sempre, voi che già mi siete più cara della vita! Ma se le mie parole
non vi sembrano vane, abbiate la bontà di portare un fiore rosso alla
cintura, ritornando domani in quello stesso luogo dove il caso vorrà che
io possa lasciar cadere ai vostri piedi questa mia prima lettera.
-Silvio-».
Questa lettera non portava data alcuna. Io m'era chiuso in camera mia,
e, lette le ultime parole, caddi in uno stato di meditazione fantastica
dalla quale non mi riebbi che molto tempo dopo.--E ora, pensai
ripiegando quel foglio, che cosa debbo fare? Chi ha smarrito questa
lettera? Silvio o Silvina? E pensai:--Oggi non le ho veduto nessun fiore
rosso alla cintura.
Procedevo senza logica, con ragionamenti saltuari, perchè la commozione
era così grande in me che io non sapevo dare un ordine ai
miei pensieri. Se mi fossi abbandonato al mio cuore avrei pianto
dirottamente.--Innamorata, pensavo, lei, Silvina! Uno che passa potrà
dunque portarsela via, lei così debole, piccola creatura capricciosa che
si crede tanto forte! Uno qualunque, soltanto perchè veste con eleganza,
e cavalca un bel cavallo irlandese, e ha un viso pallido e riccioli
neri, potrà portarsela chi sa dove lontano di qui. E lei che non guarda
con amore nessuno, nemmeno la mamma, nemmeno me che l'adoro, nemmeno suo
padre che si farebbe uccidere per lei, guarderà con amore lui solo,
questo sconosciuto, questo vagheggino che non è nulla per nessuno, che
non sarà mai nulla per noi! Gualcii rabbiosamente la lettera che tenevo
ripiegata fra le mani e gridai:--Stupida lettera, piena soltanto di
sciocche frasi, di lusinghe ridicole! Maledetta! Dovevo proprio io
raccoglierti! Dovevi cadere nelle mie mani! Poi pensavo che forse il
caso non era stato tanto infame, perchè meglio nelle mie mani, quella
lettera, che nelle mani di mia madre, o nelle mani di mio padre, o di
qualunque delle mie sorelle. Infine mi fermai su questa vaga speranza:
che essa fosse caduta dagli abiti di Silvio mentre lo trasportavano e
che Silvina non ne sapesse assolutamente nulla.
Allora considerai con più benevolenza quel giovane e anche con una
leggera punta d'ironia, perchè pensai:--Eccoci tutti uguali, noi di
questa maledetta generazione, capaci di suscitare gigantesche illusioni
dalle minime cose! Che cosa spera costui da Silvina? Si offre come un
salvatore, ma chiede aiuto. A chi? A Silvina. E perchè? Perchè lo ha
guardato con quei suoi occhi gelidi, con cui guarda tutte le cose. Il
mondo non gli sembrava abbastanza vasto per i suoi sogni ambiziosi, e
d'un tratto ha scoperto che questo mondo immenso e piccolissimo è tutto
in suo potere, di lei quando si degnerà di sorridere. Stupido ragazzo!
Se tu avessi sofferto come me, e sperimentato come me il sorriso d'una
donna, che specie di felicità s'irradi da due occhi che ti guardano con
amore, altro che fidarti nell'aiuto di Silvina! Povera piccola! Così
stupida, in fondo, anche lei! Silvina! In fondo, nemmeno una donna...
IV.
Queste e molte altre cose io dovetti fantasticare e a lungo, poichè la
strada era ritornata silenziosa. Soltanto pochi lumi superstiti davano
ormai gli ultimi loro guizzi rossi bianchi o verdi, ed io me ne stavo
ancora là con quella lettera tra le mani, senza aver nulla deciso. Da un
pezzo avevo udito mio padre dare il catenaccio alla porta, poi salire le
scale col suo passo pesante e cadenzato; la sua voce aveva risonato nel
corridoio e poi s'era allontanata a poco a poco verso l'altra estremità
della casa. Mia madre anche s'era ritirata nella sua camera, dove di
quando in quando l'udivo ancora muoversi, aprire e chiudere mobili:
segno che aveva allora finito di riepilogare con Marta, la nostra
vecchia serva, i conti della giornata, e ora si preparava a coricarsi.
Marta, con i suoi zoccoli di legno, che destavano echi sordi per tutta
la casa, aveva sceso e salito due o tre volte la scala, riempito d'acqua
le brocche, raccolte tutte le scarpe dinnanzi agli usci, e poi se ne era
andata a dormire. A vegliare il ferito avevano lasciato Battista, perchè
a lunghi intervalli lo sentivo tossire nella stanza vicina. Mi riscossi
e m'affacciai un momento alla finestra. La finestra di Silvina era buia
e chiusa. Poi spensi il lume e la luce bianca della luna inondò la mia
stanza.
Aperto adagio adagio l'uscio, mi bastò di fare un passo nel corridoio
per vedere il raggio di luce che spartiva l'uscio socchiuso della stanza
dove riposava Silvio, e Battista vegliava. Ma occorse un minuto di più
perchè i miei occhi, non ancora abituati al buio, scoprissero contro
quella fessura illuminata il contorno appena distinto di un'ombra.
L'imposta lentamente lentamente s'apriva, e quindi lo spiraglio
illuminato s'andava allargando a poco a poco, ed anche la striscia di
luce gialla sul pavimento s'allargava e s'allungava nel buio. E quando
fu larga quanto una mano, allora, nella penombra pallidissima che si
diffuse intorno a quella striscia di luce, senza stupore, come se avessi
saputo di trovarla là in quel momento, riconobbi Silvina. Silvina! Era
scalza, ma vestita e pettinata come in pieno giorno. Con il viso
appoggiato contro il battente, ella guardava nella stanza illuminata, e
fra lei e il letto doveva levarsi qualche ostacolo opaco, perchè, per
vedere, ella doveva allungare il collo ed alzarsi sulla punta dei piedi.
Finalmente sospirò e rimase un buon tratto senza muoversi. Poi si staccò
un poco dall'uscio, si piegò sulle ginocchia e incominciò a cercare
qualche cosa per terra, aguzzando gli occhi e spazzando il pavimento con
le mani. Fu allora che, nel voltarsi, ella vide la mia ombra nel buio.
Vide la mia ombra e si alzò in piedi di scatto.
--Ah, sei tu? mormorò con accento irato. Che cosa vuoi da me? Perchè mi
spii?
Non si muoveva Silvina. Non cercava di fuggire. Poichè volgeva le spalle
alla poca luce della fessura, il suo viso era completamente buio. Ma io
sentivo su di me i suoi occhi pieni d'odio, che mi guardavano
dall'ombra.
--Andiamo! dissi. Non facciamo troppo chiasso qui. Vieni nella mia
stanza. Ti debbo parlare...
La presi per un braccio e la trascinai. Chiusi la porta, e la costrinsi
a sedere sul mio letto. Poi, rimanendo in piedi dinnanzi a lei e
guardandola fissamente:
--Silvina! Silvina! esclamai, quale pazzia è la tua? Non pensi al babbo,
non pensi alla mamma, che avrebbero potuto sorprenderti? Non pensi che
Battista, un servitore, avrebbe potuto uscire improvvisamente da quella
stanza e trovarti là, scalza, dietro la porta, a spiare? Che cosa
avrebbe pensato di te? Ah! tu sei una bambina, una vera bambina!
Rispondimi: che cosa facevi là a quest'ora, mentre tutti dormono? Che
cosa cercavi per terra, dietro quell'uscio?
--Tutti dormono! rispose Silvina. Ma tu no, tu non dormi!...
E sorrise maligna, guardandomi con disprezzo.
--Ah! se tu sapessi, esclamai, se tu sapessi perchè non dormo! Non
sorridere così, Silvina! Non guardarmi con questi occhi cattivi! Che
cosa sono io per te? Nulla? Assolutamente nulla? Non sono forse Paris,
tuo fratello?
--Mio fratello! disse Silvina. Questa sera, questa sera per la prima
volta, ti ricordi d'essere mio fratello! Ma poi, soggiunse dopo una
breve pausa e alzandosi in piedi d'un tratto, che importa a me che tu
sia mio fratello? Lasciami andare via di qui. Io non debbo a te nessuna
spiegazione: nessuna!
Fece un passo verso l'uscio. Ma io mi posi fra lei e l'uscio, e la
supplicai:
--Silvina, Silvina, ascoltami! Ti parlo così perchè debbo parlarti così.
Non sei che una bambina, eppure non hai fiducia che in te sola. Dimmi,
per carità: chi è questo Silvio? Chi è questo Silvio per te?
--Silvio? domandò Silvina con voce piena di stupore. Quale Silvio?
--Ma Silvio, Silvio! esclamai, quel giovane che è di là ferito! Silvio!
Di chi vuoi che parli, se non di quel giovane?
--Credo che tu sia pazzo! disse Silvina con accento compassionevole.
Come vuoi che sappia che si chiama Silvio? E che ho da fare io con quel
giovane?
--E allora che cosa stavi cercando per terra dinnanzi a quell'uscio,
continuai,--e parlando accesi il lume,--che cosa stavi cercando? Non
cercavi forse questa lettera--e le mostrai la lettera agitandola per
ogni verso sotto il suo viso--questa lettera che tu hai perduto, oggi,
rientrando in casa, quando eri mezzo svenuta?
Il viso di Silvina si dipinse di meraviglia. Ella guardò la lettera,
guardò me, poi di nuovo la lettera, poi levò gli occhi al cielo, e,
giungendo le mani, esclamò con un profondo sospiro:
--Credo davvero davvero che tu sia impazzito!
E allora mi guardò con ironia e si mise a ridere, e incominciò a dar
segni di viva impazienza.
--Dunque, domandai, dunque questa lettera tu non l'hai mai veduta? Non
sai che cosa ci sia scritto qui! Non ne sai assolutamente nulla!
Silvina si strinse nelle spalle e scrollò il capo.
--Allora, esclamai, quando è così, prendila e leggi!
Silvina esitò un momento, poi con un gesto molto indifferente, anzi
pieno di degnazione per me, prese la lettera che le porgevo e incominciò
a scorrerla. Arrivò presto in fondo, e il suo viso non si scompose, non
ebbe il più lieve moto nè di stupore, nè di contrarietà. Soltanto,
quando ebbe finito, inarcò le labbra con disprezzo e mi restituì la
lettera senza parlare.
--E ora, le domandai, neppure ora hai nulla da dire?
--Sì, rispose, ora ho qualche cosa da dire. Dico che siete tutti idioti
allo stesso modo, voi uomini!
Abbassai il capo e mossi qualche passo per la stanza. Incominciai a
dubitare allora che Silvina non avesse davvero mai veduta quella lettera
e che Silvio le fosse del tutto indifferente. Forse non era andata se
non spinta da un'innocente curiosità, chi sa per quale capriccio, a
spiare all'uscio della stanza di Silvio; ma Silvio non le aveva ispirato
nessun sentimento di simpatia, ed ella ignorava persino che fosse
innamorato di lei. Chi può scrutare nel cuore d'una fanciulla? Chi può
indovinare fino a che punto arrivi l'ingenuità di una fanciulla, che
dovrebbe essere tutto candore, tutta innocenza, e fino a che punto una
fanciulla possa mentire, fino a che punto sappia fingere?
--Silvina, le dissi con dolcezza, tu non sai, non hai mai voluto sapere
il bene che io ti voglio. Ma credimi: tu non hai e non avrai nella vita
un amico più sincero, più fedele di me. Io ti amo teneramente, perchè
sei la mia piccola sorella, perchè sei Silvina nostra; sei la più
piccina, la più giovane. Se tu fossi in pericolo, io mi ucciderei per
salvarti. Ora, ti supplico, sii sincera con me: non mi nascondi nulla?
Non c'è assolutamente nulla fra te e quel giovane? Se sapessi a che cosa
ci conducono talvolta i nostri sentimenti! Tutto ci sembra bello, buono,
desiderabile, innocente. Ci lasciamo andare. Le illusioni ci
trasportano. La prima mano che ci viene tesa, noi siamo sempre pronti a
stringerla con effusione, a riconoscere una mano amica, una mano
fraterna. Poi le illusioni crollano, e la realtà è ben triste. Tu
potresti anche amare Silvio. Dopo tutto è un bel ragazzo, punto volgare;
i sentimenti che egli esprime in questa lettera sono nobili, sebbene
piuttosto vaghi, e romantici; a vederlo sembra un ragazzo di buona
condizione, un signore, e potrebbe anche offrire ad una ragazza come te
una vita agiata e felice. Ma che cosa ne sappiamo noi? Chi è, chi sarà
poi questo Silvio?
Silvina, mentre io parlavo, era tutta intenta a intrecciare il nodo
della sua cintura. Lo faceva e rifaceva continuamente, e sembrava, più
che indifferente, estranea, alle mie parole.
--Tutte le tue supposizioni, disse poi tranquillamente, senza
interrompere il lavoro delle sue dita, senza alzare gli occhi su me,
sono inutili. Sia chi vuole. A me non importa.
Il fiocco della cintura era ben fatto, ed ella si alzò, e andò dinnanzi
allo specchio a rimirarsi. Con piccoli tocchi delle dita, leggieri,
aggraziati, precisi, ne volle perfezionare ancora la forma che era già
abbastanza perfetta. Si specchiò di fronte, di fianco, di schiena, e
specchiandosi disse:
--Io vi trovo semplicemente ridicoli, tutti e due: tu con i tuoi dubbi,
lui con le sue dichiarazioni. Non ho bisogno di nessuno, io; nè di
protettori, nè di innamorati. L'uomo che deve piacere a me non è forse
nato ancora. Se dovessi innamorarmi di tutti quelli che mi guardano, ah!
ah! Paris, credimi: dovrei esser morta già mille volte trafitta da mille
occhiate!
Pronunciate queste parole Silvina si staccò dallo specchio, e senza
neppure voltarsi a guardarmi, uscì dalla mia camera e si rinchiuse nella
sua con due giri di chiave. Io rimasi un momento perplesso a guardare
l'uscio per il quale se ne era andata, silenziosa a piedi scalzi; poi
feci la lettera in mille pezzi e li gettai dalla finestra. Che infinito
silenzio! Che infinito spazio! Poveri noi, piccoli uomini, fratelli,
sorelle, amanti, gelosie, litigi, contrarietà, delusioni, attaccamento
alle cose d'ogni giorno, limitazioni, divieti, paura della vita! Silvina
nel vano della sua finestra, alla luce della luna, stava sciogliendo le
sue trecce bionde, che a quel lume pallido eran d'oro pallido.
--Silvina, dissi sottovoce, ma abbastanza forte per essere udito da lei,
guarda che meravigliosa notte, quale divina gioia sarebbe morire! Ma tu
vivi, vivi felice, Silvina! Sii altrimenti felice!
Silvina ripiegò indietro il capo e i capelli le caddero sulle spalle;
scrollò il capo e i capelli sciolti si agitarono e si sparpagliarono
sulle sue spalle, circondandole il viso d'un nembo d'oro.
--Silvina! Silvina! esclamai, difendi la tua giovinezza, salva la tua
innocenza! Perduti questi beni, notti simili a questa non se ne godono
più con gioia...
Silvina chiuse le persiane, e scomparve. Fui riscosso dal passo di
Battista nella stanza dell'ammalato. Lasciai la finestra e andai a
vedere che cosa faceva Battista. Egli era curvo sul capezzale di Silvio,
e versava dell'acqua in un bicchiere.
--Non si agiti così, diceva, le farà male. Beva piuttosto un sorso
d'acqua, e cerchi di riposare ancora.
Ma egli non vedeva che Silvio, quantunque avesse gli occhi aperti, non
era sveglio, e non comprendeva le sue parole, e forse nemmeno le udiva.
I suoi occhi erano dilatati nel delirio; parole rotte e sconnesse
uscivano dalla sua bocca. Erano:
--Amore... giuro sulla vita... vi ucciderò... fuggite fuggite...
Ad un tratto udii, udii distintamente che, come in un sospiro, disse:
--Silvina....
V.
Tre giorni dopo Silvio lasciò il letto e prese commiato da noi. Silvina
uscì dalla sua camera proprio nel momento in cui Silvio baciava la mano
a mia madre, e si mostrò per un attimo appena nell'arco della scala. Ma
quell'attimo bastò a me ed a Silvio per vedere che ella portava una
bella rosa rossa alla cintura. Io ne ebbi il cuore trafitto e, nella mia
sconfinata stupidità, arrossii per lei di quel gesto. La notte seguente
Silvina, mentre tutti dormivano, fece un piccolo involto delle cose sue
più care, attraversò il frutteto e, per la piccola porta dell'orto dove
Silvio la stava aspettando, se ne fuggì. La mattina mia madre andò come
sempre a bussare all'uscio della sua camera. Entrò, trovò la camera
vuota, il letto intatto. Io ritornavo allora dalla mia caccia d'insetti;
avevo raccolto alcune «monachelle» verdi lungo la roggia: avevo visitato
il mio formicaio. Ero lontano mille miglia dalla mia vita, la testa
piena di strane idee sulla potenza della natura che governa l'universo
intero con una legge sola, e fece l'insetto e l'uomo allo stesso modo,
Daria e la mantide assolutamente simili; l'una dotata di occhi
dolcissimi, di una bocca soave, d'una carne diafana e profumata, d'una
intelligenza sottile per sedurre i maschi della sua specie; l'altra
tutta colorata del più tenero verde, con ali meravigliosamente
trasparenti ed iridate, e d'aspetto così pio da ingannare non soltanto
gli insetti, ma gli uomini, che la chiamano «monachella» anzichè
chiamarla «pantera». Prega, prega sempre la «monachella» con le braccia
congiunte, il collo torto, i grandi occhi ipocriti levati al cielo.
Sembra che non faccia che sospirare avemarie. Verso la fine di agosto,
quando cadono più stelle dal cielo che dal susino susine mature, e il
ciuffolotto per la selva vede con gioia arrossire i corbezzoli, ecco un
giovine mantide innamorato dell'amore che, dopo aver molto girovagato
qua e là per le insalate, vede alfine all'ombra d'una foglia di zucca,
sul bordo del ruscello, la creatura dei suoi sogni lungamente
desiderata, sospirata con spasimo. Divina creatura! Una Beatrice.
Assorta nella mistica visione del paradiso, ella è l'immagine viva della
sorella-amante, la purissima, la pietosa, la consolatrice. Ed ecco, per
attrarre sopra di sè misero i suoi sguardi sublimi, il mantide apre le
ali variopinte e le agita, le fa vibrare di delicate armonie, finchè gli
sembra che gli occhi di lei ora confondano in un unico sguardo
l'immagine lontanissima di Dio e la sua persona presente. Legge un
invito amoroso in quell'affascinante sguardo, e, tremando, le si
avvicina e l'abbraccia sospirando:--Mia! Finalmente mia! Questo
innamorato è un bel maschio agile, vigoroso, ardente. Passano ore lente
d'ebbrezza. Beatrice lo tiene stretto come in una dolce catena; egli si
abbandona felice. Poi Beatrice lo prega languida:--Dammi la tua nuca che
io la divori di baci! Egli le offre la nuca, e Beatrice gliela morde, ed
egli le sospira:--Uccidimi! Uccidimi! Non vorrebbe veramente morire.
Vorrebbe poter desiderare così la morte per tutta la vita, stretto in
quel delirante abbraccio. Ma la pia «monachella» lo ha già morso, e
prima che egli abbia potuto ripetere:--Deh! Uccidimi!--è già morto, e
ora Beatrice, incominciando dal collo, giù giù tutto se lo divora,
finchè non rimarranno che le ali, le belle ali con le quali egli
s'illuse di conquistarla, le belle ali che scoloriranno al sole come
petali caduti ad un fiore.
Pensavo appunto che gli uomini avevano dovuto circondare l'amore di
molte idealità per non vedere l'istinto crudele che lo produce e lo
domina, quando m'incontrai con mia madre che scendeva le scale in gran
fretta, pallida, gli occhi pieni di lacrime, chiamando con voce
angosciata Adalgisa, Marta, Battista, Maria.
--Oh, Paris, Paris, esclamò abbracciandomi. Dov'è Silvina? Dove, dove è
andata? Paris, Paris non mi lasciare anche tu...
Ogni ricerca fu vana. A forza d'interrogare quanti passavano dinnanzi
alla nostra casa, si seppe di uno che l'aveva veduta uscire a notte
dalla porticina del frutteto, di un altro che si era imbattuto, sulla
via maestra, in una carrozza a due cavalli dove stava Silvina in
compagnia di un giovane dalla fronte bendata. Allora dovetti raccontare
a mia madre e a mio padre quanto sapevo di quella fuga, la storia della
lettera trovata nel corridoio e il mio dialogo con Silvina. Mio padre
montò in furore e minacciò di spianare il mondo. Ma si ridusse a
piangere come un bambino e da quel giorno non fu più l'uomo sereno e
gioviale di un tempo. Mia madre anche pianse, e pregò molto devotamente,
come se Silvina fosse morta ed ella volesse raccomandarla alla clemenza
di Dio. Poi incominciò a sbiancarsi, a spegnersi a poco a poco sotto i
nostri occhi, consumata da quel dolore.
Silvio portò Silvina a vivere in città. Egli non aveva più nè cavalli nè
carrozze nè denari per comprarsi dei begli abiti di non comune eleganza.
Aveva fatto anche lui alla svelta un piccolo fagotto delle cose sue più
care, e aveva lasciato padre e madre tristi e soli ad aspettare che la
vita gli insegnasse a rinsavire. Era tutto felice di aver sacrificato
ogni cosa all'amore per Silvina, come se il fatto di aver sposato con
tanto slancio la povertà, fosse il degno complemento del fatto
principale: d'avere cioè sposato Silvina a modo suo, rubandola alla sua
propria casa contro tutte le regole che inceppano ancora in questo
secolo la libertà dell'amore. Silvio era molto giovane; non aveva che
ventitre anni. Egli condusse Silvina ad abitare al settimo piano di una
casa di operai, in una piccola stanza illuminata da un abbaino, che
aveva come giardino un bellissimo vaso di garofani rossi e una scatola
di legno con una pianticella di salvia. Affacciandosi a quell'abbaino,
si poteva dire di avere l'intera città ai propri piedi, perchè non c'era
tetto che lo superasse, e, per uno spazio immenso, era tutto un mare
rotto e fumoso di tegole, di antenne, di comignoli, disteso da ogni
lato. Silvio celebrava molto la bellezza di quell'abbaino, e, il suo
primo pensiero, quando al mattino apriva gli occhi svegliato dal sole,
era quello di precipitarsi a spalancarne le imposte, gridando:--Libertà,
libertà, che è sì cara!
Silvina che dormiva ancora, si destava a quel grido, e allora Silvio
correva ad abbracciarla; poi rovesciava il lenzuolo e così, solo coperta
dalla sua camicina, la conduceva dinnanzi all'abbaino, e mostrandole la
distesa dei tetti che non finivano mai, le cupole alte delle chiese, le
cupole basse dei teatri, i comignoli fumanti delle officine, tutta la
città immersa nel sole alto d'agosto:
--Silvina, Silvina, le diceva, amor mio, vedi, tutto ciò ci appartiene!
Chi è più ricco di noi?
E Silvina guardava con gli occhi abbarbagliati dalla gran luce il vasto
dominio di Silvio, e posando il capo sulla sua spalla:
--Silvio, diceva, come erano belli quei fazzoletti di seta colorata di
tanti colori che vedemmo l'altrieri! Brutto cattivo! Non ti ricordi che
uno, uno almeno, me lo avevi promesso?
E Silvio rispondeva:--Oh, è vero! Che smemorato! Oggi, oggi certamente
me ne ricorderò.
Silvio correva la città tutto il giorno, sotto il sole torrido, offrendo
a chi volesse comprarla, anche per poco, la sua divina libertà.--Sono
libero, diceva, sono libero come l'aria. Pochi uomini sono liberi come
me. Io non ho falsi orgogli da difendere, scrupoli da osservare. Sono
giovane, sono intelligente, pieno di volontà. Prendetemi, utilizzatemi,
fatemi fare ciò che volete. Non c'è lavoro che non sia buono e onorevole
per me. Dove troverete un altro che possa dirvi altrettanto? E tutti lo
abbracciavano, gli battevano benevolmente la mano sulle spalle, e
dicevano di lui:--Che bravo, che caro ragazzo! Silvio si sedeva sul
bordo d'una fontana all'ombra di un tiglio, e contava i pochi soldi che
gli rimanevano. Il gruzzolo scemava ogni giorno, ma c'era ancora posto
per una mezza dozzina di fazzoletti di seta. Del resto poteva Silvina
rimanere senza fazzoletti di seta? Avrebbe egli voluto vedere Silvina
asciugarsi le labbra con fazzoletti che non fossero di seta morbida e
profumata? Le delicate labbra di Silvina, ch'egli sciupava con i suoi
baci ardenti, dalle quali beveva a lunghi sorsi la felicità, che,
sorridendo, lo incantavano, e quand'erano tristi lo riempivano di paura?
Ed egli si decideva finalmente al gran passo, sceglieva sei colorati e
leggieri fazzoletti di seta, e, rientrando in casa, baciava Silvina
sulla bocca, le mordeva il labbruzzo, e poichè ella diceva: Ahi! egli
con uno di quei fazzoletti nuovi, morbidi e profumati, le medicava il
dolore, ridendo felice.
--Ecco, ecco, la medicina! esclamava. Vedi che oggi non me ne sono
dimenticato!
Silvina guardava attentamente uno per uno i sei fazzoletti e li contava.
--Mi darai un bacio, ora?
Ed ella gli dava un bacino sulla gota, e diceva:--Peccato! Sei
fazzoletti non dureranno molto...
Silvio l'attirava a sè, le copriva il viso di baci, e raccontava ciò che
aveva fatto, veduto, e detto in città.
--Ah! esclamava, tutti mi vogliono un gran bene. Vedi che cosa significa
essere poveri, essere veramente liberi? Non c'è uno che ti consideri
come un nemico, o che pensi di attraversarti la via, o che diffidi di
te. Al contrario tutti sono pronti ad aiutarti, a darti una mano perché
tu possa riuscire....
Guardava intorno le miserabili suppellettili della loro stanza, e
soggiungeva:
--Certo questa stanza è troppo misera, troppo nuda. Se non avesse
quell'abbaino dal quale si domina tutta quanta la città, sarebbe troppo
triste vivere qui. Ma noi potremo cambiare questi mobili, sostituirli
con altri meno rovinati e sudici, oppure cercare un'altra stanza, con
una veduta anche più bella di questa. Quanto a me, purchè tu mi voglia
bene, sarò in ogni modo felice!
Silvina si alzava senza parlare, posava i fazzoletti sul cassettone, e
si buttava supina sul letto. Là, con le mani annodate sul capo,
contemplava i travi del soffitto imbiancati di calce, seguendo il
paziente lavoro che i ragni facevano tra l'uno e l'altro. Allora Silvio
andava a sedersi accanto a lei, le prendeva il viso tra le mani e
guardandola teneramente:
--Silvina, amor mio, sussurrava, mi vuoi bene? Non sei mica stanca già
di me? Non sei mica annoiata? Se tu sapessi come ti amo, come ti adoro!
Tutte le altre donne non esistono più per me; è come se non esistessi
che tu sola.
Silvina staccava gli occhi dal soffitto, li fissava su lui, lo guardava
a lungo, in silenzio.
--Che cosa mi dici con quei tuoi occhi di cielo? le domandava Silvio
allora baciandoglieli lievemente. Occhi tutta trasparenza, tutto
azzurro! Se non ci intendessimo tra noi, miei cari occhi, questa Silvina
cattiva non direbbe mai di amarmi! Ma voi dite:--Ti amiamo, povero
Silvio, ti amiamo tanto!--e io sono felice. Non è vero che parlano così
i tuoi occhi?
E Silvina assentiva con una piccola mossa del capo, e riattaccava i suoi
occhi al soffitto.
Allora Silvio si distendeva accanto a lei, posava la testa sul
guanciale, avvicinava la gota alla sua gota, e rimaneva in silenzio a
respirare il profumo dei capelli d'oro di Silvina, della sua pelle
bianca e liscia, dei suoi abiti che ancora odoravano dello spigo che la
mamma distribuiva ogni anno nei guardarobe. E così, preso da una vaga
malinconia, egli meditava ad una ad una le sue illusioni, l'amore di
Silvina, la gioia della povertà, la benevolenza degli uomini, l'avvenire
radioso che lo avrebbe compensato ad usura della fede coraggiosa ed
ardente con la quale aveva affrontato un destino incerto, e sopportava
ora le difficoltà di quell'avviamento alla vita. L'aria imbruniva, e le
pianticelle del garofano e della salvia nel vano dell'abbaino
diventavano due neri bizzarri arabeschi contro il cielo viola; le
rondini in frotte passavano e ripassavano nel rettangolo pallido,
salutando con lunghi squilli il sole morente, e le voci lontanissime che
salivano dalla strada parevano anch'esse attutite da quell'ombra morbida
che circondava ogni cosa. Allora con il cuore traboccante di tristezza
Silvio stringeva a sè Silvina, e, impadronendosi della sua bocca, con
voce singhiozzante mormorava: Mia! Mia! e non se ne distaccava più,
finchè non la sentiva morire fra le sue braccia.
VI.
Io ho spesso orrore di questa crudele passione che mi trascina a
risuscitare dal mio passato tante immagini dolorose, e rimescolare tanta
tristezza, tanto fango, tanta miseria di cui la sorte volle contaminare
le cose più pure, le più sante, le più care della mia vita. Io credo
d'essere malato, un poco toccato forse, perchè il piacere che mi dà
questo fantasticare so bene che non è cosa naturale, ma è il prodotto di
un vizioso pervertimento della ragione, un male che confina con la
pazzia. Infatti chi può godere a riaprire con le proprie mani una ferita
già chiusa, e a spargerla poi d'aceto perchè il dolore straziante mai
non si plachi un momento? Io non ho nessuna colpa da espiare, non posso
desiderare la tortura per rigenerarmi, e questa mia crudeltà se si
rivolge contro me stesso è ingiusta e vana, ed è triste se si rivolge
contro coloro di cui parlo. No: le creature che più ho amato, in cui più
confidavo, non hanno saputo darmi alcun bene. Erano per me la
personificazione della gioia, della purità, della bellezza, e hanno
creato dolore, vergogna, bruttura. Pure esse hanno seguito il loro
destino, che era infame così come era disgraziato il mio.
Mia sorella Silvina (è di lei che parlo, di lei piccola sorella mia,
triste immagine di mia madre, triste immagine di me stesso) passava la
massima parte delle sue giornate nell'inerzia più vuota ad aspettare
Silvio. Amava Silvio, Silvina? Voglio credere che lo amasse. Ella si
lasciava accarezzare da lui. Era timida, sottomessa, paziente. Come
avrebbe potuto essere così docile, così mite, se non lo avesse amato?
Silvina amava Silvio, perchè Silvio in ogni suo pensiero, in ogni sua
parola, poneva Silvina ad una grande altezza sopra tutte le cose,
incominciando da sè stesso, che non si stancava mai di umiliare dinnanzi
a lei.
--Il mio posto, le diceva, è ai tuoi piedi. Ti vedo come sopra un trono,
tu regina, io tuo schiavo. E le diceva:--Come sei bella, Silvina! Che
capelli morbidi, fluidi, dorati! E sono miei, soltanto miei! Io solo li
tocco, io solo vi affondo le mani, li sento scorrere tra le mie dita, li
accarezzo, li bacio! E le diceva anche:--Come ammiro, Silvina, la forza
del tuo carattere, il tuo coraggio, la tua volontà, la chiarezza dei
tuoi pensieri! Non sai quanto le altre donne siano deboli, timorose,
volubili, sciocche? E infine le diceva:--Tu mi guiderai ed io ti
seguirò, sarò la tua forza materiale, quella che manca alla grazia del
tuo corpo, alla fragilità del tuo sesso....
E Silvina lo stimava un uomo debole, ma dotato d'una intelligenza
superiore. Lo trovava bello, pieno di delicate premure, modesto, e cieco
d'amore per lei. Ma le ore erano lente a passare, e Silvina aspettava
con impazienza il giorno in cui avrebbe potuto lasciare quella
miserabile stanza, in quella miserabile casa, la compagnia insoffribile
di quelle masserizie troppo usate, troppo umili, quella grigia uggiosa
veduta di coperchi di case, quella distesa di tetti tutti uguali che
Silvio invano cercava di abbellire con la sua fervida immaginazione.
Ella non osava affrettare questo giorno tanto desiderato, perchè voleva
potersi vantare poi di aver fermamente sopportato, per amore, giorni
tristi, ore difficili e lamentevoli, il pericolo d'una esistenza
scolorita, tutta solitudine, malinconia, rinunzie, privazioni, e persino
lo spettro sinistro della miseria e della fame. Bisognava essere
un'eroina per affrontare simili eventi, e Silvina se ne vantava già in
cuor suo, e pensava che Silvio poteva bene gloriarsi di lei, perchè non
tutte le donne sarebbero state capaci di tanto. Per consolarsi, per
consolarsi un poco, e anche per piacergli sempre più, per non perdere
nulla del suo fascino, ella si pettinava con cura; si incipriava bene
bene, si cambiava sempre quei due abiti che aveva portati con sè e si
metteva al collo la collana con lo smeraldo che Silvio trovava
bellissima. Così, come faceva in casa nostra, anche lassù al settimo
piano di quella casa, Silvina passava lunghe ore allo specchio, e
sognava gioielli e vesti splendide, con scollature e strascichi,
ventagli di piume magnifiche, e nei capelli un diadema.
Il padre e la madre di Silvio erano molto ricchi e non avevano altro
figlio che lui. Essi possedevano una grande villa con un grandissimo
parco alle porte della città; avevano carrozze, cavalli, servitori in
gran numero, ed erano anche molto vecchi. Silvio avrebbe cercato di
lavorare, poi si sarebbe stancato. Si sarebbe stancato di quella vita
miserabile, di abitare al settimo piano d'una brutta casa, di mangiare
poco e mai cose ghiotte, di addormentarsi al lume di una candela, di
andare in giro con abiti consumati, e infine di sciupare così la
bellezza di Silvina sua, senza che potesse risplendere in alcun modo.
Allora le sue manie di libertà, d'indipendenza, sarebbero svanite, ed
egli avrebbe pensato di riavvicinarsi alla sua famiglia, avrebbe scritto
una lunga lettera al suo signor padre, nella quale gli avrebbe chiesto
perdono e si sarebbe esteso assai nel celebrare la grazia, la beltà, la
fine educazione, il nobile animo e l'amore di Silvina, pregandolo in
ultimo di accoglierla come figlia in casa sua e di benedire la loro
felice unione. Poi pensava, Silvina, che Silvio le aveva dipinto suo
padre come un uomo di vecchio stampo, rigido nei suoi principi,
autoritario e violento... Allora la sua fantasia prendeva il volo per
cieli meno sereni, e con freddo cinismo immaginava che, essendo tanto
vecchi, il padre e la madre di Silvio avrebbero potuto presto morire,
forse erano già morti; la loro carrozza avrebbe potuto rovesciarsi nel
fiume mentre facevano la loro passeggiata la sera, o dei ladri,
aggredendoli nel parco, avrebbero potuto ucciderli; e così, ogni
ostacolo sarebbe scomparso d'un tratto, ed ella, con Silvio, sarebbero
andati ad abitare in quella bella villa, avrebbero avuto quelle belle
carrozze e quei bei cavalli, tutti quei servitori, e di tutto quanto la
padrona era lei.
Ma Silvio, per mezzo di una vecchia nutrice, aveva potuto sottrarre da
casa sua alcuni oggetti preziosi suoi personali che nella fretta di
fuggire non era riuscito a portare con sè. Rimpinguò così il suo tesoro,
che già era esausto, e riprese coraggio nella fiducia incrollabile che
l'aiuto da tutti promesso con tanto slancio sarebbe infine venuto a
rischiarargli durevolmente la via. Erano già tre mesi che Silvio e
Silvina vivevano insieme. Egli s'era fatti alcuni amici, non si sa dove
pescati, poichè veramente Silvio non frequentava nessuna speciale
categoria di persone, ma tutta gente che incontrava per caso nel suo
continuo peregrinare in cerca di lavoro. Egli passava la maggior parte
del suo tempo, quando non era con Silvina, da un caffè all'altro, e con
pretesti d'ogni genere cercava di entrare in discorso con i suoi vicini
di tavolino, interloquiva non richiesto della sua opinione nelle dispute
più disparate; sempre nell'intento di dichiarare l'esser suo, di
richiamare sopra di sè l'attenzione della fortuna, che può presentarsi
sotto l'aspetto di una bella matrona con gli occhi bendati e in
equilibrio sopra una ruota, ma può anche assumere le meno classiche
sembianze di un commesso viaggiatore, di un diplomatico a riposo, di un
vecchio signore vestito a lutto o di un avvocato molto versato in
politica. E a tutti diceva alla fine, conducendo abilmente ogni
conversazione a quel punto ch'egli non perdeva mai di vista:
--Eccomi qua: io non chiedo di meglio che lavorare. Io non ho falsi
pudori, idee preconcette. Sono libero ecc. ecc. E poichè vestiva
decentemente e non chiedeva mai un soldo in prestito, si comportava con
educazione e riservatezza, era ottimista, di buon umore, simpatico, alla
mano e parlava bene, tutti finivano per dire di lui:--Che bravo, che
caro ragazzo!--e lo accettavano volentieri come compagno di ozi.
Appunto in uno dei tanti caffè di cui era cliente assiduo e noto, Silvio
aveva conosciuto il principe Stroztki. Era un polacco, un diplomatico,
dalla figura ridicola ma piena di razza. Aveva quarant'anni, vestiva con
ricercatezza, gli piacevano le belle donne e componeva anche dei versi.
Il principe portava sempre le mani inguantate di splendidi guanti
bianchi e un cappello grigio chiaro di feltro finissimo. Sotto il
cappello, divisa in due da una irreprensibile riga, brillava di
profumati cosmetici una parrucca nerissima, purtroppo così falsa che,
nascondendo la calvizie del cranio, rendeva più che mai evidente la
calvizie, per così dire, del viso, che era gialliccio e senza l'ombra di
un pelo in tutta la sua superficie.
--Ah, Silvio, disse un giorno il principe con accento di dolce
rimprovero, io sono molto in collera con voi. Sì, molto molto in
collera. Voi avete una graziosa amica, un'amica molto graziosa, mi
dicono, e la tenete nascosta?
--Oh, principe, balbettò Silvio confuso, chi vi ha detto una cosa
simile?
--Amico mio, rispose il principe, la violetta è un fiore che facilmente
passa inosservato finchè non si colga. Ma quando si è colto e si porta
all'occhiello?
--Voi volete burlarvi di me, signor principe, disse Silvio arrossendo.
Io non ho nessuna viola all'occhiello.
--E se io stesso vi avessi veduto, invece, con una bellissima viola?
ribattè il principe con malizia. Ditemi dunque, caro Silvio: non eravate
mica voi, ieri sera, all'Alhambra, in compagnia di una donnina bionda,
molto carina, molto elegante, con un bell'abito proprio viola e uno
smeraldo al collo?
--Sì, sì, confessò Silvio sorridendo, ero io. Ma la signora che
accompagnavo non era una piccola amica.
--Capisco, soggiunse il principe, è un segreto...
Silvio si fece coraggio e disse:
--Era mia moglie.
Il principe lo guardò per un attimo stupito, incredulo. Poi sorridendo,
disse con galanteria:
--Ve ne faccio i miei complimenti... È una deliziosa creatura.
Silvio s'inchinò e rimase muto. Si sentiva intimamente orgoglioso di
quella lode, che gli veniva da un così raffinato intenditore. Per una
volta che aveva condotto Silvina in un luogo frequentato da gente
elegante, illuminato sfarzosamente, adatto per far brillare la sua
grazia, la sua leggiadria, la sua candida bellezza, subito era stata
ammirata, per quanto non mancassero là dentro le donne avvenenti,
giovani, belle, i ricchi abiti, le acconciature sfarzose.
--Non sarete mica geloso, caro Silvio, disse il principe, vedendolo
silenzioso ed assorto.
--Oh, principe! esclamò Silvio con candore. Noi ci amiamo teneramente.
Rientrando in casa, Silvio si sentiva ebbro di gioia. Volava leggiero su
per le scale, come se lo portasse il vento. Entrò d'impeto nella stanza
e trovò Silvina che aveva colto un garofano rosso nel suo giardino e,
civettando dinnanzi allo specchio, se lo stava allora appuntando tra i
capelli. L'abbracciò, la coprì di baci, gridando:
--Amore, amore mio! Poi indietreggiò di due passi ed esclamò:
--È vero, è vero! Ed io sciocco che non ci avevo mai pensato! C'era una
piccola viola nascosta: io l'ho colta. Ora come potrebbe più
nascondersi? Il principe, l'amico mio, ha ragione!
--Tu conosci un principe? domandò Silvina senza distrarsi dallo
specchio.
--Sicuro! esclamò Silvio. Stroztki: un vero principe.
--E chi è questa viola mammola? domandò Silvina con una punta d'ironia.
--Ma tu stessa! esclamò Silvio.
--Bella! disse Silvina. E dove mi ha veduta?
--Ieri sera, all'Alhambra! rispose Silvio. Mi ha domandato:--Chi era
quella graziosa donnina così e così, biondina, vestita di viola, molto
graziosa, molto elegante? Gli ho risposto:--Mia moglie!
--Mio Dio! disse Silvina, come ha potuto trovarmi elegante? Con questo
vestitino viola, così sciupato?...
Silvio rise allegramente e le chiuse la bocca con un bacio.
--Ah, non sai! le sussurrò all'orecchio, non sai che già muoio di
gelosia?
Fu quello uno degli ultimi baci che Silvio dette a Silvina.
Finì l'estate. In uno dei primi giorni di novembre Silvio incominciò a
tossire e si ammalò con una febbre altissima. Il medico chiamato in gran
fretta stimò che convenisse trasportarlo all'ospedale, dove, curato
energicamente, avrebbe potuto in pochi giorni guarire. Egli sopportò con
rassegnazione questa dura prova, e, consegnato a Silvina il suo magro
tesoro, l'abbracciò piangendo e si lasciò trasportare.
Nei nostri paesi l'autunno è brevissimo. L'inverno succede all'estate
quasi senza intervallo, in pochi giorni gli alberi si spogliano, una
settimana di piogge torrenziali lava la terra e la prepara pulita ad
accogliere il candido mantello che subito la ricopre. Così per lunghi
mesi, fino ai primi germogli di primavera, essa rimane immobile come
morta sotto un cielo anch'esso immobilmente grigio. Soltanto i passeri
(chi non lo ha notato)? conservano nell'universale tristezza il loro
buon umore salterino e ciarliero. Chi vive in campagna può ancora
trovare un conforto ai sensi mortificati, poichè se l'inverno non ha i
colori vividi e festosi della primavera, nè il tepore oppiato dei grandi
meriggi estivi, nè lo splendore delle belle notti d'autunno, offre
almeno all'immaginazione scheletri nudi e immensi spazi candidi che essa
può rivestire e dipingere delle più consolanti e promettenti visioni. Ma
nelle città gli uomini infreddoliti si sentono abbandonati da Dio nello
squallore delle loro opere di fango e di pietra; senza l'oro del sole,
senza l'azzurro del cielo, senza il verde dei giardini, vedono quanto
siano pesanti e lugubri le loro più ammirevoli architetture, e, curvando
il capo sfiduciati sotto il peso della solitudine e della malinconia,
non sanno concepire se non dolorosi pensieri.
Rimasta sola e triste, poichè ebbero portato via Silvio con la barella,
Silvina non aveva per difendersi dal freddo se non quei due vestiti di
seta leggera. Non c'era nè stufa nè camino dove accendere il fuoco.
Affacciarsi all'abbaino era da piangere, a veder le nuvole gonfie
rotolare sui tetti neri e paurosamente deserti. Per l'appunto pioveva.
Le gronde facevano una musica funebre gocciolando gocciolando con
esasperante monotonia, sempre lo stesso suono e la stessa pausa, senza
sostare un momento. Nel ronzio continuo della pioggia sul tetto, i più
piccoli rumori, i più lontani, diventavano sordi tonfi, cupi boati,
stridori infernali, e pareva che nel corridoio buio e deserto, nei solai
disabitati, si muovessero catene e rimbombassero martelli, e passassero
in fuga torme di animali infuriati. Le vecchie suppellettili
scricchiolavano tutte con lunghi gemiti, come se spiriti imprigionati
nelle loro membra di legno tarlato e inchiodato si torcessero spasimando
per liberarsene. Alla porta poi era un ininterrotto bussare, un
bisbiglio di voci soffocate, un avvicinarsi e allontanarsi di passi
cauti, un provare e riprovare chiavi alla serratura, un lavorio
affaccendato di mani ladre lungo i battenti, intorno ai cardini, che non
finiva mai. E Silvina se ne stava raccolta in un angolo, con tutti e due
i suoi vestiti addosso, le mani inguantate, lo smeraldo al collo, parata
e immobile come una madonna di cera. A denti stretti ella cercava di
vincere il tremito convulso del freddo e tener sveglia la ragione che
tanti brutti pensieri cercavano di ottenebrare. Credo che rivedesse
allora il nostro gran focolare, dove tutti noi, raccolti in cerchio
dinnanzi ai bei ciocchi ardenti, le sere d'inverno facevamo scoppiar le
castagne spingendole con le molle bene in mezzo alla brace; e poi,
quando erano scoppiate, e la polpa bianca incominciava a rosolarsi, le
pescavamo dalla cenere, facendole saltar sulle dita e soffiando a gote
piene, finchè non erano intiepidite. Allora, sbucciate e fattene tante
piccole focacce, ce le imboccavamo l'un l'altro ridendo con buffi
oremus, laudamus e deo gratias. Certo rivedeva mia madre quando, posando
sulla sua fronte il bacio della buona notte, le rimboccava calde calde
intorno al collo le morbide coltri del suo buon lettuccio, dove era
cresciuta e aveva dormito tanti bei sonni tranquilli. Ma quando al di là
dell'abbaino la luce scialba invernale incominciò a scemare e dagli
angoli si diffusero nella stanza le ombre nere di quella prima sera di
solitudine, Silvina si alzò, aprì l'uscio, attraversò il corridoio,
scese correndo tre capi di scale, e senza esitare bussò alla prima porta
che le si parò dinnanzi.
VII.
Madama Humbert abitava appunto al terzo piano di quella casa con le sue
sette nipoti e con Loreto Re del Portogal. Ogni volta che Silvina
scendeva o saliva le scale, la trovava sull'uscio del suo appartamento e
doveva rispondere con un inchino al suo saluto. Non s'eran mai scambiate
altre parole che:--Buon giorno! Buona sera!--Ma i sorrisi di madama
Humbert erano affettuosi inviti ad un'intimità più profonda. Madama
Humbert era una distinta signora, che vestiva sempre di nero. Intorno al
suo collo portava sempre annodata una trina nera, e il suo aspetto era
quello di un'onesta vedova che offrisse alla memoria ormai lontana del
suo sposo il tributo modesto sì ma spontaneo di quegli abiti sempre
sempre neri. Dalla cintola in su ella era di una magrezza quasi deforme;
e il suo collo lungo e sottile pareva dovesse da un momento all'altro
piegarsi stanco sotto il peso del capo, che era rotondo e piatto, con un
viso tutto naso e bocca, dove gli occhi, privi di sopracciglia,
sembravano due forellini neri. I suoi capelli erano di un grigio
rossastro e radi, e tutti tirati a formare sul cucuzzolo un ciuffo di
peli arsicci, tenuto fermo da un pettine. Sotto la cintola poi il suo
corpo s'arrotondava in un ventre enorme, ch'era una specie di mostruosa
montagna su cui ella teneva sempre incrociate le mani.
Aveva da poco finito di cenare e, sdraiata sulla poltrona, dove le
piaceva riposare dopo i pasti, madama Humbert guardava amorosamente
Loreto che si stava appisolando. E vedendo le sue palpebre leggiere come
un velo di seta cadere e rialzarsi sulle indecise pupille annebbiate dal
sonno, pensava con tenerezza come Loreto rassomigliasse tutto a un
cristiano. Le sette nipoti di madama Humbert, tutte fiorenti e giovani,
erano mollemente sdraiate sui tre divani intorno intorno al salotto. Ai
colpi che improvvisamente risuonarono contro la porta, chi pisolava si
svegliò, chi sbadigliava stirò le belle membra elastiche con un miagolio
di gatto, e chi guardava distrattamente le rose del soffitto voltò gli
occhi dalla parte dell'uscio e aspettò. Soltanto Loreto, cavato il capo
di sotto l'ala dove l'aveva allora riposto, e purgatosi in fretta, disse
con un sospiro:
--Lo zio, lo zio, lo zio!
Madama Humbert si alzò e a piccoli passi si diresse verso la porta, che
poi aprì lentamente.
Allora nella penombra della scala apparve, bianca, Silvina. Ella piegò
seria la fronte, passando dinnanzi a madama Humbert che s'era fatta da
parte per lasciarla entrare, e poi le domandò guardandola fissamente
negli occhi:
--Non la disturbo, signora?
Madama Humbert ridendo e scrollando il capo la prese per le mani e la
condusse in salotto, e, mentre le sue sette nipoti s'alzavano in piedi,
ella la fece sedere nella sua poltrona, le spinse sotto i piedi un
cuscino e accarezzandola con occhiate amorose:
--Signora, le disse, cara, cara! A che si dovrà quest'onore?
Poi, senza attendere una risposta, presentò le sette ragazze che
s'inchinarono graziosamente una per una, e Silvina udì dei nomi come
Odette, Frufrù, Mimì, Manon, Lulù.
Quindi, levati gli occhi su Loreto, madama Humbert disse con tenerezza:
--E questo, questo cocco di Dio, è Loreto mio bello...
Loreto squadrò con disprezzo Silvina, si gonfiò di disgusto, torse
sdegnoso il capo per non vederla. Ma madama Humbert si sedette di fronte
a lei e, riposte le mani sulla prominenza del ventre, la contemplò
beata, e disse:
--Chi avrebbe potuto sperare nel piacere di una sua visita, cara
signora? Aspettavamo lo zio Stanislao. Ma è tanto tempo che desideravo
conoscerla... Tanto! Tanto!
--Lei, soggiunse Silvina, è stata così buona con Silvio... Era mio
dovere ringraziarla di quanto ha fatto per lui.
--Oh! cara! esclamò madama Humbert abbassando gli occhi modestamente.
Vuol parlare della coperta di lana? Ma i malati di febbre bisogna
coprirli bene, bisogna farli sudare! Io immaginavo che una grossa
coperta imbottita potesse esserle utile. Lei, signora, non avrebbe fatto
altrettanto per me? Ma io la chiamo sempre: signora! Mi sembra così
strano. È tanto giovane, tanto piccina... Non è che una bambina, lei!
Toccò a Silvina questa volta abbassare il capo modestamente. E lo
abbassò sorridendo, perchè temeva di arrossire. Ma già madama Humbert
aveva composto il viso nella più profonda mestizia e diceva con sospiro:
--E ora come la compiango, poverina, che è rimasta così sola, senza il
suo Silvio! Chi sa come le sembrerà triste non averlo più vicino! Anche
una meno giovane di lei, si sentirebbe perduta, poichè per noi, povere
donne, tutto è l'abitudine. Lei poi immagino quanto ne soffrirà...
--Certo mi dà un po' di pena, disse Silvina esitando, come se
questa confessione le costasse assai cara. E soggiunse con un
sorriso:--Passerà... Non mi perdo d'animo...
Silvina gettava qua e là sguardi discreti, ma penetranti, su quello
strano parentado di madama Humbert. Nessuna di quelle ragazze somigliava
all'altra, e se Lulù era bruna e snella, Manon era grassa, piccola e
bionda. Fosse Mimì fosse Odette, una ce n'era che aveva passati almeno i
trent'anni, di taglio maschile, muscolosa, quadrata. Frufrù invece aveva
l'aspetto di una bambina esile, magra, con i capelli ancora giù per le
spalle, occhi chiari, bocca innocente, mentre Fanny era fulva e
maliziosa come una volpe. Chi vestiva di verde, chi di rosso, chi di
giallo, abiti delle fogge più disparate. Una delle due più giovani
mostrava dal sottanino corto lunghe calze di seta nera. Odette invece
aveva i polpacci nudi e ai piedi portava calzettini bianchi e scarpette
bianche, di raso. Manon aveva i capelli tutti ondulati, con un gran
fiocco di nastro sulla tempia. Dalle trecce lisce e attorcigliate di
Mimì ciondolava invece una rosa. Soltanto l'orrore del caldo era a tutte
comune, quantunque la stufa non diffondesse che un discreto tepore;
poichè chi non aveva le braccia nude e la gola scoperta, portava abiti
tanto leggieri che parevano di velo.
--Così, concluse madama Humbert un suo lungo discorso che Silvina aveva
ascoltato appena, quando il mio terzo marito mi lasciò per salire nella
grazia di Dio, io mi ridussi a vivere qui con queste mie ragazze. Noi
non riceviamo visite se non di persone di conoscenza, intime e fedeli,
perchè il mondo oggi è pieno di villani e di ladri.
Madama Humbert era giunta a questa amara conclusione, quando di nuovo
alcuni colpi furon bussati alla porta. Allora di nuovo ella si alzò,
andò ad aprire, e, salutato dai festosi strombettii di Loreto, entrò
finalmente l'atteso zio Stanislao. Questo signore mi sembra che lo
abbiamo già conosciuto, per quanto nessuno di noi conosca propriamente
uno zio Stanislao. È un uomo di circa quaranta anni, tutto sbarbato, con
un bel parrucchino nero diviso in due da una perfetta scriminatura,
vestito con eleganza, e di modi garbati.
Egli ha molto da fare a baciare una per una, chi sul collo chi sulla
gota, le sue sette nipoti; ma alla fine si inchina dinnanzi a Silvina,
posa con galanteria le labbra sulla sua mano, e attentamente la scruta.
Sembra che cerchi qualche somiglianza nella sua memoria, qualche ricordo
che per il momento gli sfugge. Quindi con un gesto vago allontana questo
pensiero, come per dire:--Verrà più tardi da sè. E mollemente si adagia
sul divano, fra la matura Odette e Manon, la più acerba, come fra due
cuscini. Ma i suoi occhi si riposano su Silvina.
--Ne ero sicuro! esclama ad un tratto, battendosi la mano sulla fronte.
All'Alhambra, qualche sera fa, mi ricordo perfettamente d'averla veduta!
Non era lei, domanda premuroso a Silvina, alcune sere fa all'Alhambra,
in compagnia di un giovane di nome Silvio? E come Silvina accennava di
sì col capo, soggiunse:--Non riuscivo a ricordarmi, ma quello smeraldo
che ella porta al collo m'ha messo sulla buona strada...
--Anche la mia povera sorella, disse malinconicamente una delle ragazze,
aveva una collana con uno smeraldo simile a quello...
--E che ne è di Silvio? domandò lo zio Stanislao.
--Poverino, rispose pronta madama Humbert, lo hanno portato oggi
all'ospedale.
Lo zio Stanislao ha un moto di doloroso stupore e guarda attentamente
Silvina. Sembra che voglia ora rivolgerle una domanda indiscreta, e
infatti pensa fra sè:
--Questa donnina non può essere la moglie di quel ragazzo. Che moglie
volete che sia? Ha tutta l'aria di un passerino sperduto, che Silvio ha
raccolto chi sa dove.
E Silvina pensa a sua volta:
--Tutti mi hanno ammirata quella sera all'Alhambra. Non soltanto il
principe, ma anche quest'altro amico di Silvio.
Silvina sostiene per un attimo con fermezza lo sguardo languido che lo
zio Stanislao posa su lei, poi abbassa gli occhi, per lasciarsi
liberamente guardare.
--Povero Silvio! dice alfine lo zio. Come mai all'ospedale?
--Con una gran febbre, soggiunge pronta madama Humbert. Povera signora!
È rimasta sola...
E segue un lungo silenzio.
Lo zio Stanislao avrebbe voluto compiangere Silvina per l'ingrata sorte
di Silvio, ma Odette s'era alzata, e, presolo per le mani, lo tirò su
dal divano, e lo trascinò impetuosamente fuori del salotto. Poco dopo,
nella stanza vicina, s'udirono due o tre accordi di pianoforte, e la
voce di Odette incominciò a cantare:
-Vous dansez, Marquise,-
-d'un pied sì leger....-
Era un'innocente gavotte. Madama Humbert si curvò verso Silvina e le
sussurrò:
--Lo zio Stanislao le insegna un po' di musica ogni sera... Odette ha
tanta inclinazione!
Poi si raccolse in ascolto, e non si mosse più.
Silvina rimase silenziosa. Ora c'era una ragione di tacere, e se ne
rallegrò in cuor suo.
-La fleur est sans grace-
-certes auprès de vous....-
Delle sei ragazze rimaste nel salotto una se n'era alzata dal divano
dove stava sdraiata, per andarsi a sedere accanto a Silvina, sopra uno
sgabello. Silvina non sapeva se fosse Manon o Lulù, o proprio quella il
cui nome le era sfuggito. Ma spesso, volgendo il capo, ella incontrava i
suoi occhi che la guardavano e la sua bocca che le sorrideva. E lo
strano era che mentre le sue labbra le sorridevano dolcemente, i suoi
occhi continuavano a fissarla immobili, inespressivi. Erano occhi
grandissimi e belli, ma senza splendore, e distratti finchè vagavano qua
e là in cerca di un punto dove posarsi. Poi, quando finalmente si eran
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