--Ah, povero principe! esclamò Silvio convinto; lo ringrazierò con tutta
l'anima mia.
Ma mentre formulava questa solenne promessa, i suoi occhi caddero sulla
mantellina di talpa grigia che stava appesa a un piolo, e ricordandosi
di averla veduta la sera innanzi sulle spalle di Silvina, si stupì di
essersela poi fino a quel momento dimenticata.
--E questa mantellina? domandò con una vaga inquietudine nella voce. È
di talpa... Dove l'hai presa?
--Oh! rispose Silvina dal vano dell'abbaino, senza staccare il viso dai
vetri, è una piccola cosa... Me l'ha prestata un'amica.
--La principessa Stroztki?--domandò Silvio con ironia.
--No, caro, rispose Silvina immobile, nessuna principessa. Un'amica mia
d'infanzia, ritrovata in questi giorni per caso.
Silvio scosse il capo e mormorò:
--Quanta gente, quanta gente nuova nella tua vita...
Allora Silvina si volse e, fissando sopra di lui uno sguardo acuto
acuto, come uno spillo, gli si avvicinò di due passi, si tolse il
pastrano e lo gettò ai suoi piedi con sgarbo.
--Ricordati, gli disse, scandendo una per una le sillabe, che senza
tutta questa gente nuova non sarei ancora qui a sopportare le tue
stupide inquisizioni. Nuove o vecchie, io sono libera di scegliere le
mie amicizie, di ricevere i fiori che m'offrono, e di portare i vestiti,
le pellicce, i cappelli che mi piacciono, e di fare e disfare il mondo
intero a modo mio... Ed ora vattene, perchè sono annoiata di te.
A viso alto, sdegnata, ella si avviò verso il cassettone. Silvio in gran
fretta, come se le parole di Silvina avessero suscitato in lui una viva
collera, s'infilò il soprabito ed uscì.
Rimasta sola Silvina indossò il migliore dei suoi vestiti, e
tranquillamente incominciò a pettinarsi. Da qualche giorno portava i
capelli annodati alti sul capo, con solo due brevi riccioli che le
ricadevano sulle tempie. Quella pettinatura le allungava graziosamente
il viso e la faceva più alta di tutta la persona. Poi si incipriò le
mani, le braccia, il collo, le gote; si tinse di nero gli occhi, di
rosso le labbra e si contemplò soddisfatta. In quel medesimo istante
alcuni colpi affrettati risonarono contro l'uscio e Soave entrò
correndo.
--Silvina, disse concitata, non ne possiamo più! Tutta la notte non ha
fatto che piangere, che smaniare. Credo che impazzirà, se tu non vieni a
calmarlo...
--Ma non lo sapete dunque, gridò Silvina, non lo sapete che Silvio è
tornato?
--Lo sappiamo, lo sappiamo, rispose Soave, e per questo appunto si
dispera così.
--E perchè si dispera? domandò Silvina. Non sapeva anche lui che quando
fosse ritornato Silvio tutto doveva finire tra noi?
Furono bussati altri colpi contro l'uscio, ed entrò correndo Odette:
--Per carità! disse ansando, non indugiate un minuto di più! Lo abbiamo
ripreso per miracolo a metà delle scale. Veniva qui correndo come un
indemoniato, e ora in quattro non riusciamo a tenerlo disteso sul letto.
--Silvina! supplicò Soave, giungendo le mani.
Allora Silvina prese una subita risoluzione, si buttò sulle spalle la
mantellina e si precipitò nel corridoio.
Soave e Odette la seguirono. Scese di corsa le scale, esse trovarono
madama Humbert sulla porta, tutta stralunata, col viso tutto in lacrime.
--Dov'è? chiese seccamente Silvina.
Madama Humbert la guidò correndo in fondo alla casa. Là, in una stanza
semibuia, disteso bocconi sul letto, con le gambe e le braccia buttate
una qua e una là, stava il principe Stroztki. Egli mordeva furiosamente
il cuscino e ruggiva come un leone. Il parrucchino gli era volato chi sa
dove, e nella penombra la sua testa tutta pelata sprigionava lampi
gialli.
--Ebbene? gridò Silvina, scuotendolo violentemente per una spalla. Che
cosa sono queste scene? Volete che io chiami Silvio, perchè veda in che
modo vi riducete voi, quando amate una donna?
--Dov'è? dov'è? rantolò il principe, sollevandosi sul letto, guardando
minaccioso tutto intorno.
Ma i suoi occhi s'incontrarono con gli occhi di Silvina, sfavillanti di
sdegno e d'ira, e subito ammutolì.
--Scende le scale, rispose Silvina, ed ora sarà qui. Se vi piace d'esser
ridicolo potete continuare a smaniare.
--Silvina, gemette il principe, mostrandole con un gesto disperato la
sua persona, vedete fino a che punto? Non sono più un uomo. Sono un
povero straccio. Silvina non mi ama più!
--Questo è delirio, disse Silvina. Silvina non vi ha mai amato.
--Ah! Silvina, gemette il principe, se lui non fosse mai ritornato, voi
sareste stata sempre mia, non m'avreste trattato così. Fino a ieri siete
stata buona con me, amorevole, piena di promesse. Mi diceste, proprio
ieri, prima di lasciarmi:--Se sarete degno di me, sarò vostra per
sempre!
--Ma oggi, disse solennemente Silvina, così come vi vedo, mi sembrate
mille volte indegno di qualunque donna.
--Silvina, Silvina, gemette il principe, come siete crudele! Perchè
indegno? Chi mi ha ridotto così? Basta una vostra parola, perchè io
ritorni quello stesso di ieri.
Silvina non parlò.
--Una piccola elemosina di speranza, supplicò il principe. Che io possa
almeno vedervi, parlarvi, adorarvi in silenzio, e attendere umilmente
che il destino vi riconduca a me...
--Se voi foste savio! esclamò Silvina. Ma insensato a questo modo?
--Savio, savio! balbettò il principe illuminandosi d'un sorriso. E in
furia si alzò, cercò di ricomporre i suoi abiti disordinati, si
precipitò allo specchio, vide la sua testa pelata, cercò affannosamente
la parrucca sopra e sotto il letto, se la calzò con destrezza dalla nuca
alla fronte, riannodò la cravatta, e così, in sembianze più umane, si
rivolse a Silvina e attese in silenzio una parola di perdono. Silvina lo
guardò dalla testa ai piedi e disse:
--Così, Stanislao, potete sperare qualche cosa da me, e non piangendo
come un bambino....
Egli le si avvicinò timido, le prese la punta di una mano e gliela
baciò.
--Grazie, disse con un sospiro, voi mi ridate la vita.
Silvina gli volse le spalle ed uscì. Ritornata nella sua stanza, si
guardò nello specchio, e rifece alcuni degli atteggiamenti corrucciati e
minacciosi che avevano atterrito il principe Stanislao. Soddisfatta
rise, e vedendo che al suo collo mancava la collana, andò a prenderla
sul cassettone dove l'aveva posata la sera innanzi, prima di coricarsi.
La cercò tra i fazzoletti e le bottiglie di profumi, sotto il cuscinetto
appuntaspilli, dietro lo specchio, nel primo, nel secondo cassetto, ma
con sua gran meraviglia non la trovò. Forse era caduta per terra. Ed
ella scostò delle sedie, rimosse un paio di vecchie pantofole,
s'inginocchiò, la cercò sotto i mobili. Ma la collana non c'era. Allora
pensò con sgomento, che, essendosela appuntata in fretta prima di uscire
dalla stanza, doveva averla perduta nel corridoio, o per le scale, o in
casa di madama Humbert, durante quella scena col principe. A precipizio
aprì l'uscio e mosse qualche passo nel corridoio. Ma il corridoio era
troppo buio perchè ella potesse vedere la collana, se proprio l'aveva
perduta in quel tratto. Allora rientrò in camera, accese la candela, e,
curva, esaminò a palmo a palmo il corridoio in tutta la sua estensione.
Ma la collana non c'era. Già presa da un principio di orgasmo, Silvina
posò la candela in un angolo e fece le scale arrestandosi ad ogni
scalino, scostando col piede i pezzi di carta che incontrava qua e là,
senza nulla trovare. Bussò con forza alla porta di madama Humbert,
dichiarò alla signora, che la guardò esterrefatta, la ragione di
quell'improvviso ritorno, e madama Humbert chiamò a gran voce Soave e
Odette che accorsero, e accorse anche il principe, e tutti in silenzio,
mentre Loreto, sul poggiolo strombettava la sua canzone:
Loreto, lo reee!
Chi l'è che passa?
Lo re che va alla cacciaaaa...
Tacca trombetta!
Trrrr...
si misero a cercare la collana per tutte le stanze attraverso le quali
era passata Silvina per giungere a quell'ultima stanza dove il principe
Stanislao era stato rinchiuso. Furono sollevati tappeti, spostati
mobili, rovesciate sedie; il letto in quella stanza fu tutto sfatto, e
le lenzuola sbattute per ogni verso, e il principe, ginocchioni, frugò
sotto tutti i mobili. Ma la collana non venne fuori.
Allora Silvina s'attaccò ad una speranza, e cioè che la collana fosse
proprio là dove l'aveva posata la sera innanzi. Risalì a salti le scale,
e preso il candeliere, che aveva posato sull'ultimo gradino, rifece il
corridoio passo passo, e mentre se ne andava così curva, scrutando il
pavimento, fu raggiunta da Silvio che rientrava in casa.
--Sai, gli disse Silvina con voce accorata, credo di aver perduta la mia
bella collana...
--La collana dello smeraldo? domandò stupito Silvio.
--La collana, la collana! ripetè Silvina irritata. Quale vuoi che sia?
Non ne ho centomila...
Il corridoio era finito. Silvina spense la candela, entrò nella stanza,
e corse nuovamente al cassettone, e ricominciò a cercare. Vana speranza!
Non c'era.
--Ma dove l'hai perduta? domandò Silvio.
--Se lo sapessi, sibilò Silvina, non farei tanta fatica a cercarla...
Di nuovo si mise in ginocchio a frugare sotto i mobili, e Silvio,
inginocchiatosi accanto a lei, la seguiva in ogni movimento, in base al
principio che quattro occhi vedono meglio di due. Poi il campo delle
ricerche si estese, e dal cassettone si passò all'armadio, tutti i
vestiti, che fortunatamente erano pochi, furono spiccati dagli
attaccapanni e agitati come bandiere. E mentre Silvio diceva:--Vedrai
che te l'hanno rubata!--Silvina rovesciò il letto, buttò all'aria
lenzuola, coperte, cuscini e materasse, e poichè ormai non c'era più
dove cercare, si lasciò cadere di traverso sul mucchio delle coltri
disfatte e ruppe in un pianto disperato. Allora Silvio, smettendo anche
lui l'inutile ricerca, andò, per consolarla, ad accarezzarle i capelli,
e, affondata una mano in una delle ampie tasche del suo pastrano nuovo,
ne trasse un cartoccio tutto fiorito e ricamato, e legato da un bel
nastro rosa; e prendendo con due dita il mento di Silvina cercò ch'ella
sollevasse il capo. E quando, dopo molte riluttanze, ella lo ebbe
sollevato, Silvio le offrì quel cartoccio profumato, dicendole:
--Ti regalerò una collana più bella di quella, con uno zaffiro
meraviglioso. Che serve ormai disperarsi? Vieni, piccina. Addolcisciti
la bocca, dopo tante lacrime amare.
Silvina, lacrimando, prese quel cartoccio e lo aprì. Vide tanti bei
canditi verdi, rossi e gialli, brillanti come pietre preziose. Allora
sollevò gli occhi su Silvio, e avrebbe voluto frugargli nell'anima. Ma
l'anima semplice di Silvio, incapace più di nascondersi, affiorò sul suo
viso in un rossore di minuto in minuto più intenso, tanto che Silvina
ebbe come in un lampo la rivelazione della verità.
--Tu! tu me l'hai presa! gridò soffocando d'ira. Tu sei stato, tu, tu,
tu...
E gettato lungi da sè il cartoccio dei canditi, che rotolarono qua e là
come tante pallottole colorate di vetro, si scagliò su di lui e lo
tempestò rabbiosamente di pugni.
XII.
Proprio in quel momento io avevo bussato all'uscio di quella stanza. La
voce irata di Silvina domandò:--Chi è?--e ne seguì un rumore di sedie
rovesciate, e poi un silenzio assoluto. Senza che avessi udito nessun
passo avvicinarsi alla porta, la molla della serratura scattò improvvisa
in quel silenzio. Mi trovai di fronte a Silvina. Dal giorno in cui era
fuggita, e mi pareva un'eternità, non l'avevo più riveduta. Rivedendola
allora, il mio povero cuore ebbe una trafitta dolorosa, come se in
quell'attimo io rivivessi tutte le pene che ella aveva fatto soffrire a
noi duramente cinque lunghi mesi. Se non fossi stato preparato alla più
triste realtà, il suo viso tanto mutato mi avrebbe allora detto
brutalmente fino a che punto ella si fosse allontanata da noi in quello
spazio di tempo. Ma io non coltivavo più nessuna illusione, e perciò
potei guardare Silvina senza avere orrore di quell'immagine che, sotto
le sue sembianze, vedevo dinnanzi a me per la prima volta. E mentre
Silvina, sorpresa dalla mia inaspettata apparizione, mi guardava senza
fiatare, io le parlai calmamente così:
--Silvina, non temere nulla da me. Non mi vedresti qui senza una grave
ragione... La mamma muore, Silvina, la nostra cara, la nostra buona,
adorata mamma!
--La mamma? mormorò Silvina, abbassando triste il capo.
--Sì, Silvina, soggiunsi, la mamma ti ha perdonato. Devi venire con
me...
La porta era aperta a metà, e Silvina l'aprì del tutto, e io vidi quella
misera stanza in disordine, Silvio che mi volgeva le spalle abbandonato
sopra una sedia, le rose bianche nel secchiello sul tavolo, i canditi
sparsi per terra. Ma non entrai.
--Subito? domandò Silvina.
--Subito.
Silvina si ritrasse a capo chino, andò nell'angolo dove stava l'armadio,
si gettò sulle spalle la mantellina, si mise in capo una cuffietta di
lana, e ritornando verso me, mormorò:
--Andiamo.
Sulla soglia si arrestò un attimo indecisa, poi si voltò a Silvio, che
non s'era mosso, e duramente gli disse:
--Non aspettarmi... Non tornerò mai più...
La nostra vecchia carrozza, guidata da Battista, ci aspettava all'angolo
della strada. Incominciò quel triste viaggio di tre lunghe ore. Silvina,
seduta al mio fianco, tenendo gli occhi fissi dinnanzi a sè, non
parlava. Avvolto nel mio mantello, il cappello calcato sulla fronte, me
ne stavo anch'io muto, cercando di non guardarla, e il mio pensiero non
si allontanava un istante da mia madre, da lei che non viveva più ormai
se non per quella ultima consolazione che io le portavo. Subito dopo la
fuga di Silvina, mia madre aveva incominciato a deperire, e di giorno in
giorno il suo viso si faceva più affilato e più bianco, come se a goccia
a goccia le venisse meno il sangue nelle vene e un freddo fuoco
consumasse la sua povera carne. Verso la metà di settembre, una mattina,
la trovammo svenuta in giardino, dove scendeva sempre appena fatto
giorno per pregare dinnanzi a una madonnina di marmo, un'Assunta in
cielo, che era stata messa là, in una nicchia d'edera, il giorno in cui
era nata Silvina. Trasportata nel suo letto, riaprì gli occhi, ma non
erano più i suoi soavi occhi di prima. Una tristezza infinita vi aveva
distesa per sempre la sua ombra, e da quel giorno furono due imploranti
occhi che invocavano da Dio la fine di una vita ormai divenuta
insoffribile. Alla fine di ottobre ella non era già più che un'ombra,
un'ombra dal viso diafano, che si muoveva per la nostra casa a passi
silenziosi e incerti, come desiderosa di uscirne, d'involarsi, e ancora
trattenuta da non so quale peso e costretta ad aggirarsi inquieta per
quelle stanze. Una mattina volle come sempre alzarsi per scendere e
pregare in giardino, ma le forze le mancarono. Da quel giorno non lasciò
più il suo letto. Ella teneva accanto a sè un ritratto di Silvina, una
miniatura di lei bambina di dieci anni, quando ancora portava i capelli
sciolti per le spalle, che pareva la dolce immagine d'un angelo.
Allorchè la lasciavano sola, la mamma fissava gli occhi su
quell'immagine e non se ne distaccava se non quando qualcuno, entrando
nella stanza, veniva ad interrompere con la sua presenza quella specie
d'ipnosi. Dopo due settimane il suo stato era disperato. I medici
avevano rinunciato a ogni cura poichè il male che consumava mia madre
non apparteneva ad alcuna delle categorie iscritte nella loro scienza.
Era un male assurdo. Non era propriamente un male. Come un lume stanco
ella si spegneva a poco a poco. Questa similitudine tranquillizzò presto
la coscienza dei medici, che rassegnati rimisero i loro poteri nelle
mani di Dio. Neppure sul tempo che poteva occorrere a quel fioco lume
per spegnersi interamente, essi seppero fare previsioni. Poteva durare
soltanto poche ore, poteva durare ancora settimane e mesi. E noi, a
cuore stretto, ci preparammo ad aspettare che il destino irreparabile si
compiesse secondo la sua misteriosa legge. Ma era venuto un giorno in
cui mia madre, con i suoi occhi già fissi in un miraggio lontano, aveva
veduto l'Invisibile trasvolare come un vento gelido per quella landa
dove lei sola l'aspettava paziente da tanto tempo; aveva sentito il
soffio della sua ala avvolgerla come in un freddo abbraccio. Quando ella
ci chiamò era sera inoltrata, e ognuno di noi, in cuor suo, aveva già
chiuso quel giorno, mettendolo nel numero di quelli che, per grazia di
Dio, non si sarebbero mai più rivissuti, e stava preparandosi con
accorata malinconia al giorno che doveva cominciare domani. Volle che
tutti fossimo intorno al suo letto, e quando ci vide tutti presenti, si
rivolse a mio padre, che la guardava attonito, e prendendogli le mani e
accarezzandogliele dolcemente:
--Tu sei stato sempre buono con me, disse, non mi negherai ora questa
grazia. Vada qualcuno a cercare Silvina... Che io possa darle ancora
almeno un bacio...
Mio padre rimase muto, tossì, si coprì gli occhi con la mano, e per
qualche minuto non si mosse. Poi, come se avesse preso una penosa
risoluzione, chiudendo le palpebre per nascondere le lacrime, si curvò
su mia madre, la baciò in fronte, e mormorò:
--Sia fatta la tua volontà.
Pronunciate queste parole, mio padre uscì precipitosamente dalla stanza
come per dare degli ordini. Udii il suo singhiozzo soffocato. Mia madre
levò i suoi occhi su noi, che le eravamo rimasti vicini, e ci sorrise.
--Voletele sempre bene, disse con un filo di voce. È la vostra piccola
sorellina...
Quando, poco dopo, uscii dalla stanza, trovai mio padre seduto, al buio,
nell'anticamera, che da solo smaniava con parole rotte e minacciose.
--Prima uccidete me, diceva, prima che ella rimetta il piede in questa
casa!
Si alzò d'impeto, chiamò Marta, chiamò Battista, che accorsero atterriti
a quella voce.
--Nessuno si muova, senza mio ordine, gridò mio padre. Nessuno entri in
questa casa, senza il mio permesso. Intendetemi bene: nessuno!
E andò di persona a sprangare l'uscio.
Passai una notte angosciosa. Vidi l'alba grigia di novembre diffondere
la sua luce spettrale sulla campagna tutta triste, deserta, immobile;
vidi i veli labili delle nebbie sciogliersi dai rami stecchiti degli
alberi, svanire come lieve fumo; udii i galli cantare dai chiusi pollai,
poi li vidi sbandarsi sull'aia, e udii le prime voci umane, i primi
passi nelle case dei contadini; vidi i paperi incamminarsi in fila lungo
la roggia ghiacciata, come galleggiando nell'aria sporca di inchiostro,
più bianchi della brina che faceva candida l'erba; quindi nel silenzio
soltanto rotto da quei lievi rumori, udii lontano lo squillare delle
sonagliere, e poi il rotolio delle ruote sulla via maestra, e lo
schioccar della frusta, della prima carrozza di posta, che dal paese si
muoveva per andare in città. Allora ebbi la sensazione che quel nuovo
giorno, che allora incominciava, non c'era più speranza di poterlo
rimandare ad un altro giorno; di poterlo sopprimere, di poterlo comunque
evitare, sostituendolo con un altro giorno, preso lontano, fra quelli
passati o fra quelli futuri, che non fosse dominato da una così
imperiosa necessità di fare, e di vedere, e di patire ciò che in quel
giorno doveva essere fatalmente fatto, veduto e patito. Ma io solo, fra
tutti gli uomini, non potevo certo spostare il corso del tempo. E poichè
tutti accettavano quel giorno come ogni altro giorno dell'eternità, e
già incominciavano a viverlo, a muoversi, a riscaldarsi del suo debole
sole, a consumare la sua poca luce, a riempirlo dei loro dolori e delle
loro gioie, a convalidarlo con le loro parole ed azioni, io non potevo
in alcun modo sottrarmi alla legge comune, ovvero in un modo solo,
uccidendomi. Allora scesi le scale ed entrai nella stalla. Battista, in
maniche di camicia, stava strigliando Casacca, la nostra vecchia cavalla
bolsa, e mentre la strigliava, in quella loro affettuosa intimità che
durava ormai da tanti anni, egli parlava alla bestia, confidandole tutti
i malanni della propria vecchiaia e commiserando la sua.
--Sarìa tempo, vecia Casacca, pora bestiacca, diceva Battista, che ne
mettessero tutti due addosso una bella coperta de tera alta e nera com'
l'orinal del re de Fransa. Dalla tua tomba nasserebbe poscia un fiore
dinominato Casacca, con la spuzza dei tuoi porci petti, brutta porca
vecchia stramaledetta bestia, in omnia saecula saeculorum.
Ed egli tirò alla bestia un'amorosa pedata e mi disse:--Buon dì!
Ma quando lo chiamai sulla porta, prima ancora che avessi incominciato a
parlare, aveva già capito, Battista, che cosa volevo da lui. Egli, che
m'aveva veduto nascere, mi strinse le mani in silenzio con le sue dita
nodose come radici, e con quella stretta volle baciarmi e abbracciarmi,
e dirmi che era pronto a morire per assecondarmi in quell'impresa.
Casacca, da vecchia porca stramaledetta che era, fu accarezzata da lui
con i nomi più dolci, mentre in fretta quanto più poteva, le infilava i
vecchi finimenti, e la cavezza tutta rattoppata. Cocottina, signorina,
Brigidina, angiol del paradiso, santa bestia, tutti i nomignoli più
delicati uscirono dalla sua bocca, mentre la sospingeva rinculoni tra le
due stanghe della nostra sgangherata carrozza, e attaccava i tiranti al
bilancino e le ficcava il morso tra le ganasce sdentate, finchè in un
fiat fu pronta. Ed egli salito in cassetta, io rannicchiato sotto il
mantice, s'era presa di gran trotto la via maestra alla volta della
città.
Quanto m'era sembrata miracolosamente breve la strada nell'andare, tanto
ora mi sembrava lunga al ritorno. Allora Casacca zoppicando zoppicando
trottava di buona lena, fresca del lungo riposo, la pancia ben
rimpinzata d'avena, e bastava l'ombra della frusta a farle drizzare le
orecchie e supplire con la buona volontà al difetto d'una gamba. Ma ora
quella gamba anchilosata imbrogliava maledettamente le altre tre, ed era
un continuo inciampare e scapicollarsi, che non bastavano le redini tese
di Battista a tenerla su. Ad ogni minaccia di frusta era un sobbalzo
spaventato che trascinava la carrozza fuori di carreggiata a traverso
della strada, e nella pancia vuota della bestia l'acqua bevuta alla
fontana risciacquava con un rumor cupo di botte. Era passato da più di
due ore il mezzodì e anch'io avevo fame. Silvina, digiuna come me,
pallida, rincantucciata al mio fianco, gli occhi chiusi e le mani
abbandonate in grembo, si lasciava sballottolare. Questa tortura durò
quattro interminabili ore. Finalmente dopo l'ultima salita, sotto il
monte rosso, ci apparve il campanile tutto annuvolato di olivi, che
crescevan fitti sulla collina. Prima di giungere alla nostra casa si
passa dinnanzi al cimitero, che è sopra un poggio erboso, recinto da un
muro di pietre nude, grigio grigio, tra un ippocastano altissimo e
aperto come un pino, e una fila di cipressi neri che si affacciano sulla
via maestra. In quel punto fermai Battista. E mentre egli riconduceva la
carrozza vuota a casa, noi altri due prendemmo di traverso i campi, e
cercando di camminare nascosti dietro le canne delle viti e i tronchi
fitti dei gelsi, raggiungemmo la porticina del frutteto che era, come
sempre, socchiusa. Da quella stessa porta era fuggita Silvina cinque
mesi innanzi. Entro il recinto del frutteto, addossata al muro, c'era
allora una capannuccia di paglia, che aveva fatto Battista per appostare
i merli. La mostrai a Silvina e le dissi:
--Aspettami qui nascosta.
XIII.
Mia madre era assopita. Accanto a lei, ai due lati del letto, come i due
angioli oranti ai lati della culla del bambino Gesù in certe oleografie
che si vedono in queste case di contadini, Adalgisa e Maria vegliavano
raccolte il riposo dell'inferma. Esse mi guardarono, interrogandomi con
gli occhi, non osando parlare. Soltanto dopo un poco Adalgisa mi disse
sommessamente:--Tutto il giorno ha chiesto di te prima di assopirsi!
Incontrai mio padre nel corridoio. Egli mi si fermò un istante dinnanzi,
e temetti che volesse interrogarmi. Ma abbassò il capo, e, accigliato,
in silenzio passò oltre. Mi avvicinai a una finestra che s'apriva
sull'aia, e vidi un po' di luce nella stalla, dove certamente Battista
stava rigovernando il letto di Casacca dopo averle versata l'avena nella
mangiatoia. Incominciava a imbrunire. I rami spogli del frutteto erano
così fitti e intricati che non potevo vedere la capannuccia di paglia,
laggiù in fondo, dove Silvina aspettava. Pensai che ella dovesse
sentirsi morire di fame e di freddo, e le mandai Marta con una tazza di
latte caldo, del pane e una coperta di lana.
Più tardi mia madre si svegliò, e noi ci trovammo di nuovo raccolti
intorno al suo letto, come sempre a quell'ora prima di separarci per
andare a dormire. Di solito ella voleva che Maria leggesse forte le
preghiere della sera, e che tutti noi l'ascoltassimo in silenzio, e si
recitasse un -pater- e un -ave- insieme con lei, che ella incominciava
con la sua voce velata: -Ave Maria gratia plena...- Poi invitava mio
padre ad andarsi a coricare, poichè sapeva che si sarebbe alzato all'una
di notte, per assisterla fino all'alba, come faceva ormai da tre
settimane. Anche quella sera ella recitò il -pater- e l'-ave-, e poi
disse a mio padre di andare a riposare. Ma i suoi occhi lo guardarono
fissamente, con uno sguardo interrogativo, come se attendesse da lui
qualche cosa. Mio padre la baciò in fronte e se ne andò.
Io uscii poco dopo nel corridoio e in punta di piedi cercai di spiare
alla porta della sua stanza. Era buia e non s'udiva nessun rumore. Egli
doveva essersi già coricato. Allora scesi in fretta le scale e, passando
per la dispensa, attraversai il frutteto e trovai laggiù Silvina
rannicchiata in fondo alla capannuccia di paglia, e sentii che era tutta
ghiaccia, e batteva i denti dal freddo. Era buio buio. Inciampavamo
nelle radici degli alberi, affondavamo il piede nei solchi freschi.
Silvina si lasciava trascinare: dovetti più volte sostenerla perchè non
cadesse. Finalmente entrammo in casa, e, rallentando il passo e
camminando in punta di piedi, raggiungemmo la mia camera dove ci
chiudemmo a chiave.
Acceso il lume, Silvina si abbandonò sfinita sul letto, disfatta, e
tremava. Occorse un po' di tempo prima che incominciasse a riaversi e i
suoi occhi semispenti si ravvivassero. Allora, quando vidi che non
tremava più e che avrebbe potuto sostenersi, le dissi:
--Preparati, Silvina. Tra poco ti condurrò da lei...
Uscii per andare ad assicurarmi che nulla di nuovo fosse accaduto in
quel frattempo, e per dare cautamente a mia madre, forse già rassegnata
in cuor suo a non vedere appagato il suo ultimo desiderio, l'annuncio
dell'imminente visita di Silvina. Marta era allora accanto a lei, e
pareva che mia madre la supplicasse, e che la vecchia, curva sul letto,
cercasse amorosamente di confortarla. Quando io entrai, mia madre tentò
di sollevare il capo dal guanciale, e, guardandomi con tenerezza,
sospirò:
--Paris, Paris, conducila subito... Per pietà, non fatemi soffrire
così....
--Sì, le dissi accarezzandola, ora verrà... Ora subito te la conduco...
Rientrato in fretta nella mia camera, con uno stupore angoscioso trovai
Silvina che, seduta dinnanzi allo specchio, stava attorcigliandosi la
treccia intorno al capo e arricciandosi i capelli sopra le tempie. Si
era tolto il cappellino, e, accanto a una borsetta aperta, aveva posato
due o tre scatoline, e un tubetto rosso. Nello specchio vidi inorridito
le sue labbra rosse, appena tinte, i suoi occhi con le ciglia brune e
lucide, le palpebre ombrate di viola.
--Silvina, Silvina, gridai precipitandomi su di lei e pensando che ora
l'avrei uccisa, che hai fatto? Non ti vergogni?
E la scossi violentemente, e avrei voluto schiaffeggiarla, metterla
sotto i miei piedi e stroncarla; ma per volontà di Dio il pensiero di
mia madre non mi abbandonò, e presa una spugna inzuppata d'acqua gliela
strofinai con furia sul viso, e afferrati i suoi capelli glieli
scompigliai.
--Rifatti la pettinatura d'una volta! Non mostrare le tue vergogne!
Nasconditi quella faccia spudorata! le gridai pieno d'odio, incapace di
dominarmi.
Ed ella impaurita dall'espressione del mio viso che doveva essere
atroce, impaurita da quei gesti con i quali la minacciavo, io sempre
così mite, così debole, in fretta in fretta si asciugò il volto, e
nervosa sfece del tutto le sue trecce, e se le ricompose come un tempo,
divisi i capelli sulla fronte, raccolti poi sulla nuca; e quando ebbe
finito si alzò per seguirmi.
Mia madre stava con gli occhi fissi sull'uscio. Quando entrai con
Silvina, ella aprì le braccia e senza parlare, con gli occhi pieni di
lacrime, la chiamò a sè. E quando l'ebbe abbracciata, con tutte le sue
forze se la strinse sul petto e non si distaccò più da lei. Marta
piangeva in un angolo. Io triste, in disparte, contemplavo quella
pietosa scena, con l'orecchio teso sempre all'uscio, timoroso che mio
padre, destato da qualche rumore insolito, potesse allora sorprenderci.
Mia madre e Silvina stettero a lungo così strette l'una all'altra, senza
un movimento, senza una parola. Poi mia madre sciolse il suo abbraccio,
e guardando Silvina che si era sollevata, cercò ansiosamente sul suo
viso non so quale segno che ella sola conosceva, e mormorò:
--Sei sempre la stessa... la mia piccola Silvina....
Silvina abbassò gli occhi: non osò più guardare in viso sua madre. Vidi
la vergogna che quelle innocenti parole produssero in lei e forse capì,
allora, perchè io l'avessi trattata tanto brutalmente poco prima;
l'avessi picchiata e insultata. Mia madre volle che si sedesse sul letto
accanto a lei, ed io leggevo nei suoi occhi una sofferenza penosa,
perchè avrebbe voluto parlarle e non poteva più. Le ultime parole che
ella disse furono appunto quelle:--Sei sempre la stessa, la mia piccola
Silvina... I suoi occhi vedevano ancora lucidamente, la sua intelligenza
era ancora viva, ma non poteva più parlare. Tentava di quando in quando
qualche gesto vago, stringeva le mani di Silvina, e poi con l'indice
teso le faceva cenno di no. Voleva dire:--Non andartene più... non
ritornare via... non mi abbandonare... non abbandonare tuo padre... E
Silvina, osando appena sfiorarla con lo sguardo quando uno di questi
gesti la costringeva ad alzare gli occhi, rispondeva di no col capo, ma
non osava parlare.
Io pensavo quanto quella scena penosa si sarebbe prolungata ancora,
allorchè mi parve di udire nel corridoio uno stropiccio di passi cauti,
e persino il respiro affannoso di un uomo. Mi avvicinai lentamente
all'uscio, lo socchiusi, e guardai da un lato e dall'altro. Ma il
corridoio era perfettamente buio e non vidi nessuno. Quando mi volsi,
mia madre mi chiamò, e presami con fatica una mano la unì alle mani di
Silvina. Voleva dire:--Te l'affido... non lasciarla partire...
proteggila tu. Allora, soltanto allora, mi ricordai che Silvina prima di
lasciare Silvio gli aveva detto:--Non mi aspettare. Non tornerò mai
più!--e pensai che forse Silvina, sebbene non avesse osato chiedermelo,
desiderasse veramente di rimanere con noi, di non ritornare mai più a
quella vita irregolare che doveva averle procurato più delusioni che
gioie, più umiliazioni che piaceri, forse pentita, quantunque il suo
maledetto carattere le impedisse di confessarlo, d'essersi abbandonata a
quel capriccio, di aver cagionato a sè stessa e a noi tanto male. Forse
la paura di mio padre, il timore di esser trattata duramente da noi, di
esser punita con troppa severità, la rendeva ancora esitante. Forse
orgogliosa com'era, aspettava che qualcuno le parlasse e la pregasse di
rimanere. Davvero avrebbe dovuto lei pregare, inginocchiarsi dinnanzi a
mio padre, invocare il suo perdono. Avrebbe dovuto mortificarsi ed
espiare, almeno con un atto di umiltà, tutto il male che aveva fatto. Ma
mia madre era morente, e mi sembrò che negarle l'ultima gioia,
allontanare anche soltanto da lei di un attimo la possibilità di veder
compiuto il suo ardente desiderio, sarebbe stata una colpa di cui avrei
sentito eternamente il rimorso.
Allora chiamai Marta, e mentre lei, povera donna, cercava di nascondere
le lacrime che dagli occhi colavano sulla sua faccia terrosa:
--Marta, le dissi, va a preparare il letto di Silvina, riordina presto
la sua camera. Silvina rimane con noi.
Poi domandai a mia madre:
--Così, mamma?
Ed ella mi accennò di sì, e portò la mia mano alle labbra che erano
appena appena tepide, la baciò, e con un profondo sospiro chiuse gli
occhi per meglio contemplare quella felicità radiosa in cui si sentiva
rapire.
All'orologio della chiesa suonarono i tre quarti. Tra un quarto d'ora
nostro padre si sarebbe alzato, sarebbe venuto a prendere il suo posto
accanto al letto, dove Marta aveva già silenziosamente preparato la sua
poltrona con i due cuscini, e messo lo scaldino. Allora presi Silvina
per la mano, e, senza che mia madre, assopita, se ne accorgesse, la
condussi via. Passando dinnanzi alla camera di mio padre, in punta di
piedi per non destarlo prima del tempo, vidi le fessure illuminate e lo
sentii singhiozzare.
Mio padre non s'era coricato quella notte. Egli sapeva che Silvina era
venuta. Egli era stato a spiare dietro l'uscio quando avevo introdotto
Silvina nella camera della mamma, e quello stropiccìo, quel respiro
affannoso che m'era parso di udire, era lui che si muoveva guardingo,
lui che cercava di soffocare il suo pianto. Ah! perchè non entrò con
noi, perchè non volle vedere Silvina, perchè l'orgoglio vinse, anche in
quella notte, il suo dolore, ed egli preferì reprimere la sua pietà
anzichè obbedire al suo cuore, si lasciò vincere dalla paura di
mostrarsi debole, anzichè seguire l'impulso generoso che lo spingeva a
perdonare? Forse Silvina sarebbe stata salva, e il male di quei mesi
avrebbe potuto essere in qualche modo riparato, e la sventura si sarebbe
allontanata per sempre dalla nostra casa. Ma mio padre non uscì dalla
sua stanza se non quando udì che tutto era ritornato in silenzio, che
noi ce n'eravamo andati, ed ogni pericolo d'incontrarsi con Silvina era,
almeno per quella notte, scongiurato.
Silvina non volle neppure entrare nella camera che Marta aveva preparato
per lei. Volle rimanere, vestita com'era, in camera mia, e a stento
potei indurla ad adagiarsi sul mio letto e ad appoggiare il capo sul mio
cuscino. Seduto accanto a lei, con il cuore pieno d'angoscia, le
domandavo di quando in quando:
--Rimarrai, Silvina?
Ed ella rispondeva di no col capo, e non mi guardava, non diceva una
sola parola. Gli occhi non le si chiusero mai, neppure per un istante,
finchè la luce di un altro giorno diradò lentamente le tenebre, fece
impallidire la luce della nostra lampada, e allora Silvina si alzò, si
strinse sulle spalle la mantellina, raccolse le sue piccole scatole di
pomata, di belletto, di cipria, abbandonate accanto allo specchio, e
nascose i capelli nella sua cuffiettina di lana. Come la mattina
innanzi, quando ero partito per andarla a cercare in città, il silenzio
notturno fu rotto dalle prime voci umane che risuonavano stranamente
nell'aia, i cani della scuderia abbaiarono, le campane della chiesa si
sciolsero in uno scampanìo lungo e triste.
--Silvina! supplicai ancora, con un singhiozzo.
Silvina varcò la soglia senza neppure voltarsi, e scomparve. Poco dopo
udii la vettura di posta tutta squillante di sonagli avvicinarsi per la
via maestra, l'udii passare al trotto e allontanarsi...
XIV.
Udii la vettura allontanarsi; e poco è mancato che io scrivessi: per
sempre. No, non per sempre. Con i suoi tre cavalli essa ha da allora
consumato molta altra strada. La vita, anche semplicemente quella d'una
corriera, non finisce, non s'interrompe, neppure se uno di noi muore. In
questo senso ha molto maggiore importanza la morte o la caduta di un
cavallo, una frana che precipiti attraverso la via, la rottura di una
ruota o di un asse. Ma Silvina, sì, se ne andò per sempre. Come mia
madre. Nemmeno Silvio la rivide mai più.
PARTE QUARTA
Come finì poi la collana.
Ancora una volta ho dimenticato la collana. Questo sinistro gioiello
apportatore di sventura lo smarrisco sempre per via. Scompare dai miei
racconti, mi scivola quasi dalla memoria, con la stessa improvvisa
fatalità con cui ho veduto realmente apparire e scomparire e riapparire
il suo freddo splendore nelle circostanze più dolorose che ho
attraversato fino al momento in cui scrivo.
Se fossi un romanziere di grido non mi sentirei molto mortificato per
una distrazione di questo genere, perchè, specialmente in altri tempi,
quando si scrivevano romanzi di intreccio e di immaginazione con molti
personaggi e avventurose vicende (contrariamente a quanto avviene nei
romanzi d'oggi che sono soltanto pieni di belle immagini e di rari
fantocci meditativi e sedentari), accadeva spesso agli scrittori anche
più provetti di perdere per via, non dico una collana, ma addirittura
uno e spesso anche due o più personaggi, che, per ritrovarli, era poi
necessario ricondurre il lettore a fare alquanti passi indietro. Ma se
non voglio, a nessun costo, tralasciare di dire quale sia stata l'ultima
fine della collana di Daria, che fu poi di Silvina, non si creda che io
abbia la pretesa di completare un racconto il quale, d'altronde, non
interessa altri che me, o che stimi la storia di questa collana
indispensabile alla comprensione esatta delle cose narrate fin qui. Al
contrario penso che la storia di Silvina, se dovesse essere pubblicata,
sembrerebbe a tutti abbastanza chiara, nel suo intreccio molto comune e
verosimile oltre che perfettamente vero, anche senza conoscere la fine
fatta da quella sciagurata collana. In questo senso noi ignoriamo fatti
ben più importanti, come sarebbe quello, per esempio, della fine che
potrà fare Silvina allorchè si sarà stancata del principe Stroztki o il
principe Stroztki di lei, e la falsa vita di principessa ch'ella
conduce, tra festini, gioielli ed amorosi capricci, non le offrirà più
alcuno svago. Ma la fine di Silvina, che sarà senza dubbio triste,
appartiene all'avvenire, mentre quella della sua collana si può dire che
appartenga ormai al passato.
Raccontano che vi siano state gemme altrettanto malefiche quanto quella,
e anche più, le quali rovinarono con la loro sinistra influenza regni e
repubbliche, spensero nel sangue intere dinastie, scatenando guerre e
pestilenze, e, precipitate poi nelle profondità dei mari, furono dopo
secoli ripescate, e ricominciarono a seminare sulla loro strada delitti
e sciagure. Ma, per conto mio, spero di non vedere quello smeraldo
rivarcare mai più le soglie di questo mondo, dal quale ora il caso lo ha
allontanato. E fra alcuni secoli, quando ritornerà il suo turno di
maleficio, non sarò certo più io quello che il destino condurrà ad
urtargli contro. Il nostro solo conforto può essere di pensare che una
volta si nasce uomo, e una volta, forse, smeraldo.
*
* *
Quando Silvio, vedendo quale prova d'amore Silvina esigesse da lui, si
decise a trafugare la collana di cui Silvina era tanto ambiziosa, non
pensava certo che con quell'atto di leggerezza avrebbe distrutto per
sempre la propria felicità, già molto pericolante. Più gli era sembrata
opprimente la città la sera innanzi uscendo dall'ospedale, più allora
gli sembrava ospitale, allegra, piacevole. Si sentiva ancora un po'
stordito, ma quello stordimento non era punto doloroso.
A quell'ora le strade erano semideserte, e non s'incontravano se non
ragazzi col naso rosso che correvano a scuola, operai neri e pelosi che
andavano alle officine con le pipe accese e i berettoni di pelo calati
sugli occhi, servette dalle anche rotonde e dai polpacci sodi che,
tenendo le mani avvoltolate nei grembiuli e le sporte vuote appese al
braccio, svolazzavano pei marciapiedi alla volta del mercato. Faceva una
bizzarra impressione vedere tutte le narici, fossero d'uomo, di donna o
di bimbo, fumare come le froge dei cavalli dei fiaccherai che,
trascinandosi addormentati a passo morto lungo le strade, sfiatavano ad
ogni tratto nuvolette di vapore leggiero e bianco; nè più leggiero nè
meno candido di quello che si sprigionava di sotto i coperchi delle
pentole dove bollivano e pipavano le castagne. È divertente, camminando
a quell'ora per la città, osservare le facciate delle case, con tutte le
loro finestre ancora chiuse, e vedere in che modo una qua e una là se ne
spalanchi di botto, con che viso stupefatto ogni uomo, appena sveglio,
guardi il mondo dal suo davanzale come se fosse nuovo, e quanta paura
abbia dell'aria libera della strada, e quanta fretta di rinchiudersi
un'altra volta nel suo piccolo guscio. No, il sole d'inverno non è ben
visto da nessuno.
Un poco più tardi le strade si animano veramente, quando i carretti
degli erbivendoli e dei merciai aprono il loro commercio, e i portinai,
ramazzato il loro tratto di marciapiede, si dispongono a tener cattedra
di pubblica istruzione, e i commessi di negozio con mazzi di chiavi e
paletti e strani ordegni, come bande di svaligiatori, danno l'assalto
alle botteghe, ne alzano le saracinesche, ne spalancano gli sportelli, e
mettono sulla strada le mercanzie come se fosse roba rubata. Allora la
città perde ogni carattere, tutto è confusione, disordine, tumulto, e
per spiccare su quella marea rumorosa e agitata di gente che invade le
strade, corre, grida, si urta, e più cerca di sopraffarsi più si perde e
si confonde nel caos, non basta più la modesta personalità di ciascuno,
fatta di un certo modo di camminare o di portare il cappello, di un naso
troppo lungo o di un abito bizzarramente tagliato, ma bisognerebbe
essere il Re in persona, in una berlina dorata con sedici pariglie
candide, staffieri in gala, e trombettieri che non si stancassero mai di
soffiare a gote piene nei loro corni d'argento.
Ma Silvio non la pensava così quando, alleggerito del peso della
collana, uscì dal gioielliere e s'incamminò verso un mercante di
pellicce, dove si proponeva di comprare quel pastrano verde con colletto
di lupo e quel berretto di lontra che Silvina gli vide addosso
nell'aprire gli occhi. Silvio credeva che tutti riconoscessero in lui un
uomo straordinariamente ricco e felice; e avrebbe voluto chiedere a
ognuno che passava se la città intera fosse da vendere. Così, ciecamente
beato, a passo di bersagliere, la fronte alta, gli occhi ridenti, se ne
andò, Silvio, incontro alla propria rovina.
*
* *
Due giorni dopo Silvina era fra le braccia del principe Stanislao e con
garbo gli carezzava i riccioli neri della parrucca, senza pensare che da
quelle carezze non gliene poteva venire alcun brivido.--E oltre tutto,
concludeva Silvina, m'ha lasciata anche senza la mia bella
collana!...--Povera Silvina! esclamò il principe, quella collana vi era
dunque tanto cara?--Era il solo ricordo che avessi di mio padre! E poi
dove trovare uno smeraldo altrettanto bello e perfetto? Povero papà mio!
Se lo sapesse!--Infine, Silvina cara, disse il principe, non vi
disperate così. Se non sarà una collana con uno smeraldo altrettanto
perfetto e fulgido, sarà un'altra collana non meno preziosa di quella.
Silvina si consolò. Quel giorno stesso il principe la mise in una bella
carrozza tirata da due focosi cavalli e la condusse di galoppo dal primo
gioielliere della città. Le vetrine di quel gioielliere eran mille volte
più risplendenti della famosa caverna di Alì Babà, perchè vi si vedevano
radunate, in molli conchiglie di velluto violetto, gemme d'ogni
grandezza e colore, dalle quali si sprigionavano, come da un firmamento
di fuochi artificiali, raggi sottili, acuti e tremoli che, attraversando
la strada, s'andavano a rifrangere in variopinte luci sulle facciate
delle case incontro. Erano gioielli finemente lavorati, zaffiri, rubini
e brillanti sposati con opali diafani, perle rosee, cupe ametiste,
trasparenti acque marine, e tutti racchiusi in preziose legature. Alcuni
di essi uscivano per la prima volta dalle mani dell'orafo, tutti
fiammanti e lucidi; altri avevano appartenuto ai Raià delle Indie
Inglesi, all'Imperatrice della Cina o al Sultano dei Turchi, e dalla
loro profondità traspariva, come in certi begli occhi stanchi, una luce
che parea consumata. La folla che passava dinnanzi a quella bottega
tuffava per un attimo le pupille avide e meravigliate nel chiarore
abbagliante dell'oro e delle pietre preziose, e poi s'allontanava
maledicendo il diavolo tentatore che per trascinare gli uomini in
perdizione si serve anche di piccoli pezzi di vetro colorato.
Silvina e il principe avevano chiesto di vedere qualche bella collana.
Erano seduti dinnanzi ad un tavolo, e il gioielliere, inforcati certi
occhiali azzurri dietro i quali era scomparso il suo sguardo, aveva
incominciato a trarre da uno scrigno di ferro massiccio collane dopo
collane, e veniva ora allineandole sotto i loro occhi, in silenzio.
Prima fu una collana di perle e diamanti neri con qualche rara lacrima
d'opale; poi una collana di perle candide alternate con ametiste e
zaffiri di una profondità notturna; poi ancora una collana tutta di
rubini quadrati ed una di onici e di brillanti. Silvina guardava
estatica quei vezzi degni di una regina e non sapeva dire quale le
piacesse di più; quando, con sua gran meraviglia, vide le mani magre e
tremanti del gioielliere porgerle sopra un piccolo scudo nero una
collana d'oro semplice al cui centro splendeva un superbo smeraldo. Il
suo cuore palpitò. Era quella proprio la sua collana! Il principe
Stroztki disse vedendola:--Non mi sbaglio? Questa, Silvina, sembra tutta
la vostra collana.--Il gioielliere commentò lentamente:--È la meno
preziosa. Ma, per me, la luce di questo smeraldo vale tutte le
altre.--Silvina non sapeva staccare gli occhi da quella pietra verde che
col suo splendore la teneva incantata. Ma chiuse le palpebre e
disse:--No, Stanislao, non è certamente la mia collana.--Ella scelse
invece quella tutta composta di rubini, e volle che subito il principe
gliela allacciasse al collo. Così Silvina rinnegò per l'ultima volta il
suo passato, e la collana di Daria fu nuovamente rinchiusa nello scrigno
del gioielliere.
*
* *
Poco tempo dopo in città scoppiò una sommossa. In una chiara notte di
maggio alcune navi nel porto improvvisamente s'incendiarono e, fumando
come vulcani, vomitavano cenere calda e scintille che il vento faceva
roteare sui tetti come frecce arroventate. Da per tutto si sparse un
puzzo asfissiante di catrame e di pece, e sembrò che la luna, che era
bianca e limpida in cielo, sbavasse sulle facciate delle case e sulle
strade deserte la luce rossa di un sole equatoriale. A quel pauroso
allarme la folla si riversò per le vie e venne gridando sul molo. Ma
quando vide dai silos accorrere un'altra folla urlante che recava
fiaccole accese e scale altissime, indietreggiò terrorizzata, e di nuovo
le strade si vuotarono. Come se un ciclone si fosse improvvisamente
abbattuto sulla città, e per le vie e le piazze corressero fiumi
vorticosi di libeccio, era tutto uno sbatacchiar d'imposte e di finestre
e di porte, che via via si chiudevano con cupi tonfi, soffocando nelle
case e negli anditi bui le voci spaventate delle donne e dei fanciulli,
le rauche bestemmie degli uomini.
Dal porto i rivoltosi salivano a ondate di migliaia, correndo compatti
dietro i portatori di torce. Attraversato il mercato, si precipitavano
in mezzo alle case per vie diverse, gli uni passando per il quartiere
dei cotonifici, gli altri in direzione della cattedrale, altri ancora
verso il quartiere degli armatori e dei banchieri, e tutti andavano poi
a convergere verso il centro della città. Le torce delle prime colonne
erano già consumate e spente, quando ancora le ultime ondate con le loro
fiaccole accese non avevano attraversato il mercato. Dove queste
s'incontrarono con quelle nacquero mischie spaventose. I portatori di
fiaccole, trovandosi improvvisamente di fronte a colonne che
tumultuavano al buio, credettero d'essere caduti in un agguato. In breve
una battaglia furibonda s'impegnò fra le due parti, finchè anche le
ultime torce consumate si spensero e la moltitudine continuò a
combattere furiosamente al buio. Ciascuno credeva di avere di fronte un
esercito di soldati. Da ogni parte si drizzavano barricate. E dietro le
barricate, incuranti di quella inutile strage, i ladri che senza nè
fiaccole nè lanterne nè clamori, alla spicciolata, erano accorsi dai
quartieri più eccentrici al primo odore di tempesta, svaligiavano
tranquillamente le botteghe, caricavano i carretti che s'eran trascinati
dietro correndo, e curvi sotto montagne di fagotti se ne andavano
pacifici per i fatti loro.
Alla prima luce dell'alba gli amici si riconobbero da una barricata
all'altra. Dapprima non credettero ai loro propri occhi, poi si
guardarono in faccia meravigliati, e allibirono. Il primo impulso fu,
nei capitani, di rifarsi una reputazione continuando a combattere fra di
loro. Ma i gregari s'affrettarono a sventolare bandiere e fazzoletti
rossi, e qualcuno certo maledisse il sole il quale impediva che quelle
fiaccole di cenci si spegnessero come s'erano spente nella notte le
torce di resina. Su quella pace presto fatta da nemici che eran partiti
all'assalto sotto la stessa bandiera, spuntarono lampeggiando alla luce
dell'aurora le lance fitte della cavalleria.
*
* *
In una certa grotta scavata nella scogliera, al di là del faro,
Perdifiato, seduto in faccia al mare, aspettava pazientemente che
spuntasse la alba. Il mare era livido e agitato, e vomitava contro lo
scoglio ondate tutte bavose che si rompevano mugghiando sui suoi fianchi
scoscesi. Poi con fischi e singhiozzi assordanti se le risucchiava in
tanti mulinelli vorticosi, e, rigonfiandosi tutto, le risputava
infuriato contro l'alta scogliera. Non si distingueva ancora la luce di
levante, dove il sole insinuava tra cielo e mare la punta d'un raggio
pallido pallido, dalla luce di ponente, dove la mezza luna, ancora tutta
fuori dell'orizzonte quantunque già coricata, guardava di traverso le
ombre a poco a poco sfumare sulla terra. E già i gabbiani, usciti dai
loro nidi, assalivano il vento a testa bassa remando affannati con le
ali tutte distese. Perdifiato, cercando di allontanare dagli occhi i
ciuffi di capelli spioventi che gli impedivano di vedere, malediceva in
cuor suo il boia destino che invece di dargli due ali possenti come
quelle dei gabbiani, gli aveva anche tolta una gamba, per cui egli
doveva tutto fare con una gamba sola, cercando di aiutarsi alla meglio
con una stampella di legno. Almeno la gobba, che il destino, previdente
di ciò che gli sarebbe mancato poi, gli aveva appioppata sul groppone
fin dalla nascita, e di cui egli non sapeva che farsi, avesse potuto
cambiarla con un'altra gamba! Ma no! La gamba se ne era andata sotto un
carro, e la gobba gli era invece rimasta. E lo chiamavano Perdifiato
appunto perchè, camminando con quella stampella e quel fagotto sempre
appeso alle spalle, pareva a tutti che per la gran fatica dovesse
mancargli da un momento all'altro il fiato.
Se avesse avuto tutte e due le gambe come una volta, anche la gobba gli
sarebbe sembrata più leggiera. Ma certo egli non le avrebbe impiegate,
come quegli stupidi gabbiani impiegavano le loro ali, a lottare contro
il vento senza nessuna speranza di poterlo attraversare. Se mai si
sarebbe messo a gareggiare con lui, per fare a chi correva più veloce, e
tanto meglio se il vento, prendendolo in poppa, lo avesse anche aiutato.
Allora non gli sarebbero occorse due ore per arrivare da quella grotta
maledetta al centro della città, e poi altre due ore per mettersi in
salvo prima dell'alba. Ma così conciato, che avrebbe potuto fare di più?
Appena aveva visto fiammeggiare l'incendio nel porto s'era messo a
correre, e, rischiando ad ogni passo di schiantarsi anche quell'unica
gamba che gli rimaneva, aveva fatto salti da cavalletta su per la
scogliera e poi lungo il molo tutto ingombro di travi, di corde, di
àncore, di botti. L'anima agitata gli avrebbe messo le ali ai piedi, se
ne avesse avuti due. Ma a una gruccia, a un povero pezzo di legno, come
poteva mettere un'ala? Sicchè tutto sfiatato, era giunto appena in tempo
a intrufolarsi in una certa bottega che aveva la porta sfondata, giusto
per spigolare quello che gli altri più fortunati, cioè più veloci di
lui, vi avessero per caso dimenticato. Con un moccoletto s'era messo a
frugare, e per quanto quella fosse la bottega di un gioielliere, non
aveva trovato se non un paio di vecchie scarpe, in un angolo, in un
altro una valigia usata, sopra un tavolo una lente d'ingrandimento e un
poco più in là una bilancia di precisione. Nel fondo di uno scrigno di
ferro, che doveva aver dato molto da fare per aprirlo c'era un mucchio
di cartoccini di carta velina che certo erano stati pieni una volta ma
ora parevano tutti vuoti, mezzi strappati e sfatti. Perdifiato,
affondando scrupoloso la mano nel mucchio, credette di sentirne uno
ancor pieno. Allora, per non perdere tempo, aperta la valigia, vi
rovesciò dentro tutta quella carta, e, confidando nella fortuna, così
carico di quel magro bottino prese la via dell'uscita.
Ma il ritorno non era andato così liscio come si poteva sperare. Sotto
un arco buio aveva fatto un incontro che per poco non gli era costato la
pelle; perchè, mentre se ne andava tutto saltellante per la via più
breve, due ombre si eran staccate da un angolo e gli avevano sbarrato il
cammino.
--Olà! diceva una voce rauca, d'uomo, tu prendilo per il collo e tiello
fermo...
E un'altra voce, che pareva di ragazzo, diceva:
--Sbattilo al muro e io lo frugo.
Perdifiato si sentì veramente mancare tutto il fiato che dopo tanto
correre ancora gli rimaneva, e balbettò:
--State boni ragazzi! Per chi mi prendete?
Ma due mani possenti lo afferrarono per le spalle, e altre due mani gli
abbrancarono il ginocchio, e Perdifiato, barcollando, sentì che quello
che lo stringeva alla gamba cercava nell'ombra l'altro ginocchio, per
agguantarlo, e non lo trovava. Intanto quello che lo teneva abbracciato
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