distinzione de' cittadini d'Antiochia. Si onoravan le arti di lusso; le
virtù serie e virili eran poste in ridicolo, ed il disprezzo per la
modestia femminile e per la venerabil vecchiezza annunziava la universal
corruzione della capitale dell'Oriente. L'amore degli spettacoli formava
il gusto, o piuttosto la passione de' Sirj; si chiamavano dalle vicine
città[542] i più valenti artefici; si consumava in pubblici divertimenti
una considerabil porzione dell'entrate; e la magnificenza de' giuochi
del teatro e del circo risguardavasi come la felicità e la gloria
d'Antiochia. I rozzi costumi d'un Principe, che sdegnava tal gloria, e
non assaporava una felicità di tal sorta, disgustarono ben presto la
delicatezza de' propri sudditi; e gli effeminati Orientali non poterono
nè imitare nè ammirar la severa semplicità, che sempre si usava, ed alle
volte affettavasi da Giuliano. I giorni di solennità, consacrati
dall'antico rito all'onor degli Dei, somministravan ad esso le sole
occasioni di rilassare la filosofica severità; e questi appunto erano i
soli giorni, ne' quali astener si potevano i Sirj d'Antiochia dalle
lusinghe del piacere. La maggior parte del popolo sosteneva la gloria
del nome Cristiano, che era stato per la prima volta inventato da' loro
Maggiori[543]: essi non si facevano scrupolo di trasgredire i precetti
morali, ma erano scrupolosamente attaccati allo dottrine speculative
della lor religione. La Chiesa Antiochena era lacerata dall'eresia e
dallo scisma; ma negli Arriani e negli Atanasiani, nei seguaci di
Melezio ed in quelli di Paolino[544] ardeva il medesimo devoto odio del
comune loro avversario.
Si nutriva il più forte pregiudizio contro il carattere d'un apostata,
nemico e successore d'un Principe, che s'era conciliato l'affetto di una
Setta assai numerosa; e la traslazione di S. Babila eccitò un
implacabile odio contro la persona di Giuliano. I sudditi di lui si
lagnavano con superstiziosa indignazione, che la carestia avea seguitato
i passi dell'Imperatore da Costantinopoli ad Antiochia; e fu esacerbata
la malcontentezza d'un affamato popolo dall'imprudente sforzo di
sollevarne le angustie. L'inclemenza della stagione avea danneggiato le
raccolte della Siria, e ne' mercati d'Antiochia il prezzo del pane[545]
era naturalmente cresciuto in proporzione della scarsezza del grano. Ma
la giusta e ragionevole proporzione fu tosto violata da' rapaci artifizi
del monopolio. In questa disugual contesa, in cui da una parte il
prodotto della terra si pretende che sia nel proprio esclusivo dominio,
da un altra si riguarda come un oggetto lucrativo di commercio, e si
ricerca da una terza parte pel quotidiano e necessario mantenimento
della vita, tutti i guadagni degli agenti, intermedj vanno a posarsi sul
capo de' miseri consumatori. La durezza della loro situazione veniva
esagerata ed accresciuta dalla loro impazienza ed inquietudine; ed il
timore della scarsità produsse appoco appoco l'apparenza d'una carestia.
Quando i voluttuosi cittadini d'Antiochia si lamentarono del caro prezzo
dei polli e del pesce, Giuliano pubblicamente dichiarò che una città
frugale avrebbe dovuto contentarsi di una regolar quantità di vino,
d'olio e di pane; riconosceva egli però ch'era dover di un Sovrano il
provvedere alla sussistenza del popolo. Con questo salutevole fine,
l'Imperatore arrischiossi ad un passo molto pericoloso ed incerto, a
determinare cioè con legale autorità il valore del grano. Egli ordinò,
che in un tempo di scarsità si vendesse ad un prezzo, che rare volte
aveva avuto luogo negli anni di maggiore abbondanza; ed affinchè il
proprio esempio desse vigore alla legge, mandò al mercato quattrocento
ventiduemila moggi o misure, che si trassero per ordine di lui da granai
di Gerapoli, di Calcide ed anche d'Egitto. Se ne potevano prevedere le
conseguenze, e ben presto ebbero effetto. Si comprò da ricchi mercanti
il grano Imperiale; i proprietari di terre o di frumento non ne
mandarono più alla città la solita dose, e le piccole quantità di grano,
che comparivano in mercato, erano segretamente vendute ad un anticipato
ed illegittimo prezzo. Giuliano continuò sempre a gloriarsi della sua
politica, risguardò i lamenti del popolo come vani ed ingrati romori, e
convinse Antiochia, ch'esso aveva ereditato se non la crudeltà, almeno
l'ostinazione di Gallo, di lui fratello[546]. Le rimostranze del Senato
municipale non servirono che ad inasprire l'inflessibil suo spirito.
Egli era persuaso, forse a diritto, che i Senatori stessi d'Antiochia, i
quali possedevano dei terreni, ed erano interessati nel commercio,
avessero contribuito alle calamità del lor paese; ed attribuiva
l'irriverente ardire, che usavano, ad un sentimento non già di pubblico
dovere, ma di privato vantaggio. Tutto quel Corpo, composto di dugento
de' più nobili e ricchi cittadini, fu mandato sotto custodia dal palazzo
in prigione; e sebbene, avanti che finisse la sera, fosse loro accordato
di tornare alle respettive loro case[547], l'Imperatore non potè da essi
ottenere il perdono, ch'egli aveva loro sì facilmente concesso. I
medesimi pesi erano continuamente il soggetto delle medesime querele,
che si facevano ad arte circolare dalla astuzia e leggerezza de' Greci
della Siria. Ne' licenziosi giorni de' Saturnali, risonavan le strade
d'Antiochia di canzoni insolenti, che deridevan le leggi, la religione,
la personal condotta e fino la -barba- dell'Imperatore; e la connivenza
de' Magistrati, non meno che l'applauso della moltitudine, manifestavan
lo spirito d'Antiochia[548]. Il discepolo di Socrate fu troppo
profondamente punto da tali popolari indulti; ma il Monarca, dotato di
viva sensibilità, e che possedeva un assoluto potere, negò alle sue
passioni la soddisfazione della vendetta. Un tiranno avrebbe, senza
distinzione, proscritto le vite ed i beni dei cittadini d'Antiochia; i
deboli Sirj avrebber dovuto pazientemente sottoporsi alla brutalità ed
alla rapace barbarie delle fedeli Legioni della Gallia. Una sentenza più
dolce avrebbe potuto privare la capitale dell'Oriente de' suoi onori e
privilegi; ed i cortigiani e forse anche tutti i sudditi di Giuliano
avrebbero applaudito ad un atto di giustizia, che sosteneva la dignità
del Magistrato supremo della Repubblica[549]. Ma invece d'abusare o di
fare pompa dell'autorità dell'Impero per vendicare le personali sue
ingiurie, Giuliano si contentò di una innocente maniera di vendetta, che
pochi Principi sarebbero in grado di poter usare. Esso era stato
insultato con satire e con libelli; compose dunque ancora egli
un'ironica confessione de' propri difetti ed una severa satira dei
licenziosi ed effeminati costumi d'Antiochia col titolo di -Nemico della
barba-. Fu pubblicamente esposta questa replica Imperiale avanti alle
porte del palazzo; e tuttavia sussiste il -Misopogon-[550] come un
singolar monumento dell'ira, dell'ingegno, della umanità e
dell'indiscretezza di Giuliano. Quantunque egli affettasse di ridere,
non potè perdonare[551]. Espresse il suo disprezzo, e potè soddisfare la
sua vendetta col nominare un Governatore[552] degno solo di tali
soggetti; e rinunziando l'Imperatore per sempre all'ingrata città,
pubblicò la sua risoluzione di passare il prossimo inverno a Tarso nella
Cilicia[553].
Contuttocciò in Antiochia trovavasi un cittadino, il genio e le virtù
del quale nell'opinione di Giuliano potevan purgare i vizi e la follia
della patria di lui. Il Sofista Libanio era nato nella capital
dell'Oriente; professò pubblicamente le arti di retore e di declamatore
in Nicea, in Nicomedia, in Costantinopoli, in Atene, e passò il resto
della sua vita in Antiochia. La scuola di lui era continuamente
frequentata dalla gioventù della Grecia; i suoi discepoli, che alle
volte passarono il numero di ottanta, celebravano l'incomparabil loro
maestro; e la gelosia de' suoi rivali, che lo perseguitava da una città
in un'altra, confermò la opinion favorevole, che Libanio ostentava, del
sublime suo merito. I precettori di Giuliano avevano estorto da esso una
imprudente ma solenne promessa, ch'ei non avrebbe mai letto gli scritti
del loro avversario; la curiosità del giovine reale repressa vie più si
accese; cercò segretamente le opere di quel pericoloso Sofista, ed
appoco appoco sorpassò nella perfetta imitazione del suo stile i più
laboriosi fra' domestici uditori di lui[554]. Allorchè Giuliano salì sul
trono, dichiarò l'impazienza, che aveva, d'abbracciare e di premiare il
Sofista della Siria, che in un secolo corrotto avea conservato la purità
del gusto, de' costumi e della religione della Grecia. La prevenzione
dell'Imperatore fu accresciuta e giustificata dal prudente orgoglio del
suo favorito. Libanio, in luogo d'affrettarsi co' primi del popolo al
palazzo di Costantinopoli, tranquillamente attese l'arrivo di lui in
Antiochia; si ritirò dalla Corte a' primi sintomi di freddezza e
d'indifferenza; per ogni visita esigeva un invito formale, e diede al
suo Sovrano l'importante lezione, che ei poteva comandar l'ubbidienza ad
un suddito, ma che bisognava meritar l'affezione d'un amico. I Sofisti
d'ogni tempo, sprezzando, o affettando di sprezzare le accidentali
distinzioni della nascita e della fortuna[555], riservano la propria
stima per le superiori qualità dello ingegno, delle quali sono essi così
abbondantemente dotati. Giuliano potea non curare le acclamazioni di una
Corte venale, che adorava l'Imperial porpora; ma era sommamente
allettato dalla lode, dagli avvertimenti, dalla libertà e dall'invidia
d'uno indipendente filosofo, che ricusava i suoi favori, amava la sua
persona, ne celebrava la fama, e proteggevane la memoria. Tuttavia
sussistono le voluminose opere di Libanio, che per la maggior parte son
vani ed oziosi componimenti d'un oratore, che coltivava la scienza delle
parole, e produzioni d'uno studioso ritirato, la mente del quale,
disprezzando i suoi contemporanei, era sempre fissa nella guerra Troiana
e nella Repubblica Ateniese. Pure il Sofista d'Antiochia discese alle
volte da tale immaginaria elevazione; tenne una moltiplice ed esatta
corrispondenza[556]; lodò le virtù dei suoi tempi; arditamente attaccò
gli abusi della vita pubblica e privata; ed eloquentemente difese la
causa d'Antiochia contro la giusta collera di Giuliano e di Teodosio. La
vecchiezza comunemente ha la disgrazia[557] di perdere tutto ciò, che
avrebbe potuto renderla desiderabile; ma Libanio provò il particolar
dispiacere di sopravvivere alla religione ed alle scienze, alle quali
consacrato aveva il suo genio. L'amico di Giuliano dovè con isdegno
essere spettatore del trionfo del Cristianesimo; ed il superstizioso suo
spirito, che oscurava il prospetto del Mondo visibile, non inspirò a
Libanio alcuna viva speranza della felicità e della gloria celeste[558].
[A. D. 363]
La marziale impazienza di Giuliano l'indusse a mettersi in campagna al
principio della primavera; e licenziò con disprezzo e con rimproveri il
Senato di Antiochia, che accompagnò l'Imperatore al di là dei confini
del suo territorio, nel quale aveva egli risoluto di non tornare mai
più. Dopo una faticosa marcia di due giorni[559] si fermò il terzo a
Berea, ovvero Aleppo, dov'ebbe la mortificazione di trovare un Senato
quasi tutto Cristiano, che ricevè con fredde e formali dimostrazioni di
rispetto l'eloquente discorso dell'Apostolo del Paganesimo. Il figlio
d'uno de' più illustri cittadini di Berea, che per interesse o per
coscienza aveva abbracciato la religione dell'Imperatore, fu diseredato
dall'irato suo genitore. Sì il padre che il figlio furono invitati alla
mensa Imperiale. Giuliano, postosi in mezzo fra loro, procurò, ma
inutilmente, d'inculcare insegnamenti ed esempi di tolleranza; soffrì
con affettata tranquillità l'indiscreto zelo del vecchio Cristiano, che
parve dimenticare i sentimenti della natura ed il dovere di suddito; e
finalmente rivolto all'afflitto giovine: «giacchè avete perduto un padre
(gli disse) per mia cagione, a me tocca il supplire in sua vece»[560].
L'Imperatore fu accolto in un modo assai più conforme ai suoi desiderj a
Batne, piccola città deliziosamente situata in un bosco di cipressi,
distante circa venti miglia dalla città di Gerapoli. Gli abitanti di
Batne, che sembravano attaccati al culto di Apollo e di Giove, loro
tutelari Divinità, decentemente prepararono i riti solenni del
sacrifizio; ma rimase offesa la seria devozione di Giuliano, dal tumulto
del loro applauso, e troppo chiaramente si accorse che il fumo, che
alzavasi dai loro altari, era piuttosto un incenso d'adulazione che di
pietà. Non esisteva più l'antico e magnifico tempio, che aveva per tanti
secoli santificato la città di Gerapoli[561]; e forse i beni sacri, che
somministravano un abbondante mantenimento a più di trecento Sacerdoti,
ne accelerarono la rovina. Giuliano però ebbe la soddisfazione di
abbracciare un filosofo ed un amico, la religiosa fermezza del quale
avea resistito alle pressanti e replicate sollecitazioni di Costanzo e
di Gallo, tutte le volte che que' Principi nel passar da Gerapoli aveano
preso alloggio nella sua casa. Tanto nella confusione de' militari
apparecchi, quanto nella tranquilla confidenza d'una famigliare
amicizia, sembra che lo zelo di Giuliano fosse vivo ed uniforme. Aveva
egli allora intrapreso un'importante e difficile guerra; e l'incertezza
dell'evento lo rendea sempre più attento nell'osservare e notare i più
minuti presagi, da' quali secondo le regole della divinazione potesse
trarsi qualche cognizion del futuro[562]; nè lasciò d'informar Libanio
del suo avanzarsi fino a Gerapoli, con una elegante lettera[563] che
spiega la felicità del suo ingegno e la tenera amicizia che aveva pel
Sofista Antiocheno.
Si era destinata Gerapoli, posta quasi sulle rive dell'Eufrate[564], per
la generale riunione delle truppe Romane, che immediatamente passarono
quel gran fiume sopra un ponte di barche, ch'era stato precedentemente
preparato[565]. Se le inclinazioni di Giuliano fossero state simili a
quelle del suo predecessore, avrebbe consumato l'attiva ed importante
stagione dell'anno nel circo di Samosata, o nelle Chiese d'Edessa. Ma
siccome il guerriero Imperatore avea preso per suo modello Alessandro
piuttosto che Costanzo, s'avanzò immediatamente verso Carre[566], città
molto antica della Mesopotamia, distante ottanta miglia da Gerapoli. Il
tempio della Luna richiamò la devozione di Giuliano, ma la fermata di
pochi giorni s'impiegò principalmente in compire gl'immensi preparativi
della guerra Persiana. Fin qui aveva egli tenuto celato il segreto della
disposizione; ma essendo Carre il punto di separazione delle due grandi
strade, non potè più nascondere se meditava d'attaccare i dominj di
Sapore dalla parte del Tigri, o da quella dell'Eufrate. L'Imperatore
distaccò un'armata di trentamila uomini sotto il comando di Procopio suo
congiunto, e di Sebastiano ch'era stato Duce dell'Egitto; ed ordinò
loro, che dirigesser la marcia verso Nisibi per assicurar le frontiere
dalle improvvise scorrerie del nemico, avanti di tentare il passaggio
del Tigri. Le seguenti loro operazioni rimesse furono alla discrezione
de' Generali medesimi; ma Giuliano sperava, che dopo d'aver posto a
ferro e fuoco i fertili distretti della Media e dell'Adiabene, avrebber
potuto giungere sotto le mura di Ctesifonte verso il medesimo tempo, in
cui egli, avanzandosi con ugual passo lungo le sponde dell'Eufrate,
avrebbe assediato la capitale della Monarchia Persiana. Il buon successo
di questo ben concertato disegno dipendeva in gran parte dall'efficace e
pronto aiuto del Re d'Armenia, che poteva, senza esporre ad alcun
rischio la sicurezza de' suoi Stati, distaccare quattromila cavalli e
ventimila fanti in aiuto de' Romani[567]. Ma il debole Arsace
Tirano[568], Re d'Armenia, aveva degenerato viepiù vergognosamente che
suo padre Cosroe dalle virili virtù del gran Tiridate; e siccome
l'imbecille Monarca era contrario ad ogni impresa di pericolo e di
gloria, egli potè mascherare la timida sua indolenza con le più decenti
scuse di religione e di gratitudine. Dichiarò un devoto attaccamento
alla memoria di Costanzo dalle mani del quale, avea ricevuto per moglie
Olimpiade, figlia del Prefetto Ablavio, e la congiunzione d'una donna,
educata per esser moglie dell'Imperator Costante, esaltava la dignità
d'un Re Barbaro[569]. Tirano professava la Religione Cristiana; regnava
sopra un popolo di Cristiani, ed ogni principio di coscienza e
d'interesse lo riteneva dal contribuire alla vittoria, che avrebbe
portato seco la rovina della Chiesa. Lo spirito già alienato di Tirano
fu inasprito dall'indiscretezza di Giuliano, che trattò il Re d'Armenia
come suo schiavo e come il nemico degli Dei. Il superbo e minaccioso
stile degl'Imperiali comandi[570] eccitò il segreto sdegno d'un
Principe, che nell'umiliante stato di dipendenza tuttavia ricordavasi
della sua real discendenza dagli Arsacidi, padroni una volta
dell'Oriente e rivali della potenza Romana.
Le militari disposizioni di Giuliano furono artificiosamente prese in
maniera da ingannare le spie, e divertir l'attenzione di Sapore. Pareva
che le Legioni dirizzassero la loro marcia verso Nisibi ed il Tigri. Ad
un tratto si voltarono a destra; attraversarono la uguale e nuda pianura
di Carre, e giunsero il terzo giorno alle rive dell'Eufrate, dove i Re
Macedoni avean fabbricato la forte città di Niceforio o Callinico.
Quindi l'Imperatore proseguì la sua marcia per più di novanta miglia
lungo il tortuoso corso dell'Eufrate, sinchè circa un mese dopo la sua
partenza da Antiochia, scuoprì finalmente le torri di Circesio, ultimo
limite del dominio Romano. L'esercito di Giuliano, più numeroso di
qualunque altro che alcun Imperatore avesse condotto contro i Persiani,
consisteva in sessantacinquemila effettivi e ben disciplinati soldati.
Erano state scelte da varie Province le truppe veterane di cavalleria e
d'infanteria, di Romani e di Barbari; ed i valorosi Galli, che
guardavano il trono e la persona dell'amato lor Principe, arrogavansi
una giusta preeminenza di fedeltà e di valore. Si era trasportato da un
altro clima e quasi da un altro Mondo un formidabile corpo di Sciti
ausiliari per invadere un lontano paese, di cui non sapevano essi la
situazione, nè il nome. L'amore della rapina o della guerra tirò
agl'Imperiali stendardi più tribù di Saracini o di Arabi vagabondi, che
Giuliano facea militare, nel tempo che fortemente ricusava di pagar loro
i consueti sussidi. Era occupato il largo canale dell'Eufrate[571] da
una flotta di mille e cento navi, destinate a seguitar i movimenti ed a
supplire a' bisogni dell'armata Romana. La forza militare della flotta
era composta di cinquanta galere armate; e a queste s'univa un ugual
numero di barche piatte, che alle occorrenze si potevan connettere
insieme in forma di mobili ponti. Le altre navi, parte costrutte di
tavole, e parte coperte di pelli crude, eran cariche d'una quasi
infinita quantità di armi e di macchine, di utensili e di provvisioni.
La vigilante umanità di Giuliano aveva fatto imbarcare una grandissima
dose di aceto e di biscotto per uso de' soldati, ma proibì la mollezza
del vino; e rigorosamente arrestò una lunga serie di cammelli superflui,
che incominciavano a seguitare la retroguardia dell'esercito. Il fiume
Cabora si getta nell'Eufrate a Circesio[572]; ed appena la tromba diede
il segno, i Romani passarono quel piccol torrente, che separava i due
potenti ed ostili Imperi. L'uso della antica disciplina esigeva
un'orazion militare; e Giuliano prendeva ogni occasione di far pompa
della sua eloquenza. Egli animò le impazienti ed attente Legioni
coll'esempio dell'inflessibil coraggio e dei gloriosi trionfi dei loro
maggiori; eccitonne lo sdegno con una vivace pittura dell'insolenza dei
Persiani; e le esortò ad imitare la sua ferma risoluzione o di estirpare
quella perfida razza; o di sacrificare la propria vita in vantaggio
della Repubblica. Fu invigorita l'eloquenza di Giuliano da un donativo
di centotrenta monete d'argento per soldato; ed immediatamente fu rotto
il ponte di Cabora per convincer le truppe, che non dovevan collocar le
speranze di salvezza, che nel successo delle loro armi. Tuttavia la
prudenza dell'Imperatore l'indusse ad assicurare una distante frontiera,
esposta di continuo alle scorrerie degli Arabi nemici. Lasciò a Circesio
un distaccamento di quattromila uomini che con quelli, che già v'erano,
compiva il numero di diecimila soldati, regolar guarnigione di quella
importante Fortezza[573].
Subito che i Romani entrarono nel paese[574] d'un attivo ed artificioso
nemico, fu disposto in tre colonne[575] l'ordine della marcia. Fu posta
nel centro la forza dell'infanteria, e per conseguenza di tutto
l'esercito, sotto il particolar comando di Vittore, Generale di essa. A
destra il valoroso Nevitta conduceva una colonna di varie legioni lungo
le sponde dell'Eufrate, e quasi sempre in vista della flotta, e la
colonna della cavalleria proteggeva il fianco sinistro dell'esercito.
Ormisda ed Arinteo furono eletti Generali della cavalleria; e le
singolari avventure del primo di essi meritano la nostra
attenzione[576]. Egli era un Principe Persiano della stirpe reale de'
Sassanidi, che nelle turbolenze della minorità di Sapore, dalla prigione
erasi rifuggito all'ospital Corte di Costantino Magno. A principio
eccitò egli la compassione, ed in seguito acquistò la stima dei suoi
nuovi Signori. Il valore e la fedeltà l'innalzarono agli onori militari
del Romano Impero; e quantunque Cristiano, esso nutriva il segreto
piacere di convincer l'ingrata sua patria, che un suddito oppresso può
divenire il più pericoloso nemico. Tal era la disposizione delle tre
principali colonne. La fronte ed i fianchi dell'esercito venivano
coperti da Luciliano con un corpo volante di mille cinquecento soldati
di leggiera armatura, l'attiva vigilanza dei quali osservava i segni più
remoti, e portava le più opportune notizie d'ogni avvicinamento nemico.
Dagalaifo e Secondino, Duce d'Osroena, comandavan le truppe della
retroguardia, il bagaglio marciava con sicurezza negli intervalli delle
colonne; e le file, o sia per uso, o per ostentazione, eran disposte in
tal ordine, che tutta la linea della marcia estendeva a quasi dieci
miglia. L'ordinario posto di Giuliano era alla testa della colonna
centrale; ma siccome esso preferiva i doveri di Generale allo stato di
Monarca, rapidamente correva, con una piccola scorta di cavalleggieri,
alla fronte, alla retroguardia, a' fianchi, e dovunque la sua presenza
poteva animare o proteggere le mosse dell'armata Romana. Il paese, che
traversarono dal Cabora fino alle terre coltivate dell'Assiria, può
considerarsi come una parte del deserto dell'Arabia, vale a dire un
arido e nudo terreno, che non potè mai coltivarsi dalle arti più
efficaci dell'umana industria. Giuliano marciò sulla medesima strada,
che era stata fatta intorno a settecento anni prima da Ciro il Giovane,
e che vien descritta dal saggio ed eroico Senofonte, uno dei compagni
della sua spedizione[577]. «Il terreno era tutto piano fino al mare, e
pieno di piante d'assenzio; e se vi nasceva qualche altra specie di
arboscelli o di canne, avevano tutti un odore aromatico, ma non vi si
vedevano alberi. Pareva che i soli abitatori di quel deserto fossero
struzzi ed ottarde (specie di oche dette -granajole-) gazzelle ed asini
selvaggi[578], e le fatiche della marcia eran mitigate dai divertimenti
della caccia». Frequentemente dal vento era sollevata la minuta sabbia
del deserto in nuvole di polvere; ed una gran parte dei soldati di
Giuliano, insieme con le lor tende, venivano ad un tratto gettati a
terra dalla violenza d'improvvisi Oragani.
Le arenose pianure della Mesopotamia erano abbandonate alle gazzelle ed
agli asini selvaggi del deserto; ma sulle rive dell'Eufrate e nelle
isole accidentalmente formate da quel fiume, trovavasi una quantità di
popolate città e di villaggi assai piacevolmente situati. La città di
-Annah- o -Anato-[579], attual residenza d'un Emir Arabo, è composta di
due lunghe strade, che chiudono in una Fortezza naturale una piccola
isola nel mezzo, e due fertili pezzi da ciaschedun lato dell'Eufrate. I
guerrieri abitanti di Anato mostrarono qualche disposizione ad arrestare
il progresso di un Romano Imperatore, finattanto che non furono distolti
da quella fatal presunzione, per le dolci esortazioni del Principe
Ormisda ed i prossimi terrori della flotta e dell'esercito. Implorarono
essi ed esperimentarono la clemenza di Giuliano, che trasferì il popolo
in un luogo vantaggioso vicino a Calcide nella Siria, e diede a Puseo,
loro Governatore, un posto onorevole nella sua milizia e confidenza. Ma
l'inespugnabil Fortezza di Tiluta potè disprezzar la minaccia d'un
assedio, e l'Imperatore si dovè contentare dell'insultante promessa, che
quando egli avrebbe soggiogato le interne Province della Persia, Tiluta
non avrebbe più ricusato di onorare il trionfo del conquistatore. Gli
abitatori dei luoghi aperti essendo incapaci di resistere, e non volendo
cedere, precipitosamente fuggivano; e le loro case, piene di spoglie e
di provvisioni, erano occupate dai soldati di Giuliano, che senza
rimorso ed impunemente trucidarono alcune donne senza difesa. Durante la
marcia, il Surenas o Generale Persiano, e Malek Rodosace, famoso Emir
della tribù di Gassan[580], continuamente andavan girando intorno
all'armata; s'intercettava chiunque scostavasi dall'esercito; ogni
distaccamento era attaccato; ed il valente Ormisda con qualche
difficoltà potè liberarsi dalle lor mani. Ma i Barbari furono finalmente
respinti; il paese diveniva sempre meno favorevole alle operazioni della
cavalleria; e quando i Romani giunsero a Macepratta osservarono le
rovine della muraglia, che era stata costrutta dagli antichi Re
dell'Assiria per assicurare i loro Stati dalle scorrerie dei Medi.
Questi preliminari della spedizion di Giuliano par che occupassero circa
quindici giorni; e possiamo computare quasi trecento miglia dalla
Fortezza di Circesio alle mura di Macepratta[581].
La fertile Provincia dell'Assiria[582], che s'estendeva al di là del
Tigri fino alle montagne della Media[583], conteneva circa quattrocento
miglia, dall'antica muraglia di Macepratta fino al territorio di Basra,
dove le acque dell'Eufrate e del Tigri vanno insieme a scaricarsi nel
golfo Persico[584]. A tutto quel tratto potrebbe darsi il particolar
nome di Mesopotamia, mentre i due fiumi, che non son mai più distanti di
cinquanta miglia fra loro, fra Bagdad e Babilonia si avvicinano alla
distanza di venticinque. Una quantità di canali, scavati senza molta
fatica in un suolo molle e cedente, congiungevano i fiumi, ed
intersecavano il piano dell'Assiria. Gli usi di questi artificiali
canali eran varj ed importanti: servivano a scaricare le acque superflue
da un fiume nell'altro al tempo delle respettive loro innondazioni:
suddividendosi in sempre più piccoli rami, rinfrescavano le aride terre,
e supplivano alla mancanza della pioggia; facilitavano la comunicazione
ed il commercio in tempo di pace; e siccome potevano prestamente
rompersi le cateratte, somministravano alla disperazione degli Assirj i
mezzi di opporre un subitaneo diluvio al progresso d'un esercito che
gl'invadesse. La natura negato aveva al suolo ed al clima dell'Assiria
alcuni dei suoi più scelti doni, come la vite, l'ulivo, il fico ec.; ma
vi nasceva con inesauribil fertilità il cibo che sostiene la vita umana
e specialmente il grano e l'orzo; e l'Agricoltore che gettava in terra
il suo seme, veniva spesso premiato con una raccolta di due e fino di
trecento volte maggiore. La superficie del paese era ornata di boschi
d'innumerabili palme[585]; ed i diligenti abitatori celebravano sì in
versi che in prosa i trecento sessanta usi, che potevano
artificiosamente farsi del tronco, de' rami, delle foglie, del sugo e
del frutto di esse. Varie manifatture, in specie di cuojo e di lino,
impiegavan l'industria d'un numeroso popolo, e somministravano pregevoli
materiali pel commercio straniero, il quale per altro sembra, che fosse
fatto dai forestieri. Babilonia era stata ridotta ad un parco reale; ma
presso le rovine dell'antica capitale erano in diversi tempi sorte
novelle città, e la popolazione del paese s'era diffusa in una
moltitudine di terre e di villaggi, che erano fabbricati di mattoni
seccati al sole e fortemente collegati insieme con bitume, che è un
naturale e special prodotto del suolo di Babilonia. Quando i successori
di Ciro dominavan sull'Asia, la sola Provincia dell'Assiria manteneva
per la terza parte dell'anno la lussuriosa abbondanza della tavola e
della casa dei gran Re. Erano assegnati quattro considerabili villaggi
per la sussistenza dei cani Indiani, ottocento stalloni e sedicimila
cavalle continuamente si mantenevano a spese del paese per le stalle
reali; e siccome il tributo quotidiano, che pagasi al Satrapo, ascendeva
ad uno stajo Inglese d'argento, possiamo valutare l'annua rendita
dell'Assiria più di un milione e dugentomila lire sterline[586].
[A. D. 363]
Le campagne dell'Assiria furono condannate da Giuliano alle calamità
della guerra, ed il filosofo vendicò sopra un innocente popolo gli atti
di rapina e di crudeltà, che il loro superbo Signore avea commessi nelle
Province Romane. I tremanti Assiri chiamarono in loro aiuto i fiumi, e
con le proprie mani finiron di rovinare il loro paese. Le strade si
rendettero impraticabili; si portò nel campo un diluvio di acque e per
più giorni le truppe di Giuliano furon costrette a combattere coi
travagli più intollerabili. Ma sormontossi ogni ostacolo dalla
perseveranza dei legionarj, che erano indurati alla fatica ed al
pericolo, e che si sentivano animati dallo spirito del loro Capo. Il
danno era di mano in mano riparato; le acque ridotte a' loro canali;
furono tagliati degl'interi boschi di palme, e posti lungo le rotture
delle strade; e l'armata passava i larghi e molto profondi canali su
ponti formati di fluttuanti zattere, ch'erano sostenute per mezzo di
vesciche. Due città dell'Assiria pretesero di resistere alle armi
dell'Imperatore Romano; ed ambedue pagarono severamente la pena della
loro temerità. Alla distanza di cinquanta miglia dalla residenza reale
di Ctesifonte teneva il secondo grado nella Provincia Perisabor o Anbar,
città grande, popolata e ben fortificata con un doppio recinto di mura,
quasi circondata da un ramo dell'Eufrate, e difesa dal valore di una
numerosa guarnigione. Si rigettarono con disprezzo l'esortazioni
d'Ormisda; e il Principe Persiano dovè udire coi proprj orecchi il
giusto rimprovero, che dimenticatosi della reale sua nascita, conduceva
un esercito di stranieri contro il proprio Sovrano e la patria. Gli
Assiri mantennero la lor fedeltà mediante una ben intesa e vigorosa
difesa, finattanto che avendo un forte colpo d'ariete aperto una larga
breccia con aver danneggiato uno degli angoli della muraglia, essi
precipitosamente si ritirarono nelle fortificazioni della cittadella
interiore. I soldati di Giuliano si gettarono impetuosamente nella
città, e dopo d'aver appieno soddisfatto ogni militare appetito,
Perisabor fu ridotta in cenere; e furono piantate sulle rovine delle
case fumanti, le macchine dirette contro la cittadella. Si continuò il
combattimento per mezzo di perpetue vicendevoli scariche di dardi; e la
superiorità, che i Romani potevano trarre dalla meccanica forza delle
loro balestre e catapulte, veniva contrabbilanciata dal vantaggio del
suolo dalla parte degli assediati. Ma tosto che fu eretta un'-elepoli-,
che poteva attaccare ad ugual livello i più alti baloardi, il tremendo
aspetto di una mobile torre, che non lasciava speranza veruna di
resistenza o di pietà, ridusse gli spaventati difensori della rocca ad
un umile sommissione; e la piazza si rendè dopo due soli giorni che
Giuliano s'era presentato innanzi alle mura di Perisabor. Fu permesso a
duemila cinquecento persone d'ambedue i sessi, deboli residui d'un
florido popolo, di ritirarsi; le abbondanti provvisioni di grano, di
armi e di splendide spoglie furono in parte distribuite fra le truppe, e
in parte riservate per uso pubblico; gli arnesi inutili, distrutti
furono dal fuoco, o gettati nell'Eufrate; e restò vendicata la caduta di
Amida dalla total rovina di Perisabor.
Sembra che la città o piuttosto la fortezza di Maogamalca, che era
difesa da sedici grosse torri, da un profondo fossato, e da due forti e
solidi recinti di mura, fosse fabbricata alla distanza di undici miglia,
come una salvaguardia della capitale della Persia. L'Imperatore, non
arrischiandosi a lasciarsi dietro alle spalle tale importante fortezza,
pose immediatamente l'assedio e Maogamalca; ed a tale oggetto l'esercito
Romano fu distribuito in tre divisioni. Vittore alla testa della
cavalleria e di un distaccamento di fanti di grave armatura, fu
destinato a purgare la strada fino alle rive del Tigri ed ai sobborghi
di Ctesifonte. Assunse la condotta dell'attacco Giuliano in persona, il
quale pareva che lo facesse tutto consistere nelle macchine militari,
che esso construiva contro le mura, nel tempo che segretamente
immaginava un mezzo più efficace d'introdur le sue truppe nel cuore
della città. Furono aperte le trincee sotto la direzione di Nevitta e di
Dagalaifo ad una considerabil distanza, ed appoco appoco furon
prolungate fino all'orlo del fosso. Questo fu speditamente ripieno di
terra; e mediante il lavoro continuo delle truppe, si fece una mina
sotto i fondamenti delle mura sostenute a sufficienti distanze da
puntelli di legno. Avanzandosi in una sola fila tre coorti scelte,
tacitamente esploravano l'oscuro e pericoloso passaggio, finattanto che
l'intrepido lor condottiero fece sapere a quelli che lo seguivano, che
era vicino a sbucare da quelle angustie nelle contrade della nemica
città. Giuliano frenò il loro ardore per assicurarne l'evento; ed
immediatamente divertì l'attenzione del presidio col tumulto ed il
clamor d'un generale assalto. I Persiani, che dalle loro mura guardavano
con disprezzo il progresso d'un impotente attacco, celebravano con
cantici di trionfo la gloria di Sapore; ed ardivano assicurare
l'Imperatore, che egli avrebbe potuto salire nella stellata magione
d'Ormusd, prima di potere sperar di prendere l'inespugnabil città di
Maogamalca. Ma essa era già presa. L'istoria ci ha conservato il nome di
un semplice soldato, che fu il primo ad uscir dalla mina in una torre
abbandonata; fu slargato il passo dai suoi compagni, che progredivano
con impaziente valore; ed erano già nel mezzo della città mille
cinquecento nemici. La guarnigione stupefatta abbandonò le mura, unica
loro speranza di salvezza; furono subito spalancate le porte; e si saziò
con una tumultuaria strage la furia militare, dovunque non era sospesa
dall'incontinenza e dall'avarizia. Il Governatore, che aveva ceduto
sulla promessa di pietà, fu pochi giorni dopo abbruciato vivo per essere
stato accusato di aver dette alcune poco rispettose parole contro
l'onore del Principe Ormisda. Furono gettate a terra le fortificazioni;
e non restò alcun vestigio che vi fosse mai stata la città di
Maogamalca. Le adjacenze della capitale della Persia eran ornate di tre
sontuosi palazzi magnificamente arricchiti d'ogni produzione, che
soddisfar potesse il lusso e la vanità d'un Monarca Orientale. La
piacevol situazione de' giardini lungo le sponde del Tigri, era
migliorata, secondo il gusto Persiano, dalla simmetria de' fiori, delle
fontane e degli ombrosi viali; ed eran chiusi di mura de' vasti parchi
per contenere degli orsi, de' leoni e de' cignali, mantenuti con
notabile spesa pel piacere della caccia reale. Questi recinti furono
aperti, fu abbandonata la cacciagione ai dardi de' soldati, e per ordine
del Romano Imperatore si ridussero in cenere i palazzi di Sapore.
Giuliano dimostrò in quest'occasione di non sapere, o di disprezzare le
leggi della civiltà, che la prudenza e coltura de' secoli inciviliti
hanno stabiliti fra' Principi nemici. Pure queste capricciose
devastazioni eccitar non debbono alcun forte movimento di compassione o
di sdegno ne' nostri petti. Una sola statua nuda, perfezionata dalla
mano d'un Greco artefice, è di maggior valore che tutti que' rozzi e
dispendiosi monumenti di barbaro lavoro; e se ci sentiamo più mossi
dalla rovina d'un palazzo che dall'incendio d'una capanna, la nostra
umanità dee aver formato un ben falso giudizio delle miserie della vita
umana[587].
Giuliano fu pei Persiani un oggetto di terrore e di odio; ed i pittori
di quella Nazione rappresentavano l'invasore del lor paese sotto la
figura di furioso leone, che vomitava dalla bocca un fuoco
divoratore[588]. Ai propri amici e soldati però compariva il filosofo
Eroe in un aspetto più amabile; nè furon mai con maggior pompa spiegate
le sue virtù, che nell'ultimo e più attivo periodo della sua vita. Egli
praticava senza sforzo, e quasi senza merito, le abituali qualità della
temperanza e della sobrietà. Secondo i dettami di quell'artificiale
sapienza, che s'attribuisce un assoluto dominio sulla mente e sul corpo,
fortemente negava a se stesso la soddisfazione dei più naturali
appetiti[589]. Nel caldo clima dell'Assiria, che sollecitava un popolo
lussurioso a soddisfare ogni sensual desiderio[590], un giovane
conquistatore mantenne pura ed inviolata la sua castità; nè Giuliano fu
mai tentato neppure da un motivo di curiosità a visitar le sue schiave
di squisita bellezza[591], che invece di resistergli avrebber disputato
fra loro l'onore de' suoi abbracciamenti. Con quella stessa fermezza,
con cui resisteva agli allettamenti dell'amore, sosteneva le fatiche
della guerra. Allorchè i Romani marciavano per quella bassa e innondata
pianura, il loro Sovrano, a piedi, alla testa delle legioni, era
partecipe de' loro travagli, e ne animava la diligenza. Ad ogni util
lavoro la mano di Giuliano era pronta e vigorosa; e la porpora Imperiale
era immollata o coperta di fango ugualmente che la veste ordinaria
dell'infimo soldato. I due assedj gli presentarono riguardevoli
occasioni di segnalare il suo personal valore, che nel più perfetto
stato dell'arte militare rare volte può dimostrarsi da un prudente
Capitano. Stava l'Imperatore avanti la cittadella di Perisabor non
curando l'estremo suo rischio, ed incoraggiava le truppe a gettar giù le
porte di ferro, fino al segno di esser quasi oppresso da un nuvolo di
dardi e di grosse pietre, ch'eran dirette contro la sua persona. Nel
tempo che esaminava le fortificazioni esterne di Maogamalca, due
Persiani, sacrificandosi alla loro patria ad un tratto gli corsero
addosso con le scimitarre nude: l'Imperatore, alzato lo scudo, riparò
destramente i lor colpi, e con un costante e ben inteso coraggio stese
morto ai suoi piedi uno degli avversari. La stima di un Principe, che
possiede le virtù che approva negli altri, è la più nobile ricompensa di
un meritevole suddito; e l'autorità, che Giuliano traeva dal personale
suo merito, lo rendea capace di restaurare ed invigorire il rigore
dell'antica disciplina. Ei punì colla morte o coll'ignominia la cattiva
condotta di tre truppe di cavalleria, che in una scaramuccia col Surenas
avevan perduto l'onore ed uno dei loro stendardi; e con corone
-obsidionali-[592] distinse il valore dei primi soldati che salirono
sulla città di Maogamalca. Dopo l'assedio di Perisabor fu esercitata la
fermezza dell'Imperatore dall'insolente avarizia dell'esercito, il quale
altamente lagnavasi che fosser premiati i suoi servigi con un piccol
donativo di cento monete d'argento. S'espresse il giusto suo sdegno nel
grave e virile linguaggio d'un Romano. «L'oggetto di vostre brame son le
ricchezze? Si trovan queste nelle mani dei Persiani, e le spoglie di
questo fertil paese sono il premio del vostro valore e disciplina.
Crediatemi (continuò Giuliano) che la Repubblica Romana, la quale prima
possedeva tanti immensi tesori, è presentemente ridotta al bisogno ed
alla miseria, da che i nostri Principi si son lasciati persuadere da
deboli ed interessati Ministri a comprare coll'oro la pace dei Barbari.
Esausto è l'erario, le città rovinate, spopolate le Province. Quanto a
me, l'unica eredità, che ho ricevuto dai miei reali antenati, è un animo
incapace di timore; e finattanto che io sarò convinto, che ogni real
vantaggio consiste nello spirito, non mi vergognerò di confessare
un'onorevole povertà, che nei tempi dell'antica virtù era considerata
come la gloria di Fabricio. Vostra può esser tal gloria e tal virtù, se
presterete orecchio alla voce del Cielo e del vostro Generale. Ma se
temerariamente volete persistere, se siete risoluti di rinnovare i
vergognosi e colpevoli esempi delle antiche sedizioni, proseguite
pure.... Come conviene ad un Imperatore, che ha tenuto il primo grado
fra gli uomini, io son pronto a morire da forte, ed a sprezzare una vita
precaria, che può ad ogni momento dipendere da un'accidental malattia.
Se mi trovate indegno del comando, vi sono adesso fra voi (io lo dico
con ambizione e con piacere) vi sono molti Capi, il merito e
l'esperienza dei quali è capace di regolare una guerra della maggiore
importanza. La natura del mio regno è stata di tal sorta, che io posso
ritirarmi senza dispiacere e senza timore nell'oscurità di uno stato
privato[593]». Alla modesta risoluzione di Giuliano corrispose l'unanime
applauso e la volonterosa ubbidienza dei Romani, che espressero la
fiducia, che avevano, della vittoria, mentre combattevano sotto le
bandiere dell'eroico lor Principe. Si accendeva il loro coraggio dai
frequenti e famigliari detti di lui, giacchè in tali voti consistevano i
giuramenti di Giuliano: «Così possa io ridurre i Persiani sotto il
giogo; così possa io restaurare la forza e lo splendore della
Repubblica». L'amor della fama era l'ardente passione dell'animo suo: ma
non prima d'aver posto il piede sulle rovine di Maogamalca si credè
permesso di dire: «che allora egli avea preparato qualche materiale pel
Sofista d'Antiochia[594]».
Il fortunato valor di Giuliano aveva trionfato di tutti gli ostacoli,
che si opponevano alla sua marcia fino alle porte di Ctesifonte. Ma era
tuttavia lontana la presa o anche l'assedio della capital della Persia:
nè può chiaramente vedersi la militar condotta dell'Imperatore senza una
cognizione del paese, che fu il teatro delle ardite e ben dirette sue
operazioni[595]. Venti miglia al mezzodì di Bagdad e sulla sponda
Orientale del Tigri la curiosità dei viaggiatori ha notato le rovine dei
palazzi di Ctesifonte, che al tempo di Giuliano era una grande e
popolata città. Era totalmente estinto il nome e la gloria della vicina
Seleucia; e l'unico quartiere che rimaneva di quella Greca colonia,
aveva ripreso, insieme col linguaggio e co' costumi dell'Assiria, il
primitivo nome di Coche. Questa era situata sulla parte occidentale del
Tigri; ma naturalmente consideravasi come un sobborgo di Ctesifonte, con
cui possiam supporre che fosse unita per mezzo d'un ponte permanente di
barche. Le connesse parti contribuirono a formare il comun epiteto di
-al Modain, le città,- che gli Orientali hanno dato alla residenza
invernale dei Sassanidi; e tutta la circonferenza della capitale
Persiana era fortemente difesa dalle acque del fiume, da alte mura e da
lagune impraticabili. Il campo di Giuliano fu piantato vicino alle
rovine di Seleucia, ed assicurato da un fosso e da un muro contro le
sortite della numerosa ed intraprendente guarnigione di Coche. In questo
fertile e piacevole paese, i Romani furono abbondantemente forniti di
acqua e di provvisioni; ed alcuni Forti, che avrebber potuto imbarazzare
i movimenti dell'esercito, si sottomisero dopo qualche resistenza agli
sforzi del loro valore. La flotta passò dall'Eufrate in una artificiale
diramazione di quel fiume, che versa una copiosa e navigabil quantità
d'acqua nel Tigri ad una piccola distanza -sotto- la gran città. Se
avessero seguitato quel real canale che si chiamava Nahar-Malcha[596],
l'intermedia situazione di Coche avrebbe separato la flotta e l'esercito
di Giuliano; e la temeraria impresa di dirigersi contro la corrente del
Tigri, e di forzare il passo in mezzo alla capitale nemica avrebbe
dovuto produrre la total distruzione della flotta Romana. La prudenza
dell'Imperatore previde il pericolo, e vi pose rimedio. Siccome aveva
egli minutamente studiato le operazioni fatte da Traiano nell'istesso
luogo, tosto si rammentò che il guerriero suo predecessore aveva scavato
un nuovo e navigabil canale, che, lasciando Coche a diritta, portava le
acque del Nahar-Malcha nel fiume Tigri a qualche distanza -sopra- la
città. Presa informazione dai contadini, Giuliano ritrovò i vestigi di
quell'opera antica, ch'erano quasi cancellati o a bella posta o per
accidente. L'instancabil lavoro dei soldati prestamente scavò un largo e
profondo canale per ricever l'Eufrate. Fu costrutto un forte argine per
interromper l'ordinario corso del Nahar-Malcha; corse impetuosamente nel
nuovo letto un diluvio di acque; e la flotta Romana dirigendo il
trionfante suo corso nel Tigri deluse le vane ed inefficaci barricate,
che avevano eretto i Persiani di Ctesifonte per opporsi al loro
passaggio.
Siccome bisognava trasportar l'esercito Romano di là dal Tigri, si
rendea necessario un altro lavoro di minor fatica, ma di maggior
pericolo del precedente. Il fiume era largo e rapido; la salita scoscesa
e difficile; e le trincere, fatte sull'opposta riva, eran occupate da
una copiosa armata di gravi corazze, di destri arcieri e di grossi
elefanti, che (secondo la stravagante iperbole di Libanio) coll'istessa
facilità calpestar potevano un campo di grano ed una legion di
Romani[597]. A fronte di tal nemico era impossibile la costruzione d'un
ponte; e l'intrepido Principe, che immediatamente vide l'unico
espediente che potea prendersi, celò fino al momento dell'esecuzione il
suo disegno alla cognizione de' Barbari, delle sue proprie truppe e fino
de' suoi Generali medesimi. Sotto lo specioso pretesto d'esaminar lo
stato de' magazzini, furono appoco appoco scaricati ottanta vascelli; e
fu dato ordine ad uno scelto distaccamento, in apparenza destinato per
una segreta spedizione, a star pronto sull'armi ad ogni cenno. Giuliano
copriva l'occulta agitazion del suo spirito con sorrisi di fiducia e di
gioja; e divertiva le nemiche nazioni con lo spettacolo di giuochi
militari, ch'ei celebrava insultando sotto le mura di Coche. Il giorno
fu destinato al piacere; ma tosto che fu passata l'ora di cena,
l'Imperatore convocò i Generali nella sua tenda, e fece loro sapere che
avea deliberato di passare il Tigri quella notte medesima. Furono essi
sorpresi da un tacito e rispettoso stupore; ma quando il venerabil
Sallustio fece uso del privilegio, che gli dava la sua età ed
esperienza, gli altri capitani sostennero liberamente il peso delle
prudenti sue rimostranze[598]. Giuliano si contentò d'osservare che dal
tentativo dipendea la conquista e la salute; che il numero dei nemici,
in vece di scemare, sarebbe cresciuto per causa dei successivi rinforzi;
e che una maggior dilazione non avrebbe diminuita la larghezza del
fiume, nè spianata l'altezza della sponda. Fu immediatamente dato il
segno, ed eseguito; i più impazienti fra i legionarj saltaron su cinque
vascelli, ch'erano i più vicini alla riva; e siccome con intrepida
velocità maneggiavano i loro remi, si perderono dopo pochi momenti
nell'oscurità della notte. Si vide sull'opposto lato una fiamma, e
Giuliano, il qual chiaramente conobbe, che i suoi primi vascelli nel
tentare di prender terra erano incendiati dal nemico, destramente cangiò
l'estremo loro pericolo in un presagio di vittoria. «I nostri compagni
(esclamò con ardore) sono già padroni dell'altra sponda; vedete... danno
il segno fra noi convenuto: affrettiamoci ad emulare, e ad assistere il
loro coraggio». L'unito e rapido moto d'una gran flotta ruppe la
violenza della corrente, ed arrivarono in tempo all'Oriental parte del
Tigri da poter estinguere le fiamme e liberare gli avventurosi loro
compagni. Le difficoltà d'una ripida ed alta salita erano accresciute
dal peso delle armi e dall'oscurità della notte. Continuamente si
scaricava sulla testa degli assalitori una pioggia di pietre, e di dardi
e di fuoco; essi però dopo un aspro combattimento si rampicarono sulla
riva, e vittoriosi posero il piede sul muro. Tosto che si trovarono in
un campo più uguale, Giuliano, che con la sua infanteria leggiera avea
condotto l'attacco[599], gettò un occhio perito e sperimentato lungo le
file: secondo i precetti d'Omero[600] furon distribuiti nella fronte e
nella retroguardia i soldati più valorosi, e tutte le trombe
dell'esercito Imperiale intuonarono la battaglia. I Romani, gettato un
grido militare, avanzarono con passi misurati sulle animose note della
marziale lor musica; lanciarono i lor formidabili giavellotti, e corsero
avanti con le spade nude per privare i Barbari, mediante uno stretto
combattimento, del vantaggio delle armi da scagliare. Tutto l'attacco
durò più di dodici ore, finattanto che la gradual ritirata de' Persiani
si mutò in disordinata fuga, di cui diedero vergognoso esempio i primi
Duci ed il Surenas medesimo. Furono essi perseguitati fino alle porte di
Ctesifonte, ed i vincitori avrebber potuto entrare nella sbigottita
città[601], se il lor generale Vittore, ch'era mortalmente ferito da un
dardo, non gli avesse scongiurati a desistere da una temeraria impresa,
che avrebbe dovuto riuscir fatale, se non andava felicemente. Dalla lor
parte i Romani non trovaron che la perdita di settantacinque soldati;
mentre asserivan che i Barbari avean lasciato sul campo due mila
cinquecento o anche seimila dei loro più valenti guerrieri. La preda fu
quale poteva aspettarsi dalla ricchezza e dal lusso di un campo
Orientale; una gran quantità d'oro e d'argento, splendide armi e
fornimenti di cavalli, letti e tavole d'argento massiccio. Il vittorioso
Imperatore distribuì come premj di valore diversi doni e molte corone
civiche, murali e navali, ch'egli (e forse era il solo) stimava più
preziose delle ricchezze dell'Asia. Fu offerto un solenne sacrifizio al
Dio della guerra, ma dalle osservazioni delle vittime si minacciarono i
più infelici successi; e Giuliano tosto rilevò dai meno equivoci segni,
ch'esso allora era giunto al termine della sua prosperità[602].
Il giorno dopo la battaglia le guardie domestiche, i Gioviani e gli
Erculei, ed il resto delle truppe, che componevan quelli due terzi di
tutto l'esercito, furon trasferiti sicuramente di là dal Tigri[603].
Mentre i Persiani dalle mura di Ctesifonte miravano la desolazione
dell'addiacente campagna, Giuliano spesso gettava un ansioso sguardo
verso il Nord, aspettando che siccome aveva egli vittoriosamente
penetrato fino alla capitale di Sapore, così la marcia e l'unione di
Sebastiano e di Procopio, suoi luogotenenti, sarebbesi eseguita con
ugual diligenza e coraggio. Restò delusa la sua aspettativa dal
tradimento del Re di Armenia, che permise, e più probabilmente ordinò la
diserzione delle ausiliarie sue truppe dal campo Romano[604] e dalle
dissensioni dei due Generali, che erano incapaci di formare o d'eseguire
alcun disegno pel pubblico vantaggio. Quando ebbe l'Imperatore perduta
la speranza di quest'importante rinforzo, condiscese a tenere un
consiglio di guerra, ed approvò, dopo un lungo dibattimento, il parere
di quei Generali, che dissuadevano l'assedio di Ctesifonte come
un'impresa inutile e perniciosa. Non è facile per noi il concepire, per
mezzo di quali arti di fortificazione una città, ch'era stata tre volte
assediata e presa dai predecessori di Giuliano, si fosse potuta rendere
inespugnabile a fronte di un esercito di sessantamila Romani sotto il
comando d'un prode ed esperto Generale, ed abbondantemente forniti di
navi, di provvisioni, di macchine per assedio e di arnesi militari. Ma
possiamo assicurarci, atteso l'amor della gloria ed il disprezzo del
pericolo che formavano il carattere di Giuliano, ch'ei non fu certamente
scoraggiato da ostacoli di piccola importanza o immaginari[605]. Nel
tempo stesso, in cui rinunziò all'assedio di Ctesifonte, rigettò con
ostinazione e con isdegno le più lusinghiere offerte d'un trattato di
pace. Sapore ch'era stato sì lungamente assuefatto alla tarda
ostentazione di Costanzo, restò sorpreso dall'intrepida diligenza del
suo successore. Fu ordinato ai Satrapi delle distanti Province, sino ai
confini dell'India e della Scizia, d'unire le loro truppe, e di marciare
senza dilazione in aiuto del proprio Monarca. Ma se ne prolungarono i
preparativi, e lenti furono i lor movimenti; e prima che Sapore potesse
condurre in campo un'armata, ebbe la trista novella della devastazione
dell'Assiria, della rovina dei suoi palazzi e della strage delle più
valenti sue truppe, che difendevano il passo del Tigri. Fu umiliato
l'orgoglio della real dignità fino alla polvere; egli si cibò sulla nuda
terra; e la scarmigliata sua chioma esprimeva il dolore e l'agitazione
dello spirito. Forse non avrebbe ricusato di comprare con la metà del
suo regno la sicurezza del resto; e volentieri si sarebbe dichiarato, in
un trattato di pace, fedele e dipendente alleato del Romano
conquistatore. Sotto pretesto di affari privati fu segretamente spedito
un ministro di qualità e di confidenza ad abbracciare le ginocchia
d'Ormisda per pregarlo, coll'espressione di un supplichevole, di poter
essere introdotto alla presenza dell'Imperatore. O sia che il principe
Sassanide prestasse orecchio alla voce dell'orgoglio o dell'umanità, o
sia che consultasse i sentimenti della sua nascita o i doveri della
situazione, egli era per ogni parte inclinato a promuovere un salutevole
metodo per terminare le calamità della Persia, ed assicurare il trionfo
di Roma. Restò sorpreso dall'inflessibil fermezza d'un Eroe, che, per
disgrazia di se medesimo e dei suoi, rammentavasi che Alessandro avea
ugualmente rigettato le proposizioni di Dario. Ma siccome Giuliano
conosceva che la speranza d'una sicura ed onorevol pace avrebbe potuto
raffreddar l'ardore delle sue truppe, istantemente richiese che Ormisda
licenziasse privatamente il ministro di Sapore per toglier questa
pericolosa tentazione alla cognizion dell'esercito[606].
L'onore non meno che l'interesse di Giuliano lo distoglievano dal
consumare il tempo sotto le inespugnabili mura di Ctesifonte; ed ogni
volta ch'egli sfidava i Barbari, che difendevano la città, a venirgli
contro in campo aperto, essi prudentemente rispondevano, che se
desiderava d'esercitare il proprio valore, potrebbe andare in cerca
dell'esercito del Gran Re. Ei fu mosso dall'insulto, ed accettò il
consiglio. Invece di limitare servilmente la sua marcia alle rive
dell'Eufrate e del Tigri, risolvè d'imitare il rischioso coraggio
d'Alessandro, e d'arditamente avanzarsi nelle Province interiori,
finattanto che potesse forzare il nemico a combattere seco, forse nelle
pianure d'Arbella, per l'Impero dell'Asia. La magnanimità di Giuliano fu
approvata ed applaudita dagli artifizj d'un nobil Persiano, che per amor
della patria erasi generosamente indotto a fare una parte piena di
pericolo, di falsità e di vergogna[607]. Con una truppa di fedeli
seguaci portossi al campo Imperiale; espose in un artificioso discorso
le ingiurie che avea sofferte; esagerò la crudeltà di Sapore, la
malcontentezza del popolo e la debolezza del regno: e confidentemente
offrì sè stesso per ostaggio e per guida della marcia Romana.
Dall'accortezza e dall'esperienza d'Ormisda si rappresentarono
inutilmente i motivi più ragionevoli di sospetto; ed il credulo
Giuliano, ammettendo il traditore alla sua confidenza, si lasciò
persuadere a dare precipitosamente un ordine, che nell'opinione del
Mondo parve che fosse contrario alla prudenza, e ponesse in rischio la
sua salute. Distrusse in un'ora tutta la flotta, ch'erasi trasportata
per più di cinquecento miglia a spese di tanti travagli, di tanto danaro
e di tanto sangue. Si serbarono dodici o al più ventidue piccole barche
per seguitare su' carri la marcia dell'esercito, e formare alle
occorrenze de' ponti pel passaggio de' fiumi. Fu conservata la
provvisione di venti giorni pe' soldati; e per assoluto comando
dell'imperatore il resto de' magazzini con una flotta di mille cento
vascelli che stavano all'ancora sul Tigri, abbandonossi alle fiamme. I
Vescovi Cristiani Gregorio ed Agostino insultano la pazzia
dell'apostata, ch'eseguiva con le proprie mani la sentenza della divina
giustizia. La loro autorità, che in una questione militare potrebbe
reputarsi per avventura di piccolo peso, vien confermata dal freddo
giudizio d'un esperto soldato, che fu spettatore di quell'incendio; e
che non potè disapprovare il repugnante mormorio delle truppe[608]. Ciò
nonostante non mancano speciose, e forse anche sode ragioni, che
potrebbero giustificare la risoluzione di Giuliano. L'Eufrate non era
navigabile al di là di Babilonia, nè il Tigri oltre Opis[609]. La
distanza di quest'ultima città dal campo Romano non era molto grande; e
Giuliano avrebbe dovuto ben presto rinunziare alla vana ed ineseguibile
impresa di condurre a forza una gran flotta contro la corrente d'un
rapido fiume[610], che in molti luoghi era impedito da cateratte o
naturali o fatte ad arte[611]. Non potea servire la forza delle vele e
dei remi; bisognava rimorchiar le navi contro il corso del fiume; si
sarebbe impiegata l'opera di ventimila soldati in quel tedioso e servil
travaglio; e se i Romani continuavano a marciar lungo le sponde del
Tigri, potevan solo aspettarsi di tornare alla lor case senza aver fatto
alcuna impresa degna del genio o della fortuna del lor capitano. Se per
l'opposto era buon progetto quello di avanzarsi nell'interno del paese,
la distruzione della flotta o dei magazzini era l'unico mezzo di
togliere quella preziosa preda dalle mani delle copiose ed attive
truppe, che potevano improvvisamente sortir dalle porte di Ctesifonte.
Se le armi di Giuliano fossero state vittoriose, adesso noi ammireremmo
la condotta non men che il coraggio d'un Eroe, che privando i soldati
della speranza di ritirarsi, non lasciò loro che l'alternativa fra la
morte e la conquista[612].
Il grave bagaglio dell'artiglieria e dei carri, che ritarda le
operazioni delle armate moderne, era in gran parte incognito in un campo
di Romani[613]. Pure in ogni tempo il mantenimento di sessantamila
uomini deve essere stato uno dei più importanti pensieri d'un prudente
Generale; e tal sussistenza non potea trarsi che o dal proprio paese o
da quel del nemico. Quand'anche Giuliano avesse potuto mantenere un
ponte di comunicazione sul Tigri, e conservar le piazze già conquistate
dell'Assiria, non poteva una desolata Provincia somministrare alcun
abbondante e regolato soccorso in una stagione, in cui la terra era
coperta dall'innondazion dell'Eufrate[614], e l'aria malsana oscurata da
sciami d'innumerabili insetti[615]. L'apparenza d'un paese nemico era
più atta ad invitare. L'estesa regione, che giace tra il fiume Tigri ed
i monti della Media, era piena di città e di villaggi; ed il fertile
suolo era per la massima parte in uno stato di coltivazione assai buono.
Giuliano potea sperare che un conquistatore, il quale possedeva i due
potenti strumenti di persuadere, il ferro e l'oro, sarebbesi facilmente
procacciata una copiosa sussistenza dal terrore o dall'avarizia degli
abitanti. Ma all'avvicinarsi dei Romani svanì ad un tratto questo ricco
e ridente prospetto. Dovunque egli andava, gli abitatori abbandonavano i
villaggi aperti, e rifuggivansi dentro alle fortificate città; era
cacciato via il bestiame; e l'erbaggio ed il grano maturo consumato dal
fuoco; e quando eran cessate le fiamme, che interrompevano la marcia di
Giuliano, non gli si presentava che il tristo aspetto d'un nudo e
fumante deserto. Questo disperato, ma efficace, sistema di difesa non
può eseguirsi che o dall'entusiasmo d'un popolo che preferisce
l'indipendenza a' suoi beni, o dal rigore d'un governo arbitrario, che
provvede alla salvezza pubblica senza sottoporre all'inclinazion de'
privati la libertà della scelta. Nell'occasione presente, lo zelo e
l'ubbidienza de' Persiani secondò gli ordini di Sapore; e l'Imperatore
fu in breve ridotto ad una tenue quantità di provvisioni, che gli andava
continuamente mancando fra mano. Prima che fossero interamente
consumate, avrebbe potuto condursi alle doviziose e deboli città
d'Ecbatana o di Susa, mediante lo sforzo d'una marcia rapida e ben
diretta[616]; ma restò privo anche di quest'ultimo ripiego per
l'ignoranza delle strade e per la perfidia delle sue guide. I Romani
andaron vagando più giorni all'oriente di Bagdad; il disertore persiano,
che artificiosamente condotti gli avea nella rete, si sottrasse al loro
sdegno; ed i seguaci di esso, posti alla tortura, confessarono il
segreto della cospirazione. Le immaginarie conquiste dell'Ircania e
dell'India, che per tanto tempo avean lusingato l'animo di Giuliano,
adesso lo tormentavano. Consapevole che la propria imprudenza era la
causa del pubblico male, stava con perplessità bilanciando le speranze
di salute o di successo, senza potere ottenere alcuna soddisfacente
risposta nè dagli uomini nè dagli Dei. Finalmente non essendovi altro
compenso da prendere, si risolvè di voltare i suoi passi verso le rive
del Tigri ad oggetto di salvare l'esercito per mezzo d'una precipitosa
marcia verso i confini di Corduena, fertile ed amica Provincia, che
riconosceva il dominio di Roma. Le scoraggiate truppe obbedirono al
segnale della ritirata non più che settanta giorni dopo d'aver passato
il Cabora con un'ardente fiducia di rovesciare il trono della
Persia[617].
Per tutto il tempo in cui parve che i Romani si avanzassero nel paese,
era osservata ed insidiata di lontano la loro marcia da vari corpi di
cavalleria Persiana, che facendosi vedere alle volte in ordine più
stretto, faceva delle piccole scaramuccie con le guardie avanzate.
Questi distaccamenti però venivano sostenuti da una forza molto
maggiore; ed appena i capi delle colonne si diressero verso il Tigri,
che sollevossi un nuvol di polvere sul piano. I Romani, che allora non
aspiravano che alla permissione di una sicura e pronta ritirata,
volevano persuadersi che tale formidabile apparenza nasceva da una
truppa di asini selvaggi, o dall'avvicinarsi di Arabi amici. Si
arrestarono, piantarono le tende, fortificarono il campo, passaron tutta
la notte in continue agitazioni, ed allo spuntar del giorno s'avvidero
ch'eran circondati da un esercito di Persiani. Quest'armata, che potea
solo riguardarsi come la vanguardia de' Barbari, fu tosto seguita da un
grosso corpo di corazze, di arcieri e di elefanti comandati da Merane,
Generale di riputazione e di qualità. Era egli accompagnato da due figli
del Re e da molti de' primi Satrapi: e la fama e l'aspettazione
esageravan la grandezza delle altre forze, che, lentamente s'avanzavano
sotto la direzione di Sapore stesso. Continuando i Romani la marcia, la
lunga loro ordinanza, che si doveva piegare, o dividere secondo le
varietà del terreno, somministrava delle frequenti e favorevoli
occasioni ai vigilanti nemici. I Persiani più volte li attaccarono
impetuosamente; più volte furono rispinti con fermezza, e l'azione di
Maronga, che meritò quasi il nome di battaglia, fu notabile per una gran
perdita di Satrapi e di elefanti, che agli occhi del loro Monarca erano
forse d'uguale valore. Non si ottennero tali splendidi vantaggi senza
una corrispondente strage dalla parte dei Romani; restarono uccisi o
feriti molti uffiziali di distinzione, e l'Imperatore medesimo, che in
ogni occasione di pericolo inspirava e regolava il valore delle sue
truppe, era costretto ad esporre la propria persona, ed a far uso della
sua abilità. Il peso delle armi offensive e difensive, che formavano
sempre la forza e sicurezza dei Romani, li rendeva incapaci a
perseguitar lungamente e con vigore il nemico; laddove i cavalieri
Orientali, essendo assuefatti a lanciare i giavellotti, ed a scagliare i
dardi con somma velocità e per qualunque possibile direzione[618], la
cavalleria Persiana non riusciva mai più formidabile che nel momento di
una disordinata e rapida fuga. Ma la più certa ed irreparabil perdita
dei Romani era quella del tempo. I robusti veterani, avvezzati al freddo
clima della Gallia e Germania, languivano nel soffocante caldo d'una
state d'Assiria, s'esauriva il loro vigore pei continui ordini di
marciare e di combattere, e l'avanzamento dell'esercito era sospeso
dalle precauzioni di una lenta e rischiosa ritirata in presenza d'un
attivo nemico. Ogni giorno ed ogni ora a misura che diminuiva la
quantità dei viveri nel campo Romano, crescevano la stima ed il
prezzo[619]. Giuliano, che solea contentarsi di una dose di cibo, che
non avrebbe soddisfatto un affamato soldato, distribuì per uso dello
truppe le provvisioni della casa Imperiale, e tuttociò che potea
risparmiarsi dei cavalli da soma dei Tribuni e dei Generali. Ma questo
debol sollievo non servì che ad aggravare il sentimento della comune
calamità, ed i Romani cominciarono ad aver le più tetre apprensioni, che
avanti di poter giungere alle frontiere dell'Impero dovessero tutti
perire o di fame, o per lo mani de' Barbari[620].
Mentre Giuliano combatteva con le difficoltà quasi insuperabili della
sua situazione, impiegava sempre le quiete ore della notte nello studio
o nella contemplazione. Ogni volta che chiudeva gli occhi in brevi ed
interrotti sonni, il suo spirito era agitato da penose inquietudini; nè
dee recar maraviglia che una volta gli comparisse davanti il Genio
dell'Impero, in atto di coprirsi il capo od il corno dell'Abbondanza con
un funereo velo, e di lentamente ritirarsi dalla tenda Imperiale. Il
Monarca balzò fuori del letto, ed uscito dalla tenda per sollevare gli
stanchi suoi spiriti con la freschezza dell'aria notturna, osservò
un'ignea meteora, che balenò attraverso il cielo, ed immediatamente
sparì. Giuliano restò convinto d'aver veduto il minaccevole aspetto del
Dio della guerra[621]: il consiglio degli Aruspici Toscani[622], ch'ei
convocò, disse tutto d'accordo, che si doveva astener dal combattere; ma
in tal congiuntura la necessità e la ragione prevalsero alla
superstizione, e le trombe allo spuntar del giorno diedero il segno.
L'esercito marciava per un paese montuoso; e se n'erano segretamente
occupate le alture dai Persiani. Giuliano, che conduceva la fronte
dell'esercito con l'abilità e la diligenza d'un consumato Generale, fu
sorpreso dalla notizia, ch'era stata improvvisamente attaccata la sua
retroguardia. Il caldo della stagione l'aveva tentato a spogliarsi della
corazza; ma strappato di mano lo scudo ad uno de' suoi famigliari,
s'affrettò con un sufficiente rinforzo a soccorrer la retroguardia. Un
pericolo simile richiamò l'intrepido Principe a difender la fronte; e
nel tempo che galoppava fra le colonne, fu attaccato e quasi rotto il
centro della sinistra da una impetuosa irruzione di cavalleria Persiana
e di elefanti. Questo grosso corpo fu presto disfatto dalla ben intesa
evoluzione della fanteria leggiera, che diresse le proprie armi con
destrezza ed effetto contro le spalle dei cavalli e le gambe degli
elefanti. I Barbari si diedero alla fuga; e Giuliano, che in ogni
pericolo era sempre il primo, animava i suoi ad inseguirli con la voce e
co' gesti. Le tremanti sue guardie, disperse ed angustiate dalla
disordinata folla degli amici e de' nemici, rammentarono all'intrepido
lor Sovrano, ch'egli era senza armatura, e lo scongiurarono ad evitare
il colpo dell'imminente rovina. Nel tempo che così gridavano[623], fu
scaricato da' fuggitivi squadroni un nuvol di dardi e di frecce; ed un
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