Fisco, dichiarando in un decreto del Senato «ch'egli volea piuttosto
governare con innocenza una Repubblica povera, che acquistare ricchezze
per vie tiranniche ed infami». Egli considerava l'economia e l'industria
come le pure e vere sorgenti della ricchezze; e da questo ricavò ben
presto un gran soccorso per le pubbliche necessità. La spesa del palazzo
fu subito ridotta alla metà. Egli mise al pubblico incanto tutti gli
strumenti di lusso[327], i servizj di oro e di argento, i cocchi di una
costruzion singolare, tutte le vesti di seta e ricamate, ed un gran
numero di bellissimi schiavi dell'uno e dell'altro sesso; eccettuando
soltanto, con attenta umanità, quelli che, nati liberi, erano stati
involati alle braccia dei piangenti lor genitori. Nel tempo stesso
ch'egli obbligava gli indegni favoriti del tiranno a restituire parte
delle loro mal acquistate ricchezze, soddisfaceva i legittimi creditori
dello Stato, e pagava le da gran tempo arretrate pensioni a coloro, che
per giusti meriti le aveano ottenute. Annullò le gravose restrizioni,
che erano state fatte sopra il commercio, e concesse tutte le terre
incolte dell'Italia e delle province a coloro che vollero migliorarle,
esentandole per dieci anni da qualunque imposizione[328].
Una condotta così uniforme avea già assicurata a Pertinace la ricompensa
più nobile per un Sovrano, la stima e l'amor del suo popolo. Quelli che
si rammentavano le virtù di Marco Aurelio, con gran piacere
contemplavano nel nuovo loro Imperatore i tratti di quel luminoso
originale; e si lusingavano di godere lungamente la benigna influenza
del suo governo. Un frettoloso zelo di riformare lo Stato corrotto, non
secondato da quella prudenza, che gli anni e l'esperienza avrebbero
dovuto dettare a Pertinace, divenne funesto a lui ed alla patria. La sua
inopportuna virtù sollevò contro di esso quella turba servile, che
trovava un interesse privato nei pubblici disordini, e preferiva il
favor di un tiranno alla inesorabile egualità delle leggi[329].
In mezzo alla comune letizia, il torvo e rabbioso aspetto dei Pretoriani
disvelava il loro interno mal animo. Si erano a contraggenio sottomessi
a Pertinace; temevano essi il rigore dell'antica disciplina, ch'egli si
disponeva a ristabilire, e sospiravano la licenza del regno passato.
Furono i loro dispiaceri segretamente fomentati da Leto loro Prefetto,
che troppo tardi si accorse, che il nuovo Imperatore era disposto a
ricompensare i servigi di un suddito, ma non a lasciarsi regolare da un
Favorito. Il terzo giorno del suo regno i soldati presero un Senatore
illustre, per condurlo al campo e rivestirlo della porpora imperiale. In
cambio di essere abbagliata da quell'onore pericoloso, fuggì da loro la
vittima spaventata, e corse a rifuggirsi ai piedi di Pertinace. Poco
tempo dopo Sosio Falco, uno dei Consoli di quell'unno, giovane
temerario[330], ma di famiglia ricca ed antica, porse orecchio alla voce
dell'ambizione; e in una breve assenza di Pertinace tramò una congiura,
che fu sconcertata dal suo pronto ritorno a Roma, e dalla sua ferma
condotta. Falco fu sul punto di essere giustamente condannato a morte
come pubblico nemico, se non lo avessero salvato le premurose e sincere
istanze dell'offeso Imperatore, che supplicò il Senato a non far che
fosse la purità del suo regno macchiata dal sangue di un Senatore benchè
colpevole.
Questi infelici successi non fecero che irritar maggiormente il furore
dei Pretoriani. Ai 28 di Marzo, ottantasei giorni solamente dopo la
morte di Commodo, scoppiò nel campo una sedizione generale, che gli
Uffiziali non poterono o non voller sopprimere. Due o trecento dei più
disperati soldati marciarono sul mezzo giorno verso il palazzo imperiale
coll'armi in mano e col furore negli occhi. Ne furono aperte le porte
dai loro compagni, che vi eran di guardia, e dai domestici della antica
Corte, che avean già cospirato segretamente contro la vita del troppo
virtuoso Imperatore. Alla nuova della lor venuta, Pertinace, sdegnando
di fuggire o di ascondersi, andò incontro agli assassini; e rammentò
loro la sua propria innocenza e la santità del recente lor giuramento.
Per pochi momenti restaron quanti in un sospeso silenzio, vergognandosi
del loro atroce disegno, ed atterriti dal venerabile aspetto e dalla
maestosa fermezza del lor Sovrano; ma il disperar del perdono riaccese
ben tosto il loro furore. Un barbaro nativo di Tongres[331], dette il
primo colpo a Pertinace, che in un momento cadde trafitto da mille
ferite. La sua testa divisa dal corpo, e posta sopra una lancia, fu
portata in trionfo al campo dei Pretoriani al cospetto di un popolo
afflitto e sdegnato, che piangeva l'ingiusto fato di un Principe
eccellente, e la passeggiera felicità di un regno la cui memoria non
dovea servire che ad aggravare le calamità che stavano per
iscoppiare[332].
NOTE:
[277] Ved. i rimproveri di Avidio Cassio Stor. Aug. p. 45. È vero che
questi sono i discorsi di un ribelle, ma la fazione esagera più di
quello che inventi.
[278] «Faustinam satis constat apud Cayetam -conditiones- sibi, et
nauticas et gladiatorias elegisse». Stor. Aug. p. 30. Lampridio spiega
qual sorta di merito piacesse a Faustina e le -condizioni- ch'essa
esigeva; Stor. Aug. p. 102.
[279] Stor. Aug. p. 34.
[280] Meditazioni lib. I. Il Mondo si è riso della credulità di Marco,
ma la sig. Dacier ci assicura (e ad una donna in ciò deve credersi) che
il marito sempre sarà ingannato se la moglie sa dissimulare.
[281] Dione Cassio lib. LXXI p. 1195. Stor. Aug. p. 33. Commentario di
Spanheim sopra i Cesari di Giuliano p. 389. L'apoteosi di Faustina è il
solo difetto, che il critico Giuliano possa scoprire nel perfettissimo
carattere di Marco Aurelio.
[282] Commodo fu il primo -Porfirogeneta- (nato dopo l'avvenimento del
Padre al Trono). Per un nuovo tratto di adulazione le medaglie egiziane
mettono la data degli anni della sua vita, come se non fossero diversi
da quelli del suo regno. Tillem. Stor. degl'Imp. Tom. II p. 752.
[283] Stor. Aug. p. 46.
[284] Dione Cassio lib. LXXII p. 1203.
[285] Secondo Tertulliano (Apolog. c. 25.) egli morì a Sirmio. Ma la
situazione di Vindobona, o sia Vicuna, dove i due Vittori mettono la sua
morte, è più acconcia alle operazioni della guerra contro i Marcomanni
ed i Quadi.
[286] Erodiano lib. I pag. 12.
[287] Erodiano lib. I pag. 16.
[288] Questa letizia universale è ben descritta dietro le medaglie e gli
Storici dal Sig. Wotton. Stor. di Roma p. 192 e 193.
[289] Manilio, il segretario confidente di Avidio Cassio, fu scoperto,
dopo aver vissuto nascosto diversi anni. L'Imperatore dissipò nobilmente
la pubblica inquietudine ricusando di vederlo, e bruciando tutti i suoi
fogli. Dione l. LXXII p. 1209.
[290] Ved. Maffei degli Anfiteatri p. 126.
[291] Dione l. LXXII p. 1205. Erodiano lib. I p. 16. Stor. Aug. p. 46.
[292] In una nota sulla Stor. Aug. Casaubono ha raccolto gran numero di
particolarità concernenti questi illustri fratelli. Vedi p. 96 del suo
dotto Comment.
[293] Dione l. LXXII p. 1210, Erodiano lib I p. 22. Stor. Aug. p. 48.
Dione dà a Perenne un carattere meno odioso degli altri Storici. La sua
moderazione è quasi un segno della sua veracità.
[294] Nella seconda guerra Punica, i Romani portarono dall'Asia il culto
della madre degli Dei. La sua festa -Megalesia- cominciava al 4 di
Aprile, e durava sei giorni. Le strade erano piene di pazze processioni,
i teatri di spettatori, e le pubbliche mense di qualunque sorta di
convitati. L'ordine e il buon governo rimanevan sospesi, e il piacere
era l'unica seria occupazione della città. Ved. Ovid. -de Fastis- lib.
IV 189 ec.
[295] Erodiano l. I p. 23 28.
[296] Cicerone pro Flacco cap. 27.
[297] Una di queste sì dispendiose promozioni diede luogo al frizzo
seguente: Giulio Solone è stato esiliato nel Senato.
[298] Dione lib. LXXII p. 12 e 13 osserva, che nessun liberto era stato
mai tanto ricco quanto Cleandro, e pure la fortuna di Pallante ascendeva
circa a cinque milioni di zecchini, -ter millies- H. S.
[299] Dione lib. LXXII pag. 1213, Erodiano l. I p. 29. Stor. Aug. pag.
52. Questi bagni erano vicini alla -porta Capena-. Vedi Nard. Roma Ant.
p. 79.
[300] Stor. Aug. p. 48.
[301] Erodiano l. I p. 28. Dione lib. LXXII p. 1215. Questo ultimo dice
che morirono a Roma duemila persone ogni giorno per un tempo
considerabile.
[302] «Tuncque primum tres Praefecti Praetorio fuere, inter quos
libertinus.» Per un resto di modestia Cleandro non prese il titolo di
Prefetto dal Pretorio, mentre ne esercitava il potere. Siccome gli altri
liberti venivano dai loro diversi dipartimenti chiamati -a rationibus-,
-ab epistolis-, Cleandro s'intitolò -a pugione-, come incaricato della
difesa del padrone. Salmasio, e Casaubono pare che abbian fatto
commentarj troppo vaghi su questo passo.
[303] Οἱ της πὸγεως πὲζοι ϛρατῶτιαι Erodiano l. I p. II. È
cosa dubbia se vuol significare l'infanteria Pretoriana, o le coorti
-Urbanae-. Eran queste un corpo di seimila uomini, il grado e la
disciplina dei quali non era corrispondente al loro numero. Il Sig. de
Tillemont e Wotton non hanno voluto decidere questa quistione.
[304] Dione Cassio l. LXXII p. 1215. Erodiano l. I p. 32. Stor. Aug. p.
48.
[305] «Sororibus suis constupratis, ipsas concubinas suas sub oculis
suis stuprari jubebat. Nec irruentium in se juvenum carebat infamia,
omni parte corporis atque ore in sexum utrumque pollutus.» Stor. Aug. p.
47.
[306] I leoni affricani, spinti dalla fame, infestavano impunemente gli
aperti villaggi o la coltivata campagna. Questa fiera reale era
riservata pei piaceri dell'Imperatore e della capitale; e lo sventurato
agricoltore, che anche per difendersi ne uccidesse alcuna, era punito.
La quale crudele -Legge di caccia- fu mitigata da Onorio, e finalmente
abolita da Giustiniano, -Codex Theodos.- tom. V p. 92. -Comment.
Gothofred.-
[307] Spanheim -de Numismat.- Dissert. XIII tom. II pag. 593.
[308] Dione l. LXXII p. 1216. Stor. Aug. p. 49.
[309] Il collo dello struzzo è lungo tre piedi, e composto di
diciassette vertebre. Vedi Buffon Stor. Nat.
[310] Commodo uccise un -Camelopardalis-, o sia Giraffa (Dione l. LXXII
p. 1211) il più alto, il più docile, ed il più inutile di tutti i
quadrupedi. Questo singolare animale, che nasce soltanto nelle parti
interne dell'Affrica, non è stato veduto in Europa dopo il risorgimento
delle lettere, e benchè il Buffon Stor. Nat. tom. XIII abbia procurato
di descriverlo, non si è arrischiato a darne il disegno.
[311] Erodiano l. I p. 37. Stor. Aug. p. 30.
[312] I Principi virtuosi o prudenti proibirono ai Senatori ed ai
Cavalieri di abbracciare questa vergognosa professione sotto pena
d'infamia, o ciò che per loro era ancor più terribile, sotto pena
dell'esilio. I tiranni gl'invitarono a disonorarsi, con ricompense e con
minacce. Nerone una volta fece venire sull'-arena- 40 Senatori, e 60
Cavalieri. Vedi -Lipsio Saturnal.- lib. II. Cap. 2. Egli ha felicemente
corretto un passo di Svetonio in Nerone c. 12.
[313] Lipsio lib. II c. 7 e 8. Giovenale nella Satira VIII, fa una
pittoresca descrizione di questo combattimento.
[314] Stor. Aug. p. 50. Dione l. LXXII p. 1220. Egli ricevè per una sola
volta -decies- H. S. quasi sedicimila zecchini.
[315] Vittore dice che Commodo dava ai suoi antagonisti una spada di
piombo, temendo probabilmente lo conseguenze della loro disperazione.
[316] Fu egli obbligato di ripetere 626 volte -Paulo primo de' Secutori
ec.-
[317] Dione lib. LXXII p. 1221 parla della sua viltà, e del pericolo,
ch'ei corse.
[318] Unì per altro la prudenza al coraggio, e passò la maggior parte
del suo tempo in un ritiro di campagna a motivo, ci diceva, dell'età sua
avanzata, e della debol sua vista. «Io non lo vidi mai in Senato, dice
Dione, eccetto che nel corto regno di Pertinace.» Tutte le sue infermità
in un momento guarirono, e subito gli ritornarono dopo l'assassinio di
quel principe eccellente. Dione lib. LXVIII p. 1227.
[319] I Prefetti si cambiavano quasi ogni giorno, ed ogni ora; ed il
capriccio di Commodo tornò spesso fatale ai suoi più favoriti Ministri.
Stor. Aug. p. 46 51.
[320] Dione l. LXXII p. 1222. Erodiano l. 1 pag. 43. Stor. Aug. p. 52.
[321] Pertinace era figlio di un legnaiuolo, e nacque in Alba Pompeia
nel Piemonte. L'ordine dei suoi impieghi, che Capitolino ci ha
conservato, merita di essere riferito, giacchè dà un'idea dei costumi, e
del Governo di quel secolo. I. fu Centurione. II, Prefetto di una coorte
nella Siria, durante la guerra dei Parti, e nella Britannia; III.
ottenne un'-Ala-, o sia squadrone di cavalleria nella Mesia. IV. Fu
Commissario delle provvisioni sulla via Emilia; V. comandò la flotta del
Reno; VI. fu Procuratore della Dacia coll'annua paga di circa 3200
zecchini; VII. comandò i veterani di una legione; VII. ottenne il grado
di Senatore; IX. di Pretore, X. ed il comando della prima legione nella
Rezia, e nel Norico; XI. fu Console verso l'anno 175; XII. accompagnò
Marco Aurelio in Oriente; XIII. comandò un'armata sulle rive del
Danubio; XIV. fu Legato consolare della Mesia; XV. della Dacia; XVI.
della Siria; XVII. della Britannia; XVIII. ebbe la cura delle pubbliche
provvisioni a Roma; XIX. fu Proconsole in Affrica, XX. Prefetto della
città. Erodiano lib. I p. 48 rende giustizia al suo spirito
disinteressato; ma Capitolino che raccoglieva ogni rumor popolare, lo
accusa di avere ammassato una gran ricchezza, lasciandosi corrompere.
[322] Giuliano nei Cesari lo taccia d'essere stato complice della morte
di Commodo.
[323] Capitolino racconta le particolarità di questi tumultuarj decreti,
che furono proposti da un Senatore, e ripetuti con raddoppiate
acclamazioni da tutto il Corpo. Stor. Aug. p. 52.
[324] Il Senato condannò Nerone ad esser messo a morte -more majorum-.
Svetonio cap. 49.
[325] Dione l. LXXIII p. 1223 parla di questi trattamenti, come un
Senatore che aveva cenato col Principe: Capitolino Stor. Aug. p. 58 come
uno schiavo che aveva ricevute le sue notizie da qualche guattero.
[326] -Decies- H. S. La lodevole economia di Pio lasciò ai suoi
successori un tesoro di quasi 44 milioni di zecchini. Dione l. LXXIII p.
1231.
[327] Oltre il disegno di convertire in danaro quegli inutili ornamenti,
Pertinace (secondo Dione l. LXXIII p. 1929) fu ancora guidato da due
segreti motivi. Voleva esporre al pubblico i vizj di Commodo, e
discoprire nei compratori quelli che più lo somigliavano.
[328] Benchè Capitolino abbia ripiena di mille racconti puerili la vita
privata di Pertinace, si accorda però con Dione ed Erodiano in ammirare
la pubblica condotta di lui.
[329] -Leges, rem surdam, inexorabilem esse.- Tit. Liv. II 3.
[330] Se si può dar fede a Capitolino, Falco si condusse colla più
indecente petulanza verso Pertinace il giorno del avvenimento di questo
al trono. Il savio Imperatore lo avvertì solamente della sua gioventù, e
della sua inesperienza. Stor. Aug. pag. 55.
[331] Oggi il Vescovato di Liegi. Questo soldato probabilmente era uno
delle guardie batave a cavallo, che per la maggior parte si reclutavano
nel Ducato di Gueldria, e nei contorni, ed erano rinomate per il loro
valore, e pel coraggio con che traversavano a cavallo nuotando i fiumi i
più larghi e più ripidi, Tacit. Stor. IV 12; Dione lib. LV p. 797;
Giusto Lipsio -De magnitudine Romana- lib. I cap. 4.
[332] Dione lib. LXXIII p. 1232; Erodiano l. II p. 60. Stor. Aug. p. 58;
Vittore in Epitom. -et in Caesaribus-, Eutropio VIII 16.
CAPITOLO V.
-I Pretoriani vendono pubblicamente l'impero a Didio Giuliano.
Clodio Albino nella Britannia, Pescennio Negro nella Siria, e
Settimo Severo nella Pannonia si dichiarano contro gli assassini
di Pertinace. Guerre civili e vittorie di Severo sopra i suoi
tre rivali. Rilassamento della disciplina. Nuove massime di
governo.-
Il potere del brando riesce più sensibile in una estesa monarchia che in
una piccola società. Han calcolato i più sperimentati politici, che
niuno Stato, senza presto snervarsi, può mantenere più della centesima
parte dei suoi sudditi in armi ed in ozio. Ma benchè questa relativa
proporzione esser possa uniforme, la sua influenza sul resto della
società dee variare secondo il grado della positiva sua forza. Sono
inutili i vantaggi della scienza e della disciplina militare, se un
numero competente di soldati non è unito in un sol corpo, ed animato da
un solo spirito. Questa unione sarebbe inefficace in una piccola truppa,
ed impraticabile in un numerosissimo esercito: e l'azione della macchina
sarebbe ugualmente distrutta o dall'estrema piccolezza o dall'eccessivo
peso delle sue molle. Pur confermare questa osservazione serve senza più
il riflettere non esservi superiorità veruna di forza naturale, di armi
artificiali, o di acquistata destrezza, che possa mettere un uomo nello
stato di tenere in soggezione costante un centinaio di suoi simili: il
tiranno di una sola città o di un piccolo distretto ben presto si
accorgerebbe che cento guerrieri armati sarebbero una debol difesa
contro diecimila agricoltori, o cittadini; ma centomila ben disciplinati
soldati comanderanno dispoticamente a dieci milioni di sudditi; ed un
corpo di dieci o quindicimila guardie metterà il terrore addosso al più
numeroso popolo che mai abbia ingombrato le contrade di una immensa
Capitale.
Le truppe Pretoriane, il cui licenzioso furore fu il primo indizio e la
prima cagione della decadenza dell'Impero romano, non ascendeano che
appena a quel numero[333]. Dovevano esse l'istituzione loro ad Augusto.
Avvistosi quell'accorto tiranno, che il suo usurpato dominio potea
colorirsi dalle leggi, ma conservarsi solo con le armi, aveva a poco a
poco formato questo corpo formidabile di guardie, pronte sempre a
difendere la sua persona, a contenere il Senato, ed a prevenire o
dissipare ogni primo moto di ribellione. Distinse queste truppe favorite
con doppia paga e privilegi che le metteano sopra dell'altre; ma siccome
avrebbe il loro formidabile aspetto atterriti ad un tempo ed irritati i
Romani, ne stanziò tre sole coorti nella Capitale, mentre il resto era
disperso nelle circonvicine città dell'Italia[334]. Ma dopo
cinquant'anni di pace e di schiavitù, Tiberio avventurò un decisivo
passo, che strinse per sempre le catene della sua patria. Sotto gli
speciosi pretesti di sollevare l'Italia dal grave peso de' quartieri
militari, e d'introdur tra le guardie una disciplina più rigorosa, le
radunò a Roma in un campo permanente[335] benissimo fortificato[336], e
situato in modo che tutta la città dominava[337].
Questi servi così formidabili sono sempre necessari, ma spesso fatali al
trono del dispotismo. In questa maniera, introducendo i Pretoriani, per
così dire, dentro la reggia e il Senato, gl'Imperatori, gli avvezzarono
a conoscere la propria lor forza e la debolezza del Governo civile; a
riguardare i vizj dei loro sovrani con un famigliare disprezzo; ed a
perdere quel riverente timore, che la sola distanza ed il mistero
possono conservare verso un immaginario potere. In mezzo agli oziosi
piaceri di una città opulenta, il loro orgoglio si nutriva col
sentimento della irresistibil lor forza, nè era possibile celare ad
essi, che la persona del sovrano, l'autorità del Senato, il pubblico
tesoro e la sede dell'Impero erano interamente nelle lor mani. Per
distrarli da queste pericolose riflessioni, i Principi più saldi, e
meglio stabiliti erano astretti a frammischiar le carezze co' comandi,
le ricompense co' castighi, a lusingare il loro orgoglio, a
condescendere a' loro capricci, a dissimulare le loro irregolarità, ed a
comprare la precaria lor fedeltà con un liberal donativo, che quelli
dall'avvenimento di Claudio in poi, esigevano come un legittimo diritto,
nell'elezione di ciascun nuovo Imperatore[338].
I partigiani delle guardie procurarono di giustificare con gli argomenti
una potenza, che queste sostenevan con le armi; e di provare che,
secondo i migliori principj della costituzione, il lor consenso era
essenzialmente necessario alla creazione di un Imperatore. L'elezione
dei Consoli, dei Generali e dei magistrati, benchè recentemente usurpata
dal Senato, era un antico incontrastabil diritto del popolo romano[339].
Ma dove allora trovar questo popolo? Non certamente tra la mista
moltitudine degli schiavi e degli stranieri, che ingombrava le strade di
Roma; vil plebaglia, non men dispregevole per la bassezza dei
sentimenti, che per la miseria. I difensori dello Stato, scelti tra il
fiore della gioventù italiana[340], ed allevati nell'esercizio dell'armi
e della virtù, erano i veri rappresentanti del popolo, ed aveano il
miglior diritto ad eleggere il Capo militare della repubblica.
Quest'argomento, benchè mancante di ragione, divenne convincentissimo,
quando i fieri pretoriani ne accrebbero il peso, gettando, come il
barbaro conquistatore di Roma, le loro spade nella bilancia[341].
I pretoriani che aveano violata la santità del trono con l'atroce
assassinio di Pertinace, ne disonorarono la maestà con la loro
susseguente condotta. Il campo era senza capo, essendosi il Prefetto
Leto, autor della tempesta, prudentemente involato alla pubblica
indignazione, in quel furioso tumulto. Sulpiciano, suocero
dell'Imperatore e governatore della città, ch'era stato mandato al campo
al primo rumore di ribellione, procurava di calmare la furia della
moltitudine, quando gli fu imposto silenzio dal clamoroso ritorno degli
assassini portanti in cima ad una lancia la testa di Pertinace. Benchè
la storia ci avvezzi a vedere ogni principio ed ogni passione cedere ai
dettami imperiosi della ambizione, ciò non ostante pare appena
credibile, che in quei momenti di orrore dovesse Sulpiciano aspirare ad
un trono macchiato di fresco dal sangue di un parente sì stretto, e di
un Principe così eccellente. Aveva già egli principiato ad usare l'unico
efficace argomento, a contrattar cioè la dignità imperiale; ma i più
accorti tra i pretoriani temendo di non conseguire in questo privato
contratto il giusto prezzo di sì valutabil merce, corsero su i
terrapieni, e ad alta voce promulgarono, che il Mondo romano si sarebbe
pubblicamente venduto al miglior compratore[342].
Questa infame offerta, eccesso il più insolente della militare licenza,
sparse per tutta la città un dolore universale, un senso di vergogna e
di sdegno. Arrivonne finalmente il grido agli orecchi di Didio Giuliano,
senatore opulento, che insensibile alle pubbliche calamità se ne stava
occupato nei piaceri del banchetto[343]. La sua moglie e la figlia, i
suoi liberti ed i suoi parassiti facilmente lo persuasero, ch'era degno
del trono, ed instantemente lo scongiurarono ad abbracciare sì fortunata
occasione. L'ambizioso vecchio andò in fretta al campo dei pretoriani,
dove Sulpiciano era tuttora in trattato con essi, e dal basso del
terrapieno principiò a fare dell'offerte. L'indegno mercato era condotto
per mezzo di fedeli emissarj, che passavano alternativamente da un
candidato all'altro, informando ciascuno dell'offerte del suo rivale.
Avea già Sulpiciano promesso un donativo di cinquemila dramme, cioè più
di 320 zecchini per soldato, quando Giuliano, avido del trono, salì in
un tratto alla somma di seimila dugento cinquanta, ossia più di 400
zecchini. Furono subito aperte le porte al compratore che, dichiarato
Imperatore, ricevè il giuramento di fedeltà dai soldati, ne' quali fu
tanta umanità da stipulare che perdonare ei dovesse a Sulpiciano e
dimenticare di averlo avuto a competitore.
Era dovere dei pretoriani di eseguire le condizioni della vendita.
Posero il lor nuovo sovrano, che servivano e disprezzavano, nel centro
delle lor file, lo circondarono da ogni parte con i loro scudi, e in
ordine di battaglia lo condussero per le strade deserte della città. Fu
ordinato al Senato di radunarsi, e gli amici più ragguardevoli di
Pertinace, non meno che i nemici personali di Giuliano, crederono
necessario di mostrarsi più degli altri lieti e contenti di questa
rivoluzione felice[344]. Poscia ch'ebbe ingombrato il Senato di armati,
Giuliano ragionò lungamente sulla libertà della sua elezione, sulle
proprio eminenti virtù, e sulla sua piena confidenza nell'amor del
Senato. L'ossequiosa assemblea si congratulò della propria e pubblica
felicità, gli giurò fedeltà, e gli conferì tutte le diverse prerogative
della potestà imperiale[345]. Dal Senato fu Giuliano con la stessa
militar processione condotto a prender possesso del palazzo. I primi
oggetti, che colpirono la sua vista, furono il tronco cadavere di
Pertinace, ed i frugali preparativi per la sua cena. Riguardò quello
con indifferenza, questi con disprezzo. Ordinò che si preparasse un
sontuoso banchetto, e consumò gran parte della notte giocando ai dadi, e
vedendo i balli di Pilade, celebre saltatore. Fu per altro osservato
che, dileguata la folla dei cortigiani, e rimasto solo nell'oscurità,
nella solitudine ed in balìa della terribile riflessione, passò tutta la
notte senza dormire, forse rammentando a se stesso la sua temeraria
follìa, il fato del suo virtuoso predecessore, e l'incerto e pericoloso
possesso di un Impero, che non aveva acquistato col merito, ma comprato
con il denaro[346].
Ragione di tremare egli aveva. Sopra il trono del Mondo, si trovò senza
amici e senza aderenti. Le guardie stesse si vergognavano di servire ad
un Principe che avevano accettato per avarizia; nè v'era cittadino, il
quale non considerasse con orrore l'innalzamento di lui, come l'ultimo
insulto fatto al nome romano. I nobili, il cui grado cospicuo e le ampie
ricchezze esigevano le più attente precauzioni, dissimulavano i loro
sentimenti, e ricevevano le affettate civiltà dell'Imperatore con un
sorriso di compiacenza e con proteste di fedeltà. Ma il popolo, che il
numero e l'oscurità rendevan sicuro, lasciava libero il corso a' suoi
trasporti. Per le strade e per le pubbliche piazze di Roma non si
udivano che clamori ed imprecazioni. La moltitudine arrabbiata insultava
la persona di Giuliano, ne rigettava le liberalità, e consapevole
dell'impotenza del proprio risentimento, chiamava ad alta voce le
legioni delle frontiere a vendicare la violata maestà dell'Impero
romano.
La pubblica scontentezza si sparse tosto dal centro alle frontiere
dell'Impero. Gli eserciti della Britannia, della Siria e dell'Illirico
deplorarono la morte di Pertinace, in compagnia, e sotto il comando del
quale avean fatte tante guerre e tante conquiste. Riceverono con
sorpresa, con indignazione e forse con invidia, la strana nuova della
pubblica vendita, che i Pretoriani fatto avean dell'Impero e fieramente
ricusarono di ratificare il vergognoso accordo. La subita loro ed
unanime sollevazione riuscì fatale a Giuliano, ed alla pubblica pace nel
tempo stesso; giacchè i Generali delle rispettive armate, Clodio Albino,
Pescennio Negro, e Settimio Severo, eran più ansiosi di succedere a
Pertinace che di vendicarne la morte. Lo loro forze erano precisamente
eguali. Ciascun di loro capitanava tre legioni[347] con un seguito
numeroso di ausiliarj; e benchè diversi di carattere, eran tutti soldati
forniti d'esperienza e di capacità.
Clodio Albino, governatore della Britannia, era superiore ai suoi rivali
per la nobiltà della famiglia, contando tra i suoi antenati alcuni dei
personaggi più illustri dell'antica repubblica[348]. Ma il ramo, da cui
discendeva, era caduto in povertà e trapiantato in una provincia remota.
È difficile di formare una giusta idea del suo vero carattere. Viene
accusato di aver sotto il filosofico manto dell'austerità nascosti tutti
i vizj che disonorano l'umana natura[349]. Ma i suoi accusatori sono
quegli scrittori venali, che adoravano la fortuna di Severo, calpestando
le ceneri del suo infelice rivale. La virtù o l'apparenza di quella
procurò ad Albino la confidenza e la stima di Marco Aurelio, e l'aver
egli conservato sul figlio la medesima influenza ch'ebbe sul padre, è
una prova almeno, ch'egli era d'un'indole assai pieghevole. Il favore di
un tiranno non sempre suppone una mancanza di merito in colui che ne è
l'oggetto; può egli a caso ricompensare un uomo di merito e di abilità,
o considerarlo utile al suo servizio. Non pare che Albino servisse il
figliuolo di Marco Aurelio o come ministro delle sue crudeltà, o come
compagno de' suoi piaceri. Era egli lontano, impiegato in un onorevol
comando, quando ricevè dall'Imperatore una lettera confidenziale, in cui
l'informava delle trame di alcuni Generali malcontenti, e lo autorizzava
a dichiararsi difensore e successore del trono, prendendo il nome e le
insegne di Cesare[350]. Il governator della Britannia saggiamente scansò
quell'onore pericoloso, che lo avrebbe esposto alla gelosia, o involto
nella prossima rovina di Commodo. Usò egli, per innalzarsi, degli
artificj più nobili o almeno più speciosi. Ad un prematuro avviso della
morte dell'Imperatore adunò le sue truppe, e deplorò con un eloquente
discorso le inevitabili calamità del dispotismo; descrisse la felicità e
la gloria goduta dai loro antenati sotto il governo consolare, e
dichiarò la sua ferma risoluzione di rendere al Senato ad al popolo la
loro legittima autorità. Le legioni britanniche risposero con alte
acclamazioni a questo discorso popolare, che fu ricevuto a Roma con
applausi secreti. Tranquillo possessore di quel piccolo Mondo, e
comandante di un esercito, meno distinto invero per la sua disciplina
che pel numero e pel valore[351], Albino disprezzò le minacce di
Commodo, conservò verso Pertinace un ambiguo ed altiero contegno, e
subito si dichiarò contro l'usurpazione di Giuliano. Le convulsioni
della Capitale davano un nuovo peso a' suoi sentimenti, o piuttosto alle
sue proteste di amore di patria. Un decente riguardo gl'impedì di
prendere i pomposi titoli di Augusto e d'Imperatore; forse imitando
l'esempio di Galba, che in una simile occasione si era dato il nome di
luogotenente del Senato e del popolo[352].
Il solo merito personale avea innalzato Pescennio Negro da una nascita
oscura e da un oscuro stato al governo della Siria; impiego importante e
lucroso, che in tempo di civil confusione gli dava un vicino prospetto
dal trono. Sembra per altro che i suoi talenti fosser più adattati al
secondo grado che al primo. Rivale troppo debole, sarebbe riuscito un
eccellente generale di Severo, il quale ebbe bastante grandezza d'animo
per adottare diverse utili istituzioni di un vinto nemico[353]. Nel suo
governo, Negro si acquistò la stima dei soldati e l'amore dei
provinciali. La sua rigida disciplina accrebbe il valore, e conservò
l'obbedienza dei primi; mentre a' voluttuosi Sirj rendevasi grato con la
moderata fermezza del suo governo, e più ancora con l'affabilità delle
sue maniere, e colla soddisfazione, che apparentemente dimostrava,
assistendo alle loro frequenti e pompose feste[354]. Appena fu sparsa in
Antiochia la nuova dell'atroce assassinio di Pertinace, i voti di tutta
l'Asia invitarono Negro a prendere la porpora imperiale, ed a vendicarne
la morte. Le legioni della frontiera orientale si dichiararono per lui;
le ricche, ma inermi province dalle frontiere dell'Etiopia[355] fino
all'Adriatico, con piacere si sottomisero a lui; ed i Re, che erano di
là dal Tigri e dall'Eufrate, congratulandosi della sua elezione, gli
offerirono omaggio e soccorso. Negro non avea l'animo abbastanza grande
per sostenere questa subita rivoluzione della fortuna; si lusingò che il
suo avvenimento non sarebbe disturbato da alcun rivale, nè macchiato di
sangue civile; ed occupato nella vana pompa del trionfo, trascurò i
mezzi di assicurarsi della vittoria. Invece di entrar in trattato coi
potenti eserciti dell'Occidente, che soli potevano o decidere o
bilanciare almeno la gran contesa; invece di marciare immediatamente
verso Roma e l'Italia, dove ansiosamonte si aspettava la sua
presenza[356], Negro perdè nei piaceri di Antiochia quei preziosi
momenti, dei quali seppe diligentemente profittare la decisiva attività
di Severo[357].
La provincia della Pannonia e Dalmazia, che si stendeva dal Danubio
all'Adriatico, fu una delle ultime e più faticose conquiste dei Romani.
Dugentomila di quei Barbari, venuti una volta in campo a difendere la
libertà nazionale, spaventarono il vecchio Augusto, ed esercitarono la
vigilante prudenza di Tiberio, che li combattè alla testa di tutte le
forze riunite dell'Imperatore[358]. I Pannonj finalmente cederono alle
armi ed alla disciplina dei Romani. Ma però la fresca memoria della
perduta libertà, la vicinanza ed anche il mescuglio delle tribù
indipendenti, e forse il clima stesso, che (come è stato osservato)
produce gli uomini di statura gigantesca, ma di poco intelletto[359],
tutto in somma contribuì a conservar qualche avanzo della loro ferocia
nativa, e sotto la mansueta sembianza di provinciali romani si
scorgevano sempre i fieri lineamenti della nazione. La guerriera lor
gioventù forniva sempre di reclute le legioni accampate sulle rive del
Danubio, le quali per le continue loro guerre contro i Germani ed i
Sarmati, eran giustamente stimate le migliori truppe dell'Impero.
L'esercito della Pannonia era allora comandato da Settimio Severo,
nativo dell'Affrica, il quale nell'ascendere di grado in grado per gli
onori privati, avea saputo nascondere la sua ardita ambizione, che nè le
attrattive del piacere, nè il timor del pericolo, nè le altre umane
passioni avean fatta deviare dal costante suo corso[360]. Alla prima
nuova dell'assassinamento di Pertinace, egli radunò le sue truppe,
dipinse con i colori più vivi il delitto, l'insolenza e la debolezza dei
Pretoriani, ed animò le legioni alle armi ed alla vendetta. Finì con
un'eloquentissima perorazione, promettendo quasi ottocento zecchini ad
ogni soldato, donativo magnifico, e doppio di quello, con cui l'infame
Giuliano avea comprato l'Impero[361]. Immediatamente l'esercito, alzando
grandi acclamazioni, salutò Severo con i nomi di Augusto, di Pertinace e
d'Imperatore; od egli così pervenne a quel grado sublime, al quale si
credeva chiamato dal proprio merito, e da una lunga serie di sogni e di
presagi, utili parti della sua superstizione o politica[362].
Il nuovo pretendente all'Impero conobbe il vantaggio particolare della
sua situazione, e ne profittò. La sua provincia si estendeva fino alle
alpi Giulie, che gli davano un facile accesso nell'Italia; ed egli si
ricordò il detto di Augusto, che un'armata della Pannonia poteva in
dieci giorni venire alla vista di Roma[363]. Usando di una celerità
proporzionata alla grandezza della impresa, egli poteva con ragione
sperare di vendicar Pertinace, punir Giuliano, e ricever gli omaggi del
Senato e del popolo, come lor legittimo Imperatore, prima che i suoi
competitori, separati dall'Italia, per un immenso tratto di mare e di
terra, avessero alcuno avviso dei suoi successi, e tampoco della sua
elezione. In tutta questa spedizione concesse appena pochi momenti al
riposo ed al cibo; marciando a piedi, e coll'intera armatura, ed alla
testa delle sue colonne, s'insinuava nella confidenza e nell'amore delle
truppe, ne accresceva l'attività, animando il loro coraggio e le loro
speranze; ed avea piacere per fino di esser a parte delle fatiche di
ogni comune soldato, rappresentandogli sempre per altro la grandezza
della ricompensa.
Lo sventurato Giuliano, che si aspettava e si credea preparato a
disputare l'Impero con il governator della Siria, vide inevitabile la
sua rovina all'avvicinarsi delle rapide ed invincibili legioni della
Pannonia. L'arrivo precipitoso di ogni corriere accresceva i suoi giusti
timori. Gli fu successivamente annunziato che Severo avea passate le
Alpi; che le città dell'Italia non volendo, o non potendo opporsi ai
suoi progressi, lo avean ricevuto con le più vive proteste di gioia e
sommissione; che la piazza importante di Ravenna si era renduta senza
resistenza, e che la flotta adriatica era in potere del conquistatore.
Il nemico ora allora a dugentocinquanta miglia da Roma, ed ogni momento
accorciava il breve tempo accordato alla vita ed all'Impero di Giuliano.
Procurò egli, per altro, di prevenire o di prolungare almeno la sua
rovina. Implorò la fede venale dei Pretoriani, empiè la Capitale di vani
preparativi di guerra, tirò delle linee intorno ai sobborghi; e si
fortificò perfino nel palazzo, come se fosse stato possibile,
senz'alcuna speranza di soccorso, di difendere queste ultime trincere
contro il vittorioso invasore. La vergogna e il timore ritennero in
dovere i Pretoriani, ma tremavano essi al solo nome delle legioni della
Pannonia, comandate da un Generale sperimentato ed avvezzo a vincere i
Barbari sul gelato Danubio[364]. Lasciavano essi sospirando i bagni ed i
teatri per prender quelle armi che non sapean quasi più maneggiare, e
sotto il cui peso parevano oppressi. Gl'indocili elefanti, il cui
terribile aspetto si sperava che dovesse intimorire le armate del
Settentrione, gettavano in terra i condottieri mal pratici. Le
evoluzioni degl'inesperti soldati di marina, tratti dalla flotta di
Miseno, erano oggetto di riso per la plebaglia, mentre il Senato vedeva
con secreto piacere le angustie e la debolezza dell'usurpatore[365].
Ogni moto di Giuliano manifestava la sua timorosa incertezza. Ora
insisteva presso il Senato, che dichiarasse Severo nemico della patria;
ora desiderava che il Generale della Pannonia fosse associato
all'Impero; ora mandava pubblici ambasciatori di grado consolare per
trattare con il rivale; ed ora spediva dei secreti assassini per
ucciderlo. Ordinò alle Vestali, ed a tutti i collegi dei Sacerdoti che
co' loro abiti di cerimonia, e portando innanzi i sacri pegni della
religione romana andassero in processione solenne ad incontrare le
legioni della Pannonia, e nel tempo stesso vanamente si sforzava
d'interrogare o di placare i destini con magiche cerimonie e sacrifizj
illegittimi[366].
Severo, che non temeva nè le armi nè gl'incantesimi di Giuliano, si
assicurò dal solo pericolo di una secreta congiura, facendosi
accompagnare da seicento soldati scelti e fidati, i quali sempre armati
gli furono a fianchi la notte ed il giorno, durante tutta la marcia.
Nulla arrestò il suo rapido corso; ed avendo passato, senza ostacolo, le
foci degli Appennini, trasse nel suo partito lo truppe e gli
ambasciatori spediti per ritardare i suoi progressi, e fece una breve
fermata a Interamna, quasi settanta miglia lungi da Roma. Era già sicura
la sua vittoria; ma la disperazione dei Pretoriani avrebbe potuta
renderla sanguinosa; e Severo aveva la lodevolissima ambizione di voler
salire sul trono senza sguainare la spada[367]. I suoi emissarj,
dispersi nella Capitale, assicurarono le guardie, che se abbandonassero
il loro indegno Principe, e gli autori della morte di Pertinace alla
giustizia del conquistatore, egli non più riguarderebbe l'intero corpo
come reo di quel funesto accidente. Gl'infidi Pretoriani, la resistenza
dei quali era solamente sostenuta da una fiera ostinazione, accettarono
con piacere sì vantaggiose condizioni, arrestarono la maggior parte
degli assassini, e dichiararono al Senato ch'essi più non volevan
difendere la causa di Giuliano. Quest'assemblea, convocata dal Console,
riconobbe unanimemente Severo per legittimo Imperatore, decretò gli
onori divini a Pertinace, e pronunziò la sentenza di degradazione e di
morte contro lo sventurato successore del medesimo. Fu Giuliano condotto
in un appartamento privato dei bagni del palazzo, e decapitato come un
vil delinquente, dopo di essersi comprato con immensi tesori un regno
angustioso e precario di soli sessantasei giorni[368].
La celerità quasi incredibile di Severo, che in sì breve tempo condusse
una numerosa armata dalle rive del Danubio su quelle del Tevere, prova
l'abbondanza delle provvisioni, prodotta dall'agricoltura e dal
commercio, la bontà delle strade, la disciplina delle legioni, e
l'indolente carattere delle conquistate province[369].
Le prime cure di Severo furon rivolte a due oggetti, uno dettato dalla
politica, e l'altro dal decoro; cioè la vendetta, e gli onori dovuti
alla memoria di Pertinace. Avanti di cui entrare re in Roma, il nuovo
Imperatore comandò, che i pretoriani disarmati, o con gli abiti di
cerimonia, con i quali eran soliti di accompagnare il loro sovrano,
aspettassero il suo arrivo in una vasta pianura vicino alla città. Fu
obbedito da quelle orgogliose truppe, il cui pentimento era l'effetto
dei lor giusti timori. Uno scelto distaccamento dell'armata illirica li
circondò colle lancie distese. Non potendo nè fuggir, nè resistere,
aspettavano il loro fato con una tacita costernazione. Montò Severo sul
tribunale, rimproverò aspramente la loro perfidia e la lor codardia, li
licenziò con ignominia come traditori, gli spogliò degli splendidi loro
ornamenti, e li bandì sotto pena di morte alla distanza di cento miglia
da Roma. Durante questa esecuzione era stato mandato un altro
distaccamento ad impadronirsi delle armi e del campo loro, per prevenire
le subite conseguenze della loro disperazione[370].
Il funerale e la consacrazione di Pertinace fu dipoi celebrata con ogni
apparato di lugubre magnificenza[371]. Il Senato rendè con un piacere
malinconico gli ultimi doveri a quel principe eccellente ch'egli avea
amato, e che piangeva tuttavia. La mestizia del suo successore era
probabilmente meno sincera. Costui pregiava, è vero, le virtù di
Pertinace, ma queste virtù avrebber sempre ritenuta la sua ambizione in
uno stato privato. Severo recitò la funebre orazione di lui con una
eloquenza studiata, e non ostante la sua interna contentezza, affettò un
vero dolore; e con questi religiosi officj verso la memoria di
Pertinace, persuase alla credula moltitudine, ch'egli era -il solo-
degno di succedergli. Conoscendo per altro che le armi e non le
cerimonie poteano sostenere le sue pretensioni all'impero, lasciò Roma
dopo trenta giorni, e senza gonfiarsi di una vittoria così facile, si
preparò a combattere i suoi rivali più formidabili.
I rari talenti e la fortuna di Severo hanno indotto un elegante Storico
a paragonarlo al primo e al più grande dei Cesari[372]. Il parallelo è
imperfetto almeno. Come trovare nel carattere di Severo quella imponente
superiorità d'animo, quella generosa clemenza, e quel vasto genio, che
sapeva unire e conciliare l'amor del piacere, la sete delle cognizioni,
ed il fuoco dell'ambizione[373]? Possono al più questi due Principi
paragonarsi con qualche ragione nella celerità de' loro moti e delle
loro civili vittorie. In men di quattr'anni[374] Severo soggiogò i
ricchi Orientali ed i valorosi abitatori dell'Occidente. Vinse due
competitori abili e rinomati, e disfece numerosi eserciti, per armi e
disciplina uguali al suo. In quel secolo l'arte della fortificazione, ed
i principj della tattica erano famigliari ai Generali romani; e la
costante superiorità di Severo era quella di un artefice, che si serve
dei medesimi strumenti con più abilità ed industria dei suoi rivali. Non
entrerò per altro in minuto racconto delle sue militari operazioni; ma
siccome le due guerre civili contro Negro ed Albino furon quasi simili
per la condotta, per l'esito, e per le conseguenze, così raccoglierò in
un sol punto di vista le circostanze più forti, e più atte a mostrare il
carattere del vincitore e lo stato dell'Impero.
La dissimulazione e la perfidia, benchè sembrino incompatibili con la
dignità del Governo, pure ci paiono meno vili negli affari di Stato che
nell'ordinario commercio della privata società. Qua mostrano una
mancanza di coraggio, là solamente una mancanza di forza; e siccome è
impossibile agli Statisti più abili di soggiogare con la forza lor
personale milioni d'uomini e di nemici, il Mondo perciò, sotto il nome
di politica, pare che lor permetta una dose abbondante di astuzia e di
dissimulazione. Ciò non ostante i più gran privilegi della ragione di
Stato non possono giustificare gli artifizj di Severo. Egli prometteva
solamente per tradire, lusingava per rovinare, e sebbene, secondo le
circostanze, si vincolasse con giuramenti e trattati, la sua coscienza
serva del suo interesse, sempre lo scioglieva da un'incomoda
obbligazione[375].
Se i suoi due rivali, riconciliati dal loro comune pericolo, si fossero
avanzati contro di lui senza indugio, forse Severo sarebbe stato
oppresso dalle lor forze riunite. Se almeno lo avessero attaccato nel
tempo medesimo con fini diversi, e con armate diverse, la contesa forse
sarebbe stata lunga e dubbiosa. Ma essi caddero, un dopo l'altro, facili
vittime degli artifizj e delle armi del loro accorto nemico,
addormentati nella sicurezza della moderazione delle sue proteste, e
sconcertati dalla rapidità delle sue azioni. Egli prima marciò contro
Negro, la cui reputazione e potenza egli più temeva: ma evitò ogni
dichiarazione di guerra, e sopprimendo il nome del suo antagonista,
espose solamente al Senato ed al popolo la sua intenzione di ordinare le
province orientali. In privato parlava di Negro col più affettuoso
riguardo, chiamandolo suo vecchio amico e suo successore[376] ed
altamente applaudiva il suo generoso disegno di vendicare la morte di
Pertinace. Era dovere di ogni Generale romano di punire il vile
usurpatore del trono; ma il perseverare nelle armi, e resistere ad un
legittimo Imperatore, riconosciuto dal Senato, bastava per farlo
reo[377]. I figli di Negro erano caduti nelle sue mani insieme con
quelli degli altri governatori provinciali, ritenuti a Roma come ostaggi
per la fedeltà dei loro genitori[378]. Finchè la potenza di Negro fu da
temersi, o almeno da rispettarsi, Severo li fece educare colla più
tenera cura in compagnia dei proprj figli; ma presto furono avvolti
nella rovina del padre, e sottratti prima coll'esilio, poi colla morte
allo sguardo della pubblica compassione[379].
Mentre Severo era occupato alla guerra in Oriente, avea ragiono di
temere che il governatore della Britannia non passasse il mare e le
alpi, occupasse la sede vacante dell'Impero, e si opponesse al suo
ritorno coll'autorità del Senato, e colle forze dell'Occidente. La
dubbia condotta di Albino, non nell'assumere il titolo imperiale, lasciò
campo ai trattati. Obbliando e le sue proteste di patriottismo, e la
gelosia del potere sovrano, egli accettò la precaria dignità di Cesare,
come ricompensa della sua fatale neutralità. Finchè la prima contesa non
fu decisa, Severo trattò un uomo, di cui avea giurata la morte, con ogni
segno di stima e riguardo. Nella lettera medesima, in cui gli annunzia
la disfatta di Negro, chiama Albino suo fratello e collega, gl'invia gli
affettuosi saluti della sua moglie Giulia e de' suoi figli; e lo prega a
mantenere gli eserciti, e la Repubblica fedeli al lor comune interesse.
I latori di questa lettera aveano ordine di presentarsi a quel Cesare
con rispetto, chiedere un'udienza privata, ed immergergli i loro pugnali
nel cuore[380]. Fu la congiura scoperta, e il troppo credulo Albino
passò alla fine nel Continente, e si preparò ad una disuguale contesa
contro il suo rivale, che mosse ad affrontarlo, conducendo un vittorioso
esercito di veterani.
Le fatiche militari di Severo non sembrano adeguate alla grandezza delle
sue conquiste. Due azioni, l'una vicina all'Ellesponto, l'altra negli
angusti passi della Cilicia, decisero della sorte di Negro; e le truppe
europee conservarono il solito loro ascendente sugli Asiatici
effeminati[381]. La battaglia di Lione, dove combatterono 150,000
Romani[382], fu ugualmente fatale ad Albino. Il valore dell'esercito
britannico resistè lungamente alla prode disciplina elle legioni
illiriche, e tenne la vittoria dubbiosa. La riputazione, e la persona di
Severo per pochi momenti sembrarono irreparabilmente perdute, finchè
questo Principe guerriero, raccolte le sue truppe impaurite, le
ricondusse a una decisiva vittoria[383]. Quel memorabil giorno vide
terminata la guerra.
Le discordie civili dell'Europa moderna sono state contraddistinte non
solamente dalla fiera animosità, ma ancora dalla ostinata perseveranza
delle fazioni nemiche. Esse sono state generalmente giustificate per
qualche principio, o almeno colorite con qualche pretesto di religione,
di libertà, o di dovere. I capi erano nobili, potenti per independente
proprietà e per ereditaria influenza. I soldati combattevano come uomini
interessati nella decisione della lite, e siccome lo spirito militare, e
lo zelo di partito erano vivamente diffusi in tutta l'intera società, un
vinto Generale veniva immediatamente soccorso da nuovi aderenti, ansiosi
di spargere il loro sangue nella causa medesima. Ma i Romani, dopo la
caduta della Repubblica, non combattevano che per la scelta di un
padrone; l'insegna di un pretendente popolare al trono era seguita da
pochi per affetto, da alcuni per timore, da molti per interesse, da
niuno per principio. Le legioni, non accese da amore di parte, erano
tratte alla guerra civile da liberali donativi, e da ancor più liberali
promesse. Una disfatta, togliendo al Generale i mezzi di soddisfare al
suo impegno, scioglieva i suoi mercenarj soldati dal giuramento, e loro
permetteva di provvedere alla propria salvezza con abbandonare a tempo
un partito infelice. Poco premea alle province sotto nome di chi fossero
oppresse o governate. Tratto dall'impulso del potere presente, appena
questo cedeva ad una forza superiore, si affrettavano ad implorare la
clemenza del vincitore, il quale per soddisfare al suo immenso debito,
sacrificava le province più colpevoli all'avarizia de' suoi soldati.
Nella vasta estensione dell'Impero romano v'erano poche città
fortificate, che dar potessero asilo ad un'armata sconfitta; nè v'era
persona, famiglia, o ordine d'uomini, che col solo suo credito, non
sostenuto dal potere del Governo, fosse capace di ristabilire la causa
di un moribondo partito[384].
Nella guerra, per altro, tra Negro e Severo, una sola città merita
distinzione onorevole. Bisanzio, uno dei passaggi più importanti
dall'Europa nell'Asia, era stato munito con forte guarnigione; e una
flotta di cinquecento vascelli vi si ricettava nel porto[385].
L'impetuosità di Severo rendè vano questo prudente apparato di difesa;
lasciati i suoi Generali all'assedio di Bisanzio, egli forzò il men
difeso passo dell'Ellesponto, ed impaziente di combattere un nemico men
forte, si affrettò ad incontrare il rivale. Bisanzio, assalito da una
numerosa e crescente armata, e poscia da tutte le forze navali
dell'Impero, sostenne un assedio di tre anni, e si mantenne fedele al
nome ed alla memoria di Negro. I cittadini ed i soldati (non si sa per
qual cagione) erano animati da egual furore; parecchi dei principali
uffiziali di Negro, che sdegnavano il perdono, o ne disperavano, si
erano gettati in quell'ultimo asilo; le fortificazioni venivano riputate
inespugnabili, ed un celebre ingegnere adoperò, nella difesa di quella
piazza, tutte le forze della meccanica conosciuta agli antichi[386].
Bisanzio alla fine si rendè alla fame. I magistrati ed i soldati furono
passati a fil di spada, le mura abbattute, i privilegi soppressi, e
quella città, che dovea poi esser capitale dell'Oriente, divenne un
piccolo villaggio aperto, e soggetto alla insultante giurisdizione di
Perinto. Dione lo Storico, che aveva ammirato il florido stato di
Bisanzio, ne deplorò la calamità, accusando la vendetta di Severo di
aver tolto al popolo romano il baluardo più forte contro i Barbari del
Ponto e dell'Asia[387]. La verità di questa osservazione non fu che
troppo giustificata nel secolo susseguente, quando le flotte dei Goti
coprirono l'Eusino, e penetrarono per l'indifeso Bosforo nel centro del
Mediterraneo.
Negro ed Albino furono scoperti ed uccisi ambedue, mentre fuggivano dal
campo di battaglia. Il fato loro non eccitò sorpresa nè compassione.
Avean giocato la vita per un Impero, e soggiacquero alla sorte stessa,
che vincitori avrebbero fatta sopportare al vinto, nè Severo avea
quell'arrogante superiorità, che permette a un rivale di vivere in
condizione privata. Ma l'inesorabile suo carattere, stimolato
dall'avarizia, lo portò alla vendetta, quando nulla gli rimaneva più da
temere. I più considerabili tra i provinciali, che senza avversione
alcuna al fortunato pretendente, avevano ubbidito al governatore, sotto
l'autorità del quale si erano casualmente trovati, furono puniti con la
morte, con l'esilio, e specialmente con la confiscazione de' loro beni.
Molte città dell'Oriente furono private dei loro antichi onori, ed
obbligate a pagare al tesoro di Severo il quadruplo delle somme che
avevano somministrato in servizio di Negro[388].
Fino all'ultima decisione della guerra, la crudeltà di Severo fu in
qualche modo raffrenata dall'incertezza dell'evento, e dal suo simulato
rispetto verso il Senato. Ma la testa di Albino, accompagnata da una
lettera minacciante, annunziò ai Romani, ch'egli era risoluto di
esterminare tutti gli aderenti dei suoi sventurati competitori. Era
irritato dal giusto sospetto, che in se portava, di non esser mai stato
caro al Senato, e mascherò la sua antica animosità con il pretesto di
nuovi tradimenti scoperti. Perdonò per altro francamente a trentacinque
Senatori, accusati di aver favorito il partito di Albino, e si sforzò
poi con la sua condotta di convincerli, ch'egli avea perdonate ed
obbliate le loro supposte offese. Ma nel tempo stesso condannò altri
quarantuno[389] Senatori, dei quali la Storia ci ha trasmesso i nomi: le
vedove, i figli ed anche i clienti loro soggiacquero allo stesso
supplizio, ed i più nobili provinciali della Spagna e della Gallia
caddero involti nella stessa rovina. Una così rigida giustizia, (giacchè
così la chiamava) era nell'opinione di Severo la sola condotta valevole
ad assicurare la pace al popolo, o al Principe la stabilità; e
leggermente si piegava a lamentarsi che per poter essere clemente, gli
convenisse prima esser crudele[390].
Il vero interesse di un Monarca assoluto in generale coincide con quel
de' suoi sudditi. Il loro numero, l'opulenza, l'ordine e la sicurezza
loro sono i soli, e i più saldi fondamenti della sua vera grandezza; e
quando ei fosse totalmente privo di virtù, potrebbe, anzi dovrebbe la
prudenza, invece di lei, dettargli le stesse regole di condotta. Severo
considerava l'Impero romano come suo patrimonio, e quando se n'ebbe
assicurato il possesso, rivolse ogni sua cura a coltivare e migliorare
un acquisto così prezioso. Leggi salutevoli, inviolabilmente eseguite,
corressero ben presto la maggior parte degli abusi, che dalla morte di
Marco Aurelio in poi si erano introdotti in ogni parte del Governo.
Nell'amministrazione della giustizia l'attenzione, il discernimento e
l'imparzialità dettavano all'Imperatore le sentenze; e qualora deviò dal
rigoroso sentiero della giustizia, fu generalmente per favorire i miseri
e gli oppressi; non tanto, a dir vero, per sentimento di umanità, quanto
per la naturale inclinazione di un despota ad umiliare la superbia dei
grandi, ed a ridurre tutti i sudditi allo stesso comun livello di
dipendenza assoluta. Il suo dispendioso gusto per le fabbriche, pei
pomposi spettacoli, e soprattutto una distribuzione liberale e costante
di grano e di provvisioni, furono i mezzi più sicuri di cattivarsi
l'amore del popolo romano[391]. Si dimenticarono le sventure della
guerra civile. Le province goderono un'altra Volta una tranquilla e
prospera calma, e molte città, ristabilite dalla munificenza di Severo,
presero il titolo di sue colonie, ed attestarono con pubblici monumenti
la loro gratitudine e felicità[392]. Questo guerriero e fortunato
Imperatore[393] rendè alle armi romane la loro riputazione, e con giusto
orgoglio si vantò di avere ricevuto l'Impero oppresso da guerre
straniere e domestiche, e di lasciarlo tranquillo in una pace profonda,
universale, gloriosa[394].
Benchè le ferite della guerra civile sembrassero perfettamente saldate,
il suo mortal veleno corrompeva però sempre gli umori vitali della
costituzione. Severo aveva vigore, e talento in buon dato; ma l'anima
ardita del primo dei Cesari, o la profonda politica di Augusto appena
avrebbero potuto abbassare l'insolenza delle vittoriose legioni. Severo
per gratitudine, per una falsa politica, e per un'apparente necessità fu
costretto ad allentare il freno della militar disciplina[395]. Lusingò
la vanità dei soldati coll'onore di portare l'anello d'oro, e permise
loro di vivere nell'ozio de' quartieri colle proprie mogli. Aumentò la
loro paga oltre ogni esempio passato, e gli avvezzò ad aspettarsi, e ben
presto ad esigere donativi straordinari in ogni occasione di pubblico
pericolo, o di pubbliche feste. Gonfiati dalle prosperità, snervati dal
lusso, e posti al di sopra degli altri sudditi con i loro pericolosi
privilegi[396], divenner ben presto incapaci di sostenere le fatiche
militari, gravosi alla patria, ed impazienti di una giusta
subordinazione. I loro uffiziali sostentavano la superiorità del loro
grado con un lusso più ricercato e profuso. Esiste ancora una lettera di
Severo, nella quale si lamenta della licenza dell'esercito, ed esorta
uno dei suoi Generali a cominciare dai Tribuni medesimi la necessaria
riforma; giacchè (come giustamente riflette) l'uffiziale che ha perduta
la stima de' suoi soldati, non può mai farsi ubbidire[397]. Se avesse
l'Imperatore seguitato il corso di queste riflessioni, avrebbe veduto,
che la primaria cagione di questa generale corruttela doveva ascriversi
non certamente all'esempio, ma alla perniciosa indulgenza del comandante
supremo.
I Pretoriani, che uccisero il loro Imperatore, e venderono l'Impero,
aveano ricevuto il giusto castigo del lor tradimento; ma quel
necessario, benchè pericoloso corpo di soldati fu ben presto ristabilito
da Severo sopra un nuovo sistema, e quattro volte accresciuto sopra
l'antico numero[398]. Da principio queste truppe si reclutavano
nell'Italia; ma quando le province adiacenti ebbero a poco a poco
adottati gli ammolliti costumi di Roma, la Macedonia, il Norico e la
Spagna furono ancor esse comprese in tali leve. Invece di quelle truppe
magnifiche, più acconce alla pompa della Corte che agli usi della
guerra, Severo stabilì che si scegliessero da tutte le legioni delle
frontiere i soldati più forti, più valorosi e fedeli, e fossero, come
per ricompensa onorevole, promossi al più segnalato servizio delle
guardie[399]. Con questa nuova istituzione la gioventù italiana fu
allontanata dall'esercizio delle armi, e la capitale fu atterrita
dall'aspetto, e dai costumi feroci di una moltitudine di Barbari. Ma
Severo si lusingò che le legioni avrebbero considerati quei Pretoriani
scelti tra loro, come rappresentanti tutto l'ordine militare; e che il
pronto ajuto di 50,000 uomini, superiori per l'armi e per le istituzioni
a qualunque esercito che potesse condursi in campo contro di loro,
farebbe svanire per sempre le speranze di ribellione, ed assicurerebbe
l'Impero a lui, ed alla sua posterità.
Il comando di queste favorite e formidabili truppe divenne subito la
prima carica dell'Impero. Siccome il Governo era degenerato in un
militar dispotismo, il Prefetto del Pretorio, che in origine era stato
un semplice capitano delle guardie, fu posto non solamente alla testa
dell'esercito, ma ancora delle finanze e delle leggi medesime. In ogni
dipartimento del Governo egli rappresentava la persona dell'Imperatore,
e ne esercitava l'autorità. Il primo Prefetto, che godesse e abusasse di
questo immenso potere, fu Plauziano, ministro favorito di Severo. Egli
regnò, per così dire, dieci anni, finchè il matrimonio della sua figlia
con il primogenito dell'Imperatore, che parea dovesse assicurare la sua
fortuna, diventò l'occasione della sua perdita[400]. I maneggi della
Corte irritando l'ambizione, ed eccitando il timore di Plauziano,
minacciarono di produrre una rivoluzione, ed obbligarono l'Imperatore,
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