto numero di -tali- Monaci, da prescriversi da coloro,
che Dio destina al governo dei Popoli, ed alla protezione e difesa di S.
Chiesa sarà sempre uno degli ornamenti della medesima non meno, che di
uno Stato cristiano.
Dopo la disciplina (prosiegue l'illustre Scrittore)[331] consideriamo
anche la dottrina degli Antichi, sì riguardo alla sua sostanza, come
alla maniera, con cui s'insegnava. La dottrina in sostanza è quella
stessa, che noi crediamo ed insegniamo al presente: avete potuto vederla
dagli estratti de' Padri, che ho riferiti, e la vedrete ancor meglio,
consultando in fonte le loro opere. Essi hanno primieramente stabilita
la Monarchia, cioè l'Unità di Principio sì contro i Pagani, avvezzi ad
immaginarsi più Deità, come ancora contro certi Eretici quali erano i
Marcioniti e i Manichei, che imbarazzati in trovar la cagione del male,
mettevano due principj indipendenti l'uno dall'altro, l'uno buono e
l'altro cattivo.
La Trinità è provata contro i Sabelliani, gli Arriani e i Macedoniani.
Non già che si sia spiegato questo Mistero, che è incomprensibile alla
nostra fiacca ragione; ma si è solo mostrata la necessità di crederlo. È
certo che Gesù Cristo è stato sempre adorato dai Cristiani come loro
Dio. Ciò si vede dalle Apologie[332], dagli Atti de' Martiri, e dalle
testimonianze de' Pagani medesimi; come dalla lettera di Plinio a
Traiano, e dalle obbiezioni di Celso e di Giuliano l'Apostata. È certo
altresì, che i Cristiani hanno sempre adorato un solo Dio: dunque Gesù
Cristo è un Dio stesso col Padre Creatore dell'Universo. È certo pure,
che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, e che uno non può essere insieme
Padre e Figlio, riguardo a se stesso; il che viene con gran forza
dimostrato da Tertulliano contro Prassea. Se così fosse, il discorso di
Gesù Cristo sarebbe assurdo e insensato, allorchè dice, che egli procede
dal Padre; che il Padre l'ha mandato; che il Padre e lui non sono che
una sostanza. Sarebbe lo stesso che dire: Io procedo da me; io ho
mandato me stesso; io ed io siamo una sola sostanza. Non può dunque
darsi a queste parole altro senso, se non dicendo, che Gesù Cristo è una
Persona distinta dal Padre, benchè sia il medesimo Dio. La sua autorità
basta per farci credere, ch'ella è così, quantunque non possiamo
comprenderne il come.
Il Figlio, essendo Dio, deve esser perfettamente eguale, e perfettamente
simile al Padre, e ciò è stato provato contro gli Arriani: altrimenti
sarebbero due Dei: un grande e un piccolo: e questo non sarebbe in
effetto se non se una creatura, quantunque, perfetta voglia supporsi, e
sempre inferiore a quella, che ci dà la Scrittura del figlio di Dio.
Contro i Macedoniani,[333] che ammettevano la Divinità del Figlio, e
negavano quella dello Spirito Santo, è stato mostrato, che lo Spirito
Santo procede dal Padre, ed è mandato dal Padre egualmente che il
Figlio; ma che egli è persona distinta dal Figlio, poichè in nessun
luogo si dice, ch'Egli sia Figlio, o che sia generato. Egli è pur
nominato nella forma del battesimo: -andate, battezzate in nome del
Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo-. Dunque questo è una terza
Persona, ma il medesimo Dio.
In tal guisa i Padri hanno provato il Mistero della Trinità. Non con
ragioni filosofiche, ma coll'autorità della Scrittura, e della
Tradizione. Non con principii metafisici, da' quali si suol conchiudere,
che la cosa debba esser così; ma colle parole espresse di Gesù Cristo, e
colla pratica costante di adorar il Figlio assieme col Padre, e di
glorificare lo Spirito Santo assieme col Padre e col Figlio. È vero
tuttavolta che hanno ragionato molto sopra tal mistero; perchè a questo
venivano sforzati dagli Eretici, che impiegavano tutta la sottigliezza
dell'umano discorso per rovesciarlo. Quindi nasce, che i Padri si sono
spiegati in varie guise, giusta la diversità delle obbiezioni che
volevano sciogliere. Bisognava parlare in una maniera co' Pagani,
nell'altra cogli Eretici, ed in maniere diverse con ciascun Eretico in
particolare: e questa diversità di espressioni, di cui i Padri hanno
dovuto servirsi secondo i tempi e le congiunture, ha incitato qualche
moderno ad abbandonare con troppa leggierezza i Padri Anteniceni per ciò
che riguarda la presente materia della Trinità. Credo per altro di aver
date ne' miei dieci primi libri quelle notizie, che bastano per
giustificare a sufficienza questi Padri.
NOTE:
[321] I. Joan. Cap. 5 N. 7.
[322] Discors. 2 sopra la Stor. Eccl.
[323] §. 3 al luog. cit.
[324] Porph. de Vita Pitag.
[325] Trattato degli Studi n. 4.
[326] Hist. l. XX n. 3.
[327] Cass. Coll. 24 Ist. XX n. 6.
[328] S. Basil. reg. fus. n. 35.
[329] Ist. l. XIX n. 8 n. 17.
[330] Ist. l. 2 n. 44 l. IV. 41.
[331] §. XI.
[332] Ist. l. III n. 19. XV n. 45.
[333] Ist. l. XIV n. 31 Athan. ad Serap.
PREFAZIONE DELL'AUTORE[334].
Adempisco presentemente la mia promessa, e conduco a termine il disegno
che mi son proposto di scriver l'Istoria della Decadenza e Rovina del
Romano Impero, tanto in Occidente quanto in Oriente. S'estende tutto il
periodo di essa dal tempo di Traiano e degli Antonini, fino alla presa
di Costantinopoli fatta da Maometto secondo; e include un ragguaglio
delle Crociate, e dello Stato di Roma ne' secoli di mezzo. Son passati
dodici anni, da che fu pubblicato il primo Volume di quest'Opera: dodici
anni, secondo il mio desiderio, = di salute, di ozio, e di costante
applicazione[335] =. Ora posso meco stesso congratularmi d'essermi
liberato da un lungo e laborioso dovere, e sarà pura e perfetta la mia
soddisfazione, se fino al termine dell'Opera mi continuerà il favore del
Pubblico.
La mia prima intenzione fu di riunire sotto un sol punto di vista i
molti Autori d'ogni secolo e linguaggio, da' quali ho tratto i materiali
di questa Storia; e sono tuttavia persuaso, che quest'apparente
ostentazione si sarebbe più che compensata dall'utilità reale di essa.
Che se ho rinunziato a tale idea, se ho evitato un'impresa, che ha
incontrato l'approvazione di un Maestro dell'arte[336], io posso trovar
la mia scusa nell'estrema difficoltà di assegnare una giusta misura ad
un catalogo di questa sorta. Una semplice lista de' nomi e dell'edizione
non avrebbe soddisfatto nè me stesso, nè i miei Lettori; i caratteri de'
principali scrittori dell'Istoria Romana e Bizantina si sono annessi
opportunamente ai fatti, ch'essi descrivono; ed una ricerca più copiosa
e più critica, quale in vero meriterebbero, avrebbe richiesto un
elaborato volume, che appoco appoco sarebbe divenuto una general
biblioteca d'Istorici. Per ora dunque mi contenterò di rinnovar le mie
serie proteste, che ho procurato sempre di attignere dalle prime
sorgenti; che la mia curiosità, non meno che un sentimento di dovere, mi
ha sempre stimolato a studiare gli originali; e che se qualche volta ciò
non mi è riuscito, ho esattamente notato quella secondaria
testimonianza, dall'autorità di cui dipendeva il passo o l'avvenimento,
di che si trattava.
Io presto rivedrò le rive del lago di Losanna, paese a me noto e caro
fin dalla mia prima gioventù. Sotto un Governo dolce, in un'amena
regione, in una vita d'ozio e d'indipendenza, ed in mezzo a un Popolo di
costumi facili ed eleganti, ho goduto, e posso tuttavia sperar di
godere, i variati piaceri del ritiro e della società. Ma io mi glorierò
sempre del nome e del carattere d'Inglese: sono altero della mia nascita
in un paese libero ed illuminato, e l'approvazione di esso è il migliore
e più onorevole premio delle mie fatiche. Se ambissi altro patrocinio,
che quello del Pubblico, dedicherei quest'Opera ad un Ministro di Stato,
che in una lunga, procellosa, ed alla fine infelice amministrazione ebbe
molti politici contraddittori, senza quasi un nemico personale; che nel
cadere dalla potenza ha conservato molti amici fedeli e disinteressati;
e che oppresso da una dura infermità gode il pieno vigore della sua
mente, e la felicità dell'incomparabile suo naturale. Lord North mi
permetterà d'esprimere nel linguaggio della verità i sentimenti
dell'amicizia: ma sì la verità, che l'amicizia tacerebbero, s'ei
dispensasse ancora i favori della Corona.
In una remota solitudine può la vanità pur sussurrarmi all'orecchio, che
i miei Lettori forse dimanderanno, se giunto al fine di quest'Opera, io
do loro un perpetuo addio. Dirò tutto quello, che so io medesimo, e che
potrei confidare al più intimo de' miei amici: presentemente hanno ugual
peso i motivi tanto d'agire, quanto di restare in quiete, nè consultando
i miei più segreti pensieri, posso decidere da qual parte sia per
preponderar la bilancia. Io non posso dissimulare, che sei gran tomi in
quarto debbono aver esercitato, e possono aver esaurito l'indulgenza del
Pubblico; che nel reiterare simili prove un Autore, che ha avuto un
successo felice, corre molto più il rischio di perdere, di quel che
possa sperare di guadagnare; che io vado presentemente a declinare negli
anni; e che i più rispettabili fra' miei Nazionali, quegli che io
desidero d'imitare, giunti presso a poco al medesimo periodo della lor
vita, han tralasciato di scriver l'Istoria. Ciò non ostante io rifletto,
che gli Annali de' tempi antichi e moderni possono somministrar molti
ricchi ed interessanti soggetti; che io tuttavia ho della salute e del
comodo; che mediante l'uso di scrivere deesi acquistare qualche facilità
e perizia, e che nell'ardente investigazione della verità e delle
cognizioni, non mi sono accorto d'alcuna decadenza. Per uno spirito
attivo è più penosa l'indolenza che la fatica; le ricerche però di gusto
e di curiosità occuperanno e divertiranno i primi mesi della mia
libertà. Queste tentazioni mi hanno qualche volta deviato dal rigoroso
dovere anche d'una piacevole e volontaria impresa: ma ora il mio tempo
sarà tutto a mia disposizione, e nell'uso o abuso, che farò
dell'indipendenza, io non temerò più i rimproveri nè di me stesso, nè
de' miei amici. Io giustamente pretendo un anno di Giubbileo: presto
passeranno la prossima state, e l'inverno seguente; e la sola esperienza
potrà decidere, se io preferirò la libertà e variabilità di studiare, al
disegno ed alla composizione d'un'opera regolare, che anima la
quotidiana applicazione dell'Autore nel tempo che la ristringe a certi
confini. Possono influire sulla mia scelta il capriccio ed il caso; ma
tale è la destrezza dell'amor proprio che sempre saprà applaudire
all'attiva mia industria, od al filosofico mio riposo.
DOWNING-STREET.
-Primo Maggio 1788.-
-P. S.- Prenderò qui l'occasione di far due osservazioni quanto all'uso
delle parole, che io finora non ho sufficientemente avvertito: 1. Ogni
volta che io mi servo dell'espressioni -di là- dalle Alpi, dal Reno, dal
Danubio ec., generalmente suppongo di trovarmi a Roma, e di poi a
Costantinopoli, senza fare attenzione, se questa relativa Geografia
possa convenire o no alla locale variabile situazione del Lettore, o
dell'Istorico. 2. Ne' nomi propri d'origine straniera, specialmente
orientale, sarebbe sempre mio disegno di esprimere nella versione
Inglese una copia fedele dell'originale. Ma spesso conviene abbandonar
questa regola, che si fonda sopra un giusto riguardo per l'uniformità e
la verità; quindi se ne limiteranno, o estenderanno l'eccezioni, secondo
l'uso della lingua ed il genio dell'interpetre. Sovente i nostri
alfabeti possono esser mancanti: un suono duro, un'ingrata distribuzione
di lettere potrebbe offender l'orecchio o l'occhio de' nostri Nazionali;
ed alcune parole, manifestamente corrotte, si sono stabilite, e quasi
naturalizzate nella lingua volgare. Il Profeta -Mohammed-, per esempio,
non si può spogliar più del famoso, quantunque improprio nome di
Maometto; non si riconoscerebbero quasi più le notissimo Città d'Aleppo,
di Damasco, e del Cairo nelle strane denominazioni di -Haleb-,
-Damashk-, ed -Al Cahira-; si son formati i Titoli e gli Ufizi
dell'Impero Ottomano dalla pratica di trecento anni; ed ormai siamo
soliti d'unire i tre Monosillabi Chinesi -Con-fu-tzee- nel rispettabile
nome di Confucio, come pure di adottare la corruzion Portughese di
-Mandarino-. Io però sono inclinato a variare l'uso di -Zoroastro- e di
-Zerdusht- a misura che ho tratto le mie notizie dalla Grecia o dalla
Persia; dopo il nostro commercio coll'Indie, si è restituito al trono di
Tamerlano il genuino -Timour-; i nostri più corretti Scrittori hanno
tolto dal Koran il superfluo articolo -Al-; ed adottando la voce
-Moslem- invece di Musulmano, evitiamo nel numero plurale un'ambigua
terminazione[337]. In questi, ed in mille altri esempi son troppo minute
le cause della distinzione fra un vocabolo e l'altro; ma, se non posso
esprimerli, sento i motivi della mia scelta.
NOTE:
[334] -I tre ultimi volumi in 4.º dell'Opera di E. Gibbon uscirono in
luce nel 1788. In fronte ad essi vi sta la Prefazione che qui si legge
che della Opera intera formava sei volumi in 4.º-
[335] -Vedi la Prefazione dell'Autore al Volume I di quest'Opera in
fine.-
[336] Vedi la Prefazione del Dott. Robertson alla sua Storia d'America.
[337] -Quest'osservazione ha luogo quanto alla Lingua Inglese, non già
quanto all'Italiana.-
CAPITOLO XXXIX.
-Zenone ed Anastasio, Imperatori d'Oriente. Nascita, educazione,
e prime imprese di Teodorico Ostrogoto. Sua invasione e
conquista d'Italia. Regno in Italia de' Goti. Stato
dell'Occidente. Governo militare e civile. Senatore Boezio.
Ultime azioni e morte di Teodorico.-
[A. 476-527]
Dopo la caduta del Romano Impero in Occidente, gli oscuri nomi, e
gl'imperfetti Annali di Zenone, d'Anastasio e di Giustino, che l'un dopo
l'altro montarono sul trono di Costantinopoli, debolmente segnano
l'intervallo di cinquant'anni fino al memorabile Regno di Giustiniano.
Nel medesimo periodo risorse e fiorì l'Italia sotto il governo d'un Re
Goto, che avrebbe potuto meritare una statua fra' migliori e più
valorosi degli antichi Romani.
[A. 455-475]
Teodorico l'Ostrogoto, ch'era il decimoquarto nella discendenza della
stirpe reale degli Amali[338], era nato nelle vicinanze di Vienna[339]
due anni dopo la morte d'Attila. Una recente vittoria aveva restituito
l'indipendenza agli Ostrogoti; ed i tre fratelli Walamiro, Teodemiro e
Widimiro, che unitamente governavano quella guerriera Nazione, avevano
separatamente stabilito le loro sedi nella fertile, quantunque desolata
Provincia della Pannonia. Gli Unni tuttavia minacciavano i ribelli lor
sudditi; ma fu rispinto il precipitoso loro attacco dalle sole forze di
Walamiro, e giunsero le nuove di tal vittoria al campo lontano del suo
fratello in quell'istesso fausto momento, in cui la concubina favorita
di Teodemiro gli aveva partorito un figlio ed erede. Teodorico
nell'ottavo anno della sua età, fu dal padre con ripugnanza rilasciato
pel pubblico interesse come ostaggio d'un'alleanza, che Leone Imperatore
di Oriente aveva comprato per un annuo sussidio di trecento libbre
d'oro. Fu educato il Reale ostaggio a Costantinopoli con premura ed
affetto. S'assuefece il suo corpo a tutti gli esercizi della guerra, si
dilatò il suo spirito per l'uso d'una culta conversazione, frequentò le
scuole de' più abili Maestri; ma sdegnò o trascurò le arti della Grecia,
e restò sempre tanto ignorante ne' primi elementi delle lettere, che fu
inventato un rozzo istrumento per far la sottoscrizione dell'idiota Re
d'Italia[340]. Giunto all'età di diciotto anni, fu restituito a'
desiderj degli Ostrogoti, che l'Imperatore cercava di guadagnare per
mezzo della liberalità e della confidenza. Walamiro era morto in
battaglia; Widimiro, fratello minore, aveva condotto in Italia e nella
Gallia un'armata di Barbari, e tutta la Nazione riconosceva per Re il
padre di Teodorico. I feroci di lui sudditi ammirarono la forza e la
statura del giovine loro Principe[341]: ed ei tosto provò loro, che non
avea punto degenerato dal valore de' suoi Antenati. Alla testa di
seimila volontari partì segretamente dal campo, andando in cerca di
avventure, discese il Danubio fino a Singiduno o Belgrado, ed in breve
tornò da suo padre con le spoglie d'un Re Sarmata, ch'egli aveva vinto
ed ucciso. Tali trionfi però non producevano altro che gloria, e
gl'invincibili Ostrogoti eran ridotti ad un'estrema angustia per
mancanza di vesti e di cibo. Di comun consenso dunque risolvettero
d'abbandonare i loro accampamenti Pannonici, e d'avanzarsi arditamente
verso le temperate e ricche vicinanze della Corte Bizantina, che già
manteneva nell'orgoglio e nel lusso tante altre truppe di Goti ad essa
confederati. Dopo d'aver provato con alcuni atti d'ostilità ch'essi
potevano esser pericolosi nemici, o almeno molesti, gli Ostrogoti
venderono ad un alto prezzo la loro riconciliazione e fedeltà;
accettarono un donativo di terre e di denaro; e fu loro confidata la
difesa del basso Danubio sotto il comando di Teodorico, il quale dopo la
morte di suo padre successe al trono ereditario degli Amali[342].
[A. 474-518]
Un Eroe, proveniente da una stirpe di Regi, dovea disprezzare quel basso
Isauro, che fu investito della porpora Romana senz'alcuna dote di
spirito o di corpo, e senz'alcuna prerogativa di nascita Reale, o di
sublimi qualità. Mancata la linea di Teodosio, potè in qualche modo
giustificarsi la scelta di Pulcheria e del Senato da' caratteri di
Marciano e di Leone; ma quest'ultimo stabilì e disonorò il suo Regno
mediante la perfida uccisione d'Aspar e de' suoi figli, che troppo a
rigore esigevano il debito della gratitudine e dell'ubbidienza.
L'eredità di Leone e dell'Oriente passò pacificamente nel piccolo di lui
nipote, figlio d'Ariadne sua figlia; ed il fortunato Isauro Trascalisseo
di lei marito, mutò quel barbaro suono nel Greco nome di Zenone. Dopo la
morte del vecchio Leone, s'accostò egli con rispetto non naturale al
trono del proprio figlio, umilmente ricevè, come un dono il secondo
posto nell'Impero, e tosto eccitò il pubblico sospetto sopra una
subitanea ed immatura morte del giovine suo Collega, la vita del quale
non poteva più oltre portare in alto la sua ambizione. Ma l'autorità
donnesca regolava il suo Palazzo di Costantinopoli, e lo agitavano le
femminili passioni: Verina, vedova di Leone, risguardando come suo
proprio l'Impero, pronunziò una sentenza di deposizione contro l'indegno
ed ingrato servo, al quale aveva ella sola dato lo scettro
d'Oriente[343]. Appena risuonò alle orecchie di Zenone il nome di
ribellione, ei fuggì precipitosamente nelle montagne d'Isauria, ed il
servile Senato concordemente proclamò Basilisco, di lei fratello, già
infamato dalla sua spedizione affricana[344]. Il Regno però
dell'usurpatore fu breve e turbolento. Basilisco pretese d'assassinare
l'amante della sua sorella, ed ardì d'offendere l'amante della sua
moglie, il vano ed insolente Armazio, che in mezzo al lusso asiatico
affettava l'abito, il portamento, ed il soprannome d'Achille[345].
Cospirando fra loro i malcontenti, richiamarono Zenone dall'esilio;
furon tradite le armate, la Capitale, e la persona di Basilisco; e tutta
la sua famiglia fu condannata alla lunga agonia del freddo e della fame
dall'inumano conquistatore, che non aveva coraggio nè di far fronte, nè
di perdonare a' propri nemici. Il superbo spirito di Verina era tuttavia
incapace di sommissione, o di riposo. Essa provocò l'inimicizia d'un
General favorito, ne abbracciò la causa tosto ch'egli cadde in
disgrazia, creò un nuovo Imperatore in Siria ed in Egitto, levò un
esercito di settantamila uomini, e continuò sino all'ultimo istante
della sua vita in una inutile ribellione, che secondo l'uso di quel
tempo, era stata predetta dagli Eremiti Cristiani, e dai Magi del
Paganesimo. Nel tempo che le passioni di Verina affliggevan l'Oriente,
Ariadne sua figlia distinguevasi con le femminili virtù della dolcezza e
della fedeltà; seguitò questa nell'esilio il proprio marito, e dopo il
suo ritorno al trono implorò la clemenza di lui in favor della madre.
Morto Zenone, Ariadne, figlia, madre e vedova d'Imperatori, diede la
mano, ed il titolo Imperiale ad Anastasio, vecchio domestico del
Palazzo, che sopravvisse più di ventisette anni al suo innalzamento, e
di cui si dimostra il carattere da quest'acclamazione del Popolo: «Regna
come hai vissuto[346]».
[A. 475-488]
Tuttociò, che potea suggerir l'affezione o il timore, fu a larga mano da
Zenone profuso al Re degli Ostrogoti, come il posto di Patrizio e di
Console, il comando delle truppe Palatine, una statua equestre, un
tesoro di più migliaia di libbre d'oro e d'argento, il nome di figlio, e
la promessa di una ricca ed onorevole moglie. Finattantochè Teodorico si
contentò di servire, sostenne con fedeltà e coraggio la causa del suo
benefattore: la rapida marcia di esso contribuì al restauramento di
Zenone: e nella seconda ribellione i -Walamiri-, come solevan chiamarsi,
inseguirono e strinsero i ribelli Asiatici in modo, che procurarono alle
truppe Imperiali un'agevol vittoria[347]. Ma questo fedel servo ad un
tratto si mutò in un formidabil nemico, ch'estese le fiamme della guerra
da Costantinopoli fino all'Adriatico: furono ridotte in cenere molte
floride Città e fu quasi distrutta l'agricoltura della Tracia dalla
barbara crudeltà de' Goti, che tagliavano a' contadini lor prigionieri
la mano destra, con cui guidavan l'aratro[348]. In tali occasioni toccò
a Teodorico l'alto e patente rimprovero d'infedeltà, d'ingratitudine e
d'insaziabile avarizia, che non si potrebbe scusare, se non dalla dura
necessità della sua situazione. Regnava egli non come Monarca, ma come
Ministro di un feroce Popolo, di cui lo spirito non era domato dalla
schiavitù, e che non soffriva insulti nè reali, nè immaginari. N'era
incurabile povertà, la mentre venivano tosto dissipati i donativi più
generosi in un eccessivo lusso, e divenivano sterili i più fertili Stati
nelle lor mani; gli Ostrogoti disprezzavano, sebbene invidiassero, i
laboriosi Provinciali; e quando mancava loro la sussistenza, ricorrevano
ai soliti espedienti della guerra, e della rapina. Il desiderio di
Teodorico (secondo almeno la sua protesta) sarebbe stato quello di
menare una vita pacifica, oscura, e sommessa ne' confini della Scizia;
ma la Corte di Bizanzio l'indusse con splendide e fallaci promesse ad
attaccare una tribù confederata di Goti, che s'erano impegnati nel
partito di Basilisco. Marciò dunque dai suoi quartieri nella Mesia,
essendo stato solennemente assicurato, che prima di giungere ad
Adrianopoli avrebbe incontrato un abbondante convoio di provvisioni, ed
un rinforzo di ottomila cavalli, e di trentamila fanti, mentre le
Legioni dell'Asia erano accampate ad Eraclea per secondare le sue
operazioni. Furono però sconcertate queste misure dalla reciproca
gelosia. All'avanzarsi che fece il figlio di Teodemiro nella Tracia,
trovò un'inospita solitudine, ed i Goti, suoi seguaci, con un grave
bagaglio di cavalli, di muli, e di carri vennero, per inganno delle loro
guide, condotti fra le rupi ed i precipizi del Monte Sondis, dove fu
egli assalito dalle armi e dalle invettive di Teodorico, figlio di
Triario. Da una vicina eminenza il suo artificioso rivale arringava il
campo de' Walamiri, ed infamava il lor Capitano con gli obbrobriosi nomi
di fanciullo, di pazzo, di traditore spergiuro, e di nemico del proprio
sangue, e della sua nazione. «Non sapete voi (gridava il figlio di
Triario) che la costante politica de' Romani è quella di distruggere i
Goti con le lor proprie spade? Non vedete, che quegli di noi, che in
questo non natural combattimento resterà vincitore, sarà esposto, e
giustamente invero, all'implacabile loro vendetta? Dove son que'
guerrieri, miei e tuoi propri congiunti, le vedove de' quali ora si
lagnano, che sacrificarono le loro vite alla tua temeraria ambizione?
Dov'è la ricchezza, che avevano i tuoi soldati, quando, partendo dalle
native lor case, principiarono ad arruolarsi sotto le tue bandiere?
Ciascheduno di essi aveva in quel tempo tre o quattro cavalli; ora ti
seguitano a piedi come schiavi pei deserti della Tracia quegli, che
tentati furono dalla speranza di misurar l'oro a staio, quei bravi
uomini, che son liberi e nobili come tu stesso». Un linguaggio così
adattato all'indole de Goti, eccitò il clamore ed il malcontento; ed il
figlio di Teodemiro, temendo di restar solo, fu costretto ad abbracciare
i suoi fratelli, e ad imitare l'esempio della perfidia romana[349].
[A. 489]
La prudenza e fermezza di Teodorico si fece ugualmente conoscere in
qualunque stato di fortuna ei si trovasse: o minacciasse Costantinopoli
alla testa de' Goti fra loro confederati, o con un fedel drappello si
ritirasse alle montagne e coste marittime dell'Epiro. Finalmente
l'accidental morte del figlio di Triario[350] tolse la bilancia, che i
Romani erano tanto solleciti di mantenere fra' Goti: tutta la Nazione
riconobbe la suprema potestà degli Amali, e la Corte Bizantina
sottoscrisse un ignominioso ed oppressivo trattato[351]. Il Senato avea
già dichiarato, che era necessario scegliere un partito fra i Goti,
giacchè lo Stato non era capace di sostenere le forze riunite; per il
minimo de' loro eserciti si richiedeva un sussidio di duemila libbre
d'oro, con l'ampia paga di tredicimila uomini[352]; gl'Isauri, che
guardavano non già l'Impero, ma l'Imperatore, oltre il privilegio della
rapina, godevano un'annua pensione di cinquemila libbre. La sagacità di
Teodorico ben presto conobbe, ch'ei si rendeva odioso ai Romani, e
sospetto a' Barbari; gli venne all'orecchio il popolar mormorìo, che i
suoi sudditi erano esposti nelle agghiacciate loro capanne ad
intollerabili travagli, mentre il loro Re s'abbandonava al lusso della
Grecia; e prevenne la disgustosa alternativa, o di resistere ai Goti
come il campion di Zenone, o di condurli alla battaglia come nemico di
esso. Teodorico, abbracciando un'impresa degna del suo coraggio e della
sua ambizione, parlò all'Imperatore in questi termini. «Quantunque il
vostro servo sia mantenuto nell'abbondanza dalla vostra liberalità,
porgete graziosamente orecchio a' desiderj del mio cuore! L'Italia, che
avete ereditato da' vostri Predecessori, e Roma stessa, la capitale e
signora del Mondo, presentemente gemono sotto la violenza e
l'oppressione del mercenario Odoacre. Lasciatemi andare con le nazionali
mie truppe contro il Tiranno. Se io perirò, voi resterete libero da un
dispendioso e molesto amico. Se poi col divino aiuto riescirò
nell'impresa, governerò in vostro nome, ed a gloria vostra il Senato
Romano, e quella parte di Repubblica, che mediante le vittoriose mie
armi sarà liberata dalla schiavitù». Fu accettata la proposizione di
Teodorico, ed era forse stata suggerita dalla Corte di Bizanzio. Ma
sembra, che la forma della commissione, o dell'accordo s'esprimesse con
una prudente ambiguità, che potesse poi spiegarsi secondo l'evento; e
restò in dubbio, se il Conquistator dell'Italia dovesse regnare come
Luogotenente, come Vassallo o come Alleato dell'Imperatore
d'Oriente[353].
La fama tanto del condottiero, quanto della guerra eccitò un ardore
universale; s'accrebbero i -Walamiri- da sciami di Goti, ch'erano già
impegnati al servizio dell'Impero, o stabiliti nelle Province di esso;
ed ogni audace Barbaro, che aveva sentito parlare della ricchezza e
beltà d'Italia, era impaziente di arrivare a possedere, per mezzo delle
più pericolose avventure, oggetti così lusinghieri. Si dee risguardar la
marcia di Teodorico come l'emigrazione d'un intiero Popolo; si
trasportarono tutte le mogli ed i figli de' Goti, i vecchi lor genitori
e gli effetti più preziosi che avessero; e possiam formarci qualche idea
del grave bagaglio, che allora seguitò il campo, dalla perdita di
duemila carri, che nella guerra dell'Epiro soffrirono in una sola
azione. Traevano i Goti la lor sussistenza dai magazzini di grano, che
si macinava dalle loro donne in certi mulini portatili; dal latte e
dalla carne de' loro greggi ed armenti; dal casual prodotto della
caccia; e dalle contribuzioni, che imponevano a tutti quelli che
ardivano di contendere il passo, o di negar loro un amichevole aiuto.
Nonostante queste precauzioni però si trovarono esposti al pericolo, e
quasi alle angustie della fame, in una marcia di settecento miglia,
intrapresa noi cuore d'un rigido inverno. Dopo la caduta della potenza
Romana, la Dacia e la Pannonia non presentavano più il ricco prospetto
di popolate Città, di campagne ben coltivate e di comode strade: si
rinnovò il regno della barbarie e della desolazione, e le tribù de'
Bulgari, de' Gepidi e de' Sarmati, che avevan occupato quella vacante
Provincia, furon mosse dalla nativa loro fierezza o dalle sollecitudini
d'Odoacre a resistere a' progressi del suo nemico. In molte oscure,
sebben sanguinose battaglie, Teodorico pugnò e vinse, sintantochè
superando alla fino coll'abile sua condotta e coraggiosa perseveranza
ogni ostacolo, scese dalle alpi Giulie e spiegò le invincibili suo
bandiere ne' confini d'Italia[354].
[A. 489-490]
Odoacre, non indegno rivale delle sue armi, aveva già occupato il
vantaggioso e celebre posto del fiume Sonzio presso le rovine
d'Aquileia, essendo alla testa d'un poderoso esercito, i Re[355], o Capi
del quale fra loro indipendenti sdegnavano i doveri della subordinazione
e gl'indugi della prudenza. Appena Teodorico ebbe concesso un breve
riposo e rinfresco alla stanca sua cavalleria, arditamente attaccò le
fortificazioni del nemico; e gli Ostrogoti mostrarono maggiore ardore
per acquistare le terre d'Italia, che i Mercenari per difenderle; ed il
premio della prima vittoria fu il possesso della Provincia Veneta fino
alle mura di Verona. Nelle vicinanze di quella città, sulle scoscese
rive dell'Adige, gli si oppose un'altra armata di maggior numero, ed in
coraggio non inferiore della prima; la battaglia fu più ostinata, ma
l'evento ne fu sempre più decisivo; Odoacre fuggì a Ravenna, Teodorico
avanzossi verso Milano, e le soggiogate truppe salutarono il loro
conquistatore con alte acclamazioni di rispetto e di fedeltà. Ma la lor
mancanza o di costanza o di fede tosto l'espose al più imminente
pericolo; vari Conti Goti, che con la sua vanguardia s'erano
temerariamente affidati ad un disertore furon traditi e distrutti vicino
a Faenza mediante un doppio di lui tradimento; Odoacre di nuovo comparve
come padrone della Campagna; e l'invasore, fortemente trincerato nel suo
campo di Pavia, fu ridotto a sollecitare il soccorso d'una congiunta
Nazione cioè de' Visigoti della Gallia. Nel corso di quest'Istoria potrà
saziarsi abbondantemente il più vorace appetito di guerra, nè posso io
molto dolermi, che gli oscuri ed imperfetti nostri materiali non mi
somministrino una più estesa narrazione delle angustie d'Italia, e del
fiero combattimento, che restò finalmente deciso dall'abilità,
dall'esperienza e dal valore del Re de' Goti. Quando fu per principiar
la battaglia di Verona, pertossi alla tenda di sua Madre[356] e di sua
sorella, e volle che in quel giorno, il più solenne della sua vita,
l'adornassero con le ricche vesti ch'esse avevano lavorato con le
proprie lor mani. «La nostra gloria, disse egli, è reciproca ed
inseparabile. Il Mondo sa, che voi siete la madre di Teodorico, ed a me
tocca a provare, che io sono il vero discendente di quegli Eroi dei
quali vanto l'origine». La moglie o concubina di Teodemiro veniva
inspirata da quello spirito delle matrone Germane, che stimavano l'onore
de' loro figli molto più della lor sicurezza; e si racconta che in una
disperata battaglia, mentre Teodorico medesimo era tratto via dal
torrente d'una folla di fuggitivi, andò arditamente loro incontro
all'ingresso del campo, e co' suoi generosi rimproveri gli spinse
indietro contro le spade nemiche[357].
[A. 493-526]
Teodorico per diritto di conquista regnò dalle Alpi fino all'estremità
della Calabria: gli Ambasciatori Vandali gli diedero l'isola della
Sicilia come una legittima appendice del suo Regno; e fu accolto come
liberatore di Roma dal Senato e dal Popolo, che aveva chiuso le porte in
faccia all'usurpator che fuggiva[358]. La sola Ravenna, fortificata
dall'arte e dalla natura, sostenne un assedio di quasi tre anni; e le
audaci sortite d'Odoacre portarono la strage e il disagio nel campo
Gotico. Finalmente quell'infelice Monarca, privo di provvisioni e senza
speranza d'aiuto, cedè ai lamenti de' propri sudditi, ed a' clamori de'
suoi soldati. Si maneggiò un trattato dal Vescovo di Ravenna; gli
Ostrogoti furono ammessi nella Città, e sotto la sanzione di un
giuramento, ambidue i Re acconsentirono a governare con uguale ed
indivisa autorità le Province d'Italia. Può facilmente prevedersi
l'evento di tale accordo. Concessi alcuni giorni alle apparenze della
gioia e dell'amicizia, Odoacre in mezzo ad un solenne convito fu
trucidato dalle proprie mani, o almeno per ordine del suo rivale. Si
erano precedentemente prese le opportune, segrete ed efficaci
disposizioni per uccidere nell'istesso momento e senz'alcuna resistenza
tutti quanti gl'infedeli e rapaci mercenari; e Teodorico fu proclamato
Re da' Goti, col tardo, ripugnante ed ambiguo consenso dell'Imperatore
d'Oriente. Secondo le solite formalità s'imputò al soggiogato Tiranno il
disegno d'una cospirazione; ma sufficientemente si prova la sua
innocenza e la colpa del conquistatore[359] dal vantaggioso Trattato,
che la -forza- non avrebbe sinceramente accordato, nè la -debolezza-
temerariamente rotto. Somministrar possono un'apologia più decente la
gelosia del potere, ed i mali della discordia; e si può pronunziare una
sentenza meno rigorosa contro un delitto, ch'era necessario per
introdurre in Italia un principio di pubblica felicità. L'Autore vivente
di questa felicità fu audacemente lodato in faccia da Oratori sacri e
profani[360]; ma l'Istoria (che nel suo tempo era muta ed oscura) non ci
ha lasciato alcun giusto quadro de' fatti, che potrebbero dimostrar le
virtù di Teodorico, o de' difetti che le oscurarono[361]. Tuttavia
sussiste un monumento della sua fama, vale a dire la raccolta delle
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