dell'Eresie a motivo di questo barbaro dialetto: frattanto ci si
suppone, che ciò accadesse nell'-atto di predicar l'Evangelio-. La
parola Greca poi, alla quale si fa significare -contrastare colle
difficoltà di un dialetto barbaro- realmente significa -esercitare,
usare, parlare- un dialetto barbaro.
-Teofilo rigettò la proposizione di rendere ad un morto la vita, per
quanto bramoso fosse dalla conversion dell'amico.- Il fatto è verissimo,
e ne istruisce chiaramente, che gli antichi Vescovi non si avvisavano di
poter fare i miracoli a lor piacimento. Ma che se ne vuole inferire?
-Dunque Ireneo, il quale dice, che questo prodigio non era raro a suo
tempo, e ch'egli aveva conversato con persone, alle quali era stata
fatta questa grazia, mentisce.- Dobbiamo perdere il tempo a confutar
questa maniera di argomentare? Dipendente da questo è l'altro esame che
siamo ora per fare. Suppone l'Autore, che -ogni uomo ragionevole
confessi, non farsi più nella Chiesa veri miracoli-. La sua perplessità
è soltanto nel fissar l'epoca della pretesa sospensione. -Fu
immediatamente dopo la morte degli Apostoli? Alla conversione di
Costantino? All'estinzione dell'Arriana eresia?- Tacciamo che la
perplessità non può aver luogo in chi ha impugnati i miracoli de' tempi
d'Ireneo, e facciamo osservare, che i Cattolici esclusi dal numero degli
-uomini ragionevoli-, perchè insegnano operarsi tuttora, benchè meno
frequentemente, e doversi operare veri miracoli sino alla consumazione
de' secoli nella Chiesa, lo dimostrano all'Autore co' suoi stessi
principj.
-Perchè ricuseremo noi la testimonianza di Beda o di Bernardo
nell'ottavo o nel decimo secolo, ammettendo quella d'Ireneo nel
secondo?- Ecco il primo argomento.
Al presente la Chiesa ha -degl'Increduli da combattere, degli Eretici da
convincere, degli Infedeli da convertire,- come ne' secoli andati, di
sorte che l'utilità o sia la necessità de' miracoli è sempre la stessa.
E questo è il secondo argomento.
-La successione della dottrina, de' Santi, de' Martiri e de' miracoli in
ogni secolo è così seguita, che non si scorge in quale anello siasi
rotta la catena.- Dunque essa non si è mai rotta; poichè confrontando
l'un secolo coll'altro, la differenza, se vi fosse, dovrebbe essere
sensibile. Ecco il terzo argomento.
Verisimilmente l'Autore avrà avuta in mira un'altra conclusione. Ogni
uomo ragionevole confessa, che attualmente non accadono veri miracoli:
ma quelli degli altri secoli giungendo di mano in mano sino agli
Apostoli ed a Gesù Cristo, sono muniti delle stesse prove, e sembrano
ugualmente utili; dunque tutti i miracoli sono mere imposture.
Ora ecco il vantaggio che hanno i Cattolici sopra i Protestanti. I primi
ammettendo i miracoli presenti difendono senza fatica quelli della
primitiva Chiesa, quelli degli Apostoli, quelli di Gesù Cristo, co'
quali fanno una catena. I secondi non possono negare i miracoli de'
tempi moderni, senza rovesciare gli altri, co' quali sono connessi. Ed
il Middleton nella prima Opera dichiarò veramente, che non si poteva
contrastare all'odierna Chiesa il vanto de' miracoli, se non prendendo a
distruggere quelli de' primi secoli: ma egli non si accorse, che
bisognava salire agli Apostoli ed a Gesù Cristo. Noi non ci tratterremo
più sopra questo argomento, avendo rispinti i tentativi del nostro
Autore; aspetteremo che alcuno de' Protestanti sciolga i nodi, che fa
nascere il loro sistema, giacchè i due Apologisti Inglesi non hanno
soddisfatto all'aspettazione del Pubblico.
Toccando alla sfuggita i miracoli di Gesù Cristo, l'Autore pretende, che
i -prodigi, che figuravansi di fare i primi Cristiani, li disponevano ad
ammettere colla stessa facilità le maraviglie dell'Evangelio,- ch'ei
chiama -autentiche- per nascondere in qualche maniera il veleno. Nella
qual satira però non sappiamo, se la stolidezza non superi la malignità;
perocchè supponendo i Cristiani illusi riguardo a se stessi, l'inganno
non potea provenire se non dall'essere persuasi del divino potere di
Gesù Cristo e dell'efficacia delle sue promesse, senza la qual
persuasione non si sa comprendere come potevano vantarsi di far miracoli
a nome di Cristo. La fede adunque de' propri miracoli si risolveva ne'
miracoli di Cristo; non credevano ai miracoli di Cristo per un
somigliante potere che attribuivano a se stessi.
I Cristiani -confessavano- e confessano -sorpassare i misteri le forze
del loro intelletto-; e li credevano e li credono sulla forza de'
miracoli, i quali provano averli Iddio rivelati. E questa è necessità di
conseguenza, non -facilità di credere-.
-Assuefatti-, prosegue l'Autore, -ad osservare ed a rispettare l'ordine
invariabile della natura, la nostra ragione o almeno la nostra fantasia
non è preparata sufficientemente a sostenere l'azione visibile della
Divinità-, cioè a credere, che Iddio possa o voglia mutare l'ordine
naturale: e siccome in ogni tempo l'ordine della natura si è osservato
invariabile, in ogni tempo, gli uomini avrebbero dovuto rigettare i
miracoli. Ma si è dimostrato contro lo Spinosa non tanto da' Teologi,
quanto da' filosofi di tutte le Sette, che l'ordine naturale,
invariabile rispetto alle creature, è soggetto al volere del Creatore,
il quale per puro suo beneplacito prescrisse alla materia piuttosto
queste leggi che altre, come chiaramente si osserva da' Fisici nel moto
degli astri, il quale, comunque si concepisca, in niun modo ripugna alla
materia. Se Iddio poi abbia o non abbia voluto alcune volte sospendere
le leggi della natura, ella è una questione di fatto, circa la quale il
Signor David Hume pubblicò qualche sofisma, che non potè oscurare la
luce di questa semplicissima verità, che i fatti si provano per via di
testimonianze.
La -fede- dei Cristiani vien qui derisa come -credulità-: e si riflette
che -questo era il principale e forse l'unico merito, che si richiedeva
dal Cristiano-. S. Paolo al contrario diceva ai Fedeli: -sia ragionevole
l'ossequio della vostra fede-; ed altrove s'inculca, che si -provi-
rigorosamente -lo spirito-. La fede, che tanto si esaltava, era
l'operazione della Grazia sull'intelletto: questa è una delle virtù
teologali, e non la -principale-; giacchè la Scrittura dà la preminenza
alla -carità-: -major harum charitas-; ed insegna, che -la fede senza
l'opere è morta-.
Nè -solamente secondo i Dottori rigorosi-, ma ancora secondo il dogma
della Chiesa universale, -le opere degl'Infedeli-, le quali possono
esser buone quanto alla pura sostanza, non conducono alla
giustificazione. E quando si ponga mente, che il fine della beatitudine
è sovrannaturale, si cesserà di maravigliarsi, come opere fatte colle
pure forze della natura non vi abbiano rapporto.
Abbiamo fatta un'ampia e diretta apologia della verità de' miracoli,
quando ci aspettavamo di sentire, come i falsi miracoli giovavano
naturalmente a convertire gl'Infedeli.
Quarta Conclusione che dee provare l'Autore. Le virtù dei primi
Cristiani furono una delle cagioni naturali dello stabilimento e
de' progressi del Cristianesimo.
RISTRETTO. -I primi Apologisti rappresentano co' più vivi colori la
riforma de' costumi, che s'introdusse nel mondo mediante la predicazione
del Vangelo. Perchè mio disegno è di notar solamente quelle cagioni
umane che furono scelte per secondar l'efficacia della Rivelazione, ne
esporrò due, che naturalmente rendettero la vita dei primitivi Cristiani
più pura ed austera di quella de' Pagani loro contemporanei: una era il
pentimento delle lor colpe passate; l'altra il desiderio di sostener la
riputazione della società. Furono i Cristiani accusati di attirare al
loro partito i delinquenti più scellerati, che si persuadevano di lavare
nell'acque del battesimo le colpe passate, per le quali dai tempj degli
Dei ricusavasi loro qualunque espiazione. Quelli, che nel mondo avevan
seguitato, sebbene imperfettamente, i dettami della benevolenza e del
decoro, traevano dall'opinione della propria rettitudine una sì
tranquilla soddisfazione, che li rendeva molto men suscettibili di que'
subiti movimenti di vergogna, di cordoglio e di terrore, che avevan
fatto nascere tante maravigliose conversioni. La brama della perfezione
diveniva la passion dominante di quelli a dispetto della ragione, che si
contiene dentro i limiti d'una fredda mediocrità. Ogni società
particolare, che si è staccata dal corpo d'una nazione, divien subito
oggetto d'universale ed invidiosa attenzione, e però ogni membro si
trovava impegnato ad invigilare colla maggior premura sulla propria
condotta e su quella de' suoi fratelli. Comecchè per la massima parte si
esercitavano in qualche negozio o professione, vi attendevano colla
massima integrità e col più onesto contegno. Il disprezzo del mondo e la
persecuzione gli abituavano negli esercizi di umiltà, di mansuetudine e
di pazienza. I Vescovi ed i Dottori d'allora spesso prendevano nel senso
il più letterale que' rigidi precetti di Cristo e degli Apostoli, che i
moderni comentatori hanno spiegato con libera e figurata maniera come
consigli. Una dottrina così sublime doveva rendersi venerabile al
popolo: ma era mal adattata per ottener l'approvazione di que' mondani
filosofi, che nella condotta di questa vita passeggiera consultano i
sentimenti della natura, e l'interesse della società. I principj della
natura sono l'amor del piacere e quello d'agire, che rivolti in buon uso
formano la privata e la pubblica felicità. Ma i primitivi Cristiani non
bramavano di rendersi o piacevoli o utili in questo mondo. Eglino
credevano illecito ogni piacere, i comodi, gli ornamenti, il lusso.
Credevano che se Adamo si fosse conservato innocente, avrebbe propagata
la specie umana in altro modo; che il matrimonio dee riguardarsi come
uno stato d'imperfezione e di perfezione il celibato. Le vergini
d'Affrica però permettevano a' Preti ed a' Diaconi d'aver luogo nei loro
letti, e la natura insultata vendicava i propri diritti. Non erano i
Cristiani meno alieni dagli affari che dai piaceri. Non sapevano come
conciliar la difesa delle proprie persone e sostanze colla dottrina
dell'illimitata tolleranza: offendevansi dall'uso de' giuramenti, e
credevano illecita, la guerra.-
RISPOSTA. La maggior parte del presente articolo è impiegata a
combattere la morale Cristiana co' vecchi sofismi, vestiti di brillanti
espressioni, e nelle due prime ricerche si cambia la questione; poichè
si prendono ad indagare le -cagioni umane, per cui i primi Cristiani
menavano vita più pura ed austera de' Pagani loro contemporanei-: onde
questa è la quarta volta, che l'Autore perde di vista il tema del suo
ragionare. Come la morale Cristiana potè naturalmente operare tante
conversioni, dal nostro Autore mai nol sapremo.
Anzi perchè è una specie di fatalità la sua, che distrugga con una mano
quello, che si sforza di edificare coll'altra, s'impegna a provare,
essere la morale Cristiana -contraria alla natura ed all'interesse della
società-. Con tale asserzione come può conciliarsi, che questa stessa
morale muovesse naturalmente i Gentili ad abbracciarla?
Ella non è -contraria alla natura-: noi lo vedremo, ma ella è contraria
alle prave inclinazioni della natura corrotta: ella esige dalle passioni
una perpetua ubbidienza alla ragione: ella prescrive che tutte le azioni
si riferiscano a Dio: ella reputa beati quelli che piangono, quelli che
sono perseguitati, gli umili, i poveri di spirito, ella ordina non pure
il perdono, ma la dilezione ancora de' nemici. Questo sistema doveva
sgomentar gl'Idolatri, la morale de' quali, consecrata dalla Religione,
non vietava se non i delitti, che riguardano la sicurezza del pubblico;
e quanto al piacere dei sensi accordava una libertà illimitata. Come
poteva in così breve spazio di tempo farsi una grande rivoluzione ne'
pregiudizi della mente e della disposizione abituale della volontà? Si
stenta tanto a convertire un peccatore invecchiato nel Cristianesimo
stesso, dove il culto, le prediche, l'esempio altrui operano
incessantemente sul cuore: e dobbiamo figurarsi tanta facilità ne'
Gentili, che in premio di tal cambiamento avevano innanzi i tormenti e
la morte intimata dalle leggi, che avevano proscritta questa morale? È
ciò conforme all'ordine della natura? I nostri Apologisti additando con
istupore le numerose conversioni operate dalla predicazione
dell'Evangelio, esclamano, questo essere un effetto sensibile della
Grazia divina, che sola può superare i grandi ostacoli, che nella mente
e nel cuore doveva incontrare; ed il nostro Autore vuole, che crediamo
sulla sua parola, che la qualità stessa di questa morale produceva
naturalmente quegli effetti, che ci fanno stupire; ma noi non cangeremo
sentimento, fino a quando egli non avrà messa mano alle prove.
La prima questione, ch'egli tratta, è di spiegare, perchè i -Cristiani-,
cioè gl'Idolatri già per altre vie convertiti, -menavano vita più pura
ed austera di quelli che restavano nell'Idolatria?- Dichiara di
spiegarlo con due -cagioni umane-, e poi ne assegna cinque. -Il
pentimento de' falli passati: il desiderio di sostenere la riputazione
della società: l'interesse temporale: il disprezzo del mondo: la
persecuzione.-
-Il pentimento de' falli passati.- Erano nel sistema dell'Idolatria
-peccati inespiabili-? Per appoggiare novità così singolare l'Autore non
cita monumenti. Ma supposto, che i -più grandi scellerati- volessero
purificarsi coll'acque battesimali, potevano riconoscere una virtù in
questo sacramento senza riconoscere insieme la verità del Cristianesimo?
Ed in questo caso non pure i -gran peccatori-, ma anche coloro, che
-vivevano con qualche onestà-, dovevano farsi un dovere d'entrar nella
via della salute; poichè -una rettitudine naturale- non può tener
-tranquillo- chi crede alle minacce della Rivelazione: -qui non
crediderit, condemnabitur-.
La conversione de' maggiori scellerati, che poi divennero i Santi più
grandi, certamente -fa onore alla Chiesa-. Ma l'Autore, che vuol tutto
avvelenare, soggiunge che a questi -soli-, e specialmente alle -femmine
di malvagio costume-, i Missionari Evangelici si rivolgessero. Non
possiamo meglio ribattere la calunnia, che invitandolo a scorrere gli
Atti degli Apostoli, dove troverà, ed in gran numero venuti alla fede,
Sacerdoti, Scribi, Farisei, Capi di Sinagoga tra Giudei, e tra Gentili,
ministri di Regine, Governatori di Province, Centurioni, donne nobili e
persone di lettere.
Il -desiderio di sostenere la riputazione della società- sarebbe stato
di qualche stimolo, se i Pagani non si fossero trovati universalmente
prevenuti, che nella società Cristiana si commettevano i più detestabili
eccessi. Chi vi si ascriveva, dovea piuttosto resistere all'infamia, di
che si copriva. Solo si può concedere, che dovevano impegnarsi a
distruggere tali calunnie coll'esemplarità del vivere.
L'-interesse- fa custodire la -buona fede- e l'-integrità- in coloro,
che fanno la professione di negozianti, o esercitano qualche mestiere.
Ma qui l'Autore ci dipinge i Cristiani come -morti a tutti gli affari
del mondo-; e prima ci aveva detto, che si astenevano da' mestieri, che
quasi tutti alludevano ai riti Idolatrici.
Il -disprezzo del mondo- segue appunto per distruggere l'-interesse-.
Quest'era una delle virtù ch'esercitavano, non una delle cagioni, per
cui esercitavano la virtù.
La -persecuzione- fu posta in opera dagl'Imperadori come mezzo efficace
a sgomentar l'animo: come partorisse naturalmente l'effetto contrario,
l'Autore doveva spiegarlo. Ma della prima questione si è detto
abbastanza; passiamo alla seconda.
La morale Cristiana è tacciata come -eccessiva, fanatica, contraria ai
principj della natura ed all'interesse dello Stato, riprovata da'
filosofi, condannata dalla ragione, che ama la fredda mediocrità-. E per
questo noi abbiamo soggiunto, che era fuori dell'ordine naturale, che
fosse così prontamente abbracciata. Ma non si parli più di questo.
Diteci, quali sono i veri principj della -natura-, che formano la
-privata e la pubblica felicità-. L'-amor del piacere- è il primo,
-l'amor dell'azione- il secondo. L'uno e l'altro restano per sentimento
dell'Autore degradati dalla morale Evangelica. A rettamente giudicarne,
convien prima sviluppar i principj, e determinarne la generalità, colla
quale a lui piace sempre di parlare al lettore.
L'-amor del piacere-. Vi ha un piacere intellettuale, ed un altro di
senso, perchè l'uomo è composto di corpo e di spirito. Questo
naturalmente è più nobile di quello; e seguendo le facili tracce della
ragione, l'ultimo fine, per cui fu l'uomo creato, è un bene spirituale,
non corporeo. Quindi altro non essendo i precetti morali che tanti mezzi
naturalmente proporzionati all'indole del fine, segue per legittima
illazione, che l'amor del piacere sensibile dee stare immutabilmente
subordinato all'amore del piacere intellettuale, e che prende la forma
di mal morale ogni qual volta viola questa subordinazione; poichè allora
non riferendosi più l'azione al suo fine, esce dall'ordine.
Ciò premesso il solo riguardo della -salute- e della -temperanza-, e non
so quale -depuramento d'arte- nei piaceri di senso formano il ben
fisico, al quale attendono pure i bruti; il bene morale risulta da'
principj dell'animo, non da' vantaggi del corpo: ed appena questo
linguaggio sarebbe perdonabile ad un Materialista.
Nel confrontar poi con questo principio la morale Evangelica, l'Autore
vuol dare ad intendere, che tutti i detti di Gesù Cristo abbiano forza
di -precetto-, e che l'idea de' -consigli- fosse impiegata tardi per
dare soddisfazione alla filosofia. Quante volte è stato prodotto contro
gli oppositori il passo decisivo dell'Evangelio: -se vuoi salvarti,
osserva i precetti: se vuoi esser perfetto, vendi quanto possiedi, e
segui me-.
Ha egli in seguito raccolte alcune forti espressioni de' Santi Padri, i
quali secondo lo stile concionatorio dimandano il più, affine di
ottenere il meno, ed ha detto con intrepidezza: ecco, o Cristiani, la
vostra morale: frattanto i Cristiani non trovano il peccato nelle cose
appartenenti -a' comodi ed a' piaceri de' sensi-; se non quando esse
turbano l'esercizio delle facoltà spirituali, e distolgono l'animo dalla
sua naturale tendenza all'ultimo fine.
Che -Adamo avrebbe generato senza concupiscenza, se si fosse conservato
innocente- è opinione privata; più comunemente s'insegna, che la via
della generazione sarebbe stata sempre la stessa; ma che la
concupiscenza non si sarebbe mai ribellata dalla ragione.
Le parole -crescite et multiplicamini-, e quelle di Gesù Cristo, che
alludono all'istituzione del Sacramento del matrimonio, non palesano la
-perplessità d'un legislatore che permette ciò che non vorrebbe-. Nè noi
dobbiamo inquietarci colle questioni che fanno i Casisti a questo
proposito, bastando alla condotta il sapere, che il matrimonio è lecito,
e che fu inoltre elevato alla dignità di Sacramento.
Non possiamo negare, che secondo la Scrittura e la Tradizione il
-celibato sia più perfetto del matrimonio-; ed a considerarne soltanto i
vantaggi esterni, avremmo pure il suffragio della filosofia. L'Autore
però non può ignorare, che questo non è un precetto se non
ecclesiastico, e semplicemente per coloro, che vogliono portare il
giogo, e che quanto all'interesse dello Stato nel Cristianesimo si
prende per regola il bisogno del Pubblico più che la perfezione de'
particolari.
L'uso delle -Vergini Affricane di dividere il letto coi Diaconi e co'
Preti-, che S. Cipriano tentò di estirpare, ripeteva l'origine dalla
dottrina del matrimonio, per la cui validità s'insegnava, che bastasse
la congiunzione degli animi senza il commercio de' corpi. Con il
Mosemio; il quale conviene cogli antichi Storici che sottoposte le
Vergini alle prove più rigorose ritrovarono intatte; sicchè non
sappiamo, perchè il nostro Autore copiando l'erudizione dal Mosemio
abbia aggiunto contro di lui, che -la natura insultata vendicò i suoi
dritti-. Questo non è uno de' -difetti- che egli -scopre con pena,
costretto dalla legge dell'imparzialità-. E Dio volesse, che fosse il
solo! Ma facciamo parola del secondo principio della natura.
L'-amor dell'azione-. A parlar con rigore l'-azione- non si ama per se
stessa, ma come mezzo che conduce ad un fine. Noi riconosciamo
volentieri, che l'operare in pace per far fiorire il buon ordine, e per
procurare il ben essere de' nostri simili, come anche l'operare in
guerra giusta per proteggere la pace, è conforme all'intenzione del
Creatore, purchè si depuri dalla corruzione, che vi sogliono spargere
l'ambizione, la cupidigia e l'ira; passioni che sempre campeggiano nella
Storia Greca e Romana, ed oscurano quella scarsa porzione di bene, che
l'attività di quelle genti produsse. Intorno alla qual cosa non temiamo
di asserire, che il Cristianesimo non solo non distrugge questo amore
d'azione necessario alla sicurezza ed alla prosperità dello Stato, ma
inoltre lo fortifica e lo perfeziona.
Non lo distrugge, perchè non vieta la -giusta difesa di se stesso-,
avendone lasciato un illustre esempio S. Paolo, il quale non si fece
illecito di sostener la sua causa innanzi a' legittimi tribunali, e di
appellarsi in ultimo grado a quello di Cesare. Si vieta l'odio, il
rancore, lo spirito della vendetta, e lo vieta ancora la legge di
natura.
Non lo distrugge, perchè nella dottrina della Chiesa non si è mai
reputata -illecita la guerra-, come evidentemente lo provano i passi
verbali del nuovo Testamento raccolti a bella posta dal Grozio; e come
lo conferma il fatto medesimo, che ne addita le armate Romane non mai
scarse di soldati e di ufficiali Cristiani. Origene, ed alcuni altri
pochi Dottori seguirono l'opinione contraria.
Non lo distrugge, perchè lo -spirito del Cristianesimo non si offende
dall'uso de' giuramenti-, ma dal giurare per le false Divinità e per la
Fortuna dell'Imperatore, ch'era una di quelle.
Non lo distrugge finalmente, perchè i Cristiani, anzichè -abborrire- del
tutto -gli affari civili-, s'impegnavano con prontezza negli uffizj loro
destinati dagli Imperadori; e si sa, che non pure l'esercito, ma
eziandio il palazzo di Diocleziano abbondava più di ministri Cristiani
che di uffiziali Gentili.
Anzi lo fortifica; primo, perchè tanto nel Principe quanto ne' sudditi
ci fa rispettare l'immagine di Dio; secondo perchè all'obbligazione
esterna aggiunge l'interna; e terzo perchè propone un premio ed una pena
nella vita avvenire, a cui niuna cosa del tempo può paragonarsi; e
sostituendo il principio purissimo della carità a quello dell'amor
proprio perfeziona il sistema della natura.
Gli antichi Cristiani non andavano a conquistare, portando la strage e
la desolazione nelle città e nelle campagne; non celebravano la letizia
de' trionfi con trarre incatenati al cocchio Sovrani, che non avevano
altro delitto, fuorchè quello di aver difesa la propria libertà; non
eccitavano popolari sedizioni per mettere in ischiavitù la Repubblica.
Ma i Cristiani facevano immensi viaggi, e combattevano colle tempeste
del mare, coi disastri della terra, colla fame, colla sete, per far
fiorire in ogni angolo della terra l'amor di Dio e del prossimo. I
Cristiani si affannavano a raccoglier limosine per distribuirle a'
poveri; a visitare i pupilli; a consolare le vedove; ad estirpare gli
odj e l'emulazioni; a bandire gli omicidj e gli adulterj. I Cristiani
finalmente davano ricovero ai servi cacciati da' proprj padroni, e
liberavano da una morte penosa i bambini esposti secondo il permesso
delle leggi dalla crudeltà de' genitori, e li nutrivano, e li educavano
per restituirli allo Stato. No, i Cristiani in tutto ciò -non bramavano
di piacere al mondo-; ma vi voleva tutta l'intrepidezza del nostro
Autore a soggiungere, che -non erano utili al mondo-. Egli ha provato
questa accusa, come ha dimostrato, che la morale Cristiana fu la quarta
cagione naturale dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.
Quinta Conclusione che dee provare l'Autore. L'unione e la
disciplina della Cristiana Repubblica fu una delle cagioni dello
stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.
RISTRETTO. -I primitivi Cristiani morti agli affari ed a' piaceri del
mondo trovarono un'occupazione nel governo della Chiesa. Una società,
che attaccava la religion dominante dell'Impero dovè adottare una forma
di governo particolare. Gli Apostoli non ne istituirono alcuna: le prime
Chiese furono libere ed indipendenti; e sino a certo tempo il governo fu
in mano de Profeti; per l'abuso de' quali furono in seguito le pubbliche
funzioni della religione affidate ai Vescovi ed ai Preti; nomi che nella
loro origine, sembra che indicassero lo stesso ministero ed ordine di
persone. Eglino a principio governarono collegialmente: poscia fu
stabilito un Presidente in ogni Collegio, come Ministro di tutto il
Corpo. Questi in progresso divenne superiore per usurpazione. Verso la
fine del secondo secolo le Chiese della Grecia e dell'Asia introdussero
i Concilj ad imitazione delle città Greche, i quali comunicandosi gli
atti con una corrispondenza reciproca venne così la Chiesa Cattolica a
prender la forma, e ad acquistare la forza d'una repubblica federativa.
Il Clero molte volte si oppose all'usurpazioni de' Vescovi, e fu
accusato di fazione e di scisma; e la causa Episcopale dovette i suoi
rapidi progressi agli ambiziosi artifizi di Cipriano e di pochi altri
Prelati a lui simili. Le cagioni, che distrussero l'eguaglianza de'
Sacerdoti, fecero nascere tra' Vescovi una preminenza di grado, ed indi
una superiorità di giurisdizione. Quest'è l'origine de' Metropolitani ed
il fondamento dell'autorità de' Papi. Ogni società ha diritto di
escludere dalla sua comunione quelli che la ledono: la Chiesa Cristiana
esercitava questo diritto contro gli ostinati, ed ammetteva i ravveduti
alla penitenza pubblica. S. Cipriano riguardava la dottrina della
scomunica e della penitenza come la più essenziale parte della
Religione.-
RISPOSTA. Il governo, di cui tratta l'Autore sotto il titolo di
-disciplina-, risguarda il regolamento interno della società Cristiana;
onde se ne può spiegare la conservazione, non ha veruna relazione alle
conversioni de' Gentili: nè egli ha pur tentato di dargli questo
aspetto; e così lasciando intatto l'argomento, per la quinta volta si
perde a fare un trattato di diritto canonico.
Ma neppure spiega così la conservazione della Chiesa. Dalla forma del
governo egli deduce l'-unione- di tutti i Fedeli, e pretende che i
-Concilj dessero alla Chiesa la forza di una Repubblica federativa-. Ora
la sua stessa esposizione contiene gli argomenti che la distruggono.
Primo, egli è di avviso, che il governo fu sempre vario, finchè si
stabilì l'autorità Episcopale, e che i Concilj furono introdotti ad
esempio delle città Greche, verso la fine del secondo secolo: per la
qual cosa se la Chiesa acquistò la forza d'una grande Repubblica
federativa per l'istituzione de' Concilj, non se ne spiega la
conservazione per tutto il tempo anteriore, in cui l'incostanza del
governo, che prendeva, ora una, ora un'altra forma, non poteva darne
alcuna stabilita.
Secondo, nella sua supposizione cominciarono i Cherici ad usurparsi la
giurisdizione del popolo, e ad opprimerne la libertà e l'indipendenza;
in seguito i Vescovi sottomisero i Sacerdoti: poscia s'introdusse una
subordinazione tra' Vescovi, e finalmente il Romano Pontefice tirò a se
tutta l'autorità. Il popolo fu in dissensione co' Cherici, i Cherici co'
Vescovi, ed i Vescovi contrastaron fra loro e col Romano Pontefice.
Questa tela di governo è ordita secondo la sua fantasia, non secondo la
verità della storia: le dissensioni bensì son troppo vere; anzi egli non
ne ha toccata che una parte sola; ed a noi non piace di scuoprire le
piaghe dell'umanità, che lascia per tutto le funeste tracce della sua
debolezza. Ci basta il sin qui detto a conchiudere, che se realmente
invece della decantata -unione-, regnò nell'ovile di Cristo la
dissensione, mal se ne prende a spiegare la conservazione dalla forma di
governo, che ne fornì l'occasione.
Ragioniamo adesso sul diritto Canonico che l'Autore ci propone, e
riflettiamo essere suo avviso, che qualunque forma di governo, che
prendesse successivamente la Chiesa, fu d'istituzione puramente umana; o
d'istituzione umana ancora i Concilj e le Censure. Noi lo neghiamo e
speriamo di convincerlo ad evidenza, che il governo ecclesiastico fu
istituito da Gesù Cristo, come pure i Concilj ed il diritto della
scomunica; e che l'istituzione divina, anzichè soffrire alcun
cangiamento, si osservò e si osserva tuttora inalterabilmente la stessa.
-La società Cristiana-, dic'egli, -nemica della religion dell'Impero,
dovè pensare ad una forma di governo particolare-. Che i Cristiani
fossero nemici dell'Idolatria, senz'esserlo dell'Impero, a cui
ciecamente sempre si sottomisero, è cosa per loro gloriosa. Ma non si
tratta ora di questo; si tratta di consultare i libri autentici della
vita di Gesù Cristo, per vedere se vi lasciò istituito un governo, e di
mostrar così quanto deviino dalla verità le congetture del nostro
Autore.
Ivi si scorge, che Gesù Cristo ai soli Apostoli diede la facoltà di
legare e di sciogliere; che a loro soli assegnò dodici troni per
giudicare le dodici tribù; che a loro soli confidò il diritto di pascere
le sue pecorelle. Infatti ebbe egli inoltre settantadue discepoli, ai
quali non conferì se non una missione a certo tempo limitata, e ben si
vede che non gli fece partecipi dei privilegi compartiti agli Apostoli.
E perchè alla Chiesa aveva promessa la perpetuità, nè si può concepire
una società permanente senza una forma di governo, chiara cosa è, che
l'autorità conferita agli Apostoli doveva secondo l'intenzione divina
trasfondersi ne' successori. Ma diremo che ogni Fedele succede agli
Apostoli? In tal guisa tutti sarebbero Giudici, tutti Dottori, tutti
Pastori, cioè nessuno Giudice, nessuno Dottore, nessuno Pastore, essendo
questi termini relativi, che portano seco l'idea d'una subordinazione.
Per non attribuire a Cristo un assurdo sì strano, uopo è dire che alle
facoltà degli Apostoli succedono alcuni dei Fedeli, non tutti i Fedeli:
e così il più leggiero ragionamento, che si faccia sopra i passi della
Scrittura, purchè non si abbia impegno di difendere il sistema del
partito, atterra irreparabilmente la democrazia, e stabilisce
l'aristocrazia nella forma del governo delineata dal Legislatore Divino.
Resta ad investigare, se l'aristocrazia consista nel corpo del Clero,
oppure in quello de' Vescovi; ch'è lo stesso che cercare se i Vescovi
sono -superiori- del Clero, per istituzione Divina, o semplici
-amministratori- di un'autorità che risegga propriamente nel collegio
Sacerdotale. Nella Scrittura vi ha un passo decisivo, nel quale si dice
a' Vescovi, che -gli ha posti sopra le Chiese lo Spirito Santo-.
Qui però nasce una difficoltà dalla confusione dei nomi. Il titolo di
-Vescovo- e di -Prete- si dava alla stessa persona; quello a dinotarne
l'uffizio, questo a ragionare dell'anzianità. Dunque come faremo
risaltare la superiorità de' Vescovi, prendendo questa denominazione nel
senso comune?
Nell'Apocalisse i Capi della Chiesa vengono distinti col nome di
-Angeli-, cioè d'inviati, e si attribuisce loro il diritto di governare
con formole ch'escludono ogni altro. Nell'epistole di S. Ignazio,
Discepolo degli Apostoli, nulla s'inculca più frequentemente ed ai Laici
ed ai Cherici, quanto la perfetta subordinazione al proprio Vescovo. Ci
è noto che i Presbiteriani rigettano l'uno e l'altro libro, per non
poterli conciliare col proprio sistema: ma in questo stesso mostrano
apertamente il lor torto; giacchè per sostenere un assurdo, si gettano
in un assurdo più grande. A principio non vi furono che gli Apostoli ed
i Preti, cioè i Vescovi: se non che crescendo di giorno in giorno le
spirituali conquiste della Chiesa, furono chiamati i semplici Sacerdoti
ed i Diaconi in sussidio de' Vescovi, ma come sudditi, non come eguali.
Il piano instituito da Cristo, e posto in esecuzione dagli Apostoli mai
non soffrì nella sua essenza alterazione veruna. Imperciocchè i
-Profeti-, che illustrarono la Chiesa nascente co' loro doni
sovrannaturali, se venivano consultati nelle occorrenze, non
esercitarono mai alcun atto di giurisdizione, come asserisce l'Autore,
il quale è caduto nell'inganno degli altri, che vedendo ne' libri del
nuovo Testamento qualche Profeta far le funzioni Episcopali, perchè
oltre di esser Profeta era Vescovo, hanno attribuito al primo carattere
ciò che non conviene se non al secondo.
Il Vescovo ed il Clero non di rado erano fra loro in contesa: ma non si
dee dire perciò, che il -nome di fazione e di scisma fu dato al
patriottismo de' Preti ad oggetto di far prevalere la causa Episcopale-.
Questo giudizio dee risultare dalla natura de' fatti particolari. Se i
Preti pretendevano di agguagliarsi al Vescovo e di considerarlo come un
loro deputato, erano veramente Scismatici. Se il Vescovo spogliava il
Clero de' suoi diritti legittimi, il torto era di lui, non de' Preti.
Molto meno l'Autore dee farsi lecito di tacciar di -ambizione- e di
-artifizio- il Santo Martire Cipriano difensore de' diritti
incontrastabili dell'Episcopato e della disciplina della Chiesa, per
sottrarre un Prete bacchettone, ed un Diacono discolo alla condanna
pronunziata da un Concilio di Preti, ed approvata dal consenso di tutti
i secoli. Gli rincresce di non poter entrare nella discussione de' fatti
spettanti al famoso scisma di Novato e di Novaziano, per far trionfare
l'innocenza e la virtù sopra l'ostinazione di volere offuscare la gloria
de' Santi più eminenti della Chiesa contro le leggi della Critica.
L'avversario per altro non ha fatto che semplicemente citare.
La -subordinazione de' Vescovi ai Metropolitani- è di istituzione umana,
ma non porta seco alcuna distinzione quanto alla sostanza della dignità,
del carattere e de' diritti annessivi da Cristo. Il -primato- poi del
-Romano Pontefice- si fonda chiaramente ne' testi verbali della
Scrittura. -Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam
meam-.
Divina parimente è l'-istituzione de' Concilj-, circa la quale la
Scrittura non solo somministra testimonianze incontrastabili, ma anche
fatti decisivi; atteso che il congresso tenuto dagli Apostoli e da'
Seniori, o sia dai Vescovi in Gerusalemme sulla disputa de' riti Mosaici
fu vero Concilio e modello di tutti gli altri; checchè ne dica il
Mosemio coll'ingegnosa, ma insufficiente congettura dell'esempio delle
città Greche appoggiata a Tertulliano. I Giudei celebravano de' Concilj;
ed il Cristianesimo uscì dalla Palestina. Può però ben essere, che fosse
tolto da' Greci l'uso di celebrarli due volte l'anno, nella primavera e
nell'autunno.
Finalmente egli è vero, che -ogni società ha diritto naturalmente di
escludere dalla sua comunione chi ne viola le leggi-, ma è ugualmente
vero che il diritto della Chiesa è d'origine divina, contenuto in quelle
parole: -si Ecclesiam non audiverit, sit tibi tanquam ethnicus et
publicanus-, ed in quell'altre: -quodcumque ligaveritis erit et ligatum
in coelis-.
S. Cipriano fu rigido sostenitore della disciplina; considerò la
penitenza e la scomunica come i ripari esterni della Religione, non come
-l'essenziale della Religione-. L'Autore lo calunnia, abusando delle di
lui epistole, alle quali rimandiamo per brevità il nostro lettore per
disingannarsi.
Sesta Conclusione che dee provare l'Autore. La debolezza del
Politeismo favorì i progressi del Cristianesimo.
RISTRETTO. -Il Politeismo non era sostenuto da' Sacerdoti, i quali
avessero un particolar interesse nel culto degl'idoli, e non avevano fra
loro legame alcuno di governo.-
RISPOSTA. Avendo l'Autore parlato delle cagioni contenute nel
Cristianesimo, ora ne reca in mezzo altre tre consistenti nella
disposizione del Gentilesimo; e qui non possiamo rimproverargli, che
ponga in dimenticanza ciò che doveva provare; diremo bensì, che queste
tre cagioni non hanno forza di provare, se non che il Cristianesimo in
esse incontrò tre validissimi ostacoli.
I Sacerdoti dell'Autore sono quali a lui piace di fingerli: ma i
Sacerdoti della storia traevano dal culto degl'idoli grandi emolumenti,
grandi onori, gran potenza. Essi avevano un collegio, ch'esercitava una
giudicatura. Cicerone perorò per la sua casa dinanzi ai Pontefici, e ne
parla col più gran rispetto. Gli Autori, gli Aruspici intervenivano in
tutti i negozi pubblici sì di pace come di guerra con autorità quasi
assoluta; e riferendosi tutte le azioni private all'idolatria, i
Ministri della medesima avevano un'influenza generale nelle private
famiglie, tanto che gl'Imperatori non credettero di regnare, se non
quando al poter del Monarca aggiunsero i diritti del Sommo Pontefice.
Come può rendersi credibile, che i Sacerdoti guardassero con
indifferenza le sconfitte del Politeismo, sul quale si fondava tutta la
loro fortuna, e la perdonassero a' Cristiani, i quali rendevano palesi
alla plebe le loro imposture? Il fatto è, che furono eglino i principali
autori della persecuzione, e ch'eglino la tennero perpetuamente accesa,
anche quando i Principi si mostravano avversi allo spargimento del
sangue: eglino irritavano la superstizione del popolo, eglino
infiammavano l'ira de' Ministri; eglino facevano scrivere da' filosofi
atrocissime satire. L'Autore che fa la storia delle persecuzioni, poteva
ignorar questo fatto?
Settima Conclusione che dee provare l'Autore. Lo Scetticismo del
Mondo Pagano favorì i progressi del Cristianesimo.
RISTRETTO. -Allorchè apparve il Cristianesimo nel mondo, lo Scetticismo
di Cicerone e di Luciano si era dilatato in tutti gli ordini delle
persone: in tale stato il popolo era disposto a ricevere un altro
sistema di mitologia più conforme al gusto del secolo; ed il
Cristianesimo si mostrò ornato di tutto ciò, che poteva attrarre la
curiosità, lo stupore e la riverenza del popolo.-
RISPOSTA. L'Autore fa astrazioni; e la storia ne insegna, che per tre
secoli il popolo perseguitò con tanto furore i Cristiani, che li
chiedeva a morte nella solennità delle feste con sediziosi clamori: ne
insegna, che i Principi furono costretti a dichiarare colle leggi loro,
che i clamori della plebe non sarebbero più ricevuti come prova
legittima; ne insegna, che la sfrenatezza ed il gran numero degli
accusatori non poterono reprimersi se non rivolgendo contro di essi le
pene intimate ai Cristiani, supposto che non ne avessero provata la
reità: e tutto ciò si legge nel capo seguente del sig. Gibbon.
Lo -Scetticismo-, che è uno sforzo di spirito ed uno stato di violenta
sospensione, non prende radice nel popolo minuto, di cui la credulità è
il difetto ordinario.
Del resto il nostro Autore ha dichiarato in che consiste lo Scetticismo
da lui trovato nel mondo Pagano. Si parlava della vita avvenire, come
una favola, e si era scosso il giogo della mitologia, che spacciava
tante maraviglie. Frattanto -ecco-, ci si dice, -una disposizion
favorevole a credere ed a ricevere le maraviglie dell'Evangelio, cioè
una mitologia più conforme al gusto del secolo: ecco il Cristianesimo
ornato di tutto ciò che potava attrarre la curiosità, lo stupore, e la
riverenza dagli Scettici-.
Ottava Conclusione che dee provare l'Autore. La pace e l'unione
dell'Impero Romano favorì i progressi del Cristianesimo.
RISTRETTO. -Gli Ebrei della Palestina riceveron sì freddamente i
miracoli di Cristo, che stimarono superfluo di pubblicare o almeno di
conservare alcun Evangelio Ebraico. Le storie autentiche della vita di
lui furono composte ad una distanza considerabile da Gerusalemme, a dopo
che il numero de' Cristiani convertiti si era estremamente moltiplicato.
Tradotte in Latino divennero perfettamente intelligibili a tutti i
sudditi di Roma. L'essere tutte le nazioni sotto un solo Monarca, e le
grandi strade costruite per le legioni aprivano ai Missionari
dell'Evangelio un facile passaggio per tutto; e non incontrarono essi
alcuno degli ostacoli che sogliono impedire l'introduzione di una
Religione straniera in lontani paesi.-
RISPOSTA. È leggiadrissima l'immagine de' Missionari Evangelici, che
marciano comodamente a bandiere spiegate ed a tamburro battente per le
grandi strade costruite per le legioni Romane. Noi grossolani stupiamo
su i progressi del Cristianesimo: vi ha chi c'illumina: essi sono dovuti
-alle grandi strade delle legioni-. Ben è vero, che gli Apostoli
viaggiando a due a due, e non portando seco -neque sacculum, neque
peram-, non avevano bisogno delle grandi strade; ed è perciò che S.
Paolo dipinge pateticamente i disastri ed i pericoli de' suoi viaggi. Ma
che importa? Colpa loro, che non ne profittassero; -le strade consolari
aprivano per tutto adito facile all'Evangelio-. Ci resta un sol dubbio:
le leggi ed i Ministri Imperiali, che perseguitavano i Missionari
Evangelici, non potevano con eguale facilità penetrar da per tutto -per
le grandi strade costruite per le legioni-.
L'-università del linguaggio-, se fosse stata vera, avrebbe potuto
nuocere alla dilatazione dell'Evangelio, quanto gli avrebbe potuto
giovare.
Similmente l'-unione delle Province sotto un solo Monarca-, se da una
parte contribuiva ai progressi della Religione, dall'altra rendeva più
facile e spedita l'esecuzione degli ordini imperiali contro la medesima.
Abbiamo tuttora presente la viva pittura fatta altrove dal pennello
dell'Autore per esprimere l'orribile situazione di chi aveva incontrato
la disgrazia del Principe: tutto l'Impero per quello sventurato era una
carcere.
Conchiude l'Autore, che il Cristianesimo in mezzo a tanti comodi -non
incontrò alcuno degli ostacoli che sogliono impedire l'introduzione di
una Religione straniera-. Passiamo sotto silenzio i pregiudizi di
ciascun popolo, la gelosia de' Sacerdoti, l'invidia de' Filosofi, la
corruzione universale, e domandiamo se le leggi proibitive
degl'Imperadori non formavano un ostacolo degno di considerazione.
Giacchè le digressioni ci perseguitano sino alla fine, invitiamo
l'Autore ad aprire il Talmud, nel qual libro i Giudei, che si suppongono
-indifferenti- ai luminosi prodigi di Cristo, ne depositarono la memoria
in due articoli, l'uno de' quali è ben lungo. Il Talmud fu in vero
composto assai tardi; ma gli Autori avrebbero prestato così gran
vantaggio ai Cristiani, se avessero potuto sopprimere la tradizione
della nazione?
I Giudei, che vennero alla fede, oltre l'Evangelio di S. Matteo, che
tutte le ragioni provano essere stato scritto in Ebraico, ne avevano un
altro intitolato -secondo gli Ebrei-, e che nei primi secoli della
Chiesa fu avuto universalmente in venerazione.
Per quanto -lontana da Gerusalemme e dal tempo di Gesù Cristo si finga
la data de' quattro Evangelj-, sono certe due cose: primo, che queste
opere furono scritte dagli stessi testimoni de' fatti: secondo, che
furono trovate conformi a quanto a viva voce avevano pubblicato gli
Apostoli; poichè in caso diverso o non sarebbero state ricevute, o si
sarebbe mutata la stabilita credenza: questa ragione prova, che saremmo
sicuri della veracità degli Evangelj, quando pure volessimo accordare
contro la certezza istorica, che furono composti in tempi assai bassi da
persone, che li divolgarono per opere de' Discepoli di Cristo.
-Veduta istorica de' progressi del Cristianesimo.-
Essendosi immaginato l'Autore di aver provato, che il Cristianesimo fu
debitore del suo stabilimento e dei suoi progressi a cagioni puramente
naturali, ne fa ora un -quadro-, com'egli dice, -istorico-, ma realmente
favoloso, e col disegno di confermare il suo intento. Imperciocchè
falsificando la testimonianza del Grisostomo, ed abusando di un passo di
Origene e d'un altro di Eusebio fa un calcolo ideale del numero dei
Cristiani di un sol luogo, e poi come pur suole, ne deduce illazioni
generali. Scende appresso a criticare gli antichi Scrittori sì Gentili
che Cristiani, i quali con voce concorde, benchè con mira diversa, si
mostrano stupiti della dilatazione dell'Evangelio; e si affanna
particolarmente sopra il passo di Plinio con isforzi cotanto vani, che
altro non ottiene, se non il palesare lo spirito deciso di parzialità,
che pur vorrebbe celare.
A noi non è dato di trattenerci in queste minute ricerche; tanto più che
la fatica sarebbe superflua; mentre basta alla causa, che si richiami
l'Autore agli Atti di S. Luca, dove sono sommariamente descritte le
conquiste fatte dalla Chiesa nel breve periodo della predicazione di
alcuni degli Apostoli. Egli non ha favellato mai di un libro che solo
contiene i monumenti autentici della fondazione e dell'infanzia della
Religione. Il lettore però potrà giudicar dall'infanzia della Chiesa,
quale ella dovesse essere adulta.
-Impugnazione e difesa de' miracoli di Gesù Cristo.-
Abbiamo avvertito, che l'Autore stendeva le sue vedute sino ai miracoli
di Cristo, che formano la prova più decisiva della divinità della sua
religione, perchè dotati d'una certezza agli altri superiore. Egli ce
gli ha presentati sotto gli occhi, ora sotto uno, ora sotto un altro
aspetto, ma sempre di volo. Or che ha disposto l'animo del lettore, si
toglie la maschera, e si ferma. Ci fermeremo noi pure; ma nè da lui, nè
da noi chi leggerà, dovrà aspettarsi cose nuove; poichè egli è
ripetitore per elezione, e noi lo siamo per dovere.
Primo argomento. -La nuova setta era quasi tutta composta di contadini
ed artisti, di fanciulli e di donne, di mendichi e di schiavi, i quali
sfuggendo il pericoloso incontro de' filosofi dogmatizzavano in occulto
presso la moltitudine rozza ed ignorante capace sempre di essere
sorpresa. A misura che l'umile fede di Cristo diffondevasi pel mondo, fu
abbracciata da varie persone che meritavano qualche riguardo pei doni
della natura e della fortuna, ma queste eccezioni o son troppo poche, o
troppo recenti ad oggetto di togliere interamente di mezzo le
imputazioni d'ignoranza e di oscurità, che si rimprovera a' primi
Fedeli.- Appoggiandosi i miracoli di Cristo a sì fatta testimonianza,
qual fede possono meritare?
RISPOSTA. Prima di noi si è fatto vedere co' monumenti alla mano la
falsità della supposizione, i quali monumenti tolti dagli Atti degli
Apostoli ne istruiscono, che le persone nobili, le persone facoltose, le
persone di talento si trovano non in iscarso numero nel primo nascere
della Religione, tra gli Scribi, tra' Farisei, tra' Sacerdoti
contemporanei di Cristo e degli Apostoli, che si convertirono in folla:
-multa turba Sacerdotum-.
Prima di noi si è fatto riflettere, che la certezza de' miracoli operati
dal fondatore del Cristianesimo non si appoggia alla fede soltanto de'
primi seguaci dell'Evangelio, ma ancora, e principalmente, alla
pubblicità de' fatti, all'esame giuridico istituitone dal corpo della
nazione, alla deposizione de' testimoni confermata col sacrificio
volontario della vita, alla grande rivoluzione prodotta nel mondo, che
non si può concepire, se non si suppongano gli accennati miracoli dotati
di un'evidenza superiore a qualunque eccezione.
Argomento secondo. -Gli uomini di spirito, come Seneca, i due Plinj,
Tacito, Plutarco, ed altri perderono di vista, e rigettaron la
perfezione del sistema Cristiano, riguardando i seguaci di esso come
ostinati e perversi Entusiasti, che esigevano una tacita sommissione
alle lor misteriose dottrine senza produrre un solo argomento.-
RISPOSTA. Primo, se vale la non credenza di alcune persone di spirito,
dee similmente valere la credenza di alcune persone di spirito: e noi a
quelli dell'Autore potremmo opporne un numero anche maggiore.
Secondo, cotesti uomini di spirito trascurarono d'informarsi delle cose
de' Cristiani, e prevenuti ch'eglino fossero fanatici, non gli degnarono
dei loro pensieri. Ora chi non si applica, chi non esamina, non fonda
presunzione contro fatti esaminati, da chi vi prendeva interesse.
Terzo, Celso si vantò di aver letti e meditati gli Evangeli; ed in
questi libri si rinvengono le circostanze de' fatti, i nomi de'
testimonj, i luoghi ne' quali furono operati, le occasioni nelle quali
avvennero, le persone che ne furono onorate, le critiche de' nemici,
ch'è quanto a dire tutto quello che si ricerca per farne un esame
sufficiente. Giacchè questi scritti erano noti ai Gentili; giacchè
questi miracoli si pubblicavano a voce, e quasi sempre colle vive
opposizioni de' Giudei, come si è potuto dire, che -i Cristiani
esigevano una tacita sommissione-?
Argomento terzo. -Gli Apologisti Cristiani che presero la difesa di loro
medesimi, della lor religione e de' loro angustiati fratelli, quando
vogliono mostrare la divina origine del Cristianesimo insistono sulle
profezie atte a convincere un Giudeo, non un Gentile. Se avessero avuto
buoni argomenti a far valere i miracoli di Cristo, gli avrebbero
impiegati.-
RISPOSTA. Primo, gli Evangeli erano pubblici; molti de' testimonj
tuttora vivevano: si sottoponevano a' giudizi legali, e sostenevano la
lor confessione in mezzo ai tormenti; ed i Giudei, nel paese de' quali
erano accaduti i prodigi, accrescevano ad ora ad ora il numero de'
credenti. Oltre a ciò si operavano quotidianamente nuovi miracoli; e
questi comprovavano quelli di Cristo. Con tante prove vive e parlanti
qual bisogno vi era di Apologie?
Secondo, si possono produrre mille passi di Autori Pagani per
dimostrare, che i Gentili comunemente non mettevano in dubbio i miracoli
attribuiti a Cristo: ne scansavano la forza col supporre negli Eroi del
Politeismo lo stesso potere. Dimandiamo di nuovo, qual bisogno vi era,
che gli Apologisti prendessero a provare ciò che non si contrastava?
Quando i Pagani cominciarono ad attaccarli colle loro difficoltà,
cominciarono pure gli Apologisti a difenderli. Origene fu un di costoro,
ma non il primo, trovandosene altri prima di lui citati dal Mosemio.
Terzo. Se non vi soddisfano gli antichi Apologisti, consultate i
moderni. L'esame de' fatti è limitato, come i fatti medesimi: quanto si
può dir contro, e quanto si può rispondere in favore, si trova raccolto
ne' libri loro: questi stessi argomenti, che trattiamo noi, vi sono
ampiamente spiegati.
Argomento quarto. -Seneca e Plinio non parlano delle tenebre non
naturali, in cui per tre ore fu involta la terra nella passione di
Cristo.-
RISPOSTA. Tertulliano afferma, che il prodigio fu da' Gentili notato ne'
pubblici registri: il suo passo è sostenuto, per tacer di tanti altri,
dal famoso Huezio; nè ha fondamento alcuno la diversa lettura, che ne
vorrebbe fare l'Autore. Flegonte, Scrittor Pagano, è pur vendicato
dall'Huezio, il quale giustamente conchiude, che contro la positiva
testimonianza di costoro niuna forza ha il silenzio degli altri.
Che -Plinio avesse destinato un capitolo apposta per gli ecclissi di
natura straordinaria e d'insolita durata-, e che questo della passione
non vi si trovi, non è cosa da far meraviglia. Al lib. II. c. 30. -Hist.
Nat.- si leggono le seguenti parole: -Fiunt prodigiosi et languiores
defectus; quali occiso Cesare et Antoniano bello, totius fere anni
pallore perpetuo.- Ecco una proposizione generica illustrata con un
esempio, invece di -un capitolo fatto a bello studio per menarvi tutti
gli ecclissi straordinari.-
RIASSUNTO.
Qui termina il Cap. XV. del Sig. Gibbon: egli ci ha obbligati a fare un
viaggio ben lungo e curto: ma la moltiplicità e la sconnessione degli
oggetti che abbiamo esaminati, e molto più di quelli, che siamo stati
costretti a passare sotto silenzio, costituiscono il pregio singolare di
questo libro. Una mano meno imperita e più paziente gli avrebbe uniti e
distribuiti con ordine: il metodo da lui tenuto non è buono che a
rintuzzare il senso comune. Al che aggiungendosi la superficialità delle
cognizioni, che apparisce, all'indeterminata e confusa generalità
dell'idee, la perpetua mala fede, colla quale corrompe i movimenti della
storia e l'avidità di malignare sopra ogni cosa, ne risulterà un doppio
carattere, che non è certo quello del pensatore e quello dell'uomo
onesto. Egli ha fatto il quadro istorico de' progressi del
Cristianesimo; il colorito orrido, ed i contorni forzati palesano
abbastanza la passione del pittore. Noi che vogliamo fare il quadro
istorico della sua logica, non dobbiamo se non riunire in un sol punto
di veduta, e mostrar come delineate in carta le parti principali del suo
edifizio.
Prima Conclusione. -Lo stabilimento ed i progressi del Cristianesimo
furono effetti naturali dello zelo intollerante de' Cristiani.- L'Autore
di tutto ha trattato fuorchè di questo; e quanto ha detto, non vale che
a stabilire la conclusione opposta.
Seconda Conclusione. -Fu dovuto al domma dell'immortalità, all'opinione
dell'imminente fine del mondo e del millenio.- L'Autore di tutto ha
trattato fuorchè di questo, e quanto ha detto, non vale che a provare il
contrario.
Terza Conclusione. -Fu dovuto al poter de' miracoli che i primi
Cristiani falsamente si attribuirono.- L'Autore non ne ha trattato, e la
conclusione in se stessa è contraddittoria.
Quarta Conclusione. -Fu dovuto alla morale Cristiana.- L'Autore non ne
ha trattato ed ha provato il contrario, provando, ch'essa compariva ai
Gentili contraria alla natura ed all'interesse dello Stato.
Quinta Conclusione. -Fu dovuto alla forma dal governo Ecclesiastico.-
L'Autore non ne ha trattato, nè apparisce quale rapporto abbia il
governo interno colle conversioni degl'Infedeli.
Sesta Conclusione. -Fu dovuto all'indifferenza de' Sacerdoti Pagani.- La
supposizione è contraddetta dalla storia.
Settima Conclusione. -Fu dovuto allo Scetticismo del popolo Pagano.- La
supposizione è contraria al fatto, e lo Scetticismo, di che parla
l'Autore, non conduce se non all'incredulità.
Ottava Conclusione. -Fu dovuto alle grandi strade delle legioni,
all'uniformità della lingua, ed all'unione delle Province sotto un solo
Monarca; nel rimanente il Cristianesimo non incontrò alcuno degli
ostacoli, che sogliono impedire l'introduzione di una Religione
straniera in lontani paesi.- Qui l'Autore ha superato se stesso; e noi
non vogliamo togliere ad alcuno il piacere d'ammirarlo.
SAGGIO DI CONFUTAZIONE DEL CAP. XVI.
Qui l'Autore si fa a parlare delle persecuzioni sofferte dal
Cristianesimo, e prende ad investigarne le -cagioni, l'estensione, la
durata e le più importanti circostanze-, e tutti i suoi sforzi tendono a
due oggetti: primo, a mostrar sempre più, che nulla avvi di maraviglioso
nello stabilimento di una Religione, ch'-ebbe tutto il tempo di crescere
e di fortificarsi, prima che si esponesse all'impeto delle
persecuzioni-, che fu -perseguitata lentamente-, e che -godè molti
intervalli considerabili di pace-: secondo, è suo impegno di far servire
queste stesse cose a giustificare la condotta dei persecutori, e a
rovesciare sopra i Cristiani l'odiosità tutta. Nel che egli è stato in
parte preceduto dal Signor di Voltaire nella Storia universale, da cui
egli ha cavati alcuni suoi materiali. Facciamoci pertanto a considerar
le cagioni della persecuzione, che sono l'-aver i Cristiani abbandonato
il culto nazionale: l'essere stati accusati di ateismo: il segreto delle
loro adunanze: i loro costumi calunniati-.
L'abbandono del culto nazionale; primo motivo della
persecuzione.
RISTRETTO. -Si è osservata la tolleranza religiosa di tutto il genere
umano: vediamo ora, come furono trattati gl'intolleranti Giudei per
giudicare delle vere cagioni, per le quali fu perseguitato il
Cristianesimo, che adottò la stessa intolleranza. I Giudei, dopo la
distruzione di Gerusalemme, da Nerone sino ad Antonino Pio, spesso si
rivoltarono contro i Romani; ma mediante la general tolleranza del
politeismo e il dolce carattere dell'ultimo Imperatore si restituirono
loro gli antichi privilegi. Giacchè questi, benchè rigettassero con
abborrimento la Divinità de' loro Sovrani, godevano il libero esercizio
della loro Religione insocievole, perchè non furono tollerati i
Cristiani? La differenza è chiara: i Giudei formavano una nazione, i
Cristiani una setta. Essendo stata ricevuta la legge Mosaica per molti
secoli da una numerosa società, quelli che l'osservavano, si
giustificavano coll'esempio del genere umano; laddove i Cristiani
violavano le istituzioni religiose del proprio paese: ed i filosofi non
concepivano che si dovesse esitare a conformarsi al culto stabilito,
come ai costumi, all'abbigliamento ed al linguaggio della patria.-
RISPOSTA. L'Autore per voler essere singolare nelle sue idee si
contraddice. Secondo la massima della -tolleranza universale-, tutte le
Religioni dovevano rivolgersi contro la Giudea e la Cristiana, entrambe
intolleranti: frattanto la prima fu tollerata, e la seconda no; e n'era
la ragione, che i -Giudei formavano nazione, ed i Cristiani setta-. Or
la -Nazione- Giudaica lasciava per questo di essere -insocievole- ed
-intollerante-? Dunque o è falso, che l'-intolleranza- era il motivo
della persecuzione de' Cristiani; o è falso, che i Giudei furono
tollerati, perchè costituivano nazione.
Anzi la verità, che trionfa nella storia, si è, che gl'-intolleranti-
Giudei furono perseguitati, sinchè costituirono -nazione-, e che allora
si lasciarono in pace, e ricuperarono i lor privilegi, quando, distrutta
la città e perita un'infinita quantità di abitanti, quelli che rimasero,
si sciolsero, e si sparsero per le Province dell'Impero. Fecero eglino
di tratto in tratto alcuni deboli sforzi per sottrarsi dal giogo de'
Romani, e prendevano i più efficaci motivi di ribellarsi dalle loro
opinioni religiose, come l'Autore lo avverte. Finchè i Romani li
temettero, gl'infestarono col ferro e col fuoco: disarmati e sottomessi
che gli ebbero, permisero ch'esercitassero pacificamente il proprio
culto. Quando facevano ancor figura di -Nazione-, ed i Romani vollero
profanare il lor tempio, perchè non valse questo stesso -carattere,
l'antichità della stirpe, e l'esempio di tutto il mondo-?
Ma se noi discordiamo dall'Autore intorno a' -Giudei-, intorno ai
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