[291] -Nullas infestas hominibus bestias, ut sunt sibi ferales plerique
Christianorum expertus.- Ammiano XXII. 5.
[292] Gregor. Naz. -Orat.- I. -p.- 33. Vedi Tillemont -Tom.- VI. -p.-
501. Ed. 4.
[293] -Hist. Polit. et Philos. des Etablissem. des Europ. etc. Tom. I.
p.- 9.
[294] Secondo Eusebio -in vit. Const. l. II. c.- 45. l'Imperatore proibì
tanto nelle città che in campagna τα μυσαρα... τηϛ Ειδωλολατρειαϛ, le
abominevoli pratiche dell'idolatria. Socrate l. I. c. 17., e Sozomeno
l. II. c. 4. 5. hanno rappresentato la condotta di Costantino con un
giusto riguardo alla verità ed all'istoria, che si è trascurato da
Teodoreto l. V. c. 21. e da Orosio VII. 28. -Tum deinde- (dice
quest'ultimo) -primus Constantinus justo ordine et pio vicem
vertit edicto, siquidem statuit citra ullam hominum ecaedem Paganorum
templa claudi.-
[295] Vedi Eusebio -in vit. Const.- l. II. c. 56. 60. Nel discorso
all'Assemblea dei Santi, che l'Imperatore pronunziò, quando era già
maturo negli anni e nella pietà, dichiara agl'Idolatrici (c. XI) che era
loro permesso d'offerir sacrifizi ed esercitare ogni atto del religioso
lor culto.
[296] Vedi Euseb. -in vit. Const. l. III. c.- 54-58. e -l. IV. c.- 23.
25. Questi atti d'autorità posson paragonarsi alla soppressione de'
Baccanali, ed alla demolizione del Tempio d'Iside, ordinate dai
Magistrati di Roma Pagana.
[297] Eusebio -in vit. Const.- l. III. c. 54. e Libanio -Orat. Pro
Templis p.- 9. 10. -Edit. Gothofr.- fanno menzione del pio sacrilegio di
Costantino, che essi risguardavano in molto differente aspetto. L'ultimo
espressamente dichiara, che «egli si servì del danaro sacro, ma non
alterò il legittimo culto; i Tempj furono in vero impoveriti, ma vi si
celebravano i riti Sacri.» Lardner. -Testim. Giudaic. et Pagan. etc.
Vol. IV. p.- 140.
[298] Ammiano XXII. 4. parla di alcuni Eunuchi di Corte, che furono
-spoliis templorum pasti-. Libanio dice -Orat. pro Templ. p.- 23., che
l'Imperatore spesso donava un Tempio, come un cane, un cavallo, uno
schiavo o una coppa d'oro; ma il devoto filosofo non lascia d'osservare,
che ben di rado questi sacrileghi favoriti erano prosperati.
[299] Vedi Gothofr. -Cod. Theodos. Tom. VI. p.- 262. Liban. -Orat.
Parent. c. X. in Fabric. Bibl. Graec. Tom. VII. p.- 235.
[300] -Placuit omnibus locis, atque urbibus universis claudi protinus
Templa, et accessu vetitis omnibus licentiam delinquendi perditis
abnegari. Volumus etiam cunctos a sacrificiis abstinere. Quod si quis
aliquid forte hujusmodi perpetraverit, gladio sternatur: facultates
etiam perempti Fisco decernimus vindicari; et similiter adfligi Rectores
Provinciarum, si facinora vindicare neglexerint.- (-Cod. Theod. l. XVI.
Tit. X. leg.- 4.). La Cronologia ha scoperto qualche contraddizione
nella data di questa legge stravagante, ch'è l'unica forse, in cui la
negligenza dei Magistrati sia punita con la morte e con la confiscazione
dei beni. Il sig. della Bastia (-Mem. de l'Acad. Tom. XV. p.- 98.)
congettura con un'apparenza di ragione, che questa non fosse che la
minuta d'una legge, o il contenuto d'una costituzione che voleva farsi,
e che si trovasse, -in scriniis memoriae-, fra i fogli di Costanzo, e
dopo fosse inserita come un degno modello nel Codice Teodosiano.
[301] Simmaco -Epist.- X. 54.
[302] La dissertazione 4. del sig. della Bastia sul Pontificato
degl'Imperatori Romani, nelle -Mem. de l'Accad. T. XV. p.- 75-144, è
un'opera molto erudita e giudiziosa, che spiega lo stato e le prove di
tolleranza circa il Paganesimo da Costantino fino a Graziano. Vien posta
fuor d'ogni dubbio l'asserzione di Zosimo che Graziano fosse il primo a
ricusare la veste Pontificale; e son quasi ridotte al silenzio le
dicerie de' torcicotti su tale articolo.
[303] Siccome io mi sono anticipatamente servito de' termini di
-Pagani-, e di -Paganesimo-, indicherò in questo luogo le singolari
vicende di tali famose parole 1. παγη nel Dialetto Dorico, sì
famigliare agl'Italiani, significa fontana, ed il vicinato rurale, che
solea frequentarla; di qui prese il comun nome di -Pagus- e di -Pagani-.
(Vedi Festo a -questa parola- e Servio -ad Virgil. Georg. II.- 382.) 2.
Per una facil estensione di tal voce, divenner quasi sinonimi -Pagano- e
rurale (Plin. -Hist. Nat. XXVIII.- 5), e si diede quel nome agl'intimi
villani, che poi nei moderni linguaggi d'Europa si è ridotto a quello di
-paesani-, -contadini-. 3. L'eccessivo accrescimento dell'ordine
militare introdusse la necessità d'un termine correlativo (Hume -Sagg.
Vol. I. p.- 555.); e chiunque non era arrolato alla milizia del
Principe, s'indicava col disprezzante nome di -Pagano- (Tacit. -Hist.
III.- 24. 43. 77. Giovenal. -Sat.- 16. Tertullian. -De Pall. c.- 4. 4).
I Cristiani erano i soldati di Cristo; i loro avversari, che ricusavano
il suo -Sacramento-, o giuramento militare del Battesimo, poterono
meritare il titolo metaforico di -Pagani-; e questo popolar rimprovero
s'introdusse fin dal regno di Valentiniano An. 365 nelle leggi Imperiali
(-Cod. Theodos. lib. XVI. T. II. l.- 18.) e negli scritti Teologici. 5.
Il Cristianesimo appoco appoco riempì le città dell'Impero; la vecchia
religione al tempo di Prudenzio (-adv. Symmac. l.- I. -in fin-) e
d'Orosio (-in praefat. Hist.-) erasi ritirata e languiva negli oscuri
villaggi; e la parola -Pagani- tornò col nuovo significato alla
primitiva sua origine. 6. Terminato che fu il culto di Giove e della sua
famiglia, si è sucessivamente applicato il nome vacante di -Pagani- a
tutti gl'idolatri e politeisti sì dell'antico che del nuovo Mondo. 7. I
Cristiani Latini lo diedero senza scrupolo, a' Maomettani, loro mortali
nemici; ed i più puri -Unitarj- furono infamati coll'ingiusta taccia
d'Idolatria e di Paganesimo. Vedi Gerardo Voss. -Etymol. Ling. Lat.-
nelle sue opere T. I. p. 420. Gottofredo -Comment. ad Cod. Theodos.- T.
VI. p. 250. e Du Cange -Glossar. Med. et inf. Latin.-
[304] Nel puro linguaggio della Jonia e d'Atene Ειδωλον, e Λατρεια
eran parole antiche e famigliari. La prima esprimeva una somiglianza,
un'apparizione, (Omero -Odiss. XI.- 601.) una rappresentazione,
un'-immagine- creata o dalla fantasia o dall'arte. La seconda indicava
ogni specie di -servizio- o di schiavitù. Gli Ebrei dell'Egitto, che
tradussero la Scrittura dall'Ebraico, ristrinsero l'uso di queste
parole (-Exod. XX.- 4. 5) al culto religioso d'un'immagine.
Gli Scrittori Sacri ed Ecclesiastici hanno adottato questo particolar
linguaggio degli Ellenisti, o Greci Ebrei, e si è data la taccia
d'idolatria Ειδωλολατρεια a quella visibile ed abbietta specie
di superstizione, che alcune Sette del Cristianesimo non dovrebbero
esser così corrive ad imputare ai politeisti della Grecia e di Roma.
CAPITOLO XXII.
-Giuliano è dichiarato Imperatore dalle legioni della Gallia.
Sua marcia e successo. Morte di Costanzo. Amministrazione civile
di Giuliano.-
Mentre i Romani languivano sotto l'ignominiosa tirannia degli Eunuchi e
dei Vescovi, si ripetevano con trasporto le lodi di Giuliano in ogni
parte dell'Impero, fuorchè nel palazzo di Costanzo. I Barbari della
Germania avevan provato, e sempre temevano le armi del giovane Cesare. I
suoi soldati erano i compagni della sua vittoria. I Provinciali pieni di
gratitudine godevano le beneficenze del suo regno. Ma i favoriti che si
erano opposti alla sua elevazione, guardavano di mal occhio le sue
virtù, ed a ragione consideravan l'amico del popolo come un nemico della
Corte. Fintanto che fu dubbiosa la fama di Giuliano, i buffoni del
palazzo, periti nel linguaggio della satira, sperimentarono l'efficacia
di quelle arti, ch'essi avevano tante volte praticate con felice
successo. Facilmente notarono che la sua semplicità non era esente da
affettazione; applicarono all'abito e alla persona del filosofo
guerriero i ridicoli nomi d'irsuto selvaggio e di scimia vestita di
porpora, e le sue modeste relazioni venivan criticate come vane ed
elaborate finzioni d'un Greco loquace, e d'uno speculativo soldato, che
aveva studiato l'arte della guerra nei giardini dell'Accademia[305]. La
voce però della maliziosa follìa finalmente fu fatta tacere dal suono
della vittoria; non si potè più dipingere il conquistatore dei Franchi e
degli Alemanni come un oggetto di disprezzo; ed il Monarca medesimo era
bassamente ambizioso di defraudare il suo luogotenente dell'onorevol
premio di sue fatiche. Nelle lettere coronate di lauro, che, secondo
l'antico costume, furono mandate alle Province, si omise il nome di
Giuliano. «Costanzo avea fatte tutte le disposizioni della guerra in
persona, egli avea segnalato il suo valore nelle linee; la sua condotta
militare assicurato avea la vittoria, ed il Re dei Barbari gli era stato
condotto prigioniero nel campo di battaglia»: dal quale in quel tempo
era distante più di quaranta giornate di cammino[306]. Ma una favola sì
stravagante non poteva ingannare la pubblica credulità, e neppur
soddisfare l'orgoglio dell'Imperatore medesimo. Conoscendo segretamente
che l'applauso ed il favor dei Romani accompagnava la nascente fortuna
di Giuliano, il suo spirito malcontento era pronto a ricevere il sottile
veleno di quegli artificiosi adulatori, che colorivano i lor malvagi
disegni con le più belle apparenze di verità e di candore[307]. Invece
di abbassare i meriti di Giuliano, essi ne confessavano, ed eziandio
n'esageravano la fama popolare, l'eminente ingegno e gl'importanti
servigi. Ma oscuramente accennavano, che le virtù di Cesare potevano ad
un tratto convertirsi nei più pericolosi delitti, se l'incostante
moltitudine preferito avesse le proprie inclinazioni al dovere, o se il
Generale d'un vittorioso esercito fosse tentato di anteporre alla sua
fedeltà le speranze della vendetta, o di una indipendente grandezza. I
personali timori di Costanzo erano interpretati dal suo Consiglio come
una lodevole ansietà per la pubblica salute; mentre in privato, e forse
anche dentro a se stesso egli mascherava col men odioso nome di timore i
sentimenti d'odio e d'invidia, che aveva segretamente conceputi per le
inimitabili virtù di Giuliano.
[A. D. 360]
L'apparente tranquillità della Gallia, e l'imminente pericolo delle
Province Orientali somministrarono uno specioso pretesto pei disegni che
artificiosamente si concertarono dai ministri dell'Imperatore.
Risolvettero essi di disarmar Cesare; di richiamare quelle fedeli truppe
che guardavano la sua persona e dignità, e d'impiegare in una guerra
lontana contro il Re di Persia i valorosi veterani che sulle rive del
Reno avevan vinto le più fiere nazioni della Germania. Mentre Giuliano
consumava le laboriose sue ore nei quartieri d'inverno a Parigi,
amministrando la potenza che nelle sue mani riducevasi all'esercizio
della virtù, fu sorpreso dal precipitoso arrivo d'un tribuno e d'un
notaro con positivi ordini dell'Imperatore, ch'-essi- avevano la
commission d'eseguire, ed a' quali -egli- non dovevasi opporre. Costanzo
indicò la sua volontà che quattro intere legioni, vale a dire quelle dei
Celti, dei Petulanti, degli Eruli e dei Batavi, si separassero dalle
bandiere di Giuliano, sotto di cui acquistato avevano la loro fama e
disciplina; che si scegliessero in ciascheduna delle rimanenti trecento
dei più valorosi giovani; e che questo numeroso distaccamento, che
formava la forza dell'esercito Gallico, si ponesse immediatamente in
marcia, e facesse ogni diligenza per arrivare avanti l'apertura della
nuova campagna sulle frontiere di Persia[308]. Cesare previde le
conseguenze di questo fatal comando, e se ne lagnò. Moltissimi
ausiliarii, che volontariamente s'erano ascritti alla milizia, avevano
stipulato di non poter essere mai costretti a passar le alpi. Si era
impegnata la pubblica fede di Roma, ed il personal onore di Giuliano per
l'osservanza di tal condizione. Un simil atto di tradimento e
d'oppressione avrebbe distrutto la fiducia, ed eccitato lo sdegno
degl'indipendenti guerrieri della Germania, che risguardavan la verità
come la più nobile delle virtù, e la libertà come il più stimabile dei
loro beni. I Legionari, che godevano il titolo ed i privilegi di Romani,
s'erano arrolati per la difesa generale della Repubblica; ma quelle
mercenarie truppe udivan con fredda indifferenza gli antiquati nomi di
Repubblica e di Roma. Attaccati o per la nascita o per una lunga
abitazione al clima ed ai costumi della Gallia, essi amavano ed
ammiravan Giuliano, disprezzavano e forse odiavan l'Imperatore, temevano
quella marcia laboriosa, i dardi Persiani, e gli ardenti deserti
dell'Asia. Risguardavano come loro propria la terra che avevan salvata;
e scusavan la loro mancanza di coraggio, adducendo il sacro e più
immediato dovere di difender le famiglie e gli amici loro. Le
apprensioni dei Galli nascevano da un imminente ed inevitabil pericolo.
Tosto che si fossero private le Province della militare loro forza, i
Germani avrebber violato un trattato, che non fondavasi che sui loro
timori; e nonostante l'abilità ed il valor di Giuliano, il Generale
d'un'armata di puro nome, a cui si sarebbero imputate le pubbliche
calamità, dovea dopo una vana resistenza trovarsi, o schiavo nel campo
dei Barbari, o reo nel palazzo di Costanzo. Se Giuliano ubbidiva agli
ordini che avea ricevuti, sottoscriveva la propria sua distruzione e
quella d'un popolo, che meritava il suo affetto. Ma una positiva
disubbidienza era un atto di ribellione ed una dichiarazione di guerra.
L'inesorabil gelosia dell'Imperatore, e la perentoria, e forse insidiosa
natura de' suoi comandi, non lasciavan luogo ad una plausibile apologia
o candida interpretazione; e la dipendente situazione di Cesare appena
gli dava tempo di deliberare. La solitudine accresceva la perplessità di
Giuliano; egli non potea più contare su' fedeli consigli di Sallustio,
che dall'oculata malizia degli eunuchi era stato rimosso dal suo
uffizio; non potea neppure corroborare le sue rappresentanze col
concorso de' Ministri, che avrebbero avuto paura o rossore d'approvar la
rovina della Gallia. Fu preso il momento, in cui Lupicino,[309] Generale
della cavalleria, era stato mandato nella Gran-Brettagna, per reprimer
le incursioni degli Scoti, e de' Pitti; e Florenzio era occupato a
Vienna nell'esazione del tributo. Quest'ultimo, astuto e corrotto
politico, evitando d'essere in alcun modo responsabile in tal pericolosa
occasione, eluse i pressanti e replicati inviti di Giuliano, che gli
rappresentava, che in ogni risoluzione d'importanza era indispensabile
nel consiglio del Principe la presenza del Prefetto. Frattanto Cesare
veniva incalzato dalle civili ed importune sollecitazioni de'
messaggieri Imperiali, che pretesero di suggerire, che s'egli aspettava
il ritorno de' suoi Ministri si sarebbe caricato della colpa d'aver
differito, ed avrebbe riservato ad essi il merito dell'esecuzione.
Incapace di resistere, e non volendo ubbidire, Giuliano espresse ne'
termini più serj il desiderio, ed eziandio l'intenzione che aveva, di
dimetter la porpora, ch'egli non potea ritener con onore, ma che non
potea per altro abbandonare con sicurezza.
Dopo un penoso contrasto, Giuliano fu costretto a riconoscere, che
l'ubbidienza era la virtù propria del suddito più eminente, e che al
solo Sovrano toccava di giudicare del pubblico bene. Ei diede gli ordini
opportuni per eseguire la volontà di Costanzo; una parte delle truppe
incominciò a marciare per le alpi; e dalle varie guarnigioni si mossero
i distaccamenti verso i rispettivi luoghi d'unione. Avanzavano essi con
difficoltà fra la tremante, e spaventata folla di Provinciali, che
procuravan d'eccitare la lor pietà con tacita disperazione o con alti
lamenti, nel tempo che le mogli de' soldati, tenendo in braccio i lor
figli, accusavano l'abbandono de' loro mariti in un linguaggio misto di
dispiacere, di tenerezza, e di sdegno. Questa scena di mestizia afflisse
l'umanità di Cesare; egli concesse un numero sufficiente di carri per
trasportare le mogli e le famiglie de' soldati[310], procurò
d'alleggerire i travagli, ch'era costretto d'imporre, ed accrebbe con le
più lodevoli arti la sua popolarità, e il disgusto dell'esuli truppe. La
tristezza d'una moltitudine armata presto si converte in furore; i
liberi discorsi, che si comunicavan di tenda in tenda sempre con
maggiore audacia ed effetto, prepararono i loro animi ai più arditi atti
di sedizione, e mediante la connivenza dei Tribuni fu segretamente
sparso un opportuno libello in cui dipingevasi con vivi colori la
disgrazia di Cesare, l'oppressione dell'esercito Gallico, e gl'imbelli
vizi del tiranno dell'Asia. I servi di Costanzo rimasero sorpresi ed
agitati dal progresso di tale spirito pericoloso. Stimolarono Cesare ad
affrettar la partenza delle truppe; ma imprudentemente rigettarono
l'onesto o giudizioso consiglio di Giuliano, che proponeva loro di non
muovere le schiere verso Parigi, ed indicava il pericolo e la tentazione
d'un ultimo abboccamento.
Tostochè fu annunziato l'avvicinarsi delle truppe, Cesare andò loro
incontro e salì sul suo Tribunale che era stato eretto in una pianura
fuori delle porte della Città. Dopo d'aver distinto gli Uffiziali ed i
soldati, che pei loro posti ed azioni meritavan particolare attenzione,
Giuliano si voltò con una studiata orazione alla moltitudine ohe lo
circondava; celebrò con grato applauso le loro imprese, gl'incoraggiò ad
accettare con allegrezza l'onore di militar sotto gli occhi d'un potente
e generoso Monarca, e gli avvertì che i comandi d'Augusto richiedevano
un immediata e volontaria ubbidienza. I soldati, che temevan d'offendere
il lor Generale con indecenti clamori, o di mentire i lor sentimenti con
false e venali acclamazioni, conservarono un ostinato silenzio, e dopo
breve posa furono rimandati a' loro quartieri. I principali Uffiziali
ammessi furono alla mensa di Cesare, che protestava, col più tenero
linguaggio dell'amicizia, il desiderio che aveva, e l'impotenza in cui
si trovava di premiare, secondo i lor meriti, i prodi compagni delle sue
vittorie. Essi partiron da tavola pieni di dolore e di pensieri, e si
dolevano della durezza di loro sorte, che dividevagli dall'amato lor
Generale, e dal lor paese nativo. Fu arditamente discusso, ed approvato
l'unico espediente, che impedir potesse quella separazione; lo sdegno
popolare si ridusse a poco o poco ed una regolare cospirazione; si
ampliarono dalla passione i giusti motivi di querela; e siccome nella
vigilia della partenza permettevasi alle truppe una licenziosa
ricreazione, le loro passioni furono anche infiammate dal vino. Alla
mezza notte l'impetuosa moltitudine con spade, con bicchieri, e con faci
alla mano corse ne' sobborghi; circondò il palazzo[311]; e non curando
il futuro pericolo, pronunziò le fatali e irrevocabili parole: -Giuliano
Augusto-. Il Principe, la cui ansiosa sospensione veniva interrotta
dalle disordinate loro declamazioni, assicurò le porte, affinchè non
s'introducessero nel palazzo; e per quanto fu in suo potere, non espose
la propria persona e dignità agli accidenti d'un notturno tumulto. Allo
spuntar del giorno i soldati, lo zelo de' quali era irritato dalla
opposizione, entraron per forza nel palazzo; s'impadronirono con
rispettosa violenza dell'oggetto della loro scelta, accompagnarono con
spade sguainate Giuliano per le strade di Parigi, lo collocarono sul
Tribunale, e con replicate grida lo salutarono Imperatore. La prudenza
non meno che la fedeltà gl'inculcarono il dovere di resistere a' lor
ribelli disegni, e di preparare alla sua oppressa virtù la scusa della
violenza. Volgendosi or alla moltitudine, or agl'individui, ora
implorava la lor compassione, ora esprimeva il suo sdegno; gli
scongiurava a non macchiar la fama di loro immortali vittorie, e si
avventurò a promettere, che se immediatamente tornavano al lor dovere,
avrebbe procurato d'ottener dall'Imperatore non solo un libero e
grazioso perdono, ma anche la rivocazione degli ordini, che avevano
eccitato la loro collera. Ma i soldati, che conoscevan la propria colpa,
vollero piuttosto dipendere dalla gratitudine di Giuliano, che dalla
clemenza dell'Imperatore. Il loro zelo insensibilmente si ridusse ad
impazienza, e l'impazienza a furore. L'inflessibil Cesare sostenne fino
all'ora terza del giorno le preghiere, i rimproveri e le minacce di
essi; nè volle cedere fintantochè non l'ebbero assicurato più volte, che
s'egli voleva vivere, bisognava che acconsentisse a regnare. Fu
innalzato sopra uno scudo in presenza, e fra le unanimi acclamazioni
delle truppe; supplì alla mancanza del diadema[312] un ricco collar
militare, che trovarono a caso; la ceremonia si terminò con la promessa
d'un moderato donativo[313]; ed il nuovo Imperatore, oppresso da un vero
o affettato rammarico, si ritirò ne' più segreti recessi del suo
appartamento[314].
Poteva il dispiacer di Giuliano provenire solo dalla sua innocenza; ma
questa deve apparire estremamente dubbiosa[315] agli occhi di quelli,
che hanno appreso a sospettare de' motivi, e delle proteste dei
Principi. Il suo attivo e vivace spirito era suscettibile delle diverse
impressioni di speranza e di timore, di gratitudine e di vendetta, di
dovere e d'ambizione, d'amor della fama e di timor del biasimo. Ma è
impossibile per noi il calcolare il respettivo peso, e l'azione di tali
sentimenti, o il determinare i principj agenti, che sfuggir potevano
all'osservazione di Giuliano medesimo, mentre ne guidavano, o piuttosto
ne spingevano i passi. Il disgusto delle truppe nasceva dalla malizia
de' nemici di lui; il loro tumulto era un effetto naturale
dell'interesse e della passione; e se Giuliano tentato avesse di
nascondere un alto disegno sotto le apparenze del caso, avrebbe dovuto
impiegare il più consumato artifizio senza necessità, e probabilmente
senza frutto. Egli solennemente dichiara in faccia a Giove, al Sole, a
Marte, a Minerva ed a tutte le altre divinità, che sino al termine della
sera, che precedè la sua elevazione, fu affatto ignorante dei disegni
de' soldati[316]; e potrebbe sembrar poco generoso il non credere
all'onor d'un Eroe, ed alla veracità d'un Filosofo. Pure la
superstiziosa credenza che Costanzo fosse il nemico, ed egli il favorito
degli Dei, poteva fargli desiderare, promuovere, ed anche affrettare il
fausto momento del proprio regno, ch'era predestinato a restaurar
l'antica religione dell'uman genere. Quando Giuliano ebbe avuto notizia
della cospirazione, si abbandonò ad un breve sonno; e dopo raccontava a'
suoi amici d'aver veduto il Genio dell'Impero, che aspettava con
impazienza alla sua porta, chiedendo con premura d'esser ammesso, e
rimproverando la sua mancanza di coraggio, e d'ambizione[317]. Attonito
e perplesso indirizzò le sue preghiere al gran Giove, che immediatamente
con un chiaro e manifesto augurio indicogli di sottomettersi alla
volontà del Cielo e dell'esercito. Allorchè uno spirito di fanatismo, sì
credulo nel tempo stesso e sì artificioso, s'è insinuato in un'anima
nobile, insensibilmente corrode i vitali principj di veracità, e di
virtù.
Moderare lo zelo del suo partito, protegger le persone de' suoi
nemici[318], render vane, e disprezzar le segrete intraprese, che si
facevano contro la sua vita e dignità, eran le cure che occuparono i
primi giorni del nuovo Imperatore. Quantunque fosse fermamente risoluto
di mantenersi nel posto, che aveva acquistato, era tuttavia desideroso
di salvare lo Stato dalle calamità d'una guerra civile, d'evitar di
combattere con le superiori forze di Costanzo, e di liberare il proprio
carattere dalla taccia di perfidia e d'ingratitudine. Adornato delle
insegne della pompa militare ed Imperiale, Giuliano si mostrò nel campo
di Marte ai soldati, che ardevano d'un fervido entusiasmo nella causa
del loro pupillo, capitano, ed amico. Egli recapitolò le loro vittorie,
si dolse de' loro travagli, ne applaudì la risoluzione, ne animò le
speranze, e ne frenò l'impetuosità; nè licenziò l'assemblea finchè non
ebbe ottenuto una solenne promessa dalle truppe, che se l'Imperatore
d'Oriente avesse voluto divenire ad un discreto trattato, essi avrebbero
rinunziato ad ogni mira di conquista, e si sarebbero contentati del
tranquillo possesso delle Province di Gallia. Su tal fondamento egli
compose in nome proprio e dell'esercito, una speciosa, e moderata
lettera[319], che fu consegnata a Pentadio, suo Maestro degli uffizj, e
ad Euterio suo Ciamberlano, ch'esso destinò Ambasciatori per ricevere la
risposta, ed osservar le disposizioni di Costanzo. In questa lettera
egli si dà il modesto nome di Cesare. Ma richiede in una perentoria,
sebben rispettosa maniera, la conferma del titolo d'Augusto. Egli
confessa l'irregolarità della sua elezione, mentre in qualche modo
giustifica il risentimento e la violenza delle truppe, che avevano
estorto a forza il suo consenso. Riconosce la superiorità del fratello
Costanzo; e s'impegna a mandargli un annuo presente di cavalli
Spagnuoli, di reclutarne l'esercito con uno scelto numero di giovani
barbari, e di ricever dalle mani di lui un Prefetto del Pretorio di
provata discrezione e fedeltà. Ma si riserva l'elezione degli altri
Uffiziali civili e militari con le truppe, l'entrate, e la sovranità
delle Province oltre l'Alpi. Avverte l'Imperatore a consultare i dettami
della giustizia; a diffidare degli artifizi di que' venali adulatori,
che non sussistono che per le discordie de' Principi; e ad abbracciare
l'offerta d'un equo ed onorevol trattato, vantaggioso alla Repubblica
ugualmente che alla casa di Costantino. In questa negoziazione Giuliano
non chiedeva più di quello che già possedeva. L'autorità delegata, che
da gran tempo esercitava sulle Province di Gallia, di Spagna, e della
Gran-Brettagna si continuò a venerare sotto un nome più indipendente ed
augusto. I soldati ed il popolo furon contenti d'una rivoluzione, che
non venne macchiata neppure dal sangue de' rei. Florenzio fuggì;
Lupicino fu arrestato. Quelli, che non amavano il nuovo governo, furono
disarmati, e posti in sicuro; e si distribuirono gli uffizj vacanti,
secondo la raccomandazione del merito, da un Principe che disprezzava
gl'intrighi del palazzo, ed i clamori de' soldati[320].
I trattati di pace venivano accompagnati e sostenuti dalle più vigorose
preparazioni per la guerra. L'esercito, che Giuliano teneva pronto per
agire immediatamente, fu reclutato ed accresciuto da' disordini de'
tempi. La crudel persecuzione del partito di Magnenzio aveva riempito la
Gallia di numerose truppe di banditi, e di ladri. Questi volentieri
accettaron l'offerta d'un generale perdono da un Principe del quale
potevan fidarsi, si sottomisero al rigore della militar disciplina, e
non ritennero che un odio implacabile contro la persona e il governo di
Costanzo[321]. Subito che la stagione permise d'entrare in campagna,
egli comparve alla testa delle sue legioni; gettò un ponte sul Reno
nelle vicinanze di Cleves; e si preparò a gastigar la perfidia degli
Attuarj, tribù di Franchi, i quali supponevano di poter devastare
impunemente le frontiere d'un Impero diviso. La difficoltà, e la gloria
di quest'impresa consisteva in una faticosa marcia; e Giuliano ebbe
vinto, subito che gli riuscì di penetrare in un luogo che gli
antecedenti Principi avevano stimato inaccessibile. Dopo d'aver concessa
la pace a' Barbari, l'Imperatore visitò diligentemente le fortificazioni
lungo il Reno da Cleves a Basilea; esaminò con particolar attenzione i
territorj, che avea ricuperati dalle mani degli Alemanni, passò per
Besanzone[322], che aveva molto sofferto dal lor furore, e fissò il suo
principal quartiere a Vienna per il seguente inverno. Fu migliorata e
fortificata la frontiera della Gallia con nuove fortificazioni; e
Giuliano aveva qualche speranza, che i Germani, da esso tante volto
soggiogati, potessero in assenza di lui esser tenuti a freno dal terror
del suo nome. Vadomair[323] era l'unico Principe degli Alemanni, ch'egli
stimava o temeva; e mentre l'astuto Barbaro affettava d'osservar la fede
de' trattati, il progresso delle sue armi minacciava lo Stato d'una
inopportuna, e pericolosa guerra. La politica di Giuliano condiscese a
sorprendere il Principe degli Alemanni con le sue proprie arti; e
Vadomair, che sotto il carattere d'amico aveva incautamente accettato un
invito da' Governatori Romani, fu arrestato nel mezzo del convito, e
mandato prigioniero nel cuor della Spagna. Avanti che i Barbari fosser
rinvenuti dalla lor sorpresa, l'Imperatore comparve armato sulle sponde
del Reno, ed attraversato un'altra volta il fiume, rinnovò le profonde
impressioni di terrore e di rispetto, che si eran già fatte da quattro
precedenti spedizioni[324].
Gli Ambasciatori di Giuliano avevano avuto l'ordine d'eseguire colla
massima diligenza l'importante lor commissione. Ma nel passar che fecero
per l'Italia e l'Illirico fur trattenuti dalle tediose ed affettate
dilazioni de' Governatori delle Province; furon condotti a lente
giornate da Costantinopoli a Cesarea in Cappadocia; e quando finalmente
vennero ammessi alla presenza di Costanzo, trovarono ch'egli avea già
concepito da' dispacci de' suoi Uffiziali la più svantaggiosa opinione
della condotta di Giuliano e dell'esercito Gallico. Si ascoltarono le
lettere con impazienza; i tremanti Ambasciatori furono licenziati con
ira e disprezzo; e gli sguardi, i gesti, ed il furioso linguaggio del
Monarca esprimevano il disordine dell'animo suo. Il domestico vincolo,
che avrebbe potuto riconciliare il fratello e il marito d'Elena, di
fresco erasi sciolto per la morte di quella Principessa, di cui la
gravidanza era stata più volte infruttuosa, ed alla fine riuscille
fatale[325]. L'Imperatrice Eusebia avea conservato fino all'ultimo
momento della sua vita il tenero, ed anche geloso affetto, che concepito
avea per Giuliano; e la dolce di lei autorità avrebbe potuto moderare lo
sdegno d'un Principe, che, dopo la morte di quella, s'era abbandonato
alle proprie passioni, ed alle arti de' suoi eunuchi. Ma il timore d'una
straniera invasione l'obbligò a sospendere il gastigo d'un nemico
domestico; continuò la sua marcia verso i confini della Persia, e stimò
sufficiente l'indicare le condizioni, che avrebber potuto render
Giuliano ed i suoi rei seguaci, degni della clemenza dell'offeso loro
Sovrano. Egli esigeva, che il presuntuoso Cesare espressamente
rinunziasse il nome e la dignità d'Augusto, che ricevuto avea da'
ribelli; che discendesse all'antico suo posto di limitato e dipendente
ministro; che rimettesse le forze dello Stato, e dell'armata nelle mani
degli Uffiziali, ch'erano deputati dalla Corte Imperiale; e che
affidasse la propria salute alle assicurazioni di perdono, che si
portavano da Epitteto, Vescovo Gallico, ed uno degli Arriani favoriti di
Costanzo. Inutilmente si consumarono varj mesi in una negoziazione, che
si trattava alla distanza di tremila miglia tra Parigi ed Antiochia; e
quando Giuliano s'accorse, che il suo moderato e rispettoso contegno non
serviva che ad irritare l'orgoglio d'un implacabil nemico, arditamente
risolse di commetter la sua vita e il suo stato alla sorte d'una guerra
civile. Diede una pubblica, e militar udienza al Questore Leonas; fu
letta la superba lettera di Costanzo all'attenta moltitudine; e Giuliano
si protestò con la più adulante deferenza, ch'egli era pronto a
dimettere il titolo d'Augusto, se poteva ottenere il consenso di quelli
ch'ei riguardava come autori della sua elevazione. La timida
proposizione impetuosamente fu rigettata, e da ogni parte del campo nel
tempo stesso rimbombarono queste acclamazioni «Giuliano Augusto,
continua a regnare per l'autorità dell'esercito, del popolo e della
Repubblica, che hai salvata», onde spaventato rimase il pallido
Ambasciator di Costanzo. In seguito fu letta una parte della lettera, in
cui l'Imperatore accusava l'ingratitudine di Giuliano, ch'esso aveva
insignito dell'onor della porpora; che aveva educato con tanta cura, e
tenerezza; che aveva difeso nella sua infanzia, quando ei restò un
orfano senza soccorso; «Orfano!» interruppe Giuliano, che giustificava
la propria causa nel tempo che soddisfaceva le sue passioni;
«L'assassino di mia famiglia mi rinfaccia che io rimasi orfano? Egli mi
spinge a vendicar quelle ingiurie, che lungamente ho procurato di porre
in obblio». Fu licenziata l'assemblea; e Leonas, che s'era difficilmente
difeso dal furor popolare, fu mandato al suo Signore con una lettera, in
cui Giuliano esprimeva co' tratti della più veemente eloquenza i
sentimenti d'ira, d'odio, e di disprezzo, ch'erano stati soppressi ed
inveleniti dalla dissimulazione di venti anni. Dopo questa ambasceria,
che si potè risguardare come il segno d'una irreconciliabile guerra,
Giuliano, che poche settimane avanti avea celebrato la festa Cristiana
dell'Epifania[326], fece una pubblica dichiarazione ch'egli commetteva
la cura della sua salvezza ai -Numi immortali-; e così rinunziò
pubblicamente alla religione, ugualmente che all'amicizia di
Costanzo[327].
La situazione di Giuliano richiedeva una vigorosa, ed immediata
risoluzione. Egli aveva scoperto per mezzo di lettere intercettate, che
l'avversario, sacrificando l'interesse dello Stato a quello del Monarca,
aveva di nuovo eccitato i Barbari ad invader le Province dell'Occidente.
La disposizione di due magazzini, stabiliti uno sulle sponde del lago di
Costanza, l'altro a piè delle Alpi Cozie, pareva che indicasse la marcia
di due armate; e la grandezza di que' magazzini, ciascheduno de' quali
conteneva seicentomila sacca di grano, o piuttosto farina[328], era una
minacciante prova della forza, e del numero de' nemici che si
preparavano a circondarla. Ma le legioni Imperiali erano sempre nelle
distanti Province dell'Asia; il Danubio era guardato debolmente, e se
Giuliano con una repentina invasione riusciva ad occupare le importanti
Province dell'Illirico, poteva sperare che sarebbe corso a' suoi
stendardi un popolo di soldati, e che le ricche miniere d'oro e
d'argento che v'erano, avrebbero contribuito alle spese della guerra
civile. Propose quest'audace impresa all'assemblea de' soldati; inspirò
loro una giusta fiducia nel Generale ed in se stessi; e gli esortò a
mantenere la propria riputazione di esser terribili a' nemici, moderati
verso i propri concittadini, ed ubbidienti a' loro Uffiziali. L'animoso
di lui discorso fu ricevuto con le più alte acclamazioni, e le medesime
truppe, che avean prese le armi contro Costanzo, quando intimò loro di
abbandonare la Gallia, ora dichiarano allegramente che avrebber
seguitato Giuliano fino alle ultime estremità dell'Europa o dell'Asia.
Fu dato loro il giuramento di fedeltà; ed i soldati, facendo strepito
con gli scudi, e ponendosi la punta delle spade nude alla gola, si
obbligarono con le più orride imprecazioni al servizio d'un Capitano,
ch'essi celebravano come il liberator della Gallia ed il vincitor de'
Germani[329]. A tal solenne obbligazione, che pareva dettata
dall'affetto più che dal dovere, non si oppose che il solo Nebridio,
ch'era stato ammesso all'Uffizio di Prefetto del Pretorio. Il fedele
Ministro, solo e senz'aiuto, sostenne i diritti di Costanzo in mezzo ad
un'armata e fervida moltitudine, al furor della quale poco mancò, che
non restasse onorevolmente, ma invano sacrificato. Dopo che un colpo di
spada gli ebbe troncata una mano, egli abbracciò le ginocchia del
Principe, che aveva offeso. Giuliano cuoprì il Prefetto col suo manto
Imperiale, e difendendolo dal zelo de' suoi seguaci, lo mandò alla
propria casa con minor rispetto di quello ch'era forse dovuto alla virtù
d'un nemico[330]. Il sublime posto di Nebridio fu dato a Sallustio; e le
Province di Gallia, che allora si trovavan libere dall'intollerabile
oppression delle tasse, goderono dell'equa e dolce amministrazione
dell'amico di Giuliano, a cui permettevasi di praticar quelle virtù, che
aveva instillato nell'animo del suo allievo[331].
Le speranze di Giuliano dipendevano assai meno dal numero delle truppe,
che dalla celerità de' suoi movimenti. Nell'esecuzione d'un'ardita
intrapresa, pose in opera ogni precauzione che suggerir potea la
prudenza; e dove questa non poteva più accompagnare i suoi passi, affidò
l'evento al valore, ed alla fortuna. Egli riunì, e divise il suo
esercito[332] nelle vicinanze di Basilea. Ad un corpo di diecimila
uomini, sotto il comando di Nevitta Generale di cavalleria, fu ordinato
d'avanzarsi verso le parti mediterranee della Rezia e del Norico. Una
simil divisione di truppe, sotto gli ordini di Giovio e di Giovino, si
preparò a seguitare l'obbliquo corso delle pubbliche strade per le Alpi
ed i confini settentrionali d'Italia. Le istruzioni pei Generali eran
concepite con energia e precisione: di affrettare cioè la lor marcia in
chiuse e serrate colonne, che secondo la disposizione del luogo
potessero facilmente cangiarsi in qualunque ordine di battaglia;
d'assicurarsi dalle sorprese notturne per mezzo di forti posti, e di
vigilanti sentinelle; di prevenire la resistenza coll'inaspettato loro
arrivo; e mediante la repentina partenza, eluder le osservazioni; di
spargere una grande opinione delle loro forze, ed il terror del suo
nome; e di riunirsi al loro Sovrano sotto le mura di Sirmio. Per se
Giuliano avea riservato la parte dell'opera più straordinaria, e
difficile. Scelse tremila bravi ed attivi volontari, e risolvè, come
loro condottiero, di togliere ad essi qualunque speranza di ritirata.
Alla testa di questa fedele truppa, senza timore gettossi nell'interno
della Marciana, o sia della Foresta Nera, che nasconde la sorgente del
Danubio[333], e per molti giorni restò incognito al Mondo il destin di
Giuliano. Mediante la segretezza della sua marcia, e per la diligenza e
vigore con cui operò, vinse ogni ostacolo; proseguì a viva forza il suo
viaggio per monti e paludi, occupò i ponti, passò a nuoto i fiumi, non
traviando mai dal retto suo corso[334], senz'avvertire se traversava
territorj di Romani o di Barbari; e finalmente sboccò fra Vienna, e
Ratisbona, in quel luogo appunto dove avea disegnato d'imbarcar le sue
truppe sul Danubio. Mediante un ben concertato stratagemma, s'impossessò
d'una flotta di legni leggieri[335], che ivi si trovava sulle ancore;
l'assicurò di grosse provvisioni, sufficienti a saziare il non delicato
e vorace appetito d'un esercito Gallico; ed arditamente s'abbandonò al
corso del Danubio. Gli sforzi de' suoi marinari, che faticavano con
diligenza continua, e la stabil costanza d'un vento favorevole, fecero
progredir la sua flotta più di seicento miglia in undici giorni[336]; ed
aveva già sbarcate le sue truppe a Bologna, distante non più di
diciannove miglia da Sirmio, avanti che i nemici avessero alcuna certa
notizia, ch'egli avea lasciate le rive del Reno. Nel corso di questa
lunga e rapida navigazione l'animo di Giuliano era fisso nell'oggetto
della sua intrapresa; e quantunque accettasse le deputazioni di alcune
città, che s'affrettavano ad acquistare il merito d'una pronta
sommissione, passò davanti alle fortezze nemiche situate lungo il fiume,
senza cedere alla tentazione di segnalare un vano ed inopportuno valore.
Le sponde del Danubio da una parte e dall'altra erano coronate di
spettatori, che ammiravan la pompa militare, prevedevano l'importanza
del fatto, e spargevan per le vicine regioni la fama d'un giovin Eroe,
che s'avanzava con una velocità più che mortale alla testa delle
innumerabili forze d'Occidente. Luciliano, che col grado di Generale di
cavalleria comandava la milizia dell'Illirico, rimase agitato e
perplesso dalle dubbiose relazioni, ch'ei non poteva nè rigettare, nè
credere. Avea egli prese alcune lente ed irresolute misure ad oggetto di
levar truppe, quando fu sorpreso da Dagalaifo, attivo Uffiziale, che
Giuliano, appena sbarcato a Bologna, avea spedito avanti con qualche
corpo d'infanteria leggiera. Il Generale prigioniero, incerto della vita
o della morte, fu posto in fretta sopra un cavallo, e condotto alla
presenza di Giuliano, che l'alzò cortesemente da terra, e sgombrò il
terrore e la sorpresa, che sembrava avessero instupidite le sue potenze.
Ma tosto che Luciliano ebbe ripreso lo spirito, dimostrò la sua mancanza
di discernimento col pretendere d'ammonire il suo vincitore per essersi
temerariamente arrischiato con un pugno di soldati ad esporre la sua
persona in mezzo a' nemici. «Riserva coteste timide rimostranze al tuo
Signore Costanzo», replicò con un sorriso di disprezzo Giuliano, «quando
io ti ho dato a baciare la mia porpora, ti ho ricevuto come un
supplichevole, non come un consigliero». Sapendo che il solo successo
era quello che giustificar poteva il suo tentativo, e che il solo ardire
poteva dominar sull'evento, immediatamente s'avanzò alla testa di
tremila soldati ad attaccar la più forte e più popolata città delle
Province Illiriche. Entrato nel lungo sobborgo di Sirmio, fu ricevuto
dalle liete acclamazioni dell'esercito e del popolo, che coronato di
fiori, e tenendo in mano fiaccole accese, conduceva all'Imperial sua
residenza il proprio già riconosciuto Sovrano. Furono destinati due
giorni alla pubblica gioia, che celebrossi co' giuochi del Circo; ma il
terzo giorno di buon mattino Giuliano mosse ad occupare lo stretto passo
di Succi nelle angustie del monte Emo, che posto quasi in mezzo fra
Sirmio e Costantinopoli, separa fra loro le Province di Tracia e di
Dacia, mediante una dirupata discesa verso la prima, ed un dolce declivo
dalla parte dell'altra[337]. Fu affidata la difesa di questo importante
luogo al bravo Nevitta, il quale non meno che i Generali della divisione
Italiana, aveva con buon successo eseguito il piano della marcia e
l'unione, che il loro Principe sì saviamente avea divisata[338].
L'omaggio, che ottenne Giuliano dal timore o dalla inclinazione del
Popolo, s'estese molto al di là dell'immediato effetto delle sue
armi[339]. S'amministravan le Prefetture d'Italia e d'Illirico da Tauro
e da Florenzio, che univano quest'importante uffizio ai vani onori del
consolato; e siccome que' Magistrati precipitosamente si ritirarono alla
Corte d'Asia, Giuliano, che sempre non potea raffrenar la leggerezza del
suo naturale, notò la lor fuga coll'aggiungere in tutti gli atti di
quell'anno a' nomi de' due Consoli il titolo di -fuggitivi-. Le
Province, che si trovarono abbandonate da' primi lor Magistrati,
riconobber l'autorità di un Imperatore, che conciliando le qualità di
soldato con quelle di filosofo, era ugualmente ammirato nei campi del
Danubio, e nelle Città della Grecia. Dal suo palazzo, o piuttosto da'
suoi generali quartieri di Sirmio e di Naisso, mandò alle principali
Città dell'Impero un'elaborata apologia della sua condotta; pubblicò i
segreti dispacci di Costanzo; e chiese il giudizio del genere umano fra
due competitori, l'uno de' quali aveva espulsi, e l'altro chiamati i
Barbari[340]. Giuliano, il cui animo era profondamente sensibile alla
taccia d'ingratitudine, tendeva a conservare con gli argomenti, non meno
che colle armi, la superiorità della sua causa, e ad esser eccellente
non solo nell'arti della guerra, ma anche in quelle di scrivere. Sembra
che la sua lettera al Senato ed al Popolo d'Atene[341] fosse dettata da
un elegante entusiasmo, che gli faceva sottometter le proprie azioni e i
motivi di esse a' degenerati Ateniesi de' suoi tempi, con quell'umile
deferenza con cui avrebbe arringato, al tempo d'Aristide, avanti il
Tribunale dell'Areopago. La sua richiesta al Senato di Roma, al quale
tuttavia permettevasi di conferire i titoli dell'Imperial potestà, fu
coerente alla forma d'una spirante Repubblica. S'intimò un'assemblea da
Tertullo, Prefetto della Città; vi si lesse l'epistola di Giuliano; e
siccome si vedeva, ch'egli era padrone d'Italia, i suoi diritti furono
ammessi senza che alcun dissentisse. Con minor soddisfazione ascoltossi
la sua indiretta censura delle innovazioni di Costantino, e
l'appassionata invettiva contro i vizi di Costanzo, ed il Senato, come
se Giuliano fosse stato presente, tutto insieme esclamò: «Rispettate, di
grazia, l'Autore della vostra fortuna»[342]: artificiosa espressione,
che si poteva interpretar differentemente secondo la sorte della guerra,
o come una viril disapprovazione dell'ingratitudine dell'usurpatore, o
come un'adulante confessione, che quel solo atto, di tanto vantaggio
allo Stato, dovea servire a purgare tutti i difetti di Costanzo.
Immediatamente fu data notizia della marcia e del rapido progresso di
Giuliano al suo rivale, che, mediante la ritirata di Sapore, aveva
ottenuto qualche respiro dalla guerra Persiana. Mascherando l'angustia
dell'animo suo coll'apparenza del disprezzo, Costanzo dichiarò la sua
intenzione di tornare in Europa, e dar la caccia a Giuliano; giacchè non
parlò mai di tal militare spedizione, che come d'una partita di
caccia[343]. Nel campo di Gerapoli in Siria comunicò questo disegno
all'esercito: toccò di volo la colpa e la temerità del Cesare, ed osò
assicurare i soldati, che se gli ammutinati Galli ardivano di venir loro
incontro nel campo, sarebbero stati incapaci di sostenere l'ardor de'
lor occhi, e l'irresistibile forza de' loro clamori d'attacco. Si fece
applauso militare al discorso dell'Imperatore; e Teodoto, Presidente del
consiglio di Gerapoli, fece istanza con lacrime d'adulazione che la sua
città venisse adornata del capo del soggiogato ribelle[344]. Fu spedito
in carri di posta uno scelto distaccamento per assicurare, se fosse
stato possibile, il passo di Succi; le reclute, i cavalli, le armi, ed i
magazzini, che s'erano preparati contro Sapore, si applicarono all'uso
della guerra civile, e le domestiche vittorie di Costanzo inspiravano a'
suoi partigiani la più certa sicurezza di buon successo. Il notaro
Gaudenzio aveva occupato in suo nome le Province dell'Affrica; fu
intercettata la sussistenza di Roma; e s'accrebbe la strettezza di
Giuliano per un inaspettato accidente, che avrebbe potuto produrre
conseguenze fatali. Giuliano aveva accettato la sommissione di due
legioni e d'una coorte d'arcieri, ch'erano di guarnigione a Sirmio; ma
ebbe con ragione sospetto della fedeltà di quelle truppe, ch'erano state
distinte dall'Imperatore; e fu creduto espediente, sotto pretesto che la
frontiera di Gallia era esposta, d'allontanarle dalla scena più
importante d'azione. Essi avanzarono con ripugnanza fino a' confini
dell'Italia; ma temendo la lunghezza del viaggio e la barbara ferocia
de' Germani, risolvettero, instigati da uno de' loro Tribuni, di
fermarsi ad Aquileia, e d'innalzar sulle mura di quella inespugnabil
città le bandiere di Costanzo. La vigilanza di Giuliano vide nel tempo
stesso e l'estensione del male, e la necessità d'applicarvi un immediato
rimedio. Giovino dunque ebbe l'ordine di condurre indietro una parte
dell'esercito in Italia, e speditamente fu posto l'assedio ad Aquileia e
proseguito con vigore. Ma i legionari, che pareva avessero scosso il
giogo della disciplina, regolarono la difesa della piazza con
perseveranza e sapere; invitarono il rimanente dell'Italia ad imitar
l'esempio del coraggio e della fedeltà loro; e minacciarono d'impedire
la ritirata di Giuliano, se mai si fosse trovato nella necessità di
cedere al numero superiore delle armate di' Oriente[345].
Ma l'umanità di Giuliano fu liberata dalla crudele alternativa, di cui
esso pateticamente dolevasi, di distrugger cioè, o d'esser distrutto; e
l'opportuna morte di Costanzo risparmiò all'Impero le calamità della
guerra civile. L'approssimarsi dell'inverno non potè ritenere il Monarca
in Antiochia; ed i suoi favoriti non ardirono d'opporsi al suo desiderio
di vendetta. Una lenta febbre, che forse fu cagionata dall'agitazione
del suo spirito, s'accrebbe per le fatiche del viaggio; e Costanzo fu
obbligato a fermarsi nella piccola Città di Mopsucrene, dodici miglia
sopra Tarso, dove spirò dopo una breve malattia nel quarantesimo quinto
anno della sua età, e nel ventesimo quarto anno del regno[346]. Si è
pienamente spiegato nella precedente narrazione de' fatti, sì civili che
ecclesiastici, il suo genuino carattere, ch'era composto d'orgoglio e di
debolezza, di superstizione e di crudeltà. Il lungo abuso che fece del
potere, lo rendè un oggetto considerabile agli occhi de' suoi
contemporanei; ma siccome il solo merito personale può meritar la
notizia della posterità, così l'ultimo tra' figli di Costantino può
licenziarsi dal Mondo con l'osservazione ch'egli ereditò i difetti senza
ereditare l'abilità del padre. Si dice, che Costanzo, avanti di spirare,
nominasse per suo successore Giuliano; nè sembra impossibile, che
l'ansiosa di lui premura per la sorte di una giovine e tenera moglie
ch'ei lasciava gravida, potesse prevalere negli ultimi suoi momenti alle
più aspre passioni della vendetta, e dell'odio. Eusebio ed i suoi rei
compagni fecero un vano tentativo di prolungare il regno degli Eunuchi,
mediante l'elezione d'un altro Imperatore, ma si rigettaron con disdegno
i loro intrighi da un esercito, che allora abborriva il pensiero della
discordia civile; e furono subito spediti due uffiziali d'alto grado ad
assicurar Giuliano, che ogni spada nell'impero si sarebbe adoprata in
servigio di lui. Furono prevenuti da questo fortunato accidente i
militari disegni di quel Principe, che avea formato tre differenti
attacchi contro la Tracia, e senza spargere il sangue de' suoi
concittadini, egli evitò i pericoli d'un dubbioso combattimento, ed
acquistò i vantaggi d'una compita vittoria. Impaziente di visitare il
luogo della sua nascita, e la nuova Capitale dell'Impero, s'avanzò da
Naisso per le montagne dell'Emo, e le città della Tracia. Quando giunse
in Eraclea, alla distanza di sessanta miglia, tutta Costantinopoli uscì
ad incontrarlo; ed egli fece il trionfale suo ingresso fra le rispettose
acclamazioni de' soldati, del popolo, e del Senato. Una moltitudine
innumerabile s'affollò intorno ad esso con ardente rispetto; e forse
restò sorpresa quando vide la piccola statura, ed il semplice abito d'un
Eroe, che nella sua inesperta gioventù aveva vinto i Barbari della
Germania, e allora aveva traversato con un prospero corso tutto il
continente d'Europa, da' lidi del mare Atlantico fino a quelli del
Bosforo[347]. Pochi giorni dopo, allorchè fu sbarcato nel porto il corpo
del defunto Imperatore, i sudditi di Giuliano applaudirono alla reale, o
affettata umanità del loro Sovrano. A piedi, senza diadema, e vestito a
lutto, egli accompagnò il funerale fino alla Chiesa de' santi Apostoli,
dove fu depositato il cadavere; e se possono interpretarsi questi segni
di rispetto, come un tributo fatto in riguardo di se stesso alla nascita
ed alla dignità dell'Imperial suo cugino, le lacrime di Giuliano
protestarono al Mondo ch'egli aveva dimenticato le ingiurie, e si
rammentava solo delle obbligazioni, che professava a Costanzo[348].
Appena le legioni d'Aquileia furono assicurate della morte
dell'Imperatore, aprirono le porte della città, e, col sacrifizio de'
loro colpevoli Capi, ottennero un facil perdono dalla prudenza, o dalla
mansuetudine di Giuliano, che nel trentesimo secondo anno della sua età
acquistò l'intero possesso del Romano Impero[349].
La filosofia aveva insegnato a Giuliano a paragonare fra loro i vantaggi
dell'azione e del ritiro; ma l'elevatezza della sua nascita, e gli
accidenti della sua vita non gli lasciarono mai la libertà della scelta.
Può essere ch'egli sinceramente avrebbe preferito i boschi
dell'Accademia, o la società d'Atene; ma fu costretto a principio dalla
volontà, ed in seguito dall'ingiustizia di Costanzo ad esporre la sua
persona e la sua fama a' pericoli dell'Imperiale grandezza, ed a farsi
mallevadore al Mondo ed alla posterità della felicità di milioni di
uomini[350]. Giuliano rifletteva con terrore a quell'osservazione del
suo maestro Platone[351] che il governo de' nostri armenti e de' nostri
greggi si commette ad enti d'una specie superiore ad essi; e che la
condotta delle nazioni meriterebbe, e richiederebbe le celesti facoltà
degli Dei, o de' Genj. Da questo principio a ragione concludeva, che
l'uomo il qual pretende di regnare, aspirar dovrebbe alla perfezione
della natura divina; che dovrebbe purgare il suo spirito da ogni parte
mortale e terrestre, estinguere i suoi appetiti, illuminar l'intelletto,
regolar le passioni, e soggiogare la selvaggia fiera, che, secondo la
viva metafora d'Aristotile[352], rare volte manca di salire il trono
d'un despota. Il trono di Giuliano, che dalla morte di Costanzo fu
stabilito sopra una indipendente base, era la sede della ragione, della
virtù, e forse della vanità. Ei disprezzava gli onori, rinunziava a'
piaceri, ed eseguiva con assidua diligenza i doveri dell'alto suo posto;
e pochi vi sarebbero stati tra' suoi sudditi che avessero acconsentito
ad alleggerirlo del peso del diadema, se fossero stati costretti a
sottoporre il lor tempo e le loro azioni a quelle rigorose leggi, che il
filosofico Imperatore imponeva a se stesso. Uno de' suoi più intimi
amici[353], che aveva spesso partecipato della frugale semplicità di sua
mensa ha osservato che il suo parco e leggiero cibo (ch'era per
ordinario di vegetabili) lasciavagli lo spirito e il corpo sempre libero
e attivo per eseguire le varie ed importanti incumbenze d'Autore, di
Pontefice, di Magistrato, di Generale, e di Principe. In uno stesso
giorno dava udienza a più Ambasciatori, e scriveva o dettava un gran
numero di lettere a' Generali, ai Magistrati civili, a' suoi privati
amici, ed alla diverse città de' suoi Stati. Ascoltava le suppliche che
s'erano ricevute, considerava il soggetto della domanda, e indicava le
sue intenzioni più rapidamente di quel che se ne potesse prender memoria
dalla diligenza de' suoi segretari. Godeva tal flessibilità nel pensare,
e tal fermezza d'attenzione, che impiegar poteva la mano a scrivere,
l'orecchio ad udire, e la voce a dettare; e seguitare nel tempo stesso
tre differenti serie d'idee, senza esitazione e senz'errore. Mentre i
suoi ministri dormivano, il Principe agilmente passava da un lavoro
all'altro; e dopo un frettoloso pranzo, ritiravasi nella sua libreria,
finchè i pubblici affari, che aveva fissati per la sera, lo ritraessero
dal proseguire i suoi studi. La cena dell'Imperatore era sempre di minor
sostanza del primo cibo; il suo sonno non veniva mai ottenebrato da'
fumi dell'indigestione; ed eccettuato il breve intervallo d'un
matrimonio, che fu effetto della politica piuttosto che dell'amore, il
casto Giuliano non divise mai il proprio letto con femminil
compagnia[354]. Egli veniva presto svegliato dall'entrar che facevano i
nuovi segretari, che avevan dormito il giorno avanti, ed i suoi servi
eran obbligati a vegliare a vicenda, mentre l'instancabile padrone
appena lor permetteva altro sollievo che quello di cangiare le
occupazioni. Il zio di Giuliano, il fratello, ed il cugino, suoi
antecessori, s'abbandonavano al puerile lor gusto per li giuochi del
Circo sotto lo specioso pretesto di compiacere alle inclinazioni del
Popolo; e spesso restavano la maggior parte del giorno come oziosi
spettatori, e come facienti una parte dello splendido spettacolo,
fintantochè non fosse compito l'ordinario giro di ventiquattro
corse[355]. Nelle feste solenni, Giuliano, che sentiva e confessava un
insolito disamore per questi frivoli divertimenti, condiscendeva a
comparire nel Circo; e dopo aver gettato un non curante sguardo su
cinque o sei corse, tosto si ritirava coll'impazienza d'un filosofo, che
risguardava come perduto ogni momento, che non fosse consacrato al
vantaggio del Pubblico, od al miglioramento del suo spirito[356].
Mediante quest'avarizia di tempo, sembra che prolungasse la breve durata
del suo Regno; e se le date fossero stabilite con minor certezza,
ricuseremmo di credere, che non passassero più di sedici mesi fra la
morte di Costanzo, e la partenza del suo successore per la guerra
Persiana. La diligenza dell'Istorico ha potuto sol conservarci le azioni
di Giuliano; ma quella de' suoi voluminosi scritti, che tuttora
sussiste, è un monumento dell'applicazione ugualmente che del genio
dell'Imperatore. Il Misopogon, i Cesari, varie delle sue orazioni, e la
sua elaborata opera contro la religione Cristiana furon composti nelle
lunghe notti dei due inverni che passò, il primo a Costantinopoli, ed il
secondo in Antiochia.
La riforma della Corte Imperiale fu uno de' primi, e più necessari atti
del governo di Giuliano[357]. Appena entrato nel Palazzo di
Costantinopoli, ebbe occasione di servirsi d'un barbiere. Gli si
presentò subito un uffiziale, magnificamente vestito; «Ho bisogno d'un
barbiere (esclamò il Principe con affettata sorpresa) non d'un ricevitor
generale di Finanze[358]». Dimandò a quest'uomo quanto gli rendesse il
suo impiego; ed intese, che oltre un grosso salario, ed alcuni
valutabili incerti, godeva una quotidiana prestazione per venti servi,
ed altrettanti cavalli. Eran distribuiti, ne' varj uffizj di lusso,
mille barbieri, mille coppieri, mille cuochi; e il numero degli Eunuchi
non poteva paragonarsi che agl'insetti d'un giorno d'estate[359]. Il
Monarca che abbandonava a' suoi sudditi la superiorità nel merito, e
nella virtù, si distingueva mediante l'oppressiva magnificenza degli
abiti, della tavola, degli edifizi, e del suo seguito. I superbi
palazzi, eretti da Costantino e da' suoi figli, eran ornati di molti
marmi di varj colori, e di finimenti d'oro massiccio. Si procuravano i
cibi più squisiti per soddisfare la loro vanità piuttosto che il gusto:
uccelli delle più remote regioni, pesci de' mari più distanti, frutti
fuori delle stagioni lor naturali, rose d'inverno, e nevi d'estate[360].
La spesa della domestica turba del palazzo sorpassava quella delle
legioni; eppure la minima parte di tal dispendiosa moltitudine serviva
all'uso, o allo splendore del Trono. Veniva infamato il Monarca, ed
offeso il popolo dall'instituzione e dalla vendita d'un numero infinito
di oscuri impieghi, ed anche di semplice titolo, ed i più indegni tra
gli uomini potevan acquistare il privilegio d'esser mantenuti, senza
bisogno di lavorare, dalle pubbliche rendite. Le spoglie d'una enorme
famiglia, l'ampiezza delle mancie e degl'incerti, che ben presto si
pretendevano come legittimamente dovuti; e i doni ch'estorcevan da
quelli, che ne temevano l'inimicizia, e ne sollecitavano il favore,
facean presto arricchire questi orgogliosi servi. Essi abusavano della
presente fortuna, senza riflettere alla passata o futura lor condizione;
e la rapace venalità di costoro non poteva uguagliarsi che dalla
stravaganza delle loro dissipazioni. Le vesti di seta che usavano, erano
ricamate d'oro, le mense loro servite con delicatezza e con profusione;
le case che fabbricavano per loro uso, avrebber occupato l'intiero fondo
d'un antico Console; ed i più onorevoli Cittadini eran costretti a
smontare da' loro cavalli e rispettosamente salutare un Eunuco, che
avessero incontrato nella pubblica strada. Il lusso del palazzo eccitò
il disprezzo e lo sdegno di Giuliano, che ordinariamente dormiva sulla
terra, che cedeva con ripugnanza a' bisogni indispensabili della natura,
e che faceva consister la sua vanità non già in emulare, ma in
disprezzar la pompa reale. Mediante la total estirpazione d'un male, che
veniva magnificato anche oltre i suoi veri confini, egli era impaziente
di sollevare le angustie, e di quietare i romori del popolo, che tollera
con minor dispiacere il peso delle tasse, quando è convinto che i frutti
della propria industria s'impiegano in servizio dello Stato. Ma
nell'esecuzione di quest'opera salutare, viene accusato Giuliano d'aver
proceduto con troppa fretta, e con inconsiderato rigore. Con un solo
editto ridusse il palazzo di Costantinopoli ad un immenso deserto, ed
ignominiosamente licenziò l'intiero treno degli schiavi, e dei
dipendenti[361], senza fare alcuna giusta, o almeno benefica eccezione
in favor dell'età, de' servigi, della povertà, e de' fedeli domestici
della Famiglia Imperiale. Tale in fatti era l'indole di Giuliano, che
rare volte si rammentava di quella fondamental massima d'Aristotile, che
la vera virtù si trova in egual distanza fra gli opposti vizi. Lo
splendido ed effeminato vestir degli Asiatici, i ricci ed il liscio, le
collane e gli anelli che parevan tanto ridicoli nella persona di
Costantino, furono costantemente rigettati dal filosofico di lui
successore. Ma Giuliano, insieme colle superfluità, affettava di non
curare neppur la decenza del vestire; e pareva che si facesse un pregio
di trascurar le leggi della pulizia. In un'opera satirica, destinata per
comparire al pubblico, l'Imperatore decanta con piacere, ed eziandio con
vanità la lunghezza dello sue ugne, ed il color d'inchiostro delle sue
mani; dichiara, che sebbene la maggior parte del suo corpo fosse coperta
di peli, l'uso del rasoio era limitato al solo suo capo; e vanta con
visibile compiacenza l'irsuta, e -popolata-[362] barba, ch'egli ad
esempio de' Greci filosofi amava teneramente. Se Giuliano consultato
avesse i puri dettami della ragione, il primo Magistrato de' Romani
avrebbe deriso l'affettazione di Diogene egualmente che quella di Dario.
Ma sarebbe restata imperfetta l'opera della pubblica riforma, se
Giuliano soltanto avesse corretto gli abusi, senza punire i delitti del
regno del suo predecessore. «Noi siamo adesso maravigliosamente
liberati» dic'egli in una lettera famigliare ad uno de' suoi intimi
amici «dalle fauci voraci dell'Idra[363]. Io non intendo d'applicar
quest'epiteto al mio fratello Costanzo. Esso non è più; possa la terra
esser leggiera sopra il suo capo! Ma gli artificiosi e crudeli suoi
favoriti procuravano d'ingannare e di inasprire un Principe, di cui non
può lodarsi la natural dolcezza senza qualche sforzo d'adulazione. Ciò
nonostante non è mia intenzione, che anche questi uomini vengan
oppressi; sono essi accusati, e goderanno il vantaggio d'un giusto
imparziale processo». Per dirigere quest'esame, Giuliano deputò sei
Giudici del più alto grado nello Stato, o nell'esercito; e siccome
desiderava d'evitar la taccia di condannare i suoi personali nemici,
stabilì a Calcedonia sulla parte Asiatica del Bosforo quel tribunale
straordinario; e diede a' Commissari un assoluto potere di pronunziare,
e d'eseguire la lor sentenza definitiva senza dilazione e senz'appello.
S'esercitò l'uffizio di presidente dal venerabil Prefetto Orientale,
secondo Sallustio[364]. Le sue virtù gli conciliaron la stima dei Greci
sofisti, e de' Vescovi Cristiani. Fu egli assistito dall'eloquente
Mammertino[365], uno de' Consoli eletti, di cui altamente si celebra il
merito dalla dubbiosa testimonianza del suo proprio applauso. Ma il
sapere civile de' due Magistrati fu contrabbilanciato dalla feroce
violenza de' quattro Generali Nevitta, Agilone, Giovino ed Arbezione.
Quest'ultimo, che il Pubblico avrebbe veduto con minor maraviglia a'
cancelli, che sul tribunale, si supponeva che avesse il segreto della
commissione. Circondavano il Tribunale gli armati ed ardenti Capitani
delle bande Gioviana, ed Erculea; ed i Giudici eran dominati a vicenda
dalle leggi della giustizia, e da' clamori della fazione[366].
Il ciamberlano Eusebio, che aveva per tanto tempo abusato del favor di
Costanzo, espiò con una ignominiosa morte l'insolenza, la corruzione, e
la crudeltà del servile suo regno. L'esecuzioni di Paolo e d'Apodemio
(il primo de' quali fu bruciato vivo) si riceveron come una non adeguata
espiazione dalle vedove e dagli orfani di tante centinaia di Romani, che
que' legali tiranni avevan traditi e posti a morte. Ma la giustizia
medesima (se è permesso d'usare la patetica espressione d'Ammiano[367]),
parve che piangesse il fato d'Ursulo, tesorier dell'Impero, ed il suo
sangue accusò l'ingratitudine di Giuliano, di cui si eran opportunamente
sollevate le strettezze dall'intrepida liberalità di quell'onesto
ministro. Il furor dei soldati, che egli aveva irritati con la sua
indiscretezza, fu la causa e la scusa della sua morte, e l'Imperatore,
profondamente colpito da' propri rimorsi e da quelli del pubblico, diede
qualche conforto alla famiglia d'Ursulo, mediante la restituzione de'
confiscati suoi beni. Avanti la fine dell'anno, in cui vennero decorati
delle insegne della Pretura e del Consolato[368], Tauro e Florenzio
ridotti furono ad implorar la clemenza dell'inesorabil tribunale di
Calcedonia. Il primo fu bandito a Vercelli in Italia, e contro il
secondo fu pronunziata sentenza di morte. Un Principe saggio avrebbe
premiato il delitto di Tauro. Il fedel ministro, quando non fu più
capace d'opporsi al progresso d'un ribelle, erasi rifuggito nella Corte
del suo benefico e legittimo Principe. Ma la colpa di Florenzio
giustificò il rigore de' giudici; e la sua fuga servì a manifestare la
magnanimità di Giuliano, che nobilmente frenò l'interessata diligenza di
un delatore, e ricusò di sapere qual luogo celasse il misero fuggitivo
dal giusto suo sdegno[369]. Alcuni mesi dopo che fu disciolto il
tribunale di Calcedonia, furono decapitati in Antiochia il Vicario
pretorio d'Affrica, il notaro Gaudenzio ed Artemio[370] duce d'Egitto.
Artemio aveva dominato da corrotto e crudel tiranno sopra una gran
provincia; Gaudenzio avea lungamente praticato le arti della calunnia
contro gl'innocenti, i virtuosi, ed eziandio contro la persona di
Giuliano medesimo. Pure furono così mal maneggiate le circostanze del
processo e della condanna loro, che questi malvagi uomini ottennero
nella pubblica opinione la gloria di patire per l'ostinata fedeltà, con
cui sostenuto avevan la causa di Costanzo. Gli altri suoi servi furon
difesi da un atto di generale obblivione; e fu lasciato che impunemente
godessero i doni, che aveano accettati o per difender gli oppressi, o
per opprimere i nemici. Quest'atto, che secondo i più alti principj di
politica può meritar la nostra approvazione fu eseguito in un modo, che
parve degradasse la maestà del trono. Giuliano era tormentato dalle
importunità d'una moltitudine, in particolare d'Egiziani, che altamente
richiedevano i doni, che per imprudenza o illegittimamente avean fatti;
egli previde la infinita catena di vessanti liti; e s'obbligò con una
promessa, che avrebbe sempre dovuto essere inviolabile, che se fossero
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