dirigevano la solenne processione, e regolavan le cerimonie dell'annua
solennità. I tre Flamini di Giove, di Marte e di Quirino si
risguardavano come i particolari ministri delle tre più potenti
Divinità, che vigilavano sul destino di Roma e dell'Universo. Il Re dei
sacrifizi rappresentava la persona di Numa e dei suoi successori nelle
religiose funzioni, che non si potevano eseguire se non da mani Reali.
Le confraternite de' Salj, dei Lupercali ec. praticavano tali riti, che
avrebbero eccitato riso e disprezzo in qualunque persona ragionevole,
con la viva fiducia di attirarsi il favore degli Dei immortali. La
autorità, che i Sacerdoti Romani avevano anticamente avuto nei consigli
della Repubblica, fu appoco appoco abolita per lo stabilimento della
Monarchia, e per la mutazione della sede Imperiale. Ma era tuttavia
protetta dalle leggi e dai costumi del paese la dignità del sacro loro
carattere; e sempre continuavano, specialmente il collegio dei
Pontefici, ad esercitare nella capitale, ed alle volte nelle Province, i
diritti della loro ecclesiastica e civile Giurisdizione. Le loro vesti
di porpora, i cocchi di parata, ed i sontuosi loro trattamenti
attraevano l'ammirazione del popolo; e dalle sacre terre non meno che
dal pubblico erario tiravano un ampio stipendio, che abbondantemente
serviva a sostenere lo splendore del Sacerdozio e tutte le spese del
Culto religioso dello Stato. Siccome il servizio dell'altare non era
incompatibile col comando degli eserciti, i Romani, dopo i lor consolati
e trionfi, aspiravano ai posti di Pontefici o di Auguri; gli impieghi di
Cicerone[570] e di Pompeo nel quarto secolo erano occupati dai membri
più illustri del Senato; e la dignità della lor nascita rifletteva uno
splendore più grande sul carattere Sacerdotale. I quindici Sacerdoti,
che componevano il collegio dei Pontefici, avevano un grado più distinto
come compagni del loro Sovrano; e gl'Imperatori Cristiani condiscesero
ad accettare la veste e le insegne proprie del Sommo Pontificato. Ma
quando salì sul trono Graziano, più scrupoloso o più illuminato egli
rigettò vigorosamente quei simboli profani[571], applicò all'uso dello
Stato o della Chiesa le rendite de' Sacerdoti e delle Vestali, abolì gli
onori e le immunità loro, e sciolse l'antica fabbrica della
superstizione Romana, che era sostenuta dalle opinioni e dall'abitudine
di undici secoli. Il Paganesimo era sempre la religione costitutiva del
Senato. La sala o il tempio, in cui si adunava, era ornato dalla statua
e dall'altare della Vittoria[572], che rappresentava una maestosa donna
collocata sopra un globo con larghe vesti, con ali stese e con una
corona di alloro in mano[573]. I Senatori solevan giurare sull'altar
della Dea d'osservare le leggi dell'Imperatore e dell'Impero; ed una
solenne offerta di vino e d'incenso era l'ordinario principio dello loro
pubbliche deliberazioni[574]. La remozione di questo antico monumento
era l'unica ingiuria, che Costanzo avea fatto alla superstizione de'
Romani. L'altare della Vittoria fu ristabilito da Giuliano, da
Valentiniano tollerato, ed un'altra volta bandito dal Senato per lo zelo
di Graziano[575]. Pure l'Imperatore avea risparmiato le statue degli
Dei, che erano esposte alla pubblica venerazione: tuttavia sussistevano
quattrocento ventiquattro tempj, o cappelle per soddisfare la devozione
del popolo; ed in ogni quartiere di Roma era offesa la delicatezza dei
Cristiani dal fumo dei sacrifizi idolatrici[576].
[A. 384]
Ma i Cristiani facevano la minor parte del Senato di Roma[577]; e non
poterono esprimere che con la loro assenza la disapprovazione dei
legittimi, quantunque profani, atti del maggior partito Pagano. In
quell'assemblea le morte ceneri della libertà per un momento si
ravvivarono, ed infiammate furono dal soffio del fanatismo. Si
mandarono, l'una dopo l'altra, quattro rispettabili Deputazioni alla
Corte Imperiale[578] per rappresentar le querele del Sacerdozio e del
Senato, e per sollecitar la restaurazione dell'altare della Vittoria.
S'affidò la condotta di quest'importante affare all'eloquente
Simmaco[579], ricco e nobile Senatore, che univa il sacro carattere di
Pontefice e d'Augure con le dignità civili di Proconsole dell'Affrica e
di Prefetto di Roma. Era il petto di Simmaco animato dal più ardente
zelo per la causa del Paganesimo spirante; ed i religiosi di lui
antagonisti compiangevano in esso l'abuso dall'ingegno e l'inefficacia
delle morali virtù[580]. L'oratore, la domanda del quale all'Imperatore
Valentiniano tuttavia sussiste, sapeva le difficoltà ed il pericolo
dell'uffizio che s'era addossato. Egli evitò con cautela ogni argomento,
che potesse apparir relativo alla religione del suo Sovrano; umilmente
dichiarò, che le uniche sue armi eran le preghiere e le suppliche; e
trasse le sue ragioni artificiosamente dalle scuole della rettorica
piuttosto che da quelle della filosofia. Simmaco procurò di sedurre
l'immagine del giovane Principe con lo spiegar gli attributi della Dea
della Vittoria; egli insinuò che la confiscazione delle rendite dedicate
al servizio degli Dei, era un ordine indegno del generoso e
disinteressato carattere dell'Imperatore; e sostenne, che i sacrifizi
Romani sarebbero stati privi della forza ed energia loro, se non si
fossero più celebrati a spese ed in nome della Repubblica. Anche lo
scetticismo stesso potè somministrare un'apologia alla superstizione. Il
grande ed incomprensibil -segreto- dell'universo, egli diceva, elude le
ricerche dell'uomo. Dove non può istruire la ragione, si può permettere
che guidi l'uso; e sembra che ogni nazione segua i dettami della
prudenza, mediante un fedele attaccamento a quei riti ed a quelle
opinioni, che hanno ricevuto l'approvazione dei secoli. Se quei secoli
si son veduti coronati di gloria e di prosperità, se il devoto popolo ha
frequentemente ottenuto i benefizi, che ha domandato agli altari degli
Dei, dee sembrare sempre più prudente consiglio quello di persistere
nella medesima pratica salutare, senza correr gl'ignoti rischi, che
posson seguire una precipitosa innovazione. Fu applicato il testimonio
dell'antichità e del successo con singolar vantaggio alla Religione di
Numa; e Roma stessa, qual celeste Genio, che presedeva al destino della
città, fu introdotta dall'Oratore a difendere la propria causa avanti al
Tribunale degli Imperatori. «Egregi Principi, (dice la venerabil
Matrona) Padri della patria, abbiate compassione della mia età, che
finora è passata in un continuo corso di opere pie. Poichè non ne son io
malcontenta, permettetemi di continuar nella pratica degli antichi miei
riti. Poichè son nata libera, concedetemi di godere i miei domestici
instituti. Questa religione ha ridotto il Mondo sotto alle mie leggi.
Questi riti hanno rispinto Annibale dalla città, ed i Galli dal
Campidoglio. Era la mia canuta chioma riserbata a tal intollerabil
disgrazia? Ignoro il nuovo sistema, che mi si vuol fare adottare; ma son
bene sicura, che la correzione della vecchiezza è sempre un uffizio
ingrato ed ignominioso[581]». I timori del popolo supplivano a quel che
la discrezione dell'oratore avea soppresso; e le calamità che
affliggevano e minacciavano il decadente Impero, venivano dai Pagani
concordemente imputate alla nuova religione di Cristo e di Costantino.
Ma le speranze di Simmaco restaron più volte deluse dalla ferma e destra
opposizione dell'Arcivescovo di Milano, che fortificò gli Imperatori
contro la fallace eloquenza dell'Avvocato di Roma. In questa
controversia, Ambrogio condiscende a parlar da filosofo, e a domandare
con qualche disprezzo, perchè si credesse necessario d'introdurre
un'immaginaria ed invisibile potestà, come causa di quelle vittorie, che
sufficientemente si poteano spiegare col valore e con la disciplina
delle legioni? Giustamente deride l'assurda reverenza per l'antichità,
che non poteva produrre altro effetto che quello di scoraggiare i
progressi delle arti, e far ricadere il genere umano nella sua
originaria barbarie. Quindi a grado a grado innalzandosi ad un più
sublime e teologico tuono, pronunzia che il solo Cristianesimo contiene
la dottrina di verità e di salute, e che ogni sorta di politeismo
conduce i suoi delusi seguaci per la via dell'errore all'abisso della
eterna perdizione[582]. Argomenti di tal sorta, suggeriti da un Vescovo
favorito, avean forza d'impedire la restaurazione dell'altare della
Vittoria; ma i medesimi argomenti cadevano con molto maggior energia ed
effetto dalla bocca d'un conquistatore, e gli Dei dell'antichità furon
tratti in trionfo dietro al cocchio di Teodosio[583]. In una piena
adunanza del Senato, l'Imperatore, secondo le formalità della
Repubblica, propose l'importante questione, se il culto di Giove, o
quello di Cristo formar dovesse la Religione dei Romani. La libertà dei
voti, che egli affettava di concedere, fu tolta dalle speranze e dai
timori, che inspirava la sua presenza; e l'arbitrario esilio di Simmaco
era una recente ammonizione, che poteva essere pericoloso l'opporsi ai
desiderj del Monarca. Fattasi una regolar divisione del Senato, Giove
restò condannato e degradato pel parere d'una pluralità di voti; ed è
piuttosto sorprendente, che vi si trovassero alcuni membri tanto arditi
da dichiarare, coi loro discorsi e suffragi, che essi eran sempre
attaccati agli interessi d'una ripudiata Divinità[584]. La precipitosa
conversione del Senato si deve attribuire a motivi o soprannaturali o
sordidi, e molti di questi ripugnanti proseliti dimostrarono, ad ogni
favorevole occasione, la segreta loro tendenza a gettar via la maschera
dell'odiosa dissimulazione. Ma si confermarono essi appoco appoco nella
nuova religione, a misura che la causa dell'antica diveniva più
disperata; e cederono all'autorità dell'Imperatore, all'uso dei tempi,
alle preghiere delle mogli e dei figli[585], che erano instigati e
diretti dal Clero di Roma e dai Monaci dell'Oriente. L'esempio
edificante della famiglia Anicia fu tosto imitato dal resto della
nobiltà: i Bassi, i Paolini, i Gracchi abbracciarono la religion
Cristiana; ed «i luminari del Mondo, la venerabile assemblea dei Catoni»
(tali sono le ampollose espressioni di Prudenzio) «erano impazienti di
spogliarsi degli ornamenti Pontificali, di gettar via la spoglia del
vecchio serpente, di assumere le candide vesti della battesimale
innocenza, e d'umiliare l'orgoglio dei Fasci Consolari avanti alle tombe
dei Martiri[586]». I cittadini, che sussistevano con la propria
industria, e la plebe, che era sostenuta dalla pubblica liberalità,
empivan le Chiese del Laterano e del Vaticano con una continua folla di
devoti proseliti. I decreti del Senato, che condannavano il culto degli
idoli, ratificati furono dal general consenso dei Romani[587]; s'oscurò
lo splendore del Campidoglio; ed i tempj solitari furono abbandonati
alla rovina e al disprezzo[588]. Roma si sottopose al giogo
dell'evangelio; ed il suo esempio trasse le soggiogate Province che non
avevano ancor perduta la reverenza per l'autorità ed il nome di Roma.
La filiale pietà degli Imperatori medesimi gli indusse a procedere con
qualche cautela e tenerezza nella riforma dell'eterna città. Quegli
assoluti Monarchi agirono con minor riguardo verso i pregiudizi dei
Provinciali. Il pio lavoro, che dalla morte di Costanzo[589] era stato
sospeso quasi venti anni, fu vigorosamente riassunto, e finalmente
condotto a termine dallo zelo di Teodosio. Mentre questo bellicoso
Principe combatteva ancora co' Goti non per la gloria, ma per la
salvezza della Repubblica, s'arrischiò ad offendere una considerabile
parte di sudditi con certi atti, che potevano forse assicurare la
protezione del Cielo, ma che dovevano sembrar temerari ed inopportuni
agli occhi dell'umana prudenza. Il buon successo dei suoi primi
tentativi contro i Pagani diede coraggio al pio Imperatore di rinnovare
ed invigorire gli editti di proscrizione: le medesime leggi che si erano
avanti pubblicate nelle Province Orientali, furono applicate, dopo la
morte di Massimo, a tutta l'estensione dell'Impero d'Occidente; ed ogni
vittoria dell'ortodosso Teodosio contribuì al trionfo della Cristiana e
Cattolica fede[590]. Egli attaccò la superstizione nella più vitale sua
parte, col proibir l'uso dei sacrifizi, ch'ei dichiarò illeciti ed
infami: e sebbene i termini de' suoi editti, più strettamente presi,
condannassero l'empia curiosità, che esaminava le viscere delle
vittime[591], ogni successiva spiegazione tendeva ad involgere nel
medesimo delitto la general pratica d'immolare, che essenzialmente
costituiva la religione dei Pagani. Siccome i tempj erano stati eretti a
causa dei sacrifizi, era dovere d'un benefico Principe quello
d'allontanare dai sudditi la pericolosa tentazione di trasgredire le
leggi che avea stabilite. Fu data una spezial commissione a Cinegio,
Prefetto del Pretorio d'Oriente, ed in seguito ai Conti Giovio e
Gaudenzio, due riguardevoli Uffiziali nell'Occidente, in forza di cui fu
ordinato loro di chiudere i tempj, di togliere o distrugger
gl'istromenti d'idolatria, d'abolire i privilegi dei Sacerdoti, e di
confiscare i patrimoni sacri a benefizio dell'Imperatore, della Chiesa o
dell'esercito[592]. Qui avrebbe potuto aver termine la desolazione, ed i
nudi edifizi, che non erano più impiegati al servizio dell'idolatria, si
sarebber potuti difendere dalla distruttiva rabbia del fanatismo. Molti
di quei tempj erano i più belli e splendidi monumenti della Greca
Architettura; e l'Imperatore medesimo avea interesse di non oscurar lo
splendore delle sue città, nè diminuire il valore dei suoi propri beni.
Si potea permettere che sussistessero quei magnifici edifizi, come tanti
durevoli trofei della vittoria di Cristo. Nella decadenza, in cui si
trovavan le arti, si potevano utilmente convertire in magazzini, in
luoghi di manifatture o di pubbliche adunanze, e forse anche, qualora si
fossero coi sacri riti sufficientemente purificate le mura dei tempj, si
poteva concedere che il culto del vero Dio espiasse l'antico delitto
della idolatria. Ma finattantochè sussistevano, i Pagani nutrivano una
forte e segreta speranza, che una felice rivoluzione, un secondo
Giuliano potesse di nuovo ristabilire gli altari degli Dei; e l'ardore,
col quale porgevano al trono le inefficaci loro preghiere[593], accrebbe
nei riformatori Cristiani lo zelo d'estirpare senza misericordia la
radice della superstizione. Le leggi degl'Imperatori dimostrano qualche
sintomo di una disposizione più dolce[594]: ma i loro freddi e languidi
sforzi non furono sufficienti ad arrestare il corso dell'entusiasmo e
della rapina, che era diretta o piuttosto mossa dai Regolatori
spirituali della Chiesa. Nella Gallia il Santo Martino, Vescovo di
Tours[595], marciava alla testa dei fedeli suoi Monaci a distrugger
gl'idoli, i tempj, e gli alberi sacri della estesa sua Diocesi; e
nell'esecuzione di questa difficile impresa il prudente lettore
giudicherà, se Martino era sostenuto dal soccorso di miracolosa potenza,
o dalle armi corporali. Nella Siria il divino ed eccellente
Marcello[596], come l'appella Teodoreto, Vescovo animato da fervore
Apostolico, risolvè di gettare a terra i magnifici tempj, ch'erano
tuttavia nella Diocesi d'Apamea. L'arte e la solidità, con cui era stato
fabbricato il tempio di Giove, resistè all'attacco. Era situata quella
fabbrica sopra un'eminenza; da ciascheduno dei quattro lati di essa era
sostenuto il sublime tetto da quindici grosse colonne, che avevano la
circonferenza di sedici piedi: e le gran pietre, delle quali venivan
composte, erano stabilmente collegate fra loro con piombo e ferro.
Invano erasi adoperata l'opera dei più forti ed acuti strumenti. Bisognò
ricorrere all'opera di distruggere i fondamenti delle colonne, che
caddero a terra subito che furono consumati dal fuoco i pali di legno,
che per un tempo vi si eran posti; e ne vengono descritte le difficoltà
sotto l'allegoria d'un nero demonio, che ritardava, quantunque non
potesse disfare, le operazioni dei macchinisti Cristiani. Superbo della
vittoria, Marcello si portò in persona sul campo contro la Potestà delle
tenebre; marciava una copiosa truppa di soldati e di gladiatori sotto
l'Episcopale stendardo; e l'un dopo l'altro s'attaccarono i villaggi ed
i tempj di campagna della Diocesi d'Apamea. Dovunque temevasi qualche
resistenza o pericolo, il Campion della fede, che per essere storpiato
non potea fuggire, nè combattere, si poneva ad una conveniente distanza,
oltre la portata dei dardi. Ma questa prudenza divenne cagione della sua
morte: fu egli sorpreso ed ucciso da un corpo di esacerbati villani; ed
il Sinodo della Provincia senza esitare pronunziò, che il santo Marcello
aveva sacrificato la propria vita per la causa di Dio. Nel sostener
questa causa si distinsero per la diligenza e lo zelo i Monaci, che
uscirono con precipitosa furia del deserto. Meritarono essi l'inimicizia
dei Pagani; e ad alcuni di loro poterono applicarsi i rimproveri
d'avarizia e d'intemperanza: d'avarizia, che soddisfacevano col sacro
saccheggio, e d'intemperanza, alla quale si abbandonavano a spese del
popolo, che follemente ammirava in essi i laceri panni, la sonora
salmodia e l'artificial pallidezza[597]. Un piccol numero di tempj fu
protetto dai timori della venalità, dal buon gusto, o dalla prudenza dei
civili ed ecclesiastici Governatori. A Cartagine il tempio della Venere
Celeste, il sacro recinto del quale formava una circonferenza di due
miglia, fu giudiziosamente convertito in una Chiesa Cristiana[598]; ed
una simile consacrazione ha conservata intatta la maestosa cupola del
Panteon a Roma[599]. Ma in quasi tutte le Province del Mondo Romano, un
esercito di fanatici, senza autorità e senza disciplina, invase i
pacifici abitatori; e la rovina delle più belle fabbriche della
antichità tuttavia spiega le devastazioni di quei Barbari, che ebbero il
tempo e la voglia di eseguire tale faticosa distruzione.
In questo ampio e vario prospetto di demolizioni può lo spettatore
distinguere in Alessandria le rovine del tempio di Serapide[600]. Questo
non pare che sia stato uno degli Dei naturali, o de' mostri che uscirono
dal fertil suolo del superstizioso Egitto[601]. Il primo de' Tolomei
aveva ricevuto ordine in sogno di portare in Egitto quel misterioso
straniero dalla costa del Ponto, dov'era stato per lungo tempo adorato
dagli abitanti di Sinope; ma si conoscevano tanto imperfettamente gli
attributi ed il regno di esso, che divenne un soggetto di disputa, se
rappresentasse il lucido globo del giorno o il tenebroso Monarca delle
sotterranee regioni[602]. Gli Egizj, che erano attaccati ostinatamente
alla religione dei loro padri, non vollero ammettere dentro le mura
delle loro città questa divinità forestiera[603]. Ma gli ossequiosi
Sacerdoti, che furon sedotti dalla liberalità de' Tolomei, si
sottoposero senza resistenza al potere del Dio del Ponto: gli fu trovata
un'onorevol domestica genealogia; e s'introdusse questo fortunato
usurpatore nel trono e nel letto d'Osiride[604], marito d'Iside e
celeste Monarca dell'Egitto. Alessandria che se ne attribuiva la special
protezione, si gloriava del nome di città di Serapide. Il suo
tempio[605], rivale della sublimità e magnificenza del Campidoglio, era
stato eretto sulla spaziosa cima di un'artefatta montagna innalzata
cento passi sopra il piano delle altre parti della città, e l'interiore
cavità di essa veniva stabilmente sostenuta da archi, e divisa in volte
ed in sotterranei quartieri. Era circondato il sacro edifizio da un
portico quadrangolare; le magnifiche sale, e le squisite statue vi
spiegavano il trionfo delle arti, e si conservavano i tesori dell'antica
dottrina nella famosa libreria d'Alessandria, ch'era con nuovo splendore
risorta dalle sue ceneri[606]. Poscia che gli editti di Teodosio ebbero
severamente proibito i sacrifizi dei Pagani, essi erano tuttavia
tollerati nella città e nel tempio di Serapide; e questa singolare
condiscendenza fu imprudentemente attribuita a' superstiziosi terrori
dei Cristiani medesimi, come se temessero d'abolire quegli antichi riti,
che soli assicurar potevano le inondazioni del Nilo, le riccolte
dell'Egitto e la sussistenza di Costantinopoli[607].
La sede Archiepiscopale d'Alessandria in quel tempo[608] era occupata da
Teofilo[609], perpetuo nemico della pace e della virtù, uomo audace e
cattivo, le mani del quale furono alternativamente macchiate dal sangue
e dall'oro. Si eccitò il religioso sdegno di lui dagli onori di
Serapide; e gli insulti, che ei fece ad un'antica cappella di Bacco,
persuasero i Pagani, che meditava un'impresa più importante e
pericolosa. Nella tumultuaria capitale dell'Egitto il più leggiero
incitamento serviva ad accendere una guerra civile. I devoti di
Serapide, ch'eran molto inferiori in forza ed in numero a' loro
avversari, presero le armi, spinti dal filosofo Olimpio[610], che gli
esortò a morire in difesa degli altari degli Dei. Si fortificarono
questi Pagani fanatici nel tempio o per meglio dire nella fortezza di
Serapide; rispinsero gli assedianti per mezzo di valorose sortite e
d'una risoluta difesa; e con le inumane crudeltà, che esercitarono
contro i Cristiani lor prigionieri, ottennero l'ultima consolazione dei
disperati. Il prudente magistrato fece utili sforzi per istabilire una
tregua, finattantochè la risposta di Teodosio determinasse il destino di
Serapide. S'adunarono le due parti senz'armi nella piazza principale; e
pubblicamente fu letto l'Imperiale rescritto. Ma quando si pronunziò
contro gli idoli d'Alessandria una sentenza di distruzione, i Cristiani
gettarono un grido di gioia e di giubilo, mentre gli infelici Pagani, al
furore dei quali era succeduta la costernazione, si ritirarono in fretta
e silenzio, e con la fuga ed oscurità loro delusero lo sdegno dei loro
nemici. Teofilo passò a demolire il tempio di Serapide senz'altre
difficoltà, che quelle ch'ei trovò nel peso e nella stabilità dei
materiali; tali ostacoli però tanto riuscirono insuperabili, che fu
costretto a lasciarvi i fondamenti; ed a contentarsi di ridur l'edifizio
medesimo ad un mucchio di sassi, una parte dei quali poco tempo dopo si
tolse per far luogo ad una Chiesa, che vi fu eretta in onore dei Martiri
Cristiani. Fu saccheggiata o distrutta la ricca libreria di Alessandria;
e circa vent'anni dopo, la vista degli scaffali voti eccitò il
dispiacere e lo sdegno di uno spettatore, la mente del quale non era
totalmente oscurata da religiosi pregiudizi[611]. Si potevano senza
dubbio salvare dal naufragio dell'idolatria pel piacere e per
l'istruzione dei posteri le composizioni degli antichi, tante delle
quali sono irreparabilmente perite; e poteva lo zelo, o l'avarizia
dell'Arcivescovo[612] essersi saziata con le ricche spoglie, che furono
il premio della sua vittoria. Mentre si fondevano diligentemente le
immagini ed i vasi d'oro e d'argento, e quelli del metallo meno
stimabile si rompevano con disprezzo, e gettavansi per le strade,
Teofilo si affaticava ad esporre le frodi ed i vizi dei ministri
degl'idoli; la lor destrezza nel maneggiare la calamita; le segrete loro
maniere di introdurre un uomo nella cavità della statua, e lo scandaloso
abuso, ch'essi facevano della fiducia dei devoti mariti e delle mogli
non sospettose[613]. Può sembrare che accuse di tal sorta meritino
qualche fede, non essendo contrarie all'artificioso ed interessato
spirito della superstizione. Ma il medesimo spirito è ugualmente
inclinato al vil costume d'insultare e di calunniare un abbattuto
nemico; e naturalmente viene scossa la nostra credenza dalla
riflessione, ch'è molto meno difficile inventare una storia falsa, che
sostenere una pratica frode. La colossale statua di Serapide[614] restò
involta nella rovina del tempio e della religione di esso. Un gran
numero di lamine di vari metalli, ingegnosamente unite fra loro,
componeva la maestosa figura della Divinità, che toccava da ogni parte
le mura del santuario. L'aspetto di Serapide, la sua positura sedente, e
lo scettro, che teneva nella mano sinistra, erano molto simili alle
rappresentazioni ordinarie di Giove. Esso era distinto da Giove nel
corbello o moggio, che aveva sul capo; e nell'emblematico mostro, che
teneva nella mano destra, il capo ed il corpo del quale era di un
serpente che si divideva in tre code, le quali terminavano in tre capi,
di cane, di leone e di lupo. Asserivasi con sicurezza, che se un'empia
mano avesse ardito di violare la maestà di quel Dio, i cieli e la terra
sarebbero immediatamente tornati al primiero lor caos. Un intrepido
soldato, animato dallo zelo, ed armato di una pesante scure militare,
salì sulla scala; ed il popolo Cristiano medesimo aspettava con qualche
ansietà di veder l'evento della battaglia[615]. Egli vibrò un vigoroso
colpo sulla guancia di Serapide; la guancia cadde a terra; non sentissi
alcun tuono, e tanto i cieli quanto la terra continuarono a mantenere la
tranquillità e l'ordine solito. Replicò il vittorioso soldato i suoi
colpi: fu rovesciato e fatto in pezzi l'enorme idolo; e le membra di
Serapide furono ignominiosamente trascinate per le strade di
Alessandria. Si bruciò nell'anfiteatro, in mezzo ai clamori della plebe,
il suo lacero corpo, e molti attribuirono la lor conversione a questa
scoperta dell'impotenza della loro tutelare Divinità. Le popolari specie
di religione, che propongono dei materiali e visibili oggetti di culto,
hanno il vantaggio di adattarsi e famigliarizzarsi ai sensi degli
uomini; ma questo vantaggio è contrabbilanciato da' vari ed inevitabili
accidenti, a' quali s'espone la fede dell'idolatra. Appena è possibile
ch'esso in ogni disposizione di mente conservi l'implicita sua riverenza
per gl'idoli o le reliquie, il cui semplice occhio o la mano profana non
son capaci di distinguere dalle più comuni produzioni della natura o
dell'arte; e se nel tempo del pericolo la segreta e miracolosa loro
virtù non opera per la propria conservazione, il devoto sprezza le vane
apologie de' suoi sacerdoti, e giustamente deride l'oggetto e la follia
del superstizioso suo attaccamento. Dopo la caduta di Serapide, i Pagani
tuttavia nutrivano speranza, che il Nilo avrebbe negato l'annuo suo
tributo agli empi dominatori dell'Egitto; e lo straordinario indugio
dell'inondazione pareva che indicasse il corruccio del Nume. Ma tale
dilazione fu tosto compensata dal rapido gonfiamento delle acque. Ad un
tratto queste s'alzarono a tal insolita altezza, che servì a consolare
il malcontento partito con la piacevole speranza d'un diluvio,
finattantochè il pacifico fiume di nuovo si ritirò al ben noto e
fertilizzante livello di sedici cubiti, o di circa trenta piedi
Inglesi[616].
I tempj del Romano Impero erano abbandonati o distrutti; ma l'ingegnosa
superstizione dei Pagani tentava d'eludere le leggi di Teodosio, dalle
quali era severamente punito qualunque sacrifizio. Gli abitanti della
campagna, la condotta dei quali era meno esposta agli occhi della
maliziosa curiosità, coprivano le religiose loro adunanze colle
apparenze di conviti. Nei giorni delle feste solenni, s'univano in gran
copia sotto l'estesa ombra di alcuni alberi sacri; si uccidevano ed
arrostivan bovi e pecore, e questo rurale convito era santificato
dall'uso dell'incenso e dagl'inni, che si cantavano in onor degli Dei.
Ma si adduceva, che siccome non s'offeriva bruciando alcuna parte
dell'animale, nè v'era l'altare per ricevere il sangue, e s'aveva cura
d'ommetter la precedente oblazione delle torte salate, e la final
ceremonia delle libazioni, queste festive adunanze non inducevan nei
convitati la colpa nè la pena d'un illegittimo sacrifizio[617].
Qualunque si fosse la verità dei fatti, o il merito della
distinzione[618] furon tolti di mezzo questi vani pretesti dall'ultimo
editto di Teodosio, che mortalmente ferì la superstizion dei
Pagani[619]. Questa legge proibitiva s'esprime nei termini più assoluti
ed estesi. «È nostra volontà e piacere (dice l'Imperatore) che nessuno
dei nostri sudditi, o sieno magistrati o privati cittadini, comunque
sublime o basso esser possa lo stato e condizion loro, ardisca in
qualunque città o in qualunque luogo venerare un idolo inanimato col
sagrifizio d'innocenti vittime». L'atto di sacrificare e la pratica
della divinazione per mezzo delle viscere della vittima si dichiarano
(senz'alcun riguardo all'oggetto di tali ricerche) delitti di tradimento
contro lo Stato, che non si possono espiare, se non con la morte del
reo. I riti della superstizione Pagana, che potevano sembrar meno
sanguinosi ed atroci, sono aboliti come altamente ingiuriosi alla verità
ed all'onore della religione; vengono specialmente enunciati e
condannati i lumi, l'incenso, le ghirlande, e le libazioni di vino; e
sono inclusi in questa rigorosa condanna gl'innocenti diritti del Genio
domestico, e degli Dei Penati. L'uso di alcuna di queste profane ed
illegittime ceremonie sottopone il delinquente alla confiscazione della
casa, o del fondo, in cui si è fatta; e se maliziosamente ha scelto il
luogo d'un altro pel teatro della sua empietà, è condannato a pagare
senza dilazione, una grave pena di venticinque libbre d'oro, che sono
più di mille lire sterline. Viene imposta una pena non meno
considerabile alla connivenza di quei segreti nemici della religione,
che trascureranno il dovere dei loro rispettivi uffizi, di rivelare cioè
o di punire il delitto d'idolatria. Tale fu lo spirito persecutore delle
leggi di Teodosio che furono più volte confermate dai suoi figli e
nipoti, con alto ed unanime applauso del Mondo Cristiano[620].
Nei crudeli regni di Decio e di Diocleziano era stato proscritto il
Cristianesimo, come un'apostasia, dall'ereditaria ed antica religion
dell'Impero; e gl'ingiusti sospetti, che si avevano d'un'oscura e
pericolosa fazione, venivano in qualche modo favoriti dall'inseparabile
unione, e dalle rapide conquiste della Chiesa Cattolica. Ma non si
possono applicare le medesime scuse d'ignoranza e di timore
agl'Imperatori Cristiani, che violavano i precetti dell'umanità e del
Vangelo. L'esperienza dei tempi avea dimostrato la debolezza e la follia
del Paganesimo; il lume della ragione e della fede aveva già esposto
alla maggior parte del genere umano la vanità degl'idoli, e la decadente
setta, che era tuttavia attaccata al lor culto, si poteva lasciar
esercitare in pace e nell'oscurità i religiosi riti dei suoi maggiori.
Se i Pagani fossero stati animati dall'indomito zelo, che occupava lo
spirito dei primi credenti, il trionfo della Chiesa sarebbe stato
macchiato di sangue; ed i martiri di Giove o d'Apollo abbracciato
avrebbero la gloriosa occasione di sacrificare le proprie vite e
sostanze a piè dei loro altari. Ma zelo così ostinato non era conforme
alla libera e negligente natura del politeismo. I violenti e replicati
colpi de' Principi ortodossi perderonsi nella molle e cedente materia,
contro la quale eran diretti; e la pronta obbedienza dei Pagani li
difese dalle pene e dalle multe del Codice Teodosiano[621]. Invece di
sostenere, che l'autorità degli Dei era superiore a quella
dell'Imperatore, essi desisterono con un lamentevole mormorio, dall'uso
di quei sacri riti, che il loro Principe avea condannato. Se qualche
volta furon tentati da un impeto di passione o dalla speranza di non
esser scoperti a secondare la favorita superstizione, l'umile pentimento
loro disarmava la severità del Magistrato Cristiano, e rade volte
ricusavano di purgare la propria temerità col sottomettersi, con qualche
segreta ripugnanza, al giogo dell'Evangelio. Eran piene le Chiese d'una
sempre crescente moltitudine di quest'indegni proseliti, che per motivi
temporali s'erano uniformati alla religion dominante; e nel tempo, che
devotamente imitavano la positura, e recitavan le preci dei Fedeli,
soddisfacevano la lor coscienza mediante la tacita e sincera invocazione
degli Dei dell'antichità[622]. Se i Pagani non avevan pazienza di
sofferire, mancava loro anche il coraggio di resistere, e le disperse
migliaia di essi, che deploravano la rovina dei tempj, cederono senza
contrasto alla fortuna dei loro avversari. Alla tumultuaria
opposizione[623], che fecero i villani della Siria, e la plebaglia
d'Alessandria al furore del fanatismo privato, fu imposto silenzio
dall'autorità e dal nome dell'Imperatore. I Pagani dell'Occidente, senza
contribuire all'innalzamento d'Eugenio, disonorarono col parziale
attaccamento loro la causa ed il carattere dell'usurpatore. Il Clero
ardentemente esclamava, ch'egli aggravava il delitto della ribellione
con quello dell'apostasia; che per licenza di lui erasi ristabilito
l'altare della Vittoria; e che si spiegavano in campo gli idolatrici
simboli d'Ercole e di Giove contro l'invincibil stendardo della Croce.
Ma presto furon distrutte le vane speranze dei Pagani con la disfatta
d'Eugenio; ed essi restarono esposti allo sdegno del vincitore, che si
sforzava di meritare il favore celeste coll'estirpazione
dell'Idolatria[624].
[A. 390-420]
Un popolo di schiavi è sempre pronto ad applaudire alla clemenza del suo
Signore, che nell'abuso del potere assoluto non deviene all'ultime
estremità dell'ingiustizia e dell'oppressione. Teodosio poteva senza
dubbio aver proposto ai Pagani suoi sudditi l'alternativa del battesimo
o della morte; e l'eloquente Libanio ha lodato la moderazione di un
Principe, che non obbligò mai con legge positiva tutti i suoi sudditi ad
immediatamente abbracciare e praticar la religione del proprio
Sovrano[625]. Non era divenuta la professione del Cristianesimo una
qualità essenziale per godere i diritti civili della società; nè s'era
imposto alcun peso particolare ai Settarj, che creduli ammettevano le
favole d'Ovidio, e rigettavano ostinati i miracoli del Vangelo. Il
palazzo, le scuole, l'esercito ed il senato eran pieni di devoti e
dichiarati Pagani; essi ottenevano senza distinzione gli onori civili e
militari dell'Impero. Teodosio distinse il suo generoso riguardo per la
virtù e pei talenti, con impartire a Simmaco la dignità consolare[626],
e con esprimere la sua personal amicizia per Libanio[627]; e i due più
eloquenti apologisti del Paganesimo non furon mai sollecitati o a mutare
o a dissimular le religiose lor opinioni. Era permessa ai Pagani la più
licenziosa libertà di parlare e di scrivere; gli istorici e filosofici
avanzi d'Eunapio, di Zosimo[628] e dei fanatici dottori della scuola
Platonica dimostrano le animosità più furiose, e contengono le più aspre
invettive contro i sentimenti e la condotta dei vittoriosi loro
avversari. Se questi audaci libelli erano pubblicamente noti, noi
dobbiamo applaudire il buon senso dei Principi Cristiani, che
riguardavano con riso e disprezzo gli ultimi sforzi della superstizione
e della disperazione[629]. Ma rigorosamente s'eseguivano le leggi
Imperiali, che proibivano i sacrifizi e le ceremonie del Paganesimo, ed
ogni momento contribuiva a distruggere l'autorità d'una religione,
ch'era sostenuta dall'uso piuttosto che dalle prove. Può segretamente
nutrirsi la devozione del poeta o del filosofo per mezzo delle
preghiere, della meditazione e dello studio; ma sembra che l'esercizio
del Culto pubblico sia l'unico solido fondamento delle opinioni
religiose del popolo, che traggono la loro forza dall'imitazione e
dall'abito. L'interrompimento di tal pubblico esercizio può nel corso di
pochi anni condurre a fine l'importante opera di una rivoluzion
nazionale. Non può lungamente conservarsi la memoria delle opinioni
teologiche senza l'artificiale aiuto dei Sacerdoti, dei tempj e dei
libri[630]. Il volgo ignorante, il cui animo è sempre agitato dalle
cieche speranze, e dai terrori della superstizione, verrà ben presto
persuaso da' suoi superiori a dirigere i propri voti alle dominanti
Divinità del suo secolo, ed appoco appoco s'imbeverà d'un ardente zelo
pel sostegno e la propagazione di quella nuova dottrina, che a principio
la fame spirituale l'obbligò ad accettare. La generazione, venuta dopo
la promulgazion delle leggi Imperiali, fu tratta nel seno della Chiesa
cattolica; e la caduta del Paganesimo, quantunque sì dolce, fu tanto
rapida, che non più di ventott'anni dopo la morte di Teodosio,
dall'occhio del Legislatore non se ne scorgevano più i deboli e minuti
vestigi[631].
La rovina della religione Pagana vien descritta dai Sofisti, come un
terribile e sorprendente prodigio, che coprì la terra di tenebre, e
ristabilì l'antico dominio della notte e del caos. Essi riferiscono in
alto e patetico tuono, che i tempj eran convertiti in sepolcri, e che i
luoghi sacri che prima splendevano adornati di statue degli Dei, erano
vilmente contaminati dalle reliquie dei martiri Cristiani. «I Monaci
(specie d'immondi animali, ai quali Eunapio è tentato di negar fino il
nome di uomini) sono gli autori del nuovo culto, il quale in luogo di
quelle Divinità, che si concepiscono coll'intelletto, ha sostituito i
più abbietti e dispregevoli schiavi. Le teste salate ed imbalsamate di
quegl'infami malfattori, che pei loro delitti han sofferto una giusta ed
ignominiosa morte; i loro corpi tuttavia marcati dall'impressione delle
verghe e dalle cicatrici, lasciatevi da que' tormenti che dati furono
per sentenza del magistrato: questi sono (prosegue Eunapio) gli Dei che
la terra produce ai nostri giorni; questi sono i martiri, gli arbitri
supremi delle nostre suppliche e domande a Dio, le tombe dei quali
vengono adesso consacrate come gli oggetti della venerazione del
popolo»[632]. Senz'approvarne la malizia, egli è molto naturale il
partecipare della sorpresa del Sofista, spettatore d'una rivoluzione che
innalzò quelle oscure vittime della Romana legge, al grado di celesti ed
invisibili protettori dell'Imperio Romano. Il grato rispetto, che
avevano i Cristiani pei martiri della fede, fu elevato dal tempo e dalla
vittoria ad una religiosa adorazione, ed i più illustri fra i Santi e
Profeti furono meritamente associati agli onori dei martiri. Cento
cinquant'anni dopo la gloriosa morte di S. Pietro e di S. Paolo, si
distinsero il Vaticano e la via Ostiense pei sepolcri, o piuttosto pei
trofei di quegli spirituali Eroi[633]. Nel secolo dopo la conversione di
Costantino, gl'Imperatori, i Consoli, ed i Generali degli eserciti
devotamente vigilavano i sepolcri di un facitor di tende e d'un
pescatore[634]: e furon depositate le lor venerabili ossa sotto gli
altari di Cristo, sui quali continuamente i Vescovi della città reale
offerivano l'incruento sacrifizio[635]. La nuova capitale dell'Oriente,
incapace di produrre alcun antico e domestico trofeo, fu arricchita
delle spoglie delle dipendenti Province. I corpi di S. Andrea, di S.
Luca, e di S. Timoteo quasi per trecent'anni avevan riposato in oscuri
sepolcri, dai quali furono trasportati con solenne pompa alla chiesa
degli Apostoli, che la magnificenza di Costantino aveva fondato sulle
rive del Bosforo Tracio[636]. Circa cinquant'anni dopo le medesime rive
onorate furono dalla presenza di Samuele, Profeta e Giudice del popolo
Israelita. Le sue ceneri, depositate in un vaso d'oro e coperte d'un
velo di seta, passarono dalle mani d'un Vescovo a quelle d'un altro. Si
riceveron dal popolo le reliquie di Samuele con la medesima gioia e
reverenza, che si sarebbe dimostrata al Profeta medesimo vivente; le
pubbliche strade, dalla Palestina fino alle porte di Costantinopoli,
eran occupate da una continua processione; e l'istesso Imperatore
Arcadio alla testa dei più illustri membri del Clero e del Senato,
s'avanzò incontro allo straordinario suo ospite, che aveva sempre
meritato e voluto l'omaggio dei Re[637]. L'esempio di Roma e di
Costantinopoli confermò la fede e la disciplina del Mondo Cattolico. Gli
onori de' Santi e dei Martiri, dopo un debole ed inefficace susurro
della profana ragione[638], si stabilirono generalmente; ed al tempo
d'Ambrogio e di Girolamo stimavasi, che sempre mancasse qualche cosa
alla santità d'una Chiesa Cristiana, finattantochè non fosse stata
santificata da qualche parte di sacre reliquie che determinassero ed
infiammassero la devozione del Fedele.
Nel lungo periodo di dodici secoli, che scorsero fra il regno di
Costantino, e la riforma di Lutero, il culto dei Santi e delle reliquie
corruppe la pura e perfetta semplicità del cristiano sistema; e si
posson osservare sintomi di tralignamento anche nelle prime generazioni
che adottarono e favorirono questa perniciosa innovazione.
I. La soddisfacente esperienza, che le reliquie dei Santi eran più
valutabili dell'oro e delle pietre preziose[639], stimolò il Clero a
moltiplicare i tesori della Chiesa. Senza molto riguardo alla verità od
alla probabilità, s'inventavan dei nomi per gli scheletri, e delle
azioni pei nomi. La fama degli Apostoli e dei santi uomini, che avevano
imitato la loro virtù, fu oscurata da religiose finzioni. All'invincibil
drappello dei genuini e primitivi martiri, essi aggiunsero molte
migliaia di eroi immaginari, che non eran mai stati se non nella
fantasia di artificiosi e crudeli autori di leggende; ed havvi motivo di
sospettare, che Tours non fosse la sola Diocesi, in cui le ossa d'un
malfattore fossero adorate invece di quelle di un Santo[640]. Una
pratica superstiziosa, che tendeva ad accrescere le tentazioni della
frode e della credulità, appoco appoco estinse nel Mondo Cristiano il
lume dell'istoria e della ragione.
II. Ma il progresso della superstizione sarebbe stato molto meno rapido
e vittorioso, qualora la fede del popolo non fosse stata assistita
dall'opportuno aiuto delle visioni e dei miracoli per assicurare
l'autenticità e la virtù delle più sospette reliquie. Nel regno di
Teodosio il Giovane, Luciano[641] Prete di Gerusalemme e ministro
Ecclesiastico del villaggio di Cafargamala, circa venti miglia distante
dalla città, riferì un sogno assai singolare, che per togliere i suoi
dubbi era stato ripetuto per tre sabati continui. Gli appariva nel
silenzio della notte una venerabile figura con una lunga barba, una
veste bianca ed una verga d'oro, diceva, che il suo nome era Gamaliele,
e dichiarava all'attonito Prete, che il suo corpo insieme con quelli
d'Abida suo figlio, di Nicodemo suo amico e dell'illustre Stefano, primo
martire della fede Cristiana, erano segretamente sepolti nel vicino
campo. Aggiunse con qualche impazienza, ch'era ormai tempo di liberar
lui ed i suoi compagni dall'oscura loro prigione; che la comparsa loro
sarebbe stata salutare ad un Mondo angustiato; e ch'essi avevano scelto
Luciano per informare il Vescovo di Gerusalemme della situazione e delle
brame loro. Per mezzo di nuove visioni si tolsero l'un dopo l'altro i
dubbi e le difficoltà, che tuttavia ritardavano questa importante
scoperta; e finalmente fu scavata la terra dal Vescovo, alla presenza di
una innumerabile moltitudine. Si trovarono per ordine le casse di
Gamaliele, del figlio, e dell'amico; ma quando comparve alla luce la
quarta cassa, che conteneva il corpo di Stefano, tremò la terra, e si
sparse un odore come di paradiso, che immediatamente risanò le varie
malattie di settantatre degli astanti. I compagni di Stefano restarono
nella pacifica lor residenza di Cafargamala, ma le reliquie del primo
martire si trasportarono con solenne processione ad una Chiesa, eretta
in onor loro sul monte Sion; e si conobbe in quasi tutte le Province del
Mondo Romano, che ogni piccola particella di quelle reliquie, come una
goccia di sangue[642] o la raschiatura di un osso, godeva una divina e
miracolosa virtù. Il grave e dotto Agostino[643], l'ingegno del quale
appena può ammettere la scusa della credulità, ha riferito
gl'innumerabili prodigi, che si fecero nell'Affrica dalle reliquie di S.
Stefano; e questa maravigliosa narrazione è inserita nell'elaborata
opera della Città di Dio, che il Vescovo d'Ippona produsse come una
stabile ed immortal prova della verità della Religione Cristiana.
Agostino solennemente dichiara d'avere scelto solo quei miracoli, che
venivano pubblicamente assicurati dagl'individui, che furon gli oggetti
o gli spettatori del potere del Martire. Molti ne furon omessi o
dimenticati; ed Ippona era stata trattata meno favorevolmente delle
altre città della Provincia. Eppure il Vescovo conta, nello spazio di
due anni, e dentro i limiti della sua Diocesi[644], più di settanta
miracoli, fra i quali erano tre morti risuscitati. Se vogliamo rivolgere
lo sguardo a tutte le Diocesi ed a tutti i Santi del Mondo Cristiano,
non sarà facile il calcolare le favole e gli errori, che nacquero da
quest'inesauribil sorgente. Ma ci sarà sicuramente permesso d'osservare,
che un miracolo, in quel tempo di credulità e di superstizione, perde
tal nome e tutto il suo merito, mentre appena potrebbe adesso
risguardarsi come una deviazione dalle ordinarie stabilite leggi della
natura.
III. Gli innumerabili miracoli dei quali eran le tombe dei martiri un
perpetuo teatro, manifestarono al pietoso credente lo stato e la
costituzione attuale del Mondo invisibile, e parve che le sue religiose
speculazioni fosser fondate sopra la stabile base del fatto e
dell'esperienza. Qualunque si fosse la condizione delle anime volgari,
nel lungo intervallo fra lo scioglimento e la resurrezione dei loro
corpi, egli era evidente che gli spiriti superiori dei Santi e dei
Martiri non passavano quella porzione di loro esistenza in tacito ed
ignobile sonno[645]. Egli era evidente (senza pretender di determinare
il luogo della loro abitazione o la natura della loro felicità) che essi
godevano la viva ed attiva coscienza della lor beatitudine, della virtù
e del potere che avevano; e che erano già sicuri del possesso
dell'eterno lor premio. L'estensione delle intellettuali facoltà loro
sorpassava la misura dell'umana immaginazione; mentre si provava
coll'esperienza, ch'essi eran capaci di udire e d'intendere le varie
domande dei numerosi loro devoti, che nell'istesso momento, ma nelle
parti più lontane del Mondo, invocavano il nome e l'aiuto di Stefano o
di Martino[646]. La fiducia dei loro supplicanti era fondata nella
persuasione, che i Santi, mentre regnavan con Cristo, gettassero un
occhio di compassione sopra la terra; che altamente s'interessassero
alla prosperità della Chiesa Cattolica; e che gl'individui, che imitavan
l'esempio della lor fede e pietà, fossero i particolari e favoriti
oggetti del più tenero loro riguardo. Alle volte invero potevano
influire nell'amicizia loro considerazioni di una specie meno sublime;
essi rimiravano con parziale affetto i luoghi che erano stati
santificati dalla nascita, dalla dimora, dalla morte, dalla sepoltura di
se medesimi o dal possesso delle loro reliquie. Le più basse passioni
d'orgoglio, d'avarizia e di vendetta, pare che siano indegne di un petto
celeste: pure i Santi stessi condiscendevano a dimostrare la grata loro
approvazione della generosità dei loro devoti; e si assegnavano i più
aspri castighi a quegli empi, che violavano i magnifici lor Santuari, o
non credevano al loro soprannaturale potere[647]. In fatti atroce doveva
essere il delitto, e strano sarebbe stato lo scetticismo di quelli, che
avesser ostinatamente resistito alle prove di una Divina potenza, a cui
gli elementi, tutto l'ordine della creazione animale, e fino le sottili
ed invisibili operazioni della mente umana eran costrette ad
ubbidire[648]. Gl'immediati e quasi instantanei effetti, che si
supponeva, seguissero la preghiera o l'offesa, persuasero i Cristiani
dell'ampia dose di favore e di autorità, che i Santi godevano alla
presenza del sommo Dio; e sembrò quasi superfluo il cercare se i
medesimi erano continuamente obbligati ad intercedere avanti al trono
della grazia, o se fosse loro permesso di esercitare, secondo i dettami
della loro benevolenza e giustizia, il delegato potere del subordinato
lor ministero. L'immaginazione, che erasi con penoso sforzo innalzata
alla contemplazione ed al culto della Causa Universale, ardentemente
abbracciò questi inferiori oggetti d'adorazione, come più proporzionati
alle grossolane idee ed imperfette facoltà che essa aveva. A grado a
grado corruppesi la sublime e semplice Teologia dei primitivi Cristiani;
e la Monarchia celeste, già oscurata da metafisiche sottigliezze, restò
degradata dall'introduzione di una popolare mitologia, che tendeva a
ristabilire il regno del Politeismo[649].
IV. Siccome gli oggetti della religione furono appoco appoco ridotti
alla misura dell'immaginazione, si introdussero i riti e le cerimonie,
che parevano operar più potentemente sui sensi del volgo. Se al
principio del quinto secolo[650] fossero ad un tratto resuscitati
Tertulliano, o Lattanzio[651], e veduto avessero la festa di qualche
Santo o Martire popolare[652], avrebber guardato con sorpresa e con
isdegno il profano spettacolo, ch'era succeduto al puro e spiritual
culto di una congregazione Cristiana. All'aprirsi delle porte della
Chiesa sarebbero essi restati offesi dal fumo dell'incenso, dall'odor
dei fiori, e dalla luce delle fiaccole e delle lampade, che sul
mezzogiorno spargevano un affettato, superfluo, e, secondo loro,
sacrilego lume. Se avvicinati si fossero alla balaustrata dell'altare,
avrebbero incontrato una folla prostrata, composta per la massima parte
di stranieri e di pellegrini, che la vigilia della festa si portavano
alla città; e già sentivano il forte trasporto del fanatismo, e forse
del vino. S'imprimevan devoti baci sulle mura e sul pavimento del sacro
edifizio, e qualunque si fosse il linguaggio della Chiesa, le ferventi
lor preci eran dirette all'ossa, al sangue, o alle ceneri del Santo, che
ordinariamente veniva nascosto da un velo di lino o di seta agli occhi
del volgo. I Cristiani frequentavano le tombe dei Martiri con la
speranza d'ottenere dalla potente loro intercessione ogni sorta di
spirituali, ma più specialmente, di temporali vantaggi. Imploravano essi
la conservazione della salute, la cura delle infermità, la fecondità
delle sterili mogli, o la salvezza e felicità dei lor figli. Quando
intraprendevano qualche distante o pericoloso viaggio, supplicavano i
santi Martiri ad esser loro protettori e lor guide; e se tornavano senza
disgrazie, di nuovo correvano ai sepolcri dei Martiri per celebrare con
grati ringraziamenti le obbligazioni che avevano alla memoria ed alle
reliquie dei celesti lor Patroni. Le mura eran piene all'intorno dei
simboli de' favori, ch'essi avean ricevuti; occhi, mani, piedi d'oro e
d'argento, ed edificanti pitture, che non potevan lungamente evitare
l'abuso di una indiscreta o idolatrica devozione, rappresentavano
l'immagine, gli attributi ed i miracoli del Santo tutelare. Uno stesso
originale ed uniforme spirito di superstizione potè suggerire nei paesi
o nei secoli più distanti fra loro gli stessi metodi d'ingannar la
credulità, e d'agire sui sensi del genere umano[653], ma bisogna
ingenuamente confessare, che i ministri della Chiesa Cattolica imitarono
quel profano modello, ch'erano impazienti di distruggere. I Vescovi più
rispettabili s'erano persuasi, che gl'ignoranti volgari più volentieri
avrebbero rinunziato alla superstizione del Paganesimo, se avessero
trovato qualche rassomiglianza o compensazione nel seno del
Cristianesimo. La religione di Costantino terminò, in meno di un secolo,
la definitiva conquista dell'Imperio Romano; ma i vincitori medesimi
furono insensibilmente soggiogati dalle arti dei loro vinti rivali[654].
NOTE:
[566] S. Ambrogio (-Tom. II. de obit. Theod. p. 1208-) loda
espressamente e raccomanda lo zelo di Giosia nel distruggere
l'idolatria. Il linguaggio di Giulio Firmico Materno sul medesimo
soggetto (-de error. profan. relig. p. 467. Edit. Gronov.-) è piamente
inumano: -Nec filio jubet- (-lex Mosaica-) -parci, nec fratri, et per
amatam coniugem gladium vindicem ducit etc.-
[567] Bayle (Tom. II. p. 406 -nel suo Comment. Filos.-) giustifica e
limita queste leggi d'intolleranza nel regno temporale di Jehovah sopra
gli Ebrei. Il tentativo è lodevole.
[568] Si vedano i tratti della Gerarchia Romana in Cicerone (-De legib.
II. 7, 8-), in Livio (l. 20), in Dionisio d'Alicarnasso (-l. II. p.
119-129. Edit. Hudson-), in Beaufort (-Republ. Rom. T. I. p. 1-90-) ed
in Moyle (-Vol. I. p. 10. 55-). Quest'ultima è l'opera d'un Inglese
repubblicano, non meno che di un Romano antiquario.
[569] Questi mistici e forse immaginari simboli hanno dato motivo a
varie favole e congetture. Sembra probabile, che il Palladio fosse una
piccola statua di Minerva (alta tre cubiti e mezzo) con una lancia ed
una conocchia; che fosse ordinariamente inclusa in una -seria- o barile,
e che tal barile fosse collocato in modo da eludere la curiosità o il
sacrilegio. Vedi Meziriac. -Comment. sur les Epitr. d'Ovid. T. I. p. 60.
66, e Lipsio Tom. III. p. 610. de Vesta ec. c. 10.-
[570] Cicerone francamente (-ad Attic. l. II. epist. 5-) o
indirettamente (-ad Famil. l. 15 ep. 4-) confessa che l'Augurato è il
principale oggetto dei suoi desiderj. Plinio ambisce di camminare sulle
vestigia di Cicerone, (l. IV. ep. 8) e potrebbe continuarsi la catena
della tradizione per mezzo dell'istoria e dei marmi.
[571] Zosimo l. IV. p. 249, 250. Ho soppresso le stolte sottigliezze
sopra le parole -Pontifex e Maximus-.
[572] Quella statua da Taranto erasi trasferita a Roma, posta da Cesare
nella Curia Giulia, e decorata da Augusto con le spoglie dell'Egitto.
[573] Prudenzio (-l. II. in princ.-) ha delineato un ritratto molto
sgraziato della Vittoria; ma il lettore curioso resterà più soddisfatto
dalle antichità del Montfaucon (T. I. p. 341).
[574] Vedi Svetonio (-in August. c. 35-) e l'esordio del panegirico di
Plinio.
[575] Questi fatti sono vicendevolmente concessi dai due avvocati,
Simmaco e Ambrogio.
[576] La -Notitia Urbis-, più recente di Costantino, non trova fra gli
edifizi della città veruna Chiesa Cristiana degna di essere nominata.
Ambrogio (Tom. II. ep. 17. p. 825) deplora i pubblici scandali di Roma,
che continuamente offendevano gli occhi, gli orecchi, ed il naso del
fedele.
[577] Ambrogio afferma più volte, contro il sentimento comune (-Moyle
Oper. vol. II. p. 147-), che i Cristiani avevano una superiorità di
partito nel Senato.
[578] La prima dell'anno 382 a Graziano, che non le volle dare udienza:
la seconda, nel 384 a Valentiniano, allorchè disputavasi il campo fra
Simmaco ed Ambrogio: la terza nel 388 a Teodosio: e la quarta nel 392 a
Valentiniano. Lardner (-Testimonianze Pagane ec. Vol. IV. p. 372, 399-)
rappresenta bene tutto questo fatto.
[579] Simmaco il quale era investito di tutti gli onori Sacerdotali e
Civili, rappresentava l'Imperatore sotto i due caratteri di -Pontefice
Massimo- e di -Principe del Senato-. Vedesi la superba inscrizione alla
testa delle sue opere.
[580] Come se uno dice Prudenzio, (-in Symmach-. I. 639), scavasse la
terra con un istrumento d'oro e d'avorio. Anche i Santi, e i Santi
polemici, trattan questo nemico con rispetto e civiltà.
[581] Vedasi l'Epistola 54 del Lib. X di Simmaco. Nella forma e nella
disposizione dei suoi dieci libri di lettere, esso imitò Plinio il
Giovane, del quale supponevano i suoi amici che uguagliasse o superasse
il ricco e florido stile (Macrob. -Saturnal-. l. V. c. 1). Ma Simmaco è
soltanto lussureggiante in vane foglie senza frutti e senza fiori. Pochi
fatti e pochi sentimenti si possono trarre dal suo verboso carteggio.
[582] Vedi Ambrogio Tom. II. ep. 17. 18. p. 825-833. La prima di queste
lettere è una breve precauzione; la seconda è una replica formale alla
domanda o al libello di Simmaco. Le stesse idee sono espresse più
copiosamente nella poesia, seppure può meritar questo nome, di
Prudenzio, il quale compose i due suoi libri contro Simmaco (nell'anno
404) mentre viveva ancora quel Senatore. Egli è molto stravagante, che
Montesquieu (-Considerat-. c. 19. T. III p. 487. ec.) trascurasse i due
nemici dichiarati di Simmaco, e si divertisse a spaziare nelle più
distanti e indirette confutazioni di Orosio, di S. Agostino e Salviano.
[583] Vedi Prudent. -in Symmach-. l. I. 545 ec. I Cristiani convengono
col Pagano Zosimo (l. IV. p. 283) nel collocar questa visita di Teodosio
dopo la seconda guerra civile: -gemini bis victor caede tyranni- (l. 1.
410). Ma il tempo e le circostanze meglio s'adattano al suo primo
trionfo.
[584] Prudenzio, poi che provato che si dichiarò il sentimento del
Senato per mezzo d'una legittima superiorità di voti, prosegue a dire.
609. ecc.
-Adspice quam pleno subsellia nostra. Senatu-
-Decernant infame Jovis pulvinar, et omne-
-Idolium longe purgata ab urbe fugandum.-
-Qua vocat egregii sententia Principis, illuc-
-Libera cum pedibus, tum corde frequentia transit.-
Zosimo attribuisce ai Padri Conscritti un coraggio pel Paganesimo, che
si trovò solo in pochi di loro.
[585] Girolamo porta l'esempio del Pontefice Albino, che era circondato
da tal famiglia di figli e di nipoti tutti fedeli, che sarebbero stati
sufficienti a convertire anche Giove medesimo: che straordinario
proselito! (Tom. I. -ad Laetam- p. 54).
[586]
-Exsultare Patres videas, pulcherrima mundi-
-Lumina, conciliumque senum gestire Catonum-
-Candidiore toga niveum pietatis amictum-
-Sumere; et exuvias deponere Pontificales.-
La fantasia di Prudenzio è riscaldata ed elevata dalla vittoria.
[587] Prudenzio, dopo d'aver descritto la conversione del Senato e del
popolo, domanda con qualche verità e fiducia:
-Et dubitamus adhuc Romam tibi, Christe, dicatam-
-In leges transisse tuas?-
[588] Girolamo esulta nella desolazione del Campidoglio e degli altri
tempj di Roma (Tom. I. p. 54. Tom. II. p. 95).
[589] Libanio (-Orat. pro Templis p. 10. Genev. 1634- pubblicata da
Giacomo Gotofredo, e adesso molto rara) accusa Valentiniano e Valente
d'aver proibito i sacrifizi. Può l'Imperatore orientale aver dato
qualche ordine particolare: ma vien contraddetta l'idea di qualunque
legge generale dal silenzio del Codice e dalla testimonianza
dell'Istoria ecclesiastica.
[590] Vedansi le sue leggi nel -Codice Teodosiano lib. XVI. Tit. X. leg.
7-11-.
[591] I sacrifizi d'Omero non sono accompagnati da alcuna investigazione
di viscere (Vedi Feithius -Antiq. Homers- l. I. c. 26): I Toscani, che
produssero i primi Aruspici, soggiogarono tanto i Greci, quanto i Romani
(Cicer. -de Divinat-. 2. 23).
[592] Zosimo l. IV. p. 245, 249. Teodoret. l. V. c. 21. Idazio -in
Chron-. Prosper. Aquitan. l. III. c. 38 appresso il Baronio -Annal
Eccl-. an. 389. n. 52. Libanio (-pro Templis p. 10-) si sforza di
provare, che gli ordini di Teodosio non furono diretti e positivi.
[593] Cod. Teodos. l. XVI. Tit. X. leg. 8. 18. Vi è luogo di credere,
che quel tempio d'Edessa, che Teodosio bramava di salvare per gli usi
civili, divenisse poco tempo dopo un mucchio di sassi. Libanio -pro
Templis- p. 26. 27 e not. del Gotofred. p. 59.
[594] Vedasi la curiosa orazione di Libanio -pro Templis-, pronunziata,
o piuttosto composta circa l'anno 390. Io ho consultato con vantaggio la
versione e le note del dottor Lardner (-Testim. Pagan. Vol. IV. p. 135.
163-).
[595] Vedi la vita di Martino fatta da Sulpicio Severo (c. 9-14). Il
Santo prese una volta (come avrebbe fatto Don Chisciotte) un innocente
funerale pur una processione idolatrica, ed imprudentemente commise un
miracolo.
[596] Si confronti Sozomeno (l. 7. c. 15) con Teodoreto (l. V. c. 21).
Fra tutti due riferiscono la crociata e la morte di Marcello.
[597] Libanio (-pro Templis. p. 10-13-) scherza intorno a quegli uomini
vestiti di nero, cioè a' Monaci Cristiani, che mangiano più degli
elefanti. Poveri elefanti! Essi sono animali moderati.
[598] Prosper. Aquit. l. III. c. 38. -ap. Baron. Annal. Eccles.- an.
389. 258. Quel tempio restò chiuso per qualche tempo, e n'era stato
impedito l'accesso con pruni.
[599] Donat. -Roma antiq. et nova l. IV. c. 4.- pag. 468. Fu fatta
questa consagrazione dal Pontefice Bonifazio IV. Io non so quali
favorevoli circostanze avessero conservato il Panteon più di dugento
anni dopo il regno di Teodosio.
[600] Sofronio ne compose una recente storia a parte (Girol. -in Script.
Eccles. Tom. I. p. 303-) che ha somministrato i materiali a Socrate (l.
V. c. 16), a Teodoreto (l. I. V. c. 22) e a Ruffino (l. II. c. 22). Pure
quest'ultimo, che si trovò in Alessandria avanti e dopo il fatto, può
meritar la fede di testimone originale.
[601] Gerardo Vossio (-Oper. Tom. V. p. 80 e de Idol. I. c. 29-) tenta
di sostenere la strana opinione dei Padri, che in Egitto sotto la forma
del loro Api, e del Dio Serapide si adorasse il Patriarca Giuseppe.
[602] -Origo Dei nondum nostris celebrata. Aegyptiorum Antistites sic
memorant.- Tacit. -Hist.- IV. 83. I Greci, che avevan viaggiato in
Egitto, parimente ignoravano questa nuova Divinità.
[603] Macrob. -Saturnal. l. I. c. 7.- Un fatto sì forte prova
decisivamente la sua origine straniera.
[604] A Roma furono uniti nel medesimo tempio Iside e Serapide. La
precedenza, che avea la Regina, può servire a dimostrare la sua disugual
congiunzione con lo straniero del Ponto. Ma era stabilita in Egitto la
superiorità del sesso femminile, come una instituzion civile e religiosa
(Diodor. Sicul. Tom. I. l. I. p. 31. -edit. Wessel.-), ed il medesimo
ordine si osserva nel trattato di Plutarco d'Iside e d'Osiride, che esso
identifica con Serapide.
[605] Ammiano XXII. 26. L'-Expositio totius mundi- (-p. 8. in Geog.
Minor. d'Hudson. Tom. III-), e Ruffino (l. II. c. 22) celebrano il
-Serapeo- come una delle maraviglie del mondo.
[606] Vedi -Memoir. de l'Acad. des Inscr. Tom. IX p. 197-416-. La
vecchia libreria de' Tolomei fu totalmente consumata nella guerra
Alessandrina di Cesare. Marc'Antonio diede tutta la collezione di
Pergamo (200000 volumi) a Cleopatra per servir di fondamento alla nuova
libreria d'Alessandria.
[607] Libanio (-pro Templis p. 21.-) imprudentemente provoca i
Cristiani, suoi Signori, con questa insultante osservazione.
[608] Noi possiamo scegliere fra la data di Marcellino, anno 389, e
quella di Prospero anno 391. Il Tillemont (-Hist. des Emp. Tom. V. p.
310. 756.-) preferisce la prima, ed il Pagi la seconda.
[609] Tillemont, -Mem. Eccl. Tom. XI. p. 441-500-. L'ambigua situazione
di Teofilo, ch'è un Santo, risguardato come amico di Girolamo, ed è un
diavolo, come nemico di Grisostomo, produce una specie d'imparzialità;
pure esaminato il tutto, la bilancia pende giustamente contro di lui.
[610] Lardner (-Pagan. Tevimon. vol. IV. p. 411-), ha addotto un bel
passo di Suida, o piuttosto di Damasio, che presenta il devoto e
virtuoso Olimpio non già in aspetto di guerriero, ma di profeta.
[611] -Nos vidimus armaria librorum, quibus direptis, exinanita ea a
nostris hominibus nostris temporibus memorant.- Orosio l. VI. c. 15 p.
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