successe alla deposizione d'Avito, l'ambizioso Barbaro, la cui nascita
l'escludeva dall'Imperial dignità, governò l'Italia col titolo di
Patrizio; diede all'amico il cospicuo posto di Generale della cavalleria
e dell'infanteria; e dopo lo spazio di alcuni mesi, acconsentì
all'unanime desiderio de' Romani, de' quali erasi Maioriano conciliato
il favore, mediante una recente vittoria riportata contro gli
Alemanni[810]. Fu esso investito della porpora a Ravenna; e la lettera,
che indirizzò al Senato, è la più acconcia ad esprimere la sua
situazione ed i suoi sentimenti: «La vostra elezione, Padri conscritti,
e l'ordine dell'esercito più valoroso mi hanno creato vostro
Imperatore[811]. La Divinità propizia diriga e favorisca i consigli ed i
successi della mia amministrazione al vostro vantaggio ed alla pubblica
salute. Quanto a me, io non vi aspirava, ma mi son sottomesso a regnare;
nè avrei soddisfatto al dovere di Cittadino, se avessi ricusato con
bassa ingratitudine, per amore del proprio comodo, di sostenere il peso
di quelle fatiche, che mi erano imposte dalla Repubblica. Assistete
dunque il Principe, che avete fatto; prendete parte a' doveri, che mi
avete ingiunti, e possano le nostre comuni operazioni promuovere la
felicità d'un Impero, che ho ricevuto dalle vostre mani. Assicuratevi,
che a' nostri tempi la giustizia ripiglierà l'antico suo vigore, e la
virtù diventerà non solo innocente, ma meritoria. Nessuno abbia timore
delle -delazioni-[812], eccettuati gli autori medesimi di esse, che io
come suddito ho sempre condannato, e come Principe punirò severamente.
La nostra propria vigilanza, e quella del Patrizio Ricimero, nostro
padre, regolerà tutti gli affari militari, e provvederà alla salute del
Mondo Romano, che ho salvato da' nemici stranieri e domestici[813]. Voi
conoscete adesso quali sono le massime del mio governo: potete confidare
nel fedele amore, e nelle sincere proteste d'un Principe, ch'è stato già
compagno della vostra vita e de' vostri pericoli, che tuttavia si gloria
del nome di Senatore, e che ansiosamente desidero, non vi dobbiate mai
pentire del giudizio, che pronunziato avete in suo favore». Un
Imperatore, il quale in mezzo alle rovine del Mondo Romano faceva
risorgere quell'antico linguaggio della legge e della libertà, che
avrebbe potuto esser proprio di Trajano, doveva trarre dal proprio suo
cuore sentimenti sì generosi; mentre non poteva prenderli nè da' costumi
del suo secolo, nè dall'esempio de' suoi predecessori[814].
[A. 457-461]
Si hanno notizie molto imperfette delle private e pubbliche azioni di
Maioriano: ma le sue leggi, memorabili per una forza originale di
pensieri e di espressioni, rappresentano il vero carattere d'un Sovrano,
che amava il suo Popolo, che ne compativa le angustie, che aveva
studiato le cause della decadenza dell'Impero, e che era capace
d'applicare (per quanto era praticabile tale riforma) giudiziosi ed
efficaci rimedi a' pubblici disordini[815]. I suoi regolamenti sopra le
finanze tendevano manifestamente a togliere, o almeno a mitigare i più
intollerabili aggravj. I. Fin dal primo momento del suo regno ei fu
sollecito (traduco le proprie di lui parole) a sollevare le -stanche-
sostanze de Provinciali oppresse dal peso accumulato d'indizioni, e
soprindizioni[816]. Con questa mira concesse una remission generale, una
finale ed assoluta liberazione di tutti i tributi arretrati, e di tutti
i debiti, che sotto qualunque pretesto i Ministri fiscali potevan
richiedere al Popolo. Questo savio abbandono di antichi, molesti ed
inutili diritti migliorò e purificò le sorgenti della pubblica rendita;
ed il suddito, che poteva allora voltarsi addietro senza disperazione,
lavorava con gratitudine e speranza in vantaggio proprio, e della
Patria. II. Nell'imposizione e collezione delle tasse Maioriano rimise
in vigore l'ordinaria giurisdizione de' Magistrati provinciali; e
soppresse le commissioni straordinarie, che si erano introdotte in nome
dell'Imperatore medesimo, o de' Prefetti del Pretorio. I Ministri
favoriti, che ottenevano tali irregolari privilegi, erano insolenti nel
loro contegno, ed arbitrari nelle richieste; affettavano di sprezzare i
tribunali subalterni, e non si mostravano contenti, se i loro profitti
non eccedevano del doppio la somma, che si degnavano di pagare al
Tesoro. Parrebbe incredibile un esempio della loro estorsione, se non
fosse autenticato dal Legislatore medesimo. Esigevano essi tutti i
pagamenti in oro: ma ricusavano la moneta corrente dell'Impero, e
volevano solo di quelle antiche monete, ch'eran coniate co' nomi di
Faustina o degli Antonini. Il suddito, che non aveva tali curiose
medaglie, ricorreva all'espediente di entrare in composizione sopra le
rapaci loro domande; o se lo poteva trovare, raddoppiata veniva la sua
imposizione considerato il peso ed il valore delle monete de' tempi
antichi[817]. «III. I corpi municipali (dice l'Imperatore), i Senati
minori (tal nome dava loro giustamente l'antichità) meritano d'essere
considerati come il cuore delle città, ed i nervi della Repubblica.
Eppure sono essi ridotti a stato sì basso dall'ingiustizia de'
Magistrati, e dalla venalità de' Collettori, che molti de' loro membri,
rinunciando alla dignità, ed alla patria loro, si son rifuggiti in
distanti ed oscuri esilj». Ei gli esorta, ed anche li costringe a
tornare alle respettive loro città; ma toglie gli aggravi, che gli
avevan forzati ad abbandonar l'esercizio delle funzioni loro municipali.
Vien loro commesso di riassumere, sotto l'autorità de' Magistrati
Provinciali, il loro ufizio di levare i tributi; ma invece di renderli
responsabili di tutta la somma da esigersi nel loro distretto, son
obligati -solo a rendere- un esatto conto de' pagamenti, che hanno
ricevuto realmente, e la nota di quelli, che hanno mancato, i quali
restano sempre debitori del Pubblico. IV. Ma sapeva bene Maioriano, che
questi collegiati erano troppo disposti a vendicare l'ingiustizia e
l'oppressione, che avevan sofferto, e perciò fece risorgere l'utile
ufizio de' -difensiori delle città-. Egli esortò il Popolo ad eleggere,
in piena e libera adunanza, qualche uomo discreto e di integrità, che
ardisse di sostenere i loro privilegi, di rappresentare i loro aggravi,
di proteggere il povero dalla tirannia del ricco, e di informare
l'Imperatore degli abusi che si commettevano sotto la sanzione del suo
nome o della sua autorità.
Lo spettatore, che getta un dolente sguardo sulle rovine dell'antica
Roma, è tentato d'accusar la memoria de' Goti e de' Vandali, per quel
male, ch'essi non ebbero nè tempo, nè forza, e neppure probabilmente la
disposizione di fare. La tempesta della guerra potè diroccare qualche
alta torre; ma la distruzione, che rovesciò i fondamenti di quelle vaste
fabbriche, lentamente e in silenzio, per lo spazio di dieci secoli; ed i
motivi d'interesse, che da poi agirono senza vergogna, nè opposizione,
furono severamente repressi dal buon gusto o dallo spirito
dell'Imperator Maioriano. La decadenza della città aveva appoco appoco
diminuito il valore delle opere pubbliche. Il Circo ed i Teatri potevano
bene eccitare, ma rade volte soddisfacevano i desideri del Popolo: i
tempj, che avevan potuto sottrarsi allo zelo de' Cristiani, non erano
più abitati nè dagli Dei, nè dagli uomini; la diminuita popolazione di
Roma si perdeva nell'immenso spazio de' bagni, e de' portici di essa; e
le magnifiche librerie, ed i tribunali di giustizia eran divenuti
inutili per una indolente generazione, il riposo della quale raramente
veniva sturbato dallo studio, o dagli affari. Non si risguardavano più i
monumenti della Consolare o Imperial grandezza come un'immortal gloria
della Capitale; non erano stimati, che come una miniera inesausta di
materiali più a buon mercato, e più atti di quelli che si estraevano da
lontane cave. Si facevano continuamente a' facili Magistrati di Roma
delle speciose richieste, con le quali si esponeva la mancanza di pietre
o di mattoni per qualche opera necessaria: i più bei pezzi
d'architettura venivano barbaramente deturpati per causa di qualche
insignificante o pretesa riparazione, ed i degenerati Romani, che
convertivano tali spoglie in proprio loro guadagno, demolivano con
sacrileghe mani le opere de' loro Antenati. Maioriano, che più volte
avea sospirato sulla desolazione della città, pose un rigoroso freno al
male, che andava crescendo[818]. Riservò egli solamente al Principe ed
al Senato la cognizione degli estremi casi, che potevan giustificare la
distruzione d'un antico edifizio; impose una pena di cinquanta libbre
d'oro (due mila lire sterline) ad ogni Magistrato, che avesse ardito
d'accordare tale illegittima o scandalosa licenza; e minacciò di
gastigare la colpevole ubbidienza de' loro Ministri subalterni con
severi colpi di verghe, e coll'amputazione di ambe le mani. In
quest'ultimo articolo potrebbe sembrare che il legislatore avesse
dimenticato la proporzione fra il delitto e la pena; ma il suo zelo
nasceva da un principio generoso, e Maioriano desiderava di difendere i
monumenti di que' secoli, ne' quali egli avrebbe desiderato e meritato
di vivere. L'Imperatore conosceva, ch'era suo interesse l'accrescere il
numero de' suoi sudditi; ch'era suo dovere il conservare la purità del
letto maritale; ma i mezzi ch'esso adoperò per conseguire tali
salutevoli oggetti, sono d'una specie ambigua, e forse non affatto
lodevole. Le pie fanciulle, che consacravano a Cristo la loro verginità,
non potevano prendere il velo, fintantochè non fossero giunte al
quarantesimo anno dell'età loro. Le vedove, inferiori a quell'età,
furono costrette a contrarre altre nozze dentro il termine di cinque
anni, sotto pena di perdere la metà de' loro beni, che passavano a' più
prossimi loro parenti, o al fisco. Erano condannati, o annullati i
matrimoni disuguali. La pena della confiscazione de' beni, e dell'esilio
si giudicò sì inadequata per il delitto d'adulterio, che se il reo
tornava in Italia, poteva per espressa dichiarazione di Maioriano esser
ucciso impunemente[819].
[A. 457]
Mentre l'Imperatore Majoriano faceva ogni sforzo per restaurar la
felicità e la virtù de' Romani, dovè affrontare le armi di Genserico,
loro nemico il più formidabile, sì per il carattere, che per la
situazione di esso. Approdò una flotta di Vandali e di Mori alla bocca
del Liris o del Garigliano: ma le truppe Imperiali sorpresero, ed
attaccarono i disordinati Barbari, ch'erano imbarazzati dalle spoglie
della Campania; furono essi cacciati con grande uccisione alle loro
navi, ed il cognato del Re, loro Capitano, fu trovato fra' morti[820].
Tal vigilanza annunziava quale sarebbe stato il carattere del nuovo
regno; ma la vigilanza più esatta, e le più numerose truppe non erano
sufficienti a difendere l'estese coste d'Italia dalle depredazioni d'una
guerra navale. La pubblica opinione aveva imposto al genio di Maioriano
un'impresa più nobile, e più ardua. Roma solo da esso aspettava la
restituzione dell'Affrica; ed il disegno, ch'egli formò d'attaccare i
Vandali ne' nuovi loro stabilimenti fu il risultato d'un'audace e
giudiziosa politica. Se l'intrepido Imperatore avesse potuto infondere
il proprio coraggio nella gioventù d'Italia; se avesse potuto far
risorgere nel campo Marzio i virili esercizi ne' quali aveva esso già
superato i suoi uguali, avrebbe potuto marciare contro Genserico alla
testa d'un esercito -Romano-. Si sarebbe potuto effettuare una tal
riforma di costumi nazionali nello generazione, che andava crescendo; ma
questa è la disgrazia di que' Principi, che si affaticano a sostenere
una Monarchia decadente, che per ottenere qualche immediato vantaggio, o
per allontanar qualche imminente pericolo, son costretti a tollerare, ed
anche talvolta a moltiplicare gli abusi più perniciosi. Maioriano fu
ridotto, come i più deboli fra' suoi predecessori, al vergognoso
espediente di sostituire de' Barbari ausiliari in luogo degl'imbelli
suoi sudditi: e potè solo dimostrare la superiore sua abilità nella
destrezza e nel vigore con cui sapea maneggiare un pericoloso
istrumento, così facile ad offender la mano, che l'adoprava. Oltre i
confederati, ch'erano già impegnati al servizio dell'Impero, la fama
della sua liberalità e valore attirò le nazioni del Danubio, del
Boristene, e forse del Tamai. Molte migliaie de' più bravi soldati
d'Attila, i Gepidi, gli Ostrogoti, i Rugj, i Borgognoni, gli Svevi, e
gli Alani si adunarono nelle pianure della Liguria; e la formidabile
loro forza veniva bilanciata dalle mutue loro animosità[821]. Essi
passarono le alpi in un rigido inverno. L'Imperatore fece la strada a
piedi, tutto armato, battendo con la lunga sua asta il ghiaccio o la
neve ben alta, e dando coraggio agli Sciti, che si dolevano dell'estremo
freddo, con dir loro allegramente, che sarebbero stati meglio al caldo
dell'Affrica. I Cittadini di Lione, che avevano Ardito di chiudergli le
porte, implorarono ben presto, ed esperimentarono la clemenza di
Maioriano. Egli vinse Teodorico in campo di battaglia, ed ammise alla
sua amicizia ed alleanza un Re, che aveva trovato non indegno delle sue
armi. L'utile riunione, quantunque precaria, della maggior parte della
Gallia e della Spagna fu l'effetto della persuasione, ugualmente che
della forza[822]: e gl'indipendenti Bagaudi, che si erano sottratti, o
avevan resistito all'oppressione de' regni antecedenti, si trovaron
disposti a confidare nelle virtù di Maioriano. Il suo campo era pieno di
alleati Barbari, era sostenuto il suo trono dallo zelo d'un Popolo
affezionato; ma l'Imperatore aveva previsto, ch'era impossibile, senza
una forza marittima, di condurre a fine la conquista dell'Affrica. Al
tempo della prima guerra Punica, la Repubblica aveva usato una sì
incredibile diligenza, che nello spazio di sessanta giorni, da che fu
dato il primo colpo di scure nella foresta, si era superbamente messa
all'ancora in mare una flotta di centosessanta galere[823]. In
circostanze molto meno favorevoli, Maioriano uguagliò il coraggio, e la
perseveranza degli antichi Romani. Furon tagliati i boschi
dell'Appennino, si restaurarono gli arsenali, e le manifatture di Miseno
e di Ravenna; l'Italia, e la Gallia gareggiarono in ampie contribuzioni
pel servigio pubblico; e si riunì nel sicuro e capace porto di Cartagena
in Ispagna la flotta Imperiale, composta di trecento grosse galere con
un proporzionato numero di navi da trasporto, e di barche più
piccole[824]. L'intrepido contegno di Maioriano animava le sue truppe
con la fiducia della vittoria; e se può darsi fede all'Isterico
Procopio, il suo coraggio talvolta lo trasportò oltre i confini della
prudenza Ansioso d'esplorare co' propri occhi lo stato de' Vandali, si
avventurò, dopo aver travisato il colore dei suoi capelli, d'andare a
Cartagine, sotto nome del suo ambasciatore: e Genserico restò di poi
mortificato alla notizia, che aveva avuto nelle sue mani, e lasciato
andare l'Imperator de' Romani. Tale aneddoto può rigettarsi come
un'improbabil finzione; ma questa è una finzione, che non si sarebbe
immaginata, se non nella vita d'un eroe[825].
Genserico senz'aver bisogno d'un congresso personale, era
sufficientemente informato del genio, e dei disegni del suo avversario.
Egli praticò i soliti suoi artifici d'inganno e di dilazione, ma senza
frutto. Le sue negoziazioni di pace diventavano sempre più umili, e
forse anche più sincere; ma l'inflessibile Maioriano aveva adottalo
l'antica massima, che Roma non poteva esser salva, finattantochè
Cartagine sussisteva in istato d'ostilità. Il Re de' Vandali diffidava
del valore de' nazionali suoi sudditi, ch'era snervato dalla mollezza
del Mezzodì[826]; dubitava della fedeltà del Popolo soggiogato, che
l'abborriva come un Arriano Tiranno; e la disperata risoluzione, ch'ei
prese di ridurre la Mauritania in un deserto[827], non serviva ad
impedire le operazioni dell'Imperator Romano, che poteva sbarcar le sue
truppe su qualunque parte voleva della costa Affricana. Ma Genserico fu
salvato dall'imminente ed inevitabile rovina, mediante il tradimento di
alcuni potenti sudditi, invidiosi o timorosi del buon successo del loro
Signore. Guidato dalla segreta intelligenza con essi, sorprese la
flotta, che stava senza difesa nella baia di Cartagena: molte navi
furono affondate, prese o bruciate; e furono distrutti in un sol
giorno[828] i preparativi di tre anni. Dopo questo fatto la condotta dei
due avversari gli dimostrò superiori alla loro fortuna. Il Vandalo,
invece di insuperbirsi di quest'accidental vittoria, immediatamente
rinnovò le sue istanze per la pace. L'Imperatore Occidentale, ch'era
capace di formare de' gran disegni, e di soffrire de' forti rovesci,
acconsentì ad un trattato o piuttosto ad una sospension d'armi, con la
piena sicurezza, che prima di poter rimettere in ordine la sua flotta,
avrebbe avute occasioni per giustificare una seconda guerra. Maioriano
tornò in Italia per proseguire i suoi travagli per la pubblica felicità:
e siccome era sicuro della propria integrità, potè per lungo tempo
ignorare l'oscura cospirazione, che gli minacciava il trono e la vita.
La recente disgrazia di Cartagena macchiò la gloria, che aveva
abbagliato gli occhi della moltitudine: quasi ogni genere di Ministri
civili e militari erano esacerbati contro il Riformatore, giacchè
traevano qualche vantaggio dagli abusi, che ei cercava di togliere; ed
il Patrizio Ricimero instigava le incostanti passioni de' Barbari contro
un Principe da esso stimato ed odiato. Le virtù di Maioriano non lo
poteron difendere dall'impetuosa sedizione, che insorse nel campo vicino
a Tortona, a piè dell'Alpi. Ei fu costretto a deporre la porpora; cinque
giorni dopo la sua abdicazione fu detto, ch'egli era morto di una
dissenteria[829]; e l'umile tomba, in cui fu posto il suo corpo, fu
consacrata dal rispetto e dalla gratitudine delle posteriori
generazioni[830]. Il carattere privato di Maioriano inspirava rispetto
ed amore. La maliziosa calunnia e la satira eccitavano il suo sdegno, o
il suo disprezzo, s'egli n'era l'oggetto; ma esso proteggeva la libertà
dello spirito, e nelle ore che l'Imperatore accordava alla famigliar
conversazione de' suoi amici, poteva dimostrare il suo gusto per le
facezie senza degradare la maestà del suo grado[831].
[A. 461-467]
Non fu probabilmente senza qualche dispiacere, che Ricimero sacrificò
l'amico all'interesse della sua ambizione: ma risolvè in una seconda
scelta d'evitare l'imprudente preferenza del merito e della virtù
superiore. Ad un suo comando l'ossequioso Senato di Roma diede il titolo
Imperiale a Libio Severo, che salì sul trono dell'Occidente senza uscire
dall'oscurità d'una condizione privata. L'istoria appena si è degnata
d'indicarne la nascita, l'innalzamento, il carattere, o la morte. Severo
spirò, subito che la sua vita divenne incomoda al suo protettore[832]; e
sarebbe inutile il discutere le azioni del suo regno di puro nome nel
vacante intervallo di sei anni fra la morte di Maioriano, e l'elevazione
d'Antemio. Durante quel tempo il governo era nelle mani del solo
Ricimero; e quantunque il modesto Barbaro ricusasse il nome di Re,
accumulò per altro dei tesori, formò un esercito a parte, trattò delle
alleanze private, e regolò l'Italia coll'istessa dispotica ed
indipendente autorità, che fu esercitata in seguito da Odoacre e da
Teodorico. Ma le alpi servivano di confini a' suoi Stati; ed i due
Generali Romani, Marcellino ed Egidio si mantennero fedeli alla
Repubblica, rigettando con isdegno il fantoccio, a cui esso dava il nome
d'Imperatore. Marcellino era tuttavia attaccato all'antica religione, ed
i devoti Pagani, che, segretamente trasgredivan le leggi della Chiesa e
dello Stato, applaudivano alla profonda sua abilità nella scienza della
divinazione. Ma egli era dotato delle più pregevoli qualità
dell'erudizione, della virtù e del coraggio[833]; lo studio delle
lettere Latine aveva migliorato il suo gusto, ed i suoi talenti militari
gli avevan conciliato la stima e la confidenza del grand'Ezio, nella
rovina del quale si ritrovò involto. Mediante una opportuna fuga,
Marcellino evitò il furore di Valentiniano, ed arditamente sostenne la
sua libertà fra le convulsioni dell'Impero Occidentale. La volontaria o
ripugnante sua sommissione dall'autorità di Maioriano ebbe in premio il
governo della Sicilia, ed il comando d'un'armata posta in quell'isola
per rispingere o attaccare i Vandali; ma i Barbari suoi mercenari dopo
la morte dell'Imperatore furono tentati a ribellarsi dall'artificiosa
liberalità di Ricimero. Alla testa di una truppa di fedeli seguaci
l'intrepido Marcellino occupò la provincia della Dalmazia, assunse il
titolo di Patrizio dell'Occidente, si assicurò dell'amore de' suoi
sottoposti mediante un dolce ed equo governo, formò una flotta, che
dominava l'Adriatico, ed alternativamente infestava le coste dell'Italia
e dell'Affrica[834]. Egidio Generale della Gallia che uguagliava, o
almeno imitava gli Eroi dell'antica Roma[835], dichiarò un odio
immortale contro gli assassini del suo amato Signore. Seguiva le sue
bandiere un numeroso e valente esercito; e quantunque dagli artifizi di
Ricimero, e dalle armi dei Visigoti gli fosse impedito di marciare alle
porte di Roma, sostenne però la sua indipendente sovranità di là dalle
alpi e rese il nome d'Egidio rispettabile tanto in pace che in guerra. I
Franchi, che avevan punito coll'esilio le giovanili follie di
Childerico, elessero il Generale Romano per loro Re; con questo
singolare onore per altro restò soddisfatta la vanità piuttosto che
l'ambizione di esso; e quando la nazione al termine di quattro anni si
pentì dell'ingiuria, che aveva fatto alla famiglia Merovingica, esso
pazientemente consentì al richiamo del Principe legittimo. Non finì
l'autorità d'Egidio, che con la sua morte, ed i sospetti di veleno, e di
segreta violenza che traevano qualche verisimiglianza dal carattere di
Ricimero, furono ardentemente ammessi dall'appassionata credulità de'
Galli[836].
[A. 461-467]
Il regno d'Italia, nome a cui appoco appoco fu ridotto l'Impero
Occidentale, era molestato sotto Ricimero dalle continue depredazioni
de' pirati Vandali[837]. Alla primavera ogni anno mettevano in ordine
una formidabile flotta nel porto di Cartagine, e Genserico medesimo,
quantunque in età molto avanzata, comandava sempre in persona le
spedizioni più importanti. I suoi disegni eran celati sotto un
impenetrabil segreto sino al momento, ch'ei si metteva alla vela. Quando
il suo piloto gli domandava, qual via doveva prendere, con pia arroganza
rispondeva il Barbaro: «Lasciane la determinazione ai venti; essi ci
trasporteranno a quella rea costa, i cui abitatori hanno provocato la
divina giustizia» ma se Genserico degnavasi di dare ordini più precisi,
stimava sempre, che i più ricchi fossero i più colpevoli. I Vandali
visitaron più volte le coste della Spagna, della Liguria, della Toscana,
della Campania, della Lucania, dell'Abruzzo, della Puglia, della
Calabria, della Venezia, della Dalmazia, dell'Epiro, della Grecia e
della Sicilia: furono tentati di soggiogare l'isola di Sardegna, così
vantaggiosamente situata nel centro del Mediterraneo; e le loro armi
sparsero la desolazione o il terrore dalle colonne d'Ercole fino alle
bocche del Nilo. Siccome erano più ambiziosi di preda, che di gloria,
rare volte attaccavano alcuna piazza fortificata, o s'impegnavano con
truppe regolari in aperta campagna. Ma la celerità de' loro movimenti li
rendeva capaci di minacciare e d'attaccare quasi nel medesimo tempo gli
oggetti più distanti, che attiravano i lor desiderj; e poichè sempre
imbarcavano un sufficiente numero di cavalli, appena avevan preso terra,
scorrevano lo sbigottito paese con un corpo di cavalleria leggiera.
Nonostante però l'esempio del loro Re, i nativi Alani e Vandali
declinarono insensibilmente da questa laboriosa e pericolosa maniera di
far la guerra; la robusta generazione de' primi conquistatori era quasi
estinta, ed i loro figli, ch'erano nati nell'Affrica, godevano i
deliziosi bagni e giardini, che s'erano acquistati dal valore de' loro
padri. Si sostituì loro facilmente una varia moltitudine di Mori e
Romani, di schiavi e banditi; e tal disperata canaglia, che aveva già
violato le leggi del proprio paese, era la più ardente a promuovere gli
atroci fatti che disonorarono le vittorie di Genserico. Nel trattamento
degl'infelici suoi prigionieri alle volte consultava l'avarizia, ed alle
volte abbandonavasi alla crudeltà; e la strage di cinquecento nobili
cittadini del Zante, o di Zacinto, i laceri Corpi de' quali gettò nel
mare Jonio, fu rimproverata dalla pubblica esecrazione alla più remota
sua posterità.
[A. 462]
Tali delitti non potevano scusarsi per mezzo d'alcuna provocazione; ma
la guerra, che il Re de' Vandali prosegui contro il Romano Impero, si
giustificava con uno specioso e ragionevol motivo. Eudossia, vedova di
Valentiniano, ch'egli aveva condotto schiavo da Roma a Cartagine, era
l'unica erede della casa di Teodosio; la sua figlia maggiore Eudossia
divenne, contro sua voglia, moglie d'Unnerico di lui primogenito; ed il
severo padre sostenendo un diritto legale, che non era facile nè a
rimuoversi, nè ad eseguirsi, dimandava una giusta porzione dell'Imperiai
patrimonio. L'Imperatore Orientale offerì un'adeguata, o almeno
valutabile compensazione per procurarsi una pace necessaria. Furon
restituite onorevolmente Eudossia e Placidia sua figlia minore, ed il
furore de' Vandali si ristrinse dentro i confini dell'Impero
Occidentale. Gl'Italiani privi di forze marittime, che sole potevan
difendere le loro coste, imploraron l'aiuto delle più fortunate nazioni
dell'Oriente, che anticamente avevan riconosciuto in pace ed in guerra
la superiorità di Roma. Ma la perpetua divisione de' due Imperi ne avea
alienato le inclinazioni e gl'interessi; fu addotta la fede d'un recente
trattato: ed i Romani d'Occidente invece di armi e di navi, non poteron
ottenere, che l'assistenza d'una fredda ed inefficace mediazione. Il
superbo Ricimero, che aveva lungamente combattuto con le difficoltà
della sua situazione fu ridotto finalmente ad indirizzarsi al trono di
Costantinopoli nell'umile linguaggio di suddito; e l'Italia si sottopose
ad accettare un Signore dalle mani dell'Imperatore dell'Oriente, come
per prezzo e sicurezza della confederazione[838]. Non è coerente allo
scopo del Capitolo, e neppure del volume presente il continuare la serie
distinta dell'istoria Bizantina; ma una breve occhiata intorno al regno
ed al carattere dell'Imperator Leone può spiegare gli ultimi sforzi che
si tentarono per salvare il cadente Impero dell'Occidente[839].
[A. 457-474]
Dopo la morte di Teodosio il Giovane, la pace domestica di
Costantinopoli non era mai stata interrotta nè da guerra, nè da fazione
veruna. Pulcheria aveva dato la sua mano e lo scettro dell'Oriente alla
modesta virtù di Marciano; ei ne rispettava con gratitudine l'augusto
grado, e la virginal castità; e dopo la morte di lei diede a' suoi
Popoli l'esempio del Culto religioso, dovuto alla memoria della Santa
Imperatrice[840]. Sembrava, che Marciano applicato alla prosperità de'
suoi Stati, mirasse con indifferenza le disgrazie di Roma; e
l'ostinazione d'un valoroso ed attivo Principe a ricusare di trarre la
spada contro i Vandali fu attribuita ad una segreta promessa, ch'egli
aveva fatta, quando si trovava schiavo in mano di Genserico[841]. La
morte di Marciano, dopo un regno di sette anni, avrebb'esposto l'Oriente
al pericolo di una popolar elezione, se la superior forza d'una sola
famiglia non fosse stata capace di far pendere la bilancia in favore del
Candidato, di cui sostenea gl'interessi. Il Patrizio Aspar si sarebbe
potuto porre il diadema sul capo, se avesse voluto professare il simbolo
Niceno[842]. Per tre generazioni continue furono le armate Orientali
comandate da suo padre, da esso e da Ardaburio suo figlio: le sue
guardie barbare formavano una forza militare, che ingombrava il palazzo
e la capitale; e la liberal distribuzione delle sue immense ricchezze
rendeva Aspar non meno popolare, che potente. Egli raccomandò l'oscuro
nome di Leone di Tracia, Tribuno militare, e suo principal Maggiordomo.
La sua nomina fu concordemente ratificata dal Senato; ed il servo
d'Aspar ottenne la corona Imperiale dalle mani del Patriarca o del
Vescovo, a cui fu permesso d'esprimere mediante questa insolita
cerimonia, il volere della Divinità[843]. Quest'Imperatore il primo, che
avesse il nome di Leone, è distinto col titolo di Grande, in grazia di
una successiva serie di Principi, che appoco appoco fissarono
nell'opinione de' Greci una misura molto bassa dell'eroica, o almeno
della real perfezione. Pure la moderata fermezza, con cui Leone resistè
all'oppressione del suo benefattore, dimostrò, ch'ei conosceva il suo
dovere e la sua dignità. Aspar restò sorpreso in vedere, che la sua
autorità non poteva più creare un Prefetto di Costantinopoli: osò di
rimproverare al suo Sovrano un mancamento di fede, ed insolentemente
prendendone la porpora: «Non conviene (disse) che quello, che è adornato
di questa veste sia colpevole di menzogna.» «Neppure conviene (replicò
Leone), che un Principe sia costretto a sottomettere il suo giudizio, ed
il pubblico bene al volere di un suddito[844] ». Dopo una scena sì
straordinaria era impossibile, che la riconciliazione fra l'Imperatore
ed il Patrizio fosse sincera, o almeno stabile e permanente. Si levò
segretamente, e s'introdusse in Costantinopoli un'armata d'Isauri[845]:
e mentre Leone sottominava l'autorità, e preparava la rovina della
famiglia d'Aspar, il dolce e cauto loro contegno li ritenne dal fare
alcun temerario e disperato tentativo, che avrebbe potuto esser fatale a
loro stessi, ovvero a' loro nemici. Le misure di pace e di guerra furono
alterate da questa interna rivoluzione. Fintantochè Aspar degradava la
maestà del Trono, la segreta corrispondenza di religione e d'interesse
l'impegnò a favorir la causa di Genserico. Ma quando Leone si fu
liberato da quella servitù ignominiosa, diede orecchio alle querele
degl'Italiani; risolvè d'estirpare la tirannia dei Vandali; e si
dichiarò alleato del suo collega Antemio, ch'egli solennemente investì
del diadema e della porpora dell'Occidente.
[A. 467-472]
Si sono forse amplificate le virtù d'Antemio, mentre l'Imperial
discendenza, che ei non poteva trarre che dall'usurpatore Procopio, fu
estesa ad una successione d'Imperatori[846]. Ma il merito degl'immediati
suoi genitori, gli onori e le ricchezze loro rendevano Antemio uno de'
più illustri privati dell'Oriente. Procopio suo padre ottenne, dopo
essere stato ambasciatore in Persia, il grado di Generale e di Patrizio,
ed il nome d'Antemio gli veniva dall'avo materno, celebre Prefetto, che
difese con tant'abilità e successo i principi del regno di Teodosio. Il
nipote del Prefetto fu innalzato sopra la condizione di suddito privato
mercè del suo matrimonio con Eufemia figlia dell'Imperator Marciano.
Questa splendida parentela, che avrebbe potuto dispensare dalla
necessità del merito, affrettò la promozione d'Antemio alle successive
dignità di Conte, di Generale, di Console e di Patrizio; ed il merito o
la fortuna di esso gli procurarono gli onori di una vittoria, che si
ottenne sulle rive del Danubio contro degli Unni. Senz'abbandonarsi ad
una stravagante ambizione, poteva il genero di Marciano sperare d'esser
suo successore; ma Antemio soffrì con coraggio e pazienza che altri gli
succedesse; ed il seguente suo innalzamento fu generalmente approvato
dal pubblico, che lo stimò degno di regnare fino al momento, che salì
sul trono[847]. L'Imperatore Occidentale partì da Costantinopoli
accompagnato da più Conti di gran qualità e da un corpo di guardie quasi
eguale nella forza e nel numero ad una regolare armata: esso entrò in
Roma in trionfo, e la scelta di Leone fu confermata dal Senato, dal
Popolo e da' Barbari confederati d'Italia[848]. La solenne inaugurazione
d'Antemio fu seguita dalle nozze della sua figlia col Patrizio Ricimero;
fortunato avvenimento, che si risguardò come la più stabile sicurezza
dell'unione e della felicità dello Stato. Si ostentò magnificamente la
ricchezza de' due Imperi; e molti Senatori si rovinarono affatto per
mascherare con un dispendioso sforzo la lor povertà. Fu sospeso nel
tempo di questa festa qualunque affare serio; si chiusero i Tribunali;
le strade di Roma, i Teatri, e tutti i luoghi sì pubblici che privati
risuonavano di canti nuziali, e di danze; e la Sposa Reale vestita di
abiti di seta con una corona in capo fu condotta al palazzo di Ricimero,
che aveva cangiato la sua veste militare con quella di Console, e di
Senatore. In questa memorabile occasione, Sidonio, la cui vecchia
ambizione era andata sì fatalmente a male, comparve in qualità d'Oratore
dell'Alvergna fra' Deputati provinciali, che s'indirizzarono al trono
con gratulazioni o querele[849]. Si approssimavano le calende di
Gennaio, ed il venale Poeta, che aveva lodato Avito e stimato Maioriano,
fu indotto da' suoi amici a celebrare in versi eroici la felicità, il
merito, il secondo consolato, ed i futuri trionfi dell'Imperatore
Antemio. Sidonio pronunziò con sicurezza e con plauso un panegirico, che
tuttavia sussiste; e per quanto grande fosse l'imperfezione sì del
soggetto, che dell'opera, il gradito adulatore fu immediatamente
premiato con la Prefettura di Roma: dignità, che lo collocò fra'
personaggi illustri dell'Impero, finattantochè saviamente non preferì ad
essa il più rispettabil carattere di Vescovo e di Santo[850].
I Greci ambiziosamente commendano la pietà e la fede cattolica
dell'Imperatore, ch'essi diedero all'Occidente; nè lasciano d'osservare,
che quando partì da Costantinopoli, ridusse il suo palazzo agli usi pii
di un pubblico bagno, d'una chiesa e d'un ospedale pei vecchi[851]. Pure
alcune dubbiose apparenze hanno macchiato la fama teologica d'Antemio.
Nella conversazione di Filoteo, settario Macedone, si era imbevuto dello
spirito di tolleranza religiosa; e si sarebbero potuti adunare
impunemente gli eretici di Roma, se l'ardita e veemente censura, che il
Pontefice Ilario pronunziò nella Chiesa di S. Pietro, non l'avesse
obbligato a recedere da quella inusitata indulgenza[852]. Anche gli
oscuri e deboli residui del Paganesimo concepirono vane speranze per
l'indifferenza o parzialità d'Antemio; e la singolare di lui amicizia
pel Filosofo Severo, ch'ei promosse al Consolato, fu attribuita ad un
segreto disegno di far risorgere l'antico culto degli Dei[853]. Gl'Idoli
eran ridotti in polvere: e la mitologia, che una volta era stata il
simbolo delle nazioni, era sì generalmente sprezzata, che si poteva
impiegare senza scandalo, o almeno senza sospetto dai poeti
Cristiani[854]. Pure non erano assolutamente cancellati i vestigi della
superstizione, e la festa de' Lupercali, di cui l'origine aveva
preceduta la fondazione di Roma, era tuttavia celebrata sotto il Regno
d'Antemio. I rozzi e semplici riti di essa esprimevano uno stato di
società primitivo, anteriore all'invenzione dell'agricoltura e delle
arti. Le rustiche Divinità, che presedevano a' travagli ed a' piaceri
della vita pastorale, cioè Pane, Fauno, ed il loro seguito di Satiri,
erano quali poteva creare la fantasia de' pastori, scherzose, petulanti,
e lascive; la lor potenza era limitata, e la loro malizia non dannosa.
Una capra era la vittima più adattata al carattere ed agli attributi
loro; si arrostiva la carne di essa con ispiedi di salcio; ed i
licenziosi giovani, che andavano in folla alla festa, correvano nudi pei
campi, e con istrisce di cuoio in mano comunicavano, come si supponeva,
la fecondità alle donne, ch'essi toccavano[855]. Fu eretto l'altare di
Pane, forse da Evandro l'Arcade, in un oscuro nascondiglio da un lato
del colle Palatino, bagnato da una perpetua fontana e adombrato da un
bosco che lo dominava. Una tradizione, che Romolo e Remo in quel luogo
fossero stati allattati dalla lupa, lo rendeva sempre più sacro e
venerabile agli occhi de' Romani, e quel pezzo di selva fa appoco appoco
circondato da' magnifici edifizi del Foro[856]. Dopo la conversione
della Città Imperiale, i Cristiani continuarono, nel mese di Febbraio,
l'annua celebrazione de' Lupercali, a cui essi attribuivano una segreta
e misteriosa influenza sulle naturali forze del Mondo animale e
vegetabile. I Vescovi di Roma cercavano d'abolire un uso profano, sì
contrario allo spirito del Cristianesimo; ma il loro zelo non era
sostenuto dall'autorità de' Magistrati civili; sussistè quell'inveterato
abuso fino al termine del quinto secolo, ed il Pontefice Gelasio, che
purificò la capitale dall'ultimo vestigio d'Idolatria, quietò con una
formale apologia il mormorare del Senato e del Popolo[857].
[A. 468]
L'Imperator Leone, in tutte le sue dichiarazioni pubbliche, assume
l'autorità, e professa l'affezione d'un padre verso il suo figlio
Antemio, con cui aveva diviso l'amministrazione dell'Universo[858]. La
situazione e forse il carattere di Leone lo dissuasero dall'esporre la
sua persona a travagli e pericoli della guerra Affricana. Ma si
spiegarono con vigore le forze dell'Impero Orientale per liberare
l'Italia ed il Mediterraneo da' Vandali; e Genserico, il quale aveva sì
lungamente oppresso la terra ed il mare, si vide minacciato da ogni
parte da una formidabile invasione. Si aprì la campagna con un'ardita e
fortunata impresa dal Prefetto Eraclio[859]. Furono imbarcate sotto il
suo comando le truppe dell'Egitto, della Tebaide, e della Libia; e gli
Arabi, con una quantità di cavalli e di cammelli aprirono le vie del
deserto. Eraclio sbarcò sulla costa di Tripoli, sorprese e soggiogò le
città di quella Provincia, e si preparò mediante una laboriosa marcia,
che Catone aveva eseguita anticamente[860], ad unirsi coll'armata
Imperiale sotto le mura di Cartagine. La notizia di questa perdita
estorse da Genserico qualche insidiosa ed inefficace proposizione di
pace; ma quel che vie più gli dava da pensar seriamente, era la
riconciliazione di Marcellino co' due Imperi. Quell'indipendente
Patrizio era stato indotto a riconoscere il legittimo titolo d'Antemio,
ch'esso accompagnò nel suo viaggio a Roma; la flotta Dalmata fu ricevuta
ne' porti dell'Italia; l'attivo valore di Marcellino scacciò i Vandali
dall'Isola di Sardegna; ed i languidi sforzi dell'Occidente aggiunsero
qualche peso agl'immensi preparativi de' Romani Orientali. Si è
distintamente calcolata la spesa dell'armamento navale, che Leone mandò
contro i Vandali; e quel curioso ed istruttivo ragguaglio dimostra la
ricchezza del decadente Impero. La cassa regia, o il privato patrimonio
del Principe somministrò diciassettemila libbre d'oro; altre
quarantasettemila n'esigerono e posero nell'Erario con settecentomila
d'argento i Prefetti del Pretorio. Ma le Città si ridussero ad
un'estrema miseria, e l'esatto calcolo delle pene pecuniarie, e delle
confiscazioni riguardate come un prezioso oggetto d'entrata, non
suggerisce l'idea d'una giusta o umana amministrazione. Tutta la spesa
della guerra Affricana, in qualunque maniera fosse somministrata, montò
alla somma di cento trentamila libbre d'oro, intorno a cinque milioni e
dugentomila lire sterline, in un tempo, in cui sembra, secondo il
paragone del prezzo del grano, che il valore della moneta fosse alquanto
più alto di quel che sia presentemente[861]. La flotta, che partì da
Costantinopoli per Cartagine conteneva mille e cento tredici navi, ed il
numero de' soldati e de' marinari passava i centomil'uomini. Fu affidato
a Basilisco, fratello dell'Imperatrice Vorina, l'importante comando di
essa. La moglie di Leone di lui sorella, aveva esagerato il merito delle
anteriori sue spedizioni contro gli Sciti. Ma riservavasi alla guerra
Affricana la scoperta della sua colpa, o incapacità; nè i suoi amici
poterono salvare altrimenti la militare sua riputazione, che
coll'asserire, ch'egli aveva cospirato con Aspar di risparmiar
Genserico, e di tradire l'ultima speranza dell'Impero Occidentale.
Ha dimostrato l'esperienza, che il buon successo di un invasore dipende
per lo più dal vigore, e dalla celerità delle sue operazioni. La forza e
l'attività della prima impressione si perdono coll'indugio;
insensibilmente languisce in un lontano clima la salute ed il coraggio
delle truppe; quel grande sforzo militare e navale, che forse non potrà
più replicarsi, va consumandosi quietamente; ed ogni ora, che s'impiega
nella negoziazione, avvezza il nemico a rimirare ed esaminare quei
terrori ostili, che a prima vista giudicò irresistibili. Ebbe la
formidabile flotta di Basilisco una prospera navigazione dal Bosforo
Tracio fino alla costa d'Affrica. Ei sbarcò le sue truppe al Capo di
Bona, o al promontorio di Mercurio, in distanza di circa quaranta miglia
da Cartagine[862]. L'esercito d'Eraclio e la flotta di Marcellino
raggiunsero o secondarono il Luogotenente Imperiale; ed i Vandali, che
si opponevano a' suoi progressi per mare o per terra, gli uni dopo gli
altri furono vinti[863]. Se Basilisco avesse profittato del momento
della costernazione e si fosse arditamente avanzato verso la capitale,
Cartagine avrebbe dovuto arrendersi, e sarebbesi estinto il regno de'
Vandali. Genserico vide con fermezza il pericolo, e l'evitò con la sua
antica destrezza. Ei si protestò con espressioni le più rispettose,
ch'era pronto a sottometter la propria persona ed i suoi Stati alla
volontà dell'Imperatore ma richiedeva una tregua di cinque giorni per
regolare i termini di tal sommissione; e fu generalmente creduto, che la
sua segreta liberalità contribuisse al buon successo di questa pubblica
negoziazione. In vece di ricusare ostinatamente qualunque indulgenza che
il nemico sì ardentemente chiedeva, il colpevole o credulo Basilisco
acconsentì alla fatal tregua; e parve che l'imprudente sua sicurezza
indicasse ch'egli già si considerava come il conquistatore dell'Affrica.
In questo breve intervallo, il vento divenne favorevole a' disegni di
Genserico. Egli equipaggiò le sue più grosse navi da guerra co' più
valorosi fra' Mori ed i Vandali; e queste si traevan dietro molte grosse
barche ripiene di materie combustibili. Nell'oscurità della notte furono
spinte quelle distruttive barche contro la flotta de' Romani, che non
avendo alcun sospetto non si guardavano, ma furono svegliati dal
sentimento del presente loro pericolo. L'ordine stretto, e la folla, in
cui si trovavano, secondò il progresso del fuoco, che si comunicava con
rapida irresistibil violenza; ed il romore del vento, lo strepito delle
fiamme, le dissonanti grida de' soldati e de' marinari, che non potevano
nè comandare nè ubbidire, accrebber l'orrore del notturno tumulto.
Mentre cercavano di liberarsi delle navi incendiarie, e di salvare
almeno una parte della flotta, gli assaltarono le Galere di Genserico
con regolare e disciplinato valore, e molti Romani, che fuggivano il
furor delle fiamme, furono presi o distrutti da' Vandali vittoriosi. Fra
gli avvenimenti di quella disastrosa notte, l'eroico, o piuttosto
disperato coraggio di Giovanni, uno de' principali ufiziali di
Basilisco, ha tolto il suo nome dall'obblivione. Quando fu quasi
consumata la sua nave, che egli aveva bravamente difesa, si gettò armato
nel mare, sdegnosamente ricusò la stima e la pietà di Genso, figlio di
Genserico, che lo stimolava ad accettare un onorevol soccorso, e si
sommerse nelle onde, gridando coll'ultimo suo respiro, ch'egli non
sarebbe mai caduto vivo nelle mani di quegli empj cani. Basilisco,
ch'era in un posto molto lontano dal pericolo, mosso da uno spirito ben
differente, vergognosamente fuggì al principio della mischia, tornò a
Costantinopoli con la perdita di più della metà delle navi e
dell'esercito, e si riparò nel santuario di S. Sofia, finattantochè la
Sorella non gli ebbe ottenuto dallo sdegnato Imperatore, con le lacrime
e con le preghiere, il perdono. Eraclio si ritirò nel deserto;
Marcellino andò in Sicilia, dove fu assassinato, forse ad istigazione di
Ricimero, da uno de' propri suoi capitani; ed il Re de' Vandali dichiarò
la sua maraviglia e compiacenza, che i Romani medesimi avessero tolto
dal Mondo i suoi più formidabili avversari[864]. L'esito infelice di
questa grande spedizione fece sì che Genserico diventò di nuovo il
tiranno del mare: le coste dell'Italia, della Grecia e dell'Asia si
trovarono di nuovo esposte alla sua vendetta ed avarizia; tornarono alla
sua ubbidienza Tripoli e la Sardegna; aggiunse la Sicilia al numero
delle sue Province; e prima di morire, giunto al colmo degli anni e
della gloria, vide l'ultima estinzione dell'Impero dell'Occidente[865].
[A. 462-472]
Nel lungo ed attivo suo regno, il Monarca Affricano aveva diligentemente
coltivato l'amicizia de' Barbari dell'Europa, per poterne impiegare le
armi in opportune ed efficaci diversioni contro i due Imperi. Dopo la
morte d'Attila, rinnovò la sua alleanza co' Visigoti della Gallia; ed i
figli di Teodorico il Vecchio, che regnarono l'un dopo l'altro su quella
guerriera nazione restarono facilmente persuasi dal sentimento
d'interesse a dimenticare il crudele affronto, che Genserico aveva fatto
alla loro sorella[866]. La morte dell'Imperator Majoriano liberò
Teodorico II dal freno del timore, e forse dell'onoratezza; egli violò
il trattato fatto recentemente co' Romani; e l'ampio territorio di
Narbona, che stabilmente unì a' suoi Stati, divenne il premio immediato
della sua perfidia. La privata politica di Ricimero l'incoraggì ad
invadere le Province possedute da Egidio, suo rivale; ma l'attivo Conte
mediante la difesa d'Arles e la vittoria d'Orleans salvò la Gallia, e
contenne durante la sua vita il progresso de' Visigoti. Si riaccese
tosto la loro ambizione, e fu concepito e quasi condotto a termine, il
disegno d'estinguere il Romano Impero nella Spagna e nella Gallia, sotto
il regno d'Enrico, il quale assassinò Teodorico suo fratello; e
dimostrò, unitamente ad un'indole più selvaggia, maggiore abilità sì in
pace che in guerra. Passò i Pirenei alla testa d'un numeroso esercito,
soggiogò le città di Saragozza e di Pamplona, vinse in battaglia i
nobili guerrieri della Provincia Tarragonese, portò le vittoriose sue
armi nel cuore della Lusitania e permise agli Svevi di ritenere il regno
della Gallicia, sottoposto alla Gotica Monarchia di Spagna[867]. Gli
sforzi d'Enrico non furono meno vigorosi, o di minor successo nella
Gallia; ed in tutto quel tratto di paese, che, s'estende da' Pirenei al
Rodano ed alla Loira le sole città o Diocesi del Berry e dell'Alvergna
ricusarono di conoscerlo per loro Signore[868]. Gli abitanti
dell'Alvergna sostennero nella difesa di Clermont, loro principal città,
con inflessibile fermezza la guerra, la peste, e la fame, ed i Visigoti
abbandonandone l'inutile assedio, sospesero le speranze di
quell'importante conquista. La gioventù della Provincia era animata
dall'eroico e quasi incredibil valore d'Ecdicio, figlio dell'Imperatore
Avito[869], che fece una disperata sortita con soli diciotto cavalli,
attaccò arditamente l'armata Gotica, e dopo aver fatto una volante
scaramuccia, si ritirò salvo e vittorioso dentro le mura di Clermont. La
carità uguagliava il coraggio di esso: in tempo di un'estrema carestia
si nutrivano a sue spese quattromila poveri; e di privata sua autorità
levò un esercito di Borgognoni per liberare l'Alvergna. Solo dalle sue
virtù i fedeli cittadini della Gallia traevano qualche speranza di
salute o di libertà; ed eziandio tali virtù non furono sufficienti ad
impedire l'imminente rovina della lor patria, poichè essi erano ansiosi
d'apprendere dall'autorità ed esempio di lui, se dovevan preferire
l'esilio o la servitù[870]. Si era perduta la fiducia nella pubblica
forza; erano esausti i mezzi dello Stato; ed i Galli avevan pur troppo
ragione di credere, che Antemio, che regnava in Italia, fosse incapace
di difendere gli angustiati suoi sudditi di là dalle alpi. Non potè il
debole Imperatore procurare per difesa loro, che l'opera di dodicimila
ausiliari Britanni. Riotamo, uno degl'indipendenti Re, o Capitani
dell'Isola, fu indotto a trasferir le sue truppe nel continente della
Gallia; ei rimontò la Loira, e piantò il suo quartiere nel Berry, dove
il Popolo si dolse di questi gravosi alleati; finattantochè non furono
distrutti o dispersi dalle armi de' Visigoti[871].
[A. 468]
Uno degli ultimi atti di giurisdizione, ch'esercitasse il Senato Romano
sopra i suoi sudditi della Gallia, fu il processo, e la condanna
d'Arvando, Prefetto del Pretorio. Sidonio, che si rallegra di vivere
sotto un regno, in cui era permesso di compassionare e d'assistere un
reo di Stato, ha esposto con libertà e pateticamente le colpe
dell'indiscreto ed infelice suo amico[872]. I pericoli, che Arvando
aveva evitati, gli ispirarono ardire, piuttosto che senno; ed era di tal
sorta la varia, quantunque uniforme, imprudenza del suo contegno, che
dee comparir molto più sorprendente la prosperità, che la caduta di
esso. La seconda Prefettura, che ottenne dentro il termine di cinque
anni, distrusse il merito e la popolarità della sua precedente
amministrazione. La facile sua natura fu corrotta dall'adulazione, ed
esacerbata dall'opposizione; e fu costretto a soddisfare gl'importuni
suoi creditori con le spoglie della Provincia; la sua capricciosa
insolenza offese i nobili della Gallia, e cadde sotto il peso dell'odio
pubblico, per un ordine, che indicava la sua disgrazia; fu citato a
giustificare la sua condotta avanti al Senato; ed egli passò il mar di
Toscana con un vento favorevole; presagio, com'egli vanamente
s'immaginava, delle sue future fortune. Si osservò sempre un decente
rispetto pel grado prefettoriale; ed al suo arrivo in Roma Arvando fu
commesso all'ospitalità, piuttosto che alla custodia, di Flavio Ascelo,
Conte delle sacre largizioni, che abitava nel Campidoglio[873]. Agirono
ardentemente contro di esso i suoi accusatori, vale a dire i quattro
Deputati della Gallia, ch'eran tutti distinti per la nascita, per le
dignità, o per l'eloquenza loro. In nome d'una gran Provincia, e secondo
la formalità della Giurisprudenza Romana, intentarono un'azione civile e
criminale, richiedendo una restituzione tale, che potesse compensare le
perdite degl'individui, ed un tal gastigo, che soddisfar potesse la
giustizia dello Stato. Le accuse, che gli davano la corrotta
oppressione, erano numerose e di peso, ma ponevano la segreta loro
fiducia in una lettera, ch'essi avevano intercettato, e che potevan
provare, mediante la testimonianza del suo segretario, esser stata
dettata da Arvando medesimo. Sembrava, che l'autore di questa lettera
dissuadesse il Re de' Goti dalla pace coll'Imperator -Greco-: ei
suggeriva d'attaccare i Brettoni sulla Loira; e commendava una divisione
della Gallia, secondo il Gius delle Genti, fra i Visigoti ed i
Borgognoni[874]. Questi perniciosi disegni che solo un amico poteva
palliare co' nomi di vanità e d'indiscrezione, potevano interpretarsi
come tradimenti, ed i Deputati avevano artificiosamente risoluto di non
produrre le loro più formidabili armi fino al momento della decisione
della causa. Ma lo zelo di Sidonio scoprì le loro intenzioni. Esso
immediatamente avvisò del pericolo il reo, che nulla di ciò sospettava;
e sinceramente compianse, senza irritamento veruno, la superba
presunzione d'Arvando, che rigettava, ed anche si stimava offeso de'
salutari avvisi de' suoi amici. Non conoscendo Arvando la sua real
situazione, compariva nel Campidoglio con le vesti bianche di un
candidato, accettava indistintamente i saluti e l'esibizioni, osservava
le botteghe de' mercanti, i drappi e le gemme, ora coll'indifferenza
d'un semplice spettatore, ed ora coll'attenzione d'uno che vuol
comprare; e si doleva de' tempi, del Senato, del Principe e delle
dilazioni de' Tribunali. Ma presto si tolsero di mezzo le sue querele.
Fu fissata in una mattina di buon'ora la decisione della sua causa; ed
Arvando comparve co' suoi accusatori avanti ad una numerosa adunanza del
Senato Romano. Il tristo abito, ch'essi affettarono eccitò la
compassione de' Giudici, che furono scandalizzati dalla gaia e splendida
veste del loro avversario; e quando il Prefetto Arvando, insieme col
primo fra' Deputati Gallici, andarono a prendere i loro posti sopra le
sedie Senatorie, fu osservato nel loro contegno l'istesso contrasto
d'orgoglio e di modestia. In questo memorabil giudizio, che
rappresentava una viva immagine dell'antica Repubblica, i Galli esposero
con forza e libertà gli aggravi della Provincia; e tosto che gli animi
dell'udienza furono sufficientemente infiammati, recitarono la fatal
lettera. L'ostinazione d'Arvando si fondava sulla strana supposizione,
che un suddito non si potesse convincere di tradimento, a meno che non
avesse veramente tentato di prender la porpora. Alla lettura di quel
foglio esso più volte ad alta voce confessò esser quello veramente stato
composto da lui; e la sua sorpresa fu uguale al suo spavento, quando per
unanime opinione del Senato fu dichiarato reo di delitto capitale. Fu
per ordine di esso degradato dal posto di Prefetto all'oscura condizion
di plebeio, ed ignominiosamente tratto da' servi alla pubblica prigione.
Dopo il termine di quindici giorni fu convocato di nuovo il Senato per
pronunziar la sentenza di morte contro di lui, ma mentre aspettava esso
nell'Isola d'Esculapio, che spirassero i trenta giorni, accordati da
un'antica legge a' malfattori più vili[875], i suoi amici s'interposero
in suo favore; l'Imperatore Antemio cedè, ed il Prefetto della Gallia
ottenne la pena più mite della confiscazione e dell'esilio. Le colpe
d'Arvando poteron meritare la compassione; ma l'impunità di Seronato
accusava la giustizia della Repubblica, finattantochè non fu condannato
sulle querele del Popolo dell'Alvergna ed eseguitane la sentenza. Questo
scellerato Ministro, il Catilina del suo secolo e della sua Patria,
teneva una segreta corrispondenza co' Visigoti, per tradir la Provincia,
che opprimeva: si esercitava continuamente la sua industria
nell'investigare nuove tasse, e falli già dimenticati; e gli stravaganti
suoi vizi avrebbero inspirato del disprezzo se non avessero eccitato il
timore e l'abborrimento[876].
[A. 471]
Tali rei non erano al di sopra delle forze della giustizia; ma per
quanto Ricimero fosse colpevole, questo potente Barbaro era capace di
combattere o di entrare in trattato col Principe, di cui aveva
condisceso ad accettare la parentela. Il regno pacifico e prospero, che
Antemio aveva promesso all'Occidente, s'oscurò ben tosto per la
disgrazia e per la discordia. Ricimero, temendo o non potendo soffrire
un superiore, si ritirò da Roma, e pose la sua residenza in Milano;
situazione vantaggiosa per invitare o per richiamare le guerriere tribù,
che abitavano fra le alpi e il Danubio[877]. L'Italia fu appoco appoco
divisa in due regni indipendenti e nemici; ed i nobili della Liguria,
che tremavano all'approssimarsi d'una guerra civile, si prostrarono a'
piedi del Patrizio, e lo scongiurarono a risparmiare l'infelice loro
paese. «Quanto a me (rispose Ricimero in tuono d'insolente moderazione)
io son sempre disposto ad abbracciar l'amicizia del Galata[878]; ma chi
vorrà intraprendere d'acquietarne lo sdegno, o di mitigarne l'orgoglio,
che sempre cresce a misura della nostra sommissione?» Essi
l'informarono, che Epifanio, Vescovo di Pavia[879], univa la saviezza
del serpente coll'innocenza della colomba, e sembrava che confidassero
che l'eloquenza di tale ambasciatore sarebbe prevalsa all'opposizione
più forte dell'interesse, o della passione. Fu approvata la
raccomandazione loro, ed Epifanio, prendendo l'umano uffizio di
mediatore, si portò senza indugio a Roma, dove fu ricevuto con gli onori
dovuti al suo merito ed alla sua riputazione. Può facilmente supporsi
l'orazione d'un Vescovo in favor della pace: dimostrò egli, che in
qualunque possibile circostanza il perdono delle ingiurie è sempre un
atto di misericordia, o di magnanimità o di prudenza, ed ammonì
seriamente l'Imperatore ad evitare una contesa con un fiero Barbaro, che
avrebbe potuto esser fatale a se stesso, e che doveva esser rovinosa pei
suoi Stati. Antemio riconobbe la verità delle sue massime, ma sentiva
con alto dispiacere e sdegno la condotta di Ricimero; e la passione
diede eloquenza ed energia al suo discorso. «Quali favori (esclamò egli
ardentemente) abbiamo noi ricusato a quest'ingrato? Quali torti non
abbiamo sofferti? Senza riguardo alla maestà della porpora, diedi la mia
figlia ad un Goto, sacrificai il mio proprio sangue alla salvezza della
Repubblica. La liberalità, che avrebbe dovuto assicurarmi l'attaccamento
eterno di Ricimero, l'ha inasprito contro il suo benefattore. Quali
guerre non ha egli eccitato contro l'Impero? Quante volte ha instigato
ed assistito il furore delle nemiche nazioni? E dovrò adesso accettare
la perfida sua amicizia? Posso io sperare, che rispetterà i vincoli di
un trattato quegli, che ha già violato i doveri di figlio?» Ma l'ira
d'Antemio si svaporò in queste patetiche esclamazioni; esso cedè appoco
appoco alle proposizioni d'Epifanio; ed il Vescovo tornò alla sua
Diocesi con la soddisfazione d'aver restituito la pace all'Italia,
mediante una riconciliazione[880], della sincerità e continuazion della
quale si aveva ragione di sospettare. La clemenza dell'Imperatore fu
estorta per la sua debolezza; e Ricimero sospese i suoi ambiziosi
disegni, finattantochè non avesse preparato segretamente le macchine,
con le quali risolvè di rovesciare il trono d'Antemio. Allora mise da
parte la maschera della pace e della moderazione. L'esercito di Ricimero
ebbe un numeroso rinforzo di Borgognoni e di Svevi Orientali: egli negò
qualunque obbedienza all'Imperator Greco, marciò da Milano alle porte di
Roma, e posto il campo sulle rive dell'Anio, impazientemente aspettava
l'arrivo d'Olibrio, suo imperial candidato.
[A. 472]
Il Senatore Olibrio, della famiglia Anicia, poteva stimar se stesso il
legittimo erede dell'Impero Occidentale. Aveva egli sposato Placidia
figlia minore di Valentiniano, dopo che fu restituita da Genserico, il
quale riteneva sempre Eudossia di lei sorella, come moglie, o piuttosto
come schiava del suo figlio. Il Re de' Vandali sosteneva, con le minacce
e con le sollecitazioni, le speciose pretensioni del suo Romano alleato;
ed assegnava come uno de' motivi della guerra il rifiuto, che faceva il
Senato ed il Popolo di riconoscere il legittimo loro Principe, e
l'indegna preferenza che avevan dato ad uno straniero[881]. L'amicizia
del nemico pubblico avrebbe potuto rendere Olibrio sempre più odioso
agl'Italiani; ma quando Ricimero meditò la rovina dell'Imperatore
Antemio, tentò, coll'offerta d'un diadema, il candidato, che poteva
giustificar la sua ribellione con un nome illustre, e con una regale
alleanza. Il marito di Placidia, il quale aveva avuto, come la maggior
parte de' suoi antenati, la dignità consolare, avrebbe potuto continuare
a godere una sicura e splendida fortuna, pacificamente restando in
Costantinopoli; nè sembra, che fosse tormentato da tal genio, che non
può in altro divertirsi o occuparsi, che nell'amministrazion d'un
Impero. Ciò non ostante Olibrio cedè alle importunità de' suoi amici e
forse della sua moglie; gettossi temerariamente nei pericoli e nelle
calamità d'una guerra civile; e con la segreta approvazione
dell'Imperator Leone, accettò la porpora Italiana, che si dava, e si
toglieva secondo il capriccioso volere d'un Barbaro. Egli sbarcò senza
ostacolo (poichè Genserico era padrone del mare) o a Ravenna, o al porto
d'Ostia, ed immediatamente portossi al campo di Ricimero, dove fu
ricevuto come il Sovrano del Mondo Occidentale[882].
[A. 472]
Il Patrizio, che aveva occupato i ponti dall'Anio fino al ponte Milvio,
già possedeva due quartieri di Roma, il Vaticano ed il Gianicolo, che il
Tevere separa dal resto della città[883]; e si può congetturare, che
un'assemblea di patteggianti Senatori, imitasse nella scelta d'Olibrio
le formalità d'una legittima elezione. Ma il corpo del Senato e del
Popolo era fermo in favore d'Antemio; ed il più efficace sostegno
d'un'armata Gotica lo pose in grado di prolungare il suo regno, e la
calamità pubblica mediante la resistenza di tre mesi, che produsse i
mali, che sogliono accompagnarla, della carestia e della peste.
Finalmente Ricimero diede un furioso assalto al ponte d'Adriano, o di S.
Angelo: e quello stretto passo fu difeso con ugual valore da' Goti, fino
alla morte di Gilimero lor capitano. Allora le truppe vittoriose,
atterrando qualunque riparo, corsero con irresistibil violenza nel cuore
della città, e Roma (se possiamo far uso delle parole d'un Papa
contemporaneo) fu rovinata dal furore civile d'Antemio, e di
Ricimero[884]. Lo sfortunato Antemio fu tratto dal suo nascondiglio e
crudelmente ucciso per ordine del suo genero; il quale aggiunse così un
terzo, e forse un quarto Imperatore al numero delle sue vittime. I
soldati, che univano la rabbia di faziosi cittadini co' selvaggi costumi
di Barbari, si lasciarono senza ritegno usar la licenza della rapina, e
della strage; la folla degli schiavi e de' plebei, che non erano
interessati nel fatto, potè sol guadagnare nell'indistinto saccheggio, e
l'aspetto della città dimostrava uno strano contrasto di una somma
crudeltà, e d'una assoluta intemperanza[885]. Quaranta giorni dopo
questo calamitoso fatto, soggetto non di gloria, ma di colpa, l'Italia
fu liberata, mediante una penosa malattia del tiranno Ricimero, che
lasciò il comando della sua armata a Gundobaldo suo nipote, uno de'
Principi dei Borgognoni. Nel medesimo anno uscirono dal teatro tutti i
principali attori di questa grande rivoluzione; e tutto il regno
d'Olibrio, di cui la morte non dimostra verun sintomo di violenza,
riducesi allo spazio di sette mesi. Lasciò egli una figlia nata dal suo
matrimonio con Placidia, e la famiglia del Gran Teodosio trapiantata
dalla Spagna in Costantinopoli si propagò nella linea femminina fino
all'ottava generazione[886].
[A. 472-475]
Mentre il trono vacante d'Italia era in arbitrio dei Barbari, che non
conoscevano alcuna legge[887], nel Consiglio di Leone seriamente si
trattava dell'elezione d'un nuovo Collega. L'Imperatrice Verina,
cercando di promuovere la grandezza della propria famiglia, aveva dato
per moglie una delle sue nipoti a Giulio Nipote che successe a
Marcellino, suo zio, nella sovranità della Dalmazia, patrimonio più
solido che il titolo, ch'esso fu indotto ad accettare, d'Imperatore
dell'Occidente. Ma i passi della Corte Bizantina furono sì languidi ed
irresoluti, che passaron più mesi dopo la morte d'Antemio, ed anche dopo
quella d'Olibrio, prima che il successore, ad essi destinato, potesse
mostrarsi con una rispettabile forza agl'Italiani suoi sudditi. In
questo frattempo, fu investito della porpora Glicerio, oscuro soldato,
da Gundobaldo suo protettore; ma il Principe di Borgogna non ebbe forza
o volontà di sostener la sua nomina con una guerra civile; la domestica
sua ambizione lo richiamò di là dalle alpi[888], e fu permesso al suo
cliente di cambiare lo scettro Romano col Vescovato di Salona. Tolto di
mezzo questo competitore, l'Imperator Nipote fu riconosciuto dal Senato,
dagl'Italiani, e da' Provinciali della Gallia; altamente si celebrarono
le morali virtù, ed i talenti militari di esso, e quelli, che trassero
qualche privato vantaggio dal suo governo, annunziarono in profetico
stile la restaurazione della pubblica felicità[889]. Le loro speranze
(se pur tali speranze vi furono) restaron confuse nel termine d'un solo
anno; ed il trattato di pace, con cui fu ceduta l'Alvergna a' Visigoti è
l'unico avvenimento di questo breve ed ignobile regno. Furon sagrificati
dall'Imperatore Italiano i più fedeli sudditi della Gallia alla speranza
d'una sicurezza domestica[890]; ma fu turbato ben tosto il suo riposo da
una furiosa sedizione de' Barbari confederati che, sotto il comando
d'Oreste lor Generale, si posero in piena marcia da Roma a Ravenna.
Nipote tremò all'avvicinarsi di essi; ed, in vece d'affidarsi
giustamente alla fortezza di Ravenna, precipitosamente fuggì alle sue
navi, e si ritirò al suo Principato della Dalmazia sull'opposto lido
dell'Adriatico. Mediante questa vergognosa abdicazione, egli prolungò la
sua vita circa cinque anni in una situazione molto ambigua fra quella
d'Imperatore e d'esule, finattantochè fu assassinato a Salona
dall'ingrato Glicerio, che fu trasferito forse in premio del suo delitto
all'Arcivescovato di Milano[891].
[A. 475]
Le nazioni, che si eran dichiarate indipendenti dopo la morte d'Attila,
si stabilirono, per diritto di possesso o di conquista, nelle illimitate
regioni poste a settentrione del Danubio, o nelle Province Romane fra
quel fiume e le alpi. Ma la più valorosa lor gioventù si arrolava
nell'armata de' -confederati-, che faceva la difesa ed il terror
dell'Italia[892]; ed in questa promiscua moltitudine sembra, che
predominassero i nomi degli Eruli, degli Scirri, degli Alani, de'
Turcilingi, e de' Rugi. Oreste,[893] figlio di Tatullo, e padre
dell'ultimo Imperatore dell'Occidente, imitò l'esempio di questi
guerrieri. Oreste di cui già si è fatta menzione in questa Storia, non
aveva mai abbandonato il proprio paese. La nascita, e le ricchezze di
esso lo renderono uno de' più illustri soggetti della Pannonia. Quando
fu ceduta agli Unni quella Provincia, egli entrò al servizio d'Attila,
suo legittimo Sovrano, ottenne l'ufizio di suo Segretario, e fu mandato
più volte ambasciatore a Costantinopoli per rappresentar la persona e
significare i comandi dell'imperioso Monarca. La morte di quel
conquistatore lo rimise in libertà; ed Oreste potè onorevolmente
ricusare tanto di seguire i figli d'Attila ne' deserti della Scizia,
quanto d'obbedire agli Ostrogoti, che avevan usurpato il dominio della
Pannonia. Ei preferì di servire i Principi Italiani che succederono a
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