Restaron due figli del vinto Imperatore; un maschio di circa otto anni,
ed una femmina di circa sette. Avrebbe l'innocente loro età potuto
eccitar compassione; ma la compassione di Licinio era un molto debole
appoggio, nè lo ritenne dall'estinguere il nome e la memoria del suo
avversario. Meno ancora può scusarsi la morte di Severiano, che non fu
dettata nè dalla vendetta, nè dalla politica. Il vincitore non avea mai
ricevuto alcuna ingiuria dal padre di quel disgraziato giovane, ed era
già dimenticato il breve ed oscuro regno, che Severo ebbe in una parte
lontana dell'Impero. Ma l'esecuzione di Candidiano fu un atto della più
nera crudeltà ed ingratitudine; egli era figlio naturale di Galerio,
amico e benefattor di Licinio. Il padre prudentemente l'avea creduto
troppo giovane per sostenere il peso di una corona; ma sperava, che
sotto la protezione di Principi, che al favore di lui dovevan la
porpora, Candidiano avrebbe potuto passare una vita sicura ed onorevole.
Esso era giunto all'età di circa venti anni, e la regale sua nascita,
quantunque non sostenuta nè dal merito nè dall'ambizione, era
sufficiente ad inasprire lo spirito geloso di Licinio[408]. A queste
innocenti ed illustri vittime della sua tirannia conviene aggiunger la
moglie e la figlia dell'Imperator Diocleziano. Allorchè questo Principe
conferì a Galerio il titolo di Cesare, gli diede per moglie la propria
figlia Valeria, le cui triste avventure potrebber somministrare un
soggetto molto singolare di tragedia. Aveva essa adempito, ed anche
superato i doveri di una moglie; e poichè non avea figli, si contentò di
adottare il figlio illegittimo del suo marito, ed ebbe costantemente per
l'infelice Candidiano la tenerezza e la cura di vera madre. Dopo la
morte di Galerio le vaste possessioni di lei eccitarono l'avarizia, e le
personali attrattive i desiderj del successor Massimino[409]. Egli aveva
una moglie vivente, ma dalle leggi Romane si permetteva il divorzio; e
la fiera passion del Tiranno lo spingeva ad una immediata soddisfazione.
La risposta di Valeria fu quale si conveniva ad una figlia e vedova
d'Imperatori: ma fu temperata dalla prudenza, di cui la sua situazione
senza difesa l'obbligava a far uso. Rappresentò alle persone, da
Massimino impiegate in tal affare, che «quando ancora l'onore potesse
permettere ad una donna del suo carattere e della sua dignità di pensare
alle seconde nozze, la decenza almeno doveva impedirle di prestar
orecchio alle proposte di lui in un tempo, in cui erano tuttor calde le
ceneri del marito di lei e benefattore di Massimino, ed in cui gli abiti
di lutto esprimevano ancora la mestizia del proprio animo. Si avventurò
a dichiarare in oltre ch'essa poteva dare ben poco peso alle proteste di
un uomo, la crudele incostanza del quale era capace di repudiare una
fedele ed affezionata consorte». A questo rifiuto l'amore di Massimino
si mutò in furore, e come poteva disporre a suo piacimento di testimoni
e di giudici, gli riuscì facilmente di coprir la sua rabbia con un
apparenza di processura legale, e di perseguitare nel tempo stesso la
riputazione e la felicità di Valeria. Furono confiscati i beni di lei; i
suoi eunuchi e domestici sottoposti ai più crudeli tormenti; e diverse
innocenti rispettabili matrone, onorate dell'amicizia di lei, falsamente
accusate d'adulterio, soffriron la morte. L'Imperatrice medesima,
insieme con Prisca sua madre, fu condannata all'esilio: e poichè avanti
di esser confinate in un remoto villaggio ne' deserti della Siria,
furono ignominiosamente balzate di luogo in luogo, si mostrò manifesta
la loro vergogna e miseria alle province dell'Oriente, che per
trent'anni aveano rispettato l'augusta lor dignità. Diocleziano fece
molti inutili sforzi per sollevar le disgrazie della sua figliuola, e
chiedeva per ultima ricompensa della porpora imperiale, ch'egli avea
dato a Massimino, che fosse permesso a Valeria di seco ritirarsi a
Salona per chiuder gli occhi all'afflitto suo padre[410]. Egli non
cessava di chiedere, ma siccome non poteva più minacciare, le sue
preghiere furono ricevute con freddezza e disprezzo, ed era una
soddisfazione per l'orgoglio di Massimino il trattar Diocleziano da
supplicante, e la figliuola di lui da delinquente. Sembrava, che la
morte di Massimino assicurasse una favorevole mutazione alla fortuna
delle Imperatrici. Il pubblico disordine assopì la vigilanza delle lor
guardie, ed esse trovaron facilmente la maniera di fuggire dal luogo del
loro esilio, e di condursi, quantunque con cautela e travestite, alla
Corte di Licinio. La condotta di lui ne' primi giorni del suo regno, e
l'onorevole accoglienza che fece al giovane Candidiano, posero in cuore
a Valeria una segreta speranza, tanto relativamente a se stessa, che al
suo figliuolo adottivo. Ma succederon ben presto lo spavento e l'orrore
a queste grate apparenze, e le sanguinose esecuzioni, che macchiarono il
palazzo di Nicomedia, la convinsero a sufficienza, che il trono di
Massimino era occupato da un tiranno più inumano di lui. Valeria
provvide alla propria sicurezza, mediante una precipitosa fuga, e sempre
accompagnata da Prisca sua madre, andò vagando più di quindici mesi[411]
per varie province, sconosciuta, sotto povere vesti. Furono finalmente
scoperte a Tessalonica, e siccome era già stata pronunziata contro di
loro la sentenza di morte, vennero immediatamente decapitate, ed i loro
corpi gettati nel mare. Il popolo stupì a questo funesto spettacolo; ma
ne fu soppresso il cordoglio e lo sdegno dal timor de' soldati. Tal fu
l'indegno destino della moglie e della figliuola di Diocleziano. Noi
deploriamo le loro disgrazie, noi non possiamo scoprirne i delitti, e
per quanto possiam giustamente credere che grande fosse la crudeltà di
Licinio, fa sempre maraviglia, che egli non si contentasse di una più
segreta e decente maniera di vendicarsi[412].
Il Mondo Romano restava diviso fra Costantino e Licinio, il primo de'
quali dominava nell'Occidente, e l'altro nell'Oriente. Si avrebbe avuto
forse motivo di presumere, che i vincitori, stanchi di tante guerre
civili, e legati fra loro con vincoli sì pubblici che privati, dovessero
abbandonare o almeno sospendere ogni ulteriore disegno di ambizione;
eppure non fu appena passato un anno dopo la morte di Massimino, che i
vittoriosi Imperatori voltarono le armi l'uno contro dell'altro. Il
genio, la fortuna, e l'indole ambiziosa di Costantino potrebbero farlo
risguardare come aggressore; ma il perfido carattere di Licinio
giustifica qualunque strano sospetto contro di lui, e colla debole luce,
che somministra l'istoria su questo fatto[413] possiamo scoprire ch'egli
fomentò co' proprj artifizi una conspirazione contro l'autorità del suo
collega. Costantino aveva ultimamente unito in matrimonio la sua sorella
Anastasia con Bassiano, persona di famiglia e di fortuna considerabile,
innalzando il suo nuovo congiunto al grado di Cesare. Secondo il sistema
di governo istituito da Diocleziano, ad esso toccavano per sua parte
nell'Impero l'Italia, e forse l'Affrica. Ma l'esecuzione della promessa
fu, o differita tant'oltre, o accompagnata da condizioni così
svantaggiose, che l'onorevole distinzione, ottenuta da Bassiano, servì
ad alienare piuttosto che ad assicurar la sua fedeltà a Costantino.
L'elezione di lui era stata ratificata dal consenso di Licinio; e
quest'artifizioso Principe per mezzo de' suoi emissarj ben presto
procurò di entrare in una segreta e pericolosa corrispondenza col nuovo
Cesare, per irritarne il disgusto, e stimolarlo alla temeraria impresa
di estorcere per forza quello, che non poteva ottenere dalla giustizia
di Costantino. Ma il vigilante Imperatore scoprì la cospirazione avanti
che fosse giunta alla sua maturità, e dopo di aver solennemente
rinunziata l'alleanza di Bassiano, lo spogliò della porpora, e gli diede
la pena che meritava il tradimento e l'ingratitudine di un tal uomo. Il
superbo rifiuto di Licinio, allorchè fu ricercato di rendere i
delinquenti, che si eran rifuggiti ne' suoi dominj, confermò il sospetto
che già si aveva della sua perfidia; e gl'indegni trattamenti fatti in
Emona, sulle frontiere dell'Italia, alle statue di Costantino, furono il
segno della discordia fra questi due Principi[414].
[A. D. 314]
Seguì la prima battaglia presso Cibali, città della Pannonia sul fiume
Savo intorno a cinquanta miglia sopra Sirmio[415]. Dalle piccole forze
che in tale importante incontro due sì potenti Monarchi posero in campo,
si può dedurre, che l'uno fu irritato subitaneamente, e l'altro sorpreso
all'improvviso. L'Imperator d'Occidente aveva solo ventimila, e quello d
Oriente non più di trentacinquemila uomini; era però il minor numero
compensato dal vantaggio del luogo. Costantino avea preso posto in un
passo largo circa mezzo miglio, fra una scoscesa rupe ed una profonda
palude; in tal situazione aspettò con fermezza, e rispinse il primo
attacco dell'avversario. Quindi seguitò la sua fortuna, e si avanzò nel
piano; ma le legioni veterane dell'Illirico si riunirono sotto il
comando di un Capitano, che aveva imparata la milizia nella scuola di
Probo e di Diocleziano. I dardi finirono presto da ambe le parti; i due
eserciti attaccarono con ugual valore una pugna più stretta di lance e
spade, ed il contrasto era durato dubbioso dal far del giorno fino
all'ultim'ora della sera, quando l'ala destra, che Costantino comandava
in persona, diede un assalto vigoroso e decisivo. La giudiziosa ritirata
di Licinio salvò il resto delle sue truppe da una totale disfatta; ma
quando egli vide la sua perdita, che ascendeva a più di ventimila
uomini, non credè sicuro di passar la notte a fronte di un attivo e
vittorioso nemico. Abbandonato il campo ed i magazzini, marciò con
diligenza e segretamente alla testa della maggior parte della sua
cavalleria, e fu presto liberato dal pericolo di essere inseguito. La
sua diligenza salvò la sua moglie, il suo figliuolo, ed i tesori che
aveva depositati A Sirmio. Licinio passò per quella città, e, rotto il
ponto sul Savo, si affrettò a raccogliere un nuovo esercito nella Dacia
e nella Tracia. Nell'atto della sua fuga, diede il titolo precario di
Cesare a Valente, suo Generale nella frontiera dell'Illirico[416].
Il piano di Mardia nella Tracia fu il teatro di una seconda battaglia,
non meno ostinata e sanguinosa della prima. Le truppe mostrarono da ambe
le parti l'istesso valore e la stessa disciplina; ed anche questa volta
fu decisa la vittoria dalla superiore abilità di Costantino, che diresse
un corpo di cinquemila uomini ad occupare un'altezza vantaggiosa, da cui
mentre più ardeva l'azione attaccarono la retroguardia del nemico, e ne
fecero considerabile strage. Ciò nonostante le truppe di Licinio,
presentando la fronte in due luoghi, mantennero sempre il lor posto,
finchè l'approssimarsi della notte pose fine al combattimento, ed
assicurò la lor ritirata verso i monti della Macedonia[417]. La perdita
di due battaglie e de' suoi più valorosi veterani ridusse il fiero
spirito di Licinio a domandar la pace. Fu ammesso all'udienza di
Costantino l'Ambasciatore Mistriano, che spaziò ne' comuni argomenti di
moderazione e di umanità, sì famigliari all'eloquenza de' vinti;
rappresentò nella maniera la più insinuante, ch'era sempre dubbioso
l'esito della guerra, mentre le inevitabili calamità della medesima
erano dannose del pari ad ambe le parti che contendevano; e dichiarò di
essere autorizzato a proporre in nome de' -due- Imperatori suoi Signori
una stabile ed onorevole pace. Il nome di Valente non incontrò appresso
Costantino che sdegno e disprezzo. «Non per questo fine (replicò egli
burberamente) ci siamo avanzati dai lidi dell'Oceano occidentale con un
corso non interrotto di battaglie e di vittorie, ad oggetto cioè di
accettar per nostro collega un miserabile schiavo dopo d'aver rigettato
un ingrato congiunto. Il primo articolo del trattato dev'essere
l'abdicazione di Valente[418].» Bisognò adattarsi a questa condizione
umiliante, e l'infelice Valente, dopo un regno di pochi giorni, fu
spogliato della porpora e della vita. Tosto che quest'ostacolo fu tolto
di mezzo, si restituì facilmente la tranquillità al Mondo Romano. Le
successive disfatte di Licinio avevan rovinate le forze di lui, ma nel
tempo stesso ne avevan dimostrato il coraggio ed i talenti. La sua
situazione era quasi senza speranza, ma qualche volta gli sforzi della
disperazione riescono formidabili; ed il buon senso di Costantino
preferì un vantaggio grande e sicuro ad un terzo esperimento della sorte
dell'armi. Consentì egli di lasciar al suo rivale, o com'esso chiamava
nuovamente Licinio, al suo amico e fratello, il possesso della Tracia,
dell'Asia minore, della Siria, e dell'Egitto; ma le Province della
Pannonia, della Dalmazia, della Dacia, della Macedonia, e della Grecia
furon cedute all'Impero d'Occidente, ed il dominio di Costantino si
estese in quest'occasione da' confini della Caledonia fino all'estremità
del Peloponneso. Nel medesimo trattato si convenne che i tre giovani
reali, figli degl'Imperatori, fosser chiamati alla speranza della
successione. Crispo e Costantino il Giovane furono poco dopo dichiarati
Cesari nell'Occidente, mentre nell'Oriente Licinio il Giovane fu
decorato della medesima dignità. In questa doppia proporzione di onori
dimostrò il vincitore la superiorità delle sue armi e della sua
potenza[419].
Quantunque la riconciliazione fra Costantino e Licinio amareggiata fosse
dal risentimento e dalla gelosia, dalla rimembranza delle recenti
ingiurie e dal timore de' futuri pericoli, pure si mantenne per più di
ott'anni la pace del Mondo Romano. Siccome incomincia intorno a questo
tempo una serie molto regolare di leggi Imperiali, non sarà difficile di
enunciare i regolamenti civili, che occuparono la vita tranquilla di
Costantino. Ma le più importanti fra le sue costituzioni sono
intimamente connesse col nuovo sistema di politica e di religione, che
non fu stabilito perfettamente che negli ultimi pacifici anni del regno
di lui. Vi sono molte delle sue leggi, che interessando i diritti ed i
beni degl'individui non meno che la pratica del foro, posson riferirsi
più propriamente alla privata che alla pubblica Giurisprudenza
dell'impero; ed egli pubblicò molti editti così locali e temporarj, che
non meritano che se ne faccia parola in un Istoria generale. Due però ne
vogliamo scegliere fra gli altri; l'uno per l'importanza, l'altro per la
singolarità. La prima legge dimostra la notabile umanità di Costantino,
la seconda poi l'eccessiva severità del medesimo. I. L'orribil costume,
sì frequente fra gli antichi, di esporre o di uccidere i figli nati di
fresco, si era sempre più esteso nelle Province, e specialmente
nell'Italia. Questo era l'effetto della miseria, la quale principalmente
proveniva dal peso intollerabile de' tributi, e dalle moleste e crudeli
persecuzioni degli Uffiziali del Fisco contro i debitori insolventi. La
parte più povera o meno industriosa dell'uman genere invece di gradire
l'aumento della famiglia, giudicava un atto di tenerezza paterna quello
di liberare i propri figli dalle imminenti miserie di una vita, che non
potevano sostenere. L'umanità di Costantino, forse mossa da alcuni
recenti e straordinari esempi di disperazione, lo indusse a pubblicare
un editto in tutte le città dell'Italia, e dopo dell'Affrica, diretto a
somministrare immediati, e sufficienti soccorsi a que' padri, che
avesser presentato ai Magistrati i figliuoli, che la povertà non
permetteva lor di educare. Ma la promessa era troppo liberale, e la
provvisione troppo incerta per produrre un benefizio generale e
durevole[420]. Sebbene la legge meriti lode, pure servì piuttosto a
scoprire che a sollevar la pubblica calamità. Questo è un autentico
documento, che sempre sussiste, per contraddire e confonder quegli
oratori venali, che troppo eran soddisfatti della lor situazione per
manifestare il vizio e la miseria sotto il governo d'un generoso
Sovrano[421].
II. Le leggi di Costantino contro i ratti dimostrano ben poca indulgenza
per le più lusinghevoli debolezze della natura umana; giacchè si applicò
la denominazione di quel delitto non solamente alla violenza brutale che
sforza, ma anche all'insinuante seduzione, che può persuadere una donna
non maritata, minore di venticinque anni, a lasciar la casa dei suoi
genitori. «Chi aveva eseguito il ratto era punito colla morte; e come se
la semplice morte non fosse corrispondente all'enormità del misfatto,
egli doveva o esser bruciato vivo, o fatto in pezzi dalle fiere
nell'anfiteatro. La dichiarazione che potea far la rapita, che ciò era
seguito col consenso di lei, invece di salvare l'amante, esponeva lei
medesima ad esser partecipe della pena. Ai genitori della colpevole, o
disgraziata fanciulla era ingiunto il dovere di pubblicamente accusarla;
e se mai prevaleva in essi il sentimento naturale in maniera da far loro
dissimulare l'ingiuria, e riparare, mediante il successivo matrimonio,
l'onore della famiglia, eran puniti colla confiscazione e coll'esilio.
Gli schiavi dell'uno e dell'altro sesso, convinti di aver dato mano al
ratto o alla seduzione, erano bruciati vivi, o posti a morte
coll'ingegnoso tormento di versare loro in gola una quantità di piombo
liquefatto. Poichè il delitto era pubblico, n'era permessa l'accusa
eziandio agli stranieri. La facoltà di agire non si limitava ad alcun
termine di anni e si estendevano le conseguenze della sentenza anche
alla prole innocente che nasceva da tale irregolar congiunzione[422].»
Ma quando il castigo eccita più orrore, che il delitto, il rigor della
legge penale dee cedere ai comuni sentimenti dell'umanità. Furono dunque
mitigate ne' regni seguenti, o revocate le parti più odiose di tal
editto[423]; e Costantino medesimo con atti speciali di clemenza bene
spesso ammollì la durezza delle sue generali costituzioni. Così era
infatti singolarmente disposto quell'Imperatore, che tanto si dimostrava
indulgente, ed anche trascurato nell'esecuzione delle sue leggi, quanto
era severo anzi crudele nel farle. Difficilmente però può vedersi un
segno di debolezza più decisivo di questo o nel carattere del Principe,
o nella costituzione del Governo[424].
L'amministrazione civile fu qualche volta interrotta dalla militar
difesa dell'Impero. Crispo, giovane di amabilissima indole, che insieme
col titolo di Cesare avea ricevuto il comando del Reno, segnalò la sua
condotta ed il suo valore in diverse vittorie riportate sopra i Franchi
e gli Alemanni: ed insegnò a' Barbari di quella frontiera a temere il
primogenito di Costantino ed il nipote di Costanzo[425]. L'Imperatore
avea preso per se la provincia più difficile ed importante del Danubio.
I Goti, che al tempo di Claudio o di Aurelio, avevan sentito il peso
delle armi Romane, rispettarono il poter dell'Impero anche in mezzo alle
interne divisioni del medesimo. Ma in una pace di quasi cinquant'anni
erasi ristabilita la forza di quella guerriera nazione; si era formata
una nuova generazione, che non rammentava più le passate disgrazie: i
Sarmati della palude Meotide seguitarono le bandiere dei Goti, o come
sudditi o come alleati, o le lor forze unite invasero le regioni
dell'Illirico. Sembra che Campona, Margo e Bologna fossero le scene di
vari memorabili assedj e combattimenti[426]; e quantunque Costantino
incontrasse una resistenza molto ostinata, finalmente prevalse nella
guerra, ed i Goti furono costretti a procurarsi una vergognosa ritirata
con restituire la preda ed i prigionieri che avevan fatto. Nè tal
vantaggio servì a soddisfare lo sdegno dell'Imperatore. Egli risolvè di
castigare non men che rispingere l'insolenza dei Barbari, che avevano
ardito d'invadere il paese Romano. Alla testa delle sue legioni passò il
Danubio sopra un ponte, ch'era stato costrutto da Traiano, e ch'egli fè
ristorare, penetrò ne' più forti nascondigli della Dacia[427], e quando
gli ebbe severamente puniti, condiscese a conceder la pace ai Goti
supplichevoli, a condizione, che ogni volta che fosser richiesti, gli
somministrassero un corpo di quarantamila soldati[428]. Imprese di
questa sorta facevano senza dubbio grand'onore a Costantino, e vantaggio
allo Stato, ma si ha giusto motivo di dubitare, se provar si possa
l'esagerata asserzione di Eusebio, che tutta la Scizia fino
all'estremità del Settentrione, divisa com'era in tanti Popoli di
costumi i più selvaggi ed i più differenti fra loro, per mezzo delle
vittoriose sue armi erasi aggiunta all'Imperio Romano[429].
[A. D. 323]
Era impossibile che in questo sublime stato di gloria Costantino potesse
più lungamente soffrire un collega nell'Impero. Confidando nella
superiorità del suo genio, e della sua forza militare, si determinò,
senza alcuna precedente ingiuria, di farne uso per la distruzion di
Licinio, di cui l'età ormai avanzata, od i vizi odiosi al popolo pareva
che gli presentassero una ben facil conquista[430]. Ma il vecchio
Imperatore, eccitato dall'imminente pericolo, deluse l'aspettazione sia
degli amici, che de' nemici. Richiamando quello spirito, e que' talenti,
per mezzo di cui s'era meritata l'amicizia di Galerio, e la porpora
Imperiale, preparossi alla guerra, unì le forze dell'Oriente, e in poco
tempo coprì le pianure di Adrianopoli colle sue truppe, e lo stretto
dell'Ellesponto colla sua flotta. L'esercito era composto di
centocinquantamila fanti, e di quindicimila cavalli; e siccome la
cavalleria per la maggior parte era presa dalla Frigia e dalla
Cappadocia, possiamo formare un'idea più favorevole della bellezza de'
cavalli, che del coraggio e della destrezza de' cavalieri. La flotta
consisteva in trecentocinquanta galere di tre ordini di remi.
Centotrenta di queste furon somministrate dall'Egitto, e dalle adiacenti
coste dell'Affrica; centodieci da' porti della Fenicia e dell'Isola di
Cipro, e le altre centodieci dalle parti marittime della Bitinia, della
Jonia e della Caria. Le truppe di Costantino si dovevan riunire a
Tessalonica; ed ascendevano a sopra centoventimila fra cavalli e
fanti[431]. Esso fu soddisfatto del lor marziale aspetto, ed il suo
esercito realmente conteneva più soldati, quantunque minore nel numero
degli uomini, che quello del suo competitore orientale. Le legioni di
Costantino eran formate nelle più guerriere Province dell'Europa;
l'esercizio ne aveva invigorita la disciplina, la vittoria innalzate le
speranze, e trovavasi fra loro un gran numero di veterani, che dopo
diciassette gloriose campagne sotto il medesimo condottiero, si
preparavano a meritare un'onorevol dimissione coll'ultimo sforzo del lor
valore[432]. Ma i preparativi navali di Costantino erano per ogni capo
molto inferiori a quelli di Licinio. Le città marittime della Grecia
mandarono le rispettive lor quote d'uomini e di navi al porto famoso di
Pireo, e tutte le lor forze, prese insieme, non sorpassarono il numero
di dugento piccoli vascelli: assai debole armamento, se voglia
paragonarsi con quelle formidabili flotte messe in mare, e mantenute
dalla Repubblica d'Atene al tempo della guerra del Peloponneso[433]. Non
essendo l'Italia più da gran tempo la sede del Governo, gli stabilimenti
navali di Miseno e di Ravenna si erano o poco a poco trascurati; e
siccome la navigazione e la marineria dell'Impero venivano sostenute dal
commercio anzi che dalla guerra, era naturale che dovessero abbondare
più nelle industriose province dell'Egitto e dell'Asia. Solamente fa
meraviglia che l'Imperatore dell'Oriente, che aveva in mare una
superiorità così grande, trascurasse l'occasione di portare una guerra
offensiva nel contro de' dominj del suo rivale.
[A. D. 323]
Invece di prendere tale attiva risoluzione, che avrebbe potuto far mutar
faccia a tutta la guerra, il prudente Licinio aspettò l'avvicinamento
del suo rivale presso Adrianopoli in un campo da esso fortificato con sì
premurosa diligenza, che ben dimostrava il timor ch'egli aveva
dell'evento. Costantino diresse la sua marcia da Tessalonica verso
quella parte della Tracia, sinchè si trovò arrestato dall'ampio rapido
corso dell'Ebro, e scoprì il numeroso esercito di Licinio, che occupava
il ripido declive del monte, dal fiume alla città di Adrianopoli.
Passarono vari giorni in dubbiose e lontane scaramucce; ma furon tolti
finalmente gli ostacoli del passaggio e dell'attacco dall'intrepida
condotta di Costantino. Qui non possiamo a meno di riferire un fatto
maraviglioso di esso, a cui sebbene possa difficilmente trovarsi
l'uguale nella poesia o ne' romanzi, pure si trova celebrato non già da
un venale oratore addetto alla fortuna di lui, ma da un Istorico,
special nemico della famiglia del medesimo. Si assicura che il valoroso
Imperatore gettossi nell'Ebro accompagnato solo da dodici cavalieri, e
che per lo sforzo delle sue invincibili armi, ruppe, disordinò, e pose
in fuga un esercito di cinquantamila uomini. La credulità di Zosimo
prevalse in tal modo alla sua passione, che sembra che fra gli eventi
della memorabil battaglia di Adrianopoli scegliesse e adornasse non già
il più importante, ma il più maraviglioso. Conferma il valore ed il
pericolo di Costantino una leggiera ferita, ch'esso ricevè nella coscia,
ma può rilevarsi anche da un'imperfetta narrazione, e forse da un testo
corrotto, che fu cagione della vittoria non meno la condotta del
Generale, che il coraggio dell'Eroe: che un corpo di cinquemila arcieri
girò ad occupare un folto bosco nella retroguardia del nemico, la cui
attenzione era impegnata nella costruzione di un ponte; e che Licinio,
confuso per tante artificiose evoluzioni, fu contro sua voglia tirato
dal suo vantaggioso posto a combattere nella pianura. Il combattimento
allora non fu più uguale; la confusa moltitudine delle nuove reclute di
lui restò facilmente vinta dagli sperimentati veterani dell'Occidente.
Si dice che trentaquattromila uomini vi fossero uccisi. Il campo
fortificato di Licinio fu preso per assalto la sera della battaglia; la
maggior parte de' fuggitivi, che si erano ritirati alle montagne, si
renderono il giorno dopo alla discrezione del vincitore; ed il suo
rivale, che non potè più tenersi in campagna aperta, si chiuse dentro le
mura di Bisanzio[434].
L'assedio di questa città, che fu immediatamente intrapreso da
Costantino, era molto laborioso ed incerto. Le fortificazioni di quella
piazza, che si risguardava con tanta ragione, come la chiave dell'Europa
e dell'Asia, erano state riparate ed accresciute nelle ultime guerre
civili; e finchè Licinio fu padrone del mare, la guarnigione era molto
meno esposta al pericolo della fame, che l'armata degli assedianti.
Furon chiamati al campo da Costantino i comandanti di mare, ed ebbero
positivi ordini di forzare il passo dell'Ellesponto nel tempo che la
flotta di Licinio, invece di cercare, e di distruggere il debole nemico,
restava inoperosa in quell'angusto stretto, dove la superiorità nel
numero era di poco uso, o vantaggio. A Crispo, figliuol maggiore di
Costantino, fu affidata l'esecuzione di quest'ardita impresa, ch'egli
condusse con tal coraggio e buon successo, che meritò la stima, ed
eccitò probabilissimamente la gelosia di suo padre. L'attacco durò due
giorni, e nella sera del primo le flotte, dopo una considerabil perdita
da ambe le parti, si ritirarono ne' lor rispettivi porti dell'Europa e
dell'Asia. Il secondo giorno, verso il mezzodì, levossi un forte vento
meridionale, che trasportò i vascelli di Crispo incontro al nemico[435],
ed avendo egli con avveduta intrepidezza profittato di questo casual
vantaggio, ben presto conseguì una piena vittoria. Cento trenta vascelli
restaron distrutti, cinquemila uomini uccisi, ed Amando, Ammiraglio
della flotta asiatica, colla maggior difficoltà si rifuggì ai lidi di
Calcedonia. Tosto che fu aperto l'Ellesponto, entrò nel campo di
Costantino, che aveva già avanzate le operazioni dell'assedio, un
abbondante convoglio di provvisioni. Egli formò dei mucchi artificiali
di terra ugualmente elevati che le mura di Bisanzio. Le alte torri, che
furono alzate su que' fondamenti, infestavano gli assediati con grosse
pietre e con dardi scagliati dalle macchine militari; e gli arieti, che
percuotevan le mura, le avevano rotte in vari luoghi. Se Licinio
persisteva più lungamente nella difesa, si esponeva ad esser involto
egli stesso nella rovina della piazza; avanti però che gli fosse chiusa
l'uscita, esso prudentemente trasferì a Calcedonia nell'Asia la sua
persona, ed i suoi tesori; e siccome bramò sempre di associar compagni
alle speranze ed ai rischi della sua fortuna, diede in quell'occasione
il titolo di Cesare a Martiniano, ch'esercitava uno degli Uffizj più
importanti dell'Impero[436].
Tali erano i ripieghi e tale l'abilità di Licinio, che dopo tante
successive disfatte raccolse di nuovo nella Bitinia un esercito di
cinquanta o sessantamila uomini, mentre l'attività di Costantino era
impiegata nell'assedio di Bisanzio. Il vigilante Imperatore nondimeno
non trascurò gli ultimi sforzi del suo antagonista. Fu trasportata in
piccoli legni una parte considerabile del suo vittorioso esercito sul
Bosforo, e subito ch'ebbe posto i piedi a terra sulle altezze di
Crisopoli, o come si dice adesso, di Scutari, fu attaccata la decisiva
battaglia. Le truppe di Licinio, quantunque levate di fresco, male
armate, e peggio disciplinate, resisterono ai vincitori con infruttuoso
ma disperato valore, finchè una total disfatta, e la strage di
venticinquemila uomini determinò irrevocabilmente il destino del loro
Capo[437]. Ritirossi egli a Nicomedia col fine di guadagnar tempo, e
colla mira piuttosto di entrare in trattato, che colla speranza di
un'efficace difesa. Costanza, moglie di lui e sorella di Costantino,
intercedè appresso il fratello in favor del marito, ed ottenne dalla
politica piuttosto che dalla compassione di questo una solenne promessa,
confermata con giuramento, che dopo il sacrificio di Martiniano, e la
rinunzia della porpora, sarebbe stato permesso a Licinio di passare il
rimanente della sua vita in pace, e nell'abbondanza. La condotta di
Costanza, e la parentela, che aveva colle parti che combattevano,
richiama naturalmente allo spirito la memoria di quella virtuosa
matrona, ch'era sorella di Augusto, e moglie di Antonio. Ma la maniera
di pensare degli uomini era mutata, e non si stimava più un'infamia per
un Romano il sopravvivere al proprio onore ed alla propria indipendenza.
Licinio chiese, ed accettò il perdono delle sue mancanze; si prostrò
colla porpora ai piedi del suo Signore e Padrone; con insultante pietà
fu sollevato da terra; nel medesimo giorno ammesso alla mensa Imperiale,
e poco dopo mandato a Tessalonica, ch'era stata scelta per luogo del suo
confino[438]. Questo per altro fu terminato in breve dalla morte; ed è
posto in dubbio se un tumulto de' soldati o un decreto del Senato servì
di pretesto all'esecuzione. Secondo le regole della tirannia fu accusato
di tentare una cospirazione, e di mantenere una perfida corrispondenza
co' Barbari; ma poichè non ne fa mai convinto nè dalla sua condotta, nè
da alcuna legittima prova, è permesso per avventura di presumerne
l'innocenza dalla sua debolezza[439]. Fu disonorata la memoria di
Licinio coll'infamia; ne furono gettate a terra le statue, ed abolite
tutte in un tratto le leggi ed i processi giudiziali del regno di lui
con un editto fatto con tale precipitazione, e di conseguenze tanto
cattive, che fu quasi subito dopo corretto[440].
[A. D. 324]
Con questa vittoria di Costantino, il Mondo Romano trovossi di nuovo
unito sotto l'autorità di un solo Imperatore, trentasette anni dopo che
Diocleziano ne avea diviso la potenza e le province con Massimiano suo
collega.
I gradi successivi dell'innalzamento di Costantino, dal tempo in cui
prese la porpora a York fino alla rinunzia di Licinio a Nicomedia, si
son riferiti minutamente e con precisione, non solo perchè i fatti per
se stessi interessano, ma molto più anche perchè i medesimi
contribuirono alla decadenza dell'Impero per cagione della gran perdita
di sangue e di danaro, e pel continuo accrescimento de' tributi non meno
che del corpo militare. Le immediate memorabili conseguenze di questa
rivoluzione furono la fondazione di Costantinopoli, e lo stabilimento
della Religione Cristiana.
FOOTNOTES:
[329] Il Sig. di Montesquien (Considerations sur la grandeur et la
decadence des Romains, c. 17.) suppone sull'autorità di Orosio e di
Eusebio, che in quella occasione l'Impero per la prima volta fu
-realmente- diviso in due parti. È difficile però di rinvenire in qual
parte il sistema di Galerio differisse da quello di Diocleziano.
[330] -Hic non modo amabilis, sed etiam venerabilis Gallis fuit,
praecipue quod Diocletiani suspectam prudentiam, et Maximiani
sanguinariam violentiam Imperio ejus evaserant: Eutrop. Breviar. X. I.-
[331] -Divitiis Provincialium (vel Provinciarum) ac privatorum studens,
fisci commoda non admodum affectans; ducensque melius publicas opes a
privatis haberi, quam intra unum claustrum reservari. Id. ibid.- Egli
portò questa massima tanto innanzi, che ogni qualvolta facea
trattamento, era obbligato a prendere in prestito un servito di
argenteria.
[332] Lattanzio -de Mort. Persecutor.- c. 16. Se fossero le
particolarità di questa conferenza più conformi alla verità ed al
decoro, si potrebbe sempre dimandare, come vennero a notizia di un
oscuro Retore? Ma vi sono vari Storici che ci fanno ricordare
l'ammirabile eletto del gran Condè al Cardinale di Retz. «Ces coquins
nous font parler et agir, come ils auroient fait eux mêmes à notre
place».
[333] -Sublatus nuper a pecoribus et silvis- (dice Lattanzio, -de M. P.-
c. 19.) -statim scutarius, continuo Protector, mox Tribunus, postridie
Caesar, accepit Orientem-, Aurel. Vittore è troppo liberale in dargli
tutta la porzione di Diocleziano.
[334] La sua esattezza e la sua fedeltà sono riconosciute eziandio da
Lattanzio. (-de M. P.- c. 18.)
[335] Questi divisamenti per altro si fondano sulla dubbiosa autorità di
Lattanzio (-de M. P.- c. 20.)
[336] Questa tradizione, ignota ai contemporanei di Costantino, fu
inventata tra l'oscurità dei monasteri; abbellita da Geoffrey di
Monmouth e dagli Scrittori del XII secolo, è stata sostenuta dai nostri
antiquari dell'ultimo secolo, e vien seriamente riferita nella pesante
storia d'Inghilterra, compilata dal Sig. Carte. (-vol. I. p. 147-) Egli
trasporta però il regno di Coil, immaginario padre di Elena, da Essex
alla muraglia di Antonino.
[337] Eutropio (X. 2.) indica in poche parole la verità, e quello che ha
dato luogo all'errore. -Ex obscuriori matrimonio ejus filius.- Zosimo
(1. II. p. 78.) si è attenuto all'opinione la più sfavorevole, ed è
stato in ciò seguitato da Orosio. (VII, 25.) Fa maraviglia che
Tillemont, Autore instancabile, ma parziale, non abbia fatta attenzione
all'autorità di lui. Insistendo sul divorzio di Costanzo, Diocleziano
veniva a conoscere la legittimità del matrimonio di Elena.
[338] Tre sono le opinioni sul luogo della nascita di Costantino. I. Gli
antiquari Inglesi eran soliti di fermarsi con compiacenza sopra queste
parole del Panegirista di lui: -Britannias illic oriendo nobiles
fecisti-; ma questo celebre passo si applica egualmente bene
all'avvenimento di Costantino, che alla nascita del medesimo. II. Alcuni
moderni Greci fan nascere questo Principe in Drepano, città situata sul
golfo di Nicomedia (Cellario T. II. p. 174), a cui Costantino dette
l'onorevol nome di Elenopoli, e che Giustiniano abbellì di superbi
edifizi. (-Procop. de aedific. V. 2.-) Per vero dire è molto probabile,
che il padre di Elena avesse un albergo in Drepano, e che Costanzo vi
alloggiasse, quando ritornò dalla sua ambasceria in Persia sotto il
Regno di Aureliano. Ma nella vita errante d'un soldato, il luogo del suo
matrimonio e quello della nascita de' suoi figliuoli hanno pochissimo
rapporto l'un con l'altro. III. La pretensione di Naisso è fondata
sull'autorità d'uno Scrittore anonimo, l'opera di cui è stata pubblicata
alla fine della Storia di Ammiano p. 710, e che faceva generalmente uso
di buonissimi materiali. Questa terza opinione è altresì confermata da
Giulio Firmico (-de Astrologia- 1. I. c. 4) che fioriva sotto
Costantino. Si son mossi dubbi sulla sincerità, e sull'intelligenza del
testo di Firmico, ma l'una di queste due cose è appoggiata ai migliori
manoscritti; e l'altra è stata bravamente difesa da Giusto Lipsio -de
magnitudine Rom.- l. IV. c. 11 e -Supplimento-.
[339] -Litteris minus instructus-; l'Anonimo -ad Ammian.- p. 710.
[340] Galerio, e forse il suo proprio coraggio, l'espose a gran
pericolo. In una disfida si mise sotto i piedi un Sarmata (Anonimo 710)
vinse un leone di smisurata grandezza. (Vedi Praxagor. presso Fozio p.
63.) Prassagora filosofo Ateniese avea scritta la vita di Costantino in
due libri che ora si son perduti. Egli era contemporaneo di questo
Principe.
[341] Zosimo l. II. p. 78, 79. Lattanzio -de Mort. Pers.- c. 24.
Rapporta il primo una ridicolosissima storia dicendo, che Costantino
fece tagliare i piedi a tutti i cavalli di cui s'era servito. Da un
procedere sì stravagante, inutile ad impedire che lo inseguissero,
sarebbero certamente nati sospetti, che avrebbero potuto arrestarlo nel
suo viaggio.
[342] Anonimo p. 710. -Panegir. Vet.- VII. 4. Ma Zosimo (l. II. p. 79)
Eusebio (-de vita Const.- l. I. c. 21) e Lattanzio (-de mort. Persec.-
c. 24.) suppongono con minor fondamento, ch'ei trovasse suo padre nel
letto della morte.
[343] -Cunctis, qui aderant, annitentibus, sed praecipue Croco- (alii
Eroco) -Alamannorum Rege, auxilii gratia Constantium comitato, imperium
capit.- Vittore il Giovane, cap. 41. Questo forse è il primo esempio
d'un Barbaro, che abbia servito ne' campi Romani con un corpo
indipendente de' suoi propri sudditi. Tale uso divenne famigliare, e
finì con esser funesto.
[344] Eumene, il suo panegirista (VII. 8.) ardì di asserire in presenza
di Costantino, che questi avea dato di sprone al suo cavallo e tentato,
ma in vano, di fuggire dalle mani de' suoi soldati.
[345] Lattanzio -de mort. Persec.- c. 25. Eumene (VII. 8) descrive tutte
queste circostanze collo stile d'un Retore.
[346] Egli è naturale d'immaginare, e pare che Eusebio lo indichi, cioè
che Costanzo morendo nominasse Costantino per suo successore. Questa
scelta sembra confermata dall'autorità la più sicura, che è il consenso
di Lattanzio (-de mort. Persecut.- c. 24.) e di Libanio (Orat. 1.); di
Eusebio (-Vit. Const.- l. 1. c. 18, 14), e di Giuliano (Orat. I.).
[347] Delle tre sorelle di Costantino, Costanza sposò l'Imperatore
Lacinio; Anastasia il Cesare Bassiano, ed Eutropia, il Console
Nepoziano. I suoi tre fratelli erano Dalmazio, Giulio Costanzo, e
Anniballiano, de' quali avremo in appresso occasion di parlare.
[348] Vedi Grutero (-inscript.- p. 178.) I sei Principi sono tutti
nominati: Diocleziano e Massimiano, come i più antichi Augusti, e come
Padri degli Imperatori. Essi unitamente dedicano questo magnifico
edifizio per l'uso dei -loro cari- Romani. Gli architetti han disegnato
le rovine di queste Terme, e gli antiquari, particolarmente Donato e
Nardini, hanno determinato lo spazio che esse occupavano. Una delle gran
sale è ora la chiesa dei Certosini; ed è bastato un sol calidario per
un'altra chiesa, che appartiene ai Bernardoni.
[349] Lattanzio -de M. P.- c. 26, 31.
[350] Il sesto Panegirico mette nel più favorevol aspetto la condotta di
Massimiano; e l'espressione equivoca di Aurelio Vittore, -retractante
diu-, può significare egualmente che ei tramò la congiura, o che vi si
oppose. Si veda Zosimo l. II. p. 79, e Latt. -de M. P.- c. 26.
[351] Le circostanze di questa guerra e la morte di Severo son
raccontate diversissimamente, e con una maniera molto incerta ne' nostri
antichi frammenti. Vedi Tillem. -Hist. des Emp.- T. IV. p. 555. Io ho
procurato di cavarne un racconto conseguente e verisimile.
[352] Il sesto Panegirico fu recitato per celebrare l'innalzamento di
Costantino, ma il prudente Oratore evita di parlar di Galerio o di
Massenzio. Non fa che una leggiera allusione alle attuali turbolenze ed
alla Maestà di Roma.
[353] Vedi al proposito di questo trattato i frammenti d'un istorico
anonimo, che il Sig. di Valois ha pubblicato alla fine della sua
edizione di Ammiano Marcellino, pag. 711. Questi frammenti ci hanno
somministrato molti aneddoti curiosi, e per quanto apparisce, autentici.
[354] Lattanzio -de M. P.- c. 20. La prima di queste ragioni è presa da
Virgilio, quando fa dire ad uno de' suoi pastori:
-Illam ego huic nostrae similem, Meliboee, putavi etc.-
Lattanzio ama queste poetiche allusioni.
[355]
-Castra super Tusci si ponere Tybridis undas; (Jubeus)-
-Hesperios audax veniam metator in agros-
-Tu quoscumque voles in planum effundere muros,-
-His aries actus disperget saxa lacertis,-
-Illu licet, penitus tolli quam jusseris urbem,-
-Roma sit.-
Lucan. Phars. 381.
[356] Lattanzio -de M. P.- c. 27. Zosimo l. II p. 82. Questi ci fa
sapere, che Costantino, nel suo abboccamento con Massimiano, avea
promesso di dichiarare la guerra a Galerio.
[357] Tillemont (-Hist. des Emp.- T. IV. P. I. p, 559.) ha provato che
Licinio, senza passare pel grado intermedio di Cesare, fu dichiarato
Augusto gli 11. Novembre dell'anno 307 dopo il ritorno di Galerio
dall'Italia.
[358] Lattanzio -de M. P.- c. 32. Quando Galerio innalzò Licinio alla
medesima dignità della sua, e lo dichiarò Augusto, credè di poter
contentare il suo giovane collega, immaginando per Costantino e
-Massimino- (e non -Massenzio-, Vedi Baluzio p. 81.) il nuovo titolo -di
figli degli Augusti-. Ma Massimino gli fece sapere, ch'egli era già
stato salutato Augusto dall'esercito; o allora Galerio fu obbligato di
riconoscere questo Principe non altrimenti che Costantino, come eguali
associati alla dignità Imperiale.
[359] Vedi -Panegyr. Vet.- VI. 9. -Audi doloris nostri liberam vocem
etc.- Tutto questo passo è dettato dalla più fina e accorta adulazione,
ed è espresso con un'eloquenza facile e piacevole.
[360] Lattanzio -de M. P.- c. 28. Zosimo l. II. p. 82. Si fece correre
il rumore, che Massenzio era figlio di qualche oscuro Siriano, e che la
moglie di Massimiano l'avea sostituito al suo proprio figliuolo, V.
Aurelio Vittore, Anonim. Val. -Panegyr.- Vet. IX. 3. 4.
[361] -Ab urbe pulsum, ab Italia fugatum, ab Illyrica repudiatum, tuis
provinciis, tuis copiis, tuo palatio recepisti.- Eumen. -Panegyr. Vet.-
VII. 14.
[362] Lattanzio -de Mort. Persec.- c. 39. Ciò nonostante quando
Massimiano ebbe deposta la porpora, Costantino gli conservò sempre la
pompa e gli onori della dignità Imperiale, e in tutte le pubbliche
occasioni dava la dritta al suo suocero. -Panegyr. Vet.- VII. 15.
[363] Zosimo L. II. p. 82. Eumen. -Panegyr. Veter.- VII 16-21.
Quest'ultimo ha rappresentato, senza dubbio, tutto l'affare nell'aspetto
più vantaggioso pel suo Sovrano; pure anche dalla parziale di lui
narrazione possiam concludere, che la ripetuta clemenza di Costantino,
ed i reiterati tradimenti di Massimiano, nella maniera in cui vengono
descritti da Lattanzio (-de M. P.- c. 29 30) e copiati da' moderni, non
son sostenuti da alcun istorico fondamento.
[364] Aurel. Vittor. c. 40. Ma quel lago era situato nella Pannonia
superiore vicino alle frontiere del Norico; e la Provincia di Valeria
(nome che ricevè dalla moglie di Galerio il territorio seccato) è senza
dubbio fra il Dravo e il Danubio (Sest. Rufo c. 9.) Io sospetterei
dunque che Vittore avesse confuso il lago Pelso con le paludi Volocee,
che hanno adesso il nome di lago Sabaton o Balaton. Questo è nel cuore
della Valeria, e l'estensione, che ha presentemente, non è minore di 12
miglia d'Ungheria (che sono circa 70 Inglesi) di lunghezza, e due di
larghezza. Vedi Severio. Pannonia lib. 1. c. 9.
[365] Lattanzio (-de M. P.- c. 33.) ed Eusebio (l. VIII. c. 16.)
descrivono gli accidenti ed il progresso di questa infermità con
singolare accuratezza, e, per quanto sembra, con piacere.
[366] Se alcuno tuttavia si dilettasse, come ultimamente fece il Dottor
Jortin (Osservazioni sull'Istoria Ecclesiastica vol. II. p. 307-356) di
far menzione delle morti maravigliose de' persecutori, io gli
raccomanderei di leggere un ammirabil passo di Grozio (Istor. l. VII. p.
332) rispetto all'ultima malattia di Filippo II Re di Spagna.
[367] Vedi Euseb. l. IX. 6. 10. Lattanz. -de M. P.- c. 36. Zosimo è meno
esatto, ed evidentemente confonde Massimiano con Massimino.
[368] Vedi il Panegirico VIII, nel quale Eumene alla presenza di
Costantino espone la miseria, e la gratitudine della Città di Autun.
[369] Eutrop. X. 3. -Paneg. Vet.- VII. 10, 11, 12. Furono in simil guisa
esposti molti giovani Franchi alla stessa crudele ed ignominiosa morte.
[370] Giuliano esclude Massenzio dal banchetto de' Cesari con
abborrimento e disprezzo, e Zosimo (l. II. p. 85) l'accusa di ogni
specie di crudeltà e di scelleratezza.
[371] Zosimo l. II. p. 83-85. Aurelio Vittore.
[372] Si dovrebbe leggere il passo di Aurelio Vittore nel seguente modo:
«Primus instituto pessimo, -munerum- specie, Patres -oratoresque-
pecuniam conferre prodigenti sibi cogeret.»
[373] -Paneg. Vet.- IX. 3. Euseb. -Hist. Ecl.- VIII. 14. -et in vit.
Constant.- l. 33. 34. Rufin. c. 17. La virtuosa Matrona, la quale si
uccise per evitar la violenza di Massenzio, era Cristiana, e moglie del
Prefetto di Roma, chiamata Sofronia. Resta sempre in dubbio fra'
Casisti, se il suicidio in simili casi possa giustificarsi.
[374] L'indeterminata espressione di Aurelio Vittore è questa:
-Praetorianis caedem vulgi quondam annueret-. Vedasi un più
circostanziato, sebbene alquanto diverso racconto di un tumulto ed
uccisione, che avvenne a Roma, in Eusebio 1. VIII. c. 14, ed in Zosimo
lib. II. p. 84.
[375] Vedi ne' Panegirici (IX. 14) una viva descrizione della indolenza,
e del vano orgoglio di Massenzio. Osserva l'oratore in un altro luogo,
che le ricchezze accumulate in Roma nel corso di 1060 anni, furon
concesse dal Tiranno alle mercenarie sue truppe; -redemptis ad civile
latrocinium manibus ingesserat-.
[376] Dopo la vittoria di Costantino si conveniva generalmente, che il
motivo di liberar la Repubblica da un detestabil tiranno avrebbe in
qualunque tempo giustificato la di lui spedizione in Italia. Euseb. -in
vit. Constant. l. I. c. 26. Paneg. Vet. IX. 2-.
[377] Zosim. lib. II. 84-85. Nazar. in Panegyr. X. 7-13.
[378] Vedi -Paneg. Vet. IX. Omnibus fere tuis Comitibus et Ducibus non
solum tacite mussantibus, sed etiam aperte timentibus, contra consilia
hominum, contra Haruspicem monita ipse per temet liberandae Urbis tempus
venisse sentires-. Si fa menzione dell'ambasciata de' Romani solo da
Zonara (l. XIII) e da Cedrano (-Compend. Histor.- p. 270); ma questi
moderni Greci ebbero la comodità di consultare molte Opere, che dopo si
son perdute, fra le quali si dee contare la Vita di Costantino scritta
da Prassagora. Fozio (p. 63) fece un brev'estratto di quell'opera
istorica.
[379] Zosimo (l. II. p. 86) ci ha lasciato questo curioso ragguaglio
delle forze, che si trovavano da ambe le parti. Egli non fa menzione di
alcun armamento navale, quantunque sia sicuro (-Paneg. Vet. IX. 25-) che
fu attaccata la guerra per mare non meno, che per terra, e che la flotta
di Costantino prese possesso della Sardegna, della Corsica, e de' porti
dell'Italia.
[380] -Paneg. Vet. IX. 3.- Non dee far maraviglia, che l'oratore
diminuisse il numero dello truppe, con le quali il suo Sovrano condusse
a fine la conquista dell'Italia; ma sembra un poco singolare, ch'egli
non valutasse l'esercito del tiranno a più di 100000 uomini.
[381] I tre passi principali delle Alpi fra la Gallia e l'Italia son
quelli del monte di S. Bernardo, del monte Cenisio, e del monte Ginevro.
La tradizione e certa somiglianza di nomi (-Alpes penninae-) han fatto
sì, che il primo di questi si assegni alla marcia d'Annibale (Vedi
Simler -de Alpibus-). Il Cavalier di Folard (Polib. tom. IV.) e il
Danville l'han condotto pel monte Ginevro. Ma nonostante l'autorità di
un esperto Uffiziale, e di un erudito Geografo, le pretensioni del monte
Cenisio vengono sostenute in una plausibile, per non dir convincente
maniera dal Sig. Grosley, -Observations sur l'Italie-, Tom I. p. 40.
(-Nelle- Mescolanze -di Gibbon si trova un passo in cui egli discute più
a lungo questa spinosa quistione, e rimansi indeciso tra Tito Livio e
Polibio, tra il monte Ginevro e il Gran-S. Bernardo. Ma dopo di lui il
generale inglese Melville e Deluc, figlio, hanno scoperto e dimostrato
che Annibale passò in Italia per l'Alpe greca, ossia del Piccolo San
Bernardo, passaggio de' più frequentati abantiquo, ed il più comodo,
secondo Ebel, che in tutta la giogaia delle Alpi vi sia. Vedi parimente
una bella dissertazione del Rezzonico, Tom. I. delle sue Opere.-)
[382] La Brunetta vicino a Susa, Demont, Exiles, Fenestrelle, Coni, ec.
[383] Vedi Ammian. Marcellin. XV. 10. La descrizione, che egli fa delle
strade sulle Alpi, è chiara, vivace ed esatta.
[384] Zosimo ugualmente ch'Eusebio trascorrono dal passaggio delle Alpi
alla decisiva battaglia vicino a Roma. Dobbiamo riportarci a due
Panegirici per le azioni che fece Costantino nel tempo di mezzo.
[385] Il Marchese Maffei ha esaminato l'assedio e la battaglia di Verona
con quella dose di attenzione e di accuratezza, che meritava un'azione
memorabile successa nel di lui paese nativo. Le fortificazioni di quella
città, costruite da Gallieno, erano meno estese delle moderne mura, nè
l'anfiteatro si trovava dentro il recinto di quelle. Vedi Verona
illustrata: Part. I. p. 142-150.
[386] Mancavano le catene per tanta moltitudine di schiavi, nè sapevasi
qual partito prendere nel consiglio; ma il sagace conquistatore
felicemente immaginò l'espediente di convertire in ferri lo spade de'
vinti. -Paneg. Vet. XI. 11.-
[387] -Paneg. Vet. IX. 10.-
[388] -Literas calamitatum suarum indices supprimebat. Panegyr. Vet. IX.
15.-
[389] -Remedia malorum potius quam mala differebat-; così censura Tacito
acutamente la supina indolenza di Vitellio.
[390] Il Marchese Maffei ha ridotto all'ultima probabilità che
Costantino fosse per anco a Verona il primo di settembre dell'anno 312 e
che la memorabil Era delle indizioni avesse principio dalla conquista
ch'ei fece della Gallia Cisalpina.
[391] Vedi -Paneg. Vet. IX. 16-. Lattanz. -de M. P.- 6. 44.
[392] -Illo die hostem Romanorum esse periturum.- Il Principe vinto
divenne, secondo il solito, nemico di Roma.
[393] Vedi -Paneg. Vet. IX. 16. X. 27-. Il primo di questi oratori
magnifica la quantità del grano, che Massenzio avea raccolto
dall'Affrica e dalle Isole: eppure se qualche fede si dee prestare alla
scarsità di cui si fa menzione da Eusebio (-in vit. Constant. l. I. c.
36.-) gl'Imperiali granai non erano aperti che per li soldati.
[394] -Maxentius... tandem urbe in Saxa Rubra millia ferme novem
aegerrime progressus. Aurel. Victor-. Vedi Cellar. Geograph. Aut. Tom.
I. p. 463. Questo luogo chiamato -Saxa Rubra- si trovava in vicinanza
della Cremera, piccolo ruscello, illustrato dal valore, e dalla morte
gloriosa de' 300. Fabj.
[395] Il posto che avea preso Massenzio, avendo il Tevere alle spalle,
vien con molta chiarezza descritto da due Panegiristi IX. 16. X. 28.
[396] -Exceptis latrocinii illius primis auctoribus, qui desperata venia
locum, quem pugnae sumpserant, texere corporibus. Paneg. Vet. IX. 17-.
[397] Ben tosto promulgossi un rumore assai vano, che Massenzio, il
quale non avea presa precauzione veruna per la sua ritirata, avesse teso
un artificiosissimo laccio per distrugger l'armata di chi l'inseguiva;
ma che il ponte di legno, che dovea sciogliersi all'arrivo di
Costantino, disgraziatamente si ruppe sotto il peso de' fuggitivi
Italiani. Tillemont (-Hist. des Empereurs- T. IV. Part. I. 657) esamina
molto seriamente, se la testimonianza di Eusebio, e di Zosimo contro il
senso comune debba prevalere al silenzio di Lattanzio, di Nazario, e
dell'Anonimo contemporaneo, che compose il nono Panegirico.
[398] Zosimo (l. II, p. 86, 88), ed i due Panegirici, il primo de' quali
fu recitato pochi mesi dopo, ci danno una chiarissima idea di questa
gran battaglia: e se ne cava ancora qualche util notizia da Eusebio, da
Lattanzio, e dall'Epitome.
[399] Zosimo, il nemico di Costantino, confessa (l. II. p. 88) che solo
pochi amici di Massenzio furon posti a morte; ma è da notarsi quel passo
espressivo di Nazario (-Paneg. Vet. X. 6.-) -Omnibus, qui labefactari
statum ejus poterant, cum stirpe deletis.- L'altro Oratore (-Paneg. Vet.
IX. 20, 21-) si contenta d'osservare, che Costantino, quando entrò in
Roma, non imitò i crudeli macelli di Cinna, di Mario, o di Silla.
[400] Vedi i due Panegirici, e nel Codice Teodosiano le leggi, fatte a
tal proposito nell'anno seguente.
[401] -Paneg. Vet. IX-. 20. Lattanz. -de M. P.- c. 44. Massimino, che
senza dubbio era il più antico fra i Cesari, pretendeva con qualche
apparenza di ragione il primo posto fra gli Augusti.
[402] -Adhuc cuncta opera, quae magnifice construxerat. Urbis fanum
atque Basilicam Flavii meritis Patres sacravere. Aurel. Victor-.
Rispetto al furto dei trofei di Traiano vedasi Flaminio Vacca appresso
il Montfaucon (Diar. Ital. p. 250) e -l'Antiquité expliquée- di
quest'ultimo: (Tom. IV. p. 171.)
[403] -Praetoriae legiones, ac subsidia, factionibus aptiora quam Urbi
Romae, sublata penitus, simul arma atque usus indumenti militaris.
Aurel. Victor. Zosimo- (lib. II. p. 89) rammenta questo fatto da
Istorico, ed è molto solennemente celebrato nel Panegirico IX.
[404] -Ex omnibus provinciis optimates viros curiae tuae pigneraveris,
ut Senatus dignitas... ex totius Orbis flore consisteret. Nazar. Paneg.
Vet. IX. 35-. Potrebbe quasi parere adoprata maliziosamente quella
parola -pigneraveris-. Intorno alla tassa de' Senatori vedi Zosimo (l.
II. p. 115), il Codice Teodosiano (lib. VI. Tit. 2.) col Cemento del
Gottofredo, e le Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni (Tom. XXVIII.
p. 726.)
[405] Possiamo adesso incominciare a descrivere le gite degli Imperatori
mediante l'uso del Codice Teodosiano; ma le date sì del tempo, che de'
luoghi sono state frequentemente alterate dalla negligenza de' Copisti.
[406] Zosimo (l. II. p. 89.) osserva, che la sorella di Costantino era
stata promessa in isposa a Licinio avanti la guerra. Secondo Vittore il
Giovane, Diocleziano fu invitato alle nozze: ma avendo egli addotto in
iscusa per non andarvi, la sua età e le sue malattie, ricevè una seconda
lettera piena di rimproveri per la supposta di lui parzialità in favor
di Massenzio e di Massimino.
[407] Zosimo racconta come fatti ordinari la disfatta e la morte di
Massimino; ma Lattanzio (-de M. P.- c. 45-50) si diffonde su quelli,
attribuendoli ad una miracolosa disposizione del Cielo. Licinio era in
quel tempo uno de' protettori della Chiesa.
[408] Lattanzio -de M. P.- c. 50. Aurelio Vittore indica la diversa
condotta di Licinio e di Costantino in far uso della vittoria.
[409] Si soddisfacevano le sensuali passioni di Massimino a spese de'
propri sudditi. Gli Eunuchi di esso, che rapivano a forza le spose e le
vergini, con scrupolosa curiosità ne esaminavano le nude bellezze,
affinchè non si trovasse parte veruna del loro corpo indegna degli
abbracciamenti reali. La ripugnanza e il rifiuto si riguardava come un
tradimento, e qualunque bella, che si ostinasse ad esser ritrosa,
condannavasi ad esser annegata. Fu appoco appoco introdotto l'uso, che
nessuno potesse prender moglie senza la permissione dell'Imperatore «-ut
in omnibus nuptiis praegustator esset-». Lactant. -de M. P.- c. 38.
[410] Diocleziano finalmente mandò -cognatum suum quemdam militarem ac
potentem virum- per intercedere a favore della sua figlia (Lattanz. -de
M. P.- c. 31). Noi non siamo abbastanza informati dell'istoria di questi
tempi per determinar la persona, ch'ebbe tal incumbenza.
[411] -Valeria quoque per varias provincias quindecim mensibus plebeio
cultu pervagata. Lactant. de M. P.- c. 51. Vi è qualche dubbio, se i
quindici mesi debban contarsi dal tempo dell'esilio, o della fuga di
essa. L'espressione -pervagata- sembra indicare, che si contino dalla
fuga; ma in tal caso bisogna supporre, che il trattato di Lattanzio
fosse scritto dopo la prima guerra civile tra Licinio, e Costantino.
Vedi Cuper p. 254.
[412] -Ita illis pudicitia et conditio fuit.- Lactant. -de M. P.- c. 51.
Questi riferisce le disgrazie delle innocenti moglie e figlia di
Diocleziano con una molto natural mescolanza di compassione e di
letizia.
[413] Il curioso lettore, che voglia consultare il frammento Valesiano
(p. 713) mi accuserà forse di darne un'ardita e licenziosa parafrasi; ma
se lo considera con attenzione, conoscerà, che la mia interpretazione è
probabile e coerente.
[414] La situazione di Emona, o come si chiama presentemente, Laybach
nella Carniola (Danville, -Geog. Anc.- T. I. p. 187) può suggerire una
congettura. Essendo ella posta al nord-est delle alpi Giulie,
quell'importante Territorio divenne un soggetto naturale di controversia
fra' Sovrani dell'Italia e dell'Illirico.
[415] -Cibalis-, o -Cibalae- (di cui conservasi ancora il nome nelle
oscure rovine di Swilei) era intorno a cinquanta miglia lontana da
Sirmio, capitale dell'Illirico; e circa cento da -Taurunum- o Belgrado,
e dall'unione del Danubio col Savo. Le guarnigioni Romane, e le città
poste su que' fiumi sono eccellentemente illustrate dal Danville in una
memoria inserita nell'Accademia delle Iscrizioni Tom. 28.
[416] Zosimo (l. II, p. 90, 91) descrive minutamente questa battaglia,
ma più da retore, che da soldato.
[417] Zosimo (l. II. p. 92-93) l'Anonimo Valesiano (p. 713) e l'Epitome
ci fan note alcune circostanze; ma confondono spesso le due guerre fra
Licinio e Costantino.
[418] -Petr. Patricius in Excerpt. Legat. p. 27-. Se volesse credersi,
che γαμβρος più propriamente significasse un genero, che un
congiunto, si potrebbe congetturare, che Costantino, assumendo il nome
insieme co' doveri di padre, avesse adottato i figli di Teodora suoi
fratelli e sorelle minori.
[419] Zosimo l. II p. 93. Anon. Valesiano p. 713. Eutrop. X. 5. Aurel.
Vittore. Euseb. -in Chron. Sozomen.- l. I. c. 2. Quattro di questi
scrittori affermano, che la promozione dei Cesari fu un articolo del
Trattato. Egli è però certo che Costantino e Licinio i Giovani per anche
non erano nati: ed è molto probabile, che tal promozione si facesse il
primo di Marzo dell'anno 317. Si Era verisimilmente convenuto, che
l'Imperator d'Occidente creasse due Cesari, ed uno quello di Oriente; ma
ciascheduno di loro si riservò la scelta delle persone.
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