giavellotto, avendogli raso la pelle del braccio gli trafisse le coste,
e si piantò nella inferior parte del fegato. Giuliano tentò di trarsi la
mortale arme dal fianco, ma gli si tagliaron le dita dall'acutezza del
ferro, e cadde privo di sensi da cavallo. Le guardie corsero in aiuto di
esso, ed il ferito Imperatore fu gentilmente alzato da terra, e
trasportato fuor del tumulto della battaglia in una tenda vicina. Passò
di fila in fila la nuova del tristo caso; ma il dolor dei Romani inspirò
loro un invincibil valore e il desiderio della vendetta. Continuò il
sanguinoso ed ostinato combattimento fra le due armate, finattanto che
non furon separate dalla totale oscurità della notte. I Persiani
riportarono qualche onore dal vantaggio che ottennero contro l'ala
sinistra, dove Anatolio maestro degli Uffizi fu ucciso, ed al Prefetto
Sallustio appena riuscì di scappare. Ma l'evento della giornata fu
contrario ai Barbari. Essi abbandonarono il campo; perderono i due lor
Generali, Merane e Noordate[624], cinquanta nobili o Satrapi, ed una
gran quantità dei lor più bravi soldati; ed il buon successo dei Romani,
se Giuliano fosse sopravvissuto, avrebbe potuto riuscire in una decisiva
ed util vittoria.
Le prime parole, che pronunziò Giuliano dopo che fu rinvenuto dal
deliquio, nel quale era caduto per la perdita del sangue, servono ad
esprimere il marziale suo spirito. Egli chiese il cavallo e le armi, ed
era impaziente di correre alla battaglia. Si esaurì la forza che gli
restava pel penoso sforzo che fece, ed i chirurghi, ch'esaminavan la sua
ferita, vi scuoprirono i sintomi d'una vicina morte. Passò egli quei
terribili momenti col fermo contegno d'un savio e d'un eroe; i filosofi,
che l'avevano accompagnato in quella fatale spedizione, paragonavan la
tenda di Giuliano alla prigione di Socrate; e gli spettatori, che per
dovere, per amicizia o per curiosità si erano adunati attorno al suo
letto, udivano con rispettoso cordoglio l'orazion funerea del morente
loro Imperatore[625]. «Amici e miei militari compagni (diss'egli), è
giunto adesso il tempo opportuno alla mia partenza, ed io pago ciò che
domanda la natura con quella gioia che ha un buon debitore. Ho appreso
dalla filosofia, quanto l'anima è più eccellente del corpo; e che la
separazione della sostanza più nobile dovrebbe piuttosto esser motivo
d'allegrezza che d'afflizione. Ho appreso dalla religione che una presta
morte spesso è stata il premio della pietà[626]; ed accetto, come un
favore degli Dei, il mortal colpo, che mi libera dal pericolo di
disonorare un carattere, che fino qui è stato sostenuto dalla virtù e
dalla fortezza. Siccome son vissuto senza colpa, così muoio senza
rimorso. Io mi compiaccio nel pensare all'innocenza della mia vita
privata; e posso affermare con sicurezza, che l'autorità suprema,
quell'emanazione cioè del potere Divino, si è conservata pura ed
immacolata nelle mie mani. Detestando le corrotte e rovinose massime del
dispotismo, ho risguardato la felicità del popolo come lo scopo del
governo. Sottoponendo le mie azioni alle leggi della prudenza, della
giustizia e della moderazione, ne ho lasciato l'evento alla cura della
Providenza. Finattanto che la pace fu coerente al pubblico bene, fu essa
l'oggetto de' miei consigli; ma quando l'imperiosa voce della patria
m'invitò alle armi, esposi la mia persona ai pericoli della guerra,
chiaramente prevedendo (come aveva conosciuto mediante la divinazione)
che era destinato che io morissi per mezzo della spada. Offro adesso i
miei rendimenti di grazie all'Ente supremo, che non ha permesso che io
perissi nè per la crudeltà d'un tiranno, nè per le segrete insidie d'una
cospirazione, nè pei lenti tormenti d'una languida malattia. Ei mi ha
concesso una splendida e gloriosa partenza da questo Mondo, in mezzo ad
una onorevol carriera, ed io stimo ugualmente assurdo che vile il
sollecitare o fuggire il colpo del fato... Non posso favellar più oltre;
mi mancan le forze, e sento l'approssimarsi della morte... mi guarderò
cautamente da ogni parola, che possa tendere ad influire sui vostri voti
nella elezione d'un Imperatore. La mia scelta potrebbe essere imprudente
o non giudiziosa, e se non venisse confermata dal consenso
dell'esercito, potrebbe tornar funesta a quello che avessi raccomandato.
Io non farò ch'esprimere da buon cittadino i miei voti, che possano i
Romani esser felici sotto il governo d'un virtuoso Sovrano». Dopo questo
discorso, che Giuliano pronunziò con un costante e fermo tuono di voce,
egli distribuì, un testamento militare[627], i residui delle sue facoltà
private; e dimandando perchè non si trovasse presente Anatolio, quando
seppe da Sallustio che Anatolio era morto, pianse con un'amabile
incoerenza la perdita dell'amico. Nel tempo stesso egli biasimava lo
smoderato dolore degli astanti, e gli scongiurava a non disonorare con
deboli lagrime il destino d'un Principe, che in breve si sarebbe unito
col cielo e con le stelle[628]. Gli spettatori stavano in silenzio; e
Giuliano entrò in una metafisica discussione coi filosofi Prisco e
Massimo sopra la natura dell'anima. Gli sforzi, ch'ei fece di spirito,
non men che di corpo, probabilmente ne affrettaron la morte. Incominciò
la sua ferita a versare sangue con maggior forza; dal gonfiamento delle
vene gli s'impediva il respiro, chiese un sorso di acqua fresca, e tosto
che l'ebbe presa, spirò senza pena verso la mezza notte. Tale fu il
termine di questo uomo straordinario nel trentesimo secondo anno della
sua età, dopo un regno di un anno, e circa otto mesi dalla morte di
Costanzo. Negli ultimi suoi momenti dimostrò, forse con qualche
ostentazione, l'amore della virtù e della fama, ch'erano state le
passioni dominanti della sua vita[629].
[A. D. 363]
Possono in qualche modo attribuirsi a Giuliano stesso il trionfo del
Cristianesimo e le calamità dell'Impero pur aver egli trascurato di
assicurare in futuro l'esecuzione dei suoi disegni, mediante l'opportuna
e giudiziosa scelta d'un collega e successore. Ma la reale stirpe di
Costanzo Cloro s'era ridotta alla sua sola persona; e se gli passò per
la mente qualche serio pensiero d'investir della porpora il più degno
fra' Romani, fu distolto da tale risoluzione per la difficoltà della
scelta, per la gelosia della potenza, pel timore dell'ingratitudine e
per la natural presunzione di salute, di gioventù e di prosperità.
L'inaspettata sua morte lasciò l'Impero senza Signore e senza erede in
uno stato di perplessità e di pericolo, che non s'era provato per lo
spazio d'ottant'anni dopo l'elezione di Diocleziano. In un Governo, che
aveva quasi dimenticato la distinzione del sangue puro e nobile, era di
poca importanza la superiorità della nascita; i diritti del grado
militare erano accidentali e precari; ed i candidati, che aspirar
potevano a salir sul trono vacante, non potevano esser sostenuti che
dalla coscienza del loro merito personale, o dalle speranze del favore
del popolo. Ma la situazione di un esercito affamato, circondata per
ogni parte dai Barbari, abbreviò i momenti del lutto e della
deliberazione. In quello spettacolo di terrore e d'angustia, il corpo
del morto Principe fu, secondo i suoi propri ordini, decentemente
imbalsamato; ed allo spuntar del giorno i Generali adunaronsi in un
Senato militare, a cui furono invitati i Comandanti delle Legioni e gli
Uffiziali sì di cavalleria che d'infanteria. Non erano anche passate tre
o quattr'ore della notte, che s'era già formata qualche segreta cabala,
e quando si propose la scelta d'un Imperatore, lo spirito di partito
incominciò ad agitar l'Assemblea. Vittore ed Arinteo riunirono i residui
della Corte di Costanzo; gli amici di Giuliano s'attaccarono a Dagalaifo
e Nevitta, capitani Galli; e potean temersi le più fatali conseguenze
dalla discordia di due fazioni così opposte fra loro nel carattere ed
interesse, nelle massime di governo, e forse anche ne' princìpi di
religione. Le sole sublimi virtù di Sallustio avrebber potuto
conciliarne le divisioni, ed unire i lor voti, ed il venerabil Prefetto
immediatamente sarebbe stato dichiarato successor di Giuliano, se da se
medesimo con sincera e modesta fermezza non avesse addotto la sua età e
mancanza di salute, che lo rendeano incapace di sostenere il peso del
diadema. I Generali, che restarono sorpresi e perplessi dal suo rifiuto,
mostraron qualche disposizione ad ammettere il salutar consiglio d'un
uffiziale inferiore[630], che operassero come avrebbero fatto
nell'assenza dell'Imperatore; che dimostrassero la loro abilità nello
strigar l'esercito dalle presenti strettezze: e se eran tanto felici da
giungere a' confini della Mesopotamia, avrebbero allora potuto devenire
con unanimi e maturi consigli all'elezione d'un legittimo Sovrano.
Mentre deliberavano, alcune poche voci salutaron Gioviano, il quale non
era più che il -Primo- de' domestici[631], ne' nomi d'Imperatore e
d'Augusto. Fu immediatamente ripetuta quella tumultuaria acclamazione
dalle guardia, che circondavan la tenda, e passò in pochi minuti fino
all'estremità della fila. Il nuovo Principe, attonito della sua fortuna,
fu precipitosamente vestito degli ornamenti Imperiali, e ricevè il
giuramento di fedeltà da que' Duci, de' quali tanto poco tempo avanti
sollecitava il favore e la protezione. La più forte raccomandazione di
Gioviano fu il merito del Conte Varroniano suo padre, che in onorato
ritiro godeva il frutto de' suoi lunghi servigi. Nell'oscura libertà
d'una condizione privata, il figlio secondò il proprio genio per le
donne e pel vino; ma sostenne con riputazione il carattere di
Cristiano[632] e di soldato. Senza esser cospicuo per alcuna di quelle
ambiziose qualità, che risvegliavan l'ammirazione e l'invidia degli
uomini, la persona ben fatta di Gioviano, il piacevol temperamento ed il
famigliare suo spirito avean guadagnato l'affetto dei suoi compagni, ed
i Generali d'ambedue le parti acconsentirono ad un'elezion popolare, che
non era stata diretta dalle arti dei respettivi nemici. La vanità, che
potea nascere da questa inaspettata elevazione, veniva moderata dal
giusto timore, che quell'istesso giorno potea finir la vita ed il regno
del nuovo Imperatore. Si obbedì senza dilazione alla voce imperiosa,
della necessità, ed i primi ordini dati da Gioviano, poche ore dopo
ch'era spirato il suo predecessore, furono di continuare una marcia, che
sola distrigar potea i Romani dalle attuali loro strettezze[633].
I timori d'un nemico esprimono con la maggiore sincerità la sua stima; e
si può esattamente misurare il grado del suo timore dalla gioia, con cui
celebra la propria liberazione. La gradita nuova della morte di
Giuliano, che un disertore portò al campo di Sapore, inspirò nel
disanimato Monarca una subitanea fiducia di vincere. Immediatamente
distaccò la regia cavalleria, formata forse da diecimila
-Immortali-[634], per secondare e sostenere la caccia de' nemici, e
scaricò tutto il peso delle riunite sue forze sulla retroguardia Romana.
Fu essa posta in disordine; le famose legioni, che portavano il nome di
Diocleziano e del guerriero collega di lui, furono rotte e calpestate
dagli elefanti; e perderono la vita tre Tribuni, che tentavano di fermar
la fuga de' loro soldati. La battaglia però in seguito fu rimessa dal
costante valor de' Romani; i Persiani vennero rispinti con un gran
macello di uomini e di elefanti; e l'esercito dopo aver marciato e
combattuto per tutta una giornata di state, arrivò la sera a Samara
sulle rive del Tigri circa cento miglia sopra Ctesifonte[635]. Il giorno
seguente i Barbari, invece di sturbare la marcia, attaccarono il campo
di Gioviano, che s'era situato in una profonda e remota valle. Gli
arcieri Persiani insultavano e molestavano dalle altezze gli stanchi
legionari; ed un corpo di cavalleria, che con disperato coraggio era
penetrato nella porta Pretoria, fu dopo un dubbioso combattimento
tagliato a pezzi vicino alla tenda Imperiale. Nella notte di poi, il
campo di Carche fu difeso dalle alte dighe del fiume; e l'esercito
Romano, sebbene continuamente esposto al molesto inseguimento de'
Saracini, piantò le sue tende presso la città di Dura[636] quattro
giorni dopo la morte di Giuliano. Esso aveva sempre il Tigri a sinistra;
erano quasi tutte consumate le sue provvisioni e speranze; e
gl'impazienti soldati, che s'erano fortemente persuasi, che le frontiere
dell'Impero non fosser molto distanti, chiedevano al nuovo lor Principe
la permissione di tentare il passo del fiume. Gioviano, coll'aiuto de'
suoi più savi Uffiziali, procurò di frenarne la temerità, rappresentando
loro, che quando avessero avuto sufficiente abilità e vigore da vincere
l'impetuosità di una rapida e profonda corrente, non avrebber fatto
altro che andare a porsi nudi e senza difesa nelle mani de' Barbari, che
avevano occupato le opposte rive. Cedendo però finalmente alla clamorosa
loro importunità, acconsentì con ripugnanza, che cinquecento Galli e
Germani, assuefatti fin da fanciulli alle acque del Reno e del Danubio,
tentassero l'ardita impresa, che sarebbe servita o d'incoraggiamento o
d'avviso pel resto dell'esercito. Nel silenzio della notte passarono a
nuoto il Tigri, sorpresero un posto non guardato dal nemico, e
spiegarono allo spuntar del giorno il segno di lor risolutezza e
fortuna. L'evento di tale sperimento dispose l'Imperatore a prestare
orecchio alle promesse de' suoi architetti, che proposero di costruire
un mobile ponte di gonfiate pelli di pecore, di bovi e di capre coperte
con uno strato di terra e di fascine[637]. Si consumarono due importanti
giornate in quell'inutil lavoro; ed i Romani, che già provavano le
miserie della fame, gettavano sguardi di disperazione sul Tigri o su'
Barbari, il numero e l'ostinazione dei quali andava crescendo
coll'angustie dell'armata Imperiale[638].
In questa disperata situazione il nome di pace ravvivò gl'indeboliti
spiriti de' Romani. Era già svanita la transitoria presunzione di
Sapore; osservò egli con seria ponderazione, che replicando le dubbiose
battaglie, aveva perduti i suoi più fedeli ed intrepidi nobili, le
truppe più brave e la maggior parte degli elefanti; e l'esperto Monarca
temè di provocare la resistenza della disperazione, le vicende della
fortuna e l'inesausta potenza del Romano Impero, che poteva in breve
soccorrere o vendicare il successor di Giuliano. Comparve nel campo di
Gioviano il Surenas medesimo accompagnato da un altro Satrapo[639]; ed
espose che la clemenza del suo Sovrano non era aliena dell'indicare le
condizioni, colle quali avrebbe acconsentito a risparmiare e lasciare in
libertà Cesare, co' residui del disastrato suo esercito. Le speranze di
salute vinsero la fermezza dei Romani; l'Imperatore fu costretto dal
parere del suo consiglio e dai clamori dei soldati ad ammetter l'offerta
di pace; e fu immediatamente spedito il Prefetto Sallustio col Generale
Arinteo per intendere qual fosse la volontà del gran Re. L'astuto
Persiano differì sotto vari pretesti la conclusion del trattato; oppose
difficoltà, chiese schiarimenti, suggerì impedienti, ristrinse quel che
aveva concesso, accrebbe le sue domande, e consumò quattro giorni negli
artifizi della negoziazione, finattanto che fossero terminate le
provvisioni, che restavano ancora nel campo Romano. Se Gioviano fosse
stato capace d'eseguire un ardito e prudente divisamento, avrebbe dovuto
continuar la sua marcia con assidua diligenza; il progresso del trattato
avrebbe sospeso gli attacchi dei Barbari; e prima che spirasse il quarto
giorno, sarebbe giunto salvo alla fertil Provincia di Corduena, che non
era distante più di cento miglia[640]. L'irresoluto Imperatore, invece
di rompere le reti del nemico, aspettò con paziente rassegnazione il suo
fato, ed accettò le umilianti condizioni di pace, le quali non era in
suo poterò di ricusare. Furono restituite alla Monarchia Persiana le
cinque Province di là dal Tigri, che dall'avo di Sapore erano state
cedute. Per un articolo separato acquistò egli anche l'inespugnabile
città di Nisibi, che in tre successivi assedi aveva sostenuto lo sforzo
delle sue armi. Singara ed il castello de' Mori, una delle più forti
piazze della Mesopotamia, si smembrarono parimente dall'Impero. Fu
considerata come una largità, che fosse permesso agli abitanti di quelle
fortezze di ritirarsi coi loro effetti; ma il vincitore fortemente
insistè, che i Romani dovesser per sempre abbandonare il Re ed il regno
dell'Armenia. Stipulossi fra le nemiche Nazioni una pace o piuttosto una
lunga tregua di trent'anni; con solenni giuramenti e con cerimonie
religiose si ratificò la fede de' trattati; e reciprocamente si diedero
ostaggi di ragguardevol grado per assicurare l'esecuzione de'
patti[641].
Il Sofista d'Antiochia, che vide con isdegno lo scettro del suo eroe
nelle deboli mani d'un successore Cristiano, protesta d'ammirar la
moderazione di Sapore in contentarsi d'una sì piccola parte dell'Impero
Romano. S'egli avesse esteso fino all'Eufrate le ambiziose sue
pretensioni, sarebbe stato sicuro, dice Libanio, di non incontrare
opposizione alcuna. S'egli avesse fissato per confini della Persia
l'Oronte, il Cidno, il Sangario, o anche il Bosforo Tracio, non sarebber
mancati nella Corte di Gioviano gli adulatori per convincere quel timido
Principe, che le sue rimanenti Province gli avrebbero tuttavia
somministrato il modo d'ampiamente soddisfare la potenza ed il
lusso[642]. Senza interamente ammettere questa maliziosa osservazione,
dobbiam confessare però che la privata ambizion di Gioviano facilitò la
conclusione d'un trattato così vergognoso. Un oscuro domestico,
innalzato al trono dalla fortuna piuttosto che dal merito, era
impaziente di sottrarsi dalle mani dei Persiani per poter prevenire i
disegni di Procopio, che comandava l'esercito della Mesopotamia, e
stabilire il dubbioso suo regno sulle Legioni e Province, che tuttavia
ignoravano la precipitosa e tumultuaria elezione, fatta nel campo di là
dal Tigri[643]. In vicinanza del medesimo fiume, ad una distanza non
molto grande dalla fatale stazione di Dura[644], i diecimila Greci
restarono abbandonati senza Generali, senza guide e senza provvisioni,
più di dugento miglia lontani dal loro paese, allo sdegno d'un
vittorioso Monarca. La differenza della condotta ed il successo di essi
è più da imputarsi al loro carattere, che alla situazione in cui si
trovarono. In vece di ciecamente abbandonarsi alle deliberazioni segrete
ed alle private mire d'una sola persona, i consigli riuniti dei Greci
venivano inspirati dal generoso entusiasmo di una popolare assemblea,
dove lo spirito d'ogni cittadino è pieno d'amore della gloria,
d'orgoglio della libertà e di disprezzo della morte. Consapevoli della
loro superiorità nella disciplina e nelle armi sopra de' Barbari,
sdegnarono di cedere, e ricusarono di capitolare; fu sormontato
qualunque ostacolo dalla loro pazienza, dal coraggio e dalla militare
perizia; e la memorabile ritirata dei diecimila schiarì e svergognò la
debolezza della Monarchia Persiana[645].
Per prezzo delle vergognose sue concessioni l'Imperatore avrà forse
stipulato, che fosse abbondantemente fornito di viveri il campo degli
affamati Romani[646]; e che fosse loro permesso di passare il Tigri sul
ponte ch'era stato costrutto dai Persiani. Ma se Gioviano ardiva di
sollecitare l'osservanza di tali eque convenzioni, altieramente si
ricusavano esse dal superbo Tiranno dell'Oriente, la clemenza del quale
avea perdonato agl'invasori delle sue terre. I Saracini alle volte
intercettavano quelli che si staccavano dall'esercito; ma i Generali ed
i soldati di Sapore rispettavan la sospensione delle armi; e si tollerò,
che Gioviano esplorasse il luogo più comodo pel passaggio del fiume. Le
piccole barche, che si eran salvate dall'incendio della flotta, furono
in quest'occasione di grandissimo aiuto. Con esse fu trasportato prima
lo Imperatore ed i suoi cortigiani; ed in seguito, facendo molti viaggi
successivamente, una gran parte dell'esercito. Ma siccome ognuno avea
premura della propria personale salvezza, o temeva di essere abbandonato
sul lido nemico, i soldati, troppo impazienti d'aspettare il tardo
ritorno delle barelle, s'arrischiavano audacemente di passare sopra
leggieri graticci o sopra pelli gonfiate di aria; e traendosi dietro i
cavalli tentavano con vario successo di attraversare quel fiume. Molti
di questi arditi avventurieri furono ingoiati dalle onde; molti altri,
trasportati via dalla violenza della corrente, divennero una facile
preda dell'avarizia o della crudeltà degli Arabi selvaggi; e la perdita,
che soffrì l'esercito nel paesaggio del Tigri, non fu inferiore al
macello d'una giornata campale. Quando i Romani ebber posto il piede
sulla riva Occidentale, restaron liberi dall'ostile inseguimento dei
Barbari; ma in una laboriosa marcia di dugento miglia per le pianure
della Mesopotamia provarono le ultime estremità della sete e della fame.
Furono essi costretti a traversare un arenoso deserto, che per lo spazio
di settanta miglia non somministrava neppure un filo di erba da
mangiare, nè alcuna sorgente d'acqua; e nel rimanente di quell'inospita
solitudine non vedevasi alcun vestigio nè di amici nè di nemici. Se
potea trovarsi nel campo una piccola dose di farina, volentieri se ne
compravan venti libbre per dieci monete di oro[647]; furon uccise e
divorate le bestie da soma; ed il deserto era sparso di armi e del
bagaglio dei soldati Romani, i laceri vestimenti ed i magri aspetti dei
quali dimostravano quel che avevano sofferto, e la miseria in cui si
trovavano. Un piccol convoglio di provvisioni s'avanzò incontro
all'armata fino al castello di Ur, e tal soccorso riuscì tanto più
gradito, che dichiarava la fedeltà di Sebastiano e di Procopio. A
Tilsafata[648] l'Imperatore accolse molto graziosamente i Generali della
Mesopotamia; e finalmente i residui d'un esercito una volta sì florido,
si riposarono sotto le mura di Nisibi. I messaggi di Gioviano avevano
già pubblicato con le frasi dell'adulazione l'innalzamento, il trattato
ed il ritorno di esso; ed il nuovo Principe aveva preso le più efficaci
misure per assicurarsi la fedeltà degli eserciti e delle Province
dell'Europa, dando il comando militare a quegli Uffiziali, che per
motivo d'interesse o d'inclinazione avrebbero costantemente sostenuto la
causa del loro benefattore[649].
Gli amici di Giuliano avevano altamente annunziato il felice successo
della sua spedizione. Erano essi fortemente persuasi, che si sarebbero
arricchiti i tempj degli Dei con le spoglie dell'Oriente; che la Persia
si sarebbe ridotta all'umile stato di una Provincia tributaria,
governata dalle leggi e dai Magistrati di Roma; che i Barbari adottato
avrebbero l'abito, i costumi e la lingua dei loro conquistatori; e che
la gioventù di Ecbatana e di Susa venuta sarebbe a studiar la rettorica
nelle scuole de' Greci[650]. I progressi delle armi di Giuliano
interruppero la comunicazione di lui coll'Impero; e dal momento che
passò il Tigri, gli affezionati suoi sudditi non seppero più la sorte e
gli accidenti del loro Principe. La contemplazione degl'immaginati
trionfi venne sturbata dalla trista fama della sua morte; e persisterono
a dubitare della verità di quel fatale avvenimento, anche dopo che non
potevano più negarlo[651]. I messaggieri di Gioviano promulgarono la
speciosa novella di una prudente e necessaria pace: ma la voce della
fama, più alta e più sincera, manifestò il disonor dell'Imperatore e le
condizioni dell'ignominioso trattato. Gli animi del popolo si riempirono
di stupore e di affanno, di sdegno e di terrore, quando seppero che
l'indegno successor di Giuliano abbandonava le cinque Province, che
acquistate aveva la vittoria di Galerio; e che vergognosamente rendeva
ai Barbari l'importante città di Nisibi, ch'era il più stabile baloardo
delle Province Orientali[652]. Nelle popolari conversazioni agitavasi
liberamente la profonda e pericolosa questione, se la fede pubblica si
dovesse osservare, quando essa è incompatibile con la pubblica
sicurezza; ed avevasi qualche speranza, che l'Imperatore avrebbe
rimediato alla pusillanime sua condotta con uno splendido atto di
patriottica perfidia. Lo spirito inflessibile del Senato Romano aveva in
altri tempi disapprovato le ingiuste condizioni estorte dalle angustie
delle oppresse sue armate; e se vi fosse stato bisogno di soddisfare
all'onore della nazione con dare il Generale colpevole nelle mani de'
Barbari, la maggior parte de' sudditi di Gioviano avrebbe volentieri
acconsentito a seguire l'esempio de' tempi antichi[653].
Ma l'Imperatore, per quanto stretti fossero i limiti della sua
costitutiva autorità, era padrone assoluto delle leggi e delle armi
dello Stato; e gli stessi motivi, che l'avevan forzato a sottoscrivere
il trattato di pace, lo affrettavano ad eseguirlo. Egli era impaziente
d'assicurarsi un Impero a costo di poche Province; ed i nomi
rispettabili di religione d'onore coprivano i timori personali e
l'ambizion di Gioviano. Non ostanti le umili sollecitazioni degli
abitanti, il decoro ugualmente che la prudenza impediron l'Imperatore
dal prendere alloggio nel palazzo di Nisibi; ma la mattina dopo il suo
arrivo, Binese, Ambasciatore di Persia, entrò nella piazza, spiegò dalla
fortezza la bandiera del gran Re, e pubblicò in nome di esso la crudele
alternativa della servitù o dell'esilio. I principali cittadini di
Nisibi, che fino a quel fatal momento avevan confidato nella protezione
del loro Sovrano, gli si gettarono a' piedi. Lo scongiurarono a non
abbandonare o almeno a non consegnare una fedele colonia al furore d'un
Barbaro tiranno, esacerbato da tre successive sconfitte ricevute sotto
le mura di Nisibi. Essi avevano ancora armi e coraggio per rispingere
gl'invasori della patria; chiedevano soltanto la permissione di
servirsene in loro difesa; e tosto che avessero assicurata la propria
indipendenza, avrebbero implorato il favore di essere nuovamente ammessi
nel numero de' suoi sudditi. Gli argomenti, la eloquenza e le lacrime
loro furono inefficaci. Gioviano con qualche rossore allegò la santità
de' giuramenti; e quando la ripugnanza, con cui accettò il dono d'una
corona d'oro, convinse i cittadini del disperato lor caso, l'avvocato
Silvano proruppe in tal esclamazione: «O Imperatore, così possiate voi
essere incoronato da tutte le città do' vostri Stati!» A Gioviano, che
in poche settimane aveva preso le abitudini di Principe[654], dispiacque
la libertà, e si offese del vero; e poichè a ragione suppose che la
malcontentezza del popolo potesse farlo inclinare a sottomettersi al
governo Persiano, pubblicò un editto, che nel termine di tre giorni
dovessero tutti, sotto pena di morte, lasciar la città. Ammiano ha
descritto con vivaci colori la scena della disperazione universale, di
cui sembra essere stato spettatore con occhio di compassione[655]. La
vigorosa gioventù abbandonava con isdegnoso cordoglio le mura, che aveva
sì gloriosamente difese; le sconsolate donne spargevano le ultime
lagrime sulla tomba del figlio o del marito, che in breve doveva essere
profanata dalle rozze mani di un Barbaro possessore; ed i vecchi
cittadini baciavano le spoglie, e stavano attaccati alle porte delle
case, dove passato avevano le care e liete ore della puerizia. Eran
piene le pubbliche strade d'una tremante moltitudine; e nell'universale
calamità non si faceva distinzione alcuna di grado, di sesso o di età.
Ognuno procurava di portar via qualche frammento dal naufragio de'
propri beni; e siccome non era possibile d'aver subito un sufficiente
numero di cavalli o di carri, furono costretti a lasciarsi dietro la
massima parte de' loro effetti preziosi. La dura insensibilità di
Gioviano sembra che aggravasse i travagli di quegli esuli sfortunati.
Furon posti però in un quartiere nuovamente fabbricato d'Amida; e quella
rinascente città, col rinforzo d'una considerabil colonia, presto
ricuperò il suo antico splendore, e divenne la capitale della
Mesopotamia[656]. Si mandarono simili ordini dall'Imperatore per
l'evacuazione di Singara e del castello de' Mori e per la restituzione
delle cinque Province al di là del Tigri. Sapore godè la gloria ed i
frutti della sua vittoria; e questa ignominiosa pace si è giustamente
risguardata come una memorabile epoca nella decadenza e rovina del
Romano Impero. I predecessori di Gioviano avevano alle volte abbandonato
il dominio di lontane inutili Province; ma dalla fondazione della città,
il Genio di Roma, il Dio Termine, che guardava i confini della
Repubblica, non si era mai ritirato in faccia alla spada di un
vittorioso nemico[657].
Dopo che Gioviano ebbe adempito quelle obbligazioni, che la voce del suo
popolo avrebbe potuto tentarlo a violare, s'affrettò di sottrarsi alla
scena della sua vergogna, e passò con tutta la Corte a godere le delizie
d'Antiochia[658]. Senza consultare i dettami di un religioso zelo, egli
fu indotto dall'umanità e dalla gratitudine a prestar gli ultimi onori
al corpo del suo defunto Sovrano[659]; e Procopio, che sinceramente
piangeva la perdita del suo congiunto, fu rimosso dal comando
dell'esercito sotto il decente pretesto di aver cura de' funerali. Fu
trasportato il cadavere di Giuliano da Nisibi a Tarso, in una lenta
marcia di quindici giorni; e nel passare che fece per le città
dell'Oriente, veniva salutato dalle fazioni fra loro contrarie o con
luttuosi lamenti o con grida d'insulto. I Pagani già collocavano il loro
diletto Eroe nel grado di quegli Dei, de' quali aveva restaurato il
culto; mentre le invettive de' Cristiani perseguitavan l'anima
dell'Apostata fino all'inferno ed il corpo di esso fino al
sepolcro[660]. Gli uni compiangevano l'imminente rovina dei loro altari;
gli altri celebravano la maravigliosa liberazion della Chiesa. I
Cristiani applaudivano, con alti ed ambigui cantici, al colpo della
divina vendetta ch'era stata sì lungo tempo sospesa sopra il reo capo di
Giuliano. Assicuravano che nell'istante in cui Giuliano spirò di là dal
Tigri, era stata rivelata la morte del tiranno a' Santi dell'Egitto,
della Siria e della Cappadocia[661]; ed invece di accordare che fosse
perito per mezzo de' dardi Persiani, la loro indiscretezza attribuiva
l'eroico fatto all'oscura mano di qualche mortale o immortale campion
della fede[662]. Tali imprudenti dichiarazioni furono ardentemente
adottate dalla malizia o dalla credulità de' loro avversarj[663], che
oscuramente insinuavano, o con sicurezza asserivano, che i Moderatori
della Chiesa avevano instigato e diretto il fanatismo di un assassino
domestico[664]. Più di sedici anni dopo la morte di Giuliano, tale
accusa fu solennemente e con ardore sostenuta in una pubblica orazione,
diretta da Libanio all'Imperatore Teodosio. I suoi sospetti non sono
appoggiati su fatto o argomento veruno; e non possiamo far altro che
stimare il generoso zelo del Sofista d'Antiochia per le fredde e
neglette ceneri del suo amico[665].
V'era un costume antico ne' funerali, non meno che ne' trionfi de'
Romani, che la voce degli encomj venisse corretta da quella della satira
e del ridicolo; e che in mezzo alle splendide pompe, che spiegavan la
gloria del vivente o del defunto, non fosser nascoste agli occhi del
Mondo le sue imperfezioni[666]. Tale uso fu praticato anche nell'esequie
di Giuliano. I Comici, ch'erano irritati dal disprezzo ed avversione di
lui pel teatro, rappresentarono con applauso dell'udienza Cristiana la
viva ed esagerata pittura delle follie e de' difetti del morto
Imperatore. Il vario carattere ed i singolari costumi di lui fornirono
ampia materia di motteggi e di ridicolo[667]. Nell'esercizio de' propri
non ordinari talenti, spesse volte, abbassava la maestà del suo posto.
Alessandro trasformavasi in Diogene, il Filosofo diveniva Sacerdote. La
purità della sua virtù era macchiata da un'eccessiva vanità; la sua
superstizione disturbò la pace, e pose in rischio la salute d'un vasto
Impero; e gl'irregolari trasporti di lui tanto meno eran degni
d'indulgenza, che sembravano laboriosi sforzi dell'arte o
dell'affettazione. Il cadavere di Giuliano fu sepolto a Tarso nella
Cilicia; ma il magnifico sepolcro, che gli fu innalzato in quella città
sulle rive del fresco e limpido Cidno[668], dispiacque agli amici
fedeli, che amavano e rispettavano la memoria di quell'uomo
straordinario. Il filosofo dimostrò un desiderio assai ragionevole,
che il discepolo di Platone riposasse in mezzo a' giardini
dell'Accademia[669]; mentre il soldato esclamò in più forti accenti, che
le ceneri di Giuliano dovevano unirsi a quelle di Cesare nel campo di
Marte, e fra gli antichi monumenti del Romano valore[670]. L'istoria dei
Principi non somministra frequentemente esempi di tale contrasto.
FINE DEL VOLUME QUARTO.
NOTE:
[531] Vedasi questa favola o satira a p. 306-336 delle opere di Giuliano
dell'edizione di Lipsia. La traduzione Francese del dotto Ezechiele
Spanemio (-Parigi- 1683) è squallida, languida e corretta; e vi sono
ammassate tante note, prove ed illustrazioni, che formano una mole di
557 pagine in quarto di minuta stampa. L'Abbate della Bleterie (-vit. di
Gioviano Tom.- I. -p.- 241-393) ha espresso più felicemente lo spirito
non meno che il senso dell'originale, che da esso viene illustrato con
alcune brevi e curiose note.
[532] Lo Spanemio, nella sua Prefazione, ha molto eruditamente discusso
l'etimologia, l'origine, la somiglianza fra loro e la diversità delle
-satire- Greche (drammatici componimenti, che si rappresentavan dopo le
tragedie) e delle -satire- Latine (così dette da -Satura-) composizioni
miste in prosa e in versi. Ma i Cesari di Giuliano sono d'una specie
così originale, che il Critico resta dubbioso in qual classe debbano
collocarsi.
[533] Questo misto carattere di Sileno è delicatamente espresso
nell'Egloga sesta di Virgilio.
[534] Ogni lettore imparziale deve conoscere e condannare la parzialità
di Giuliano contro Costantino suo zio, e contro la religion Cristiana.
In quest'occasione gl'interpreti vengono astretti da un più sacro
interesse a ricusare il loro omaggio all'Autore, e ad abbandonarne la
causa.
[535] Giuliano era segretamente inclinato a preferire un Greco a un
Romano. Ma quando seriamente confrontava un Eroe con un filosofo,
sentiva che il genere umano aveva obbligazioni molto maggiori a Socrate
che ad Alessandro: -Orat. ad Themist. p.- 264.
[536] -Inde nationibus Indicis certatim cum donis Optimates
mittentibus.... ab usque Divis et Serendivis-. Ammiano XX 7.
Quest'isola, a cui si son dati successivamente i nomi di -Taprobana-, di
-Serendib- e di -Ceilan-, dimostra, quanto imperfettamente si
conoscessero da' Romani i mari e le terre a Levante del Capo Comorin. In
primo luogo nel regno di Claudio un liberto, che aveva in affitto le
dogane del mar Rosso, fu accidentalmente trasportato da' venti su
quell'estranea e sconosciuta costa; conversò per sei mesi con gli
abitanti di essa; ed il Re di Ceilan, che per la prima volta udì parlare
della potenza o della giustizia di Roma, s'indusse a mandare
Ambasciatori all'Imperatore (Plin. -Hist. Nat.- VI. 24). Secondariamente
i Geografi (e Tolomeo stesso) hanno fatto più di quindici volte più
grande del vero questo nuovo Mondo, che fu da' medesimi esteso fino
all'Equatore, ed alle vicinanze della China.
[537] Erano state mandate a Costanzo tali ambascerie. Ammiano, che,
senz'accorgersene, discende ad una bassa adulazione, doveva essersi
dimenticato della lunghezza del viaggio, e della breve durata del Regno
di Giuliano.
[538] -Gothos saepe fallaces et perfidos; hostes quaerere se meliores
ajebat; illis enim sufficere mercatores Galatas, per quos ubique sine
conditionis discrimine venundantur.- In meno di quindici anni questi
schiavi Goti minacciarono e vinsero i loro padroni.
[539] Alessandro rammenta a Cesare, suo rivale, il qual disprezzava la
fama ed il merito d'una vittoria Asiatica, che Crasso ed Antonio avevan
sentiti i dardi persiani, e i Romani, in una guerra di trecento anni,
non avevano ancora soggiogato la sola Provincia della Mesopotamia, o
dell'Assiria. -Caesar. p.- 324.
[540] Si espone il disegno della guerra Persiana da Ammiano (XXII. 7.
12), da Libanio (-Orat. parent. c.- 79, 80. -p.- 305, 306), da Zosimo
(l. III. -p.- 158), e da Socrate (l. III. c. 19).
[541] Tanto la satira di Giuliano, quanto le Omelie di S. Gio.
Grisostomo fanno l'istessa pittura d'Antiochia. La miniatura, che quindi
ha ritratto l'Ab. della Bleterie (-Vit. di Giuliano p.- 330) è corretta
ed elegante.
[542] Laodicea somministrava i cocchieri; Tiro e Berito i commedianti;
Cesarea i pantomimi; Eliopoli i cantori; Gaza i gladiatori; Ascalona i
lottatori; e Castabala i ballerini di corda. Vedi -Exposit. totius Mundi
p.- 6 -nel terzo tomo dei Geografi minori di Hudson-.
[543] Χριστὀν δε ἀγαθὠντγες, εχετε πολιουχον αντι του Διος,
-amando voi Cristo, tenetelo per tutelare invece di Giove-. Il popolo
d'Antiochia ingegnosamente professava il suo attaccamento al -Chi, X-
(Christo), ed al -Kappa, K- (Costanzo), Giuliano -in Misopogon p.- 357.
[544] Lo scisma d'Antiochia, che durò ottantacinque anni (dal 330 al
415), s'accese nel tempo, che Giuliano risedeva in quella città, per
l'imprudente ordinazione di Paolino. Vedi Tillemont -Mem. Eccl. Tom.-
VII. -pag.- 803. -dell'ediz. in quarto Parig.- 1701 -ec.-, della quale
io mi servirò da qui avanti nelle citazioni.
[545] Giuliano stabilisce tre diverse proporzioni di cinque, di dieci, o
di quindici modj di frumento per una moneta d'oro secondo i gradi
d'abbondanza, o di scarsità (-in Misopogon p.- 369). Da questo fatto e
da altri esempi del medesimo tempo rilevo, che sotto i successori di
Costantino il prezzo moderato del grano era di circa trentadue scellini
il sacco Inglese, che è uguale al prezzo medio de' primi sessantaquattro
anni del presente secolo (-il secolo- 18). Vedi Arbuthnot -Tavola di
monete, pesi e misure p.- 88, 89. Plin. -Hist. Nat.- XVIII. 12. -Mem. de
l'Acad. des Inscript. Tom.- XXVIII. -p.- 718, 721. Smith. -Ricerca su la
natura e le cause della ricchezza delle Nazioni vol.- I. -p.- 246. Io mi
fo pregio di citar quest'ultima come l'opera d'un dotto e d'un amico.
[546] -Numquam a proposito declinabat, Galli similis fratris, licet
incruentus-. Ammiano XXII. 14. L'ignoranza dei più illuminati Principi
può ammettere qualche scusa; ma non possiamo esser soddisfatti della
difesa propria di Giuliano (-in Misopogon p. 368, 369-) o dell'elaborata
apologia di Libanio (-Orat. parent. c. XCVII. p. 321-).
[547] Libanio tocca gentilmente il loro breve e mite arresto (-Orat.
parent. c. XCVIII. p. 322. 323-).
[548] Libanio (-ad Antiochenos de Imperatoris ira c. 17, 18, 19. ap.
Fabric. Biblioth. Graec. T. VII. p. 221-223-) a guisa di abile Avvocato
severamente censura la follia del popolo, che soffriva pel delitto di
pochi oscuri ed ebrj miserabili.
[549] Libanio (-ad Antiochen. c. VII. p. 213-) rammenta ad Antiochia il
recente gastigo di Cesare: e Giuliano stesso (-in Misopogon p. 335-)
accenna con quanto rigore Taranto aveva espiato l'insulto fatto agli
Ambasciatori Romani.
[550] Quanto al Misopogon vedasi Ammiano (XXII. 14). Libanio (-Orat.
parent. c. XCIX. p. 323-), Gregorio Nazianzeno (-Orat. IV. p. 133-) e la
Cronica d'Antiochia di Gio. Malala (-Tom. II. p. 15, 16-). Ho grandi
obbligazioni alla traduzione e alle note dell'Ab. della Bleterie (-vit.
di Giovian. Tom. II. p. 1-138-).
[551] Ammiano avverte assai giustamente, che -coactus dissimulare pro
tempore, ira sufflabatur interna-. L'ironia elaborata di Giuliano alla
fine prorompe in serie e dirette invettive.
[552] -Ipse autem Antiochiam egressurus, Heliopoliten quemdam Alexandrum
Syriacae Jurisdictioni praefecit turbulentum et saevum; dicebatque non
illum meruisse, sed Antiochensibus avaris et contumeliosis hujusmodi
Judicem convenire-. Ammiano XXIII. 2. Libanio (-Epist. 722. pag. 346,
347-), che confessa a Giuliano medesimo, che aveva esso avuto parte nel
generale disgusto, pretende, che Alessandro fosse un utile, quantunque
austero riformatore de' costumi e della religione d'Antiochia.
[553] Juliano -in Misopogon p. 364-. Ammiano XXIII. 2, e Vales. -ib-.
Libanio in un'orazione, espressamente scritta, lo invita a tornare alla
sua leale e pentita città d'Antiochia.
[554] Liban. -Orat. parent. c. VIII. p. 230, 231-.
[555] Eunapio riferisce che Libanio ricusò l'onorevol grado di Prefetto
del Pretorio come meno illustre del titolo di Sofista (-Vit. Sofist. p.-
135). I Critici hanno osservato un sentimento simile in un'epistola
(XVIII dell'-Ediz. Wolf.-) di Libanio medesimo.
[556] Ci son rimaste, e son già pubblicate quasi duemila delle sue
lettere; specie di composizione, in cui Libanio si reputava eccellente.
Possono i Critici lodar la sottile ed elegante lor brevità; ma il D.
Bentley (-Dissert. sopra Falar. p.- 487) potè giustamente, ma non
gentilmente, osservare, che «si sente dal voto e dalla mancanza d'anima
in esse, che si conversa con un pedante, il quale va sognando appoggiato
sulla sua cattedra».
[557] Si pone la sua nascita nell'anno 314. Ei fa menzione del
settantesimo sesto anno della sua età, anno 390, e sembra, che alluda ad
alcuni avvenimenti d'una data eziandio posteriore.
[558] Libanio ha fatta la vana e prolissa, ma curiosa narrazione della
sua vita (-Tom.- II. -p.- 1-84. -Ed: Morell.-), della quale ci ha
lasciato Eunapio (-p.- 130-135) un breve e svantaggioso ragguaglio. Fra'
moderni il Tillemont (-Hist. des Emper. Tom.- IV. -p.- 571-576), il
Fabricio (-Bibl. Graec. Tom.- VII. -p.- 378-414), e Lardner (-Testim.
Pagan. T.- IV. -p.- 127-163) hanno illustrato il carattere e gli scritti
di questo celebre Sofista.
[559] La strada da Antiochia a Litarbe, nel territorio di Calcide, per
monti e per paludi, era estremamente cattiva; e le pietre slegate non
avevano altro cemento che la sabbia. Juliano -Epist.- XXVII. Egli è
molto strano che i Romani trascurassero la gran comunicazione fra
Antiochia e l'Eufrate. Vedi Wesseling. -Itiner. p.- 290. Bergier.
-Histoire des grands Chemins Tom.- II. -p.- 200.
[560] Giuliano allude a quest'accidente nell'-Epist.- 27, che più
distintamente viene riferito da Teodoreto (-l. III. c 2.-). Applaudisce
allo spirito intollerante del padre il Tillemont (-Hist. des Emp. Tom.-
IV. -p.- 534), ed anche la Bleterie (-Vit. di Giuliano p.- 413).
[561] Vedi il curioso trattato -de Dea Syria-, inserito fra le opere di
Luciano (Tom. III. p. 451-490. -Edit. Reitz.-). La singolare
denominazione di -Ninus vetus- (Ammiano XIV. 8) potrebbe far sospettare,
che Jerapoli fosse stata la sede reale dell'Assiria.
[562] Giuliano (-Epist.- 28) tenne un esatto conto di tutti gli augurj
fortunati, ma soppresse gl'infelici, che sono diligentemente rammentati
da Ammiano (XXIII. 2).
[563] Juliano -Epist.- XXVII. -p.- 399-402.
[564] Io prendo la prima occasione che mi si presenta di confessare le
mie obbligazioni verso il Danville per la recente sua geografia
dell'Eufrate e del Tigri (-Par.- 1780. in 4.) che particolarmente
illustra la spedizione di Giuliano.
[565] Vi sono tre passaggi, distanti poche miglia l'uno dall'altro: 1.
Zeugma, celebre presso gli antichi: 2. Bir, frequentato da' moderni: e
3. il ponte di Menbigz, o sia Gerapoli alla distanza di quattro
parasanghe dalla città.
[566] -Haran-, o -Carre- fu l'antica residenza de' Sabei e di Abramo.
Vedasi l'Indice Geografico di Schultens, (-ad calc. vit. Saladini-),
opera da cui ho ricavato molte notizie Orientali intorno all'antica e
moderna Geografia della Siria e degli adiacenti paesi.
[567] Vedi Senofonte -Ciroped. l. III. p. 189. Edit. Hutchinson-.
Artavasde avrebbe potuto soccorrere Marco Antonio con 16000 cavalli
armati e disciplinati secondo la maniera dei Parti. Plutarco -in M.
Antonio Tom. V. p. 117-.
[568] Mosè di Corene (-Hist. Armen. l. III c. 11. p. 242-) pone il suo
innalzamento al trono nell'anno 354 decimo settimo di Costanzo.
[569] Ammiano XX. 11. Atanasio (Tom. I. -p. 856-.) dice in termini
generali, che Costanzo diede la vedova del suo fratello τοις βαρβαροις
-a' Barbari-, espressione più conveniente a un Romano che ad
un Cristiano.
[570] Ammiano (XXIII. 2.) si serve d'un termine troppo mite in
quest'occasione, -monuerat-. Il Muratori (-Fabr. Biblioth. Graec. Tom.
VII. p. 86-) ha pubblicato una lettera scritta da Giuliano al Satrapo
Arsace, impetuosa, bassa, e (sebbene abbia potuto ingannare Sozomeno l.
VI. c. 5.) molto probabilmente spuria. La Bleterie (-Hist. de Jovien
Tom. II p. 339-) la traduce e la rigetta.
[571] -Latissimum flumen Eufratem artabat-. Ammiano XXIII. 3. Un poco di
sopra, al guado di Tapsaco, il fiume è largo quattro stadi, ovvero 800
braccia, quasi mezzo miglio Inglese (-Xenof. Anabas-. lib. I. -p. 41.
Edit. Hutch. colle osserv. di Foster. p. 28. ec. nel secondo volume
della Traduzione di Spelman-). Se la larghezza dell'Eufrate a Bir ed a
Zeugma non è maggiore di 130 braccia (-Viag. di Niebuhr Tom. II. p.
335-.), tal enorme differenza deve specialmente nascere dalla profondità
del canale.
[572] -Monumentum tutissimum, et fabre politum, cujus moenia Abora- (gli
Orientali l'aspirano dicendo -Cabora- o -Cabor-) -et Euphrates ambiunt
flumina velut spatium insulare fingentes-. Ammiano XXIII. 5.
[573] Si descrivono l'impresa e l'armamento di Giuliano da lui stesso
(-Epist. XXVII-.), da Ammiano Marcellino (XXIII. 3, 4, 5.), da Libanio
(-Orat. parent. c. 108. 109. p. 332. 333-.), da Zosimo (lib. III. p.
160, 161, 162.), da Sozomeno (lib. VI. c. 1.) e da Gio. Malala (Tom. II.
p. 17.).
[574] Prima d'entrar nella Persia, Ammiano descrive ampiamente (XXIII.
6. p. 369-419. -Edit. Gronov. in 4-.) le otto gran Satrapie o Province
(fino alle frontiere Seriche, o Chinesi) che erano sottoposte ai
Sassanidi.
[575] Ammiano (XXIV. 1.) e Zosimo (-lib. III. pag. 162. 163.-) hanno
accuratamente esposto tal ordine.
[576] Si raccontano le avventure d'Ormisda con qualche miscuglio di
favola da Zosimo (-l. II. p. 100-102.-) e dal Tillemont (-Hist. des
Emper. T. IV. p. 188.-). Egli è impossibile, che ei fosse il fratello
(-frater germanus-) di un primogenito postumo; nè io mi ricordo che
Ammiano gli abbia mai dato quel titolo.
[577] Vedi il primo libro dell'Anabasi p. 45. 46. Questa piacevole opera
è originale ed autentica; pure la memoria di Senofonte, forse molti anni
dopo la spedizione, qualche volta l'ha tradito; e le distanze, ch'ei
nota, sono spesso maggiori di quel che possa accordare un soldato o un
geografo.
[578] M. Spelman, traduttore inglese dell'-Anabasi- (-Vol. I. p. 151.-),
confonde la gazzella col capriolo, e l'asino selvaggio collo zebra.
[579] Vedi -Viag. di Tavernier P. I. l. III. p. 316-. e più specialmente
i -Viaggi di Pietro della Valle T. I. let. XVII. p. 671-. Egli non
sapeva l'antico nome e la condizione di Annah. I ciechi nostri
viaggiatori hanno rare volte alcuna previa notizia dei paesi che
visitano. Meritano però un'onorevol eccezione Shaw e Tournefort.
[580] -Famosi nominis latro-, dice Ammiano, ch'è un grande encomio per
un Arabo. La tribù di Gassan era stabilita sul confine della Siria, e
regnò qualche tempo in Damasco sotto una Dinastia di trentun Re, o
Emiri, dal tempo di Pompeo fino a quello del Califfo Omar. D'Herbelot
Bibl-. Orient. p. 360-. Pocock -Specim. Histor. Arab. p. 76. 78-. Nella
lista però di essi non si trova il nome di Rodosace.
[581] Ved. Ammiano (XXIV. I. 2). Libanio (-Orat. parent. c. 110. 111. p.
334-.), Zosimo (-l. III p. 164-168-).
[582] Ci vien somministrata la descrizione dell'Assiria da Erodoto (lib.
I. c. 192.), che ora scrive pe' fanciulli, ed ora pe' filosofi; da
Strabone (lib. XVI. p. 1070, 1082.) e da Ammiano (lib. XXIII. c. 6).
Fra' moderni viaggiatori i migliori sono Tavernier (-Part. I. l. II. p.
226-258.-), Otter. (-T. II. p. 35-69.- e -189-224-.) e Niebuhr (-Tom.
II. p. 172-288-.). Nondimeno mi rincresce assai che non sia stato
tradotto l'-Irak Arabi- di Albufeda.
[583] Ammiano osserva, che l'Assiria primitiva, la quale comprendeva
Nino (Ninive) ed Arbella, aveva preso la più moderna e special
denominazione d'Adiabene, e sembra che ponga Teredone, Vologesia, ed
Apollonia come le -ultime- città dell'attual Provincia dell'Assiria.
[584] I due fiumi si uniscono ad Apamea, o Corna (cento miglia distante
dal golfo Persico) nel largo canale del -Pasitigris-, o -Shat-ul-Arab-.
L'Eufrate anticamente arrivava al mare per una bocca separata, che fu
chiusa, e deviatone il corso da' cittadini di Orcoe, circa venti miglia
al Sud-est della moderna Basra. Danville -nelle memor. dell'Accad. delle
inscriz. Tom. XXX. p. 170-191-.
[585] Il dotto Kaempfer ha esaurito come botanico, come antiquario, e
come viaggiatore il soggetto delle palme. -Amoenit. exoticae Fascicul.
IV. p. 660-674-.
[586] L'Assiria pagava ogni giorno al Satrapo della Persia un artaba
d'argento. La nota proporzione de' pesi e delle misure (Vedi l'elaborata
ricerca del Vescovo Hooper) la gravità specifica dell'acque e
dell'argento, ed il valore di questo metallo dopo un breve conteggio
daranno l'annua rendita da me fissata. Pure il gran Re non riceveva
dall'Assiria più di mille talenti Euboici o Tiri (252,000. lire sterl.).
Il paragone di due passi d'Erodoto (lib. I. c. 192. lib. III. c. 89-96)
dimostra un'importante differenza fra l'entrata -lorda- e -netta- della
Persia; fra le somme pagate dalle Province, e l'oro e l'argento che
entrava nel Regio Erario. Dei diciassette o diciotto milioni, che si
esigevan dal popolo il Monarca avrà realizzati annualmente solo tre
milioni seicento mila lire.
[587] Sono circostanziatamente riferite le operazioni della guerra
d'Assiria da Ammiano (XXIV. 2. 3, 4. 5.), da Libanio (-Orat. parent. c.
112-123. p. 335-347.-), da Zosimo (l. III. p. 168-180.), e da Gregorio
Nazianzeno (-Orat. IV. p. 113. 144-). La critica -militare- del Santo è
devotamente copiata dal Tillemont, fedele suo seguace.
[588] Liban. -de ulciscenda Juliani nece c. 13. p. 162-.
[589] I famosi esempi di Ciro, di Alessandro, e di Scipione furono atti
di giustizia; ma la castità di Giuliano era volontaria, e secondo la sua
opinione, meritoria.
[590] Sallustio (-ap. vet. Scholiast. Juvenal. Sat. 1. 104-) osserva,
che -nihil corruptius moribus-. Le matrone e le vergini di Babilonia si
mescolavan liberamente con gli uomini in licenziosi banchetti, e quando
si sentivan toccate dalla forza del vino e dell'amore, appoco appoco si
spogliavano quasi interamente dell'incomodo delle vesti: -ad ultimum ima
corporum velamenta projiciunt- Q. Curt. V. I.
[591] -Ex virginibus autem, quae speciosae sunt capta, et in Perside,
ubi foeminarum pulchritudo excellit, nec contrectare aliquam voluit, nec
videre:- Ammian. XXIV. 4. La razza naturale de' Persiani è piccola e
brutta; ma si è migliorata per la perpetua mescolanza del sangue
Circasso: -Herod. l. III. c. 97, Buffon Histoir. natur. Tom. III. p.
420-.
[592] -Obsidionalibus coronis donati.- Ammiano XXIV. 4. O Giuliano, o
l'Istorico era un imperito antiquario. Avrebbe dovuto dar corone
-murali-. -L'obsidionale- era il premio d'un Generale, che liberato
avesse una città assediata. -Aul. Gell. Noct. Attic. V. 6-.
[593] Io reputo questo discorso originale e genuino. Ammiano potè averlo
udito e trascritto, ed era incapace d'inventarlo. Mi son preso alcune
piccole libertà, e lo concludo con la più vigorosa sentenza.
[594] Ammiano XXIV. 3. Liban. -Orat. parent. c. 122. p. 346-.
[595] Danville (-Mem. de l'Acad. des Inscr. Tom. XXVIII. p. 246-259.-)
ha determinato la vera posizione e distanza fra loro di Babilonia, di
Seleucia, di Ctesifonte, di Bagdad ec. Il viaggiatore Romano, Pietro
della Valle (-Tom. I. lett. 17. p. 650-780.-) sembra l'osservatore più
diligente di quella famosa Provincia. Egli è un gentiluomo erudito, ma
intollerabilmente vano e prolisso.
[596] Il real canale -Nahar-Malcha- potè in diversi tempi esser
restaurato, alterato, diviso ec. (Cellario -Geogr. ant. T. II. p. 453-);
e questi cangiamenti servir possono a spiegare le apparenti
contraddizioni dell'antichità. Al tempo di Giuliano dovea cader
nell'Eufrate sotto Ctesifonte.
[597] Καὶ μελεθεσιν ελεφαντων, οισ ισον εργόν διὰ σαχυῶν ἐλθειν, και Φαλανγος: -e di grandi elefanti, pe' quali è l'istesso
camminare sopra le spighe, o sopra una falange.- «Rien n'est beau que le
vrai»: massima che dovrebb'essere scritta sulla cattedra d'ogni retore.
[598] Libanio indica il più potente fra' Generali. Io mi sono
arrischiato a nominar Sallustio. Ammiano asserisce di tutti i
condottieri, -quod acri metu territi duces concordi precatu fieri
prohibere tentarent-.
[599] -Hinc Imperator....- (dice Ammiano) -ipse cum levis armaturae
auxiliis per prima postremaque discurrens-. Contuttociò Zosimo, suo
amico, dice, che non passò il fiume se non due giorni dopo la battaglia.
[600] -Secundum Homericam dispositionem.- Si attribuisce tal
distribuzione al savio Nestore nel quarto libro dell'Iliade; ed Omero
non era mai lontano dalla mente di Giuliano.
[601] -Persas terrore subito miscuerunt, versisque agminibus totius
gentis, apertas Ctesiphontis portas victor miles intrasset, ni major
praedarum occasio fuisset, quam cura victoriae- (Sest. Ruf. -de Provinc.
c.- 28). La loro avarizia potè disporli a dare orecchio al consiglio di
Vittore.
[602] Il lavoro del canale, il passaggio del Tigri e la vittoria si
descrivon da Ammiano (XXIV. 5. 6.), da Libanio (-Orat. parent. c.-
124-128. -p.- 347, 353), da Gregorio Nazianzeno (-Orat. IV. p.- 115.),
da Zosimo (-l.- III. -p.- 181-183.) e da Sesto Rufo (-de Prov. c.- 28).
[603] La flotta e l'esercito erano disposti in tre divisioni una sola
delle quali era passata nella notte (Ammiano XXIV. 6.); παση δορυφορια
(-tutto il seguito-), che Zosimo fa passare il terzo giorno
(-l. III p.- 183.), poteva esser composto dai protettori, fra' quali in
quell'era militavan l'Istorico Ammiano e Gioviano futuro Imperatore, di
alcune truppe di domestici, e, forse de' Gioviani e degli Erculei, che
spesso facevan l'uffizio di guardie.
[604] Mosè di Corene (-Hist. Armen. l. III c. 15 p. 246.-) ci
somministra una tradizione del paese, ed una lettera spuria. Io non ho
ammesso che la principal circostanza, la quale è coerente alla verità,
alla verisimiglianza ed a Libanio (-Orat. parent. c. 131 p. 355-).
[605] -Civitas inexpugnabilis, facinus audax et importunum.- Ammian.
XXIV. 7. Eutropio, collega di lui nella milizia, evita la difficoltà:
-Assiriamque populatus castra apud Ctesiphontem stativa aliquandiu
habuit; remeansque victor etc.- X. 16. Zosimo è artificioso o ignorante,
e Socrate inesatto.
[606] Liban. -Orat. parent. c. 130. p. 354. c. 139. p. 361-. Socrate -l.
III. c. 21-. L'Istorico Ecclesiastico attribuisce al consiglio di
Massimo il rifiuto della pace. Tal consiglio era indegno d'un filosofo;
ma il filosofo era anche un incantatore, che lusingava le speranze e le
passioni del suo Signore.
[607] Le arti di questo nuovo Zopiro (Greg. Nazianzeno -Orat. IV p. 115.
156-) possono meritare qualche credenza per la testimonianza de' due
abbreviatori (Sesto Rufo e Vittore) e pei cenni che accidentalmente ne
danno Libanio -(Orat. parent. c. 134. p. 157.-) ed Ammiano XXIV. 7.
Viene interrotto il corso dell'istoria genuina da una molto inopportuna
mancanza nel testo d'Ammiano medesimo.
[608] Vedi Ammiano (XXIV. 7), Libanio (-Orat. parent. c. 132. 133, p.
356. 357-), Zosimo (l. III. p. 185.), Zonara (Tom. II. l. XIII. p. 26),
Gregorio (-Orat.- IV. p. 116), Agostino (-de Civ. Dei.- l. IV. c. 29. l.
V. c. 21). Fra questi Libanio solo tenta di fare una debole apologia pel
suo Eroe, che secondo Ammiano pronunziò la propria condanna, con un
tardo ed efficace tentativo d'estinguer le fiamme.
[609] Vedi Erodoto (l. I. c. 194.), Strabone (l. XIV. p. 1074.) e
Tavernier (p. I. l. II. p. 152.).
[610] -A celeritate Tigris incipit vocari, ita appellant Medi sagittam:
Plin. Histor. nat. VI. 31.-
[611] Una di quelle dighe, che produce una cascata o cateratta
artificiale, vien descritta dal Tavernier (P. I. l. II. p. 226.) e dal
Thevenot (P. II. l. I. p. 193). I Persiani o gli Assirj procurarono
d'interrompere la navigazione del fiume: Strabone l. XV. pag. 1975.
Danville -L'Euphrate et le Tigre- p. 98, 99.
[612] Rammentiamoci la felice ed applaudita temerità d'Agatocle e di
Cortes, che abbruciarono le loro navi sulla costa dell'Affrica e del
Messico.
[613] Vedi le giudiziose riflessioni dell'Autore del saggio sulla
Tattica (Tom. II. pag. 287-354.) e le dotte osservazioni del Guichardt
(-Nouveaux memoires militaires.- Tom. I. pag. 351-382.) sul bagaglio e
la sussistenza degli eserciti Romani.
[614] Il Tigri sorge al mezzodì, l'Eufrate al settentrione delle
montagne d'Armenia. Il primo dà fuori nel Marzo, ed il secondo nel mese
di Luglio. Tali circostanze vengon bene spiegate nella dissertazione
Geografica di Foster inserita nella -Spedizione di Ciro- di Spelman
(Vol. II p. 26.)
[615] Ammiano (XXIV. 8.) descrive, come sentì egli stesso, l'incomodo
dell'acqua, del caldo e degli insetti. I terreni dell'Assiria, sotto
l'oppressione de' Turchi, e la devastazione de' Curdi o Arabi,
moltiplican dieci, quindici e venti volte il seme, che un miserabile ed
imperito agricoltore vi getta. Viag. di Niebuhr -Tom.- II. -p.- 27. 285.
[616] Isidoro di Carax (-Mansion. Parthic. pag. 5. 6. ap. Hudson. Geogr.
min. Tom. II.-) computa 129. scheni da Seleucia, e Thevenot (-Par. I.
lib. II. p. 209-245.-) un cammino di ore 128 da Bagdad ad Ecbatana, o
Hamadam. Quelle misure non possono eccedere una parasanga ordinaria, o
tre miglia Romane.
[617] Descrivono circostanziatamente, non però con chiarezza, il cammino
che fece Giuliano da Ctesifonte, Ammiano (XXIV. 7, 8), Libanio (-Orat.
parent. c. 134. p. 357.-) e Zosimo (lib. III. p. 183.). Gli ultimi due
par che ignorassero, che il loro conquistatore si ritirasse; e Libanio
assurdamente lo limita alle sponde del Tigri.
[618] Chardin, ch'è il più giudizioso tra' viaggiatori moderni, descrive
(-Tom.- III -p.- 57-58. ec. -edit.- in 4.) l'educazione e la destrezza
de' cavalieri Persiani. Brissonio (-de Regn. Pers. p.- 650-661 ec.) ha
raccolto le testimonianze dell'antichità.
[619] Nella ritirata di Marc'Antonio una misura Attica si vendeva
cinquanta dramme, o in altri termini una libbra di farina dodici o
quattordici scellini; il pane d'orzo era venduto per tanto argento
quanto erane il peso. Non si può leggere l'interessante narrazione di
Plutarco (-Tom.- V. -pag.- 102-116.) senz'accorgersi, che Marc'Antonio e
Giuliano erano perseguitati dall'istesso nemico, ed involti nelle
medesime angustie.
[620] Ammiano XXIV. 8. XXV. 1. Zosimo lib. III. -p.- 184, 185, 186.
Libanio -Orat, parent.- c. 134. 135. -p.- 357, 358, 359. Sembra che il
Sofista d'Antiochia ignorasse la fame delle truppe.
[621] Ammiano XXV 2. Giuliano aveva giurato in un punto di passione;
-numquam se Marti sacra facturum- XXIV. 6. Non erano infrequenti queste
capricciose contese fra gli Dei e gl'insolenti loro devoti: e fino il
prudente Augusto, dopo che la sua flotta ebbe fatto due volte naufragio,
escluse Nettuno dagli onori delle pubbliche feste. Vedi le filosofiche
Riflessioni di Hume -Sagg. Vol.- II. -p.- 418.
[622] Essi tuttavia conservavano il monopolio della vana ma lucrosa
scienza della divinazione, ch'era stata inventata in Etruria, e si
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