[427] Eusebio (-l. IV. c. 6.-) termina il suo racconto con questa fedele dichiarazione delle truppe, e scansa tutte le odiose circostanze del macello, che seguì dopo. [428] Si descrive il carattere di Dalmazio con vantaggio, quantunque brevemente, da Eutropio X. 9. -Dalmatius Caesar prosperrima indole, neque patruo absimilis-, haud multo -post oppressus est factione militari-. Siccome tanto Girolamo quanto la Cronica Alessandrina fanno menzione del terzo anno di questo Cesare, che non principiava fino al 18. o 24. Settembre dell'anno 337, egli è chiaro che queste militari fazioni continuarono per più di quattro mesi. [429] Ho riferito questo singolare aneddoto sull'autorità di Filostorgio -l. II. c. 16-. Ma se mai da Costanzo, o dagli aderenti di lui si usò tal pretesto, dipoi fu disprezzato, appena ebbe servito all'immediato loro disegno. Atanasio (-Tom. I p. 856-) fa menzione del giuramento, che Costanzo avea preso per la sicurezza de' suoi congiunti. [430] -Coniugia sobrinarum diu ignorata tempore addito percrebuisse-. Tacit. -Annal. XII. 6.- e Lips. -Ib.- La rivocazione dell'antica legge, e la pratica di cinquecent'anni non furono bastanti a sradicare i pregiudizi de' Romani, che sempre risguardarono i matrimonj de' cugini germani come una specie d'imperfetto incesto (Augustin. -De civ. Dei XV. 6.-); e Giuliano, il cui spirito era stravolto dalla superstizione e dall'ira, diffama queste non naturali parentele fra' propri di lui cugini coll'obbrobrioso epiteto di γαμὼν τε ου γαμον -nozze non nuziali- (-Orat. VII p. 228-). La giurisprudenza de' canoni ha di poi restituita, e rinvigorita questa proibizione, senza però averla potuta introdurre nelle civili, o comuni leggi di Europa. Vedi a proposito di questi matrimonj Taylor -Leg. Civ. p. 331-. Brorer. -de Jur. Connub. l. II. c. 12-. Hericourt -Loix Eccles. P. III. c. 4-. Fleury -Inst. du Droit Can. Tom. I. p. 331. Paris 1767- e Fra Paolo -Istor. del Conc. Trid. l. VIII-. [431] Giuliano (-ad S. P. Q. Athen. p. 270-) accusa il suo cugino Costanzo di tutta la colpa di un macello, in cui era stato sì vicino a soccombere ei pure. Vien confermata la sua asserzione da Atanasio, che per ragioni di altro genere non era meno nemico di Costanzo (-Tom. I. p. 856.-) Zosimo conviene nella medesima accusa; ma i tre abbreviatori Eutropio e i Vittori usano l'espressione molto temperata -sinente potius quam jubente; -- incertum quo suasore -- vi militum-. [432] Euseb. -in vit. Const. l. IV. c. 69-. Zosim. -l. II. p. 1117-. Idat. -in Chron.- Vedi due note di Tillemont -Hist. des Emper. IV. p. 1086-1091-. Si fa menzione del regno del fratello maggiore in Costantinopoli solo nella Cronica Alessandrina. [433] Agatia, che visse nel sesto secolo, è l'autore di questa istoria (-l. IV. p. 135. edit. Lovre-). Egli rilevò tali notizie da alcuni estratti delle Croniche persiane, che ottenne e tradusse l'interprete Sergio durante la sua ambasceria a quella Corte. La Coronazione della madre di Sapore, è similmente rammentata da Schikard (-Tarikk. p. 126-) e D'Herbelot (-Bibl. Orient. p. 763-). [434] D'Herbelot. -Bibl. Or. p. 764-. [435] Sesto Rufo c. 26 la di cui autorità in quest'occasione non è disprezzabile, afferma che i Persiani richiesero invano la pace, e che Costantino si preparava a marciar contro di loro; ma il peso maggiore della testimonianza d'Eusebio ci costringe ad ammettere, se non la ratifica, i preliminari almeno del trattato. Vedi Tillemont -Hist. des Emper. T. IV. p. 420-. [436] Julian. -Orat. I. p. 20-. [437] Julian. -Orat. I. p. 20, 21-. Mosè di Corene l. II. c. 8-9 l. III. c. 1-9. p 226-240. Il perfetto accordo fra gl'indeterminati cenni dell'Oratore contemporaneo e la circostanziata narrazione dell'Istorico nazionale dà lume all'uno e peso all'altro. Può anche osservarsi, rispetto all'autorità di Mosè, che si trova il nome d'Antioco pochi anni prima in un uffizio d'inferior dignità. Vedi Gotofred. -Cod. Theodos. Tom. IV. p. 350-. [438] Ammiano XIV 4. fa una viva descrizione della vita vagabonda e predatoria de' Saraceni, che s'estendevano da' confini dell'Assiria fino alle cateratte del Nilo. Dalle avventure di Malco, che Girolamo riferisce in sì piacevol maniera, si rileva, che la pubblica strada fra Berea ed Edessa era infestata da questi ladroni. Ved. -Hieron. Tom. I. p. 256-. [439] Noi prenderemo da Eutropio l'idea generale di questa guerra X. 10. -A Persis enim multa et gravia perpessus, saepe captis oppidis, obsessis urbibus, coesis exercitibus, nullumque et contra Saporem prosperum praelium fuit, nisi quod apud Singaram etc.- Quest'ingenua narrazione vien confermata da' cenni, che ne danno Ammiano, Rufo, e Girolamo. Le due primo Orazioni di Giuliano, e la terza di Libanio ce ne presentano una più lusinghiera pittura; ma la ritrattazione di ambedue quegli oratori dopo la morte di Costanzo, nel tempo che ci rimette in possesso della verità, infama il loro carattere e quello dell'Imperatore. Il Comentario di Spanemio sulla prima orazione di Giuliano contiene una profusa erudizione. Vedansi ancora le giudiziose osservazioni di Tillemont. -Hist. des Emper. Tom. IV. p. 656-. [440] -Acerrima nocturna concertatione pugnatum est, nostrorum copiis ingenti strage confessis.- Ammiano XVIII. 5. Vedi anche Eutropio X. 10. e Sesto Rufo c. 27. [441] Libanio -Orat. III. p. 133- con Giuliano -Orat. I. p. 24- ed il Coment. di Spanemio -p. 179-. [442] Vedi Giuliano -Orat. I. p. 27-, -Orat. II. p. 62- col Comentario di Spanemio (-p. 188-202-), che illustra le circostanze e determina l'epoca de' tre assedj di Nisibi. S'esaminano anche le date di essi dal Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. IV. p. 668, 671, 674-) e qualche cosa s'aggiunge da Zosimo (-l. III. p. 151-) e dalla Cronica Alessandrina (-p. 290.-) [443] Sallust. -Fragm. LXXXIV. edit. Brosses.- Plutar. -in Lucul.- (-Tom. III. p. 184.-) Nisibi è presentemente ridotta a centocinquanta case; le terre paludose producon riso, ed i fertili prati, fino a Mosul ed al Tigri, son coperti dalle rovine della città e de' villaggi. Vedi Niebuhr (-Viag. Tom. II. p. 300-309.-) [444] I miracoli, che Teodoro (-l. II. c. 30-) ascrive a S. Giacomo, Vescovo d'Edessa, furono almeno fatti per una causa che lo meritava, cioè per la difesa della patria. Egli comparve sulle mura in forma del Romano Imperatore, e mandò un'armata di zanzare a punger le trombe degli elefanti, e a sconfigger l'esercito del nuovo Sennacherib. [445] Giulian. -Orat. I. p. 27-. Quantunque Niebuhr, (-Tom. II. p. 307-) assegni un gonfiamento molto considerabile al Migdonio, sopra del quale vide un ponte di dodici archi, nonostante è difficile di capire quanto paralello di un piccol ruscello con un gran fiume. Nella descrizione di queste stupende operazioni d'acqua si trovano molte circostanze oscure, e quasi non intelligibili. [446] Noi dobbiamo a Zonara (com. II -l. XIII. p. 11-) la notizia di tale invasione de' Massageti, ch'è perfettamente coerente alla serie generale degli avvenimenti a' quali siamo condotti oscuramente dall'interrotta storia d'Ammiano. [447] Si riferiscono le cause e gli avvenimenti di questa guerra civile con molta ambiguità e contraddizione. Io ho seguìto specialmente Zonara e Vittore il Giovane. Il monodio pronunziato in occasione della morte di Costantino (-ad calcem Eutropii edit. Havercamp.-) potrebbe averci date molte notizie; ma la prudenza ed il cattivo gusto impegnarono l'Oratore a diffondersi in una vaga declamazione. [448] -Quarum- (-Gentium-) -obsides pretio quaesitos pueros venustiores, quod cultius habuerat, libidine hujusmodi arsisse pro certo habetur.- Se non si fosse reso pubblico il gusto depravato di Costante, Vittore il Vecchio, che occupava un posto considerabile nel regno del fratello di lui, non l'avrebbe asserito in termini sì positivi. [449] Giuliano -Orat. I. et II-. Zosim. -l. II.- (-p. 134.-) Vittore -nell'Epit.- V'è ragione di credere, che Magnenzio fosse nato in una di quelle colonie barbare, che Costanzo Cloro avea stabilite nella Gallia. La sua condotta può farci sovvenire del famoso patriotta Simone di Montfort, Conte di Leicester, che potè persuadere il buon popolo d'Inghilterra, ch'esso, Francese di nascita, aveva preso le armi par liberarlo dagli estranei favoriti. [450] Quest'antica città era una volta fiorita col nome d'-Illiberis- (Pompon. Mela II. 5.) La munificenza di Costantino le diede nuovo splendore, ed il nome della propria madre. Elena (che ha tuttavia il nome di Elne) divenne Sede Episcopale, ed il Vescovo di essa dopo lungo tempo trasferì la sua residenza a Perpignano, capitale del moderno Rossiglione. Vedi D'Anville (-Not. de l'anc. Gaul. p. 380.-) Longuerue -Descript. de la Franc.- (-p. 223-) e la -Marca Ispanica-. [451] Zosimo -l. II.- (-p. 119, 120-) Zonara -Tom. II. l. XIII.- (-p. 13-) e gli Abbreviatori. [452] Eutropio (X. 10) rappresenta Vetranione con più moderazione, e probabilmente con più verità de' due Vittori. Esso era nato di oscuri parenti nelle più selvagge parti della Mesia; e la sua educazione era stata tanto negletta, che dopo il suo innalzamento studiò l'alfabeto. [453] Giuliano descrive nella sua prima Orazione la dubbiosa e fluttuante condotta di Vetranione, ed accuratamente la spiega Spanemio, che discute la situazione ed il contegno di Costantina. [454] Vedi Pietro Patrizio nell'-Excerpt. Legation.- (-p. 27-). [455] Zonara (T. II l. XIII. p. 16.) La situazione di Sardica, vicina alla moderna città di Sofia, sembra meglio adattata a questo congresso, che la situazione o di Naisso o di Sirmio, dove si pone da Girolamo, da Socrate, e da Sozomeno. [456] Vedi le due prime Orazioni di Giuliano, specialmente a -p. 31- e Zosimo (-l. II p. 122.-) La distinta narrazione dell'Istorico serve ad illustrare le diffuse ma indeterminate descrizioni dell'Oratore. [457] Vittore il Giovane dà al suo esilio l'enfatico nome di -voluptarium otium-. Socrate (-l. II. c. 18-) è garante della corrispondenza coll'Imperatore la quale parrebbe provare che Vetranione era in vero -prope ad stultitiam simplicissimus-. [458] -Eum Constantius .... facundiae vi dejectum imperio in privatum otium removit. Quae gloriam post natum Imperium soli processit eloquio, clementiaque etc.- Aurelio Vittore, Giuliano e Temistio adornano questo fatto co' più artificiosi e vivi colori della loro rettorica. [459] Busbechio (-p. 112.-) attraversò la bassa Ungheria e Schiavonia in un tempo, in cui erano esse ridotte quasi ad un deserto dalle reciproche ostilità de' Cristiani e de' Turchi. Pure con maraviglia rammenta l'insuperabile fertilità del terreno; ed osserva, che l'altezza dell'erba era sufficiente a nascondere un carro carico alla sua vista. Vedi anche Browne -Viagg.- nella Collezione di Harris. -Vol. II.- (-p. 762.- ec.). [460] Zosimo fa un ampio racconto della guerra e della negoziazione (-l. II. p. 123-130-). Ma siccome non si dimostra nè soldato nè politico, la sua storia dee ponderarsi con attenzione, ed ammettersi con cautela. [461] Questo riguardevole ponte, ch'è fiancheggiato con torri, e fondato su grossi pali di legno, fu costruito l'anno 1566 dal Sultano Solimano per facilitare la marcia de' suoi eserciti nell'Ungheria. Vedi Browne -Viagg.- e Busching -Sistem. di Geogr. Vol. II. p. 90-. [462] Questa positura e le successive evoluzioni son chiaramente, sebbene in breve, descritte da Giuliano (-Orat. I. p. 36-). [463] Sulpic. Sever. l. II. 405. L'Imperatore passò la giornata in preghiere con Valente, Vescovo Arriano di Mursa, che guadagnò la sua confidenza con annunciargli l'evento della battaglia. Il Tillemont (-Hist. des Emper. Tom. IV. p. 1110-) osserva molto a proposito il silenzio di Giuliano rispetto al personal valore di Costanzo nella battaglia di Mursa. Il silenzio dell'adulazione qualche volta equivale alla più positiva ed autentica prova. [464] Giuliano -Orat. I. p. 36- ed -Orat. II. p. 59, 60-. Zonara -Tom. II. l. XIII. p. 17-. Zosim. l. II. -p. 130, 133-. Quest'ultimo celebra la destrezza dell'arcier Menelao, che poteva scagliare tre dardi nel medesimo tempo; vantaggio, che secondo la sua idea degli affari militari, materialmente contribuì alla vittoria di Costanzo. [465] Secondo Zonara, Costanzo di 80000 uomini che aveva, ne perdè 30000 e Magnenzio 24000 di 36000. Gli altri articoli di questo racconto sembran probabili ed autentici; ma nel numero dell'armata del Tiranno dev'essersi fatto sbaglio o dall'autore o da' copisti. Magnenzio aveva raccolto tutte le forze d'Occidente sì de' Romani che de' Barbari in un formidabile corpo, che non può giustamente stimarsi minore di 100,000 uomini. Giulian. -Orat. I. p. 34, 35-. [466] -Ingentes R. I. vires ea dimicatione consumptae sunt ad quaelibet bella externa idonea, quae multum triumphorum possent, securitatisque conferre.- Eutrop. X. 13. Vittore il Giovane s'esprime nell'istessa guisa. [467] In quest'occasione dobbiam preferire la non sospetta testimonianza di Zosimo e di Zonara alle lusinghiere asserzioni di Giuliano. Vittore il Giovane dipinge in un singolare aspetto il carattere di Magnenzio. -Sermonis acer, animi tumidi, et immodice timidus; artifex tamen ad occultandam audaciae specie formidinem.- È egli più verisimile, che nella battaglia di Mursa la sua condotta fosse governata dalla natura o dall'arte? Io inclinerei alla seconda. [468] Julian. -Orat. I. p. 38 39-. In quel luogo non meno che nell'-Oraz. II. p. 97- egli esprime la general disposizione del senato, del popolo, e de' soldati dell'Italia in favore dell'Imperatore. [469] Vittore il Vecchio descrive in una maniera patetica la misera condizione di Roma. -Cujus stolidum ingenium adeo P. R. patribusque exitio fuit, uti passim domus, fora, viae, templaque cruore, cadaveribusque opplerentur bustorum modo.- Atanasio Tom. I. (-p. 677-) deplora la morte di molte illustri vittime, e Giuliano (-Orat. II. p. 58-) rammenta con esecrazione la crudeltà di Marcellino implacabil nemico della casa di Costantino. [470] Zosim. l. II. -p. 133-. Vittore -in Epitom.- I panegiristi di Costanzo, col solito loro candore, omettono di far menzione di quest'accidentale disfatta. [471] Zonara Tom. II. l. XIII. -p. 17-. Giuliano in diversi luoghi di due orazioni si diffonde sulla clemenza di Costantino verso i ribelli. [472] Zosimo -l. II. p. 133-. Giuliano -Orat. I. p. 40, II. 74-. [473] Ammiano XV. 6. Zosimo l. II. -p. 133-. Giuliano, che (nell'-Oraz. I. p. 40-) inveisce contro i crudeli effetti della disperazion del Tiranno, rammenta (-Orat. I. p. 34-) gli opprimenti editti, che furon dettati dalla necessità, o dall'avarizia di esso. I suoi sudditi furon costretti a comprare i beni Imperiali; specie di proprietà dubbia e pericolosa, che in caso di rivoluzione avrebbe potuto loro imputarsi come una condannabile usurpazione. [474] Le medaglie di Magnenzio celebrano le vittorie di -due- Augusti e del Cesare. Quest'ultimo era un altro fratello chiamato Desiderio. Vedi Tillemont -Hist. des Emp. Tom. IV. p. 757-. [475] Giuliano -Orat. I. p. 40, II. p. 74- con Spanem. -p. 263-. Il comentario di questo illustra i fatti di quella guerra civile. -Mons Seleusi- era un picciol luogo nelle alpi Cozie poche miglia distante da -Vapincum-, o Gap, città Episcopale del Delfinato. Vedi Danville -Not. de la Gaule p. 464-, e Longuerue -Descript. de la France p. 327-. [476] Zosimo l. II. -p. 134-. (Liban. -Orat. X. p. 268, 269-). Quest'ultimo con gran veemenza critica tal crudele ed appassionata politica di Costanzo. [477] Giuliano -Orat. I. p. 46-. Zosimo l. II. -p. 134-. Socrate l. II. c. 32. Sozomeno l. IV. c. 7. Vittore il Giovane descrive la sua morte con alcune orride circostanze: -Transfosso latere, ut erat vasti corporis, vulnere, naribusque, et ore cruorem effundens exspiravit.- Se può darsi fede a Zonara, il Tiranno, avanti di spirare, ebbe il piacere d'uccidere colle sue proprie mani sua madre e Desiderio di lui fratello. [478] Sembra che Giuliano (-Orat. p. 58, 59-) sia incerto nel determinare, se egli da se stesso si desse la pena de' suoi delitti, o se annegossi nel Dravo, o se da' vendicatori Demonj fu trasportato dal campo di battaglia al luogo degli eterni tormenti a lui destinato. [479] Ammiano XIV 5 XXI. 16. CAPITOLO XIX. -Costanzo solo Imperatore. Elevazione e morte di Gallo. Pericolo ed innalzamento di Giuliano. Guerre coi Sarmati e co' Persi. Vittorie di Giuliano nella Gallia.- Le divise Province dell'Impero nuovamente s'unirono per la vittoria di Costanzo; ma poichè quel Principe debole mancava di merito personale in pace o in guerra; poichè temeva de' suoi Generali, e diffidava de' Ministri, il trionfo delle sue armi non servì che a stabilire il regno degli Eunuchi sul Mondo Romano. Questi miserabili enti, antica produzione della gelosia e del dispotismo Orientale[480], furono introdotti nella Grecia ed in Roma pel contagio del lusso Asiatico[481]. Rapido fu il loro progresso; e gli Eunuchi, i quali al tempo d'Augusto si erano abborriti, come il mostruoso corteggio d'una Regina d'Egitto[482], furono appoco appoco ammessi nelle famiglie delle Matrone, de' Senatori e degli Imperatori medesimi[483]. Ristretti da' severi editti di Domiziano e di Nerva[484], accarezzati dalla vanità di Diocleziano, ridotti ad un umile stato dalla prudenza di Costantino[485], moltiplicarono ne' palazzi de' suoi degenerati figliuoli, ed insensibilmente acquistarono la cognizione, ed in ultimo la direzione de' segreti consigli di Costanzo. L'avversione e il disprezzo, che il Mondo ha sempre con tale uniformità mantenuto per questa imperfetta specie di uomini, sembra che abbia degradato il loro carattere, e gli abbia quasi renduti incapaci, come si suppongono essere, di concepire alcun sentimento generoso, o di fare alcun'azione degna di gloria[486]. Ma gli Eunuchi erano esperti nelle arti dell'adulazione e dell'intrigo, e governavan l'animo di Costanzo, alternativamente servendosi de' timori, dell'indolenza e della vanità del medesimo[487]. Mentr'egli mirava in un ingannevole specchio la bella apparenza della pubblica prosperità, con supina indolenza permetteva loro, che gli celassero le querele delle maltrattate Province; che accumulassero immense ricchezze con vendere la giustizia e gli onori; che infamassero le dignità più importanti colla promozione di quelli, che dalle lor mani aveano comprata la facoltà dell'oppressione[488]; e che soddisfacessero il proprio sdegno contro que' pochi spiriti indipendenti, che arditamente ricusavano di sollecitare la protezione di schiavi. Il più distinto fra questi schiavi era il Ciamberlano Eusebio, il quale regolava il Monarca ed il Palazzo con tale assoluto dominio, che Costanzo, secondo il sarcasmo d'un imparziale Istorico, godeva qualche credito appresso il superbo suo favorito[489]. Per le artificiose di lui suggestioni, l'Imperatore s'indusse a sottoscriver la condanna dell'infelice Gallo, e ad aggiungere un nuovo delitto alla lunga lista delle uccisioni, che macchiano l'onore della casa di Costantino. [A. D. 351] Quando i due nipoti di Costantino, Gallo e Giuliano, furon sottratti al furor de' soldati, il primo aveva circa l'età di dodici anni, ed il secondo di sei; e siccome il maggiore credevasi d'una debole costituzione di corpo, così con minor difficoltà ottennero una vita precaria e dipendente dall'affettata pietà di Costanzo, il quale conosceva che l'esecuzione di tali orfani abbandonati si sarebbe stimata dal Mondo come un atto della più deliberata crudeltà[490]. Furono destinate varie città della Jonia e della Bitinia per luoghi di loro educazione ed esilio; ma tosto che l'età loro crescente eccitò la gelosia dell'Imperatore, giudicò più prudente consiglio di soprattenere quegl'infelici giovani nella forte rocca di Macello, vicino a Cesarea. Il trattamento, ch'essi provarono in sei anni di confino, fu quale potevano in parte sperare da un attento custode, e in parte temere da un sospettoso Tiranno[491]. La lor prigione era un antico palazzo, residenza dei Re della Cappadocia; la situazione era piacevole, la fabbrica grandiosa, e spazioso il recinto. Essi proseguivano i loro studi, e facevano i loro esercizi sotto la guardia de' più periti maestri; ed il numeroso corteggio, destinato ad accompagnare, o piuttosto a guardare i nipoti di Costantino, era degno della dignità di lor nascita. Ma non potevano essi dissimulare a se medesimi, ch'eran privi di sostanze, di libertà e di sicurezza, separati dalla società di quelli, a' quali avrebber potuto accordare la confidenza e la stima, e condannati a passare le triste ore loro in compagnia di schiavi addetti a' comandi d'un Tiranno, che già gli aveva offesi fuor di qualunque speranza di riconciliazione. A lungo andare però le necessità dello Stato costrinsero l'Imperatore o piuttosto i suoi Eunuchi ad investir Gallo, nel ventesimo quinto anno della sua età, del titolo di Cesare, ed a confermare tal politica unione, mediante il matrimonio di lui colla Principessa Costantina. Dopo un formale incontro, nel quale i due Principi reciprocamente impegnaron la propria fede di non intraprender giammai cosa alcuna in pregiudizio l'uno dell'altro, si portarono senz'indugio alle rispettive loro stazioni. Costanzo continuò la sua marcia vers'Occidente, e Gallo fissò la sua residenza in Antiochia, di dove, con delegata autorità, amministrava le cinque gran Diocesi della Prefettura Orientale[492]. In questo fortunato cambiamento il nuovo Cesare non dimenticò il fratello Giuliano, che ottenne gli onori del suo grado, le apparenze della libertà e la restituzione d'un ampio patrimonio[493]. Gli scrittori più indulgenti verso la memoria di Gallo, e Giuliano egli stesso, quantunque desiderasse di tirare un velo sopra le fragilità del fratello, sono obbligati a confessare, che Cesare non era capace di regnare. Trasportato da una prigione ad un trono, non aveva nè ingegno, nè applicazione, nè docilità per compensare la mancanza delle cognizioni e dell'esperienza. Un temperamento per natura fastidioso e violento, invece di esser corretto, fu inasprito dalla solitudine e dall'avversità; la memoria di ciò, che avea sofferto, lo dispose a render l'istesso agli altri, piuttosto che a compatire; e gl'impeti sregolati del suo furore riuscirono spesso fatali a quelli, che gli stavano attorno, o eran sottoposti al suo potere[494]. Costantina sua moglie vien descritta non come una donna, ma come una furia infernale, tormentata da una insaziabil sete di sangue umano[495]. Invece d'impiegar la sua preponderanza ad insinuargli miti consigli di prudenza e di umanità, ella esacerbava le fiere passioni del marito; e siccome riteneva la vanità del suo sesso, quantunque deposta ne avesse la gentilezza, un vezzo di perle fu stimato da essa equivalente prezzo per la morte di un nobile innocente e virtuoso[496]. La crudeltà di Gallo alle volte si manifestava nell'aperta violenza di popolari o militari esecuzioni, ed alle volte si mascherava sotto l'abuso della legge e della formalità de' processi giudiciali. Le case private d'Antiochia ed i luoghi pubblici eran pieni di delatori e di spie; e Cesare stesso, celato sotto un abito plebeo, molto spesso si compiaceva di prendere quell'odioso carattere. Ogni appartamento del Palazzo era ornato con istrumenti di morte e di tortura, ed era sparsa una generale costernazione nella capitale della Siria. Il Principe dell'Oriente, come se fosse stato consapevol di quanto avea da temere, e quanto poco meritava di regnare, prese per oggetti dell'ira sua i Provinciali accusati di qualche immaginario tradimento, ed i propri Cortigiani, ch'esso con più ragione sospettava, che accendessero colla segreta loro corrispondenza il timido e sospettoso animo di Costanzo. Ma non pensava, che privavasi dell'affezione del popolo, unico suo sostegno, nel tempo che somministrava alla malizia dei suoi nemici le armi della verità, ed all'Imperatore il più bel pretesto di togliergli la porpora ad un tempo e la vita[497]. [A. D. 354] Finattanto che la guerra civile tenne sospeso il fato del Mondo Romano, Costanzo dissimulò di conoscere la debole e crudele amministrazione, a cui la sua scelta sottoposto aveva l'Oriente; e la scoperta di alcuni assassini, mandati segretamente in Antiochia dal Tiranno della Gallia, servì a convincere il pubblico, che l'Imperatore ed il Cesare erano uniti negl'istessi interessi, e perseguitati da' medesimi nemici[498]. Ma quando fu decisa la vittoria in favor di Costanzo, il dipendente di lui collega divenne meno utile e men formidabile. Rigorosamente e con sospetto si esaminava ogni circostanza della sua condotta, e fu segretamente risoluto o di privar Gallo della porpora, o almeno di farlo passare dall'indolente lusso dell'Asia a' travagli e pericoli d'una guerra in Germania. La morte di Teofilo, Consolare della Provincia della Siria, che in un tempo di carestia era stato trucidato dal popolo d'Antiochia colla connivenza e quasi ad insinuazione di Gallo, fu giustamente sentita non solo come un atto di sfacciata crudeltà, ma come un pericoloso insulto contro la maestà suprema di Costanzo. Due ministri d'illustre grado, cioè Domiziano, Prefetto Orientale, e Monzio, Questore del Palazzo, ebbero per una special commissione la facoltà di visitare e riformare lo Stato dell'Oriente. Fu data loro istruzione di portarsi verso Gallo con moderazione e rispetto, ed impegnarlo colle più blande arti della persuasione a condiscendere all'invito del suo fratello e collega. L'inconsideratezza del Prefetto rendè vane queste prudenti misure, ed accelerò la di lui rovina ugualmente che quella del suo nemico. Al suo arrivo in Antiochia, Domiziano passò altieramente avanti alle porte del Palazzo, e adducendo un leggiero pretesto d'indisposizione, si tenne più giorni in un ostinato ritiro per preparare un memoriale, che trasmise alla Corte Imperiale. Cedendo finalmente alle pressanti sollecitazioni di Gallo, il Prefetto condiscese a prender posto in Consiglio; ma il primo passo, che fece, fu di significare un breve e superbo mandato, in cui si diceva, che Cesare immediatamente andasse in Italia, minacciando, ch'egli stesso avrebbe punito la sua dilazione o ambiguità, con sospendere la solita prestazione pel suo trattamento. Il nipote e la figlia di Costantino, che mal potevan soffrire l'insolenza d'un suddito, espressero il loro sdegno con fare immediatamente arrestar Domiziano da una guardia. La querela però sempre ammetteva qualche termine d'accomodamento. Ma questo fu reso impraticabile dall'imprudente condotta di Monzio politico, l'arte ed esperienza del quale furono spesso tradite dalla leggerezza della sua natura[499]. Il Questore con altiere parole rimproverò a Gallo, che un Principe, il quale appena era autorizzato a tor di carica un magistrato municipale, non dovea presumere d'imprigionare un Prefetto del Pretorio; convocò un'assemblea di uffiziali civili e militari; e richiese in nome del lor Sovrano, che difendessero la persona e la dignità de' rappresentanti di esso. Da questa temeraria dichiarazione di guerra l'impaziente indole di Gallo fu provocata ad abbracciare i più disperati consigli. Ordinò egli che le sue guardie stessero sulle armi, adunò la plebaglia d'Antiochia, ed al loro zelo raccomandò la cura della sua salute e vendetta. I suoi comandi furono troppo fatalmente obbediti. Presero insolentemente il Prefetto ed il Questore, e legate loro insieme con funi le gambe, gli strascinarono per le contrade della città, fecero mille insulti e mille ferite a quelle infelici vittime, e finalmente gettarono dentro l'Oronte i loro corpi straziati e privi di vita[500]. Dopo tal fatto, qualunque fosse stato il disegno di Gallo, solo in un campo di battaglia egli potea sostenere la sua innocenza con qualche speranza di buon successo. Ma l'animo di quel Principe era formato d'un'ugual mistura di violenza e di debolezza. Invece d'assumere il titolo d'Augusto, e d'impiegare in sua difesa le truppe ed i tesori dell'Oriente, si lasciò ingannare dall'affettata tranquillità di Costanzo, che lasciandogli la vana pompa d'una Corte, appoco appoco richiamò le veterane legioni dalle Province dell'Asia. Ma siccome tuttavia sembrava pericoloso arrestar Gallo nella sua Capitale, si praticarono con felice successo le lente e più sicure arti della dissimulazione. Le frequenti e pressanti lettere di Costanzo eran piene di protestazioni di confidenza e d'amicizia, esortando egli Cesare a soddisfare a' doveri del suo alto posto, a sollevare il suo collega da una parte delle pubbliche cure, e ad assistere l'Occidente colla sua presenza, coi consigli e colle armi. Dopo tante reciproche ingiurie Gallo avea ragione di temere e di diffidare. Ma egli avea trascurate le opportunità di fuggire e di resistere; fu sedotto dalle assicurazioni adulatrici del Tribuno Scudilone, che sotto le sembianze di ruvido soldato copriva la più artificiosa insinuazione; ed affidossi al credito di Costantina sua moglie, finchè la intempestiva morte di questa Principessa diede compimento alla rovina, in cui egli era rimasto involto per le impetuose di lei passioni[501]. [A. D. 355] Dopo un lungo indugio, Cesare con repugnanza intraprese il suo viaggio verso la Corte Imperiale. Traversò egli la vasta estensione de' suoi dominj da Antiochia ad Adrianopoli con un numeroso ed imponente corteggio; e siccome procurava di celare al mondo e forse a se stesso le sue apprensioni, diede al popolo di Costantinopoli il trattenimento de' giuochi nel Circo. Poteva però nel progresso del viaggio essersi accorto dell'imminente pericolo. In tutte le principali città era incontrato da ministri di confidenza, che avevan commissione d'occupar le cariche del Governo, d'osservare i suoi movimenti, e di prevenire la precipitosa furia della sua disperazione. Le persone, spedite per assicurar le Province che lasciavasi addietro, passavan oltre con freddi saluti o con affettato disprezzo; ed all'avvicinarsi ch'egli faceva, allontanavano a bella posta le truppe, che avevano i quartieri lungo la pubblica strada, per timore che potessero esser tentate ad offerire le loro spade per fare una guerra civile[502]. Dopo di essersi permesso a Gallo il riposo di pochi giorni in Adrianopoli, egli ricevè un ordine espresso nello stile più assoluto ed altiero; che lo splendido di lui treno dovesse fermarsi in quella città, e Cesare stesso con soli dieci carri di posta si affrettasse di giungere alla residenza Imperiale di Milano. In questo rapido viaggio, il profondo rispetto, ch'era dovuto al fratello e collega di Costanzo, venne insensibilmente cangiato in una ruvida famigliarità; e Gallo che conobbe dal contegno de' suoi domestici, ch'essi risguardavansi già come sue guardie, ed avrebber tosto potuto servire di esecutori, incominciò ad accusare la sua fatale inavvertenza, ed a riflettere con terrore e rimorso alla condotta, con cui egli aveva provocata la sua rovina. A Petovio nella Pannonia si abbandonò la dissimulazione, che fino allora s'era conservata. Fu egli condotto in un palazzo ne' sobborghi, dove il General Barbazio con uno scelto corpo di soldati, che non potevano essere mossi dalla pietà, nè corrotti dai premj, aspettava l'arrivo dell'illustre sua vittima. Sul far della sera fu arrestato, spogliato ignominiosamente delle insegne di Cesare, e condotto in fretta a Pola nell'Istria, appartata prigione, che era stata sì recentemente macchiata di sangue reale. L'orrore, ch'egli sentiva, fu tosto accresciuto dal comparir che fece l'Eunuco Eusebio, suo implacabil nemico, il quale coll'assistenza d'un Notaro e d'un Tribuno procedè ad interrogarlo intorno all'amministrazione dell'Oriente. Cesare cadde sotto il peso della vergogna e del delitto, confessò tutte le ree azioni e tutti i ribelli disegni, de' quali era accusato, ed attribuendoli al consiglio della sua moglie, esacerbò lo sdegno di Costanzo, che rivedeva con parzial prevenzione le minute dell'esame. Restò l'Imperatore facilmente convinto, che la propria salvezza non era compatibile colla vita del suo cugino; fu segnata, spedita ed eseguita la sentenza di morte; ed il nipote di Costantino, colle mani legate sul dorso, fu decapitato in prigione, come il più vil malfattore[503]. Quelli che sono inclinati a coprire la crudeltà di Costanzo, asseriscono ch'ei tosto pentissi, e procurò di revocare il sanguinoso mandato; ma che il secondo messo, incaricato di portare la sospensione, fu ritenuto dagli Eunuchi, i quali temevano l'inesorabile indole di Gallo, e desideravano di unire al -loro- Impero le ricche Province dell'Oriente[504]. [A. D. 355] Oltre il regnante Imperatore, di tutta la numerosa posterità di Costanzo Cloro, non sopravviveva che il solo Giuliano. L'infelicità della sua nascita reale lo involse nella disgrazia di Gallo. Dal suo ritiro nel felice paese della Jonia, fu trasportato sotto forte guardia alla Corte di Milano, dove languì più di sette mesi in continuo timore di soffrir l'istessa ignominiosa morte, che quasi avanti a' suoi occhi quotidianamente davasi agli amici e aderenti della sua perseguitata famiglia. Se ne scrutinavano con maligna curiosità i gesti, gli sguardi, il silenzio, ed era perpetuamente attaccato da nemici, che non avea mai offesi, e con artifizi, ai quali non era mai stato assuefatto[505]. Ma nella scuola dell'avversità, Giuliano acquistò insensibilmente le virtù della fermezza e della discrezione. Egli difese il proprio onore non men che la vita dalle insidiose sottigliezze degli Eunuchi, che tentavano d'estorcere qualche dichiarazione de' suoi sentimenti; e mentre cautamente chiudeva in se il dispiacere e la collera, nobilmente sdegnava di adulare il Tiranno con alcuna apparente approvazione della morte di suo fratello. Giuliano ascrive molto devotamente la sua miracolosa liberazione alla protezione degli Dei, che liberarono la sua innocenza dalla sentenza di distruzione, cui la lor giustizia avea pronunziata contro l'empia casa di Costantino[506]. Con gratitudine risguarda come il più efficace strumento della lor Providenza la costante e generosa amicizia dell'Imperatrice Eusebia[507], donna di gran bellezza e di merito, la quale per l'ascendente, che aveva preso sull'animo del marito, contrabbilanciava in qualche modo la potente cospirazione degli Eunuchi. Per intercessione della sua protettrice, Giuliano fu ammesso alla presenza dell'Imperatore; difese con decente libertà la sua causa; fu ascoltato favorevolmente; e nonostanti gli sforzi de' suoi nemici, che insistevano sul pericolo di risparmiare il vendicatore del sangue di Gallo, prevalse nel consiglio il sentimento più dolce d'Eusebio. Ma gli Eunuchi temerono gli effetti di un secondo congresso; e Giuliano fu avvisato di ritirarsi per un tempo nelle vicinanze di Milano, finattanto che l'Imperatore stimò opportuno di assegnare la città d'Atene per luogo del suo onorevole esilio. Egli che fin da' più teneri anni avea dimostrato un'inclinazione o piuttosto una passione per l'idioma, pei costumi, per la dottrina e per la religione de' Greci, obbedì con piacere ad un ordine sì confacente ai suoi desiderii. Lungi dal tumulto delle armi e dalla perfidia delle Corti, passò sei mesi fra' boschetti dell'Accademia, in un libero commercio co' Filosofi di quel tempo, che studiavano di coltivare l'ingegno, d'incoraggiare la vanità, e d'infiammare la devozione del loro Reale Allievo. Le loro fatiche non restarono senza effetto, e Giuliano conservò per Atene inviolabilmente quel tenero riguardo, cui rare volte manca d'eccitare in un animo generoso la memoria del luogo, dove ha scoperte ed esercitate le crescenti sue facoltà. La piacevolezza ed affabilità de' costumi, che suggerite gli erano dal temperamento, ed imposte dal presente suo stato, appoco appoco gli cattivarono l'affezione degli stranieri, non meno che de' cittadini co' quali trattava. Alcuni de' suoi compagni di studio poterono per avventura esaminare la sua condotta con occhio di pregiudizio e d'avversione; ma Giuliano stabilì nelle scuole d'Atene una prevenzione in favore delle sue virtù e de' suoi talenti, la quale tosto si sparse per tutto il Mondo Romano[508]. Mentre Giuliano passava il suo tempo in quello studioso ritiro, l'Imperatrice, risoluta di condurre a fine il disegno che aveva formato, non si dimenticò di aver cura della sua fortuna. La morte dell'ultimo Cesare avea lasciato solo Costanzo investito del comando, ed oppresso dal moltiplice peso di un vasto Impero. Avanti che saldate fossero le ferite di una discordia civile, vennero inondate le Province della Gallia da un diluvio di Barbari. I Sarmati più non avevano in rispetto la barriera del Danubio. L'impunità della rapina aveva accresciuto l'ardire ed il numero de' selvaggi Isauri: questi ladroni scendevano dalle scoscese lor rupi a devastare il circonvicino paese, ed avevano già tentato, quantunque senza buon successo, d'assediare l'importante città di Seleucia, che era difesa da una guarnigione di tre legioni Romane. Soprattutto il Monarca Persiano, insuperbito per la vittoria, minacciava di nuovo la pace dell'Asia, e richiedevasi indispensabilmente la presenza dell'Imperatore, tanto nell'Oriente che nell'Occidente. Fu questa la prima volta che Costanzo sinceramente confessò che la sola sua forza non era capace di sostenere cure e dominj sì vasti[509]. Insensibile alla voce dell'adulazione, la quale l'assicurava che l'onnipotente di lui virtù e celeste fortuna avrebbe continuato a trionfare sopra ogni ostacolo, diede con piacere orecchio al consiglio d'Eusebia, che soddisfaceva la sua indolenza, senza offendere la sospettosa sua vanità. Quando ella s'accorse che la rimembranza di Gallo stava fortemente impressa nell'animo dell'Imperatore, voltò artificiosamente l'attenzione di lui agli opposti caratteri de' due fratelli, che fin dall'infanzia erano stati paragonati a quelli di Domiziano e di Tito[510]. Essa avvezzò il marito a risguardar Giuliano come un giovane di una dolce non ambiziosa disposizione, la fedeltà e gratitudine del quale potevano assicurarsi col dono della porpora, e capace di occupare onoratamente un posto subordinato, senz'aspirare a disputare il comando, o adombrar le glorie del suo Benefattore e Sovrano. Dopo un ostinato, quantunque segreto dibattimento, la opposizione degli Eunuchi favoriti soggiacque all'ascendente dell'Imperatrice; e fu risoluto che Giuliano, dopo d'aver celebrato le sue nozze con Elena, sorella di Costanzo, sarebbe destinato a regnare col titolo di Cesare sulle regioni di là dalle alpi[511]. Quantunque l'ordine, che lo richiamò alla Corte, fosse probabilmente accompagnato da qualche indicazione della prossima sua grandezza, egli chiama il popolo d'Atene in testimonio delle lacrime di sincero dispiacere che sparse, quando con sua ripugnanza fu tolto dall'amato ritiro[512]. Egli tremava per la sua vita, per la fama, ed anche per la sua virtù; e l'unica sua fiducia era fondata nella persuasione che Minerva gli inspirasse tutte le azioni, e ch'egli fosse protetto da una guardia invisibile di Angeli, ch'essa per questo fine avea preso dal sole e dalla luna. Si avvicinò con orrore al palazzo di Milano; nè potè l'ingenuo giovane celare il suo sdegno, quando si trovò accolto con falso e servile rispetto dagli assassini di sua famiglia. Eusebia, godendo del buon esito dei suoi benigni disegni, l'abbracciò colla tenerezza d'una sorella, e procurò, colle più dolci carezze, di dissipare i suoi terrori, e riconciliarlo colla sua fortuna. Ma la cerimonia di radersi la barba, ed il suo goffo portamento, quando la prima volta mutò il mantello di Greco filosofo nell'abito militare di Principe Romano, . divertì per qualche giorno la leggerezza della Corte Imperiale[513]. [A. D. 355] Gl'Imperatori del secolo di Costantino non si degnavano più di consultare il Senato nella scelta d'un collega, ma erano ansiosi, che fosse ratificata la loro elezione dal consenso dell'esercito. In questa solenne occasione si posero in armi le guardie, colle altre truppe i quartieri delle quali erano nelle vicinanze di Milano; e Costanzo salì sull'alto suo Tribunale, tenendo per mano il suo cugino Giuliano, che in quel giorno appunto entrava nel ventesimo quinto anno della sua età[514]. In uno studiato discorso, concepito e recitato con dignità, l'Imperatore espose i varj pericoli, che minacciavano la prosperità della Repubblica, la necessità di nominare un Cesare per l'amministrazione dell'Occidente, e l'intenzione che aveva, se era conforme a' lor desiderii, di premiare coll'onor della porpora le virtù, che molto promettevano, del nipote di Costantino. Si manifestò l'approvazione de' soldati con un rispettoso bisbiglio; essi guardavano fissamente il viril contegno di Giuliano, ed osservavano con piacere, come il fuoco, che scintillava ne' suoi occhi, era temperato da un modesto rossore, in vedersi così esposto per la prima volta alla pubblica vista del Mondo. Appena fu terminata la cerimonia della sua investitura, Costanzo voltossi a lui con un tuono d'autorità, che la maggiore di lui età e condizione gli permetteva di prendere, ed esortando il nuovo Cesare a meritare con eroici fatti quel sacro ed immortal nome, l'Imperatore diede al suo collega i più forti contrassegni di un'amicizia che non sarebbe mai stata diminuita dal tempo, nè interrotta dalla lor separazione o dimora ne' climi più distanti fra loro. Finito che fu il discorso, le truppe batterono gli scudi contro le ginocchia in segno di applauso[515], mentre gli uffiziali, che circondavano il Tribunale, esprimettero con decente riserva, l'idea che avevan de' meriti del rappresentante di Costanzo. I due Principi tornarono al Palazzo nel medesimo cocchio, e nel tempo della lenta processione Giuliano ripetea fra se stesso un verso del suo favorito Omero, che poteva ugualmente applicare alla sua fortuna ed a' suoi timori[516]. I ventiquattro giorni, che Cesare passò a Milano dopo la sua investitura, ed i primi mesi del suo Gallico regno furono soggetti ad una splendida ma severa schiavitù, nè l'acquisto degli onori poteva compensare la perdita della sua libertà[517]. Eran osservati i suoi passi, le sue lettere intercettate: e fu costretto dalla prudenza ad evitare le visite dei suoi più intimi amici. A quattro soli de' suoi più antichi domestici fu permesso di seguitarlo, a due paggi, al suo medico ed al suo bibliotecario; l'ultimo dei quali era impiegato nella custodia d'una pregevol collezione di libri, dono dell'Imperatrice, che studiava le inclinazioni ugualmente che l'interesse del suo amico. In luogo di que' fedeli servitori, gli fu dato un corteggio, quale in vero conveniva alla dignità d'un Cesare, ma composto da una folla di schiavi, privi e forse incapaci di qualunque attaccamento pel nuovo loro Signore, a cui per la maggior parte essi erano incogniti o sospetti. La sua mancanza d'esperienza poteva esiger l'aiuto d'un savio consiglio; ma le minute istruzioni, che regolavano il trattamento della sua tavola e la distribuzione delle ore, erano adattate ad un giovane che fosse tuttavia sotto la disciplina dei suoi precettori, piuttosto che alla situazione d'un Principe, a cui fosse affidata la condotta d'una importante guerra. S'egli aspirava a meritar la stima de' sudditi, veniva ritenuto dal timore di far dispiacere al suo Sovrano; e per fino furon fatti svanire i frutti del suo matrimonio da' gelosi artifizi d'Eusebia medesima[518], che in questa sola occasione sembra essersi dimenticata della tenerezza del suo sesso e della generosità del proprio carattere. La memoria del padre e dei fratelli rammentò a Giuliano il proprio pericolo, e furono accresciuti i suoi timori dal fresco indegno fato di Silvano. Nella state, che precedè la sua elevazione, quel Generale era stato scelto per liberare la Gallia dalla tirannia de' Barbari; ma Silvano tosto conobbe che avea lasciato nella Corte Imperiale i suoi più pericolosi nemici. Uno scaltro delatore, sostenuto da varj de' principali ministri, procurò di ottenere da esso alcune lettere commendatizie; e cancellatone tutto il contenuto fuor che la firma, riempì il voto della pergamena di espressioni che indicavano affari di gran rilievo e di tradimento. L'inganno però, attesa l'industria e il coraggio de' suoi amici, fu scoperto, ed in un gran consiglio di uffiziali civili e militari, tenuto in presenza dell'Imperatore medesimo, fu pubblicamente riconosciuta l'innocenza di Silvano. Ma troppo tardi si fece tale scoperta; la nuova della calunnia e la precipitosa confiscazione del suo patrimonio aveva già indotto lo sdegnato Capitano alla ribellione di cui era stato sì ingiustamente accusato. Egli assunse la porpora nel suo principal quartiere di Colonia, e pareva, che le sue attive forze minacciasser l'Italia d'un'invasione, a Milano di un assedio. In quest'occorrenza Ursicino, Generale d'ugual grado, riguadagnò con un tradimento il favore che aveva perduto per gli eminenti suoi servigi in Oriente. Esacerbato, com'egli poteva speciosamente asserire, da ingiurie di tal natura, si affrettò con pochi seguaci ad unirsi alle bandiere, ed a tradir la fiducia del suo troppo credulo amico. Dopo un regno di soli ventotto giorni, Silvano fu assassinato, i soldati, che senz'alcuna colpevole intenzione avean ciecamente seguìto l'esempio del Capitano, tornarono immediatamente al loro dovere; e gli adulatori di Costanzo celebrarono la saviezza e felicità del Monarca, il quale aveva estinto una guerra civile senza il rischio di veruna battaglia[519]. La difesa della frontiera della Rezia e la persecuzione della Chiesa Cattolica, trattennero Costanzo in Italia più di diciotto mesi dopo la partenza di Giuliano; e prima di tornar in Oriente volle l'Imperatore compiacere la propria curiosità ed alterigia con una visita che fece alla vecchia capitale[520]. Egli s'incamminò da Milano verso Roma per le vie Emilia e Flaminia; e quando fu quaranta miglia vicino alla città, la marcia d'un Principe, che non aveva mai vinto alcuno straniero nemico, prese le apparenze d'una processione trionfale. Il suo splendido treno era composto di tutti i ministri di lusso, ma in un tempo di profonda pace era circondato dalle armi lucenti dei numerosi squadroni delle sue guardie e de' corazzieri. Le spiegate loro bandiere di seta, ricamate d'oro e disegnate in forma di dragoni, sventolavano intorno alla persona dell'Imperatore. Costanza sedeva solo in un alto carro, splendente d'oro e di preziose gemme; ed eccetto che piegò il capo nel passare sotto le porte della città, affettò un imponente contegno d'inflessibile, e come sembrar poteva, insensibile gravità. Si era introdotta nel Palazzo Imperiale dagli Eunuchi l'austera disciplina della gioventù Persiana; e tal'era l'abitudine alla pazienza in essi inculcata, che durante una lenta e noiosa marcia egli non fu mai veduto muover la mano verso la faccia, o voltar gli occhi a destra o a sinistra. Fu ricevuto da' Magistrati e dal Senato di Roma; ed osservò con attenzione gli onori civili della Repubblica e le immagini consolari delle famiglie nobili. Eran piene le contrade d'una innumerabile moltitudine. Le ripetute acclamazioni esprimevano la loro gioia, nel vedere dopo un'assenza di trentadue anni la sacra persona del loro Sovrano; e Costanzo medesimo con qualche piacevolezza indicava l'affettata sua meraviglia, che l'uman genere si fosse così ad un tratto riunito nel medesimo luogo. Fu alloggiato il figlio di Costantino nell'antico palazzo di Augusto; presedè al Senato, arringò al popolo da quel Tribunale su cui Cicerone sì spesso era salito, assistè con insolita affabilità a' giuochi del Circo, ed accettò le corone d'oro, ed i panegirici, che avevano preparato per tal ceremonia i Deputati delle principali città. La breve sua visita di trenta giorni fu impiegata in vedere i monumenti dell'arte o della forza che erano sparsi ne' sette colli e nelle adiacenti valli. Ammirò la tremenda maestà del Campidoglio, la vasta estensione de' bagni di Caracalla e di Diocleziano, la severa semplicità del Panteon, la soda grandezza dell'anfiteatro di Tito, l'elegante architettura del teatro di Pompeo, e del Tempio della Pace, e soprattutto la maestosa struttura del Foro, e la colonna di Traiano, confessando, che la voce della fama, così facile ad inventare ed ampliare, avea dato un ragguaglio non adeguato della Metropoli del mondo. Il viaggiatore che ha contemplato le ruine dell'antica Roma, può concepir qualche idea imperfetta de' sentimenti che doveano inspirare, quando innalzavano le fronti nello splendore d'una incorrotta bellezza. La soddisfazione, che Costanzo provò nel suo viaggio, eccitò in esso la generosa emulazione di lasciare a' Romani qualche memoria della sua gratitudine e munificenza. La sua prima idea fu d'imitare l'equestre statua colossale, che avea veduto nel Foro di Traiano; ma quando seriamente ponderò le difficoltà d'eseguirla[521], si determinò piuttosto ad abbellire la capitale col dono d'un obelisco Egiziano. In tempi assai remoti ma culti, che sembra abbiano preceduto l'invenzione della scrittura alfabetica, s'erano eretti questi obelischi in gran numero nella città di Tebe e d'Eliopoli dagli antichi Sovrani dell'Egitto, colla giusta speranza che la semplicità della lor figura e la durezza della materia avrebbero resistito alle ingiurie del tempo e della violenza[522]. S'erano fatte trasportare a Roma da Augusto e da' suoi successori molte di queste colonne straordinarie, come monumenti i più durevoli della loro potenza e vittoria[523]; ma vi rimaneva tuttavia un obelisco, che per la sua grandezza o santità restò lungo tempo immune dalla rapace vanità dei conquistatori. Costantino l'aveva destinato per adornar la sua nuova città[524], e poscia che per ordine di lui fu rimosso dalla base su cui posava avanti al tempio del Sole in Eliopoli, fu trasportato per mezzo del Nilo ad Alessandria. La morte di Costantino sospese l'esecuzione del suo disegno, e questo fu l'obelisco dal suo figlio destinato per l'antica capitale dell'Impero. Fu preparato un vascello di straordinaria forza e grandezza per trasferir questo enorme pezzo di granito, lungo almeno cento quindici piedi, dalle rive del Nilo a quelle del Tevere. L'obelisco di Costanzo si pose a terra in distanza di circa tre miglia dalla città, e s'innalzò con grande sforzo d'arte e di lavoro nel gran Circo di Roma[525]. [A. D. 357-358-359] S'affrettò la partenza di Costanzo da Roma per la non indifferente notizia delle angustie e del pericolo delle Province Illiriche. Le distrazioni della guerra civile e le irreparabili perdite, che le Romane legioni avean fatte nella battaglia di Mursa, esposero quelle regioni quasi senza difesa alla cavalleria leggiera dei Barbari e specialmente alle incursioni de' Quadi; feroce e potente nazione, che sembra avere cangiato le istituzioni Germaniche colle armi e con gli artifizi militari de' Sarmati loro alleati[526]. Le guarnigioni della frontiera non eran sufficienti a reprimere i loro progressi; e l'indolente Monarca fu alla fine costretto di adunare dall'estremità de' suoi dominj il fiore delle truppe Palatine, di mettersi in campo in persona, e d'impiegare un'intera campagna, col precedente autunno e colla primavera seguente, a proseguir seriamente la guerra. L'Imperatore passò il Danubio sopra un ponte di barche, tagliò a pezzi tutti quelli che incontrava in cammino, penetrò nel cuor del paese de' Quadi, e vendicò con rigore le calamità, ch'essi avevano cagionato alle Province Romane. Gli sbigottiti Barbari furon tosto ridotti a chieder la pace; offerirono di restituire i di lui sudditi prigionieri in emenda del passato, ed i più nobili ostaggi per pegno della futura loro condotta. La generosa cortesia, dimostrata al primo de' lor capitani che implorò la clemenza di Costanzo, incoraggiò i più timidi ed ostinati ad imitarne l'esempio; ed il campo Imperiale si trovò pieno di Principi e d'Ambasciatori delle più lontane Tribù, che occupavano le pianure della bassa Polonia, e che si potevan creder sicure dentro l'alta cima de' monti Carpazi. Mentre Costanzo dava la legge ai Barbari di là dal Danubio, egli distinse con speciosa compassione gli esuli Sarmati, ch'erano stati espulsi dal paese nativo per la ribellione de' loro schiavi, e che facevano un aumento molto considerabile alla potenza de' Quadi. L'Imperatore, adottando un generoso, ma insieme artificiale sistema di politica, liberò i Sarmati da' vincoli di tal umiliante dipendenza, e mediante un trattato a parte restituì loro la dignità d'una nazione, unita sotto il governo d'un Re amico ed alleato della Repubblica. Dichiarossi egli risoluto di sostenere la giustizia della lor causa e di assicurar la pace delle Province coll'estirpazione, o almeno coll'espulsione de' Limiganti, i costumi de' quali eran tuttora infettati da' vizi della servile lor nascita. L'esecuzione di questo disegno fu accompagnata più da difficoltà che da gloria. Il territorio de' Limiganti era difeso contro i Romani dal Danubio, contro i nemici Barbari dal Tibisco. Le terre paludose, ch'eran fra questi due fiumi, spesso coperte dalle inondazioni di essi, formavano un intricato deserto, praticabile solo dagli abitanti, che ne sapevano i segreti sentieri e le inaccessibili rocche. All'avvicinarsi di Costanzo, i Limiganti tentarono l'efficacia delle preghiere, della frode e delle armi; ma egli rigettò con vigore le loro suppliche, fece svanire i rozzi loro stratagemmi, e rispinse con arte e fermezza gli sforzi del loro sregolato valore. Una delle lor più guerriere Tribù, stabilita in una piccola isola verso l'unione del Tibisco col Danubio, s'avventurò di passare il fiume con intenzione di sorprendere l'Imperatore, durante la sicurezza di un amichevole conferenza. Ma presto divenne la vittima della perfidia che meditava. Circondati da ogni lato, calpestati dalla cavalleria, e tagliati a pezzi dalle spade delle legioni, sdegnarono di chieder mercede, e con indomita ostinazione anche fra le agonie della morte afferravano le armi. Dopo questa vittoria un corpo considerabile di Romani sbarcò sulle sponde opposte del Danubio; i Taifali, Tribù di Goti impegnata al servizio dell'Impero, invasero i Limiganti dalla parte del Tibisco; ed i Sarmati liberi, loro antichi padroni, animati dalla speranza e dalla vendetta, penetrarono pel montuoso paese nel cuore de' loro antichi stati. Un incendio generale scoprì le capanne de' Barbari, ch'erano situate nel profondo della foresta; ed il soldato combatteva con fiducia sopra un pantanoso terreno, in cui non si camminava che con pericolo. In tal estremità i più bravi fra' Limiganti eran determinati a morire colle armi in mano piuttosto che cedere; ma finalmente prevalse il sentimento più mite, invigorito dall'autorità de' lor vecchi; ed una supplice folla di essi, seguita dalle mogli e da' figli, portossi al campo Imperiale per sapere il loro destino dalla bocca del conquistatore. Dopo d'aver celebrato la viva clemenza, che era sempre inclinata a perdonare i replicati loro delitti, ed a risparmiare il restante d'una colpevol nazione, Costanzo assegnò loro per luogo di esilio un lontano paese, dove potevan godere una sicura ed onorevole quiete. I Limitanti obbediron con ripugnanza, ma avanti di giungere, o almeno avanti d'occupare le abitazioni ad essi destinate, tornarono alle rive del Danubio, esagerando i travagli della loro situazione, e chiedendo con fervide proteste di fedeltà, che l'Imperatore si degnasse di conceder loro un tranquillo stabilimento dentro i confini delle Province Romane. In vece di consultar l'esperienza, ch'egli stesso avea fatto della loro incorreggibile perfidia, Costanzo prestò orecchio a' suoi adulatori, che furon pronti a mettergli in vista l'onore ed il vantaggio di ricevere una colonia di soldati in un tempo, in cui era più facile d'ottener da' sudditi dell'Impero delle contribuzioni pecuniarie, che il militar servizio. Fu permesso a' Limiganti di passare il Danubio; e l'Imperatore diede udienza alla moltitudine in una larga pianura vicina alla moderna città di Buda. Essi circondarono il Tribunale, e pareva, che ascoltassero con rispetto una orazione piena di dignità e di dolcezza, quando uno de' Barbari, gettando per aria la sua scarpa, gridò ad alta voce -Marha! Marha!- parola di diffidenza, che fu ricevuta come segnale del tumulto. Corsero così con furia ad impadronirsi della persona dell'Imperatore; dalle rozze lor mani fu saccheggiato il suo trono reale e l'aureo suo letto; ma la difesa fedele delle sue guardie, che gli morirono a' piedi, gli procurò un momento di tempo per salire sopra un veloce cavallo, e sottrarsi alla confusione. La disgrazia incorsa per una sorpresa di traditori, fu presto vendicata dal numero e dalla disciplina de' Romani; nè si finì il combattimento che coll'estinzione del nome e della nazione de' Limiganti. I Sarmati, liberi, furon di nuovo posti in possesso delle antiche loro sedi, e sebbene Costanzo diffidasse della leggerezza del loro carattere, pure aveva qualche speranza che un sentimento di gratitudine influir potesse nella futura loro condotta. Aveva egli osservato l'alta statura e l'ossequioso contegno di Zizais uno de' più nobili fra' lor Capitani. Gli conferì dunque il titolo di Re; e Zizais dimostrò di non essere indegno di regnare con un sincero e durevole attaccamento agl'interessi del suo benefattore, che dopo tale splendido fatto ricevè il nome di -Sarmatico- dalle acclamazioni del vittorioso suo esercito[527]. [A. D. 358] Mentre il Romano Imperatore ed il Monarca di Persia difendevano alla distanza di tremila miglia i loro estremi confini contro i Barbari del Danubio e dell'Oxo, la frontiera, che si trovava interposta fra loro, pativa le vicende d'una languida guerra e di una precaria tregua. Due ministri Orientali di Costanzo, cioè Musoniano Prefetto del Pretorio, l'abilità del quale non ebbe effetto per mancanza di verità e d'integrità, e Cassiano Duca di Mesopotamia, coraggioso e veterano soldato, aprirono una segreta negoziazione col Satrapa Tamsapore[528]. Queste aperture di pace, trasportate nel servile e adulante linguaggio Asiatico, furono mandate al campo del gran Re, il quale risolse di significare per mezzo d'un Ambasciatore i termini ch'era inclinato ad accordare ai supplicanti Romani. Narsete, ch'egli aveva decorato di tal carattere, fu ricevuto onorevolmente nel passare che fece per Antiochia e Costantinopoli; giunse dopo un lungo cammino a Sirmio, e nella sua prima udienza rispettosamente spiegò il velo di seta che copriva la superba lettera del suo Sovrano. Sapore, Re dei Re e fratello del Sole e della Luna (tali erano gli altieri titoli affettati dall'Orientai vanità) esprimeva la sua compiacenza, che il suo fratello Costanzo Cesare fosse stato istruito dall'avversità. Sosteneva egli, come legittimo successore di Dario Istaspe, che il fiume Strimone in Macedonia era il vero ed antico limite del suo Impero; dichiarando, però, che in prova della sua moderazione si sarebbe contentato delle Province dell'Armenia e della Mesopotamia, che fraudolentemente s'erano estorte da' suoi Antenati. Egli assicurava, che senza la restituzione di queste contrastate regioni era impossibile stabilire alcun trattato sopra una forte e durevole base; e minacciava con arroganza, che se tornava il suo Ambasciatore senza effetto, egli era preparato ad entrare in campo nella primavera, ed a sostener la giustizia della sua causa colla forza delle sue invincibili armi. Narsete, ch'era dotato delle più culte ed amabili qualità, procurò di addolcire, per quanto il suo dovere lo permetteva, la durezza dell'ambasciata[529]. Maturamente fu ponderato sì lo stile che la sostanza della lettera nel consiglio Imperiale, e fu rimandato l'Ambasciatore colla risposta; «che Costanzo aveva diritto di non approvare l'officiosità de' suoi ministri, che avevano operato senz'avere alcun ordine speciale del Trono; egli ciò nonostante non era alieno da un uguale ed onorevole trattato; ma era molto indecente ed assurdo il proporre all'unico e vittorioso Imperatore del Mondo Romano quelle medesime condizioni di pace, ch'esso aveva rigettato con isdegno, quando era limitato il suo potere dentro gli angusti limiti dell'Oriente; e dovrebbe Sapore rammentarsi, che se qualche volta i Romani erano stati vinti in battaglia, essi erano quasi sempre stati felici nell'esito della guerra». Pochi giorni dopo la partenza di Narsete furon mandati tre Ambasciatori alla Corte di Sapore, il quale dalla spedizione della Scizia era già tornato all'ordinaria sua residenza di Ctesifonte. Furono scelti un Conte, un Notaro ed un Sofista per quest'importante commissione; e Costanzo, ch'era segretamente ansioso di concluder la pace, aveva qualche speranza, che la dignità del primo di questi ministri, la destrezza del secondo e la rettorica del terzo[530] avrebbero persuaso il Monarca Persiano a diminuire il rigore delle sue domande. Ma i progressi del loro trattato furon combattuti e fatti svanire dagli ostili artifizi d'Antonino[531], suddito Romano della Siria, ch'era fuggito dall'oppressione, ed ammesso a' consigli di Sapore e fino alla mensa reale, dove secondo l'uso de' Persiani si discutevano frequentemente gli affari più rilevanti[532]. Lo scaltro fuggitivo, colla medesima condotta con cui soddisfaceva alla sua vendetta, promuoveva il proprio interesse. Egli continuamente stimolava l'ambizione del nuovo suo Signore ad abbracciar la favorevole occasione che le più valorose truppe Palatine eran occupate coll'Imperatore in una distante guerra sul Danubio. Istigava Sapore ad invader l'esauste e non difese Province dell'Oriente colle numerose armate della Persia, ora fortificate mediante l'alleanza ed aggiunta de' Barbari più feroci. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000