[427] Eusebio (-l. IV. c. 6.-) termina il suo racconto con questa fedele
dichiarazione delle truppe, e scansa tutte le odiose circostanze del
macello, che seguì dopo.
[428] Si descrive il carattere di Dalmazio con vantaggio, quantunque
brevemente, da Eutropio X. 9. -Dalmatius Caesar prosperrima indole,
neque patruo absimilis-, haud multo -post oppressus est factione
militari-. Siccome tanto Girolamo quanto la Cronica Alessandrina fanno
menzione del terzo anno di questo Cesare, che non principiava fino al
18. o 24. Settembre dell'anno 337, egli è chiaro che queste militari
fazioni continuarono per più di quattro mesi.
[429] Ho riferito questo singolare aneddoto sull'autorità di Filostorgio
-l. II. c. 16-. Ma se mai da Costanzo, o dagli aderenti di lui si usò
tal pretesto, dipoi fu disprezzato, appena ebbe servito all'immediato
loro disegno. Atanasio (-Tom. I p. 856-) fa menzione del giuramento, che
Costanzo avea preso per la sicurezza de' suoi congiunti.
[430] -Coniugia sobrinarum diu ignorata tempore addito percrebuisse-.
Tacit. -Annal. XII. 6.- e Lips. -Ib.- La rivocazione dell'antica legge,
e la pratica di cinquecent'anni non furono bastanti a sradicare i
pregiudizi de' Romani, che sempre risguardarono i matrimonj de' cugini
germani come una specie d'imperfetto incesto (Augustin. -De civ. Dei XV.
6.-); e Giuliano, il cui spirito era stravolto dalla superstizione e
dall'ira, diffama queste non naturali parentele fra' propri di lui
cugini coll'obbrobrioso epiteto di γαμὼν τε ου γαμον -nozze non
nuziali- (-Orat. VII p. 228-). La giurisprudenza de' canoni ha di poi
restituita, e rinvigorita questa proibizione, senza però averla potuta
introdurre nelle civili, o comuni leggi di Europa. Vedi a proposito di
questi matrimonj Taylor -Leg. Civ. p. 331-. Brorer. -de Jur. Connub. l.
II. c. 12-. Hericourt -Loix Eccles. P. III. c. 4-. Fleury -Inst. du
Droit Can. Tom. I. p. 331. Paris 1767- e Fra Paolo -Istor. del Conc.
Trid. l. VIII-.
[431] Giuliano (-ad S. P. Q. Athen. p. 270-) accusa il suo cugino
Costanzo di tutta la colpa di un macello, in cui era stato sì vicino a
soccombere ei pure. Vien confermata la sua asserzione da Atanasio, che
per ragioni di altro genere non era meno nemico di Costanzo (-Tom. I. p.
856.-) Zosimo conviene nella medesima accusa; ma i tre abbreviatori
Eutropio e i Vittori usano l'espressione molto temperata -sinente potius
quam jubente; -- incertum quo suasore -- vi militum-.
[432] Euseb. -in vit. Const. l. IV. c. 69-. Zosim. -l. II. p. 1117-.
Idat. -in Chron.- Vedi due note di Tillemont -Hist. des Emper. IV. p.
1086-1091-. Si fa menzione del regno del fratello maggiore in
Costantinopoli solo nella Cronica Alessandrina.
[433] Agatia, che visse nel sesto secolo, è l'autore di questa istoria
(-l. IV. p. 135. edit. Lovre-). Egli rilevò tali notizie da alcuni
estratti delle Croniche persiane, che ottenne e tradusse l'interprete
Sergio durante la sua ambasceria a quella Corte. La Coronazione della
madre di Sapore, è similmente rammentata da Schikard (-Tarikk. p. 126-)
e D'Herbelot (-Bibl. Orient. p. 763-).
[434] D'Herbelot. -Bibl. Or. p. 764-.
[435] Sesto Rufo c. 26 la di cui autorità in quest'occasione non è
disprezzabile, afferma che i Persiani richiesero invano la pace, e che
Costantino si preparava a marciar contro di loro; ma il peso maggiore
della testimonianza d'Eusebio ci costringe ad ammettere, se non la
ratifica, i preliminari almeno del trattato. Vedi Tillemont -Hist. des
Emper. T. IV. p. 420-.
[436] Julian. -Orat. I. p. 20-.
[437] Julian. -Orat. I. p. 20, 21-. Mosè di Corene l. II. c. 8-9 l. III.
c. 1-9. p 226-240. Il perfetto accordo fra gl'indeterminati cenni
dell'Oratore contemporaneo e la circostanziata narrazione dell'Istorico
nazionale dà lume all'uno e peso all'altro. Può anche osservarsi,
rispetto all'autorità di Mosè, che si trova il nome d'Antioco pochi anni
prima in un uffizio d'inferior dignità. Vedi Gotofred. -Cod. Theodos.
Tom. IV. p. 350-.
[438] Ammiano XIV 4. fa una viva descrizione della vita vagabonda e
predatoria de' Saraceni, che s'estendevano da' confini dell'Assiria fino
alle cateratte del Nilo. Dalle avventure di Malco, che Girolamo
riferisce in sì piacevol maniera, si rileva, che la pubblica strada fra
Berea ed Edessa era infestata da questi ladroni. Ved. -Hieron. Tom. I.
p. 256-.
[439] Noi prenderemo da Eutropio l'idea generale di questa guerra X. 10.
-A Persis enim multa et gravia perpessus, saepe captis oppidis, obsessis
urbibus, coesis exercitibus, nullumque et contra Saporem prosperum
praelium fuit, nisi quod apud Singaram etc.- Quest'ingenua narrazione
vien confermata da' cenni, che ne danno Ammiano, Rufo, e Girolamo. Le
due primo Orazioni di Giuliano, e la terza di Libanio ce ne presentano
una più lusinghiera pittura; ma la ritrattazione di ambedue quegli
oratori dopo la morte di Costanzo, nel tempo che ci rimette in possesso
della verità, infama il loro carattere e quello dell'Imperatore. Il
Comentario di Spanemio sulla prima orazione di Giuliano contiene una
profusa erudizione. Vedansi ancora le giudiziose osservazioni di
Tillemont. -Hist. des Emper. Tom. IV. p. 656-.
[440] -Acerrima nocturna concertatione pugnatum est, nostrorum copiis
ingenti strage confessis.- Ammiano XVIII. 5. Vedi anche Eutropio X. 10.
e Sesto Rufo c. 27.
[441] Libanio -Orat. III. p. 133- con Giuliano -Orat. I. p. 24- ed il
Coment. di Spanemio -p. 179-.
[442] Vedi Giuliano -Orat. I. p. 27-, -Orat. II. p. 62- col Comentario
di Spanemio (-p. 188-202-), che illustra le circostanze e determina
l'epoca de' tre assedj di Nisibi. S'esaminano anche le date di essi dal
Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. IV. p. 668, 671, 674-) e qualche cosa
s'aggiunge da Zosimo (-l. III. p. 151-) e dalla Cronica Alessandrina
(-p. 290.-)
[443] Sallust. -Fragm. LXXXIV. edit. Brosses.- Plutar. -in Lucul.-
(-Tom. III. p. 184.-) Nisibi è presentemente ridotta a centocinquanta
case; le terre paludose producon riso, ed i fertili prati, fino a Mosul
ed al Tigri, son coperti dalle rovine della città e de' villaggi. Vedi
Niebuhr (-Viag. Tom. II. p. 300-309.-)
[444] I miracoli, che Teodoro (-l. II. c. 30-) ascrive a S. Giacomo,
Vescovo d'Edessa, furono almeno fatti per una causa che lo meritava,
cioè per la difesa della patria. Egli comparve sulle mura in forma del
Romano Imperatore, e mandò un'armata di zanzare a punger le trombe degli
elefanti, e a sconfigger l'esercito del nuovo Sennacherib.
[445] Giulian. -Orat. I. p. 27-. Quantunque Niebuhr, (-Tom. II. p. 307-)
assegni un gonfiamento molto considerabile al Migdonio, sopra del quale
vide un ponte di dodici archi, nonostante è difficile di capire quanto
paralello di un piccol ruscello con un gran fiume. Nella descrizione di
queste stupende operazioni d'acqua si trovano molte circostanze oscure,
e quasi non intelligibili.
[446] Noi dobbiamo a Zonara (com. II -l. XIII. p. 11-) la notizia di
tale invasione de' Massageti, ch'è perfettamente coerente alla serie
generale degli avvenimenti a' quali siamo condotti oscuramente
dall'interrotta storia d'Ammiano.
[447] Si riferiscono le cause e gli avvenimenti di questa guerra civile
con molta ambiguità e contraddizione. Io ho seguìto specialmente Zonara
e Vittore il Giovane. Il monodio pronunziato in occasione della morte di
Costantino (-ad calcem Eutropii edit. Havercamp.-) potrebbe averci date
molte notizie; ma la prudenza ed il cattivo gusto impegnarono l'Oratore
a diffondersi in una vaga declamazione.
[448] -Quarum- (-Gentium-) -obsides pretio quaesitos pueros venustiores,
quod cultius habuerat, libidine hujusmodi arsisse pro certo habetur.- Se
non si fosse reso pubblico il gusto depravato di Costante, Vittore il
Vecchio, che occupava un posto considerabile nel regno del fratello di
lui, non l'avrebbe asserito in termini sì positivi.
[449] Giuliano -Orat. I. et II-. Zosim. -l. II.- (-p. 134.-) Vittore
-nell'Epit.- V'è ragione di credere, che Magnenzio fosse nato in una di
quelle colonie barbare, che Costanzo Cloro avea stabilite nella Gallia.
La sua condotta può farci sovvenire del famoso patriotta Simone di
Montfort, Conte di Leicester, che potè persuadere il buon popolo
d'Inghilterra, ch'esso, Francese di nascita, aveva preso le armi par
liberarlo dagli estranei favoriti.
[450] Quest'antica città era una volta fiorita col nome d'-Illiberis-
(Pompon. Mela II. 5.) La munificenza di Costantino le diede nuovo
splendore, ed il nome della propria madre. Elena (che ha tuttavia il
nome di Elne) divenne Sede Episcopale, ed il Vescovo di essa dopo lungo
tempo trasferì la sua residenza a Perpignano, capitale del moderno
Rossiglione. Vedi D'Anville (-Not. de l'anc. Gaul. p. 380.-) Longuerue
-Descript. de la Franc.- (-p. 223-) e la -Marca Ispanica-.
[451] Zosimo -l. II.- (-p. 119, 120-) Zonara -Tom. II. l. XIII.- (-p.
13-) e gli Abbreviatori.
[452] Eutropio (X. 10) rappresenta Vetranione con più moderazione, e
probabilmente con più verità de' due Vittori. Esso era nato di oscuri
parenti nelle più selvagge parti della Mesia; e la sua educazione era
stata tanto negletta, che dopo il suo innalzamento studiò l'alfabeto.
[453] Giuliano descrive nella sua prima Orazione la dubbiosa e
fluttuante condotta di Vetranione, ed accuratamente la spiega Spanemio,
che discute la situazione ed il contegno di Costantina.
[454] Vedi Pietro Patrizio nell'-Excerpt. Legation.- (-p. 27-).
[455] Zonara (T. II l. XIII. p. 16.) La situazione di Sardica, vicina
alla moderna città di Sofia, sembra meglio adattata a questo congresso,
che la situazione o di Naisso o di Sirmio, dove si pone da Girolamo, da
Socrate, e da Sozomeno.
[456] Vedi le due prime Orazioni di Giuliano, specialmente a -p. 31- e
Zosimo (-l. II p. 122.-) La distinta narrazione dell'Istorico serve ad
illustrare le diffuse ma indeterminate descrizioni dell'Oratore.
[457] Vittore il Giovane dà al suo esilio l'enfatico nome di
-voluptarium otium-. Socrate (-l. II. c. 18-) è garante della
corrispondenza coll'Imperatore la quale parrebbe provare che Vetranione
era in vero -prope ad stultitiam simplicissimus-.
[458] -Eum Constantius .... facundiae vi dejectum imperio in privatum
otium removit. Quae gloriam post natum Imperium soli processit eloquio,
clementiaque etc.- Aurelio Vittore, Giuliano e Temistio adornano questo
fatto co' più artificiosi e vivi colori della loro rettorica.
[459] Busbechio (-p. 112.-) attraversò la bassa Ungheria e Schiavonia in
un tempo, in cui erano esse ridotte quasi ad un deserto dalle reciproche
ostilità de' Cristiani e de' Turchi. Pure con maraviglia rammenta
l'insuperabile fertilità del terreno; ed osserva, che l'altezza
dell'erba era sufficiente a nascondere un carro carico alla sua vista.
Vedi anche Browne -Viagg.- nella Collezione di Harris. -Vol. II.- (-p.
762.- ec.).
[460] Zosimo fa un ampio racconto della guerra e della negoziazione (-l.
II. p. 123-130-). Ma siccome non si dimostra nè soldato nè politico, la
sua storia dee ponderarsi con attenzione, ed ammettersi con cautela.
[461] Questo riguardevole ponte, ch'è fiancheggiato con torri, e fondato
su grossi pali di legno, fu costruito l'anno 1566 dal Sultano Solimano
per facilitare la marcia de' suoi eserciti nell'Ungheria. Vedi Browne
-Viagg.- e Busching -Sistem. di Geogr. Vol. II. p. 90-.
[462] Questa positura e le successive evoluzioni son chiaramente,
sebbene in breve, descritte da Giuliano (-Orat. I. p. 36-).
[463] Sulpic. Sever. l. II. 405. L'Imperatore passò la giornata in
preghiere con Valente, Vescovo Arriano di Mursa, che guadagnò la sua
confidenza con annunciargli l'evento della battaglia. Il Tillemont
(-Hist. des Emper. Tom. IV. p. 1110-) osserva molto a proposito il
silenzio di Giuliano rispetto al personal valore di Costanzo nella
battaglia di Mursa. Il silenzio dell'adulazione qualche volta equivale
alla più positiva ed autentica prova.
[464] Giuliano -Orat. I. p. 36- ed -Orat. II. p. 59, 60-. Zonara -Tom.
II. l. XIII. p. 17-. Zosim. l. II. -p. 130, 133-. Quest'ultimo celebra
la destrezza dell'arcier Menelao, che poteva scagliare tre dardi nel
medesimo tempo; vantaggio, che secondo la sua idea degli affari
militari, materialmente contribuì alla vittoria di Costanzo.
[465] Secondo Zonara, Costanzo di 80000 uomini che aveva, ne perdè 30000
e Magnenzio 24000 di 36000. Gli altri articoli di questo racconto
sembran probabili ed autentici; ma nel numero dell'armata del Tiranno
dev'essersi fatto sbaglio o dall'autore o da' copisti. Magnenzio aveva
raccolto tutte le forze d'Occidente sì de' Romani che de' Barbari in un
formidabile corpo, che non può giustamente stimarsi minore di 100,000
uomini. Giulian. -Orat. I. p. 34, 35-.
[466] -Ingentes R. I. vires ea dimicatione consumptae sunt ad quaelibet
bella externa idonea, quae multum triumphorum possent, securitatisque
conferre.- Eutrop. X. 13. Vittore il Giovane s'esprime nell'istessa
guisa.
[467] In quest'occasione dobbiam preferire la non sospetta testimonianza
di Zosimo e di Zonara alle lusinghiere asserzioni di Giuliano. Vittore
il Giovane dipinge in un singolare aspetto il carattere di Magnenzio.
-Sermonis acer, animi tumidi, et immodice timidus; artifex tamen ad
occultandam audaciae specie formidinem.- È egli più verisimile, che
nella battaglia di Mursa la sua condotta fosse governata dalla natura o
dall'arte? Io inclinerei alla seconda.
[468] Julian. -Orat. I. p. 38 39-. In quel luogo non meno che
nell'-Oraz. II. p. 97- egli esprime la general disposizione del senato,
del popolo, e de' soldati dell'Italia in favore dell'Imperatore.
[469] Vittore il Vecchio descrive in una maniera patetica la misera
condizione di Roma. -Cujus stolidum ingenium adeo P. R. patribusque
exitio fuit, uti passim domus, fora, viae, templaque cruore,
cadaveribusque opplerentur bustorum modo.- Atanasio Tom. I. (-p. 677-)
deplora la morte di molte illustri vittime, e Giuliano (-Orat. II. p.
58-) rammenta con esecrazione la crudeltà di Marcellino implacabil
nemico della casa di Costantino.
[470] Zosim. l. II. -p. 133-. Vittore -in Epitom.- I panegiristi di
Costanzo, col solito loro candore, omettono di far menzione di
quest'accidentale disfatta.
[471] Zonara Tom. II. l. XIII. -p. 17-. Giuliano in diversi luoghi di
due orazioni si diffonde sulla clemenza di Costantino verso i ribelli.
[472] Zosimo -l. II. p. 133-. Giuliano -Orat. I. p. 40, II. 74-.
[473] Ammiano XV. 6. Zosimo l. II. -p. 133-. Giuliano, che (nell'-Oraz.
I. p. 40-) inveisce contro i crudeli effetti della disperazion del
Tiranno, rammenta (-Orat. I. p. 34-) gli opprimenti editti, che furon
dettati dalla necessità, o dall'avarizia di esso. I suoi sudditi furon
costretti a comprare i beni Imperiali; specie di proprietà dubbia e
pericolosa, che in caso di rivoluzione avrebbe potuto loro imputarsi
come una condannabile usurpazione.
[474] Le medaglie di Magnenzio celebrano le vittorie di -due- Augusti e
del Cesare. Quest'ultimo era un altro fratello chiamato Desiderio. Vedi
Tillemont -Hist. des Emp. Tom. IV. p. 757-.
[475] Giuliano -Orat. I. p. 40, II. p. 74- con Spanem. -p. 263-. Il
comentario di questo illustra i fatti di quella guerra civile. -Mons
Seleusi- era un picciol luogo nelle alpi Cozie poche miglia distante da
-Vapincum-, o Gap, città Episcopale del Delfinato. Vedi Danville -Not.
de la Gaule p. 464-, e Longuerue -Descript. de la France p. 327-.
[476] Zosimo l. II. -p. 134-. (Liban. -Orat. X. p. 268, 269-).
Quest'ultimo con gran veemenza critica tal crudele ed appassionata
politica di Costanzo.
[477] Giuliano -Orat. I. p. 46-. Zosimo l. II. -p. 134-. Socrate l. II.
c. 32. Sozomeno l. IV. c. 7. Vittore il Giovane descrive la sua morte
con alcune orride circostanze: -Transfosso latere, ut erat vasti
corporis, vulnere, naribusque, et ore cruorem effundens exspiravit.- Se
può darsi fede a Zonara, il Tiranno, avanti di spirare, ebbe il piacere
d'uccidere colle sue proprie mani sua madre e Desiderio di lui fratello.
[478] Sembra che Giuliano (-Orat. p. 58, 59-) sia incerto nel
determinare, se egli da se stesso si desse la pena de' suoi delitti, o
se annegossi nel Dravo, o se da' vendicatori Demonj fu trasportato dal
campo di battaglia al luogo degli eterni tormenti a lui destinato.
[479] Ammiano XIV 5 XXI. 16.
CAPITOLO XIX.
-Costanzo solo Imperatore. Elevazione e morte di Gallo. Pericolo
ed innalzamento di Giuliano. Guerre coi Sarmati e co' Persi.
Vittorie di Giuliano nella Gallia.-
Le divise Province dell'Impero nuovamente s'unirono per la vittoria di
Costanzo; ma poichè quel Principe debole mancava di merito personale in
pace o in guerra; poichè temeva de' suoi Generali, e diffidava de'
Ministri, il trionfo delle sue armi non servì che a stabilire il regno
degli Eunuchi sul Mondo Romano. Questi miserabili enti, antica
produzione della gelosia e del dispotismo Orientale[480], furono
introdotti nella Grecia ed in Roma pel contagio del lusso Asiatico[481].
Rapido fu il loro progresso; e gli Eunuchi, i quali al tempo d'Augusto
si erano abborriti, come il mostruoso corteggio d'una Regina
d'Egitto[482], furono appoco appoco ammessi nelle famiglie delle
Matrone, de' Senatori e degli Imperatori medesimi[483]. Ristretti da'
severi editti di Domiziano e di Nerva[484], accarezzati dalla vanità di
Diocleziano, ridotti ad un umile stato dalla prudenza di
Costantino[485], moltiplicarono ne' palazzi de' suoi degenerati
figliuoli, ed insensibilmente acquistarono la cognizione, ed in ultimo
la direzione de' segreti consigli di Costanzo. L'avversione e il
disprezzo, che il Mondo ha sempre con tale uniformità mantenuto per
questa imperfetta specie di uomini, sembra che abbia degradato il loro
carattere, e gli abbia quasi renduti incapaci, come si suppongono
essere, di concepire alcun sentimento generoso, o di fare alcun'azione
degna di gloria[486]. Ma gli Eunuchi erano esperti nelle arti
dell'adulazione e dell'intrigo, e governavan l'animo di Costanzo,
alternativamente servendosi de' timori, dell'indolenza e della vanità
del medesimo[487]. Mentr'egli mirava in un ingannevole specchio la bella
apparenza della pubblica prosperità, con supina indolenza permetteva
loro, che gli celassero le querele delle maltrattate Province; che
accumulassero immense ricchezze con vendere la giustizia e gli onori;
che infamassero le dignità più importanti colla promozione di quelli,
che dalle lor mani aveano comprata la facoltà dell'oppressione[488]; e
che soddisfacessero il proprio sdegno contro que' pochi spiriti
indipendenti, che arditamente ricusavano di sollecitare la protezione di
schiavi. Il più distinto fra questi schiavi era il Ciamberlano Eusebio,
il quale regolava il Monarca ed il Palazzo con tale assoluto dominio,
che Costanzo, secondo il sarcasmo d'un imparziale Istorico, godeva
qualche credito appresso il superbo suo favorito[489]. Per le
artificiose di lui suggestioni, l'Imperatore s'indusse a sottoscriver la
condanna dell'infelice Gallo, e ad aggiungere un nuovo delitto alla
lunga lista delle uccisioni, che macchiano l'onore della casa di
Costantino.
[A. D. 351]
Quando i due nipoti di Costantino, Gallo e Giuliano, furon sottratti al
furor de' soldati, il primo aveva circa l'età di dodici anni, ed il
secondo di sei; e siccome il maggiore credevasi d'una debole
costituzione di corpo, così con minor difficoltà ottennero una vita
precaria e dipendente dall'affettata pietà di Costanzo, il quale
conosceva che l'esecuzione di tali orfani abbandonati si sarebbe stimata
dal Mondo come un atto della più deliberata crudeltà[490]. Furono
destinate varie città della Jonia e della Bitinia per luoghi di loro
educazione ed esilio; ma tosto che l'età loro crescente eccitò la
gelosia dell'Imperatore, giudicò più prudente consiglio di soprattenere
quegl'infelici giovani nella forte rocca di Macello, vicino a Cesarea.
Il trattamento, ch'essi provarono in sei anni di confino, fu quale
potevano in parte sperare da un attento custode, e in parte temere da un
sospettoso Tiranno[491]. La lor prigione era un antico palazzo,
residenza dei Re della Cappadocia; la situazione era piacevole, la
fabbrica grandiosa, e spazioso il recinto. Essi proseguivano i loro
studi, e facevano i loro esercizi sotto la guardia de' più periti
maestri; ed il numeroso corteggio, destinato ad accompagnare, o
piuttosto a guardare i nipoti di Costantino, era degno della dignità di
lor nascita. Ma non potevano essi dissimulare a se medesimi, ch'eran
privi di sostanze, di libertà e di sicurezza, separati dalla società di
quelli, a' quali avrebber potuto accordare la confidenza e la stima, e
condannati a passare le triste ore loro in compagnia di schiavi addetti
a' comandi d'un Tiranno, che già gli aveva offesi fuor di qualunque
speranza di riconciliazione. A lungo andare però le necessità dello
Stato costrinsero l'Imperatore o piuttosto i suoi Eunuchi ad investir
Gallo, nel ventesimo quinto anno della sua età, del titolo di Cesare, ed
a confermare tal politica unione, mediante il matrimonio di lui colla
Principessa Costantina. Dopo un formale incontro, nel quale i due
Principi reciprocamente impegnaron la propria fede di non intraprender
giammai cosa alcuna in pregiudizio l'uno dell'altro, si portarono
senz'indugio alle rispettive loro stazioni. Costanzo continuò la sua
marcia vers'Occidente, e Gallo fissò la sua residenza in Antiochia, di
dove, con delegata autorità, amministrava le cinque gran Diocesi della
Prefettura Orientale[492]. In questo fortunato cambiamento il nuovo
Cesare non dimenticò il fratello Giuliano, che ottenne gli onori del suo
grado, le apparenze della libertà e la restituzione d'un ampio
patrimonio[493].
Gli scrittori più indulgenti verso la memoria di Gallo, e Giuliano egli
stesso, quantunque desiderasse di tirare un velo sopra le fragilità del
fratello, sono obbligati a confessare, che Cesare non era capace di
regnare. Trasportato da una prigione ad un trono, non aveva nè ingegno,
nè applicazione, nè docilità per compensare la mancanza delle cognizioni
e dell'esperienza. Un temperamento per natura fastidioso e violento,
invece di esser corretto, fu inasprito dalla solitudine e
dall'avversità; la memoria di ciò, che avea sofferto, lo dispose a
render l'istesso agli altri, piuttosto che a compatire; e gl'impeti
sregolati del suo furore riuscirono spesso fatali a quelli, che gli
stavano attorno, o eran sottoposti al suo potere[494]. Costantina sua
moglie vien descritta non come una donna, ma come una furia infernale,
tormentata da una insaziabil sete di sangue umano[495]. Invece
d'impiegar la sua preponderanza ad insinuargli miti consigli di prudenza
e di umanità, ella esacerbava le fiere passioni del marito; e siccome
riteneva la vanità del suo sesso, quantunque deposta ne avesse la
gentilezza, un vezzo di perle fu stimato da essa equivalente prezzo per
la morte di un nobile innocente e virtuoso[496]. La crudeltà di Gallo
alle volte si manifestava nell'aperta violenza di popolari o militari
esecuzioni, ed alle volte si mascherava sotto l'abuso della legge e
della formalità de' processi giudiciali. Le case private d'Antiochia ed
i luoghi pubblici eran pieni di delatori e di spie; e Cesare stesso,
celato sotto un abito plebeo, molto spesso si compiaceva di prendere
quell'odioso carattere. Ogni appartamento del Palazzo era ornato con
istrumenti di morte e di tortura, ed era sparsa una generale
costernazione nella capitale della Siria. Il Principe dell'Oriente, come
se fosse stato consapevol di quanto avea da temere, e quanto poco
meritava di regnare, prese per oggetti dell'ira sua i Provinciali
accusati di qualche immaginario tradimento, ed i propri Cortigiani,
ch'esso con più ragione sospettava, che accendessero colla segreta loro
corrispondenza il timido e sospettoso animo di Costanzo. Ma non pensava,
che privavasi dell'affezione del popolo, unico suo sostegno, nel tempo
che somministrava alla malizia dei suoi nemici le armi della verità, ed
all'Imperatore il più bel pretesto di togliergli la porpora ad un tempo
e la vita[497].
[A. D. 354]
Finattanto che la guerra civile tenne sospeso il fato del Mondo Romano,
Costanzo dissimulò di conoscere la debole e crudele amministrazione, a
cui la sua scelta sottoposto aveva l'Oriente; e la scoperta di alcuni
assassini, mandati segretamente in Antiochia dal Tiranno della Gallia,
servì a convincere il pubblico, che l'Imperatore ed il Cesare erano
uniti negl'istessi interessi, e perseguitati da' medesimi nemici[498].
Ma quando fu decisa la vittoria in favor di Costanzo, il dipendente di
lui collega divenne meno utile e men formidabile. Rigorosamente e con
sospetto si esaminava ogni circostanza della sua condotta, e fu
segretamente risoluto o di privar Gallo della porpora, o almeno di farlo
passare dall'indolente lusso dell'Asia a' travagli e pericoli d'una
guerra in Germania. La morte di Teofilo, Consolare della Provincia della
Siria, che in un tempo di carestia era stato trucidato dal popolo
d'Antiochia colla connivenza e quasi ad insinuazione di Gallo, fu
giustamente sentita non solo come un atto di sfacciata crudeltà, ma come
un pericoloso insulto contro la maestà suprema di Costanzo. Due ministri
d'illustre grado, cioè Domiziano, Prefetto Orientale, e Monzio, Questore
del Palazzo, ebbero per una special commissione la facoltà di visitare e
riformare lo Stato dell'Oriente. Fu data loro istruzione di portarsi
verso Gallo con moderazione e rispetto, ed impegnarlo colle più blande
arti della persuasione a condiscendere all'invito del suo fratello e
collega. L'inconsideratezza del Prefetto rendè vane queste prudenti
misure, ed accelerò la di lui rovina ugualmente che quella del suo
nemico. Al suo arrivo in Antiochia, Domiziano passò altieramente avanti
alle porte del Palazzo, e adducendo un leggiero pretesto
d'indisposizione, si tenne più giorni in un ostinato ritiro per
preparare un memoriale, che trasmise alla Corte Imperiale. Cedendo
finalmente alle pressanti sollecitazioni di Gallo, il Prefetto
condiscese a prender posto in Consiglio; ma il primo passo, che fece, fu
di significare un breve e superbo mandato, in cui si diceva, che Cesare
immediatamente andasse in Italia, minacciando, ch'egli stesso avrebbe
punito la sua dilazione o ambiguità, con sospendere la solita
prestazione pel suo trattamento. Il nipote e la figlia di Costantino,
che mal potevan soffrire l'insolenza d'un suddito, espressero il loro
sdegno con fare immediatamente arrestar Domiziano da una guardia. La
querela però sempre ammetteva qualche termine d'accomodamento. Ma questo
fu reso impraticabile dall'imprudente condotta di Monzio politico,
l'arte ed esperienza del quale furono spesso tradite dalla leggerezza
della sua natura[499]. Il Questore con altiere parole rimproverò a
Gallo, che un Principe, il quale appena era autorizzato a tor di carica
un magistrato municipale, non dovea presumere d'imprigionare un Prefetto
del Pretorio; convocò un'assemblea di uffiziali civili e militari; e
richiese in nome del lor Sovrano, che difendessero la persona e la
dignità de' rappresentanti di esso. Da questa temeraria dichiarazione di
guerra l'impaziente indole di Gallo fu provocata ad abbracciare i più
disperati consigli. Ordinò egli che le sue guardie stessero sulle armi,
adunò la plebaglia d'Antiochia, ed al loro zelo raccomandò la cura della
sua salute e vendetta. I suoi comandi furono troppo fatalmente obbediti.
Presero insolentemente il Prefetto ed il Questore, e legate loro insieme
con funi le gambe, gli strascinarono per le contrade della città, fecero
mille insulti e mille ferite a quelle infelici vittime, e finalmente
gettarono dentro l'Oronte i loro corpi straziati e privi di vita[500].
Dopo tal fatto, qualunque fosse stato il disegno di Gallo, solo in un
campo di battaglia egli potea sostenere la sua innocenza con qualche
speranza di buon successo. Ma l'animo di quel Principe era formato
d'un'ugual mistura di violenza e di debolezza. Invece d'assumere il
titolo d'Augusto, e d'impiegare in sua difesa le truppe ed i tesori
dell'Oriente, si lasciò ingannare dall'affettata tranquillità di
Costanzo, che lasciandogli la vana pompa d'una Corte, appoco appoco
richiamò le veterane legioni dalle Province dell'Asia. Ma siccome
tuttavia sembrava pericoloso arrestar Gallo nella sua Capitale, si
praticarono con felice successo le lente e più sicure arti della
dissimulazione. Le frequenti e pressanti lettere di Costanzo eran piene
di protestazioni di confidenza e d'amicizia, esortando egli Cesare a
soddisfare a' doveri del suo alto posto, a sollevare il suo collega da
una parte delle pubbliche cure, e ad assistere l'Occidente colla sua
presenza, coi consigli e colle armi. Dopo tante reciproche ingiurie
Gallo avea ragione di temere e di diffidare. Ma egli avea trascurate le
opportunità di fuggire e di resistere; fu sedotto dalle assicurazioni
adulatrici del Tribuno Scudilone, che sotto le sembianze di ruvido
soldato copriva la più artificiosa insinuazione; ed affidossi al credito
di Costantina sua moglie, finchè la intempestiva morte di questa
Principessa diede compimento alla rovina, in cui egli era rimasto
involto per le impetuose di lei passioni[501].
[A. D. 355]
Dopo un lungo indugio, Cesare con repugnanza intraprese il suo viaggio
verso la Corte Imperiale. Traversò egli la vasta estensione de' suoi
dominj da Antiochia ad Adrianopoli con un numeroso ed imponente
corteggio; e siccome procurava di celare al mondo e forse a se stesso le
sue apprensioni, diede al popolo di Costantinopoli il trattenimento de'
giuochi nel Circo. Poteva però nel progresso del viaggio essersi accorto
dell'imminente pericolo. In tutte le principali città era incontrato da
ministri di confidenza, che avevan commissione d'occupar le cariche del
Governo, d'osservare i suoi movimenti, e di prevenire la precipitosa
furia della sua disperazione. Le persone, spedite per assicurar le
Province che lasciavasi addietro, passavan oltre con freddi saluti o con
affettato disprezzo; ed all'avvicinarsi ch'egli faceva, allontanavano a
bella posta le truppe, che avevano i quartieri lungo la pubblica strada,
per timore che potessero esser tentate ad offerire le loro spade per
fare una guerra civile[502]. Dopo di essersi permesso a Gallo il riposo
di pochi giorni in Adrianopoli, egli ricevè un ordine espresso nello
stile più assoluto ed altiero; che lo splendido di lui treno dovesse
fermarsi in quella città, e Cesare stesso con soli dieci carri di posta
si affrettasse di giungere alla residenza Imperiale di Milano. In questo
rapido viaggio, il profondo rispetto, ch'era dovuto al fratello e
collega di Costanzo, venne insensibilmente cangiato in una ruvida
famigliarità; e Gallo che conobbe dal contegno de' suoi domestici,
ch'essi risguardavansi già come sue guardie, ed avrebber tosto potuto
servire di esecutori, incominciò ad accusare la sua fatale inavvertenza,
ed a riflettere con terrore e rimorso alla condotta, con cui egli aveva
provocata la sua rovina. A Petovio nella Pannonia si abbandonò la
dissimulazione, che fino allora s'era conservata. Fu egli condotto in un
palazzo ne' sobborghi, dove il General Barbazio con uno scelto corpo di
soldati, che non potevano essere mossi dalla pietà, nè corrotti dai
premj, aspettava l'arrivo dell'illustre sua vittima. Sul far della sera
fu arrestato, spogliato ignominiosamente delle insegne di Cesare, e
condotto in fretta a Pola nell'Istria, appartata prigione, che era stata
sì recentemente macchiata di sangue reale. L'orrore, ch'egli sentiva, fu
tosto accresciuto dal comparir che fece l'Eunuco Eusebio, suo implacabil
nemico, il quale coll'assistenza d'un Notaro e d'un Tribuno procedè ad
interrogarlo intorno all'amministrazione dell'Oriente. Cesare cadde
sotto il peso della vergogna e del delitto, confessò tutte le ree azioni
e tutti i ribelli disegni, de' quali era accusato, ed attribuendoli al
consiglio della sua moglie, esacerbò lo sdegno di Costanzo, che rivedeva
con parzial prevenzione le minute dell'esame. Restò l'Imperatore
facilmente convinto, che la propria salvezza non era compatibile colla
vita del suo cugino; fu segnata, spedita ed eseguita la sentenza di
morte; ed il nipote di Costantino, colle mani legate sul dorso, fu
decapitato in prigione, come il più vil malfattore[503]. Quelli che sono
inclinati a coprire la crudeltà di Costanzo, asseriscono ch'ei tosto
pentissi, e procurò di revocare il sanguinoso mandato; ma che il secondo
messo, incaricato di portare la sospensione, fu ritenuto dagli Eunuchi,
i quali temevano l'inesorabile indole di Gallo, e desideravano di unire
al -loro- Impero le ricche Province dell'Oriente[504].
[A. D. 355]
Oltre il regnante Imperatore, di tutta la numerosa posterità di Costanzo
Cloro, non sopravviveva che il solo Giuliano. L'infelicità della sua
nascita reale lo involse nella disgrazia di Gallo. Dal suo ritiro nel
felice paese della Jonia, fu trasportato sotto forte guardia alla Corte
di Milano, dove languì più di sette mesi in continuo timore di soffrir
l'istessa ignominiosa morte, che quasi avanti a' suoi occhi
quotidianamente davasi agli amici e aderenti della sua perseguitata
famiglia. Se ne scrutinavano con maligna curiosità i gesti, gli sguardi,
il silenzio, ed era perpetuamente attaccato da nemici, che non avea mai
offesi, e con artifizi, ai quali non era mai stato assuefatto[505]. Ma
nella scuola dell'avversità, Giuliano acquistò insensibilmente le virtù
della fermezza e della discrezione. Egli difese il proprio onore non men
che la vita dalle insidiose sottigliezze degli Eunuchi, che tentavano
d'estorcere qualche dichiarazione de' suoi sentimenti; e mentre
cautamente chiudeva in se il dispiacere e la collera, nobilmente
sdegnava di adulare il Tiranno con alcuna apparente approvazione della
morte di suo fratello. Giuliano ascrive molto devotamente la sua
miracolosa liberazione alla protezione degli Dei, che liberarono la sua
innocenza dalla sentenza di distruzione, cui la lor giustizia avea
pronunziata contro l'empia casa di Costantino[506]. Con gratitudine
risguarda come il più efficace strumento della lor Providenza la
costante e generosa amicizia dell'Imperatrice Eusebia[507], donna di
gran bellezza e di merito, la quale per l'ascendente, che aveva preso
sull'animo del marito, contrabbilanciava in qualche modo la potente
cospirazione degli Eunuchi. Per intercessione della sua protettrice,
Giuliano fu ammesso alla presenza dell'Imperatore; difese con decente
libertà la sua causa; fu ascoltato favorevolmente; e nonostanti gli
sforzi de' suoi nemici, che insistevano sul pericolo di risparmiare il
vendicatore del sangue di Gallo, prevalse nel consiglio il sentimento
più dolce d'Eusebio. Ma gli Eunuchi temerono gli effetti di un secondo
congresso; e Giuliano fu avvisato di ritirarsi per un tempo nelle
vicinanze di Milano, finattanto che l'Imperatore stimò opportuno di
assegnare la città d'Atene per luogo del suo onorevole esilio. Egli che
fin da' più teneri anni avea dimostrato un'inclinazione o piuttosto una
passione per l'idioma, pei costumi, per la dottrina e per la religione
de' Greci, obbedì con piacere ad un ordine sì confacente ai suoi
desiderii. Lungi dal tumulto delle armi e dalla perfidia delle Corti,
passò sei mesi fra' boschetti dell'Accademia, in un libero commercio co'
Filosofi di quel tempo, che studiavano di coltivare l'ingegno,
d'incoraggiare la vanità, e d'infiammare la devozione del loro Reale
Allievo. Le loro fatiche non restarono senza effetto, e Giuliano
conservò per Atene inviolabilmente quel tenero riguardo, cui rare volte
manca d'eccitare in un animo generoso la memoria del luogo, dove ha
scoperte ed esercitate le crescenti sue facoltà. La piacevolezza ed
affabilità de' costumi, che suggerite gli erano dal temperamento, ed
imposte dal presente suo stato, appoco appoco gli cattivarono
l'affezione degli stranieri, non meno che de' cittadini co' quali
trattava. Alcuni de' suoi compagni di studio poterono per avventura
esaminare la sua condotta con occhio di pregiudizio e d'avversione; ma
Giuliano stabilì nelle scuole d'Atene una prevenzione in favore delle
sue virtù e de' suoi talenti, la quale tosto si sparse per tutto il
Mondo Romano[508].
Mentre Giuliano passava il suo tempo in quello studioso ritiro,
l'Imperatrice, risoluta di condurre a fine il disegno che aveva formato,
non si dimenticò di aver cura della sua fortuna. La morte dell'ultimo
Cesare avea lasciato solo Costanzo investito del comando, ed oppresso
dal moltiplice peso di un vasto Impero. Avanti che saldate fossero le
ferite di una discordia civile, vennero inondate le Province della
Gallia da un diluvio di Barbari. I Sarmati più non avevano in rispetto
la barriera del Danubio. L'impunità della rapina aveva accresciuto
l'ardire ed il numero de' selvaggi Isauri: questi ladroni scendevano
dalle scoscese lor rupi a devastare il circonvicino paese, ed avevano
già tentato, quantunque senza buon successo, d'assediare l'importante
città di Seleucia, che era difesa da una guarnigione di tre legioni
Romane. Soprattutto il Monarca Persiano, insuperbito per la vittoria,
minacciava di nuovo la pace dell'Asia, e richiedevasi indispensabilmente
la presenza dell'Imperatore, tanto nell'Oriente che nell'Occidente. Fu
questa la prima volta che Costanzo sinceramente confessò che la sola sua
forza non era capace di sostenere cure e dominj sì vasti[509].
Insensibile alla voce dell'adulazione, la quale l'assicurava che
l'onnipotente di lui virtù e celeste fortuna avrebbe continuato a
trionfare sopra ogni ostacolo, diede con piacere orecchio al consiglio
d'Eusebia, che soddisfaceva la sua indolenza, senza offendere la
sospettosa sua vanità. Quando ella s'accorse che la rimembranza di Gallo
stava fortemente impressa nell'animo dell'Imperatore, voltò
artificiosamente l'attenzione di lui agli opposti caratteri de' due
fratelli, che fin dall'infanzia erano stati paragonati a quelli di
Domiziano e di Tito[510]. Essa avvezzò il marito a risguardar Giuliano
come un giovane di una dolce non ambiziosa disposizione, la fedeltà e
gratitudine del quale potevano assicurarsi col dono della porpora, e
capace di occupare onoratamente un posto subordinato, senz'aspirare a
disputare il comando, o adombrar le glorie del suo Benefattore e
Sovrano. Dopo un ostinato, quantunque segreto dibattimento, la
opposizione degli Eunuchi favoriti soggiacque all'ascendente
dell'Imperatrice; e fu risoluto che Giuliano, dopo d'aver celebrato le
sue nozze con Elena, sorella di Costanzo, sarebbe destinato a regnare
col titolo di Cesare sulle regioni di là dalle alpi[511].
Quantunque l'ordine, che lo richiamò alla Corte, fosse probabilmente
accompagnato da qualche indicazione della prossima sua grandezza, egli
chiama il popolo d'Atene in testimonio delle lacrime di sincero
dispiacere che sparse, quando con sua ripugnanza fu tolto dall'amato
ritiro[512]. Egli tremava per la sua vita, per la fama, ed anche per la
sua virtù; e l'unica sua fiducia era fondata nella persuasione che
Minerva gli inspirasse tutte le azioni, e ch'egli fosse protetto da una
guardia invisibile di Angeli, ch'essa per questo fine avea preso dal
sole e dalla luna. Si avvicinò con orrore al palazzo di Milano; nè potè
l'ingenuo giovane celare il suo sdegno, quando si trovò accolto con
falso e servile rispetto dagli assassini di sua famiglia. Eusebia,
godendo del buon esito dei suoi benigni disegni, l'abbracciò colla
tenerezza d'una sorella, e procurò, colle più dolci carezze, di
dissipare i suoi terrori, e riconciliarlo colla sua fortuna. Ma la
cerimonia di radersi la barba, ed il suo goffo portamento, quando la
prima volta mutò il mantello di Greco filosofo nell'abito militare di
Principe Romano, . divertì per qualche giorno la leggerezza della Corte
Imperiale[513].
[A. D. 355]
Gl'Imperatori del secolo di Costantino non si degnavano più di
consultare il Senato nella scelta d'un collega, ma erano ansiosi, che
fosse ratificata la loro elezione dal consenso dell'esercito. In questa
solenne occasione si posero in armi le guardie, colle altre truppe i
quartieri delle quali erano nelle vicinanze di Milano; e Costanzo salì
sull'alto suo Tribunale, tenendo per mano il suo cugino Giuliano, che in
quel giorno appunto entrava nel ventesimo quinto anno della sua
età[514]. In uno studiato discorso, concepito e recitato con dignità,
l'Imperatore espose i varj pericoli, che minacciavano la prosperità
della Repubblica, la necessità di nominare un Cesare per
l'amministrazione dell'Occidente, e l'intenzione che aveva, se era
conforme a' lor desiderii, di premiare coll'onor della porpora le virtù,
che molto promettevano, del nipote di Costantino. Si manifestò
l'approvazione de' soldati con un rispettoso bisbiglio; essi guardavano
fissamente il viril contegno di Giuliano, ed osservavano con piacere,
come il fuoco, che scintillava ne' suoi occhi, era temperato da un
modesto rossore, in vedersi così esposto per la prima volta alla
pubblica vista del Mondo. Appena fu terminata la cerimonia della sua
investitura, Costanzo voltossi a lui con un tuono d'autorità, che la
maggiore di lui età e condizione gli permetteva di prendere, ed
esortando il nuovo Cesare a meritare con eroici fatti quel sacro ed
immortal nome, l'Imperatore diede al suo collega i più forti
contrassegni di un'amicizia che non sarebbe mai stata diminuita dal
tempo, nè interrotta dalla lor separazione o dimora ne' climi più
distanti fra loro. Finito che fu il discorso, le truppe batterono gli
scudi contro le ginocchia in segno di applauso[515], mentre gli
uffiziali, che circondavano il Tribunale, esprimettero con decente
riserva, l'idea che avevan de' meriti del rappresentante di Costanzo.
I due Principi tornarono al Palazzo nel medesimo cocchio, e nel tempo
della lenta processione Giuliano ripetea fra se stesso un verso del suo
favorito Omero, che poteva ugualmente applicare alla sua fortuna ed a'
suoi timori[516]. I ventiquattro giorni, che Cesare passò a Milano dopo
la sua investitura, ed i primi mesi del suo Gallico regno furono
soggetti ad una splendida ma severa schiavitù, nè l'acquisto degli onori
poteva compensare la perdita della sua libertà[517]. Eran osservati i
suoi passi, le sue lettere intercettate: e fu costretto dalla prudenza
ad evitare le visite dei suoi più intimi amici. A quattro soli de' suoi
più antichi domestici fu permesso di seguitarlo, a due paggi, al suo
medico ed al suo bibliotecario; l'ultimo dei quali era impiegato nella
custodia d'una pregevol collezione di libri, dono dell'Imperatrice, che
studiava le inclinazioni ugualmente che l'interesse del suo amico. In
luogo di que' fedeli servitori, gli fu dato un corteggio, quale in vero
conveniva alla dignità d'un Cesare, ma composto da una folla di schiavi,
privi e forse incapaci di qualunque attaccamento pel nuovo loro Signore,
a cui per la maggior parte essi erano incogniti o sospetti. La sua
mancanza d'esperienza poteva esiger l'aiuto d'un savio consiglio; ma le
minute istruzioni, che regolavano il trattamento della sua tavola e la
distribuzione delle ore, erano adattate ad un giovane che fosse tuttavia
sotto la disciplina dei suoi precettori, piuttosto che alla situazione
d'un Principe, a cui fosse affidata la condotta d'una importante guerra.
S'egli aspirava a meritar la stima de' sudditi, veniva ritenuto dal
timore di far dispiacere al suo Sovrano; e per fino furon fatti svanire
i frutti del suo matrimonio da' gelosi artifizi d'Eusebia medesima[518],
che in questa sola occasione sembra essersi dimenticata della tenerezza
del suo sesso e della generosità del proprio carattere. La memoria del
padre e dei fratelli rammentò a Giuliano il proprio pericolo, e furono
accresciuti i suoi timori dal fresco indegno fato di Silvano. Nella
state, che precedè la sua elevazione, quel Generale era stato scelto per
liberare la Gallia dalla tirannia de' Barbari; ma Silvano tosto conobbe
che avea lasciato nella Corte Imperiale i suoi più pericolosi nemici.
Uno scaltro delatore, sostenuto da varj de' principali ministri, procurò
di ottenere da esso alcune lettere commendatizie; e cancellatone tutto
il contenuto fuor che la firma, riempì il voto della pergamena di
espressioni che indicavano affari di gran rilievo e di tradimento.
L'inganno però, attesa l'industria e il coraggio de' suoi amici, fu
scoperto, ed in un gran consiglio di uffiziali civili e militari, tenuto
in presenza dell'Imperatore medesimo, fu pubblicamente riconosciuta
l'innocenza di Silvano. Ma troppo tardi si fece tale scoperta; la nuova
della calunnia e la precipitosa confiscazione del suo patrimonio aveva
già indotto lo sdegnato Capitano alla ribellione di cui era stato sì
ingiustamente accusato. Egli assunse la porpora nel suo principal
quartiere di Colonia, e pareva, che le sue attive forze minacciasser
l'Italia d'un'invasione, a Milano di un assedio. In quest'occorrenza
Ursicino, Generale d'ugual grado, riguadagnò con un tradimento il favore
che aveva perduto per gli eminenti suoi servigi in Oriente. Esacerbato,
com'egli poteva speciosamente asserire, da ingiurie di tal natura, si
affrettò con pochi seguaci ad unirsi alle bandiere, ed a tradir la
fiducia del suo troppo credulo amico. Dopo un regno di soli ventotto
giorni, Silvano fu assassinato, i soldati, che senz'alcuna colpevole
intenzione avean ciecamente seguìto l'esempio del Capitano, tornarono
immediatamente al loro dovere; e gli adulatori di Costanzo celebrarono
la saviezza e felicità del Monarca, il quale aveva estinto una guerra
civile senza il rischio di veruna battaglia[519].
La difesa della frontiera della Rezia e la persecuzione della Chiesa
Cattolica, trattennero Costanzo in Italia più di diciotto mesi dopo la
partenza di Giuliano; e prima di tornar in Oriente volle l'Imperatore
compiacere la propria curiosità ed alterigia con una visita che fece
alla vecchia capitale[520]. Egli s'incamminò da Milano verso Roma per le
vie Emilia e Flaminia; e quando fu quaranta miglia vicino alla città, la
marcia d'un Principe, che non aveva mai vinto alcuno straniero nemico,
prese le apparenze d'una processione trionfale. Il suo splendido treno
era composto di tutti i ministri di lusso, ma in un tempo di profonda
pace era circondato dalle armi lucenti dei numerosi squadroni delle sue
guardie e de' corazzieri. Le spiegate loro bandiere di seta, ricamate
d'oro e disegnate in forma di dragoni, sventolavano intorno alla persona
dell'Imperatore. Costanza sedeva solo in un alto carro, splendente d'oro
e di preziose gemme; ed eccetto che piegò il capo nel passare sotto le
porte della città, affettò un imponente contegno d'inflessibile, e come
sembrar poteva, insensibile gravità. Si era introdotta nel Palazzo
Imperiale dagli Eunuchi l'austera disciplina della gioventù Persiana; e
tal'era l'abitudine alla pazienza in essi inculcata, che durante una
lenta e noiosa marcia egli non fu mai veduto muover la mano verso la
faccia, o voltar gli occhi a destra o a sinistra. Fu ricevuto da'
Magistrati e dal Senato di Roma; ed osservò con attenzione gli onori
civili della Repubblica e le immagini consolari delle famiglie nobili.
Eran piene le contrade d'una innumerabile moltitudine. Le ripetute
acclamazioni esprimevano la loro gioia, nel vedere dopo un'assenza di
trentadue anni la sacra persona del loro Sovrano; e Costanzo medesimo
con qualche piacevolezza indicava l'affettata sua meraviglia, che l'uman
genere si fosse così ad un tratto riunito nel medesimo luogo. Fu
alloggiato il figlio di Costantino nell'antico palazzo di Augusto;
presedè al Senato, arringò al popolo da quel Tribunale su cui Cicerone
sì spesso era salito, assistè con insolita affabilità a' giuochi del
Circo, ed accettò le corone d'oro, ed i panegirici, che avevano
preparato per tal ceremonia i Deputati delle principali città. La breve
sua visita di trenta giorni fu impiegata in vedere i monumenti dell'arte
o della forza che erano sparsi ne' sette colli e nelle adiacenti valli.
Ammirò la tremenda maestà del Campidoglio, la vasta estensione de' bagni
di Caracalla e di Diocleziano, la severa semplicità del Panteon, la soda
grandezza dell'anfiteatro di Tito, l'elegante architettura del teatro di
Pompeo, e del Tempio della Pace, e soprattutto la maestosa struttura del
Foro, e la colonna di Traiano, confessando, che la voce della fama, così
facile ad inventare ed ampliare, avea dato un ragguaglio non adeguato
della Metropoli del mondo. Il viaggiatore che ha contemplato le ruine
dell'antica Roma, può concepir qualche idea imperfetta de' sentimenti
che doveano inspirare, quando innalzavano le fronti nello splendore
d'una incorrotta bellezza.
La soddisfazione, che Costanzo provò nel suo viaggio, eccitò in esso la
generosa emulazione di lasciare a' Romani qualche memoria della sua
gratitudine e munificenza. La sua prima idea fu d'imitare l'equestre
statua colossale, che avea veduto nel Foro di Traiano; ma quando
seriamente ponderò le difficoltà d'eseguirla[521], si determinò
piuttosto ad abbellire la capitale col dono d'un obelisco Egiziano. In
tempi assai remoti ma culti, che sembra abbiano preceduto l'invenzione
della scrittura alfabetica, s'erano eretti questi obelischi in gran
numero nella città di Tebe e d'Eliopoli dagli antichi Sovrani
dell'Egitto, colla giusta speranza che la semplicità della lor figura e
la durezza della materia avrebbero resistito alle ingiurie del tempo e
della violenza[522]. S'erano fatte trasportare a Roma da Augusto e da'
suoi successori molte di queste colonne straordinarie, come monumenti i
più durevoli della loro potenza e vittoria[523]; ma vi rimaneva tuttavia
un obelisco, che per la sua grandezza o santità restò lungo tempo immune
dalla rapace vanità dei conquistatori. Costantino l'aveva destinato per
adornar la sua nuova città[524], e poscia che per ordine di lui fu
rimosso dalla base su cui posava avanti al tempio del Sole in Eliopoli,
fu trasportato per mezzo del Nilo ad Alessandria. La morte di Costantino
sospese l'esecuzione del suo disegno, e questo fu l'obelisco dal suo
figlio destinato per l'antica capitale dell'Impero. Fu preparato un
vascello di straordinaria forza e grandezza per trasferir questo enorme
pezzo di granito, lungo almeno cento quindici piedi, dalle rive del Nilo
a quelle del Tevere. L'obelisco di Costanzo si pose a terra in distanza
di circa tre miglia dalla città, e s'innalzò con grande sforzo d'arte e
di lavoro nel gran Circo di Roma[525].
[A. D. 357-358-359]
S'affrettò la partenza di Costanzo da Roma per la non indifferente
notizia delle angustie e del pericolo delle Province Illiriche. Le
distrazioni della guerra civile e le irreparabili perdite, che le Romane
legioni avean fatte nella battaglia di Mursa, esposero quelle regioni
quasi senza difesa alla cavalleria leggiera dei Barbari e specialmente
alle incursioni de' Quadi; feroce e potente nazione, che sembra avere
cangiato le istituzioni Germaniche colle armi e con gli artifizi
militari de' Sarmati loro alleati[526]. Le guarnigioni della frontiera
non eran sufficienti a reprimere i loro progressi; e l'indolente Monarca
fu alla fine costretto di adunare dall'estremità de' suoi dominj il
fiore delle truppe Palatine, di mettersi in campo in persona, e
d'impiegare un'intera campagna, col precedente autunno e colla primavera
seguente, a proseguir seriamente la guerra. L'Imperatore passò il
Danubio sopra un ponte di barche, tagliò a pezzi tutti quelli che
incontrava in cammino, penetrò nel cuor del paese de' Quadi, e vendicò
con rigore le calamità, ch'essi avevano cagionato alle Province Romane.
Gli sbigottiti Barbari furon tosto ridotti a chieder la pace; offerirono
di restituire i di lui sudditi prigionieri in emenda del passato, ed i
più nobili ostaggi per pegno della futura loro condotta. La generosa
cortesia, dimostrata al primo de' lor capitani che implorò la clemenza
di Costanzo, incoraggiò i più timidi ed ostinati ad imitarne l'esempio;
ed il campo Imperiale si trovò pieno di Principi e d'Ambasciatori delle
più lontane Tribù, che occupavano le pianure della bassa Polonia, e che
si potevan creder sicure dentro l'alta cima de' monti Carpazi. Mentre
Costanzo dava la legge ai Barbari di là dal Danubio, egli distinse con
speciosa compassione gli esuli Sarmati, ch'erano stati espulsi dal paese
nativo per la ribellione de' loro schiavi, e che facevano un aumento
molto considerabile alla potenza de' Quadi. L'Imperatore, adottando un
generoso, ma insieme artificiale sistema di politica, liberò i Sarmati
da' vincoli di tal umiliante dipendenza, e mediante un trattato a parte
restituì loro la dignità d'una nazione, unita sotto il governo d'un Re
amico ed alleato della Repubblica. Dichiarossi egli risoluto di
sostenere la giustizia della lor causa e di assicurar la pace delle
Province coll'estirpazione, o almeno coll'espulsione de' Limiganti, i
costumi de' quali eran tuttora infettati da' vizi della servile lor
nascita. L'esecuzione di questo disegno fu accompagnata più da
difficoltà che da gloria. Il territorio de' Limiganti era difeso contro
i Romani dal Danubio, contro i nemici Barbari dal Tibisco. Le terre
paludose, ch'eran fra questi due fiumi, spesso coperte dalle inondazioni
di essi, formavano un intricato deserto, praticabile solo dagli
abitanti, che ne sapevano i segreti sentieri e le inaccessibili rocche.
All'avvicinarsi di Costanzo, i Limiganti tentarono l'efficacia delle
preghiere, della frode e delle armi; ma egli rigettò con vigore le loro
suppliche, fece svanire i rozzi loro stratagemmi, e rispinse con arte e
fermezza gli sforzi del loro sregolato valore. Una delle lor più
guerriere Tribù, stabilita in una piccola isola verso l'unione del
Tibisco col Danubio, s'avventurò di passare il fiume con intenzione di
sorprendere l'Imperatore, durante la sicurezza di un amichevole
conferenza. Ma presto divenne la vittima della perfidia che meditava.
Circondati da ogni lato, calpestati dalla cavalleria, e tagliati a pezzi
dalle spade delle legioni, sdegnarono di chieder mercede, e con indomita
ostinazione anche fra le agonie della morte afferravano le armi. Dopo
questa vittoria un corpo considerabile di Romani sbarcò sulle sponde
opposte del Danubio; i Taifali, Tribù di Goti impegnata al servizio
dell'Impero, invasero i Limiganti dalla parte del Tibisco; ed i Sarmati
liberi, loro antichi padroni, animati dalla speranza e dalla vendetta,
penetrarono pel montuoso paese nel cuore de' loro antichi stati. Un
incendio generale scoprì le capanne de' Barbari, ch'erano situate nel
profondo della foresta; ed il soldato combatteva con fiducia sopra un
pantanoso terreno, in cui non si camminava che con pericolo. In tal
estremità i più bravi fra' Limiganti eran determinati a morire colle
armi in mano piuttosto che cedere; ma finalmente prevalse il sentimento
più mite, invigorito dall'autorità de' lor vecchi; ed una supplice folla
di essi, seguita dalle mogli e da' figli, portossi al campo Imperiale
per sapere il loro destino dalla bocca del conquistatore. Dopo d'aver
celebrato la viva clemenza, che era sempre inclinata a perdonare i
replicati loro delitti, ed a risparmiare il restante d'una colpevol
nazione, Costanzo assegnò loro per luogo di esilio un lontano paese,
dove potevan godere una sicura ed onorevole quiete. I Limitanti
obbediron con ripugnanza, ma avanti di giungere, o almeno avanti
d'occupare le abitazioni ad essi destinate, tornarono alle rive del
Danubio, esagerando i travagli della loro situazione, e chiedendo con
fervide proteste di fedeltà, che l'Imperatore si degnasse di conceder
loro un tranquillo stabilimento dentro i confini delle Province Romane.
In vece di consultar l'esperienza, ch'egli stesso avea fatto della loro
incorreggibile perfidia, Costanzo prestò orecchio a' suoi adulatori, che
furon pronti a mettergli in vista l'onore ed il vantaggio di ricevere
una colonia di soldati in un tempo, in cui era più facile d'ottener da'
sudditi dell'Impero delle contribuzioni pecuniarie, che il militar
servizio. Fu permesso a' Limiganti di passare il Danubio; e l'Imperatore
diede udienza alla moltitudine in una larga pianura vicina alla moderna
città di Buda. Essi circondarono il Tribunale, e pareva, che
ascoltassero con rispetto una orazione piena di dignità e di dolcezza,
quando uno de' Barbari, gettando per aria la sua scarpa, gridò ad alta
voce -Marha! Marha!- parola di diffidenza, che fu ricevuta come segnale
del tumulto. Corsero così con furia ad impadronirsi della persona
dell'Imperatore; dalle rozze lor mani fu saccheggiato il suo trono reale
e l'aureo suo letto; ma la difesa fedele delle sue guardie, che gli
morirono a' piedi, gli procurò un momento di tempo per salire sopra un
veloce cavallo, e sottrarsi alla confusione. La disgrazia incorsa per
una sorpresa di traditori, fu presto vendicata dal numero e dalla
disciplina de' Romani; nè si finì il combattimento che coll'estinzione
del nome e della nazione de' Limiganti. I Sarmati, liberi, furon di
nuovo posti in possesso delle antiche loro sedi, e sebbene Costanzo
diffidasse della leggerezza del loro carattere, pure aveva qualche
speranza che un sentimento di gratitudine influir potesse nella futura
loro condotta. Aveva egli osservato l'alta statura e l'ossequioso
contegno di Zizais uno de' più nobili fra' lor Capitani. Gli conferì
dunque il titolo di Re; e Zizais dimostrò di non essere indegno di
regnare con un sincero e durevole attaccamento agl'interessi del suo
benefattore, che dopo tale splendido fatto ricevè il nome di -Sarmatico-
dalle acclamazioni del vittorioso suo esercito[527].
[A. D. 358]
Mentre il Romano Imperatore ed il Monarca di Persia difendevano alla
distanza di tremila miglia i loro estremi confini contro i Barbari del
Danubio e dell'Oxo, la frontiera, che si trovava interposta fra loro,
pativa le vicende d'una languida guerra e di una precaria tregua. Due
ministri Orientali di Costanzo, cioè Musoniano Prefetto del Pretorio,
l'abilità del quale non ebbe effetto per mancanza di verità e
d'integrità, e Cassiano Duca di Mesopotamia, coraggioso e veterano
soldato, aprirono una segreta negoziazione col Satrapa Tamsapore[528].
Queste aperture di pace, trasportate nel servile e adulante linguaggio
Asiatico, furono mandate al campo del gran Re, il quale risolse di
significare per mezzo d'un Ambasciatore i termini ch'era inclinato ad
accordare ai supplicanti Romani. Narsete, ch'egli aveva decorato di tal
carattere, fu ricevuto onorevolmente nel passare che fece per Antiochia
e Costantinopoli; giunse dopo un lungo cammino a Sirmio, e nella sua
prima udienza rispettosamente spiegò il velo di seta che copriva la
superba lettera del suo Sovrano. Sapore, Re dei Re e fratello del Sole e
della Luna (tali erano gli altieri titoli affettati dall'Orientai
vanità) esprimeva la sua compiacenza, che il suo fratello Costanzo
Cesare fosse stato istruito dall'avversità. Sosteneva egli, come
legittimo successore di Dario Istaspe, che il fiume Strimone in
Macedonia era il vero ed antico limite del suo Impero; dichiarando,
però, che in prova della sua moderazione si sarebbe contentato delle
Province dell'Armenia e della Mesopotamia, che fraudolentemente s'erano
estorte da' suoi Antenati. Egli assicurava, che senza la restituzione di
queste contrastate regioni era impossibile stabilire alcun trattato
sopra una forte e durevole base; e minacciava con arroganza, che se
tornava il suo Ambasciatore senza effetto, egli era preparato ad entrare
in campo nella primavera, ed a sostener la giustizia della sua causa
colla forza delle sue invincibili armi. Narsete, ch'era dotato delle più
culte ed amabili qualità, procurò di addolcire, per quanto il suo dovere
lo permetteva, la durezza dell'ambasciata[529]. Maturamente fu ponderato
sì lo stile che la sostanza della lettera nel consiglio Imperiale, e fu
rimandato l'Ambasciatore colla risposta; «che Costanzo aveva diritto di
non approvare l'officiosità de' suoi ministri, che avevano operato
senz'avere alcun ordine speciale del Trono; egli ciò nonostante non era
alieno da un uguale ed onorevole trattato; ma era molto indecente ed
assurdo il proporre all'unico e vittorioso Imperatore del Mondo Romano
quelle medesime condizioni di pace, ch'esso aveva rigettato con isdegno,
quando era limitato il suo potere dentro gli angusti limiti
dell'Oriente; e dovrebbe Sapore rammentarsi, che se qualche volta i
Romani erano stati vinti in battaglia, essi erano quasi sempre stati
felici nell'esito della guerra». Pochi giorni dopo la partenza di
Narsete furon mandati tre Ambasciatori alla Corte di Sapore, il quale
dalla spedizione della Scizia era già tornato all'ordinaria sua
residenza di Ctesifonte. Furono scelti un Conte, un Notaro ed un Sofista
per quest'importante commissione; e Costanzo, ch'era segretamente
ansioso di concluder la pace, aveva qualche speranza, che la dignità del
primo di questi ministri, la destrezza del secondo e la rettorica del
terzo[530] avrebbero persuaso il Monarca Persiano a diminuire il rigore
delle sue domande. Ma i progressi del loro trattato furon combattuti e
fatti svanire dagli ostili artifizi d'Antonino[531], suddito Romano
della Siria, ch'era fuggito dall'oppressione, ed ammesso a' consigli di
Sapore e fino alla mensa reale, dove secondo l'uso de' Persiani si
discutevano frequentemente gli affari più rilevanti[532]. Lo scaltro
fuggitivo, colla medesima condotta con cui soddisfaceva alla sua
vendetta, promuoveva il proprio interesse. Egli continuamente stimolava
l'ambizione del nuovo suo Signore ad abbracciar la favorevole occasione
che le più valorose truppe Palatine eran occupate coll'Imperatore in una
distante guerra sul Danubio. Istigava Sapore ad invader l'esauste e non
difese Province dell'Oriente colle numerose armate della Persia, ora
fortificate mediante l'alleanza ed aggiunta de' Barbari più feroci.
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