per le minacce d'un imbelle popolo, snervato dal lusso prima di esser
emaciato dalla fame. Quindi condiscese a determinare la contribuzione,
che avrebbe ricevuta per prezzo della sua ritirata dalle mura di Roma:
cioè -tutto- l'oro e l'argento che si trovava nella città, o
appartenesse allo Stato, o ai particolari; -tutti- i mobili ricchi e
preziosi; e -tutti- gli schiavi, che avesser potuto provare d'aver
diritto al nome di -Barbari-. I ministri del Senato ardirono di
domandare in un tuono modesto e supplichevole: «Se tali, o Re, sono le
vostre domande, che cosa volete lasciare a noi?» «LE VOSTRE VITE»
replicò il superbo conquistatore: tremarono essi, e si ritirarono. Pure
avanti che tornassero indietro fu accordata una breve sospensione di
armi, che dava qualche tempo per una più temperata negoziazione. Il duro
sembiante d'Alarico appoco appoco ammollissi; egli diminuì molto il
rigor dei suoi termini, ed alla fine acconsentì di toglier l'assedio
mediante il pagamento fatto subito di cinquemila libbre d'oro, di
trentamila libbre d'argento, di quattromila vesti di seta, di tremila
pezze di panno scarlatto fine, e di tremila libbre di pepe[261]. Ma era
esausto il pubblico tesoro: le annue rendite dei gran fondi, tanto in
Italia, quanto nello Province, erano sospese dalle calamità della
guerra; l'oro e le gemme nel tempo della penuria si erano cambiate coi
cibi più vili; le private ricchezze erano tuttavia tenute nascoste
dall'ostinazione degli avari; ed alcuni residui di sacre spoglie furono
l'unico spediente che potè liberar la città dall'imminente rovina. Tosto
che i Romani ebbero soddisfatto le rapaci domande d'Alarico,
ricuperarono in qualche modo il godimento della pace e dell'abbondanza.
Si aprirono con cautela alcune porte della città; non era più impedita
dai Goti l'introduzione della roba dal fiume e dalla vicina campagna; i
cittadini correvano in folla al libero mercato, che per tre giorni fu
tenuto nei sobborghi; e mentre i mercanti, che intrapresero questo
lucroso commercio, facevano un considerabil guadagno, fu assicurata in
futuro la sussistenza della città per mezzo di ampie provvisioni, che si
depositarono dentro ai pubblici e privati granai. Nel campo di Alarico
si mantenne una disciplina più regolare di quella che si sarebbe potuta
aspettare; ed il savio Barbaro giustificò il riguardo che aveva per la
fede dei trattati, mediante la giusta severità con cui gastigò una
truppa di licenziosi Goti, che avevano insultato alcuni cittadini Romani
sulla via, che conduceva ad Ostia. Il suo esercito, arricchito dalle
contribuzioni della capitale, avanzavasi lentamente verso la bella e
fertil Provincia della Toscana, dove disegnava di porre il suo quartiere
d'inverno; e la bandiera Gotica divenne il rifugio di quarantamila
schiavi Barbari, che rotte le loro catene aspiravano, sotto il comando
del grande loro liberatore, a vendicare le ingiurie e la disgrazia della
loro crudel servitù. Verso il medesimo tempo ricevè un più onorevol
rinforzo di Goti e di Unni, che Adolfo[262], fratello della sua moglie,
aveva condotto, a' pressanti suoi inviti, dalle rive del Danubio a
quelle del Tevere; e che si erano aperta la strada con qualche
difficoltà e perdita fra mezzo ad un superior numero di truppe
Imperiali. Un vittorioso Capitano, che univa l'audace spirito di un
Barbaro con l'arte e la disciplina di un Generale Romano, trovavasi alla
testa di centomila combattenti; e l'Italia pronunziava con terrore e
rispetto il nome formidabile d'Alarico[263].
[A. 409]
Alla distanza di quattordici secoli, noi possiamo esser contenti di
riferire le imprese militari dei Conquistatori di Roma senza presumere
d'investigare i motivi della politica loro condotta. Alarico, in mezzo
alla sua apparente prosperità, conosceva forse qualche segreta
debolezza, qualche interno difetto; o forse la moderazione, che
dimostrava, tendeva solo a deludere e disarmare la facile credulità dei
ministri d'Onorio. Il Re dei Goti dichiarò più volte, che egli
desiderava d'esser considerato come l'amico della pace e de' Romani.
Alle sue più premurose istanze furono mandati tre Senatori alla Corte di
Ravenna per sollecitare il cambiamento degli ostaggi e la conclusione
del trattato; e le proposizioni, che egli più chiaramente espresse nel
corso della negoziazione, possono soltanto inspirare dubbio sulla sua
sincerità, come quelle che male sembrano accordarsi collo sembrare
incoerenti allo stato della sua fortuna. Il Barbaro aspirava sempre al
posto di Generale degli eserciti dell'Occidente; stipulò un annuo
sussidio di danaro e di grano; e scelse le Province della Dalmazia, del
Norico, e di Venezia per sede del suo nuovo regno, che avrebbe dominato
l'importante comunicazione fra l'Italia e il Danubio. Se poi non si
fossero accettate queste moderate proposizioni, Alarico si dimostrava
disposto a recedere dalle sue domande di danaro, ed anche a contentarsi
del possesso del Norico, esausto e povero paese, perpetuamente esposto
alle scorrerie dei Barbari della Germania[264]. Ma le speranze della
pace andarono a male per la debole ostinazione, o per le interessate
mire del Ministro Olimpio. Senz'ascoltare le salutevoli rappresentanze
del Senato, ne rimandò gli ambasciatori con una scorta militare, troppo
numerosa per un seguito d'onore, troppo debole per un'armata di difesa.
Fu ordinato a seimila Dalmati, che erano il fiore delle Legioni
Imperiali, che marciassero da Ravenna a Roma per mezzo ad un'aperta
campagna, che era occupata dalle formidabili forze dei Barbari. Questi
bravi legionarj, circondati e traditi, sacrificati furono alla follìa
ministeriale. Valente, lor Generale, con cento soldati fuggì dal campo
di battaglia; ed uno degli Ambasciatori, che non poteva più invocare la
protezione del diritto delle genti, fu costretto a comprar la sua
libertà col riscatto di trentamila monete d'oro. Ciò non ostante
Alarico, invece d'adirarsi per tal atto d'impotente ostilità,
immediatamente rinnovò le sue proposizioni di pace, e la seconda
ambasceria del Senato Romano, a cui dava peso e dignità la presenza
d'Innocenzo, Vescovo di Roma, fu guardata da' pericoli del viaggio con
un distaccamento di soldati Goti[265].
Olimpio[266] avrebbe potuto continuare ad insultare il giusto sdegno del
popolo, che altamente accusavalo come autore della pubblica calamità; ma
il suo potere fu appoco appoco distrutto dagli intrighi segreti del
palazzo. Gli Eunuchi favoriti trasferirono il governo d'Onorio e
dell'Imperio in Giovio, Prefetto del Pretorio, indegno servo, che non
purgò neppure col merito d'un personale affetto gli errori e le sciagure
della sua amministrazione. L'esilio o la fuga del colpevole Olimpio lo
riservò ad altre vicende della fortuna: ei provò lo avventure di una
vita oscura e vagabonda; s'innalzò di nuovo alla potenza, cadde per la
seconda volta nella disgrazia; gli furon tagliati gli orecchi; e spirò
sotto le verghe, somministrando l'ignominiosa sua morte un grato
spettacolo agli amici di Stilicone. Dopo la remozione d'Olimpio il cui
carattere era profondamente viziato dal fanatismo religioso, i Pagani e
gli Eretici restaron liberi da quella politica proscrizione, che gli
escludeva dalle dignità dello Stato. Il valoroso Gennerido[267], soldato
d'origine barbara, che sempre aderiva al culto dei suoi maggiori, era
stato costretto a spogliarsi del cingolo militare: e quantunque fosse
più volte assicurato dall'Imperatore medesimo, che le leggi non eran
fatte per le persone del grado o merito suo, egli ricusò d'accettare
qualunque particolar dispensa, e persistè in un'onorevol disgrazia,
finattantochè non ebbe ottenuto, un atto generale di giustizia
dall'angustia in cui si trovava il Governo Romano. La condotta di
Gennerido nell'importante posto, a cui fu promosso o restituito, di
Generale della Dalmazia, della Pannonia, del Norico e della Rezia,
parve, che ravvivasse la disciplina e lo spirito della Repubblica. Le
sue truppe, da una vita d'oziosità e di miseria, tosto s'abituarono al
disciplinato esercizio, e ad un'abbondante sussistenza; e la privata sua
generosità spesse volte suppliva alle ricompense, che erano negate
dall'avarizia o dalla povertà della Corte di Ravenna. Il valore di
Gennerido, formidabile ai vicini Barbari, fu il più forte baloardo della
frontiera Illirica; e la vigilante sua diligenza procurò all'Impero un
rinforzo di diecimila Unni, che giunsero ai confini dell'Italia
accompagnati da tal convoglio di provvisioni, e da un seguito così
numeroso di bovi e di pecore, che avrebber potuto servire non solo alla
marcia d'un esercito, ma anche allo stabilimento di una colonia. Ma la
Corte ed i consigli d'Onorio tuttavia presentavano una scena di
debolezza e di distrazione, di corruzione e d'anarchia. Le guardie,
instigate dal Prefetto Giovio, furiosamente si ammutinarono e
domandarono le teste di due Generali, e dei due principali Eunuchi. I
Generali, sotto una perfida promessa di sicurezza, furono mandati sopra
una nave e privatamente decapitati; laddove il favor degli Eunuchi
procurò loro un dolce e sicuro esilio a Milano ed a Costantinopoli.
L'Eunuco Eusebio ed il barbaro Allobie successero nel comando della
camera e delle guardie; e la gelosia, che avevan fra loro questi
subordinati ministri, fu la causa della reciproca lor distruzione. Per
un insolente ordine del Conte dei Domestici, il gran Ciamberlano fu
vergognosamente battuto a morte a colpi di bastone sotto gli occhi
dell'attonito Imperatore, ed il susseguente assassinamento d'Allobie in
mezzo ad una pubblica processione è l'unica circostanza della vita
d'Onorio, in cui dimostrasse il più debole sintomo di risentimento e di
coraggio. Avanti la lor caduta però Eusebio ed Allobie avevan
contribuito per la lor parte alla rovina dell'Impero opponendosi alla
conclusion d'un trattato, in cui Giovio, per un interessato e forse
colpevol motivo, era entrato con Alarico in un personale congresso, che
ebbero sotto le mura di Rimini. Nell'assenza di Giovio, l'Imperatore fu
indotto ad assumere un superbo stile d'inflessibile dignità, che nè la
situazione nè il carattere di lui potean sostenere; e fu immediatamente
spedita al Prefetto del Pretorio una lettera segnata col nome d'Onorio,
che gli dava libera permissione di disporre della moneta pubblica, ma
severamente proibivagli di prostituir gli onori militari di Roma alle
orgogliose domande di un Barbaro. Questa lettera fu imprudentemente
comunicata ad Alarico medesimo, ed il Goto, che in tutta la negoziazione
s'era portato con moderazione e decenza, espresse con le più oltraggiose
parole il vivo suo sentimento dell'insulto così sfacciatamente fatto
alla propria persona e nazione. S'interruppe ad un tratto la conferenza
di Rimini, ed il Prefetto Giovio, tornato a Ravenna, fu costretto ad
abbracciare, ed anche ad incoraggiare le opinioni, che dominavano in
Corte. Per suo consiglio e dietro al suo esempio, i principali Ufiziali
dello Stato e dell'armata furono obbligati a giurare, che senza prestare
orecchio in alcuna circostanza ad alcuna condizione di pace, avrebbero
sempre perseverato in una perpetua ed implacabile guerra contro il
nemico della Repubblica. Questo temerario impegno pose un insuperabile
ostacolo ad ogni futuro trattato. I ministri d'Onorio si udirono
dichiarare, che se avessero solo invocato il nome della Divinità,
provvederebbero alla pubblica salute, ed abbandonerebbero le anime loro
alla mercè del Cielo: ma essi avevan giurato per la sacra testa
dell'Imperatore medesimo, avevan toccato con solenne ceremonia
quell'augusta sede di maestà e di sapienza; e la violazione del loro
giuramento gli avrebbe esposti alle pene temporali del sacrilegio e
della ribellione[268].
[A. 409]
Mentre l'Imperatore e la sua Corte godevano, con ostinato orgoglio, la
sicurezza delle paludi e delle fortificazioni di Ravenna, essi
abbandonarono Roma, quasi senza difesa, allo sdegno d'Alarico. Pure
tanta fu la moderazione, che ei tuttavia conservava o affettava di
conservare, che quando si mosse col suo esercito per la via Flaminia,
spedì uno dopo l'altro i Vescovi delle città d'Italia a rinnovare le sue
proposizioni di pace, ed a scongiurare l'Imperatore di voler salvare la
città ed i suoi abitanti dall'ostil fuoco e dal ferro dei Barbari[269].
Furono però allontanate queste imminenti calamità, non già per la
saviezza d'Onorio, ma per l'umanità o la prudenza del Re Goto, che usò
un più dolce quantunque non meno efficace metodo di conquista. Invece di
assalire la Capitale, diresse con felice successo le sue operazioni
contro il porto d'Ostia, una delle più ardite e stupende opere della
magnificenza Romana[270]. Gli accidenti, a' quali era continuamente
esposta la precaria sussistenza della città in un'invernale navigazione,
ed in una strada aperta, ne avean suggerito al genio del primo Cesare
l'util disegno, che fu poi eseguito sotto l'Impero di Claudio. Le moli
artificiali, che ne formavano lo stretto ingresso, s'avanzavano molto
nel mare, e fortemente rispingevano il furore dei flutti, mentre i più
grossi vascelli sicuramente stavano all'ancora in tre profondi e vasti
recinti, che ricevevano il ramo settentrionale del Tevere in distanza di
circa due miglia dall'antica colonia d'Ostia[271]. Il Porto Romano
appoco appoco divenne una città Episcopale[272], dove si depositava il
frumento dell'Affrica in spaziosi granai per l'uso della Capitale. Tosto
che Alarico si trovò in possesso di quell'importante luogo, intimò alla
città di arrendersi a discrezione; e la sua domanda fu aggravata dalla
positiva dichiarazione, che il ricusare, o anche il differire di farlo
avrebbe subito prodotto la distruzione dei magazzini, dai quali
dipendeva la vita del Popolo Romano. I clamori di quel popolo ed il
terrore della fame umiliaron l'orgoglio del Senato; il quale accordò
senza ripugnanza la proposizion di collocare un nuovo Imperatore sul
trono dell'indegno Onorio; ed il voto del Gotico conquistatore diede la
porpora ad Attalo, Prefetto della città. Il grato Monarca riconobbe
subito il suo protettore per Generale delle armate dell'Occidente.
Adolfo, col titolo di Conte dei Domestici, ebbe la custodia della
persona d'Attalo; e parve, che le due ostili nazioni s'unissero nei più
stretti vincoli d'amicizia e d'alleanza[273].
Si apriron le porte della città, ed il nuovo Imperator dei Romani,
circondato da ogni parte dalle armi Gotiche, fu condotto in tumultuaria
processione al palazzo d'Augusto e di Traiano. Dopo aver distribuito le
dignità civili e militari fra i suoi favoriti e seguaci, Attalo convocò
l'assemblea del Senato, avanti al quale in un florido e formale discorso
espose la sua determinazione di restaurare la maestà della Repubblica, e
di riunire all'Impero le Province dell'Egitto e dell'Oriente, che
avevano una volta riconosciuto la sovranità di Roma. Tali stravaganti
promesse eccitarono in ogni ragionevol cittadino un giusto disprezzo pel
carattere d'un imbelle usurpatore, l'elevazione del quale era la più
profonda ed ignominiosa ferita, che alla Repubblica fosse mai stata
fatta dall'insolenza de' Barbari. Ma la plebaglia, con la solita sua
leggierezza, faceva plauso alla mutazion de' padroni. Il pubblico
disgusto era favorevole al rivale d'Onorio, ed i Settarj, oppressi da'
suoi editti di persecuzione, s'aspettavano qualche sorta di favore, o
almeno di tolleranza da un Principe, che nel suo nativo paese di Jonia
era stato educato nella superstizione Pagana, ed aveva in seguito
ricevuto il Sacramento del Battesimo dalle mani di un Vescovo
Arriano[274]. I primi giorni del regno d'Attalo furono prosperi e belli.
Fu mandato un Ufiziale di confidenza con un piccol corpo di truppe ad
assicurarsi dell'ubbidienza dell'Affrica: la maggior parte dell'Italia
si sottomise al terrore delle armi Gotiche; e quantunque la città di
Bologna facesse una vigorosa ed efficace resistenza, il popolo di
Milano, disgustato forse per l'assenza d'Onorio, accettò con alte
acclamazioni la scelta del Senato Romano. Alarico, alla testa d'un
formidabile esercito;, condusse il reale suo schiavo quasi alle porte di
Ravenna; e con marzial pompa fu introdotta nel campo Gotico una solenne
ambasceria dei principali ministri, cioè di Giovio Prefetto del
Pretorio, di Valente comandante della cavalleria e dell'infanteria, del
Questore Potamio, e di Giuliano Capo dei Notari. Acconsentirono questi
in nome del lor Sovrano a riconoscere per legittima l'elezione del suo
competitore, ed a dividere fra' due Imperatori le Province
dell'Occidente. Le proposizioni loro furono rigettate sdegnosamente; e
fu aggravato il rifiuto dall'insultante clemenza d'Attalo, il quale
condiscese a promettere, che se Onorio avesse immediatamente dimesso la
porpora, gli avrebbe permesso di passare il resto della sua vita nel
pacifico esilio di qualche Isola remota[275]. La situazione in vero del
figlio di Teodosio pareva così disperata a quelli, che erano i meglio
informati delle sue forze e speranze, che Giovio e Valente, l'uno
ministro e l'altro Generale di esso, gli mancaron di fede,
vergognosamente abbandonarono la causa cadente del loro benefattore, ed
impegnarono la perfida opera loro al servizio del suo più fortunato
rivale. Onorio, sorpreso da tali esempi di domestico tradimento, tremava
all'avvicinarsi d'ogni servo ed all'arrivo d'ogni corriere. Temeva egli
i nemici segreti, che potevano esser nascosti nella sua capitale, nel
suo palazzo, nella sua medesima camera; ed eran pronte alcune navi nel
porto di Ravenna per trasportare l'abbandonato Monarca negli stati
dell'Infante suo nipote, l'Imperator dell'Oriente.
[A. 410]
Ma v'è una Previdenza, come scriveva l'istorico Procopio[276], che
invigila sopra l'innocenza e la follia, e non si possono ragionevolmente
porre in dubbio le pretensioni d'Onorio intorno alla particolar cura di
essa. Nell'istante, in cui la sua disperazione, incapace d'alcun saggio
o virile consiglio, meditava una vergognosa fuga, sbarcò
inaspettatamente nel porto di Ravenna un opportuno rinforzo di
quattromila veterani. A questi valorosi stranieri, la fedeltà de' quali
non era stata corrotta dalle fazioni della Corte, egli affidò le mura e
le porte della città, ed i sonni dell'Imperatore non furon più
disturbati dal timore d'imminenti ed interni pericoli. La favorevole
notizia, che s'ebbe dall'Affrica, mutò ad un tratto le opinioni degli
uomini, e lo stato dei pubblici affari. Gli ufiziali e le truppe, che
Attalo aveva mandato in quella Provincia, furon disfatte ed uccise; e
l'attivo zelo d'Eracliano mantenne fedele sè ed il suo popolo. Il fido
Conte dell'Affrica mandò una grossa somma di danaro, che assodò la
fedeltà delle guardie Imperiali; e la sua vigilanza nell'impedir
l'estrazione del grano e dell'olio, introdusse la carestia, il tumulto,
e lo scontento nelle mura di Roma. L'infelice spedizione Affricana fu la
sorgente di mutue doglianze ed accuse nel partito d'Attalo; e la mente
del suo protettore appoco appoco alienossi dall'interesse d'un Principe,
che non aveva spirito per comandare, nè docilità per ubbidire. Si
presero le più imprudenti determinazioni senza saputa, o contro il parer
d'Alarico; e l'ostinazione del Senato a non permettere, nell'imbarco,
neppure la mescolanza di cinquecento Goti, dimostrò un'indole sospettosa
e diffidente, che nella situazione, in cui si trovava, non era nè
prudente nè generosa. Lo sdegno del Re Goto fu esacerbato dai maliziosi
artifizj di Giovio, che era stato innalzato al grado di Patrizio, e che
dopo scusò il doppio suo tradimento con dichiarare senza rossore, che
egli aveva soltanto finto d'abbandonare il servizio d'Onorio per
rovinare più efficacemente la causa dell'usurpatore. In una vasta
pianura vicino a Rimini, ed alla presenza d'una innumerabile moltitudine
di Romani e di Barbari, il misero Attalo fu pubblicamente spogliato del
diadema e della porpora, ed Alarico mandò queste insegne della dignità
reale come pegno di pace e di amicizia al figlio di Teodosio[277].
Furono restituiti ai loro impieghi gli ufiziali, che tornarono al loro
dovere, e fu graziosamente accordato anche il merito di un tardo
pentimento: ma il deposto Imperator de' Romani, desideroso della vita ed
insensibile all'ignominia, implorò la permissione di seguitare il Campo
Gotico nel corteggio d'un superbo e capriccioso Barbaro[278].
La deposizione d'Attalo tolse di mezzo l'unico reale ostacolo alla
conclusion della pace; ed Alarico avanzassi fino alla distanza di tre
miglia da Ravenna per sollecitar l'irresolutezza degl'Imperiali
Ministri, che col ritorno della fortuna eran tornati alla loro
insolenza. Egli si accese di sdegno, quando seppe che un Capitano suo
rivale, che Saro, personal nemico d'Adolfo e nemico ereditario della
casa di Balti, era stato ricevuto nel Palazzo. Alla testa di trecento
seguaci quel coraggioso Barbaro fece subitamente una sortita dalle porte
di Ravenna; sorprese e tagliò a pezzi un considerabile corpo di Goti;
rientrò in trionfo nella città, e gli fu permesso d'insultar
l'avversario con la voce d'un araldo, il quale dichiarò pubblicamente,
che la colpa d'Alarico l'aveva escluso per sempre dall'amicizia e dalla
corrispondenza coll'Imperatore[279]. Il delitto e la follìa della Corte
di Ravenna s'espiò per la terza volta dalle calamità di Roma. Il Re dei
Goti, che non dissimulava più il desiderio di preda e di vendetta,
comparve armato sotto le mura della Capitale; ed il tremante Senato,
senz'alcuna speranza di soccorso, si preparò a differire con una
disperata resistenza la rovina della patria. Ma i Romani non furon
capaci di guardarsi dalla segreta cospirazione dei loro schiavi e
famigli, che per interesse o per nascita erano attaccati alla causa del
nemico. Alla mezza notte fu tacitamente aperta la porta Salaria, ed i
cittadini furono svegliati dal terribil suono della Gotica tromba. Mille
centosettanta tre anni dopo la fondazione di Roma, la città Imperiale,
che avea soggiogato ed incivilito una parte sì considerabile del genere
umano, fu abbandonata al licenzioso furore delle tribù della Germania e
della Scizia[280].
Il manifesto però d'Alarico, quando entrò a forza nell'abbattuta città,
mostrò qualche riguardo alle leggi dell'umanità e della religione.
Incoraggiò le sue truppe a prendersi arditamente i premj del valore, e
ad arricchirsi colle spoglie d'un popolo dovizioso ed effeminato, ma gli
esortò nel tempo stesso a risparmiar la vita dei cittadini, che
cedevano, ed a rispettare le Chiese degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo,
come sacri ed inviolabili santuarj. Fra gli orrori d'un notturno
tumulto, molti Goti Cristiani dimostrarono il fervore d'una recente
conversione, e son riferiti e adornati dallo zelo degli scrittori
Ecclesiastici[281] alcuni esempi della lor singolare moderazione e
pietà. Mentre i Barbari scorrevano per la città in cerca di preda, fu
aperta a forza da uno dei potenti Goti l'umile abitazione d'una provetta
vergine, che avea consacrato la sua vita al servizio dell'altare. Egli
subito chiese, quantunque in civil modo, tutto l'oro e l'argento che
essa possedeva, e restò sorpreso alla prontezza, con cui la medesima lo
condusse ad uno splendido ammasso di grossi vasi, formati delle ricche
materie e del più fino lavoro. Il Barbaro mirava con maraviglia e
diletto quel prezioso cumulo di roba, quando fu interrotto da una seria
ammonizione, fattagli con le seguenti parole: «Questi, diss'ella, sono i
vasi sacri appartenenti a S. Pietro; se voi ardite di toccarli, tal
sacrilego fatto resterà sulla vostra coscienza. Quanto a me, io non
ardisco di ritenere quel che non son capace di difendere». Il Capitano
Goto, colpito da riverenzial timore, mandò ad informare il Re del tesoro
che avea scoperto, e ricevè da Alarico un ordine perentorio, che tutti
gli ornamenti ed i vasi sacri fossero trasportati senza danno o
dilazione alcuna alla Chiesa dell'Apostolo. Dall'estremità probabilmente
del colle Quirinale, fino al distante quartiere del Vaticano, un
numeroso distaccamento di Goti, marciando in ordine di battaglia per le
strade principali, difese con lucenti armi la lunga schiera dei loro
devoti compagni, che portavano altamente sul capo i sacri vasi d'oro e
d'argento; ed i marziali clamori dei Barbari si mescolavano col suono
d'una salmodia religiosa. Da tutte le circonvicine cose una folla di
Cristiani affrettossi ad unirsi a quest'edificante processione; ed una
moltitudine di fuggitivi senza distinzione d'età, di grado, o anche di
setta ebbe la buona fortuna di rifuggirsi al sicuro ed ospital santuario
del Vaticano. L'erudita opera intorno alla -Città di Dio- fu composta
espressamente da S. Agostino per giustificare i disegni della Previdenza
nella distruzione della grandezza Romana. Ei celebra con particolare
soddisfazione questo memorabil trionfo di Cristo, ed insulta i suoi
avversari con provocarli a produrre qualche simile esempio d'una città
presa per assalto, in cui gli Dei favolosi dell'antichità fossero stati
capaci a difendere o se stessi, o i delusi loro devoti[282].
Nel sacco di Roma si sono meritamente applauditi alcuni rari e
straordinari esempj di barbara virtù. Ma i sacri recinti del Vaticano e
delle Chiese Apostoliche potevan contenere una ben piccola porzione del
Popolo Romano: più migliaia di guerrieri, specialmente gli Unni, che
militavano sotto lo stendardo d'Alarico, non conoscevano il nome o
almeno la fede di Cristo; e possiam sospettare, senz'alcun pregiudizio
della carità o del candore, che nel tempo della sfrenata licenza, quando
era accesa ogni passione, e tolto qualunque freno, i precetti
dell'Evangelio di rado influissero nella condotta dei Goti Cristiani.
Gli scrittori, più disposti ad esagerare la lor clemenza, liberamente
han confessato, che fu fatta una crudele strage dei Romani[283], e che
le contrade della città eran piene di cadaveri, che restarono senza
sepolture, finchè durò la generale costernazione. La disperazione dei
cittadini si convertì qualche volta in furore; e quando i Barbari eran
provocati dall'opposizione, essi estendevano promiscuamente il macello
a' deboli, agli innocenti ed ai miserabili. Fu esercitata senza pietà o
rimorso la privata vendetta di quarantamila schiavi; e le ignominiose
battiture, che avevano antecedentemente ricevuto, furon lavate nel
sangue delle colpevoli e delle innocenti famiglie. Le matrone e le
vergini Romane furono esposte ad ingiurie più terribili, rispetto alla
castità, che la morte medesima: e l'Istorico Ecclesiastico ha scelto un
esempio di virtù femminile per servire d'ammirazione a' futuri
secoli[284]. Una dama Romana, di singolar bellezza e di fede ortodossa,
aveva eccitato gl'impazienti desiderj di un giovane Goto, che, secondo
l'osservazione di Sozomeno, era attaccato all'eresia Arriana. Inasprito
dall'ostinata resistenza, egli trasse la spada, e coll'ira d'un amante
leggermente la ferì nel collo. L'insanguinata Eroina continuò tuttavia
ad affrontarne lo sdegno ed a rigettarne l'amore, finattantochè il
rapitore desistè dagl'inefficaci suoi sforzi, la condusse
rispettosamente al Santuario del Vaticano, e diede sei monete d'oro alle
guardie della Chiesa, a condizione che la restituissero intatta nelle
braccia del suo marito. Tali esempi di generosità e di coraggio non
furono molto comuni. I brutali soldati soddisfacevano i lor sensuali
appetiti, senza consultare o l'inclinazione o i doveri delle lor
prigioniere, ed i casuisti agitarono seriamente una dilicata questione.
Si trattava di decidere se quelle tenere vittime che aveano
inflessibilmente ricusato il loro consenso allo stupro cui soggiacquero,
avessero perduto, per tale sventura, la corona della verginità[285]. Vi
furono veramente altre perdite di più sostanzial natura e di più
generale interesse. Non può per altro presumersi che tutti i Barbari
fossero in ogni tempo capaci di fare tali oltraggi amorosi; e la
mancanza di gioventù, di bellezza, o di castità, difese la maggior parte
delle donne Romane dal pericolo d'esser violate. Ma l'avarizia è una
passione insaziabile ed universale; perchè il godimento di quasi tutti
gli oggetti, che possono dar piacere ai diversi gusti e temperamenti
degli uomini, si può procurare col possesso delle ricchezze. Nel sacco
di Roma fu data una giusta preferenza all'oro ed alle gioie, che nel
volume e peso minore contengono il maggior valore; ma dopo che i
depredatori più diligenti ebber portato via queste mobili ricchezze, i
Palazzi di Roma furono barbaramente spogliati dei sontuosi e splendidi
loro addobbi. Le tavole di argento massiccio e le vaghe guardarobe di
seta e di porpora erano ammassate in confuso sui carri, che sempre
seguivan la marcia di una Gotica armata. Furono rozzamente trattate le
opere più squisite dell'arte, o capricciosamente distrutte; più di una
statua si fece fondere per causa della materia preziosa, di cui era
formata, e più d'un vaso nella division delle spoglie fu rotto in pezzi
dai colpi d'un'ascia militare. L'acquisto delle ricchezze non servì che
a stimolare l'avarizia dei rapaci Barbari, che procederono per mezzo di
minacce, di verghe, e di tormenti a forzare i lor prigionieri a
scuoprire i tesori nascosti[286]. L'apparente splendore e magnificenza
si riguardava come la prova d'una doviziosa fortuna; l'apparenza di
povertà imputavasi ad una disposizione alla parsimonia, e l'ostinazione
di alcuni miserabili, che soffrirono i più crudeli tormenti, prima di
scuoprire i segreti oggetti della loro affezione, riuscì fatale a molti
poveri meschini, che spirarono sotto i colpi delle verghe per non potere
scuoprire gl'immaginari loro tesori. Gli edifizi di Roma, quantunque
molto ne sia stato esagerato il danno, patirono qualche offesa dalla
violenza dei Goti. All'entrar che fecero nella porta Salaria,
incendiarono le case vicine per servir di guida al loro corso, e per
distrarre l'attenzione de' cittadini: le fiamme, che nel disordine della
notte non incontrarono ostacolo alcuno, consumarono molte fabbriche
pubbliche e private; ed al tempo di Giustiniano tuttavia sussistevano le
rovine del palazzo di Sallustio[287], come un magnifico monumento
dell'Incendio Gotico[288]. Pure un Istorico contemporaneo ha osservato,
che il fuoco difficilmente potea consumare l'enormi travi di bronzo
massiccio, e che la forza umana non era sufficiente a distruggere i
fondamenti delle antiche fabbriche. Può forse contenersi qualche verità
nella sua devota asserzione, che l'ira del Cielo supplì all'imperfezione
del furore ostile; e che il superbo Foro di Roma, decorato dalle statue
di tanti Numi ed Eroi, fu da un colpo di fulmine ridotto al suolo[289].
Per quanto fosse grande il numero di quelli dell'ordine Equestre e
Plebeo, che perirono nel saccheggio di Roma, francamente si assicura che
un solo Senatore perdè la vita pel ferro nemico[290]. Ma non era facile
numerare la moltitudine di quelli, che da un onorevole stato e da una
prospera fortuna furono in un tratto ridotti alla misera condizione di
schiavi e di esuli. Siccome ai Barbari tornava più comodo il danaro che
gli schiavi, essi fissarono ad un prezzo moderato il riscatto dei
bisognosi lor prigionieri, che fu agevolmente pagato dalla benevolenza
dei loro amici, o dalla carità degli stranieri[291]. Gli schiavi, che
regolarmente furon venduti o in aperto mercato, o per privato contratto,
avrebbero legittimamente ricuperato la nativa lor libertà, che era
impossibile per un cittadino di perdere o d'alienare[292]. Ma siccome si
venne tosto in cognizione, che la pretensione della libertà posto
avrebbe in pericolo le loro vite; e che i Goti, qualora non fossero
stati tentati a vendere gl'inutili lor prigionieri, si sarebbero mossi
ad ucciderli, così la civile Giurisprudenza era già stata moderata da un
savio regolamento, che essi fossero obbligati a servire pel discreto
termine di cinque anni, finattantochè avessero col proprio lavoro pagato
il prezzo della lor redenzione[293]. Le nazioni, che invasero l'Impero
Romano, avevan cacciato avanti di loro in Italia delle intiere truppe di
Provinciali famelici e spaventati, che meno apprendevano la schiavitù
che la fame. Le calamità dell'Italia e di Roma ne dispersero gli
abitanti ne' più solitari, sicuri, e distanti luoghi di rifugio. Mentre
la cavalleria Gotica spargeva il terrore e la desolazione lungo le coste
marittime della Campania e della Toscana, la piccola isola del Giglio
(Igilium) divisa per mezzo d'uno stretto canale dal promontorio
Argentario, rispinse o deluse gli ostili lor tentativi, e ad una sì
piccola distanza da Roma un gran numero di cittadini trovò un sicuro
ricovero nei folti boschi di quella separata regione[294]. I vasti
patrimoni, che molte famiglie Senatorie possedevano in Affrica, le
invitavano, se avevan tempo e prudenza, a scampare dalla rovina della
patria, e ad abbracciare il rifugio di quell'ospitale Provincia. La più
illustre fra tali fuggitivi fu la pia e nobile Proba[295] vedova del
Prefetto Petronio. Dopo la morte del suo marito, che era il più potente
suddito di Roma, essa era restata alla testa della famiglia Anicia, e
successivamente supplì colle sue private sostanze alla spesa dei
consolati di tre suoi figli. Quando la città fu assediata e presa dai
Goti, Proba sostenne con cristiana rassegnazione la perdita d'immense
ricchezze; s'imbarcò in un piccol vascello, da cui vide in mare le
fiamme del suo incendiato Palazzo, e fuggì con Leta sua figlia, e con la
celebre vergine Demetriade, sua nipote, alle coste dell'Affrica. La
benefica profusione, con cui la matrona distribuì le rendite o il prezzo
dei suoi fondi, contribuì a sollevar le disgrazie della schiavitù e
dell'esilio. Ma neppure la famiglia di Proba medesima fu esente dalla
rapace oppressione del Conte Eracliano, che vilmente vendè in
matrimoniale prostituzione le più nobili fanciulle di Roma al piacere o
all'avarizia dei mercanti di Siria. I fuggitivi Italiani furon dispersi
per le Province, lungo le coste dell'Egitto e dell'Asia, fino a
Costantinopoli ed a Gerusalemme; ed il villaggio di Betlemme, solitaria
abitazione di S. Girolamo e delle sue Convertite, fu ripieno d'illustri
mendici d'ambidue i sessi e d'ogni età, che eccitavano la pubblica
compassione per la rimembranza della passata loro fortuna[296]. Sì
terribil catastrofe di Roma riempì l'attonito Impero di terrore e di
amarezza. Un contrasto sì interessante di grandezza e di rovina dispose
la facile credulità del Popolo a deplorare, ed anche ad esagerar le
miserie della Regina delle città. Alcuni del Clero, che applicavano le
sublimi metafore della Profezia Orientale ai fatti recenti, furono
qualche volta tentati a confondere la distruzione della Capitale con la
dissoluzione del Globo.
La natura umana ha una forte propensione a deprimere i vantaggi, e ad
amplificare i mali dei tempi presenti. Pure, allorchè si furon quietati
i primi moti, e si fece un giusto computo del danno reale, i più
illuminati e giudiziosi contemporanei furon costretti a confessare, che
Roma, ancora infante, aveva ricevuto anticamente dai Galli un
pregiudizio in sostanza maggiore di quello, che avea sofferto dai Goti
nella decadente sua età[297]. L'esperienza di undici secoli ha
somministrato alla posterità un paralello molto più singolare,
autorizzandola a sostener con franchezza, che le devastazioni dei
Barbari, che Alarico avea condotti dalle rive del Danubio, furono men
distruttive delle ostilità usate dalle truppe di Carlo Quinto, Principe
Cattolico, il quale si chiamava Imperator dei Romani[298]. I Goti
lasciaron libera la città nel termine di sei giorni; ma Roma restò più
di nove mesi in mano degl'Imperiali, ed ogni ora fu macchiata da qualche
atroce atto di crudeltà, di libidine o di rapina. L'autorità d'Alarico
mantenne qualche ordine e moderazione fra la feroce moltitudine, che lo
riconosceva per Capo e per Re: ma il Contestabile di Borbone era
gloriosamente caduto nell'attacco delle mura; e la morte del Generale
tolse ogni freno di disciplina ad un esercito composto di tre
indipendenti nazioni, cioè d'Italiani, di Spagnuoli o di Tedeschi. Al
principio del secolo XVI, i costumi dell'Italia presentano
un'osservabile scena della depravazione dell'uman genere. Univano essi i
sanguinari delitti, che hanno luogo in un imperfetto stato di società,
con i vizi civili, che nascono dall'abuso delle arti e del lusso; ed i
licenziosi avventurieri, che avevan soppresso qualunque idea di
patriottismo e di riverenza fino ad assalire il palazzo del Romano
Pontefice, meritano di esser riguardati come i più malvagi degli
Italiani. Gli Spagnuoli, nel medesimo tempo, erano il terrore sì del
Vecchio che del Nuovo Mondo. Ma l'altiero loro valore veniva disonorato
da un profondo orgoglio, da una rapace avarizia, e da una insaziabile
crudeltà. Instancabili nella ricerca della fama e delle ricchezze,
avevano essi per mezzo d'una lunga pratica perfezionato i metodi più
squisiti ed efficaci di torturare i lor prigionieri: molti Castigliani,
che saccheggiarono Roma, erano famigliari della Inquisizione, ed alcuni
volontari eran probabilmente tornati di fresco dalla conquista del
Messico. I Tedeschi eran meno corrotti degl'Italiani, e meno crudeli
degli Spagnuoli; ed il rozzo o anche selvaggio aspetto di quei
Settentrionali guerrieri spesse volte cuopriva una semplice e
compassionevol disposizione. Ma questi si erano imbevuti, nel primo
fervore della Riforma, dello spirito non meno che dei principj di
Lutero. Il divertimento lor favorito era quello d'insultare o di
distruggere i sacri oggetti della cattolica superstizione: secondavano
essi, senza rimorso o pietà, un odio devoto contro il clero di
qualsivoglia specie o grado, che forma una sì considerabile parte degli
abitanti di Roma moderna; ed il fanatico loro zelo potè forse aspirare a
rovesciare il trono del creduto Anticristo, ed a purificare col sangue e
col fuoco le abbominazioni della spiritual Babilonia[299].
[A. 410]
La ritirata dei vittoriosi Goti, che nel sesto giorno[300] partiron da
Roma, potè ben essere il resultato della prudenza: ma non fu sicuramente
l'effetto del timore[301]. Alla testa d'un'armata carica di ricche e
pesanti spoglie, l'intrepido Capitano avanzossi lungo la via Appia verso
le Province meridionali d'Italia, distruggendo tutto ciò che ardiva
opporsi al suo passaggio, e contentandosi di predare il paese, dove non
si facea resistenza. Il destino di Capua, superba e lussuriosa Metropoli
della Campania, e che anche nella sua decadenza era rispettata come
l'ottava città dell'Impero[302], è sepolto nell'obblivione; mentre la
vicina città di Nola[303] fu illustrata in quest'occasione dalla santità
di Paolino[304], che fu successivamente Console, Monaco, e Vescovo.
All'età di quarant'anni ei rinunziò ai diletti delle ricchezze, degli
onori, e della società, ed alla letteratura per abbracciare una vita di
solitudine e di penitenza; e l'alto applauso del Clero lo inanimò a
disprezzare i rimproveri dei mondani suoi amici, che attribuivano tal
violento atto a qualche disordine della mente o del corpo[305]. Un
antico ed appassionato attaccamento lo determinò a porre l'umile sua
abitazione in uno dei sobborghi di Nola, vicino al sepolcro miracoloso
di S. Felice, che la pubblica devozione aveva già circondato di cinque
grandi e frequentate Chiese. Gli avanzi del suo patrimonio e del suo
ingegno furono consacrati al servizio del glorioso Martire, di cui
Paolino giammai non mancò di celebrar le lodi con un Inno solenne, il
giorno della sua festa, ed in nome del quale eresse una sesta Chiesa di
maggior eleganza e bellezza, che fu decorata con molte curiose pitture,
tratte dall'istoria del vecchio e del nuovo Testamento. Uno zelo sì
assiduo gli cattivò il favore del Santo[306], e dopo quindici anni di
ritiro, il Console Romano fu costretto ad accettare il Vescovato di
Nola, pochi mesi avanti che la città fosse investita dai Goti. Durante
l'assedio, alcuni devoti si persuasero di aver veduto, o in sogno o in
visione, la divina forma del tutelare lor Santo; tuttavia l'evento ben
presto fe' manifesto che Felice mancava di potere o di buon volere per
salvare il gregge di cui era stato pastore. Non evitò la generale
devastazione[307]; ma il Vescovo, fatto schiavo, restò difeso della
comune opinione della sua innocenza e della sua povertà. Passarono più
di quattro anni dalla prospera invasione fatta dell'Italia dalle armi
d'Alarico, fino alla volontaria ritirata de' Goti sotto la condotta
d'Adolfo suo successore; ed in tutto quel tempo essi regnarono senza
contrasto in un paese che, secondo l'opinion degli antichi, aveva unito
in sè tutte le varie prerogative della natura e dell'arte. La felicità,
in vero, a cui era giunta l'Italia nel fortunato secolo degli Antonini,
era a grado a grado scemata col declinar dell'Impero. Ma i frutti di una
lunga pace perirono nelle rozze mani dei Barbari; ed i medesimi non
furon capaci di gustare le più eleganti finezze del lusso, che erano
state preparate per uso dei molli ed ingentiliti Italiani. Ogni soldato
però esigeva una buona porzione di sostanziali dovizie, di grano e di
bestiame, d'olio e di vino, che giornalmente si raccoglieva e si
consumava nel campo Gotico: ed i principali Uffiziali insultavano i
giardini e le ville, abitate una volta da Lucullo e da Cicerone, lungo
le deliziose coste della Campania. I tremanti loro schiavi, i figli e le
figlie dei Senatori Romani, presentavano, in coppe d'oro e di gemme,
abbondanti dosi di vino Falerno ai superbi vincitori, che stendevano le
rozze lor membra all'ombra dei platani[308], artifiziosamente disposti
in maniera da impedire i cocenti raggi del sole, ed ammetterne il
piacevol calore. Tali diletti erano accresciuti dalla memoria dei
passati travagli; ed il confronto del nativo loro paese, dei freddi e
nudi colli della Scizia, delle gelate rive dell'Elba e del Danubio,
aggiungevano nuovi incanti alla felicità del clima italiano[309].
[A. 410]
O fosse la fama, o la conquista, o la ricchezza l'oggetto di Alarico, ei
lo cercò con instancabile ardore, che non potè esser frenato
dall'avversità, nè saziato dal felice successo. Appena fu giunto
all'estremità dell'Italia, fu attratto dal vicino prospetto d'una
fertile e pacifica Isola. Risguardava però anche il possesso della
Sicilia come un passo per fare l'importante spedizione che già meditava
contro il continente dell'Affrica. Lo stretto di Reggio e di
Messina[310] è lungo dodici miglia, è largo, nel luogo più angusto,
circa un miglio e mezzo; ed i favolosi mostri della voragine, le rupi di
Scilla, ed il vortice di Cariddi non potevano spaventare che i più
timidi ed inabili marinari. Pure tosto che fu imbarcata la prima
divisione dei Goti, sorse un'improvvisa tempesta, che disperse, e fece
naufragare molti legni; fu vinto il loro coraggio dal terrore d'un nuovo
elemento; e svanì tutto il disegno per l'immatura morte d'Alarico, la
quale, dopo una breve malattia, pose il termine fatale alle sue
conquiste. Si spiegò il feroce carattere dei Barbari nei funerali d'un
Eroe, di cui celebrarono con lugubre applauso la fortuna ed il valore.
Coll'opera d'una moltitudine di schiavi, fecero a forza voltare il corso
del Busentino, piccolo fiume, che bagna le mura di Cosenza. Nel letto
voto di esso fu costruito il sepolcro reale, adornato con le splendide
spoglie e trofei di Roma; quindi si fecero tornare le acque nel nativo
loro canale; e restò per sempre celato il segreto posto, in cui fu
depositato il cadavere d'Alarico, per l'inumana strage degli schiavi,
che si erano impiegati nell'eseguire quell'opera[311].
[A. 412]
Si sospesero le personali animosità, e gli odj ereditarj dei Barbari per
la dura necessità dei loro affari, ed il valoroso Adolfo, cognato del
defunto Monarca, fu concordemente eletto per successore al suo trono. Si
potrà meglio rilevare il carattere ed il sistema politico del nuovo Re
de' Goti dal discorso, che egli stesso ebbe con un illustre cittadino di
Narbona, il quale dopo, in un pellegrinaggio, che fece alla Terra Santa,
lo raccontò a S. Girolamo in presenza dell'Istorico Orosio: «Nella piena
fiducia del coraggio e della vittoria, io (disse Adolfo) aspirai una
volta a mutar la faccia dell'Universo, a cancellare il nome di Roma, ad
innalzar sulle rovine di essa il dominio de' Goti, e ad acquistar, come
Angusto, l'immortal fama di fondatore d'un nuovo Impero. Ma dalla
replicata esperienza appoco appoco restai persuaso, che sono
essenzialmente necessario le leggi per mantenere e regolare uno Stato
ben costituito; e che la fiera intrattabile indole dei Goti era incapace
di portare il salutar giogo delle leggi e del governo civile. Da quel
momento dunque io mi proposi un oggetto diverso d'ambizione e di gloria;
e presentemente quel, che io sinceramente desidero, è che la gratitudine
dei secoli futuri possa riconoscere il merito d'uno straniero, che
impiegò il ferro dei Goti non già per distruggere, ma per restaurare e
conservare la prosperità dell'Imperio Romano[312]». Con queste pacifiche
mire il successor d'Alarico sospese le operazioni della guerra; e
seriamente intraprese un trattato d'amicizia e d'alleanza con la Corte
Imperiale. Era interesse dei Ministri d'Onorio, ch'erano allora sciolti
dall'obbligazione dello stravagante lor giuramento, di liberare l'Italia
dall'intollerabile peso delle truppe dei Goti; e questi volentieri
accettarono di militare contro i tiranni ed i Barbari, che infestavano
le Province oltre le alpi[313]. Adolfo, assumendo il carattere di
Generale Romano, diresse la sua marcia dall'estremità della Campania
verso le Province meridionali della Gallia. Le sue truppe, o per forza o
per convenzione, immediatamente occuparono le città di Narbona, di
Tolosa, e di Bordò; e quantunque il Conte Bonifazio le rispingesse dalle
mura di Marsiglia, tosto estesero i loro quartieri dal Mediterraneo
all'Oceano. Potevano gli oppressi Provinciali esclamare, che i
miserabili avanzi, cui il nemico aveva risparmiati, venivano crudelmente
rapiti da' pretesi loro alleati; ma non mancavano mai gli speciosi
pretesti per palliare o giustificar la violenza dei Goti. Le città della
Gallia, che essi attaccavano, potevano per avventura considerarsi come
in uno stato di ribellione contro il governo d'Onorio: potevano talvolta
essere addotti, in favore delle apparenti usurpazioni d'Adolfo, gli
articoli del trattato o le segrete istruzioni della Corte; e poteva
sempre imputarsi la colpa di qualunque irregolare infelice atto
d'ostilità, con qualche apparenza di vero, all'indomito spirito d'un
esercito barbaro, impaziente di pace o di disciplina. Il lusso d'Italia
era stato meno efficace ad addolcire l'indole dei Goti, che a rilassarne
il coraggio, ed essi avevano bevuto i vizi senza imitare le instituzioni
e le arti della società civile[314].
[A. 414]
Le proteste d'Adolfo eran probabilmente sincere, ed il suo attacco alla
causa della Repubblica fu assicurato dall'ascendente, che avea preso una
Principessa Romana sul cuore e lo spirito del barbaro Re. Placidia[315],
figlia del gran Teodosio e di Galla sua seconda moglie, avea ricevuto
un'educazione reale nel palazzo di Costantinopoli: ma la storia della
sua vita, piena di avventure, è connessa con le rivoluzioni, che
agitaron l'Impero occidentale sotto il regno d'Onorio, fratello di lei.
Quando Roma fu investita la prima volta dalle armi d'Alarico, Placidia,
che aveva allora l'età di circa venti anni, si trovava nella città; ed
il pronto consenso, ch'essa prestò alla morte della cugina Serena, ha
un'apparenza crudele ed ingrata, che secondo le circostanze dell'azione
può aggravarsi o scusarsi dalla considerazione della sua tenera
età[316]. I vittoriosi Barbari ritennero, o come in ostaggio o come
prigioniera[317], la sorella d'Onorio; ma nel mentre ch'ella era esposta
all'obbrobrio di seguitar per l'Italia i movimenti d'un campo Gotico, fu
però sempre trattata con decenza e rispetto. L'autorità di Giornandes,
che loda la beltà di Placidia, può esser forse contrabbilanciata
dall'espressivo silenzio de' suoi adulatori: pure lo splendore della sua
nascita, la freschezza della gioventù, l'eleganza delle maniere, e la
destra insinuazione, di cui ella prese a far uso, fecero nella mente
d'Adolfo una profonda impressione; ed il Re Goto aspirò ad avere il nome
di cognato dell'Imperatore. I Ministri d'Onorio sdegnosamente
rigettarono la proposizione d'una parentela tanto ingiuriosa ad ogni
sentimento d'orgoglio Romano; e più volte insisterono sopra la
restituzione di Placidia, come una indispensabile condizione del
trattato di pace. Ma la figlia di Teodosio condiscese senza ripugnanza
ai desiderj del conquistatore, Principe giovane e valoroso, che cedeva
in vero ad Alarico nell'altezza della statura, ma che lo superava nelle
più attraenti qualità della grazia e della bellezza. Fu consumato il
matrimonio d'Adolfo e di Placidia[318], prima che i Goti si ritirassero
dall'Italia: e fu di poi celebrato il giorno solenne, forse
l'anniversario, delle lor nozze nella casa d'Ingenuo, uno dei più
illustri cittadini di Narbona nella Gallia. La sposa, rivestita ed
ornata come un'Imperatrice Romana, fu collocata in un magnifico trono,
ed il Re dei Goti, che prese in questa occasione l'abito Romano, si
contentò d'una sede meno onorevole a lato di casa. Il dono nuziale, che
secondo l'uso della nazione di Adolfo[319] fu presentato a Placidia,
consistè in rare e splendide spoglie della patria di lei. Cinquanta bei
giovani, vestiti di seta, portavano ciascheduno due bacini, uno de'
quali era pieno di monete d'oro, e l'altro di pietre preziose
d'inestimabil valore. Attalo, che fu per tanto tempo il giuoco della
fortuna e dei Goti, fu destinato a dirigere il coro degl'Inni nuziali,
ed il deposto Imperatore aspirò forse alla lode di abile musico. I
Barbari godevano insolentemente del loro trionfo; ed i Provinciali
furono contenti di tal congiunzione, che moderava, mediante la dolce
influenza della ragione e dell'amore, il feroce spirito del Gotico loro
Signore[320].
I cento bacini d'oro e di gemme, presentati a Placidia nella solennità
delle sue nozze, non erano che una tenue porzione de' tesori Gotici,
qualche straordinario saggio dei quali può rilevarsi dall'istoria dei
successori d'Adolfo. Si trovarono molti sontuosi e fini ornamenti d'oro
puro, arricchiti di gioie nel loro palazzo di Narbona, quando nel sesto
secolo, fu saccheggiato dai Franchi; sessanta coppe o calici, quindici
-patene- o piatti per uso della comunione, venti cassette o custodie pei
libri degli Evangeli: tutte queste sacre spoglie[321] si distribuirono
dal figlio di Clodoveo fra le Chiese de' suoi Stati, e sembra, che la
pietosa generosità di lui rimproveri un antecedente sacrilegio de' Goti.
Possedevano essi, con maggior sicurezza di coscienza, il famoso
-Missorium- o gran piatto per uso della tavola, d'oro massiccio del peso
di cinquecento libbre, e di molto maggior valore per le pietre preziose,
per lo squisito lavoro, e per la tradizione, che era stato presentato
dal Patrizio Ezio a Torrismondo Re dei Goti. Uno dei successori di
Torrismondo comprò l'aiuto del Re Franco con la promessa di questo
magnifico dono. Quando poi fu collocato sul trono di Spagna, lo diede
con ripugnanza agli Ambasciatori di Dagoberto; gli spogliò per viaggio,
e dopo una lunga negoziazione stipulò di liberarsi da tal promessa
mediante l'inadequata somma di dugentomila monete d'oro, e conservò il
-Missorium-, come la più gloriosa parte del Tesoro Gotico[322]. Allorchè
dopo la conquista della Spagna, quel Tesoro fu saccheggiato dagli
Arabi, essi ammirarono ed hanno celebrato un altro oggetto viepiù
notabile, cioè una Tavola di considerabil grandezza, d'un sol pezzo di
solido smeraldo[323], circondata da tre giri di fine perle, sostenuta da
trecentosessanta cinque piedi di gemme e d'oro massiccio, e stimata
cinquecentomila monete d'oro[324]. Qualche parte delle ricchezze Gotiche
potè esser dono d'amicizia, o tributo di vassallaggio; ma la massima
parte di esse eran frutto della guerra e della rapina, spoglie
dell'Impero e probabilmente di Roma.
[A. 410-417]
Dopo che l'Italia fu liberata dall'oppressione dei Goti, fu permesso a
qualche segreto consigliere, fra le fazioni del palazzo, di medicar le
ferite di questo afflitto paese[325]. Mediante un saggio ed umano
regolamento, le otto Province, che erano state le più maltrattate, cioè
la Campania, la Toscana, il Piceno, il Sannio, la Puglia, la Calabria,
l'Abruzzo e la Lucania, ottennero una remissione di cinque anni;
l'ordinario tributo fu ridotto ad un quinto, ed anche questo fu
destinato a restaurare e sostenere l'utile instituzione delle pubbliche
poste. Con un'altra legge, le terre che erano state lasciate senza
abitanti o coltivatori, furon concesse con qualche diminuzione di tasse
ai vicini, che le volessero occupare, o agli stranieri, che le
richiedessero; ed i nuovi possessori venivano assicurati contro le
future pretensioni dei fuggitivi proprietari. Verso il medesimo tempo,
fu pubblicata in nome d'Onorio, una generale amnistia (o perdono) per
abolire la colpa e la memoria di qualunque involontaria mancanza, che si
fosse commessa dagl'infelici suoi sudditi nel tempo del disordine e
della pubblica calamità. Si ebbe una rispettosa e decente attenzione
alla restaurazione della Capitale; furono animati i cittadini a
rifabbricar gli edifizi, che erano stati distrutti o danneggiati dal
fuoco nemico; e dalle coste dell'Affrica si fecero trasportare degli
straordinari sussidi di grano. La moltitudine, che poco prima fuggiva
innanzi la spada dei Barbari, fu tosto richiamata dalla speranza
dell'abbondanza e del piacere; ed Albino, Prefetto di Roma, informò con
qualche sorpresa e perplessità la Corte, che in un sol giorno aveva
notato l'arrivo di quattordicimila forestieri[326]. In meno di sette
anni furono quasi cancellati i vestigi dell'invasione Gotica; e parve,
che la città riprendesse lo splendore e la tranquillità sua antica.
Questa venerabile matrona si pose di nuovo sul capo la corona d'alloro,
che le turbolenze della guerra le avevan guastato; e nell'ultimo momento
del suo declino tuttavia lusingavasi con le predizioni di vendetta, di
vittoria e d'eterno dominio[327].
[A. 415]
Fu presto disturbata quest'apparente tranquillità dall'avvicinarsi d'un
ostile armamento da quella regione, che somministrava la quotidiana
sussistenza del Popolo Romano. Eracliano, Conte dell'Affrica, che nelle
più difficili ed angustiose circostanze avea sostenuto con attiva
fedeltà la causa d'Onorio, fu tentato, nell'anno del suo Consolato, a
prendere il carattere di ribelle, ed il titolo d'Imperatore. I porti
dell'Affrica furono immediatamente ripieni di forze navali, alla testa
delle quali egli si preparò ad invader l'Italia: e quando la sua flotta
gettò l'ancora alla bocca del Tevere, sorpassava in vero la flotta di
Serse e d'Alessandro, se tutti i vascelli che circondavano la galera
reale, e le barche più piccole realmente ascendevano al numero, per
altro incredibile, di tremila dugento[328]. Con tale armata però, che
avrebbe potuto rovesciare o rimettere in piedi i più grand'Imperj della
terra, l'usurpatore Affricano fece una ben tenue e debole impressione
sulle Province del suo rivale. Nel tempo che marciava dal porto, per la
strada che conduce alle porte di Roma, fu incontrato, messo in spavento,
e rotto da un Capitano Imperiale; e colui che possedeva un sì potente
esercito, abbandonando la fortuna e gli amici, ignominiosamente fuggì
con una sola nave[329]. Quando Eracliano prese terra nel porto di
Cartagine, trovò che tutta la Provincia, sdegnando tale indegno
regolatore, era tornata al suo dovere. Il ribelle fu decapitato
nell'antico tempio della Memoria; fu abolito il suo Consolato[330], e
gli avanzi del privato suo patrimonio, che non eccedevano la moderata
somma di quattromila libbre d'oro, furono concessi al valoroso Costanzo,
che aveva già difeso quel trono, di cui poi ebbe parte insieme col
debole suo Sovrano. Onorio mirò con supina indifferenza la calamità di
Roma e dell'Italia[331]; i ribelli attentati di Attalo e d'Eracliano
contro la sua personale salvezza svegliarono per un momento il trepido
istinto della sua natura. Egli probabilmente ignorava le cause e gli
eventi, che lo preservarono da questi imminenti pericoli; e siccome
l'Italia non era più invasa da veruno esterno o interno nemico, ei
pacificamente se ne stava nel palazzo di Ravenna, mentre i Tiranni di là
dalle alpi venivano replicatamente vinti dai luogotenenti, ed in nome
del figlio di Teodosio[332]. Nel corso d'una interessante e feconda
narrazione potrei forse dimenticarmi di notar la morte di un tal
Principe; onde prenderò la precauzione d'osservare in questo luogo, che
ei sopravvisse circa tredici anni all'ultimo assedio di Roma.
[A. 409-413]
L'usurpazione di Costantino, che ricevè la porpora dalle legioni della
Britannia, era stata fortunata e pareva sicura. Si riconosceva la sua
autorità dalla muraglia d'Antonino fino alle colonne d'Ercole, ed in
mezzo al pubblico disordine, si divise il dominio e le spoglie della
Gallia e della Spagna con le tribù dei Barbari, il distruttivo progresso
dei quali non era più ritenuto dal Reno o dai Pirenei. Macchiato del
sangue dei congiunti d'Onorio, estorse dalla Corte di Ravenna, con cui
aveva secrete corrispondenze, la ratifica dei suoi ribelli diritti.
Costantino impegnossi, con solenne promessa, di liberar l'Italia da'
Goti; s'avanzò fino alle rive del Po, e dopo d'avere posto in arme anzi
che assistito il pusillanime suo alleato, precipitosamente se ne tornò
al palazzo d'Arles per celebrare con moderato lusso il suo vano ed
apparente trionfo. Ma questa passaggiera prosperità fu presto interrotta
e distrutta dalla rivolta del Conte Geronzio, il più prode fra i suoi
Generali, che nell'assenza di Costante suo figlio, Principe già
investito della porpora Imperiale, era stato lasciato al comando delle
Province di Spagna. Per qualche ragione, che non sappiamo, Geronzio,
invece di prendere esso il diadema, lo pose sul capo di Massimo suo
amico, che fissò la sua residenza in Tarragona, mentre l'attivo Conte
s'inoltrò avanti pei Pirenei ad oggetto di sorprendere i due Imperatori
Costantino e Costante, prima che si potessero preparare alla difesa. Il
figlio fu fatto prigioniero a Vienna, e subito posto a morte, e
quell'infelice giovane appena ebbe tempo di deplorare l'innalzamento
della sua famiglia, che l'aveva tentato o costretto a sacrilegamente
abbandonare la pacifica oscurità della vita monastica. Il padre
sosteneva un assedio dentro le mura d'Arles, ma esse avrebbero dovuto
cedere agli assedianti, se la città non fosse stata inaspettatamente
soccorsa dall'arrivo d'un'armata Italiana. Il nome d'Onorio, la
proclamazione d'un legittimo Imperatore, sorprese i due contendenti
partiti dei ribelli. Geronzio, abbandonato dalle proprie sue truppe,
fuggì a' confini della Spagna, e liberò il suo nome dall'obblivione,
mediante il coraggio Romano, che sembrò che animasse gli ultimi momenti
della sua vita. In tempo di notte, un gran corpo di perfidi suoi soldati
circondò ed attaccò la casa di lui, che esso avea ben fortificata. La
moglie, un valoroso amico, Alano di nazione, ed alcuni fedeli schiavi
restarono sempre aderenti alla sua persona; ed ei fece uso con tanta
fermezza ed abilità d'un gran magazzino di dardi e di frecce, che più di
trecento assalitori perderono la vita nell'assalto. Gli schiavi,
allorchè furon consumate tutte le armi da scagliare, allo spuntar del
giorno fuggirono; e Geronzio, se non fosse stato ritenuto dall'amor
coniugale, avrebbe potuto imitarli; ma finalmente i soldati, irritati da
sì ostinata resistenza, posero il fuoco da tutte le parti alla casa. In
questa fatal estremità condiscese alla richiesta del suo Barbaro amico,
tagliando ad esso la testa. La moglie di Geronzio, che lo scongiurò a
non lasciarla in una vita di miseria e di vergogna, presentò volentieri
il collo alla sua spada; e si terminò la tragica scena con la morte del
Conte medesimo, che dopo tre colpi senz'effetto, trasse un corto
pugnale, e se l'immerse nel cuore[333]. L'abbandonato Massimo, ch'egli
aveva rivestito della porpora, fu debitore della sua vita al disprezzo,
che avevasi della sua forza ed abilità. Il capriccio dei Barbari, che
devastavano la Spagna, collocò un'altra volta quest'Imperiale fantasma
sul trono, ma poco dopo lo rilasciarono alla giustizia d'Onorio; ed il
tiranno Massimo, dopo essere stato mostrato al Popolo di Ravenna e di
Roma, fu pubblicamente decapitato.
Il Generale chiamato Costanzo, che fece levare, col suo arrivo,
l'assedio d'Arles, e dissipò le truppe di Geronzio, era nato Romano; e
questa notevole distinzione è molto atta ad esprimere la decadenza dello
spirito militare fra i sudditi dell'Impero. La forza e la maestà, che
apparivano nella persona di quel Generale[334], lo facevano risguardare
nell'opinione del Popolo come un candidato degno del Trono, al quale di
poi salì. Nella conversazione della vita privata, le maniere di esso
eran piacevoli ed attraenti; nè alle volte avrebbe sdegnato, nella
licenza della tavola, di sfidare i pantomimi stessi nell'esercizio delle
ridicole lor professioni. Ma quando la tromba invitavalo alla armi;
quando montava a cavallo, e piegandosi quasi sul collo di esso (giacchè
tale era il singolare costume di lui) fieramente girava i grandi e
vivaci suoi occhi attorno al campo, allora Costanzo incuteva terrore ai
nemici, ed inspirava la sicurezza della vittoria ne' suoi soldati. Egli
avea ricevuto dalla Corte di Ravenna l'importante commissione
d'estirpare i ribelli nelle province dell'Occidente; ed il preteso
Imperator Costantino dopo un breve ed inquieto respiro, fu di nuovo
assediato nella sua Capitale dalle armi d'un più formidabile nemico.
Pure tale intervallo gli diede tempo per concludere un trattato coi
Franchi e gli Alemanni ed Edobic suo ambasciatore in breve tornò alla
testa d'un esercito a disturbare le operazioni dell'assedio d'Arles. Il
Generale Romano, invece d'aspettare l'attacco nelle sue trincere,
arditamente e forse con prudenza risolvè di passare il Rodano, e di
andare incontro ai Barbari. Furono prese le opportune misure con tale
abilità e segretezza, che mentre attaccarono essi alla fronte
l'infanteria di Costanzo, furono ad un tratto assaltati, circondati e
distrutti dalla cavalleria di Ulfila suo luogotenente, che tacitamente
aveva occupato un posto vantaggioso dietro di essi. Gli avanzi
dell'esercito d'Edobic si salvarono per mezzo della fuga o della resa;
ed il loro Capitano si riparò dal campo di battaglia nella casa d'un
infedele amico, il quale troppo chiaramente comprese, che il capo
dell'infelice suo ospite sarebbe stato un gradito e lucroso dono pel
Generale Imperiale. Costanzo in quest'occasione si portò con la
magnanimità d'un vero Romano. Vincendo o sopprimendo qualunque
sentimento di gelosia, pubblicamente riconobbe il merito ed i servigi
d'Ulfila; ma rigettò con orrore l'assassino d'Edobic; e rigorosamente
diede ordine, che il campo non fosse macchiato dalla presenza d'un
ingrato ribaldo, che aveva violate le leggi dell'amicizia e
dell'ospitalità. L'usurpatore, che dalle mura d'Arles vide la rovina
delle ultime sue speranze, fu tentato ad aver qualche fiducia in un sì
generoso conquistatore. Ei chiese una solenne promessa per la propria
sicurezza e dopo aver ricevuto, mediante l'imposizione delle mani, il
sacro carattere di Prete Cristiano, si avventurò ad aprir le porte della
città. Ma tosto provò, che i principj d'onore e d'integrità, che potevan
regolare l'ordinaria condotta di Costanzo, furono superati dalle libere
dottrine della morale politica. Il Generale Romano ricusò, invero, di
contaminare i propri allori col sangue di Costantino, ma il deposto
Imperatore e Giuliano suo figlio furon mandati sotto forte guardia in
Italia, ed avanti che arrivassero al palazzo di Ravenna incontrarono i
ministri di morte.
[A. 411-416]
In un tempo in cui generalmente si confessava, che quasi qualunque uomo
nell'Impero superava in merito perdonale i Principi, che l'accidente
della nascita avea posto sul trono, una rapida successione di usurpatori
continuò tuttavia a sorgere, senza considerare il destino di quelli che
gli aveano preceduti. Questo disastro si fece specialmente sentire nelle
province della Spagna e della Gallia, dove la guerra e la ribellione
aveano estinto i principj dell'ordine e dell'ubbidienza. Prima che
Costantino deponesse la porpora, e nel quarto mese dell'assedio d'Arles,
s'ebbe notizia nel Campo Imperiale, che Giovino aveva preso il diadema a
Metz nella Germania superiore, ad istigazione di Goar Re degli Alani, e
di Gunziario Re de' Burgundi: e che il candidato, a cui aveano affidato
l'Impero, s'avanzava con un formidabile esercito di Barbari, dalle rive
del Reno a quelle del Rodano. Nella breve istoria del regno di Giovino,
tutte le circostanze son oscure e straordinarie. Era naturale il
supporre, che un animoso ed abile Generale, alla testa d'una vittoriosa
armata, avrebbe sostenuto in un campo di battaglia la giustizia della
causa di Onorio. La precipitosa ritirata di Costanzo avrebbe potuto
giustificarsi con forti ragioni; ma egli abbandonò senza contrasto il
possesso della Gallia, e Dardano, Prefetto del Pretorio, si rammenta
come l'unico Magistrato, che ricusasse di prestar ubbidienza
all'usurpatore[335]. Quando i Goti, due anni dopo l'assedio di Roma, si
stabilirono nella Gallia, era naturale il supporre, che le loro
inclinazioni si dovessero solamente dividere fra l'Imperatore Onorio,
col quale di fresco avevan fatto alleanza, ed il deposto Attalo, che
essi riservavano nel loro campo ad oggetto di fare nelle occasioni la
parte di musico o di Monarca. Pure in un momento di disgusto (di cui non
è facile assegnare il tempo o la causa) Adolfo si collegò
coll'usurpatore della Gallia, ed impose ad Attalo l'ignominiosa
incumbenza di negoziare il trattato che ratificò il proprio suo
disonore. Siamo di nuovo sorpresi nel leggere, che Giovino, invece di
risguardare l'alleanza dei Goti come il più stabil sostegno del suo
trono, insultò con oscuro ed ambiguo linguaggio l'officiosa importunità
d'Attalo; che disprezzando il consiglio del suo grande alleato, rivestì
della porpora Sebastiano suo fratello; e che con la massima imprudenza
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000