[319] -Romana acies unius prope formae erat et hominum, et armorum genere. Regia acies varia magis multis gentibus dissimilitudine armorum, auxiliorumque erat.- Tit. Liv. -l. XXXVII. c. 39, 40-. Flaminio anche prima dell'evento avea paragonato l'esercito d'Antioco ad una cena, in cui si fosse cucinata la carne d'un vile animale in diverse maniere dall'arte de' cuochi. Vedi -la vita di Flamin.- in Plutarco. [320] Agat. -l. V. p. 157. Edit. Louvre-. [321] Valentiniano (Cod. -Theod. l. VII. Tit. XIII. leg. 3-) ne fissa la misura a cinque piedi e sette dita, che sono circa cinque piedi e quattro pollici e mezzo inglesi. Prima era stata di cinque piedi, e dieci dita, e ne' migliori corpi di sei piedi romani. -Sed tunc erat amplior multitudo, et plures sequebantur militiam armatam.- Veget. -de re milit. l. I c. 5-. [322] Vedi i due Titoli -De Veteranis-, -De Filiis Veteran-. nel settimo libro del Cod. Teodos. L'età, in cui s'esigeva il militar servizio, era varia, da' sedici a' venticinque anni. Se i figli de' veterani venivano con un cavallo, avean diritto di militare nella cavalleria; due cavalli poi davano loro altri stimabili privilegi. [323] -Cod. Theodos. l. VII. Tit. XIII. leg. 7.- Secondo l'Istorico Socrate (vedi Gotofr. ivi), l'istesso Imperator Valente alle volte esigeva ottanta monete d'oro per una recluta. Nella Legge seguente freddamente si esprime, che non siano ammessi gli schiavi -inter optimas lectissimorum militum turmas-. [324] Per ordine d'Augusto, si venderono al pubblico incanto la persona, ed i beni d'un cavalier Romano, che avea mutilato due suoi figliuoli (Sueton. -in Aug. c. 27-). La moderazione di quell'artificioso usurpatore dimostra, che quest'esempio di severità era giustificato dallo spirito de' tempi. Ammiano fa una distinzione fra gli effeminati Italiani ed i coraggiosi Galli (-l. XV. c. 12-). Pure non più che quindici anni dopo, Valentiniano in una legge diretta al Prefetto della Gallia, è costretto a ordinare, che questi vili disertori siano bruciati vivi (-Cod. Theod. l. VII. Tit. XIII. leg. 5-). Erano tanto moltiplicati nell'Illirico, che la Provincia si lagnava della scarsità di reclute, -Ib. leg. 10-. [325] Essi erano chiamati -Murci-. Si trova in Plauto ed in Festo la parola -murcidus- per indicare una persona, pigra e codarda, che secondo Arnobio ed Agostino era sotto l'immediata protezione della Don -Murcia-. Per causa di questa particolare specie di codardia gli scrittori della Latinità di mezzo prendon -murcare- per sinonimo di -mutilare-. Vedi Lindenborg e Vales. -ed- Ammian. Marcell. -l. XV. c. 12-. [326] -Malarichus -- adhibitis Francis, quorum ea tempestate in palatio multitudo florebat, erectius jam loquebatur, tumultuabaturque.- Ammian. -l. XV. c. 5.- [327] -Barbaros omnium primus ad usque fasces auxerat et trabeas consulares.- Ammian. -l. XX. c. 10-. Sembra che Eusebio (-in vit. Const. l. IV. c. 7-) ed Aurelio Vittore confermino la verità di tale asserzione; pure ne' trentadue Fasti consolari del regno di Costantino non ho potuto trovare il nome d'un solo Barbaro. Crederei dunque che la liberalità di quel Principe si riferisse agli ornamenti piuttosto che all'uffizio del Consolato. [328] Cod. Theod. -lib. VI. Tit. VIII-. [329] Per una metafora ben singolare, presa dal militar carattere de' primi Imperatori, il loro Maestro di Casa era chiamato Conte del loro campo (-Comes castrensis-). Cassiodoro rappresenta con molta serietà al Principe, che la riputazione di lui e dell'Impero dovea dipendere dall'opinione, che gli ambasciatori stranieri avrebber concepito dell'abbondanza e magnificenza della tavola reale (-Var. l. VI. epist. 9-). [330] Guterio (-De offic. Domus Aug. l. II. c. 20. l. III.-) ha con molta esattezza spiegate le funzioni del Maestro degli Uffizj, e la costituzione degli -Scrinia- al medesimo subordinati. Ma invano egli tenta, sulla più dubbiosa autorità, di condurre al tempo degli Antonini, o anche di Nerone l'origine d'un Magistrato, che non si può trovar nell'Istoria prima del regno di Costantino. [331] Tacito (-Annal. XI. 22-) dice, che i primi Questori furono eletti dal popolo, sessantaquattro anni dopo la fondazione della Repubblica; ma egli è d'opinione ch'essi lungo tempo avanti si creassero annualmente da' Consoli ed anche da' Re. Ma tale oscuro punto d'antichità è contrastato da altri scrittori. [332] Sembra, che Tacito (-Annal. XI. 22-) consideri come il numero maggior de' Questori quello di venti; e Dione (-l. XLIII. p. 374-) fa conoscere che se Cesare il Dittatore una volta ne creò quaranta, ciò fu solamente ad oggetto di facilitare il pagamento d'un immenso debito di gratitudine. Pure l'aumentazione, ch'egli fece de' Pretori, si mantenne anche ne' successivi regni. [333] Sueton. in -Aug. c.- 65. e Torrent. -iv.- Dion. Cass. p. 755. [334] La gioventù ed inesperienza de' Questori, ch'entravano in quell'importante carica nel loro ventesimoquinto anno (-Lips. Excurs. ad Tacit. l.- III. -D.-) obbligarono Augusto a rimuoverli dal maneggio del tesoro; e quantunque fosse loro da Claudio restituito, sembra che ne fossero finalmente privati da Nerone (Tacit. -Annal.- XXII. 29. Sueton. -in Aug. c.- 36. -in Claud. c.- 24. Dion. -pag.- 666. 961. -ec.- Plin. -Epist.- X. 20 -et alib.-) Nelle Province della divisione Imperiale, in luogo de' Questori con miglior consiglio si ponevano i -Procuratori- (-Dion. Cass. p.- 707. Tacit. -in vit. Agricol. c.- 15) o come si chiamarono in seguito, i -Razionali- (-Hist. Aug. p.- 130). Ma nelle province del Senato si trova sempre una serie di Questori fino al Regno di Marco Antonino (Vedi le Iscrizioni di Grutero, l'epistole di Plinio, ed un fatto decisivo nella Storia Augusta p. 64). Si può rilevare da Ulpiano (-Pandect. l.- I. -Tit.- 13.) che fu abolita la loro provinciale amministrazione sotto il governo della casa di Severo; e nelle successive turbolenze dovettero naturalmente cessare le annuali o triennali elezioni de' Questori. [335] -Cum patris nomine et epistolas ipse dictaret, et edicta conscriberet, orationesque in senatu recitaret, etiam Quaestoris vice.- Sueton. -in Tit. c.- 6. Quest'uffizio dovè acquistare anche maggior dignità per essere accidentalmente stato esercitato dal presuntivo erede dell'Impero. Traiano affidò la medesima cura ad Adriano suo Questore e Cugino. Vedi Dodwell -Praelect. Cambden. X. XI. pag.- 362, 394. [336] -... Terris edicta daturus- -Supplicibus responsa... Oracula regis- -Eloquio crevere tuo; nec dignius unquam- -Majestas meminit sese Romana locutam.- Claudian. -in Cons. Mall. Theod.- 33. Vedi ancora Simmaco -Epist.- I 17, e Cassiodoro -Var-, VI. 5. [337] Cod. Theodos. -l.- VI. Tit. 30. Cod. Justin. -lib.- XII. -Tit.- 24. [338] Ne' dipartimenti de' due Conti del Tesoro, la parte Orientale della -Notizia- è molto mancante. Egli è da osservarsi, che si trovava una cassa pubblica in Londra, ed un Gineceo, o manifattura in Winchester. Ma la Britannia non era creduta degna nè d'una zecca, nè d'un arsenale. La sola Gallia ne aveva tre delle prime ed otto de' secondi. [339] Cod. Theodos. -l.- VI. -Tit.- XXX. -leg.- 2 e Gotofredo -Ib-. [340] Strab. -Geogr. l.- XII. -p.- 809. L'altro Tempio di Comana in Ponto era una colonia di quello della Cappadocia -l.- XII -p.- 825. Il Presidente di Brosses (Vedi il suo Salust. -Tom.- II. -p.- 21) congettura, che la Divinità adorata nelle due Comane fosse -Beltis-, la Venere d'Oriente o la Dea della generazione; ente ben diverso in vero dalla Dea della guerra. [341] Cod. Theodos. -l.- X. -Tit.- V. -De Grege Dominico-. Gotofredo ha raccolto tutti gli antichi passi relativi a' cavalli della Cappadocia. La -Palmaziana-, ch'era una delle più belle razze, fu confiscata ad un ribelle, il patrimonio del quale era sedici miglia distante da Tiana, vicino alla strada pubblica tra Costantinopoli ed Antiochia. [342] Giustiniano -Novell.- 30 sottopose il dipartimento del Conte della Cappadocia all'autorità immediata dell'Eunuco favorito, che presedeva al -Sacro cubicolo-. [343] Cod. Theod. -l.- VI. -Tit.- XXX. -leg.- 4. -ec.- [344] Pancirolo -p.- 102, 136. Si descrive l'apparato di questi Domestici militari nel poema latino di Corippo: De Laudibus Justin. -l.- III. -p.- 157-179, 420 -dell'-Append. dell'Istor. Bizant. -Rom.- 1777. [345] Ammiano Marcellino, che servì tanti anni, non potè ottenere, che il rango di Protettore. I primi dieci fra questi onorevoli soldati eran -Clarissimi-. [346] Senofont, -Cyrop. l.- VIII. Briston -De regn. Persic. l.- I. -n.- 190. -p.- 264. Gl'Imperatori adottarono con piacere questa metafora Persiana. [347] Quanto agli -agentes in rebus- vedi Ammiano -l.- XV. -c.- 3. -l.- XVI. -c.- 5. -l.- XXII. -c.- 7. colle curiose annotazioni del Valesio. Cod. Theod. -l.- VI. -Tit.- XXVII. XXVIII. XXIII. Fra i passi raccolti nel Comentario del Gotofredo, il più osservabile è quello preso da Libanio nel suo discorso intorno alla morte di Giuliano. [348] Le Pandette (-l.- XLVIII. -Tit.- XVIII.) contengono i sentimenti de' più celebri Giureconsulti a proposito della tortura. Essi la restringono solo agli schiavi; Ulpiano stesso è pronto a confessare, che -res est fragilis, et periculosa, et quae veritatem fallat-. [349] Nella cospirazione di Pisone contro Nerone, Epicaride (-libertina mulier-) fu l'unica persona torturata; tutti gli altri furono -intacti tormentis-. Sarebbe superfluo l'aggiungere esempi di questo più deboli, e difficile il trovarne de' più forti. Tacito. -Annal.- XV. 57. [350] -Dicendum,.. de institutis Atheniensium, Rhodiorum- -doctissimorum hominum, apud quos etiam (id quod acerbissimum est) liberi civesque torquentur etc.- Cicer. -Partit. Orat.- 6. 34. Può rilevarsi dal processo di Filota la pratica de' Macedoni. Diodor. Sicul. -l.- XVII. -p.- 604. Q. Curt. -l.- VI. -c.- 11. [351] L'Eineccio (-Elem. Jur. Civ. P.- VII. -p.- 81) ha riunite insieme tutte queste esenzioni. [352] Sembra che questa definizione del prudente Ulpiano (-Pandect. l.- XLVIII. -Tit.- IV.) fosse adattata alla Corte di Caracalla, piuttosto che a quella di Alessandro Severo. Vedi i Codici di Teodosio e di Giustiniano -ad leg. Juliam majestat-. [353] Arcadio Carisio è il Giurisconsulto più vecchio citate dalle Pandette per giustificare l'universal uso della tortura in tutti i casi di ribellione; ma questa massima di tirannia, ch'è ammessa da Ammiano (-l.- XIX. -c.- 12) col più rispettoso terrore, vien confermata da varie leggi de' successori di Costantino. Vedi Cod. Theod. -l.- IX. -Tit.- XXXV. -In majestatis crimine omnibus aequa est conditio-. [354] Montesquieu -Espr. des Loix l.- XII. -c.- 13. [355] David Hume (-Sagg. vol. I. p.- 389) ha veduto quest'importante verità con qualche specie di dubbiezza. [356] Si usa tuttavia nella Corte del Papa il ciclo delle Indizioni, che può farsi rimontare sino al regno di Costanzo, e forse di Costantino suo padre; ma è stato molto ragionevolmente alterato il principio del loro anno, riducendolo ai primo di Gennaio. Vedi L'art de verif. les dat. -p.- XI, il diction. Raison de la Diplomat. -Tom.- II -p.- 25, e due diligenti trattati che abbiamo per opera de' Benedettini. [357] I primi 28 Titoli dell'undecimo libro del Codice Teodosiano sono pieni di circostanziati regolamenti sull'importante materia de' tributi; ma suppongono una cognizione dei principj fondamentali più chiara di quella che siamo presentemente in grado d'avere. [358] Il Titolo, che risguarda i Decurioni (-l.- XII. -Tit.- I.) è il più ampio in tutto il Codice Teodosiano; mentre non contiene meno di cento novantadue leggi per determinare i doveri, ed i privilegi di quell'utile ceto di Cittadini. [359] -Habemus enim et hominum numerum qui delati sunt et agrum modum.- Eumen. -in Paneg. vet.- VIII. 6. Vedi Cod. Theod. -l.- XIII. -Tit.- X. XI. col Coment. di Gotofredo. [360] -Si quis sacrilega vitem falce succiderit, aut feracium ramorum foetus hebetaverit, quo declinet fidem censuum, et mentiatur callide paupertatis ingenium, mox detectus capitale subibit exitium, et bona ejus in Fisci jura migrabunt.- Cod. Theod. -l.- XIII. -Tit.- XI. -leg.- 1. Sebbene questa legge non sia esente da una studiata oscurità, essa è però sufficientemente chiara per provare quanto fosse minuta l'inquisizione, e sproporzionata la pena. [361] Sarebbe cessata la maraviglia di Plinio. -Equidem miror P. R. victis gentibus argentum semper imperitasse non aurum.- Hist. Nat. XXIII. 15. [362] Furono prese precauzioni (Vedi Cod. Theod. -l.- XI. -Tit.- II. -e- Cod. Justin. -l.- X. -Tit.- XXVII. -leg.- 1, 2, 3,) per restringer ne' Magistrati l'abuso dell'autorità sì nell'esazione che nella compra del grano; ma quelli che avevano tant'abilità da leggere le Orazioni di Cicerone contro Verre (III -de frument.-) potevano istruirsi di tutte le diverse arti d'oppressione, rispetto al peso, al prezzo, alla qualità ed al trasporto delle specie. L'avarizia d'un Governatore senza lettere poteva supplire alla sua ignoranza. [363] Cod. Theod. -lib.- XI. -Tit.- XXVIII. -leg.- 1 pubblicata il dì 24. Marzo dell'anno 395 dall'Imperatore Onorio, solo due mesi dopo la morte di Teodosio suo padre. Egli parla di 528,042 jugeri Romani, che ho ridotto alla misura Inglese. Il jugero conteneva 28800. piedi quadrati Romani. [364] Gotofredo (-Cod. Theod. Tom.- VI. -p.- 116) tratta con gravità e dottrina il soggetto della capitazione; ma volendo egli interpretar la parola -caput- per una parte o misura di beni, esclude troppo assolutamente l'idea d'una tassa personale. [365] -Quid profuerit (Julianus) anhelantibus extrema penuria Gallis, hinc maxime claret, quod primitus partes eas ingressus pro capitibus singulis tributi nomina vicenos quinos aureos reperit flagitari; discedens vero septenos tantum munera universa complentes.- Ammiano -l.- XVI. -c.- 5. [366] Nel computo della moneta sotto Costantino ed i suoi successori, noi non abbiamo che a riferirci all'eccellente discorso di Greaves sopra il -Denarius- per esser convinti delle seguenti proposizioni: 1. Che l'antica e moderna libbra Romana, che contiene 5256 grani di peso di dodici once la libbra, è più leggiera circa la duodecima parte della libbra Inglese, ch'è composta di 5760 di que' grani medesimi; 2. Che la libbra d'oro, la quale una volta era stata divisa in quarantotto -aurei-, era in quel tempo ridotta a settantadue monete più piccole che avevan l'istesso nome; 3. Che si davano legittimamente cinque di questi -aurei- per una libbra d'argento, e che per conseguenza la libbra d'oro si cambiava per quattordici libbre e ott'once d'argento secondo il peso Romano, o per circa tredici libbre secondo l'Inglese; 4. Che la libbra Inglese d'argento si conia in sessantadue scellini. Posti questi principj, si può computare la libbra Romana d'oro, ch'è la comune misura di grosse somme, per quaranta lire sterline, ed il corso dell'-aureo- per qualche cosa più d'undici scellini. [367] -Geryones nos esse puta, monstrumque tributum,- -Hinc capita ut vivam tu mihi tolle tria.- Sidon. Apoll. -Carm.- XIII. La riputazione del P. Sirmondo mi faceva sperare maggior soddisfazione nella sua nota a questo notevol passo (p. 144) di quella che vi ho trovata. Le parole -suo vel suorum nomine- dimostrano l'ambiguità del Comentatore. [368] Per quanto possa quest'asserzione sembrar molto estesa, essa è fondata sugli originali registri delle nascite, delle morti, e de' matrimonj, tenuti con pubblica autorità e presentemente depositati nella -Controlleria- Generale di Parigi. Il prodotto annuale delle nascite per tutto il regno preso in cinque anni (dal 1770 al 1774 l'uno e l'altro inclusive) è di 479649 maschi e di 449269 femmine, in tutto di 928918 fanciulli. La sola Provincia dell'Hainault Francese dà 9906 nascite, e siamo assicurati da un'effettiva enumerazione del popolo, che si è ripetuta ogni anno dal 1773 al 1776, che fatto il calcolo, l'Hainault contiene 257097 abitanti. Secondo la regola d'una giusta analogia possiam dedurre, che la proporzione ordinaria delle nascite annuali a tutta la popolazione è di circa 1 a 26, e che il regno di Francia contiene 24,151,868 persone d'ambedue i sessi e d'ogni età. Se ci contentiamo poi della più moderata proporzione di 1 a 25, tutta la popolazione ascenderà a 23,222,950. Dalle diligenti ricerche del Governo Francese (le quali non sono indegne della nostra imitazione) possiamo aspettare un grado di certezza sempre maggiore su quest'importante soggetto. [369] Cod. Theod. -l. V. Tit. IX. X. XI-. Cod. Justin. -l. XI. Tit. LXIII. Coloni appellantur, qui conditionem debent genitali solo, propter agriculturam sub dominio possessorum- August. -De Civ. Dei l. X. c. 1-. [370] L'antica giurisdizione di (-Augustodunum-) Autun in Borgogna, capitale degli Edui, comprendeva l'adiacente territorio di (-Noviodunum-) Nevers. Vedi Danville, -Not. de l'anc. Gaul. p. 491-. Le due Diocesi d'Autun e di Nevers adesso sono composte la prima di 110 e l'altra di 160 Parrocchie. I registri delle nascite, tenuti per undici anni in 476 Parrocchie della medesima Provincia di Borgogna, e moltiplicati secondo la moderata proporzione per 25. (Vedi Messance, -Ricerche sulla popolaz. p. 142-) ci autorizzano ad assegnare il numero netto di 656 persone ad ogni parrocchia, il qual numero venendo moltiplicato per le 770 parrocchie della Diocesi di Nevers, e d'Autun, produrrà la somma di 505,120 persone per l'estensione del paese una volta occupato dagli Edui. [371] Si può fare un'aggiunta di 301,750 abitanti per le Diocesi di Scialon (-Cabillonum-) e di Macon (-Matisco-); poichè l'una contiene 200 Parrocchie e l'altra 260. Potrebbe giustificarsi quest'aumento di territorio con molte speciose ragioni. 1. Scialon e Macon erano senza dubbio comprese nella primitiva giurisdizione degli Edui (vedi Danville -Not. p. 187, 443-). 2. Nella Notizia di Gallia si trovan notate non come -Civitates-, ma solo come -Castra-. 3. Non sembra che sieno state sedi Episcopali prima del quinto e del sesto secolo. Contuttocciò v'è un passo d'Eumenio (-Paneg. vet. VIII. 7-) che con gran forza m'impedisce d'estendere il territorio degli Edui, nel regno di Costantino, lungo le belle rive della navigabile Saona. [372] Eumen. -in Paneg. Vet. VIII. 11-. [373] L'Ab. Dubos Hist. Crit. de la M. F. Tom. I. p. 121. [374] Vedi Cod. Theod. -lib. XIII. Tit. I. c. IV-. [375] Zosimo -l. II. p. 115-. Probabilmente si trova negli attacchi di Zosimo tanta passione e pregiudizio, quanta nella elaborata difesa fatta della memoria di Costantino dallo zelante dottor Howel -Ist. del Mond. Vol. II. p. 20-. [376] Cod. Theod. -l. XI. Tit. VII. leg. 3-. [377] Vedi Lips. -De Magnitud. Rom. l. II. c. 9-. La Spagna Tarragonese presentò all'Imperator Claudio una corona d'oro di settecento libbre di peso, e la Gallia un'altra di novecento. Ho seguìto la ragionevole correzione di Lipsio. [378] Cod. Theod. -l. XII. Tit. XIII-. I Senatori si supponevano esenti dall'-aurum coronarium-; ma l'-oblatio auri-, che si esigeva dalle lor mani, era precisamente dell'istessa natura. CAPITOLO XVIII. -Carattere di Costantino. Guerra Gotica. Morte di Costantino. Divisione dell'Impero fra' tre suoi figli. Guerra di Persia. Tragiche morti di Costantino il Giovane, e di Costante. Usurpazione di Magnenzio. Guerra civile. Vittoria di Costanzo.- Il carattere d'un Principe, che mutò la sede dell'Impero, ed introdusse cangiamenti così importanti nella civile e religiosa costituzione del suo dominio, ha fissato l'attenzione, e diviso i sentimenti degli uomini. Il liberator della Chiesa dal grato zelo de' Cristiani è stato decorato di tutte le qualità d'un Eroe ed eziandio d'un Santo; mentre il dissapore del partito, che restò vinto, ha paragonato Costantino al più abbominevole di que' Tiranni, che per il vizio e per la debolezza loro disonorarono la porpora Imperiale. Si sono in qualche modo perpetuate le passioni stesse nelle successive generazioni; ed il carattere di Costantino anche nel presente secolo si risguardava come un oggetto o di satira o di panegirico. Dall'imparziale unione di que' difetti, che si confessano da' più ardenti di lui ammiratori, e di quelle virtù, che gli si concedono da' più implacabili suoi nemici, noi potremmo sperar di formare un giusto ritratto di quell'uomo straordinario, che adottar si potesse dalla verità o dal candor d'un istorico senza rossore[380]. Ma tosto si vedrebbe, che la vana impresa di unire colori così discordi, e di conciliare qualità sì incoerenti, produrrebbe una figura mostruosa piuttosto che umana, qualora non si guardasse nel suo proprio e distinto lume, per mezzo d'un'esatta separazione de' differenti periodi del regno di Costantino. La natura aveva arricchito delle più scelte doti la persona ugualmente che l'animo di Costantino. Egli era alto di statura, d'aspetto maestoso, e grazioso nel portamento; in ogni esercizio cavalleresco mostrava la propria forza ed attività; e dalla sua più tenera gioventù fino ad un'età molto avanzata, conservò il vigore della sua costituzione per un esatto attaccamento alle domestiche virtù della castità e della temperanza. Si dilettava del socievol commercio, della conversazione famigliare; e quantunque alle volte secondasse la sua disposizione a mettere in burla con minor riserva di quella che richiedeva la severa dignità del suo posto, la cortesia però e la liberalità delle sue maniere guadagnavano i cuori di tutti coloro che lo trattavano. Si è avuta per sospetta la sincerità della sua amicizia; ma dimostrò in varie occasioni, ch'esso non era incapace d'un vivo e durevole affetto. L'inconveniente di un'educazione senza letteratura non aveva impedito ch'egli si formasse una giusta idea dell'importanza del sapere; e le arti e le scienze riconobbero qualche incoraggiamento dalla generosa protezione di Costantino. Nella spedizione degli affari, la sua diligenza era instancabile; e le attive facoltà del suo spirito erano quasi di continuo esercitate in leggere, scrivere, o meditare, in dare udienza agli ambasciatori, ed in esaminar le querele de' propri sudditi. Anche quelli, che censurarono la giustezza delle sue misure, furon costretti a confessare, che esso aveva della magnanimità nel concepire, e della pazienza nel mettere in esecuzione i disegni più ardui, senz'essere impedito nè dai pregiudizi dell'educazione, nè dai clamori della moltitudine. In battaglia, comunicava la sua intrepidezza alle truppe, che comandava coll'abilità d'un consumato Generale; ed al suo sapere piuttosto che alla fortuna si possono attribuire le segnalate vittorie, che riportò contro gli estranei ed i domestici nemici della Repubblica. Amava la gloria, come il premio, e forse come il motivo delle sue fatiche. Può giustificarsi quella ambizione senza limiti, che dal momento, in cui accettò la porpora a York, comparisce come la sua passion dominante, da' pericoli della sua situazione, dal carattere de' suoi rivali, dalla cognizione d'un merito superiore e dall'apparenza, che il buon successo l'avrebbe posto in grado di restituir la pace e il buon ordine all'Impero diviso. Nelle sue guerre civili contro Massenzio e Licinio, aveva guadagnato in suo favore le inclinazioni del popolo, che confrontava gli aperti vizi di que' tiranni collo spirito di prudenza e di giustizia, che sembrava dirigere la general condotta di Costantino[381]. Questo è il carattere che Costantino avrebbe, con poche eccezioni, trasmesso alla posterità, se fosse morto sulle rive del Tevere, o anche nelle pianure d'Adrianopoli. Ma il fine del suo regno (secondo la moderata e veramente mite sentenza d'un autore del medesimo secolo) lo degradò da quel posto, che s'era acquistato fra' più degni Principi Romani[382]. Nella vita d'Augusto s'osserva il tiranno della Repubblica convertito quasi per insensibili gradi nel padre della sua patria e del genere umano. In quella di Costantino si può considerare un Eroe, che aveva per tanto tempo inspirato l'amore di se ne' suoi sudditi, ed il terrore ne' suoi nemici, che degenera in un crudele e dissoluto Monarca, corrotto dalla propria fortuna, o dalla conquista elevato al di là della necessità di simulare. La pace generale, ch'egli mantenne gli ultimi quattordici anni del suo regno, fu un periodo di splendore apparente, piuttosto che di reale prosperità; e la vecchiezza di Costantino restò infamata dai due opposti ma conciliabili vizi della rapacità e della prodigalità. I tesori che si trovarono accumulati ne' palazzi di Massenzio e di Licinio, furono profusamente scialacquati; le diverse innovazioni fatte dal conquistatore portarono aumento di spese; l'importare delle sue fabbriche, la sua Corte, e le sue feste richiedevano immediati e grossi sussidj; e l'unico fondo, che sostener potesse la magnificenza del Sovrano, era l'oppressione del popolo[383]. Gl'indegni suoi favoriti, arricchiti dall'infinita liberalità del loro Signore, usurpavano impunemente il privilegio della rapina e della corruzione[384]. Si sentiva in ogni parte della pubblica amministrazione una segreta ma universal decadenza, e l'Imperatore medesimo, quantunque sempre conservasse l'ubbidienza, perdè però appoco appoco la stima dei propri sudditi. L'abito ed i costumi, che affettò nel declinare degli anni, non servirono che ad avvilirlo agli occhi del Mondo. La pompa Asiatica, ch'erasi adottata dalla vanità di Diocleziano, prese un'aria di mollezza e d'effeminatezza nella persona di Costantino. Egli è rappresentato con una finta chioma di varj colori, artificiosamente disposta da' periti acconciatori di quel tempo; con un diadema di nuova e più dispendiosa invenzione; con una profusione di gemme e di perle, di collane e di smanigli; e con una mobile veste di seta a' diversi colori molto vagamente ricamata con fiori d'oro. In tale arnese, che appena potrebbe scusarsi dalla gioventù e dalla follia di Elagabalo, non ci è permesso di ravvisar la saviezza d'un attempato Monarca e la semplicità d'un veterano di Roma[385]. Un animo così corrotto dalla prosperità e dalla compiacenza, era incapace d'innalzarsi a quella magnanimità che sdegna i sospetti, e che s'arrischia a perdonare. La morte di Massimiano e di Licinio può giustificarsi per avventura da quelle massime di politica, che s'apprendono nelle scuole de' tiranni; ma un racconto imparziale dell'esecuzioni o piuttosto degli assassinamenti, che macchiarono gli ultimi anni di Costantino, suggeriranno alla più candida nostra mente l'idea d'un Principe, che poteva sagrificar senza ribrezzo le leggi della giustizia ed i sentimenti della natura, a' dettami o delle sue passioni o dell'interesse. Sembrava che la medesima fortuna, che aveva tanto costantemente seguito le bandiere di Costantino, assicurasse le speranze e i conforti della sua vita domestica. Quelli fra' suoi Predecessori, che avevan goduti più prosperi e lunghi regni, come Augusto, Traiano e Diocleziano, erano stati mancanti di posterità; e le frequenti rivoluzioni non avevan mai dato tempo abbastanza ad alcuna famiglia Imperiale di crescere e moltiplicare all'ombra della porpora. Ma la dignità reale della famiglia Flavia, che per la prima volta fu nobilitata dal Gotico Claudio, discese per varie generazioni; e Costantino medesimo ricevè dal proprio padre gli ereditari onori reali, che tramandò a' suoi figli. L'Imperatore aveva avuto due mogli. Minervina, oscuro ma legittimo oggetto del suo giovanile amore[386], non gli aveva lasciato se non che un figlio chiamato Crispo. Da Fausta, figlia di Massimiano ebbe tre figlie e tre figli, noti sotto i nomi fra loro simili di Costantino, di Costanzo e di Costante. A' fratelli non ambiziosi di Costantino Magno, Giulio Costanzo, Dalmazio ed Annibaliano[387] fu permesso di godere il grado più onorevole e la più abbondante fortuna, che potesse combinarsi con uno stato privato. Il più giovane di essi visse oscuramente e senza posterità. I due maggiori ebbero in matrimonio le figlie di ricchi Senatori, e propagarono nuovi rami della stirpe Imperiale. Fra i figli di Giulio Costanzo -Patrizio-, Gallo e Giuliano divennero in seguito i più illustri. I due figli di Dalmazio, ch'erano stati decorati col vano titolo di -Censori-, si chiamarono Dalmazio ed Annibaliano. Due sorelle di Costantino Magno, Anastasia ed Eutropia, furon date per mogli ad Ottato e Nepoziano, Senatori di nascita nobile e di consolar dignità. Costanza, terza di lui sorella, si distinse per l'eminente sua grandezza e miseria. Essa rimase vedova del soggiogato Licinio; e fu per sua intercessione che un innocente fanciullo, frutto del suo matrimonio, conservò per qualche tempo la vita, il titolo di Cesare ed una precaria speranza di successione. Oltre le femmine e gli affini della casa Flavia, pareva che dieci o dodici maschi, a' quali secondo il linguaggio delle Corti moderne si darebbe il titolo di Principi del sangue, fossero destinati o a ereditare per ordine, o a sostenere il trono di Costantino. Ma in meno di trent'anni questa numerosa e crescente famiglia fu ridotta alle persone di Costanzo e di Giuliano, che soli sopravvissero ad una serie di delitti e di calamità, simili a quelle che i Tragici han deplorato nelle male augurate stirpi di Cadmo e di Pelope. Crispo, figlio maggiore di Costantino ed erede presuntivo dell'Impero, vien rappresentato dagl'istorici imparziali come un amabile e compito giovane. Fu affidata la cura della sua educazione o almen de' suoi studi a Lattanzio, il più eloquente fra' Cristiani, e precettore mirabilmente adatto a formare il gusto, e ad eccitar le virtù del suo illustre discepolo[388]. All'età di diciassette anni Crispo fu insignito del titolo di Cesare e dell'amministrazione delle Province Galliche, dove le scorrerie de' Germani gli diedero pronta occasione di segnalare il militar suo valore. Nella guerra civile, che insorse poco dopo, il padre ed il figlio divisero le loro forze; ed in quest'istoria è stato già celebrato il valore e la condotta di quest'ultimo nel forzare lo stretto dell'Ellesponto, sì ostinatamente difeso dalla flotta superiore di Licinio. Quella vittoria navale contribuì a determinar l'evento della guerra, e si riunirono i nomi di Costantino e di Crispo nelle liete acclamazioni degli Orientali lor sudditi, che ad alta voce gridavano, che s'era soggiogato, ed attualmente si governava il mondo da un Imperatore dotato d'ogni virtù, e dall'illustre di lui figliuolo, Principe amato dal Cielo e viva immagine delle perfezioni del padre. Il pubblico favore, che rare volte accompagna la vecchiezza, spargeva il suo lustro sulla gioventù di Crispo. Egli meritava la stima, e s'attirava l'affezione della Corte, dell'esercito e del popolo. Il merito già sperimentato d'un Monarca regnante si confessa da' sudditi con ripugnanza, e frequentemente si nega con parziali e mal contenti susurri; laddove dalle nascenti virtù del successore si concepiscono le più ardenti ed illimitate speranze di una pubblica e privata felicità[389]. [A. D. 324-325] Questa pericolosa popolarità eccitò ben presto l'attenzione di Costantino, che tanto come padre che come Re non sofferiva un uguale. In vece di procurare di assicurarsi la fedeltà del suo figlio co' generosi vincoli della confidenza e della gratitudine, risolse di prevenire i mali, che si potean temere dalla non soddisfatta ambizione. Crispo ebbe tosto motivo di dolersi, che mentre il suo minor fratello Costanzo si mandava col titolo di Cesare a regnare sul suo particolar dipartimento delle Province Galliche[390], -egli-, Principe d'età matura, che avea prestati sì recenti e segnalati servigi, in luogo d'esser elevato alla dignità superiore d'-Augusto-, era confinato come prigioniero alla Corte del padre, ed esposto senza forza o difesa ad ogni calunnia, cui suggerir potea la malizia de' suoi nemici. In tali difficili circostanze, il Giovane reale non fu sempre capace di contenere la sua condotta o di sopprimere la sua scontentezza; e possiamo assicurarci ch'egli era circondato da una quantità di perfidi o indiscreti compagni, che di continuo procuravan di accendere, ed eran forse indotti a tradire la veemenza non riservata del suo risentimento. Un editto di Costantino, pubblicato verso questo tempo, indica manifestamente i reali o affettati sospetti di lui, che si fosse fatta una segreta cospirazione contro la sua persona ed il suo governo. Con tutti gli allettativi di onori e di premj, esso invita i delatori d'ogni specie ad accusare senz'eccezione i suoi magistrati o ministri, i suoi amici, o i suoi più intimi favoriti, protestando con una solenne asserzione, ch'egli stesso avrebbe ascoltata l'accusa, ed avrebbe da se stesso vendicate le proprie ingiurie; e terminando con una preghiera, la quale scuopre qualche apprensione di pericolo, onde la Previdenza dell'Ente supremo continui sempre a proteggere la salute dell'Imperatore e dell'Impero[391]. [A. D. 326] I delatori, che secondarono un invito sì liberale, eran versati abbastanza nelle arti delle Corti per indicar come rei gli amici e gli aderenti di Crispo; nè v'è alcun motivo di non credere alla veracità dell'Imperatore, che aveva promesso un'ampia dose di vendetta e di gastigo. La politica di Costantino, per altro, mantenne le stesse speranze di riguardo e di confidenza verso d'un figlio, che incominciava a risguardare come il suo più irreconciliabil nemico. Furon battute medaglie co' soliti voti pel lungo e felice regno del giovine Cesare[392]; ed in quella guisa che il popolo, il quale non era ammesso a' segreti della Corte, amava sempre le sue virtù, o ne rispettava la dignità, così un poeta, che sollecita il suo richiamo dall'esilio, adora con ugual riverenza la maestà del padre e quella del figliuolo[393]. Era giunto il tempo di celebrar l'augusta ceremonia del ventesimo anno del regno di Costantino; e l'Imperatore a tal effetto trasferì la Corte da Nicomedia a Roma, dove s'eran fatti pel suo ricevimento i più splendidi preparativi. Ogni occhio ed ogni lingua affettava d'esprimere un sentimento di generale felicità, e per un tempo il velo della solennità e della dissimulazione servì a cuoprire i più cupi disegni di vendetta e di morte[394]. Nel più bel della festa l'infelice Crispo fu arrestato per ordine dell'Imperatore, che si spogliò della tenerezza di un padre senza prendere l'equità di un giudice. L'esame fu breve e privato[395]; e poichè fu stimato conveniente di togliere agli occhi del popolo Romano la morte del Principe, sotto forte custodia fu mandato a Pola nell'Istria, dove poco dopo fu privato di vita, o per mano del carnefice o per la più mite operazione del veleno[396]. Nella ruina di Crispo restò involto Licinio Cesare[397], giovane di amabili costumi, e non potè muoversi la violenta gelosia di Costantino dalle preghiere, nè dalle lacrime della sorella sua favorita, che dimandava la vita d'un figlio, l'unico delitto del quale era il proprio grado, ed alla perdita di cui ella non potè lungamente sopravvivere. La storia di questi disgraziati Principi, la natura e la prova del loro delitto, la forma del processo e le circostanze della lor morte furono sepolte in una misteriosa oscurità; ed il Vescovo Cortigiano, che ha in un'elaborata opera celebrato le virtù e la pietà del suo Eroe, conserva un prudente silenzio intorno a questi tragici avvenimenti[398]. Un tale superbo disprezzo per l'opinione del genere umano, mentre imprime un'indelebile macchia sulla memoria di Costantino, ci dee far sovvenire della molto diversa condotta d'uno de' più gran Monarchi del nostro secolo. Il Czar Pietro, nel pieno possesso d'una potenza dispotica, sottopose al giudizio della Russia, dell'Europa e della posterità le ragioni, che lo costrinsero a sottoscrivere la condanna d'un colpevole, o almeno degenerante figliuolo[399]. Era sì generalmente riconosciuta l'innocenza di Crispo, che i Greci moderni, i quali adorano la memoria del lor fondatore, son ridotti a palliare il delitto d'un parricidio, che i sentimenti comuni della natura umana non permettevano di giustificare. Pretendono essi, che quando l'afflitto padre scuoprì la falsità dell'accusa, da cui la sua credulità era stata sì fatalmente sedotta, pubblicò al mondo il suo pentimento e rimorso, prese il lutto per quaranta giorni, nello spazio de' quali s'astenne dall'uso de' bagni e da ogni ordinario conforto della vita, e per durevole instruzione della posterità eresse a Crispo una statua d'oro con questa memoranda inscrizione: «Al mio Figlio che ho ingiustamente condannato»[400]. Un racconto così morale ed interessante meriterebbe d'esser sostenuto da autorità meno soggette a eccezioni; ma se consultiamo gli scrittori più antichi ed autentici, essi c'informeranno, che il pentimento di Costantino non si manifestò, che con atti di vendetta e di sangue, e che purgò l'uccisione d'un figlio innocente coll'esecuzione d'una forse rea moglie. Ascrivono la disgrazia di Crispo alle arti della matrigna Fausta, di cui l'implacabile odio, o l'amore mal corrisposto rinnuovò nel palazzo di Costantino l'antica tragedia d'Ippolito e di Fedra[401]. Come la figlia di Minosse, anche la figlia di Massimiano accusò il suo figliastro d'un incestuoso attentato contro la castità della moglie del proprio padre; e facilmente ottenne dalla gelosia dell'Imperatore una sentenza di morte contro d'un Principe, che essa con ragione risguardava come il più formidabile rivale de' propri figli. Ma Elena, la vecchia madre di Costantino, compianse e vendicò l'acerbo fato di Crispo di lui nipote; nè passò gran tempo, che si fece una reale o supposta scoperta, che Fausta medesima aveva un reo commercio con uno schiavo appartenente alle stalle Imperiali[402]. La condanna e la pena di essa furono le conseguenze immediate dell'accusa; e l'adultera fu soffocata dal fumo d'un bagno, che a tal fine era stato eccessivamente riscaldato[403]. Alcuni crederanno forse che la rimembranza d'una coniugale unione di vent'anni, e l'onore dello comune lor prole, destinata erede del Trono, avrebbe dovuto ammollire il duro cuore di Costantino, e persuaderlo a contentarsi che la sua moglie, per quanto potesse comparir delinquente, purgasse le proprie colpe in una solitaria prigione. Ma sembra fatica superflua il ponderare la convenienza di questo singolare avvenimento, se non se ne può accertare la verità, ch'è veramente accompagnata da alcune circostanze di perplessità e di dubbio. Tanto quelli, che hanno attaccato, quanto quelli, che han difeso il carattere di Costantino, hanno trascurato i considerabili passi di due orazioni pronunziate nel Regno seguente. La prima celebra le virtù, la bellezza e la fortuna dell'Imperatrice Fausta, figlia, moglie, sorella e madre di tanti Principi[404]. La seconda in espressi termini afferma, che la madre del giovane Costantino, il quale fu ucciso tre anni dopo la morte di suo padre, sopravvisse per piangere il destino del figlio[405]. Nonostante la positiva testimonianza di varj scrittori sì Cristiani che Pagani, vi resteran sempre ragioni di credere o almeno di sospettare, che Fausta evitasse la cieca e sospettosa crudeltà del marito. Le morti però d'un figlio e d'un nipote insieme coll'esecuzione d'un gran numero di rispettabili e forse innocenti amici[406], che furono involti nella lor caduta, possono esser bastanti a giustificare il disgusto del popolo Romano, ed a spiegare i satirici versi affissi alla porta del Palazzo, che paragonavan fra loro gli splendidi e sanguinosi regni di Costantino e di Nerone[407]. Per la morte di Crispo parve che l'Impero fosse devoluto a' tre figli di Fausta, de' quali già è stata fatta menzione sotto i nomi di Costantino, di Costanzo e di Costante. Questi Principi furono, l'uno dopo l'altro, investiti del titolo di Cesari; e le date della lor promozione si posson riferire al decimo, al ventesimo ed al trentesimo anno del regno del loro padre[408]. Questa condotta, sebbene tendesse a moltiplicare i futuri padroni del Mondo Romano, sarebbe scusabile per la parzialità dell'affetto paterno; ma non son così facili a intendersi le ragioni dell'Imperatore, allorchè pose a rischio la sicurezza sì della sua famiglia che del suo popolo, con elevar senza necessità i due suoi nipoti Dalmazio ed Annibaliano. Il primo fu innalzato, mediante il titolo di Cesare, ad essere uguale a' cugini; in favor dell'altro Costantino inventò il nuovo o singolar titolo di -Nobilissimo-[409], al quale unì la lusinghiera distinzione d'una veste di porpora e d'oro. Ma in tutta la serie de' Principi Romani di qualunque tempo dell'Impero, il solo Annibaliano fu distinto col titolo di Re; nome, che i sudditi di Tiberio avrebbero detestato come un profano e crudele insulto di capricciosa tirannide. L'uso di tal titolo, anche nel regno di Costantino, sembra un fatto strano e senza connessione con altri, che appena può ammettersi sull'autorità delle Imperiali medaglie, unita a quella degli scrittori contemporanei[410]. Era tutto l'Impero altamente interessato nell'educazione di questi cinque giovani, riconosciuti per successori di Costantino. Gli esercizi del corpo li preparavano alle fatiche della guerra e a' doveri della vita operativa. Quelli, che hanno occasione di rammentare l'educazione o i talenti di Costanzo, confessano, che egli era eccellente nelle arti ginnastiche di saltare e di correre; ch'egli era un destro arciero, un abile cavaliere e capacissimo nell'uso di tutte le diverse armi, che adoperavansi nell'esercizio o della cavalleria o della infanteria[411]. La medesima assidua cultura fu impiegata, quantunque forse con disegual successo, a fecondar lo spirito degli altri figli e nipoti di Costantino[412]. Furono invitati i più celebri Professori della Cristiana religione, della Greca filosofia e della Romana giurisprudenza dalla liberalità dell'Imperatore, che riservava a se stesso l'importante incombenza di istruire i reali giovani nella scienza del governo e nella cognizione degli uomini. Ma il genio di Costantino stesso erasi formato per mezzo dell'avversità e della esperienza. Nel libero commercio d'una vita privata e fra' pericoli della Corte di Galerio, aveva imparato a dominar le proprie passioni, a maneggiar quelle dei suoi uguali, ed a provvedere alla propria salvezza presente e alla futura sua grandezza con una prudente e coraggiosa condotta. I destinati suoi successori ebbero la disgrazia di nascere, e d'esser educati nella porpora Imperiale. Continuamente attorniati da una copia d'adulatori, passarono la lor gioventù fra le delizie del lusso e coll'espettazione d'un trono; nè la dignità del lor grado avrebbe permesso loro di scendere da quel sublimo posto, d'onde sembra che i diversi caratteri della natura umana prendano un aspetto liscio ed uniforme. L'indulgenza di Costantino gli ammise in una ben tenera età a partecipare dell'amministrazion dell'Impero; ed essi studiavan l'arte di regnare a spese del popolo affidato alla lor cura. Costantino il Giovane fu destinato a tener la sua Corte nella Gallia: ed il suo fratello Costanzo mutò quel dipartimento, ch'era stato l'antico patrimonio del loro padre, nelle più opulenti e meno marziali regioni d'Oriente. L'Italia, l'Illirico occidentale e l'Affrica erano assuefatte a riverir Costante, terzo suo figlio, come rappresentante il gran Costantino. Egli stabilì Dalmazio sulla frontiera Gotica, alla quale congiunse il governo della Tracia, della Macedonia e della Grecia. Fu scelta la città di Cesarea per residenza d'Annibaliano, e furon destinate le Province del Ponto, della Cappadocia e dell'Armenia Minore per formare l'estensione del suo nuovo regno. Si provvide un conveniente stabilimento per ciascheduno di questi Principi. Fu accordata una giusta porzione di guardie, di legioni e di ausiliari per la respettiva lor dignità e difesa. I Ministri ed i Generali, che posti furono intorno alle loro persone, eran tali quali Costantino potè credere che avrebbero assistito ed anche censurato questi giovani Sovrani nell'esercizio del lor delegato potere. A misura che avanzavano in età ed in esperienza, insensibilmente si dilatavano i limiti della loro autorità; ma l'Imperatore riservò sempre a se stesso il titolo d'Augusto; e nel tempo che mostrava i Cesari alle armate ed alle province, manteneva ogni parte dell'Impero in un'eguale obbedienza al supremo suo Capo[413]. La tranquillità degli ultimi quattordici anni del suo regno fu appena interrotta dalla spregevol ribellione di un condottier di cammelli nell'isola di Cipro[414], o dalla parte attiva, che la politica di Costantino lo impegnò a prendere nelle guerre de' Goti e de' Sarmati. Fra' diversi rami della razza umana, i Sarmati ne formano uno molto considerabile; poichè sembra che riuniscano i costumi de' Barbari Asiatici colla figura e col temperamento degli antichi abitanti d'Europa. Secondo i varj accidenti di pace o di guerra, d'alleanza o di conquista, furono essi alle volte confinati alle rive del Tanai, ed alle volte si sparsero nelle immense pianure, che sono fra la Vistola e il Volga[415]. La custodia de' lor numerosi greggi ed armenti, la ricerca di cacciagione e l'esercizio della guerra, o piuttosto della rapina, dirigevano i vagabondi movimenti de' Sarmati. I mobili campi o città, ch'era l'ordinario soggiorno delle loro mogli e figliuoli, non consistevano che in gran carri tirati da bovi e coperti in forma di tende. La forza militare della nazione era composta di cavalleria; ed il costume, che avevano i loro guerrieri di tenere a mano uno o due cavalli, li poneva in grado d'avanzare o di ritirarsi con una rapida diligenza, la quale sorprendeva la sicurezza, ed eludeva l'incalzamento d'un distante nemico[416]. La scarsità, che avevano del ferro, trasse la lor rozza industria ad inventare una specie di corazza capace di resistere alla spada o al pugnale, quantunque non fosse formata che di ugne di cavallo tagliate in picciole e nette strisce, poste diligentemente l'una sopra dell'altra in forma di scaglie o di penne, e fortemente cucite sopra un giustacuore di lino[417]. Le armi offensive de' Sarmati erano corte daghe, lunghe lance e pesanti archi con un turcasso di frecce. Eran ridotti alla necessità di servirsi di ossa di pesci per le punte de' loro dardi; ma l'uso d'immergerle in un velenoso liquore che attossicava le ferite che facevano, è sufficiente per se solo a provare in essi i più selvaggi costumi; giacchè un popolo, che avesse avuto qualche sentimento d'umanità, avrebbe abborrito una pratica sì crudele, ed una nazione perita nelle arti di guerra avrebbe sdegnato un sì impotente ripiego[418]. Ogni volta che questi Barbari uscivano dalle loro foreste in cerca di preda, le irsute lor barbe, gli scarmigliati capelli, le pelli, delle quali eran coperti da capo a piedi, ed i lor fieri aspetti, che pareano esprimere l'innata crudeltà de' loro animi, inspiravano a' più inciviliti Provinciali di Roma sbigottimento ed orrore. Il tenero Ovidio, dopo d'aver consumato la gioventù fra' piaceri della fama e del lusso, fu condannato ad un esilio senza speranza sulle gelide rive del Danubio, dov'era esposto quasi senza difesa al furore di questi mostri selvaggi, con gli spiriti grossolani dei quali temeva che potesse un giorno confondersi la delicata sua ombra. Ne' suoi patetici ma alle volte femminili lamenti[419], egli descrive co' più vivi colori l'abito ed i costumi, le armi e le incursioni de' Goti e de' Sarmati, che s'erano uniti con disegni di distruzione; e dalle notizie che ci dà l'istoria, v'è qualche motivo di credere, che questi Sarmati fossero i Jazigi, una delle più numerose e guerriere tribù della nazione. Gli allettativi dell'abbondanza gl'invitarono a cercarsi un permanente stabilimento sulle frontiere dell'Impero. Poco dopo il regno d'Augusto, essi costrinsero i Daci, che sussistevano mediante la pesca sulle rive del fiume Teyss o Tibisco, a ritirarsi nelle montagne, abbandonando a' Sarmati vittoriosi i fertili piani dell'Ungheria superiore, che han per confini il corso del Danubio ed il semicircolare recinto de' monti Carpazi[420]. In tal vantaggiosa posizione potevano avanzare o sospendere il momento dell'attacco, secondo che venivan provocati dalle ingiurie o addolciti dai presenti; appoco appoco appresero l'arte di usare armi più pericolose; e quantunque i Sarmati non abbian renduto celebre il loro nome per alcuna memorabile impresa, nelle occasioni però assistevano gli Orientali ed Occidentali loro vicini, i Goti e i Germani, con formidabili corpi di cavalleria. Essi vivevano sotto l'aristocrazia irregolare de' lor capitani[421]; ma dopo ch'ebbero ammesso fra loro i Vandali fuggitivi, che cederono alla forza de' Goti, par che prendessero da quella nazione un Re dell'illustre stirpe degli Astingi, che avevano anticamente abitate le spiagge dell'Oceano Settentrionale[422]. [A. D. 361] Questo motivo di nimicizia dovè accrescere le occasioni di contese, che nascono continuamente a' confini di guerriere ed indipendenti nazioni. I Principi Vandali erano stimolati dal timore e dalla vendetta: i Re Goti aspiravano ad ampliare il loro dominio dall'Eussino alle frontiere della Germania; e le acque del Maros, picciolo fiume, che cade nel Tibisco, eran macchiate dal sangue de' guerreggianti Barbari. Dopo d'avere sperimentata la superiorità della forza o del numero de' loro avversari, implorarono i Sarmati la protezione del Monarca Romano, il quale vedeva con piacere la discordia delle nazioni, ma avea ragione di temere il progresso delle armi Gotiche. Tosto che Costantino si fu dichiarato in favore della parte più debole, il superbo Ararico Re de' Goti, in cambio di aspettare l'attacco delle legioni, passò audacemente il Danubio, e sparse la devastazione ed il terrore nella Provincia di Mesia. Per opporsi al corso di questo rovinoso nemico, il vecchio Imperatore intraprese in persona la pugna; ma in tal occasione o la sua fortuna o la sua condotta non corrispose alla gloria, che s'era acquistata in tante straniere e domestiche guerre. Esso ebbe la mortificazione di veder fuggire le sue truppe avanti ad un tenue distaccamento di Barbari, che le inseguirono fino all'ingresso del trincierato loro campo, e l'obbligarono a provvedere alla propria salvezza con una precipitosa ed obbrobriosa ritirata. L'evento d'una seconda più fortunata battaglia restituì l'onore al nome Romano; e dopo un ostinato dibattimento, il potere dell'arte e della disciplina prevalse agli sforzi del non regolato valore. L'esercito sconfitto de' Goti sgombrò il campo e la devastata Provincia, e lasciò libero il passo del Danubio; e quantunque al maggiore de' figli di Costantino fosse permesso di tenere il posto del padre, tuttavia il merito della vittoria, che sparse una gioia universale, fu ascritto ai providi consigli dell'Imperatore medesimo. [A. D. 332] Esso contribuì almeno ad accrescer questo vantaggio per mezzo de' suoi maneggi col libero e guerriero popolo del Chersoneso[423], la cui Capitale, situata nella costa occidentale della penisola Taurica o Crimea, riteneva sempre qualche vestigio di Greca colonia, e si governava da un magistrato perpetuo, assistito da un consiglio di Senatori, chiamati enfaticamente i Padri della città. Gli abitatori del Chersoneso eran animati contro i Goti dalla memoria delle guerre, che nel precedente secolo con forze disuguali avean sostenuto contro gl'invasori del lor paese. Essi erano uniti co' Romani per causa de' reciproci vantaggi del commercio, poichè dalle Province dell'Asia ricevevano grano e manifatture, ch'essi cambiavano co' soli prodotti che avevano di sale, di cera e di cuoi. Obbedienti alle domande di Costantino, prepararono, sotto la condotta di Diogene lor magistrato, un considerabile esercito, la principal forza del quale consisteva in balestre ed in carri militari. La veloce marcia e l'intrepido attacco di essi, nel tempo che divertiva l'attenzione de' Goti, secondava le operazioni de' generali Imperiali. I Goti, vinti da tutte le parti, si ritirarono nelle montagne, dove nel corso d'una infelice campagna si conta che ne perissero sopra centomila di freddo e di fame. Finalmente fu accordata la pace alle umili loro preghiere; fu ricevuto il figlio maggiore d'Ararico come il più stimabile ostaggio; e Costantino cercò di convincere i loro capi, mediante una liberal distribuzione di onori e di premj, quanto alla inimicizia de' Romani fosse preferibile la loro amicizia. L'Imperatore fu anche più magnifico nel dimostrare la sua gratitudine verso il fedel popolo del Chersoneso. Fu soddisfatta la vanità della nazione per mezzo di splendide e quasi reali decorazioni, accordate al lor magistrato ed a' suoi successori. Si stipulò un'esenzione perpetua da ogni tributo per li vascelli, che commerciavano ne' porti del mar Nero. Fu promesso un sussidio regolare di ferro, di grano, d'olio e di qualunque altro genere, che potesse loro essere utile in pace od in guerra. Ma fu creduto, che per li Sarmati fosse un premio bastante la liberazione dalla loro imminente ruina; e l'Imperatore, con un'economia forse troppo diretta, dedusse una parte delle spese della guerra dalle gratificazioni ordinarie, che solevan darsi a quella turbolenta nazione. [A. D. 334] I Sarmati, esacerbati da tale apparente disprezzo, colla solita leggerezza de' Barbari presto si dimenticarono de' benefizi, che avevano sì poco tempo avanti ricevuti e de' pericoli, che tuttavia minacciavano la loro sicurezza. Le scorrerie, ch'essi fecero sulle terre dell'Impero, provocarono lo sdegno di Costantino ad abbandonarli al loro fato; nè più volle opporsi all'ambizione di Geberico, famoso guerriero, che di fresco era salito sul Trono de' Goti. Wisumar, Re Vandalo, mentre solo e senz'assistenza, con indomito coraggio difendeva i suoi Stati, fu vinto ed ucciso in una decisiva battaglia, che abbattè il fiore della gioventù Sarmata. Il resto della nazione prese il disperato espediente di armare i propri schiavi, ch'erano una razza di cacciatori e pastori induriti nella fatica, col tumultuario soccorso de' quali vendicarono la loro disfatta, e scacciarono l'invasore da' loro confini. Ma tosto si accorsero d'aver cambiato un estraneo con un interno più pericoloso e più implacabil nemico. Gli schiavi, furibondi per l'antica lor servitù, ed insuperbiti per la presente lor gloria, sotto il nome di Limiganti pretesero e s'usurparono il possesso del paese che avevan salvato. I padroni, incapaci d'opporsi alla sregolata furia della moltitudine, preferirono i travagli dell'esilio alla tirannia de' loro servi. Alcuni de' Sarmati fuggitivi si procurarono una dipendenza meno ignominiosa sotto le ostili bandiere de' Goti. Una più copiosa parte si ritirò al di là dei monti Carpazi fra i Quadi, Germani loro confederati, e furono facilmente ammessi alla partecipazione d'una superflua quantità d'incolto terreno. Ma la massima parte dell'angustiata nazione si voltò verso le fruttuose Province di Roma. Implorando essi la protezione e il perdono dell'Imperatore, solennemente promisero, sì come sudditi in pace, che come soldati in guerra, la fedeltà più inviolabile all'Impero, che gli avesse graziosamente ricevuti nel proprio seno. Secondo le massime adottate da Probo e da' suoi successori, furono con amore accettate le offerte di questa colonia di Barbari; e venne immediatamente assegnata per l'abitazione e sussistenza di trecentomila Sarmati una sufficiente porzione di terre nelle Province della Pannonia, della Tracia, della Macedonia e dell'Italia[424]. [A. D. 335-337] Col reprimer che fece l'orgoglio de' Goti e coll'accettare l'omaggio d'una supplichevol nazione, Costantino sostenne la maestà dell'Impero Romano; e vennero Ambasciatori dall'Etiopia, dalla Persia e dalle più lontane regioni dell'India a congratularsi della pace e della prosperità del suo governo[425]. S'egli contava fra' favori della fortuna la morte del suo primogenito, del nipote, e forse ancor della moglie, godè una continuazione non interrotta di privata e di pubblica felicità fino al trentesim'anno del suo regno; periodo che a nessuno de' suoi predecessori, dopo Augusto, fu permesso di celebrare. Costantino sopravvisse circa dieci mesi a quella solenne ceremonia; e nella matura età di sessantaquattro anni, dopo una breve malattia, finì la memorabil sua vita nel palazzo d'Aquirion ne' sobborghi di Nicomedia, ov'erasi ritirato per godere il vantaggio dell'aria, colla speranza di ricuperare l'esauste sue forze mediante l'uso dei bagni caldi. L'eccessive dimostrazioni di dispiacere o almeno di lutto sorpassarono tutto ciò ch'erasi mai praticato in altre simili precedenti occasioni. Nonostante la pretensione del Senato e del Popolo dell'antica Roma, il cadavere del morto Imperatore, secondo l'ultima sua richiesta, fu trasportato nella città, ch'era destinata a conservare il nome e la memoria del suo fondatore. Il corpo di Costantino, adornato della porpora e del diadema, vani simboli di grandezza, fu collocato sopra un talamo d'oro in un appartamento del palazzo, che a tal effetto s'era splendidamente apparato e ripieno di lumi. Furono esattamente osservate le formalità della Corte; ogni giorno alle ore stabilite i principali uffiziali dello Stato, dell'armata e del palazzo, accostandosi con ginocchia piegate e con portamento composto alla persona del loro Sovrano, gli offerivano il loro rispettoso omaggio colla medesima serietà, che se fosse stato in vita. Questa teatrale rappresentazione fu continuata per motivi di politica qualche tempo; nè l'adulazione poteva ometter l'opportunità d'osservare, che il solo Costantino per uno special favore del cielo avea regnato anche dopo la morte[426]. Ma questo regno non potea consistere che in vane apparenze; e ben presto si conobbe, che rare volte si obbedisce alla volontà del più assoluto Monarca, quando i sudditi non han più niente da sperare dal suo favore, o da temer dal suo sdegno. Gli stessi Ministri e Generali, che si piegavano con tanta riverenza avanti al disanimato corpo del defunto loro Sovrano, erano impegnati in segreti consigli per escludere i suoi due nipoti, Dalmazio ed Annibaliano, dalla parte ch'egli aveva loro assegnata nella succession dell'Impero. Noi abbiamo una cognizione troppo imperfetta della Corte di Costantino per formare alcun giudizio dei veri motivi, che mossero i capi della cospirazione; qualora non si volesse supporre, che fossero animati da uno spirito di gelosia e di vendetta contro il Prefetto Ablavio, superbo favorito, che lungamente avea regolato i consigli del defunto Imperatore, ed abusato della confidenza di lui. Gli argomenti, per mezzo dei quali sollecitarono il concorso de' soldati e del popolo, erano chiari ad ognuno: essi potevano con ugual decenza che verità insistere nel superior grado de' figli di Costantino, nel pericolo di moltiplicare il numero dei Sovrani e negli imminenti mali, che alla Repubblica minacciava la discordia di tanti Principi rivali, che non si trovavan congiunti col tenero vincolo dell'affezione fraterna. Fu condotto con zelo e segretezza l'intrigo fino al segno, che si ottenne un'alta ed uniforme dichiarazione dalle truppe, che non avrebbero sofferto nell'Impero di Roma regnassero altri che i figli del loro compianto Monarca[427]. Si conviene da tutti che il giovane Dalmazio, ch'era unito co' suoi collaterali parenti per li vincoli anche dell'amicizia e dell'interesse, aveva ereditato una gran parte delle doti del gran Costantino. Ma in quest'occasione non pare che prendesse alcuna misura per sostenere colle armi i giusti diritti, ch'esso ed il suo fratello traevano dalla generosità del loro zio. Attoniti e sopraffatti dall'impeto del furor popolare, sembra che inabili a fuggire o a resistere, s'abbandonassero nelle mani degl'implacabili loro nemici. Fu sospeso il loro destino fino alla venuta di Costanzo, ch'era il secondo[428], e forse il più favorito tra' figli di Costantino. La voce dell'Imperatore spirante avea raccomandata la cura de' suoi funerali alla pietà di Costanzo; e questo Principe, attesa la vicinanza della sua residenza in Oriente, poteva con facilità prevenire la diligenza de' suoi fratelli, che risedevano ne' lontani loro governi 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000