contemporaneo, racconta di aver veduto imbasciatori venuti a richiedere l'onore, che lor fu ricusato, di esser ammessi nel numero dei sudditi[43]. Il terror dell'armi romane aggiungeva peso e dignità alla moderazione degl'Imperatori. Essi mantennero la pace col prepararsi costantemente alla guerra; e mentre la giustizia dirigeva la loro condotta, facevan conoscere alle nazioni confinanti, che, alieni dal far alcuna ingiuria, non eran neppur disposti a soffrirla. La forza militare, che ad Adriano e ad Antonino il Maggiore era bastato mostrare, fu impiegata contro i Parti ed i Germani dall'Imperatore Marco. Le ostilità dei Barbari provocarono il risentimento di questo Monarca filosofo, e nella continuazione di una giusta difesa, Marco ed i suoi Generali ottennero molte segnalate vittorie sull'Eufrate e sul Danubio[44]. Gli stabilimenti militari dell'Impero romano, che ne assicuravano o la tranquillità od i progressi, diverranno adesso il proprio ed importante argomento della nostra attenzione. Nei secoli più belli della repubblica, l'uso delle armi era riservato per quegli ordini di cittadini, che avevano una patria da amare, un patrimonio da difendere, e qualche parte in promulgar quelle leggi, che era loro interesse e dovere di conservare. Ma a misura che la pubblica libertà scemò con l'estensione delle conquiste, la guerra a poco a poco si ridusse ad un'arte, e degenerò in un mestiero[45]. Le legioni medesime, anche quando erano reclutate nelle più lontane province, si tenevano per composte di cittadini romani. Questa distinzione era considerata generalmente o come qualificazione legale, o come ricompensa propria per un soldato; ma si avea un riguardo più serio al merito essenziale dell'età, della forza, e della statura militare[46]. In tutte le leve si preferivano giustamente i climi settentrionali a quelli del mezzogiorno. Si cercavan piuttosto nelle campagne che nelle città gli uomini nati all'esercizio delle armi; e si presumeva con molta ragione, che i faticosi esercizj dei fabbri, dei legnaiuoli e dei cacciatori dessero più vigore e più risolutezza, che le arti sedentarie impiegate in servizio del lusso[47]. Dopo che la qualità di proprietario non fu più considerata, gli eserciti degl'Imperatori romani erano sempre comandati per la maggior parte da uffiziali di nascita e di educazione liberale; ma i soldati comuni, come le truppe mercenarie della moderna Europa, erano tratti dalla più vile e spesso ancora dalla più scellerata parte degli uomini. Quella pubblica virtù, che gli antichi chiamarono patriottismo, è prodotta dal forte sentimento dell'interesse, che abbiamo nella conservazione e prosperità del libero governo, del quale noi siamo membri. Un tal sentimento che avea renduto le legioni della Repubblica quasi invincibili, non potea fare che una debolissima impressione nei servi mercenarj di un Principe dispotico; e diventò necessario il supplire a questo difetto con altri motivi di diversa, ma molto efficace natura, l'onore e la religione. Il contadino o l'artigiano s'imbevè dell'utile pregiudizio, che esso era innalzato alla più nobile professione delle armi, nella quale il suo grado e la sua riputazione dipenderebbe soltanto dal suo valore; e che sebbene la prodezza di un privato soldato potesse sfuggire alla notizia della fama, sarebbe però in suo potere di arrecar gloria o vergogna alla compagnia, alla legione, e fino all'armata, ai cui onori esso era associato. Appena arrolato, se gli dava il giuramento con ogni solennità. Prometteva di non mai abbandonare la sua insegna, di sottomettere il proprio volere ai comandi de' suoi condottieri, e di sacrificare la vita per la salvezza dell'Imperatore e dell'Impero[48]. L'affetto delle truppe romane per le loro insegne, era loro inspirato dalla doppia influenza della religione e dell'onore. L'Aquila d'oro, che riluceva alla testa della legione, era argomento della loro più tenera divozione; nè si riputava cosa meno empia che infame, l'abbandonare quella sacra insegna nel tempo del pericolo[49]. Questi motivi, che dovevano la loro forza alla immaginazione, erano avvalorati da timori e da speranze di un genere più sostanziale. La paga regolare, i donativi nelle diverse occasioni, ed una sicura ricompensa alla fine del servizio, alleggerivano le asprezze della vita militare[50], mentre dall'altra parte era impossibile alla codardia o alla disobbedienza di schivare il più severo castigo. I Centurioni potevano castigare con le percosse; i Generali avevano diritto di punir con la morte; ed era massima inflessibile della disciplina romana, che un buon soldato dovea temere i suoi uffiziali più che i nemici. Da tali lodevoli artifizj il valore delle truppe imperiali ricevè un grado di fermezza e di docilità, di cui non eran capaci le impetuose ed irregolari passioni dei Barbari. E non ostante i Romani eran sì persuasi dell'imperfezione del valore, disgiunto dalla perizia e dalla pratica, che nella lor lingua il nome di una armata era tratto dalla parola che significa esercizio[51]. Gli esercizj militari erano l'importante e continuo oggetto della lor disciplina. Le reclute ed i soldati novizj venivano costantemente esercitati la mattina e la sera, nè l'età o la perizia poteano esentare i veterani dalla giornaliera ripetizione di ciò che avevano perfettamente imparato. Si fabbricavano vaste gallerie nei quartieri d'inverno, affinchè le loro utili fatiche non fossero in alcun modo interrotte dai tempi i più procellosi; e si osservava diligentemente che le armi, destinate a questa guerra simulata, fossero di peso doppio di quello che si richiedeva nell'azione reale[52]. Non è il fine di questa opera l'entrare in alcuna minuta descrizione dei romani esercizj. Soltanto osserveremo che comprendevano tutto ciò che poteva accrescer forza al corpo, attività alle membra, o grazia ai movimenti. I soldati erano diligentemente ammaestrati a marciare, a correre, a saltare, a nuotare, a portare gravi pesi, a maneggiare ogni sorta d'armi, che si usasse per offesa o per difesa, o in battaglia lontana, o in un assalto più stretto, a fare una varietà di evoluzioni, ed a moversi a suon di flauto nel ballo pirrico o marziale[53]. In mezzo alla pace le truppe romane si rendevano familiare la pratica della guerra; e bene osserva un antico Istorico, il quale avea combattuto contro di loro, che l'effusione del sangue era la sola circostanza che distinguesse un campo di battaglia da un campo di esercizio[54]. Era politica dei più abili Generali, ed anche degli stessi Imperatori, d'incoraggiare con la loro presenza e col loro esempio questi studj militari; e sappiamo che Adriano e Traiano si degnavano spesso d'istruire i soldati inesperti, di rimunerare i diligenti, e talvolta di disputare con essi il premio della superiorità nella forza o nella destrezza[55]. Nei regni di questi Principi la tattica fu coltivata con buon successo; e finchè l'Impero ebbe qualche vigore, le loro istruzioni militari furono rispettate come il più perfetto modello della disciplina romana. Nove secoli di guerra avevano a poco a poco introdotto nel servizio militare molte alterazioni e molti miglioramenti. Le legioni, secondo la descrizione che ne dà Polibio[56], al tempo delle guerre Puniche, differivano molto sostanzialmente da quelle che riportarono le vittorie di Cesare, o difesero la monarchia sotto Adriano e gli Antonini. Lo stato della Legione Imperiale si può descrivere in poche parole[57]. L'infanteria grave, che componeva la sua forza principale,[58] era divisa in dieci coorti, e cinquantacinque compagnie, sotto gli ordini di un numero corrispondente di Tribuni e di Centurioni. La prima coorte, che sempre pretendeva il posto di onore, e la custodia dell'Aquila, era composta di 1105 soldati, i più esperimentati per valore e per fedeltà. Le altre nove coorti erano ciascuna di 555 e l'intero corpo dell'infanteria legionaria ascendeva a 6100 uomini. Le loro armi erano uniformi, e maravigliosamente adattate alla natura del loro servizio; un elmo aperto con un alto cimiero, un pettorale, o un giacco di maglia, le gambiere, e un ampio scudo dal braccio sinistro. Lo scudo era di figura bislunga e concava, quattro piedi lungo, e largo due e mezzo, fatto di un legno leggiero, coperto di pelle di toro, e fortemente difeso con piastre di rame. Oltre una lancia più leggiera, il soldato legionario teneva nella diritta il formidabile -Pilo-, dardo pesante, la cui maggior lunghezza era di sei piedi, e che era terminato da una massiccia punta triangolare di acciaio, lunga diciotto pollici[59]. Questo istrumento era per vero dire molto inferiore alle moderne armi da fuoco; giacchè terminava in una sola scarica, alla distanza soltanto di dieci o dodici passi. Quando però era lanciato da una mano forte ed esperta, non v'era cavalleria alcuna che ardisse avanzarsi dentro il suo tiro, nè scudo, nè corsaletto che potesse sostenere l'impetuosità del suo peso. Appena il soldato romano avea lanciato il suo -Pilo-, sguainava la spada, e correva alle strette con il nemico. Questa era una lama spagnuola corta e ben temprata a doppio filo, e propria ad usarsi egualmente e di taglio e di punta; ma il soldato era sempre avvertito di preferire l'ultimo modo, poichè così il suo corpo restava meno esposto, mentre portava più pericolosa ferita al nemico[60]. La legione ordinariamente si schierava con otto soldati di profondità, e si lasciava la regolar distanza di tre piedi sì tra le file che tra gli ordini[61]. Un corpo di truppe assuefatto a conservare quest'ordine di distanza, schierato in una larga fronte, e pronto a correr velocemente all'assalto, era atto ad eseguire qualunque disposizione, che le circostanze della guerra, o l'abilità del condottiere potessero suggerire. Il soldato aveva un libero spazio per le sue armi ed i suoi movimenti, e si lasciavano intervalli bastanti, per li quali si potessero a tempo introdurre rinforzi in sostegno de' combattenti spossati[62]. Le tattiche dei Greci e dei Macedoni erano fondate sopra principj molto diversi. La forza della falange consisteva in sedici file di lunghe picche, serrate strettamente fra loro[63]. Ma presto si scoprì con la riflessione non meno che con l'esperienza, che la forza della falange non poteva contrastare con l'attività della legione[64]. La cavalleria, senza la quale la forza della legione sarebbe rimasta imperfetta, era divisa in dieci truppe o squadroni; il primo, come compagno della prima coorte, era composto di 132 uomini, mentre ciascuno degli altri nove ascendeva solamente a 66. L'intero corpo formava (se si può usare la moderna espressione) un reggimento di 726 cavalli, naturalmente unito con la sua propria legione, ma separato secondo il bisogno per agire nella linea, e per comporre una parte delle ali dell'armata[65]. La cavalleria degl'Imperatori non era più composta, come quella dell'antica repubblica, dei più nobili giovani di Roma e dell'Italia, i quali facendo il loro servizio militare a cavallo, si preparavano per gli uffizj di Senatore e di Console; e sollecitavano con azioni di valore i futuri suffragi dei loro concittadini[66]. Dopo la mutazione dei costumi del governo i più facoltosi dell'ordine equestre erano impiegati nell'amministrazione della giustizia e delle pubbliche rendite[67], e qualora abbracciavano la professione dell'armi, era loro immediatamente affidata la guida di una truppa di cavalli, o di una coorte di uomini a piedi[68]. Traiano ed Adriano levarono la loro cavalleria dalle stesse province, e dalla stessa classe di sudditi, che fornivano gli uomini per la legione. I cavalli erano per la maggiore parte di Spagna o di Cappadocia. La cavalleria romana disprezzava l'armatura intera, con cui s'aggravava la cavalleria orientale. Le sue più solite armi consistevano in un elmo, in uno scudo bislungo, in leggieri stivali, e in un giacco di maglia. Un dardo, ed una lunga e larga spada erano le principali armi di offesa. L'uso delle lance e delle mazze di ferro sembra che lo prendesse dai Barbari[69]. La salvezza e l'onore dell'Impero eran principalmente affidati alle legioni, ma la politica di Roma condescendeva ad adottare qualunque utile strumento di guerra. Si facevano regolarmente leve considerabili tra i provinciali, che non aveano ancora meritata l'onorevole distinzione di cittadini romani. Si permetteva a vari Principi, ed a varie Comunità, sparse intorno alle frontiere dipendenti, di conservare per un tempo la loro libertà e sicurezza con l'obbligo di prestar servizio militare[70]. Eziandio le truppe scelte dei Barbari nemici erano spesso forzate o indotte ad esercitare il loro pericoloso valore in climi remoti, e in servizio dello Stato[71]. Tutti questi eran compresi sotto il nome generale di ausiliari, e comunque potessero variare per la diversità dei tempi o delle circostanze, rare volte però il loro numero era inferiore a quello delle legioni medesime[72]. Le truppe più valorose e fedeli tra le ausiliari erano poste sotto il comando dei Prefetti e dei Centurioni e severamente esercitate nelle arti della disciplina romana; ma per la maggior parte ritenevano quelle armi, alle quali più particolarmente le rendevano atte o la natura della patria, o la prima educazione della vita. Con queste istituzioni ogni legione, a cui si assegnava una certa porzione di ausiliari, conteneva in se ogni sorta di truppe più leggiere, e di armi lanciabili; ed era capace di affrontarsi con ogni nazione per la superiorità delle sue rispettive armi e della sua disciplina[73]. Nè era la legione priva affatto di ciò che nel moderno linguaggio si chiamerebbe treno di artiglieria. Consisteva questo in dieci macchine militari delle più grandi, ed in cinquantacinque più piccole, ciascuna delle quali obliquamente o orizzontalmente lanciava pietre e dardi con violenza irresistibile[74]. Il campo di una legione Romana presentava l'aspetto di una città fortificata[75]. Appena ne era segnato la spazio, i guastatori ne spianavano esattamente il terreno, e toglievano ogni impedimento che potesse interromperne la perfetta regolarità. La sua forma era perfettamente quadrangolare; e può calcolarsi che un quadrato, del quale ogni lato era quasi due mila piedi, bastava per l'accampamento di 20000 romani; sebbene un simil numero delle nostre truppe presenterebbe al nemico una fronte di un'estensione più che triplicata. In mezzo al campo, il Pretorio o sia quartier generale, signoreggiava tutti gli altri; la cavalleria, l'infanteria e gli ausiliari occupavano i loro respettivi posti; le strade erano ampie e perfettamente diritte, e si lasciava da tutte le parti uno spazio vuoto di 200 piedi tra le tende e il terrapieno. Questo era ordinariamente alto dodici piedi, armato con una linea di palizzate forti e incrociate, e difeso da una fossa profonda e larga dodici piedi. Questo importante lavoro si faceva dai legionari medesimi, ai quali l'uso della zappa e della vanga non era meno familiare che quello della spada o del pilo. Una valorosa attività può sovente esser dono della natura: ma una diligenza così paziente non può esser frutto che dell'abito e della disciplina[76]. Ogni volta che la tromba dava il segno della partenza, il campo era quasi in un istante disfatto; e le truppe correvano ai loro ordini senza tardanza o confusione. Oltre le loro armi, che i legionari appena consideravano come un imbarazzo, portavano ancora i loro utensili da cucina, gl'instrumenti di fortificazione, e la provvisione di molti giorni[77]. Sotto questo peso che opprimerebbe la delicatezza di un soldato moderno, erano avvezzati a fare di passo regolare quasi venti miglia in sei ore[78]. All'apparir del nemico gettavano il lor bagaglio, e con evoluzioni facili e rapide convertivano la colonna di marcia in ordine di battaglia[79]. I frombolieri e gli arcieri scaramucciavano alla fronte; gli ausiliari formavano la prima linea, ed erano secondati o sostenuti dal nerbo delle legioni. La cavalleria copriva i fianchi, e le macchine militari erano poste nella retroguardia. Tali erano le arti della guerra, con le quali gl'Imperatori Romani difesero le loro vaste conquiste, e conservarono lo spirito militare in un tempo, in cui ogni altra virtù era oppressa dal lusso e dal dispotismo. Se nella considerazione de' loro eserciti noi passiamo dalla loro disciplina al lor numero, non sarà facile il definirlo con sufficiente esattezza. Si può computare però che la legione, la quale per se stessa era un corpo di 6831 soldati romani, poteva con i suoi seguaci ausiliari ascendere a quasi 12500 uomini. Lo stato delle truppe di Adriano e de' suoi successori in tempo di pace non era composto di meno che di trenta di questi formidabili corpi; e formava molto probabilmente una forza permanente di 375000 uomini. In vece di esser confinate tra le mura delle città fortificate, che i Romani riguardavano come il rifugio della debolezza o della pusillanimità, le legioni erano accampate sulle rive dei gran fiumi, e lungo le frontiere dei Barbari. Siccome i loro quartieri restavano per la maggior parte fissi e permanenti, possiamo arrischiarci a descrivere la distribuzion delle truppe. Tre legioni bastavano per la Britannia. La forza principale era sul Danubio e sul Reno, e consisteva in sedici legioni distribuite in questo modo; due nella Germania inferiore, e tre nella superiore; una nella Rezia, una nel Norico, quattro nella Pannonia, tre nella Mesia, e due nella Dacia. La difesa dell'Eufrate era affidata a otto legioni, sei delle quali erano poste nella Siria, e le altre due nella Cappadocia. Riguardo all'Egitto, all'Affrica e alla Spagna, siccome erano molto lontane dal divenire importante teatro di guerra, una sola legione manteneva la domestica tranquillità di ciascuna di queste vaste province. Neppur l'Italia era lasciata priva di forza militare. Quasi 20000 soldati scelti, e distinti con titoli di coorti della città e di guardie pretoriane, vegliavano alla salvezza del Monarca e della capitale. I Pretoriani, come autori di quasi tutte le rivoluzioni che lacerarono l'Impero, richiameranno ben presto e strepitosamente la nostra attenzione; ma nelle loro armi e nelle loro istituzioni non possiamo trovare alcuna circostanza che li distingua dalle legioni, se questa non fosse una splendida comparsa, ed una disciplina men rigorosa[80]. La forza navale mantenuta dagl'Imperatori potrebbe sembrare inadeguata alla loro grandezza; ma era sufficientissima ad ogni util disegno del Governo. L'ambizione dei Romani era limitata alla terra, nè mai quel popolo bellicoso fu animato dallo spirito intraprendente, che aveva spinto i naviganti di Tiro, di Cartagine e anche di Marsilia ad estendere i confini del mondo, e ad esplorare le più remote coste dell'Oceano. Era per li Romani l'Oceano un oggetto di terrore anzi che di curiosità[81]; tutta l'estensione del Mediterraneo, dopo la distruzion di Cartagine e l'estirpazione dei pirati, era inclusa dentro le loro province. La politica degli Imperatori era soltanto diretta a conservare il pacifico dominio di questo mare, ed a proteggere il commercio dei loro sudditi. Con queste mire di moderazione, Augusto pose due flotte permanenti nei porti più adatti dell'Italia, una a Ravenna sull'Adriatico, l'altra a Miseno nella baia di Napoli. Pare che l'esperienza col tempo convincesse gli antichi, che subito che le loro galere eccedevano due o tre ordini di remi, erano più atte ad una vana pompa che ad un servizio reale. Augusto medesimo, nella vittoria di Azio, avea veduto la superiorità delle sue leggieri fregate (chiamate liburnie) sopra i grandi, ma lenti castelli del suo rivale[82]. Di queste liburnie esso compose le due flotte di Ravenna e di Miseno, destinate a dominare, una la divisione orientale del Mediterraneo, e l'altra l'occidentale, e ad ogni squadra unì un corpo di diverse migliaia di marinari. Oltre questi due porti, che posson considerarsi come le due sedi principali della marineria romana, ci aveano di considerabili forze a Frejus sulla costa della Provenza, e l'Eusino era difeso da quaranta bastimenti e tremila soldati. A tutto ciò aggiungasi l'armata navale che proteggeva la comunicazione tra la Gallia e la Britannia, ed un gran numero di navi continuamente mantenute sul Reno e sul Danubio per inquietare il paese, o impedire il passaggio dei Barbari[83]. Ora se noi recapitoliamo questo stato generale delle forze imperiali, sì della cavalleria che dell'infanteria, delle legioni, degli ausiliari, delle guardie e della marina, il più largo computo non ci concede di portare il numero della milizia di mare e di terra a più di 450000 uomini; potenza militare, che per quanto possa formidabil parere, fu uguagliata da un Monarca dell'ultimo secolo, il cui regno è ristretto nei confini di una sola provincia dell'Impero romano[84]. Noi abbiam procurato di esporre lo spirito che moderava, e la forza che sosteneva la potenza di Adriano e degli Antonini. Prenderemo ora a descriver con chiarezza e precisione le province una volta unite sotto il loro dominio, ma adesso divise in tanti Stati indipendenti e tra loro nemici. La Spagna, estremità occidentale dell'Impero, della Europa, e del mondo antico, ha in ogni tempo conservati invariabilmente gli stessi naturali confini; i monti Pirenei, il Mediterraneo e l'Oceano Atlantico. Questa gran penisola, ora così inegualmente divisa tra due Sovrani, fu distribuita da Augusto in tre province, la Lusitania, la Betica e la Tarraconese. Il regno del Portogallo è succeduto al paese guerriero dei Lusitani: e la perdita sofferta dalla prima verso levante, è compensata da un aumento di territorio verso tramontana. I confini della Granata e dell'Andaluzia corrispondono a quelli dell'antica Betica. Il resto della Spagna, la Galizia e le Asturie, la Biscaglia e la Navarra, Leone e le due Castiglie, Murcia, Valenza, Catalogna ed Aragona, tutte contribuirono a formare il terzo e più considerabile dei Governi romani, che dal nome della sua capitale era chiamato la provincia di Tarragona[85]. Tra i barbari nativi, i Celtiberi erano i più possenti, ed i Cantabri e quelli delle Asturie furono i più ostinati. Confidati nella forza de' loro monti, furon gli ultimi che si sottomisero alle armi romane, ed i primi che scossero il giogo degli Arabi. L'antica Gallia, comprendendo tutto il paese che è tra i Pirenei, le Alpi, il Reno e l'Oceano, era più estesa che la Francia moderna. Ai dominj di quella possente Monarchia, con i suoi recenti acquisti dell'Alsazia e della Lorena, conviene aggiungere il ducato di Savoia, i Cantoni degli Svizzeri, i quattro Elettorati del Reno, ed i territorj di Liegi, Lucemburgo, Hannonia, le Fiandre ed il Brabante. Quando Augusto diede leggi alle conquiste di Suo padre, introdusse una divisione della Gallia adattata al progresso delle legioni, al corso dei fiumi, ed alle principali distinzioni nazionali di un paese che avea contenuto più di cento Stati indipendenti[86]. La costa marittima del Mediterraneo, la Linguadoca, la Provenza e il Delfinato ricevevano il loro nome provinciale dalla colonia di Narbona. Il Governo dell'Aquitania si stendeva dai Pirenei fino alla Loira. Il paese tra la Loira e la Senna era chiamato Gallia Celtica; e presto trasse un'altra denominazione dalla celebre Colonia di Lugduno o Lione. La provincia Belgica giace di là dalla Senna, e più anticamente era stata limitata solamente dal Reno, ma poco avanti i tempi di Cesare, i Germani, abusando della loro superiorità di valore, avevano occupata una considerabile porzione del territorio Belgico. I conquistatori romani abbracciarono molto volentieri una occasione così lusinghiera, e la frontiera gallica del Reno, da Basilea a Leida, ricevè i pomposi nomi di Germania superiore e inferiore[87]. Tali, sotto il regno degli Antonini, erano le sei province della Gallia, la Narbonese, l'Aquitana, la Celtica o Lionese, la Belgica e le due Germanie. Abbiamo già avuta occasione di mentovar la conquista della Britannia, e fissare i confini della provincia romana in quell'isola. Comprendeva essa tutta l'Inghilterra, il principato di Galles, e la bassa Scozia che si estende fino a Dumbarton ed Edimburgo. Avanti che la Britannia perdesse la sua libertà, il paese era irregolarmente diviso in trenta tribù di Barbari, de' quali i più riguardevoli erano i Belgi all'occidente, i Briganti a tramontana, i Siluri a mezzo giorno del paese di Galles, e gl'Iceni in Norfolk e in Suffolk[88]. Per quanto si può notare o dar fede alla somiglianza dei costumi e della lingua, la Spagna, la Gallia, e la Britannia, erano popolate dalla stessa feroce razza di selvaggi, i quali, prima che cedessero alle armi romane, spesso disputarono il terreno, e spesso rinnovarono le contese. Dopo la lor sommissione, essi costituirono la divisione occidentale delle province europee, che si estendeva dalle colonne d'Ercole alla muraglia di Antonino, e dalla foce del Tago alle sorgenti del Reno e del Danubio. Avanti la conquista fattane dai Romani, il paese che è ora chiamato Lombardia, non era considerato come parte dell'Italia. Era stato occupato da una possente colonia di Galli, che stabilitisi lungo le rive del Po, dal Piemonte fino alla Romagna, portarono le loro armi, e sparsero il loro nome dalle Alpi all'Apennino. I Liguri abitavano la scoscesa costa che ora forma la repubblica di Genova. Venezia non era ancor nata, ma i territorj di quello Stato, che giacciono all'oriente dell'Adige, erano abitati dai Veneti[89]. La metà della penisola, che ora compone il ducato della Toscana e lo Stato Ecclesiastico, era l'antica sede degli Etruschi e degli Umbri; ai primi dei quali l'Italia doveva i rudimenti della vita civile[90]. Il Tevere scorreva ai piedi dei sette colli di Roma, e il paese de' Sabini, dei Latini e dei Volsci da quel fiume alle frontiere di Napoli, fu il teatro delle suo prime vittorie. Su quella terra famosa i primi Consoli meritarono i trionfi; i loro successori l'adornarono di ville, e la posterità di questi vi ha eretto conventi[91]. Capua e la Campagna possedevano l'immediato territorio di Napoli; il rimanente del Regno era abitato da molte guerriere nazioni, i Marsi, i Sanniti, gli Apuli e i Lucani; e le coste marittime erano state occupate dalle floride colonie dei Greci. È da osservarsi che quando Augusto divise l'Italia in undici regioni, la piccola provincia dell'Istria fu annessa a quella sede del dominio romano[92]. Le province europee di Roma eran difese dal corso del Reno e del Danubio. L'ultimo di questi gran fiumi, che ha la sorgente in distanza di sole trenta miglia dal primo, scorre più di mille trecento miglia per la maggior parte verso scirocco, ed ingrossato dal tributo di sessanta fiumi navigabili, sbocca finalmente per sei foci nell'Eusino, che sembra appena proporzionato al ricevimento di tante acque[93]. Le province del Danubio presto ebbero la general denominazione di Illirico, o frontiera Illirica[94], e furono riguardate come le più bellicose dell'Impero; ma meritano di esser più particolarmente considerate sotto i nomi di Rezia, Norico, Pannonia, Dalmazia, Dacia, Mesia, Tracia, Macedonia, e Grecia. La provincia della Rezia, che ben presto fece obbliare il nome dei Vindelici, si estendeva dalla sommità delle Alpi alle rive del Danubio, dalla sua sorgente sin dove si unisce con l'Inn. La maggior parte del paese piano è ora soggetta all'Elettor di Baviera; la città di Ausburgo è protetta dalla costituzione dell'Impero germanico; i Grigioni sono sicuri nelle loro montagne, e il Tirolo è contato tra le numerose province della Casa d'Austria. Il vasto territorio compreso tra l'Inn, il Danubio e la Sava, l'Austria, la Stiria, la Carintia, la Carniola, la bassa Ungheria e la Schiavonia, erano conosciute dagli antichi sotto il nome di Norico, e di Pannonia. Nello stato originario d'indipendenza, que' fieri abitatori si tenevano intimamente collegati fra loro. Sotto il governo romano furono frequentemente uniti, e sono tuttora il patrimonio di una sola famiglia. Ora contengono la residenza di un Principe tedesco, che s'intitola Imperator de' Romani, e formano il centro non meno che la forza della potenza Austriaca. Non è inutile l'osservare, che eccettuata la Boemia, la Moravia, le frontiere settentrionali dell'Austria, ed una parte dell'Ungheria fra il Tibisco ed il Danubio, tutti gli altri dominj della Casa d'Austria erano contenuti nei confini dell'Impero romano. La Dalmazia, a cui più propriamente apparteneva il nome d'Illirico, era un tratto lungo, ma stretto, tra la Sava e l'Adriatico. La parte migliore della costa marittima, che ancora ritiene il suo antico nome, è una provincia dello Stato veneto, e la sede della piccola repubblica di Ragusa. Le parti interiori hanno i nomi schiavoni di Croazia e di Bosnia; la prima obbedisce a un governatore austriaco e la seconda ad un bassà turco; ma tutto il paese è ancora infestato dalle tribù dei Barbari, la cui selvaggia indipendenza segna irregolarmente il dubbio confine della potenza cristiana e maomettana[95]. Il Danubio, dopo aver ricevute le acque del Tibisco e della Sava, portava, almeno tra i Greci, il nome d'Istro[96]. Prima divideva la Mesia e la Dacia, l'ultima delle quali, come abbiamo già visto, fu una conquista di Traiano, e la sola provincia di là dal fiume. Se noi esaminiamo lo stato presente di queste contrade, troveremo che alla sinistra del Danubio quella di Temisvar e la Transilvania sono state annesse dopo molte rivoluzioni alla corona dell'Ungheria; mentre i principati della Moldavia e della Valachia riconoscono l'alto dominio della Porta Ottomana. Alla destra del Danubio, la Mesia, che nei secoli di mezzo fu divisa nei barbari regni della Servia e della Bulgaria, è di nuovo riunita sotto la schiavitù de' Turchi. Il nome di Romelia, che i Turchi danno tuttora alle vaste regioni della Tracia, della Macedonia e della Grecia, conserva la memoria del loro antico stato sotto l'Impero romano. Nel tempo degli Antonini, la bellicosa Tracia, dalle montagne dell'Emo e di Rodope fino al Bosforo ed all'Ellesponto, aveva presa la forma di una provincia. Non ostante il cambiamento di Sovrani, e di religione, la nuova città di Roma, fondata da Costantino sul lido del Bosforo, si è sempre di poi mantenuta la capitale di una gran monarchia. La Macedonia, che sotto il regno di Alessandro diede leggi all'Asia, ricavò vantaggi più solidi dalla politica dei due Filippi; e con le sue dipendenze dell'Epiro e della Tessaglia, si estese dall'Egeo fino al mar Ionio. Quando si riflette alla fama di Tebe e di Argo, di Sparta e di Atene, si può credere appena che tante immortali repubbliche dell'antica Grecia fossero confuse in una sola provincia dell'Impero romano, la quale per la superiore influenza della lega Achea fu ordinariamente chiamata la provincia di Acaia. Tale era lo stato dell'Europa sotto gl'Imperatori romani. Le province dell'Asia, senza eccettuarne le passeggiere conquiste di Traiano, sono tutte comprese dentro i limiti dell'Impero turco. Ma invece di seguitare le arbitrarie divisioni del dispotismo e dell'ignoranza, sarà cosa più sicura e più grata l'osservare i caratteri indelebili della natura. Il nome d'Asia Minore si dava con qualche proprietà alla penisola, che, confinata tra l'Eusino e il Mediterraneo, si avanza dall'Eufrate verso l'Europa. La più estesa e florida sua divisione verso l'occidente del monte Tauro e del fiume Ali, veniva distinta dai Romani col titolo esclusivo di Asia. La giurisdizione di quella provincia si estendeva sopra le antiche monarchie di Troia, di Lidia, e di Frigia, i paesi marittimi dei Panfilj, dei Licj e dei Carj, e le colonie greche dell'Ionia, che nelle arti, ma non nelle armi, uguagliavano la gloria della lor madre. I regni della Bitinia e del Ponto possedevano la parte settentrionale della penisola da Costantinopoli a Trebisonda. Dalla parte opposta, la provincia della Cilicia era terminata dalle montagne della Siria; la terra ferma, che il fiume Ali separava dall'Asia romana, e l'Eufrate dall'Armenia, aveva formato una volta l'indipendente regno della Cappadocia. Qui possiamo osservare che i lidi settentrionali dell'Eusino, di là da Trebisonda nell'Asia, e di là dal Danubio nell'Europa, riconoscevano la sovranità degl'Imperatori, e ricevevano dalle lor mani o Principi tributarj, o guarnigioni romane. Budzak, la Tartaria-Crimea, la Circassia e la Mingrelia sono i moderni nomi di quelle selvagge contrade[97]. Sotto i successori di Alessandro, la Siria era la sede dei Seleucidi, che regnavano nell'Asia superiore, finchè la fortunata ribellione de' Parti circoscrisse i loro dominj tra l'Eufrate ed il Mediterraneo. Quando la Siria fu sottomessa ai Romani, formò la frontiera orientale del loro Impero; nè conobbe questa provincia, nella sua più gran larghezza, altri limiti che le montagne della Cappadocia a tramontana, e verso il mezzogiorno i confini dell'Egitto ed il mar Rosso. La Fenicia e la Palestina furono talora annesse alla giurisdizione della Siria, e talora ne furono separate. La prima di queste era una costa stretta e scoscesa; la seconda era un territorio superiore appena a quello di Galles in fertilità ed in estensione. Contuttociò la Fenicia e la Palestina vivranno sempre nella memoria degli uomini; perocchè sì l'America che l'Europa hanno da una ricevute le lettere, e dall'altra la religione[98]. Un arenoso deserto, privo di alberi e d'acqua, si stendeva lungo l'incerto confine della Siria, dall'Eufrate al mar Rosso. La vita errante degli Arabi era inseparabilmente connessa con la loro indipendenza, ed ogni volta che si arrischiarono a piantare abitazioni sopra terreni meno infecondi, divennero tosto sudditi dell'Impero romano[99]. I geografi dell'antichità sono stati spesso incerti a qual parte del globo dovessero riferire l'Egitto[100]. Per la sua situazione questo celebre regno è incluso nella immensa penisola dell'Affrica, ma è solamente accessibile dalla parte dell'Asia, alle cui rivoluzioni, quasi in ogni periodo della storia, ha l'Egitto umilmente obbedito. Un prefetto romano sedeva sul magnifico trono dei Tolomei; e lo scettro di ferro dei Mammalucchi è ora nelle mani di un bassà turco. Il Nilo scorre per quel paese quasi cinquecento miglia dal Tropico del Cancro al Mediterraneo, e indica ad ogni parte la maggiore o minor fertilità con la misura delle sue inondazioni. Cirene, posta verso l'occidente e lungo la costa marittima, fu prima una colonia greca, dipoi una provincia dell'Egitto, ed ora è perduta nel deserto di Barca. Da Cirene all'Oceano, la costa dell'Affrica si estende sopra 1500 miglia; ma è così strettamente serrata tra il Mediterraneo, e il Saara, o sia Deserto arenoso, che la sua larghezza rade volte eccede ottanta o cento miglia. La divisione orientale era considerata dai Romani come la provincia più particolare, e propria dell'Affrica. Fino all'arrivo delle colonie fenicie, quel fertil paese era abitato dai Libj, i più selvaggi di tutti gli uomini. Sotto l'immediata giurisdizione di Cartagine, divenne il centro del commercio e dell'Impero; ma la repubblica di Cartagine è ora degenerata nelle deboli e disordinate Reggenze di Tripoli e di Tunisi. Il governo militare di Algeri opprime la vasta estensione della Numidia, come era unita una volta sotto Massinissa e Giugurta: ma al tempo di Augusto, i limiti della Numidia furon ristretti; e due terzi almeno del paese presero il nome di Mauritania, con l'aggiunto di Cesariense. La vera Mauritania, o sia il paese dei Mori, che dall'antica città di Tingi, o Tangeri, era distinta con il nome di Tingitana, è rappresentata dal moderno regno di Fez. Salè sull'Oceano, così infame adesso per le depredazioni de' suoi pirati, era considerata dai Romani come l'ultimo oggetto della loro potenza, e quasi della lor geografia. Si scopre ancora una città fondata da loro vicino a Mequinez, residenza di quel Barbaro, che ci abbassiamo a chiamare Imperator di Marocco; ma non pare che i suoi più meridionali dominj, Marocco stesso e Segelmessa fossero mai compresi nella provincia romana. Le parti occidentali dell'Affrica sono traversate dalle catene del monte Atlante[101], nome così a vuoto celebrato dalla fantasia dei poeti; ma che ora è diffuso sull'immenso Oceano, il quale scorre tra il vecchio continente ed il nuovo[102]. Avendo ora finito il circuito dell'Impero romano, possiamo osservare, che l'Affrica è divisa dalla Spagna da un piccolo stretto di quasi dodici miglia pel quale l'Atlantico si volge nel Mediterraneo. Le Colonne di Ercole, così famose presso gli antichi, erano due montagne che sembravano essere state distaccate da qualche sconvolgimento degli elementi; ed a' piedi della montagna europea è ora situata la fortezza di Gibilterra. L'intera estensione del Mediterraneo, le sue coste e le sue isole erano comprese nel dominio romano. Delle isole più grandi, le due Baleari, che traggono i lor nomi di Maiorca e Minorca dalla rispettiva loro grandezza, sono adesso soggette, la prima alla Spagna e la seconda alla Gran-Britannia. È più facile il deplorare che descrivere l'attuale condizione della Corsica. Due Sovrani italiani assumono il titolo regio dalla Sardegna e dalla Sicilia. Il regno di Creta o Candia, con quel di Cipro, e molte delle più piccole isole della Grecia e dell'Asia, sono state soggiogate dalle armi ottomane; mentre il piccolo scoglio di Malta sfida la lor potenza, e sotto il governo del suo Ordine militare è cresciuto in fama e in ricchezza[103]. Questa lunga enumerazione di province, i cui divisi frammenti hanno formati tanti possenti regni, può quasi indurci a perdonare agli antichi la lor vanità o la loro ignoranza. Abbagliati dall'esteso dominio, dalla forza irresistibile, e dalla reale o affettata moderazione degl'Imperatori, disprezzavano, e talvolta obbliavano le remote contrade, che erano state lasciate nel godimento di una barbara indipendenza; e a poco a poco ei presero la licenza di confondere l'Impero romano con il globo della Terra[104]. Ma il carattere e le cognizioni di uno storico moderno richiedono un linguaggio più sobrio e preciso. Questi può imprimere una più giusta immagine della grandezza romana, facendo osservare che l'Impero avea sopra 2000 miglia di larghezza dalla muraglia di Antonino e dai confini settentrionali della Dacia, al Monte Atlante e al Tropico del Cancro; che si stendeva in lunghezza per più di 3000 miglia dall'Oceano occidentale all'Eufrate; che era situato nella più bella parte della Zona temperata, tra i gradi ventiquattro e cinquantasei di latitudine Settentrionale; e che si supponeva contenere più di un milione e seicento mila miglia quadre, la maggior parte di terra fertile e ben coltivata[105]. NOTE: [16] Vedasi Dione Cassio l. LIV p. 736 con le note di Reymar. Dal marmo di Ancira, sul quale Augusto aveva fatto scolpire le sue vittorie, si ricava che questo imperatore -costrinse- i Parti a render le insegne di Crasso. [17] Strabone l. XVI pag. 780; Plinio Stor. Nat. l. VI c. 32, 35, e Dione Cassio l. LIII p. 723, e l. LIV p. 734 ci hanno lasciato molte curiose particolarità intorno a queste guerre. I Romani s'impadronirono di Mariaba o Merab, città dell'Arabia Felice, ben conosciuta dagli Orientali (v. Abulfeda, e la Geografia della Nubia p. 52). Essi penetrarono, dopo una marcia di tre giorni, sino al paese che produce gli aromati, principale oggetto della loro invasione. [18] Per la strage di Varo e delle sue tre legioni (v. il primo libro degli Annali di Tacito, Svetonio vita d'Augusto c. 23, e Vell. Paterc. l. II c. 117 ec.). Augusto non ricevè la nuova di questa disfatta con tutta la moderazione e costanza, che si dovea naturalmente aspettare dal suo carattere. [19] Tacit. Annal. l. II Dione Cassio l. LVI p. 833 e il discorso di Augusto stesso nella Satira dei Cesari. Quest'ultima opera è molto illustrata dalle dotte note del suo traduttor francese Spanheim. [20] Germanico, Svetonio, Paolino ed Agricola furon traversati e richiamati nel corso delle loro vittorie. Corbulone fu messo a morte. Il merito militare, dice mirabilmente Tacito, era, nel più stretto senso del vocabolo, -imperatoria virtus-. [21] Cesare non allega quest'ignobil motivo, ma Svetonio ne fa menzione, c. 47. Del resto le perle della Britannia ebbero poco valore pel colorito livido e cupo. Osserva Tacito che n'era questo un difetto inerente. Vita d'Agric. c. 12. -Ego facilius crediderim naturam margaritis deesse, quam nobis avaritiam.- [22] Sotto i regni di Claudio, di Nerone e di Domiziano. Pomponio Mela, che scriveva sotto il primo di questi Principi, spera, lib. III c. 6, che col prospero successo delle armi romane, l'isola ed i suoi selvaggi abitanti saranno ben presto meglio conosciuti. È cosa molto divertente il legger ora simili passi in mezzo di Londra. [23] Vedasi il mirabile compendio che Tacito ne ha dato nella vita di Agricola. Questo soggetto è ben lungi dall'essere esaurito, non ostante le ricerche dei nostri dotti antiquarj Camden ed Horsley. [24] Gli Scrittori irlandesi, gelosi della gloria della lor patria, sono sommamente irritati su questo articolo contro Tacito ed Agricola. [25] Ved. -Britannia Romana- di Horsley l. 1 c. 10. [26] Il poeta Bucanano celebra con molto spirito ed eleganza (ved. le sue -Selve- V.) la libertà di cui han sempre goduto gli antichi Scozzesi. Ma se la sola asserzione di Riccardo di Cirencester basta per creare una provincia romana (-Vespasiana-) a settentrione di quella muraglia, questa indipendenza si trova ristretta da confini molto angusti. [27] Ved. Appiano in -proem.- e le uniformi descrizioni dei poemi di Ossian, i quali, in qualunque ipotesi, furon composti da un natio della Caledonia. [28] Ved. il Panegirico di Plinio, che sembra appoggiato a fatti. [29] Dione Cassio l. LXVII. [30] Erodoto l. IV c. 94. Giuliano nei Cesari, con le osservazioni di Spanheim. [31] Plinio epist. VIII 9. [32] Dione Cassio l. LXVIII p. 1123, 1131, Giuliano in -Caesaribus-; Eutropio VIII 2 6. Aurelio Vittore -in Epitom.- [33] Ved. una memoria di M. d'Anville sopra la provincia della Dacia nella Raccolta dell'Accademia delle iscrizioni Tom. XXVIII p. 444, 458. [34] I sentimenti di Traiano sono rappresentati al vivo e graziosamente nei Cesari dell'Imperator Giuliano. [35] Eutropio e Sesto Rufo han voluto perpetuare questa illusione. Vedasi una dissertazione molto ingegnosa di M. Freret nelle memorie dell'Accademia delle iscrizioni Tom. XXI p. 55. [36] Dione Cassio, l. LXVIII e i Compendiatori. [37] Ovid. Fast. l. II vers. 667. Ved. Tito Liv. e Dionigi d'Alicarnasso nel regno di Tarquinio. [38] S. Agostino si compiace molto nel riportare questa prova della debolezza del Dio Termine e della vanità degli augurj. Ved. -de Civitate Dei- IV 29. [39] Ved. la Storia August. p. 5, la Cronica di S. Girolamo e tutte le epitomi. È ben singolare che questo memorabile avvenimento sia stato omesso da Dione, o per dir meglio da Sifilino. [40] Dione l. LXIX p. 1158 Stor. August. p. 5. 8. Se tutte le opere degli storici fosser perdute, le medaglie, le iscrizioni e gli altri monumenti di questo secolo basterebbero per farci conoscere i viaggi di Adriano. [41] Ved. la Stor. August. e le epitomi. [42] Non bisogna per altro scordarsi, che sotto il regno di Adriano il fanatismo armò gli Ebrei, e suscitò una violenta ribellione in una provincia dell'Impero. Pausania l. VIII c. 43 parla di due guerre necessarie terminate felicemente dai Generali di Antonino Pio; una con i Mori erranti, i quali furon cacciati nei deserti del monte Atlante; l'altra contro i Briganti della Britannia, che avevano invasa la provincia romana. La storia Aug. fa menzione, p. 19 di queste due guerre, e di molte altre ostilità. [43] Appiano di Alessandria nella prefazione della sua Storia delle Guerre Romane. [44] Dione l. LXXI Stor. Aug. in -Marco-. Le vittorie riportate sui Parti han fatto nascere una folla di relazioni, e Luciano ha salvati dall'obblio i loro dispregevoli autori in una satira molto ingegnosa. [45] Il più povero soldato possedeva più di 1800 -pavoli-, (ved. Dionigi d'Alicarn. IV 71) somma considerabile in un tempo, in cui sì rara era la specie, che un'oncia d'argento valeva 70 libbre di rame. La plebaglia, stata per l'antica costituzione esclusa dal servizio militare, fu senza riguardo ammessa da Mario. Vedi Sallustio, Guerra di Giugurta c. 91. [46] Cesare compose una legione detta -Alauda-, Lodola, di Galli e di stranieri; ma fece questo nei tempi licenziosi delle guerre civili; e dopo le sue vittorie diè loro per ricompensa il diritto di cittadini romani. [47] Ved. Vegezio, -de re militari-, l. I c. 2, 7. [48] Il giuramento di fedeltà che l'Imperatore esigeva dalle truppe, era rinnovato ogni anno il primo di gennaio. [49] Tacito chiama le Aquile romane -Bellorum Deos-. Riposte in una cappella in mezzo al campo, erano esse adorate dai soldati al pari delle altre divinità. [50] Vedi Gronovio -de pecunia vetere-, l. III p. 120 ec. L'Imperator Domiziano accrebbe l'annua paga dei legionarj sino a dodici pezze d'oro, circa venti zecchini nostrali. Questa paga si aumentò in appresso insensibilmente, secondo il progresso del governo militare e della ricchezza dello Stato. Dopo venti anni di servizio i Veterani ricevevano tremila danari, dugento zecchini in circa, o una porzione di terra equivalente a questa somma. La paga delle Guardie era doppia di quella de' legionarj, ed in generale le Guardie godevano privilegi molto più considerabili. [51] -Exercitus ab exercitando-, Varrone -de lingua latina-, l. IV; Cicerone Tuscul. l. II 37. Sarebbe un'opera molto interessante l'esame dell'affinità che vi è tra la lingua ed i costumi di una nazione. [52] Vegezio, l. II e il resto del suo primo libro. [53] M. le Beau ha illustrato assai bene la danza Pirrica nella Raccolta dell'Accademia delle iscrizioni, tom. 35, p. 262 ec. Questo dotto Accademico ha unito in una serie di memorie eccellenti tutti i passi degli autori antichi concernenti la legione romana. [54] Giuseppe -de bello Judaico- l. III c. 5. Noi siamo debitori a questo scrittore ebreo di alcune particolarità molto curiose sulla disciplina Romana. [55] Panegirico di Plinio c. 13 vita di Adriano nella Storia Augusta. [56] Vedasi nel sesto libro della sua storia una digressione ammirabile sulla disciplina de' Romani. [57] Vegezio, -de re militari-, l. II 4 ec. Una parte considerabile del suo compendio è presa da regolamenti di Traiano, e di Adriano. La legione, quale ei la descrive, non può convenire ad alcun altro secolo dell'Impero Romano. [58] Vegezio, l. I. c. 1. Al tempo di Cicerone e di Cesare la voce -miles- non era che per l'infanteria. Nel basso impero e nei secoli della cavalleria significò particolarmente le persone d'armi che combattevano a cavallo. [59] Al tempo di Polibio, di Dionigi d'Alicarnasso l. V cap. 45 la punta di acciaro del -Pilo- par che sia stata molto più lunga. Nel secolo in cui scriveva Vegezio, fu ridotta ad un piede, o ancora a 9 pollici. Io ho presa la media. [60] Sulle armi dei legionari ved. Giusto Lipsio, -de militia romana-, lib. III c. 2 e 7. [61] Vedasi il bel paragone di Virgilio, Georg. l. II v. 279. [62] M. Guichard, Memorie militari tom. I c. 4 e nuove Memorie tom. I p. 293, 311, ha trattato questo soggetto da uomo dotto e da uffiziale esperto. [63] Ved. la tattica di Arriano. Questo autore greco, appassionato per le istituzioni patrie, ha voluto piuttosto descrivere la falange a lui nota solo per gli scritti degli antichi, che le legioni da esso comandate. [64] Polib. l. XVII. [65] Vegezio, -de re militari-, l. II c. 6. La sua positiva testimonianza, che potrebbe ancora essere avvalorata da circostanze evidenti, dovrebbe impor silenzio a quei critici che ricusano alla Legione Imperiale il suo corpo di cavalleria. [66] Ved. Tito Livio quasi in ogni pagina, e segnatamente l. XLII 6. [67] Plinio Stor. nat. XXXIII 2. Il vero senso di questo passo molto curioso è stato trovato e schiarito da M. di Beaufort. -Rep. Romaine-, l. II 2. [68] Orazio ed Agricola ce ne danno un esempio. Sembra che questo costume fosse un vizio nella disciplina romana. Adriano procurò di rimediarvi, fissando l'età necessaria per esser Tribuno. [69] Vedasi la tattica di Arriano. [70] Tale era in particolare lo stato dei Batavi. Vedi Tacito, Costumi de' Germani, c. 29. [71] Marco Aurelio, dopo aver vinto i Quadi ed i Marcomanni, li obbligò a fornirgli un considerabil corpo di truppe, che subito spedì nella Britannia. Dion. l. LXXI. [72] Tacito, Annal. IV, 5. Coloro i quali parlano di un certo numero di pedoni, e del doppio di cavalli, confondono gli ausiliari degl'Imperatori con gl'Italiani alleati della Repubblica. [73] Vegezio, II 2. Arriano, nella sua descrizione della marcia, e della battaglia contro gli Alani. [74] Il Cav. Folard (nel suo Commentario sopra Polibio, tom. II p. 233, 290) ha trattato delle macchine antiche con molta erudizione e sagacità; le preferisce perfino in molti conti ai cannoni ed ai mortari che noi usiamo. Conviene osservare che appresso i Romani l'uso delle macchine divenne più comune a misura che il valor personale e l'abilità militare sparvero nell'Impero. Quando non fu più possibile trovar uomini, convenne supplire a questa mancanza con macchine di specie diversa. Ved. Vegezio, II 25 ed Arriano. [75] «Universa quae in quoque belli genere necessaria esse creduntur, secum legio debet ubique portare, ut in quovis loco fixerit castra, armatam faciat civitatem». Con queste enfatiche parole termina Vegezio il suo secondo libro, e la descrizione della legione. [76] Per la -Castrametazione- dei Romani ved. Polibio l. VI con Giusto Lipsio, -De militia romana-; Giuseppe -De bello Judaico- l. III c. 5 Vegezio 1, 21, 25, III 9 e le Memorie di Guichard tom. I c. 1. [77] Cicerone Tuscul. II 17 Giuseppe -De bello Judaico- l. III 5, Frontino IV 1. [78] Vegezio I 9. Ved. le Memorie dell'Accademia delle iscrizioni, tom. XX p. 187. [79] Queste evoluzioni sono mirabilmente spiegate da M. Guichard nelle sue Nuove memorie, tom. I p. 141, 234. [80] Tacito Annal. IV. 5 ci ha dato uno stato delle legioni sotto Tiberio, e Dione lib. LV p. 794 sotto Alessandro Severo. Io ho procurato di prendere un giusto mezzo tra questi due periodi. Vedasi ancora Giusto Lipsio, -De magnitudine romana- l. I c. 4 5. [81] I Romani procurarono di nasconder la loro ignoranza, ed il terrore sotto il velo di un religioso rispetto. V. Tacito, costumi dei Germani, c. 34. [82] Plutarco, vita di M. Antonio; e ciò non ostante, se diamo fede ad Orosio, queste enormi cittadelle non si alzavano più di dieci piedi sull'acqua VI 19. [83] Vedi Giusto Lipsio -De magn. rom.- l. I c. 5. Gli ultimi sedici capitoli di Vegezio hanno rapporto alla marina. [84] Voltaire, Secolo di Luigi XIV c. 19. Non bisogna dimenticarsi per altro che la Francia si risente ancora di quello sforzo straordinario. [85] Ved. Strabone l. II. È molto naturale di supporre che -Aragona- vien da -Tarraconensis-. Molti autori moderni, che hanno scritto in latino, si servono di queste due parole come sinonime. È certo per altro che l'Aragone, picciol fiume, che dai Pirenei cade nell'Ebro, dette da principio il suo nome a una provincia, e dipoi a un Regno. Ved. d'Anville, Geografia del -medio evo-, pag. 181. [86] Si trovano 115 città nella -Notizia- della Gallia. Si sa che questo nome era dato non solamente alla Capitale, ma ancora al territorio intero di ciascheduno Stato. Plutarco ed Appiano fanno ascendere il numero delle tribù fino a tre o quattrocento. [87] D'Anville, Notizia della Gallia antica. [88] Storia di Manchester scritta di Whitaker vol. 1 c. 3. [89] I Veneti d'Italia, benchè spesso confusi con i Galli, eran probabilmente Illirici di origine. Ved. M. Freret Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni Tom. XVIII. [90] Maffei -Verona illustrata- lib. I. [91] Il primo contrapposto fu osservato anche dagli antichi (ved. Floro l. II.) il secondo salta agli occhi d'ogni viaggiatore moderno. [92] Plinio Stor. Nat. lib. III. Segue la division dell'Italia fatta da Augusto. [93] Tournefort, viaggio della Grecia, e dell'Asia minore, lettera XVIII. [94] Il nome d'Illiria originariamente apparteneva alle coste del mare Adriatico. I Romani lo estesero a poco a poco dalle Alpi fino al Ponto Eusino. Ved. -Severini Pannonia, L. I. c. 3-. [95] Un viaggiator veneziano, l'Abate Fortis, ha data recentemente una descrizione di queste oscure contrade. Ma la geografia e le antichità dell'Illiria occidentale non si possono sperare se non dalla munificenza dell'Imperatore che n'è il Sovrano. [96] La Sava nasce vicino al confini dell'Istria. I Greci dei primi secoli la riguardavano come il ramo principale del Danubio. [97] Ved. Il Periplo d'Arriano. Questo autore avea esaminate le coste del Ponto Eusino quando era governatore della Cappadocia. [98] Il progresso della religione è ben noto. L'uso delle lettere s'introdusse tra i Selvaggi dell'Europa quindici secoli circa avanti Gesù Cristo, e gli Europei le portarono in America quindici secoli dopo la sua nascita. L'alfabeto fenicio fu considerabilmente alterato in un periodo di tremila anni, passando per le mani dei Greci e dei Romani. [99] Dion. LXVIII. p. 1131. [100] Secondo Tolomeo, Strabone e i geografi moderni, l'Istmo di Suez è il confine dell'Asia e dell'Affrica. Dionigi, Mela, Plinio, Sallustio, Irzio e Solino, stendendo i limiti dell'Asia sino al ramo occidentale del Nilo, o anche sino al gran Catabathmus, rinchiudono in questa parte del mondo non solo l'Egitto, ma ancora parte della Libia. [101] La lunga estensione, l'altezza moderata, e il dolce declive del monte Atlante (ved. i viaggi di Shaw pag. 5) non si accordano con l'idea d'una montagna isolata, che nasconde la sua testa nelle nuvole, e par che sostenga il cielo. Il Picco di Teneriffa, al contrario, s'innalza più di 2200 tese sopra il livello del mare; e siccome era molto conosciuto dai Fenicj, ha forse dato luogo alle finzioni dei poeti greci. Ved. Buffon Stor. Nat. tom: I p. 312: Stor. dei viaggi, tom. II. [102] M. de Voltaire Tom. XIV p. 297 dà troppo generosamente le isole Canarie ai Romani. Non pare che mai ne sieno stati i padroni. [103] -Quanto alla divisione degli stati moderni sono molto cangiate le cose dal tempo in che il Gibbon scriveva; ma siffatte differenze si possono agevolmente riconoscere da ogni lettore dotato di qualche coltura.- [104] Bergier Stor. delle strade pubbliche l. III c. 1, 2, 3, 4, opera ripiena di ricerche utilissime. [105] Ved. la Descrizione del Globo di Templeman. Ma io non mi fido nè dell'erudizione nè delle carte di questo scrittore. CAPITOLO II. -Unione ed interna prosperità del romano Impero nel secolo degli Antonini.- Non per la rapidità o estensione delle sue conquiste soltanto si dee valutare la grandezza di Roma. Il Sovrano dei deserti della Russia comanda ad una porzione più vasta del globo. Nella settima estate dopo il suo passaggio dell'Ellesponto, Alessandro innalzava i trofei macedoni sulle rive dell'Ifasi[106]. In meno di un secolo l'irresistibile Gengis e i principi Mogolli di quella stirpe estesero le crudeli devastazioni, ed il passeggiero loro dominio dal mar della China ai confini dell'Egitto e della Germania[107]. Ma il saldo edifizio della potenza romana fu levato in alto o conservato dalla prudenza di molti secoli. Le contrade che obbedivano a Traiano ed agli Antonini, erano unite con le leggi, ed adornate dalle arti. Esse potevano accidentalmente soffrire per l'abuso parziale di una autorità delegata; ma il principio generale del Governo era savio, semplice e benefico. Gli abitatori delle province godevano della religione de' loro antenati, mentre negli onori e vantaggi civili per giusti gradi venivano alzati ad un'eguaglianza con i loro conquistatori. I. La politica degl'Imperatori e del Senato, per riguardo alla religione, era felicemente secondata dalle riflessioni della parte illuminata dei loro sudditi, e dai costumi della parte superstiziosa. I diversi culti religiosi che si osservavano nel Mondo romano, erano tutti considerati dal popolo come egualmente veri; dal filosofo come egualmente falsi, e dai magistrati come egualmente utili. Di tal modo la tolleranza produceva non solo una scambievole indulgenza, ma eziandio una religiosa concordia. La superstizione del popolo non era amareggiata da alcuna mistura di rancor teologico, nè vincolata era dalle catene di alcun sistema speculativo. Il politeista devoto, sebbene appassionatamente ligio a' nazionali suoi riti, ammetteva con una implicita fede le diverse 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000