per le spalle diceva:
--Maggiolino, cavagli questo fagotto che ha sulla schiena!
Allora sentì la stretta del ginocchio mollare, e due mani gli si
infilarono sotto il corpetto e incominciarono a palpargli la gobba.
--Non viene niente! gridò indispettito il ragazzo, che era quello che lo
frugava.
Allora l'altro prese Perdifiato per i capelli e lo scrollò con tanta
forza, che, perdendo l'equilibrio, egli cadde lungo disteso per terra.
--Lasciatemi andare! gemette. Sono un poveraccio anch'io!
In quel mentre s'udì uno scalpiccio di gente che si avvicinava correndo,
e allora quello che gli stava sopra gli assestò un pugno nelle costole,
e se ne fuggì a precipizio seguito dal ragazzo che dileguò subito con
lui nel buio.
Perdifiato rimase qualche minuto immobile, senza respiro, per l'acuto
dolore che sentiva alle costole. Poi, quando non udì più alcun rumore,
cercò di sollevarsi, e palpandosi il fianco sentì che versava sangue.
--Maledetti! gemette. M'hanno bucato!
E premendosi con una mano la ferita, e con l'altra aggrappandosi al
muro, si alzò in piedi, ritrovò la gruccia, la valigia e le scarpe che,
sfuggendogli di mano quando era caduto, erano rotolate poco lontano, e
ansando disperatamente raggiunse la grotta dove Prisca ed Accolito
dormivano ancora ignari di tutto.
*
* *
Ora gli premeva di sapere due cose, e perciò aspettava la luce del
giorno: prima di tutto se in quei cartocci che stavano nella valigia ci
fosse qualche cosa di buono; poi se la ferita che lo faceva soffrire, e
non voleva stagnarsi, fosse grande o piccina, soltanto un graffio oppure
un buco profondo. Finalmente un po' di chiarore si fece nell'aria, e
Perdifiato, rovesciata la valigia in una specie di buca fatta nello
scoglio, incominciò a passare uno dopo l'altro gli involti di carta
velina, e non c'era piega ch'egli lasciasse inesplorata. Con sua
infinita gioia in uno trovò una pietruzza che al tasto e al colore, alla
rotondità, riconobbe per una perla. Era una bella perla bianca, grossa
come un cece. Poi trovò, in un altro cartoccino rimasto intatto, quattro
o cinque pietre giallognole, trasparenti, lavorate come il brillante, ed
erano quattro o cinque topazi. Infine trovò, proprio quando aveva
perduta ogni altra speranza e non rimanevano nella buca se non pochi
straccetti di carta, una collanina d'oro da cui pendeva uno smeraldo
ovale. Perdifiato stava guardando quello smeraldo contro luce per vedere
quanto fosse limpido e trasparente, quando un dolore acuto gli
attraversò improvvisamente il fianco ferito e gli strappò un lamento. Si
rovesciò allora il corpetto, e si vide tutto sporco di sangue. Sotto le
costole gli si apriva un taglio di coltello largo due dita che doveva
essere profondo assai. Perdifiato si arruffò disperato i capelli sulla
fronte e capì che di quel colpo poteva morire. Infatti si sentiva a poco
a poco mancare le forze, e già gli occhi gli si annebbiavano. Chiamò con
tutta la sua voce:--Prisca! Accolito!--e cominciò a tirar sassi nella
grotta per svegliarli.
Prisca dormiva profondamente nel suo letto fatto di stracci e di foglie
secche, e sognava di esser presa in mezzo da quattro o cinque giovani
che portavano tutti un garofano in bocca e la volevano ad ogni costo
spogliare. Ella teneva un braccio disteso e la sua bella testa, bruna e
crespa, posata su quel braccio. Si agitava tutta nel sogno e dalle sue
belle labbra sorridenti uscivano di quando in quando piccoli gridi
lamentosi, come se realmente ella si trovasse alle prese con una muta di
innamorati. Uno dei sassi che Perdifiato tirava nella grotta la colpì
alla spalla e la destò spaventata. Ed ella, rizzandosi con un salto a
sedere sul letto, subito con la mano si nascose i piccoli seni tondi e
rosei nella camicia, e si guardò intorno con occhi torvi, come se
contasse di non vedere che nemici. Ma non vide nessuno, se non Accolito
che, coricato al suo fianco, ronfava con le labbruzze aperte e gli occhi
rovesciati, che mostravano fra le palpebre brune un filo di bianco, e
parevano due castagne tagliate. Ma subito dopo udì la voce di Perdifiato
che la chiamava, e curvandosi sopra un fianco, vide anche lui, nell'arco
chiaro della grotta, che si stringeva la faccia con le mani e si torceva
come se avesse le doglie. Ella saltò su in piedi, e infilatosi alla
svelta un gonnellino, scalza andò a vedere che cosa avesse il suo caro
marito per lamentarsi e dimenarsi così.
--Crepa! esclamò poi strofinandosi gli occhi cisposi. Chi ti ha pregato
di andare? Manco se avessi tre gambe invece di una, e un paio di ali
invece di quella gobba dannata!
--Andiamo, disse Perdifiato che non ne poteva più dal dolore, mettimi a
letto e fammi un impiastro...
Prisca lo prese per le spalle e lo trascinò sul letto dal quale s'era
alzata allora. Poi ritornò fuori, e raccolta la perla e la collana con
lo smeraldo e i topazi che erano posati sulla pietra, li mostrò a
Perdifiato e gli chiese:
--Questi cosa sono?
Perdifiato glieli tolse di mano con violenza e senza rispondere li
annodò stretti stretti in un angolo della coperta. Prisca si avvicinò a
un fornello piantato in un angolo fra quattro sassi, su cui stava una
pentola di coccio, e nella pentola c'era un po' di pancotto che
galleggiava in un brodo nero. Prisca prese un cencio e se lo distese
sulle ginocchia. Poi prese un po' di quel pane spappolato e ne fece una
specie di focaccia larga come una mano. Lo involtò bene bene nel cencio
e, sollevato il corpetto di Perdifiato, gli appiccicò l'impiastro sulla
ferita.
--Non aver paura! disse con sarcasmo. L'anima tua da questo buco non ci
passa!
*
* *
Quel giorno trascorse così. Perdifiato si lamentava tutto rattrappito
sul letto. Dopo qualche ora si strappò dal fianco il corpetto,
l'impiastro di pancotto, la cintola dei calzoni, e tutto scaraventò
lontano da sè con ira. Si sentiva bruciare dentro, le viscere, come se
avesse inghiottito e digerito una pietra infernale. I suoi occhi bovini,
tondi e neri, pareva che per il gran dolore gli dovessero schizzar dalla
testa, e che egli picchiasse la testa nel muro appunto per farli
rientrare nelle orbite.
Era giorno di domenica. Prisca prese Accolito e lo portò ad una
pozzanghera d'acqua salata che il mare aveva lasciato nel cavo d'uno
scoglio, e senza pietà gli lavò il viso, le orecchie e le mani, che dopo
quella lustrata brillarono al sole più nere che mai, perchè erano nere
di natura. Anche Prisca era nera. La sua pelle aveva il colore del
bronzo: era bruna e dorata, e lucida più del metallo. Asciugò Accolito
nella sua sottana e poi gli infilò certe brachette di velluto nero e un
camiciottino bianco ricamato. Sulla fronte gli spazzolò bene il ciuffo.
Quindi, preso lo specchio, ch'era un pezzo di specchio tutto scheggiato,
lo appoggiò ad un sasso, e, accoccolata, incominciò con il pettine, che
aveva sì o no quattro denti, a districarsi i capelli, fitti e increspati
come la lana. Ma non riuscì che a strappar qualche nodo e a sciogliere
qualche ricciolo, e il resto le rimase tutto raggomitolato intorno al
capo, che sembrava appunto un gran gomitolo di lana. Un nastro giallo se
lo passò sotto la nuca e se lo annodò in due bei cornetti dritti nel
mezzo della fronte. Poi, senza vergognarsi del mare che la guardava con
i suoi mille occhi sfavillanti di sole, si spogliò nuda nuda, e in breve
si rivestì degli abiti di festa, ch'erano certe calze di seta azzurra,
un corsettino di lana rossa e una gonnella nera di panno. Alla cintola
si annodò un altro nastro verde e i piedi li calzò con due belle
scarpette. Così, tutta vestita bene, si accostò al letto dove Perdifiato
non la finiva più di gemere e di agitarsi. Egli stava rivoltato con la
faccia contro la parete e teneva le braccia intorno al capo. La coperta
era tutta ammonticchiata in fondo al letto. Prisca si curvò e cercò quel
nodo che Perdifiato aveva fatto in un angolo della coperta per
racchiudervi la collana e le altre pietre preziose, lo sciolse, e, presa
la catenina d'oro con lo smeraldo, svelta si allontanò senza essere nè
veduta nè udita.
Nonostante i disordini della notte tutti erano per le strade in quel
giorno di festa, e Prisca, tirando per la mano Accolito, non faceva
minor figura delle altre donne giovani e belle che, a braccetto dei loro
innamorati, tutte accese in viso per il sole che incominciava a
scottare, con vestiti e nastri sgargianti, collane e braccialetti d'oro,
se ne andavano dondolando da un marciapiede all'altro. Prisca era
giovane, fresca, diritta, e Accolito non si sarebbe detto suo figlio. Ma
a lei, tutte le altre domeniche, toccava di trascinarsi al fianco di
Perdifiato, che non si staccava un minuto; e camminare tra la folla con
quella gruccia e quella gobba era un tormento. Egli poi non stava zitto
mai, e bastava che uno guardasse la sua donna, ch'egli si metteva a
chiamarla per nome, perchè tutti sapessero subito che quel fiore gli
apparteneva. Perciò quel giorno Prisca andava trionfante e libera, e
tutti potevano guardarla quanto volevano, e averne da lei in compenso
certi bei sorrisi bianchissimi. Ma il meglio sarebbe accaduto in Borgo
S. Angelo, ch'era il quartiere dei ladri, dove Perdifiato l'aveva presa
ragazza.
*
* *
Perdifiato intanto si disperava, solo, nella grotta che già incominciava
a riempirsi di ombra. Egli vedeva l'inferno aperto ai piedi del suo
letto e tutti i diavoli rossi, con le corna e le forche, che ballavano
nelle fiamme. Chiamava Prisca, chiamava Accolito, ma non gli rispondeva
se non la propria voce fatta cavernosa. Aveva sete, e beveva ogni tanto
un sorso d'acqua da un vaso di coccio che aveva accanto al letto. Ma
quell'acqua, che era fredda finchè la teneva in bocca, appena passato il
gargarozzo diventava bollente e pareva piombo liquefatto che gli colasse
nelle viscere. Si sentiva morire. Si abbrancava con le mani alle pareti
scabrose, ma certo sarebbe finito nell'inferno che lo aspettava laggiù
spalancato. Sua moglie e suo figlio l'avevano abbandonato. Forse Prisca,
tanto coraggiosa, avrebbe potuto scacciare quei diavoli rossi, chiudere
quella buca arroventata con delle palate di sabbia! Disperato, egli
invocò la Madonna del Parto, che aveva già salvato Prisca quando aveva
dato alla luce Accolito; e benchè non sperasse più nulla, con sua gran
meraviglia la vide d'un tratto apparire in una nuvoletta candida. Allora
le offrì col cuore tutte le sue ricchezze. La Madonna gli
disse:--Perdifiato, mi darai la collana d'oro con quello smeraldo ovale.
La nuvoletta svanì, e Perdifiato afferrò la coperta e sfece il nodo. Ma
non trovò la collana.
E tutti, vedendo passare Prisca con Accolito, le andavano incontro
allegri, e, guardandola con ammirato stupore, le dicevano:--Oh! fiorita
come una rosa di maggio, la nostra bella Prisca! E il gobbo se l'è
bevuto il mare? Come siamo sgargianti! E questa bella collana, con
questo bello smeraldo, chi ve l'ha regalata? Dalla gobba dello sposo è
uscita? E ridevano, e Prisca rideva più di loro. E gli uni le dicevano,
additando Accolito:--Il fagotto più grosso, manco male, l'hai lasciato a
casa. Ma anche questo fagottello qui, perchè non lo butti in mare?
Accolito si metteva a piangere, e allora Prisca gli dava due sculacciate
e gli gridava:--Stupido come tuo padre! Non vedi che te lo fanno
apposta? Ed altri diceva strizzando l'occhio:--Eh! Eh! la nostra bella
Prisca, che collana ha messo su! Le donne, specie le ragazze da marito,
che vedevano come tutti i giovani le corressero dietro a farle mille
grazie, bisbigliavano arricciando il naso:--Ohibò! Dove l'avrà tolta
quella collana? L'avrà mica rubata?
Perdifiato vedeva la buca dell'inferno ai piedi del suo letto allargarsi
sempre più, e gli pareva che le fiamme che ne uscivano fossero lunghe
fino al soffitto. Tutto per quella collana che la Madonna gli aveva
chiesto, e ch'egli non le poteva dare! Eppure l'aveva annodata
nell'angolo della coperta con le altre pietre preziose. Ma ora non c'era
più. Disperato si gettò colla faccia contro il letto e rimase così
irrigidito nello spasimo che gli lacerava il fianco, finchè non gli
parve di vedere, nell'ombra che ormai riempiva la grotta, splendere una
fioca luce. Allora alzò il capo e vide Prisca che, tenendo in mano un
moccolo di candela, stava curva a guardarlo. Ma subito vide anche
pendere dal suo collo lo smeraldo che oscillava come una stella verde, e
con un grido furioso glielo strappò, e, stringendolo nel pugno chiuso,
si rovesciò svenuto sul letto.
*
* *
Quando Perdifiato fu guarito e potè alzarsi dal suo giaciglio, prese la
gruccia e se ne andò in città. Là, in cima a una gradinata altissima,
sorgeva una vecchia chiesa sul cui frontone era scritto a grandi
caratteri: -Virgo tua gloria partus-, dove Perdifiato entrò segnandosi.
La Madonna, che gli era apparsa in sogno vestita di rosa e d'azzurro,
stava ora seduta in una nicchia fra due colonne, tutta coperta di cuori
d'argento, e non aveva quel vestito celeste, ma era tutta di marmo
bianco, salvo il piede che era d'oro. Tante lampade pendevano intorno
intorno alla nicchia e in ognuna brillava tremando una fiammellina.
Contuttociò la nicchia era piena d'ombra. La Vergine aveva in capo una
mitra d'oro altissima, e il Bambino, che ella teneva in piedi sulle
ginocchia, aveva pure una mitra d'oro, ma un poco più piccola. Ma mentre
il pargolo era tutto nudo, la mamma portava sul vestito di marmo una
specie di corazza tutta scintillante d'oro e di gemme, e intorno al
collo dieci file di perle d'ogni grandezza, e alle dita anelli che
splendevano come fari. Perdifiato, prono dinnanzi a quell'immagine, la
contemplava estatico, e si domandava perchè mai la Madonna, che aveva
già tutti quei gioielli meravigliosi, avesse chiesto a lui, povero ladro
di poca fortuna, la sola collana che in vita sua gli fosse riuscito
rubare. Egli cercava una risposta a questa domanda e non la trovava.
Finchè i suoi occhi non si posarono sopra quelle file di perle che
cingevano il collo della Vergine, e allora credette di averla trovata,
perchè veramente eran tutte collane di perle, e non ce n'era nemmeno una
che avesse uno smeraldo. Allora Perdifiato si alzò lentamente, e senza
staccare gli occhi dal volto della Madonna, la quale pareva seguire ogni
suo atto con quelle sue pupille bianche, andò verso un frate che,
pregando a testa bassa, teneva sulle ginocchia un piatto d'argento. Con
un gesto umile, quasi vergognoso, egli trasse di tasca la collana dallo
smeraldo, e, sospirando, la lasciò cadere tra le monete di rame di cui
quel piatto era pieno. Il frate senza interrompere le sue preghiere
assentì gravemente col capo, e disse con un po' più di voce: -Ave Maria
gratia plena, domin... tec... benedi...- E il resto si perdè in un
bisbiglio.
*
* *
Là, un giorno vuoto, ho riveduto io, per caso, la collana di Daria, la
collana di Silvina. Essa ora appartiene al cielo: è di Dio. Sospesa al
collo della Vergine, sembra risplendere d'una luce dolce e serena, senza
sinistri riflessi. Nessun maligno fascino si sprigiona più dal suo verde
lume. Ed io pensai, riconoscendola dalle sue maglie smaltate e dal
colore della sua trasparenza, che anche Daria, se è morta come disse
Soave, e Silvina che vive ancora, potranno forse un giorno purificarsi.
PARTE QUINTA
Luisa.
I.
Ho trentacinque anni. Sono invecchiato e stanco. Non ho più voglia di
vivere. Se rileggo i miei scartafacci scritti dieci, quindici anni fa, e
vedo come la vita mi sembrasse già allora disperata, e come poi abbia
potuto vivere ancora altri dieci, quindici anni, ho un desiderio pazzo
di aprire la finestra e di precipitarmi giù nella strada, per
schiacciare questa mia testa contro il selciato e impedirle per sempre
di ragionare. Io mi rivolto, con un'irascibilità nella quale riconosco
pur troppo i segni della mia malattia e della mia precoce senilità, mi
rivolto contro me stesso, perchè m'è intollerabile pensare, come risulta
dalle pagine scritte per Daria e per Silvina, che io abbia potuto per
lunghi anni considerarmi una vittima del destino e circondare di pietà
gli atti più stolti della mia vita, e di tutte le cose avere un'opinione
falsa e sbagliata, senza che la verità mi balenasse mai per un istante
alla mente, quantunque pretendessi di penetrare il segreto delle cose e
a tutte dare un significato. Se mi affaccio alla finestra, solo che
abbassi gli occhi sul fondo della strada buia che s'inabissa fra le
case, con quei lumicini, laggiù, languidi e opachi e quelle formiche
nere che silenziosamente corrono sbucando dall'ombra per rintanarsi in
altra ombra, la vertigine mi prende alla nuca e mi tira giù a precipizio
nel vuoto. Basterebbe che mi abbandonassi. Ma invece, vile, e in
perfetta contraddizione con quanto ho ideato poco fa, mi abbranco con
tutte e due le mani alla ringhiera, e chiudo gli occhi per non vedere, e
mi ritraggo spaurito, e ripiombo qui, dinnanzi a questo tavolo, dove
m'attende e m'inchioda quel pensiero che vorrei uccidere per sempre in
me.
Il piccolo Isacco se ne è andato or ora. Mi ha lasciato qui, accanto, un
modulo stampato che debbo riempire. Povero ragazzo! Non dimentica nulla,
lui. Ora lo sento nella stanza vicina che si toglie le scarpe e le
sbatte contro la porta. Sempre così, ogni sera. Luisa non poteva
soffrire questi rumori che Isacco fa spogliandosi nella sua camera, e la
sottigliezza della parete, che divide questa stanza dalla sua, fu sempre
per lei cagione di grandi preoccupazioni, di profonda infelicità.
Veramente sembra che Isacco sia ancora qui, accanto a me, e che si
spogli in mia presenza, come se nulla ci dividesse, togliendoci l'uno
alla vista dell'altro. Ora sento perfettamente che sospira, e dallo
scricchiolio della sedia su cui è seduto (la sedia è accanto al letto)
capisco che si sta sfilando le calzette di lana bianca, e forse il
sospiro è dovuto ad un buco, che, nel cavarsi le scarpe, ha scoperto
sulla punta o nel tallone. Durante la notte, lo sento che si rivolta nel
letto, e poi percepisco il suo respiro pesante e calmo, quando si è
addormentato. Spesso sogna, e allora chiama con voce lamentosa e lontana
i nomi più strani, e fa lunghi dialoghi con qualche invisibile e
misteriosa ombra.
Faceva così anche prima quando c'era Luisa, e non esisteva nessuna
intimità tra noi. E Luisa mi diceva:--Se noi sentiamo tutto, persino
quando inghiottisce lo sputo, sente tutto anche lui. Che tormento! E non
parlava che sottovoce, e non camminava che in punta di piedi. Oh! lo
sapevo benissimo anch'io quanto lei. Quella stanza dove ora sta Isacco è
stata prima la mia stanza. E Luisa abitava appunto questa stanza, quando
io abitavo quella. Non l'avevo ancora mai veduta, e già, Luisa, la
conoscevo intimamente. Che strano caso! La sua vita non aveva più
segreti per il mio udito, quando ancora i miei occhi non si erano posati
neppure una volta su lei. Tutto è proprio nato dalla trasparenza di
questa maledetta parete.
Mi ricordo come fosse ieri quando la vecchia Savina mi fece salire fino
al sesto piano di questa casa immensa, e m'introdusse in quella stanza.
Veramente non è una stanza. È il fondo di un corridoio, al quale la sua
finestra dava luce prima che vi alzassero contro un tramezzo di legno e
un uscio. Poi il corridoio rimase buio e Savina ebbe una stanza di più
da appigionare. Ci sta appena appena il letto, che è di ferro sottile e
nero, e a due passi, di lato, è appoggiato, contro l'altra parete, il
cassettone, con sopra una specchiera rotta in più parti. Sotto la
finestra si trova il lavabo pure di ferro, con un catino, una brocca e
un secchio. In tutto non c'è che una sedia. Io sorrido se penso al senso
di repulsione e di tristezza che ebbi, quindici anni or sono, entrando
in quella povera camera di casa Sterpoli, che mi parve tanto inospitale,
squallida e fredda, non appena v'ebbi posato il piede, da sentirmene il
cuore piccino. Venivo da casa mia, dove tutte erano cose amiche, tutto
era tepido e accostante, tutto bello e buono! Eppure quella, al
confronto di questa, poteva considerarsi una reggia.
Ma quando entrai per la prima volta dove Isacco dorme e russa, or sono
sei mesi o poco più, non venivo da casa mia, non lasciavo nè il letto
caldo e soffice, con le sue belle lenzuola profumate di spigonardo, che
la mia buona mamma faceva ogni mattina con le sue mani, nè la grande
poltrona imbottita sulla quale passavo ore ed ore rovesciato a sognare
stupide e meravigliose fantasie. Come la mia buona casa era già lontana,
perduta, dimenticata! Come tutto era finito molto prima d'allora! Dal
giorno in cui, morta mia madre, Marta la seguì per quel cammino così
silenzioso che neppure sotto i suoi grossi zoccoli levò un rumore (anche
la sua vita tanto semplice finì misteriosamente come tutte le altre), e
mia sorella Adalgisa si sposò con un giovane di Pra che se la portò
piangente di là dai monti, e mia sorella Maria volle entrare in
convento, sono passati pochi anni, ma eterni. Quale esperienza della
vita, in questi anni! Poco dopo anche mio padre morì, ed io, venduta la
casa, la cascina e il podere, me ne fuggii per non ritornare indietro
mai più. Lo stambugio che allora Savina m'offriva per pochi soldi, gli
ultimi, finiti i quali non ne avrei posseduti più, mi sembrò quanto di
meglio il caso potesse offrire a un disgraziato mio pari.
Nevicava. Con una voluttà disperata andai a schiacciare il viso contro i
vetri della finestra, ficcai gli occhi in quella notte buia tutta
punteggiata di bianco. Finalmente c'era qualche cosa fra me e il gelo
dell'inverno, fra me e quelle tenebre odiose, fra il mio viso e il vento
che turbinava veemente spazzando le strade tutte deserte e bianche! Io
volevo volevo morire. Ma per quel ridicolo senso di pietà, per
quell'assurdo amor di noi stessi che neppure l'idea della morte
sopprime, come se importasse qualche cosa ciò che potrà accadere quando
tutto sarà finito per noi, mi faceva orrore il pensiero di essere
sepolto dalla neve ad un angolo di strada, e poi calpestato, e poi
urtato e forse ferito dalle pale degli uomini che all'alba raschiano la
neve dai marciapiedi per ammucchiarla in mezzo alla via, e forse anche
morso e divorato dai cani. Tutta l'estate avevo passato le mie notti
all'aperto, disteso ora su questa ora su quella banchina del parco. Le
notti erano serene e tepide, e faceva quasi piacere passarle coricati
all'aria libera, nella dolce frescura. Ma poi, sopravvenuto l'autunno,
avevo dovuto cercare una casa, e tutte erano troppo ricche per me, che
non avevo se non il mio modesto salario d'amanuense, appena appena per
mangiare, e non più: non per avere anche una casa. E così era passato
anche l'autunno. M'avevano ricoverato le arcate dei portici, certi
anditi fetidi nel quartiere basso della città. Ormai da molte e molte
notti non conoscevo un letto, non potevo distendermi e riscaldarmi sotto
una coperta di lana, posare il capo sopra qualche cosa di soffice. Quel
letto su cui Isacco ora sogna e sospira, io lo palpai come un innamorato
tocca voluttuosamente la sua donna la prima volta che la può stringere
nuda fra le braccia. Mi gettai lungo e disteso sul suo duro materasso di
crine, e mi sembrò di affondare in una nuvola di bambage e di essere
trasportato lontano, in alto, da un vento silenzioso e dolcissimo.
II.
Non ricordo se allora mi assopii, o se soltanto mi abbandonai a quella
voluttà da povero diavolo, smarrendo in essa ogni altra sensazione
esteriore, ogni mio pensiero. La notte doveva essere inoltrata molto,
anzi non doveva essere molto lontana l'alba, quando mi parve di udire
proprio al mio fianco, dietro il mio capo, un singhiozzo soffocato, come
uno scoppio di pianto subitamente represso. Mi levai a sedere sul letto,
annaspando nell'ombra. Trattenni il respiro per non turbare il silenzio
che mi circondava da ogni lato, prossimo ed infinito. La stanza era
buia, ma un pallido chiarore traspariva dalla finestra, tanto che vedevo
i fiocchi di neve cader lenti lenti sparpagliandosi sul davanzale, e mi
pareva ancora di salire, di salire in alto, non più rapito entro una
nuvola, ma come se tutta quanta la casa volasse assunta in cielo. Non
c'era nessuno nè accanto a me, nè dietro di me, tra il letto e la
parete, tra la porta e il letto. Ma un altr'uomo stava nella stanza
attigua, cioè in questa stanza, accanto a questo letto dove ogni notte
ora mi corico disperatamente solo, e come me tratteneva il respiro
aguzzando l'orecchio, cercando me nel silenzio, come io cercavo lui, e
lo aspettavo in agguato. Ah! la pazienza gli venne meno troppo presto.
Fu egli il primo a stancarsi.
--Non piangere, disse quella voce irosa di uomo. Scoppia, se vuoi, ma
non piangere... Qualcuno è venuto ad abitare di là... Te l'ho detto! Non
piangere...
Parlava di me.
--Taci, taci, diceva sempre più cupa, sempre più minacciosa, quella
voce; è un certo Paris. Mi conosce. Lo conosco. L'ho intravveduto quando
era là con Savina. Ti dico che si metterà a urlare, se ti sente
piangere. Vuoi che si desti tutta la casa? Vuoi che per farti tacere io
ti strangoli?
Queste parole furono pronunciate ancora con maggior violenza. Ma chi le
pronunciò ebbe paura di aver forzata troppo la voce, e tacque. Chi era?
Mi conosceva per nome? Aveva detto: Paris? Il suo accento mi riusciva
nuovo. Certo, di giorno, con altra gente, quell'uomo doveva avere
un'altra voce, un ben diverso accento. Intanto, nel silenzio, percepivo
un singhiozzare fioco fioco, lontano, che pareva d'un fanciullo o d'una
donna che piangesse con il capo avvolto in una coperta di lana o sepolto
sotto un cuscino. Dopo questa breve pausa egli ricominciò a parlare
sommessamente.
--Tu devi persuaderti, disse, ed è inutile piangere. Se non ti
persuaderai, una di queste notti avrai finito di piangere per sempre.
Vedi tua madre? Lei non piange più...
--Ma io non posso, te lo giuro, non posso, è più forte di me! gemette
quella voce fioca, che era certamente d'una donna e d'una donna giovane
(era la voce di Luisa).
Allora il maschio si raddolcì.
--Sciocca! E non vedi che piangere ti fa male, che diventi ogni giorno
più brutta? disse in tono quasi pietoso, come per consolarla. Perchè?
Perchè sprecarsi così? A che giova? Povera piccola, su, su, sii
ragionevole... Questa vita non è poi mica una gran gioia neppure per te.
Fra poco sarai vecchia... E allora?...
Si interruppe.
--Ma cosa vuoi fartene, le gridò improvvisamente ridivenuto rabbioso,
scuotendola, (il letto scricchiolò tutto sotto le sue mani), di queste
tue quattro ossa schifose? Di questa tua stupida verginità? Peuh! A chi
vuoi darla? Chi vuoi che se la prenda? Che cosa credi di avere, tu, qui?
Rovesciò una sedia.
--Lasciami uscire! gridò a voce spiegata. Non ne posso più!
La porta della stanza vicina sbatacchiò, dei passi attraversarono il
corridoio in gran fretta, precipitarono giù per le scale e si spensero.
Rimasta sola, la donna si alzò dal letto, corse all'uscio, lo chiuse a
chiave. Poi mi parve che si gettasse nuovamente distesa contro i
cuscini, e singhiozzando senza più freno implorò:--Mamma, mamma...
Doveva esserci anche un cane, chiuso con lei in quella stanza, perchè
alla sua invocazione rispose una specie di brontolio cupo, inarticolato,
appunto come il brontolio di un cane. Era sua madre, la madre di Luisa.
Era lei, la stessa che ora, se alzo gli occhi dal foglio su cui scrivo,
vedo laggiù nell'angolo buio della stanza, affondata nella sua poltrona,
dove sta sempre con il capo piegato sul petto come se fosse staccato dal
corpo e pendesse appena trattenuto da un filo; e sgrana, fra le mani
scheletrite, il rosario che sarà consumato prima della sua vita che non
si consuma mai! Ma, allora, questo rantolo sommesso che esce senza posa
dalle sue labbra morte, mi parve il brontolìo di un cane. Poi tutto
ripiombò nel più profondo silenzio.
Mi ricordo che poco dopo mi riassopii, richiudendo le palpebre sul
biancore livido di quell'alba invernale, e che quando mi ridestai era
giorno fatto, in piena mattina. Non nevicava più. Anzi c'era nel cielo
grigio plumbeo una trasparenza diffusa, pallida e lontana, di luce
gialla, solare. Quella luce poteva bene illuminare di speranze nuove un
cuore meno distrutto del mio, meno buio. Ma io la contemplai senza
provarne alcuna gioia, e neppure mi mossi per avvicinarmi a lei, alla
finestra. Così, supino, stavo senza pensiero. Non mi sarei mosso più.
Perchè avrei dovuto alzarmi? Non volevo più vedere nessuno, non parlare
più. Non avevo più nulla da dire a nessuno. Non aspettavo, non
desideravo più nulla. Mi sarei sentito meno solo in un deserto africano,
in una landa artica. E sarei anche stato infinitamente felice. Ma un
rumore nella stanza attigua, cioè in questa stanza, introdusse nel mio
deserto, nella mia landa spopolata, almeno una persona viva alla quale
non potei fare a meno di pensare. Chi era costei? Quella stessa che,
nella notte, avevo udito singhiozzare e disperarsi, o un'altra? Una voce
femminile, che non riconobbi, che mi parve di non aver udito mai, si
mise a bisbigliare. Non distinguevo le parole, ma mi pareva che fosse
una preghiera. Allora mi levai a sedere sul letto, e appoggiai
l'orecchio alla parete. Poi non seppi resistere e bussai tre colpi. La
voce tacque.
Io domandai sommessamente:
--Chi siete?
Non rispose.
--Chi era, domandai ancora, a voce ancora più bassa, questa notte, qui,
che piangeva?
E soggiunsi:
--Eravate voi?
Ma neppure allora rispose, ed io mi lasciai ricadere sul letto.
Da quel momento, appunto, Luisa incominciò a camminare in punta di
piedi: abitudine che non abbandonò più, da allora in poi. Se non avessi
udito il fruscio delle sue sottane, lo stropiccìo dei suoi abiti contro
i mobili, mi sarebbe sembrato che ella non si movesse più, o che la
stanza fosse vuota. Faceva meno rumore d'uno che cammini sopra il più
morbido dei tappeti, anzichè sopra un orribile impiantito di mattoni
rotti e sconnessi come questi: e pareva scalza, o un'ombra che
trasvolasse sospesa da terra. Allora mi ricordai, per una strana
coincidenza di idee, delle pantofole che Pietro Suavis portava sempre in
ufficio per potersi avvicinare silenziosamente ad ognuno di noi e
sorprenderci in ogni momento del nostro lavoro. Egli si alzava dal suo
banco, che era nascosto da un paravento a destra dell'uscio, e,
attraversata a piccoli passi l'ampia stanza, si veniva a mettere pian
piano dietro le spalle ora dell'uno ora dell'altro. E quando, vedendo
con la coda dell'occhio la sua ombra lunga e nera apparire da un lato,
ci buttavamo giù col naso sui registri, egli con un colpo di tosse
rivelava la sua presenza e a piccoli passi silenziosi si allontanava.
Che cosa gli poteva importare, in fin dei conti, se qualcuno
interrompeva il proprio lavoro per dare un'occhiata al giornale o per
scrivere una lettera di condoglianze alla vedova d'un amico? Ci pagava
forse lui, di tasca propria, il magro stipendio d'ogni mese, grazie al
quale nessuno di noi poteva, come invece avrebbe desiderato, morire
liberamente di fame? L'anima triste di tutte le amministrazioni era
racchiusa in quelle sue maledette pantofole.
Improvvisamente mi rovesciai di dosso le coperte e mi buttai con un
salto dal letto. Quel giorno era appunto l'8 dicembre. Me ne ero
dimenticato, come se quel giorno non dovesse più esistere nel
calendario. Ma invece, eccolo: era proprio lui. Io avevo un impegno
d'onore per quel giorno, e me ne ero dimenticato. No. Non poteva
assolutamente scegliere l'8 dicembre per dire addio al mondo, per
rompere ogni mio rapporto con il prossimo. Come spesso una cosa da
niente muta il corso d'un'intera esistenza! Più che in fretta tuffai il
viso nel catino di acqua ghiaccia, m'asciugai in un lembo del lenzuolo
e, infilato il mio vecchio soprabito, mi lanciai di corsa giù per le
scale. Urtai alcuni signori vestiti di nero e in tuba che salivano
lentamente, uno dietro l'altro. Nemmeno mi scusai. Anche per la strada
continuai a correre, perchè tutti gli orologi che incontravo ogni tanto
sui cantoni mi dicevano quanto fossi in ritardo. Infatti Esposito mi
aspettava camminando nervosamente su e giù nel cortile, e quando mi vide
giungere trafelato, ansimante, mi venne incontro a braccia aperte e mi
strinse a sè come se temesse che gli potessi sfuggire.
--Incominciavo a disperare, amico mio! mi disse tutto d'un fiato. Ma,
Dio grazia, sei venuto! Tutto è in ordine. Tutti i registri pronti sul
mio tavolo. Non hai da fare altro che sederti al mio posto. Addio,
addio! Ora debbo scappare! Certamente Lisa m'aspetta... (Alvisa?
Adalgisa? il nome che egli pronunziò mi sfuggì proprio in quel momento).
Ti ho detto tutto? La chiave del cassetto di destra è nel cassetto di
sinistra. Per il resto rivolgiti a Pròchipo...
Si staccò da me ed infilò l'androne. Prima di svoltare, mi gridò:
--Non temere: dopodomani sarò puntuale come un orologio!
Salii lentamente i primi gradini. Sudavo per la corsa che avevo fatto, e
dovetti più volte asciugarmi la fronte con la manica del soprabito.
Pensavo:--Come un orologio! Come se tutti gli orologi fossero puntuali!
Veramente quella grande scalea, a gradini larghi e bassi di mattoni
consumati sui bordi, tutti buche e frane, sembrava che salisse lungo il
dosso d'un monte, e che per quella via fossero passate moltitudini
innumerabili, moltitudini di piote umane. Forse per ciò lo chiamavano
-Monte di Pietà-, poichè quello era il monte e la pietà ce la portavano
con le loro miserie tutti i poveri diavoli che da infinite generazioni
salivano quella scala. Quando entrai negli uffici, vi fu un movimento di
stupore tra i miei colleghi. La sera innanzi avevo detto addio a tutti.
--Vi lascio: da domani non verrò più. Ho deciso di abbandonare l'impiego
e di ritirarmi a vivere per conto mio. Vivere? Che vita sarà poi la mia?
Ma non importa. Meglio morire di fame che vivere a questi lavori
forzati.
--Beato te, avevano risposto. Ma che morire di fame! Avrai trovato di
meglio. Già lo sapevamo che qui non saresti rimasto. Hai dei poderi, tu.
Te ne ritorni in campagna...
--Oh! oh! i poderi! avevo soggiunto. Bei poderi davvero! Finì il tempo
dei poderi. Ma me ne vado lo stesso. Fortuna a voi, amici cari. Buone
cose.
Allora dissi a mia giustificazione:
--Debbo sostituire ancora Esposito per due giorni. Me ne ero
dimenticato.
III.
Mi sedetti al tavolo di Esposito. C'erano sopra tanti registri aperti
l'uno sull'altro, con tante polizze appuntate con uno spillo al bordo
d'ogni pagina. Ma non osavo toccare quei registri, non potevo toccarli.
Avevo detto addio a tutte quelle orribili e stupide cose, e a
ritrovarmele dinnanzi ne soffrivo come d'una nausea. Occupavo la sedia
di Esposito. Questo era il mio stretto dovere: provare, sedendo a quel
posto, che Esposito era presente. Certamente se avessi voluto aprire il
cassetto di destra avrei dovuto cercarne la chiave nel cassetto di
sinistra. Ma non sentivo nessuna necessità di aprire il cassetto di
destra. Anzi non avrei adoperata mai quella chiave. Credevo d'essermi
liberato per sempre da quella lurida stanza, di avere risoluto
definitivamente il problema, da vent'anni sospeso, della mia esistenza
sbagliata. Ora invece mi toccava riannodare quel filo: provvisoriamente,
ma dovevo riannodarlo per forza. Eppure non potevo rimanere così
immobile senza far nulla. Bisognava fingere di lavorare. Ma in che modo
ingannare il tempo? Come occupare la lentezza e la noia di tante ore
inutili? Già incominciavo a sbadigliare. Intorno a me non c'era nulla di
nuovo. Allora, quasi involontariamente, aprii il cassetto di sinistra
della scrivania di Esposito, e vidi subito, posata da un lato, la chiave
del cassetto di destra. Il cassetto di destra era chiuso. Ma quella
chiave era fatta appunto per aprirlo. All'infuori di quella chiave, quel
cassetto non mostrava alcuna particolarità interessante. Era mezzo
vuoto, e non vi si vedeva che un mucchietto di carta bianca, un
asciugamani ed uno specchio. Forse l'altro, quello di destra, avrebbe
offerto alla mia oziosa curiosità pretesti di svago meno limitati e
soliti. All'uomo la tentazione d'Eva si presenta a volte sotto forma di
serpente o di pomo, tal altra sotto forma di demonio, e può persino, sè
vuole, assumere il modesto aspetto di un cassetto chiuso. In certi casi
si chiama «sete della conoscenza», in altri semplicemente curiosità. Ma
la causa in ogni circostanza, fu sempre la stessa per tutti: ozio e noia
da illudere in qualche modo, sia che si tratti di aspettare la fine di
un orario d'ufficio, sia che si tratti addirittura di aspettare la
morte. Io dunque aprii il cassetto di destra. Sollevati tre o quattro
libri di contabilità, con mia grande soddisfazione lo trovai pieno fino
all'orlo di carte manoscritte, lettere dalle buste d'ogni colore, e
sopra tutto posata una fotografia.
Era, naturalmente, una fotografia di donna: una donna giovane che
guardava con profonda malinconia l'orologio appeso in mezzo alla parete,
sopra gli scaffali. L'orologio (lo guardai anch'io istintivamente)
segnava le 11. Senza dubbio mi trovavo dinnanzi alla donna di cui mi
aveva parlato Esposito nel dirmi addio, forse la causa unica e sola del
sacrificio che io stavo appunto compiendo, seduto a quel tavolo. Come in
tutte le fotografie, così anche in quella lo sguardo era d'una stranezza
ridicola e nello stesso tempo sconcertante. Ce ne sono che non vi
tolgono mai le pupille di dosso, e comunque le rivoltiate, vi fissano
con un'insistenza così sfacciata e odiosa che vi vien voglia di forare i
loro occhi con uno spillo. Altre, non si sa per quale legge misteriosa,
guardano nel medesimo tempo chi sta loro dinnanzi, e tutte le altre cose
o persone che stanno intorno, siano esse vicine o distanti. Queste si ha
voglia di schiaffeggiarle, per indurle a fermare sopra un punto solo la
loro attenzione. La fotografia di quella signora, o signorina, guardava
l'orologio. Era senza dubbio una stranezza come tutte le altre, dovuta
al caso. Ma a me venne fatto di pensare che ella attendesse con una
certa apprensione lo scoccare di quell'ora in cui Esposito le aveva
promesso che sarebbe corso da lei, la mattina di quel, per me,
malaugurato giorno.--Datti, datti pace, le dissi allora con acida
ironia; se non è arrivato ancora, arriverà fra poco. Eccomi qua: io ne
so qualche cosa... E, veramente, avrei voluto per dispetto farla in
quattro pezzi. Ma pensai con raccapriccio che, divisi l'uno dall'altro,
uno qua e l'altro là, quei suoi occhi avrebbero continuato ognuno per
proprio conto a guardare l'orologio. Così accade delle code delle
lucertole, che tagliate dal corpo, continuano ad attorcigliarsi come se
nulla fosse accaduto. E poi, per l'appunto, quella signora non aveva di
bello che gli occhi. Erano due grandi e malinconici occhi neri, in un
viso piccino piccino, patito e aguzzo, con un nasino appena disegnato e
una bocca dalle labbra sottili sottili, una bocca insignificante.
Neppure i suoi capelli, la sua pettinatura, l'espressione del suo volto
avevano nulla di straordinario, e nemmeno nulla di notevole. Erano tutte
cose comuni. La prima impressione che la contemplazione di
quell'immagine poteva suscitare in un uomo era un senso di indifferenza.
Subito dopo, un senso di pietà. Somigliava proprio in tutto a quei
ritratti che si vedono stampati sui giornali, nelle cronache dei delitti
più tristi ed oscuri, sotto cui è scritto sempre e semplicemente: -La
vittima-; e basta un'occhiata per pensare:--Poverina! Aveva il suo
destino scritto in fronte! Così era lei, la donna di Esposito.
Innamorata, fidanzata, amante? Chi poteva dirlo? Forse le lettere
accumulate in quel cassetto, sulle cui buste si leggeva il nome di
Esposito ripetuto infinite volte, in una minuta calligrafia femminile
tutta uguale. Ne sfoderai alcune. Tutte erano firmate: Armida, fuorchè
una, della stessa persona, che era firmata Adì. Era lei! Mi parve che
nella sua confusione di parole, al momento di lasciarmi, Esposito avesse
pronunciato proprio quel nome.
Le lettere di Armida ad Esposito erano cinquanta o sessanta in tutto,
ordinate cronologicamente. Ne trovai di quattro, di otto, di dodici e
alcune perfino di ventiquattro pagine fitte. Le ore della mattina mi
bastarono appena per leggerne meno della metà. Ma quando le ebbi lette,
ed anche prima di arrivare in fondo, sapevo perfettamente che cosa
pensare di Armida, molto più che se l'avessi conosciuta da vent'anni. Il
ritratto di Armida che dall'insieme delle sue lettere ad Esposito
balzava fuori intiero e vivo, non corrispondeva affatto a quello che
m'ero figurato poche ore prima nel contemplare la sua immagine. In
verità se fra i due c'era una vittima, per quanto vittima fortunata,
questa andava identificata in Esposito. Armida doveva essere una
creatura ardente e appassionata, una di quelle donne che, amando un uomo
sino alla follia, lo distruggono. E il suo viso che non esprimeva che
malinconia, dolcezza e rassegnazione! Si erano incontrati alcune
settimane prima, ai giardini pubblici. Esposito si era impadronito
dell'anima sua con un solo sguardo. «Tu mi hai affascinata come il
serpente. Avevi quel giorno negli occhi una luce diabolica. Mi seguivi
senza parlare, e mi pareva che strisciassi ai miei piedi.
Pensavo:--Ecco, ora mi avvolgerà in una spirale di fuoco. Sarò sua, sarò
sua! E tu, con il fiore all'occhiello, che forse un'altra donna ti aveva
dato, ti pavoneggiavi specchiandoti in tutti i vetri delle botteghe, e
cercavi, con lo stesso sguardo infiammato, di affascinare tutte le
altre. Da quel primo istante ho giurato a me stessa:--Sarà mio, ma
soltanto mio! Non sarà di nessuna altra, all'infuori di me! Mi avrà, ma
a prezzo della sua vita! Non dimenticarti questo giuramento, Esposito,
non lo scordare giammai!» Armida aveva un marito. Era descritto così:
«L'ho amato veramente un giorno, quando gli feci dono della mia
innocenza di fanciulla, e lasciai che cogliesse con le sue mani il fiore
dei fiori? Ah! Esposito: se oggi le guardo, quelle sue mani tutte
coperte di peli neri ed ispidi, (e vedo invece con gli occhi dell'anima
le tue piccole mani affusolate, le tue mani bianche e morbide che
m'accarezzano con tanta dolcezza, e sono le mani -di un vero signore-),
e dalle sue mani risalgo alla sua faccia, in cui non c'è neppure un
tratto che non sia volgare, col doppio mento, gli occhi stanchi e
lividi, la fronte calva, e poi abbraccio con un solo sguardo la sua
persona goffa, i suoi abiti trascurati, le sue cravatte di pessimo
gusto, debbo confessare a me stessa che mi sono ingannata, e che non ho
mai amato quest'uomo! Eppure, perchè nascondertelo, mio caro Esposito?
Per tanti anni ho creduto di amarlo. Mi sono data a lui ciecamente. È la
vera parola, poichè lo vedo ora per la prima volta nella sua ripugnante
realtà». Ed io pensavo alla delusione di quella sciagurata Armida il
giorno in cui avrebbe finalmente veduto in tutta la sua realtà anche
Esposito. Ma Esposito doveva conoscere, in modo che io stesso non avrei
mai sospettato in lui, l'arte di conquistare il cuore di una donna e di
tenerlo soggiogato, in perenne stato febbrile. «Da due giorni sei mutato
con me, Esposito, diceva un'altra lettera: non sei più lo stesso. Usi
strani modi, rimani per lungo tempo distratto e taciturno, quando,
risvegliati i sensi nei tuoi abbracci che mi spremono dalle vene più
nascoste fin l'ultima goccia di sangue, più che mai avrei sete di te. Tu
ami un'altra, Esposito! Sei già stanco della tua Armida! Mostra a costei
il segno che i miei denti ti hanno lasciato sulla gota. Dille che quello
è il marchio di Armida. Mostrale quella ciocca bruna che porti nella
doppia scatola del tuo orologio, e dille:--Questi li ho colti nei
giardini di Armida!» Ella trovava una sublime felicità in questo
convulso e sanguinoso amore. «Sono felice! Più ti vedo debole, affranto,
più m'inorgoglisco, più godo, più ti amo, Esposito! Dico a me
stessa:--L'amor mio lo ha vinto così. Tutto ciò che in lui sfiorisce,
fiorisce in me. Tutto ciò che vien meno alla sua vita, si trasfonde
nella mia. Il mio corpo racchiude la miglior parte del suo!»
Nel pomeriggio continuai la mia lettura. Che cos'è di spaventoso
l'intimità di due amanti! Io domandavo ad ogni passo:--Dio mio, dove
andranno a finire? E mi pareva di vedere un incendio divampare e
crescere sempre più intorno a quei due, e i loro corpi arroventati
dibattersi come in un rogo. Infine, secondo le mie previsioni, scoppiò
la catastrofe. Una lettera in data 4 dicembre, scritta con una
calligrafia disordinata, a stento riconoscibile, diceva testualmente
così: «Amore, è finita, è finita! Egli sa tutto. Ha trovato tue lettere.
Minaccia di uccidermi. Come sarei felice, amore, di morire per te! Ma
invece di uccidermi, ti cerca da ieri in lungo e in largo per la città.
Nasconditi e attendi notizie. Tua per la vita». Questa lettera era
firmata Adì. Due giorni dopo Esposito riceveva un ultimo biglietto
scritto a lapis, sopra una pagina strappata a un quaderno: «Amor mio,
diceva quel biglietto, non mi è più possibile sopportare questa pena.
Egli mi impone di partire con lui, per strapparmi per sempre al mio
amore. Esposito, Esposito! Sento la tua voce che m'invoca. Senti tu la
mia? È scoccata l'ora tanto sospirata, in cui una bella morte ci
strapperà alle angustie di questa vita per trasportarci in un eterno
nirvana... Dopo domani, alle nove in punto, ti aspetterò all'angolo
della cattedrale. Porta con te molti fiori... Tua oltre la vita.
Armida». Quando lessi queste parole definitive erano le sette di sera.
Ahimè! Le nove di quello sciagurato giorno erano passate da un pezzo!
Rimasi come inebetito a guardare l'ultima lettera che, tremando,
stringevo fra le mani. Avrei voluto alzarmi, chiamare i miei compagni,
farli partecipi della mia macabra scoperta. Ma mi sentii incapace di
muovere un gesto, di pronunziare una sola parola. E quando il sudor
freddo e il tremito di quei primi momenti di commozione furono passati,
mormorai con un profondo sospiro: -Consumatum est-. Senza avere neppure
il coraggio di posare un ultimo sguardo sul ritratto della povera
Armida, richiusi in fretta le lettere nel cassetto dal quale le avevo
tolte. Che fare? Era tardi ormai. Troppo tardi. Immaginavo quella
creatura così esile, delicata, fragile, che sotto apparenze tanto
insignificanti racchiudeva invece così violenti umori, un'anima di
leonessa, una natura felina, giacere immobile accanto ad Esposito,
stretta a lui in un supremo amplesso. Ora la vedevo coricata sopra un
letto, con i capelli sciolti, il suo corpo mingherlino appena velato
dalla camicia, la mano nella mano di Esposito, che era invece vestito da
capo a piedi, e sempre con il suo colletto lucido, inamidato. Pareva che
l'uno e l'altra dormissero un soave sonno. Ora invece m'appariva
rovesciata in un lago di sangue, ai piedi dei bastioni, il viso nella
polvere, i polpacci scoperti con calze di grosso filo nero, e Esposito
bocconi accanto a lei, con le braccia distese verso il suo corpo, come
in un disperato desiderio di abbraccio. Un pensiero che mi fece
sorridere fu questo: che Esposito si fosse preoccupato, in simili
circostanze, di lasciare a me la consegna del suo lavoro d'ufficio.
Nobile anima di burocrate, austero senso del dovere, che non avevo mai
sospettato in lui! Eppure, infine, egli avrebbe potuto dire d'essere
stato amato, veramente, perdutamente amato; d'un amore che aveva qualche
cosa di anormale, di crudele, di inumano; una vera follia d'amore, un
vortice, un vulcano d'amore; ma amore, amore e morte, come nelle più
sublimi leggende. Forse era stato felice più di qualsiasi altro uomo, ed
ora certamente era il più felice di tutti. Più felice di me, che non
vedevo ormai altra felicità se non in quel nulla nel quale egli si era
inabissato. Ma non solo! Non disperatamente solo, come me! Con Armida
sua! Con la sua terrestre, umana, inebbriante felicità d'amore...
Riposi nel cassetto di sinistra la chiave con la quale avevo aperto
quello di destra e, a capo chino, senza salutare nessuno, mi allontanai.
IV.
Ormai non sarei più tornato indietro. Veramente mi sarebbe riuscito
impossibile sostituire, ora, Esposito. Avrei dovuto sostituirlo per
tutta la vita. La mia presenza a quel tavolo, dinnanzi a quei registri,
diveniva ormai superflua. Ero nuovamente libero e padrone di me. Appena
giunto all'angolo della strada, comprai un giornale, e cercai nella
pagina della cronaca il ritratto di Esposito. Non c'era. C'era però,
sotto un titolo molto tragico, la notizia che cercavo. Per quanto vi
fossi preparato, non potei leggerla senza un brivido di terrore. Nel
fiume, che era in piena, la barca degli asfittici aveva pescato due
cadaveri d'una donna e d'un uomo, ancora giovani. Essi erano allacciati
l'uno all'altra da una lunga sciarpa di seta, i loro due corpi legati in
un abbraccio che neppure la morte e la corrente vorticosa avevano potuto
sciogliere. Così avevano voluto insieme abbandonare la vita, e uniti
lasciarsi trasportare nel buio! Nessuno dei due aveva addosso nulla che
potesse servire ad identificarlo. Ma i loro connotati corrispondevano
perfettamente a quelli di Esposito e di Armida, secondo la fotografia di
lei che io conoscevo. Mi stupì molto di non aver pensato al fiume, forse
perchè quei fiori, che Armida invocava nell'ultima sua lettera ad
Esposito, avevano suscitato dinnanzi ai miei occhi l'immagine di altre
morti. Non avevo pensato che Armida potesse morire come Ofelia, tra
fiori galleggianti sull'acqua. Ma infine quella era una morte come tutte
le altre. Con un sospiro ripiegai tristemente il giornale che avevo
letto alla luce d'una bottega di parrucchiere, e ripresi lento il mio
cammino. Veramente tutto era finito. Forse qualcuno, alla morgue, aveva
già riconosciuto in quei due annegati d'amore Esposito e Armida.
All'indomani sarebbero andati a frugare nei cassetti di quel tavolo, e
il mistero del loro suicidio non sarebbe stato più un mistero per
nessuno.
Assorto in questi pensieri non m'accorsi neppure d'entrare nell'androne
semibuio di casa mia e di salire le scale che dovevano condurmi al mio
sgabuzzino. Ma mentre stavo per mettere il piede sull'ultimo ballatoio,
un uomo sbucò in gran fretta dall'ombra e mi urtò con tanta violetta che
per poco non mi fece cadere.
--Signore! gridai voltandomi. E mi fermai meravigliato. Dinnanzi a me
stava ritto Esposito. Era lui, non c'era dubbio: lui in carne ed ossa,
non il suo fantasma. Le ombre hanno volti sereni, impietriti, di statue
indifferenti e impassibili. Il volto di Esposito era invece sconvolto e
trasudato: esprimeva una profonda e dolorosa ansia.
--Lasciami andare! esclamò soffocato, allontanando la mano con la quale
istintivamente gli avevo afferrato il braccio. Tu non immagini nemmeno!
Mia sorella Luisa... Capisci? Scomparsa!... Non si trova più!
--Tua sorella? domandai. Tua sorella? (e pensavo:--Ha dunque una
sorella, Esposito?) E in che modo? In che modo è scomparsa?
--Ah! gemette Esposito, stringendosi la fronte con le mani, storia
lunga, caro mio! Sembrò subitamente preso da un profondo sconforto, si
appoggiò alla ringhiera, abbandonò le braccia, piegò il capo sul
petto.--Tutto era pronto, cominciò a raccontare vagando qua e là con lo
sguardo smarrito, gli invitati erano tutti qui, chi nel corridoio, chi
sulle scale, alcuni aspettavano giù, in cortile, e persino nelle
carrozze, sulla strada. Mia madre, lo sai, è ebete... Poverina! Ma Luisa
era già vestita, tutto era in ordine. Me lo hanno detto. Io... io giunsi
tardi... Ah! Ah! esclamò guardandomi improvvisamente con odio e
stendendo il pugno contro di me, tu sei la causa di tutto! Se non ti
fossi fatto tanto aspettare, io sarei stato qui in tempo, stamane, per
scongiurare questa maledizione! Ma tu, tu, che importa a te tutto
questo? Arriva lo sposo, con i suoi amici, si degna di salire tutte le
scale, fin quassù, quantunque soffra gravemente di cuore. Domanda di
Luisa. Gli dicono:--È con sua madre, in camera, già pronta... Chiamate
la sposa! dicono. Esse, mia madre e mia sorella, abitano qui. Io ho
un'altra casa per conto mio. Ma sono io che pago anche questa. Bussano.
Nessuno risponde. Aprono. C'è mia madre seduta nella sua poltrona. Luisa
non c'è più. Dove sarà? La chiamano, la cercano, interrogano mia madre
che non sa, non vede, non sente nulla; corrono da tutti i vicini...
Luisa non si trova. È scomparsa! Quando sono arrivato io, lo sposo se ne
era già andato... Molti se ne erano andati... Allora anch'io mi sono
messo a cercarla, e l'ho cercata tutto il giorno, ma non l'ho trovata...
Esposito si raddrizzò, alzò gli occhi al cielo, si torse le mani
disperatamente.--Dove sarà? gridò furioso. Dove sarà? E si precipitò giù
per le scale di corsa, prima che io avessi il tempo di pronunciare una
parola.
Lo seguii con lo sguardo, affacciandomi alla tromba delle scale, finchè
non lo vidi scomparire. Poi guardai perplesso in me stesso. Infinita
ridicolaggine della vita! Quello era Esposito. Era quel medesimo,
identico Esposito che avevo creduto morto, e ripescato dal fiume, e
coricato sul freddo tavolo di marmo della morgue accanto ad Armida.
Forse neppure Armida era mai esistita, e quell'epistolario era tutto
falso, tutta un'invenzione di Esposito. Forse erano lettere che scriveva
lui a sè stesso! Dove non ci conducono le disillusioni? Io non dovevo
credere più a nulla, nemmeno all'evidenza dei miei poveri occhi di
idiota! Maledissi Esposito e me stesso, e, saliti gli ultimi gradini,
entrai nel mio sgabuzzino e mi rinchiusi a doppio giro di chiave.
Finalmente c'ero: nulla mi avrebbe più smosso di là. Finalmente ero
solo, isolato, difeso da quei muri e da quella porta. Anche quella
stupida giornata era passata per sempre. Non avevo altro da fare che
riprendere la mia vita dal punto in cui l'avevo lasciata la mattina,
quando il ricordo della promessa fatta ad Esposito m'aveva stupidamente
strappato al mio dolce nulla verso il quale già stavo scivolando
dolcemente beato. Il letto era là, ancora sfatto, come quando la mattina
m'ero alzato rovesciandone le coperte. Pareva che m'aspettasse. Bastava
infilarsi di nuovo là sotto, e richiudere le coltri, come se nulla fosse
avvenuto. Mi spogliai lento, ripensando alle stranezze del caso.
Esposito... La sorella di Esposito, Luisa, e sua madre, che abitavano
sotto lo stesso mio tetto, allo stesso piano di casa, forse proprio in
quella stanza attigua alla mia... Ed io non ne sapevo nulla, io che
stavo tutto il giorno con lui: nè che Esposito avesse una madre e una
sorella, nè che il caso mi avesse condotto ad abitare proprio accanto a
loro! Forse quella voce che durante la notte avevo udito lamentarsi e
piangere era la voce di Luisa... E la voce di quell'uomo, ah! sì, ora la
riconoscevo, quella voce aspra, minacciosa, era la sua voce, la voce di
Esposito! Ora vedevo tutto chiaro. Luisa si rifiutava di sposare quel
signore che le avevano scelto per marito... Ed Esposito la minacciava.
Volevano disfarsi di lei, costringendola a quel matrimonio che le
ripugnava... Forse la volevano vendere. Per ciò era fuggita... Era
fuggita... Dove? Dove era fuggita? Dove poteva fuggire una povera
ragazza sola, in quella città così grande? Forse il fiume in piena, nel
quale nè Esposito nè Armida avevano mai pensato di gettarsi, portava ora
il fragile corpo di Luisa verso un nascondiglio dove nessuno l'avrebbe
più ritrovato. Luisa... E Armida? Che cosa era avvenuto di lei?
Ah! Eppure è bello non soffrire più per nessuna ragione, per nessuno.
Stendersi in un letto, riposare le ossa indolenzite, pensare al sonno
che verrà, al tepore che a poco a poco ti avvolgerà tutto come in una
nuvola, e considerare tutte le cose come se fossero infinitamente
lontane, e indifferenti, ed estranee. Dire: che importa a me? Se piove,
se tuona, se crollano le montagne intere, se bruciano centinaia di case,
se gli uomini si scannano sotto le mie finestre, che importa a me di
tutte queste catastrofi? Sono qui coricato, dove nessuno mi vede, dove
nessuno mi sente, tutto rattrappito sotto le mie coperte che a poco a
poco si scaldano e fra poco mi scalderanno, e sappiate voi tutti, e voi,
tutte le cose, sappiate che mi sono separato per sempre da voi, siete
tutti morti, tutte morte per me, o tutte vive, poichè infine m'è uguale
che siate vive o morte; la vostra prosperità o la vostra disgrazia, il
vostro bene o il vostro male, mi sono uguali, ed io non vi voglio in
verità nè male nè bene. Io solo esisto. Padrone di non esistere più
quando me ne sia stancato. E basta.
Così mi stringevo intorno al corpo infreddolito le coperte ancora
fredde, e non avevo alcun pensiero dell'avvenire. La fine sarebbe venuta
da sè. Non avrei avuto che da aspettarla. Mi faceva piacere di essere
così coricato, solo e senza preoccupazioni o doveri, con quel freddo di
coperte intorno alla carne che mi dava più vivo il senso d'essere
disteso in un letto, solo, senza una necessità al mondo di vivere
altrimenti che così, coricato, immobile, abbandonato al mio peso... E a
poco a poco le palpebre mi si chiusero sul fioco e instabile lume della
candela, e mi trovai trasportato in quella soffice nube che dolcemente
si cullava al soffio di un vento di paradiso. Allora, quando chiusi gli
occhi, ebbi la prima sensazione del silenzio, sentii il silenzio che mi
circondava, e fu appunto il soffio di un respiro umano, un rumore appena
percettibile, che me lo fece sentire. Era, quel respiro, come un filo di
luce, un'incrinatura di luce, in una tenebra profonda, smisurata,
immobile. Sembrava che qualcuno fosse coricato al mio fianco, con il
capo appoggiato accanto al mio sul guanciale, e che con le labbra
semichiuse respirasse lento e uguale nel mio orecchio. Certamente era
ancora quella maledetta parete che turbava la mia solitudine e
m'imponeva la presenza di altra gente, introducendola nella mia stanza
dove mi credevo bene isolato, ben chiuso.
Cacciai la testa sotto le coltri, già nuovamente distolto dalla mia
felicità, dal mio abbandono: già costretto di nuovo a pensare, a
ragionare, ad agire. Come era dunque possibile? Una parete che non
teneva lontano nemmeno il respiro degli altri? Di che cosa era fatta
quella maledetta parete? Di carta? Di un velo? Mi alzai a sedere,
rovesciai le coperte, mi guardai intorno smarrito. Ma abbassando gli
occhi vidi d'un tratto qualche cosa di nero luccicare per terra, che
sbucava di sotto il letto, e non aveva alcuna forma precisa. Allungai
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