dell'Italia e della Gallia. Appena ebbe preso possesso del Palazzo di
Costantinopoli, che il suo primo pensiero fu quello di togliere di
timore i congiunti mediante un solenne giuramento, con cui si fece
mallevadore della loro sicurezza; e la seconda sua occupazione fu di
trovare qualche specioso pretesto, che potesse liberare la sua coscienza
dall'obbligo d'una imprudente promessa. Furon fatte servire le arti
della frode a' disegni della crudeltà, e si attestò una manifesta
falsità da una persona del più sacro carattere. Costanzo ricevè dalle
mani del Vescovo di Nicomedia una fatal pergamena, che fu asserito
essere il vero testamento di suo padre, nel quale dall'Imperatore si
esprimevano i suoi sospetti d'essere stato avvelenato da' propri
fratelli, e scongiurava i suoi figli a vendicar la sua morte ed a
provvedere alla propria loro salvezza colla punizione de' rei[429]. Per
quante ragioni potessero addurre quegl'infelici Principi per difendere
la vita e l'onore da una tanto incredibile accusa, furon costretti a
tacere da' furiosi clamori de' soldati, che si dichiararono loro nemici
nel tempo stesso, e giudici ed esecutori. Lo spirito, ed anche la forma
del legittimo processo, restò più volte violata in un tumultuario
macello, in cui restarono involti i due zii di Costanzo, sette de' suoi
cugini, i più illustri dei quali furon Dalmazio ed Annibaliano, il
Patrizio Ottato, che aveva per moglie una sorella del morto Imperatore,
ed il Prefetto Ablavio, a cui la potenza e le ricchezze avevano
inspirato qualche speranza d'ottenere la porpora. Se vi fosse bisogno
d'aggravare anche gli orrori di questa sanguinosa scena, si potrebbe
aggiungere, che Costanzo medesimo aveva sposata la figlia di Giulio suo
zio, e che aveva data la sua sorella in matrimonio al suo cugino
Annibaliano. Queste parentele, che la politica di Costantino, senza
riguardo al pubblico danno[430], avea fatte tra' diversi rami della casa
Imperiale, non servirono che a convincere il mondo, che questi Principi
erano ugualmente freddi alle lusinghe del coniugale affetto, che
insensibili a' vincoli del sangue ed alle tenere suppliche della
gioventù e dell'innocenza. D'una sì numerosa famiglia i soli Gallo e
Giuliano, figli minori di Giulio Costanzo, furono salvati dalle mani
degli assassini, finattanto che il loro furore, saziato per la strage,
si fosse in qualche modo quietato. L'Imperator Costanzo, che in assenza
dei suoi fratelli era il più sottoposto alla taccia e a' rimproveri,
dimostrò in alcune posteriori occasioni un debole e passeggiero rimorso
di quelle crudeltà, che i perfidi consigli de' suoi ministri, e
l'irresistibile violenza delle truppe avevano estorto dall'inesperta sua
giovinezza[431].
[A. D. 337]
Alla strage della famiglia Flavia successe una nuova divisione delle
province, che fu confermata in un personale congresso de' tre fratelli.
Costantino ch'era il maggiore dei Cesari, ottenne insieme con una certa
preminenza di grado il possesso della nuova capitale, che portava il
nome di lui e di suo padre. La Tracia e le regioni dell'Oriente furono
il patrimonio accordato a Costanzo, e Costante fu riconosciuto per
legittimo Sovrano dell'Italia, dell'Affrica e dell'Illirico Occidentale.
Gli eserciti si sottoposero al loro ereditario diritto; ed essi dopo
qualche dilazione condiscesero a ricevere dal Senato Romano il titolo
d'-Augusto-. Allorchè assunsero le redini del governo, il maggiore di
questi Principi aveva ventun anno, il secondo venti, ed il terzo non più
di diciassette[432].
[A. D. 310]
Mentre le guerriere nazioni dell'Europa seguivano le bandiere de' suoi
fratelli, Costantino fu lasciato alla testa dell'effemminate truppe
dell'Asia a sostenere il peso della guerra Persiana. Ne' giorni in che
morì Costantino, il trono dell'Oriente s'occupava da Sapore figlio
d'Ormouz, ovvero Ormisda, e nipote di Narsete, che dopo la vittoria di
Galerio aveva umilmente confessata la superiorità del Romano potere.
Quantunque Sapore fosse nel trentesimo anno del lungo suo regno, era
però sempre nel vigore della gioventù, giacchè per una strana
combinazione la data del suo innalzamento al trono avea preceduto quella
della sua nascita. La moglie d'Ormouz rimase gravida al tempo della
morte del suo marito; e l'incertezza del sesso, eccitò le ambiziose
speranze de' Principi della casa Sassan. I timori della guerra civile
restarono alla fine dissipati dalla positiva assicurazione de' Magi, che
la vedova d'Ormouz avea concepito ed avrebbe felicemente dato alla luce
un figlio. I Persiani, obbedienti alla voce della superstizione,
prepararono senza dimora la ceremonia della coronazione di esso. Fu
posto nel mezzo del Palazzo un letto reale, sopra di cui stava la
regina; il diadema fu collocato nel luogo che si potea supporre
contenesse l'erede d'Artaserse; ed i Satrapi adoraron prostrati la
maestà del loro invisibile ed insensibil Sovrano[433]. Se dee prestarsi
fede a questo maraviglioso racconto, che sembra per altro esser conforme
ai costumi del popolo, ed alla durata straordinaria del suo regno,
dobbiamo ammirar non solamente la fortuna ma anche il genio di Sapore.
Nella molle e segreta educazione di un -Harem- Persiano il real giovane
seppe conoscere l'importanza d'esercitare il vigore del corpo e dello
spirito, e si rendè degno, pel proprio merito personale, d'un trono, sul
quale era stato posto mentre non sapeva per anche i doveri e le
tentazioni d'un potere assoluto. La sua minorità fu esposta alle
calamità quasi inevitabili della discordia domestica; fu sorpresa e
saccheggiata la sua capitale da Thair, potente Monarca di Yemen o
dell'Arabia; e restò disonorata la maestà della famiglia reale per la
schiavitù d'una Principessa, sorella del morto Re. Ma tosto che Sapore
giunse all'età virile, il vanaglorioso Thair, la sua nazione ed il suo
paese cederono a' primi sforzi del giovane guerriero, che fece uso della
vittoria con sì giudiziosa unione di rigore e di clemenza, che da'
timori e dalla gratitudine degli Arabi ottenne il titolo di
-Dhoulacnaf-, o protettore della nazione[434].
[A. D. 342]
L'ambizione del Monarca Persiano, al quale i suoi nemici attribuiscono
le virtù di soldato e di politico, era animata dal desiderio di vendicar
le disgrazie dei suoi maggiori, e di strappar di mano a' Romani le
cinque province di là dal Tigri. La fama militare di Costantino e la
forza reale o apparente del suo governo ritardarono l'attacco, e mentre
l'ostile condotta di Sapore provocava lo sdegno della Corte Imperiale,
le artificiose di lui negoziazioni ne trattenevano la pazienza. La morte
di Costantino fu il segnale di guerra[435], e lo stato in cui erano le
frontiere della Siria e dell'Armenia pareva che eccitasse i Persiani col
prospetto di una ricca spoglia e d'una facil conquista. L'esempio delle
stragi del palazzo diffuse uno spirito di licenza e di sedizioni fra le
truppe dell'Oriente, che non erano più tenute a freno dall'abitudine
d'obbedire ad un veterano comandante. La prudenza di Costanzo, che dopo
il congresso co' suoi fratelli nella Pannonia s'era immediatamente
affrettato di accorrere alle rive dell'Eufrate, fece a grado a grado
tornar le legioni al dovere ed alla disciplina; ma il tempo
dell'anarchia aveva permesso a Sapore di porre l'assedio a Nisibi, e di
occupar molte delle più importanti fortezze di Mesopotamia[436].
Nell'Armenia il celebre Tiridate avea lungo tempo goduto la pace e la
gloria, che meritava pel suo valore e per la fedeltà verso Roma. La
stabile alleanza, ch'esso mantenne con Costantino gli produsse de'
benefizi non solo temporali, ma anche spirituali: mediante la
conversione di Tiridate si unì al carattere d'Eroe quello di Santo, la
fede Cristiana si predicò, e si stabilì dall'Eufrate fino ai lidi del
mar Caspio, e l'Armenia s'attaccò all'Impero col doppio legame della
politica e della religione. Ma siccome molti nobili Armeni tuttavia
ricusavano di abbandonare la pluralità degli Dei e delle mogli, la
pubblica tranquillità era turbata da una malcontenta fazione, che
insultava la cadente età del proprio Sovrano, ed impazientemente
aspettava l'ora della sua morte. Morì egli finalmente dopo un regno di
cinquantasei anni, e con Tiridate spirò la fortuna della Monarchia
Armena. Il suo legittimo erede fu mandato in esilio; i sacerdoti
Cristiani o furon uccisi o espulsi dalle loro Chiese, furono sollecitate
le barbare Tribù d'Albania a discendere da' loro monti, e due de' più
potenti Governatori, usurpando le insegne o la forza della dignità
reale, implorarono l'assistenza di Sapore, ed aprirono le porte della
loro città alle guarnigioni Persiane. Il partito Cristiano sotto la
scorta dell'Arcivescovo d'Artassata, immediato successore di S. Gregorio
l'-Illuminatore-, ricorse alla pietà di Costanzo. Continuaron le
turbolenze per circa tre anni, dopo i quali Antioco, uno degli ufficiali
del Palazzo, eseguì felicemente l'Imperial commissione di restituire a
Cosroe, figlio di Tiridate, il trono de' suoi Padri, di conferire onori
e premj a' fedeli seguaci della casa d'Arsace, e di promulgare un
general perdono, che fu accettato dalla maggior parte de' Satrapi
ribelli. Ma i Romani ritrassero da questa rivoluzione più onor che
vantaggio. Era Cosroe un Principe di piccola statura e di spirito
pusillanime. Non atto alle fatiche della guerra ed alieno dalla società,
si ritirò dalla sua capitale in un remoto palazzo, che fabbricò sulle
rive del fiume Eleutero nel mezzo d'un ombroso bosco, dove consumava
l'ozioso suo tempo ne' campestri divertimenti della caccia. Per
assicurarsi questa disonorevole quiete si sottopose alle condizioni di
pace, che Sapore si compiacque d'imporgli; quali furono il pagamento
d'un annuale tributo, e la restituzione della fertil provincia
d'Atropatena, che il coraggio di Tiridate e le armi vittoriose di
Galerio avevano aggiunta al regno dell'Armenia[437].
[A. D. 337-360]
Nel lungo periodo del regno di Costanzo, le province d'Oriente furono
afflitte dalle calamità della guerra Persiana. Le irregolari scorrerie
delle truppe leggiere spargevano alternativamente il terrore e la
devastazione al di là del Tigri e dell'Eufrate, dalle porte di
Ctesifonte a quelle d'Antiochia, e quest'attiva milizia era formata
dagli Arabi del Deserto, i quali vivevan divisi d'interessi e di
affezioni; mentre alcuni degl'indipendenti lor capi erano arrolati nel
partito di Sapore, ed altri avevano impegnata la dubbiosa lor fede
all'Imperatore[438]. Le più gravi ed importanti operazioni della guerra
si conducevano con ugual vigore; gli eserciti di Roma e di Persia
s'incontrarono l'uno coll'altro in nove sanguinose battaglie, in due
delle quali comandava lo stesso Costanzo in persona[439]. L'evento di
esse fu per lo più contrario a' Romani, ma nella battaglia di Singara
l'imprudente loro valore aveva quasi acquistato una segnalata e decisiva
vittoria. Le truppe stazionarie di Singara si ritirarono all'avvicinarsi
di Sapore, che passò il Tigri sopra tre ponti, ed occupò vicino al
villaggio d'Hilleh un vantaggioso posto, ch'esso per mezzo de' numerosi
suoi guastatori circondò in un giorno con un profondo fosso ed un alto
riparo. La sua formidabile armata, messa in ordine di battaglia, copriva
le rive del fiume, le adiacenti alture, e tutta l'estensione d'una
pianura di sopra dodici miglia, che separava i due eserciti. Erano
ambedue ugualmente impazienti di venire alle mani; ma i Barbari, dopo
una tenue resistenza caddero in disordine, o incapaci di sostenere, o
desiderosi di straccare la forza delle due gravi legioni, che anelanti
per il caldo e la sete gl'inseguirono attraverso la pianura, e
tagliarono a pezzi una squadra di cavalleria di grave armatura, ch'era
stata avanti all'ingresso del campo per proteggere la lor ritirata.
Costanzo, che s'era molto impegnato nella caccia de' fuggitivi, procurò,
senza effetto, di raffrenare l'ardore delle sue truppe, rappresentando
loro i pericoli della prossima notte e la certezza di compire i loro
disegni al nuovo giorno. Confidarono però esse molto più nel proprio
valore, che nell'esperienza o abilità del lor Capitano, quietarono co'
loro clamori le timide sue rimostranze; e correndo con furia all'impresa
riempirono il fosso, gettarono a terra il riparo, e si dispersero per le
tende ad oggetto di ricuperare l'esauste lor forze e godere la ricca
messe delle loro fatiche. Ma il prudente Sapore aveva aspettato il
momento opportuno per la vittoria. Il suo esercito, la maggior parte del
quale, posto in sicuro sulle altezze, era stato spettator dell'azione,
s'avanzò in silenzio e sotto l'ombra della notte; e gli arcieri
Persiani, guidati da' lumi del campo, scagliarono una pioggia di dardi
sopra quella disarmata e licenziosa moltitudine. La sincerità
dell'istoria dichiara[440], che i Romani furono vinti con una terribile
strage, e che le fuggitive reliquie delle legioni restarono esposte ai
più intollerabili travagli. Quantunque la dissimulazione del panegirico,
confessando che fu macchiata la gloria dell'Imperatore dalla
disubbidienza de' soldati, procuri di tirare un velo sulle circostante
di questa infelice ritirata, uno per altro di que' venali oratori, così
gelosi della fama di Costanzo, riporta con sorprendente freddezza un
atto di tanta incredibile crudeltà, che nell'opinione de' posteri deve
imprimere la più brutta macchia all'onore del nome Imperiale. Era stato
preso nel campo Persiano il figlio di Sapore, erede della corona. Questo
sventurato giovane, che avrebbe risvegliato la compassione del più
selvaggio nemico, fu battuto, torturato e pubblicamente messo a morte
da' crudeli Romani[441].
[A. D. 338-346-350]
Per quanti vantaggi potessero incontrare le armi di Sapore in campo, e
quantunque nuove ripetute vittorie spargessero fra le nazioni la fama
del suo valore e della sua condotta, pure non poteva egli sperar di
riuscire nell'esecuzione de' suoi disegni, finchè le fortificate piazze
della Mesopotamia, e sopra tutto la forte ed antica città di Nisibi
restavano in possesso de' Romani. Nello spazio di dodici anni, Nisibi,
che fin dal tempo di Lucullo era meritamente stimata il baloardo
dell'Oriente, sostenne tre memorabili assedj contro la potenza di
Sapore, e non avendo il Monarca ottenuto l'intento, dopo d'avere
insistito negli attacchi sopra sessanta, ottanta e cento giorni, fu per
tre volte rispinto con perdita ed ignominia[442]. Questa grande e
popolata città era situata circa due giornate distante dal Tigri nel
mezzo d'una piacevole e fertil pianura a piè del monte Masio.
Difendevasi da un profondo fosso[443] un triplice recinto di mura; e
l'intrepida resistenza del Conte Luciliano e della sua guarnigione,
veniva secondata dal disperato coraggio del popolo. I cittadini di
Nisibi erano animati dall'esortazioni del loro Vescovo[444], assuefatti
alle armi per la presenza del pericolo, e convinti dell'intenzione che
avea Sapore, di porre in luogo loro una colonia Persiana, e condurre
essi in una lontana e barbara schiavitù. Il successo de' due primi
assedj accrebbe la lor fiducia, ed inasprì l'animo superbo del gran Re,
che s'avanzò per la terza volta verso Nisibi alla testa delle forze
unite della Persia e dell'India. Le macchine ordinarie, inventate per
battere o minare le mura, si resero inefficaci dalla superior perizia
de' Romani; ed eran passati molti giorni inutilmente, quando Sapore
prese una risoluzione degna d'un Monarca Orientale, che credeva gli
stessi elementi soggetti fossero al suo potere. Nella stagione, in cui
sogliono struggersi le nevi dell'Armenia, il fiume Migdonio, che passa
per la pianura e per le città di Nisibi, forma, come il Nilo[445],
un'inondazione nell'adiacente paese. Per opera de' Persiani fu ritenuto
sotto la città il corso del fiume, e le acque furono per ogni parte
ristrette da sodi argini di terra. Su questo lago artificiale s'avanzò
in ordine di battaglia una flotta di vascelli armati, pieni di soldati,
e con macchine, che scagliavano pietre del peso di cinquecento libbre;
ed attaccarono quasi al medesimo livello le truppe, che difendevan le
mura. L'irresistibile forza dell'acqua era fatale alternativamente
all'una ed all'altra delle parti combattenti, finchè in ultimo cedè ad
un tratto una parte di mura, incapace di sostenere l'accumulata
pressione, e s'aprì un'ampia breccia di centocinquanta piedi. I Persiani
furono immediatamente spinti all'assalto, e dall'evento di quella
giornata dipendeva il fato di Nisibi. La cavalleria di grave armatura,
che conduceva la vanguardia d'una profonda colonna, restò imbarazzata
nel fango, ed in gran parte annegossi nelle profondità, che per esser
occupate dall'acqua, non si vedevano. Gli elefanti, renduti furiosi
dalle ferite, accrebbero il disordine, e gettarono a terra migliaia
d'arcieri Persiani. Il gran Re, che da un sublime trono vedeva le
disgrazie del proprio esercito, suonò, sdegnato e di mala voglia, il
segno della ritirata, e per qualche ora sospese di proseguire l'attacco.
Ma i vigilanti cittadini profittarono dell'opportunità della notte, ed
al far del giorno si vide un nuovo muro alto sei piedi, che s'andava di
mano in mano elevando per riempire la breccia. Sebbene fossero andate a
voto le sue speranze, e perduto avesse più di ventimila uomini, Sapore
pressava sempre con un'ostinata fermezza la resa di Nisibi, nè potè
cedere che alla necessità di difendere le province Orientali della
Persia contro una formidabil invasione de' Massageti[446]. Commosso da
questa nuova, abbandonò in fretta l'assedio, e con rapida diligenza
marciò dalle sponde del Tigri a quelle dell'Oxo. Il pericolo e le
difficoltà della guerra con gli Sciti l'impegnarono poco dopo a
concludere o almeno ad osservare una tregua coll'Imperator Romano, che
fu grata ugualmente ad ambidue i Principi; mentre Costanzo medesimo,
dopo la morte de' suoi due fratelli, si trovò involto per le rivoluzioni
dell'Occidente in una guerra civile, che richiedeva, anzi pareva
ch'eccedesse il più vigoroso sforzo del suo diviso potere.
[A. D. 304]
Erano appena passati tre anni dopo la division dell'Impero, che i figli
di Costantino parvero impazienti di persuadere il Mondo, ch'essi non
eran capaci di contentarsi di que' dominj, ch'erano inabili a governare.
Il maggiore di questi Principi tosto si dolse d'esser defraudato della
sua giusta posizione delle spoglie de' trucidati cugini; quantunque
cedesse alla maggior colpa e al merito di Costanzo, volle esigere da
Costante la cessione delle province Affricane, come un equivalente delle
ricche regioni della Macedonia e della Grecia, che aveva acquistate il
fratello per la morte di Dalmazio. La mancanza di sincerità, ch'egli
sperimentò in una tediosa ed inutil negoziazione, inasprì la fierezza
del suo temperamento, e con piacere egli diede orecchio a que' favoriti,
che gli suggerirono, che proseguendo a querelarsi, ne andava del suo
onore non meno che dell'interesse. Alla testa pertanto d'una tumultuaria
truppa, atta piuttosto alla rapina che alla conquista, invase
all'improvviso gli Stati di Costante per la strada delle alpi Giulie, e
primi a risentire gli effetti del suo sdegno furono i contorni
d'Aquileia. Le disposizioni di Costante, che in quel tempo risedeva
nella Dacia, furono prese con più prudenza ed abilità. Alla nuova
dell'invasione del fratello egli distaccò un corpo scelto e disciplinato
delle sue truppe Illiriche, proponendosi di seguitarlo in persona col
rimanente delle sue forze. Ma la condotta de' suoi Generali finì tosto
quella non naturale contesa. Costantino, dalle ingannevoli apparenze di
fuga, fu condotto in un agguato che gli era stato preparato in un bosco,
dove il temerario giovane fu con pochi seguaci sorpreso, circondato ed
ucciso. Ritrovato che fu il suo corpo nell'oscuro torrente dell'Alsa,
ottenne gli onori di una tomba Imperiale; ma le province di lui si
assoggettarono al conquistatore, che ricusando d'ammetter Costanzo suo
maggior fratello ad alcuna porzione di tali nuovi acquisti, si mantenne
in quieto possesso di più di due terzi dell'Impero Romano[447].
[A. D. 350]
Fu differita la morte di Costante medesimo in circa dieci anni, e fu
riservata la vendetta della morte del fratello alla mano più vile d'un
domestico traditore. Le perniciose conseguenze del sistema, introdotto
da Costantino, si manifestarono nella debole amministrazion de' suoi
figli, che per causa de' vizi, e della debolezza loro perderon tosto la
stima e l'affezione del lor popolo. L'orgoglio, che prese Costante pel
felice successo, non meritato però, delle sue armi, si rendè più
sprezzabile per la mancanza di capacità ed applicazione. La sua tenera
parzialità per alcuni schiavi Germani, non distinti che per gli
allettativi della gioventù, fu un oggetto di scandalo al popolo[448]; e
dal pubblico disgusto fu incoraggiato Magnenzio, ambizioso soldato di
barbara estrazione, a sostener l'onore del nome Romano[449]. Gli scelti
corpi de' Gioviani e degli Erculei, che riconoscevan per loro capo
Magnenzio, tenevano il posto più rispettabile ed importante nel campo
Imperiale. L'amicizia di Marcellino, Conte delle sacre largizioni,
somministrò con mano liberale i mezzi della seduzione. I soldati
restarono convinti coi più speciosi argomenti, che la Repubblica
intimava loro di rompere i legami dell'ereditaria servitù, e di
premiare, mediante la scelta d'un Principe attivo e vigilante, le stesse
virtù, che avevano innalzato i maggiori del degenerato Costante da una
condizione privata al trono del mondo. Poscia che la cospirazione fu
matura per eseguirsi, Marcellino, sotto pretesto di celebrare il giorno
natalizio del figlio, diede uno splendido trattenimento alle persone
-illustri- ed -onorevoli- della Corte della Gallia, che risedeva
allora nella città d'Autun. Fu ad arte prolungata l'intemperanza
della festa fino ad un'ora della notte molto tarda, e si tentarono
i convitati, che nulla di ciò sospettavano, a condescendere ad una
pericolosa e rea libertà di conversazione. Si aprirono ad un tratto
le porte, e Magnenzio, che per pochi momenti erasi ritirato, tornò
nell'appartamento, adornato del diadema e della porpora. I congiurati lo
salutarono subito co' titoli d'Imperatore e d'Augusto. La sorpresa, il
terrore, lo sbalordimento, le ambiziose speranze, e la mutua ignoranza
del resto dell'assemblea, la impegnarono ad unire le proprie voci alla
generale acclamazione. Le guardie affrettaronsi a prendere il giuramento
di fedeltà, si chiuser le porte della città, ed avanti lo spuntar del
giorno, Magnenzio divenne padrone delle truppe e del tesoro del palazzo
d'Autun. Mediante la sua segretezza e diligenza, ebbe qualche speranza
di sorprendere la persona di Costante, che stava nella vicina foresta
occupato nel favorito suo divertimento della caccia, o forse in altri
piaceri di più segreta e colpevol natura. Il rapido progresso però della
fama gli concesse un momento di tempo a fuggire, quantunque la
diserzione de' soldati e de' sudditi gli togliesse la facoltà di
resistere. Avanti di poter giungere ad un porto della Spagna, dove avea
intenzione d'imbarcarsi, fu sopraggiunto vicino ad Elena[450] a piè de'
Pirenei, da un corpo di cavalleria leggiera, il cui capo, senza riguardo
alla santità d'un tempio, eseguì la sua commissione uccidendo il figlio
di Costantino[451].
[A. D. 350]
Subito che la morte di Costante ebbe decisa questa facile ma importante
rivoluzione, fu imitato dalle altre province dell'Occidente l'esempio
della Corte d'Autun. Venne riconosciuta l'autorità di Magnenzio per
tutta l'estensione delle due gran Prefetture della Gallia e dell'Italia;
e l'usurpatore con ogni sorta d'oppressione si preparò a raccogliere un
tesoro, con cui soddisfar potesse l'obbligazione d'un immenso donativo,
e supplire le spese d'una guerra civile. Le marziali regioni
dell'Illirico, dal Danubio all'estremità della Grecia, avevan da lungo
tempo obbedito al governo di Vetranione, vecchio Generale, amato per la
semplicità de' suoi costumi, e che acquistato aveva qualche riputazione
per la sua esperienza e servizi militari[452]. Attaccato per abito, per
dovere e per gratitudine alla famiglia di Costantino, immediatamente
assicurò colle più forti espressioni l'unico figlio sopravvivente del
suo defunto Signore, che avrebb'esposto con inviolabile fedeltà la sua
persona e le sue truppe ad oggetto di prendere una giusta vendetta dei
traditori della Gallia. Ma le legioni di Vetranione furono sedotte
piuttosto che provocate dall'esempio di ribellione; il loro Capo
dimostrò ben presto mancanza di fermezza o di sincerità; e la sua
ambizione trasse uno specioso pretesto dall'approvazione della
Principessa Costantina. Questa crudele ed ambiziosa donna, che da
Costantino Magno suo padre, avea ottenuto il grado di -Augusta-, pose il
diadema colle proprie mani sul capo del Generale dell'Illirico; e parea,
che aspettasse dalla vittoria di lui il compimento di quelle illimitate
speranze, delle quali restata era priva per la morte d'Annibaliano di
lei marito. Forse fu senza consenso di Costantina, che il nuovo
Imperatore fece una necessaria, benchè disonorevole alleanza
coll'usurpatore dell'Occidente, la cui porpora era stata così
recentemente macchiata col sangue del fratello di essa[453].
[A. D. 350]
La notizia di quest'importanti avvenimenti, che sì altamente intaccavano
l'onore e la salvezza della casa Imperiale, richiamarono le armi di
Costanzo dal non glorioso proseguimento della guerra Persiana. Egli
raccomandò la cura dell'Oriente a' suoi Generali, ed in seguito a Gallo
suo cugino, che fece passare dalla prigione al trono: e marciò verso
Europa con una mente agitata dal contrasto fra la speranza ed il timore,
fra il dispiacere e lo sdegno. Arrivato che fu ad Eraclea nella Tracia,
l'Imperatore diede udienza agli Ambasciatori di Magnenzio e di
Vetranione. Marcellino, primo autore della cospirazione, che aveva in
certo modo data la porpora al suo nuovo Signore, accettò arditamente
questa pericolosa commissione, e gli furono scelti tre colleghi fra
gl'illustri personaggi dello Stato e dell'esercito. A questi deputati fu
data istruzione d'ammollire lo sdegno, e d'eccitare il timore di
Costanzo. Fu data loro facoltà d'offerire al medesimo l'amicizia e
l'alleanza de' Principi Occidentali; di assodare la loro unione col
doppio matrimonio di Costanzo colla figlia di Magnenzio, e di questo con
l'ambiziosa Costantina; e di riconoscere nel trattato la superiorità del
grado, che avrebbe potuto giustamente pretendersi dall'Imperator
dell'Oriente. Se poi l'orgoglio ed una erronea pietà l'avessero indotto
a ricusare tali eque condizioni, fu ordinato agli Ambasciatori, che gli
esponessero l'inevitabil ruina, che accompagnato avrebbe la sua
inconsideratezza, qualora si fosse avventurato di provocare i Sovrani
dell'Occidente ad esercitar la superiore lor forza e ad impiegare contro
di lui quel valore, quell'abilità e quelle legioni, alle quali la
famiglia di Costantino doveva tanti trionfi. Pareva, che tali
proposizioni ed argomenti meritassero la più seria attenzione; fu
differita la risposta di Costanzo al giorno seguente; e poichè aveva
pensato all'importanza di giustificare nell'opinione del popolo una
guerra civile, in tali termini parlò al suo Consiglio, che lo ascoltava
con reale o con affettata credulità. «La passata notte, diss'egli, poi
che mi fui ritirato al riposo, m'apparve l'ombra del gran Costantino,
che abbracciava il cadavere del mio defunto fratello: la voce ben nota
di esso mi eccitò alla vendetta, mi vietò di disperare della Repubblica,
e mi assicurò del successo e della gloria immortale, che avrebbe
coronato la giustizia delle mie armi.» L'autorità di questa visione o
piuttosto l'autorità del Principe che la riferiva, servì ad acchetare
ogni dubbio, e ad escludere ogni negoziazione. Furono rigettati con
isdegno i termini ignominiosi di pace. Uno degli Ambasciatori del
Tiranno fu rimandato colla superba risposta di Costanzo; i suoi
colleghi, come indegni de' privilegi del gius delle genti, furon posti
in catene; ed i contendenti si prepararono a fare un'implacabile
guerra[454].
[A. D. 350]
Tale fu la condotta, e tal era forse il dovere del fratello di Costante
verso il perfido usurpator della Gallia. La situazione ed il carattere
di Vetranione ammettevano provvisioni più dolci; e la politica
dell'Imperatore Orientale tendeva a disunire i suoi antagonisti, ed a
separar le forze dell'Illirico dal partito della ribellione. Fu facile
ingannar la schiettezza e la semplicità di Vetranione, che talvolta
ondeggiando fra le opposte mire dell'onore e dell'interesse, dimostrò al
mondo l'instabilità della sua indole e restò insensibilmente impegnato
ne' lacci d'un'artificiosa negoziazione. Costanzo lo riconobbe per
legittimo ed ugual collega nell'Impero, a condizione però ch'egli
rinunziasse l'odiosa alleanza con Magnenzio, e si assegnasse un luogo di
congresso sulle frontiere delle rispettive loro province, dove potessero
vincolar la loro amicizia colle mutue promesse di fedeltà, e regolar di
comune consenso le future operazioni della guerra civile. In conseguenza
di tale accordo, Vetranione s'avanzò fino alla città di Sardica[455],
alla testa di ventimila cavalli, e d'un più numeroso corpo d'infanteria;
forze tanto superiori a quelle di Costanzo, che sembra che l'Imperatore
dell'Illirico dominasse sopra la vita ed i beni del suo rivale, il quale
dipendendo dal successo delle sue private negoziazioni, aveva sedotte le
truppe, e minato il trono di Vetranione. I Capitani, che avevano
segretamente abbracciato il partito di Costanzo, prepararono in suo
favore un pubblico spettacolo, immaginato per iscuoprire ed infiammar le
passioni della moltitudine[456]. Fu comandato che s'unissero insieme i
due eserciti in una larga pianura vicino alla città. Nel mezzo di esse,
a forma delle regole dell'antica disciplina, si eresse un militar
tribunale o palco, dal quale solevan gl'Imperatori nelle solenni ed
importanti occasioni arringare le truppe. Intorno al Tribunale formavano
un cerchio immenso i ben disposti ordini di Romani e di Barbari, con
spade sguainate o con erette lance, gli squadroni di cavalleria e le
coorti d'infanteria, distinte dalle varietà delle loro armi ed insegne;
e l'attento silenzio, che osservavano, era qualche volta interrotto da
alte espressioni di clamore e d'applauso. Alla presenza di questa
formidabile assemblea furono chiamati i due Imperatori ad esporre la
situazione dei pubblici affari; la precedenza del grado fu ceduta alla
real nascita di Costanzo; e quantunque egli fosse poco perito nelle arti
della rettorica, pure si portò in queste difficili circostanze con
fermezza, destrezza ed eloquenza. La prima parte di quest'orazione parve
solamente diretta contro il Tiranno della Gallia; ma nel tempo che
tragicamente compiangeva la crudele uccision di Costanzo, andava
insinuando, che niun altro che un fratello aver poteva diritto alla
succession del fratello. Si confuse con qualche compiacenza nelle glorie
della stirpe Imperiale, e richiamò alla mente delle truppe il valore, i
trionfi, e la liberalità del gran Costantino, a' figli del quale dicea,
che avevano essi obbligata la lor ubbidienza, mediante un giuramento di
fedeltà, che l'ingratitudine de' suoi servitori più favoriti aveva
tentato di fare ad essi violare. Gli ufficiali, che circondavano il
Tribunale, e dovevano in tale straordinaria scena far le lor parti,
confessarono l'irresistibil forza della ragione e dell'eloquenza con
salutare l'Imperator Costanzo come legittimo loro Sovrano. I sentimenti
di fedeltà e di pentimento comunicaronsi di ordine in ordine, finattanto
che la pianura di Sardica risuonò tutta coll'universale acclamazione:
«via quest'intrusi usurpatori: lunga vita e vittoria, al figlio di
Costantino; sotto le sole di lui bandiere combatteremo e vinceremo.» I
gridi delle migliaia di soldati, i loro minaccevoli gesti, il fiero
rimbombo delle armi sorpresero e vinsero il coraggio di Vetranione, che
stava in mezzo alla ribellione de' suoi seguaci in dubbiosa e tacita
sospensione. In vece di darsi all'ultimo rifugio d'una generosa
disperazione, si sottopose vilmente al suo fato, e toltosi il diadema di
capo, in presenza de' due eserciti cadde prostrato a' piedi del suo
vincitore. Costanzo usò con prudenza e moderazione della vittoria; ed
alzando da terra il vecchio supplicante, ch'esso affettò di chiamare col
caro nome di padre, gli porse la mano per discendere dal trono. Fu
destinata la città di Prusa per esilio o ritiro del deposto Monarca, il
quale visse altri sei anni in seno alla pace ed all'abbondanza. Egli
spesso esprimeva i suoi sentimenti di gratitudine per la bontà di
Costanzo, e con una semplicità molto amabile avvisava il suo benefattore
a rinunziare lo scettro del Mondo, e cercare il contento nella
tranquilla oscurità d'una condizione privata, dove può solamente
trovarsi[457].
[A. D. 351]
La condotta di Costanzo in tal memorabile occasione veniva celebrata con
qualche sorta di giustizia; ed i suoi Cortigiani paragonavano le
studiate orazioni, che faceva un Pericle o un Demostene al popol
d'Atene, colla vittoriosa eloquenza, che avea persuaso una moltitudine
armata ad abbandonare o deporre l'oggetto della parziale sua
scelta[458]. L'imminente contesa con Magnenzio era d'una specie più
seria e sanguinosa. Il Tiranno con rapide marce s'avanzò incontro a
Costanzo, conducendo un grand'esercito, composto di Galli, di Spagnuoli,
di Franchi e di Sassoni, di quei Provinciali, che somministravan la
forza delle legioni, e di quei Barbari, che si tenevan come i nemici più
formidabili della Repubblica. I fertili piani[459] della bassa Pannonia,
fra il Dravo, il Savo ed il Danubio, presentarono uno spazioso teatro; e
le operazioni della guerra civile furon mandate in lungo ne' mesi di
estate per l'arte o per la timidità de' combattenti[460]. Costanzo avea
dichiarato d'avere intenzione di decidere la contesa ne' campi di
Cibali; nome ch'egli credeva dover animar le sue truppe per la
rimembranza della vittoria, che nel medesimo avventuroso luogo erasi
ottenuta, dalle armi di Costantino suo padre. Pure atteso le
inespugnabili fortificazioni, colle quali l'Imperatore circondava il suo
campo, pareva che volesse piuttosto sfuggir che incontrare un generale
combattimento. Lo scopo di Magnenzio era quello di tentare o di
costringere l'avversario ad abbandonare quel vantaggioso posto; ed
impiegò a tal oggetto le diverse marce, evoluzioni e stratagemmi, che la
cognizione dell'arte della guerra potea suggerire ad un esperto
ufficiale. Egli prese d'assalto l'importante città di Siscia; fece un
attacco contro quella di Sirmio, ch'era dietro al campo Imperiale; tentò
di forzare un passaggio pel Savo nelle province Orientali dell'Illirico;
e tagliò a pezzi un numeroso distaccamento, che aveva tirato negli
stretti passi d'Adarno. Per quasi tutta la estate il Tiranno della
Gallia si tenne padrone del campo. Le truppe di Costanzo erano stanche e
scoraggiate; diminuiva la sua riputazione agli occhi del mondo; ed il
suo orgoglio condescendeva a sollecitare un trattato di pace, che
avrebbe rilasciato all'assassino di Costante la sovranità delle province
oltre le alpi. Tali offerte acquistaron forza per l'eloquenza di
Filippo, ambasciatore Imperiale, ed il Consiglio non meno che l'esercito
di Magnenzio si disponevano ad accettarle. Ma l'altiero usurpatore, non
curando le rimostranze de' suoi amici, diede ordine, che si ritenesse
Filippo come prigioniero, o almeno come ostaggio, mentre spediva un
uffiziale a rimproverare a Costanzo la debolezza del suo regno, e ad
insultarlo colla promessa del perdono, se avesse immediatamente deposta
la porpora. L'unica risposta, che l'onor permetteva all'Imperatore di
dare, fu «ch'esso confidava nella giustizia della sua causa e nella
protezione d'un Dio vendicatore.» Ma egli era tanto persuaso
dell'infelicità di sua situazione, che non osò di contraccambiar
l'indegnità, ch'era stata commessa verso il suo rappresentante. La
negoziazione però di Filippo non fu senz'effetto; poichè indusse Silvano
Franco, Generale di merito e di riputazione, a disertare con un corpo
considerabile di cavalleria, pochi giorni avanti la battaglia di Mursa.
[A. D. 341]
La città di Mursa o Essek, celebre ne' moderni tempi per un ponte di
barche lungo cinque miglia sul fiume Dravo e per le adiacenti
paludi[461], è stata sempre considerata come una piazza importante nelle
guerre dell'Ungheria. Magnenzio, dirigendo la sua marcia verso Mursa,
mise fuoco alle porte della città, ed in un improvviso assalto ne aveva
quasi scalate le mura. La vigilanza della guarnigione estinse le fiamme;
l'avvicinarsi, che fece Costanzo, non gli diede tempo di continuar le
operazioni dell'assedio; e l'Imperatore in breve tolse l'unico ostacolo
che impedir poteva i suoi movimenti, forzando un corpo di truppe che
s'erano situate in un vicino anfiteatro. Il campo di battaglia intorno a
Mursa era una pianura nuda ed uguale; su questa Costanzo pose in
ordinanza il suo esercito col Dravo alla destra, mentre la sinistra o
per la natura della disposizione del luogo, o per la superiorità della
sua cavalleria estendevasi molto avanti oltre al destro fianco di
Magnenzio[462]. Le truppe rimasero in armi da ambe le parti con ansiosa
espettazione per la maggior parte della mattina, ed il figlio di
Costantino dopo d'aver animato con un eloquente discorso i soldati, si
ritirò in una Chiesa a qualche distanza dal campo di battaglia, e
commise a' suoi Generali la condotta di questa decisiva giornata[463].
Essi meritavan la sua fiducia pel valore e per l'arte militare, che
dimostrarono. Diedero saviamente principio all'azione sulla sinistra; ed
avanzando tutta l'ala della cavalleria in linea obbliqua, ad un tratto
girarono sul fianco destro del nemico, il quale non era preparato a
resistere all'impeto del loro attacco. I Romani dell'Occidente presto si
riunirono, mediante l'abitudine della disciplina; ed i Barbari della
Germania sostennero la fama della loro nazionale bravura. Il
combattimento divenne tosto generale; si mantenne con varj e singolari
giri di fortuna, ed appena finì colle tenebre della notte. La segnalata
vittoria, che ottenne Costanzo, si attribuisce alle armi della sua
cavalleria. Vengon descritti i suoi corazzieri, come tante massicce
statue di acciaio, lucenti per la loro squamosa armatura, che rompevano
con le pesanti lor lance la stabile ordinanza delle Galliche legioni.
Tosto che le legioni cederono, gli squadroni più leggieri e più attivi
della seconda linea s'introdussero con la spada alla mano negli
intervalli di mezzo, e compirono il disordine. Intanto i grossi corpi
de' Germani restarono esposti quasi nudi alla destrezza degli arcieri
Orientali, e tutte le truppe di que' Barbari furon costrette dalle
angustie e dalla disperazione a precipitarsi nel largo e rapido corso
del Dravo[464]. Il numero degli uccisi fu calcolato esser
cinquantaquattromila uomini, e la strage de' vincitori fu maggiore di
quella de' vinti[465]; circostanza, che prova l'ostinazione del
combattimento, e giustifica l'osservazione d'un antico scrittore, che
furon consumate le forze dell'Impero nella fatal battaglia di Mursa, per
la perdita d'un'armata veterana, sufficiente a difendere, o ad aggiunger
nuovi trionfi alla gloria di Roma[466]. Nonostanti le invettive d'un
servile oratore, non v'è la minima ragione di credere, che il Tiranno
abbandonasse nel principio della battaglia la sua propria bandiera.
Sembra ch'egli esercitasse le virtù di generale e di soldato, finattanto
che la giornata non fu assolutamente perduta, ed il suo campo in man dei
nemici. Magnenzio allora provvide alla propria salvezza, e deposti gli
ornamenti Imperiali, fuggì con qualche difficoltà le ricerche de'
cavalleggieri, che senza posa inseguirono la sua rapida fuga dalle
sponde del Dravo fino a piè delle alpi Giulie[467].
[A. D. 351]
La vicinanza dell'inverno somministrò all'indolenza di Costanzo molte
speciose ragioni per differire il proseguimento della guerra fino alla
seguente primavera. Magnenzio avea fermata la sua residenza nella città
d'Aquileia, ed apparentemente si mostrava risoluto di disputare il passo
de' monti o delle lagune, che fortificavano i confini della Provincia
Veneta. La sorpresa, fatta di un castello nelle alpi per una segreta
marcia degl'Imperiali, non avrebbe bastato a determinarlo di lasciare il
possesso dell'Italia, se le inclinazioni del popolo avessero sostenuto
la causa del loro Tiranno[468]. Ma la memoria delle crudeltà, esercitate
da' suoi ministri dopo l'infelice ribellione di Nepoziano, aveva
lasciato una profonda impressione d'orrore e di sdegno negli animi de'
Romani. L'ardito giovine, figlio della Principessa Eutropia e nipote di
Costantino, avea veduto con isdegno usurparsi lo scettro d'Occidente da
un perfido Barbaro. Armando quindi una truppa disperata di schiavi e di
gladiatori, sorprese la debole guardia della domestica tranquillità di
Roma, ricevè l'omaggio del Senato, ed assumendo il titolo d'Augusto,
precariamente regnò nel tumultuoso periodo di ventotto giorni. La marcia
di alcune forze regolari pose fine alle sue ambiziose speranze: la
ribellione fu estinta nel sangue di Nepoziano, di Eutropia sua madre, e
de' suoi aderenti; e fu estesa la proscrizione a tutti coloro, che avean
contratto una fatale alleanza col nome e colla famiglia di
Costantino[469]. Ma appena Costanzo, dopo la battaglia di Mursa, divenne
padrone delle coste marittime della Dalmazia, un corpo di nobili esuli,
che s'erano arrischiati ad equipaggiare una flotta in qualche porto
dell'Adriatico, venne a cercar protezione e vendetta nel vittorioso suo
campo. Per la segreta loro intelligenza co' propri nazionali, Roma e le
città dell'Italia indotte furono a spiegare le bandiere di Costanzo
sulle lor mura. I grati veterani, arricchiti dalla generosità del padre,
segnalarono la lor gratitudine e fedeltà verso il figlio. La cavalleria,
le legioni e gli ausiliari dell'Italia rinovarono il loro giuramento
d'ubbidienza a Costanzo; e l'usurpatore, spaventato per la general
diserzione, fu costretto co' residui delle sue truppe fedeli a ritirarsi
oltre le alpi nelle Province della Gallia. I distaccamenti però, che
spediti furono o per tribolare o per impedire la fuga di Magnenzio, si
condussero colla solita imprudenza di coloro che si trovano in buona
fortuna; e gli diedero nelle pianure di Pavia l'opportunità di voltarsi
contro quelli che l'inseguivano, e di soddisfare alla sua disperazione
colla strage d'una inutil vittoria[470].
[A. D. 353]
L'orgoglio di Magnenzio fu ridotto dalle ripetute disgrazie a
supplicare, ma invano, per la pace. Spedì egli primieramente un
Senatore, nell'abilità di cui confidava, ed in seguito varj Vescovi, il
sacro carattere de' quali ottener poteva una più favorevol udienza,
coll'offerta di rinunziare la porpora, e colla promessa di consacrare il
rimanente della sua vita in servizio dell'Imperatore. Ma Costanzo,
quantunque accordasse graziosi termini di perdono e di riconciliazione a
chiunque lasciasse lo stendardo della ribellione[471], si dichiarava
però inflessibilmente determinato a dare la giusta pena a' delitti d'un
assassino, ch'egli si preparava ad opprimere da ogni parte collo sforzo
delle vittoriose sue armi. Una flotta Imperiale s'impossessò facilmente
dell'Affrica e della Spagna, confermò la fede vacillante de' popoli
Mori, e sbarcò considerabili truppe, le quali passarono i Pirenei, e
s'avanzarono verso Lione, ultima e fatal dimora di Magnenzio[472].
L'indole del Tiranno, che non fu mai inclinato alla clemenza, veniva
stimolata dalle angustie ad esercitare qualunque atto d'oppressione, che
estorcer potesse un pronto sussidio dalle città della Gallia[473].
Finalmente stancossi la loro pazienza, e Treveri, sede del governo
Pretoriano, diede il segno della ribellione, chiudendo in faccia le
porte a Decenzio, che dal fratello era stato elevato al grado di Cesare
o d'Augusto[474]. Da Treveri, Decenzio fu costretto di ritirarsi a Sens,
dove tosto fu circondato da un'armata di Germani, che dalle perniciose
arti di Costanzo erano stati introdotti nelle civili dissensioni di
Roma[475]. Intanto le truppe Imperiali forzarono i passi delle alpi
Cozie, e nel sanguinoso combattimento di monte Seleuco il partito di
Magnenzio fu irrevocabilmente notato col titolo di ribelle[476]. Non fu
Magnenzio in grado di condurre un altro esercito in campo; venne
corrotta la fedeltà delle sue guardie; e quando comparve in pubblico per
animarle colle sue esortazioni, fu salutato con un concorde applauso di
«lunga vita all'Imperatore Costanzo». Il Tiranno, accorgendosi che si
preparavano a meritare perdono e premj con sagrificare il più malvagio
delinquente, ne prevenne il disegno trafiggendosi col proprio
ferro[477]; morte più mite ed onorata di quella, che potea sperar
d'ottenere dalle mani d'un nemico, di cui la vendetta sarebbe stata
colorita dallo specioso pretesto della giustizia e della fraterna pietà.
L'esempio del suicidio fu imitato da Decenzio, che strangolossi alla
nuova della morte di suo fratello. Marcellino, autore della
cospirazione, era già da gran tempo disparuto nella battaglia di
Mursa[478]; e fu ristabilita la pubblica tranquillità, mediante
l'esecuzione de' sopravviventi capi d'una rea e disgraziata fazione. Fu
estesa una severa inquisizione a tutti coloro, che o per elezione o per
forza si ritrovarono involti nella causa de' ribelli. Fu mandato Paolo,
soprannominato -Catena- per la sua grande abilità nel giudicial
esercizio della tirannide, ad esplorare i nascosti residui della
cospirazione nella remota Provincia della Gran-Brettagna. L'onesta
indignazione, dimostrata da Martino Vice-Prefetto dell'Isola, fu
interpretata come una prova della sua colpa; ed il Governatore trovossi
nella necessità di rivolger contro il proprio petto la spada, con cui
tentato avea di ferire il Ministro Imperiale. I più innocenti sudditi
dell'Occidente furono esposti agli esilj e alle confiscazioni, alla
morte ed a' tormenti; e siccome i timidi son sempre crudeli, l'animo di
Costanzo si mostrò inaccessibile alla clemenza[479].
NOTE:
[379] Teodosio il Grande, nel giudizioso avviso al suo figlio (Claudian.
-in IV. Consul. Honor. 214-), distingue la Condizione d'un Principe
Romano da quella di un Monarca Parto. Per l'uno era necessaria la virtù,
per l'altro bastar poteva la nascita.
[380] Non c'inganneremo rispetto a Costantino, se «crederemo tutto il
male, che ne dice Eusebio, e tutto il bene, che ne dice Zosimo» Fleury
-Hist. Eccles. Tom. III. p. 233-. In fatti Eusebio e Zosimo sono i due
estremi dell'adulazione e dell'invettiva. Si esprimono le ombreggiature
di mezzo da quegli scrittori, il carattere e la situazione de' quali
temperò in varie maniere l'influenza del loro zelo di religione.
[381] Le virtù di Costantino si son prese per la massima parte da
Eutropio e da Vittore il giovane, due Pagani sinceri, che scrissero dopo
l'estinzione della famiglia di esso. Anche Zosimo e l'Imperator Giuliano
confessano il suo coraggio personale e le militari sue perfezioni.
[382] Vedi Eutropio X. 6. -In primo Imperii tempore optimis Principibus,
ultimo mediis comparandus-. Dall'antica versione Greca di Peanio (-Edit.
Havercamp. p. 697.-) sono inclinato a sospettare ch'Eutropio avesse
originalmente scritto -vix mediis-, e che quest'odioso monosillabo fosse
tolto di mezzo dall'affettata inavvertenza de' copisti. Aurelio Vittore
esprime l'opinion generale per mezzo d'un volgare, e veramente oscuro
proverbio; Trachala -decem annis praestantissimus: duodecim sequentibus-
latro; -decem novissimis- pupillus -ob immodicas profusiones-.
[383] Giuliano (-Orat. I. p.- 8) in un discorso adulante pronunziato in
presenza del figlio di Costantino e ne' Cesari p. 335. Zosim. -p.- 114,
115. Posson citarsi le fabbriche tuttora esistenti di Costantinopoli ec.
come una prova durevole e senza eccezione della profusione del loro
autore.
[384] L'imparziale Ammiano merita la nostra fede. -Proximorum fauces
aperuit primus omnium Constantinus lib.- XVI. -c.- 8. Eusebio medesimo
ne confessa l'abuso (-Vit. Const. l.- IV. -c.- 29, 54), ed alcune leggi
Imperiali ne indicano debolmente il rimedio; vedi -sopra- p. 60 n. 1.
[385] Giuliano ne' Cesari tenta di mettere in ridicolo il suo zio. Il
dotto Spanemio però conferma la sospetta di lui testimonianza
coll'autorità di medaglie (Vedi -Coment. p.- 156-299. 397. 459.) Eusebio
dice (-Orat. c.- 5) che Costantino vestiva in tal guisa per causa del
pubblico, non di se stesso. Se ciò s'ammettesse, il più stolto
vanaglorioso non sarebbe mai privo di scusa.
[386] Zosimo e Zonara sono d'accordo in rappresentar Minervina, come la
concubina di Costantino, ma Du Cange ha molto bravamente dimostrato il
carattere di essa, producendo un passo decisivo di uno de' panegirici:
-ab ipso fine pueritiae te matrimonii legibus dedisti-.
[387] Du Cange (-Famil. Byzantin. p.- 44) sull'autorità di Zonara gli dà
il nome di Costantino, ch'è alquanto inverisimile, essendo già stato
occupato dal fratello maggiore. Si fa menzione di quello da Annibaliano
nella -Cronica Pasquale- ed è approvato dal Tillemont. -Hist. des Emper.
T.- IV. -p.- 527.
[388] Girol. -in Chron.- La povertà di Lattanzio si può riferire o a
lode del disinteressato filosofo, o a vergogna dell'insensibil padrone.
Vedi Tillemont -Mem. Eccl. Tom.- VI. -part.- I. -p.- 345. Dupin
-Bibliot. Eccl. T.- I. -pag.- 205. Lardner -Credibil. dell'Ist. Evangel.
P.- II. -Vol.- VII. -p.- 66.
[389] Euseb. Hist. Eccles. -l.- X. c. 9. Eutropio (X. 6.) lo chiama
-egregium virum-; e Giuliano (-Orat.- I) assai chiaramente allude alle
imprese di Crispo nella guerra civile. Vedi Spanem. -Coment. p.- 92.
[390] Si confronti Idacio e la Cronica Pasq. con Ammiano -l.- XIV. -c.-
5. Sembra che l'anno, in cui Costanzo fu creato Cesare, sia con più
accuratezza fissato da due Cronologisti; ma l'istorico, il quale visse
nella sua Corte, non poteva ignorare il -giorno- anniversario. Quanto
alla deputazione del nuovo Cesare alle Province della Gallia vedi
Giuliano -Orat. I p.- 12. Gotofredo -Cronol. leg. p.- 26. Blondello -del
Primat. della Chies. pag.- 1183.
[391] Cod. Theod. -l.- IX. -Tit.- IV. Gotofredo sospetta i segreti
motivi di questa legge. -Coment. Tom.- III. -pag.- 9.
[392] Du Cange -Fam. Byzant. p.- 58. Tillemont -Tom.- IV. -p.- 610.
[393] Il suo nome era Porfirio Ottaviano. Si stabilisce la data del suo
panegirico, scritto secondo il gusto di quel tempo in bassi acrostici,
da Scaligero -ad Euseb. p.- 250. da Tillemont -Tom.- IV. -p.- 607 e dal
Fabricio -Bibl. Latin. l.- IV. -c.- 1.
[394] Zosim. -l.- II. 103. Gotofred. -Chronolog. leg. pag.- 28.
[395] Ἀκριτως -senza processo- è la forte e più probabilmente
giusta espressione di Svida. Vittore il Vecchio, che scrisse nel regno
seguente, dice con conveniente cautela: -natu grandior incertum qua,
causa patris judicio occidisset-. Se noi consultiamo gli scrittori
posteriori, come Eutropio, Vittore il Giovane, Orosio, Girolamo, Zosimo,
Filostorgio e Gregorio di Tours, sembra che la cognizione, che hanno di
questo fatto, vada a grado a grado crescendo a misura che dovevan
diminuire i mezzi d'esserne informati: circostanza, che frequentemente
s'incontra nelle istoriche ricerche.
[396] Ammiano (-l.- XIV. -c.- II) adopera l'espression generale
-peremptum-. Codino (p. 34) dice, che il Principe fu decapitato; ma
Sidonio Apollinare (-Epist.- V. 8), forse per fare un'antitesi al bagno
-caldo- di Fausta, vuol piuttosto che gli fosse dato un sorso di
-freddo- veleno.
[397] -Sororis filium commodae indolis juvenem.- Eutrop. X. 6. Non
sarebb'egli permesso di congetturare, che Crispo avesse sposato Elena,
figlia dell'Imperator Licinio, e che in occasione del felice matrimonio
della Principessa fatto nell'anno 322, Costantino avesse accordato un
generale perdono? Vedi Du Cange (-Fam. Byzant. p.- 47) e la legge (-l.-
IX. -Tit.- XXXVII) del Codice Teodosiano che ha tanto imbarazzato
gl'Interpreti. Gotofred. -Tom.- III -p.- 297.
[398] Vedi la vita di Costantino specialmente nel l. II. c. 19, 20.
Evagrio dugento cinquant'anni dopo (l. III. c. 41.) dedusse dal silenzio
d'Eusebio un vano argomento contro la verità del fatto.
[399] Voltaire -Hist. de Pierre le Grand, P.- 2. -c.- 10.
[400] Ad oggetto di provare, che da Costantino fu eretta la Statua, e
dipoi nascosta dalla malizia degli Arriani, Codino con molta facilità
inventa (p. 34) due testimonj, Ippolito ed Erodoto il Giovane, alle
immaginarie storie de' quali con fiducia sfacciata si riferisce.
[401] Zosimo (-l.- II. -p.- 103) si può considerar come il nostro
originale. L'accorgimento de' moderni, assistito da qualche cenno che ne
han dato gli antichi, ha illustrato e migliorato l'oscura ed imperfetta
di lui narrazione.
[402] Filostorgio -l.- II. -c.- 4. Zosimo (-l.- II. -p.- 104, 116)
attribuisce a Costantino la morte di due mogli; cioè dell'innocente
Fausta, e d'un'adultera, ch'era madre de' tre successori di lui. Secondo
Girolamo passaron tre o quattro anni fra la morte di Crispo e quella di
Fausta. Vittore il Vecchio osserva un prudente silenzio.
[403] Se Fausta fu privata di vita, è ragionevol di credere, che il
teatro della sua esecuzione fossero i privati appartamenti del palazzo.
L'oratore Grisostomo compiacque la sua fantasia con esporre
l'Imperatrice nuda in un deserto monte, ad essere divorata dalle fiere.
[404] Giulian. -Orat. I.- Par ch'egli la chiami madre di Crispo. Ella
potè forse prender quel titolo per adozione. Almeno non si risguardava
come mortale di lui nemica. Giuliano paragona la fortuna di Fausta a
quella di Parisatide Regina di Persia. Un Romano si sarebbe dovuto
rammentare più naturalmente Agrippina seconda.
-Et moi qui sur le trône ai suivi mes ancètres;-
-Moi fille, femme, soeur, et mère de vos maitres.-
[405] Monod. -in Constant. Jun. c.- 4 -ad calc. Eutrop. Edit.
Havercamp-. L'oratore la chiama la più divina e pia delle Regine.
[406] -Interfecit numerosos amicos- Eutrop. XX. 6.
[407]
-Saturni aurea, saecula quis requirat?-
-Sunt haec gemmea, sed Neroniana.-
Sidon. Apollinar. V. 8.
Egli è un poco singolare, che questi satirici versi fossero attribuiti
non ad un oscuro compositor di libelli, o ad un disgustato patriotta, ma
ad Ablavio primo ministro e favorito dell'Imperatore. Noi possiamo
adesso conoscere, che le imprecazioni del popolo Romano eran dettate
dall'umanità non meno che dalla superstizione. Zosim. -t. II. p. 105-.
[408] Euseb. -Orat. in Constant. c. 3-. Queste date son corrette
abbastanza da giustificar l'Oratore.
[409] Zosim. -l. II. p. 117-. Sotto i predecessori di Costantino
-Nobilissimus- era un epiteto indeterminato piuttosto che un fisso e
legittimo titolo.
[410] -Adstruunt nummi veteres ac singulares-; Spanem. -de us. num.
Diss. XII. Vol. II. p. 357-. Ammiano parla di questo Romano Re (-l. XIV.
c. I.- e -Vales. Ib.-). Il Frammento Valesiano lo chiama Re de' Re, e la
Cronica Pasquale p. 286. usando la Parola Ρηγα, aggiunge peso
alla testimonianza Latina.
[411] La sua destrezza negli esercizi marziali è celebrata da Giuliano
-Orat. I. p. 11.- -Orat. II. p. 53.- e confessata da Ammiano -l. XXI. c.
16-.
[412] Euseb. -in vit. Const. l. IV. c. 51-. Julian. -Orat. I. p. 11.
16.- coll'elaborato Comentario di Spanemio. Libanio -Orat. III. p. 109-.
Costanzo studiò con lodevol diligenza; ma la lentezza della sua fantasia
gl'impedì di far progressi nell'arte della poesia o anche della
rettorica.
[413] Eusebio (-l. IV. c. 51, 52-) con animo d'esaltare l'autorità e la
gloria di Costantino, afferma, ch'esso divise il Romano Impero, come
avrebbe potuto un cittadino privato dividere il suo patrimonio. Può
rilevarsi la divisione, ch'ei fece delle Province da Eutropio, da' due
Vittori, e dal frammento Valesiano.
[414] Per la vigilanza di Dalmazio fu preso Calosero, ch'era l'oscuro
capo di questa ribellione o piuttosto tumulto, e bruciato vivo nella
pubblica piazza di Tarso. Vedi Vittore il Vecchio, la Cronica di
Girolamo, e le dubbiose tradizioni di Teofane e di Cedreno.
[415] Il Cellario ha raccolto le opinioni degli antichi rispetto alla
Sarmazia Europea ed Asiatica; e il Danville le ha applicate alla
Geografia moderna, con l'avvedimento e coll'esattezza che sempre
distinguono quell'eccellente scrittore.
[416] Ammiano -l. XVII. c. 12-. I cavalli Sarmati eran castrati per
prevenire i dannosi accidenti, che avrebber potuto produrre le forti e
indomabili passioni de' maschi.
[417] Pausania -l. I. p. 50. Edit. Hulm.- Quel diligente viaggiatore
aveva esaminato con attenzione una corazza sarmatica, che si conservava
nel tempio d'Esculapio in Atene.
[418]
-Aspicis et mitti sub adunco toxica ferro-
-Et telum caussas mortis habere duas.-
-Ovid. ex Pont. l. IV. ep. 7. v. 7.-
Vedi nelle Ricerche sopra gli Americani (-Tom. II p. 236, 271-) una
dissertazione molto curiosa intorno a' dardi avvelenati. Il veleno
traevasi ordinariamente dal regno vegetabile; ma quello, che usavan gli
Sciti, par che fosse tratto dalla vipera con una mistura di sangue
umano. L'uso delle armi avvelenate, che si è trovato diffuso in ambedue
i mondi, non ha mai preservato una tribù di selvaggi dalle armi di un
disciplinato nemico.
[419] I nove libri delle poetiche epistole, che compose Ovidio ne' primi
sette anni del suo tristo esilio, hanno, oltre il merito dell'eleganza,
un doppio pregio. Presentano, cioè, una pittura dello spirito umano,
posto in circostanze molto singolari, e contengono molte curiose
osservazioni, che nessun Romano, fuori che Ovidio, avrebbe avuto
l'occasione di fare. Si è raccolta ogni circostanza, che può contribuire
ad illustrar l'istoria de' Barbari dell'accuratissimo Conte di Buat.
-Hist. Anc. des Peupl. de l'Europe Tom. IV. c. XVI. p. 286-317-.
[420] I Sarmati Jazigi eran già stabiliti sulle rive del Patisso o
Tibisco, quando Plinio pubblicò nell'anno 79 la sua Storia Naturale.
Vedi l. IV. c. 15. Al tempo di Strabone e di Ovidio, sessanta o
settant'anni avanti, par che abitassero al di là de' Geti, lungo le
coste dell'Eussino.
[421] -Principes Sarmatarum Jazygum, penes quos civitatis regimen...
plebem quoque et vim equitum, qua sola valent, offerebant.- Tacit.
-Hist. III. 5-. Fu fatta quest'offerta nella guerra civile tra Vitellio
e Vespasiano.
[422] Sembra che quest'ipotesi d'un Re Vandalo sopra sudditi Sarmati sia
necessaria per conciliare il Goto Giornaudes con gl'istorici Greci e
Latini di Costantino. È da osservarsi, che Isidoro, il quale visse in
Ispagna sotto il dominio dei Goti, dà loro per nemici non i Vandali, ma
i Sarmati. Vedi la sua Cronica appresso -Groz.- p. 709.
[423] Bisogna che io faccia qualche apologia per essermi servito senza
scrupolo dell'autorità di Costantino Porfirogenito, in tutto ciò, che ha
rapporto alle guerre e negoziazioni degli abitanti del Chersoneso. Io
so, ch'egli era un Greco del decimo secolo, e che i suoi racconti
d'Istoria antica son bene spesso confusi e favolosi. Ma in
quest'occasione, ciò ch'esso narra è per la massima parte coerente e
probabile; nè deve esservi molta difficoltà a concepire, che per un
Imperatore potevano essere accessibili alcuni archivi segreti, ch'erano
sfuggiti alla diligenza degl'Istorici minori. Quanto alla situazione ed
istoria del Chersoneso vedi Peyssonel -Des Peuples barbares qui ont
habité les bords du Danube. c. XVI. p. 84, 90-.
[424] Le guerre Gotiche e Sarmatiche son riportate in un modo così
imperfetto, che io sono stato costretto a confrontare fra loro i
seguenti scrittori, che reciprocamente si suppliscono, correggono, ed
illustrano l'uno coll'altro. Quelli che si prenderanno la medesima pena,
possono avere un diritto di criticare la mia narrazione. Ammiano -l.
XXVII. c. 22-. Annon. Vales. -p. 715-. Eutrop. X. 7. Sesto Rufo -de
Prov. c. 26-. Julian. -Orat. I. p. 9- col -Coment. di Span. p. 94-.
Hieron. -in Chron.- Euseb. -in vit. Const. l. IV. c. 6-. Socrat. -l. I.
c. 18-. Sozom. -l. I c. 8-. Zosim. -l. II. c. 108-. Jornand. -de reb.
Get. c. 22-. Isidor. -in Chron. p. 709. in Hist. Gothor. Grotii-,
Constant. Porphyrog. -De administr. Imper. c. 53. p. 208. Edit. Meurs-.
[425] Eusebio (-in vit. Const. l. IV. c. 50-) osserva tre circostanze
relative a quest'Indiani. 1. Essi vennero dai lidi dell'Oceano
Orientale; descrizione che può applicarsi alle coste della China o del
Coromandel; 2. Presentarono scintillanti gemme ed incogniti animali; 3.
Protestarono che i loro Monarchi avevano erette statue per rappresentare
la maestà suprema di Costantino.
[426] -Funus relatum in urbem sui nominis; quod sane P. R. aegerrime
tulit.- Aurel. Vittore. Costantino s'era preparato un magnifico sepolcro
nella Chiesa de' Santi Apostoli. Vedi Eusebio. -l. IV. c. 60-, che nel
quarto libro della vita di esso dà il migliore, e quasi l'unico
ragguaglio della malattia, della morte, e de' funerali di Costantino.
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