sempre, voi che già mi siete più cara della vita! Ma se le mie parole non vi sembrano vane, abbiate la bontà di portare un fiore rosso alla cintura, ritornando domani in quello stesso luogo dove il caso vorrà che io possa lasciar cadere ai vostri piedi questa mia prima lettera. -Silvio-». Questa lettera non portava data alcuna. Io m'era chiuso in camera mia, e, lette le ultime parole, caddi in uno stato di meditazione fantastica dalla quale non mi riebbi che molto tempo dopo.--E ora, pensai ripiegando quel foglio, che cosa debbo fare? Chi ha smarrito questa lettera? Silvio o Silvina? E pensai:--Oggi non le ho veduto nessun fiore rosso alla cintura. Procedevo senza logica, con ragionamenti saltuari, perchè la commozione era così grande in me che io non sapevo dare un ordine ai miei pensieri. Se mi fossi abbandonato al mio cuore avrei pianto dirottamente.--Innamorata, pensavo, lei, Silvina! Uno che passa potrà dunque portarsela via, lei così debole, piccola creatura capricciosa che si crede tanto forte! Uno qualunque, soltanto perchè veste con eleganza, e cavalca un bel cavallo irlandese, e ha un viso pallido e riccioli neri, potrà portarsela chi sa dove lontano di qui. E lei che non guarda con amore nessuno, nemmeno la mamma, nemmeno me che l'adoro, nemmeno suo padre che si farebbe uccidere per lei, guarderà con amore lui solo, questo sconosciuto, questo vagheggino che non è nulla per nessuno, che non sarà mai nulla per noi! Gualcii rabbiosamente la lettera che tenevo ripiegata fra le mani e gridai:--Stupida lettera, piena soltanto di sciocche frasi, di lusinghe ridicole! Maledetta! Dovevo proprio io raccoglierti! Dovevi cadere nelle mie mani! Poi pensavo che forse il caso non era stato tanto infame, perchè meglio nelle mie mani, quella lettera, che nelle mani di mia madre, o nelle mani di mio padre, o di qualunque delle mie sorelle. Infine mi fermai su questa vaga speranza: che essa fosse caduta dagli abiti di Silvio mentre lo trasportavano e che Silvina non ne sapesse assolutamente nulla. Allora considerai con più benevolenza quel giovane e anche con una leggera punta d'ironia, perchè pensai:--Eccoci tutti uguali, noi di questa maledetta generazione, capaci di suscitare gigantesche illusioni dalle minime cose! Che cosa spera costui da Silvina? Si offre come un salvatore, ma chiede aiuto. A chi? A Silvina. E perchè? Perchè lo ha guardato con quei suoi occhi gelidi, con cui guarda tutte le cose. Il mondo non gli sembrava abbastanza vasto per i suoi sogni ambiziosi, e d'un tratto ha scoperto che questo mondo immenso e piccolissimo è tutto in suo potere, di lei quando si degnerà di sorridere. Stupido ragazzo! Se tu avessi sofferto come me, e sperimentato come me il sorriso d'una donna, che specie di felicità s'irradi da due occhi che ti guardano con amore, altro che fidarti nell'aiuto di Silvina! Povera piccola! Così stupida, in fondo, anche lei! Silvina! In fondo, nemmeno una donna... IV. Queste e molte altre cose io dovetti fantasticare e a lungo, poichè la strada era ritornata silenziosa. Soltanto pochi lumi superstiti davano ormai gli ultimi loro guizzi rossi bianchi o verdi, ed io me ne stavo ancora là con quella lettera tra le mani, senza aver nulla deciso. Da un pezzo avevo udito mio padre dare il catenaccio alla porta, poi salire le scale col suo passo pesante e cadenzato; la sua voce aveva risonato nel corridoio e poi s'era allontanata a poco a poco verso l'altra estremità della casa. Mia madre anche s'era ritirata nella sua camera, dove di quando in quando l'udivo ancora muoversi, aprire e chiudere mobili: segno che aveva allora finito di riepilogare con Marta, la nostra vecchia serva, i conti della giornata, e ora si preparava a coricarsi. Marta, con i suoi zoccoli di legno, che destavano echi sordi per tutta la casa, aveva sceso e salito due o tre volte la scala, riempito d'acqua le brocche, raccolte tutte le scarpe dinnanzi agli usci, e poi se ne era andata a dormire. A vegliare il ferito avevano lasciato Battista, perchè a lunghi intervalli lo sentivo tossire nella stanza vicina. Mi riscossi e m'affacciai un momento alla finestra. La finestra di Silvina era buia e chiusa. Poi spensi il lume e la luce bianca della luna inondò la mia stanza. Aperto adagio adagio l'uscio, mi bastò di fare un passo nel corridoio per vedere il raggio di luce che spartiva l'uscio socchiuso della stanza dove riposava Silvio, e Battista vegliava. Ma occorse un minuto di più perchè i miei occhi, non ancora abituati al buio, scoprissero contro quella fessura illuminata il contorno appena distinto di un'ombra. L'imposta lentamente lentamente s'apriva, e quindi lo spiraglio illuminato s'andava allargando a poco a poco, ed anche la striscia di luce gialla sul pavimento s'allargava e s'allungava nel buio. E quando fu larga quanto una mano, allora, nella penombra pallidissima che si diffuse intorno a quella striscia di luce, senza stupore, come se avessi saputo di trovarla là in quel momento, riconobbi Silvina. Silvina! Era scalza, ma vestita e pettinata come in pieno giorno. Con il viso appoggiato contro il battente, ella guardava nella stanza illuminata, e fra lei e il letto doveva levarsi qualche ostacolo opaco, perchè, per vedere, ella doveva allungare il collo ed alzarsi sulla punta dei piedi. Finalmente sospirò e rimase un buon tratto senza muoversi. Poi si staccò un poco dall'uscio, si piegò sulle ginocchia e incominciò a cercare qualche cosa per terra, aguzzando gli occhi e spazzando il pavimento con le mani. Fu allora che, nel voltarsi, ella vide la mia ombra nel buio. Vide la mia ombra e si alzò in piedi di scatto. --Ah, sei tu? mormorò con accento irato. Che cosa vuoi da me? Perchè mi spii? Non si muoveva Silvina. Non cercava di fuggire. Poichè volgeva le spalle alla poca luce della fessura, il suo viso era completamente buio. Ma io sentivo su di me i suoi occhi pieni d'odio, che mi guardavano dall'ombra. --Andiamo! dissi. Non facciamo troppo chiasso qui. Vieni nella mia stanza. Ti debbo parlare... La presi per un braccio e la trascinai. Chiusi la porta, e la costrinsi a sedere sul mio letto. Poi, rimanendo in piedi dinnanzi a lei e guardandola fissamente: --Silvina! Silvina! esclamai, quale pazzia è la tua? Non pensi al babbo, non pensi alla mamma, che avrebbero potuto sorprenderti? Non pensi che Battista, un servitore, avrebbe potuto uscire improvvisamente da quella stanza e trovarti là, scalza, dietro la porta, a spiare? Che cosa avrebbe pensato di te? Ah! tu sei una bambina, una vera bambina! Rispondimi: che cosa facevi là a quest'ora, mentre tutti dormono? Che cosa cercavi per terra, dietro quell'uscio? --Tutti dormono! rispose Silvina. Ma tu no, tu non dormi!... E sorrise maligna, guardandomi con disprezzo. --Ah! se tu sapessi, esclamai, se tu sapessi perchè non dormo! Non sorridere così, Silvina! Non guardarmi con questi occhi cattivi! Che cosa sono io per te? Nulla? Assolutamente nulla? Non sono forse Paris, tuo fratello? --Mio fratello! disse Silvina. Questa sera, questa sera per la prima volta, ti ricordi d'essere mio fratello! Ma poi, soggiunse dopo una breve pausa e alzandosi in piedi d'un tratto, che importa a me che tu sia mio fratello? Lasciami andare via di qui. Io non debbo a te nessuna spiegazione: nessuna! Fece un passo verso l'uscio. Ma io mi posi fra lei e l'uscio, e la supplicai: --Silvina, Silvina, ascoltami! Ti parlo così perchè debbo parlarti così. Non sei che una bambina, eppure non hai fiducia che in te sola. Dimmi, per carità: chi è questo Silvio? Chi è questo Silvio per te? --Silvio? domandò Silvina con voce piena di stupore. Quale Silvio? --Ma Silvio, Silvio! esclamai, quel giovane che è di là ferito! Silvio! Di chi vuoi che parli, se non di quel giovane? --Credo che tu sia pazzo! disse Silvina con accento compassionevole. Come vuoi che sappia che si chiama Silvio? E che ho da fare io con quel giovane? --E allora che cosa stavi cercando per terra dinnanzi a quell'uscio, continuai,--e parlando accesi il lume,--che cosa stavi cercando? Non cercavi forse questa lettera--e le mostrai la lettera agitandola per ogni verso sotto il suo viso--questa lettera che tu hai perduto, oggi, rientrando in casa, quando eri mezzo svenuta? Il viso di Silvina si dipinse di meraviglia. Ella guardò la lettera, guardò me, poi di nuovo la lettera, poi levò gli occhi al cielo, e, giungendo le mani, esclamò con un profondo sospiro: --Credo davvero davvero che tu sia impazzito! E allora mi guardò con ironia e si mise a ridere, e incominciò a dar segni di viva impazienza. --Dunque, domandai, dunque questa lettera tu non l'hai mai veduta? Non sai che cosa ci sia scritto qui! Non ne sai assolutamente nulla! Silvina si strinse nelle spalle e scrollò il capo. --Allora, esclamai, quando è così, prendila e leggi! Silvina esitò un momento, poi con un gesto molto indifferente, anzi pieno di degnazione per me, prese la lettera che le porgevo e incominciò a scorrerla. Arrivò presto in fondo, e il suo viso non si scompose, non ebbe il più lieve moto nè di stupore, nè di contrarietà. Soltanto, quando ebbe finito, inarcò le labbra con disprezzo e mi restituì la lettera senza parlare. --E ora, le domandai, neppure ora hai nulla da dire? --Sì, rispose, ora ho qualche cosa da dire. Dico che siete tutti idioti allo stesso modo, voi uomini! Abbassai il capo e mossi qualche passo per la stanza. Incominciai a dubitare allora che Silvina non avesse davvero mai veduta quella lettera e che Silvio le fosse del tutto indifferente. Forse non era andata se non spinta da un'innocente curiosità, chi sa per quale capriccio, a spiare all'uscio della stanza di Silvio; ma Silvio non le aveva ispirato nessun sentimento di simpatia, ed ella ignorava persino che fosse innamorato di lei. Chi può scrutare nel cuore d'una fanciulla? Chi può indovinare fino a che punto arrivi l'ingenuità di una fanciulla, che dovrebbe essere tutto candore, tutta innocenza, e fino a che punto una fanciulla possa mentire, fino a che punto sappia fingere? --Silvina, le dissi con dolcezza, tu non sai, non hai mai voluto sapere il bene che io ti voglio. Ma credimi: tu non hai e non avrai nella vita un amico più sincero, più fedele di me. Io ti amo teneramente, perchè sei la mia piccola sorella, perchè sei Silvina nostra; sei la più piccina, la più giovane. Se tu fossi in pericolo, io mi ucciderei per salvarti. Ora, ti supplico, sii sincera con me: non mi nascondi nulla? Non c'è assolutamente nulla fra te e quel giovane? Se sapessi a che cosa ci conducono talvolta i nostri sentimenti! Tutto ci sembra bello, buono, desiderabile, innocente. Ci lasciamo andare. Le illusioni ci trasportano. La prima mano che ci viene tesa, noi siamo sempre pronti a stringerla con effusione, a riconoscere una mano amica, una mano fraterna. Poi le illusioni crollano, e la realtà è ben triste. Tu potresti anche amare Silvio. Dopo tutto è un bel ragazzo, punto volgare; i sentimenti che egli esprime in questa lettera sono nobili, sebbene piuttosto vaghi, e romantici; a vederlo sembra un ragazzo di buona condizione, un signore, e potrebbe anche offrire ad una ragazza come te una vita agiata e felice. Ma che cosa ne sappiamo noi? Chi è, chi sarà poi questo Silvio? Silvina, mentre io parlavo, era tutta intenta a intrecciare il nodo della sua cintura. Lo faceva e rifaceva continuamente, e sembrava, più che indifferente, estranea, alle mie parole. --Tutte le tue supposizioni, disse poi tranquillamente, senza interrompere il lavoro delle sue dita, senza alzare gli occhi su me, sono inutili. Sia chi vuole. A me non importa. Il fiocco della cintura era ben fatto, ed ella si alzò, e andò dinnanzi allo specchio a rimirarsi. Con piccoli tocchi delle dita, leggieri, aggraziati, precisi, ne volle perfezionare ancora la forma che era già abbastanza perfetta. Si specchiò di fronte, di fianco, di schiena, e specchiandosi disse: --Io vi trovo semplicemente ridicoli, tutti e due: tu con i tuoi dubbi, lui con le sue dichiarazioni. Non ho bisogno di nessuno, io; nè di protettori, nè di innamorati. L'uomo che deve piacere a me non è forse nato ancora. Se dovessi innamorarmi di tutti quelli che mi guardano, ah! ah! Paris, credimi: dovrei esser morta già mille volte trafitta da mille occhiate! Pronunciate queste parole Silvina si staccò dallo specchio, e senza neppure voltarsi a guardarmi, uscì dalla mia camera e si rinchiuse nella sua con due giri di chiave. Io rimasi un momento perplesso a guardare l'uscio per il quale se ne era andata, silenziosa a piedi scalzi; poi feci la lettera in mille pezzi e li gettai dalla finestra. Che infinito silenzio! Che infinito spazio! Poveri noi, piccoli uomini, fratelli, sorelle, amanti, gelosie, litigi, contrarietà, delusioni, attaccamento alle cose d'ogni giorno, limitazioni, divieti, paura della vita! Silvina nel vano della sua finestra, alla luce della luna, stava sciogliendo le sue trecce bionde, che a quel lume pallido eran d'oro pallido. --Silvina, dissi sottovoce, ma abbastanza forte per essere udito da lei, guarda che meravigliosa notte, quale divina gioia sarebbe morire! Ma tu vivi, vivi felice, Silvina! Sii altrimenti felice! Silvina ripiegò indietro il capo e i capelli le caddero sulle spalle; scrollò il capo e i capelli sciolti si agitarono e si sparpagliarono sulle sue spalle, circondandole il viso d'un nembo d'oro. --Silvina! Silvina! esclamai, difendi la tua giovinezza, salva la tua innocenza! Perduti questi beni, notti simili a questa non se ne godono più con gioia... Silvina chiuse le persiane, e scomparve. Fui riscosso dal passo di Battista nella stanza dell'ammalato. Lasciai la finestra e andai a vedere che cosa faceva Battista. Egli era curvo sul capezzale di Silvio, e versava dell'acqua in un bicchiere. --Non si agiti così, diceva, le farà male. Beva piuttosto un sorso d'acqua, e cerchi di riposare ancora. Ma egli non vedeva che Silvio, quantunque avesse gli occhi aperti, non era sveglio, e non comprendeva le sue parole, e forse nemmeno le udiva. I suoi occhi erano dilatati nel delirio; parole rotte e sconnesse uscivano dalla sua bocca. Erano: --Amore... giuro sulla vita... vi ucciderò... fuggite fuggite... Ad un tratto udii, udii distintamente che, come in un sospiro, disse: --Silvina.... V. Tre giorni dopo Silvio lasciò il letto e prese commiato da noi. Silvina uscì dalla sua camera proprio nel momento in cui Silvio baciava la mano a mia madre, e si mostrò per un attimo appena nell'arco della scala. Ma quell'attimo bastò a me ed a Silvio per vedere che ella portava una bella rosa rossa alla cintura. Io ne ebbi il cuore trafitto e, nella mia sconfinata stupidità, arrossii per lei di quel gesto. La notte seguente Silvina, mentre tutti dormivano, fece un piccolo involto delle cose sue più care, attraversò il frutteto e, per la piccola porta dell'orto dove Silvio la stava aspettando, se ne fuggì. La mattina mia madre andò come sempre a bussare all'uscio della sua camera. Entrò, trovò la camera vuota, il letto intatto. Io ritornavo allora dalla mia caccia d'insetti; avevo raccolto alcune «monachelle» verdi lungo la roggia: avevo visitato il mio formicaio. Ero lontano mille miglia dalla mia vita, la testa piena di strane idee sulla potenza della natura che governa l'universo intero con una legge sola, e fece l'insetto e l'uomo allo stesso modo, Daria e la mantide assolutamente simili; l'una dotata di occhi dolcissimi, di una bocca soave, d'una carne diafana e profumata, d'una intelligenza sottile per sedurre i maschi della sua specie; l'altra tutta colorata del più tenero verde, con ali meravigliosamente trasparenti ed iridate, e d'aspetto così pio da ingannare non soltanto gli insetti, ma gli uomini, che la chiamano «monachella» anzichè chiamarla «pantera». Prega, prega sempre la «monachella» con le braccia congiunte, il collo torto, i grandi occhi ipocriti levati al cielo. Sembra che non faccia che sospirare avemarie. Verso la fine di agosto, quando cadono più stelle dal cielo che dal susino susine mature, e il ciuffolotto per la selva vede con gioia arrossire i corbezzoli, ecco un giovine mantide innamorato dell'amore che, dopo aver molto girovagato qua e là per le insalate, vede alfine all'ombra d'una foglia di zucca, sul bordo del ruscello, la creatura dei suoi sogni lungamente desiderata, sospirata con spasimo. Divina creatura! Una Beatrice. Assorta nella mistica visione del paradiso, ella è l'immagine viva della sorella-amante, la purissima, la pietosa, la consolatrice. Ed ecco, per attrarre sopra di sè misero i suoi sguardi sublimi, il mantide apre le ali variopinte e le agita, le fa vibrare di delicate armonie, finchè gli sembra che gli occhi di lei ora confondano in un unico sguardo l'immagine lontanissima di Dio e la sua persona presente. Legge un invito amoroso in quell'affascinante sguardo, e, tremando, le si avvicina e l'abbraccia sospirando:--Mia! Finalmente mia! Questo innamorato è un bel maschio agile, vigoroso, ardente. Passano ore lente d'ebbrezza. Beatrice lo tiene stretto come in una dolce catena; egli si abbandona felice. Poi Beatrice lo prega languida:--Dammi la tua nuca che io la divori di baci! Egli le offre la nuca, e Beatrice gliela morde, ed egli le sospira:--Uccidimi! Uccidimi! Non vorrebbe veramente morire. Vorrebbe poter desiderare così la morte per tutta la vita, stretto in quel delirante abbraccio. Ma la pia «monachella» lo ha già morso, e prima che egli abbia potuto ripetere:--Deh! Uccidimi!--è già morto, e ora Beatrice, incominciando dal collo, giù giù tutto se lo divora, finchè non rimarranno che le ali, le belle ali con le quali egli s'illuse di conquistarla, le belle ali che scoloriranno al sole come petali caduti ad un fiore. Pensavo appunto che gli uomini avevano dovuto circondare l'amore di molte idealità per non vedere l'istinto crudele che lo produce e lo domina, quando m'incontrai con mia madre che scendeva le scale in gran fretta, pallida, gli occhi pieni di lacrime, chiamando con voce angosciata Adalgisa, Marta, Battista, Maria. --Oh, Paris, Paris, esclamò abbracciandomi. Dov'è Silvina? Dove, dove è andata? Paris, Paris non mi lasciare anche tu... Ogni ricerca fu vana. A forza d'interrogare quanti passavano dinnanzi alla nostra casa, si seppe di uno che l'aveva veduta uscire a notte dalla porticina del frutteto, di un altro che si era imbattuto, sulla via maestra, in una carrozza a due cavalli dove stava Silvina in compagnia di un giovane dalla fronte bendata. Allora dovetti raccontare a mia madre e a mio padre quanto sapevo di quella fuga, la storia della lettera trovata nel corridoio e il mio dialogo con Silvina. Mio padre montò in furore e minacciò di spianare il mondo. Ma si ridusse a piangere come un bambino e da quel giorno non fu più l'uomo sereno e gioviale di un tempo. Mia madre anche pianse, e pregò molto devotamente, come se Silvina fosse morta ed ella volesse raccomandarla alla clemenza di Dio. Poi incominciò a sbiancarsi, a spegnersi a poco a poco sotto i nostri occhi, consumata da quel dolore. Silvio portò Silvina a vivere in città. Egli non aveva più nè cavalli nè carrozze nè denari per comprarsi dei begli abiti di non comune eleganza. Aveva fatto anche lui alla svelta un piccolo fagotto delle cose sue più care, e aveva lasciato padre e madre tristi e soli ad aspettare che la vita gli insegnasse a rinsavire. Era tutto felice di aver sacrificato ogni cosa all'amore per Silvina, come se il fatto di aver sposato con tanto slancio la povertà, fosse il degno complemento del fatto principale: d'avere cioè sposato Silvina a modo suo, rubandola alla sua propria casa contro tutte le regole che inceppano ancora in questo secolo la libertà dell'amore. Silvio era molto giovane; non aveva che ventitre anni. Egli condusse Silvina ad abitare al settimo piano di una casa di operai, in una piccola stanza illuminata da un abbaino, che aveva come giardino un bellissimo vaso di garofani rossi e una scatola di legno con una pianticella di salvia. Affacciandosi a quell'abbaino, si poteva dire di avere l'intera città ai propri piedi, perchè non c'era tetto che lo superasse, e, per uno spazio immenso, era tutto un mare rotto e fumoso di tegole, di antenne, di comignoli, disteso da ogni lato. Silvio celebrava molto la bellezza di quell'abbaino, e, il suo primo pensiero, quando al mattino apriva gli occhi svegliato dal sole, era quello di precipitarsi a spalancarne le imposte, gridando:--Libertà, libertà, che è sì cara! Silvina che dormiva ancora, si destava a quel grido, e allora Silvio correva ad abbracciarla; poi rovesciava il lenzuolo e così, solo coperta dalla sua camicina, la conduceva dinnanzi all'abbaino, e mostrandole la distesa dei tetti che non finivano mai, le cupole alte delle chiese, le cupole basse dei teatri, i comignoli fumanti delle officine, tutta la città immersa nel sole alto d'agosto: --Silvina, Silvina, le diceva, amor mio, vedi, tutto ciò ci appartiene! Chi è più ricco di noi? E Silvina guardava con gli occhi abbarbagliati dalla gran luce il vasto dominio di Silvio, e posando il capo sulla sua spalla: --Silvio, diceva, come erano belli quei fazzoletti di seta colorata di tanti colori che vedemmo l'altrieri! Brutto cattivo! Non ti ricordi che uno, uno almeno, me lo avevi promesso? E Silvio rispondeva:--Oh, è vero! Che smemorato! Oggi, oggi certamente me ne ricorderò. Silvio correva la città tutto il giorno, sotto il sole torrido, offrendo a chi volesse comprarla, anche per poco, la sua divina libertà.--Sono libero, diceva, sono libero come l'aria. Pochi uomini sono liberi come me. Io non ho falsi orgogli da difendere, scrupoli da osservare. Sono giovane, sono intelligente, pieno di volontà. Prendetemi, utilizzatemi, fatemi fare ciò che volete. Non c'è lavoro che non sia buono e onorevole per me. Dove troverete un altro che possa dirvi altrettanto? E tutti lo abbracciavano, gli battevano benevolmente la mano sulle spalle, e dicevano di lui:--Che bravo, che caro ragazzo! Silvio si sedeva sul bordo d'una fontana all'ombra di un tiglio, e contava i pochi soldi che gli rimanevano. Il gruzzolo scemava ogni giorno, ma c'era ancora posto per una mezza dozzina di fazzoletti di seta. Del resto poteva Silvina rimanere senza fazzoletti di seta? Avrebbe egli voluto vedere Silvina asciugarsi le labbra con fazzoletti che non fossero di seta morbida e profumata? Le delicate labbra di Silvina, ch'egli sciupava con i suoi baci ardenti, dalle quali beveva a lunghi sorsi la felicità, che, sorridendo, lo incantavano, e quand'erano tristi lo riempivano di paura? Ed egli si decideva finalmente al gran passo, sceglieva sei colorati e leggieri fazzoletti di seta, e, rientrando in casa, baciava Silvina sulla bocca, le mordeva il labbruzzo, e poichè ella diceva: Ahi! egli con uno di quei fazzoletti nuovi, morbidi e profumati, le medicava il dolore, ridendo felice. --Ecco, ecco, la medicina! esclamava. Vedi che oggi non me ne sono dimenticato! Silvina guardava attentamente uno per uno i sei fazzoletti e li contava. --Mi darai un bacio, ora? Ed ella gli dava un bacino sulla gota, e diceva:--Peccato! Sei fazzoletti non dureranno molto... Silvio l'attirava a sè, le copriva il viso di baci, e raccontava ciò che aveva fatto, veduto, e detto in città. --Ah! esclamava, tutti mi vogliono un gran bene. Vedi che cosa significa essere poveri, essere veramente liberi? Non c'è uno che ti consideri come un nemico, o che pensi di attraversarti la via, o che diffidi di te. Al contrario tutti sono pronti ad aiutarti, a darti una mano perché tu possa riuscire.... Guardava intorno le miserabili suppellettili della loro stanza, e soggiungeva: --Certo questa stanza è troppo misera, troppo nuda. Se non avesse quell'abbaino dal quale si domina tutta quanta la città, sarebbe troppo triste vivere qui. Ma noi potremo cambiare questi mobili, sostituirli con altri meno rovinati e sudici, oppure cercare un'altra stanza, con una veduta anche più bella di questa. Quanto a me, purchè tu mi voglia bene, sarò in ogni modo felice! Silvina si alzava senza parlare, posava i fazzoletti sul cassettone, e si buttava supina sul letto. Là, con le mani annodate sul capo, contemplava i travi del soffitto imbiancati di calce, seguendo il paziente lavoro che i ragni facevano tra l'uno e l'altro. Allora Silvio andava a sedersi accanto a lei, le prendeva il viso tra le mani e guardandola teneramente: --Silvina, amor mio, sussurrava, mi vuoi bene? Non sei mica stanca già di me? Non sei mica annoiata? Se tu sapessi come ti amo, come ti adoro! Tutte le altre donne non esistono più per me; è come se non esistessi che tu sola. Silvina staccava gli occhi dal soffitto, li fissava su lui, lo guardava a lungo, in silenzio. --Che cosa mi dici con quei tuoi occhi di cielo? le domandava Silvio allora baciandoglieli lievemente. Occhi tutta trasparenza, tutto azzurro! Se non ci intendessimo tra noi, miei cari occhi, questa Silvina cattiva non direbbe mai di amarmi! Ma voi dite:--Ti amiamo, povero Silvio, ti amiamo tanto!--e io sono felice. Non è vero che parlano così i tuoi occhi? E Silvina assentiva con una piccola mossa del capo, e riattaccava i suoi occhi al soffitto. Allora Silvio si distendeva accanto a lei, posava la testa sul guanciale, avvicinava la gota alla sua gota, e rimaneva in silenzio a respirare il profumo dei capelli d'oro di Silvina, della sua pelle bianca e liscia, dei suoi abiti che ancora odoravano dello spigo che la mamma distribuiva ogni anno nei guardarobe. E così, preso da una vaga malinconia, egli meditava ad una ad una le sue illusioni, l'amore di Silvina, la gioia della povertà, la benevolenza degli uomini, l'avvenire radioso che lo avrebbe compensato ad usura della fede coraggiosa ed ardente con la quale aveva affrontato un destino incerto, e sopportava ora le difficoltà di quell'avviamento alla vita. L'aria imbruniva, e le pianticelle del garofano e della salvia nel vano dell'abbaino diventavano due neri bizzarri arabeschi contro il cielo viola; le rondini in frotte passavano e ripassavano nel rettangolo pallido, salutando con lunghi squilli il sole morente, e le voci lontanissime che salivano dalla strada parevano anch'esse attutite da quell'ombra morbida che circondava ogni cosa. Allora con il cuore traboccante di tristezza Silvio stringeva a sè Silvina, e, impadronendosi della sua bocca, con voce singhiozzante mormorava: Mia! Mia! e non se ne distaccava più, finchè non la sentiva morire fra le sue braccia. VI. Io ho spesso orrore di questa crudele passione che mi trascina a risuscitare dal mio passato tante immagini dolorose, e rimescolare tanta tristezza, tanto fango, tanta miseria di cui la sorte volle contaminare le cose più pure, le più sante, le più care della mia vita. Io credo d'essere malato, un poco toccato forse, perchè il piacere che mi dà questo fantasticare so bene che non è cosa naturale, ma è il prodotto di un vizioso pervertimento della ragione, un male che confina con la pazzia. Infatti chi può godere a riaprire con le proprie mani una ferita già chiusa, e a spargerla poi d'aceto perchè il dolore straziante mai non si plachi un momento? Io non ho nessuna colpa da espiare, non posso desiderare la tortura per rigenerarmi, e questa mia crudeltà se si rivolge contro me stesso è ingiusta e vana, ed è triste se si rivolge contro coloro di cui parlo. No: le creature che più ho amato, in cui più confidavo, non hanno saputo darmi alcun bene. Erano per me la personificazione della gioia, della purità, della bellezza, e hanno creato dolore, vergogna, bruttura. Pure esse hanno seguito il loro destino, che era infame così come era disgraziato il mio. Mia sorella Silvina (è di lei che parlo, di lei piccola sorella mia, triste immagine di mia madre, triste immagine di me stesso) passava la massima parte delle sue giornate nell'inerzia più vuota ad aspettare Silvio. Amava Silvio, Silvina? Voglio credere che lo amasse. Ella si lasciava accarezzare da lui. Era timida, sottomessa, paziente. Come avrebbe potuto essere così docile, così mite, se non lo avesse amato? Silvina amava Silvio, perchè Silvio in ogni suo pensiero, in ogni sua parola, poneva Silvina ad una grande altezza sopra tutte le cose, incominciando da sè stesso, che non si stancava mai di umiliare dinnanzi a lei. --Il mio posto, le diceva, è ai tuoi piedi. Ti vedo come sopra un trono, tu regina, io tuo schiavo. E le diceva:--Come sei bella, Silvina! Che capelli morbidi, fluidi, dorati! E sono miei, soltanto miei! Io solo li tocco, io solo vi affondo le mani, li sento scorrere tra le mie dita, li accarezzo, li bacio! E le diceva anche:--Come ammiro, Silvina, la forza del tuo carattere, il tuo coraggio, la tua volontà, la chiarezza dei tuoi pensieri! Non sai quanto le altre donne siano deboli, timorose, volubili, sciocche? E infine le diceva:--Tu mi guiderai ed io ti seguirò, sarò la tua forza materiale, quella che manca alla grazia del tuo corpo, alla fragilità del tuo sesso.... E Silvina lo stimava un uomo debole, ma dotato d'una intelligenza superiore. Lo trovava bello, pieno di delicate premure, modesto, e cieco d'amore per lei. Ma le ore erano lente a passare, e Silvina aspettava con impazienza il giorno in cui avrebbe potuto lasciare quella miserabile stanza, in quella miserabile casa, la compagnia insoffribile di quelle masserizie troppo usate, troppo umili, quella grigia uggiosa veduta di coperchi di case, quella distesa di tetti tutti uguali che Silvio invano cercava di abbellire con la sua fervida immaginazione. Ella non osava affrettare questo giorno tanto desiderato, perchè voleva potersi vantare poi di aver fermamente sopportato, per amore, giorni tristi, ore difficili e lamentevoli, il pericolo d'una esistenza scolorita, tutta solitudine, malinconia, rinunzie, privazioni, e persino lo spettro sinistro della miseria e della fame. Bisognava essere un'eroina per affrontare simili eventi, e Silvina se ne vantava già in cuor suo, e pensava che Silvio poteva bene gloriarsi di lei, perchè non tutte le donne sarebbero state capaci di tanto. Per consolarsi, per consolarsi un poco, e anche per piacergli sempre più, per non perdere nulla del suo fascino, ella si pettinava con cura; si incipriava bene bene, si cambiava sempre quei due abiti che aveva portati con sè e si metteva al collo la collana con lo smeraldo che Silvio trovava bellissima. Così, come faceva in casa nostra, anche lassù al settimo piano di quella casa, Silvina passava lunghe ore allo specchio, e sognava gioielli e vesti splendide, con scollature e strascichi, ventagli di piume magnifiche, e nei capelli un diadema. Il padre e la madre di Silvio erano molto ricchi e non avevano altro figlio che lui. Essi possedevano una grande villa con un grandissimo parco alle porte della città; avevano carrozze, cavalli, servitori in gran numero, ed erano anche molto vecchi. Silvio avrebbe cercato di lavorare, poi si sarebbe stancato. Si sarebbe stancato di quella vita miserabile, di abitare al settimo piano d'una brutta casa, di mangiare poco e mai cose ghiotte, di addormentarsi al lume di una candela, di andare in giro con abiti consumati, e infine di sciupare così la bellezza di Silvina sua, senza che potesse risplendere in alcun modo. Allora le sue manie di libertà, d'indipendenza, sarebbero svanite, ed egli avrebbe pensato di riavvicinarsi alla sua famiglia, avrebbe scritto una lunga lettera al suo signor padre, nella quale gli avrebbe chiesto perdono e si sarebbe esteso assai nel celebrare la grazia, la beltà, la fine educazione, il nobile animo e l'amore di Silvina, pregandolo in ultimo di accoglierla come figlia in casa sua e di benedire la loro felice unione. Poi pensava, Silvina, che Silvio le aveva dipinto suo padre come un uomo di vecchio stampo, rigido nei suoi principi, autoritario e violento... Allora la sua fantasia prendeva il volo per cieli meno sereni, e con freddo cinismo immaginava che, essendo tanto vecchi, il padre e la madre di Silvio avrebbero potuto presto morire, forse erano già morti; la loro carrozza avrebbe potuto rovesciarsi nel fiume mentre facevano la loro passeggiata la sera, o dei ladri, aggredendoli nel parco, avrebbero potuto ucciderli; e così, ogni ostacolo sarebbe scomparso d'un tratto, ed ella, con Silvio, sarebbero andati ad abitare in quella bella villa, avrebbero avuto quelle belle carrozze e quei bei cavalli, tutti quei servitori, e di tutto quanto la padrona era lei. Ma Silvio, per mezzo di una vecchia nutrice, aveva potuto sottrarre da casa sua alcuni oggetti preziosi suoi personali che nella fretta di fuggire non era riuscito a portare con sè. Rimpinguò così il suo tesoro, che già era esausto, e riprese coraggio nella fiducia incrollabile che l'aiuto da tutti promesso con tanto slancio sarebbe infine venuto a rischiarargli durevolmente la via. Erano già tre mesi che Silvio e Silvina vivevano insieme. Egli s'era fatti alcuni amici, non si sa dove pescati, poichè veramente Silvio non frequentava nessuna speciale categoria di persone, ma tutta gente che incontrava per caso nel suo continuo peregrinare in cerca di lavoro. Egli passava la maggior parte del suo tempo, quando non era con Silvina, da un caffè all'altro, e con pretesti d'ogni genere cercava di entrare in discorso con i suoi vicini di tavolino, interloquiva non richiesto della sua opinione nelle dispute più disparate; sempre nell'intento di dichiarare l'esser suo, di richiamare sopra di sè l'attenzione della fortuna, che può presentarsi sotto l'aspetto di una bella matrona con gli occhi bendati e in equilibrio sopra una ruota, ma può anche assumere le meno classiche sembianze di un commesso viaggiatore, di un diplomatico a riposo, di un vecchio signore vestito a lutto o di un avvocato molto versato in politica. E a tutti diceva alla fine, conducendo abilmente ogni conversazione a quel punto ch'egli non perdeva mai di vista: --Eccomi qua: io non chiedo di meglio che lavorare. Io non ho falsi pudori, idee preconcette. Sono libero ecc. ecc. E poichè vestiva decentemente e non chiedeva mai un soldo in prestito, si comportava con educazione e riservatezza, era ottimista, di buon umore, simpatico, alla mano e parlava bene, tutti finivano per dire di lui:--Che bravo, che caro ragazzo!--e lo accettavano volentieri come compagno di ozi. Appunto in uno dei tanti caffè di cui era cliente assiduo e noto, Silvio aveva conosciuto il principe Stroztki. Era un polacco, un diplomatico, dalla figura ridicola ma piena di razza. Aveva quarant'anni, vestiva con ricercatezza, gli piacevano le belle donne e componeva anche dei versi. Il principe portava sempre le mani inguantate di splendidi guanti bianchi e un cappello grigio chiaro di feltro finissimo. Sotto il cappello, divisa in due da una irreprensibile riga, brillava di profumati cosmetici una parrucca nerissima, purtroppo così falsa che, nascondendo la calvizie del cranio, rendeva più che mai evidente la calvizie, per così dire, del viso, che era gialliccio e senza l'ombra di un pelo in tutta la sua superficie. --Ah, Silvio, disse un giorno il principe con accento di dolce rimprovero, io sono molto in collera con voi. Sì, molto molto in collera. Voi avete una graziosa amica, un'amica molto graziosa, mi dicono, e la tenete nascosta? --Oh, principe, balbettò Silvio confuso, chi vi ha detto una cosa simile? --Amico mio, rispose il principe, la violetta è un fiore che facilmente passa inosservato finchè non si colga. Ma quando si è colto e si porta all'occhiello? --Voi volete burlarvi di me, signor principe, disse Silvio arrossendo. Io non ho nessuna viola all'occhiello. --E se io stesso vi avessi veduto, invece, con una bellissima viola? ribattè il principe con malizia. Ditemi dunque, caro Silvio: non eravate mica voi, ieri sera, all'Alhambra, in compagnia di una donnina bionda, molto carina, molto elegante, con un bell'abito proprio viola e uno smeraldo al collo? --Sì, sì, confessò Silvio sorridendo, ero io. Ma la signora che accompagnavo non era una piccola amica. --Capisco, soggiunse il principe, è un segreto... Silvio si fece coraggio e disse: --Era mia moglie. Il principe lo guardò per un attimo stupito, incredulo. Poi sorridendo, disse con galanteria: --Ve ne faccio i miei complimenti... È una deliziosa creatura. Silvio s'inchinò e rimase muto. Si sentiva intimamente orgoglioso di quella lode, che gli veniva da un così raffinato intenditore. Per una volta che aveva condotto Silvina in un luogo frequentato da gente elegante, illuminato sfarzosamente, adatto per far brillare la sua grazia, la sua leggiadria, la sua candida bellezza, subito era stata ammirata, per quanto non mancassero là dentro le donne avvenenti, giovani, belle, i ricchi abiti, le acconciature sfarzose. --Non sarete mica geloso, caro Silvio, disse il principe, vedendolo silenzioso ed assorto. --Oh, principe! esclamò Silvio con candore. Noi ci amiamo teneramente. Rientrando in casa, Silvio si sentiva ebbro di gioia. Volava leggiero su per le scale, come se lo portasse il vento. Entrò d'impeto nella stanza e trovò Silvina che aveva colto un garofano rosso nel suo giardino e, civettando dinnanzi allo specchio, se lo stava allora appuntando tra i capelli. L'abbracciò, la coprì di baci, gridando: --Amore, amore mio! Poi indietreggiò di due passi ed esclamò: --È vero, è vero! Ed io sciocco che non ci avevo mai pensato! C'era una piccola viola nascosta: io l'ho colta. Ora come potrebbe più nascondersi? Il principe, l'amico mio, ha ragione! --Tu conosci un principe? domandò Silvina senza distrarsi dallo specchio. --Sicuro! esclamò Silvio. Stroztki: un vero principe. --E chi è questa viola mammola? domandò Silvina con una punta d'ironia. --Ma tu stessa! esclamò Silvio. --Bella! disse Silvina. E dove mi ha veduta? --Ieri sera, all'Alhambra! rispose Silvio. Mi ha domandato:--Chi era quella graziosa donnina così e così, biondina, vestita di viola, molto graziosa, molto elegante? Gli ho risposto:--Mia moglie! --Mio Dio! disse Silvina, come ha potuto trovarmi elegante? Con questo vestitino viola, così sciupato?... Silvio rise allegramente e le chiuse la bocca con un bacio. --Ah, non sai! le sussurrò all'orecchio, non sai che già muoio di gelosia? Fu quello uno degli ultimi baci che Silvio dette a Silvina. Finì l'estate. In uno dei primi giorni di novembre Silvio incominciò a tossire e si ammalò con una febbre altissima. Il medico chiamato in gran fretta stimò che convenisse trasportarlo all'ospedale, dove, curato energicamente, avrebbe potuto in pochi giorni guarire. Egli sopportò con rassegnazione questa dura prova, e, consegnato a Silvina il suo magro tesoro, l'abbracciò piangendo e si lasciò trasportare. Nei nostri paesi l'autunno è brevissimo. L'inverno succede all'estate quasi senza intervallo, in pochi giorni gli alberi si spogliano, una settimana di piogge torrenziali lava la terra e la prepara pulita ad accogliere il candido mantello che subito la ricopre. Così per lunghi mesi, fino ai primi germogli di primavera, essa rimane immobile come morta sotto un cielo anch'esso immobilmente grigio. Soltanto i passeri (chi non lo ha notato)? conservano nell'universale tristezza il loro buon umore salterino e ciarliero. Chi vive in campagna può ancora trovare un conforto ai sensi mortificati, poichè se l'inverno non ha i colori vividi e festosi della primavera, nè il tepore oppiato dei grandi meriggi estivi, nè lo splendore delle belle notti d'autunno, offre almeno all'immaginazione scheletri nudi e immensi spazi candidi che essa può rivestire e dipingere delle più consolanti e promettenti visioni. Ma nelle città gli uomini infreddoliti si sentono abbandonati da Dio nello squallore delle loro opere di fango e di pietra; senza l'oro del sole, senza l'azzurro del cielo, senza il verde dei giardini, vedono quanto siano pesanti e lugubri le loro più ammirevoli architetture, e, curvando il capo sfiduciati sotto il peso della solitudine e della malinconia, non sanno concepire se non dolorosi pensieri. Rimasta sola e triste, poichè ebbero portato via Silvio con la barella, Silvina non aveva per difendersi dal freddo se non quei due vestiti di seta leggera. Non c'era nè stufa nè camino dove accendere il fuoco. Affacciarsi all'abbaino era da piangere, a veder le nuvole gonfie rotolare sui tetti neri e paurosamente deserti. Per l'appunto pioveva. Le gronde facevano una musica funebre gocciolando gocciolando con esasperante monotonia, sempre lo stesso suono e la stessa pausa, senza sostare un momento. Nel ronzio continuo della pioggia sul tetto, i più piccoli rumori, i più lontani, diventavano sordi tonfi, cupi boati, stridori infernali, e pareva che nel corridoio buio e deserto, nei solai disabitati, si muovessero catene e rimbombassero martelli, e passassero in fuga torme di animali infuriati. Le vecchie suppellettili scricchiolavano tutte con lunghi gemiti, come se spiriti imprigionati nelle loro membra di legno tarlato e inchiodato si torcessero spasimando per liberarsene. Alla porta poi era un ininterrotto bussare, un bisbiglio di voci soffocate, un avvicinarsi e allontanarsi di passi cauti, un provare e riprovare chiavi alla serratura, un lavorio affaccendato di mani ladre lungo i battenti, intorno ai cardini, che non finiva mai. E Silvina se ne stava raccolta in un angolo, con tutti e due i suoi vestiti addosso, le mani inguantate, lo smeraldo al collo, parata e immobile come una madonna di cera. A denti stretti ella cercava di vincere il tremito convulso del freddo e tener sveglia la ragione che tanti brutti pensieri cercavano di ottenebrare. Credo che rivedesse allora il nostro gran focolare, dove tutti noi, raccolti in cerchio dinnanzi ai bei ciocchi ardenti, le sere d'inverno facevamo scoppiar le castagne spingendole con le molle bene in mezzo alla brace; e poi, quando erano scoppiate, e la polpa bianca incominciava a rosolarsi, le pescavamo dalla cenere, facendole saltar sulle dita e soffiando a gote piene, finchè non erano intiepidite. Allora, sbucciate e fattene tante piccole focacce, ce le imboccavamo l'un l'altro ridendo con buffi oremus, laudamus e deo gratias. Certo rivedeva mia madre quando, posando sulla sua fronte il bacio della buona notte, le rimboccava calde calde intorno al collo le morbide coltri del suo buon lettuccio, dove era cresciuta e aveva dormito tanti bei sonni tranquilli. Ma quando al di là dell'abbaino la luce scialba invernale incominciò a scemare e dagli angoli si diffusero nella stanza le ombre nere di quella prima sera di solitudine, Silvina si alzò, aprì l'uscio, attraversò il corridoio, scese correndo tre capi di scale, e senza esitare bussò alla prima porta che le si parò dinnanzi. VII. Madama Humbert abitava appunto al terzo piano di quella casa con le sue sette nipoti e con Loreto Re del Portogal. Ogni volta che Silvina scendeva o saliva le scale, la trovava sull'uscio del suo appartamento e doveva rispondere con un inchino al suo saluto. Non s'eran mai scambiate altre parole che:--Buon giorno! Buona sera!--Ma i sorrisi di madama Humbert erano affettuosi inviti ad un'intimità più profonda. Madama Humbert era una distinta signora, che vestiva sempre di nero. Intorno al suo collo portava sempre annodata una trina nera, e il suo aspetto era quello di un'onesta vedova che offrisse alla memoria ormai lontana del suo sposo il tributo modesto sì ma spontaneo di quegli abiti sempre sempre neri. Dalla cintola in su ella era di una magrezza quasi deforme; e il suo collo lungo e sottile pareva dovesse da un momento all'altro piegarsi stanco sotto il peso del capo, che era rotondo e piatto, con un viso tutto naso e bocca, dove gli occhi, privi di sopracciglia, sembravano due forellini neri. I suoi capelli erano di un grigio rossastro e radi, e tutti tirati a formare sul cucuzzolo un ciuffo di peli arsicci, tenuto fermo da un pettine. Sotto la cintola poi il suo corpo s'arrotondava in un ventre enorme, ch'era una specie di mostruosa montagna su cui ella teneva sempre incrociate le mani. Aveva da poco finito di cenare e, sdraiata sulla poltrona, dove le piaceva riposare dopo i pasti, madama Humbert guardava amorosamente Loreto che si stava appisolando. E vedendo le sue palpebre leggiere come un velo di seta cadere e rialzarsi sulle indecise pupille annebbiate dal sonno, pensava con tenerezza come Loreto rassomigliasse tutto a un cristiano. Le sette nipoti di madama Humbert, tutte fiorenti e giovani, erano mollemente sdraiate sui tre divani intorno intorno al salotto. Ai colpi che improvvisamente risuonarono contro la porta, chi pisolava si svegliò, chi sbadigliava stirò le belle membra elastiche con un miagolio di gatto, e chi guardava distrattamente le rose del soffitto voltò gli occhi dalla parte dell'uscio e aspettò. Soltanto Loreto, cavato il capo di sotto l'ala dove l'aveva allora riposto, e purgatosi in fretta, disse con un sospiro: --Lo zio, lo zio, lo zio! Madama Humbert si alzò e a piccoli passi si diresse verso la porta, che poi aprì lentamente. Allora nella penombra della scala apparve, bianca, Silvina. Ella piegò seria la fronte, passando dinnanzi a madama Humbert che s'era fatta da parte per lasciarla entrare, e poi le domandò guardandola fissamente negli occhi: --Non la disturbo, signora? Madama Humbert ridendo e scrollando il capo la prese per le mani e la condusse in salotto, e, mentre le sue sette nipoti s'alzavano in piedi, ella la fece sedere nella sua poltrona, le spinse sotto i piedi un cuscino e accarezzandola con occhiate amorose: --Signora, le disse, cara, cara! A che si dovrà quest'onore? Poi, senza attendere una risposta, presentò le sette ragazze che s'inchinarono graziosamente una per una, e Silvina udì dei nomi come Odette, Frufrù, Mimì, Manon, Lulù. Quindi, levati gli occhi su Loreto, madama Humbert disse con tenerezza: --E questo, questo cocco di Dio, è Loreto mio bello... Loreto squadrò con disprezzo Silvina, si gonfiò di disgusto, torse sdegnoso il capo per non vederla. Ma madama Humbert si sedette di fronte a lei e, riposte le mani sulla prominenza del ventre, la contemplò beata, e disse: --Chi avrebbe potuto sperare nel piacere di una sua visita, cara signora? Aspettavamo lo zio Stanislao. Ma è tanto tempo che desideravo conoscerla... Tanto! Tanto! --Lei, soggiunse Silvina, è stata così buona con Silvio... Era mio dovere ringraziarla di quanto ha fatto per lui. --Oh! cara! esclamò madama Humbert abbassando gli occhi modestamente. Vuol parlare della coperta di lana? Ma i malati di febbre bisogna coprirli bene, bisogna farli sudare! Io immaginavo che una grossa coperta imbottita potesse esserle utile. Lei, signora, non avrebbe fatto altrettanto per me? Ma io la chiamo sempre: signora! Mi sembra così strano. È tanto giovane, tanto piccina... Non è che una bambina, lei! Toccò a Silvina questa volta abbassare il capo modestamente. E lo abbassò sorridendo, perchè temeva di arrossire. Ma già madama Humbert aveva composto il viso nella più profonda mestizia e diceva con sospiro: --E ora come la compiango, poverina, che è rimasta così sola, senza il suo Silvio! Chi sa come le sembrerà triste non averlo più vicino! Anche una meno giovane di lei, si sentirebbe perduta, poichè per noi, povere donne, tutto è l'abitudine. Lei poi immagino quanto ne soffrirà... --Certo mi dà un po' di pena, disse Silvina esitando, come se questa confessione le costasse assai cara. E soggiunse con un sorriso:--Passerà... Non mi perdo d'animo... Silvina gettava qua e là sguardi discreti, ma penetranti, su quello strano parentado di madama Humbert. Nessuna di quelle ragazze somigliava all'altra, e se Lulù era bruna e snella, Manon era grassa, piccola e bionda. Fosse Mimì fosse Odette, una ce n'era che aveva passati almeno i trent'anni, di taglio maschile, muscolosa, quadrata. Frufrù invece aveva l'aspetto di una bambina esile, magra, con i capelli ancora giù per le spalle, occhi chiari, bocca innocente, mentre Fanny era fulva e maliziosa come una volpe. Chi vestiva di verde, chi di rosso, chi di giallo, abiti delle fogge più disparate. Una delle due più giovani mostrava dal sottanino corto lunghe calze di seta nera. Odette invece aveva i polpacci nudi e ai piedi portava calzettini bianchi e scarpette bianche, di raso. Manon aveva i capelli tutti ondulati, con un gran fiocco di nastro sulla tempia. Dalle trecce lisce e attorcigliate di Mimì ciondolava invece una rosa. Soltanto l'orrore del caldo era a tutte comune, quantunque la stufa non diffondesse che un discreto tepore; poichè chi non aveva le braccia nude e la gola scoperta, portava abiti tanto leggieri che parevano di velo. --Così, concluse madama Humbert un suo lungo discorso che Silvina aveva ascoltato appena, quando il mio terzo marito mi lasciò per salire nella grazia di Dio, io mi ridussi a vivere qui con queste mie ragazze. Noi non riceviamo visite se non di persone di conoscenza, intime e fedeli, perchè il mondo oggi è pieno di villani e di ladri. Madama Humbert era giunta a questa amara conclusione, quando di nuovo alcuni colpi furon bussati alla porta. Allora di nuovo ella si alzò, andò ad aprire, e, salutato dai festosi strombettii di Loreto, entrò finalmente l'atteso zio Stanislao. Questo signore mi sembra che lo abbiamo già conosciuto, per quanto nessuno di noi conosca propriamente uno zio Stanislao. È un uomo di circa quaranta anni, tutto sbarbato, con un bel parrucchino nero diviso in due da una perfetta scriminatura, vestito con eleganza, e di modi garbati. Egli ha molto da fare a baciare una per una, chi sul collo chi sulla gota, le sue sette nipoti; ma alla fine si inchina dinnanzi a Silvina, posa con galanteria le labbra sulla sua mano, e attentamente la scruta. Sembra che cerchi qualche somiglianza nella sua memoria, qualche ricordo che per il momento gli sfugge. Quindi con un gesto vago allontana questo pensiero, come per dire:--Verrà più tardi da sè. E mollemente si adagia sul divano, fra la matura Odette e Manon, la più acerba, come fra due cuscini. Ma i suoi occhi si riposano su Silvina. --Ne ero sicuro! esclama ad un tratto, battendosi la mano sulla fronte. All'Alhambra, qualche sera fa, mi ricordo perfettamente d'averla veduta! Non era lei, domanda premuroso a Silvina, alcune sere fa all'Alhambra, in compagnia di un giovane di nome Silvio? E come Silvina accennava di sì col capo, soggiunse:--Non riuscivo a ricordarmi, ma quello smeraldo che ella porta al collo m'ha messo sulla buona strada... --Anche la mia povera sorella, disse malinconicamente una delle ragazze, aveva una collana con uno smeraldo simile a quello... --E che ne è di Silvio? domandò lo zio Stanislao. --Poverino, rispose pronta madama Humbert, lo hanno portato oggi all'ospedale. Lo zio Stanislao ha un moto di doloroso stupore e guarda attentamente Silvina. Sembra che voglia ora rivolgerle una domanda indiscreta, e infatti pensa fra sè: --Questa donnina non può essere la moglie di quel ragazzo. Che moglie volete che sia? Ha tutta l'aria di un passerino sperduto, che Silvio ha raccolto chi sa dove. E Silvina pensa a sua volta: --Tutti mi hanno ammirata quella sera all'Alhambra. Non soltanto il principe, ma anche quest'altro amico di Silvio. Silvina sostiene per un attimo con fermezza lo sguardo languido che lo zio Stanislao posa su lei, poi abbassa gli occhi, per lasciarsi liberamente guardare. --Povero Silvio! dice alfine lo zio. Come mai all'ospedale? --Con una gran febbre, soggiunge pronta madama Humbert. Povera signora! È rimasta sola... E segue un lungo silenzio. Lo zio Stanislao avrebbe voluto compiangere Silvina per l'ingrata sorte di Silvio, ma Odette s'era alzata, e, presolo per le mani, lo tirò su dal divano, e lo trascinò impetuosamente fuori del salotto. Poco dopo, nella stanza vicina, s'udirono due o tre accordi di pianoforte, e la voce di Odette incominciò a cantare: -Vous dansez, Marquise,- -d'un pied sì leger....- Era un'innocente gavotte. Madama Humbert si curvò verso Silvina e le sussurrò: --Lo zio Stanislao le insegna un po' di musica ogni sera... Odette ha tanta inclinazione! Poi si raccolse in ascolto, e non si mosse più. Silvina rimase silenziosa. Ora c'era una ragione di tacere, e se ne rallegrò in cuor suo. -La fleur est sans grace- -certes auprès de vous....- Delle sei ragazze rimaste nel salotto una se n'era alzata dal divano dove stava sdraiata, per andarsi a sedere accanto a Silvina, sopra uno sgabello. Silvina non sapeva se fosse Manon o Lulù, o proprio quella il cui nome le era sfuggito. Ma spesso, volgendo il capo, ella incontrava i suoi occhi che la guardavano e la sua bocca che le sorrideva. E lo strano era che mentre le sue labbra le sorridevano dolcemente, i suoi occhi continuavano a fissarla immobili, inespressivi. Erano occhi grandissimi e belli, ma senza splendore, e distratti finchè vagavano qua e là in cerca di un punto dove posarsi. Poi, quando finalmente si eran 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000