secolo[82]. Tetrico ed il suo figliuolo furono ristabiliti nel loro
grado e nei loro beni. Eressero sul Monte Celio un magnifico palazzo, ed
appena fu terminato, invitarono a cena Aureliano. Fu egli al suo
ingresso dilettevolmente sorpreso da un quadro rappresentante la loro
singolare istoria. Erano essi dipinti, prima in atto di offrire
all'Imperatore una corona civica e lo scettro della Gallia, e di poi in
atto di ricever dalle mani di lui gli ornamenti della Dignità Senatoria.
Ebbe quindi il padre il governo della Lucania[83], ed Aureliano, che
presto ammesse il deposto Monarca alla sua amicizia e conversazione,
familiarmente gli domandò, se non era più desiderabile l'amministrare
una Provincia dell'Italia, che il regnare di là dall'Alpi? Il figliuolo
continuò lungamente ad essere un rispettabil membro del Senato; nè vi fu
alcuno tra la Nobiltà Romana più stimato da Aureliano, e dai successori
di lui[84].
La pompa del trionfo di Aureliano fu così lunga e sì varia, che
quantunque cominciasse all'alba, pure la lenta maestà della processione
non salì sul Campidoglio prima dell'ora nona; ed era ormai sera quando
tornò l'Imperatore al palazzo. La festa fu allungata con teatrali
rappresentanze, i giuochi del Circo, la caccia delle fiere, i
combattimenti dei gladiatori, e le battaglie navali. Furono all'esercito
ed al popolo distribuiti liberali donativi; e varie istituzioni, o grate
o utili alla città, contribuirono a perpetuare la gloria di Aureliano.
Una considerabil porzione delle sue spoglie Orientali fu consacrata agli
Dei di Roma; il Campidoglio, ed ogni altro tempio rilucevano per le
offerte della sua fastosa pietà; e il solo tempio del Sole ricevè quasi
quindicimila libbre di oro[85]. Quest'ultimo era d'una magnifica
struttura, eretto dall'Imperatore sulla falda del Monte Quirinale, e
dedicato, subito dopo il trionfo, a quel Nume, che Aureliano adorava
come padre della sua vita e delle sue fortune. La madre di lui era stata
una sacerdotessa inferiore in una cappella del Sole: una particolar
devozione al Dio della Luce era un sentimento imbevuto, fin
dall'infanzia, dal fortunato Agricoltore; ed ogni passo della sua
elevazione, ogni vittoria del suo regno avvalorava la superstizione con
la gratitudine[86].
Le armi di Aureliano aveano vinto gli stranieri e i domestici nemici
della Repubblica. Siamo assicurati, che con il suo salutevol rigore, i
misfatti e le fazioni, le male arti e la perniciosa connivenza, fecondi
germogli di un debole ed oppressivo governo, furono estirpati da tutto
il mondo Romano[87]. Ma se riflettiamo attentamente quanto più pronto è
il progresso della corruzione, che la guarigione di essa, e se
rammentiamo che il numero degli anni, abbandonati ai pubblici disordini,
superava quello dei mesi destinati al marzial regno di Aureliano,
dobbiam confessare che non bastavano pochi corti intervalli di pace per
l'arduo lavoro di una riforma. Il suo tentativo, perfino di ristabilire
la bontà della moneta, fu traversato da una formidabile sollevazione. Si
scopre l'angustia dell'Imperatore in una delle sue private lettere.
«Certamente» (dic'egli) «gli Dei han decretato che la mia vita sia una
guerra continua. Una sedizione dentro le mura ha fatto nascere appunto
adesso una guerra civile molto seria. Gli artefici della zecca, ad
istigazione di Felicissimo, schiavo a cui ho affidato un impiego nelle
Finanze, si mossero a ribellione. Son finalmente sedati: ma caddero
uccisi nei conflitto settemila dei miei soldati, di quelle truppe, che
stanno ordinariamente a quartiere nella Dacia, ed accampate lungo il
Danubio[88].» Altri Scrittori, i quali confermano il medesimo fatto,
aggiungono altresì che questo accadde subito dopo il trionfo di
Aureliano; che la decisiva zuffa seguì sul Monte Celio; che i lavoranti
della zecca aveano adulterata la moneta; che l'Imperatore ristabilì la
pubblica fede, col dare moneta buona in cambio della cattiva, cui il
popolo fu obbligato di portar al tesoro[89].
Potremmo contentarci di riferire questo straordinario fatto, ma non
possiamo dissimulare quanto nella presente sua forma ci sembra
insussistente e incredibile; La deteriorazione della moneta è, per vero
dire, convenientissima all'amministrazione di Gallieno, nè improbabile
sembra che gli strumenti della corruzione paventassero l'inflessibil
giustizia di Aureliano. Ma la colpa, come il profitto, dovea
restringersi a pochi, nè facile è il concepire con quali arti potevano
armare un popolo da loro offeso, contro un Monarca da loro tradito.
Dovrebbe naturalmente aspettarsi che questi traditori incorressero la
pubblica detestazione, come i delatori e gli altri ministri della
oppressione; e che la riforma della moneta fosse un'azione ugualmente
popolare che la distruzione di quegli antichi conti, che furono per
ordine dell'Imperatore bruciati nel Foro di Traiano[90]. In un secolo,
nel quale i principj del commercio erano così imperfettamente
conosciuti, il fine più desiderabile potea forse ottenersi con mezzi
rigorosi e imprudenti; ma un passeggiero gravame di tal natura può
appena eccitare e mantenere una seria guerra civile. Il rinnovamento di
tasse insopportabili, imposte o su i terreni o su i generi necessari
alla vita, può finalmente concitare quelli che o non vogliono o non
possono abbandonare la patria. Ma il caso è molto diverso in ogni
operazione, che per qualsivoglia mezzo ristabilisce il giusto valore
della moneta. Il male passeggiero è presto dimenticato per l'utile
permanente, lo scapito va diviso fra molti; e se pochi opulenti
individui soffrono una sensibil diminuzione di ricchezze, perdono
insieme con queste quel grado di peso e d'importanza, che traevano dal
possedimento delle medesime. In qualunque maniera volesse Aureliano
nascondere la vera causa della ribellione, la sua riforma della moneta
poteva fornire solamente un debol pretesto ad un già potente e
malcontento partito. Roma, benchè priva della libertà, era lacerata
dalle fazioni. Il popolo, per cui l'Imperatore, plebeo egli stesso,
sempre professava una particolar tenerezza, viveva in continue
dissensioni col Senato, coll'Ordine Equestre, e coi Pretoriani[91].
Niente meno che la ferma, benchè segreta congiura di questi ordini,
dell'autorità del primo, dell'opulenza del secondo, e delle armi dei
terzi, avrebbe potuto spiegare una forza bastante per contendere in
battaglia con le veterane legioni del Danubio, che sotto la condotta di
un Sovrano guerriero aveano compita la conquista dell'Oriente e
dell'Occidente.
Qualunque fosse il motivo o l'oggetto di questa sollevazione, imputata
con tanto poca probabilità ai lavoranti della zecca, Aureliano usò della
sua vittoria con implacabil rigore[92]. Egli era naturalmente di
temperamento severo. Le fibre di un contadino o d'un soldato non cedeano
facilmente alle impressioni della pietà, ed egli potea senza commuoversi
sostenere la vista dei tormenti e della morte. Allevato dalla prima sua
gioventù nell'esercizio delle armi, egli valutava troppo poco la vita di
un cittadino, castigava con militari esecuzioni le più leggiere offese,
e portava la rigida disciplina del campo nella civile amministrazione
delle leggi. Il suo amore della giustizia divenne sovente una cieca e
furiosa passione; ed ogni volta ch'egli credè in pericolo la pubblica o
la propria salvezza, non ebbe riguardo alle regole delle prove, ed alla
proporzion delle pene. La non meritata ribellione, con la quale i Romani
ricompensavano i di lui servigi, esacerbò l'altero suo animo. Le più
nobili famiglie della Capitale furono involte nella colpa o nel sospetto
di quella oscura cospirazione. Un precipitoso spirito di vendetta
affrettò la sanguinosa persecuzione, e divenne fatale ad uno dei nipoti
dell'Imperatore medesimo. Gli esecutori (per adoprare l'espressione di
un contemporaneo Poeta) erano stanchi, i prigionieri affollati dentro le
carceri, e l'infelice Senato deplorava la morte o l'assenza dei suoi
membri più riguardevoli[93]. Nè la superbia di Aureliano fu meno dannosa
della sua crudeltà per quella assemblea. Non conoscendo o non soffrendo
il freno delle civili instituzioni, sdegnò di dovere la sua autorità ad
alcun altro titolo che a quello della spada, e governò col diritto di
conquista un Impero da lui salvato e soggiogato[94].
[A. D. 274]
Osservò uno dei più sagaci Principi di Roma, che i talenti del suo
predecessore Aureliano erano più atti al comando di un esercito che al
governo di un Impero[95]. Conoscendo il carattere nel quale la natura e
l'esperienza lo avean renduto eccellente, escì in campo di nuovo, pochi
mesi dopo il suo trionfo. Era espediente di occupare gli animi inquieti
delle legioni in qualche guerra straniera, ed il persiano Monarca,
esultando nella vergogna di Valeriano, insultava tuttavia impunemente
l'offesa maestà di Roma. Alla testa di un esercito, meno formidabile pel
suo numero che per la disciplina e pel valore, si avanzò Aureliano fino
allo Stretto, che divide l'Europa dall'Asia. Egli colà provò che il più
assoluto potere è una debol difesa contro gli effetti della
disperazione. Avea minacciato uno dei suoi segretari, accusato di
estorsione; e già si sapeva che di rado egli minacciava invano. L'ultima
speranza, che rimase al colpevole, fu di avvolgere alcuni dei principali
Uffiziali dell'esercito nel suo pericolo, o almeno ne' suoi timori.
Artificiosamente contraffacendo lo scritto del suo Sovrano, mostrò loro
in una lunga e sanguinosa lista i loro nomi consacrati alla morte. Senza
sospettare o esaminare la frode, eglino risolverono di assicurar le loro
vite con l'uccisione dell'Imperatore. Nella sua marcia, tra Bisanzio ed
Eraclea, fu Aureliano improvvisamente assalito dai congiurati, l'impiego
dei quali dava loro il diritto di circondare la persona di lui; e dopo
una breve resistenza cadde per le mani di Mucapore, Generale ch'egli
avea sempre amato e riputato fedele. Egli morì pianto dall'esercito,
detestato dal Senato, ma universalmente riconosciuto come un Principe
guerriero e fortunato, e come il salutevole, benchè severo, riformatore
di un degenerato impero[96].
FOOTNOTES:
[1] -Pons Aureoli-, tredici miglia distante da Bergamo, e trentadue da
Milano. Vedi Cluver. Italia antic. tom. I. p. 245. Nel 1703 seguì vicino
a questo luogo l'ostinata battaglia di Cassano tra i Francesi e gli
Austriaci. L'eccellente relazione del Cavalier Folard, che vi era
presente, dà una distintissima idea del terreno. Vedi il Polibio di
Folard, tom. III, p. 223, 248.
[2] Sulla morte di Gallieno vedi Trebellio Pollione nella Stor. Aug. p.
181. Zosimo, l. 1. p. 37. Zonara, l. XII, p. 634. Eutropio, IX. 11.
Aurelio Vittore in -Epitom.- Vittore -in Caesarib.- Io gli ho
confrontati, ed ho fatt'uso di tutti, ma ho principalmente seguitato
Aurelio Vittore, il quale par che abbia avute le memorie migliori.
[3] Alcuni molto capricciosamente lo supponevan bastardo del più giovane
dei Gordiani. Altri profittavano della Provincia della Dardania per
dedurre l'origine di lui da Dardano, e dagli antichi re di Troia.
[4] -Notoria-, dispaccio periodico e ministeriale, che gl'Imperatori
ricevevano dai -Frumentarj- o sieno Agenti sparsi per le Province.
Parleremo di questi più sotto.
[5] Stor. Aug. p. 208. Gallieno descrive l'argenteria, le vesti ec. come
amatore e intendente di queste magnifiche bagatelle.
[6] Giuliano (Orazione I. p. 6) afferma che Claudio acquistò l'Impero in
una maniera legittima ed anzi sacra. Ma noi possiam diffidare della
parzialità di un congiunto.
[7] Stor. Aug. p. 203. Sonovi alcune piccole differenze riguardo alle
circostanze dell'ultima disfatta e morte di Aureolo.
[8] Aurelio Vittore in Gallieno. Il popolo altamente chiedeva la
condanna di Gallieno. Il Senato decretò che i suoi parenti e domestici
fossero precipitati dalle scale Gemonie. Ad un colpevol ministro delle
pubbliche entrate furon cavati gli occhi, mentre era sotto l'esame.
[9] Zonara l. XII. p. 137.
[10] Zonara in questa occasione fa menzione di Postumo; ma i registri
del Senato (Stor. Aug. p. 203) provano che Tetrico era già Imperatore
delle Province occidentali.
[11] La Storia Augusta fa menzione del minor numero e Zonara del
maggiore; la vivace fantasia di Montesquieu l'indusse a preferire
quest'ultimo.
[12] Trebell. Pollione nella Stor. Aug. p. 204.
[13] Stor. Aug, in Claud. Aurelian. e Prob. Zosimo, l. 1. p. 38, 42
Zonara, l. XII. p. 638. Aurel. Vittore -in Epitom.- Vittor. Junior. -in
Caesarib.- Eutrop. IX 11. Euseb. -in Chron.-
[14] Secondo Zonara (l. XII. p. 638.) Claudio avanti la sua morte lo
rivestì della porpora; ma questo fatto singolare vien piuttosto
contraddetto che confermato dagli Scrittori.
[15] Vedi la vita di Claudio scritta da Pollione, e le orazion di
Mamertino, Eumenio e Giuliano. Vedi parimente i Cesari di Giuliano p.
313. In Giuliano non era adulazione, ma superstizione e vanità.
[16] Zosimo, l. I p. 42. Pollione (Stor. Aug. p. 207) gli accorda alcune
virtù, e dice che fu, come Pertinace, ucciso dagli sfrenati soldati.
Secondo Dexippo, egli morì di malattia.
[17] Teoclio (come vien citato nella Stor. Aug. p. 211) afferma che in
un giorno egli uccise con le sue proprie mani quarantotto Sarmati, ed in
diverse susseguenti battaglie novecento cinquanta. Questo eroico valore
fu ammirato dai soldati, e celebrato nelle rozze loro canzoni,
l'intercalare delle quali era -mille, mille, mille, occidit-.
[18] Acolio (appresso la Stor. Aug. p. 213) descrive la cerimonia della
adozione come fu celebrata in Bisanzio alla presenza dell'Imperatore e
de' suoi principali Ministri.
[19] Stor. Aug. p. 211. Questa laconica lettera è veramente lavoro di un
soldato; è piena di frasi e di voci militari, alcune delle quali non
possono intendersi senza difficoltà. -Ferramenta Samiata- sono bene
spiegati da Salmasio. La prima di queste voci significa ogni arme
offensiva, ed è opposta ad -Arma-, arme difensiva. L'ultimo significa
bene affilate e bene appuntate.
[20] Zosimo l. I. p. 45.
[21] Dexippo (nell'-Excerpta Legat.- p. 12) riferisce tutto il trattato
sotto il nome dei Vandali. Aureliano maritò una delle Dame Gote al suo
Generale Borioso, ch'era capace di bevere coi Goti e scoprire i loro
segreti. Stor. Aug. p. 147.
[22] Stor. Aug. p. 222. Eutrop. IX. 15. Sesto Rufo. c. 9 Lattanzio -de
mortibus Persecutorum-, c. 9.
[23] I Valacchi conservano ancora molte tracce della lingua Latina, e si
sono sempre gloriati di discendere dai Romani. Sono circondati dai
Barbari, ma non mescolati con essi. Vedi una Memoria del Sig. D'Anville
sulla Dacia antica nell'Accademia delle iscrizioni, tom. XXX.
[24] Vedi il primo Capitolo di Giornandes. I Vandali però (c. 22)
conservarono una certa indipendenza tra i fiumi Marisia e Crissia (Maros
e Keres) che sboccano nel Tibisco.
[25] Dexippo, p. 7, 22. Zosimo l. I. p. 43. Vopisco in Aureliano nella
Stor. Aug. Per quanto questi Storici differiscano nei nomi (Alemanni,
Jutungi e Marcomanni) egli è evidente che indicano la stessa nazione e
la stessa guerra, ma conviene usar molta cura nel conciliarli e
spiegarli.
[26] Cantoclaro, con la solita sua accuratezza, preferisce di tradurre
trecentomila: la sua versione ripugna ugualmente al senso e alla
grammatica.
[27] Possiamo osservare come un esempio di cattivo gusto, che Dexippo
applica all'infanteria leggera degli Alemanni i termini tecnici, propri
solamente della Greca falange.
[28] In Dexippo si legge adesso -Rhodanus-. Il Sig. di Valois molto
giudiziosamente cambia la parola in -Eridanus-.
[29] L'Imperatore Claudio era certamente in quel numero; ma non sappiamo
fin dove si estendesse questo segno di rispetto: se fino a Cesare ed
Augusto, deve aver prodotto un superbo formidabile spettacolo quella
lunga serie di padroni del mondo.
[30] Vopisco nella Stor. Aug. p. 210.
[31] Dexippo mette in lor bocca una prolissa orazione, degna di un Greco
sofista.
[32] Stor. Aug. p. 215.
[33] Dexippo p. 12.
[34] Vittore Juniore in Aureliano.
[35] Vopisco nelle Stor. Aug. p. 216.
[36] Il piccol fiume o piuttosto torrente del Metauro, vicino a Fano, è
divenuto immortale per uno Storico, quale è Livio, ed un poeta, quale è
Orazio.
[37] Se ne fa menzione in una iscrizione trovata in Pesaro. Vedi Gruter.
CCLXXVI. 3.
[38] Alcun penserebbe, dic'egli, che voi foste radunati in una Chiesa
Cristiana, e non nel tempio di tutti gli Dei.
[39] Vopisco nella Stor. Aug. p. 215, 216 fa una lunga descrizione di
queste cerimonie, estratta dai Registri del Senato.
[40] Plinio Stor. nat. III. 5. Per confermare la nostra idea, è da
osservarsi, che per lungo tempo il monte Celio fu un bosco di quercie,
ed il monte Viminale fu coperto di salci; che nel quarto secolo
l'Aventino era un disabitato e solitario ritiro; che fino al tempo di
Augusto l'Esquilino rimase un insalubre cimitero; e che le numerose
ineguaglianze, osservate dagli antichi nel Quirinale, provano
sufficientemente, che non era coperto di fabbriche. Dei Sette Colli, il
Capitolino ed il Palatino solamente, con la valli adiacenti, furono la
primiera abitazione del popolo Romano. Ma questo soggetto richiederebbe
una dissertazione.
[41] -Exspatiantia tecta multas addidere urbes-, è l'espressione di
Plinio.
[42] Stor. Aug. p. 222. Lipsio, ed Isacco Vossio hanno di buona voglia
adottata questa misura.
[43] Ved. Nardini Roma antica, l. I. c. 8.
[44] Tacito Stor. IV. 23.
[45] Intorno alla muraglia di Aureliano, vedi Vopisco nella Stor. Aug.
p. 216, 222. Zosimo, l. I. p. 43. Eutrop. IX 15. Aurel. Vittore in
-Aureliano-, Vittore Juniore in -Aureliano-, Euseb. Hieronym. e Idazio
in -Chronic.-
[46] Il suo competitore fu Lolliano o Eliano, se veramente questi due
nomi indicano la stessa persona. Ved. Tillemont, tom. III. p. 1177.
[47] Il carattere che fa di questo Principe Giulio Ateriano (appresso la
Stor. Aug. p. 187) merita di esser trascritto, giacchè sembra bello ed
imparziale: «Victorino qui post Junium Posthumium Gallias rexit, neminem
existimo praeferendum; non in virtute Traianum; non Antoninum in
clementia; non in gravitate Nervam; non in gubernando aerario
Vespasianum, non in censura totius vitae ac severitate militari
Pertinacum vel Severum. Sed omnia haec libido et cupiditas voluptatis
mulierariae sic perdidit, ut nemo audeat virtute ejus in litteras
mittere, quem constat omnium judicio meruisse puniri».
[48] Egli rapì la moglie di Attiziano, -attuario-, o agente
dell'esercito. Stor. Aug. p. 186. Aurel. Vittore in Aureliano.
[49] Pollione assegna ad essa un articolo fra i trenta Tiranni. Stor.
Aug. p. 206.
[50] Pollione nella Stor. Aug. p. 196. Vopisco nella Stor. Aug. p. 220.
I due Vittori nelle vite di Gallieno e di Aureliano; Eutropio, IX. 13.
Euseb. -in Chron.- Di tutti questi Scrittori solamente i due ultimi (ma
con gran probabilità) pongono la caduta di Tetrico innanzi a quella di
Zenobia. Il Sig. di Boze (nell'Accademia delle -Iscrizioni- tom. XXX)
non vorrebbe, e Tillemont (tom. III. p. 1189) non ardisce seguitarli. Io
sono stato più sincero dell'uno, e più ardito dell'altro.
[51] Vittore Juniore in Aurel. Eumenio nomina queste truppe -Batavicae-;
alcuni critici senza alcuna ragione vorrebbero cambiar quella voce in
-Bagaudicae-.
[52] Eumen. in vel. Panegir. IV. 8.
[53] Vopisco nella Stor. Aug. p. 246. Autun non fu ristaurata fino al
regno di Diocleziano: Ved. Eumenio -de restaurandis scholis-.
[54] Quasi tutto quel che si dice dei costumi di Odenato e di Zenobia, è
preso dalle loro vite nella Stor. Aug. di Trebellio Pollione. Vedi p.
192, 198.
[55] Essa non riceveva mai gli abbracciamenti del suo marito che per
l'oggetto di aver prole. Se le sue speranze restavan deluse, reiterava
il tentativo nel susseguente mese.
[56] Stor. Aug. p. 192, 193. Zosimo l. I. p. 36. Zonara, l. XII. p. 633.
L'ultimo è chiaro e probabile; sono gli altri confusi e inconsistenti.
Il testo di Sincello, se non è coretto, è assolutamente inintelligibile.
[57] Odenato e Zenobia spesso gli mandavano doni di gemme e gioielli,
scelte tra le spoglie del nemico, ed esso li riceveva con infinito
piacere.
[58] Sono stati promossi alcuni ingiustissimi sospetti sopra Zenobia,
come se stata fosse complice dell'uccisione del marito.
[59] Stor. Aug. p. 180, 181.
[60] Vedi nella Stor. Aug. p. 198 la testimonianza che rende Aureliano
al di lei merito; e per la conquista dell'Egitto Zosimo l. I, p. 39, 40.
[61] Timolao, Erenniano e Vaballato. Si suppone che i due primi fosser
già morti avanti la guerra. Aureliano concesse all'ultimo di questi una
piccola Provincia dell'Armenia col titolo di Re. Esistono tuttora
diverse medaglie di lui. Vedi Tillemont, tom. III. p. 1190.
[62] Zosimo l. I, p. 44.
[63] Vopisco (nella Stor. Aug. p. 217) ci dà una lettera autentica, ed
una dubbia visione di Aureliano. Apollonio di Tiana era nato quasi
contemporaneamente a Gesù Cristo. La vita del primo vien riferita dai
suoi discepoli in un modo tanto favoloso, che non si può conoscere se
fosse un savio, un impostore, od un fanatico.
[64] Zosimo, l. I. p. 46.
[65] In un luogo chiamato -Immoe-, Eutropio, Sesto Ruffo e S. Girolamo
fanno solamente menzione di questa prima battaglia.
[66] Vopisco nella Stor. Aug. p. 217 fa solamente menzione della
seconda.
[67] Zosimo l. I. p. 44, 48. La sua descrizione delle due battaglie è
chiara e circostanziata.
[68] Era 537 miglia distante da Seleucia, e dugentotre dalla più vicina
costa della Siria, secondo la relazione di Plinio, che in poche parole
(Stor. nat. V. 21) ne porge una eccellente descrizione di Palmira.
[69] Alcuni viaggiatori Inglesi che partirono da Aleppo, scoprirono le
rovine di Palmira verso il fine dell'ultimo secolo. La nostra curiosità
è stata poi soddisfatta più splendidamente dai Signori Wood e Dawkins.
Per la Storia di Palmira possiam consultare la magistrale dissertazione
del Dottor Halley nelle Transazioni Filosofiche, compendio di Lowthorp.
vol. III. p. 528.
[70] Vopisco nella Stor. Aug. p. 218.
[71] Da una incertissima Cronologia ho procurato di estrarre la data più
probabile.
[72] Stor. Aug. p. 218. Zosimo, l. I. p. 50. Benchè il cammello sia una
grave bestia da soma, pure il dromedario, che è della stessa specie o di
una specie affine, vien usato dai natii dell'Asia e dell'Affrica in
tutte le occasioni che richieggono celerità. Affermano gli Arabi che il
dromedario può far tanto cammino in un giorno, quanto ne fanno in otto o
dieci giorni i loro cavalli più corridori. Vedi Buffon. Storia nat. tom.
XI. p. 122, ed i Viaggi di Shaw, p. 167.
[73] Pollione nella Stor. Aug. p. 299.
[74] Vopisco nella Stor. Aug. p. 219. Zosimo, l. I. p. 51.
[75] Stor. Aug. p. 219.
[76] Vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 220, 242. Viene osservato, come
esempio di lusso, ch'egli avea le finestre di vetro. Era famoso per la
forza e per l'appetito, pel coraggio e per la destrezza. Dalla lettera
di Aureliano si può giustamente inferire, che Fermo fu l'ultimo dei
ribelli, e conseguentemente che Tetrico era già sottomesso.
[77] Vedi il trionfo di Aureliano descritto da Vopisco. Egli riferisce
le particolarità colla sua solita esattezza, ed in questa occasione sono
fortunatamente interessanti. Stor. Aug. p. 220.
[78] Fra le barbare nazioni, le donne hanno spesso combattuto ai fianchi
dei loro mariti. Ma è -quasi- impossibile, che una società di Amazzoni
sia mai esistita o nel vecchio o nel nuovo mondo.
[79] L'uno delle -braccae- o calzoni era tuttavia considerato in Italia
come una gallica e barbara moda. I Romani per altro vi si erano molto
avvicinati. Il cingersi le gambe e cosce con fasce o strisce, si
prendeva ai tempi di Pompeo e di Orazio, come una prova di malattia, o
di effemminatezza. Nel secolo di Traiano l'uso di queste era limitato
alle persone ricche e di lusso. Fu a poco a poco adottato dai più vili
del popolo. Vedi una curiosa nota del Casaubono, -ad Sveton. in August.-
c. 82.
[80] Erano i primi, assai probabilmente; i secondi nelle medaglie di
Aureliano non indicano (come giudica il dotto Cardinal Noris) che una
vittoria orientale.
[81] L'espressione di Calfurnio (Eglog. l. 50.) «Nullos ducet -captiva-
triumphos» come applicata a Roma, contiene una manifestissima allusione
e censura.
[82] Vopisco nella Stor. Aug. p. 199. -Hieronym. in Chron.- -Prosper. in
Chron.- Baronio suppone che Zenobio, vescovo di Firenze ai tempi di S.
Ambrogio, fosse della famiglia di lei.
[83] Vopisco nella Stor. Aug. p. 222. Eutropio, IX. 13. Vittore Juniore.
Ma Pollione nella Stor. Aug. p. 196 dice che Tetrico fu fatto Censore di
tutta l'Italia.
[84] Stor. Aug. p. 197.
[85] Vopisco nella Stor. Aug. 222. Zosimo l. I. p. 156. Egli vi collocò
le immagini di Belo e del Sole, che portate avea da Palmira. Fu questo
dedicato nel quarto anno del suo regno (-Euseb. in Chron.-), ma fu
sicurissimamente cominciato dopo il suo avvenimento al trono.
[86] Vedi nella Stor. Aug, p. 210. i presagi della fortuna di lui. La
sua devozione al Sole apparisce nelle sue lettere, nelle sue medaglie,
ed è riferita nei Cesari di Giuliano. Vedi Comment. di Spanemio, p. 109.
[87] Vopisco nella Stor. Aug. p. 221.
[88] Stor. Aug. p. 222. Aureliano nomina quei soldati, -Hiberi,
Riparienses, Castriari, et Dacisci-.
[89] Zosimo, l. I. p. 56. Eutropio IX. 14. Aurel. Vittore.
[90] Stor. Aug. p. 223. Aurel. Vittore.
[91] Infierì già prima del ritorno di Aureliano dall'Egitto. Vedi
Vopisco, che cita una lettera originale. Stor. Aug. p. 244.
[92] Vopisco nella Stor. Aug. p. 222. I due Vittori. Eutropio 9, 14.
Zosimo (l. I. p. 43) fa menzione di soli tre Senatori, e pone la lor
morte avanti la guerra d'Oriente.
[93]
«Nulla catenati feralis pompa Senatus
Carnificum lassabit opus: nec carcere pleno
Infelix ruros numerabit curia Patres.»
-Calfurn, Eclog. I. 60.-
[94] Secondo Vittore Juniore egli portò qualche volta il Diadema. Si
legge sulle di lui medaglie -Deus- e -Dominus-.
[95] Era questa osservazione di Diocleziano. Vedi Vopisco nella Stor.
Aug. p. 224.
CAPITOLO XII.
-Condotta dell'esercito e del Senato dopo la morte di Aureliano.
Regni di Tacito, di Probo, di Caro e dei suoi figli.-
La condizione degl'Imperatori Romani era tanto infelice, che qualunque
si fosse la loro condotta, incontravano ordinariamente il medesimo fato.
La vita dissoluta o virtuosa, severa o indulgente, indolente o gloriosa,
menava egualmente ad un intempestivo sepolcro; e quasi ogni regno
finisce con la stessa disgustosa ripetizione di tradimenti e di stragi.
La morte di Aureliano, per altro, è considerabile per le straordinarie
sue conseguenze. Le legioni ammirarono, piansero, e vendicarono il
vittorioso lor condottiere. L'artifizio del perfido di lui segretario fu
discoperto e punito. I cospiratori delusi seguirono le funerali esequie
del loro oltraggiato Sovrano con sincero, o ben simulato pentimento, e
si sottomisero all'unanime risoluzione dell'ordine militare, la quale fu
significata con la seguente lettera. «I valorosi e felici eserciti al
Senato ed al Popolo di Roma. Il delitto di un solo e il fallo di molti
ci hanno privato dell'ultimo Imperatore Aureliano. Compiacetevi,
venerabili Signori e Padri, di collocarlo nel numero degli Dei, e
d'indicarci quel successore, che voi giudicherete degno della Porpora
Imperiale. Niuno di quelli, che, o per colpa o per caso, hanno
contribuito alla nostra perdita, regnerà mai sopra di noi[97].» I
Senatori Romani udirono senza sorpresa, che un altro Imperatore era
stato assassinato nel suo campo; si rallegrarono internamente della
caduta di Aureliano; ma la modesta e rispettosa lettera delle legioni,
quando fu dal Console comunicata alla piena assemblea, riempì tutti
della più grata sorpresa. Essi liberamente largirono alla memoria del
loro estinto Sovrano quegli onori, che il timore e forse la stima
avrebbero estorti. Renderono alle fedeli armate della Repubblica, che
conservavano un sentimento sì giusto della legittima autorità del Senato
nella scelta d'un Imperatore, quei ringraziamenti, che la gratitudine
potea inspirare. Ma non ostante questo invito sì lusinghiero, i più savj
dell'assemblea evitarono di esporre al capriccio di una moltitudine
armata la lor salvezza e la lor dignità. La forza delle legioni era, per
vero dire, un pegno della loro sincerità, perchè quelli che possono
comandare, di rado sono ridotti alla necessità d'infingere; ma poteva
egli naturalmente sperarsi, che un improvviso pentimento correggesse
l'inveterato costume d'interi ottant'anni? Se fossero ricaduti i soldati
nelle loro solite sedizioni, la loro insolenza poteva disonorare la
maestà del Senato, e divenir fatale alla scelta di lui. Simili motivi
dettarono un decreto, col quale l'elezione del nuovo Imperatore si
rimetteva ai suffragi dell'ordine militare.
La contesa, che quindi nacque, è uno dei più attestati, ma meno
verisimili, eventi della storia del Genere Umano[98]. Le truppe, quasi
fossero stanche di esercitare la lor forza, fecero nuovamente le loro
istanze al Senato, perchè rivestisse della Porpora Imperiale uno del suo
proprio corpo. Il Senato persistè sempre nel suo rifiuto, e l'esercito
nella sua richiesta. La proposizione fu almen per tre volte
scambievolmente offerta e ricusata, e mentre l'ostinata modestia di
ciascheduna delle due parti era risoluta di ricevere un Sovrano dalle
mani dell'altra, passarono insensibilmente otto mesi: mirabil periodo di
tranquilla anarchia, durante il quale il mondo Romano rimase senza un
sovrano, senza un usurpatore, e senza pure una sedizione. I Generali ed
i Magistrati eletti da Aureliano continuarono ad esercitare le ordinarie
loro funzioni, e si osserva che un Proconsole dell'Asia fu la sola
riguardevol persona, rimossa dalla sua carica in tutto il corso
dell'interregno.
Un quasi simile, ma molto meno autentico, avvenimento si suppone
accaduto dopo la morte di Romolo, nella vita e nel carattere del quale
si ritrova qualche somiglianza con Aureliano. Il trono restò vacante per
dodici mesi, sino all'elezione di un filosofo Sabino; e la pubblica
tranquillità si mantenne nel modo istesso, per l'unione dei diversi
ordini dello Stato. Ma nei tempi di Numa e di Romolo, l'autorità dei
Patrizj teneva a freno le armi del popolo; e facilmente si conservava in
una società virtuosa e ristretta la bilancia della libertà[99]. L'Impero
Romano nella sua declinazione, molto diverso dalla sua infanzia, si
trovava in tutte quelle circostanze, che potevano allontanare da un
interregno la speranza dell'ubbidienza e dell'armonia; e queste
circostanze erano una Capitale immensa e tumultuosa, una vasta
estensione di dominio, la servile eguaglianza del dispotismo, un'armata
di quattrocentomila mercenari, e l'esperienza delle frequenti
rivoluzioni. Ma non ostanti tutti questi incentivi, la disciplina e la
memoria di Aureliano contennero tuttavia la sediziosa indole delle
truppe, non meno che la dannosa ambizione de' lor condottieri. Il fiore
delle legioni rimase accampato sulle rive del Bosforo, e l'insegna
Imperiale mettea rispetto ai meno potenti campi di Roma e delle
Province. L'ordine militare parve animato da un generoso benchè
passeggiero entusiasmo; ed è credibile che i pochi veri patriotti
coltivassero la rinascente amicizia tra l'esercito ed il Senato, come
l'unico espediente capace di ristabilir la Repubblica nella sua primiera
bellezza e nell'antico vigore.
Ai venticinque di Settembre, quasi otto mesi dopo l'uccisione di
Aureliano, il Console adunò il Senato, e riferì l'incerta e pericolosa
situazione dell'Impero. Insinuò leggiermente, che la precaria fedeltà
dei soldati dipendeva da un solo istante e dal minimo accidente; ma
rappresentò con la più convincente eloquenza i vari pericoli che
seguitar potevano ogni ulterior dilazione nella scelta di un Imperatore.
Si erano, diceva egli, già ricevute notizie, che i Germani aveano
passato il Reno, ed occupate alcune delle più forti e più opulente città
della Gallia. L'ambizione del Monarca Persiano teneva l'Oriente in
continui timori: l'Egitto, l'Affrica e l'Illirico erano esposti all'armi
straniere e domestiche, e la Siria incostante avrebbe fin preferito lo
scettro di una femmina alla santità delle leggi Romane. Rivoltosi quindi
il Console a Tacito, il primo tra i Senatori[100], richiese il parere di
lui sull'importante oggetto di un candidato degno del trono vacante.
Se il merito personale è da preferirsi ad una casuale grandezza,
stimeremo l'origine di Tacito più nobile veramente di quella dei Re.
Vantava egli la sua discendenza da quello Storico filosofico, i cui
scritti istruiranno ancora le ultime generazioni degli uomini[101]. Il
Senatore Tacito era nell'età di settantacinque anni[102]. Le ricchezze e
gli onori adornavano il lungo corso della innocente sua vita. Avea due
volte occupata la dignità consolare[103], e godeva con eleganza e
sobrietà l'ampio suo patrimonio fra i quattro e i sei milioni di
zecchini[104]. L'esempio di tanti Principi da lui o stimati o sofferti,
dalle vane follie di Elagabalo fino all'utile rigore di Aureliano, lo
aveano ammaestrato a valutar giustamente i doveri, i pericoli, e le
tentazioni di quel sublime lor grado. All'assiduo studio del suo
immortale antenato egli doveva la conoscenza della Romana costituzione e
dell'umana natura. La voce del popolo avea già nominato Tacito come il
cittadino più degno dell'Impero[105]. Giunto ai suoi orecchi questo
ingrato rumore, lo indusse a ritirarsi in una delle sue ville nella
Campania. Avea egli passato a Baia due mesi in una tranquillità
deliziosa, quando con ripugnanza ubbidì ai comandi del Console di
riprendere l'onorevol suo posto nel Senato, e di assistere co' suoi
consigli la Repubblica in tale importante occasione.
Si alzò Tacito per parlare, quando da ogni lato dell'assemblea fu
salutato coi nomi di Augusto e d'Imperatore. «Tacito Augusto, gli Dei ti
conservino: noi ti eleggiamo per nostro Sovrano, affidando alla tua cura
la Repubblica, e il Mondo. Accetta l'Impero dall'autorità del Senato.
Esso è dovuto al tuo grado, alla tua condotta, ai tuoi costumi.» Calmato
appena il tumulto delle acclamazioni, Tacito tentò di evitare il
pericoloso onore, e di esprimere la sua sorpresa, che si eleggesse un
uomo vecchio ed infermo per succedere al marzial vigore di Aureliano.
«Sono elleno membra queste, Padri coscritti, atte a sostener il peso
dell'armi, o ad eseguire gli esercizi del campo? La varietà dei climi, e
le asprezze della vita militare presto opprimerebbero un debol
temperamento, che si mantien solamente col più delicato riguardo.
Bastano appena l'esauste mie forze a soddisfare ai doveri di Senatore:
quanto insufficienti sarebbero per le ardue fatiche della guerra e del
governo! Potete voi sperare che le legioni rispettino un debol vecchio,
che ha passati i suoi giorni all'ombra della pace e del ritiro? Vorreste
voi ch'io dovessi una volta piangere la favorevole opinion del
Senato?[106]»
La ripugnanza di Tacito, che forse era ingenua, fu combattuta dalla
affettuosa ostinazione del Senato. Cinquecento voci ripeterono unite con
eloquente confusione, che i Principi più grandi di Roma, Numa, Traiano,
Adriano, e gli Antonini, erano ascesi al trono in età molto avanzata,
che l'oggetto della loro scelta era lo spirito, non il corpo, il
Sovrano, non il soldato, e solamente esigevano da lui, che con la sua
prudenza regolasse il valore delle legioni. Queste pressanti e
tumultuose istanze furono secondate da un più regolar discorso di Mezio
Falconio, che accanto a Tacito sedeva tra i Consolari. Egli rammentò
all'assemblea i mali, che Roma avea sofferti dai vizi degl'indocili e
capricciosi giovani Principi, si congratulò col Senato per l'elezione di
un virtuoso e sperimentato Senatore, e con maschia, ma forse
interessata, libertà esortò Tacito a rammentarsi i motivi del suo
innalzamento, ed a scegliersi un successore non nella sua propria
famiglia, ma nella Repubblica. Fu il discorso di Falconio avvalorato da
una generale acclamazione. L'eletto Imperatore si sottomise all'autorità
della sua patria, e ricevè il volontario omaggio de' suoi compagni. La
condotta del Senato fu confermata dal consenso del Popolo Romano e dei
Pretoriani[107].
Il governo di Tacito non fu diverso dalla passata sua vita e da' suoi
principj. Creatura riconoscente del Senato, egli considerò quel Concilio
della Nazione come autore delle leggi, e sè medesimo come soggetto
all'autorità di quelle[108]. Procurò di saldare le molte ferite, che
l'orgoglio Imperiale, la discordia civile e la violenza militare aveano
portate alla costituzione, e di ristabilire almeno l'immagine
dell'antica Repubblica, com'era stata conservata dalla politica di
Augusto, e dalle virtù di Traiano e degli Antonini. Non sarà inutile di
enumerare alcune delle più importanti prerogative, che parve aver
ricuperate il Senato per l'elezione di Tacito[109]. I. Di affidare ad
uno dei suoi membri, sotto il titolo d'Imperatore, il general comando
degli eserciti, ed il governo delle Province di frontiera. II. Di
fissare la lista o, come allor si chiamava, il Collegio dei Consoli.
Questi erano dodici, che, succedentisi a due a due per ogni bimestre,
rappresentavano per tutto l'anno la dignità di quell'antica
magistratura. Esercitava il Senato nella scelta dei Consoli la sua
autorità con una libertà così indipendente, che non ebbe alcun riguardo
ad una irregolar istanza dell'Imperatore pel suo fratello Floriano. «Il
Senato» (esclamò Tacito con un nobil trasporto da cittadino) «conosce il
carattere di quel Principe, ch'egli ha scelto.» III. Di destinare i
Proconsoli ed i Presidenti delle Province, e di conferire a tutti i
Magistrati la loro civile giurisdizione. IV. Di ricever gli appelli per
l'uffizio intermedio del Prefetto della Città da tutti i tribunali
dell'Impero. V. Di dar forza e validità coi suoi decreti agli editti
Imperiali ch'esso approvava. VI. A questi diversi rami di autorità si
può aggiungere qualche sopraintendenza alle finanze, giacchè anche sotto
la severa dominazion di Aureliano aveva il Senato la facoltà d'impiegare
in altr'uso una parte dell'entrate, destinate al servizio pubblico[110].
Furono immediatamente spedite lettere circolari a tutte le principali
città dell'Impero, Treveri, Milano, Aquileia, Tessalonica, Corinto,
Atene, Antiochia, Alessandria, e Cartagine, per esigere la loro
ubbidienza, ed informarle della felice rivoluzione, che avea restituita
al Senato Romano l'antica sua dignità. Due di queste lettere si
conservano ancora. Abbiamo altresì due ben singolari frammenti della
privata corrispondenza dei Senatori in questa occasione. Mostrano la più
eccessiva gioia, e le più illimitate speranze. «Ponete giù la vostra
indolenza» (così scrive uno dei Senatori al suo amico) «ed uscite dal
vostro ritiro di Baia e di Pozzuolo. Restituitevi alla Città ed al
Senato. Roma fiorisce, e tutta insieme fiorisce la Repubblica. Grazie al
romano esercito, veramente Romano, abbiam finalmente ricuperata la
nostra giusta autorità, lo scopo di tutti i nostri desiderj. Noi
riceviamo gli appelli, destiniamo i Proconsoli, facciamo gl'Imperatori;
forse ancora noi li potremo tenere in freno: all'uomo saggio una parola
è bastante.[111]» Restarono per altro sconcertate ben presto queste alte
speranze, nè di fatto era possibile, che le armate, e le province
lungamente ubbidissero all'imbelle ed effeminata nobiltà romana. Al più
leggiero urto rimase atterrato il mal sostenuto edifizio della loro
ambizione e del loro potere. La spirante autorità del Senato mandò una
subita luce, balenò per un momento, e si estinse per sempre.
Ma tutto ciò ch'era accaduto in Roma, non sarebbe stato che una
rappresentazione teatrale, se non veniva ratificato dalla forza più
reale delle legioni. Lasciando godere ai Senatori il loro fantasma di
libertà e di ambizione, andò Tacito al campo di Tracia, ed ivi fu dal
Prefetto del Pretorio presentato alle truppe adunate, come il Principe
da loro richiesto, e dal Senato concesso. Appena tacque il Prefetto, che
l'Imperatore parlò ai soldati con eloquenza e con dignità. Soddisfece
alla loro avarizia con una liberale distribuzion di danaro, sotto nome
di paga e di donativo. Egli acquistò la stima loro con un'animosa
dichiarazione che sebbene la sua età lo rendesse inabile alle imprese
militari, pure i suoi consigli non sarebbero indegni di un Generale
Romano, del successore del valoroso Aureliano[112].
Nel tempo che quest'Imperatore faceva preparativi per una seconda
spedizione in Oriente, egli aveva trattato con gli Alani, popoli della
Scizia, i quali avevano piantate le loro tende nelle vicinanze della
Palude Meotide. Quei Barbari, allettati con promesse di doni e di
sussidj, si erano obbligati d'invadere la Persia con un numeroso corpo
di cavalleria leggiera. Furono essi fedeli al loro impegno; ma quando
giunsero alla frontiera Romana, era già morto Aureliano, il progetto
della guerra Persiana era almeno sospeso, ed i Generali, che, durante
l'interregno, esercitavano un incerto potere, non erano preparati nè a
riceverli, nè ad arrestarli. Provocati da un tal contegno, ch'essi
riguardavano come perfido e vile, ricorsero gli Alani al loro proprio
valore per avere e paga e vendetta; e marciando con la solita celerità
dei Tartari, presto si sparsero per le Province del Ponto, della
Cappadocia, della Cilicia, e della Galazia. Le legioni, che dalle
opposta rive del Bosforo potevan quasi discernere le fiamme delle città
e dei villaggi, stimolavan con impazienza il lor Generale a condurle
contro quegli invasori. Tacito si diportò convenientemente alla sua età
ed alla sua posizione. Mostrò chiaramente ai Barbari la fedeltà e la
potenza dell'Impero. Gran parte degli Alani, pacificati dalla puntuale
soddisfazione degl'impegni, che avea con essi contratti Aureliano,
renderono il loro bottino ed i prigionieri, e quietamente si ritirarono
nei loro deserti di là dal Fasi. Agli altri, che ricusarono la pace,
fece il Romano Imperatore in persona con buon successo la guerra.
Secondato da un esercito di valorosi ed esperti veterani, ei liberò in
poche settimane le Province dell'Asia dal terrore della invasion degli
Sciti[113].
[A. D. 276]
Ma la gloria e la vita di Tacito furono di poca durata. Trasportato nel
colmo del verno dalla dolce solitudine della Campania ai piedi del monte
Caucaso, fu egli oppresso dagl'insoliti travagli di una vita militare.
Le cure dell'animo aggravarono le fatiche del corpo. L'entusiasmo della
pubblica virtù avea per un tempo sedate le feroci ed interessate
passioni dei soldati. Scoppiarono queste ben presto con raddoppiata
violenza, ed infuriarono nel campo e nella tenda perfino del vecchio
Imperatore. Il suo dolce e moderato carattere non serviva che ad
inspirare disprezzo, ed egli era continuamente tormentato dalle fazioni,
che sedar non poteva, e da richieste impossibili a soddisfarsi. Non
ostanti le lusinghiere speranze che Tacito avea concepite di rimediare
ai pubblici disordini, egli fu presto convinto, che la sfrenatezza
dell'esercito deprezzava il debol ritegno delle leggi; e il dolore di
veder volti in male i suoi disegni, unito all'altre angustie, affrettò
gli ultimi suoi momenti. Si dubita se i soldati imbrattassero le loro
mani nel sangue di questo innocente Principe[114]; ma è certo però, che
la loro insolenza cagionò la morte di lui. Egli spirò a Tiana nella
Cappadocia, dopo un regno di soli sei mesi e quasi venti giorni[115].
Tacito avea chiusi appena gli occhi, che il suo fratello Floriano si
mostrò indegno del trono colla frettolosa usurpazione della Porpora,
senza aspettare l'approvazion del Senato. Il rispetto per la Romana
costituzione, che tuttavia influiva nelle armate o nelle Province, era
abbastanza forte per disporle a biasimare la precipitosa ambizione di
Floriano, ma non per incitarle ad opporvisi. Sarebbe il disgusto svanito
in vani susurri, se il General dell'Oriente, l'eroico Probo, non si
fosse arditamente dichiarato vendicator del Senato. Era per altro sempre
la contesa ineguale, nè potea il più abile Generale alla testa delle
effemminate truppe dell'Egitto e della Siria, combattere con alcuna
speranza di vittoria, contro le legioni dell'Europa, che con
irresistibil valore sembravano sostenere il fratello di Tacito. Ma la
fortuna e l'attività di Probo superarono ogni ostacolo. I robusti
veterani del suo rivale, avvezzi ai climi più freddi, illanguidivano e
venivano meno agli eccessivi calori della Cilicia, dove l'aria nella
state era molto malsana. Le frequenti diserzioni diminuivano il loro
numero: i passi delle montagne erano debolmente difesi. Tarso aprì le
sue porte, ed i soldati di Floriano, dopo avergli lasciato godere per
tre mesi il titolo Imperiale, liberarono l'Impero da una guerra civile
col facile sacrifizio di un Principe da loro sprezzato[116].
Le continue rivoluzioni del trono aveano sì bene sbandita ogni idea di
ereditario diritto, che la famiglia di un Imperatore sfortunato era
incapace di eccitare la gelosia dei suoi successori. Fu ai figli di
Tacito e di Floriano permesso di scendere allo stato privato, e di
restar confusi nella generale massa del popolo. La loro povertà
veramente servì d'un'altra difesa alla loro innocenza. Quando fu Tacito
eletto dal Senato, egli consacrò al pubblico servizio l'ampio suo
patrimonio[117], atto di speciosa generosità in apparenza, ma che
evidentemente svelava la sua intenzione di trasmettere l'Impero ai suoi
discendenti. L'unica consolazione del loro caduto stato fu la memoria di
una passeggiera grandezza, e la lontana speranza, figlia di una profezia
lusinghiera, che sorgerebbe dopo mille anni dalla stirpe di Tacito un
Monarca protettor del Senato, ristauratore di Roma, e conquistatore di
tutta la terra[118].
I contadini dell'Illirico, che già dato aveano al cadente Impero e
Claudio e Aureliano, poterono con egual diritto gloriarsi
dell'innalzamento di Probo[119]. Quasi venti anni avanti, l'Imperator
Valeriano, con la solita sua penetrazione, avea conosciuto il nascente
merito di quel giovane soldato, al quale conferì il posto di Tribuno
molto innanzi all'età prescritta dalle regole militari. Il Tribuno
giustificò ben presto la di lui scelta con una vittoria sopra un gran
corpo di Sarmati, nella quale salvò la vita ad uno stretto parente di
Valeriano, e meritò di ricevere dalle mani dell'Imperatore le collane, i
monili, le lance e le insegne, la corona murale e la civica, e tutte le
onorevoli ricompense destinate dall'antica Roma ad un fortunato valore.
La terza legione, e quindi la decima furono affidate al comando di
Probo, che ad ogni passo della sua promozione si mostrò superiore al
posto ch'egli occupava. L'Affrica ed il Ponto, il Reno, il Danubio,
l'Eufrate ed il Nilo gli porsero a vicenda le più luminose occasioni di
mostrare il suo valor personale e la sua scienza nell'arte della guerra.
A lui fu debitore Aureliano della conquista dell'Egitto, e molto più per
l'onesto coraggio, col quale si oppose sovente alla crudeltà del suo
Sovrano. Tacito, che desiderava di supplire alla sua propria mancanza di
militari talenti con l'abilità de' suoi Generali, lo nominò primo
Comandante di tutte le Orientali Province col quintuplo della solita
paga, colla promessa del Consolato, e colla speranza del trionfo. Quando
Probo salì sul Trono Imperiale era nell'età di quasi[120]
quarantaquattr'anni, nel pieno possesso della sua gloria, dell'amor
dell'esercito, e di un maturo vigore di corpo e di spirito.
[A. D. 276]
Il riconosciuto suo merito ed il buon successo delle sue armi contro
Floriano, lo lasciarono senza un nemico, o senza un competitore. Pure,
se creder si debbono le sue proprie proteste, ben lungi dal desiderare
l'Impero, egli lo aveva accettato con sincerissima ripugnanza. «Ma non è
più in mio potere (dice Probo in una sua privata lettera) di deporre un
titolo così invidiato e pericoloso. Mi è forza di continuare a
rappresentare il carattere, di cui mi hanno rivestito i soldati[121].»
La rispettosa sua lettera al Senato mostrava i sentimenti, o almeno il
linguaggio di un cittadino Romano. «Quando voi eleggeste, o Padri
coscritti, uno del vostro Ordine per succedere all'Imperatore Aureliano,
operaste secondo la vostra giustizia e la vostra prudenza. Imperocchè
voi siete i Sovrani legittimi del mondo, ed il potere, trasmessovi dai
vostri antenati, passerà nella vostra posterità. Felice Floriano! Se
invece di usurpar la porpora del suo fratello, come una privata eredità,
egli avesse aspettato che la vostra maestà si fosse determinata in
favore o di lui, o di alcun'altra persona. I prudenti soldati hanno
punita la temerità di lui, ed a me hanno offerto il titolo di Augusto.
Ma io sottopongo alla vostra clemenza i miei diritti ed i meriti
miei[122].» Quando fu letta dal Console questa rispettosa lettera, non
poterono i Senatori nascondere il loro contento, che Probo
condescendesse a domandare così umilmente uno scettro che già possedeva.
Celebrarono essi con la più viva gratitudine le virtù, le imprese, e
soprattutto la moderazione di lui. Fu immediatamente fatto un decreto,
senza pure un voto contrario, per ratificare l'elezione degli eserciti
d'Oriente e per conferire al lor capo tutti i diversi rami della
Imperial Dignità, i nomi di Cesare e di Augusto, il titolo di Padre
della Patria, il diritto di fare al Senato in un giorno tre diverse
proposizioni[123], l'uffizio di Pontefice Massimo, la potestà tribunizia
e l'autorità proconsolare; formula d'investitura, che benchè sembrasse
moltiplicare l'autorità dell'Imperatore, non faceva ch'esprimere la
costituzione dell'antica Repubblica. Corrispose tutto il Regno di Probo
alla sua bella aurora. Fu rilasciata al Senato la civile amministrazione
dell'Impero. Il fido suo Generale sostenne l'onore dell'armi Romane, e
spesso pose ai piedi di quell'assemblea corone d'oro e barbarici trofei,
frutti delle sue numerose vittorie[124]. Pure, mentr'egli contentava la
vanità dei Senatori, ne deve in secreto aver disprezzata l'indolenza e
la debolezza. Benchè potessero ad ogni momento abolire il disonorevole
editto di Gallieno, i superbi successori degli Scipioni pazientemente
soffrirono di essere esclusi da tutti gl'impieghi militari. Conobbero
ben presto, che chi ricusa la spada, deve ancora rinunziare allo
scettro.
[A. D. 277]
La forza di Aureliano avea per ogni parte oppressi i nemici di Roma.
Parve che dopo la morte di lui risuscitassero più fieri e più numerosi.
Furono essi vinti di nuovo dalla vigorosa attività di Probo, che nel
corto regno di quasi sei anni[125] agguagliò la fama degli antichi Eroi,
e ristabilì la pace e l'ordine in ogni Provincia del Mondo Romano. Così
saldamente assicurò la pericolosa frontiera della Rezia, che la lasciò
senza il sospetto neppur di un nemico. Egli abbattè l'erranti forze
delle Tribù de' Sarmati, e col terror delle armi sue costrinse que'
Barbari a desistere dalle rapine. Chiesero ardentemente i Goti
l'alleanza di un Imperatore così bellicoso[126]. Egli assalì gl'Isaurici
nelle loro montagne, assediò e prese vari de' loro più forti
castelli[127], e si lusingò di aver soggiogato per sempre un domestico
nemico, la cui indipendenza portava così profonde ferite alla maestà
dell'Impero. I torbidi, eccitati nel superiore Egitto dell'usurpator
Fermo, non eran mai stati perfettamente sedati, e le città di Tolemaide
e di Copto, sostenute dall'alleanza dei Blemmi, mantenevano tuttavia una
ribellione oscura. Il castigo di queste e de' loro ausiliari selvaggi
del Mezzogiorno si dice che spaventasse la Corte di Persia[128], ed il
Gran Re supplicò invano per ottenere l'amicizia di Probo. La maggior
parte delle imprese, che ne illustrarono il regno, debbonsi al valor
personale, ed alla condotta dell'Imperatore, talchè lo Scrittore della
vita di lui manifesta qualche maraviglia, come in sì breve tempo potesse
un sol uomo esser presente a tante guerre lontane. Egli affidò le altre
imprese alla cura de' suoi Generali, la giudiziosa scelta de' quali
forma una parte considerabile della sua gloria. Caro, Diocleziano,
Massimiano, Costanzo, Galerio, Asclepiodoto, Annibaliano, ed un numero
di altri Capi, i quali di poi occuparono o sostennero il trono, furono
educati nell'armi, e nella severa scuola di Aureliano e di Probo[129].
[A. D. 277]
Ma il più importante servigio, che Probo rendesse alla Repubblica, fu di
aver liberata la Gallia, e ricuperate settanta floride città oppresse
dai Barbari della Germania, i quali dopo la morte di Aureliano aveano
impunemente desolata quella vasta Provincia[130]. Tra la varia
moltitudine di quei feroci invasori si possono con qualche chiarezza
distinguere tre grandi armate, o piuttosto nazioni successivamente vinte
dal valore di Probo. Egli rispinse i Franchi nelle loro paludi;
circostanza dimostrativa, dalla quale possiamo inferire, che la
confederazione, conosciuta sotto il generoso nome di -liberi-, già
occupava il basso paese marittimo diviso e quasi coperto dalle stagnanti
acque del Reno; e che diverse Tribù dei Frisi e dei Batavi si erano
unite alla loro alleanza. Egli vinse i Borgognoni, considerabil nazione
della razza dei Vandali. Erano essi andati vagando in traccia di bottino
dalle rive dell'Oder a quelle della Senna. Si stimarono assai felici di
comprare con la restituzione di tutte le loro prede la permissione di un
sicuro ritorno. Tentarono essi di eludere quell'articolo del trattato.
Il loro castigo fu immediato e terribile[131]. Ma di tutti gl'invasori
della Gallia, i più formidabili erano i Ligj, nazione lontana, che
possedeva un vasto dominio sulle frontiere della Polonia e della
Slesia[132]. Tra questi gli Arj tenevano il primo posto pel loro numero
e per la loro fierezza. «Gli Arj» (così sono essi descritti dall'energia
di Tacito) procurano di accrescere con l'arte e colle circostanze del
tempo il natural terrore della loro fierezza. Neri sono gli scudi loro,
e tinti di nero i lor corpi. Scelgono per combattere l'ora più oscura
della notte. Il lor esercito si avanza coperto quasi da un'ombra
funerea[133]; e trova di rado un nemico capace di sostenere un sì strano
aspetto ed infernale. Gli occhi sono i primi di tutti i sensi ad esser
vinti in battaglia[134].» Pure le armi e la disciplina dei Romani
facilmente sconfissero quegli orridi spettri. I Ligj furon disfatti in
un generale combattimento, e Sennone, il più rinomato dei loro capi,
cadde vivo nelle mani di Probo. Questo prudente Imperatore non volendo
ridurre un popolo coraggioso alla disperazione, gli accordò una
capitolazione onorevole, e gli permise di ritornar sicuramente al suo
nativo paese. Ma le perdite, che i Ligj soffersero nella marcia, nella
battaglia e nella ritirata abbatterono il potere della nazione; nè il
nome loro si trova più ripetuto nella storia della Germania o
dell'Impero. Si racconta che la liberazione della Gallia costasse la
vita a quattrocentomila degl'invasori; impresa faticosa per li Romani, e
dispendiosa per l'Imperatore, che donò una moneta d'oro per ogni Barbaro
ucciso[135]. Ma siccome la fama de' guerrieri si fabbrica sopra la
distruzione dell'uman genere, si può naturalmente sospettare che quel sì
sanguinoso calcolo fosse moltiplicato dall'avarizia dei soldati, ed
accettato senza alcun severo esame dalla liberale vanità di Probo.
Dopo la spedizione di Massimino, i Generali Romani aveano limitata la
loro ambizione ad una guerra difensiva contro le nazioni della Germania,
che perpetuamente tribolavano le frontiere dell'Impero. Il più ardito
Probo proseguì le sue vittorie, passò il Reno, e portò le sue
invincibili aquile sulle rive dell'Elba e del Necker. Era egli
pienamente convinto, che niente poteva indurre l'animo dei Barbari alla
pace, se non provavano nel proprio lor paese le calamità della guerra.
La Germania spossata dal cattivo successo dell'ultima emigrazione,
rimase sbigottita alla presenza di Probo. Nove de' più considerabili
Principi si portarono al di lui campo, e se gli gettarono ai piedi.
Accettarono umilmente i Germani le condizioni che piacque di dettare al
vincitore. Volle egli una esatta restituzione delle spoglie e dei
prigionieri levati alle Province; ed obbligò i loro magistrati a punire
i predatori più ostinati, che pretendevano di ritenere qualche parte del
bottino. Un considerabil tributo di grano, di armenti e di cavalli, sole
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