distinzione de' cittadini d'Antiochia. Si onoravan le arti di lusso; le virtù serie e virili eran poste in ridicolo, ed il disprezzo per la modestia femminile e per la venerabil vecchiezza annunziava la universal corruzione della capitale dell'Oriente. L'amore degli spettacoli formava il gusto, o piuttosto la passione de' Sirj; si chiamavano dalle vicine città[542] i più valenti artefici; si consumava in pubblici divertimenti una considerabil porzione dell'entrate; e la magnificenza de' giuochi del teatro e del circo risguardavasi come la felicità e la gloria d'Antiochia. I rozzi costumi d'un Principe, che sdegnava tal gloria, e non assaporava una felicità di tal sorta, disgustarono ben presto la delicatezza de' propri sudditi; e gli effeminati Orientali non poterono nè imitare nè ammirar la severa semplicità, che sempre si usava, ed alle volte affettavasi da Giuliano. I giorni di solennità, consacrati dall'antico rito all'onor degli Dei, somministravan ad esso le sole occasioni di rilassare la filosofica severità; e questi appunto erano i soli giorni, ne' quali astener si potevano i Sirj d'Antiochia dalle lusinghe del piacere. La maggior parte del popolo sosteneva la gloria del nome Cristiano, che era stato per la prima volta inventato da' loro Maggiori[543]: essi non si facevano scrupolo di trasgredire i precetti morali, ma erano scrupolosamente attaccati allo dottrine speculative della lor religione. La Chiesa Antiochena era lacerata dall'eresia e dallo scisma; ma negli Arriani e negli Atanasiani, nei seguaci di Melezio ed in quelli di Paolino[544] ardeva il medesimo devoto odio del comune loro avversario. Si nutriva il più forte pregiudizio contro il carattere d'un apostata, nemico e successore d'un Principe, che s'era conciliato l'affetto di una Setta assai numerosa; e la traslazione di S. Babila eccitò un implacabile odio contro la persona di Giuliano. I sudditi di lui si lagnavano con superstiziosa indignazione, che la carestia avea seguitato i passi dell'Imperatore da Costantinopoli ad Antiochia; e fu esacerbata la malcontentezza d'un affamato popolo dall'imprudente sforzo di sollevarne le angustie. L'inclemenza della stagione avea danneggiato le raccolte della Siria, e ne' mercati d'Antiochia il prezzo del pane[545] era naturalmente cresciuto in proporzione della scarsezza del grano. Ma la giusta e ragionevole proporzione fu tosto violata da' rapaci artifizi del monopolio. In questa disugual contesa, in cui da una parte il prodotto della terra si pretende che sia nel proprio esclusivo dominio, da un altra si riguarda come un oggetto lucrativo di commercio, e si ricerca da una terza parte pel quotidiano e necessario mantenimento della vita, tutti i guadagni degli agenti, intermedj vanno a posarsi sul capo de' miseri consumatori. La durezza della loro situazione veniva esagerata ed accresciuta dalla loro impazienza ed inquietudine; ed il timore della scarsità produsse appoco appoco l'apparenza d'una carestia. Quando i voluttuosi cittadini d'Antiochia si lamentarono del caro prezzo dei polli e del pesce, Giuliano pubblicamente dichiarò che una città frugale avrebbe dovuto contentarsi di una regolar quantità di vino, d'olio e di pane; riconosceva egli però ch'era dover di un Sovrano il provvedere alla sussistenza del popolo. Con questo salutevole fine, l'Imperatore arrischiossi ad un passo molto pericoloso ed incerto, a determinare cioè con legale autorità il valore del grano. Egli ordinò, che in un tempo di scarsità si vendesse ad un prezzo, che rare volte aveva avuto luogo negli anni di maggiore abbondanza; ed affinchè il proprio esempio desse vigore alla legge, mandò al mercato quattrocento ventiduemila moggi o misure, che si trassero per ordine di lui da granai di Gerapoli, di Calcide ed anche d'Egitto. Se ne potevano prevedere le conseguenze, e ben presto ebbero effetto. Si comprò da ricchi mercanti il grano Imperiale; i proprietari di terre o di frumento non ne mandarono più alla città la solita dose, e le piccole quantità di grano, che comparivano in mercato, erano segretamente vendute ad un anticipato ed illegittimo prezzo. Giuliano continuò sempre a gloriarsi della sua politica, risguardò i lamenti del popolo come vani ed ingrati romori, e convinse Antiochia, ch'esso aveva ereditato se non la crudeltà, almeno l'ostinazione di Gallo, di lui fratello[546]. Le rimostranze del Senato municipale non servirono che ad inasprire l'inflessibil suo spirito. Egli era persuaso, forse a diritto, che i Senatori stessi d'Antiochia, i quali possedevano dei terreni, ed erano interessati nel commercio, avessero contribuito alle calamità del lor paese; ed attribuiva l'irriverente ardire, che usavano, ad un sentimento non già di pubblico dovere, ma di privato vantaggio. Tutto quel Corpo, composto di dugento de' più nobili e ricchi cittadini, fu mandato sotto custodia dal palazzo in prigione; e sebbene, avanti che finisse la sera, fosse loro accordato di tornare alle respettive loro case[547], l'Imperatore non potè da essi ottenere il perdono, ch'egli aveva loro sì facilmente concesso. I medesimi pesi erano continuamente il soggetto delle medesime querele, che si facevano ad arte circolare dalla astuzia e leggerezza de' Greci della Siria. Ne' licenziosi giorni de' Saturnali, risonavan le strade d'Antiochia di canzoni insolenti, che deridevan le leggi, la religione, la personal condotta e fino la -barba- dell'Imperatore; e la connivenza de' Magistrati, non meno che l'applauso della moltitudine, manifestavan lo spirito d'Antiochia[548]. Il discepolo di Socrate fu troppo profondamente punto da tali popolari indulti; ma il Monarca, dotato di viva sensibilità, e che possedeva un assoluto potere, negò alle sue passioni la soddisfazione della vendetta. Un tiranno avrebbe, senza distinzione, proscritto le vite ed i beni dei cittadini d'Antiochia; i deboli Sirj avrebber dovuto pazientemente sottoporsi alla brutalità ed alla rapace barbarie delle fedeli Legioni della Gallia. Una sentenza più dolce avrebbe potuto privare la capitale dell'Oriente de' suoi onori e privilegi; ed i cortigiani e forse anche tutti i sudditi di Giuliano avrebbero applaudito ad un atto di giustizia, che sosteneva la dignità del Magistrato supremo della Repubblica[549]. Ma invece d'abusare o di fare pompa dell'autorità dell'Impero per vendicare le personali sue ingiurie, Giuliano si contentò di una innocente maniera di vendetta, che pochi Principi sarebbero in grado di poter usare. Esso era stato insultato con satire e con libelli; compose dunque ancora egli un'ironica confessione de' propri difetti ed una severa satira dei licenziosi ed effeminati costumi d'Antiochia col titolo di -Nemico della barba-. Fu pubblicamente esposta questa replica Imperiale avanti alle porte del palazzo; e tuttavia sussiste il -Misopogon-[550] come un singolar monumento dell'ira, dell'ingegno, della umanità e dell'indiscretezza di Giuliano. Quantunque egli affettasse di ridere, non potè perdonare[551]. Espresse il suo disprezzo, e potè soddisfare la sua vendetta col nominare un Governatore[552] degno solo di tali soggetti; e rinunziando l'Imperatore per sempre all'ingrata città, pubblicò la sua risoluzione di passare il prossimo inverno a Tarso nella Cilicia[553]. Contuttocciò in Antiochia trovavasi un cittadino, il genio e le virtù del quale nell'opinione di Giuliano potevan purgare i vizi e la follia della patria di lui. Il Sofista Libanio era nato nella capital dell'Oriente; professò pubblicamente le arti di retore e di declamatore in Nicea, in Nicomedia, in Costantinopoli, in Atene, e passò il resto della sua vita in Antiochia. La scuola di lui era continuamente frequentata dalla gioventù della Grecia; i suoi discepoli, che alle volte passarono il numero di ottanta, celebravano l'incomparabil loro maestro; e la gelosia de' suoi rivali, che lo perseguitava da una città in un'altra, confermò la opinion favorevole, che Libanio ostentava, del sublime suo merito. I precettori di Giuliano avevano estorto da esso una imprudente ma solenne promessa, ch'ei non avrebbe mai letto gli scritti del loro avversario; la curiosità del giovine reale repressa vie più si accese; cercò segretamente le opere di quel pericoloso Sofista, ed appoco appoco sorpassò nella perfetta imitazione del suo stile i più laboriosi fra' domestici uditori di lui[554]. Allorchè Giuliano salì sul trono, dichiarò l'impazienza, che aveva, d'abbracciare e di premiare il Sofista della Siria, che in un secolo corrotto avea conservato la purità del gusto, de' costumi e della religione della Grecia. La prevenzione dell'Imperatore fu accresciuta e giustificata dal prudente orgoglio del suo favorito. Libanio, in luogo d'affrettarsi co' primi del popolo al palazzo di Costantinopoli, tranquillamente attese l'arrivo di lui in Antiochia; si ritirò dalla Corte a' primi sintomi di freddezza e d'indifferenza; per ogni visita esigeva un invito formale, e diede al suo Sovrano l'importante lezione, che ei poteva comandar l'ubbidienza ad un suddito, ma che bisognava meritar l'affezione d'un amico. I Sofisti d'ogni tempo, sprezzando, o affettando di sprezzare le accidentali distinzioni della nascita e della fortuna[555], riservano la propria stima per le superiori qualità dello ingegno, delle quali sono essi così abbondantemente dotati. Giuliano potea non curare le acclamazioni di una Corte venale, che adorava l'Imperial porpora; ma era sommamente allettato dalla lode, dagli avvertimenti, dalla libertà e dall'invidia d'uno indipendente filosofo, che ricusava i suoi favori, amava la sua persona, ne celebrava la fama, e proteggevane la memoria. Tuttavia sussistono le voluminose opere di Libanio, che per la maggior parte son vani ed oziosi componimenti d'un oratore, che coltivava la scienza delle parole, e produzioni d'uno studioso ritirato, la mente del quale, disprezzando i suoi contemporanei, era sempre fissa nella guerra Troiana e nella Repubblica Ateniese. Pure il Sofista d'Antiochia discese alle volte da tale immaginaria elevazione; tenne una moltiplice ed esatta corrispondenza[556]; lodò le virtù dei suoi tempi; arditamente attaccò gli abusi della vita pubblica e privata; ed eloquentemente difese la causa d'Antiochia contro la giusta collera di Giuliano e di Teodosio. La vecchiezza comunemente ha la disgrazia[557] di perdere tutto ciò, che avrebbe potuto renderla desiderabile; ma Libanio provò il particolar dispiacere di sopravvivere alla religione ed alle scienze, alle quali consacrato aveva il suo genio. L'amico di Giuliano dovè con isdegno essere spettatore del trionfo del Cristianesimo; ed il superstizioso suo spirito, che oscurava il prospetto del Mondo visibile, non inspirò a Libanio alcuna viva speranza della felicità e della gloria celeste[558]. [A. D. 363] La marziale impazienza di Giuliano l'indusse a mettersi in campagna al principio della primavera; e licenziò con disprezzo e con rimproveri il Senato di Antiochia, che accompagnò l'Imperatore al di là dei confini del suo territorio, nel quale aveva egli risoluto di non tornare mai più. Dopo una faticosa marcia di due giorni[559] si fermò il terzo a Berea, ovvero Aleppo, dov'ebbe la mortificazione di trovare un Senato quasi tutto Cristiano, che ricevè con fredde e formali dimostrazioni di rispetto l'eloquente discorso dell'Apostolo del Paganesimo. Il figlio d'uno de' più illustri cittadini di Berea, che per interesse o per coscienza aveva abbracciato la religione dell'Imperatore, fu diseredato dall'irato suo genitore. Sì il padre che il figlio furono invitati alla mensa Imperiale. Giuliano, postosi in mezzo fra loro, procurò, ma inutilmente, d'inculcare insegnamenti ed esempi di tolleranza; soffrì con affettata tranquillità l'indiscreto zelo del vecchio Cristiano, che parve dimenticare i sentimenti della natura ed il dovere di suddito; e finalmente rivolto all'afflitto giovine: «giacchè avete perduto un padre (gli disse) per mia cagione, a me tocca il supplire in sua vece»[560]. L'Imperatore fu accolto in un modo assai più conforme ai suoi desiderj a Batne, piccola città deliziosamente situata in un bosco di cipressi, distante circa venti miglia dalla città di Gerapoli. Gli abitanti di Batne, che sembravano attaccati al culto di Apollo e di Giove, loro tutelari Divinità, decentemente prepararono i riti solenni del sacrifizio; ma rimase offesa la seria devozione di Giuliano, dal tumulto del loro applauso, e troppo chiaramente si accorse che il fumo, che alzavasi dai loro altari, era piuttosto un incenso d'adulazione che di pietà. Non esisteva più l'antico e magnifico tempio, che aveva per tanti secoli santificato la città di Gerapoli[561]; e forse i beni sacri, che somministravano un abbondante mantenimento a più di trecento Sacerdoti, ne accelerarono la rovina. Giuliano però ebbe la soddisfazione di abbracciare un filosofo ed un amico, la religiosa fermezza del quale avea resistito alle pressanti e replicate sollecitazioni di Costanzo e di Gallo, tutte le volte che que' Principi nel passar da Gerapoli aveano preso alloggio nella sua casa. Tanto nella confusione de' militari apparecchi, quanto nella tranquilla confidenza d'una famigliare amicizia, sembra che lo zelo di Giuliano fosse vivo ed uniforme. Aveva egli allora intrapreso un'importante e difficile guerra; e l'incertezza dell'evento lo rendea sempre più attento nell'osservare e notare i più minuti presagi, da' quali secondo le regole della divinazione potesse trarsi qualche cognizion del futuro[562]; nè lasciò d'informar Libanio del suo avanzarsi fino a Gerapoli, con una elegante lettera[563] che spiega la felicità del suo ingegno e la tenera amicizia che aveva pel Sofista Antiocheno. Si era destinata Gerapoli, posta quasi sulle rive dell'Eufrate[564], per la generale riunione delle truppe Romane, che immediatamente passarono quel gran fiume sopra un ponte di barche, ch'era stato precedentemente preparato[565]. Se le inclinazioni di Giuliano fossero state simili a quelle del suo predecessore, avrebbe consumato l'attiva ed importante stagione dell'anno nel circo di Samosata, o nelle Chiese d'Edessa. Ma siccome il guerriero Imperatore avea preso per suo modello Alessandro piuttosto che Costanzo, s'avanzò immediatamente verso Carre[566], città molto antica della Mesopotamia, distante ottanta miglia da Gerapoli. Il tempio della Luna richiamò la devozione di Giuliano, ma la fermata di pochi giorni s'impiegò principalmente in compire gl'immensi preparativi della guerra Persiana. Fin qui aveva egli tenuto celato il segreto della disposizione; ma essendo Carre il punto di separazione delle due grandi strade, non potè più nascondere se meditava d'attaccare i dominj di Sapore dalla parte del Tigri, o da quella dell'Eufrate. L'Imperatore distaccò un'armata di trentamila uomini sotto il comando di Procopio suo congiunto, e di Sebastiano ch'era stato Duce dell'Egitto; ed ordinò loro, che dirigesser la marcia verso Nisibi per assicurar le frontiere dalle improvvise scorrerie del nemico, avanti di tentare il passaggio del Tigri. Le seguenti loro operazioni rimesse furono alla discrezione de' Generali medesimi; ma Giuliano sperava, che dopo d'aver posto a ferro e fuoco i fertili distretti della Media e dell'Adiabene, avrebber potuto giungere sotto le mura di Ctesifonte verso il medesimo tempo, in cui egli, avanzandosi con ugual passo lungo le sponde dell'Eufrate, avrebbe assediato la capitale della Monarchia Persiana. Il buon successo di questo ben concertato disegno dipendeva in gran parte dall'efficace e pronto aiuto del Re d'Armenia, che poteva, senza esporre ad alcun rischio la sicurezza de' suoi Stati, distaccare quattromila cavalli e ventimila fanti in aiuto de' Romani[567]. Ma il debole Arsace Tirano[568], Re d'Armenia, aveva degenerato viepiù vergognosamente che suo padre Cosroe dalle virili virtù del gran Tiridate; e siccome l'imbecille Monarca era contrario ad ogni impresa di pericolo e di gloria, egli potè mascherare la timida sua indolenza con le più decenti scuse di religione e di gratitudine. Dichiarò un devoto attaccamento alla memoria di Costanzo dalle mani del quale, avea ricevuto per moglie Olimpiade, figlia del Prefetto Ablavio, e la congiunzione d'una donna, educata per esser moglie dell'Imperator Costante, esaltava la dignità d'un Re Barbaro[569]. Tirano professava la Religione Cristiana; regnava sopra un popolo di Cristiani, ed ogni principio di coscienza e d'interesse lo riteneva dal contribuire alla vittoria, che avrebbe portato seco la rovina della Chiesa. Lo spirito già alienato di Tirano fu inasprito dall'indiscretezza di Giuliano, che trattò il Re d'Armenia come suo schiavo e come il nemico degli Dei. Il superbo e minaccioso stile degl'Imperiali comandi[570] eccitò il segreto sdegno d'un Principe, che nell'umiliante stato di dipendenza tuttavia ricordavasi della sua real discendenza dagli Arsacidi, padroni una volta dell'Oriente e rivali della potenza Romana. Le militari disposizioni di Giuliano furono artificiosamente prese in maniera da ingannare le spie, e divertir l'attenzione di Sapore. Pareva che le Legioni dirizzassero la loro marcia verso Nisibi ed il Tigri. Ad un tratto si voltarono a destra; attraversarono la uguale e nuda pianura di Carre, e giunsero il terzo giorno alle rive dell'Eufrate, dove i Re Macedoni avean fabbricato la forte città di Niceforio o Callinico. Quindi l'Imperatore proseguì la sua marcia per più di novanta miglia lungo il tortuoso corso dell'Eufrate, sinchè circa un mese dopo la sua partenza da Antiochia, scuoprì finalmente le torri di Circesio, ultimo limite del dominio Romano. L'esercito di Giuliano, più numeroso di qualunque altro che alcun Imperatore avesse condotto contro i Persiani, consisteva in sessantacinquemila effettivi e ben disciplinati soldati. Erano state scelte da varie Province le truppe veterane di cavalleria e d'infanteria, di Romani e di Barbari; ed i valorosi Galli, che guardavano il trono e la persona dell'amato lor Principe, arrogavansi una giusta preeminenza di fedeltà e di valore. Si era trasportato da un altro clima e quasi da un altro Mondo un formidabile corpo di Sciti ausiliari per invadere un lontano paese, di cui non sapevano essi la situazione, nè il nome. L'amore della rapina o della guerra tirò agl'Imperiali stendardi più tribù di Saracini o di Arabi vagabondi, che Giuliano facea militare, nel tempo che fortemente ricusava di pagar loro i consueti sussidi. Era occupato il largo canale dell'Eufrate[571] da una flotta di mille e cento navi, destinate a seguitar i movimenti ed a supplire a' bisogni dell'armata Romana. La forza militare della flotta era composta di cinquanta galere armate; e a queste s'univa un ugual numero di barche piatte, che alle occorrenze si potevan connettere insieme in forma di mobili ponti. Le altre navi, parte costrutte di tavole, e parte coperte di pelli crude, eran cariche d'una quasi infinita quantità di armi e di macchine, di utensili e di provvisioni. La vigilante umanità di Giuliano aveva fatto imbarcare una grandissima dose di aceto e di biscotto per uso de' soldati, ma proibì la mollezza del vino; e rigorosamente arrestò una lunga serie di cammelli superflui, che incominciavano a seguitare la retroguardia dell'esercito. Il fiume Cabora si getta nell'Eufrate a Circesio[572]; ed appena la tromba diede il segno, i Romani passarono quel piccol torrente, che separava i due potenti ed ostili Imperi. L'uso della antica disciplina esigeva un'orazion militare; e Giuliano prendeva ogni occasione di far pompa della sua eloquenza. Egli animò le impazienti ed attente Legioni coll'esempio dell'inflessibil coraggio e dei gloriosi trionfi dei loro maggiori; eccitonne lo sdegno con una vivace pittura dell'insolenza dei Persiani; e le esortò ad imitare la sua ferma risoluzione o di estirpare quella perfida razza; o di sacrificare la propria vita in vantaggio della Repubblica. Fu invigorita l'eloquenza di Giuliano da un donativo di centotrenta monete d'argento per soldato; ed immediatamente fu rotto il ponte di Cabora per convincer le truppe, che non dovevan collocar le speranze di salvezza, che nel successo delle loro armi. Tuttavia la prudenza dell'Imperatore l'indusse ad assicurare una distante frontiera, esposta di continuo alle scorrerie degli Arabi nemici. Lasciò a Circesio un distaccamento di quattromila uomini che con quelli, che già v'erano, compiva il numero di diecimila soldati, regolar guarnigione di quella importante Fortezza[573]. Subito che i Romani entrarono nel paese[574] d'un attivo ed artificioso nemico, fu disposto in tre colonne[575] l'ordine della marcia. Fu posta nel centro la forza dell'infanteria, e per conseguenza di tutto l'esercito, sotto il particolar comando di Vittore, Generale di essa. A destra il valoroso Nevitta conduceva una colonna di varie legioni lungo le sponde dell'Eufrate, e quasi sempre in vista della flotta, e la colonna della cavalleria proteggeva il fianco sinistro dell'esercito. Ormisda ed Arinteo furono eletti Generali della cavalleria; e le singolari avventure del primo di essi meritano la nostra attenzione[576]. Egli era un Principe Persiano della stirpe reale de' Sassanidi, che nelle turbolenze della minorità di Sapore, dalla prigione erasi rifuggito all'ospital Corte di Costantino Magno. A principio eccitò egli la compassione, ed in seguito acquistò la stima dei suoi nuovi Signori. Il valore e la fedeltà l'innalzarono agli onori militari del Romano Impero; e quantunque Cristiano, esso nutriva il segreto piacere di convincer l'ingrata sua patria, che un suddito oppresso può divenire il più pericoloso nemico. Tal era la disposizione delle tre principali colonne. La fronte ed i fianchi dell'esercito venivano coperti da Luciliano con un corpo volante di mille cinquecento soldati di leggiera armatura, l'attiva vigilanza dei quali osservava i segni più remoti, e portava le più opportune notizie d'ogni avvicinamento nemico. Dagalaifo e Secondino, Duce d'Osroena, comandavan le truppe della retroguardia, il bagaglio marciava con sicurezza negli intervalli delle colonne; e le file, o sia per uso, o per ostentazione, eran disposte in tal ordine, che tutta la linea della marcia estendeva a quasi dieci miglia. L'ordinario posto di Giuliano era alla testa della colonna centrale; ma siccome esso preferiva i doveri di Generale allo stato di Monarca, rapidamente correva, con una piccola scorta di cavalleggieri, alla fronte, alla retroguardia, a' fianchi, e dovunque la sua presenza poteva animare o proteggere le mosse dell'armata Romana. Il paese, che traversarono dal Cabora fino alle terre coltivate dell'Assiria, può considerarsi come una parte del deserto dell'Arabia, vale a dire un arido e nudo terreno, che non potè mai coltivarsi dalle arti più efficaci dell'umana industria. Giuliano marciò sulla medesima strada, che era stata fatta intorno a settecento anni prima da Ciro il Giovane, e che vien descritta dal saggio ed eroico Senofonte, uno dei compagni della sua spedizione[577]. «Il terreno era tutto piano fino al mare, e pieno di piante d'assenzio; e se vi nasceva qualche altra specie di arboscelli o di canne, avevano tutti un odore aromatico, ma non vi si vedevano alberi. Pareva che i soli abitatori di quel deserto fossero struzzi ed ottarde (specie di oche dette -granajole-) gazzelle ed asini selvaggi[578], e le fatiche della marcia eran mitigate dai divertimenti della caccia». Frequentemente dal vento era sollevata la minuta sabbia del deserto in nuvole di polvere; ed una gran parte dei soldati di Giuliano, insieme con le lor tende, venivano ad un tratto gettati a terra dalla violenza d'improvvisi Oragani. Le arenose pianure della Mesopotamia erano abbandonate alle gazzelle ed agli asini selvaggi del deserto; ma sulle rive dell'Eufrate e nelle isole accidentalmente formate da quel fiume, trovavasi una quantità di popolate città e di villaggi assai piacevolmente situati. La città di -Annah- o -Anato-[579], attual residenza d'un Emir Arabo, è composta di due lunghe strade, che chiudono in una Fortezza naturale una piccola isola nel mezzo, e due fertili pezzi da ciaschedun lato dell'Eufrate. I guerrieri abitanti di Anato mostrarono qualche disposizione ad arrestare il progresso di un Romano Imperatore, finattanto che non furono distolti da quella fatal presunzione, per le dolci esortazioni del Principe Ormisda ed i prossimi terrori della flotta e dell'esercito. Implorarono essi ed esperimentarono la clemenza di Giuliano, che trasferì il popolo in un luogo vantaggioso vicino a Calcide nella Siria, e diede a Puseo, loro Governatore, un posto onorevole nella sua milizia e confidenza. Ma l'inespugnabil Fortezza di Tiluta potè disprezzar la minaccia d'un assedio, e l'Imperatore si dovè contentare dell'insultante promessa, che quando egli avrebbe soggiogato le interne Province della Persia, Tiluta non avrebbe più ricusato di onorare il trionfo del conquistatore. Gli abitatori dei luoghi aperti essendo incapaci di resistere, e non volendo cedere, precipitosamente fuggivano; e le loro case, piene di spoglie e di provvisioni, erano occupate dai soldati di Giuliano, che senza rimorso ed impunemente trucidarono alcune donne senza difesa. Durante la marcia, il Surenas o Generale Persiano, e Malek Rodosace, famoso Emir della tribù di Gassan[580], continuamente andavan girando intorno all'armata; s'intercettava chiunque scostavasi dall'esercito; ogni distaccamento era attaccato; ed il valente Ormisda con qualche difficoltà potè liberarsi dalle lor mani. Ma i Barbari furono finalmente respinti; il paese diveniva sempre meno favorevole alle operazioni della cavalleria; e quando i Romani giunsero a Macepratta osservarono le rovine della muraglia, che era stata costrutta dagli antichi Re dell'Assiria per assicurare i loro Stati dalle scorrerie dei Medi. Questi preliminari della spedizion di Giuliano par che occupassero circa quindici giorni; e possiamo computare quasi trecento miglia dalla Fortezza di Circesio alle mura di Macepratta[581]. La fertile Provincia dell'Assiria[582], che s'estendeva al di là del Tigri fino alle montagne della Media[583], conteneva circa quattrocento miglia, dall'antica muraglia di Macepratta fino al territorio di Basra, dove le acque dell'Eufrate e del Tigri vanno insieme a scaricarsi nel golfo Persico[584]. A tutto quel tratto potrebbe darsi il particolar nome di Mesopotamia, mentre i due fiumi, che non son mai più distanti di cinquanta miglia fra loro, fra Bagdad e Babilonia si avvicinano alla distanza di venticinque. Una quantità di canali, scavati senza molta fatica in un suolo molle e cedente, congiungevano i fiumi, ed intersecavano il piano dell'Assiria. Gli usi di questi artificiali canali eran varj ed importanti: servivano a scaricare le acque superflue da un fiume nell'altro al tempo delle respettive loro innondazioni: suddividendosi in sempre più piccoli rami, rinfrescavano le aride terre, e supplivano alla mancanza della pioggia; facilitavano la comunicazione ed il commercio in tempo di pace; e siccome potevano prestamente rompersi le cateratte, somministravano alla disperazione degli Assirj i mezzi di opporre un subitaneo diluvio al progresso d'un esercito che gl'invadesse. La natura negato aveva al suolo ed al clima dell'Assiria alcuni dei suoi più scelti doni, come la vite, l'ulivo, il fico ec.; ma vi nasceva con inesauribil fertilità il cibo che sostiene la vita umana e specialmente il grano e l'orzo; e l'Agricoltore che gettava in terra il suo seme, veniva spesso premiato con una raccolta di due e fino di trecento volte maggiore. La superficie del paese era ornata di boschi d'innumerabili palme[585]; ed i diligenti abitatori celebravano sì in versi che in prosa i trecento sessanta usi, che potevano artificiosamente farsi del tronco, de' rami, delle foglie, del sugo e del frutto di esse. Varie manifatture, in specie di cuojo e di lino, impiegavan l'industria d'un numeroso popolo, e somministravano pregevoli materiali pel commercio straniero, il quale per altro sembra, che fosse fatto dai forestieri. Babilonia era stata ridotta ad un parco reale; ma presso le rovine dell'antica capitale erano in diversi tempi sorte novelle città, e la popolazione del paese s'era diffusa in una moltitudine di terre e di villaggi, che erano fabbricati di mattoni seccati al sole e fortemente collegati insieme con bitume, che è un naturale e special prodotto del suolo di Babilonia. Quando i successori di Ciro dominavan sull'Asia, la sola Provincia dell'Assiria manteneva per la terza parte dell'anno la lussuriosa abbondanza della tavola e della casa dei gran Re. Erano assegnati quattro considerabili villaggi per la sussistenza dei cani Indiani, ottocento stalloni e sedicimila cavalle continuamente si mantenevano a spese del paese per le stalle reali; e siccome il tributo quotidiano, che pagasi al Satrapo, ascendeva ad uno stajo Inglese d'argento, possiamo valutare l'annua rendita dell'Assiria più di un milione e dugentomila lire sterline[586]. [A. D. 363] Le campagne dell'Assiria furono condannate da Giuliano alle calamità della guerra, ed il filosofo vendicò sopra un innocente popolo gli atti di rapina e di crudeltà, che il loro superbo Signore avea commessi nelle Province Romane. I tremanti Assiri chiamarono in loro aiuto i fiumi, e con le proprie mani finiron di rovinare il loro paese. Le strade si rendettero impraticabili; si portò nel campo un diluvio di acque e per più giorni le truppe di Giuliano furon costrette a combattere coi travagli più intollerabili. Ma sormontossi ogni ostacolo dalla perseveranza dei legionarj, che erano indurati alla fatica ed al pericolo, e che si sentivano animati dallo spirito del loro Capo. Il danno era di mano in mano riparato; le acque ridotte a' loro canali; furono tagliati degl'interi boschi di palme, e posti lungo le rotture delle strade; e l'armata passava i larghi e molto profondi canali su ponti formati di fluttuanti zattere, ch'erano sostenute per mezzo di vesciche. Due città dell'Assiria pretesero di resistere alle armi dell'Imperatore Romano; ed ambedue pagarono severamente la pena della loro temerità. Alla distanza di cinquanta miglia dalla residenza reale di Ctesifonte teneva il secondo grado nella Provincia Perisabor o Anbar, città grande, popolata e ben fortificata con un doppio recinto di mura, quasi circondata da un ramo dell'Eufrate, e difesa dal valore di una numerosa guarnigione. Si rigettarono con disprezzo l'esortazioni d'Ormisda; e il Principe Persiano dovè udire coi proprj orecchi il giusto rimprovero, che dimenticatosi della reale sua nascita, conduceva un esercito di stranieri contro il proprio Sovrano e la patria. Gli Assiri mantennero la lor fedeltà mediante una ben intesa e vigorosa difesa, finattanto che avendo un forte colpo d'ariete aperto una larga breccia con aver danneggiato uno degli angoli della muraglia, essi precipitosamente si ritirarono nelle fortificazioni della cittadella interiore. I soldati di Giuliano si gettarono impetuosamente nella città, e dopo d'aver appieno soddisfatto ogni militare appetito, Perisabor fu ridotta in cenere; e furono piantate sulle rovine delle case fumanti, le macchine dirette contro la cittadella. Si continuò il combattimento per mezzo di perpetue vicendevoli scariche di dardi; e la superiorità, che i Romani potevano trarre dalla meccanica forza delle loro balestre e catapulte, veniva contrabbilanciata dal vantaggio del suolo dalla parte degli assediati. Ma tosto che fu eretta un'-elepoli-, che poteva attaccare ad ugual livello i più alti baloardi, il tremendo aspetto di una mobile torre, che non lasciava speranza veruna di resistenza o di pietà, ridusse gli spaventati difensori della rocca ad un umile sommissione; e la piazza si rendè dopo due soli giorni che Giuliano s'era presentato innanzi alle mura di Perisabor. Fu permesso a duemila cinquecento persone d'ambedue i sessi, deboli residui d'un florido popolo, di ritirarsi; le abbondanti provvisioni di grano, di armi e di splendide spoglie furono in parte distribuite fra le truppe, e in parte riservate per uso pubblico; gli arnesi inutili, distrutti furono dal fuoco, o gettati nell'Eufrate; e restò vendicata la caduta di Amida dalla total rovina di Perisabor. Sembra che la città o piuttosto la fortezza di Maogamalca, che era difesa da sedici grosse torri, da un profondo fossato, e da due forti e solidi recinti di mura, fosse fabbricata alla distanza di undici miglia, come una salvaguardia della capitale della Persia. L'Imperatore, non arrischiandosi a lasciarsi dietro alle spalle tale importante fortezza, pose immediatamente l'assedio e Maogamalca; ed a tale oggetto l'esercito Romano fu distribuito in tre divisioni. Vittore alla testa della cavalleria e di un distaccamento di fanti di grave armatura, fu destinato a purgare la strada fino alle rive del Tigri ed ai sobborghi di Ctesifonte. Assunse la condotta dell'attacco Giuliano in persona, il quale pareva che lo facesse tutto consistere nelle macchine militari, che esso construiva contro le mura, nel tempo che segretamente immaginava un mezzo più efficace d'introdur le sue truppe nel cuore della città. Furono aperte le trincee sotto la direzione di Nevitta e di Dagalaifo ad una considerabil distanza, ed appoco appoco furon prolungate fino all'orlo del fosso. Questo fu speditamente ripieno di terra; e mediante il lavoro continuo delle truppe, si fece una mina sotto i fondamenti delle mura sostenute a sufficienti distanze da puntelli di legno. Avanzandosi in una sola fila tre coorti scelte, tacitamente esploravano l'oscuro e pericoloso passaggio, finattanto che l'intrepido lor condottiero fece sapere a quelli che lo seguivano, che era vicino a sbucare da quelle angustie nelle contrade della nemica città. Giuliano frenò il loro ardore per assicurarne l'evento; ed immediatamente divertì l'attenzione del presidio col tumulto ed il clamor d'un generale assalto. I Persiani, che dalle loro mura guardavano con disprezzo il progresso d'un impotente attacco, celebravano con cantici di trionfo la gloria di Sapore; ed ardivano assicurare l'Imperatore, che egli avrebbe potuto salire nella stellata magione d'Ormusd, prima di potere sperar di prendere l'inespugnabil città di Maogamalca. Ma essa era già presa. L'istoria ci ha conservato il nome di un semplice soldato, che fu il primo ad uscir dalla mina in una torre abbandonata; fu slargato il passo dai suoi compagni, che progredivano con impaziente valore; ed erano già nel mezzo della città mille cinquecento nemici. La guarnigione stupefatta abbandonò le mura, unica loro speranza di salvezza; furono subito spalancate le porte; e si saziò con una tumultuaria strage la furia militare, dovunque non era sospesa dall'incontinenza e dall'avarizia. Il Governatore, che aveva ceduto sulla promessa di pietà, fu pochi giorni dopo abbruciato vivo per essere stato accusato di aver dette alcune poco rispettose parole contro l'onore del Principe Ormisda. Furono gettate a terra le fortificazioni; e non restò alcun vestigio che vi fosse mai stata la città di Maogamalca. Le adjacenze della capitale della Persia eran ornate di tre sontuosi palazzi magnificamente arricchiti d'ogni produzione, che soddisfar potesse il lusso e la vanità d'un Monarca Orientale. La piacevol situazione de' giardini lungo le sponde del Tigri, era migliorata, secondo il gusto Persiano, dalla simmetria de' fiori, delle fontane e degli ombrosi viali; ed eran chiusi di mura de' vasti parchi per contenere degli orsi, de' leoni e de' cignali, mantenuti con notabile spesa pel piacere della caccia reale. Questi recinti furono aperti, fu abbandonata la cacciagione ai dardi de' soldati, e per ordine del Romano Imperatore si ridussero in cenere i palazzi di Sapore. Giuliano dimostrò in quest'occasione di non sapere, o di disprezzare le leggi della civiltà, che la prudenza e coltura de' secoli inciviliti hanno stabiliti fra' Principi nemici. Pure queste capricciose devastazioni eccitar non debbono alcun forte movimento di compassione o di sdegno ne' nostri petti. Una sola statua nuda, perfezionata dalla mano d'un Greco artefice, è di maggior valore che tutti que' rozzi e dispendiosi monumenti di barbaro lavoro; e se ci sentiamo più mossi dalla rovina d'un palazzo che dall'incendio d'una capanna, la nostra umanità dee aver formato un ben falso giudizio delle miserie della vita umana[587]. Giuliano fu pei Persiani un oggetto di terrore e di odio; ed i pittori di quella Nazione rappresentavano l'invasore del lor paese sotto la figura di furioso leone, che vomitava dalla bocca un fuoco divoratore[588]. Ai propri amici e soldati però compariva il filosofo Eroe in un aspetto più amabile; nè furon mai con maggior pompa spiegate le sue virtù, che nell'ultimo e più attivo periodo della sua vita. Egli praticava senza sforzo, e quasi senza merito, le abituali qualità della temperanza e della sobrietà. Secondo i dettami di quell'artificiale sapienza, che s'attribuisce un assoluto dominio sulla mente e sul corpo, fortemente negava a se stesso la soddisfazione dei più naturali appetiti[589]. Nel caldo clima dell'Assiria, che sollecitava un popolo lussurioso a soddisfare ogni sensual desiderio[590], un giovane conquistatore mantenne pura ed inviolata la sua castità; nè Giuliano fu mai tentato neppure da un motivo di curiosità a visitar le sue schiave di squisita bellezza[591], che invece di resistergli avrebber disputato fra loro l'onore de' suoi abbracciamenti. Con quella stessa fermezza, con cui resisteva agli allettamenti dell'amore, sosteneva le fatiche della guerra. Allorchè i Romani marciavano per quella bassa e innondata pianura, il loro Sovrano, a piedi, alla testa delle legioni, era partecipe de' loro travagli, e ne animava la diligenza. Ad ogni util lavoro la mano di Giuliano era pronta e vigorosa; e la porpora Imperiale era immollata o coperta di fango ugualmente che la veste ordinaria dell'infimo soldato. I due assedj gli presentarono riguardevoli occasioni di segnalare il suo personal valore, che nel più perfetto stato dell'arte militare rare volte può dimostrarsi da un prudente Capitano. Stava l'Imperatore avanti la cittadella di Perisabor non curando l'estremo suo rischio, ed incoraggiava le truppe a gettar giù le porte di ferro, fino al segno di esser quasi oppresso da un nuvolo di dardi e di grosse pietre, ch'eran dirette contro la sua persona. Nel tempo che esaminava le fortificazioni esterne di Maogamalca, due Persiani, sacrificandosi alla loro patria ad un tratto gli corsero addosso con le scimitarre nude: l'Imperatore, alzato lo scudo, riparò destramente i lor colpi, e con un costante e ben inteso coraggio stese morto ai suoi piedi uno degli avversari. La stima di un Principe, che possiede le virtù che approva negli altri, è la più nobile ricompensa di un meritevole suddito; e l'autorità, che Giuliano traeva dal personale suo merito, lo rendea capace di restaurare ed invigorire il rigore dell'antica disciplina. Ei punì colla morte o coll'ignominia la cattiva condotta di tre truppe di cavalleria, che in una scaramuccia col Surenas avevan perduto l'onore ed uno dei loro stendardi; e con corone -obsidionali-[592] distinse il valore dei primi soldati che salirono sulla città di Maogamalca. Dopo l'assedio di Perisabor fu esercitata la fermezza dell'Imperatore dall'insolente avarizia dell'esercito, il quale altamente lagnavasi che fosser premiati i suoi servigi con un piccol donativo di cento monete d'argento. S'espresse il giusto suo sdegno nel grave e virile linguaggio d'un Romano. «L'oggetto di vostre brame son le ricchezze? Si trovan queste nelle mani dei Persiani, e le spoglie di questo fertil paese sono il premio del vostro valore e disciplina. Crediatemi (continuò Giuliano) che la Repubblica Romana, la quale prima possedeva tanti immensi tesori, è presentemente ridotta al bisogno ed alla miseria, da che i nostri Principi si son lasciati persuadere da deboli ed interessati Ministri a comprare coll'oro la pace dei Barbari. Esausto è l'erario, le città rovinate, spopolate le Province. Quanto a me, l'unica eredità, che ho ricevuto dai miei reali antenati, è un animo incapace di timore; e finattanto che io sarò convinto, che ogni real vantaggio consiste nello spirito, non mi vergognerò di confessare un'onorevole povertà, che nei tempi dell'antica virtù era considerata come la gloria di Fabricio. Vostra può esser tal gloria e tal virtù, se presterete orecchio alla voce del Cielo e del vostro Generale. Ma se temerariamente volete persistere, se siete risoluti di rinnovare i vergognosi e colpevoli esempi delle antiche sedizioni, proseguite pure.... Come conviene ad un Imperatore, che ha tenuto il primo grado fra gli uomini, io son pronto a morire da forte, ed a sprezzare una vita precaria, che può ad ogni momento dipendere da un'accidental malattia. Se mi trovate indegno del comando, vi sono adesso fra voi (io lo dico con ambizione e con piacere) vi sono molti Capi, il merito e l'esperienza dei quali è capace di regolare una guerra della maggiore importanza. La natura del mio regno è stata di tal sorta, che io posso ritirarmi senza dispiacere e senza timore nell'oscurità di uno stato privato[593]». Alla modesta risoluzione di Giuliano corrispose l'unanime applauso e la volonterosa ubbidienza dei Romani, che espressero la fiducia, che avevano, della vittoria, mentre combattevano sotto le bandiere dell'eroico lor Principe. Si accendeva il loro coraggio dai frequenti e famigliari detti di lui, giacchè in tali voti consistevano i giuramenti di Giuliano: «Così possa io ridurre i Persiani sotto il giogo; così possa io restaurare la forza e lo splendore della Repubblica». L'amor della fama era l'ardente passione dell'animo suo: ma non prima d'aver posto il piede sulle rovine di Maogamalca si credè permesso di dire: «che allora egli avea preparato qualche materiale pel Sofista d'Antiochia[594]». Il fortunato valor di Giuliano aveva trionfato di tutti gli ostacoli, che si opponevano alla sua marcia fino alle porte di Ctesifonte. Ma era tuttavia lontana la presa o anche l'assedio della capital della Persia: nè può chiaramente vedersi la militar condotta dell'Imperatore senza una cognizione del paese, che fu il teatro delle ardite e ben dirette sue operazioni[595]. Venti miglia al mezzodì di Bagdad e sulla sponda Orientale del Tigri la curiosità dei viaggiatori ha notato le rovine dei palazzi di Ctesifonte, che al tempo di Giuliano era una grande e popolata città. Era totalmente estinto il nome e la gloria della vicina Seleucia; e l'unico quartiere che rimaneva di quella Greca colonia, aveva ripreso, insieme col linguaggio e co' costumi dell'Assiria, il primitivo nome di Coche. Questa era situata sulla parte occidentale del Tigri; ma naturalmente consideravasi come un sobborgo di Ctesifonte, con cui possiam supporre che fosse unita per mezzo d'un ponte permanente di barche. Le connesse parti contribuirono a formare il comun epiteto di -al Modain, le città,- che gli Orientali hanno dato alla residenza invernale dei Sassanidi; e tutta la circonferenza della capitale Persiana era fortemente difesa dalle acque del fiume, da alte mura e da lagune impraticabili. Il campo di Giuliano fu piantato vicino alle rovine di Seleucia, ed assicurato da un fosso e da un muro contro le sortite della numerosa ed intraprendente guarnigione di Coche. In questo fertile e piacevole paese, i Romani furono abbondantemente forniti di acqua e di provvisioni; ed alcuni Forti, che avrebber potuto imbarazzare i movimenti dell'esercito, si sottomisero dopo qualche resistenza agli sforzi del loro valore. La flotta passò dall'Eufrate in una artificiale diramazione di quel fiume, che versa una copiosa e navigabil quantità d'acqua nel Tigri ad una piccola distanza -sotto- la gran città. Se avessero seguitato quel real canale che si chiamava Nahar-Malcha[596], l'intermedia situazione di Coche avrebbe separato la flotta e l'esercito di Giuliano; e la temeraria impresa di dirigersi contro la corrente del Tigri, e di forzare il passo in mezzo alla capitale nemica avrebbe dovuto produrre la total distruzione della flotta Romana. La prudenza dell'Imperatore previde il pericolo, e vi pose rimedio. Siccome aveva egli minutamente studiato le operazioni fatte da Traiano nell'istesso luogo, tosto si rammentò che il guerriero suo predecessore aveva scavato un nuovo e navigabil canale, che, lasciando Coche a diritta, portava le acque del Nahar-Malcha nel fiume Tigri a qualche distanza -sopra- la città. Presa informazione dai contadini, Giuliano ritrovò i vestigi di quell'opera antica, ch'erano quasi cancellati o a bella posta o per accidente. L'instancabil lavoro dei soldati prestamente scavò un largo e profondo canale per ricever l'Eufrate. Fu costrutto un forte argine per interromper l'ordinario corso del Nahar-Malcha; corse impetuosamente nel nuovo letto un diluvio di acque; e la flotta Romana dirigendo il trionfante suo corso nel Tigri deluse le vane ed inefficaci barricate, che avevano eretto i Persiani di Ctesifonte per opporsi al loro passaggio. Siccome bisognava trasportar l'esercito Romano di là dal Tigri, si rendea necessario un altro lavoro di minor fatica, ma di maggior pericolo del precedente. Il fiume era largo e rapido; la salita scoscesa e difficile; e le trincere, fatte sull'opposta riva, eran occupate da una copiosa armata di gravi corazze, di destri arcieri e di grossi elefanti, che (secondo la stravagante iperbole di Libanio) coll'istessa facilità calpestar potevano un campo di grano ed una legion di Romani[597]. A fronte di tal nemico era impossibile la costruzione d'un ponte; e l'intrepido Principe, che immediatamente vide l'unico espediente che potea prendersi, celò fino al momento dell'esecuzione il suo disegno alla cognizione de' Barbari, delle sue proprie truppe e fino de' suoi Generali medesimi. Sotto lo specioso pretesto d'esaminar lo stato de' magazzini, furono appoco appoco scaricati ottanta vascelli; e fu dato ordine ad uno scelto distaccamento, in apparenza destinato per una segreta spedizione, a star pronto sull'armi ad ogni cenno. Giuliano copriva l'occulta agitazion del suo spirito con sorrisi di fiducia e di gioja; e divertiva le nemiche nazioni con lo spettacolo di giuochi militari, ch'ei celebrava insultando sotto le mura di Coche. Il giorno fu destinato al piacere; ma tosto che fu passata l'ora di cena, l'Imperatore convocò i Generali nella sua tenda, e fece loro sapere che avea deliberato di passare il Tigri quella notte medesima. Furono essi sorpresi da un tacito e rispettoso stupore; ma quando il venerabil Sallustio fece uso del privilegio, che gli dava la sua età ed esperienza, gli altri capitani sostennero liberamente il peso delle prudenti sue rimostranze[598]. Giuliano si contentò d'osservare che dal tentativo dipendea la conquista e la salute; che il numero dei nemici, in vece di scemare, sarebbe cresciuto per causa dei successivi rinforzi; e che una maggior dilazione non avrebbe diminuita la larghezza del fiume, nè spianata l'altezza della sponda. Fu immediatamente dato il segno, ed eseguito; i più impazienti fra i legionarj saltaron su cinque vascelli, ch'erano i più vicini alla riva; e siccome con intrepida velocità maneggiavano i loro remi, si perderono dopo pochi momenti nell'oscurità della notte. Si vide sull'opposto lato una fiamma, e Giuliano, il qual chiaramente conobbe, che i suoi primi vascelli nel tentare di prender terra erano incendiati dal nemico, destramente cangiò l'estremo loro pericolo in un presagio di vittoria. «I nostri compagni (esclamò con ardore) sono già padroni dell'altra sponda; vedete... danno il segno fra noi convenuto: affrettiamoci ad emulare, e ad assistere il loro coraggio». L'unito e rapido moto d'una gran flotta ruppe la violenza della corrente, ed arrivarono in tempo all'Oriental parte del Tigri da poter estinguere le fiamme e liberare gli avventurosi loro compagni. Le difficoltà d'una ripida ed alta salita erano accresciute dal peso delle armi e dall'oscurità della notte. Continuamente si scaricava sulla testa degli assalitori una pioggia di pietre, e di dardi e di fuoco; essi però dopo un aspro combattimento si rampicarono sulla riva, e vittoriosi posero il piede sul muro. Tosto che si trovarono in un campo più uguale, Giuliano, che con la sua infanteria leggiera avea condotto l'attacco[599], gettò un occhio perito e sperimentato lungo le file: secondo i precetti d'Omero[600] furon distribuiti nella fronte e nella retroguardia i soldati più valorosi, e tutte le trombe dell'esercito Imperiale intuonarono la battaglia. I Romani, gettato un grido militare, avanzarono con passi misurati sulle animose note della marziale lor musica; lanciarono i lor formidabili giavellotti, e corsero avanti con le spade nude per privare i Barbari, mediante uno stretto combattimento, del vantaggio delle armi da scagliare. Tutto l'attacco durò più di dodici ore, finattanto che la gradual ritirata de' Persiani si mutò in disordinata fuga, di cui diedero vergognoso esempio i primi Duci ed il Surenas medesimo. Furono essi perseguitati fino alle porte di Ctesifonte, ed i vincitori avrebber potuto entrare nella sbigottita città[601], se il lor generale Vittore, ch'era mortalmente ferito da un dardo, non gli avesse scongiurati a desistere da una temeraria impresa, che avrebbe dovuto riuscir fatale, se non andava felicemente. Dalla lor parte i Romani non trovaron che la perdita di settantacinque soldati; mentre asserivan che i Barbari avean lasciato sul campo due mila cinquecento o anche seimila dei loro più valenti guerrieri. La preda fu quale poteva aspettarsi dalla ricchezza e dal lusso di un campo Orientale; una gran quantità d'oro e d'argento, splendide armi e fornimenti di cavalli, letti e tavole d'argento massiccio. Il vittorioso Imperatore distribuì come premj di valore diversi doni e molte corone civiche, murali e navali, ch'egli (e forse era il solo) stimava più preziose delle ricchezze dell'Asia. Fu offerto un solenne sacrifizio al Dio della guerra, ma dalle osservazioni delle vittime si minacciarono i più infelici successi; e Giuliano tosto rilevò dai meno equivoci segni, ch'esso allora era giunto al termine della sua prosperità[602]. Il giorno dopo la battaglia le guardie domestiche, i Gioviani e gli Erculei, ed il resto delle truppe, che componevan quelli due terzi di tutto l'esercito, furon trasferiti sicuramente di là dal Tigri[603]. Mentre i Persiani dalle mura di Ctesifonte miravano la desolazione dell'addiacente campagna, Giuliano spesso gettava un ansioso sguardo verso il Nord, aspettando che siccome aveva egli vittoriosamente penetrato fino alla capitale di Sapore, così la marcia e l'unione di Sebastiano e di Procopio, suoi luogotenenti, sarebbesi eseguita con ugual diligenza e coraggio. Restò delusa la sua aspettativa dal tradimento del Re di Armenia, che permise, e più probabilmente ordinò la diserzione delle ausiliarie sue truppe dal campo Romano[604] e dalle dissensioni dei due Generali, che erano incapaci di formare o d'eseguire alcun disegno pel pubblico vantaggio. Quando ebbe l'Imperatore perduta la speranza di quest'importante rinforzo, condiscese a tenere un consiglio di guerra, ed approvò, dopo un lungo dibattimento, il parere di quei Generali, che dissuadevano l'assedio di Ctesifonte come un'impresa inutile e perniciosa. Non è facile per noi il concepire, per mezzo di quali arti di fortificazione una città, ch'era stata tre volte assediata e presa dai predecessori di Giuliano, si fosse potuta rendere inespugnabile a fronte di un esercito di sessantamila Romani sotto il comando d'un prode ed esperto Generale, ed abbondantemente forniti di navi, di provvisioni, di macchine per assedio e di arnesi militari. Ma possiamo assicurarci, atteso l'amor della gloria ed il disprezzo del pericolo che formavano il carattere di Giuliano, ch'ei non fu certamente scoraggiato da ostacoli di piccola importanza o immaginari[605]. Nel tempo stesso, in cui rinunziò all'assedio di Ctesifonte, rigettò con ostinazione e con isdegno le più lusinghiere offerte d'un trattato di pace. Sapore ch'era stato sì lungamente assuefatto alla tarda ostentazione di Costanzo, restò sorpreso dall'intrepida diligenza del suo successore. Fu ordinato ai Satrapi delle distanti Province, sino ai confini dell'India e della Scizia, d'unire le loro truppe, e di marciare senza dilazione in aiuto del proprio Monarca. Ma se ne prolungarono i preparativi, e lenti furono i lor movimenti; e prima che Sapore potesse condurre in campo un'armata, ebbe la trista novella della devastazione dell'Assiria, della rovina dei suoi palazzi e della strage delle più valenti sue truppe, che difendevano il passo del Tigri. Fu umiliato l'orgoglio della real dignità fino alla polvere; egli si cibò sulla nuda terra; e la scarmigliata sua chioma esprimeva il dolore e l'agitazione dello spirito. Forse non avrebbe ricusato di comprare con la metà del suo regno la sicurezza del resto; e volentieri si sarebbe dichiarato, in un trattato di pace, fedele e dipendente alleato del Romano conquistatore. Sotto pretesto di affari privati fu segretamente spedito un ministro di qualità e di confidenza ad abbracciare le ginocchia d'Ormisda per pregarlo, coll'espressione di un supplichevole, di poter essere introdotto alla presenza dell'Imperatore. O sia che il principe Sassanide prestasse orecchio alla voce dell'orgoglio o dell'umanità, o sia che consultasse i sentimenti della sua nascita o i doveri della situazione, egli era per ogni parte inclinato a promuovere un salutevole metodo per terminare le calamità della Persia, ed assicurare il trionfo di Roma. Restò sorpreso dall'inflessibil fermezza d'un Eroe, che, per disgrazia di se medesimo e dei suoi, rammentavasi che Alessandro avea ugualmente rigettato le proposizioni di Dario. Ma siccome Giuliano conosceva che la speranza d'una sicura ed onorevol pace avrebbe potuto raffreddar l'ardore delle sue truppe, istantemente richiese che Ormisda licenziasse privatamente il ministro di Sapore per toglier questa pericolosa tentazione alla cognizion dell'esercito[606]. L'onore non meno che l'interesse di Giuliano lo distoglievano dal consumare il tempo sotto le inespugnabili mura di Ctesifonte; ed ogni volta ch'egli sfidava i Barbari, che difendevano la città, a venirgli contro in campo aperto, essi prudentemente rispondevano, che se desiderava d'esercitare il proprio valore, potrebbe andare in cerca dell'esercito del Gran Re. Ei fu mosso dall'insulto, ed accettò il consiglio. Invece di limitare servilmente la sua marcia alle rive dell'Eufrate e del Tigri, risolvè d'imitare il rischioso coraggio d'Alessandro, e d'arditamente avanzarsi nelle Province interiori, finattanto che potesse forzare il nemico a combattere seco, forse nelle pianure d'Arbella, per l'Impero dell'Asia. La magnanimità di Giuliano fu approvata ed applaudita dagli artifizj d'un nobil Persiano, che per amor della patria erasi generosamente indotto a fare una parte piena di pericolo, di falsità e di vergogna[607]. Con una truppa di fedeli seguaci portossi al campo Imperiale; espose in un artificioso discorso le ingiurie che avea sofferte; esagerò la crudeltà di Sapore, la malcontentezza del popolo e la debolezza del regno: e confidentemente offrì sè stesso per ostaggio e per guida della marcia Romana. Dall'accortezza e dall'esperienza d'Ormisda si rappresentarono inutilmente i motivi più ragionevoli di sospetto; ed il credulo Giuliano, ammettendo il traditore alla sua confidenza, si lasciò persuadere a dare precipitosamente un ordine, che nell'opinione del Mondo parve che fosse contrario alla prudenza, e ponesse in rischio la sua salute. Distrusse in un'ora tutta la flotta, ch'erasi trasportata per più di cinquecento miglia a spese di tanti travagli, di tanto danaro e di tanto sangue. Si serbarono dodici o al più ventidue piccole barche per seguitare su' carri la marcia dell'esercito, e formare alle occorrenze de' ponti pel passaggio de' fiumi. Fu conservata la provvisione di venti giorni pe' soldati; e per assoluto comando dell'imperatore il resto de' magazzini con una flotta di mille cento vascelli che stavano all'ancora sul Tigri, abbandonossi alle fiamme. I Vescovi Cristiani Gregorio ed Agostino insultano la pazzia dell'apostata, ch'eseguiva con le proprie mani la sentenza della divina giustizia. La loro autorità, che in una questione militare potrebbe reputarsi per avventura di piccolo peso, vien confermata dal freddo giudizio d'un esperto soldato, che fu spettatore di quell'incendio; e che non potè disapprovare il repugnante mormorio delle truppe[608]. Ciò nonostante non mancano speciose, e forse anche sode ragioni, che potrebbero giustificare la risoluzione di Giuliano. L'Eufrate non era navigabile al di là di Babilonia, nè il Tigri oltre Opis[609]. La distanza di quest'ultima città dal campo Romano non era molto grande; e Giuliano avrebbe dovuto ben presto rinunziare alla vana ed ineseguibile impresa di condurre a forza una gran flotta contro la corrente d'un rapido fiume[610], che in molti luoghi era impedito da cateratte o naturali o fatte ad arte[611]. Non potea servire la forza delle vele e dei remi; bisognava rimorchiar le navi contro il corso del fiume; si sarebbe impiegata l'opera di ventimila soldati in quel tedioso e servil travaglio; e se i Romani continuavano a marciar lungo le sponde del Tigri, potevan solo aspettarsi di tornare alla lor case senza aver fatto alcuna impresa degna del genio o della fortuna del lor capitano. Se per l'opposto era buon progetto quello di avanzarsi nell'interno del paese, la distruzione della flotta o dei magazzini era l'unico mezzo di togliere quella preziosa preda dalle mani delle copiose ed attive truppe, che potevano improvvisamente sortir dalle porte di Ctesifonte. Se le armi di Giuliano fossero state vittoriose, adesso noi ammireremmo la condotta non men che il coraggio d'un Eroe, che privando i soldati della speranza di ritirarsi, non lasciò loro che l'alternativa fra la morte e la conquista[612]. Il grave bagaglio dell'artiglieria e dei carri, che ritarda le operazioni delle armate moderne, era in gran parte incognito in un campo di Romani[613]. Pure in ogni tempo il mantenimento di sessantamila uomini deve essere stato uno dei più importanti pensieri d'un prudente Generale; e tal sussistenza non potea trarsi che o dal proprio paese o da quel del nemico. Quand'anche Giuliano avesse potuto mantenere un ponte di comunicazione sul Tigri, e conservar le piazze già conquistate dell'Assiria, non poteva una desolata Provincia somministrare alcun abbondante e regolato soccorso in una stagione, in cui la terra era coperta dall'innondazion dell'Eufrate[614], e l'aria malsana oscurata da sciami d'innumerabili insetti[615]. L'apparenza d'un paese nemico era più atta ad invitare. L'estesa regione, che giace tra il fiume Tigri ed i monti della Media, era piena di città e di villaggi; ed il fertile suolo era per la massima parte in uno stato di coltivazione assai buono. Giuliano potea sperare che un conquistatore, il quale possedeva i due potenti strumenti di persuadere, il ferro e l'oro, sarebbesi facilmente procacciata una copiosa sussistenza dal terrore o dall'avarizia degli abitanti. Ma all'avvicinarsi dei Romani svanì ad un tratto questo ricco e ridente prospetto. Dovunque egli andava, gli abitatori abbandonavano i villaggi aperti, e rifuggivansi dentro alle fortificate città; era cacciato via il bestiame; e l'erbaggio ed il grano maturo consumato dal fuoco; e quando eran cessate le fiamme, che interrompevano la marcia di Giuliano, non gli si presentava che il tristo aspetto d'un nudo e fumante deserto. Questo disperato, ma efficace, sistema di difesa non può eseguirsi che o dall'entusiasmo d'un popolo che preferisce l'indipendenza a' suoi beni, o dal rigore d'un governo arbitrario, che provvede alla salvezza pubblica senza sottoporre all'inclinazion de' privati la libertà della scelta. Nell'occasione presente, lo zelo e l'ubbidienza de' Persiani secondò gli ordini di Sapore; e l'Imperatore fu in breve ridotto ad una tenue quantità di provvisioni, che gli andava continuamente mancando fra mano. Prima che fossero interamente consumate, avrebbe potuto condursi alle doviziose e deboli città d'Ecbatana o di Susa, mediante lo sforzo d'una marcia rapida e ben diretta[616]; ma restò privo anche di quest'ultimo ripiego per l'ignoranza delle strade e per la perfidia delle sue guide. I Romani andaron vagando più giorni all'oriente di Bagdad; il disertore persiano, che artificiosamente condotti gli avea nella rete, si sottrasse al loro sdegno; ed i seguaci di esso, posti alla tortura, confessarono il segreto della cospirazione. Le immaginarie conquiste dell'Ircania e dell'India, che per tanto tempo avean lusingato l'animo di Giuliano, adesso lo tormentavano. Consapevole che la propria imprudenza era la causa del pubblico male, stava con perplessità bilanciando le speranze di salute o di successo, senza potere ottenere alcuna soddisfacente risposta nè dagli uomini nè dagli Dei. Finalmente non essendovi altro compenso da prendere, si risolvè di voltare i suoi passi verso le rive del Tigri ad oggetto di salvare l'esercito per mezzo d'una precipitosa marcia verso i confini di Corduena, fertile ed amica Provincia, che riconosceva il dominio di Roma. Le scoraggiate truppe obbedirono al segnale della ritirata non più che settanta giorni dopo d'aver passato il Cabora con un'ardente fiducia di rovesciare il trono della Persia[617]. Per tutto il tempo in cui parve che i Romani si avanzassero nel paese, era osservata ed insidiata di lontano la loro marcia da vari corpi di cavalleria Persiana, che facendosi vedere alle volte in ordine più stretto, faceva delle piccole scaramuccie con le guardie avanzate. Questi distaccamenti però venivano sostenuti da una forza molto maggiore; ed appena i capi delle colonne si diressero verso il Tigri, che sollevossi un nuvol di polvere sul piano. I Romani, che allora non aspiravano che alla permissione di una sicura e pronta ritirata, volevano persuadersi che tale formidabile apparenza nasceva da una truppa di asini selvaggi, o dall'avvicinarsi di Arabi amici. Si arrestarono, piantarono le tende, fortificarono il campo, passaron tutta la notte in continue agitazioni, ed allo spuntar del giorno s'avvidero ch'eran circondati da un esercito di Persiani. Quest'armata, che potea solo riguardarsi come la vanguardia de' Barbari, fu tosto seguita da un grosso corpo di corazze, di arcieri e di elefanti comandati da Merane, Generale di riputazione e di qualità. Era egli accompagnato da due figli del Re e da molti de' primi Satrapi: e la fama e l'aspettazione esageravan la grandezza delle altre forze, che, lentamente s'avanzavano sotto la direzione di Sapore stesso. Continuando i Romani la marcia, la lunga loro ordinanza, che si doveva piegare, o dividere secondo le varietà del terreno, somministrava delle frequenti e favorevoli occasioni ai vigilanti nemici. I Persiani più volte li attaccarono impetuosamente; più volte furono rispinti con fermezza, e l'azione di Maronga, che meritò quasi il nome di battaglia, fu notabile per una gran perdita di Satrapi e di elefanti, che agli occhi del loro Monarca erano forse d'uguale valore. Non si ottennero tali splendidi vantaggi senza una corrispondente strage dalla parte dei Romani; restarono uccisi o feriti molti uffiziali di distinzione, e l'Imperatore medesimo, che in ogni occasione di pericolo inspirava e regolava il valore delle sue truppe, era costretto ad esporre la propria persona, ed a far uso della sua abilità. Il peso delle armi offensive e difensive, che formavano sempre la forza e sicurezza dei Romani, li rendeva incapaci a perseguitar lungamente e con vigore il nemico; laddove i cavalieri Orientali, essendo assuefatti a lanciare i giavellotti, ed a scagliare i dardi con somma velocità e per qualunque possibile direzione[618], la cavalleria Persiana non riusciva mai più formidabile che nel momento di una disordinata e rapida fuga. Ma la più certa ed irreparabil perdita dei Romani era quella del tempo. I robusti veterani, avvezzati al freddo clima della Gallia e Germania, languivano nel soffocante caldo d'una state d'Assiria, s'esauriva il loro vigore pei continui ordini di marciare e di combattere, e l'avanzamento dell'esercito era sospeso dalle precauzioni di una lenta e rischiosa ritirata in presenza d'un attivo nemico. Ogni giorno ed ogni ora a misura che diminuiva la quantità dei viveri nel campo Romano, crescevano la stima ed il prezzo[619]. Giuliano, che solea contentarsi di una dose di cibo, che non avrebbe soddisfatto un affamato soldato, distribuì per uso dello truppe le provvisioni della casa Imperiale, e tuttociò che potea risparmiarsi dei cavalli da soma dei Tribuni e dei Generali. Ma questo debol sollievo non servì che ad aggravare il sentimento della comune calamità, ed i Romani cominciarono ad aver le più tetre apprensioni, che avanti di poter giungere alle frontiere dell'Impero dovessero tutti perire o di fame, o per lo mani de' Barbari[620]. Mentre Giuliano combatteva con le difficoltà quasi insuperabili della sua situazione, impiegava sempre le quiete ore della notte nello studio o nella contemplazione. Ogni volta che chiudeva gli occhi in brevi ed interrotti sonni, il suo spirito era agitato da penose inquietudini; nè dee recar maraviglia che una volta gli comparisse davanti il Genio dell'Impero, in atto di coprirsi il capo od il corno dell'Abbondanza con un funereo velo, e di lentamente ritirarsi dalla tenda Imperiale. Il Monarca balzò fuori del letto, ed uscito dalla tenda per sollevare gli stanchi suoi spiriti con la freschezza dell'aria notturna, osservò un'ignea meteora, che balenò attraverso il cielo, ed immediatamente sparì. Giuliano restò convinto d'aver veduto il minaccevole aspetto del Dio della guerra[621]: il consiglio degli Aruspici Toscani[622], ch'ei convocò, disse tutto d'accordo, che si doveva astener dal combattere; ma in tal congiuntura la necessità e la ragione prevalsero alla superstizione, e le trombe allo spuntar del giorno diedero il segno. L'esercito marciava per un paese montuoso; e se n'erano segretamente occupate le alture dai Persiani. Giuliano, che conduceva la fronte dell'esercito con l'abilità e la diligenza d'un consumato Generale, fu sorpreso dalla notizia, ch'era stata improvvisamente attaccata la sua retroguardia. Il caldo della stagione l'aveva tentato a spogliarsi della corazza; ma strappato di mano lo scudo ad uno de' suoi famigliari, s'affrettò con un sufficiente rinforzo a soccorrer la retroguardia. Un pericolo simile richiamò l'intrepido Principe a difender la fronte; e nel tempo che galoppava fra le colonne, fu attaccato e quasi rotto il centro della sinistra da una impetuosa irruzione di cavalleria Persiana e di elefanti. Questo grosso corpo fu presto disfatto dalla ben intesa evoluzione della fanteria leggiera, che diresse le proprie armi con destrezza ed effetto contro le spalle dei cavalli e le gambe degli elefanti. I Barbari si diedero alla fuga; e Giuliano, che in ogni pericolo era sempre il primo, animava i suoi ad inseguirli con la voce e co' gesti. Le tremanti sue guardie, disperse ed angustiate dalla disordinata folla degli amici e de' nemici, rammentarono all'intrepido lor Sovrano, ch'egli era senza armatura, e lo scongiurarono ad evitare il colpo dell'imminente rovina. Nel tempo che così gridavano[623], fu scaricato da' fuggitivi squadroni un nuvol di dardi e di frecce; ed un 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000