costumi, quando con avida curiosità leggono gl'intrighi passeggieri
d'una Corte o l'accidental evento d'una battaglia.
Il virile orgoglio de' Romani, contento della potenza effettiva, aveva
lasciato alla vanità dell'Oriente la formalità e le ceremonie d'una
fastosa grandezza[259]. Ma, quando essi perdettero anche l'ombra di
quelle virtù, che nascevano dall'antica lor libertà, la semplicità dei
costumi Romani restò insensibilmente corrotta dalla tumida affettazione
delle Corti dell'Asia. Dal dispotismo degl'Imperatori abolite furono le
distinzioni del merito e del carattere personale, che son tanto cospicue
in una Repubblica, e così deboli ed oscure in una Monarchia; in luogo
loro fu sostituita una severa subordinazione di gradi, e di uffizi,
dagli schiavi titolati, che sedevano sugli scalini del trono, sino a'
più vili strumenti dell'arbitrario potere. Questa moltitudine di sudditi
abbietti aveva interesse di assicurare l'attual governo dal timore d'una
rivoluzione, che ad un tratto avrebbe potuto confonder le loro speranze,
ed impedire il premio de' lor servigi. In questa -Divina Gerarchia-
(giacchè in tal modo essa è frequentemente chiamata) veniva indicato con
la più scrupolosa esattezza ogni grado, e se ne spiegava la dignità con
una quantità di frivole e solenni ceremonie, la cognizione delle quali
richiedeva uno studio, ed era un sacrilegio l'ometterle[260]. Fu
corrotta la purità della lingua Latina, ammettendosi nell'uso continuo
della vanità e dell'adulazione un'abbondanza d'epiteti, che Tullio
avrebbe appena intesi, e che Augusto avrebbe rigettati con isdegno. I
primi uffiziali dell'Impero venivano salutati, anche dal Sovrano
medesimo, co' bugiardi titoli di vostra -Sincerità-, vostra -Gravità-,
vostra -Eccellenza-, vostra -Eminenza-, vostra -sublime ed ammirabil
Grandezza-, vostra -illustre e magnifica Altezza-[261]. Le lettere o sia
Patenti del loro uffizio erano curiosamente ripiene di quegli emblemi,
ch'eran più adattati a spiegarne la natura e la dignità; come sarebbero
l'immagine, o il ritratto del regnante Imperatore, un carro trionfale,
il libro delle costituzioni posto sopra una tavola, coperto d'un ricco
tappeto, ed illuminato da quattro ceri, le allegoriche figure delle
Province da governarsi, o i nomi e le insegne delle truppe, che si
dovevan comandare. Alcuni di questi simboli d'uffizio erano realmente
collocati nel luogo dove davasi udienza: altri precedevano il loro
pomposo treno, allorchè comparivano in pubblico, ed ogni circostanza del
lor portamento, dell'abito, degli ornati, e del corteggio era diretta ad
ispirare una profonda venerazione per quelli, che rappresentavano la
Maestà Suprema. Il sistema del governo Romano da un filosofico
osservatore potrebbe prendersi per uno splendido teatro, pieno di attori
di ogni grado e carattere, che ripetevano il linguaggio, ed imitavano le
passioni del loro originale[262].
Furono accuratamente distinti in tre classi tutti quei magistrati,
ch'erano di sufficiente importanza da meritar d'aver luogo nello stato
generale dell'Impero. Questi erano gli -Illustri-, gli -Spettabili- o
-Rispettabili-, ed i -Clarissimi-, che si possono esprimer dagl'Inglesi
colla parola -onorevoli-. Ne' tempi della Romana semplicità,
quest'ultimo epiteto serviva solo per indicare una indeterminata
espressione di deferenza, fin tanto che in progresso divenne il titolo
particolare e proprio di tutti quelli, ch'erano membri del Senato[263],
ed in appresso di coloro, che da quel venerabil corpo venivano eletti
per governar le Province. Molto tempo dopo si condiscese alla vanità di
quelli, che in forza del loro grado ed uffizio potevan pretendere una
maggior distinzione sopra il resto dell'ordine Senatorio col nuovo
titolo di -Rispettabili-: ma quello d'-Illustri- fu sempre riservato ad
alcuni personaggi eminenti, che dalle altre due classi si riverivano ed
obbedivano come superiori. Esso fu comunicato soltanto 1. a' Consoli ed
a' Patrizj; 2. a' Prefetti del Pretorio, ed a quelli di Roma e di
Costantinopoli; 3. a' Generali di cavalleria e d'infanteria; e 4. a'
sette ufficiali del palazzo, ch'esercitavano le lor sacre funzioni
intorno alla persona dell'Imperatore[264]. Fra quegl'illustri
Magistrati, che si stimavano del medesimo grado, l'anzianità nel posto
cedeva il luogo alla riunione di più dignità[265]. Gl'Imperatori, che
desideravano di moltiplicare i loro favori, potevano alle volte coll'uso
de' codicilli onorarj soddisfare la vanità, ma non l'ambizione de'
cortigiani impazienti[266].
I. Fintanto che i Consoli Romani furono i primi magistrati d'uno Stato
libero, dall'elezione del popolo nasceva il diritto ch'essi avevano
d'esercitare la lor potestà; e fintanto che gl'Imperatori condiscesero a
mascherare la servitù, che imponevano a Roma, i Consoli continuarono ad
esser eletti da' voti o reali o apparenti del Senato. Ma sino dal regno
di Diocleziano furono aboliti anche questi vestigi di libertà, ed i
felici candidati, che venivano insigniti degli annuali onori del
Consolato, affettavan di deplorare l'umiliante condizione de' loro
predecessori. Gli Scipioni ed i Catoni eran ridotti a sollecitare i voti
de' plebei, a sostenere le gravi e dispendiose formalità d'una elezione
popolare, e ad esporre la lor dignità alla vergogna di un pubblico
rifiuto; laddove il loro più fortunato destino gli avea serbati ad un
secolo e ad un governo, in cui si dispensavano i premj della virtù
dall'infallibil sapienza di un grazioso Sovrano[267]. Dichiaravasi nelle
lettere, cui l'Imperatore spediva a' due Consoli eletti, ch'essi erano
stati creati per la sola di lui autorità[268]. I loro nomi e ritratti,
incisi sopra tavolette d'avorio dorate, si spargevano per l'Impero come
presenti, che facevansi alle Province, alle Città, a' Magistrati, al
Senato ed al Popolo[269]. Si faceva la solenne loro inaugurazione
dov'era la residenza Imperiale, e per lo spazio di centovent'anni Roma
fu continuamente priva della presenza degli antichi suoi
magistrati[270]. La mattina del primo di Gennaio, i Consoli assumevano
le insegne della lor dignità. Si vestivano in tal occasione d'un abito
di porpora con ricami di seta e d'oro, ed alle volte con ornati di
sontuose gemme[271]. In questa solennità erano corteggiati da' più
eminenti uffiziali dello Stato e della milizia, in abito di Senatori; ed
i littori portavano avanti di loro gli inutili fasci, armati colle, una
volta, formidabili scuri[272]. La processione dal palazzo[273] andava al
Foro o piazza principale della città, dove i Consoli salivano sul lor
Tribunale, e si assidevano sulle sedie curuli, fatte all'usanza degli
antichi tempi. Essi esercitavano subito un atto di giurisdizione,
manumettendo uno schiavo, ch'era loro presentato per quest'effetto; e
tal ceremonia era diretta a rappresentare la celebre azione dell'antico
Bruto, autore della libertà e del Consolato, allorchè diede la
cittadinanza al fedel Vindice, che avea scoperta la cospirazione de'
Tarquinii[274]. La pubblica festa durava più giorni in tutte le città
principali, in Roma per costume, in Costantinopoli per imitazione; in
Cartagine, in Antiochia ed in Alessandria per amor del piacere, e per la
sovrabbondanza delle ricchezze[275]. Nelle due capitali dell'Impero gli
annuali giuochi del teatro, del circo e dell'anfiteatro[276] costavano
quattromila libbre d'oro, cioè intorno a trecento e ventimila zecchini;
e se una sì grave spesa oltrepassava le forze e la volontà de'
magistrati medesimi, si suppliva dal tesoro Imperiale[277]. Tosto che i
Consoli avevano adempiuto questi doveri di consuetudine, potevano
ritirarsi all'ombra della vita privata, e godere nel rimanente dell'anno
la tranquilla contemplazione della propria grandezza. Essi non
presedevano più alle adunanze della nazione, nè più eseguivano le
pubbliche determinazioni di pace o di guerra. Le loro facoltà (qualora
non fossero impiegati in altri uffizi di maggior efficacia) erano di
poco momento; ed i loro nomi non servivano che di legittima data per
l'anno, in cui avevano essi occupato il seggio di Mario e di Cicerone.
Contuttociò per altro si sentiva, e si confessava negli ultimi tempi
della schiavitù Romana, che questo vuoto nome poteva paragonarsi, ed
anche preferirsi al possesso della sostanzial potenza. Il titolo di
Console fu sempre l'oggetto più splendido dell'ambizione, ed il premio
più nobile della virtù e della fedeltà. Gli stessi Imperatori, che
disprezzavano la debole ombra della Repubblica, conoscevano di
acquistare maggior maestà e splendore ogni volta che assumevano gli
annuali onori della dignità consolare[278].
La più superba e perfetta divisione, che possa trovarsi in ogni tempo o
paese fra i nobili e la volgar gente, è forse quella de' patrizi e de'
plebei, quale fu stabilita ne' primi tempi della Repubblica Romana. I
primi possedevano quasi esclusivamente le ricchezze e gli onori, le
cariche dello Stato e le ceremonie della religione: e con la più
insultante gelosia[279] conservando essi la purità del lor sangue,
tenevano i loro clienti in una specie di coperto vassallaggio. Ma queste
distinzioni, tanto incompatibili con lo spirito d'un popolo libero,
furono dopo lungo dibattimento abolite, mediante i continui sforzi de'
Tribuni. I più attivi e fortunati fra' plebei accumulavano ricchezze,
aspiravano agli onori, meritavano Trionfi, contraevano parentele, e dopo
alcune generazioni assumevano l'orgoglio dell'antica nobiltà.[280] Le
famiglie patrizie, per lo contrario, il primitivo numero delle quali non
era stato accresciuto fino al termine della Repubblica, o mancarono
secondo l'ordinario corso di natura, o furono estinte in tante guerre di
fuori e domestiche, o per mancanza di merito o di fortuna
insensibilmente si frammischiarono con la massa del popolo[281]. Ben
poche ne rimanevano, che potesser dimostrare pura e genuina l'origine
loro fin dal principio della città o anche da quello della Repubblica,
quando Cesare ed Augusto, Claudio e Vespasiano dal corpo del Senato
prescelsero un numero competente di nuove famiglie patrizie, colla
speranza di perpetuare un ordine, che si considerava sempre come
onorevole e sacro[282]. Ma questi artificiali supplementi (ne' quali era
sempre inclusa la casa regnante) furono rapidamente tolti di mezzo dal
furore de' tiranni, dalle frequenti rivoluzioni, dal cangiamento de'
costumi e dalla mescolanza delle nazioni[283]. Quando Costantino salì
sul trono, poco più vi restava che una indeterminata ed imperfetta
tradizione, che i Patrizi erano stati una volta i primi fra' Romani.
Formare un corpo di nobili, l'influenza de' quali può restringere
l'autorità del Monarca nel tempo che l'assicura, sarebbe stato molto
incoerente al carattere ed alla politica di Costantino; ma quand'anche
si fosse da lui nutrito seriamente questo pensiero, avrebbe oltrepassato
i limiti del suo potere il ratificare con un editto arbitrario una
instituzione che aspettar dee la conferma dal tempo e dall'opinione.
Egli richiamò, è vero, a nuova vita il titolo di Patrizi; ma lo richiamò
come una distinzione personale non ereditaria. Essi non cedevano che
alla passeggiera superiorità de' Consoli annuali; ma godevano la
preeminenza sopra tutti i grandi uffiziali dello Stato col più
famigliare accesso alla persona del Principe. Fu dato loro
quest'onorevole dignità a vita; e siccome per ordinario essi erano
favoriti e ministri, che avevano invecchiato nella Corte Imperiale, così
dalla ignoranza e dall'adulazione fu pervertita la vera etimologia di
quel nome, ed i Patrizi di Costantino furono venerati come i padri
adottivi dell'Imperatore e della Repubblica[284].
II. Le vicende de' Prefetti del Pretorio furono totalmente diverse da
quelle de' Consoli e de' Patrizi; questi videro la loro antica grandezza
ridursi ad un vano titolo, quelli a grado a grado innalzandosi dalla
condizione più bassa, furono investiti dell'amministrazione sì civile
che militare del mondo Romano. Dal regno di Severo fino a quello di
Diocleziano si confidavano alla loro soprantendenza le guardie del
palazzo, le leggi e le finanze, le armate e le province; e come i Visir
dell'Oriente, con una mano essi tenevano il sigillo, e coll'altra la
bandiera dell'Impero. L'ambizione de' Prefetti sempre formidabile, e
qualche volta fatale a' signori medesimi a' quali servivano, era
sostenuta dalla forza delle truppe Pretoriane; ma dopo che quel superbo
corpo fu indebolito da Diocleziano, e finalmente soppresso da
Costantino, i Prefetti che sopravvissero alla caduta di quello, senza
difficoltà si ridussero alla condizione di utili ed obbedienti ministri.
Quando essi non furono più responsabili della sicurezza della persona
Imperiale, dimisero la giurisdizione, che avevano fino a quell'ora
preteso d'avere, e s'esercitarono in tutti i dipartimenti del palazzo.
Tosto che cessarono di condurre alla guerra sotto i loro ordini il fiore
delle truppe Romane, furono spogliati da Costantino d'ogni militar
comando; ed in ultimo i capitani delle guardie, per una singolare
rivoluzione, trasformati furono in civili magistrati delle province.
Secondo il sistema di governo stabilito da Diocleziano, ciascheduno de'
quattro Principi aveva il suo Prefetto del Pretorio, e dopo che la
Monarchia si fu di nuovo riunita nella persona di Costantino, egli
continuò a creare l'istesso numero di quattro Prefetti, ed alla lor cura
affidò le stesse province, ch'essi già amministravano, 1. Il Prefetto
dell'Oriente stendeva l'ampia sua giurisdizione alle tre parti del
globo, che eran sottoposte a' Romani, dalle cateratte del Nilo ai lidi
del Fasi, e dalle montagne della Tracia fino alle frontiere della
Persia; 2. Le importanti province della Pannonia, della Dacia, della
Macedonia e della Grecia riconoscevano una volta l'autorità del Prefetto
dell'Illirico; 3. La potestà del Prefetto dell'Italia non si ristringeva
soltanto al paese da cui prendeva il titolo, ma s'estendeva di più al
territorio della Rezia fino alle sponde del Danubio, alle dipendenti
isole del Mediterraneo ed a tutta quella parte del continente
dell'Affrica, che trovasi fra' confini di Cirene e quelli della
Tingitania: 4. Il Prefetto delle Gallie, sotto questa plurale
denominazione, comprendeva le contigue province della Britannia e della
Spagna, ed era obbedito, dalla muraglia d'Antonino fino al forte del
monte Atlante[285].
Dopo che i Prefetti del Pretorio furono dimessi da ogni militar comando,
le civili funzioni, che fu ordinato loro d'esercitare sopra tante
soggette nazioni, erano adequate all'ambizione ed all'abilità de' più
consumati ministri. Alla lor saviezza fu commessa l'amministrazione
suprema della giustizia e delle finanze; oggetti che in tempo di pace
comprendono quasi tutti i respettivi doveri del Sovrano e del popolo;
del primo per difendere i cittadini, che sono ubbidienti alle leggi; del
secondo per contribuire quella porzione di lor sostanze, che si richiede
per le spese dello Stato. Dall'autorità de' Prefetti del Pretorio si
regolavano il conio delle monete, le pubbliche strade, le poste, i
granai, le manifatture e tutto ciò, che interessar potea la pubblica
prosperità. Come immediati rappresentanti della maestà Imperiale avevan
la facoltà di spiegare, di ampliare, o qualche volta di modificare gli
editti generali per mezzo delle prudenziali loro dichiarazioni.
Invigilavano essi sulla condotta de' Governatori delle province,
deponevano i trascurati, e punivano i delinquenti. In ogni affar
d'importanza o civile o criminale si poteva appellare da qualunque
inferior tribunale a quello del Prefetto; ma le sentenze di esso eran
finali ed assolute, e gl'Imperatori medesimi ricusavano d'ammettere
alcuna querela contro il giudizio, o l'integrità di un magistrato,
ch'essi onoravano di tanto illimitato potere[286]. Il suo stipendio era
conveniente alla sua dignità[287]; e se era dominato dalla passione
dell'avarizia, gli si presentavano frequenti occasioni di fare una
doviziosa raccolta di gratificazioni, di presenti e di profitti d'ogni
genere. Quantunque gl'Imperatori non avessero più timore dell'ambizione
de' loro Prefetti, avevano però l'avvertenza di contrabbilanciare il
potere di questa gran carica con l'incertezza e la brevità della sua
durata[288].
Le sole città di Roma e di Costantinopoli, per causa della somma loro
dignità ed importanza, erano eccettuate dalla giurisdizione de' Prefetti
del Pretorio. L'immensa grandezza della città, e l'esperienza della
tarda ed inefficace azione delle leggi aveva somministrato alla politica
d'Augusto uno specioso pretesto d'introdurre in Roma un nuovo
Magistrato, che solo potesse tenere in freno una servile e turbolenta
plebaglia col forte braccio del potere arbitrario[289]. Per primo
Prefetto di Roma fu destinato Valerio Messala, affinchè la sua
riputazione favorisse un atto sì odioso; ma in capo a pochi giorni quel
buon cittadino[290] dimise il suo uffizio, dichiarando con un animo
degno dell'amico di Bruto, ch'egli si riconosceva incapace d'esercitare
un potere incompatibile colla pubblica libertà[291]. Quando incominciò a
divenir più debole il sentimento di libertà, si videro con più chiarezza
i vantaggi del buon ordine; ed al Prefetto, che sembrava esser destinato
solo per terrore degli schiavi e de' vagabondi, fu permesso d'estendere
la sua civile e criminale giurisdizione sulle famiglie nobili ed
equestri di Roma. I Pretori, che ogni anno creavansi come giudici della
legge e dell'equità, non poterono contrariar lungo tempo il possesso del
Foro ad un Magistrato vigoroso e permanente, che ordinariamente
ammettevasi alla confidenza del Principe. I lor tribunali erano
abbandonati, il loro numero, che altre volte era stato variamente fra i
dodici e i diciotto[292], fu appoco appoco ridotto a due o tre, e le
loro importanti funzioni si ristrinsero alla dispendiosa
obbligazione[293] di dare i giuochi per divertimento del Popolo. Dopo
che l'uffizio de' Consoli Romani si cangiò in una vana pompa, che rare
volte si sfoggiava nella capitale, i Prefetti presero il vacante lor
posto in Senato, e furono ben presto riconosciuti come i Presidenti
ordinari di quella augusta assemblea. Ricevevano essi gli appelli fino
alla distanza di cento miglia, e risguardavasi come un principio di
giurisprudenza, che da loro soli dipendeva tutta l'autorità
municipale[294]. Nell'esecuzione del suo laborioso impiego, era il
Governatore di Roma assistito da quindici uffiziali, alcuni de' quali in
origine erano stati uguali o anche superiori di esso. Le principali sue
incumbenze si riferivano al comando di una copiosa guardia, stabilita
per difender la città dagli incendi, da' rubamenti e da' notturni
disordini; alla custodia e distribuzione del grano e delle provvisioni
pubbliche; alla cura del porto, degli acquedotti, delle comuni cloache,
della navigazione e del letto del Tevere; ed all'inspezione sopra i
mercati; i teatri e le opere sì private che pubbliche. La lor vigilanza
risguardava i tre principali oggetti di una regolar polizia, vale a dire
la sicurezza, l'abbondanza e la mondezza della città; ed era destinato
un particolare inspettore per le statue in prova dell'attenzione del
governo a conservar lo splendore e gli ornamenti della Capitale: questi
era come un custode di quell'inanimato popolo, che secondo lo
stravagante computo d'un antico Scrittore, appena era inferiore di
numero a' viventi abitatori di Roma. Circa trent'anni dopo la fondazione
di Costantinopoli, fu creato anche in quella Capitale nascente un
magistrato simile al Prefetto di Roma per i medesimi usi, e colle
medesime facoltà; e fu stabilita una perfetta uguaglianza fra la dignità
de' -due- Prefetti municipali, e de' -quattro- del Pretorio[295].
Quelli, che nell'Imperial gerarchia distinguevansi col titolo di
-Rispettabili-, formavano una classe intermedia fra gl'-Illustri-
Prefetti e gli -Onorevoli- Magistrati delle Province. In questa classe i
Proconsoli dell'Asia, dell'Acaia, e dell'Affrica pretendevano la
preeminenza, che accordavasi alla memoria dell'antica lor dignità; e
l'appello dal lor tribunale a quello de' Prefetti era quasi l'unico
segno di lor dipendenza[296]. Ma il governo civile dell'Impero era
distribuito in tredici ampie -Diocesi-, ognuna delle quali uguagliava la
giusta estensione di un potente Regno. La prima di queste diocesi era
sottoposta alla giurisdizione del -Conte- d'Oriente; e si può formare
un'idea dell'importanza, e del numero delle sue funzioni col solo
riflettere che per l'immediato di lui uso erano impiegati seicento
apparitori, che ora si direbbero segretari, giovani assistenti o
messi[297]. Non era più occupato da un Cavalier Romano il posto di
-Prefetto Augustale- d'Egitto: ma ne fu ritenuto il nome, e furon
continuate nel Governatore di quella diocesi le straordinarie facoltà,
che una volta la situazione del paese ed il temperamento degli abitanti
rendettero indispensabili. Le altre undici diocesi dell'Asia, del Ponto
e della Tracia; della Macedonia, della Dacia, e della Pannonia o sia
dell'Illirico occidentale; dell'Italia e dell'Affrica; della Gallia,
della Spagna, e della Gran-Brettagna erano governate da dodici -Vicari-
o -Viceprefetti-[298], il nome de' quali spiega abbastanza la natura e
la dipendenza del loro uffizio. Può aggiungersi ancora, che i
luogotenenti generali degli eserciti Romani, ed i Conti e Duchi
militari, de' quali dovremo da qui avanti parlare, goderono la dignità
ed il titolo di -Rispettabili-.
A misura che prevaleva ne' consigli degl'Imperatori lo spirito di
gelosia e d'ostentazione, attendevano essi a dividere con diffidente
sollecitudine la sostanza, ed a moltiplicare i titoli del potere. I
vasti paesi, che i conquistatori Romani avevan uniti sotto la medesima
semplice forma di governo, furon senz'avvedersene sminuzzati in piccioli
frammenti; finchè in ultimo tutto l'Impero fu diviso in cento sedici
Province, ognuna delle quali aveva un dispendioso e splendido
stabilimento. Tre di queste eran governate da -Proconsoli-, trentasette
da -Consolari-, cinque da -Correttori-, e settantuna da -Presidenti-.
Diversi erano i nomi di questi magistrati, disposti in successivo ordine
i loro gradi, ingegnosamente variate le insegne della lor dignità, e la
lor situazione secondo le accidentali circostanze diveniva più o meno
piacevole o vantaggiosa. Ma tutti (eccettuati solo i Proconsoli) erano
ugualmente compresi nella classe degli -onorevoli-, ed era ugualmente
affidata loro in ogni rispettivo distretto l'amministrazione della
giustizia e delle finanze, finattanto che piacesse al Principe, sotto
l'autorità però de' Prefetti o de' lor deputati. I ponderosi volumi de'
Codici e delle Pandette[299] darebbero gran materia per una minuta
ricerca di quanto fosse migliorato il sistema del governo provinciale
dalla saviezza de' Romani Politici e Giurisconsulti nello spazio di sei
secoli. Sarà però sufficiente per un Istorico lo scegliere due singolari
e salutevoli provvedimenti, diretti a restringer l'abuso dell'autorità.
1. Per mantener la pace ed il buon ordine i Governatori delle Province
erano armati colla spada della Giustizia. Essi infliggevano pene
corporali, e trattandosi di delitti capitali avevano il potere di vita e
di morte. Ma non avevan la facoltà di concedere al condannato la scelta
del supplizio, nè di condannare a veruna delle più miti ed onorevoli
specie d'esilio. Queste prerogative si riservavano ai Prefetti, i quali
soli potevano imporre la grave ammenda di cinquanta libbre d'oro, mentre
i loro Vicari non potevan passare la piccola quantità di poche
once[300]. Tal distinzione, la quale par che accordi un maggior grado
d'autorità nel tempo stesso che ne toglie un minore, si appoggiava sopra
un motivo assai ragionevole. Il grado più piccolo di potenza era
infinitamente più soggetto all'abuso. Le passioni d'un Magistrato
Provinciale potevano spesso indurlo ad atti di oppressione, che non
attaccassero che la libertà o le sostanze dei sottoposti; ma per un
principio di prudenza, e forse anche d'umanità, sempre avrebbe avuto
orrore a versare un sangue innocente. Può in simil guisa riflettersi che
l'esilio, le considerabili pene pecuniarie, o la scelta d'una morte più
mite, si riferiscono particolarmente a' ricchi ed a' nobili; e perciò le
persone più esposte all'avarizia, o alla collera di un provincial
Magistrato si toglievano all'oscura di lui persecuzione per soggettarle
al più augusto ed imparzial tribunale del Pretorio. 2. Poichè a ragione
temevasi che si potesse corrompere l'integrità del giudice, se vi poteva
entrare il proprio di lui interesse, o impegnarvisi le sue affezioni, si
fecero i più rigorosi regolamenti per escludere, senza una special
dispensa dell'Imperatore, ogni persona dal governo di quella Provincia,
dov'era nata[301], e per impedire al Governatore o a' suoi figli di
contrar matrimonio con alcuna nazionale o abitante[302], o di comprare
schiavi, terre, o case dentro i limiti della propria giurisdizione[303].
Nonostanti queste rigorose precauzioni, l'Imperator Costantino, dopo
venticinque anni di regno, deplora la venalità e l'oppressione, che
s'usava nell'amministrar la giustizia, ed esprime col più ardente
sdegno, che l'udienza del Giudice, la spedizione o la dilazion degli
affari e la diffinitiva sentenza eran pubblicamente vendute o dal
giudice medesimo, o da' ministri del suo tribunale. La ripetizione di
leggi impotenti e di minacce inefficaci dimostra la continuazione, e
forse anche l'impunità di questi delitti[304].
Tutti i Magistrati civili erano tratti dal ceto de' Professori di legge.
Le famose Istituzioni di Giustiniano son dirette alla gioventù de' suoi
dominj, che s'era data allo studio della giurisprudenza Romana; ed il
Sovrano si compiace di animare la loro diligenza con assicurarli, che la
loro perizia ed abilità sarebbe a suo tempo premiata con aver parte, in
proporzion del loro merito, nel governo della Repubblica[305].
S'insegnavano gli elementi di questa lucrosa scienza in tutte le città
considerabili dell'Oriente e dell'Occidente; ma la più celebre scuola
era quella di Berito[306] sulle coste della Fenicia, che fioriva da più
di tre secoli fin dal tempo d'Alessandro Severo, autor forse di uno
stabilimento sì vantaggioso al suo paese nativo. Dopo un regolare corso
d'educazione, che durava cinque anni, gli studenti si spargevano per le
province, andando in cerca di ricchezze e di onori: nè poteva loro
mancare un'infinita quantità di affari in un grand'Impero già corrotto
dalla moltiplicità delle leggi, delle arti e de' vizi. Il solo tribunale
del Prefetto del Pretorio d'Oriente poteva somministrar impiego a
centocinquanta Avvocati, sessantaquattro de' quali erano distinti con
particolari privilegi, ed ogni anno due se ne sceglievano con l'onorario
di sessanta libbre d'oro per difendere le cause del fisco. Si faceva il
primo esperimento dei loro talenti rispetto alle materie giudiciali con
destinarli ad agire, secondo le occasioni, come assessori dei
magistrati; quindi erano spesso innalzati a presedere in quei tribunali,
avanti ai quali avean patrocinate le cause; ottenevano il governo d'una
Provincia, e coll'aiuto del merito, della riputazione, o del favore
successivamente a grado a grado salivano alle -illustri- dignità dello
Stato[307]. Nella pratica del Foro questi uomini avevan considerata la
ragione come un istrumento di disputa; interpretavano essi le leggi
secondo i dettami del privato interesse; e le medesime perniciose
abitudini restavano sempre inerenti al loro carattere nella pubblica
amministrazione dello Stato. L'onore in vero d'una profession liberale
si è sostenuto da molti antichi e moderni avvocati, che hanno occupato i
più importanti posti con grand'integrità e costumata saviezza; ma nel
declino della giurisprudenza Romana l'ordinaria promozione de'
Giureconsulti era piena d'inganno e d'infamia. Quella nobile arte, che
s'era una volta mantenuta come la sacra eredità dei Patrizi, era caduta
nelle mani de' liberti e de' plebei[308], che piuttosto colle astuzie
che col sapere ne facevano un sordido e pernicioso commercio. Alcuni di
loro s'insinuavano nelle famiglie ad oggetto di fomentare le differenze,
di promuover le liti, e di preparare una messe di guadagno per loro
medesimi, o pe' lor confratelli. Altri, chiusi ne' lor gabinetti, si
davano l'aria di gran Professori di legge, somministrando ad un ricco
cliente delle sottigliezze per confondere la più patente verità, o degli
argomenti per colorire le pretensioni più ingiuste. La classe più
copiosa e popolare si componeva dagli avvocati, ch'empivano il Foro col
suono della lor turgida e loquace rettorica. Non curanti della
riputazione e della giustizia, per la maggior parte ci vengono
rappresentati come guide ignoranti e rapaci, che conducevano per un
labirinto di spese, di dilazioni, e di ostacoli i loro clienti, dai
quali, dopo un tedioso corso di anni, finalmente venivano abbandonati,
quando eran quasi esaurite la pazienza e le sostanze di essi[309].
III. Nel sistema politico introdotto da Augusto, i Governatori, almeno
quelli delle Province Imperiali, erano investiti del pieno potere, che
aveva il Sovrano medesimo. Da loro soli dipendevano i ministri sì di
pace che di guerra, essi distribuivano i premj e le pene, e comparivano
su' lor tribunali con gli abiti della civile magistratura, dopo che
tutti armati si eran trovati alla testa delle Romane legioni[310].
L'influenza del danaro, l'autorità della legge ed il comando della
milizia concorrevano a rendere il lor potere supremo ed assoluto; o
quando essi eran tentati di violare la loro fedeltà verso il Principe,
la provincia fedele, che restava avvolta nella lor ribellione, appena
sentiva nel suo stato politico alcun cangiamento. Dal tempo di Commodo
fino al regno di Costantino, potrebbero contarsi cento Governatori, che
con vario successo innalzarono la bandiera della ribellione; e
quantunque troppo spesso venisser sacrificati degl'innocenti, si
potevano alle volte anche prevenire de' colpevoli dalla sospettosa
crudeltà del lor Signore[311]. Costantino, per assicurare il suo trono e
la pubblica tranquillità da questi formidabili servitori, risolvè di
dividere l'amministrazione civile dalla militare, e di stabilire, come
una distinzione permanente e di professione, una pratica che non era
stata adottata che come un accidentale espediente. La suprema
giurisdizione ch'esercitava il Prefetto del Pretorio sugli eserciti
dell'Impero, fu trasferita in due Maestri -Generali-, ch'egli creò, uno
per la cavalleria, l'altro per l'infanteria; e sebbene ciascheduno di
quest'-Illustri- ufficiali fosse più specialmente mallevadore della
disciplina di quelle truppe, ch'erano sotto l'immediata di lui
direzione, pure ambidue promiscuamente comandavano in campo i diversi
corpi di cavalli o di fanti, che trovavansi uniti nella medesima
armata[312]. Il loro numero tosto fu raddoppiato, attesa la divisione
dell'Oriente dall'Occidente, e furon distribuiti come Generali separati,
del medesimo titolo e grado fra loro, nelle quattro importanti frontiere
del Reno, dell'alto e del basso Danubio, e dell'Eufrate: e finalmente fu
commessa la difesa del Romano Impero ad otto Maestri generali di
cavalleria e d'infanteria. Sotto i lor ordini eran disposti nelle varie
province trentacinque comandanti militari: tre nella Britannia, sei
nella Gallia, uno nella Spagna, uno nell'Italia, cinque sull'alto
Danubio, e quattro sul basso, otto nell'Asia, tre nell'Egitto, e quattro
nell'Affrica. I titoli di -Conti- e di -Duchi-[313], per mezzo de' quali
venivano essi propriamente distinti, hanno un significato così diverso
negl'idiomi moderni, che l'uso di essi può recar qualche maraviglia. Ma
converrebbe rammentarsi che il secondo di questi nomi non è che la
corruzione d'una parola Latina, che distintamente applicavasi a
qualunque capo di milizia. Tutti questi Generali dunque delle Province
eran -Duchi-; ma non ve n'eran che dieci fra loro, i quali fossero
decorati del grado di -Conti- o compagni; titolo d'onore, o piuttosto di
favore, che s'era di fresco inventato nella Corte di Costantino.
L'insegna, che distingueva l'uffizio dei Conti e dei Duchi, era un
cingolo d'oro; ed oltre la paga si donava loro tanto da poter mantenere
cento novanta servi e cento cinquant'otto cavalli. Era loro vietato
rigorosamente d'ingerirsi in alcuna cosa, che appartenesse
all'amministrazione della giustizia o delle pubbliche rendite; ma il
comando altresì ch'esercitavan sopra le truppe del lor dipartimento era
indipendente dall'autorità de' magistrati. Verso l'istesso tempo, in cui
Costantino stabiliva le leggi per l'ordine Ecclesiastico, egli instituì
nel Romano Impero il geloso equilibrio fra la potestà civile e militare.
L'emulazione, ed alle volte anche la discordia che regnava fra due
professioni d'interessi opposti e di costumi non compatibili fra loro,
produceva conseguenze ora utili ed ora perniciose. Si poteva rare volte
aspettare, che il Generale ed il Governator civile di una provincia
cospirassero insieme per disturbar la quiete di essa, o si unissero per
procurarne il vantaggio. Mentre l'uno differiva di prestar quell'aiuto,
che l'altro sdegnava di sollecitare, le truppe rimanevano bene spesso
senza ordini o senza paghe; tradivasi la pubblica sicurezza, ed i
sudditi senza difesa erano esposti al furore dei Barbari.
L'amministrazione così divisa, qual fu stabilita da Costantino, indebolì
il vigor dello Stato, mentre assicurò la tranquillità del Monarca.
Si è meritamente censurata la memoria di Costantino per un'altra
innovazione, che corruppe la disciplina militare, e preparò la rovina
dell'Impero. I diciannove anni, che precederono l'ultima sua vittoria
sopra Licinio, erano stati un periodo di licenza, e d'interna discordia.
I rivali, che contendevano per il possesso del Mondo Romano, avean
ritirata la maggior parte delle lor forze dalla guardia delle loro
frontiere generali; e le principali città, che formavano i confini de'
rispettivi loro dominj, eran piene di soldati che ne risguardavano i
nazionali come i più implacabili loro nemici. Dopo che fu cessato il
bisogno di queste interne guarnigioni col fine della guerra civile, il
conquistatore mancò di prudenza o di fermezza per restituire la severa
disciplina di Diocleziano, e per sopprimere una fatale indulgenza, che
l'abito avea renduta cara, e quasi avea confermata all'ordine militare.
Nel regno di Costantino, fu ammessa una popolare ed anche legal
distinzione fra' -Palatini-[314] ed i -Confinanti-, fra le truppe, che
impropriamente dicevansi del palazzo, e quelle delle frontiere. I primi
si distinsero per la superiorità della paga e de' privilegi, ed era loro
permesso, eccettuate le straordinarie occorrenze di guerra, di tenere
tranquillamente i loro quartieri nel cuore delle Province.
L'intollerabile peso di questi opprimeva le città più floride. I soldati
appoco appoco dimenticavano le virtù della lor professione, e si davano
solo a' vizi della vita civile, o s'avvilivano esercitandosi nelle arti
meccaniche, o erano snervati dalla mollezza de' bagni e de' teatri. Essi
divenner ben presto non curanti de' marziali esercizi, delicati nel
vitto e nel trattamento; e nel tempo che inspiravan terrore a' sudditi
dell'Impero, tremavano all'avvicinarsi che facevano con ostile anime i
Barbari[315]. Non era più mantenuta coll'istessa cura, nè difesa con
ugual vigilanza quella catena di fortificazioni, che Diocleziano ed i
suoi colleghi avean tirata lungo le sponde de' fiumi reali. I soldati,
che tuttavia rimanevamo sotto il nome di truppe di frontiera, potevan
servire per la difesa ordinaria. Ma il loro animo era avvilito
dall'umiliante riflessione, che essi, i quali eran esposti ai travagli
ed ai pericoli d'una perpetua guerra, venivan premiati solo con circa
due terzi della paga e degli emolumenti, che prodigamente si davano alla
truppe del palazzo. Anche le bande o legioni, ch'erano innalzate quasi
al livello di quegl'indegni favoriti, si sentivano in certo modo
disonorate dal titolo d'onore, che loro si permetteva d'assumere. Invano
si ripeterono da Costantino le più spaventose minacce di ferro e di
fuoco contro i soldati di frontiera, che avessero ardito di disertare,
di secondar le incursioni de' Barbari o di partecipar delle
spoglie[316]. Di rado si possono allontanare per mezzo di parziali
rigori que' danni che provengono da imprudenti consigli; e quantunque i
Principi, che succederono, si studiassero di restaurare la forza ed il
numero delle guarnigioni di frontiera, tuttavia l'Impero, fino
all'ultimo istante del suo scioglimento, continuò a languire per quella
mortal ferita, che gli fece con tanta inavvertenza e debolezza la mano
di Costantino.
Sembra che l'istessa timida politica di divider tutto ciò che è unito,
d'abbassare ciò che è eminente, di temere ogni attiva potenza, e di
sperar che i più deboli siano per riuscire i più obbedienti, prevalesse
nelle instituzioni di molti Principi, e specialmente in quelle di
Costantino. Il marziale orgoglio delle legioni, i campi vittoriosi delle
quali erano stati sì spesso il teatro della ribellione, era nutrito
dalla memoria delle passate loro imprese, e dalla cognizione
dell'attuale loro forza. Finchè si mantennero nell'antico lor numero di
seimila uomini, ciascheduna di esse da se formava, sotto il regno di
Diocleziano, un oggetto visibile ed importante nella storia militare del
Romano Impero. Pochi anni dopo, questi corpi giganteschi ridotti furono
ad una molto minor grandezza; e quando la città d'Amida era difesa
contro i Persiani da sette legioni con alcuni ausiliari, l'intera
guarnigione, insieme con gli abitanti d'ambedue i sessi, e quelli
dell'abbandonata campagna, non passavano il numero di ventimila
persone[317]. Da questo, e da simili altri fatti vi è motivo di credere,
che la costituzione delle truppe legionarie, alla quale in parte
dovevasi il valore e la disciplina loro, fu sciolta da Costantino, e che
que' corpi d'infanteria Romana, che seguitavano ad arrogarsi gl'istessi
nomi od onori, non contenevano che mille, o mille cinquecento
uomini[318]. Facilmente si potea domar la cospirazione di tanti separati
distaccamenti, ciascheduno de' quali era intimorito dal sentimento della
propria debolezza; ed i successori di Costantino potevano secondar
l'amore, che avevano per l'ostentazione, con ispedir gli ordini loro a
cento trentadue legioni, descritte ne' ruoli de' numerosi loro eserciti.
Il resto delle truppe era diviso in centinaia di coorti d'infanteria e
di squadroni di cavalleria. Si credeva che le armi, i titoli, e le
insegne loro inspirasser terrore, e sfoggiassero la varietà delle
nazioni, che militavano sotto le bandiere Imperiali. Non v'era neppure
un'ombra di quella severa semplicità, che ne' tempi della libertà e
della vittoria, soleva distinguere la linea di battaglia d'un esercito
Romano dalla confusa oste d'un Monarca dell'Asia[319]. Un computo più
particolarizzato, tratto dalla -Notizia-, potrebbe esercitare la
diligenza d'un antiquario; ma l'istorico dovrà contentarsi d'osservare,
che il numero delle stazioni, o guarnigioni, stabilite sulle frontiere
dell'Impero, ascendeva a cinquecento ottantatremila soldati, e che, al
tempo dei successori di Costantino, l'intera forza della milizia si
considerava di seicento quarantacinquemila[320]. Uno sforzo così
prodigioso eccedeva il bisogno de' più antichi tempi e le forze de' più
recenti.
Secondo i varj stati della società si reclutano gli eserciti per motivi
molto diversi. I Barbari sono stimolati dall'amor della guerra; i
cittadini d'una Repubblica libera sogliono essere indotti da un
principio di dovere; i sudditi, o almeno i nobili d'una Monarchia sono
animati da un sentimento d'onore; ma i timidi e lussuriosi abitatori
d'un decadente Impero non possono essere allettati a militare che dalla
speranza del guadagno, o costretti dal timor della pena. Gli scrigni del
Romano erario erano esausti per l'accrescimento dello stipendio, pei
ripetuti donativi, e per l'invenzione di nuovi emolumenti e concessioni,
che nell'opinione della gioventù provinciale potevan compensare i
travagli ed i pericoli della milizia. Ciò nonostante quantunque la
statura de' soldati si fosse abbassata[321], quantunque vi fossero
ammessi, almeno per una tacita condiscendenza, indistintamente gli
schiavi, pure la difficoltà insormontabile di trovar regolari e adequate
leve di volontari, obbligò gl'Imperatori ad usare de' metodi più
efficaci e violenti. Le terre, che solevan darsi a' veterani come premj
liberi del loro valore, furono d'allora in poi accordate con una
condizione, che contiene i primi tratti delle concessioni feudali, vale
a dire, che i figli, che lor succedevano nell'eredità, si dessero alla
professione delle armi, tosto che giungevano all'età virile; e se
vilmente ricusavan di farlo, si punivano colla perdita dell'onore, de'
beni ed eziandio della vita[322]. Ma siccome l'annual prodotto de' figli
de' veterani non dava che un picciol sussidio a' bisogni della milizia,
si facevano spesso delle reclute nelle Province, ed ogni proprietario si
obbligava o a prender le armi, o a somministrare un sostituto, o a
procurarsi l'esenzione con pagare una grave tassa. La somma di
quarantadue monete d'oro, a cui fu ridotta, dimostra l'esorbitante
prezzo de' volontari, e la difficoltà con cui dal governo ammettevasi
quest'alternativa[323]. Era tale l'orrore che aveva invaso gli animi
degli avviliti Romani per la profession di soldato, che molti giovani
dell'Italia e delle Province, si tagliavan le dita della man destra per
sottrarsi alla necessità di militare, ed era sì comunemente in uso tale
strano espediente, che meritò la severa punizion delle leggi[324] ed un
nome particolare nella lingua Latina[325].
L'introduzione de' Barbari negli eserciti Romani divenne ogni giorno più
universale, più necessaria e più fatale. I più animosi fra gli Sciti,
fra' Goti, ed i Germani, che si dilettavano della guerra, e trovavano
più vantaggioso per loro il difendere che il devastare le Province,
s'arrolavano non solo fra gli ausiliari delle respettive loro nazioni,
ma anche nelle legioni medesime, e nelle truppe Palatine le più
distinte. Siccome conversavano essi liberamente co' sudditi dell'Impero,
appoco appoco impararono a disprezzarne i costumi e ad imitarne le arti.
Essi abbandonarono quella tacita riverenza, che l'orgoglio di Roma
soleva esigere dalla loro ignoranza, nel tempo che acquistavan la
cognizione e il possesso di que' vantaggi, per mezzo dei quali soltanto
ella sosteneva la sua decadente grandezza. I soldati barbari, che
facevano prova di qualche militare talento, erano avanzati
senz'eccezione ai posti più importanti; ed i nomi de' Tribuni, de'
Conti, de' Duchi e de' Generali medesimi scuoprono un'origine straniera,
ch'essi non volevan più simulare. Spesse volte s'affidava loro la
condotta d'una guerra contro i lor nazionali; e sebbene la maggior parte
di essi preferisse i vincoli della fedeltà a quelli del sangue, non eran
però sempre liberi dalla taccia o almen dal sospetto di tenere una
corrispondenza proditoria col nemico, d'invitarne le invasioni, o di
risparmiarne la ritirata. Gli eserciti e la Corte del figlio di
Costantino eran governati dalla potente fazione de' Franchi, i quali
mantenevano la più stretta unione fra loro e col lor paese nativo, e
risentivano qualunque personale affronto, come un torto fatto all'intera
nazione[326]. Quando si sospettò che il tiranno Caligola avesse
intenzione di vestire un candidato molto straordinario dell'abito
consolare, avrebbe forse eccitato meno stupore la sacrilega
profanazione, se l'oggetto della sua scelta fosse stato, invece d'un
cavallo, il più nobil Capitano de' Germani o de' Brettoni. Il corso di
tre secoli avea prodotto un cangiamento così notabile ne' pregiudizi del
popolo, che Costantino, colla pubblica approvazione, mostrò a' suoi
successori l'esempio di accordar gli onori del Consolato a que' Barbari,
che per i loro meriti e servigi avevan ottenuto di esser posti fra'
principali Romani[327]. Ma siccome questi coraggiosi veterani, ch'erano
stati educati nell'ignoranza o disprezzo delle leggi, erano incapaci
d'esercitare alcuna carica civile; così le facoltà della mente umana
venivan ristrette dall'irreconciliabil separazione de' talenti, e delle
professioni. I culti cittadini delle Repubbliche Greche e della Romana,
il carattere de' quali potevasi adattare al Foro, al Senato, alla
guerra, o alle scuole, avevano appreso a scrivere, a parlare, e ad agire
col medesimo spirito, e con uguale abilità.
IV. Oltre i Magistrati ed i Generali che, lontani dalla Corte
esercitavano la delegata loro autorità sopra le province e le armate,
l'Imperatore conferiva eziandio il grado d'-Illustri- a sette de' più
immediati suoi servitori, alla fedeltà de' quali affidava la custodia
della propria salute, o de' suoi consigli o tesori. In primo luogo gli
appartamenti privati del Palazzo eran governati da un eunuco favorito,
che nell'idioma di quel tempo si chiamava -Praepositus-, o -Prefetto del
sacro cubicolo-, o sia della camera Imperiale. Era suo uffizio di
seguire l'Imperatore nelle ore di pubblici affari, ed in quelle di
passatempo, e di fare intorno alla persona di lui tutti quei bassi
servizi, che non traggono splendore che dall'influenza del trono. Sotto
un Principe che meritasse di regnare, il gran Ciamberlano (giacchè
possiam dargli tal nome) era un utile ed umil domestico; ma un
artificioso domestico, che profitta di tutte le occasioni, cui
somministra una libera confidenza, insensibilmente acquisterà sopra uno
spirito debole quell'ascendente, che l'austera saviezza, e la virtù non
lusinghiera può rare volte ottenere. I degenerati nipoti di Teodosio,
invisibili a' loro sudditi, disprezzabili ai lor nemici, esaltarono il
Prefetto della lor camera sopra i capi di tutti i ministri del
Palazzo[328]; ed anche il suo deputato, cioè il primo dello splendido
treno di schiavi, che attualmente servivano, era stimato degno di
precedere a' -rispettabili- Proconsoli della Grecia o dell'Asia. Eran
sottoposti alla giurisdizione del Ciamberlano i -Conti-, o
Soprantendenti, che regolavano i due importanti dipartimenti, della
magnificenza della guardaroba, e del lusso della tavola Imperiale[329].
2. La principale amministrazione de' pubblici affari era commessa alla
diligenza ed abilità del -Maestro degli Uffizj-[330]. Egli era il
supremo Magistrato del palazzo, invigilava sulla disciplina delle scuole
civili e militari, e riceveva gli appelli da tutte le parti dell'Impero,
nelle cause che appartenevano a quel numeroso esercito di persone
privilegiate, che come servitori di Corte avean ottenuto per se, e per
le sue famiglie il diritto d'esser esenti dall'autorità dei giudici
ordinari. La corrispondenza fra il Principe ed i sudditi passava per li
quattro -Scrinia-, o uffizi di questo ministro di Stato. Il primo era
destinato ai memoriali, il secondo alle lettere, il terzo alle domande,
ed il quarto a' fogli ed ordini di cose miscellanee. Ognuno di questi
era diretto da un -Maestro- inferiore di -rispettabile- dignità, ed
erano spediti tutti gli affari da cento quarantotto segretari, presi la
maggior parte dal ceto de' legali, per causa della copia di estratti e
di relazioni che frequentemente occorreva di fare nell'esercizio delle
varie loro funzioni. Per una condiscendenza, che ne' primi secoli si
sarebbe creduta indegna della maestà Romana, era destinato un particolar
segretario per la lingua Greca, e v'erano interpreti per ricever gli
Ambasciatori de' Barbari; ma il dipartimento degli affari esteri, che
forma una parte così essenziale della moderna politica, rare volte
occupava l'attenzione del Maestro degli Uffizi. Egli era più seriamente
occupato dalla general direzione delle poste e degli arsenali
dell'Impero. V'erano trentaquattro città, quindici in Oriente, e
diciannove in Occidente, nelle quali regolari compagnie di artefici
erano perpetuamente impiegate per fabbricare armi difensive ed offensive
d'ogni sorta, e macchine militari, che si depositavan ne' magazzini, e
secondo le occasioni si prendevano per servigio delle truppe. 3. Nel
corso di nove secoli, l'uffizio del -Questore- avea sopportato una
rivoluzione molto singolare. Nell'infanzia di Roma, ogni anno
s'eleggevan dal popolo due magistrati inferiori, per sollevare i Consoli
dall'odioso maneggio del pubblico erario[331]. Fu accordato un
assistente simile ad ogni Proconsole e ad ogni Pretore, che avesse un
governo civile o militare. Estendendosi le conquiste, i due Questori
furono appoco appoco moltiplicati fino al numero di quattro, di otto, di
venti, o per breve tempo forse anche di quaranta[332]; ed i cittadini
più nobili ambivano molto un uffizio, che dava loro posto in Senato, ed
una giusta speranza d'ottener gli onori della Repubblica. Mentre Augusto
affettava di conservar libera l'elezione, si contentava di accettare
ogni anno il privilegio di raccomandare, o piuttosto in sostanza di
nominare un certo numero di candidati; ed aveva per costume di scegliere
uno di questi giovani distinti per leggere le sue orazioni o epistole
nelle assemblee del Senato[333]. La pratica d'Augusto fu imitata da'
Principi, che gli succederono; fu stabilita quella accidental
commissione come un uffizio permanente, ed il solo Questor favorito,
assumendo un nuovo e più illustre carattere, sopravvisse alla
soppressione degli antichi ed inutili di lui colleghi[334]. Poichè le
orazioni, ch'ei componeva in nome dell'Imperatore[335], acquistaron la
forza, ed in ultimo anche la forma di assoluti editti, egli fu
considerato come un rappresentante della potestà legislativa, come
l'oracolo del Consiglio, e come l'original sorgente della civile
giurisprudenza. Egli era qualche volta invitato a prender posto nella
suprema giudicatura del concistoro Imperiale, co' Prefetti del Pretorio
e col Maestro degli Uffizi, e gli era spesso richiesta la soluzione de'
dubbi de' Giudici inferiori; ma siccome non era aggravato da una gran
quantità di affari subordinati alla sua carica, egli impiegava i suoi
talenti ed il suo ozio a coltivare quel maestoso stile d'eloquenza, che
nella corruzione della lingua e del gusto conserva sempre la dignità
delle leggi Romane[336]. Potrebbe in qualche maniera paragonarsi
l'ufficio del Questore Imperiale con quello del Cancelliere moderno, ma
l'uso del gran sigillo, che sembra essere stato introdotto da' Barbari
ignoranti, non fu mai usato per convalidare i pubblici atti
dell'Imperatore. 4. Al Tesorier generale delle entrate pubbliche fu dato
il titolo straordinario di -Conte delle sacre largizioni-, forse per
indicare che ogni pagamento nasceva dalla volontaria bontà del Monarca.
Il pretender di concepire le particolarità quasi infinite delle spese
annuali e quotidiane, risguardanti l'amministrazione sì civile che
militare d'un grande Impero, eccederebbe la forza della più vigorosa
immaginazione. Tal azienda occupava continuamente più centinaia di
persone, distribuite in undici diversi uffizi, artificiosamente
inventati per esaminare, e sindacare le rispettive loro operazioni. La
moltitudine di questi agenti naturalmente tendeva ad accrescersi; e fu
più d'una volta creduto espediente di rimandare ai loro naturali uffizi
quegl'inutili ministri soprannumerari, che abbandonando i lor onesti
lavori, si eran con troppo calore insinuati nella lucrosa professione
delle Finanze[337]. Corrispondevano al Tesoriere ventinove ricevitori
Provinciali, diciotto de' quali eran onorati col titolo di Conti; e la
giurisdizione di lui s'estendeva sopra le miniere, dalle quali
estraevansi i metalli preziosi, sopra le zecche, ove si convertivano
questi in moneta corrente, e sopra i pubblici erari delle città più
importanti, in cui si depositava il denaro per servizio dello Stato.
Questo ministro regolava ancora il commercio straniero dell'Impero, e
dirigeva ugualmente tutte le manifatture di lino e di lana, nelle quali
eseguivansi le successive operazioni di filare, di tessere, e di
tingere, specialmente dalle donne di servil condizione per uso del
Palazzo e dell'esercito. Nell'Occidente, dove le arti s'erano introdotte
di fresco, si contavano ventisei di questi stabilimenti; ed un numero
anche più grande può supporsi che ven fosse nelle industriose Province
dell'Oriente[338]. 5. Oltre le pubbliche rendite, che un assoluto
Monarca poteva esigere e spendere a suo piacere, gl'Imperatori, in
qualità di opulenti cittadini, avevano un patrimonio molto esteso,
ch'era amministrato dal -Conte-, o Tesoriere -del dominio privato-. Una
parte di questo formavasi forse dagli antichi beni patrimoniali dei Re e
delle Repubbliche; un'altra da quelli delle famiglie, che furon
successivamente innalzate alla porpora; ma la parte più considerabile
d'esso proveniva dall'impura sorgente delle confiscazioni. Il patrimonio
Imperiale era sparso per le Province, dalla Mauritania fino alla
Britannia; il ricco però e fertil terreno della Cappadocia indusse il
Monarca a stabilire le sue più belle tenute in quella regione[339], e
Costantino, oppure i suoi successori, presero l'opportunità di
giustificar la loro avarizia collo zelo di religione. Soppressero eglino
il ricco tempio di Comana, dove il sommo Sacerdote della Dea della
guerra sosteneva la dignità di sovrano; ed applicarono al privato lor
uso le terre sacre, abitate da seimila sudditi o schiavi della Dea e
suoi ministri[340]. Ma non eran questi gli abitanti da valutarsi: le
pianure, che s'estendono dal piè del monte Argeo fino alle sponde del
Saro, nutrivano una generosa razza di cavalli famosi nell'antico mondo
sopra tutti gli altri per la maestosa loro figura ed incomparabil
velocità. Le leggi difendevano questi -sacri- animali, destinati per
servizio della Corte e de' giuochi Imperiali, dalla profanazione d'un
padrone volgare[341]. Le possessioni della Cappadocia erano di
sufficiente importanza per esigere l'inspezione d'un -Conte-[342]; nelle
altre parti dell'Impero si ponevano ufficiali di minor grado; e i
deputati del Tesoriere privato, non meno che quelli del pubblico, eran
sostenuti nell'esercizio delle indipendenti loro funzioni, ed
incoraggiati a contrabbilanciare l'autorità de' magistrati
Provinciali[343]. 6. 7. I corpi scelti di cavalleria e d'infanteria, che
guardavan la persona dell'Imperatore, eran sotto l'immediato comando de'
due -Conti de' Domestici-. Tutto il loro numero consisteva in tremila
cinquecento uomini, divisi in sette -scuole- o truppe, ognuna delle
quali ne conteneva cinquecento; ed in Oriente quest'onorevole servizio
era quasi totalmente proprio degli Armeni. Ogni volta che nelle
pubbliche ceremonie schieravansi questi ne' cortili e ne' portici del
Palazzo, la loro alta statura, il tacito ordine e le splendide armi
d'argento e d'oro spiegavano una pompa marziale non indegna della Romana
maestà[344]. Dalle sette scuole si presceglievano due compagnie di
cavalli e di fanti, dette de' -Protettori-, il posto vantaggioso de'
quali formava la speranza ed il premio de' soldati più meritevoli. Essi
montavan la guardia negli appartamenti interni, e secondo le occasioni
erano spediti nelle Province ad eseguire con celerità e vigore gli
ordini del loro Signore[345]. I Conti de' Domestici eran succeduti
all'Uffizio de' Prefetti del Pretorio, e come i Prefetti medesimi,
aspiravano a passare dal servizio del Palazzo al comando degli eserciti.
Veniva facilitato il continuo commercio tra la Corte e le Province dalla
costruzione delle strade e dalla instituzione delle poste. Ma questi
utili stabilimenti erano accidentalmente connessi con un pernicioso ed
intollerabile abuso. S'impiegavano sotto la giurisdizione del Maestro
degli Uffizi due o trecento -agenti- o messaggi, per annunziare i nomi
de' Consoli annuali e gli editti, o le vittorie degl'Imperatori. Questi
si arrogarono insensibilmente l'incumbenza di riferir tutto ciò che
potevan osservare intorno alla condotta o dei Magistrati, o de' privati
cittadini; e furon ben tosto risguardati come gli occhi del
Monarca[346], ed il flagello del popolo. Sotto la gran protezione, che
loro dava un debole Regno, si moltiplicarono fino all'incredibil numero
di diecimila, sdegnavan le dolci, ancorchè frequenti ammonizioni delle
leggi, ed esercitavano nel lucroso maneggio delle poste una rapace ed
insolente oppressione. Questi delatori, che avevano una regolar
corrispondenza colla Corte, venivano incoraggiati dal favore e dal
premio a scuoprir diligentemente i progressi di qualunque ribelle
disegno, dai deboli ed oscuri sintomi di mal contentezza fino agli
effettivi apparecchi di un'aperta ribellione. La loro trascuratezza o
reità nel violar la verità e la giustizia, era coperta dalla sacra
maschera dello zelo; e potevan sicuramente diriger gli avvelenati lor
dardi tanto contro gl'innocenti quanto contro i colpevoli, che provocato
avessero il loro sdegno, o ricusato di comprar da loro il silenzio. Un
suddito fedele della Siria, per esempio, o della Britannia, era esposto
al pericolo o almeno al timore d'esser tratto in catene alla Corte di
Milano, o di Costantinopoli per difender la vita ed i beni dalla
maliziosa accusa di questi privilegiati informanti. Si regolava
l'amministrazione ordinaria con que' metodi, che la sola estrema
necessità può scusare; ed alle mancanze di prove diligentemente
supplivasi coll'uso della tortura[347].
L'ingannevole e pericolosa prova, ch'enfaticamente si dice della
-questione criminale-, fu ammessa piuttosto che approvata dalla
giurisprudenza de' Romani. Essi applicavano questa sanguinaria maniera
d'esame soltanto a' corpi de' servi, i patimenti de' quali rare volte da
quei superbi Repubblicani si pesavano sulla bilancia della giustizia o
dell'umanità, ma non avrebber consentito a violare la sacra persona d'un
cittadino, finchè non avessero avuto la prova più chiara del suo
delitto[348]. Gli annali della tirannide, dal regno di Tiberio a quello
di Domiziano, circostanziatamente riportano l'esecuzioni di molte
vittime innocenti; ma finchè si tenne viva la più debole rimembranza
della libertà e dell'onor nazionale, le ultime ore d'ogni Romano furon
sicure dal pericolo dell'ignominiosa tortura[349]. La condotta però de'
Magistrati Provinciali non si regolava secondo la pratica della città, o
le rigorose massime de' Giureconsulti. Essi trovaron l'uso della tortura
stabilito, non solo fra gli schiavi dell'oriental dispotismo, ma
eziandio fra' Macedoni, che obbedivano ad un Monarca moderato, fra'
Rodj, che fiorivano per la libertà del commercio, ed anche fra' savj
Ateniesi, che avevano sostenuta la dignità della specie umana[350]. La
acquiescenza de' Provinciali incoraggiva i loro Governatori ad
acquistare, o anche ad usurpar l'arbitrario potere d'impiegare i
tormenti per estorcere da' rei vagabondi o plebei la confessione de'
loro delitti, finattanto che appoco appoco giunsero a confonder le
distinzioni de' gradi, ed a non curare i privilegi de' cittadini Romani.
Le apprensioni de' sudditi gli stimolavano a chiedere, e l'interesse del
Sovrano lo impegnava a concedere una copia di speciali esenzioni, che
tacitamente accordavano, anzi autorizzavan l'uso generale della tortura.
Esse proteggevan tutte le persone di grado -illustre- oppure
-onorevoli-, i Vescovi ed i loro Preti, i Professori delle arti
liberali, i Soldati e le loro famiglie, gli Uffiziali municipali e i
loro posteri fino alla terza generazione, e tutti gl'impuberi[351]. Ma
fu introdotta nella nuova giurisprudenza dell'Impero la fatal massima,
che in caso di ribellione, che includeva qualunque offesa, cui la
sottigliezza de' legali potesse far nascere da un'ostile intenzione
verso il Principe o la Repubblica[352], sospendevansi tutti i privilegi,
e tutte le condizioni si riducevano al medesimo ignominioso livello.
Siccome la salute dell'Imperatore manifestamente si preferiva ad ogni
considerazione di giustizia o di umanità, tanto la venerabile vecchiezza
quanto la tenera gioventù erano ugualmente esposte ai più crudeli
tormenti; e continuamente soprastavano al capo de' principali cittadini
del Mondo Romano i terrori di un'accusa maliziosa, che poteva
rappresentarli o come complici, o come testimonj d'un forse immaginario
delitto[353].
Per quanto possan questi mali sembrar terribili, si ristringevan per
altro a quel piccolo numero di sudditi Romani, la pericolosa situazione
de' quali era in qualche modo compensata dal godimento di que' vantaggi
o di natura o di fortuna, che gli esponevano alla gelosia del Monarca.
Gli oscuri milioni di sudditi di un grand'Impero hanno molto men da
temere la crudeltà che l'avarizia de' lor Signori; e la loro umile
felicità è principalmente aggravata dal peso delle tasse eccessive, che
dolcemente premendo i ricchi, discendono con gravità accelerata sulle
inferiori e più indigenti classi della società. Un ingegnoso
Filosofo[354] ha calcolato la misura universale delle pubbliche
imposizioni secondo i gradi di libertà e di servitù; ed asserisce, che a
tenor d'una legge invariabile di natura deve sempre crescere colla
prima, e diminuire in giusta proporzione colla seconda. Ma questa
riflessione, che tenderebbe ad alleggiare le miserie del dispotismo, è
in contraddizione almeno coll'istoria del Romano Impero, che accusa i
medesimi Principi di avere spogliato ed il Senato della sua autorità, e
le Province de' loro beni. Senz'abolire tutte le varie costumanze e i
pesi sulle merci, che senz'accorgersene sono pagati dall'apparente
scolta del compratore, la politica di Costantino e de' suoi successori
preferì una semplice diretta maniera di tassazione, più coerente allo
spirito d'un governo arbitrario[355].
Il nome e l'uso dello -Indizioni-[356], che serve ad assicurar la
cronologia de' secoli di mezzo, nacque dalla pratica regolare de' Romani
tributi[357]. L'Imperatore sottoscriveva di propria mano con inchiostro
purpureo l'editto o l'indizione solenne, che tenevasi affissa nella
città principale di ciascheduna Diocesi, per lo spazio di due mesi
precedenti il primo di Settembre. E per una molto facile connessione
d'idee si trasferì la parola -Indizione- a significar la misura del
tributo che prescriveva, e l'annuale termine che accordava per il
pagamento. Questa generale stima de' sussidi era proporzionata a' reali
o immaginari bisogni dello Stato; ma ogni volta che la spesa eccedeva la
rendita, o questa era minore del computo che se n'era fatto, s'imponeva
sul popolo una nuova tassa col nome di -superindizione-, e si comunicava
il più pregevole attributo della sovranità a' Prefetti del Pretorio, che
in alcuni casi potevano provvedere alle non prevedute e straordinarie
occorrenze del pubblico servizio. L'esecuzione di queste leggi
(l'entrare nel minuto ed intricato ragguaglio delle quali sarebbe troppo
noioso) consisteva in due diverse operazioni; vale a dire nel dividere
l'imposizione generale nelle proporzionate sue parti, nelle quali si
tassavano le province, le città, e gl'individui del Mondo Romano; e
nell'esigere le varie contribuzioni degl'individui, delle città e delle
province, finattanto che le raccolte somme fossero poste negl'Imperiali
tesori. Ma siccome il conto fra il Monarca ed il suddito era sempre
aperto, e la nuova richiesta precedeva l'intero pagamento
dell'antecedente obbligazione, così dalle stesse mani muovevasi la grave
macchina delle Finanze per tutto il giro dell'annua sua rivoluzione.
Tutto ciò, che v'era d'onorevole o d'importante nell'amministrazione
delle pubbliche rendite, commettevasi alla saviezza dei Prefetti e dei
loro Provinciali rappresentanti; alle funzioni lucrose avea diritto una
folla di uffiziali subordinati, alcuni de' quali dipendevano dal
Tesoriere, altri dal Governatore della Provincia; e nelle inevitabili
dispute d'un ambigua giurisdizione avevano frequenti occasioni di
contendersi fra loro le spoglie del popolo. Gli uffizi laboriosi, che
non potevan produrre che invidia e rimproveri, pericoli e spese,
appoggiavansi ai -Decurioni-, che formavano i corpi delle città, e che
dalla severità delle leggi Imperiali erano stati condannati a sostenere
i pesi della società civile[358]. Tutti i terreni dell'Impero (senza
eccettuare i beni patrimoniali del Monarca) formavan l'oggetto
dell'ordinaria tassazione, ed ogni nuovo acquirente contraeva le
obbligazioni dell'antecedente possessore. Un esatto -Censo-[359], o
misurazione era la sola giusta maniera di determinare la porzione che
ogni cittadino dovea contribuire per servizio pubblico: e dal noto
periodo delle Indizioni v'è motivo di credere che si ripetesse questa
difficile e dispendiosa operazione regolarmente ogni quindici anni. Si
misuravan le terre dagl'intendenti che mandavansi nelle Province; si
esprimeva distintamente la loro natura, se erano arabili o da pastura,
vignate o boschive; e si prendeva una stima del loro comun valore dal
rispettivo prodotto di cinque anni. Il numero degli schiavi e del
bestiame costituiva una parte essenziale della relazione; davasi a'
proprietari un giuramento che gli obbligava a scuoprire il vero stato
de' loro negozi; ed i tentativi, ch'essi facevano di prevaricare, o
d'eludere l'intenzione del legislatore, venivano severamente investigati
e puniti, come delitti capitali che includevano il doppio reato di lesa
maestà e di sacrilegio[360]. Si pagava una gran parte del tributo in
danaro; e della moneta corrente dell'Impero non si poteva legalmente
ricevere, che oro[361]. Il rimanente delle tasse veniva pagato, secondo
la proporzione determinata dall'annuale indizione, in un modo vie più
diretto ed oppressivo. Coerentemente alla diversa natura delle terre, si
trasportava da' Provinciali, o a loro spese, il real prodotto di esso in
varie specie di vino o d'olio, di grano o d'orzo, di legno o di ferro
nei magazzini Imperiali, da' quali secondo le occasioni eran distribuite
per l'uso della Corte, dell'esercito, e delle due capitali, Roma e
Costantinopoli. I Commissari delle rendite si trovavano così spesso nel
caso di fare delle considerabili compre, ch'era loro vietato
rigorosamente d'accordare compensazione veruna, o di ricevere in danaro
la valuta di ciò, che si doveva esigere in ispecie. Nella semplicità
primitiva di piccole Comunità, questo metodo può esser bene adatto a
raccoglier le offerte quasi volontarie del Popolo; ma esso è
suscettibile nel tempo stesso dell'ultima estensione e dell'ultima
strettezza, che in una corrotta ed assoluta Monarchia si devono
introdurre da una perpetua contesa fra il potere dell'oppressione e le
arti della frode[362]. Si rovinò appoco appoco l'agricoltura delle
Province Romane, e progredendo il dispotismo, che tende a fare svanire i
suoi propri disegni, gl'Imperatori furon costretti a trar qualche merito
dalla condonazione de' debiti o dalla remissione de' tributi, che i loro
sudditi non erano più capaci di pagare. Secondo la nuova divisione
dell'Italia, la fertile e fortunata Provincia della -Campania-, il
teatro delle antiche vittorie e de' ritiri deliziosi de' cittadini
Romani, s'estendeva fra il mare e l'Appennino, dal Tevere fino al
Silaro. Dentro lo spazio di sessant'anni dopo la morte di Costantino,
sulla prova d'un attual misura, fu concessa un'esenzione in favore di
trecento trentamila acri inglesi di terra deserta e non coltivata, che
ascendeva ad un'ottava parte dell'intera Provincia. Poichè nella Italia
non s'erano ancora veduti vestigi alcuni di Barbari, non può attribuirsi
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