Fisco, dichiarando in un decreto del Senato «ch'egli volea piuttosto governare con innocenza una Repubblica povera, che acquistare ricchezze per vie tiranniche ed infami». Egli considerava l'economia e l'industria come le pure e vere sorgenti della ricchezze; e da questo ricavò ben presto un gran soccorso per le pubbliche necessità. La spesa del palazzo fu subito ridotta alla metà. Egli mise al pubblico incanto tutti gli strumenti di lusso[327], i servizj di oro e di argento, i cocchi di una costruzion singolare, tutte le vesti di seta e ricamate, ed un gran numero di bellissimi schiavi dell'uno e dell'altro sesso; eccettuando soltanto, con attenta umanità, quelli che, nati liberi, erano stati involati alle braccia dei piangenti lor genitori. Nel tempo stesso ch'egli obbligava gli indegni favoriti del tiranno a restituire parte delle loro mal acquistate ricchezze, soddisfaceva i legittimi creditori dello Stato, e pagava le da gran tempo arretrate pensioni a coloro, che per giusti meriti le aveano ottenute. Annullò le gravose restrizioni, che erano state fatte sopra il commercio, e concesse tutte le terre incolte dell'Italia e delle province a coloro che vollero migliorarle, esentandole per dieci anni da qualunque imposizione[328]. Una condotta così uniforme avea già assicurata a Pertinace la ricompensa più nobile per un Sovrano, la stima e l'amor del suo popolo. Quelli che si rammentavano le virtù di Marco Aurelio, con gran piacere contemplavano nel nuovo loro Imperatore i tratti di quel luminoso originale; e si lusingavano di godere lungamente la benigna influenza del suo governo. Un frettoloso zelo di riformare lo Stato corrotto, non secondato da quella prudenza, che gli anni e l'esperienza avrebbero dovuto dettare a Pertinace, divenne funesto a lui ed alla patria. La sua inopportuna virtù sollevò contro di esso quella turba servile, che trovava un interesse privato nei pubblici disordini, e preferiva il favor di un tiranno alla inesorabile egualità delle leggi[329]. In mezzo alla comune letizia, il torvo e rabbioso aspetto dei Pretoriani disvelava il loro interno mal animo. Si erano a contraggenio sottomessi a Pertinace; temevano essi il rigore dell'antica disciplina, ch'egli si disponeva a ristabilire, e sospiravano la licenza del regno passato. Furono i loro dispiaceri segretamente fomentati da Leto loro Prefetto, che troppo tardi si accorse, che il nuovo Imperatore era disposto a ricompensare i servigi di un suddito, ma non a lasciarsi regolare da un Favorito. Il terzo giorno del suo regno i soldati presero un Senatore illustre, per condurlo al campo e rivestirlo della porpora imperiale. In cambio di essere abbagliata da quell'onore pericoloso, fuggì da loro la vittima spaventata, e corse a rifuggirsi ai piedi di Pertinace. Poco tempo dopo Sosio Falco, uno dei Consoli di quell'unno, giovane temerario[330], ma di famiglia ricca ed antica, porse orecchio alla voce dell'ambizione; e in una breve assenza di Pertinace tramò una congiura, che fu sconcertata dal suo pronto ritorno a Roma, e dalla sua ferma condotta. Falco fu sul punto di essere giustamente condannato a morte come pubblico nemico, se non lo avessero salvato le premurose e sincere istanze dell'offeso Imperatore, che supplicò il Senato a non far che fosse la purità del suo regno macchiata dal sangue di un Senatore benchè colpevole. Questi infelici successi non fecero che irritar maggiormente il furore dei Pretoriani. Ai 28 di Marzo, ottantasei giorni solamente dopo la morte di Commodo, scoppiò nel campo una sedizione generale, che gli Uffiziali non poterono o non voller sopprimere. Due o trecento dei più disperati soldati marciarono sul mezzo giorno verso il palazzo imperiale coll'armi in mano e col furore negli occhi. Ne furono aperte le porte dai loro compagni, che vi eran di guardia, e dai domestici della antica Corte, che avean già cospirato segretamente contro la vita del troppo virtuoso Imperatore. Alla nuova della lor venuta, Pertinace, sdegnando di fuggire o di ascondersi, andò incontro agli assassini; e rammentò loro la sua propria innocenza e la santità del recente lor giuramento. Per pochi momenti restaron quanti in un sospeso silenzio, vergognandosi del loro atroce disegno, ed atterriti dal venerabile aspetto e dalla maestosa fermezza del lor Sovrano; ma il disperar del perdono riaccese ben tosto il loro furore. Un barbaro nativo di Tongres[331], dette il primo colpo a Pertinace, che in un momento cadde trafitto da mille ferite. La sua testa divisa dal corpo, e posta sopra una lancia, fu portata in trionfo al campo dei Pretoriani al cospetto di un popolo afflitto e sdegnato, che piangeva l'ingiusto fato di un Principe eccellente, e la passeggiera felicità di un regno la cui memoria non dovea servire che ad aggravare le calamità che stavano per iscoppiare[332]. NOTE: [277] Ved. i rimproveri di Avidio Cassio Stor. Aug. p. 45. È vero che questi sono i discorsi di un ribelle, ma la fazione esagera più di quello che inventi. [278] «Faustinam satis constat apud Cayetam -conditiones- sibi, et nauticas et gladiatorias elegisse». Stor. Aug. p. 30. Lampridio spiega qual sorta di merito piacesse a Faustina e le -condizioni- ch'essa esigeva; Stor. Aug. p. 102. [279] Stor. Aug. p. 34. [280] Meditazioni lib. I. Il Mondo si è riso della credulità di Marco, ma la sig. Dacier ci assicura (e ad una donna in ciò deve credersi) che il marito sempre sarà ingannato se la moglie sa dissimulare. [281] Dione Cassio lib. LXXI p. 1195. Stor. Aug. p. 33. Commentario di Spanheim sopra i Cesari di Giuliano p. 389. L'apoteosi di Faustina è il solo difetto, che il critico Giuliano possa scoprire nel perfettissimo carattere di Marco Aurelio. [282] Commodo fu il primo -Porfirogeneta- (nato dopo l'avvenimento del Padre al Trono). Per un nuovo tratto di adulazione le medaglie egiziane mettono la data degli anni della sua vita, come se non fossero diversi da quelli del suo regno. Tillem. Stor. degl'Imp. Tom. II p. 752. [283] Stor. Aug. p. 46. [284] Dione Cassio lib. LXXII p. 1203. [285] Secondo Tertulliano (Apolog. c. 25.) egli morì a Sirmio. Ma la situazione di Vindobona, o sia Vicuna, dove i due Vittori mettono la sua morte, è più acconcia alle operazioni della guerra contro i Marcomanni ed i Quadi. [286] Erodiano lib. I pag. 12. [287] Erodiano lib. I pag. 16. [288] Questa letizia universale è ben descritta dietro le medaglie e gli Storici dal Sig. Wotton. Stor. di Roma p. 192 e 193. [289] Manilio, il segretario confidente di Avidio Cassio, fu scoperto, dopo aver vissuto nascosto diversi anni. L'Imperatore dissipò nobilmente la pubblica inquietudine ricusando di vederlo, e bruciando tutti i suoi fogli. Dione l. LXXII p. 1209. [290] Ved. Maffei degli Anfiteatri p. 126. [291] Dione l. LXXII p. 1205. Erodiano lib. I p. 16. Stor. Aug. p. 46. [292] In una nota sulla Stor. Aug. Casaubono ha raccolto gran numero di particolarità concernenti questi illustri fratelli. Vedi p. 96 del suo dotto Comment. [293] Dione l. LXXII p. 1210, Erodiano lib I p. 22. Stor. Aug. p. 48. Dione dà a Perenne un carattere meno odioso degli altri Storici. La sua moderazione è quasi un segno della sua veracità. [294] Nella seconda guerra Punica, i Romani portarono dall'Asia il culto della madre degli Dei. La sua festa -Megalesia- cominciava al 4 di Aprile, e durava sei giorni. Le strade erano piene di pazze processioni, i teatri di spettatori, e le pubbliche mense di qualunque sorta di convitati. L'ordine e il buon governo rimanevan sospesi, e il piacere era l'unica seria occupazione della città. Ved. Ovid. -de Fastis- lib. IV 189 ec. [295] Erodiano l. I p. 23 28. [296] Cicerone pro Flacco cap. 27. [297] Una di queste sì dispendiose promozioni diede luogo al frizzo seguente: Giulio Solone è stato esiliato nel Senato. [298] Dione lib. LXXII p. 12 e 13 osserva, che nessun liberto era stato mai tanto ricco quanto Cleandro, e pure la fortuna di Pallante ascendeva circa a cinque milioni di zecchini, -ter millies- H. S. [299] Dione lib. LXXII pag. 1213, Erodiano l. I p. 29. Stor. Aug. pag. 52. Questi bagni erano vicini alla -porta Capena-. Vedi Nard. Roma Ant. p. 79. [300] Stor. Aug. p. 48. [301] Erodiano l. I p. 28. Dione lib. LXXII p. 1215. Questo ultimo dice che morirono a Roma duemila persone ogni giorno per un tempo considerabile. [302] «Tuncque primum tres Praefecti Praetorio fuere, inter quos libertinus.» Per un resto di modestia Cleandro non prese il titolo di Prefetto dal Pretorio, mentre ne esercitava il potere. Siccome gli altri liberti venivano dai loro diversi dipartimenti chiamati -a rationibus-, -ab epistolis-, Cleandro s'intitolò -a pugione-, come incaricato della difesa del padrone. Salmasio, e Casaubono pare che abbian fatto commentarj troppo vaghi su questo passo. [303] Οἱ της πὸγεως πὲζοι ϛρατῶτιαι Erodiano l. I p. II. È cosa dubbia se vuol significare l'infanteria Pretoriana, o le coorti -Urbanae-. Eran queste un corpo di seimila uomini, il grado e la disciplina dei quali non era corrispondente al loro numero. Il Sig. de Tillemont e Wotton non hanno voluto decidere questa quistione. [304] Dione Cassio l. LXXII p. 1215. Erodiano l. I p. 32. Stor. Aug. p. 48. [305] «Sororibus suis constupratis, ipsas concubinas suas sub oculis suis stuprari jubebat. Nec irruentium in se juvenum carebat infamia, omni parte corporis atque ore in sexum utrumque pollutus.» Stor. Aug. p. 47. [306] I leoni affricani, spinti dalla fame, infestavano impunemente gli aperti villaggi o la coltivata campagna. Questa fiera reale era riservata pei piaceri dell'Imperatore e della capitale; e lo sventurato agricoltore, che anche per difendersi ne uccidesse alcuna, era punito. La quale crudele -Legge di caccia- fu mitigata da Onorio, e finalmente abolita da Giustiniano, -Codex Theodos.- tom. V p. 92. -Comment. Gothofred.- [307] Spanheim -de Numismat.- Dissert. XIII tom. II pag. 593. [308] Dione l. LXXII p. 1216. Stor. Aug. p. 49. [309] Il collo dello struzzo è lungo tre piedi, e composto di diciassette vertebre. Vedi Buffon Stor. Nat. [310] Commodo uccise un -Camelopardalis-, o sia Giraffa (Dione l. LXXII p. 1211) il più alto, il più docile, ed il più inutile di tutti i quadrupedi. Questo singolare animale, che nasce soltanto nelle parti interne dell'Affrica, non è stato veduto in Europa dopo il risorgimento delle lettere, e benchè il Buffon Stor. Nat. tom. XIII abbia procurato di descriverlo, non si è arrischiato a darne il disegno. [311] Erodiano l. I p. 37. Stor. Aug. p. 30. [312] I Principi virtuosi o prudenti proibirono ai Senatori ed ai Cavalieri di abbracciare questa vergognosa professione sotto pena d'infamia, o ciò che per loro era ancor più terribile, sotto pena dell'esilio. I tiranni gl'invitarono a disonorarsi, con ricompense e con minacce. Nerone una volta fece venire sull'-arena- 40 Senatori, e 60 Cavalieri. Vedi -Lipsio Saturnal.- lib. II. Cap. 2. Egli ha felicemente corretto un passo di Svetonio in Nerone c. 12. [313] Lipsio lib. II c. 7 e 8. Giovenale nella Satira VIII, fa una pittoresca descrizione di questo combattimento. [314] Stor. Aug. p. 50. Dione l. LXXII p. 1220. Egli ricevè per una sola volta -decies- H. S. quasi sedicimila zecchini. [315] Vittore dice che Commodo dava ai suoi antagonisti una spada di piombo, temendo probabilmente lo conseguenze della loro disperazione. [316] Fu egli obbligato di ripetere 626 volte -Paulo primo de' Secutori ec.- [317] Dione lib. LXXII p. 1221 parla della sua viltà, e del pericolo, ch'ei corse. [318] Unì per altro la prudenza al coraggio, e passò la maggior parte del suo tempo in un ritiro di campagna a motivo, ci diceva, dell'età sua avanzata, e della debol sua vista. «Io non lo vidi mai in Senato, dice Dione, eccetto che nel corto regno di Pertinace.» Tutte le sue infermità in un momento guarirono, e subito gli ritornarono dopo l'assassinio di quel principe eccellente. Dione lib. LXVIII p. 1227. [319] I Prefetti si cambiavano quasi ogni giorno, ed ogni ora; ed il capriccio di Commodo tornò spesso fatale ai suoi più favoriti Ministri. Stor. Aug. p. 46 51. [320] Dione l. LXXII p. 1222. Erodiano l. 1 pag. 43. Stor. Aug. p. 52. [321] Pertinace era figlio di un legnaiuolo, e nacque in Alba Pompeia nel Piemonte. L'ordine dei suoi impieghi, che Capitolino ci ha conservato, merita di essere riferito, giacchè dà un'idea dei costumi, e del Governo di quel secolo. I. fu Centurione. II, Prefetto di una coorte nella Siria, durante la guerra dei Parti, e nella Britannia; III. ottenne un'-Ala-, o sia squadrone di cavalleria nella Mesia. IV. Fu Commissario delle provvisioni sulla via Emilia; V. comandò la flotta del Reno; VI. fu Procuratore della Dacia coll'annua paga di circa 3200 zecchini; VII. comandò i veterani di una legione; VII. ottenne il grado di Senatore; IX. di Pretore, X. ed il comando della prima legione nella Rezia, e nel Norico; XI. fu Console verso l'anno 175; XII. accompagnò Marco Aurelio in Oriente; XIII. comandò un'armata sulle rive del Danubio; XIV. fu Legato consolare della Mesia; XV. della Dacia; XVI. della Siria; XVII. della Britannia; XVIII. ebbe la cura delle pubbliche provvisioni a Roma; XIX. fu Proconsole in Affrica, XX. Prefetto della città. Erodiano lib. I p. 48 rende giustizia al suo spirito disinteressato; ma Capitolino che raccoglieva ogni rumor popolare, lo accusa di avere ammassato una gran ricchezza, lasciandosi corrompere. [322] Giuliano nei Cesari lo taccia d'essere stato complice della morte di Commodo. [323] Capitolino racconta le particolarità di questi tumultuarj decreti, che furono proposti da un Senatore, e ripetuti con raddoppiate acclamazioni da tutto il Corpo. Stor. Aug. p. 52. [324] Il Senato condannò Nerone ad esser messo a morte -more majorum-. Svetonio cap. 49. [325] Dione l. LXXIII p. 1223 parla di questi trattamenti, come un Senatore che aveva cenato col Principe: Capitolino Stor. Aug. p. 58 come uno schiavo che aveva ricevute le sue notizie da qualche guattero. [326] -Decies- H. S. La lodevole economia di Pio lasciò ai suoi successori un tesoro di quasi 44 milioni di zecchini. Dione l. LXXIII p. 1231. [327] Oltre il disegno di convertire in danaro quegli inutili ornamenti, Pertinace (secondo Dione l. LXXIII p. 1929) fu ancora guidato da due segreti motivi. Voleva esporre al pubblico i vizj di Commodo, e discoprire nei compratori quelli che più lo somigliavano. [328] Benchè Capitolino abbia ripiena di mille racconti puerili la vita privata di Pertinace, si accorda però con Dione ed Erodiano in ammirare la pubblica condotta di lui. [329] -Leges, rem surdam, inexorabilem esse.- Tit. Liv. II 3. [330] Se si può dar fede a Capitolino, Falco si condusse colla più indecente petulanza verso Pertinace il giorno del avvenimento di questo al trono. Il savio Imperatore lo avvertì solamente della sua gioventù, e della sua inesperienza. Stor. Aug. pag. 55. [331] Oggi il Vescovato di Liegi. Questo soldato probabilmente era uno delle guardie batave a cavallo, che per la maggior parte si reclutavano nel Ducato di Gueldria, e nei contorni, ed erano rinomate per il loro valore, e pel coraggio con che traversavano a cavallo nuotando i fiumi i più larghi e più ripidi, Tacit. Stor. IV 12; Dione lib. LV p. 797; Giusto Lipsio -De magnitudine Romana- lib. I cap. 4. [332] Dione lib. LXXIII p. 1232; Erodiano l. II p. 60. Stor. Aug. p. 58; Vittore in Epitom. -et in Caesaribus-, Eutropio VIII 16. CAPITOLO V. -I Pretoriani vendono pubblicamente l'impero a Didio Giuliano. Clodio Albino nella Britannia, Pescennio Negro nella Siria, e Settimo Severo nella Pannonia si dichiarano contro gli assassini di Pertinace. Guerre civili e vittorie di Severo sopra i suoi tre rivali. Rilassamento della disciplina. Nuove massime di governo.- Il potere del brando riesce più sensibile in una estesa monarchia che in una piccola società. Han calcolato i più sperimentati politici, che niuno Stato, senza presto snervarsi, può mantenere più della centesima parte dei suoi sudditi in armi ed in ozio. Ma benchè questa relativa proporzione esser possa uniforme, la sua influenza sul resto della società dee variare secondo il grado della positiva sua forza. Sono inutili i vantaggi della scienza e della disciplina militare, se un numero competente di soldati non è unito in un sol corpo, ed animato da un solo spirito. Questa unione sarebbe inefficace in una piccola truppa, ed impraticabile in un numerosissimo esercito: e l'azione della macchina sarebbe ugualmente distrutta o dall'estrema piccolezza o dall'eccessivo peso delle sue molle. Pur confermare questa osservazione serve senza più il riflettere non esservi superiorità veruna di forza naturale, di armi artificiali, o di acquistata destrezza, che possa mettere un uomo nello stato di tenere in soggezione costante un centinaio di suoi simili: il tiranno di una sola città o di un piccolo distretto ben presto si accorgerebbe che cento guerrieri armati sarebbero una debol difesa contro diecimila agricoltori, o cittadini; ma centomila ben disciplinati soldati comanderanno dispoticamente a dieci milioni di sudditi; ed un corpo di dieci o quindicimila guardie metterà il terrore addosso al più numeroso popolo che mai abbia ingombrato le contrade di una immensa Capitale. Le truppe Pretoriane, il cui licenzioso furore fu il primo indizio e la prima cagione della decadenza dell'Impero romano, non ascendeano che appena a quel numero[333]. Dovevano esse l'istituzione loro ad Augusto. Avvistosi quell'accorto tiranno, che il suo usurpato dominio potea colorirsi dalle leggi, ma conservarsi solo con le armi, aveva a poco a poco formato questo corpo formidabile di guardie, pronte sempre a difendere la sua persona, a contenere il Senato, ed a prevenire o dissipare ogni primo moto di ribellione. Distinse queste truppe favorite con doppia paga e privilegi che le metteano sopra dell'altre; ma siccome avrebbe il loro formidabile aspetto atterriti ad un tempo ed irritati i Romani, ne stanziò tre sole coorti nella Capitale, mentre il resto era disperso nelle circonvicine città dell'Italia[334]. Ma dopo cinquant'anni di pace e di schiavitù, Tiberio avventurò un decisivo passo, che strinse per sempre le catene della sua patria. Sotto gli speciosi pretesti di sollevare l'Italia dal grave peso de' quartieri militari, e d'introdur tra le guardie una disciplina più rigorosa, le radunò a Roma in un campo permanente[335] benissimo fortificato[336], e situato in modo che tutta la città dominava[337]. Questi servi così formidabili sono sempre necessari, ma spesso fatali al trono del dispotismo. In questa maniera, introducendo i Pretoriani, per così dire, dentro la reggia e il Senato, gl'Imperatori, gli avvezzarono a conoscere la propria lor forza e la debolezza del Governo civile; a riguardare i vizj dei loro sovrani con un famigliare disprezzo; ed a perdere quel riverente timore, che la sola distanza ed il mistero possono conservare verso un immaginario potere. In mezzo agli oziosi piaceri di una città opulenta, il loro orgoglio si nutriva col sentimento della irresistibil lor forza, nè era possibile celare ad essi, che la persona del sovrano, l'autorità del Senato, il pubblico tesoro e la sede dell'Impero erano interamente nelle lor mani. Per distrarli da queste pericolose riflessioni, i Principi più saldi, e meglio stabiliti erano astretti a frammischiar le carezze co' comandi, le ricompense co' castighi, a lusingare il loro orgoglio, a condescendere a' loro capricci, a dissimulare le loro irregolarità, ed a comprare la precaria lor fedeltà con un liberal donativo, che quelli dall'avvenimento di Claudio in poi, esigevano come un legittimo diritto, nell'elezione di ciascun nuovo Imperatore[338]. I partigiani delle guardie procurarono di giustificare con gli argomenti una potenza, che queste sostenevan con le armi; e di provare che, secondo i migliori principj della costituzione, il lor consenso era essenzialmente necessario alla creazione di un Imperatore. L'elezione dei Consoli, dei Generali e dei magistrati, benchè recentemente usurpata dal Senato, era un antico incontrastabil diritto del popolo romano[339]. Ma dove allora trovar questo popolo? Non certamente tra la mista moltitudine degli schiavi e degli stranieri, che ingombrava le strade di Roma; vil plebaglia, non men dispregevole per la bassezza dei sentimenti, che per la miseria. I difensori dello Stato, scelti tra il fiore della gioventù italiana[340], ed allevati nell'esercizio dell'armi e della virtù, erano i veri rappresentanti del popolo, ed aveano il miglior diritto ad eleggere il Capo militare della repubblica. Quest'argomento, benchè mancante di ragione, divenne convincentissimo, quando i fieri pretoriani ne accrebbero il peso, gettando, come il barbaro conquistatore di Roma, le loro spade nella bilancia[341]. I pretoriani che aveano violata la santità del trono con l'atroce assassinio di Pertinace, ne disonorarono la maestà con la loro susseguente condotta. Il campo era senza capo, essendosi il Prefetto Leto, autor della tempesta, prudentemente involato alla pubblica indignazione, in quel furioso tumulto. Sulpiciano, suocero dell'Imperatore e governatore della città, ch'era stato mandato al campo al primo rumore di ribellione, procurava di calmare la furia della moltitudine, quando gli fu imposto silenzio dal clamoroso ritorno degli assassini portanti in cima ad una lancia la testa di Pertinace. Benchè la storia ci avvezzi a vedere ogni principio ed ogni passione cedere ai dettami imperiosi della ambizione, ciò non ostante pare appena credibile, che in quei momenti di orrore dovesse Sulpiciano aspirare ad un trono macchiato di fresco dal sangue di un parente sì stretto, e di un Principe così eccellente. Aveva già egli principiato ad usare l'unico efficace argomento, a contrattar cioè la dignità imperiale; ma i più accorti tra i pretoriani temendo di non conseguire in questo privato contratto il giusto prezzo di sì valutabil merce, corsero su i terrapieni, e ad alta voce promulgarono, che il Mondo romano si sarebbe pubblicamente venduto al miglior compratore[342]. Questa infame offerta, eccesso il più insolente della militare licenza, sparse per tutta la città un dolore universale, un senso di vergogna e di sdegno. Arrivonne finalmente il grido agli orecchi di Didio Giuliano, senatore opulento, che insensibile alle pubbliche calamità se ne stava occupato nei piaceri del banchetto[343]. La sua moglie e la figlia, i suoi liberti ed i suoi parassiti facilmente lo persuasero, ch'era degno del trono, ed instantemente lo scongiurarono ad abbracciare sì fortunata occasione. L'ambizioso vecchio andò in fretta al campo dei pretoriani, dove Sulpiciano era tuttora in trattato con essi, e dal basso del terrapieno principiò a fare dell'offerte. L'indegno mercato era condotto per mezzo di fedeli emissarj, che passavano alternativamente da un candidato all'altro, informando ciascuno dell'offerte del suo rivale. Avea già Sulpiciano promesso un donativo di cinquemila dramme, cioè più di 320 zecchini per soldato, quando Giuliano, avido del trono, salì in un tratto alla somma di seimila dugento cinquanta, ossia più di 400 zecchini. Furono subito aperte le porte al compratore che, dichiarato Imperatore, ricevè il giuramento di fedeltà dai soldati, ne' quali fu tanta umanità da stipulare che perdonare ei dovesse a Sulpiciano e dimenticare di averlo avuto a competitore. Era dovere dei pretoriani di eseguire le condizioni della vendita. Posero il lor nuovo sovrano, che servivano e disprezzavano, nel centro delle lor file, lo circondarono da ogni parte con i loro scudi, e in ordine di battaglia lo condussero per le strade deserte della città. Fu ordinato al Senato di radunarsi, e gli amici più ragguardevoli di Pertinace, non meno che i nemici personali di Giuliano, crederono necessario di mostrarsi più degli altri lieti e contenti di questa rivoluzione felice[344]. Poscia ch'ebbe ingombrato il Senato di armati, Giuliano ragionò lungamente sulla libertà della sua elezione, sulle proprio eminenti virtù, e sulla sua piena confidenza nell'amor del Senato. L'ossequiosa assemblea si congratulò della propria e pubblica felicità, gli giurò fedeltà, e gli conferì tutte le diverse prerogative della potestà imperiale[345]. Dal Senato fu Giuliano con la stessa militar processione condotto a prender possesso del palazzo. I primi oggetti, che colpirono la sua vista, furono il tronco cadavere di Pertinace, ed i frugali preparativi per la sua cena. Riguardò quello con indifferenza, questi con disprezzo. Ordinò che si preparasse un sontuoso banchetto, e consumò gran parte della notte giocando ai dadi, e vedendo i balli di Pilade, celebre saltatore. Fu per altro osservato che, dileguata la folla dei cortigiani, e rimasto solo nell'oscurità, nella solitudine ed in balìa della terribile riflessione, passò tutta la notte senza dormire, forse rammentando a se stesso la sua temeraria follìa, il fato del suo virtuoso predecessore, e l'incerto e pericoloso possesso di un Impero, che non aveva acquistato col merito, ma comprato con il denaro[346]. Ragione di tremare egli aveva. Sopra il trono del Mondo, si trovò senza amici e senza aderenti. Le guardie stesse si vergognavano di servire ad un Principe che avevano accettato per avarizia; nè v'era cittadino, il quale non considerasse con orrore l'innalzamento di lui, come l'ultimo insulto fatto al nome romano. I nobili, il cui grado cospicuo e le ampie ricchezze esigevano le più attente precauzioni, dissimulavano i loro sentimenti, e ricevevano le affettate civiltà dell'Imperatore con un sorriso di compiacenza e con proteste di fedeltà. Ma il popolo, che il numero e l'oscurità rendevan sicuro, lasciava libero il corso a' suoi trasporti. Per le strade e per le pubbliche piazze di Roma non si udivano che clamori ed imprecazioni. La moltitudine arrabbiata insultava la persona di Giuliano, ne rigettava le liberalità, e consapevole dell'impotenza del proprio risentimento, chiamava ad alta voce le legioni delle frontiere a vendicare la violata maestà dell'Impero romano. La pubblica scontentezza si sparse tosto dal centro alle frontiere dell'Impero. Gli eserciti della Britannia, della Siria e dell'Illirico deplorarono la morte di Pertinace, in compagnia, e sotto il comando del quale avean fatte tante guerre e tante conquiste. Riceverono con sorpresa, con indignazione e forse con invidia, la strana nuova della pubblica vendita, che i Pretoriani fatto avean dell'Impero e fieramente ricusarono di ratificare il vergognoso accordo. La subita loro ed unanime sollevazione riuscì fatale a Giuliano, ed alla pubblica pace nel tempo stesso; giacchè i Generali delle rispettive armate, Clodio Albino, Pescennio Negro, e Settimio Severo, eran più ansiosi di succedere a Pertinace che di vendicarne la morte. Lo loro forze erano precisamente eguali. Ciascun di loro capitanava tre legioni[347] con un seguito numeroso di ausiliarj; e benchè diversi di carattere, eran tutti soldati forniti d'esperienza e di capacità. Clodio Albino, governatore della Britannia, era superiore ai suoi rivali per la nobiltà della famiglia, contando tra i suoi antenati alcuni dei personaggi più illustri dell'antica repubblica[348]. Ma il ramo, da cui discendeva, era caduto in povertà e trapiantato in una provincia remota. È difficile di formare una giusta idea del suo vero carattere. Viene accusato di aver sotto il filosofico manto dell'austerità nascosti tutti i vizj che disonorano l'umana natura[349]. Ma i suoi accusatori sono quegli scrittori venali, che adoravano la fortuna di Severo, calpestando le ceneri del suo infelice rivale. La virtù o l'apparenza di quella procurò ad Albino la confidenza e la stima di Marco Aurelio, e l'aver egli conservato sul figlio la medesima influenza ch'ebbe sul padre, è una prova almeno, ch'egli era d'un'indole assai pieghevole. Il favore di un tiranno non sempre suppone una mancanza di merito in colui che ne è l'oggetto; può egli a caso ricompensare un uomo di merito e di abilità, o considerarlo utile al suo servizio. Non pare che Albino servisse il figliuolo di Marco Aurelio o come ministro delle sue crudeltà, o come compagno de' suoi piaceri. Era egli lontano, impiegato in un onorevol comando, quando ricevè dall'Imperatore una lettera confidenziale, in cui l'informava delle trame di alcuni Generali malcontenti, e lo autorizzava a dichiararsi difensore e successore del trono, prendendo il nome e le insegne di Cesare[350]. Il governator della Britannia saggiamente scansò quell'onore pericoloso, che lo avrebbe esposto alla gelosia, o involto nella prossima rovina di Commodo. Usò egli, per innalzarsi, degli artificj più nobili o almeno più speciosi. Ad un prematuro avviso della morte dell'Imperatore adunò le sue truppe, e deplorò con un eloquente discorso le inevitabili calamità del dispotismo; descrisse la felicità e la gloria goduta dai loro antenati sotto il governo consolare, e dichiarò la sua ferma risoluzione di rendere al Senato ad al popolo la loro legittima autorità. Le legioni britanniche risposero con alte acclamazioni a questo discorso popolare, che fu ricevuto a Roma con applausi secreti. Tranquillo possessore di quel piccolo Mondo, e comandante di un esercito, meno distinto invero per la sua disciplina che pel numero e pel valore[351], Albino disprezzò le minacce di Commodo, conservò verso Pertinace un ambiguo ed altiero contegno, e subito si dichiarò contro l'usurpazione di Giuliano. Le convulsioni della Capitale davano un nuovo peso a' suoi sentimenti, o piuttosto alle sue proteste di amore di patria. Un decente riguardo gl'impedì di prendere i pomposi titoli di Augusto e d'Imperatore; forse imitando l'esempio di Galba, che in una simile occasione si era dato il nome di luogotenente del Senato e del popolo[352]. Il solo merito personale avea innalzato Pescennio Negro da una nascita oscura e da un oscuro stato al governo della Siria; impiego importante e lucroso, che in tempo di civil confusione gli dava un vicino prospetto dal trono. Sembra per altro che i suoi talenti fosser più adattati al secondo grado che al primo. Rivale troppo debole, sarebbe riuscito un eccellente generale di Severo, il quale ebbe bastante grandezza d'animo per adottare diverse utili istituzioni di un vinto nemico[353]. Nel suo governo, Negro si acquistò la stima dei soldati e l'amore dei provinciali. La sua rigida disciplina accrebbe il valore, e conservò l'obbedienza dei primi; mentre a' voluttuosi Sirj rendevasi grato con la moderata fermezza del suo governo, e più ancora con l'affabilità delle sue maniere, e colla soddisfazione, che apparentemente dimostrava, assistendo alle loro frequenti e pompose feste[354]. Appena fu sparsa in Antiochia la nuova dell'atroce assassinio di Pertinace, i voti di tutta l'Asia invitarono Negro a prendere la porpora imperiale, ed a vendicarne la morte. Le legioni della frontiera orientale si dichiararono per lui; le ricche, ma inermi province dalle frontiere dell'Etiopia[355] fino all'Adriatico, con piacere si sottomisero a lui; ed i Re, che erano di là dal Tigri e dall'Eufrate, congratulandosi della sua elezione, gli offerirono omaggio e soccorso. Negro non avea l'animo abbastanza grande per sostenere questa subita rivoluzione della fortuna; si lusingò che il suo avvenimento non sarebbe disturbato da alcun rivale, nè macchiato di sangue civile; ed occupato nella vana pompa del trionfo, trascurò i mezzi di assicurarsi della vittoria. Invece di entrar in trattato coi potenti eserciti dell'Occidente, che soli potevano o decidere o bilanciare almeno la gran contesa; invece di marciare immediatamente verso Roma e l'Italia, dove ansiosamonte si aspettava la sua presenza[356], Negro perdè nei piaceri di Antiochia quei preziosi momenti, dei quali seppe diligentemente profittare la decisiva attività di Severo[357]. La provincia della Pannonia e Dalmazia, che si stendeva dal Danubio all'Adriatico, fu una delle ultime e più faticose conquiste dei Romani. Dugentomila di quei Barbari, venuti una volta in campo a difendere la libertà nazionale, spaventarono il vecchio Augusto, ed esercitarono la vigilante prudenza di Tiberio, che li combattè alla testa di tutte le forze riunite dell'Imperatore[358]. I Pannonj finalmente cederono alle armi ed alla disciplina dei Romani. Ma però la fresca memoria della perduta libertà, la vicinanza ed anche il mescuglio delle tribù indipendenti, e forse il clima stesso, che (come è stato osservato) produce gli uomini di statura gigantesca, ma di poco intelletto[359], tutto in somma contribuì a conservar qualche avanzo della loro ferocia nativa, e sotto la mansueta sembianza di provinciali romani si scorgevano sempre i fieri lineamenti della nazione. La guerriera lor gioventù forniva sempre di reclute le legioni accampate sulle rive del Danubio, le quali per le continue loro guerre contro i Germani ed i Sarmati, eran giustamente stimate le migliori truppe dell'Impero. L'esercito della Pannonia era allora comandato da Settimio Severo, nativo dell'Affrica, il quale nell'ascendere di grado in grado per gli onori privati, avea saputo nascondere la sua ardita ambizione, che nè le attrattive del piacere, nè il timor del pericolo, nè le altre umane passioni avean fatta deviare dal costante suo corso[360]. Alla prima nuova dell'assassinamento di Pertinace, egli radunò le sue truppe, dipinse con i colori più vivi il delitto, l'insolenza e la debolezza dei Pretoriani, ed animò le legioni alle armi ed alla vendetta. Finì con un'eloquentissima perorazione, promettendo quasi ottocento zecchini ad ogni soldato, donativo magnifico, e doppio di quello, con cui l'infame Giuliano avea comprato l'Impero[361]. Immediatamente l'esercito, alzando grandi acclamazioni, salutò Severo con i nomi di Augusto, di Pertinace e d'Imperatore; od egli così pervenne a quel grado sublime, al quale si credeva chiamato dal proprio merito, e da una lunga serie di sogni e di presagi, utili parti della sua superstizione o politica[362]. Il nuovo pretendente all'Impero conobbe il vantaggio particolare della sua situazione, e ne profittò. La sua provincia si estendeva fino alle alpi Giulie, che gli davano un facile accesso nell'Italia; ed egli si ricordò il detto di Augusto, che un'armata della Pannonia poteva in dieci giorni venire alla vista di Roma[363]. Usando di una celerità proporzionata alla grandezza della impresa, egli poteva con ragione sperare di vendicar Pertinace, punir Giuliano, e ricever gli omaggi del Senato e del popolo, come lor legittimo Imperatore, prima che i suoi competitori, separati dall'Italia, per un immenso tratto di mare e di terra, avessero alcuno avviso dei suoi successi, e tampoco della sua elezione. In tutta questa spedizione concesse appena pochi momenti al riposo ed al cibo; marciando a piedi, e coll'intera armatura, ed alla testa delle sue colonne, s'insinuava nella confidenza e nell'amore delle truppe, ne accresceva l'attività, animando il loro coraggio e le loro speranze; ed avea piacere per fino di esser a parte delle fatiche di ogni comune soldato, rappresentandogli sempre per altro la grandezza della ricompensa. Lo sventurato Giuliano, che si aspettava e si credea preparato a disputare l'Impero con il governator della Siria, vide inevitabile la sua rovina all'avvicinarsi delle rapide ed invincibili legioni della Pannonia. L'arrivo precipitoso di ogni corriere accresceva i suoi giusti timori. Gli fu successivamente annunziato che Severo avea passate le Alpi; che le città dell'Italia non volendo, o non potendo opporsi ai suoi progressi, lo avean ricevuto con le più vive proteste di gioia e sommissione; che la piazza importante di Ravenna si era renduta senza resistenza, e che la flotta adriatica era in potere del conquistatore. Il nemico ora allora a dugentocinquanta miglia da Roma, ed ogni momento accorciava il breve tempo accordato alla vita ed all'Impero di Giuliano. Procurò egli, per altro, di prevenire o di prolungare almeno la sua rovina. Implorò la fede venale dei Pretoriani, empiè la Capitale di vani preparativi di guerra, tirò delle linee intorno ai sobborghi; e si fortificò perfino nel palazzo, come se fosse stato possibile, senz'alcuna speranza di soccorso, di difendere queste ultime trincere contro il vittorioso invasore. La vergogna e il timore ritennero in dovere i Pretoriani, ma tremavano essi al solo nome delle legioni della Pannonia, comandate da un Generale sperimentato ed avvezzo a vincere i Barbari sul gelato Danubio[364]. Lasciavano essi sospirando i bagni ed i teatri per prender quelle armi che non sapean quasi più maneggiare, e sotto il cui peso parevano oppressi. Gl'indocili elefanti, il cui terribile aspetto si sperava che dovesse intimorire le armate del Settentrione, gettavano in terra i condottieri mal pratici. Le evoluzioni degl'inesperti soldati di marina, tratti dalla flotta di Miseno, erano oggetto di riso per la plebaglia, mentre il Senato vedeva con secreto piacere le angustie e la debolezza dell'usurpatore[365]. Ogni moto di Giuliano manifestava la sua timorosa incertezza. Ora insisteva presso il Senato, che dichiarasse Severo nemico della patria; ora desiderava che il Generale della Pannonia fosse associato all'Impero; ora mandava pubblici ambasciatori di grado consolare per trattare con il rivale; ed ora spediva dei secreti assassini per ucciderlo. Ordinò alle Vestali, ed a tutti i collegi dei Sacerdoti che co' loro abiti di cerimonia, e portando innanzi i sacri pegni della religione romana andassero in processione solenne ad incontrare le legioni della Pannonia, e nel tempo stesso vanamente si sforzava d'interrogare o di placare i destini con magiche cerimonie e sacrifizj illegittimi[366]. Severo, che non temeva nè le armi nè gl'incantesimi di Giuliano, si assicurò dal solo pericolo di una secreta congiura, facendosi accompagnare da seicento soldati scelti e fidati, i quali sempre armati gli furono a fianchi la notte ed il giorno, durante tutta la marcia. Nulla arrestò il suo rapido corso; ed avendo passato, senza ostacolo, le foci degli Appennini, trasse nel suo partito lo truppe e gli ambasciatori spediti per ritardare i suoi progressi, e fece una breve fermata a Interamna, quasi settanta miglia lungi da Roma. Era già sicura la sua vittoria; ma la disperazione dei Pretoriani avrebbe potuta renderla sanguinosa; e Severo aveva la lodevolissima ambizione di voler salire sul trono senza sguainare la spada[367]. I suoi emissarj, dispersi nella Capitale, assicurarono le guardie, che se abbandonassero il loro indegno Principe, e gli autori della morte di Pertinace alla giustizia del conquistatore, egli non più riguarderebbe l'intero corpo come reo di quel funesto accidente. Gl'infidi Pretoriani, la resistenza dei quali era solamente sostenuta da una fiera ostinazione, accettarono con piacere sì vantaggiose condizioni, arrestarono la maggior parte degli assassini, e dichiararono al Senato ch'essi più non volevan difendere la causa di Giuliano. Quest'assemblea, convocata dal Console, riconobbe unanimemente Severo per legittimo Imperatore, decretò gli onori divini a Pertinace, e pronunziò la sentenza di degradazione e di morte contro lo sventurato successore del medesimo. Fu Giuliano condotto in un appartamento privato dei bagni del palazzo, e decapitato come un vil delinquente, dopo di essersi comprato con immensi tesori un regno angustioso e precario di soli sessantasei giorni[368]. La celerità quasi incredibile di Severo, che in sì breve tempo condusse una numerosa armata dalle rive del Danubio su quelle del Tevere, prova l'abbondanza delle provvisioni, prodotta dall'agricoltura e dal commercio, la bontà delle strade, la disciplina delle legioni, e l'indolente carattere delle conquistate province[369]. Le prime cure di Severo furon rivolte a due oggetti, uno dettato dalla politica, e l'altro dal decoro; cioè la vendetta, e gli onori dovuti alla memoria di Pertinace. Avanti di cui entrare re in Roma, il nuovo Imperatore comandò, che i pretoriani disarmati, o con gli abiti di cerimonia, con i quali eran soliti di accompagnare il loro sovrano, aspettassero il suo arrivo in una vasta pianura vicino alla città. Fu obbedito da quelle orgogliose truppe, il cui pentimento era l'effetto dei lor giusti timori. Uno scelto distaccamento dell'armata illirica li circondò colle lancie distese. Non potendo nè fuggir, nè resistere, aspettavano il loro fato con una tacita costernazione. Montò Severo sul tribunale, rimproverò aspramente la loro perfidia e la lor codardia, li licenziò con ignominia come traditori, gli spogliò degli splendidi loro ornamenti, e li bandì sotto pena di morte alla distanza di cento miglia da Roma. Durante questa esecuzione era stato mandato un altro distaccamento ad impadronirsi delle armi e del campo loro, per prevenire le subite conseguenze della loro disperazione[370]. Il funerale e la consacrazione di Pertinace fu dipoi celebrata con ogni apparato di lugubre magnificenza[371]. Il Senato rendè con un piacere malinconico gli ultimi doveri a quel principe eccellente ch'egli avea amato, e che piangeva tuttavia. La mestizia del suo successore era probabilmente meno sincera. Costui pregiava, è vero, le virtù di Pertinace, ma queste virtù avrebber sempre ritenuta la sua ambizione in uno stato privato. Severo recitò la funebre orazione di lui con una eloquenza studiata, e non ostante la sua interna contentezza, affettò un vero dolore; e con questi religiosi officj verso la memoria di Pertinace, persuase alla credula moltitudine, ch'egli era -il solo- degno di succedergli. Conoscendo per altro che le armi e non le cerimonie poteano sostenere le sue pretensioni all'impero, lasciò Roma dopo trenta giorni, e senza gonfiarsi di una vittoria così facile, si preparò a combattere i suoi rivali più formidabili. I rari talenti e la fortuna di Severo hanno indotto un elegante Storico a paragonarlo al primo e al più grande dei Cesari[372]. Il parallelo è imperfetto almeno. Come trovare nel carattere di Severo quella imponente superiorità d'animo, quella generosa clemenza, e quel vasto genio, che sapeva unire e conciliare l'amor del piacere, la sete delle cognizioni, ed il fuoco dell'ambizione[373]? Possono al più questi due Principi paragonarsi con qualche ragione nella celerità de' loro moti e delle loro civili vittorie. In men di quattr'anni[374] Severo soggiogò i ricchi Orientali ed i valorosi abitatori dell'Occidente. Vinse due competitori abili e rinomati, e disfece numerosi eserciti, per armi e disciplina uguali al suo. In quel secolo l'arte della fortificazione, ed i principj della tattica erano famigliari ai Generali romani; e la costante superiorità di Severo era quella di un artefice, che si serve dei medesimi strumenti con più abilità ed industria dei suoi rivali. Non entrerò per altro in minuto racconto delle sue militari operazioni; ma siccome le due guerre civili contro Negro ed Albino furon quasi simili per la condotta, per l'esito, e per le conseguenze, così raccoglierò in un sol punto di vista le circostanze più forti, e più atte a mostrare il carattere del vincitore e lo stato dell'Impero. La dissimulazione e la perfidia, benchè sembrino incompatibili con la dignità del Governo, pure ci paiono meno vili negli affari di Stato che nell'ordinario commercio della privata società. Qua mostrano una mancanza di coraggio, là solamente una mancanza di forza; e siccome è impossibile agli Statisti più abili di soggiogare con la forza lor personale milioni d'uomini e di nemici, il Mondo perciò, sotto il nome di politica, pare che lor permetta una dose abbondante di astuzia e di dissimulazione. Ciò non ostante i più gran privilegi della ragione di Stato non possono giustificare gli artifizj di Severo. Egli prometteva solamente per tradire, lusingava per rovinare, e sebbene, secondo le circostanze, si vincolasse con giuramenti e trattati, la sua coscienza serva del suo interesse, sempre lo scioglieva da un'incomoda obbligazione[375]. Se i suoi due rivali, riconciliati dal loro comune pericolo, si fossero avanzati contro di lui senza indugio, forse Severo sarebbe stato oppresso dalle lor forze riunite. Se almeno lo avessero attaccato nel tempo medesimo con fini diversi, e con armate diverse, la contesa forse sarebbe stata lunga e dubbiosa. Ma essi caddero, un dopo l'altro, facili vittime degli artifizj e delle armi del loro accorto nemico, addormentati nella sicurezza della moderazione delle sue proteste, e sconcertati dalla rapidità delle sue azioni. Egli prima marciò contro Negro, la cui reputazione e potenza egli più temeva: ma evitò ogni dichiarazione di guerra, e sopprimendo il nome del suo antagonista, espose solamente al Senato ed al popolo la sua intenzione di ordinare le province orientali. In privato parlava di Negro col più affettuoso riguardo, chiamandolo suo vecchio amico e suo successore[376] ed altamente applaudiva il suo generoso disegno di vendicare la morte di Pertinace. Era dovere di ogni Generale romano di punire il vile usurpatore del trono; ma il perseverare nelle armi, e resistere ad un legittimo Imperatore, riconosciuto dal Senato, bastava per farlo reo[377]. I figli di Negro erano caduti nelle sue mani insieme con quelli degli altri governatori provinciali, ritenuti a Roma come ostaggi per la fedeltà dei loro genitori[378]. Finchè la potenza di Negro fu da temersi, o almeno da rispettarsi, Severo li fece educare colla più tenera cura in compagnia dei proprj figli; ma presto furono avvolti nella rovina del padre, e sottratti prima coll'esilio, poi colla morte allo sguardo della pubblica compassione[379]. Mentre Severo era occupato alla guerra in Oriente, avea ragiono di temere che il governatore della Britannia non passasse il mare e le alpi, occupasse la sede vacante dell'Impero, e si opponesse al suo ritorno coll'autorità del Senato, e colle forze dell'Occidente. La dubbia condotta di Albino, non nell'assumere il titolo imperiale, lasciò campo ai trattati. Obbliando e le sue proteste di patriottismo, e la gelosia del potere sovrano, egli accettò la precaria dignità di Cesare, come ricompensa della sua fatale neutralità. Finchè la prima contesa non fu decisa, Severo trattò un uomo, di cui avea giurata la morte, con ogni segno di stima e riguardo. Nella lettera medesima, in cui gli annunzia la disfatta di Negro, chiama Albino suo fratello e collega, gl'invia gli affettuosi saluti della sua moglie Giulia e de' suoi figli; e lo prega a mantenere gli eserciti, e la Repubblica fedeli al lor comune interesse. I latori di questa lettera aveano ordine di presentarsi a quel Cesare con rispetto, chiedere un'udienza privata, ed immergergli i loro pugnali nel cuore[380]. Fu la congiura scoperta, e il troppo credulo Albino passò alla fine nel Continente, e si preparò ad una disuguale contesa contro il suo rivale, che mosse ad affrontarlo, conducendo un vittorioso esercito di veterani. Le fatiche militari di Severo non sembrano adeguate alla grandezza delle sue conquiste. Due azioni, l'una vicina all'Ellesponto, l'altra negli angusti passi della Cilicia, decisero della sorte di Negro; e le truppe europee conservarono il solito loro ascendente sugli Asiatici effeminati[381]. La battaglia di Lione, dove combatterono 150,000 Romani[382], fu ugualmente fatale ad Albino. Il valore dell'esercito britannico resistè lungamente alla prode disciplina elle legioni illiriche, e tenne la vittoria dubbiosa. La riputazione, e la persona di Severo per pochi momenti sembrarono irreparabilmente perdute, finchè questo Principe guerriero, raccolte le sue truppe impaurite, le ricondusse a una decisiva vittoria[383]. Quel memorabil giorno vide terminata la guerra. Le discordie civili dell'Europa moderna sono state contraddistinte non solamente dalla fiera animosità, ma ancora dalla ostinata perseveranza delle fazioni nemiche. Esse sono state generalmente giustificate per qualche principio, o almeno colorite con qualche pretesto di religione, di libertà, o di dovere. I capi erano nobili, potenti per independente proprietà e per ereditaria influenza. I soldati combattevano come uomini interessati nella decisione della lite, e siccome lo spirito militare, e lo zelo di partito erano vivamente diffusi in tutta l'intera società, un vinto Generale veniva immediatamente soccorso da nuovi aderenti, ansiosi di spargere il loro sangue nella causa medesima. Ma i Romani, dopo la caduta della Repubblica, non combattevano che per la scelta di un padrone; l'insegna di un pretendente popolare al trono era seguita da pochi per affetto, da alcuni per timore, da molti per interesse, da niuno per principio. Le legioni, non accese da amore di parte, erano tratte alla guerra civile da liberali donativi, e da ancor più liberali promesse. Una disfatta, togliendo al Generale i mezzi di soddisfare al suo impegno, scioglieva i suoi mercenarj soldati dal giuramento, e loro permetteva di provvedere alla propria salvezza con abbandonare a tempo un partito infelice. Poco premea alle province sotto nome di chi fossero oppresse o governate. Tratto dall'impulso del potere presente, appena questo cedeva ad una forza superiore, si affrettavano ad implorare la clemenza del vincitore, il quale per soddisfare al suo immenso debito, sacrificava le province più colpevoli all'avarizia de' suoi soldati. Nella vasta estensione dell'Impero romano v'erano poche città fortificate, che dar potessero asilo ad un'armata sconfitta; nè v'era persona, famiglia, o ordine d'uomini, che col solo suo credito, non sostenuto dal potere del Governo, fosse capace di ristabilire la causa di un moribondo partito[384]. Nella guerra, per altro, tra Negro e Severo, una sola città merita distinzione onorevole. Bisanzio, uno dei passaggi più importanti dall'Europa nell'Asia, era stato munito con forte guarnigione; e una flotta di cinquecento vascelli vi si ricettava nel porto[385]. L'impetuosità di Severo rendè vano questo prudente apparato di difesa; lasciati i suoi Generali all'assedio di Bisanzio, egli forzò il men difeso passo dell'Ellesponto, ed impaziente di combattere un nemico men forte, si affrettò ad incontrare il rivale. Bisanzio, assalito da una numerosa e crescente armata, e poscia da tutte le forze navali dell'Impero, sostenne un assedio di tre anni, e si mantenne fedele al nome ed alla memoria di Negro. I cittadini ed i soldati (non si sa per qual cagione) erano animati da egual furore; parecchi dei principali uffiziali di Negro, che sdegnavano il perdono, o ne disperavano, si erano gettati in quell'ultimo asilo; le fortificazioni venivano riputate inespugnabili, ed un celebre ingegnere adoperò, nella difesa di quella piazza, tutte le forze della meccanica conosciuta agli antichi[386]. Bisanzio alla fine si rendè alla fame. I magistrati ed i soldati furono passati a fil di spada, le mura abbattute, i privilegi soppressi, e quella città, che dovea poi esser capitale dell'Oriente, divenne un piccolo villaggio aperto, e soggetto alla insultante giurisdizione di Perinto. Dione lo Storico, che aveva ammirato il florido stato di Bisanzio, ne deplorò la calamità, accusando la vendetta di Severo di aver tolto al popolo romano il baluardo più forte contro i Barbari del Ponto e dell'Asia[387]. La verità di questa osservazione non fu che troppo giustificata nel secolo susseguente, quando le flotte dei Goti coprirono l'Eusino, e penetrarono per l'indifeso Bosforo nel centro del Mediterraneo. Negro ed Albino furono scoperti ed uccisi ambedue, mentre fuggivano dal campo di battaglia. Il fato loro non eccitò sorpresa nè compassione. Avean giocato la vita per un Impero, e soggiacquero alla sorte stessa, che vincitori avrebbero fatta sopportare al vinto, nè Severo avea quell'arrogante superiorità, che permette a un rivale di vivere in condizione privata. Ma l'inesorabile suo carattere, stimolato dall'avarizia, lo portò alla vendetta, quando nulla gli rimaneva più da temere. I più considerabili tra i provinciali, che senza avversione alcuna al fortunato pretendente, avevano ubbidito al governatore, sotto l'autorità del quale si erano casualmente trovati, furono puniti con la morte, con l'esilio, e specialmente con la confiscazione de' loro beni. Molte città dell'Oriente furono private dei loro antichi onori, ed obbligate a pagare al tesoro di Severo il quadruplo delle somme che avevano somministrato in servizio di Negro[388]. Fino all'ultima decisione della guerra, la crudeltà di Severo fu in qualche modo raffrenata dall'incertezza dell'evento, e dal suo simulato rispetto verso il Senato. Ma la testa di Albino, accompagnata da una lettera minacciante, annunziò ai Romani, ch'egli era risoluto di esterminare tutti gli aderenti dei suoi sventurati competitori. Era irritato dal giusto sospetto, che in se portava, di non esser mai stato caro al Senato, e mascherò la sua antica animosità con il pretesto di nuovi tradimenti scoperti. Perdonò per altro francamente a trentacinque Senatori, accusati di aver favorito il partito di Albino, e si sforzò poi con la sua condotta di convincerli, ch'egli avea perdonate ed obbliate le loro supposte offese. Ma nel tempo stesso condannò altri quarantuno[389] Senatori, dei quali la Storia ci ha trasmesso i nomi: le vedove, i figli ed anche i clienti loro soggiacquero allo stesso supplizio, ed i più nobili provinciali della Spagna e della Gallia caddero involti nella stessa rovina. Una così rigida giustizia, (giacchè così la chiamava) era nell'opinione di Severo la sola condotta valevole ad assicurare la pace al popolo, o al Principe la stabilità; e leggermente si piegava a lamentarsi che per poter essere clemente, gli convenisse prima esser crudele[390]. Il vero interesse di un Monarca assoluto in generale coincide con quel de' suoi sudditi. Il loro numero, l'opulenza, l'ordine e la sicurezza loro sono i soli, e i più saldi fondamenti della sua vera grandezza; e quando ei fosse totalmente privo di virtù, potrebbe, anzi dovrebbe la prudenza, invece di lei, dettargli le stesse regole di condotta. Severo considerava l'Impero romano come suo patrimonio, e quando se n'ebbe assicurato il possesso, rivolse ogni sua cura a coltivare e migliorare un acquisto così prezioso. Leggi salutevoli, inviolabilmente eseguite, corressero ben presto la maggior parte degli abusi, che dalla morte di Marco Aurelio in poi si erano introdotti in ogni parte del Governo. Nell'amministrazione della giustizia l'attenzione, il discernimento e l'imparzialità dettavano all'Imperatore le sentenze; e qualora deviò dal rigoroso sentiero della giustizia, fu generalmente per favorire i miseri e gli oppressi; non tanto, a dir vero, per sentimento di umanità, quanto per la naturale inclinazione di un despota ad umiliare la superbia dei grandi, ed a ridurre tutti i sudditi allo stesso comun livello di dipendenza assoluta. Il suo dispendioso gusto per le fabbriche, pei pomposi spettacoli, e soprattutto una distribuzione liberale e costante di grano e di provvisioni, furono i mezzi più sicuri di cattivarsi l'amore del popolo romano[391]. Si dimenticarono le sventure della guerra civile. Le province goderono un'altra Volta una tranquilla e prospera calma, e molte città, ristabilite dalla munificenza di Severo, presero il titolo di sue colonie, ed attestarono con pubblici monumenti la loro gratitudine e felicità[392]. Questo guerriero e fortunato Imperatore[393] rendè alle armi romane la loro riputazione, e con giusto orgoglio si vantò di avere ricevuto l'Impero oppresso da guerre straniere e domestiche, e di lasciarlo tranquillo in una pace profonda, universale, gloriosa[394]. Benchè le ferite della guerra civile sembrassero perfettamente saldate, il suo mortal veleno corrompeva però sempre gli umori vitali della costituzione. Severo aveva vigore, e talento in buon dato; ma l'anima ardita del primo dei Cesari, o la profonda politica di Augusto appena avrebbero potuto abbassare l'insolenza delle vittoriose legioni. Severo per gratitudine, per una falsa politica, e per un'apparente necessità fu costretto ad allentare il freno della militar disciplina[395]. Lusingò la vanità dei soldati coll'onore di portare l'anello d'oro, e permise loro di vivere nell'ozio de' quartieri colle proprie mogli. Aumentò la loro paga oltre ogni esempio passato, e gli avvezzò ad aspettarsi, e ben presto ad esigere donativi straordinari in ogni occasione di pubblico pericolo, o di pubbliche feste. Gonfiati dalle prosperità, snervati dal lusso, e posti al di sopra degli altri sudditi con i loro pericolosi privilegi[396], divenner ben presto incapaci di sostenere le fatiche militari, gravosi alla patria, ed impazienti di una giusta subordinazione. I loro uffiziali sostentavano la superiorità del loro grado con un lusso più ricercato e profuso. Esiste ancora una lettera di Severo, nella quale si lamenta della licenza dell'esercito, ed esorta uno dei suoi Generali a cominciare dai Tribuni medesimi la necessaria riforma; giacchè (come giustamente riflette) l'uffiziale che ha perduta la stima de' suoi soldati, non può mai farsi ubbidire[397]. Se avesse l'Imperatore seguitato il corso di queste riflessioni, avrebbe veduto, che la primaria cagione di questa generale corruttela doveva ascriversi non certamente all'esempio, ma alla perniciosa indulgenza del comandante supremo. I Pretoriani, che uccisero il loro Imperatore, e venderono l'Impero, aveano ricevuto il giusto castigo del lor tradimento; ma quel necessario, benchè pericoloso corpo di soldati fu ben presto ristabilito da Severo sopra un nuovo sistema, e quattro volte accresciuto sopra l'antico numero[398]. Da principio queste truppe si reclutavano nell'Italia; ma quando le province adiacenti ebbero a poco a poco adottati gli ammolliti costumi di Roma, la Macedonia, il Norico e la Spagna furono ancor esse comprese in tali leve. Invece di quelle truppe magnifiche, più acconce alla pompa della Corte che agli usi della guerra, Severo stabilì che si scegliessero da tutte le legioni delle frontiere i soldati più forti, più valorosi e fedeli, e fossero, come per ricompensa onorevole, promossi al più segnalato servizio delle guardie[399]. Con questa nuova istituzione la gioventù italiana fu allontanata dall'esercizio delle armi, e la capitale fu atterrita dall'aspetto, e dai costumi feroci di una moltitudine di Barbari. Ma Severo si lusingò che le legioni avrebbero considerati quei Pretoriani scelti tra loro, come rappresentanti tutto l'ordine militare; e che il pronto ajuto di 50,000 uomini, superiori per l'armi e per le istituzioni a qualunque esercito che potesse condursi in campo contro di loro, farebbe svanire per sempre le speranze di ribellione, ed assicurerebbe l'Impero a lui, ed alla sua posterità. Il comando di queste favorite e formidabili truppe divenne subito la prima carica dell'Impero. Siccome il Governo era degenerato in un militar dispotismo, il Prefetto del Pretorio, che in origine era stato un semplice capitano delle guardie, fu posto non solamente alla testa dell'esercito, ma ancora delle finanze e delle leggi medesime. In ogni dipartimento del Governo egli rappresentava la persona dell'Imperatore, e ne esercitava l'autorità. Il primo Prefetto, che godesse e abusasse di questo immenso potere, fu Plauziano, ministro favorito di Severo. Egli regnò, per così dire, dieci anni, finchè il matrimonio della sua figlia con il primogenito dell'Imperatore, che parea dovesse assicurare la sua fortuna, diventò l'occasione della sua perdita[400]. I maneggi della Corte irritando l'ambizione, ed eccitando il timore di Plauziano, minacciarono di produrre una rivoluzione, ed obbligarono l'Imperatore, 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000