di rispetto, gli diede un foglio, che indicava la dimissione da tutti i
suoi impieghi. «La mia autorità» (rispose Arbogaste con insultante
freddezza) «non dipende dal sorriso o dal sopracciglio di un Monarca»; e
con disprezzo gettò il foglio sul suolo. L'irato Monarca s'attaccò alla
spada di una delle guardie, che si sforzò di trarre dal fodero; e non fu
senza qualche sorta di violenza, che gli fu impedito di usar quell'arme
fatale contro il suo nemico o se stesso. Pochi giorni dopo tale
straordinario contrasto, in cui si era manifestato il risentimento e la
debolezza dell'infelice Valentiniano, si trovò strangolato nel suo
quartiere; e s'impiegò qualche cura per cuoprire il manifesto delitto di
Arbogaste, e persuadere il Mondo, che la morte del giovane Imperatore
era stato il volontario effetto della propria disperazione[546]. Il
corpo di lui fu con decente pompa condotto a sepellirsi in Milano, e
l'Arcivescovo recitò un'orazione funebre, per rammentarne le virtù e le
sventure[547]. In quest'occasione la umanità d'Ambrogio l'indusse a
sconvolgere in singolar modo il suo sistema teologico, ed a confortare
le piangenti sorelle di Valentiniano, con assicurarle che il pio lor
fratello, quantunque non avesse ricevuto il sacramento del Battesimo,
era stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine
eterna[548].
La prudenza d'Arbogaste aveva preparato il successo dei suoi ambiziosi
disegni; ed i Provinciali, nei petti dei quali era già estinto qualunque
sentimento di patriottismo o di fedeltà, con mansueta rassegnazione
aspettavano l'ignoto Signore, che la scelta di un Franco avrebbe posto
sul trono Imperiale. Ma qualche residuo di orgoglio e di pregiudizio
tuttavia s'opponeva all'elevazione d'Arbogaste medesimo; ed il
giudizioso Barbaro stimò consiglio migliore quello di regnare sotto il
nome di qualche dipendente Romano. Ei diede la porpora al Retore
Eugenio[549], ch'esso aveva già promosso dal posto di suo Segretario
domestico, a quello di Maestro degli Uffizi. Nel corso dei privati e dei
pubblici impieghi, il Conte aveva sempre approvato l'attaccamento e
l'abilità di Eugenio; la sua dottrina ed eloquenza, sostenuta dalla
gravità dei costumi, gli conciliava la stima del popolo; e la
ripugnanza, con cui parve salire sul trono, può inspirare una favorevole
prevenzione della virtù e moderazione di esso. Furono immediatamente
spediti alla Corte di Teodosio gli Ambasciatori del nuovo Imperatore,
per fargli sapere con affettata mestizia l'infelice accidente della
morte di Valentiniano, e per chiedere, senza rammentare il nome
d'Arbogaste, che il Monarca Orientale abbracciasse per suo legittimo
collega il rispettabile cittadino, che aveva ottenuto l'unanime
suffragio degli eserciti e delle Province occidentali[550]. Teodosio fu
giustamente irritato, che la perfidia d'un Barbaro avesse in un momento
distrutto le fatiche ed il frutto delle sue precedenti vittorie; e fu
eccitato dalle lacrime dell'amata sua moglie[551] a vendicare la morte
dello sfortunato fratello di lei, ed a sostenere un'altra volta con le
armi la violata Maestà del Trono. Ma siccome una seconda conquista
dell'Occidente era un'impresa pericolosa e difficile, rimandò con
splendidi doni e con ambigua risposta gli Ambasciatori di Eugenio, e
furono impiegati quasi due anni nei preparativi della guerra civile.
Avanti di appigliarsi ad alcun decisivo partito, il pietoso Imperatore
bramava di sapere la volontà del Cielo, e poichè il progresso del
Cristianesimo aveva fatto tacere gli oracoli di Delfo e di Dodona,
consultò un Monaco Egiziano il quale secondo l'opinione d'allora, godeva
del dono dei miracoli e della cognizion del futuro. Eutropio, uno degli
Eunuchi favoriti del palazzo di Costantinopoli, s'imbarcò per
Alessandria, di dove navigò su pel Nilo fino alla città di Licopoli o
dei Lupi, situata nella remota provincia della Tebaide[552]. Nelle
vicinanze di quella città e sulla cima di un alto monte, il Santo
Giovanni[553], aveva fabbricato con le sue proprie mani un'umil cella,
nella quale era dimorato più di cinquant'anni senz'aprire la porta,
senza veder la faccia di alcuna donna, e senza gustar cibo, che si fosse
preparato per mezzo del fuoco o qualche arte umana. Egli consumava
cinque giorni della settimana in preghiere e meditazioni; ma il sabbato
e la domenica ordinariamente apriva una piccola finestra, e dava udienza
alla folla dei supplicanti, che continuamente vi concorrevano da tutte
le parti del Mondo. S'accostò alla finestra in rispettoso portamento
l'Eunuco di Teodosio, propose le sue dimande intorno all'evento della
guerra civile, ed in breve tornò con un favorevole oracolo, che animò il
coraggio dell'Imperatore con la sicurezza d'una sanguinosa ma infallibil
vittoria[554]. Fu preceduto l'adempimento della predizione da tutti quei
mezzi, che somministrar poteva l'umana prudenza. Si scelse l'industria
dei due generali, Stilicone e Timasio, per compire il numero, e
ristabilir la disciplina delle legioni Romane. Marciarono le formidabili
truppe dei Barbari, sotto le insegne dei nativi lor Capitani. Erano
arrolati al servizio del medesimo Principe l'Ibero, l'Arabo, e il Goto,
che si miravan l'un l'altro con vicendevol sorpresa; ed il famoso
Alarico acquistò nella scuola di Teodosio quella cognizione dell'arte
della guerra, che poi esercitò con tanta fatalità per la distruzione di
Roma[555].
L'Imperatore Occidentale, o per dir meglio il suo Generale Arbogaste era
stato istruito dalla mala condotta e dalla disgrazia di Massimo di
quanto poteva riuscir pericoloso l'estender la linea di difesa contro un
abil nemico, il quale era in libertà di spignere o di sospendere, di
ristringere o di moltiplicare i suoi diversi modi d'attacco[556].
Arbogaste piantò il suo quartiere nei confini dell'Italia; lasciò senza
resistenza occupare alle truppe di Teodosio le province della Pannonia
fino a piè delle alpi Giulie; ed anche i passaggi delle montagne
negligentemente, o forse ad arte furono abbandonati all'audace invasore.
Questi discese dai monti, ed osservò con qualche sorpresa il formidabile
campo dei Galli e dei Germani, che occupava con le armi e con le tende
l'aperta campagna, che si estende fino alle mura d'Aquileia, ed alle
rive del Frigido[557] o del fiume freddo[558]. Questo angusto teatro
della guerra, circoscritto dalle Alpi e dall'Adriatico, non dava molto
luogo alle operazioni della militare perizia; lo spirito d'Arbogaste
avrebbe sdegnato un perdono; la sua colpa toglieva ogni speranza di
negoziazione; e Teodosio era impaziente di soddisfare la propria gloria
e vendetta col punir gli assassini di Valentiniano. Senza considerare
gli ostacoli, che la natura e l'arte opponevano ai suoi sforzi,
l'Imperatore d'Oriente attaccò subito le fortificazioni dei rivali,
assegnò ai Goti il posto d'un onorevol pericolo, e nutriva un segreto
desiderio, che la sanguinosa battaglia diminuisse l'orgoglio ed il
numero dei vincitori. Diecimila di quegli ausiliari, e Bacurio, Generale
degl'Iberi, valorosamente restaron morti sul campo. Ma il loro sangue
non servì a comprar la vittoria: i Galli mantennero il vantaggio che
avevano, e la sopravvegnente notte protesse la disordinata fuga o
ritirata delle truppe di Teodosio. L'Imperatore si riparò sui monti
vicini, dove passò una trista notte senza dormire, senza provvisioni, e
senza speranze[559]; eccettuata quella forte sicurezza, che nelle
circostanze più disperate un animo indipendente può trarre dal disprezzo
della fortuna e della vita. Si celebrava il trionfo d'Eugenio
dall'insolente e dissoluta gioia del suo campo, mentre l'attivo e
vigilante Arbogaste segretamente distaccava un corpo considerabil di
truppe ad oggetto d'occupare i passi dei monti, e circondare la
retroguardia dell'esercito Orientale. Allo spuntare del giorno, Teodosio
vide la grandezza e l'estremità del pericolo: ma ne furon tosto
dissipati i timori da un amichevol messaggio, spedito dai condottieri di
quelle truppe, che gli espose l'inclinazione che avevano d'abbandonare
lo stendardo del Tiranno. Furono senza esitare accordati gli onorevoli e
lucrosi premi che essi richiesero in prezzo del lor tradimento; e
siccome non si poteva facilmente aver foglio ed inchiostro, l'Imperatore
sottoscrisse sul suo medesimo libretto de' ricordi la ratifica del
trattato. Si ravvivò da quest'opportuno rinforzo lo spirito dei suoi
soldati; e con nuovo coraggio marciarono a sorprendere il campo di un
Tiranno, i primi Uffiziali del quale pareva che diffidassero o della
giustizia o del buon successo delle sue armi. Nel calor della pugna, ad
un tratto, come suole spesso accadere fra le alpi, si suscitò
dall'Oriente una furiosa tempesta. L'esercito di Teodosio era difeso per
la sua situazione dall'impetuosità del vento, che gettò un nuvol di
polvere in faccia ai nemici, disordinò le loro file, fece cadere loro i
dardi di mano, e rispinse o diresse altrove gli inefficaci lor
giavellotti. Si trasse abilmente profitto di quest'accidental vantaggio:
la violenza della tempesta fu magnificata dai superstiziosi terrori dei
Galli, i quali cederono senza vergogna all'invisibil potere del Cielo,
che sembrava militare dalla parte del pio Imperatore[560]. La sua
vittoria fu intera; ed i suoi rivali non si distinsero nella morte che
per la differenza dei loro caratteri. Il Rettore Eugenio, che aveva
quasi acquistato il dominio del Mondo, si ridusse ad implorar la
misericordia del vincitore; e gli impazienti soldati, nel tempo che ei
stava prostrato ai piè di Teodosio, gli tagliaron la testa. Arbogaste,
dopo aver perduto una battaglia, in cui adempiuto aveva i doveri di
soldato e di generale, andò vagando più giorni fra le montagne. Ma
quando restò convinto, che il caso era disperato, ed impraticabile la
fuga, l'intrepido Barbaro imitò l'esempio degli antichi Romani, e
rivolse contro il proprio petto la spada. Fu deciso il destino
dell'Impero in un angusto canto dell'Italia; ed il legittimo successore
della casa di Valentiniano abbracciò l'Arcivescovo di Milano, e ricevè
graziosamente la sommissione delle Province occidentali. Erano queste
restate involte nella colpa della ribellione; mentre l'inflessibil
coraggio dell'unico Ambrogio avea resistito alle pretensioni d'una
felice usurpazione. L'Arcivescovo con una viril libertà, che avrebbe
potuto esser fatale ad ogni altro suddito, rigettò i doni d'Eugenio,
evitò la sua corrispondenza, e si ritirò da Milano per fuggire l'odiosa
presenza d'un Tiranno, di cui predisse in ambiguo e discreto linguaggio
la perdita. Fu applaudito il merito d'Ambrogio dal vincitore, che si
assicurò l'affetto del popolo mediante la sua union con la Chiesa: e
s'attribuisce la clemenza di Teodosio alla pietosa intercessione
dell'Arcivescovo di Milano[561].
Dopo la disfatta d'Eugenio, tutti gli abitanti del Mondo Romano di buona
voglia riconobbero il merito non meno che l'autorità di Teodosio.
L'esperienza della sua condotta passata favoriva le più lusinghiere
speranze del futuro suo regno; e l'età dell'Imperatore, che non passava
cinquant'anni, pareva che allargasse il prospetto della pubblica
felicità. La sua morte, che seguì non più di quattro mesi dopo l'esposta
vittoria, fu riguardata dal popolo come un evento non preveduto e
fatale, che in un momento distruggeva le speranze della nascente
generazione. Ma l'amore del comodo e del lusso aveva segretamente
nutrito i principj della malattia[562]. La forza di Teodosio non fu
capace di sostenere il subitaneo, e violento passaggio dal palazzo al
campo; ed i sintomi di una idropisia, che andavan sempre crescendo,
annunziarono la pronta fine dell'Imperatore. L'opinione e forse
l'interesse del pubblico avea confermato la divisione degli Imperi
d'Oriente e d'Occidente; e i due reali giovani, Arcadio ed Onorio, che
avevano già ottenuto dalla tenerezza del genitore il titolo di Augusti,
furon destinati ad occupare i troni di Costantinopoli e di Roma. Non fu
permesso a questi Principi di esser partecipi del pericolo e della
gloria della guerra civile[563], ma tosto che Teodosio ebbe trionfato
degli indegni suoi rivali, chiamò Onorio, suo figlio minore, a godere i
frutti della vittoria, ed a ricever lo scettro dell'Occidente dalle mani
dello spirante suo padre. Si celebrò l'arrivo d'Onorio a Milano con una
splendida rappresentazione di giuochi nel Circo, e l'Imperatore,
quantunque oppresso dal peso del male, contribuì con la sua presenza
alla pubblica gioia. Ma si esaurì la forza, che gli restava, dai penosi
sforzi che fece per assistere agli spettacoli della mattina. Onorio, nel
rimanente del giorno, tenne il luogo del padre; ed il Gran Teodosio
spirò nella notte seguente. Nonostante le recenti animosità d'una guerra
civile, la sua morte fu generalmente compianta. I Barbari ch'egli avea
vinti, e gli Ecclesiastici, dai quali era stato vinto egli stesso,
celebrarono con alto e sincero applauso le qualità del morto Imperatore,
che più sembravano valutabili ai lor occhi. I Romani si spaventarono
all'imminente pericolo d'una debole e divisa amministrazione, ed ogni
disgraziato accidente degli infelici regni d'Arcadio e d'Onorio ravvivò
la memoria della loro irreparabil perdita.
Nella fedel pittura delle virtù di Teodosio, non si sono dissimulate le
sue imperfezioni, l'atto di crudeltà e l'abitudine dell'indolenza, che
oscurarono la gloria d'uno dei più grandi fra i Principi Romani. Un
istorico, perpetuo nemico della fama di Teodosio, ha esagerato i suoi
vizi ed i lor perniciosi effetti; egli audacemente asserisce, che i
sudditi di ogni ceto imitavano gli effemminati costumi del loro Sovrano,
che ogni specie di corruzione macchiava il corso della vita sì pubblica
che privata; e che i deboli freni dell'ordine e della decenza non eran
sufficienti ad impedire il progresso di quello spirito depravato, che
sacrifica senza rossore la considerazione del dovere e dell'utile alla
vile soddisfazione dell'ozio e dell'appetito[564]. Le querele degli
Scrittori contemporanei, che deplorano l'accrescimento del lusso, e la
depravazione dei costumi, ordinariamente indicano la particolare loro
indole e situazione. Vi sono pochi osservatori, che abbiano una chiara
ed estesa veduta delle rivoluzioni di una società; e che sieno capaci di
scuoprire i tenui e segreti motivi d'agire, che spingono ad un'istessa
uniforme direzione le capricciose e cieche passioni d'una moltitudine
d'individui. Se può affermarsi con qualche grado di verità, che la
lussuria dei Romani fosse più vergognosa o dissoluta nel regno di
Teodosio, che al tempo di Costantino, o forse d'Augusto, non può
attribuirsi tale alterazione ad alcuna vantaggiosa circostanza, che
avesse accresciuto la copia delle nazionali ricchezze. Un lungo periodo
di calamità o di decadenza dovè opporsi alla industria, e diminuir
l'opulenza del popolo; ed il profuso lusso deve essere stato l'effetto
di quella indolente disperazione, che gode il bene presente, e scaccia i
pensieri del futuro. L'incerta condizione del loro stato disanimava i
sudditi di Teodosio dall'impegnarsi in quelle utili e laboriose imprese,
che richiedono una spesa immediata, e promettono un lento e lontano
vantaggio. I frequenti esempi di desolazione e rovina li tentavano a non
risparmiare gli avanzi di un patrimonio, che ad ogni momento potea
divenire la preda dei rapaci Goti. E la pazza prodigalità, che prevale
nella confusione d'un naufragio o d'un assedio, può servire a spiegare
il progresso del lusso fra le disgrazie ed i terrori d'una cadente
nazione.
Il lusso effemminato, che infestava i costumi delle Corti e delle città,
aveva instillato un veleno distruttivo e segreto nei corpi delle
legioni; e si è notata la degenerazione di esse dalla penna d'uno
scrittore militare, che aveva diligentemente studiato i genuini ed
antichi principj della disciplina Romana. È una giusta ed importante
osservazione di Vegezio, che la infanteria fu invariabilmente coperta
con armi difensive, dalla fondazione della città fino al regno
dell'Imperator Graziano. Il rilassamento della disciplina e la mancanza
d'esercizio rendè i soldati meno atti e meno disposti a sostener le
fatiche militari: si dolevano essi del peso dell'armatura, che di rado
portavano; ed ottennero in seguito la permissione di deporre le corazze
e gli elmetti. I pesanti dardi dei loro maggiori, la spada corta, ed il
formidabile pilo, che avea soggiogato il Mondo, caddero insensibilmente
dalle lor deboli destre. Siccome non è compatibile l'uso dello scudo con
quello dell'arco, essi marciavano mal volentieri nel campo; condannati a
soffrire o il dolore delle ferite o l'ignominia della fuga, erano sempre
disposti a preferire l'alternativa più vergognosa. La cavalleria dei
Goti, degli Unni e degli Alani aveva sentito il benefizio, ed adottato
l'uso delle armi difensive; ed essendo eccellenti nel maneggiare le armi
da scagliare, facilmente opprimevano le tremanti e nude legioni, che
avevan le teste ed i petti esposti senza difesa alle frecce dei Barbari.
La perdita degli eserciti, la distruzione delle città, ed il disonore
del nome Romano indussero dipoi inutilmente i successori di Graziano a
ristabilir l'uso degli elmi e delle corazze nell'infanteria. Gli
snervati soldati abbandonarono la propria e la pubblica difesa; e la
pusillanime loro indolenza può risguardarsi come l'immediata cagione
della caduta dell'Impero[565].
NOTE:
[441] Valentiniano fu meno sollecito della religion del suo figlio,
poichè affidò l'educazion di Graziano ad Ausonio, dichiarato Pagano
(-Mem. de l'Academ. des Inscr. T. XV. p. 125-138-). La fama poetica
d'Ausonio condanna il gusto del suo secolo.
[442] Ausonio fu gradatamente promosso alla Prefettura del Pretorio
dell'Italia (nell'anno 377) e della Gallia (nell'anno 378) ed in fine fu
insignito del Consolato (l'anno 379). Egli espresse la sua gratitudine
con un servile ed insipido tratto d'adulazione (-Actio gratiarum p.
699-736-), che è sopravvissuto ad altre produzioni più degne.
[443] -Disputare de principali judicio non opportet: sacrilegii enim
instar est dubitare, an is dignus sit, quem elegerit Imperator: Cod.
Justin. l. IX. Tit. XXIX. leg. 3-. Questa legge sì ragionevole fu
confermata e pubblicata dopo la morte di Graziano dalla debole Corte di
Milano.
[444] Ambrogio compose per istruzione di lui un trattato teologico sulla
fede della Trinità: e Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. V. p. 158. 169-)
attribuisce all'Arcivescovo il merito delle intolleranti leggi di
Graziano.
[445] -Qui divinae legis sanctitatem nesciendo omittunt, aut negligendo
violant et offendunt, sacrilegium committunt: Cod. Just. l. IX. Tit.
XXIX. leg-. Teodosio invero può pretender la sua parte nel merito di
questa estesa legge.
[446] Ammiano (XXXI. 10) e Vittore il Giovane riconoscono le virtù di
Graziano, ed accusano o piuttosto deplorano il depravato suo gusto.
L'odioso paralello di Commodo è addolcito dall'espressione: -licet
incruentus-, e forse Filostorgio (l. X. c. 10. -col Gotofred. pag. 412-)
ha mitigato con qualche riserva simile la comparazion di Nerone.
[447] Zosimo (l. IV. p. 247) e Vittore il Giovane attribuiscono la
rivoluzione al favor degli Alani ed al disgusto delle truppe Romane.
-Dum exercitum negligeret, et paucos ex Alanis, quos ingenti auro ad se
transtulerat, anteferret veteri ac Romano militi.-
[448] -Britannia fertilis provincia tyrannorum:- È una memorabile
espressione adoperata da Girolamo nella controversia Pelagiana, e
variamente interpretata nelle dispute dei nazionali nostri Antiquari.
Pare che le rivoluzioni del secolo passato giustifichino l'immagine del
sublime Bossuet: «Cette isle plus orageuse que les mers qui
l'environnent».
[449] Zosimo dice dei soldati Britannici: των αλλων απαντων πλεον
αυθαδεια και θυμῳ: -son molto superiori a tutti gli altri in arroganza
ed in ardire.-
[450] Elena figlia d'Eudda. Può vedersi ancora la sua cappella a
Caer-Segont, ora Caer-Noarvon (-Carte Istor. d'Inghil. Vol. I. p. 168-
dalla Mona antiqua di Rowland). Il prudente lettore non sarà
probabilmente soddisfatto di tal testimonianza Gallese.
[451] Cambden (-Vol. I. Introd.- p. 101) lo caratterizza governatore
della Britannia, ed il padre delle nostre antichità vien seguitato,
com'è solito, dai ciechi suoi figli. Pacato e Zosimo avean preso qualche
cura per impedir quest'errore o favola; ed io mi difenderò con le
decisive loro testimonianze. -Regali habitu exulem suum, illi exules
orbis induerunt (in Paneg. vet. XII. 23-) e l'Istorico Greco con molto
minor equivoco, αυτοϛ (Maximus) δε ουδου εις αρχην εντιμον ετυχη
προελθων (-lib. IV. p. 248) esso poi non era costituito in onorevol
comando-.
[452] Sulpic. Sever. -Dial-. II. 7. Orosio l. VII. c. 34. p. 556.
Ambidue riconoscono (Sulpicio era stato suo suddito) l'innocenza ed il
merito d'esso. Egli è ben singolare, che Massimo sia stato trattato meno
favorevolmente da Zosimo, parziale avversario del suo rivale.
[453] L'Arcivescovo Usserio (-Antiq. Britann. Eccl. p. 107, 108-) ha
diligentemente raccolto le leggende dell'Isola e del Continente. Tutta
l'emigrazione consisteva in 30000 soldati e 100000 plebei, che si
stabilirono nella Brettagna. Le spose loro destinate, cioè S. Orsola con
11000 nobili Vergini, e 60000 plebee, sbagliarono la strada, preser
terra a Colonia, e furono crudelissimamente trucidate dagli Unni. Ma le
sorelle plebee vennero defraudate di tal onore: e quel che è più strano,
Giovanni Tritemio pretende di far menzione dei -figli- di queste Vergini
Britanniche.
[454] Zosimo (l. IV. p. 248. 249) ha trasferito la morte di Graziano da
-Lugdunum- (Lione) nella Gallia a -Singidunum- nella Mesia. Possono
rilevarsi alcuni cenni dalle Croniche, e scuoprirsi alcune falsità in
Sozomeno (l. VII. c. 13) ed in Socrate (l. V. c. 11). Ambrogio è la
nostra guida più autentica (Tom. I. -Enarrat. in Psalm.- 61. p. 961.
Tom. II. Epist. 24. p. 888, ec. -et de Obitu. Valent. Consol.- n. 28. p.
1182).
[455] Pacato (XII. 68) celebra la fedeltà di Mellobaude, mentre nella
Cronica di Prospero si nota il suo tradimento come la causa della rovina
di Graziano. Ambrogio, che ha motivo di pensare a scolpare se stesso,
non condanna che la morte di Vallio, servo fedele di Graziano (Tom. II.
ep. 24 p. 891. -Ed. Benedict.-)
[456] Egli si protesta, -nullum ex adversariis nisi in acie occubuisse-:
Sulpic. Sever. -in vit. B. Martin, a. 23.- L'orator di Teodosio accorda
una ripugnante, e pure autorevol lode alla clemenza di Massimo: -si cui
ille, pro ceteris sceleribus suis, minus crudelis fuisse videtur. Paneg.
vet. XII. 28.-
[457] Ambrogio fa menzione di quelle leggi di Graziano, -quas non
abrogavit hostis: Tom.- II. -epist.- 17. -p.- 827.
[458] Zosimo l. IV. p. 251. 252. Noi possiamo ben disapprovare questi
odiosi sospetti; ma non possiamo tralasciare il trattato di pace, che
gli amici di Teodosio hanno assolutamente dimenticato, o ne han fatta
leggiera menzione.
[459] L'Arcivescovo di Milano, oracolo del Clero, assegnò al suo
discepolo Graziano un sublime e rispettabile posto nel Cielo. Tom. II.
-de Obit. Val. Consol. p.- 1193.
[460] Pel Battesimo di Teodosio vedansi Sozomeno (l. VII c. 4) Socrate
(l. V. c. 6) e Tillemont (-Hist. des Emper. Tom.- V. -p.- 728).
[461] Ascolio o Acolio fu onorato dall'amicizia e dalle lodi d'Ambrogio,
che lo chiama: -murus fidei atque sanctitatis- (Tom. II. ep. 15 p. 820),
e quindi celebra la sua prontezza e diligenza in correre da
Costantinopoli in Italia, ec. (-epist.- 16. -p.- 822) virtù, che non
conviene nè ad un -muro- nè ad un -Vescovo-.
[462] -Cod. Teod. lib.- XVI. -Tit.- I. -leg.- 2. -col Comment. del-
Gotofredo -Tom.- VI. -p.- 5-9. Tale editto meritava le più alte lodi del
Baronio: -auream sanctionem, edictum pium et salutare. Sic itur ad
astra-.
[463] Sozomeno l. VII. c. 6. Teodoreto l. V. c. 16. Al Tillemont (-Mem.
Eccles. Tom.- VI. -p.- 627, 628) dispiacciono i termini di -rozzo
Vescovo, e d'oscura città-. Pure bisogna che mi si permetta di credere,
che Anfilochio ed Icone fosser oggetti d'inconsiderabil grandezza
nell'Impero Romano.
[464] Sozomeno l. VII. c. 5. Socrat. l. V. c. 7. Marcellin. -in Chron.-
Bisogna cominciare il computo dei quarant'anni dall'elezione o
intrusione d'Eusebio, che saggiamente cambiò il Vescovato di Nicomedia
con la sede di Costantinopoli.
[465] Vedi Jortin -Osservaz. sull'Istor. Eccl. Vol. IV. p.- 71.
L'Orazione trentesimaterza di Gregorio Nazianzeno somministra invero
qualche idea simile, ed alcune anche più ridicole; ma io non ho potuto
trovar le parole di questo notabile passo, che adduco sulla fede d'un
esatto ed ingenuo erudito.
[466] Vedi l'Orazione 32 di Gregorio Nazianzeno, ed il racconto ch'egli
ha fatto della sua vita in 1800 versi jambici. Pure ogni Medico è
disposto ad esagerare l'inveterata natura della malattia ch'egli ha
curata.
[467] Io mi confesso altamente obbligato alle due vite di Gregorio
Nazianzeno, composte, con molto diverse mire dal Tillemont (-Mem.
Eccles. Tom.- IX. -p.- 305-560, 695-741) e dal Le Clerc. (-Bibliot.
Univ. Tom.- XVII. -p.- 1. 128).
[468] A meno che Gregorio Nazianzeno non abbia fatto l'error di
trent'anni nella sua propria età, egli era nato, ugualmente che Basilio,
suo amico, circa l'anno 329. L'anticipata cronologia di Suida si è
ricevuta favorevolmente, perchè toglie lo scandalo, che il padre di
Gregorio, ancor egli santo, generasse figli dopo d'esser divenuto
Vescovo (Tillemont -Mem. Eccles. Tom.- IX. -p.- 693-769).
[469] Il Poema di Gregorio sulla propria vita contiene alcuni bei versi
(Tom. II. p. 9), che nascono dal cuore, ed esprimono i torti d'una
ingiuriata e perduta amicizia.
.... πονοι κονοι λογων,
Ομοςεγος τε και σινεςιος βιος
Νους εις εν αμφοιν
Διεσκεδασαι παντα ερριπται χαμαι
Αυραι φερουσι τας παλαιας ελπιδας
... -Eran comuni le fatiche dai ragionamenti, famigliare e congiunta la
vita, un animo in ambidue ... Tutto si è dissipato, è caduto a terra, i
venti portano via le antiche speranze.-
Nel Sogno della Notte di Mezza State, Elenia fa l'istesso patetico
lamento all'amico Ermia.
-Is all the counsel that we two have shared,-
-The sister's vows, ecc.-
«Fra noi due comune abbiamo ogni consiglio, i voti della sorella ec.»
Shakespeare non aveva mai letto i poemi di Gregorio Nazianzeno, egli non
sapeva la lingua Greca: ma la sua madre lingua, cioè quella della
natura, è l'istessa nella Cappadocia e nell'Inghilterra.
[470] Questo svantaggioso ritratto di Sasima è preso da Gregorio
Nazianzeno (-Tom.- II. -de vita sua p.- 7. 8). Nell'Itinerario
d'Antonino se ne fissa la situazione precisa in distanza di quarantanove
miglia da Archelaide, e di trentadue da Tiana. (-p.- 144. -Edit.
Wesseling.-).
[471] Si è reso immortale da Gregorio il nome di Nazianzo, ma si fa
menzione della sua patria sotto il nome Greco o Romano di Diocesarea da
Tillemont (-Memoir. Eccles. T.- IX. -p.- 692), da Plinio (VI. 3), da
Tolomeo e da Ierocle (-Itin. Wesseling p.- 709 ). Sembra che fosse
situata sul confine dell'Isauria.
[472] Vedi Du Cange -Const. Christ.- l. IV. p. 141. 142. La Θεια
δυναμις -Divina forza- di Sozomeno (l. VII. c. 5) viene interpretata
per Maria Vergine.
[473] Tillemont (-Mem. Eccl. Tom.- IX. -p.- 432. ec. ) diligentemente
raccoglie, estende e spiega gli oratorj e poetici tratti di Gregorio
medesimo.
[474] Ei recitò un'orazione (-Tom.- I. -Orat.- XXIII. -p.- 409) in sua
lode; ma dopo la lor contesa fu mutato il nome di Massimo in quello di
Erone (Vedi Girolamo -T.- I. -in Catal. Script. Eccles.- p. 301). Io
tocco di volo tali personali ed oscure discordie.
[475] Sotto il modesto velo d'un sogno, Gregorio (T. II. -Carm.- IX.
-p.- 78) descrive il proprio buon successo con qualche umana
compiacenza. Pure dalla famigliare conversazione di lui con S. Girolamo,
suo discepolo (-Tom. I. Epist. ad Nepotian. p.- 14), parrebbe, che il
predicatore sapesse il vero valore dell'applauso popolare.
[476] -Lacrymae auditorum laudes tuae sint-: questo è il vivace e
giudizioso parere di S. Girolamo.
[477] Socrate (l. V. c. 7) e Sozomeno (l. VII. c. 5) riferiscono
l'evangeliche parole ed azioni di Damofilo, senza neppure una parola
d'approvazione. Egli riflettè, dice Socrate, ch'è difficile -resistere-
ai potenti: ma era facile, e sarebbe stato vantaggioso il
-sottomettersi-.
[478] Vedi Gregor. Naz. -Tom.- II. -de vita sua p.- 21. 22. Il Vescovo
di Costantinopoli, per istruzione della posterità, fa menzione di uno
stupendo prodigio. Nel mese di Novembre era una mattinata nuvolosa; ma
quando la processione entrò in Chiesa, comparve il Sole.
[479] Frai tre storici Ecclesiastici, il solo Teodoreto (l. V. c. 2) ha
rammentato quest'importante commissione di Sapore, che il Tillemont
(-Hist. des Emper. Tom.- V. p. 728) ha giudiziosamente trasferito dal
regno di Graziano a quello di Teodosio.
[480] Io non fo conto di Filostorgio, quantunque faccia egli menzione
dell'espulsion di Damofilo (I. c. 19). L'Istorico Eunomiano si è
diligentemente fatto passare per un crivello cattolico.
[481] Le Clerc ha dato un curioso estratto (-Bibl. Univ. Tom.- XVIII. p.
91-105) dei discorsi Teologici che Gregorio Nazianzeno recitò a
Costantinopoli contro gli Arriani, gli Eunomiani, i Macedoniani ec. Ei
dice ai Macedoniani, che divinizzavano il Padre ed il Figlio senza lo
Spirito Santo, che essi potevano chiamarsi -Triteisti- così bene che
-Diteisti-. Gregorio medesimo era quasi un triteista; e la sua monarchia
del Cielo somiglia una ben regolata aristocrazia.
[482] Il primo Concilio Generale di Costantinopoli adesso trionfa nel
Vaticano; ma i Papi lungamente avevano esitato sopra di esso, e la lor
dubbiezza rende perplesso, e fa quasi vacillare l'umile Tillemont -Mem.
Eccl. Tom.- IX. p. 499-500.
[483] Avanti la morte di Melezio, sei o otto de' suoi Preti più
popolari, fra' quali era Flaviano, avean rinunziato con giuramento, per
amor della pace, al Vescovato d'Antiochia. (-Sozomeno- l. VII. c. 3. 11.
-Socrate- l. V. c. 5). Il Tillemont si crede in dovere di non prestar
fede all'istoria; ma confessa che nella vita di Flaviano si trovano
molte circostanze, che non sembrano coerenti alle lodi del Grisostomo ed
al carattere d'un santo. (-Mem. Eccl.- T. X. p. 541).
[484] Si consulti Gregorio Nazianzeno (-de vita sua T.- II. p. 25-28).
Può vedersi la sua generale e particolare opinione del Clero e delle
adunanze di esso, tanto in verso quanto in prosa (-Tom. I. Orat. I. p.-
33. -epist. LV.- p. 814. -T. II. carm. X-. p. 81). Tali passi vengono
leggermente indicati dal Tillemont, ed ingenuamente prodotti dal le
Clerc.
[485] Vedi Gregorio -Tom.- II. -de vita sua p.- 28-31. Le orazioni 17.
28. 32. furono pronunziate nelle varie scene di quest'azione. La
perorazione dell'ultima (Tom. I. p. 528) in cui dà un solenne addio agli
uomini ed agli Angeli, alla Città ed all'Imperatore, all'Oriente ed
all'Occidente ec., è patetica e quasi sublime.
[486] Sozomeno attesta la capricciosa ordinazion di Nettario (l. VII. c.
8), ma il Tillemont osserva (-Memoir. Eccles. Tom.- IX. -p.- 719) che
«après tout, ce narré de Sozomene est si honteux pour tous ceux qu'il y
mèle, et sur-tout pour Théodose, qu'il vaut mieux travailler à le
détruire, qu'à le soutenir»: ammirabile regola di critica!
[487] Io intendo solamente di dire, che tale era la naturale sua indole,
quando non era infiammata o indurita dallo zelo religioso. Dal suo
ritiro, egli esorta Nettario a perseguitar gli Eretici di
Costantinopoli.
[488] Vedi -Cod. Teodos, lib. XVI. Tit. V. leg. 6. 23- col commento del
Gotofredo a ciascheduna legge, ed il suo sommario generale o -Paratitlo:
Tom. VI. pag. 104-110.-
[489] Essi facevan sempre la Pasqua, come gli Ebrei, nel decimoquarto
giorno del primo mese dopo l'equinozio di primavera, e così
pertinacemente opponevansi alla Chiesa Romana ed al Concilio Niceno, che
avea fissato la Pasqua in Domenica. Bingham. -Ant.- l. XX. c. 5. Vol.
II. p. 309. fol.
[490] Sozomeno l. VII. c. 12.
[491] Vedi l'Istoria Sacra di Sulpizio Severo (l. II. p. 447-455 -ed.
Lugd. Batav.- 1647) scrittore corretto ed originale. Il Dottor Lardner
(-Credibil ec. Part. II. Vol. IX. p. 256, 340-) ha lavorato
quest'articolo con pura erudizione, con moderazione e buon senso. Il
Tillemont (-Mem. Eccles. T. VIII. p. 491-527-) ha ammucchiato tutta la
spazzatura dei Padri: l'utile spazzino!
[492] Severo Sulpizio parla con istima e pietà dell'arcieretico: -Felix
profecto, si non pravo studio corrupisset optimum ingenium: prorsus
multa in eo animi et corporis bona cerneres- (-Hist. Sacr. l. II. p.
439-). Anche Girolamo (-Tom. I. in Script. Eccl. p. 202-) parla con
moderazione di Priscilliano e di Latroniano.
[493] Questo Vescovato (nella vecchia Castiglia) rende presentemente
20000 ducati l'anno (Busching -Geog. Vol. II. p. 308-), ed è perciò
assai meno atto a produrre l'autore d'una nuova eresia.
[494] -Exprobabatur mulieri viduae nimia religio et diligentius culta
divinitas- (Pacat. -in paneg. vet. XII. 29-). Tal era l'idea d'un umano,
quantunque ignorante politeista.
[495] Uno di essi fu mandato -in Syllinam insulam, quae ultra Britanniam
est.- Qual esser doveva l'antico stato degli scogli di Scilly (Cambden
-Britann. Vol. II. p. 1519-)?
[496] Le scandalose calunnie di Agostino, di Leone Papa ec. che il
Tillemont ingoia come un fanciullo, e Lardner confuta da uomo, possono
suggerire qualche ingenuo sospetto in favore degli antichi Gnostici.
[497] Ambrog. Tom. II. -epist.- 24. P. 891.
[498] Sulpizio Severo nell'Istoria Sacra, e nella vita di S. Martino usa
qualche cautela; ma si dichiara più liberamente nei dialoghi (III. 15).
Martino però fu ripreso dalla propria coscienza e da un Angelo; nè potè
in seguito far de' miracoli sì facilmente.
[499] Tanto il Prete Cattolico (-Sulpic. Sev. l.- II. -p.- 448) quanto
l'Oratore Pagano (-Pacat. in Paneg. vet.- XII. 29) disapprovano con
uguale indignazione il carattere e la condotta d'Itacio.
[500] La vita di S. Martino, ed i dialoghi intorno a' suoi miracoli,
contengono fatti adattati alla più grossolana ignoranza, in uno stile
non indegno del secolo d'Augusto. È così naturale la connessione fra il
buon gusto ed il buon senso, che mi fa sempre stupore questo contrasto.
[501] La breve e superficial vita di S. Ambrogio, scritta da Paolino suo
Diacono (-Append. ad edit. Bened. p. I. XV-) ha il pregio d'una
testimonianza originale. Il Tillemont (-Mem. Eccles. Tom. X.- p. 78-306)
e gli Editori Benedettini (p XXXI-LXIII) vi hanno lavorato con la solita
lor diligenza.
[502] Ambrogio medesimo (-Tom. II. ep. XXIV.- p. 888. 891) dà
all'Imperatore un assai spiritoso ragguaglio della sua ambasceria.
[503] La rappresentazione, ch'egli stesso fa dei suoi principj e della
sua condotta (-Tom. II. ep. XX. XXI. XXII. p. 851-880-), è uno dei più
curiosi monumenti d'antichità ecclesiastica. Essa contiene due lettere a
Marcellina sua sorella con una supplica a Valentiniano, ed il discorso
-de Basilicis non tradendis.-
[504] Il Cardinale di Retz ebbe una simile ambasciata della Regina,
affinchè quietasse il tumulto di Parigi. Ciò non era più in suo potere:
-à quoi j'ajoutai tout ce que vous pouvez vous imaginer de respect, de
douleur, de regret et de soumission etc.- (Mém. T. I. p. 140). Io non
paragono certamente fra loro nè le cause nè le persone; ma il Coadiutore
medesimo aveva qualche idea (p. 84) d'imitar S. Ambrogio.
[505] Il solo Sozomeno (l. VII. c. 13), involge questo luminoso fatto in
una oscura e dubbiosa narrazione.
[506] -Excubabat pia plebs in Ecclesia mori parata cum Episcopo suo....
Nos adhuc frigidi excitabamur tamen civitate attonita atque turbata.-
August. -Conf. l. IX. c. 7.-
[507] Tillemont -Mem. Eccl. Tom.- II. p. 78, 498. Furono consacrate
molte Chiese in Italia, nella Gallia ec. a quest'incogniti Martiri, fra'
quali sembra che S. Gervasio sia stato più fortunato del suo compagno.
[508] -Invenimus mirae magnitudinis viros duos, ut prisca aetas ferebat.
Tom. II. epist. XXII. p. 875.- La grandezza di questi scheletri era
fortunatamente o artificiosamente adattata al popolar pregiudizio della
successiva decadenza della statura umana, ch'è prevalso in ogni secolo
fin dal tempo d'Omero.
-Grandiaque effossis mirabitur ossa sepulchris.-
[509] Ambros. -T. II. ep.- XXII. p. 875. August. -Confess.- l. IX. c. 7
-de Civ. Dei- l. XXII. c. 8. Paulin. -in vit. S. Ambros.- c. 14 -in
append. Bened. p. 4.- Il cieco aveva nome Severo, ei toccò la sacra
veste, ricuperò la vista, e consacrò il resto della sua vita (almeno per
venticinque anni) al servizio della Chiesa. Io raccomanderei questo
miracolo a' nostri Teologi, se non provasse il culto delle reliquie,
ugualmente che la fede Nicena.
[510] Paulin. -in vit. S. Ambros. c. 5. in app. Bened. p. 5.-
[511] Tillemont. -Mem. Eccl. Tom. X.- p. 190, 750. Egli accorda
parzialmente la mediazione di Teodosio, e capricciosamente rigetta
quella di Massimo, quantunque si attesti da Prospero, da Sozomeno e da
Teodoreto.
[512] La modesta censura di Sulpicio (-Dial.- III. 15) gli porta una
ferita molto più profonda, che la debole declamazione di Pacato (XII.
25, 26).
[513] -Esto tutior adversus hominem pacis involucro tegentem.- Tale fu
il prudente avviso d'Ambrogio (-Tom. II. p. 891-) dopo che fu tornato
dalla sua seconda ambasceria.
[514] Il Baronio (an. 387. n. 63) applica a questo tempo di pubblica
calamità alcuni de' sermoni penitenziali dell'Arcivescovo.
[515] Zosimo riferisce la fuga di Valentiniano, e l'amor di Teodosio per
la sorella di esso (l. IV. p. 263. 264). Il Tillemont produce alcune
deboli ed ambigue testimonianze per anticipare il secondo matrimonio di
Teodosio (-Hist. des Emper. Tom. V.- p. 740), e conseguentemente per
confutare -ces contes de Zosime, qui seroient trop contraires à la piété
de Théodose.-
[516] Vedi Gotofred. -Cronol. delle leggi Cod. Theod. T. I. p. XCIX.-
[517] Oltre i cenni che possono raccogliersi dalle croniche e
dall'Istoria Ecclesiastica, Zosimo (l. IV. p. 259. 267), Orosio (l. VII.
c. 35.) e Pacato (-Paneg. vet-. XII. 30. 48) somministrano gli sconnessi
e scarsi materiali di questa guerra civile. Ambrogio (Tom. II. -Epist-.
40. p. 952-953.) allude oscuramente ai ben noti fatti della sorpresa
d'un magazzino, d'un'azione a Petavio, d'una vittoria, forse navale,
nella Sicilia ec. Ausonio applaudisce al merito singolare ed alla buona
fortuna d'Aquileia.
[518] -Quam promptum laudare Principem, tam tutum siluisse de Principe-
(Pacat. -in Paneg. vet. XII. 2-). Latino Pacato Drepanio, nativo della
Gallia, recitò quest'orazione a Roma (l'anno 388). Egli di poi fu
Proconsole dell'Affrica: ed Ausonio, suo amico, lo loda come un Poeta,
inferiore solo a Virgilio, (Vedi Tillemont -Hist. des Emper. Tom. V. p.
303-).
[519] Vedasi un bel ritratto di Teodosio fatto da Vittore il Giovane; i
delineamenti sono distinti, ed i colori ben fusi. La lode di Pacato è
troppo generale, e Claudiano pare che sempre tema d'esaltare il padre
sopra il figlio.
[520] Ambrog. Tom. II. -epist-. 40. p. 955. Pacato, per mancanza di
cognizione o di coraggio, tralascia questa gloriosa circostanza.
[521] Pacat. -in Paneg. vet. XII. 20-.
[522] Zosimo l. IV. p. 271. 272. La sua parziale testimonianza porta
seco l'aria di verità e di candore. Ei nota queste vicende di pigrizia e
di attività non già come un vizio, ma come una singolarità nel carattere
di Teodosio.
[523] Tal collerico temperamento si confessa e si scusa da Vittore. -Sed
habes- (dice S. Ambrogio con decente e viril contegno al suo Sovrano)
-naturae impetum, quem si quis lenire velit, cito vertes ad
misericordiam: si quis stimulet, in magis exsuscitas, ut eum revocare
vix possis: (Tom. II. Epist. 51. p. 998-), Teodosio (ap. Claudian. -in
IV. Cons. Hon. 866. etc-.) esorta il figlio a moderar la sua collera.
[524] Tanto i Cristiani che i Pagani erano d'accordo nel credere che i
demonj suscitato avessero la sedizione d'Antiochia. Si facea veder per
le strade, dice Sozomeno (l. VII. c. 23), una donna gigantesca con una
sferza in mano. Un vecchio, dice Libanio (-Orat-. XII. p. 396) si
trasformò in giovane, e quindi in fanciullo.
[525] Zosimo nel suo breve e non ingenuo racconto (l. IV. p. 258. 259),
erra sicuramente in mandare Libanio stesso a Costantinopoli. Le proprie
orazioni di lui indicano, che restò in Antiochia.
[526] Libanio (-Orat. I. p. 6. Edit. Venet-.) dichiara, che sotto un
regno di quella sorte, il timor del macello era senza fondamento ed
assurdo, specialmente, nell'assenza dell'Imperatore, poichè la sua
presenza, secondo l'eloquente schiavo, avrebbe potuto legittimare gli
atti più sanguinosi.
[527] Laodicea sulla costa marittima, settantacinque miglia distante da
Antiochia (vedi Noris -Epoch. Syro-Maced. Diss. 3. p. 230-). Gli
Antiocheni si stimarono offesi, che la città di Seleucia, lor
dipendente, ardisse d'interceder per loro.
[528] Siccome i giorni del tumulto dipendono dalla festa mobile di
Pasqua, essi non si posson determinare, se non ne venga prima fissato
l'anno. Dopo ricerche assai laboriose si è preferito l'anno 387 dal
Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. V. p. 741. 744-), e dal Montfaucon
(-Chrys. T. XIII. p. 105-110-).
[529] Grisostomo contrappone il loro coraggio, che non portava seco gran
rischio, alla codarda fuga dei Cinici.
[530] Si rappresenta la sedizione d'Antiochia in una maniera vivace, e
quasi drammatica da due Oratori, ciascheduno dei quali ha la sua dose
d'interesse e di merito. Vedasi Libanio (-Orat. XIV. XV. p. 389. 420.
Edit. Morel, Orat. I. p. 1-14. Venet. 1754-), e le venti orazioni di S.
Gio. Grisostomo -de statuis- (T. II. p. 1-225. -edit. Montfaucon-). Io
non pretendo ad una gran famigliarità personale con Grisostomo: ma il
Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. V. p. 263. 283-), e l'Hermant (-Vie de
S. Chrysost. Tom. I. p. 137-224-) l'avevan letto con più curiosità e
diligenza.
[531] La testimonianza originale d'Ambrogio (T. II. ep. 51, p. 998),
d'Agostino (de Civ. Dei v. 26) e di Paolino (in vit. Ambros. c. 24), si
manifesta in generali espressioni di orrore e di compassione. Essa poi
viene illustrata dalle successive e disuguali autorità di Sozomeno (l.
VII. c. 25), di Teodoreto (l. V. c. 17), di Teofane, (Chronogr. p. 62),
di Cedreno (p. 317), e di Zonara (Tom. II. l. 13. p. 34). Il solo
Zosimo, parzial nemico di Teodosio, non si sa per qual causa passa sotto
silenzio la peggiore delle sue azioni.
[532] Vedasi tutto questo fatto appresso Ambrogio (-Tom. II. epist. 60.
61. p. 946-956-), e Paolino di lui biografo (c. 23). Bayle e Barbeirac
(-Moral des Peres c. 17. p. 325-. ec.) hanno giustamente condannato
l'Arcivescovo.
[533] Il suo discorso è una strana allegoria della verga di Geremia, di
un albero di mandorle, della donna che bagnò ed unse i piedi di Cristo:
ma la perorazione è diretta e personale.
[534] -Hodie, Episcope, de me proposuisti-. Ambrogio lo confessò
modestamente; ma con forza riprese Timesto, Generale di Cavalleria e
d'infanteria, che aveva ardito di dire, che i Monaci di Callinico
meritavan d'esser puniti.
[535] Ma cinque anni dopo, essendo lontano Teodosio dalla spirituale sua
guida, tollerò gli Ebrei, e condannò la distruzione delle loro
sinagoghe. (-Cod. Teod. l. XVI. Tit. VIII. leg. 9 col comment. del
Gotofredo Tom. VI. p. 225-).
[536] Ambros. -Tom. II. Ep. 51 p. 997-1001-. La sua lettera è una
miserabile cantilena sopra un nobil soggetto. Ambrogio sapeva meglio
operare, che scrivere. Le sue composizioni sono prive di gusto o di
genio, senza lo spirito di Tertulliano, la copiosa eleganza di
Lattanzio, il vivace sapere di Girolamo o la grave energia di Agostino.
[537] Secondo la disciplina di S. Basilio (-can. 56-), l'omicida
volontario per -quattro- anni era piangente: -cinque- audiente, -sette-
prostrato; e -quattro- consistente. Io ho l'originale (Beveridge -Pand.
Tom. 2. p. 47, 151)- ed una traduzione (Chardon -Hist. des Sacrem. T. 4,
p. 219-277-) delle Epistole Canoniche di S. Basilio.
[538] La penitenza di Teodosio viene autenticamente descritta da
Ambrogio (-Tom. VI. de obit. Theod. c. 34. p. 1207-), da Agostino (-de
civ. Dei v. 26-), e da Paolino (-in vit. Ambros. c. 24-). Socrate è
ignorante, e Sozomeno (-l. VII. c. 25-) succinto; e bisogna servirsi con
cautela della copiosa narrazione di Teodoreto.
[539] -Cod. Theod. l. IX. tit. 40. leg. 13.- La data e le circostanze di
questa legge portano seco delle difficoltà; ma io mi sento inclinato a
favorire gli onesti sforzi del Tillemont (-Hist. des Emp. Tom. V. p.
721-), e del Pagi, (-Crit. Tom. I. p. 158-).
[540] -Un prince, qui aime la religion, et qui la craint, est un lion
qui cède à la main qui le flatte, ou à la voix qui l'appaise.- Esprit
des loix l. XXIV. c. 2.
[541] Τουτο περι τους ευερλνειας καθηκον εδοξεν ειναι, -ciò
parve che fosse decente verso i benefattori-. Tal'è l'avara lode di
Zosimo stesso (l. IV. p. 267). Agostino dice con qualche felicità
d'espressione: -Valentinianum... misericordissima veneratione
restituit-.
[542] Sozomeno l. VII. c. 14. La sua cronologia è molto irregolare.
[543] Vedi Ambrogio, -Tom. II. de obit. Valentin. c. 15. ec. p. 1178. c.
36. ec. p. 1184-. Allorchè il giovane Imperatore faceva un trattamento,
digiunava egli stesso; ricusò di vedere una bella attrice ec. Poichè
ordinò che le sue fiere fossero uccise, il rimprovero d'aver amato quel
divertimento appresso Filostorgio (l. XI. c. 1.) non è generoso.
[544] Zosimo (l. IV. p. 275) loda il nemico di Teodosio. Ma egli è
detestato da Socrate (l. V. c. 25) e da Orosio (l. VII. c. 35).
[545] Gregorio di Tours (-l. 2. c. 9. p. 165. nel secondo volume degli
Istorici di Francia-) ci ha conservato un curioso frammento di Sulpicio
Alessandro, istorico molto più valutabile di lui medesimo.
[546] Il Gotofredo (-dissert. ad Philostorg. p. 428-434-) ha
diligentemente raccolto tutte le circostanze della morte di Valentiniano
II. Le variazioni e l'ignoranza degli scrittori contemporanei provano
che essa fu segreta.
[547] -De obitu Valentin. Tom. II: p. 1173. 1196-. Egli è costretto ad
usare un linguaggio discreto ed oscuro: pure è molto più ardito di
quello che alcun laico, o forse qualunque altro Ecclesiastico si sarebbe
arrischiato di essere.
[548] Vedi c. 51. -p. 1188. c. 75. p. 1193-. Dom Chardon (-Hist. des
Sacrem. Tom. I. p. 86-), che confessa che S. Ambrogio sostiene col
maggior vigore l'-indispensabile- necessità del Battesimo, stenta a
conciliare la contraddizione.
[549] -Quem sibi Germanus famulum delegerat exul-. Tal'è la disprezzante
espressione di Claudiano (-IV Cons. Hon. 74-). Eugenio professava il
Cristianesimo; ma è probabile in un grammatico, che fosse in segreto
attaccato al Paganesimo (Sozomen. l. VII. c. 22 Filostorg. l. XI. c. 2),
e quasi l'assicurerebbe l'amicizia di Zosimo (l. IV. p. 276, 277).
[550] Zosimo (l. IV. p. 278) fa menzione di quest'ambasceria; ma
un'altra storia lo distrae dal riferirne l'evento.
[551] Συνεταραξεν η τουτου γαμετη Γαλλα βασιληια τον αδελφον
ολοφυρομενη: -l'eccitò l'Imperatrice Galla, sua moglie, che piangeva
il fratello-. Zosimo l. IV. p. 278. In seguito dice (p. 280), che Galla
morì di parto, e riferisce che fu estrema l'afflizione del marito, ma
breve.
[552] Licopoli è la moderna -Siut-, ossia -Osiot-, città di Said, della
grandezza incirca di S. Denis, che fa un vantaggioso commercio col regno
di Sennaar; ed ha una molto conveniente fontana, -cujus potu signa
virginitatis eripiuntur-. Vedi Danville (-Descr. de l'Egypt. p. 171-),
Abulfeda (-Desc. Aegipt. p. 74-) e le curiose annotazioni (p. 25. 92)
del suo editore Michaelis.
[553] Fu descritta la vita di Giovanni di Licopoli da due dei suoi
amici, da Ruffino (l. II. c. 1. p. 449) e da Palladio (Hist. Laus. c. 43
p. 738) nella gran Collezione delle Vitae Patrum di Rosvveide. Il
Tillemont (-Mem. Eccles. T. X. p. 718. 720-) ne ha determinata la
cronologia.
[554] Sozomeno l. VII. c. 22. Claudiano (-in Eutrop. l. I. 311-) fa
menzione del viaggio dell'Eunuco: ma deride col maggior disprezzo i
sogni Egiziani, e gli oracoli del Nilo.
[555] Zosimo l. IV. p. 280. Socrat. l. VII. 10,. Alarico medesimo (de
bello Get. 524) si ferma con più compiacenza sulle sue prime imprese
contro i Romani.
.... -Tot Augustos Hebro qui teste fugavi-:
Pure la sua vanità difficilmente avrebbe potuto provare questa
-pluralità- d'Imperatori fuggitivi.
[556] Claudiano -in IV. Cons. Honor-. 77. ec. pone a confronto i disegni
militari dei due usurpatori.
-.... Novitas audere priorem-
-Suadebat, cautumque dabant exemplo sequentem.-
-Hic nova moliri praeceps: hic quaerere tuta-
-Providus. Hic fusis; collectis viribus ille.-
-Hic vagus excurrens; hic intra claustra reductus.-
-Dissimiles; sed morte pares...-
[557] Il Frigido, piccolo, quantunque memorabile fiume nella Gorizia,
ora chiamato Vipao, si getta nel Sonzio, o Lisonzo sopra Aquileia in
distanza di qualche miglio dal mare Adriatico. Vedi Danville -Cart.
Antich. Mod. e l'Italia Antiqua- del Cluverio Vol. I. p. 188.
[558] Lo spirito di Claudiano è intollerabile: la neve era tinta di
rosso; il freddo fiume fumava; ed il canale avrebbe dovuto riempirsi di
cadaveri, se non si fosse accresciuta la corrente dal sangue.
[559] Teodoreto asserisce, che comparvero al vigilante o addormentato
Imperatore S. Giovanni e S. Filippo a cavallo. Questo è il primo esempio
della cavalleria apostolica, che divenne poscia sì popolare in Ispagna
ed al tempo delle Crociate.
[560]
-Te propter gelidis Aquilo de monte procellis-
-Obruit adversus acies, revolutaque tela-
-Vertit in auctores, et turbine repulit hastas,-
-O nimium dilecte Deo, cui fundit ab antris-
-Aeolus armatas hyemes, cui militat aether,-
-Et conjurati veniunt ad classica venti!-
Questi famosi versi di Claudiano (-in III. Cons. Hono. 93. an. 396-) son
riferiti dai suoi contemporanei Agostino ed Orosio, che sopprimono la
Pagana Divinità d'Eolo; ed aggiungono alcune circostanze, che avevan
sapute dai testimoni di veduta. Dentro i quattro mesi dopo la vittoria,
fu essa paragonata da Ambrogio alle vittorie miracolose di Mosè e di
Giosuè.
[561] Hanno raccolto gli avvenimenti di questa guerra civile Ambrogio
(Tom. II. ep. 62 p. 1022), Paolino (-in vit. Ambros.- c. 26-34),
Agostino (-De Civ. Dei- V. 26), Orosio (l. VII. c. 35), Sozomeno (l.
VII. c. 24). Teodoreto (l. V. c. 24), Zosimo (l. IV. p. 281 ec.),
Claudiano (-in III. Con. Hon. 63-105. in IV. Cons. Honor. 70-117-) e le
Croniche pubblicate dallo Scaligero.
[562] Questa malattia, da Socrate (l. V. c. 26) attribuita alle fatiche
della guerra, si rappresenta da Filostorgio (l. XI. c. 2) come un
effetto di pigrizia e d'intemperanza; perlochè Fozio lo chiama uno
sfacciato mentitore; (Gotofredo -Diss. p. 438-).
[563] Zosimo suppone, che il fanciullo Onorio accompagnasse suo padre
(l. IV. p. 280). Pure l'espressione -quanto flagrabant pectora voto-, è
tutto quello che l'adulazione potè permettere ad un poeta contemporaneo,
il quale chiaramente descrive la negativa dell'Imperatore, ed il viaggio
d'Onorio -dopo- la vittoria (Claudiano -in III. Cons. 78-125-).
[564] Zosimo l. IV. p. 244.
[565] Veget. -de re milit.- l. I. c. 10. La serie delle calamità, che
egli nota, ci costringe a credere, che l'Eroe a cui dedica il suo libro,
sia l'ultimo ed il meno glorioso dei Valentiniani.
CAPITOLO XXVIII.
-Distruzione finale del Paganesimo. Introduzione del culto dei
Santi, e delle reliquie fra i Cristiani.-
La rovina del Paganesimo, seguita ai tempi di Teodosio, è forse l'unico
esempio dell'intiero annientamento di un'antica e popolare
superstizione; e può meritare per conseguenza di esser considerata come
un evento singolare nell'istoria dello spirito umano. I Cristiani, e
specialmente il Clero, avevan sofferto con impazienza le prudenti
dilazioni di Costantino, e l'ugual tolleranza di Valentiniano il
Vecchio; nè potevan creder perfetta o sicura la lor conquista,
finattantochè fosse permesso agli avversari di esistere. Impiegossi
l'autorità che Ambrogio ed i suoi fratelli aveano acquistato sopra la
gioventù di Graziano e la pietà di Teodosio, per inspirare massime di
persecuzione nei petti degl'Imperiali proseliti. Si stabilirono due
speciosi principj di religiosa giurisprudenza, dai quali deducevasi
un'immediata e rigorosa conseguenza contro i sudditi dell'Impero, che
continuavano ad osservare le ceremonie dei loro maggiori: vale a dire,
che il Magistrato in qualche modo si fa reo dei delitti che trascura di
proibire o di gastigare, e che il culto idolatrico delle favolose
Divinità e dei veri demonj è il delitto più abominevole contro la
suprema Maestà del Creatore. S'applicavano senza riflessione, e forse
erroneamente dal Clero le leggi di Mosè, e gli esempi della Storia
Giudaica[566] all'universale e dolce regno del Cristianesimo[567]. Fu
eccitato lo zelo degl'Imperatori a vendicare il proprio onore e quello
di Dio; e circa sessant'anni dopo la conversione di Costantino, si
rovesciarono i templi del Mondo Romano.
Dai giorni di Numa fino al regno di Graziano, i Romani mantennero la
regolar successione dei vari collegi dell'Ordine Sacerdotale[568].
Quindici Pontefici esercitavano la suprema loro giurisdizione su tutte
le persone e le cose dedicate al servizio degli Dei, e le varie
questioni, che continuamente nascevano in un sistema tradizionale e mal
collegato, eran sottoposte al giudizio del sacro lor Tribunale. Quindici
gravi ed eruditi Auguri osservavano l'aspetto dei Cieli, e determinavano
le azioni degli Eroi, secondo il volo degli uccelli. Quindici Custodi
dei libri Sibillini (che dal loro numero prendevano il nome di
Quindecimviri) alle occasioni consultavan l'istoria del futuro, e per
quanto sembra, delle cose contingenti. Sei Vestali consacravano la loro
verginità alla guardia del fuoco sacro e degli ignoti pegni della durata
di Roma, i quali a nessun mortale era stato permesso di rimirare
impunemente[569]. Sette Epuloni preparavano la mensa degli Dei,
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