di questi religiosi edifici era semplice e bislunga, quantunque
potessero alle volte sorgere in figura di cupola, ed alle volte
dividersi in forma di croce. Il legname per lo più era di cedri del
Libano; il tetto era coperto di tegoli, forse di rame dorato; le mura,
le colonne, ed il pavimento erano incrostati di varie sorti di marmi.
Eran profusamente consacrati al servizio dell'Altare i più preziosi
ornati d'oro e d'argento, di seta e di gemme; e tale speciosa
magnificenza era sostenuta dalla solida e perpetua base di stabili
possessioni. Nella spazio di due secoli, dal regno di Costantino fino a
quello di Giustiniano, i frequenti ed inalienabili donativi de' Principi
e del Popolo arricchirono le mille ottocento Chiese dell'Impero. Può
ragionevolmente assegnarsi un'annuale rendita di seicento lire sterline
a que' Vescovi ch'erano in mezzo tra i ricchi ed i poveri[105], ma
insensibilmente s'accrebbe la lor ricchezza insieme con la dignità e
coll'opulenza delle città ch'essi governavano. Un autentico ma
imperfetto[106] catalogo di rendite specifica varie case, botteghe,
giardini e fondi, che appartenevano alle tre Romane Basiliche di S.
Pietro, di S. Paolo e di S. Gio. Laterano nelle Province dell'Italia,
dell'Affrica e dell'Oriente. Questi producevano, oltre la riserva d'una
quantità d'olio, di lino, di carta, d'aromati ec., un'annuale entrata di
ventiduemila aurei, o dodicimila lire sterline. Al tempo di Costantino e
di Giustiniano, i Vescovi non godevan più l'intera fiducia del Clero e
del Popolo, e forse non la meritavano. I beni Ecclesiastici di
ciascheduna Diocesi furon divisi in quattro parti, che dovevan servire
per uso respettivamente del Vescovo stesso, del suo clero inferiore, de'
poveri e del Culto pubblico; e fu più volte rigorosamente represso
l'abuso di questa sacra amministrazione[107]. Il patrimonio della Chiesa
era sempre sottoposto a tutte le pubbliche imposizioni dello Stato[108].
Il Clero di Roma, di Alessandria, di Tessalonica ec. potè chiedere ed
ottenere alcune particolari esenzioni; ma il figliuolo di Costantino
resistè con vigore al tentativo, non per anche opportuno, del gran
Concilio di Rimini, che aspirava alla libertà universale[109].
IV. Il Clero Latino, che eresse il proprio tribunale sulle rovine del
Gius civile e comune, ha modestamente riconosciuto come un dono di
Costantino[110] quell'indipendente giurisdizione, che fu il frutto del
tempo, del caso, e della propria sua industria. Ma la liberalità degli
Imperatori Cristiani aveva già insignito il carattere Sacerdotale di
certe legali prerogative, che lo assicuravano e lo nobilitavano[111].
Primieramente sotto un governo dispotico i Vescovi erano i soli che
godessero e mantenessero l'inestimabile privilegio di non esser
giudicati che da' loro pari; ed anche nelle accuse capitali i soli
giudici della loro reità od innocenza erano i loro fratelli adunati in
un Sinodo. Un tribunale di questa sorte, a meno che non fosse acceso da
un odio personale, o da discordia religiosa, poteva esser favorevole o
anche parziale all'ordine de' Sacerdoti: ma Costantino era persuaso[112]
che l'impunità segreta sarebbe stata meno perniciosa del pubblico
scandalo, ed il Concilio Niceno restò edificato da quella sua pubblica
dichiarazione, che s'egli avesse sorpreso un Vescovo in adulterio,
avrebbe gettato il proprio imperial manto sopra del reo. In secondo
luogo, la domestica giurisdizione de' Vescovi era nel tempo stesso un
privilegio ed un freno dell'ordine Ecclesiastico, le cause civili del
quale potevano decentemente sottrarsi alla cognizione d'un giudice
secolare. Le minori loro colpe non erano esposte alla vergogna d'un
pubblico processo o gastigo; e s'imponeva dal moderato rigore de'
Vescovi quella specie di mite correzione, che i teneri figli posson
ricevere da' loro padri o istruttori. Ma se il cherico diveniva reo
d'alcun delitto, che non si potesse abbastanza purgare colla
degradazione dal posto onorevole e vantaggioso che aveva in quell'ora,
il Magistrato Romano, senza riguardo veruno all'Ecclesiastiche immunità,
adoperava la spada della giustizia. In terzo luogo, venne da una
positiva legge ratificato l'arbitrio de' Vescovi, e fu ordinato a'
Giudici d'eseguire senza dilazione o appello i decreti Episcopali, la
validità de' quali non si era sin allora appoggiata che al consenso
delle parti. La conversione de' Magistrati medesimi e di tutto l'Impero
potè appoco appoco allontanare i timori e gli scrupoli dei Cristiani. Ma
essi ricorrevan sempre al tribunale dei Vescovi, de' quali stimavano
l'integrità e la dottrina; ed il venerabile Agostino aveva la
soddisfazione di dolersi che venivano continuamente interrotte le sue
spirituali funzioni dall'odioso travaglio di decidere il diritto o il
possesso d'argento e d'oro, di terreni e di bestiami. In quarto luogo,
fu trasferito l'antico privilegio del Santuario a' Tempj Cristiani, e
dalla generosa pietà di Teodosio il Giovane esteso a' recinti de' luoghi
sacri[113]. Era permesso a' supplichevoli fuggitivi, ed anche rei,
d'implorar la giustizia o la misericordia della Divinità e de' suoi
Ministri. Veniva sospesa la dura violenza del dispotismo dalla dolce
interposizione della Chiesa; e si potevano proteggere le vite ed i beni
de' sudditi più cospicui dalla mediazione del Vescovo.
V. Il Vescovo era il perpetuo censore de' costumi del suo popolo. La
disciplina della penitenza era disposta in un sistema di giurisprudenza
canonica[114], che definiva esattamente il dovere della confessione
pubblica o privata, le regole delle prove, i gradi delle colpe, e la
misura delle pene. Era impossibile eseguire questa censura spirituale,
se il Pontefice Cristiano, che puniva le oscure colpe della moltitudine,
avesse rispettato i vizi cospicui ed i delitti distruttivi del
Magistrato; ma pure era impossibile attaccare la condotta di questo
senza sindacare l'amministrazione del governo civile. Alcune
considerazioni di religione di fedeltà, o di timore proteggevano le
sacre persone degl'Imperatori dallo zelo o risentimento de' Vescovi; ma
questi arditamente censuravano e scomunicavano i Tiranni subordinati,
che non erano insigniti della maestà della porpora. S. Atanasio
scomunicò uno de' Ministri d'Egitto, e l'interdetto, ch'egli pronunziò
dell'acqua e del fuoco, fu solennemente trasmesso alle Chiese della
Cappadocia[115]. Al tempo di Teodosio il Giovane, il colto ed eloquente
Sinesio, uno de' discendenti d'Ercole[116], occupava la sede Episcopale
di Tolemaide vicino alle rovine dell'antica Cirene[117], ed il Vescovo
filosofo sosteneva con dignità il carattere che aveva ricevuto con
ripugnanza[118]. Egli vinse il presidente Andronico, mostro della Libia,
che abusava dell'autorità d'un uffizio venale, inventava modi nuovi di
rapina e di tortura, ed aggravava il delitto dell'oppressione con quello
del sacrilegio[119]. Dopo un vano tentativo di ridurre il superbo
Magistrato, mediante una dolce e religiosa ammonizione, Sinesio procede
a pronunziare l'ultima sentenza della giustizia Ecclesiastica[120], che
condanna Andronico co' suoi compagni e le loro famiglie all'esecrazione
della terra e del cielo. Gl'impenitenti peccatori, più crudeli di
Falaride e di Sennacherib, più dannosi della guerra, della peste o d'un
nuvolo di locuste, son privati del nome e de' privilegi di Cristiani,
della partecipazione de' Sacramenti e della speranza del Paradiso. Il
Vescovo esorta il Clero, i Magistrati ed il Popolo a rinunziare a
qualunque commercio co' nemici di Cristo, ad escluderli dalle proprie
case o mense, ed a negar loro i comuni uffici della vita ed i
convenienti riti della sepoltura. La Chiesa di Tolemaide, oscura e per
quanto sembra poco autorevole, manda questa dichiarazione a tutte le
altre Chiese del Mondo sue sorelle, dichiarando che qualunque profano
rigetterà i suoi decreti, sarà partecipe del delitto e della punizione
d'Andronico e degli empi seguaci di lui. Tali spirituali terrori
acquistaron forza da una destra rappresentanza alla Corte di Bisanzio;
il Presidente implorò tremando la pietà della Chiesa; e il discendente
d'Ercole ebbe il piacere d'alzar da terra un prostrato Tiranno[121].
Tali principj ed esempi appoco appoco preparavano il trionfo de'
Pontefici Romani, che han posto il piede sul collo dei Re.
VI. Ogni Governo popolare ha provato gli effetti d'una rozza o
artificiale eloquenza. Il naturale più freddo viene animato, e la
ragione più soda vien mossa dalla rapida comunicazione dell'impeto che
prevale; ed ogni uditore si trova spinto dalle sue proprie passioni, e
da quelle della moltitudine che lo circonda. La rovina della libertà
civile aveva fatto tacere i Demagoghi d'Atene ed i Tribuni di Roma: non
s'era introdotto ne' templi dell'antichità il costume di predicare, che
par che formi una parte considerabile della devozione Cristiana, e le
orecchie de' Monarchi non erano mai state tocche dall'aspro suono della
popolar eloquenza, finattanto che i pulpiti dell'Impero furon pieni di
sacri Oratori, che godevano alcuni vantaggi incogniti a' profani loro
predecessori[122]. Agli argomenti ed alla rettorica del Tribuno
immediatamente si opponevano con uguali armi abili e risoluti
antagonisti; e la causa della verità e della ragione poteva trarre per
accidente qualche vantaggio dal conflitto delle contrarie passioni. Il
Vescovo o qualche distinto Prete, al quale aveva esso cautamente
delegata la facoltà di predicare, parlava, senza rischio d'esser
interrotto o contraddetto, ad una sommessa moltitudine, le cui menti
erano già disposte e convinte dalle venerande ceremonie della religione.
Era tanto stretta la subordinazione della Chiesa Cattolica, che nel
tempo stesso potevan partire da cento pulpiti dell'Italia o dell'Egitto
suoni concertati nella medesima forma, qualora essi fossero diretti[123]
dalla mano maestra del Primate Romano o Alessandrino. Il disegno di tale
instituzione era lodevole, ma i frutti non furono sempre salutari. I
predicatori raccomandavano la pratica de' doveri sociali; ma esaltavano
la perfezione della virtù Monastica, ch'è penosa per gli individui ed
inutile pel genere umano. Le lor caritatevoli esortazioni dimostravano
una segreta brama che fosse affidato al Clero il maneggio de' beni de'
Fedeli per benefizio de' poveri. Le più sublimi rappresentazioni degli
attributi e delle leggi di Dio venivano contaminate da una vana mistura
di metafisiche sottigliezze, di riti puerili e di supposti miracoli; e
col più fervido zelo si diffondevano sul merito religioso di detestar
gli avversari della Chiesa, e di ubbidirne i ministri. Quando l'eresia o
lo scisma turbava la pubblica pace, i sacri oratori suonavan la tromba
della discordia e forse della sedizione. Per mezzo de' misteri si
rendeva perplesso l'intelletto degli uditori; se ne infiammavano le
passioni colle invettive; ed essi uscivano da' tempj Cristiani
d'Antiochia o d'Alessandria, preparati o a soffrire o a dare il
martirio. Nelle veementi declamazioni de' Vescovi Latini si vede
chiaramente la corruzione del gusto e della lingua; ma le composizioni
di Gregorio o di Grisostomo si son paragonate a' modelli più splendidi
dell'Attica o almeno dell'Asiatica eloquenza[124].
[A. D. 314-325]
VII. I rappresentanti della Repubblica Cristiana ogni anno adunavansi
regolarmente nella primavera e nell'autunno; e questi Sinodi sparsero lo
spirito della disciplina e legislazione Ecclesiastica per le centoventi
Province del Mondo Romano[125]. L'Arcivescovo o il Metropolitano era
dalle leggi autorizzato a convocare i Vescovi suffraganei alla sua
Provincia, ad invigilare sulla lor condotta, a sostenerne i diritti, a
dichiararne la fede, e ad esaminare il merito de' candidati, che
venivano eletti dal Clero e dal Popolo, per supplire alla vacanza del
collegio Episcopale. I Primati di Roma, d'Alessandria, d'Antiochia, di
Cartagine, ed in seguito di Costantinopoli, che godevano una
giurisdizione più ampia, adunavano le numerose assemblee de' Vescovi lor
dipendenti. Ma era una prerogativa propria del solo Imperatore la
convocazione de' Sinodi grandi e straordinari. Ogni volta che le
occorrenze della Chiesa richiedevano si venisse a tal passo decisivo,
egli mandava una perentoria intimazione a' Vescovi o ai Deputati di
ciascheduna Provincia, coll'ordine opportuno per l'uso de' cavalli
pubblici, o con assegnamenti convenienti per le spese del loro viaggio.
Ne' primi tempi, allorchè Costantino era protettore piuttosto che
proselito del Cristianesimo, egli rimise la controversia Affricana al
Concilio d'Arles, in cui si trovarono come fratelli ed amici i Vescovi
di Yorck, di Treveri, di Milano, e di Cartagine per dibattere nel nativo
loro linguaggio il comune interesse della Chiesa Latina e
Occidentale[126]. Undici anni dopo, a Nicea nella Bitinia, fu convocata
una più celebre e numerosa assemblea, per estinguere con definitiva
sentenza le sottili dispute ch'erano insorte nell'Egitto sopra la
Trinità. Trecento diciotto Vescovi obbedirono all'intimazione
dell'indulgente loro Signore; gli Ecclesiastici di ogni specie, setta o
nome, vennero computati fino a duemila quarantotto persone[127]; i Greci
vi comparvero personalmente, ed il consenso de' Latini fu espresso da'
Legati del Romano Pontefice. Le sessioni, che durarono circa due mesi,
frequentemente furon onorate dalla presenza dell'Imperatore. Lasciando
esso le guardie alla porta, sedeva (colla permissione del Concilio)
sopra una piccola sedia nel mezzo dell'assemblea. Costantino ascoltava
con pazienza e parlava modestamente; e nel mentre che influiva sulle
discussioni, protestava umilmente, ch'egli era il ministro non il
giudice de' successori degli Apostoli, ch'erano stati stabiliti come
Sacerdoti e come Dii sulla terra[128]. Tal profonda venerazione d'un
assoluto Monarca verso un debole disarmato congresso di propri sudditi,
non si può paragonare che al rispetto con cui si trattava il Senato da'
Principi Romani, che adottarono la politica d'Augusto. Nello spazio di
cinquant'anni, uno spettator filosofico delle umane vicende avrebbe
potuto confrontar Tacito nel Senato di Roma, e Costantino nel Concilio
di Nicea. Tanto i Padri del Campidoglio, quanto quelli della Chiesa eran
degenerati dalle virtù de' lor fondatori; ma siccome i Vescovi avevan
gettate radici più profonde nella pubblica opinione, così sostennero con
più decente orgoglio la lor dignità, ed alle volte si opposero con
virile spirito alle brame del loro Sovrano. Il progresso del tempo e
della superstizione ha cancellato la memoria della debolezza, della
passione e dell'ignoranza, che oscurava quegli Ecclesiastici Sinodi, ed
il Mondo Cattolico si è concordemente sottomesso[129] agl'-infallibili-
decreti de' generali Concilj[130].
NOTE:
[1] Si è diligentemente discussa la data delle -Istituzioni Divine- di
Lattanzio; vi si sono scoperte difficoltà; si sono proposti mezzi per
iscioglierle; e si è finalmente immaginato l'espediente di supporne due
edizioni -originali-, la prima pubblicata nel tempo della persecuzione
di Diocleziano, l'altra sotto quella di Licinio. Vedi Dufresnoy -Praef.
p. 5-. Tillemont -Mem. Eccl. Tom. VI p. 465-470-. Lardner -Credibilità
ec. P. II Vol. VII, p. 78-86-. Quanto a me io sono quasi convinto, che
Lattanzio dedicasse le sue Istituzioni al Sovrano della Gallia nel tempo
in cui Galerio, Massimino, e Licinio stesso perseguitavano i Cristiani,
cioè fra gli anni 306 e 311.
[2] Lactant. -Divin Inst. l. I. VII. 27-. Veramente il primo ed il più
importante di questi passi manca in 28 manoscritti; ma si trova in altri
19. Se vogliam ponderare il merito di questi manoscritti paragonati fra
loro, può allegarsene, in favor di quel passo, uno della libreria del Re
di Francia dell'età di 900 anni, ma si omette lo stesso passo nel
corretto manoscritto di Bologna, che il P. Montfaucon giudica del sesto,
o del settimo secolo (-Diar. It. p. 409-). Il gusto della maggior parte
degli Editori (eccettuato Iseo, vedi Lattanzio dell'edizione del
Dufresnoy, -Tom. I p. 596-) vi ha riconosciuto il genuino stil di
Lattanzio.
[3] Euseb. -in vit. Const-. (-l. I. c. 27-32-.)
[4] Zosimo (-l. II. p. 104-.)
[5] Questo rito fu -sempre- in uso nel fare i Catecumeni (vedi Bingam.
Ant. l. X. c. I. p. 419. Dom. Chardon -Hist. des Sacremens, T. I. p.
62-); e Costantino lo ricevè per la prima volta immediatamente avanti il
suo battesimo, e la sua morte (Eusebio -in vita Const. l. IV. c. 61-).
Valesio, dalla connessione di questi due fatti, ha tirato quella
conseguenza (-al luogo cit. d'Euseb-.), che viene ammessa con ripugnanza
dal Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. IV. p. 628-), e contraddetta con
deboli argomenti dal Mosemio (-p. 968-).
[6] Eusebio -in vit. Const-. (-l. IV. c. 61, 62, 63-). La leggenda del
Battesimo di Costantino, seguìto in Roma tredici anni avanti la sua
morte, fu inventata nell'ottavo secolo come un acconcio motivo per la
sua donazione. Tale è stato a grado a grado il progresso delle
cognizioni, che una storia, di cui il Cardinal Baronio (-Annal. Eccl.
An. 324. n. 43-49-) si dichiarò senza rossore avvocato, adesso
debolmente si sostiene anche sotto la giurisdizione del Vaticano. Vedi
le -antichità Crist.- (-Tom. II p. 203-), opera pubblicata con sei
approvazioni a Roma, nell'anno 1751, dal P. Mamachi, erudito Domenicano.
[7] Il Questore, o segretario, che compose la -leg. 1. del lib. XVI.
Tit. II. del Cod. Teodos-. fa dire con indifferenza al suo Signore,
-hominibus supradictae religionis-; al Ministro poi degli affari
Ecclesiastici era permesso uno stile più devoto e rispettoso, τηϛ
ενθεσμου και αγιωτατηϛ καθολικηϛ θρησκειαϛ; -legittimo, e
santissimo catolico culto-. Vedi Eusebio -Hist. Eccles.- (-l. X. c. 6-).
[8] Cod. Theodos. (-lib. II Tit. VIII. leg. I.-) Cod. Giustin. (-Lib.
III. Tit. XII. leg. III-). Costantino chiama la Domenica -dies Solis-;
nome, che non poteva offender le orecchie de' suoi sudditi Pagani.
[9] Cod. Theodos. (-lib. XVI. Tit. X. leg. I-). Il Gottofredo, come
comentatore, procura di scusare (-Tom. VI. p. 257.-) Costantino; ma il
Baronio più zelante (-Annal. Eccles, an. 521. n. 18.-) critica con
verità ed asprezza il profano contegno di lui.
[10] Sembra che Teodoreto (-l. I. c. 18-) voglia far credere, ch'Elena
desse al suo figlio un'educazione Cristiana; ma la superiore autorità
d'Eusebio può assicurarci (-in vita Const. l. III. c. 47-), ch'ella
medesima fu debitrice della cognizione del Cristianesimo a Costantino.
[11] Vedi le medaglie di Costantino appresso il Du-Cange, e il Banduri.
Siccome poche città ritenuto avevano il privilegio del conio, quasi
tutte le medaglie di quel tempo uscirono dalla zecca autorizzata dalla
sanzione Imperiale.
[12] Il Panegirico (-VII. inter Panegyr. vet-.) d'Eumenio che fu
recitato pochi mesi prima della guerra Italica, è pieno delle più chiare
prove della superstizione Pagana di Costantino, e della sua particolar
venerazione per Apollo, o pel Sole, al quale allude Giuliano, allorchè
dice nell'-Oraz. VII. p. 228- απολειπων σε (-abbandonando te-).
Vedi il -Coment. dello Spanemio sui Cesari p. 317-.
[13] Costantino -Orat. ad Sanctos c. 25-. Ma potrebbe facilmente
dimostrarsi, che il Traduttore Greco ha esteso il senso dell'originale
Latina; e potè anche l'Imperatore in età avanzata rammentarsi la
persecuzione di Diocleziano con più vivo abborrimento di quello che
aveva realmente sentito nel tempo della sua gioventù o idolatria.
[14] Vedi Eusebio -Hist. Eccles-. (-l. VII. 13 l. IX. 9- etc.) -in vit.
Const-. (-l. I. c. 16, 17-.) Lactant. -Divin. Inst. l. 2-. Cecil. -De
mort. persecut. c. 25-.
[15] Cecilio (-De mort. persecut. c. 48-) ci ha conservato l'originale
Latino; ed Eusebio (-Hist. Eccles. l. X. c. 5-) ha dato una traduzione
Greca di questo editto perpetuo, che si riferisce ad alcuni regolamenti
provvisionali.
[16] Un Panegirico di Costantino pronunziato sette o otto mesi dopo
l'editto di Milano (vedi Gottofredo -Chron. Legum p. 7- e Tillemont,
-Hist. des Emper. Tom. IV. p. 246-) usa la seguente notabile
espressione: -Summe rerum Sator, cujus tot nomina sunt, quot linguas
Gentium esse voluisti, quem enim Te ipse dici velis, scire non possumus.
Paneg. Vet. IX. 26-. Il Mosemio nello spiegare p. 971 ec. il progresso
di Costantino nella Fede, è ingegnoso, sottile e prolisso.
[17] Vedi l'elegante descrizion di Lattanzio (-Div. Inst. v. 8.-) ch'è
molto più chiara e positiva di quel che convenga a un discreto Profeta.
[18] Il sistema politico de' Cristiani si spiega da Grozio (-de Jur.
Bell. et pac. l. I. c. 3. 4-). Questi era un repubblicano ed un esule;
ma la dolcezza del suo temperamento lo faceva inclinare a sostenere le
potestà già stabilite.
[19] Tertulliano -Apolog. c. 32, 34, 35, 36. Tamen nunquam Albiniani,
nec Nigriani vel Cassiani inveniri potuerunt Christiani, ad Scapulam c.
2.- Se tale espressione è rigorosamente vera, essa esclude i Cristiani
di quel secolo da tutti gli impieghi civili e militari, che gli avrebber
costretti a prendere qualche parte nel servizio de' respettivi loro
Governatori. Vedi -le Opere di Moyle Vol. II. p. 349.-
[20] Vedi l'artificioso Bossuet, Hist-. des Variat. des Egl. Protest.
Tom. III. p. 210-258-, ed il malizioso Bayle (-Tom. II. p. 630-). Io
nomino Bayle, perchè fu egli senza dubbio l'autore dell'-avviso a'
Refugiati-. Vedi il -Dizionar. di Critica de Chaufepiè Tom. I. part. 2.
p. 145.-
[21] Il Bucanano è il più antico, o almeno il più celebre fra'
riformatori, che hanno giustificato la teoria della resistenza. Vedi il
suo dialogo -de Jure regni apud Scotos Tom. II. p. 28, 30.- Edit. -fol.
Reddiman-.
[22] Lattanzio -Divin. Instit. l. 1.- Eusebio nel corso della sua storia
della Vita di Costantino e nelle sue orazioni inculca più volte il
divino diritto di esso all'Impero.
[23] L'imperfetta cognizione, che abbiamo della persecuzione di Licinio
è tratta da Eusebio, -Hist. Eccles. l. X. c. 8. vit. Const. l. I. c.
49-56. l. II. c. 1, 2.- Aurelio Vittore fa menzione della sua crudeltà
in termini generali.
[24] Eusebio -in vit. Const. l. II. c. 24-42. 48-60-.
[25] Nel principio del secolo passato, i Papisti dell'Inghilterra non
formavano che la trentesima parte, ed i Protestanti della Francia la
decimaquinta delle respettive nazioni, per le quali lo spirito e poter
loro erano un oggetto continuo di timore. Vedi le relazioni, che il
Bentivoglio (il quale in quel tempo era Nunzio a Brusselles, e poi fu
Cardinale) mandò alla Corte di Roma. -Relaz. Tom. II. p. 211, 241-. Il
Bentivoglio era curioso, ben informato, ma un poco parziale.
[26] Quest'indole trascurata de' Germani si vede quasi uniforme nella
storia della conversione di ciascheduna delle loro Tribù. Si reclutavano
le legioni di Costantino con Germani, (Zosimo -l. II. p. 86-); ed
eziandio la Corte di suo padre era stata piena di Cristiani. Vedi il
primo libro della vita di Costantino fatta da Eusebio.
[27] -De his, qui arma projiciunt in pace, placuit eos abstinere a
communione. Concil. Arelat. Can. 3-. I migliori Critici applican queste
parole -alla pace della Chiesa-.
[28] Eusebio sempre risguarda la seconda guerra civile contro Licinio,
come una specie di religiosa Crociata. All'invito del Tiranno alcuni
Uffiziali Cristiani avevano riprese le loro zone, o in altri termini
eran tornati al servizio militare. Fu dipoi censurata la lor condotta
dal Canone XII del Concilio Niceno, qualora vogliasi ammettere questa
interpretazione particolare, invece di quel generale e libero senso, che
gli danno gl'interpreti Greci Balsamone, Zonara, ed Alessio Aristeno.
Vedi Beveridge -Pandect. Eccles. Graec. Tom. I. p. 72. Tom. II p. 73.
annotat-.
[29] -Nomen ipsum crucis absit non modo a corpore civium Romanorum, sed
etiam a cogitatione, oculis, auribus: Cicer. pro Rabirio c. 5-. Gli
scrittori Cristiani, Giustino, Minucio Felice, Tertulliano, Girolamo, e
Massimo di Torino hanno investigato con passabil successo la figura o la
somiglianza della croce in quasi tutti gli oggetti della natura, o
dell'arte; nell'intersezione per esempio del meridiano coll'equatore,
nella faccia umana, nell'uccello che vola, nell'uomo che nuota,
nell'albero coll'antenna della nave, nell'aratro, nello -stendardo ec-.
Vedi Lipsio -de cruce-. (-l. I. c. 9-).
[30] Vedi Aurelio Vittore, che riguarda questa legge come uno degli
esempi delle pietà di Costantino. Un editto così onorevole al
Cristianesimo meritava luogo nel Codice Teodosiano, invece di farne
indirettamente menzione, come par che resulti dal paragone de' Titoli V.
e XVIII. del lib. IX.
[31] Eusebio -in vit. Const. l. I. c. 40-. Questa statua, o almeno la
croce e l'iscrizione, si può riportare più probabilmente alla seconda, o
anche alla terza visita di Costantino a Roma. Subito dopo la disfatta di
Massenzio gli animi del Senato e del Popolo non potevano essere ancora
disposti per tal pubblico monumento.
[32]
-Agnoscas regina libens mea signa necesse est;-
-In quibus effigies crucis aut gemmata refulget,-
-Aut longis solido ex auro praefertur in hastis,-
-Hoc signo invictus transmissis alpibus ultor-
-Servitium solvit miserabile Constantinus.-
· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·
-Christus purpureum gemmanti textus in auro-
-Signabat Labarum clypeorum insignia Christus-
-Scripserat; ardebat summis crux addita christis.-
Prudent. -in Symmach. l. II. v. 464. 486-.
[33] Rimane tuttora ignota la derivazione, ed il senso della parola
-Labarum- o -Laborum-, che s'usa da Gregorio Nazianzeno, da Ambrogio, da
Prudenzio ec. malgrado gli sforzi dei Critici, che hanno inutilmente
torturato il Latino, il Greco, lo Spagnuolo, il Celtico, il Teutonico,
l'Illirico, l'Armeno ec. per trovarne l'etimologia. Vedi Du Cange.
-Gloss. et inf. Latin. v. Labarum- e Gottofredo -ad Cod. Theodos.-
(-Tom. II. p. 143-).
[34] Eusebio -in vit. Const. l. I. c. 30, 31-. Il Baronio (-annal.
Eccles. An.- 312. n. 46) ha riportato un'immagine del -Labarum-.
[35] -Transversa X. littera, summo capite circumflexa, Christum in
scutis notat. Caecil. de M. P. c. 44. Cuper ad M. P. in Edit. Lactant.
Tom. II p. 500-, ed il Baronio an. 312. n. 25 hanno tratto dagli antichi
monumenti vari modelli di tali monogrammi, i quali divennero molto alla
moda nel Mondo Cristiano.
[36] Eusebio -in vit. Constant. l.- II, -c.- 7, 8, 9. Egli introduce il
Labaro avanti la spedizione dell'Italia, ma sembra che la sua narrazione
indichi, ch'esso non fu mai mostrato alla testa dell'esercito, finchè
Costantino, circa dieci anni dopo, non si fu dichiarato nemico di
Licinio e liberator della Chiesa.
[37] Vedi -Cod. Teod. l.- VI, Tit. XXV. Sozomeno -l.- I, -c.- 2. Teofane
Cronogr. -p.- 11. Teofane visse verso il fine dell'ottavo secolo, quasi
cinquecento anni dopo Costantino. I Greci moderni non erano inclinati a
spiegare in campo lo stendardo dell'Impero e del Cristianesimo; e
quantunque s'attaccassero ad ogni superstiziosa speranza di -difesa-,
pure la promessa della -vittoria- sarebbe sembrata loro una finzione
troppo ardita.
[38] L'Abate du Voisin (-p.- 103. ec.) riporta molte di queste medaglie,
e cita la particolar dissertazione d'un Gesuita, cioè del P. Grainville,
su tal soggetto.
[39] Tertulliano -de Coron. c. 3-. Athanas. (-Tom. I. p. 101-). Il dotto
Gesuita Petavio (-Dogm. Theolog. l. XV. c. 9, 10-) ha raccolto molti
passi uniformi sopra le virtù della Croce, che nel passato secolo
imbarazzarono i nostri Protestanti controversisti.
[40] -Caecil. de M. P. c. 44-. Egli è certo che questa istorica
declamazione fu composta e pubblicata, mentre Licinio Sovrano
dell'Oriente conservava sempre l'amicizia di Costantino e de' Cristiani.
Ogni lettore di buon gusto si deve accorgere, che lo stile è d'un
carattere molto diverso ed inferiore a quel di Lattanzio, e tale in
fatti è il giudizio del Clerc e del Lardner, (-Bibl. anc. et mod.- Tom
III. -p. 438- -Credibil. del Angelo ec.- P. 2 vol. II. -p. 94-). Quelli,
che son per Lattanzio, deducono tre argomenti di tale opinione dal
titolo del libro e da' nomi di Donato e di Cecilio. Vedi -il P. Lestocq
(T. II. p. 46-60)-. Ciascheduna di queste prove presa da se è debole e
mancante, ma l'unione di esse ha gran peso. Io sono stato spesso
dubbioso, e seguiterò senza darmene altro pensiero il MS. Colbertino,
chiamando l'A. chiunque siasi Cecilio.
[41] Caecil. -de M. P. c. 46-. Par che sia ragionevole l'osservazione di
Voltaire (-Oeuvr. Tom. XIV. p. 307-), che attribuisce al successo di
Costantino l'essere stata la fama del suo Labaro maggiore di quella
dell'Angelo di Licinio. Pure anche quest'Angelo ha incontrato favore
appresso il Pagi, il Tillemont, il Fleury, che sono impegnati ad
accrescere la loro quantità di miracoli.
[42] Oltre questi ben cogniti esempi, Tollio, nella Prefazione alla
traduzione di Longino fatta da Boileau, ha scoperto una visione
d'Antigono, che assicurò le sue truppe d'aver veduto un pentagono
(simbolo di salvezza) con queste parole «In questo vinci». Ma Tollio è
affatto inescusabile per avere omesso di addurre donde ha ricavato quel
fatto; ed il suo carattere nella letteratura, ugualmente che nella
morale, non è superiore ad ogni eccezione. Vedi Chauffepiè -Diction.
crit.- Tom. IV. -p. 460-. Senza insistere nel silenzio di Diodoro, di
Plutarco, di Giustino ec. si può osservar, che Polieno, il quale in un
capitolo a parte (-l. IV. c. 6-), ha raccolto diciannove stratagemmi
militari d'Antigono, non è punto informato di questa notevol visione.
[43] -Instincta Divinitatis, mentis magnitudine.- Da qualunque curioso
viaggiatore può sempre leggersi l'Iscrizione sull'arco trionfale di
Costantino, che fu copiata dal Baronio, dal Grutero ec.
[44] -Habes profecto aliquid cum illa mente divina secretum, quae
delegata nostra Diis minoribus cura uni se tibi dignatur ostendere.
Panegyr. vet. IX. 2.-
[45] Freret (-Mem. de l'Acad. des Inscript. Tom. IV. p. 411-417-) spiega
per mezzo di cause fisiche molti prodigi dell'antichità, e Fabricio, di
cui abusano ambe le parti, vanamente procura di porre la celeste croce
di Costantino fra gli aloni solari. -Biblioth. Graec. Tom. VI. p. 8-29-.
[46] Nazar. -Paneg. vet. X. 14, 15-. Non è necessario nominare i
moderni, l'avido e non discernente appetito de' quali ha ingoiato anche
il cibo Pagano di Nazario.
[47] Vengono attestate dagli Istorici e da' pubblici monumenti le
apparizioni di Castore e di Polluce, specialmente per annunziare la
vittoria Macedonica. Vedi Cicer. -de Nat. Deor.- II. 2. III; 5. 6. Flor.
II. 12. Val. Massim. lib. I. c. 8 n. 2. Pure il più recente di questi
miracoli è omesso, ed indirettamente negato da Livio, XLV. I.
[48] Eusebio -l. I. c. 18, 19, 20-. Il silenzio d'Eusebio stesso, nella
sua Storia Ecclesiastica, ha veramente toccato sul vivo tutti que'
difensori del miracolo che non sono affatto insensibili.
[49] Sembra che la narrazione di Costantino indichi, ch'esso vide la
croce nel cielo, avanti di passar le alpi contro Massenzio. La vanità
Provinciale però ha fatto rappresentar questa scena a Treveri, a
Besanzone ec. Vedi Tillemont -Hist. des Emper. Tom. IV. p. 573-.
[50] Il pio Tillemont (-Mem. Eccles. Tom. VII. p. 1317-) rigetta,
sospirando gli utili Atti di Artemio, veterano e martire, che attesta
come testimone di veduta la visione di Costantino.
[51] Gelas. Cizic. -Act. Conc. Nicaen. l. I. c. 4-.
[52] Gli avvocati della visione non possono addurre neppure una sola
testimonianza tratta da' Padri del quarto e del quinto secolo, che ne'
loro voluminosi scritti celebrano più volte il trionfo della croce e di
Costantino. Siccome a questi venerabili uomini non sarebbe dispiaciuto
un miracolo, noi possiam sospettare (e tal sospetto vien confermato
dall'ignoranza di Girolamo) che essi non fossero informati della vita di
Costantino, scritta da Eusebio. Questo tratto si scoprì dalla diligenza
di quelli, che tradussero o continuarono la sua Storia Ecclesiastica, e
che rappresentarono con diversi colori la visione della croce.
[53] Gottofredo fu il primo, che nell'anno 1643 (-Not. ad Philostorg. l.
I. c. 6 p. 16-) mostrò qualche dubbio sopra un miracolo, che con uguale
zelo s'era sostenuto e dal Cardinal Baronio e da' Centuriatori di
Magdeburgo. Dopo quel tempo molti de' Critici Protestanti hanno
inclinato al dubbio e alla diffidenza. Si propongono le obbiezioni con
gran forza da Chaufepiè -Dictionn. Critiq. T. IV. p. 6-11-; e nell'anno
1774 l'Abbate du Voisin, dottor di Sorbona, pubblicò un'apologia, che
merita d'essere lodata com'erudita e moderata.
[54]
Lors Constantin dit ces propres paroles:
J'ai renversé le culte des idoles;
Sur les débris de leurs Temples fumans
Au Dieu du Ciel j'ai prodigué l'encens.
Mais tous mes soins pour sa grandeur suprême
N'eurent jamais d'autre objet que moi-même;
Les saints autels n'étaient à mes regards
Qu'un marchepied du trône des Césars.
L'ambition, la fureur, les délices
Étaient mes Dieux, avoient mes sacrifices.
L'or des Chrétiens, leurs intrigues, leur sang
Ont cimenté ma fortune et mon rang.
Può leggersi con piacere il poema, che contiene questi versi, ma non si
può con decenza nominare.
[55] Questo favorito era probabilmente il grande Osio Vescovo di
Cordova, che preferiva la cura pastorale di tutta la Chiesa al governo
d'una diocesi particolare. Atanasio (-T. I. p. 703-) rappresenta il suo
carattere magnificamente, quantunque in breve. Vedi Tillemont, -Mem.
Eccles. Tom. VII. p. 524-561-. Osio fu accusato forse ingiustamente di
essersi ritirato dalla Corte con molto abbondanti ricchezze.
[56] Vedi Eusebio -in vit. Const. passim-, e Zosimo -l. II, p. 104-.
[57] Il Cristianesimo di Lattanzio era d'una specie morale, piuttosto
che misteriosa. -Erat paene rudis- (dice l'ortodosso Bull) -disciplinae
Christianae, et in rethorica melius quam in theologia versatus. Defens.
Fid. Nic. sect. II c. 14-.
[58] Il Fabricio colla solita sua diligenza ha raccolto una lista di tre
in quattrocento Autori, citati nella Preparazione Evangelica d'Eusebio.
Vedi -Bibl. Graec. l. V. c. 4. T. VI. p. 37-56-.
[59] Vedi -Const. Orat. ad Sanctos c. 10, 20-. Egli specialmente si
fonda sopra un misterioso acrostico, composto nel sesto secolo dopo il
diluvio, dalla Sibilla Eritrea e da Cicerone tradotto in Latino. Le
lettere iniziali de' trentaquattro versi Greci formano questa profetica
sentenza: «Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore del Mondo».
[60] L'Imperatore, nella sua parafrasi di Virgilio, ha spesse volte
aiutato e migliorato il senso letterale del testo Latino. Vedi Blondel
-des Sybilles l. I. c. 14, 15, 16-.
[61] Le varie pretensioni d'un figlio maggiore o minore di Pollione, di
Giulio, di Druso, o di Marcello, si sono trovate incompatibili colla
cronologia, coll'istoria e col buon senso di Virgilio.
[62] Vedi Lowth. -De sacra Poesi Hebraeor. Praelect. XXI. p. 289, 293-.
Nell'esame dell'Egloga quarta il rispettabile Vescovo di Londra ha
dimostrato erudizione, gusto, ingenuità, ed un moderato entusiasmo, che
esalta la sua fantasia senza degradarne il giudizio.
[63] Thiers (-Exposit. du Saint Sacrem. l. I. c. 8. 12. p. 59, 91-)
spiega molto giudiziosamente la distinzione fra le parti pubbliche e le
segrete del Divin Sacrifizio, fra la -missa Catechumenorum- e la -missa
Fidelium-, ed il misterioso velo, che la pietà e la politica gettato
aveva sopra l'ultima; ma siccome in questo punto i Papisti possono
essere ragionevolmente sospetti, un lettor Protestante seguiterà con più
sicurezza l'erudito Bingamo. -Antiquit. l. X. c. 5-.
[64] Vedi Eusebio -in vit. Constant.- I. IV. c. 15-32 e tutto il tenore
del sermone di Costantino. La fede, e la devozione dell'Imperatore hanno
somministrato al Baronio uno specioso argomento in favore del suo
anticipato battesimo.
[65] Zosimo (-l. II. p. 105-).
[66] Eusebio -in vit. Costant.- I. IV. c. 15-16.
[67] È stata copiosamente spiegata la teoria e la pratica dell'antichità
rispetto al Sacramento del battesimo da Chardon; (-Hist. des Sacremens,
Tom. I. p. 3-405-) dal Martenne (-De ritib. Eccl. antiq. Tom. I.-) e dal
Bingamo nel libro decimo e undecimo delle sue Antichità Cristiane. Si
può notare una circostanza, in cui le Chiese moderne si sono
materialmente allontanate dal costume antico, cioè, che il Sacramento
del battesimo (anche quando si amministrava agl'infanti) era
immediatamente seguito dalla Confermazione e dalla sacra Eucaristia.
[68] I Padri, che censuravano questa colpevole dilazione, non potevano
peraltro negare la certa e vittoriosa efficacia del battesimo, preso
anche vicino alla morte. L'ingegnosa eloquenza di Grisostomo non potè
trovare che tre argomenti contro questi prudenti Cristiani. 1. Che noi
dobbiamo amare e seguir la virtù per amor di lei stessa, e non puramente
pel premio che ne proviene. 2. Che possiamo esser sorpresi dalla morte
senz'aver comodo del battesimo. 3. Che quantunque siamo per aver luogo
nel Cielo, pure non vi risplenderemo, che come piccole stelle, in
paragone di que' soli di giustizia, che avran percorsa la lor carriera
con travagli, con successo e con gloria. Chrysost. -in Epist. ad
Hebraeos, Homel. 13.- ap. Chardon. -Hist. des Sacrem. (Tom. I. p. 49)-.
Io credo che tal dilazione di battesimo, quantunque soggetta alle più
perniciose conseguenze, non fosse però mai condannata da verun Concilio
generale o provinciale, nè da verun pubblico atto, o dichiarazione della
Chiesa. Facilmente s'accendeva lo zelo de' Vescovi in molte anche più
leggiere occasioni.
[69] Zosimo I. II. p. 104. Per questa non ingenua falsità egli ha
meritato e provato i trattamenti più duri da tutti gli Scrittori
Ecclesiastici, eccetto che dal Cardinal Baronio (l'An. 324. n. 15-28) il
quale aveva bisogno di servirsi dell'autorità dell'Istoria infedele in
una particolare occasione contro l'Ariano Eusebio.
[70] Eusebio -l. IV. c. 61, 62, 63-. Il Vescovo di Cesarea suppone colla
più perfetta sicurezza la salvazione di Costantino.
[71] Vedi Tillemont -Hist. des Emper. Tom. IV p. 249-. I Greci, i Russi,
ed i Latini stessi, ne' secoli più tenebrosi, hanno desiderato di porre
Costantino nel Catalogo de' Santi.
[72] Vedi il III. e IV. lib. -della sua vita-. Egli era solito dire, che
o si fosse predicato Cristo colle labbra, ovvero col cuore, esso ne
avrebbe sempre goduto. (-l. III. c. 58.-)
[73] Il Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. IV. p. 374, 616-) ha difeso
con forza e con spirito la virginal purità di Costantinopoli contro
alcuni maligni passi del Pagano Zosimo.
[74] L'Autore dell'-Istoria polit. e filosof. delle due Indie (Tom. I.
p. 9.)- condanna una legge di Costantino, che compartiva la libertà a
tutti gli schiavi, che avessero abbracciato il Cristianesimo.
L'Imperatore promulgò veramente una legge che proibiva agli Ebrei di
circoncidere, e forse di tenere alcuno schiavo Cristiano. Vedi Eusebio
-in vit. Const. l. IV c. 27- ed il -Cod. Teod. lib. XVI. Tit. IX col
Comment. del Gottofredo Tom. VI. p. 247-. Ma tale imperfetta eccezione
si riferiva solo agli Ebrei, ed il gran numero di schiavi, ch'erano in
potere di padroni o Cristiani o Pagani, non poteva migliorare la propria
condizione temporale col cangiare di religione. Io non so da quali guide
restasse ingannato l'Abbate Raynal; mentre l'assoluta mancanza di
citazioni è un imperdonabile difetto della sua piacevole Istoria.
[75] Vedi -Act. S. Silvestri-, e Niceph. Callist. -Hist. Eccl. l. VII c.
34. ap. Baron. Accl. an. 324. n. 67, 74-. Tale autorità veramente non è
molto pregevole, ma queste circostanze per loro medesime son tanto
probabili, che l'erudito Dr. Howell (-Istor. del Mond. Vol. III. pag.
14-) non ha avuto scrupolo d'adottarle per vere.
[76] Si celebra la conversione de' Barbari sotto il regno di Costantino
dagl'Istorici Ecclesiastici (Vedi Sozom. -l. II. c. 5- e Teodoret. -l.
I. c. 23, 24-). Ma Ruffino, traduttore Latino d'Eusebio, merita d'essere
considerato come un Autore originale. Le sue notizie erano tratte
diligentemente da uno dei compagni dell'Apostolo dell'Etiopia, e da
Bacurio Principe Ibero, ch'era Conte de' Domestici. Il P. Mamacchi ha
dato un ampio ragguaglio del progresso del Cristianesimo nel primo e
secondo volume della grande ma imperfetta sua opera.
[77] Vedi appresso Eusebio (-in vit. Constan. l. IV. c. 9-) la pressante
e patetica lettera di Costantino in favore de' suoi Cristiani fratelli
della Persia.
[78] Vedi Basnage -Hist. des Juifs. T. VII. p. 182. T. VIII. p. 333. T.
IX. p. 810-. La curiosa diligenza di questo Scrittore seguita gli
esiliati Giudei sino all'estremità del globo.
[79] Teofilo nella sua puerizia era stato dato in ostaggio da' suoi
nazionali dell'Isola di Diva, ed era stato educato dai Romani nelle
lettere e nella pietà. Le Maldive, delle quali forse Male o Diva è la
capitale, sono un complesso di 1900 o 2000 piccole isole nell'Oceano
Indico. Gli Antichi avevano imperfetta notizia delle Maldive; ma si
trovan descritte nei due viaggiatori Maomettani del nono secolo,
pubblicati dal Renaudot. -Geogr. Nubiens. p. 30, 31-. D'Herbeloi
-Biblioth. Orient. p. 704. Hist. gener. des voyages Tom. VIII-.
[80] Filostorgio (-l. III. c. 4, 5, 6.-) coll'erudite osservazioni del
Gottofredo. La narrazione istorica presto si perde in una ricerca
intorno alla sede del Paradiso, a strani mostri ec.
[81] Vedi l'-Epist. d'Osio presso Atanasio vol. I. p. 840-. La pubblica
rimostranza, che Osio fu costretto d'indirizzare al figlio, conteneva i
medesimi principj di governo Ecclesiastico e Civile, ch'esso aveva
secretamente instillati nella mente del padre.
[82] Il Sig. della Bastia (-Mem. de l'Acad. de Inscr. T. XV. p. 386-) ha
evidentemente provato, che Augusto, e i suoi successori esercitavano in
persona tutte le funzioni sacre di Pontefice Massimo, o di Sommo
Sacerdote del Romano Impero.
[83] Era insensibilmente prevalsa una pratica alquanto contraria nella
Chiesa di Costantinopoli; ma il rigido Ambrogio comandò a Teodosio di
ritirarsi fuori del recinto, e gl'insegnò a conoscer la differenza che
corre fra un Re ed un Sacerdote. Vedi Teodoreto (-l. V. c. 18-).
[84] Alla mensa dell'Imperator Massimo, Martino Vescovo di Tours ricevè
la coppa da un famigliare, e la porse al Prete suo compagno avanti di
permettere all'Imperatore che bevesse; e l'Imperatrice serviva Martino
medesimo a tavola. Sulpic. Sever. -in vita S. Martini c. 23. e dial. H.
7-. Pure può dubitarsi se tali straordinari complimenti eran fatti al
Vescovo o al Santo. Si possono vedere gli onori, che ordinariamente si
prestavano al carattere Episcopale appresso il Bingamo (-Antiq. l. II.
c. 9-) e Valesio (-ad Theodoret. l. IV. c. 6.-) Vedasi l'altiero
Ceremoniale, che Leonzio Vescovo di Tripoli prescrisse all'Imperatrice
in Tillemont. -Hist. des Emp. Tom. IV. p. 754. Patr. Apostol. Tom. II.
p. 179-.
[85] Plutarco, nel suo Trattato d'Iside e Osiride, racconta che i Re
dell'Egitto, che non eran già Sacerdoti, venivano promossi dopo la loro
elezione all'Ordine Sacerdotale.
[86] Non vien determinato questo numero da veruno antico Scrittore o
Catalogo originale, poichè le liste particolari delle Chiese
dell'Oriente in confronto a quel tempo, son tutte moderne. Ma la
paziente diligenza di Carlo da S. Paolo, di Luca Olstenio, e del Bingamo
ha con gran fatica investigato tutte le Sedi Episcopali della Chiesa
Cattolica, ch'era quasi tanto estesa, quanto l'Impero Romano. Il nono
libro delle Antichità Cristiane forma una carta molto esatta di
geografia Ecclesiastica.
[87] Intorno a' Vescovi rurali o a' -Corepiscopi-, che aveano diritto di
dare il lor voto ne' Sinodi, e conferivano gli Ordini minori, vedi
Tomassino (-Discipl. Tom. I. pag. 447.- ec.) e Chardon -Hist. des
Sacrem. Tom. V. p. 395.- ec. Essi non compariscono che nel quarto
secolo, e tal equivoco carattere, che aveva eccitata la gelosia de'
Prelati, fu abolito avanti che finisse il decimo, tanto nell'Oriente,
quanto nell'Occidente.
[88] Il Tomassino (-Disc. Eccl. Tom. II. lib. II. c. 1-8. p. 673-721-)
ha trattato abbondantemente dell'elezione dei Vescovi nei primi cinque
secoli, sì nell'Oriente che nell'Occidente; ma egli dimostra
un'inclinazione molto parziale in favore dell'aristocrazia de' Vescovi.
Il Bingamo (-lib. IV. c. 2,-) è moderato; e Chardon (-Hist. des Sacrem.
Tom. V. pag. 108-128.-) è molto chiaro e preciso.
[89] -Incredibilis multitudo non solum ex eo oppido- (Tours), -sed etiam
ex vicinis urbibus ad suffragia ferenda convenerat etc.- Sulp. Sever.
(-in vit. Martin. c. 7-). Il Concilio di Laodicea (-Can. 13-) allontana
dall'elezioni l'infima plebe e i tumulti; e Giustiniano ristringe tale
diritto alla nobiltà (-Nov. 123, 1-).
[90] Le lettere di Sidonio Apollinare (-IV. 25. VII. 5, 9-) dimostrano
alcuni scandali della Chiesa Gallicana; eppure la Gallia era meno
incivilita e meno corrotta dell'Oriente.
[91] Alle volte facevasi un compromesso o per legge o per consenso,
oppure i Vescovi e il Popolo sceglievano uno dei tre candidati nominati
dall'altra parte.
[92] Sembra, che tutti gli esempi citati dal Tomassino (-Disc. Eccles.
Tom. II. l. II. c. 6. p. 704-714-) siano atti straordinari di potestà ed
eziandio d'oppressione. S'adduce da Filostorgio (-Hist. Eccles. I. II.
11-) la conferma del Vescovo d'Alessandria come una maniera di procedere
più regolare.
[93] Il celibato del Clero per li primi cinque o sei secoli, forma in
vero un soggetto di disciplina e di controversia, che si è con gran
diligenza esaminato. Si veda in particolare il Tomassino (-Disc. Eccles.
Tom. I. l. II. c. 60, 61. p. 886-902-) e le antichità del Bingamo (-lib.
IV. c. 5-). Ciascheduno di questi eruditi, ma parziali, critici ha
esposto una parte del vero, ed ha taciuto l'altra.
[94] Diodoro Siculo attesta e comprova l'ereditaria successione del
Sacerdozio fra gli Egizj, i Caldei e gl'Indiani (-l. I. p. 84. l. II. p.
142. 153. Edit. Wesseling-). Ammiano descrive i Magi come una famiglia
molto numerosa. -Per saecula multa ad praesens una eademque prosapia
multitudo creata, Deorum cultibus dedicata.- (XXIII. 6.) Ausonio celebra
la -stirpe de' Druidi (de Profess. Burdigal IV)-, ma dalle osservazioni
di Cesare (VI. 13) possiamo arguire, che nella Gerarchia Celtica si dava
luogo anche alla scelta ed all'emulazione.
[95] Discutono esattamente la materia della vocazione, dell'ordinazione,
dell'ubbidienza ec. del Clero, il Tomassino (-Disc. Eccles. Tom. II. p.
1-83-) ed il Bingamo nel IV lib. delle sue Antichità (-specialmente ne'
cap. 4, 6 e 7-). Quando fu ordinato in Cipro il fratello di S. Girolamo,
i Diaconi gli tenevan per forza chiusa la bocca, per timore, che egli
non facesse una solenne protesta, la quale rendesse nulli i sacri riti.
[96] Le lettere d'immunità, che ottenne il Clero dagl'Imperatori
Cristiani, si contengono nel lib. 16 del Codice Teodosiano, e con
tollerabil candore sono illustrate dal dotto Gottofredo, la cui mente
era bilanciata fra gli opposti pregiudizi di Giurisconsulto e di
Protestante.
[97] Giustiniano (-Nov.- 103). Sessanta Preti o Sacerdoti, cento
Diaconi, quaranta Diaconesse, novanta Suddiaconi, centodieci Lettori,
venticinque Cantori e cento Ostiari; in tutto cinquecento venticinque.
Fu dall'Imperatore fissato questo moderato numero di ministri per
sollevare le angustie della Chiesa, che s'era trovata involta fra i
debiti e le usure per la spesa d'una quantità assai più copiosa di essi.
[98] -Universus Clerus Carthaginensis... fere quingenti vel amplius;
inter quos quamplurimi erant Lectores infantuli. Victor Vitens, de
persecut. Vandal.- V. 9, -p.- 78. -Edit. Ruinart.- Tuttavia sussisteva
sotto l'oppressione de' Vandali questo residuo d'uno stato più prospero.
[99] Nella Chiesa Latina oltre il carattere Episcopale si è stabilito il
numero di sette Ordini; ma i quattro minori son presentemente ridotti a
vuoti ed inutili titoli.
[100] Vedi -Cod. Theodos. lib. XVI. Tit. II.- leg. 42, 43. Il
Commentario del Gottofredo e l'istoria Ecclesiastica d'Alessandria
dimostrano il pericolo di tali pie instituzioni, che spesso disturbano
la pace di quella turbolenta Capitale.
[101] L'editto di Milano (-de M. P. c. 48-) riconosce, che nella Chiesa
trovasi una specie di proprietà di terreni, dicendo che questi erano -ad
jus corporis eorum, idest Ecclesiarum, non hominum singulorum
pertinentia-. Dovè tal solenne dichiarazione d'un Magistrato supremo
riceversi come una massima di legge civile in tutti i Tribunali.
[102] -Habeat unusquisque licetitiam sanctissimo Catholicae Ecclesiae
venerabilique concilio decedens bonorum quod optavit relinquere. (Cod.
Theod. l. XVI. Tit. II. leg. 4.)- Questa legge fu pubblicata a Roma
l'anno 321 in un tempo, in cui Costantino potea prevedere la probabilità
d'una rottura coll'Imperatore dell'Oriente.
[103] Eusebio -Hist. Eccles. lib. X. 2. in vit. Const. lib. IV. c. 28-.
Esso più volte si diffonde sulla generosità del Cristiano eroe, che il
Vescovo medesimo ebbe occasione di conoscere ed eziandio di
sperimentare.
[104] Eusebio -Hist. Eccles. l. X. c. 2, 3, 4-. Il Vescovo di Cesarea,
che studiava e secondava il genio del suo Signore, pronunciò in pubblico
un'elaborata descrizione della Chiesa di Gerusalemme. (-in vit. Const.
l. IV. c. 46-) Questa non esiste più, ma egli ha inserito nella vita di
Costantino (-l. III. c. 36-) un breve ragguaglio dell'architettura e
degli ornamenti di essa. In simil guisa fa menzione della Chiesa de'
Santi Apostoli a Costantinopoli (-l. IV. c. 59-).
[105] Vedi Giustiniano -Nov. 123. 3-. Non è determinata la rendita de'
Patriarchi e de' Vescovi più ricchi; il frutto però annuo maggiore d'un
Vescovato si fissa a trenta libbre di oro, ed il minimo a due; il medio
dunque potrebbe essere di sedici, ma questi calcoli sono molto al di
sotto del reale valore.
[106] Vedi il Baronio, -Annal. Eccles,.- an. 324. n. 58, 65, 70, 71.
Ogni memoria, che viene dal Vaticano, è giustamente sospetta: pure
questi cataloghi hanno l'apparenza di antichi e di autentici; ed è
almeno evidente che se son finti, si formarono in un tempo, in cui gli
oggetti dell'avarizia Papale erano i -fondi-, non i -regni-.
[107] Vedi Tomassino. -Disc. Eccles. Tom. III. l. II. c. 13, 14, 15 p.
689-706-. Non pare che la legittima divisione de' beni Ecclesiastici
fosse anche stabilita nel tempo d'Ambrogio e di Crisostomo. Simplicio
però e Gelasio, che furon Vescovi di Roma al fine del quinto secolo,
nelle loro lettere pastorali ne fanno menzione come d'una legge
universale ch'era già confermata dall'uso dell'Italia.
[108] Ambrogio, difensore il più vigoroso de' privilegi Ecclesiastici,
si sottomette senza contrasto al pagamento de' tributi sulle terre: -si
tributum petit Imperator, non negamus, agri Ecclesia solvunt tributum,
solvimus quae sunt Caesaris Caesari, et quae sunt Dei Deo: tributum
Caesaris est; non negatur.- Il Baronio (-Annal. Eccl. an. 387-)
s'affatica d'interpretar quel tributo come un atto di carità piuttosto
che di dovere; ma il Tomassino (-Disc. Eccles. Tom. III. l. I. c. 34. p.
2-68-) spiega più candidamente le parole, se non l'intenzione
d'Ambrogio.
[109] -In Ariminensi Synodo super Ecclesiarum et Clericorum privilegiis
tractatu habito, usque eo dispositio progressa est, ut juga, quae
viderentur ad Ecclesiam pertinere, a publica functione cessarent,
inquietudine desistente, quod nostra videtur dudum sanctio repulisse.
Cod. Teod. l. XVI. Tit. II. leg. 15.- Se il Concilio di Rimini avesse
potuto ottenere l'intento, questo merito pratico l'avrebbe potuto
purgare da qualche speculativa eresia.
[110] Siamo assicurati da Eusebio (-in vit. Const. l. IV. c. 27-) e da
Sozomeno (-l. I. c. 9-) che la giurisdizione Episcopale fu estesa e
confermata da Costantino; ma il Gottofredo nella più soddisfacente
maniera dimostra la falsità d'un famoso editto, che non fu mai
chiaramente inserito nel Codice Teodosiano. (Vedi -Tom. VI. p. 303 in
fine di detto Codice.-) Egli è strano, che Montesquieu, Giurisconsulto
non meno che filosofo, allegasse quest'editto di Costantino (-Espr. des
Loix l. XXIX. c. 16-) senza indicarne sospetto alcuno.
[111] Il soggetto della Giurisdizione Ecclesiastica è stato involto in
un misto di passione, di pregiudizio e d'interesse. Due de' migliori
libri, che mi siano caduti in mano su questo punto, sono le
-Instituzioni di Gius Canonico- dell'Abate Fleury, e l'-Istoria civile
di Napoli- del Giannone. La moderazione loro fu l'effetto della
situazione, in cui si trovavano, ugualmente che del loro stato. Il
Fleury era un Ecclesiastico Francese, che rispettava l'autorità de'
Parlamenti; il Giannone un Giurisconsulto Italiano, che temeva il poter
della Chiesa. E qui mi sia permesso d'avvertire, che siccome le
proposizioni generali, che io reco in mezzo, sono il risultato di molti
fatti particolari ed imperfetti, bisogna, che o rimetta il lettore a
que' moderni Scrittori che hanno espressamente trattato di tal materia,
o faccia crescere queste note ad una sproporzionata e non piacevole
mole.
[112] Il Tillemont ha raccolto da Ruffino e da Teodoreto i sentimenti e
le frasi di Costantino. (-Mem. Eccl. Tom. III v. 749-750-).
[113] Vedi Cod. Teodos. (-lib. IX. Tit. XLV. leg. 4-). Nelle Opere di
Fra Paolo (-Tom. IV. p. 192- ec.) si trova un discorso eccellente sopra
l'origine, i diritti, gli abusi ed i limiti de' Santuarj. Egli osserva
giustamente che l'antica Grecia potea forse contenere quindici o venti
-asili-: numero, che presentemente si può trovare nell'Italia dentro le
mura d'una sola città.
* -Gli asili sono ora aboliti in tutta l'Italia, perfino negli Stati
Ecclesiastici.-
[114] La giurisprudenza penitenziale veniva continuamente accresciuta
da' Canoni de' Concilj. Ma poichè molti casi eran sempre lasciati alla
discrezione de' Vescovi, essi pubblicavano secondo le occorrenze, ad
esempio del Pretore Romano, le regole di disciplina, che si proponevano
d'osservare. Le più famose, fra l'Epistole canoniche del quarto secolo,
son quelle di Basilio Magno. Sono esse inserite nelle pandette di
Beveregio (-T. II. p. 47-151-) e sono state tradotte da Chardon (-Hist.
des Sacrem. Tom. IV. p. 219-277-).
[115] Basilio (-Epist. 47-) presso Baronio (-Annal. Eccles. an. 370 n.
91-) il quale dichiara, che a bella posta ei riferisce tal fatto per
convincere i Governatori, ch'essi non erano esenti da una sentenza di
scomunica. Secondo la sua opinione neppure un Sovrano è salvo da'
fulmini del Vaticano; ed il Cardinale si dimostra molto più coerente a
se stesso che i Giureconsulti e i Teologi della Chiesa Gallicana.
[116] Era notata ne' pubblici registri di Cirene, Colonia Spartana, la
lunga serie de' suoi maggiori fino ad Euristene primo Re Dorico di
Sparta, ed il quinto nella linea discendente di Ercole (Sinesio -Epist.
57, p. 197. Edit. Patav.-). Una genealogia così pura ed illustre di
diciassette secoli, senz'aggiungervi i reali Antenati d'Ercole, non può
averne un'eguale nell'istoria dell'uman genere.
[117] Sinesio (-de Regno pag. 2-) pateticamente deplora lo stato
decadente e rovinoso di Cirene con queste espressioni, -Città Greca di
antico e venerando nome, in cui trovavansi una volta migliaia di
sapienti; adesso povera, e mesta, ed un gran mucchio di rovine.-
Tolemaide, nuova città, 82 miglia all'Occidente di Cirene, assunse gli
onori di Metropoli della Pentapoli o della Libia superiore, che furon
poi trasferiti a Sozusa. Vedi Wesseling (-Itiner. p. 67-68. 732.-)
Cellario (-Geogr. T. II. part. II. p. 72, 74.-) Carlo da S. Paolo
(-Geogr. Sacr. p. 273.-) D'Anville (-Geogr. Anc. T. III. p. 43, 44. Mem.
de l'Acad. des Inscript. Tom. XXXVII. p. 363-391-).
[118] Sinesio avea precedentemente rappresentato le qualità, per le
quali si credeva incapace di tal posto (-Epist. c. 5. p. 246-250-). Egli
amava gli studi e i divertimenti profani; era incapace di sostenere la
vita celibe; non credeva la risurrezione; e ricusava di predicare
-favole- al popolo, a meno che non gli fosse permesso di -filosofare- in
casa propria. Teofilo, Primate dell'Egitto, che conosceva il suo merito,
accettò queste straordinarie proteste. Vedi la vita di Sinesio in
Tillemont (-Memoir. Eccles. Tom. XII. p. 499-554-).
[119] Vedi l'invettiva di Sinesio (-Epist. LVII. p. 191-201-). La
promozione d'Andronico non era legittima, essendo egli nativo di
Berenice ch'era nell'istessa Provincia. Gl'istrumenti delle torture sono
curiosamente specificati, cioè δακτυληφρα o strettoio, ποδοσραβη,
ριονλαβιϛ, ωταγρα, χειλοσροφιον, che in varie guise comprimevano o
distendevano le dita, i piedi, il naso, le orecchie e le
labbra delle vittime.
[120] La sentenza di scomunica è concepita in uno stile oratorio
(Sinesio -Epist. 58. p. 201-203-). Il metodo di comprendervi le intere
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