181-).
[267] Zosimo (l. V, p. 364) riferisce tal circostanza con visibile
compiacenza, e celebra il carattere di Gennerido come l'ultima gloria
del Paganesimo spirante. Assai diversi furono i sentimenti del Concilio
di Cartagine, che deputò quattro Vescovi alla Corte di Ravenna per
dolersi della legge, stata fatta poco avanti, che ogni conversione al
Cristianesimo dovesse esser libera e volontaria. (Vedi Baron., -Annal.
Eccles. an. 409. n. 12. ap. 48 n. 47, 48-).
[268] Zosimo l. V. p. 367, 368, 369. Questo costume di giurare per la
testa o la vita, la salute o il genio del Sovrano era della più remota
antichità, tanto in Egitto (-Genes-. XLII. 15.) quanto nella Scizia. Fu
ben tosto per adulazione trasferito a' Cesari, e Tertulliano si duole,
che questo fosse l'unico giuramento, che i Romani del suo tempo
affettavano di rispettare. Vedasi un'elegante dissertazione dell'Abate
Massieu sopra i giuramenti degli antichi nelle -Memorie dell'Accadem.
delle Inscriz. Tom. I. p. 208, 209-.
[269] Zosimo l. V. p. 368, 369. Io ho moderato l'espressioni d'Alarico,
il quale si diffonde in uno stile troppo florido sull'istoria di Roma.
[270] Vedi Sueton. -in. Claud. c. 20. Dione Cassio lib. LX. p. 949.
edit. Reimar-. e la vivace descrizione di Giovenale -Sat. XII. 75-. ec.
Nel secolo decimosesto, allorchè i residui di questo augusto Porto eran
tuttora visibili, gli Antiquari ne abbozzaron la pianta (vedi Danville
-Mem. dell'Accad. delle Inscriz. Tom. XXX. p. 198-), e dichiararono con
entusiasmo, che tutti i Monarchi dell'Europa non sarebbero stati capaci
d'eseguire un'Opera così grande (Bergier, -Hist. des grands chemins des
Romains Tom. II. p. 356-).
[271] -Ostia Tyberina- (Vedi Cluver. -Ital. antiq. l. III. 870-879-) in
numero plurale, o sia le bocche del Tevere eran separate dall'-Isola
sacra-, che formava un triangolo equilatero, ogni lato del quale veniva
considerato circa due miglia. La Colonia d'Ostia fu fondata di là dal
ramo sinistro o meridionale, e la distanza fra i residui, che ve ne
sono, ascende a poco più di due miglia nella Carta del Cingolani. Al
tempo di Strabone la sabbia e la belletta depositatavi dal Tevere,
avevan ristretto il porto d'Ostia; in seguito la medesima causa ha molto
accresciuto la mole dell'-Isola sacra-, ed appoco appoco ha fatto
restare Ostia ed il Porto ad una considerabil distanza dal lido. I
canali detti -fiumi morti-, ed i grandi -stagni di Ponente e di Levante-
dimostrano i cangiamenti del fiume e gli sforzi del mare. Quanto allo
stato presente di quest'orrido e desolato paese può consultarsi
l'eccellente carta dello Stato Ecclesiastico fatta dai matematici di
Benedetto XIV, un'attual descrizione dell'-Agro Romano- in sei vedute
fatta dal Cingolani, che contiene 113,819 rubbj o 570,000 acri inglesi,
e la gran carta topografica dell'Ameti in otto vedute.
[272] Fino dal terzo secolo (Lardner -Credibilità del Vangelo- Part. II.
Vol. III. p. 80-92) o almeno dal quarto (-Carol. a S. Paulo Notit.
Eccles. p. 47-) il Porto di Roma era una città Episcopale, che sembra
essere demolita nel nono secolo dal Pontefice Gregorio IV al tempo delle
scorrerie degli Arabi. Adesso è ridotto ad un'osteria, ad una Chiesa, ed
alla casa o palazzo del Vescovo, che è uno dei sei Cardinali Vescovi
della Chiesa Romana. (Vedi Eschinard, -Descrizione di Roma e dell'Agro
Romano p. 328-).
[273] Quanto all'innalzamento d'Attalo vedi Zosimo l. VI. p. 377, 380,
Sozomeno l. IX. c. 8. 9, Olimpiodoro ap. Fozio p. 180, 181, Filostorg.
l. XII. c. 3, e Gotofredo -Dissert. p 570-.
[274] Possiamo ammettere la testimonianza di Sozomeno quanto all'Arriano
Battesimo d'Attalo, e quella di Filostorgio quanto alla sua educazione
Pagana. Il visibil contento di Sozomeno, e il dispiacere che egli
attribuisce alla famiglia Anicia, sono circostanze assai svantaggiose al
Cristianesimo del nuovo Imperatore.
[275] Egli spinse la sua insolenza a tal segno, che dichiarò, che
avrebbe mutilato Onorio avanti di mandarlo in esilio. Ma
quest'asserzione di Zosimo vien distrutta dalla più imparziale
testimonianza d'Olimpiodoro, che attribuisce tal vergognosa
proposizione, la quale fu assolutamente rigettata da Attalo, alla viltà,
e forse alla perfidia di Giovio.
[276] Procop. -de Bell. Vandal. l. I. c. 1-.
[277] Vedi la causa e le circostanze della caduta d'Attalo appresso
Zosimo l. VI. p. 380-384, Sozomeno l. IX. c. 8, e Filostorgio l. XII. c.
3. I due atti d'indennità, che sono nel Codice Teodosiano l. IX. Tit.
38. leg. 11, 12, e che furono pubblicati il dì 12. di Febbr. ed il dì 7.
d'Agosto dell'anno 410. evidentemente si riferiscono a quest'usurpatore.
[278] -In hoc, Alaricus, Imperatore facto, infecto, refecto, ac
defecto... mimum risit, et ludum spectavit Imperii-. Orosio l. VII. c
42. p. 582.
[279] Zosimo l. VI. p. 484 Sozomeno l. IX. c. 9. Filostor. l. XII. c. 3.
In questo luogo il testo di Zosimo è mutilato, ed abbiam perduto il
sesto e l'ultimo suo libro, che terminava col sacco di Roma. Per quanto
credulo o parziale sia quest'istorico, noi ci dobbiamo licenziare da lui
con qualche rammarico.
[280] -Adest Alaricus, trepidam Romam obsidet, turbat, irrumpit-.
(Orosio lib. VII. c. 39. p. 573.) Egli sbriga questo gran fatto in sette
parole; ma impiega delle intere pagine a celebrare la devozione dei
Goti. Io ho tratto da un'improbabile storia di Procopio le circostanze,
che avevano qualche aria di probabilità. (Procop. -de Bell. Vandal. l.
I. c. 2-). Questi suppone, che la città fosse sorpresa mentre i Senatori
dormivano dopo pranzo; ma Girolamo con maggiore autorità e ragione
asserisce, che ciò seguì nella notte; -nocte Moab capta est; nocte
cecidit murus ejus: Tom. I p. 121 ad Principiam-.
[281] Orosio (l. VII. c. 39. p. 573-576) fa plauso alla pietà dei Goti
Cristiani, senza parer d'accorgersi, che per la maggior parte erano
eretici Arriani. Giornandes (c. 30. p 653) ed Isidoro di Siviglia
(-Chron. p. 614. Edit. Grot-.) che erano ambidue attaccati alla causa
dei Goti, hanno ripetuto ed abbellito questi racconti. Secondo Isidoro
s'udì dire ad Alarico medesimo, che egli faceva la guerra coi Romani,
non cogli Apostoli. Questo era lo stile del settimo secolo; duecento
anni prima, si sarebbe attribuito il merito e la gloria non agli
Apostoli ma a Cristo.
[282] Vedi Agostino, -de Civ. Dei, lib. I. c. 1, 6-. Esso
particolarmente cita gli esempj di Troia, di Siracusa e di Taranto.
[283] Girolamo (T. I. p. 121. -ad Principiam-) applicò al sacco di Roma
tutte le forti espressioni di Virgilio:
-Quis cladem illius noctis, quis funera fando-
-Explicet etc.-
Procopio (l I. c. 2) positivamente afferma che fu ucciso un gran numero
di Romani dai Goti. Agostino (-de Civit. Dei, lib. I. c. 12, 13-) offre
un conforto Cristiano per la morte di quelli, i corpi de' quali (-multa
corpora-) eran restati (-in tanta strage-) insepolti. Il Baronio, da'
diversi scritti dei Padri, ha sparso qualche lume sul sacco di Roma.
-Annal. Eccles. an. 410. n. 16, 44.-
[284] Sozom. l. IX. c. 10. Agostino (-de Civ. Dei, l. II. c. 17-)
racconta, che alcune vergini o matrone s'uccisero da se stesse per
evitar la violazione, e sebbene ammiri il loro spirito, pure è costretto
dalla teologia, a condannare la temeraria lor presunzione. Forse il buon
Vescovo d'Ippona fu troppo facile a credere, ugualmente che troppo
rigido a censurare, questo atto di femminile eroismo. Lo venti fanciulle
(se pur vi furono) che si gettarono nell'Elba, quando Magdeburgo fu
preso d'assalto, si son moltiplicate fino al numero di mille e dugento:
Vedi Harte -Istor. di Gustavo Adolfo- Vol I. pag 308.
[285] Vedi S. Agostino, -de Civit. Dei l. I. c. 16, 18-. Egli tratta
quest'argomento con notabile diligenza, e dopo avere ammesso che non vi
può essere delitto dove non v'è consentimento, aggiunge: -Sed quia non
solum quod ad dolorem, verum etiam quod ad libidinem pertinet, in
corpore alieno perpetrare potest; quicquid tale factum fuerat, etsi
retentam constantissimo animo pudicitiam non excutit, pudorem tamen
incutit, ne credatur factum cum mentis etiam voluntate, quod fieri
fortasse sine carnis aliqua voluptate non potuit-. Nel cap. 18 egli fa
alcune distinzioni fra la verginità fisica e la morale.
[286] Marcella, dama Romana, rispettabile ugualmente per la nascita che
per l'età e per la religione, fu gettata in terra, e crudelmente
battuta, e flagellata: -caesam fustibus flagellisque-ec. Girol. T. I. p.
121. -ad Princip-. Vedi Agostino, -de Civ. Dei l. I. c. 10-. Il moderno
Sacco di Roma (p. 208) dà un'idea delle varie maniere di torturare i
prigionieri per l'oro.
[287] L'istorico Sallustio, che utilmente praticava i vizi, che ha sì
eloquentemente censurato, impiegò il bottino della Numidia per adornare
il suo palazzo e giardino sul colle Quirinale. Il luogo, dove era la
casa di esso, è presentemente occupato dalla Chiesa di S. Susanna,
separata solo per mezzo d'una strada da' Bagni di Diocleziano, e molto
distante dalla porta Salaria. Vedi Nardini, -Roma antica p. 192, 195-, e
la gran pianta di Roma moderna fatta dal Nolli.
[288] L'espressioni di Procopio sono distinte e moderate (-de Bell.
Vandal. l. I. c. 2-). La cronica di Marcellino dice troppo fortemente:
-partem Urbis Romae cremavit-; le parole di Filostorgio εν ερειπνοις
δε της πολεως κειμενης -nelle rovine della città giacente-
(lib. XII. cap. 3) portano un'idea falsa ed esagerata. Il Bargeo ha
fatta una dissertazione a posta (vedi Tom. IV. -Antiq. Rom. Grev.-) per
provare che gli edifizi di Roma non furon distrutti dai Goti e dai
Vandali.
[289] Oros. l. II c. 19. p. 143. Ei parla come se disapprovasse -tutte-
le statue, che -vel Deum vel hominem mentiuntur-. Esse rappresentavano i
Re d'Alba e di Roma, incominciando da Enea, i Romani illustri o nelle
armi o nelle arti, ed i Cesari divinizzati. L'espressione -Forum-,
ch'egli usa, è alquanto ambigua, poichè v'erano cinque Fori principali;
ma siccome erano tutti contigui ed addiacenti nella pianura che è
circondata da' colli Capitolino, Quirinale, Esquilino e Palatino,
potrebbero giustamente considerarsi come -uno-. Vedi -Roma antiqua di
Donato p. 162-201-, e -Roma antica del Nardini p. 212-273-. La prima è
più utile per le descrizioni antiche, e l'altra per l'attuale
topografia.
[290] Orosio (l. II. c. 19. p. 142) paragona la crudeltà dei Galli con
la clemenza dei Goti. -Ibi vix quemquam inventum Senatorem, qui vel
absens evaserit, hic vix quemquam requiri, qui forte ut latens
perierit.- Ma in quest'antitesi si vede un'aria di rettorica e forse di
falsità; e Socrate (l. VII. c. 10) afferma, forse con altrettanta
esagerazione al contrario, che furono uccisi -molti- Senatori con vari e
squisiti tormenti.
[291] -Multi... Christiani in captivitatem ducti sunt, August. De Civ.
Dei l. I. c. 14-, ed i Cristiani non furon soli a soffrir quei travagli.
[292] Vedi Hein., -Antiq. Jur. Rom. Tom. I. p. 96.-
[293] -Append. Cod. Theod. XVI-. nelle opere del Sirmondo Tom. I. p.
735. Quest'editto fu pubblicato gli 11 di Dicembre dell'anno 408, ed è
troppo ragionevole, perchè possa propriamente attribuirsi a' ministri
d'Onorio.
[294]
-Eminus Igilii sylvosa cacumina miror,-
-Quem fraudare nefas laudis honore suae.-
-Haec proprios nuper tutata est insula saltus,-
-Sive loci ingenio, seu Domini genio.-
-Gurgite cum modico victricibus obstitit armis,-
-Tamquam longinquo dissociata mari.-
-Haec multos lacera suscepit ab urbe fugatos,-
-Hic fessis posito certa timore salus.-
-Plurima terreno populaverat aequora bello,-
-Contra naturam classe timendus eques,-
-Unum, mira fides, vario discrimine portum!-
-Tam prope Romanis, tam procul esse Getis-.
Rutil., -In itiner-. l. I. 325. L'Isola presentemente si chiama Giglio.
Vedi Cluver., -Ital. antiq. l. II. p. 502-.
[295] Come le avventure di Proba e della sua Famiglia son connesse con
la vita di S. Agostino esse vengono diligentemente illustrate dal
Tillemont (-Mem. Ecclesiast-. Tom. XIII. p. 620-635). Qualche tempo dopo
il loro arrivo in Affrica, Demetriade prese il sacro velo, e fece voto
di virginità; fatto, che fu risguardato come della massima importanza
per Roma e pel Mondo. Tutti i -Santi- le scrissero lettere di
congratulazione; sussiste ancora quella di Girolamo (Tom. I. p. 62-73.
-ad Demetriad. de servand. virginit-), la quale contiene un miscuglio di
assurdi ragionamenti, di spiritose descrizioni, e di curiosi fatti, che
si riferiscono all'assedio ed al sacco di Roma.
[296] Vedi il patetico lamento di Girolamo (Tom. V. p. 400) nella sua
Prefazione al secondo libro de' comentari sul Profeta Ezecchiello.
[297] Orosio fa questo paragone, sebbene con qualche parzialità (lib.
II. c. 19. p. 142, l. VII. c. 39. pag. 575); ma nell'istoria della presa
di Roma fatta da' Galli tutto è incerto, e forse favoloso. Vedi Beaufort
-sur l'incertitude etc. de l'Hist. Rom.- p. 356, e Melot nelle -Mem.
dell'Accad. delle Iscriz. Tom. XV. p. 1-21-.
[298] Il Lettore, che brama informarsi delle circostanze di questo
famoso fatto, può leggerne un'ammirabile narrazione nell'istoria di
Carlo V del Dott. Robertson Vol. II. p. 283, o consultare gli Annali
d'Italia del dotto Muratori T. XIV. p. 236-244 dell'ediz. in 8. Se vuole
esaminare gli originali, può ricorrere al libro 18 della grande ma non
finita storia del Guicciardini. Ma il ragguaglio, che più veramente
merita il nome d'autentico ed originale, è un piccolo libro intitolato:
-Il sacco di Roma-, composto dentro il termine di meno d'un mese, dopo
l'assalto della città, dal fratello dell'Istorico Guicciardini, che
sembra fosse un abile Magistrato ed uno spassionato scrittore.
[299] Il furioso spirito di Lutero, effetto di temperamento e
d'entusiasmo, è stato attaccato con forza (Bossuet, -Istor. delle
variaz. delle Ch. Protest. lib. I. p. 20-36-), e debolmente difeso
(Sechendorf., -Comment. de Lutheranismo-, specialmente lib. I. n. 78 p.
120, e lib. III. n. 122. pag. 556).
[300] Marcellino (-in Chron.- Orosio lib. VII, c. 39, p. 575) asserisce,
ch'ei lasciò Roma il -terzo- giorno; ma si può facilmente conciliare tal
differenza pei successivi movimenti di gran corpi di truppe.
[301] Socrate (lib. VII. c. 10) pretende però che Alarico fuggisse, alla
notizia che gli eserciti dell'Impero Orientale erano in piena marcia per
attaccarlo.
[302] Ausonio, -de Claris urbibus- pag. 233. -edit. Toll.- La mollezza
di Capua aveva una volta sorpassato quella di Sibari medesima. Vedi
Ateneo, -Deipnosophist. lib. XII. p. 528. edit. Casaubono-.
[303] Quarantotto unni prima della fondazione di Roma (circa 800. avanti
l'Era Cristiana) i Toscani fabbricarono Capua e Nola, alla distanza di
23. miglia l'una dall'altra; ma l'ultima di queste non uscì mai dallo
Stato di mediocrità.
[304] Il Tillemont (-Mem. Eccles. Tom. XIV p. 1-446.-) ha raccolto con
la solita sua diligenza tutto ciò, che si riferisce alla vita ed agli
scritti di Paolino, la ritirata del quale ci è nota pe' suoi propri
scritti, ed è celebrata dalle lodi di S. Ambrogio, di S. Girolamo, di S.
Agostino, di Sulpicio Severo ec. suoi cristiani amici e contemporanei.
[305] Vedi le affezionate lettere d'Ausonio (-Epist. 19-25 p. 650-698
ed. Toll.-) al suo Collega, amico, e discepolo Paolino. La religione
d'Ausonio è tuttora un problema (-Vedi Memoir. de l'Acad. des Inscript-
T. XV. p. 123-138). Io credo che tale fosse anche al suo tempo, e per
conseguenza che nel suo cuore fosse Pagano.
[306] L'umile Paolino una volta ebbe la presunzione di dire ch'egli
credeva che San Felice lo amasse; almeno come un padrone ama il suo
cagnolino.
[307] Vedi Giornandes, -de reb. Get. c. 30. p. 653-. Filostorgio l. XII.
c. 3, Agostino -de Civ. Dei l. I. c. 10-, Baronio, -Annal. Eccles. an.
410. n. 45, 46-.
[308] Il platano era un albero favorito degli antichi dai quali fu
propagato, per causa dell'ombra, dall'Oriente fino alla Gallia. (Plin.,
-Hist. Nat. XII. 3, 4, 5-). Questo scrittore fa menzione di alcuni
Platani di enorme grandezza: uno di essi nell'Imperial villa di
Velletri, che Caligola chiamava il suo nido, aveva tali rami, che eran
capaci di contenere una gran tavola, il corteggio de' famigliari, e
l'Imperatore medesimo, che Plinio graziosamente chiama -pars umbrae-;
espressione che poteva con ugual ragione applicarsi ad Alarico.
[309] «Il soggiogato mezzodì cede al distruttore i vantati suoi titoli,
e gli aurei suoi campi; con truce diletto la stirpe del Settentrione
vede un più lucente giorno, ed il Cielo di colore azzurro; odora la
nuova fragranza della rosa che s'apre, ed ingoja l'uva pendente a misura
che cresce». Vedi i poemi di Gray pubblicati dal Mason p. 197. Invece di
compilar tavole di cronologia e d'istoria naturale, perchè non applicò
il Gray le forze del suo ingegno a finire quel poema filosofico, di cui
ci ha lasciato un saggio così squisito?
[310] Quanto alla perfetta descrizione dello stretto di Messina, di
Scilla, di Cariddi ec. vedi Cluverio (-Ital. antiq. l. VI. p. 123. 9-. e
-Sicil. Antiq. l. I. p. 60, 76-), che ha diligentemente studiato gli
antichi, ed esaminato con occhio curioso lo stato attuale del luogo.
[311] Giornandes, -de reb. Getic. c. 30 p. 654-.
[312] Orosio l. VII. c. 43, p. 584, 585. Ei fu mandato da S. Agostino
l'anno 415, dall'Affrica in Palestina, per visitar S. Girolamo, e
consultare con esso intorno alla controversia Pelagiana.
[313] Giornandes suppone, senza molta probabilità, che Adolfo per la
seconda volta visitasse e saccheggiasse Roma (-more locustarum
erasit.-). Pure s'accorda con Orosio nel credere che fosse concluso un
trattato di pace fra il principe Goto ed Onorio. Vedi Oros. l. VII. c.
43 p. 584, 585. Giornand., -de Reb. Get. c. 21. p. 654, 655-.
[314] La ritirata dei Goti dall'Italia e le prime azioni loro nella
Gallia sono oscure e dubbiose. Io ho tratto grande aiuto da Mascou
(-Istor. degli Antichi Germani l. VIII. c. 29, 35, 36, 37-) che ha
illustrato e connesso fra loro le interrotte Croniche ed i frammenti di
quei tempi.
[315] Vedi un ragguaglio di Placidia appresso il Du Cange, -Fam. Byz.-
p. 52, ed il Tillemont, -Hist. des Emp. Tom. V. p. 260, 386, etc. Tom.
VI. p. 240-.
[316] Zosimo l. V. p. 350.
[317] Zosimo l. VI. p. 383. Sembra, che Orosio (lib. VII. c. 40, p. 576)
e le croniche di Marcellino e d'Idazio suppongano che i Goti non
conducessero via Placidia, che dopo l'ultimo assedio di Roma.
[318] Vedi i ritratti d'Adolfo e di Placidia, e la relazione del loro
matrimonio in Giornandes, -de Reb. Getic. c. 31, p. 654, 655-. Rispetto
al luogo in cui furono stipulate, consumate, o celebrate le nozze, i
manoscritti di Giornandes variano fra le vicine città di Forlì e d'Imola
(-Forum Livii-, e -Forum Cornelii-). Egli è facile e comodo il
conciliare lo storico Goto con Olimpiodoro (vedi Mascou l. VIII c. 36):
ma il Tillemont crede fatica perduta il tentare la conciliazion di
Giornandes con alcun buono autore.
[319] I Visigoti, sudditi d'Adolfo, ristrinsero con posteriori leggi la
prodigalità dell'amor coniugale. Non poteva un marito fare alcun dono o
stabilimento in vantaggio della sua moglie, finchè durava il primo anno
del lor matrimonio; e la sua liberalità non poteva in alcun tempo
eccedere la decima parte del suo patrimonio. I Lombardi furono un poco
più indulgenti: permisero il -Morgingcap- immediatamente dopo la prima
notte del matrimonio; e questo famoso dono, premio della virginità,
poteva arrivare fino alla quarta parte delle sostanze del marito. Alcune
caute spose veramente avevano tanto senno da stipulare antecedentemente
un donativo, che esse eran troppo sicure di non meritare. Vedi
Montesquieu, Espr. des Loix. l. XIX c. 25. Muratori, -delle Antichità
Italiane- Tom. I -Dissert-. 20 p. 243.
[320] Noi dobbiamo il curioso ragguaglio di questa festa nuziale
all'istorico Olimpiodoro appresso Fozio pag. 185, 188.
[321] Vedi nella grande collezione degli Storici di Francia fatta da Don
Bonquet T. II. Gregor. Turonens. l. III. c. 10 p. 191. Gesta Reg.
Francor. c. 23 p. 557. L'anonimo scrittore con un'ignoranza, degna de'
suoi tempi, suppone, che tali strumenti di Culto Cristiano
appartenessero al tempio di Salomone. Se avesse avuto qualche
intendimento, dovea conoscere che furon trovati nel sacco di Roma.
[322] Si consultino le seguenti originali testimonianze negli storici di
Francia -Tom. II-. Fredegar. Scolastic. -Chron. c. 73, p. 441-.
Fredegar. Fragm. L. I. p. 463, -Gesta Regis Dagobertic. 29, p. 587-.
L'avvenimento di Sisenando al trono di Spegna seguì l'anno 631. Le
200,000, monete d'oro furono applicate da Dagoberto alla fondazione
della Chiesa di S. Dionisio
[323] Il Presidente Goguet (-Orig. des Loix etc-. Tom. II. p. 239) è
d'opinione, che gli stupendi pezzi di smeraldo, le statue e le colonne,
che gli Antichi hanno posto in Egitto, in Gade, in Costantinopoli ec.
realmente non fossero che artificiali composizioni di vetro colorato. Si
suppone che il famoso piatto di smeraldo, che si mostra a Genova, dia
peso a questo sospetto.
[324] Elmacin., -Hist. Saracenica- l. I. p. 85. Roderic. Tolet., -Hist.
Arab. c. 9-. Cardonne, -Hist. de l'Afrique et de l'Espagne sous les
Arabes Tom. I. p. 83-. Fu chiamata la Tavola di Salomone, secondo il
costume degli Orientali, che attribuiscono a quel Principe ogni antica
opera di sapere o di magnificenza.
[325] Le tre leggi, fatte in quest'occasione, sono riferite nel Codice
Teodosiano lib. XI. Tit. XXVIII. leg. 7. lib. XIII. Tit. XI. leg. 12.
lib. XV. Tit. XIV. leg. 14. L'espressioni dell'ultima sono assai
notevoli, mentre non solamente contengono un perdono, ma anche
un'apologia.
[326] Olimpiodor., ap. Foz. p. 183. Filostorg. (lib. XII c. 5) osserva,
che quand'Onorio vi fece il suo trionfale ingresso, incoraggiò i Romani
con la mano e con la voce (χειρι και γλωττη) a riedificar la
loro città; la Cronica di Prospero loda Eracliano, -qui in Romanae urbis
reparationem exhibuerat ministerium-.
[327] La data del viaggio di Claudio Rutilio Numaziano è oscurata da
qualche difficoltà; ma lo Scaligero ha dedotto dai caratteri
astronomici, che ei partì da Roma il dì 24 di Settembre, e s'imbarcò a
Porto il dì 9 d'Ottobre dell'anno 416. Vedi Tillemont, -Hist. des
Empereurs T. V. p. 820-. Rutilio, nel suo poetico Itinerario, si volge a
Roma con alte voci di congratulazione.
-Erige crinales lauros, seniumque sacrati-
-Verticis in virides, Roma, recinge comas etc.-
[328] Orosio compose la sua Storia in Affrica solo due anni dopo il
fatto; pure sembra che la sua testimonianza sia contrabbilanciata
dall'improbabilità del fatto medesimo. La Cronica di Marcellino
attribuisce ad Eracliano 700 navi e 3000 uomini; l'ultimo di questi
numeri è ridicolosamente corrotto, ma l'altro mi piacerebbe moltissimo.
[329] La Cronica d'Idazio afferma, senza la minima apparenza di verità,
che ei s'avanzò fino ad -Otriculum- nell'Umbria, dove fu vinto in una
gran battaglia con la perdita di cinquantamila uomini.
[330] Vedi Cod. Teodos. lib. XV. Tit. XIV. leg. 23. Gli atti legali
fatti in suo nome, fino la manumissione degli schiavi, furono dichiarati
invalidi finattantochè non fossero formalmente ripetuti.
[331] Io ho sdegnato di far menzione d'un molto sciocco e probabilmente
falso racconto (Procop., -de Bell. Vandal. l. 1 c. 2-), che Onorio si
pose in agitazione per la perdita di Roma, finattantochè non seppe, che
non era un pollo suo favorito di tal nome, ma solamente la Capitale del
Mondo che s'era perduta. Pure anche quella storia fa qualche prova della
pubblica opinione.
[332] I materiali per le vite di tutti questi Tiranni son presi da sei
Istorici contemporanei, due Latini e quattro Greci: Orosio l. VII. c.
42. p. 581, 582, 583. Renato Profuturo Fregerido ap. Gregor. Turon. lib.
II, c. 9 -negl'Istorici di Francia Tom. II. p. 165, 166-. Zosimo lib.
VI, p. 307, 371. Olimpiodoro ap Fozio pag. 180, 181, 184, 185. Sozomeno
l. IX. c. 12, 13, 14, 15, e Filostorgio lib. XII. c. 5, 6 con le
dissertazioni del Gotofredo p. 477-481, oltre le quattro Croniche di
Prospero Tirone, di Prospero d'Aquitania, d'Idazio e di Marcellino.
[333] Non si comprende come Sozomeno abbia lodato questo atto di
disperazione. Egli osserva (p. 379), che la moglie di Geronzio era
-Cristiana-; e che la morte di essa fu degna della sua religione, e di
fama immortale.
[334] Ειδος αξιος τυραννιδος (-figura degna della Sovranità-).
Questa è l'espressione d'Olimpiodoro, che pare essere stata presa
dall'-Eolo-, tragedia d'Euripide, di cui non restano presentemente che
alcuni frammenti (Euripid., -Barnes T. II. p. 443. v. 28.-). Può servire
tale allusione a provare, che gli antichi Poeti tragici erano tuttavia
famigliari ai Greci del quinto secolo.
[335] Sidonio Apollinare (lib. V. -Epist. p. 9, 139, con le not. del
Sirmond. p. 58-) dopo aver notato l'-incostanza- di Costantino, la
-facilità- di Giovino, la perfidia di Geronzio, prosegue ad osservare,
che tutti i vizi di questi Tiranni erano uniti nella persona di Dardano.
Pure il Prefetto sostenne un rispettabil carattere nel Mondo, e se è
veridica la testimonianza di Sidonio, ei seppe ingannare S. Agostino e
S. Girolamo; poichè da questo (Tom. III. p. 66), ricevè i titoli di
-Christianorum nobilissime, e nobilium Christianissime-.
[336] Quest'espressione può intendersi quasi letteralmente. Olimpiodoro
dice μολις σακκοις εξσωθηαν (-Appena lo presero vivo coi sacchi-).
La parola σακκοι o σακκος può significare un sacco, o una veste sciolta:
tal metodo d'inviluppare e prendere il nemico -laciniis contortis-, era
molto in uso appresso gli Unni (Ammiano XXXI 2). Il Tillemont (-Hist.
des Emper. Tom. V. p. 608-.) così traduce: -Il fut pris avec des
filets-.
[337] Senza ricorrere a più antichi Scrittori, io citerò tre
rispettabili testimoni, che appartengono al quarto ed al settimo secolo
cioè l'-Expositio totius mundi- (-pag. 16 nel III volume dei Geografi
Minori di Hudson-). Ausonio (-de Claris urbibus p. 242 edit. Toll-.), ed
Isidoro di Siviglia (-Praef. ad Chron. ap. Grot. Hist. Goth. p. 707-).
Posson trovarsi molte particolarità relative alla fertilità ed al
commercio della Spagna presso Nonnio -Hispania illustrata-, ed Huet
-Hist. du Commerce des anciens c. 40. p. 228-234-.
[338] Tal data si fissa esattamente nei Fasti, e nella Cronica d'Idazio.
Orosio (lib. VII. c. 40 p. 578) attribuisce la perdita della Spagna al
tradimento degli Onoriani, mentre Sozomeno (l. IV. c. 12) gli accusa
soltanto di negligenza.
[339] Idazio brama d'applicare a queste nazionali calamità le profezie
di Daniele; ed è per conseguenza costretto d'adattare le circostanze del
fatto ai termini della predizione.
[340] Mariana -de Reb. Hispan. l. V. c. I, Tom. I. p. 148. Hag. Com.
1733-. Egli aveva letto in Orosio (l. VIII c. 41 p. 579) che i Barbari
avevan fatto delle loro spade tanti ferri d'aratro, e che molti de'
Provinciali preferivano -inter Barbaros pauperem libertatem, quam inter
Romanos tributariam solicitudinem sustinere-.
[341] Può facilmente dedursi questa mescolanza di forza e di persuasione
dal confrontare Orosio con Giornandes, l'Istorico Romano col Gotico.
[342] Secondo il sistema di Giornandes (c. 33. p. 659) il vero diritto
ereditario allo scettro Gotico risedeva negli Amali; ma quei Principi,
che erano vassalli dagli Unni, governavano le tribù degli Ostrogoti in
alcune parti lontane della Germania o della Scizia.
[343] Tale uccisione si riferisce da Olimpiodoro; ma il numero dei figli
è preso da un epitaffio di sospetta fede.
[344] La morte d'Adolfo fu celebrata in Costantinopoli con
illuminazioni, e giuochi Circensi (vedi la -Cronic. Aless-.). Può
sembrar dubbioso, se i Greci in quest'occasione fossero mossi dall'odio,
che avevan pei Barbari o pei Latini.
[345]
-Quod Tartessiacis avus hujus Vallia terris-
-Vandalicas Turmas, et juncti Martis Alanos-
-Stravit, et occiduam texere cadavera Calpen.-
Sidon. Apollin. in Paneg. -Anthem. 39. p. 300. Edit. Sirmond.-
[346] Questo sussidio fu molto gradito. I Goti erano insultati da'
Vandali della Spagna col nome di -Truli-, perchè nella estrema loro
angustia avevan dato una moneta d'oro per una trula, o circa mezza
libbra di farina. Olimpiod. -ap. Phot. p. 189-.
[347] Orosio riporta una copia di queste pretese lettere. «Tu cum
omnibus pacem habe, omniumque obsides accipe; nos nobis confligimus,
nobis perimus, tibi vincimus; immortalis vero questus erit Reipublicae
tuae, si utrique pereamus». L'idea è giusta; ma io non posso
persuadermi, che s'avesse, o s'esprimesse da' Barbari.
[348] «Romam triumphans ingreditur» questa è la formale espressione
della Cronica di Prospero. I fatti appartenenti alla morte d'Adolfo, ed
alle azioni di Vallia son riferiti da Olimpiodoro (-ap. Phot. p. 188-),
da Orosio (-L. VII c. 43. p. 584, 587-), da Giornandes (-De reb. Getic.
c. 31, 32-), e dalle Croniche d'Idazio e d'Isidoro.
[349] Ausonio (-de claris urbibus p. 157, 262-) celebra Bordò col
parziale affetto d'un nativo di questa città. Vedasi appresso Salviano
(-de Gubern. Dei p. 228. Paris 1608-) una florida descrizione delle
Province dell'Aquitania, e della Novempopulonia.
[350] Orosio (-L. VIII c. 32 p. 550-) commenda la dolcezza e la modestia
di quei Borgognoni, che trattavano i loro sudditi della Gallia come
Cristiani loro fratelli. Mascou ha illustrato l'origine del loro regno
nelle prime quattro annotazioni, poste al fine della sua laboriosa
Istoria degli antichi Germani (-vol. II. p. 555, 572- della traduzione
Inglese).
[351] Vedi Mascou (-l. VIII. c. 43, 44, 45-). Se si eccettui un breve e
sospetto verso della Cronica di Prospero (nel -T. I. p. 638-) non si
trova mai rammentato il nome di Faramondo prima del settimo secolo.
L'autore dell'opera intitolata -Gesta Francorum- (-nel T. II p. 543-)
suggerisce con sufficiente probabilità, che fu raccomandata a' Franchi
la scelta di Faramondo, o almeno d'un Re, da Marcomiro di lui padre che
era esule nella Toscana.
[352]
-O Lycida, vivi pervenimus: advena nostri-
-(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelis-
-Diceret: Haec mea sunt; veteres migrate coloni-
-Nunc victi tristes etc.-
Vedasi tutta l'Egloga nona coll'utile comentario di Servio. Furono
assegnate a' Veterani quindici miglia del territorio Mantovano, con la
riserva di tre miglia intorno alla città in favore degli abitanti. Ed
anche in questa concessione furono ingannati da Alfeno Varo, famoso
legale ed uno de' Commissari, che misurò ottocento passi d'acqua e di
pantano.
[353] Vedi il notevole passo dell'-Eucaristicon- di Paolino 575.
appresso Mascou -L. VIII c. 42-.
[354] Si fissa quell'importante verità dall'esattezza del Tillemont
(-Hist. des Emper. Tom. V. p. 647-) e dall'ingenuità dell'abate Dubos
(-Hist. de l'établiss. de la Monarchie franc. dans les Gaul Tom. I. p.
259-).
[355] Zosimo (-l. VI p. 383-) in poche parole racconta la rivolta della
Britannia e dell'Armorica. I nostri Antiquari, e fino lo stesso gran
Cambden, sono caduti in molti gravi errori per l'imperfetta cognizione
che avevano dell'istoria del Continente.
[356] Sono stati fissati i confini dell'Armorica da due Geografi
nazionali, Valesio e Danville, nelle loro notizie della Gallia antica.
Questo nome s'era usato in un senso più esteso, e fu di poi ristretto ad
uno molto più limitato.
[357]
-Gens inter geminos notissima clauditur amnes,-
-Armoricana prius veteri cognomine dicta.-
-Torva, ferox, ventosa, procax, incauta, rebellis;-
-Inconstans disparque sibi novitatis amore;-
-Prodiga verborum, sed non et prodiga facti.-
Erricus Monac., -in vit. S. Germani L. V. apud Vales. notit. Galliae. p.
43-. Valesio adduce varie testimonianze per confermare questo carattere,
alle quali aggiungerò quella del Prete Costantino (-an. 488-) che nella
vita di S. Germano chiama i ribelli Armorici -mobilem et indisciplinatum
populum-: Vedi gl'Istorici di Francia -Tom. I. p. 643-.
[358] Ho creduto necessario di protestarmi contro questa parte del
sistema dell'Abate Dubos a cui si è tanto vigorosamente opposto
Montesquieu. Vedi -Espr. des Loix L. XXX. c. 24-.
[359] Βριταννιαν μεν οι Ρωμαιοι ανασωσασθαι ουκετι εχον (-I
Romani poi non poterono più racquistar la Britannia-). Queste son parole
di Procopio (-de Bell. Vandal. L. 1. c. 25. p. 181. edit. Louvre-) in un
passo molto importante, che troppo si è trascurato. Anche Beda (-Hist.
Anglic. l. 1. c. 12. p. 50. Edit. Smith.-) confessa che i Romani
lasciarono per sempre la Britannia al tempo d'Onorio. Pure i nostri
moderni Storici ed antiquari estendono il termine del loro dominio; e vi
sono alcuni che ammettono solo lo spazio di pochi mesi fra la lor
partenza e l'arrivo de' Sassoni.
[360] Beda non ha dimenticato l'accidentale soccorso delle legioni
contro gli Scotti ed i Pitti; ed in seguito si daranno più autentiche
prove, che gl'indipendenti Brettoni levarono 12,000 uomini per servizio
dell'Imperatore Antemio nella Gallia.
[361] Un dovere verso me stesso, e verso la verità storica mi obbliga a
dichiarare, che in questo paragrafo alcune circostanze non son fondate
che sulla congettura e l'analogia. L'inflessibilità della nostra lingua
mi ha talvolta forzato a deviare dal modo condizionale all'indicativo.
[362] Προς τας εν Βρεταννια πολεις (-alle città della Britannia-).
Zosim. -l. VI. p. 383-.
[363] Due città della Britannia erano -Municipia-, nove -Coloniae-,
dieci -Latii Jure donatae-, dodici -stipendiariae- di classe superiore.
Queste particolarità sono prese da Riccardo di Cirencester (-de situ
Britanniae p. 36-). E quantunque non possa parer probabile, ch'egli
traesse tali notizie dal Manoscritto di un Generale Romano, dimostra
però una genuina cognizione dell'antichità, molto straordinaria per un
Monaco del secolo decimoquarto.
[364] Vedi Maffei, -Verona illustrata P. I. L. V. pagina 83, 106-.
[365]
-Leges restituit, libertatemque reducit,-
-Et servos famulis non sinit esse suis.-
-Itiner. Rutil. l. 1. p. 215.-
[366] Un'iscrizione (ap. Sirmond. -not. ad Sidon. Apoll. p. 59-)
descrive un castello -cum muris et portis tuitioni omnium-, eretto da
Dardano nella sua tenuta vicina a Sisteron, nella seconda Narbonese, e
da lui chiamato Teopoli.
[367] Sarebbe stato facile in vero lo stabilire la lor potenza, se si
potesse ammettere l'impraticabil progetto d'un libero e dotto
antiquario, il quale suppone che i Monarchi Britanni di varie tribù
continuassero a regnare, quantunque con subordinata giurisdizione, dal
tempo di Claudio fino a quello d'Onorio; vedi Whitaker, -Istor. di
Manchester vol. 1. p. 247, 257-.
[368] Αλλ’ουσα υπο τυραννοις απ’αυτου εμενε (-Ma da esso fu
posta sotto i Tiranni-). Procop., -de Bell. Vandal. l. 1. c. 2. p. 181.
Britannia fertilis provincia tyrannorum-; tale fu l'espression di
Girolamo nell'anno 415. (-Tom. II. p. 253, ad Ctesiphorit.-)
[369] Vedi Bingham., -Eccles. antiq. vol. 1. lib. X. c. 6. pag. 594-.
[370] Si narra di tre Vescovi Britanni, che si trovarono al Concilio di
Rimini l'anno 359, -tam pauperes fuisse ut nihil haberent. Sulpic.
Sever., Hist. Sacr. l. 11. pag. 410-. Alcuni loro confratelli però erano
in migliore stato.
[371] Si consulti l'Usserio, de Antiq. Eccl. Britt. cap. 8, 12.
[372] Vedi il testo corretto di questo editto come fu pubblicato dal
Sirmondo (-not. ad Sidon. Apollinar. p. 47-). Incmaro di Reims, che
assegna un luogo -a' Vescovi-, ne aveva probabilmente veduto (nol nono
secolo) una copia più perfetta. Dubos, -Hist. crit. de la Monarchie
Franc. Tom. 1. p. 241, 255-.
[373] Dalla -Notitia- è chiaro, che le sette Province erano la
Viennense, le Alpi marittime, la prima e seconda Narbonese, la
Novempopulonia, e la prima e seconda Aquitania. In luogo della prima
Aquitania, l'Abate Dubos, sull'autorità d'Incmaro, brama d'introdurvi la
prima Lugdunense o Lionese.
RIFLESSIONI
D'IGNOTO AUTORE
SOPRA I CAPITOLI
XXIX, XXX E XXXI
DELLA STORIA DELLA DECADENZA
E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
DIVISE IN TRE LETTERE
DIRETTE
AI SIGG. FOOTHEAD E KIRK
INGLESI CATTOLICI
LETTERA
Se io fossi libero nei miei giudizj, quanto lo è il Sig. Gibbon, non
temerei di affermare, che egli bramasse tuttora di veder fumare l'are
del Campidoglio: tante sono, e sì acerbe le sue querele contro
gl'Imperadori ed i Vescovi, e quanti altri ebber parte dell'adempimento
del vaticinio[374] della distruzione del Paganesimo. Ma, per non
dipartirmi dall'argomento proposto nell'altra mia lettera, io dirò solo,
che egli a norma dei saggi Canoni di Plutarco[375] sostien piuttosto il
carattere di Sofista, che quello di Storico, e ad onta delle sue belle
proteste -partecipa- non solo -alla sorpresa-, ma eziandio -alla
malizia- di Libanio, e di Eunapio.
Ed infatti affermando il Sig. Gibbon, che -in quasi tutte le Province
del Mondo Romano un esercito di fanatici- SENZA AUTORITA' -invase i
pacifici abitatori: che un piccol numero di tempj- degl'idoli -rimase
difeso dalla distruttiva rabbia del fanatismo, e della rapina, diretta,
o piuttosto mossa dai Regolatori spirituali della Chiesa-; chi, non
riconoscendo lo stile del pagano Sofista Libanio[376], asterrebbesi dal
giudicare, che i Vescovi e i Monaci capricciosamente, e con animo di
ribelli recassero per tutto l'Impero stragi e ruine? L'asserir che
talora il disfacimento dei templi si eseguì pel soverchio zelo dei
Monaci, e degli Ecclesiastici[377] senza l'autorità, od il comando dei
Principi, sarebbe stata proposizione da Storico; ma il rendere odiosi
tanti venerabili Vescovi ed illustri Solitarj con una induzion generale
fondata sopra di pochi fatti particolari, è conforme soltanto alla
Dialettica dei Sofisti[378].
Io leggo pertanto, che non si diè mano alla demolizione dei templi di
Gaza[379] senza l'assenso di Arcadio, ottenuto da S. Porfirio, Vescovo
di quella città: e leggo altresì, che se S. Giovanni il Grisostomo credè
bene di commettere ai Monaci la distruzione dei tempj per la Fenicia,
non trascelse quei pochi, i quali si abbandonavano alla
intemperanza[380]; ma bensì alcuni tra quei moltissimi, che ardevan di
zelo pel Culto divino ασκμτας ζμλω θειω πυροπολουμενους συνεξε,
e ve gli diresse muniti degli Editti Cesarei νομοισ δ’αυτους οπλισας
βασιλικοις[381]. Bramereste voi di sapere quali fossero i
termini di quell'Editto? Combinandosene la pubblicazione in Damasco
Metropoli della Fenicia con l'epoca dell'an. 399 corrispondente ai
principj del Vescovado di S. Giovanni il Grisostomo, possiamo
persuadersi che sieno i seguenti = -Si qua in agris templa sunt, sine
turba ac tumultu diruantur: his enim dejectis atque sublatis omnis
superstitionis materia consumetur-[382] =. Alla qual legge il Ch.
Gotofredo ci avverte, che due anni prima per una Costituzione del
medesimo Arcadio fu ordinato a quel Prefetto di restaurare con i lor
materiali le strade, i ponti, gli aquidotti, e le mura[383].
Che se dall'Oriente, secondo la moderna Geografia, passiamo
nell'Affrica, il Sig. Gibbon istesso non niega, che il Serapeo,
(rappresentatosi da tutti gli Storici, e da Ruffino medesimo -che può
meritare la fede di testimone originale- come l'infame asilo d'ogni
empietà, sul qual fatto ei non pertanto poche pagine dopo sparge un
orribile scetticismo, onde Plutarco direbbe[384], «Perplexa, nilque
sani, Ambages omnia») non niega io diceva, che fosse abbattuto per uno
rescritto speciale di Teodosio, e soggiunge, che la -sentenza di
distruzione comprese- non solo Serapide, ma gl'-Idoli di Alessandria-.
Siccome però tante costituzioni Imperiali distinguono gl'Idoli, l'are, e
gli ornati superstiziosi dai Templi[385]; così non la facendo da destro
e malizioso Sofista, doveva scrivere schiettamente, che la sentenza fu
pronunziata contro gli stessi Templi[386].
Che anzi l'Imperatore non esitò di risguardar come martiri coloro, i
quali nella distruzione del Serapeo rimasero uccisi, accordando ad un
tempo stesso agli uccisori Pagani un generoso perdono[387]; giudizio,
che in certo modo ha canonizzato la Chiesa[388]. Se tali cose fossero
state omesse da un altro Scrittore, potrebbe forse esser degno di scusa.
Ma chi si ferma ad investigar se Serapide fosse uno dei mostri di
Egitto: chi censura come -strana l'opinione dei Padri sostenuta, dal
Vossio, che sotto la forma d'Api e Serapide si adorasse il Patriarca
Giuseppe-[389]: chi, per istruire il lettore delle cagioni della rovina
del più grande Impero del Mondo, descrive minutamente il sito, la figura
e la magnificenza di un tempio, la forma di un Idolo, il -corbello, le
tre code, i tre capi del mostro, che esso avea nella destra-, e lo
strazio che ne fu fatto, impiegandovi nove pagine: chi finalmente
inserisce nel testo con i colori più tetri le cattive qualità di
Teofilo, allora Vescovo di Alessandria, traendole da Tillemont, e nelle
note tra le molte lodi di esso accennate da quel fedele Scrittore,
rammenta insultando la sola amicizia, che Teofilo avea per Girolamo,
chiaramente dimostra, che l'odio e l'ingiustizia gli aguzzan lo
stile[390].
Quanto poi fosse ben radicato negli animi dei Regolatori spirituali
della Chiesa Affricana il rispetto per l'autorità del Sovrano in tale
affare, non si può meglio comprendere, che dagli atti del V. Concilio
Cartaginese, in cui così decretarono[391]: = Instant etiam aliae
necessitates a religiosis Imperatoribus postulandae, ut reliquias
idolorum per omnem Affricam jubeant penitus amputari... et templa eorum,
quae in agris, vel in locis abditis constituta NULLO ORNAMENTO sunt,
jubeantur omnino destrui =. L'idolatria a dispetto di tante leggi si
manteneva ostinata nelle campagne dell'Affrica, si trattava di tempj di
nessun ornamento, i Cristiani si traevano a forza da quei Gentili ai
loro infami spettacoli, ed ai conviti, nei quali si abbruciavano
incensi, e si cantavan degl'inni ad onore dei falsi numi; e tutto ciò
non ostante quei Padri non operaron a capriccio, come forse avevano
operato i Conti Giovio e Gaudenzio nel cuor di Cartagine poco prima, i
quali non erano certamente nè Monaci, nè Vescovi[392]; ma consultarono
riverentemente l'oracolo dei Cesari non solo per i tempj di nessun
pregio, ma per gl'idoli stessi. E posto ciò, come è mai verisimile, che
osassero quei Vescovi di aver per costume di attaccare i più bei
monumenti d'Architettura nelle più illustri Città, e sotto gli occhi dei
Magistrati, quando erano già chiusi all'Idolatria[393] da Graziano,
Valentiniano, e Teodosio; e ciò -senza autorità-, anzi contro l'espresso
divieto[394] di quegl'Imperatori medesimi, che consultavano? Che se ciò
si pretende tuttavolta non solo verisimile, ma di fatti avvenuto; altro
ci vuole che le Libaniane invettive del Sig. Gibbon a dimostrarlo.
Ma i più malmenati, pur mio avviso, da questo -Storico- sono i due Santi
Marcello Apamiense, e Martino di Tours, sopra i quali vanno
principalmente a cadere i titoli di -Entusiasti-, e di -motori della
rapina-. -Marciava-, egli dice del primo, -una copiosa truppa di soldati
e di gladiatori sotto l'Episcopale stendardo alla distruzione dei
magnifici tempj della diocesi di Apamea, e dovunque temevasi qualche
pericolo, il campion della fede, che per essere storpiato non poteva
fuggir, nè combattere, si poneva ad una conveniente distanza oltre la
portata dei dardi-. Qui non si parla, come vedete, di permissione
ottenuta da Cesare, e non si accenna altro mezzo usato dal S. Vescovo,
nella -distruzione di tanti tempj magnifici- se non se quello dei
soldati e dei gladiatori. Teodoreto però[395] fa espressa testimonianza
della prima, dicendo, che egli era οπλω του νομου χρησαμενος
-Legis praesidio munitus-: e smentisce in secondo luogo l'esagerata
impostura del Critico[396] soggiungendo, che quel grand'uomo = -fana
destruxit fiducia magis in Deum, quam hominum opera ad eam reni usus-: e
dopo aver raccontato in qual modo si demolisse il tempio di Giove,
conchiude = -Reliqua quoque delubra eodem modo destruxit divinus ille
Antistes-, che è quanto dire coll'orazione, e non senza una singolare
assistenza del Cielo[397]. Nella distruzione del tempio, che era in
Aulone, Marcello si prevalse, egli è vero, del mezzo accennato dal Sig.
Gibbon, conforme al racconto di Sozomeno[398]; ma questo caso è unico e
singolare, e l'asserzione di Gibbon è generale; ed inoltre Sozomeno, che
ivi scrive da Storico, e non da Sofista, c'istruisce dell'ostinazione, e
delle violenze degli Apamiesi, e della proibizione fatta dal Sinodo di
vendicare una morte, per cui dovevansi render grazie all'Altissimo.
Nè da quella descritta da Teodoreto mi sembra molto diversa la condotta
di Martino di Tours, sebbene il Sig. Gibbon voglia che si -decida dal
prudente Lettore se ei fosse sostenuto dal soccorso di miracolosa
potenza, o dall'armi corporali-; ed in tal guisa -ambigendo efficit, ut
suspiciones altius insideant-[399]. Non dubita però di affermare con
Clerc, che il -Santo prese una volta un innocente funerale per una
processione idolatrica, e fece imprudentemente un miracolo-. Ora, su
quali fondamenti, io dimando, si dovrà stabilire questo giudizio?
Sull'autorità certamente di Sulpizio, a cui ci indirizza il Sig. Gibbon.
O Sulpizio adunque è privo -di senso-, come egli accenna, ed in tal caso
ei poteva risparmiarsi il suo dubbio, e non obbligare con tanta
inciviltà un prudente lettore a consultare una leggenda di niuna fede,
non disputandosi qui di eleganza di stile: o Sulpizio è uno -Scrittore
corretto ed originale-, siccome avverte, e lo prova con i più forti
argomenti, dopo Tillemont[400], l'erudito Editore Veronese[401] contro
il Clerc; ed essendo così, mi si permetterà di asserir con Sulpizio da
me consultato con qualche sorta di diligenza, che il S. Vescovo Turonese
ricevette e grazie, ed onori grandissimi, e senza numero da Valentiniano
I, non men che da Massimo, e dalla Imperatrice moglie di esso[402],
tanto era applaudita la sua condotta: che l'armi sue consuete erano le
più fervorose orazioni[403]: che ora -imperante Domino-, ora -divino
nutu-, ora -virtute divina- superò la resistenza dei Pagani
nell'atterrare od incendiare i lor tempj[404]; e che = -plerumque
contradicentibus sibi rusticis, ne fana eorum destrueret, ita
praedicatione sancta Gentilium animos mitigabat, ut luce eis veritatis
ostensa IPSI sua templa subverterent-[405]. Giudichi pure adesso il
prudente Lettore, se Martino -semper paupertatis suae custos-[406] fosse
direttore e -motor di rapine-, e se -ei fosse sostenuto dal soccorso di
miracolosa potenza, o dall'armi corporali-. E dov'è poi l'imprudente
miracolo di quell'Apostolo delle Gallie? Quelle contrade eran piene di
adoratori degl'Idoli[407]: era lontano Martino non meno di cinquecento
passi da una turba di uomini rusticani, che portavano il cadavere di un
Gentile al sepolcro: scorgeva intanto dei lini agitati dal vento, e gli
era nota d'altronde la lor costumanza di recar follemente in giro con
bianchi veli le false loro divinità[408]. Eravi adunque tutto il motivo
di sospettare, che quel funerale -superstizioso-[409] fosse una
processione idolatrica. Come adunque tacciar d'imprudente un Vescovo
destinato a schiantare l'errore ed il vizio, se fatto il segno di Croce
comanda ad una turba sospetta di arrestare il cammino per sincerarsi di
ciò che ella faccia, e sinceratosi, le permette di proseguirlo? Che se
piacque all'Altissimo, rendendo immobili quei Pagani, di glorificare il
suo nome e il suo Servo con uno di quei prodigi, che la sua provvidenza
destinò specialmente alla conversione degl'infedeli[410], chi è il Sig.
Gibbon, che voglia farla da economo all'Onnipotente medesimo!
Resta ora a vedersi se veramente -un piccol numero di tempj rimase
protetto dalla distruttiva rabbia del fanatismo-. Certo è che se
rimasero in piedi per tutto l'Impero Romano i due soli accennati dal
Sig. Gibbon, cioè il tempio della Venere Celeste a Cartagine, ed il
Panteon a Roma, il numero per esser plurale, non può idearsi più
piccolo. Io però non so di leggieri persuadermi, che fosser sì pochi,
quand'Onorio ordinò[411] = -Aedes inclitis rebus vacuas... ne quis
conetur evertere; decernimus enim, ut aedificiorum quidem sit integer
status-: nè che fosse insolentemente trasgredita una legge fatta in
ispecial modo per l'Affrica, ove quanto fosser -fanatici- i Vescovi, lo
avete veduto di sopra. Altrimenti dovettero rendersi ben ridicoli i due
Imperatori fratelli Arcadio ed Onorio stesso, quando nove anni dopo con
altra legge (e questa universale) ordinarono,[412] che i tempj pubblici
-in civitatibus, vel oppidis, vel extra oppida- si riducessero ad uso
pubblico; che gli esistenti nelle possessioni Imperiali si trasferissero
in utili usi, e si demolissero i soli privati: ed assai più ridicolo
dovette mostrarsi Teodosio II, comandando colla sua legge dell'anno 426,
che i tempj di ogni maniera, i quali tuttora contro le anzidette
-sanzioni- rimanevano intatti[413], si spogliassero di qualsivoglia
superstizione, e col venerabil segno della S. nostra Religione si
espiassero. Il Commentario del Gotofredo oh quanto può consolare il Sig.
Gibbon, mostrandogli eseguito esattamente dai Cesari quel progetto, che
viene a farci tredici buoni secoli dopo! «-Certe-, son le parole di quel
Chiariss. Giureconsulto, -hoc aevo ipso jam Paganorum templa QUAMPLURIMA
in Ecclesias Christianorum conversa liquet. Sic Theodosius M. templum
Heliopolitanum, quod Balanii dicebatur ingens et celeberrimum, in
Christianorum Ecclesiam convertit εποιηοεα υτο εκκλησιαν χιρσιαυων
parique modo et templum Damasci teste vel Auctore Chronici
Alexandrini. Sic et Theodoretus serm.- de Martyr. 8. in f. sub.
-Theodosio Juniore tempio, idolorum vel diruta, vel ea ipsa, eorumque
materias in Ecclesias mutata testatur-». Di un tempio della Fortuna
mutato in una Chiesa Cristiana parla pure Niceforo[414]: e di quello di
Bacco nella città di Alessandria cambiato in un'altra[415] prima della
distruzione del Serapeo fa espressa menzione Sozomeno. Ne brama forse di
più questo Critico incontentabile? Ammiri adunque per colmo di sua
consolazione dai Papi medesimi rispettati i tempj, e specialmente i più
belli della sua stessa nazione: scrivendo dopo un maturo esame Gregorio
M. per regola dell'Apostolo dell'Inghilterra Agostino in tal guisa.
«Fana idolorum destrui in eadem gente minime debent... si fana eorum
bene constructa sunt necesse est, ut a cultu daemonum in obsequium veri
Dei debeant commutari».[416] Io però lo dovea dire per colmo di sua
confusione. Imperocchè, per quel che riguarda i magnifici templi di
codesta, una volta Regina del Mondo, ove or dimorate, bastava solo per
vergognarsi della sua ingiustissima iperbole, che egli si rammentasse
della -piacevole Lettera del Sig. Middleton-[417], ove fa menzione delle
Chiese di Roma, che anticamente furono tempj d'Idoli: e Voi per
confonderlo non dovete far altro, in ciò imitando Diogene nella
confutazione di Diodoro Crono, che una semplice passeggiata pel Foro
boario, e nei contorni della vostra vigna del Circo[418]. Qualora poi si
volesse, che tali proposizioni non fossero figlie della malignità, farà
di mestiero almeno il supporre, che la Memoria del S. Gibbon abbia
sofferto la disgrazia medesima, a cui soggiacque in Cartagine il tempio
di quella Dea, smantellato dai Vandali per testimonianza di Vittore
Vitense[419] dopo l'epoca fissata dal nostro Critico alle devastazioni
dei -barbari Monaci, ed Ecclesiastici-: come tant'altri dovettero essere
nei saccheggi ed incendj dei veri Barbari Unni, Goti ed Alani, la rapina
de' quali non era -nè diretta nè mossa dai Regolatori spirituali della
Chiesa-[420].
Ma come attribuire del pari a labil memoria l'ingiurioso confronto, che
fu il Sig. Gibbon degl'Imperadori Cristiani co' Diocleziani, e co' Decj,
scusando la crudeltà di questi per -i motivi d'ignoranza, e timore-, ed
accusando quelli come -violatori dei precetti dell'umanità, e del
Vangelo- poichè proibirono l'Idolatria col rigor delle pene? Fu forse il
trionfo della Chiesa macchiato di sangue, che, voglia o no col suo
Dodwell il Sig. Gibbon[421], scorse a ruscelli nelle tante persecuzioni
dei primi tre secoli? Il -sarebbe stato-, ei risponde, se i Gentili
avessero avuto pei loro numi quello -zelo sì indomito ed ostinato-,
(sono elleno queste lodi, od ingiurie?) -che occupava lo spirito dei
primi credenti-. Ma intanto nol fu: e se non lo fu, sarà falso, che
-rigorosamente si eseguisser le leggi Imperiali, che proibivano i
sacrifizj, e le cerimonie del Paganesimo-. «Tanto tumultu, ac
dissensione malignitas ejus plena est, in narrationes quacumque passim
se insinuans occasione!»[422]. Fecero forse quei Cesari, più -crudeli
dei Diocleziani e dei Decj-, qualche violenza per obbligare direttamente
i lor sudditi ad onorar Gesù Cristo, come facevasi ai nostri
Martiri[423] per offerir degl'incensi alle statue di Giove, e di Apollo?
Volgete, e rivolgete quanto vi aggrada le leggi del Codice Teodosiano
-de sacrificiis, Paganis, et Templis-, e vi sfido a trovarne una sola,
la quale non prenda di mira azioni superstiziose e sacrileghe -tutte
esteriori-, e tendenti alla depravazion del costume, siccome fatte in
ossequio di certe divinità, delle quali si veneravano gli adulterj, gli
stupri, e le frodi[424]. Potete però risparmiarvi una tal diligenza,
giacchè lo stesso -Libanio ha lodato la moderazione di un Principe- (e
questi è Teodosio) -che non obbligò mai con legge positiva tutti i suoi
sudditi ad immediatamente abbracciare e praticar In Religione del
proprio Sovrano-. Ma qui Libanio è considerato dal Sig. Gibbon come -uno
schiavo sempre pronto ad applaudire alla clemenza del suo Signore, che
nell'abuso del potere assoluto non diviene all'ultima estremità
dell'ingiustizia e della oppressione-. Oh quanto è diverso (perdonatemi
se vel rammento) da un suo nazionale Filosofo del passato secolo[425] il
sig. Gibbon! Quegli accordò stranamente ai Sovrani un illuminato potere
anche nelle materie di Religione; questi trascorrendo all'estremo
opposto teme di pensare -da schiavo-, se non ispoglia i Monarchi di uno
degli essenziali diritti[426] inerenti al sacro loro carattere, e non
condanna come violatori delle naturali leggi, e dei precetti vangelici
gl'Imperadori, i quali crederono spediente di esercitarlo, rammentando
ai lor sudditi quella spada, che i Principi non cingono invano, nel
vietar che facevano atti -puramente esteriori- di un culto condannato
dalla natural ragione medesima, fautore della corruttela e del
vizio[427], e, che che dicasi il Sig. Gibbon, mal confacente, in
ispecial modo nel regno di alcuni, alla pubblica tranquillità, era sì
strettamente connessa l'arte vanissima sì, ma funesta della divinazione
co' riti del Paganesimo, che la stessa vita dei Principi, non che dei
privati, finchè sussistevano, era sovente esposta a pericolo. Ed in
fatti il celebre Gotofredo[428] giustificando per questo capo la
severità di Costanzo nel proibire i sacrifizj, soggiunge = -Quod et
Theodosio M. evertit, antequam sacrificio penitus prohiberentur-. Una
conferma di ciò la troviamo nella legge duodecima del Codice Teodosiano,
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