[663] Dicesi che i Messicani ed i Peruviani senza l'uso della moneta e
del ferro, han fatto un grandissimo progresso nelle arti. Queste arti,
ed i monumenti, da esse prodotti, sono stati moltissimo esagerati. Ved.
-Recherches sur les Américains- tom. II p. 153 ec.
[664] Tacit. Germ. 15.
[665] Tacit. Germ. 22, 23.
[666] Id. 24. Poteano i Germani avere apprese dai Romani le -arti- del
giuoco, ma la -passione- di esso è mirabilmente inerente all'umana
specie.
[667] Tacit. Germ. 14.
[668] Plutarc. in Camillo. Tit. Liv. V. 33.
[669] Dubos. Stor. della Monarc. francese tom. I p. 93.
[670] La nazione elvetica che uscì dal paese chiamato -degli Svizzeri-,
conteneva trecentosessantottomila persone di ogni età e d'ogni sesso
(-Caesar De bell. Gall.- l. 29.) Adesso il numero degli abitatori nel
-pays de Vaux- (picciol distretto sulle rive del lago Lemano, molto più
illustre per la cultura che per l'industria) ascende a 112591. Vedi un
eccellete trattato del Sig. Muret, nelle Mem. della Società di Berna.
[671] Paolo Diacono c. 1. 2. 3, Machiavello, Davila, ed il restante dei
seguaci di Paolo, rappresentano queste emigrazioni come disegni troppo
regolari e concertati.
[672] Guglielmo Temple e Montesquieu si sono, su questo soggetto,
lasciati trasportare dalla solita vivacità della loro fantasia.
[673] Machiavello Stor. di Firenze l. I. Mariana Stor. spagnuola l. V c.
I.
[674] Robertson, Vita di Carlo Quinto. Hume, Saggi politici.
[675] Tacit. Germ. 44, 45. Frensemio (che dedicò il suo supplemento di
Tito Livio a Cristina di Svezia), si crede in obbligo di far molto lo
sdegnato con quel Romano che mostrò così poco rispetto per le Regine del
Settentrione.
[676] Non sarebbe egli da sospettarsi che la superstizione generasse il
dispotismo? Dicesi che i discendenti di Odino (la cui stirpe non si
estinse fino all'anno 1060) regnarono nella Svezia per più di mille
anni. Il tempio di Upsal era l'antica sede della Religione e
dell'Impero. Nell'anno 1153 ritrovo una legge singolare, la quale a
tutti proibisce l'uso ed il possesso delle armi, eccettuate lo guardie
del Re. Non è egli probabile che fosse questa legge colorita col
pretesto di ristabilire una antica istituzioni? Ved. Dalin; Storia di
Svezia nella Biblioteca Ragionata tom. XL. e XLV.
[677] Tacit. Germ. c. 43.
[678] Tacit. Germ. c. 11, 12, 13 ec.
[679] Grozio muta una espressione di Tacito, -pertractantur- in
-praetractantur-. La correzione è giusta non men che ingegnosa.
[680] Nel -nostro- antico Parlamento ancora, i baroni sovente decidevano
una questione non tanto col numero dei voti, quanto con quello dei loro
seguaci.
[681] Caesar de Bell. Gall. VI. 23.
[682] -Minuunt controversias-, è una espressione di Cesare.
[683] -Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt.- Tacit. German. 7.
[684] Cluver. Germ. Ant. l. I. c. 38.
[685] Caesar VI 22. Tacit. Germ. 26.
[686] Tacit. Germ. 7.
[687] Tacit. Germ. 13, 14.
[688] -Esprit des loix- l. XXX c. 3. La brillante immagine di
Montesquieu è però corretta dal semplice e freddo ragionamento
dell'Abate di Mably. Osservazioni sulla storia di Francia tomo. I p.
556.
[689] -Gaudent muneribus, sed nec data imputant, nec acceptis
obligantur.- Tacit. Germ. c. 21.
[690] L'adultera veniva frustata pel villaggio. Nè la ricchezza o la
beltà potevano inspirar compassione, o procurarle un secondo marito.
Ivi, 18, 19.
[691] Ovidio impiega dugento versi nella ricerca dei luoghi più propizi
all'amore. Soprattutto egli considera il teatro come il più adatto a
riunire le bellezze di Roma o indurle alla tenerezza ed alla sensualità.
[692] Tacit. Stor. IV 61, 65.
[693] I doni nuziali consistevano in bovi, cavalli ed armi. Vedi Germ.
c. 18. Tacito è alquanto pomposo su questo soggetto.
[694] La mutazione di -exigere- in -exugere- è una correzione
eccellente.
[695] Tacit. Germ. c. 7. Plutarco in Mario. Prima che le vedove dei
Teutoni si distruggessero da se stesse con i loro figli, si erano
offerte a rendersi, con il patto di esser ricevute come schiave delle
Vestali.
[696] Tacito ha impiegato poche righe, e Cluverio cento ventiquattro
pagine su questo oscuro soggetto. Il primo ritrova nella Germania gli
Dei della Grecia e di Roma. L'ultimo decide che, sotto gli emblemi del
sole, della luna e del fuoco, i suoi devoti antenati adoravano la
Trinità nell'Unità.
[697] Il sacro bosco, descritto con sublime orrore da Lucano, era nella
vicinanza di Marsiglia. Ma ve n'erano molti della stessa specie nella
Germania.
[698] Tacit. German. c. 7.
[699] Tac. c. 4.
[700] Vedi Robertson vita di Carlo V. Vol. I nota 10.
[701] Tacit. Germ. c. 6. Questi stendardi altro non erano che teste di
animali feroci.
[702] Vedi un esempio di questo costume in Tacito, Annal. XIII. 57.
[703] Cesare, Diodoro e Lucano sembrano attribuire questa dottrina ai
Galli, ma il Sig. Pelloutier (Stor. dei Celti l. XIII c. 18) si sforza
d'interpretare le loro espressioni in un senso più ortodosso.
[704] Riguardo a questa grossolana, ma seducente dottrina dell'Edda,
vedi la favola XX nella curiosa traduzione di quel libro, pubblicata dal
sig. Mallet nella sua introduzione alla storia di Danimarca.
[705] Vedi Tacito Germ. c. 3, Diod. Sicul. l. V, Strab. l. IV p. 197. Il
dotto lettore può rammentarsi il grado di Demodoco nella Corte feacia, e
l'ardore infuso da Tirteo negli avviliti Spartani. Vi è per altro poca
probabilità, che i Greci ed i Germani fossero una stessa nazione. Quante
erudite fole si risparmierebbero, se volessero i nostri antiquarj
riflettere, che situazioni simili produrranno naturalmente simili
costumi.
[706] -Missilia spargunt.- Tacit. German. c. 6. O questo Storico si è
servito di una indeterminata espressione, o ha voluto dire che erano
gettati a caso.
[707] Era questa la loro principale distinzione dai Sarmati, i quali
generalmente combattevano a cavallo.
[708] La relazione di questa impresa occupa una gran parte dei libri
quarto e quinto della Storia di Tacito, ed è più pregevole per
l'eloquenza, che per la chiarezza. Enrico Saville vi ha osservate molte
negligenze.
[709] Tacito Stor. IV 13. Avea come essi perduto un occhio.
[710] Erano comprese tra i due rami dell'antico Reno, come sussistevano
prima che l'arte e la natura cambiassero l'aspetto del paese. Vedi
Cluver. German. Antiq. l. II c. 30, 57.
[711] Caesar De Bell. Gall. l. VI 23.
[712] Sono essi però rammentati nel IV e V secolo da Nazzario, Ammiano,
Claudiano ec. come una Tribù di Franchi. Vedi Cluver. Germ. Antiq. l.
III c. 13.
[713] -Urgentibus- è la comun lezione; ma il buon senso, Lipsio ed
alcuni Mss. si dichiararono per -vergentibus-.
[714] Tacit. German. c. 33. Il devoto abate de la Bleterie è molto
sdegnato con Tacito; parla del diavolo, che fu un assassino fin da
principio ec. ec.
[715] Possono rinvenirsi molte tracce di questa politica in Tacito ed in
Dione; e molte più si possono dedurre dai principj della natura umana.
[716] Stor. Aug. p. 31. Ammian. Marcell. lib. XXXI c. 5. Aurel. Vittor.
L'Imperatore Marco Aurelio fu ridotto a vendere i ricchi addobbi del
palazzo, ed arruolare gli schiavi ed i ladri.
[717] I Marcomanni (colonia, che dalle rive del Reno occupò la Boemia e
la Moravia) avevano una volta eretta una grande e formidabile Monarchia
sotto il loro Re Marobodno. Vedi Strabone l. VII, Vell. Paterc, II. 105,
Tacit. Annal. II 63.
[718] Il Sig. Wotton (Stor. di Roma p. 166) estende la proibizione ad
una distanza dieci volte maggiore. Il suo ragionamento è specioso, ma
non concludente. Cinque miglia erano sufficienti per una fortificata
barriera.
[719] Dione l. LXXI e LXXII.
[720] Vedi un'eccellente dissertazione su l'origine e l'emigrazione
delle nazioni nelle Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni tom. XVIII
p. 48, 71. È raro, che l'antiquario e il filosofo si trovino sì
felicemente uniti in una sola persona.
CAPITOLO X.
-Gl'Imperatori Decio, Gallo, Emiliano, Valeriano e Gallieno.
Irruzione generale dai Barbari. I trenta tiranni.-
[A.D. 248-268]
I vent'anni, che scorsero dai grandiosi giuochi secolari di Filippo alla
morte di Gallieno, furono una serie di obbrobrj e di calamità. In ogni
momento di quel calamitoso periodo, si videro barbarici invasori, e
militari tiranni opprimere ogni provincia del romano Impero, il quale
pareva ormai giunto all'ultimo funesto termine del suo disfacimento. La
confusione dei tempi, e la scarsezza di memorie autentiche, oppongono
uguali difficoltà allo Storico, che procura di conservar chiaro e non
interrotto il filo della sua narrazione. Circondato da imperfetti
frammenti sempre concisi, spesso oscuri, e talvolta contradditorj, egli
è ridotto a raccogliere, paragonare, e far congetture; e sebbene non
dovrebbe mai fondarle sulla schiera dei fatti, pure la cognizione della
natura umana, e della sicura operazione delle vive e sfrenate passioni
della medesima, potrebbe in qualche occasione supplire alla mancanza di
molti materiali storici.
Non v'è, per esempio, alcuna difficoltà nel concepire, che le successive
uccisioni di tanti Imperatori avessero sciolti tutti i vincoli di
fedeltà tra il Principe ed il Popolo; che tutti i Generali di Filippo
fossero pronti ad imitare l'esempio del loro Sovrano, e che il capriccio
degli eserciti, da gran tempo avvezzi alle spesse e violente
rivoluzioni, potesse ogni giorno innalzare al trono il più vile dei
soldati. La Storia può solamente aggiungere, che, la ribellione contro
l'Imperatore Filippo scoppiò nella state dell'anno dugentoquarantanove
tra le legioni della Mesia; e che Marino, uffiziale subalterno[722], fu
l'oggetto della loro sediziosa scelta. Filippo si spaventò. Temeva che
il tradimento di quell'esercito non divenisse la prima favilla di un
generale incendio. Agitato dalla coscienza della sua reità, e dal suo
pericolo, comunicò la nuova al senato. Restarono tutti in un profondo
silenzio, effetto del timore, e forse della malevolenza: ma Decio
finalmente, uno dell'assemblea, con animo degno della nobil sua
nascita[723] osò mostrarsi più intrepido del medesimo Imperatore. Trattò
tutto quell'affare con disprezzo, come un precipitoso o sconsiderato
tumulto, ed il rivale di Filippo, come un fantasma di sovranità, che
sarebbe in pochi giorni distrutto dalla stessa incostanza che creato
l'avea. Il pronto adempimento della profezia inspirò a Filippo una
giusta stima verso un consigliere sì abile; e Decio gli parve il solo
capace di ristabilire la quiete e la disciplina in un esercito, il cui
spirito tumultuoso non era interamente calmato dopo l'assassinio di
Marino. Sembra che Decio, resistendo lungamente alla scelta fatta di se,
volesse mostrare il pericolo che vi era nel presentare un condottiero di
merito agl'inaspriti e paventanti soldati; e la sua predizione fu di
nuovo confermata dall'evento. Le legioni della Mesia costrinsero il loro
giudice a divenire lor complice, presentandogli l'alternativa della
morte o della porpora. La sua susseguente condotta, dopo un passo così
decisivo, era già inevitabile. Condusse egli, o piuttosto seguì la sua
armata ai confini dell'Italia, dove Filippo, adunando tutte le sue forze
per respingere il formidabile competitore da lui stesso innalzato, si
avanzò ad incontrarlo. Le truppe imperiali erano più numerose[724]; ma
l'esercito dei ribelli era tutto composto di veterani, e comandato da un
Capo abile e sperimentato. Filippo o fu ucciso nella battaglia, o messo
a morte pochi giorni dopo in Verona. Il suo figlio e collega nell'Impero
fu trucidato in Roma dai Pretoriani; e Decio vittorioso con le più
favorevoli circostanze, che potessero in quel secolo servir di pretesto
all'ambizione, fu universalmente riconosciuto dal Senato e dalle
province. Vien riferito che immediatamente dopo d'avere contro sua
voglia accettato il titolo di Augusto, avea con un secreto messaggio
informato Filippo della sua innocenza e della sua fedeltà, solennemente
protestando che al suo arrivo nell'Italia deporrebbe gli ornamenti
imperiali, e rientrerebbe nella condizione di suddito obbediente.
Poteano essere sincere le sue proteste. Ma nella situazione, in cui
l'avea posto la sorte, era quasi impossibile ch'egli potesse o
perdonare, od ottenere il perdono.
[A. D. 250]
L'Imperatore Decio aveva impiegati pochi mesi nella opera della pace, e
nell'amministrazione della giustizia, quando l'invasione dei Goti lo
chiamò sul Danubio. È questa la prima importante occasione, nella quale
la Storia faccia menzione di quel gran popolo, che atterrò di poi la
romana potenza, saccheggiò il Campidoglio, e regnò nella Gallia, nella
Spagna, e nell'Italia. Essi contribuirono cotanto alla sovversione
dell'Impero occidentale, che il nome de' Goti viene spesso, ma
impropriamente, usato come una generale denominazione di Barbari
bellicosi e feroci.
Sul principio del sesto secolo, e dopo la conquista dell'Italia, i Goti,
in possesso di una grandezza presente, contemplarono con natural piacere
il prospetto della passata e della futura lor gloria. Essi desiderarono
di conservare la memoria dei loro antenati, e di trasmettere alla
posterità quella delle loro proprie imprese. Il principale ministro
della Corte di Ravenna, il dotto Cassiodoro, secondò l'inclinazione dei
conquistatori in una Storia gotica di dodici libri, ridotta adesso
all'imperfetto compendio di Giornandes[725]. Questi Scrittori, passando
sulle sventure della nazione con una brevità artificiosa, ne celebrarono
il fortunato valore, e adornarono il di lei trionfo con molti asiatici
trofei, i quali più giustamente appartenevano ai popoli della Scizia.
Sulla fede di antiche canzoni (incerti, ma soli annali dei Barbari) essi
derivarono la prima origine dei Goti dalla vasta isola o penisola della
Scandinavia[726]. Non era quell'ultima contrada del Settentrione
sconosciuta ai conquistatori dell'Italia; i vincoli dell'antica
consanguinità furono rinvigoriti da recenti ufficj di amicizia; ed un Re
della Scandinavia rinunziò volonterosamente alla sua selvaggia
grandezza, per poter passare il resto de' suoi giorni nella tranquilla e
cultissima Corte di Ravenna[727]. Molti vestigi, da non potersi
ascrivere all'artifizio di una popolar vanità, attestano l'antica
residenza dei Goti nelle contrade di là dal Baltico. Dal tempo del
geografo Tolomeo in poi, la parte meridionale della Svezia sembra essere
rimasta sempre sotto il dominio del meno intraprendente residuo della
nazione; e vi è tuttavia un vasto territorio, che si divide in Gotlandia
orientale ed occidentale. Nei secoli di mezzo (cioè dal nono al
dodicesimo secolo) mentre il Cristianesimo faceva lenti progressi nel
Settentrione, i Goti e gli Svezzesi erano due distinte, e talvolta
nemiche nazioni di una medesima Monarchia[728]. L'ultimo di questi due
nomi ha prevalso, senza però estinguere il primo. Gli Svezzesi, che
avrebbero potuto contentarsi della propria lor fama nell'armi, hanno in
ogni secolo preteso di partecipare dell'antica gloria dei Goti. In un
momento di disgusto contro la Corte di Roma, Carlo XII. disse
apertamente, che le vittoriose sue truppe non erano degenerate dai lor
valorosi antenati, che avean già una volta soggiogata la padrona del
Mondo[729].
Verso la fine dell'undecimo secolo, sussisteva un Tempio famoso in
Upsal, la più considerabile fra le Città degli Svezzesi o dei Goti. Era
questo ricchissimo per l'oro che gli Scandinavi aveano acquistato nelle
loro piraterie, e santificato co' rozzi simulacri delle tre principali
divinità, il Dio della guerra, la Dea della generazione, e il Dio del
tuono. Nella generale festività che ogni nove anni solennizzavasi, si
sacrificavano nove animali di ogni specie (senza eccettuarne l'umana) e
i loro sanguinosi corpi venivano appesi agli alberi del sacro bosco
adiacente al Tempio[730]. Le sole tracce che adesso sussistano di questa
barbara superstizione, son contenute nell'-Edda-: sistema di mitologia
compilato nella Islanda verso il tredicesimo secolo, e studiato dai
dotti della Danimarca e della Svezia, come il più stimabile avanzo delle
antiche loro tradizioni.
Nonostante la misteriosa oscurità dell'Edda, si possono facilmente
distinguere due persone confuse sotto il nome di Odino, il Dio della
guerra ed il gran legislatore della Scandinavia. L'ultimo, il Maometto
del Settentrione, instituì una religione adattata al clima ed al popolo.
Molte numerose Tribù su l'una e l'altra riva del Baltico furono
soggiogate dall'invincibil valore di Odino, dalla sua persuasiva
eloquenza, e dalla riputazione, ch'ei si era acquistata, di abilissimo
mago. Con una volontaria morte egli confermò quella credenza, che avea
propagata nel corso d'una lunga e prospera vita. Temendo l'umiliante
assalto dell'infermità, si risolse di morir da guerriero. In una solenne
assemblea di Svezzesi e di Goti si dette egli stesso nove mortali
ferite, affrettandosi, come affermò con la moribonda sua voce, a
preparare la festa degli Eroi nel palazzo del Dio dello guerra[731].
La nativa e propria abitazione di Odino è distinta col nome di
-As-gard-. La fortunata somiglianza di questo nome con quello di
-As-burg-, o -As-of-[732], parole di simil significato, ha fatto nascere
un sistema storico così piacevolmente tessuto, che noi quasi brameremmo
di persuaderci che fosse vero. Si suppone che Odino fosse Capo di una
tribù di Barbari, che abitarono sulle rive della palude Meotide, finchè
la caduta di Mitridate, e le armi di Pompeo minacciarono al Settentrione
la schiavitù. Questo Odino, cedendo con furibondo sdegno a quella
potenza, cui non poteva resistere, condusse la sua tribù dalle frontiere
della Sarmazia asiatica nella Svezia, colla grande idea di formare in
quell'inaccessibile asilo della libertà, una religione ed un popolo, che
in qualche remoto secolo potesse servire alla sua immortale vendetta,
quando i suoi invincibili Goti, armati da un militar fanatismo,
uscirebbero a turme dalle vicinanze del cerchio Polare, per punir gli
oppressori del genere umano[733].
Se tante successive generazioni di Goti non poterono conservare che una
debole tradizione della loro origine dalla Scandinavia, non dobbiamo
aspettarci da Barbari così inculti alcuna distinta relazione del tempo,
e delle circostanze della loro emigrazione. Il passaggio del Baltico era
impresa facile e naturale. Gli abitanti della Svezia avevano un numero
sufficiente di vascelli grandi con remi[734], e non vi sono che poco più
di cento miglia da Carlscrona ai più vicini porti della Pomerania e
della Prussia. Qui finalmente si cammina colla scorta dell'istoria sopra
uno stabil terreno. Sul principio almeno dell'Era Cristiana[735] e non
più tardi del secolo degli Antonini[736], i Goti erano stabiliti verso
la foce della Vistola, ed in quella fertile provincia, dove furono poi
gran tempo dopo fondate le commercianti città di Thorn, Elbing,
Konigsberg, e Danzica[737]. All'occidente dei Goti, le numerose Tribù
dei Vandali erano sparse lungo le rive dell'Oder, e lungo il littorale
della Pomerania e di Meelenburgo. Una viva somiglianza di costumi, di
colore, di religione e di lingua pareva indicare, che i Vandali e i Goti
fossero originariamente un solo gran popolo[738]. Sembra che i secondi
fossero suddivisi in Ostrogoti, Visigoti, e Gepidi[739]. I Vandali erano
più distintamente divisi in varie e indipendenti nazioni, gli Eruli, i
Borgognoni, i Lombardi, e in diversi altri piccoli Stati, molti dei
quali divennero in seguito Monarchie formidabili.
Nel secolo degli Antonini, i Goti abitavano tuttavia nella Prussia.
Verso il regno di Alessandro Severo, la romana provincia della Dacia si
era già risentita della lor vicinanza per le frequenti e rovinose loro
irruzioni[740]. In questo intervallo pertanto, di quasi settant'anni, si
deve porre la seconda emigrazione dei Goti dal Baltico al mare Eusino;
ma la cagione che la produsse, giace nascosta nella varietà delle molle
che pongono in moto i Barbari vagabondi. Una pestilenza od una fame, una
vittoria od una disfatta, un oracolo degli Dei o l'eloquenza di un
ardito condottiero erano bastanti per rivolgere le armi dei Goti verso i
più dolci climi del mezzogiorno. Oltre l'influenza di una religione
marziale, il numero ed il coraggio dei Goti erano proporzionati alle più
rischiose avventure. L'uso degli scudi rotondi o delle corte spade li
rendea formidabili nel combattere da vicino; la non servile ubbidienza,
che aveano pe' loro Re ereditarj, dava ai loro consigli un'unione ed una
stabilità non comune[741], ed il famoso Amala, eroe di quel secolo, e
decimo antenato di Teodorico Re d'Italia, illustrò coll'ascendente del
suo merito personale, la prerogativa della sua origine, ch'egli deduceva
dagli -Ansi- o semidei della nazione Gotica[742].
La fama di una grande impresa eccitò i più coraggiosi guerrieri di tutti
gli Stati dei Vandali nella Germania, molti dei quali si vedono
combattere, pochi anni dopo, sotto la comune insegna[743] dei Goti. I
primi passi degli emigranti li condussero sulle rive del Prypec, fiume
che veniva generalmente dagli antichi creduto il ramo meridionale del
Boristene[744]. Le tortuosità di quel gran fiume per le pianure della
Polonia e della Russia diressero la loro marcia, somministrando
costantemente acqua dolce, e pasture ai loro numerosissimi armenti.
Seguitavano essi l'ignoto corso del fiume, confidando nel loro valore, e
disprezzando qualunque forza potesse opporsi ai loro progressi.
I primi a presentarsi furono i Bastarni ed i Venedi, ed il fiore della
loro gioventù, o per elezione o per forza, si unì all'armata dei Goti. I
Bastarni abitavano sulle falde settentrionali dei monti Carpazj; e
l'immenso tratto di terra, che li divideva dai selvaggi della Finlandia,
era occupato, o devastato, per meglio dire, dai Venedi[745]. Vi sono
buone ragioni per credere, che i Bastarni, i quali si distinsero nella
guerra Macedonica[746], e si divisero poi nelle formidabili tribù dei
Peucini, dei Borani, dei Carpi ec, discendessero dai Germani. Con
ragioni più autentiche poi si possono credere di origine sarmatica i
Venedi, che nei secoli di mezzo si rendettero tanto famosi[747]. Ma la
confusione del sangue e dei costumi su quella incerta frontiera tiene
spesso dubbiosi gli osservatori più esatti[748]. A misura che i Goti
s'innoltrarono verso l'Eusino, incontrarono una più pura stirpe di
Sarmati, gli Iazigi, gli Alani, ed i Rossolani; ed essi furono
probabilmente i primi Germani che vedessero le foci del Boristene e del
Tanai. Se noi esaminiamo le distintive caratteristiche dei Germani e dei
Sarmati, vedremo che queste due numerose porzioni del genere umano si
distinguevano principalmente per le fisse capanne o le tende movibili,
per l'abito stretto o sciolto, per l'unità o la moltiplicità delle
mogli, per la forza militare, consistente per la maggior parte o
nell'infanteria o nella cavalleria; e sopra tutto per l'uso della lingua
teutonica o della schiavona; l'ultima delle quali si è, per le
conquiste, estesa dai confini dell'Italia alle vicinanze del Giappone.
I Goti erano allora padroni dell'Ucrania, paese di una estensione
considerabile e fertilissimo, traversato da varj fiumi navigabili, che
dall'una e dall'altra parte si scaricano nel Boristene, e sparso di
vasti ed alti boschi di querce. L'abbondanza della cacciagione e del
pesce, gl'innumerabili alveari di pecchie depositati nei vuoti degli
alberi annosi, o nelle cavità delle rupi, i quali erano, anco in quei
barbari secoli, un ramo considerabile di commercio, la grossezza del
bestiame, il clima temperato, l'attività del suolo per ogni sorta di
semenza, o l'ubertosa vegetazione, tutto mostrava in somma la liberalità
della natura, ed invitava l'industria dell'uomo[749]. Ma resisterono i
Goti a codesti inviti, menando sempre una oziosa, rapace, e misera vita.
I paesi degli Sciti, che verso l'Oriente confinavano coi nuovi
stabilimenti dei Goti, non presentavano alle loro armi se non se
l'incerto evento di una inutile vittoria. Ma allettante assai più era
l'aspetto dei territorj romani; e le campagne della Dacia erano coperte
di messi ubertose, seminate dalle mani di un popolo industrioso, ed
esposte ad essere raccolte da quelle di una nazione guerriera. È
probabile che le conquiste di Traiano, conservate dai suoi successori
più per un decoro ideale, che per alcun reale vantaggio, avessero
contribuito a indebolire l'Impero da quella parte. La nuova e non bene
ancora stabilita provincia della Dacia non era nè forte abbastanza per
resistere alla rapacità dei Barbari, nè ricca assai per saziarla. Finchè
le remote rive del Niester si considerarono come gli argini della
potenza romana, le fortificazioni del Danubio inferiore furono più
trascuratamente custodite, e gli abitanti della Mesia vissero in una
indolente sicurezza, scioccamente credendosi ad una inaccessibil
distanza da qualunque Barbaro invasore. L'irruzione dei Goti sotto il
regno di Filippo, fu per loro un disinganno funesto. Il Re o sia
condottiero di quella feroce nazione traversò con disprezzo la Dacia, e
passò il Niester ed il Danubio senza incontrare ostacolo, che ritardar
potesse i suoi progressi. Il rilassamento della disciplina fece perdere
alle guarnigioni romane i posti più importanti, ed il timore del
meritato castigo indusse gran parte di loro ad arrolarsi sotto le
insegne dei Goti. Comparve finalmente quella moltitudine di tanti
diversi Barbari sotto le mura di Marcianopoli, città fabbricata da
Traiano in onore della sorella, e Capitale allora della seconda
Mesia[750]. Gli abitanti furono contenti di riscattare le loro vite ed i
loro beni con una somma considerabile, e gl'invasori si ritirarono di
nuovo nei loro deserti, animati, anzichè soddisfatti dai primi successi
dell'armi loro contro un ricco, ma debol paese. Venne ben presto a Decio
la nuova che Gniva, Re dei Goti, avea di nuovo passato il Danubio con
forze più considerabili; che i suoi numerosi distaccamenti devastavano
la Mesia; mentre il grosso dell'esercito, consistente in 70000 Germani e
Sarmati, forza sufficiente per le più ardite imprese, esigeva la
presenza del Monarca romano, e lo sforzo del suo poter militare.
[A. D. 250]
Decio trovò i Goti che assediavano Nicopoli sull'Iatro, uno dei molti
monumenti delle vittorie di Traiano[751]. Levarono essi al suo arrivo
l'assedio, ma con idea soltanto di marciare ad una più importante
conquista, all'assedio di Filippopoli, città della Tracia, fondata dal
Padre di Alessandro, presso alle falde dell'Emo[752]. Decio li seguitò
per cammini scabrosi, e con marcie forzate; ma quando egli credea di
essere ben lontano dalla retroguardia dei Goti, Gniva si rivolse con
impeto furioso contro i suoi persecutori. Fu il campo dei Romani
sorpreso e saccheggiato, e per la prima volta il loro Imperatore fu
messo in disordinata fuga da una truppa di Barbari mezzo armati. Dopo
una lunga resistenza Filippopoli, priva di ogni soccorso, fu presa
d'assalto; e si riferisce che furono centomila persone trucidate nel
saccheggio di quella vasta città[753]. Molti riguardevoli prigionieri
accrebbero il valor del bottino, e Prisco, fratello dell'ultimo
Imperatore Filippo, non arrossì di prendere la porpora sotto la
protezione dei Barbari nemici di Roma[754]. Il tempo, per altro, da loro
impiegato in quel lungo assedio, diè campo a Decio di reclutar le sue
truppe, di rianimarne il coraggio, e di ristabilirne la disciplina.
Tagliò diverse partite di Carpi ed altri Germani, che si affrettavano
per partecipare nella vittoria dei loro concittadini[755], affidò i
passi dei monti ad uffiziali di una fedeltà e di un valore
sperimentato[756], riparò ed accrebbe le fortificazioni del Danubio, ed
impiegò tutta la sua vigilanza per opporsi o all'avanzamento dei Goti, o
alla loro ritirata. Incoraggiato dalla nuova fortuna, ansiosamente egli
aspettava l'occasione di ristabilire con un colpo grande e decisivo la
sua propria gloria, e quella delle armi romane[757].
[A. D. 251]
Nel tempo stesso che Decio lottava con quella furiosa tempesta, il suo
spirito riflessivo e tranquillo in mezzo al tumulto della guerra,
investigava le cagioni più generali, che dal secolo degli Antonini avean
tanto affrettata la decadenza della Romana grandezza. Si avvide ben
presto ch'era impossibile di ristabilire questa grandezza sopra una
ferma base, se prima non si facevano risorgere la pubblica virtù, i
costumi, e le massime antiche, e l'oppressa maestà delle leggi. Per
eseguire questo nobile ed arduo disegno, volle prima ristabilire
l'antiquato uffizio di Censore; ufficio il quale, finchè sussistè nella
primiera sua integrità, avea tanto contribuito alla conservazione dello
Stato[758]; ma fu poi usurpato dai Cesari, e a poco a poco
negletto[759]. Sapendo che può il favor del Sovrano conferire il potere,
ma che la sola stima del popolo può accordare l'autorità, egli rimise la
scelta del Censore alla incorrotta voce del Senato. Con voti, anzi con
acclamazioni unanimi, Valeriano, allora illustre ufficiale nell'esercito
di Decio, e poi Imperatore, fu dichiarato il più degno di quell'eccelsa
dignità. Appena ebbe l'Imperatore ricevuto dal Senato il decreto,
convocò nel suo campo un numeroso consiglio, e prima della investitura
rappresentò all'eletto Censore, la difficoltà e l'importanza del grande
impiego. «Fortunato Valeriano» (disse il Principe a quel suddito
illustre) «fortunato per la generale approvazione del Senato e della
romana Repubblica: ricevi la Censura del Genere Umano, e giudica i
nostri costumi. Tu eleggerai quelli che meritano di conservare il nome
di Senatori; tu renderai all'ordine equestre il suo primo splendore; tu
aumenterai le pubbliche entrate, ma prima modererai i pubblici pesi. Tu
dividerai in classi regolari la varia ed infinita moltitudine dei
cittadini, ed esaminerai diligentemente tutto quel che appartiene alla
forza militare, alle ricchezze, alle virtù, ed alla potenza di Roma.
L'esercito, la Corte, i ministri della giustizia, e le cariche più
grandi dell'Impero sono tutte soggette al tuo Tribunale, da cui saranno
esenti soltanto i Consoli ordinarj[760], il Prefetto della Città, il Re
dei sacrifizj, e la maggiore delle Vestali, finchè illibata conserva la
sua castità: e questi pochi, benchè non possano temere la severità del
romano Censore, ne cercheranno ansiosamente la stima[761].»
Un Magistrato, rivestito di un poter così esteso, sarebbe paruto più
collega che ministro del suo Sovrano[762]. Valeriano temè giustamente
un'elevazione così esposta all'invidia ed ai sospetti. Egli modestamente
esagerò la spaventosa grandezza di un tanto peso, la sua propria
insufficienza, e l'incurabile corruttela dei tempi. Insinuò accortamente
che la carica di Censore era inseparabile dalla dignità imperiale, e che
la destra di un suddito era troppo debole per sostenere un così immenso
peso di cure e di potere[763]. L'imminente esito della guerra pose fine
al proseguimento di un sì specioso, ma impraticabil progetto; e
preservando Valeriano dal pericolo, salvò l'Imperator Decio dagli
sconcerti, che probabilmente ne sarebbero derivati. Può un Censore
conservare, ma non mai ristabilire i costumi di uno Stato. È impossibile
che un tal Magistrato eserciti utilmente, o con efficacia almeno, la sua
autorità, se non è sostenuto da un vivo sentimento di onore e di virtù
negli animi del popolo, da un decente rispetto per la pubblica opinione,
e da una serie di utili pregiudizj, i quali combattano in favore dei
nazionali costumi. In un secolo, in cui sieno questi principj annullati,
la giurisdizione del Censore deve o degenerare in una vana pompa, o
convertirsi in un parziale istrumento di molesta oppressione[764]. Era
più facile vincere i Goti, che sradicare i pubblici vizj; e nella prima
ancora di queste imprese, Decio perdè l'esercito e la vita.
Erano i Goti allora circondati per tutto e inseguiti dall'armi romane.
Il fiore delle loro truppe era perito nel lungo assedio di Filippopoli,
e l'esausta regione non poteva più lungamente somministrare la
sussistenza alla rimanente moltitudine di quei Barbari licenziosi.
Ridotti a tale estremità, avrebbero i Goti di buon grado comprata, con
la restituzione di tutto il loro bottino e dei prigionieri, la
permissione di ritirarsi senza essere molestati. Ma l'Imperatore,
stimando la vittoria sicura, e risoluto di spargere un salutare spavento
tra i Popoli settentrionali col castigo di questi invasori, non volle
ascoltare alcuna proposizione di accordo. I magnanimi Barbari
preferirono la morte alla schiavitù. Una oscura città della Mesia,
nominata -Forum Terebronii-[765], fu il teatro della battaglia. Era
l'armata gotica schierata in tre linee, e fosse per elezione o per caso,
la fronte della terza era coperta da una palude. Sul principio
dell'azione il figliuolo di Decio, giovine di bellissime speranze, e già
associato agli onori della porpora, fu da una freccia ucciso innanzi
agli occhi dell'infelice padre, il quale richiamando tutta la sua virtù,
disse alle truppe atterrite, che la perdita di un solo soldato era di
piccola importanza per la Repubblica[766]. Fu terribile il conflitto;
combatteva la disperazione contro il cordoglio e la rabbia. Fuggì
finalmente disordinata la prima linea dei Goti; e la seconda, avanzatasi
per sostenerla, ebbe la stessa sorte. La terza solamente rimase intera,
e preparata a disputare il tragitto della palude, che fu imprudentemente
tentato dal presuntuoso nemico. «Qui si cangiò la fortuna di quella
giornata, e tutto divenne ai Romani contrario: il suolo era
profondamente fangoso, cedente sotto i piedi di quelli che stavan fermi,
e sdrucciolevole per gli altri che s'avanzavano: grave era la loro
armatura, profonde le acque, nè poteano essi maneggiare i pesanti lor
dardi in quell'incomoda situazione. I Barbari, al contrario, erano
avvezzi a combattere nel fango; alti erano di statura, ed avean lunghe
lance per ferir da lontano»[767]. In questa palude, dopo un inutil
contrasto fu l'esercito romano irreparabilmente perduto; nè potè mai
ritrovarsi il corpo dell'Imperatore[768]. Tal fu il destino di Decio
nell'anno cinquantesimo, Principe perfetto, attivo in guerra, ed
affabile in pace[769], e che insieme col suo figliuolo ha meritato di
essere paragonato, nella sua vita e nella sua morte, ai più luminosi
esemplari dell'antica virtù[770].
[A. D. 251-252]
Questo colpo fatale umiliò, ma per poco, l'insolenza delle legioni.
Sembra che pazientemente attendessero, o ricevessero con sommissione il
decreto del Senato, che regolava la successione al trono. Per un giusto
riguardo alla memoria di Decio, fu il titolo imperiale conferito ad
Ostiliano, unico suo figlio superstite: ma si diede un grado uguale, ed
un più effettivo potere a Gallo, la cui esperienza ed abilità parevano
proporzionate al grande impegno di Custode del giovinetto e dell'Impero
angustiato[771]. La prima cura del nuovo Imperatore fu di liberare le
province illiriche dal peso intollerabile dei vittoriosi Goti. Consentì
a lasciare nelle lor mani i ricchi frutti della loro invasione, un
immenso bottino, e ciò ch'era più vergognoso, un gran numero di
prigionieri d'un ordine e d'un merito il più distinto. Fornì
abbondantemente al loro campo tutti i comodi, che potessero addolcire la
costoro ferocia, o facilitarne la tanto sospirata partenza; e promise
perfino di pagar loro annualmente una gran somma d'oro, a condizione che
non mai più ritornassero ad infestare colle loro incursioni i territori
romani.[772].
Nel secolo degli Scipioni, i più opulenti Re della Terra, che
richiedevano la protezione della vittoriosa Repubblica, si contentavano
di doni così frivoli, che non potevano trar valore se non dalla mano,
che ad essi largivali; una sedia d'avorio, una rozza veste di porpora,
un piccol pezzo di argento, o una quantità di rame coniato[773]. Dopo
che le ricchezze delle nazioni si concentrarono in Roma, gl'Imperatori
mostrarono la loro grandezza, ed anco la politica loro, col regolare
esercizio di una costante e moderata liberalità verso gli alleati dello
Stato. Sollevavano la povertà dei Barbari, onoravano il loro merito, e
ne ricompensavano la fedeltà. Questi volontari segni di benevolenza non
s'intendeva che derivassero dalla paura, ma dalla generosità o dalla
gratitudine dei Romani; e mentre generosamente si distribuivano doni e
sussidj agli amici ed ai supplicanti, venivano fieramente negati a
chiunque li pretendea come un debito[774]. Ma questa stipulazione di
un'annuale paga ad un nemico vittorioso si mostrò senza velo
nell'aspetto di un vergognoso tributo; gli animi dei Romani non erano
avvezzi ancora a ricevere leggi così ineguali da una tribù di Barbari;
ed il Principe che con una necessaria concessione avea forse salvata la
patria, divenne l'oggetto del disprezzo e dell'avversion generale. La
morte di Ostiliano, benchè accadesse nel colmo della più fiera
pestilenza, fu interpretata come un personale delitto di Gallo[775]; e
la disfatta persino dell'ultimo Imperatore fu dalla voce del sospetto
attribuita ai perfidi consigli dell'abborrito suo successore[776]. La
tranquillità di cui godè l'Impero nell'anno primo del suo governo[777],
servì piuttosto ad inasprire, che a calmare il pubblico disgusto; ed
appena che allontanati furono i timori di guerra, l'infamia della pace
più grave divenne e più sensibile.
[A. D. 253]
Ma furono assai più irritati i Romani, allorchè si avvidero che neppure
il sacrificio del loro onore assicurato aveva il loro riposo. Il fatal
secreto dell'opulenza e della debolezza dell'Impero era stato svelato al
Mondo. Nuovi sciami di Barbari incoraggiati dal buon successo, e che non
credevansi vincolati dall'obbligazione dei loro fratelli, sparsero la
devastazione per le province illiriche, ed il terrore fino alle porte di
Roma. Prese Emiliano Governatore della Pannonia e della Mesia la difesa
della Monarchia, che abbandonata sembrava dal pusillanime Imperatore; e
radunando le forze disperse, rianimò il languente coraggio delle truppe.
Furono inaspettatamente i Barbari assaliti, sconfitti, cacciati e
perseguitati di là dai Danubio. Il vittorioso condottiere distribuì per
donativo il denaro raccolto pel tributo; e le acclamazioni dei soldati
lo acclamarono Imperatore sul campo di battaglia[778]. Gallo, che
trascurando la generale prosperità, s'ingolfava nei piaceri dell'Italia,
fu quasi nel tempo medesimo informato del successo della ribellione, e
del rapido avvicinarsi dell'ambizioso suo Luogotenente. Si avanzò ad
incontrarlo fino nelle pianure di Spoleto. Quando gli eserciti furono in
vista un dell'altro, i soldati di Gallo paragonarono l'ignominiosa
condotta del loro Sovrano colla gloria del suo rivale. Ammirarono il
valore di Emiliano, e furono attratti dalla sua liberalità, che offeriva
a tutti i disertori un considerabile aumento di paga[779]. L'uccisione
di Gallo e del suo figliuolo Volusiano, terminò la guerra civile; ed il
Senato diede una legittima sanzione ai diritti della conquista. Le
lettere di Emiliano a quell'assemblea erano un misto di moderazione, e
di vanità. Egli assicurava i Senatori che avrebbe rimesso alla loro
prudenza il governo civile; e che contentandosi della qualità di lor
Generale, avrebbe in poco tempo assicurata la gloria di Roma, e liberato
l'Impero da tutti i Barbari del Settentrione, e dell'Oriente[780]. Fu la
costui superbia adulata dagli applausi del Senato; ed esistono tuttora
medaglie che lo rappresentano col nome e cogli attributi di Ercole
Vittorioso, e di Marte Vendicatore[781].
[A. D. 253]
Se il nuovo Monarca avea le qualità necessarie per soddisfare a queste
illustri promesse, gli mancò però il tempo a farlo. Non passarono
quattro mesi dalla vittoria alla caduta[782]. Egli aveva vinto Gallo, ma
cedè sotto il peso di un più formidabile competitore. Quell'infelice
Principe avea mandato Valeriano, già distinto coll'onorevol titolo di
Censore, per condurre in suo aiuto le legioni della Gallia, e della
Germania[783]. Eseguì Valeriano la commissione con zelo e fedeltà; ed
essendo giunto troppo tardi per salvare il suo Sovrano, deliberò
vendicarlo. Le truppe di Emiliano, che stavano ancora accampate nelle
pianure di Spoleto, furono intimorite dalla santità del suo carattere,
ma molto più dalla forza superiore dell'esercito; e divenute ormai
incapaci di una personale affezione, come sempre lo erano state di una
massima costituzionale, s'imbrattarono subitamente le mani nel sangue di
un Principe, che poc'anzi era stato oggetto della loro parziale
elezione. Essi commisero il delitto, ma Valeriano solo ne colse il
frutto. Egli ottenne il possesso del trono, col mezzo, è vero, della
guerra civile, ma con un grado d'innocenza, rara in quel secolo di
rivoluzioni; perocchè egli non doveva nè gratitudine nè fedeltà al suo
predecessore, che balzato aveva dal soglio.
[A. D. 253-268]
Era Valeriano nell'età di quasi sessant'anni[784] quando gli fu
conferita la porpora, non dal capriccio del popolo, o dai clamori
dell'esercito, ma dall'unanime voce del Mondo romano. Nella sua
elevazione per gradi agli onori dello Stato egli aveva meritato il
favore dei Principi virtuosi, e si era dichiarato nemico dei
tiranni[785]. La nobile sua nascita, i suoi dolci ed irreprensibili
costumi, il suo sapere, la prudenza e l'esperienza sua erano venerate
dal Senato e dal Popolo; e se il Genere Umano (secondo l'osservazione di
un antico Scrittore) avuto avesse la libertà di scegliersi un padrone,
sarebbe sicuramente in Valeriano caduta la scelta[786]. Forse non era il
merito di questo Imperatore adeguato alla sua riputazione; forse i suoi
talenti erano indeboliti e raffreddati dalla vecchiezza, o almeno tal
era il suo spirito. La conoscenza del suo declinare lo trasse a dividere
il trono con un più giovine e più attivo collega[787]: le necessità del
tempo chiedevano un Generale non meno che un principe; e la sperienza
del romano Censore avrebbe dovuto guidarlo nel conferire la porpora
imperiale a chi la meritasse, qual ricompensa di guerriera virtù. Ma in
cambio di fare una giudiziosa scelta, che avrebbe assodato il suo regno
e fatto amare la sua memoria, Valeriano, non consultando che i dettami
dell'affetto o della vanità, immediatamente investì de' supremi onori il
suo figliuolo Gallieno, giovane i cui effeminati vizj erano fino allora
rimasti ascosi dall'oscurità di una condizione privata. Il governo
congiunto del padre e del figlio durò circa sette anni, e
l'amministrazione sola di Gallieno ne continuò circa otto altri. Ma
tutto quel periodo di tempo fu una serie non interrotta di confusione, e
di calamità. Siccome l'Impero romano, nel tempo stesso e per ogni parte,
venne assalito dal cieco furor di stranieri invasori, e dalla feroce
ambizione di usurpatori domestici, così noi serviremo all'ordine e alla
chiarezza, seguitando non tanto l'incerta serie delle date, quanto la
più naturale distribuzione delle materie. I più pericolosi nemici di
Roma durante il Regno di Valeriano e Gallieno furono 1. i Franchi 2. gli
Alemanni 3. i Goti 4. i Persiani. Sotto queste generali denominazioni si
possono comprendere le avventure delle meno considerabili tribù, i cui
oscuri e barbari nomi servirebbero solamente ad opprimere la memoria, e
a confondere l'attenzione del leggitore.
I. La posterità dei Franchi compone una delle più grandi ed illuminate
nazioni dell'Europa; laonde le forze dell'erudizione e dell'ingegno si
sono esaurite nella ricerca dei loro inculti antenati. Alle novelle
della credulità, sono successi i sistemi della fantasia. È stato
esaminato ogni passo, e veduto ogni luogo, che rivelar potesse alcune
deboli tracce dell'origine loro. È stato supposto che la Pannonia[788],
che la Gallia, che le parti settentrionali della Germania[789] abbiano
dato i natali a quella celebre colonia di guerrieri. Finalmente i
critici più ragionevoli, rigettando le fittizie emigrazioni d'ideali
conquistatori, sono convenuti in un sentimento, la cui semplicità ne
persuade la verità[790]. Suppongono essi che verso l'anno
dugentoquaranta[791] si formasse sotto il nome di Franchi una nuova
confederazione degli antichi abitatoti del Reno inferiore e del Weser.
Il presente circolo di Vestfalia, il Langraviato di Assia, ed i Ducati
di Brunsvich e Luneburgo furono l'antica sede dei Chauci, che nelle
inaccessibili loro paludi sfidarono le armi romane[792]; dei Cherusci,
superbi della fama di Arminio; dei Catti, formidabili per la ferma ed
intrepida loro infanteria; e di diverse altre tribù d'inferiore potenza
e riputazione[793]. L'amore della libertà era la dominante passione di
questi Germani, il godimento di quella il loro miglior tesoro, e la
voce, ch'esprimeva un tal godimento, era la più dolce alle loro
orecchie. Meritarono essi, e presero, e conservarono il glorioso epiteto
di Franchi o uomini liberi, che nascondeva, ma non distruggeva i
particolari nomi dei varj popoli confederati[794]. Il tacito consenso,
ed il vantaggio scambievole dettarono le prime le prime leggi di quella
unione; l'uso e l'esperienza l'assodarono a poco a poco. La lega dei
Franchi può in qualche modo paragonarsi al Corpo Elvetico, nel quale
ogni Cantone ritenendo la sua indipendente sovranità, consulta insieme
co' suoi fratelli nella causa comune, senza riconoscere l'autorità di
verun Capo supremo o di una rappresentante assemblea[795]. Ma il
principio delle due confederazioni era estremamente diverso. Uno spirito
incostante, la sete della rapina, ed il violamento de più solenni
trattati disonorarono il carattere dei Franchi.
Avevano i Romani per lungo tempo sperimentato l'ardimentoso valore dei
popoli della Germania inferiore; l'unione delle loro forze minacciò alla
Gallia una più formidabile invasione, e richiese la presenza di
Gallieno, erede e collega della imperiale dignità[796]. Mentre questo
Principe, col suo figliuolo Salonino ancora fanciullo, spiegava nella
Corte di Treveri la maestà dell'Impero, erano le sue armate abilmente
condotte da Postumo loro Generale, il quale, benchè tradisse di poi la
famiglia di Valeriano, fu però sempre fedele al grande interesse della
Monarchia. L'ingannevole linguaggio dei panegirici e delle medaglie
oscuramente annunzia una lunga serie di vittorie. I trofei ed i titoli
attestano (se può questa prova attestare) la fama di Postumo, ch'è
ripetutamente chiamato il conquistator dei Germani ed il liberator della
Gallia[797].
Ma un semplice fatto (il solo veramente, di cui abbiamo una esatta
notizia) distrugge in gran parte questi monumenti della vanità e
dell'adulazione. Il Reno, benchè onorato col titolo di baluardo delle
province, fu un debol riparo contro l'ardito ed intraprendente spirito,
ond'erano i Franchi animati. Le rapide loro devastazioni si estesero dal
fiume alle falde dei Pirenei; nè furono da questi monti arrestate. La
Spagna, che non mai avea temute le irruzioni dei Germani, non potè loro
resistere. Per dodici anni (la maggior parte del regno di Gallieno)
quella opulente contrada fu il teatro d'ineguali e devastatrici
ostilità. Tarragona, florida capitale di una pacifica provincia, fu
saccheggiata e quasi distrutta[798]; e fino ai giorni di Orosio, che
scriveva nel quinto secolo, poche miserabili capanne sparse tra le
rovine delle magnifiche città, rammentavano ancora il furore dei
Barbari[799]. Quando nel desolato paese non più trovarono i Franchi da
saccheggiare, presero alcuni vascelli nei porti della Spagna[800], e si
trasportarono nella Mauritania. Rimase quella remota provincia atterrita
dal furore di questi Barbari, che parevano all'improvviso caduti da un
nuovo Mondo; giacchè il loro nome, i loro costumi, ed il loro aspetto
erano ugualmente sconosciuti sulle coste dell'Affrica[801].
II. In quella parte della Sassonia superiore di là dall'Elba, detta
adesso il Marchesato di Lusazia, sorgeva negli antichi tempi un sacro
bosco, tremenda sede della superstizion degli Svevi. Non era ad alcuno
permesso di entrare nel sacro recinto, senza confessare con servili
legami e con supplichevole positura, l'immediata presenza del Nume
supremo[802]. Il patriottismo insieme e la devozione contribuirono a
rendere sacro il -Sonnenwald-, o sia bosco dei Sennoni[803]. Si credeva
universalmente che avesse la nazione ricevuta la sua prima esistenza in
quel sacro luogo. In certi determinati tempi le numerose Tribù che
vantavano il sangue svevico, vi concorrevano per mezzo dei loro
ambasciatori; e vi si perpetuava con barbari riti e con umani sacrifizi
la memoria della comune loro origine. Il molto esteso nome degli Svevi
empieva le interne contrade della Germania dalle rive dell'Oder a quello
del Danubio. Si distinguevano essi dagli altri Germani per la maniera
particolare di acconciare i lunghi loro capelli che rozzamente
annodavano in cima alla testa; e si dilettavano di un ornamento, che
facea comparire più alte e più terribili le loro schiere agli occhi dei
nemici[804]. Gelosi, come lo erano i Germani della gloria militare,
riconoscevano tutti il superior valore degli Svevi, e le Tribù digli
Usipeti, e dei Tencteri, che con numeroso esercito si fecero incontro a
Cesare il Dittatore, si dichiaravano di non recarsi a vergogna l'essere
fuggiti dinanzi ad un popolo, alle armi del quale neppure gli stessi Dei
immortali potrebber resistere[805].
Nel regno dell'Imperator Caracalla uno sciame innumerabile di Svevi
comparve sulle rive del Meno, ed in vicinanza delle province romane, in
cerca o di vettovaglie, o di bottino, o di gloria[806]. Questa
precipitosa armata di volontarj divenne a poco a poco una grande e
stabil nazione, e composta essendo di tante diverse Tribù, prese il nome
di Alemanni, ovvero -All-men-, -tutti-uomini-, per denotare insieme la
loro diversa discendenza, ed il comune valore[807]. Fu questo ultimo ben
tosto dai Romani provato in molte ostili irruzioni. Combattevano gli
Alemanni specialmente a cavallo; ma la cavalleria loro era ancora più
formidabile per un miscuglio d'infanteria leggiera, scelta tra i giovani
più coraggiosi ed attivi, assuefatti dal frequente esercizio ad
accompagnare i cavalieri nella più lunga marcia, nel più furioso
assalto, o nella più precipitosa ritirata[808].
Erano quei bellicosi Germani rimasti attoniti dagli immensi preparativi
di Alessandro Severo, e furono atterriti dalle armi del suo successore,
barbaro eguale ad essi in valore ed in fierezza. Ma sempre scorrendo per
le frontiere dell'Impero, accrebbero il generale disordine, che seguitò
la morte di Decio. Crudeli ferite essi impressero nelle ricche province
della Gallia, e furono i primi a squarciare il velo, che copriva la
debole maestà dell'Italia. Un numeroso corpo di Alemanni passò il
Danubio, e per le alpi Rezie penetrò nelle pianure della Lombardia, si
avanzò fino a Ravenna, e spiegò le vittoriose insegne dei Barbari, quasi
al cospetto di Roma[809]. L'insulto e il pericolo riaccesero nel Senato
qualche scintilla della sua antica virtù. Erano ambi gl'Imperatori
impegnati in guerre molto lontano, Valeriano nell'Oriente, e Gallieno
sul Reno. Non aveano i Romani altro scampo ed altre speranze che in se
stessi. In tale urgenza presero i Senatori la difesa della Repubblica,
condussero fuori i Pretoriani, ch'erano stati lasciati per guarnigione
nella Capitale, e ne compirono il numero, arrolando al pubblico servizio
i più robusti e volonterosi plebei. Sbigottiti gli Alemanni
dall'improvvisa comparsa di un esercito assai più numeroso del loro, si
ritirarono nella Germania carichi di prede; e fu la ritirata loro
dagl'imbelli Romani[810] considerata come una vittoria.
Quando Gallieno ricevè la notizia ch'era la sua Capitale liberata dai
Barbari, rimase molto men soddisfatto che intimorito del coraggio dei
Senatori, giacchè poteva questo un giorno animarli a liberare la
Repubblica dalla domestica tirannide, come da una straniera invasione.
Fu la sua timida ingratitudine disvelata ai suoi sudditi in un editto,
che proibiva ai Senatori l'esercizio d'ogni militare impiego, e sino
l'accostarsi ai campi delle legioni. Ma erano mal fondati i suoi timori.
I ricchi e delicati nobili, ricadendo nel loro naturale carattere,
accettarono come un favore questa disonorante esenzione dal militare
servizio; e finchè poterono godere i loro teatri, i bagni e le ville
loro, rimisero con piacere nelle rozze mani dei contadini e dei
soldati[811] le più pericolose cure dell'Impero.
Un'altra invasione degli Alemanni, di più glorioso successo, vien
riferita da uno Scrittore del basso Impero. Dicesi che trecentomila di
quella bellicosa nazione furono vinti in una battaglia vicino a Milano
da Gallieno in persona, alla testa di soli diecimila Romani[812].
Possiam per altro con gran probabilità attribuire questa incredibil
vittoria o alla credulità dello Storico, o ad alcune esagerate imprese
di qualche Generale di Gallieno. Procurò quest'ultimo, con armi molto
diverse, di assicurare l'Italia contro il furor dei Germani. Egli sposò
Pipa figlia di un Re dei Marcomanni, Tribù sveva, che fu spesso confusa
cogli Alemanni nelle loro guerre e conquiste[813]. Al Padre, come in
prezzo della sua alleanza, egli accordò un vasto stabilimento nella
Pannonia. Sembra che i naturali vezzi di una rozza beltà fissassero in
quella Principessa gli affetti dell'incostante Imperatore, ed i legami
della politica furono più saldamente connessi da quei dell'amore. Ma il
superbo pregiudizio di Roma negò sempre il nome di matrimonio alla
profana unione di un cittadino con una Barbara; e infamò la Principessa
germana coll'obbrobrioso titolo di concubina di Gallieno[814].
III. Noi abbiamo di già tracciato i Goti nelle loro emigrazioni dalla
Scandinavia, o almen dalla Prussia alla foce del Boristene, e seguitate
le vittoriose loro armi dal Boristene al Danubio. Sotto i regni di
Valeriano e di Gallieno la frontiera dell'ultimo di questi fiumi fu
perpetuamente infestata dalle irruzioni dei Germani, o dei Sarmati; ma
fu dai Romani difesa con insolita fermezza e fortuna. Lo province,
ch'erano il teatro della guerra, fornivano agli eserciti romani un
inesauribil rinforzo di coraggiosi soldati; e più d'uno di
quegl'illirici contadini arrivò al grado di Generale, e ne spiegò la
perizia. Benchè alcune turme volanti di Barbari, che scorrevano
continuamente sulle rive del Danubio, penetrassero talvolta sino ai
confini dell'Italia e della Macedonia, era però ordinariamente dai
Generali imperiali o arrestato il loro progresso, o intercetto il loro
ritorno[815]. Ma il gran torrente delle gotiche ostilità fu divertito in
un canale molto differente. I Goti, nel nuovo loro stabilimento
nell'Ucrania, divennero presto padroni della costa settentrionale
dell'Eusino. Al mezzogiorno di quel mare interno erano situate le molli
ed opulenti province dell'Asia Minore, le quali avevano tutto ciò che
poteva allettare un Barbaro conquistatore, e nulla che potesse
resistergli.
Le rive del Boristene sono sessanta miglia solamente lontane
dall'angusto ingresso[816] della penisola della Crimea, nota agli
antichi sotto il nome di Chersoneso Taurico[817]. Su quelle inospite
spiagge Euripide (adornando con arte eccellente le favole
dell'antichità) ha situata la scena di una delle sue più commoventi
tragedie[818]. I sanguinosi sacrifizj di Diana, l'arrivo di Oreste e di
Pilade, ed il trionfo della virtù e della religione contro una selvaggia
ferocia, servono per rappresentare una storica verità, che i Tauri,
originarj abitatori della penisola, furono in qualche grado riformati
nei loro brutali costumi dal commercio a poco a poco introdotto colle
greche colonie, stabilitesi lungo la costa marittima. Il piccol regno
del Bosforo, la cui Capitale era situata su gli stretti, pe' quali la
palude Meotide comunica coll'Eusino, era composto di degenerati Greci, e
di Barbari per metà ridotti al viver civile. Sussisteva questo come
Stato indipendente, sin dal tempo della guerra del Peloponeso[819]: fu
finalmente assorbito dall'ambizione di Mitridate[820], e col resto de'
suoi dominj cadde poi sotto il peso dell'armi romane. Al tempo di
Augusto[821] erano i Re del Bosforo umili, ma non inutili alleati
dell'Impero. Coi doni, colle armi, e con una debole fortificazione fatta
a traverso dell'Istmo, essi effettivamente difendeano contro gli erranti
devastatori della Sarmazia l'accesso di un paese, che per la sua
particolar situazione, e per gli adattati suoi porti comandava al mare
Eusino ed all'Asia minore[822]. Finchè ne resse lo scettro una
continuata linea di Regi, essi sostennero con vigilanza e buon successo
l'importante lor peso. Le domestiche fazioni ed i timori, o il privato
interesse di oscuri usurpatori, che s'impadronirono del trono vacante,
ammisero i Goti nel centro del Bosforo. Coll'acquisto di una superflua
estensione di fertile terreno, ottennero i vincitori il comando di una
forza navale, bastante a trasportare i loro eserciti sulla costa
dell'Asia[823]. I vascelli che usavansi nella navigazione dell'Eusino,
erano di una costruzione molto singolare. Erano leggiere barche col
fondo piano, fatte solamente di legno senza alcuna mescolanza di ferro,
e ad ogni apparenza di tempesta coprivansi con un tetto inclinato[824].
In queste galleggianti case, i Goti sconsideratamente si affidarono alla
discrezione di un mare sconosciuto, sotto la scorta di marinari forzati
al servizio, la cui perizia e fedeltà erano egualmente sospette. Ma la
speranza di saccheggiare aveva bandita ogni idea di pericolo, ed una
naturale intrepidezza di carattere equivaleva nel loro animo a quella
ragionevol confidanza, che è il giusto frutto del sapere e della
esperienza. Guerrieri di animo così audace debbono ben e spesso aver
mormorato contro la codardia delle loro guide, che richiedevano le più
forti sicurezze di una stabile calma, prima di arrischiarsi all'imbarco,
e che si sarebbero con pena lasciate indurre a perder di vista la terra.
Tale almeno è l'uso dei Turchi moderni[825], niente inferiori
probabilmente nell'arte della navigazione agli antichi abitatori del
Bosforo.
La flotta dei Goti, lasciando a sinistra la costa della Circassia, si
fece per la prima volta vedere davanti Pizio[826], ultimo confine delle
province romane; città provveduta di un buon porto, e fortificata con
salde mura. Quivi essi trovarono una resistenza più ostinata di quella
che potessero aspettarsi dalla debole guarnigione di una remota
fortezza. Furono essi respinti; e parve che il lor disastro diminuisse
il terrore del gotico nome. Finchè Successiano, uffiziale di un grado e
di un merito eminente, difese quella frontiera, inutili riuscirono tutti
i loro sforzi: ma appena fu egli trasferito da Valeriano in un più
onorevole, ma meno importante posto, ricominciarono essi l'assedio di
Pizio, e colla distruzione di quella città cancellarono la memoria della
loro prima disgrazia[827].
Girando intorno all'orientale estremità del mare Eusino, la navigazione
da Pizio a Trebisonda è di quasi trecento miglia[828]. Il corso dei Goti
li portò in vista del paese di Colchide, famoso tanto per la spedizione
degli Argonauti; e tentarono persino (benchè senza successo) di
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