vicina giungeva il parlottare di più persone. Io udivo distintamente le
loro voci, che erano di due donne e d'un uomo, e vedevo chiaramente,
malgrado la penombra, le cose che mi stavano intorno. Non mi sentivo
affatto turbato: anzi avevo una grande lucidità di sensi e un'assoluta
padronanza di me stesso. Provai a muovermi; andai verso le finestre,
dischiusi un poco le tende, vidi altre finestre, di fronte, e due teste
di fanciulli che sporgevano da un davanzale, e una portava una maschera
da arlecchino. Poi mi avvicinai al pianoforte, sfogliai il quaderno di
musica, lessi due o tre parole tedesche e una frase italiana---lento,
con passione---e rimisi ogni cosa al suo posto. Poi, ancora,
m'avventurai in un angolo per guardar da vicino il ritratto di una donna
giovane, molto giovane e bionda, che mi sorrise. Contento e soddisfatto
di tante prodezze, ritornai in mezzo al salotto ed attesi. Finalmente il
chiacchierìo nella stanza vicina tacque, la porta si aprì e Daria entrò.
--Daria!--esclamai subito inchinandomi, senza pensare che quel nome non
conveniva nè a me nè a lei, in quel momento.--È Carlo Clauss che mi
manda... Egli vorrebbe...
M'arrestai confuso. Daria era rimasta ferma nel vano dell'uscio e mi
guardava. Quello sguardo mi sgomentò.
--Clauss?--sibilò ridendo ironicamente.--Avrà sempre dei servitori ai
suoi ordini, questo signore? E anche voi siete del numero?
Si volse, sporse il capo nell'altra stanza e chiamò:
--Kate! Ave! Ave!
S'udì, in quello spaventoso silenzio, il rumore di un paio di ciabatte e
di due tacchi di legno. Una vecchia strega e una ragazzina di quindici
anni, tutta vestita di rosso, con i polpacci e le ginocchia scoperte e
un gran nastro rosso nei riccioli, bocca rossa, occhi bianchissimi e
immensi, s'affacciarono dietro le sue spalle e mi guardarono. La vecchia
guardò piuttosto il soffitto, rovesciando le pupille che erano velate di
bianco, mentre tutto il suo viso color di cera e orribilmente liscio si
torceva nello sforzo di attrarre un po' di luce in quei due poveri lumi
spenti.
--Soave! Guardalo!--esclamò Daria:--è uno di quelli di ieri sera! Kate,
cerca di vederlo, perchè ne vale la pena! È uno dei tanti sguatteri di
Clauss. Bella gente! Eccoli come son fatti! Che grandissimi signori!
Guarda che portamento, che chic, che cravattino, che pettinatura, che
profumo, che faccia da moccioso! Questi sono i padroni dell'Alhambra, i
conquistatori di donne!
Mi danzava quasi intorno, con tanti inchini, e smorfie, e sorrisi
beffardi, mentre con gli occhi pareva mi volesse divorare e graffiarmi
con le sue piccole unghie rosse. Poi come un turbine si precipitò sulla
porta, la chiuse sulle facce attonite della vecchia e della bambina, e
mi domandò:
--Che cosa può volere ancora da me il signor Clauss? Vuole che io cada
si suoi piedi, trafitta? Perchè non può vivere senza di me? Forse perchè
se non l'amo si uccide?
--No, no!--gridai.--Clauss non vi ama e non chiede nulla di simile.
Ella allora uscì dal vano dell'uscio, ridendo ancora, ma più umanamente,
e venne fino a me, mi porse la mano, come se con quel gesto intendesse
cancellare tutto il passato, ed ambedue ci sedemmo l'uno di fronte
all'altra in un angolo.
--Se è così,--mi disse,--eccomi pronta ad ascoltarvi. Ma come sapete voi
che Clauss non mi ama? Lui stesso ve lo ha detto?
--Sì,--risposi,--lui stesso...
--Ed è questa la vostra ambasciata? Soltanto questa?
Ella sembrava divenuta umile, docile, mansueta; ancora un poco ironica,
ma piena di dolcezza. Parlava senza levar gli occhi da terra, e la sua
voce aveva una soave musicalità: era calda e modulata, come un flauto.
Vedendola così diversa, così mite e benevola, io mi sentivo a poco a
poco mancare la baldanza di cui m'ero compiaciuto tanto con me stesso.
Già incominciavo ad avere idee confuse e un tremito nervoso dentro, non
so dove. Anch'io abbassai gli occhi. Ella, ora, taceva, certo in attesa
che io parlassi. Ebbi il pensiero di alzarmi e di fuggire. Ma non mi
mossi e cercai invece, faticosamente, qualche parola insignificante che
mi salvasse. Stando così, a capo chino, vedevo soltanto il lembo della
sua veste che era azzurra, di velo, un pizzo candido, molto lavorato (mi
ricordo, questa immagine è molto precisa) e la punta dei suoi scarpini,
che erano ricamati d'argento. Poi i miei occhi si smarrivano sul
tappeto, disegnato a grandi rose porpuree. Finalmente, dopo molto
cercare dissi:
--No, signora, non è tutto...
Il suono della mia voce mi stupì. Io non sapevo di avere una voce così
sottile, sottile e stonata; una voce così ridicola.
--Che c'è dunque ancora?--domandò Daria.
Sollevai il capo. Ella mi guardava, ora, con occhi un po' inquieti. Pure
continuava a sorridere, e la sua bocca rossa, molto molto rossa,
sorridendo si curvava ad arco. Sembrava che volesse dirmi con quello
sguardo e quel sorriso:
--Che può esserci ancora? Vedo bene che sei un buon ragazzo. Soltanto
hai una cravatta orrenda, veramente brutta e volgare.
--Ecco,--soggiunsi:--Clauss desidera che voi veniate a cena da lui
questa sera. Egli si pente di avervi offesa. Forse non lo credete?
Eppure parlandomi di voi, oggi, e di quanto è accaduto, Clauss
piangeva... Vi giuro,--esclamai con maggior forza, senza sapere nemmeno
di mentire,--vi giuro che piangeva dirottamente!...
--Ah!--continuai con l'impeto di un insensato,--voi non potete
immaginare quanto egli soffra, e come sia degno della vostra pietà.
Bisogna conoscerlo, e amarlo (sì, amarlo, anche, un poco, un poco
almeno), per comprendere ciò che si cela sotto l'impassibilità del suo
volto... Non si giudicano gli uomini dalla faccia, non si possono
giudicare. Quell'impassibilità è una maschera, signora, niente altro che
una maschera, una tristissima maschera. Chi indovinerebbe in lui un uomo
che deve morire?
--Ah! Ah! Tutti dobbiamo morire,--interruppe Daria.--Non è un'eccezione!
--No! Non tutti. V'ingannate. Non tutti dobbiamo morire!--M'arrestai
spaventato delle mie parole e mi sforzai di ridere.
--Dico, voglio dire, perdonatemi, che non tutti hanno i giorni
contati,--continuai.--Abbiamo forse tutti i nostri giorni contati?
Ebbene: Clauss ha i giorni contati. Niente può salvarlo. Oh! signora, è
triste vedere un uomo morire, ascoltarlo mentre rassegnato, eppure
accorato, vi dice:--Fra poco morirò, me ne andrò per sempre. Immaginate
una realtà più angosciosa, un addio più commovente? Che differenza
esiste fra lui, Carlo Clauss, e un uomo condannato a salire il patibolo,
all'alba di un giorno stabilito, in quell'ora precisa, allo scoccare di
quel minuto, non un istante prima, non un istante più tardi? Mi è stato
detto che un uomo, sul punto di essere giustiziato, chiedesse in grazia
che gli fosse portato un fiore, un fiore rustico, una di quelle piccole
violacciocche che hanno un po' il profumo del reseda. Ebbene, quando
alfine gli fu portata, nella cella della sua prigione, ed egli l'ebbe
odorata a lungo, più volte, la sua faccia si illuminò di beatitudine, e
disse:--Ora sbrigatevi. Ora sono felice. È una morte storica, un
esempio! Sì, signora, si legge in un'antologia. Così Clauss...
--Basta, basta, per carità!--esclamò Daria posando una mano sulla mia
bocca.--Mi farete morire di crepacuore!
Quella mano tepida, molle, molle e carezzevole, posava sulla mia bocca.
Io sentivo che era tepida e profumata, e che indugiava sulle mie labbra.
Ebbi come un principio di vertigine, sollevai la mano fino a toccar
quella mano; poi la ritrassi e chiusi gli occhi. E la mano se ne andò,
strisciando, carezzandomi il mento, leggiera, lenta, ed io rimasi con il
profumo di quella carne sulla bocca.
--Ebbene?--domandò quella voce.--Che cosa volevate dire? Che io sia per
lui come un fiore? Come una violaciocca, un piccolo fiore di campo?
Io volevo rispondere:--No, no! Non dovete andare. Non voglio!
Ma ero come assonnato. Udivo, vedevo, comprendevo, ma non potevo nè
muovermi, nè parlare.
--Che io vada?--mormorò (ed era nella sua voce qualche cosa di più
commovente che il pianto, di più tenero che una carezza, di più dolce
che una parola d'amore),--che io vada? Perchè egli dica di me, domani,
come ieri:--Quella donna è doppia come un serpente?--oppure:--Ella è
venuta ad offrirsi ma io non l'ho voluta?
--No!--esclamai,--Clauss non dirà questo. Io sarò presente. Noi ceneremo
insieme sulla veranda, ed egli non potrà insultarvi...
--Ah! tu non lo conosci!--(ella disse così: -tu- non lo
conosci).--Clauss è capace di tutto.
La sua voce era tanto ferma che ne rimasi sconcertato. No, non ero
ancora perfettamente lucido. Avevo un folle desiderio di piangere.
Pensavo:--Se non viene questa sera forse non la vedrò più, mai più. E mi
pareva di perdere un gran bene, una gran gioia, non potendole stare
accanto per qualche ora, di notte, alla luce delle candele, sulla
veranda, nell'intimità di una piccola tavola imbandita.
--Ma che v'importa di lui?--gridai.--È una grazia che vi chiedo per me,
per me solo!
Caddi in ginocchio, le presi le mani, vi posai sopra le labbra e rimasi
così, curvo, attonito. E stando così, curvo, sentii un contatto caldo,
una calda carezza sui miei capelli, (io tenevo strette le sue mani
contro la mia bocca), una carezza assai lunga e calda sui miei capelli.
--Anche tu sei moribondo?--chiese la sua voce, vicinissima.
--Daria, Daria,--mormorai,--non mi disprezzate? Non vi ricordate di
ieri? Delle mie parole?
--No,--disse,--non mi ricordo. Non voglio ricordarmi.
--Mi perdonate?
--Sì,--disse,--ti perdono. E soggiunse, dopo una pausa, parlando ancora
più sommessa:--Verrò, verrò questa sera...
Allora il mio fervore cadde. Mi sollevai e, senza guardarla in viso,
ancora una volta le baciai le mani, e me ne andai.
Uscendo sulla strada soleggiata, provai l'impressione di destarmi da un
sogno. I colori, la forma delle case, le persone che stavano affacciate
alle finestre e sugli usci o che passavano accanto a me; le loro voci;
un pappagallo sul trampolo; l'insegna d'un'osteria, un fanciullo che
saltava dinnanzi ad una porta rossa; tutto quel rimescolio di gente,
quella varietà di colori, l'intensità della luce, mi stupirono come se
avessi lasciato il mondo buio, muto e deserto, e lo ritrovassi ora
illuminato, sonoro e popoloso. Da quegli uomini e quelle donne (essi
ridevano forte, parlavano, si salutavano, si chiamavano da lontano, si
rincorrevano), da quel frastuono di grida, di risa, di canti, di rumori,
di musiche (il rotolare saltellante delle carrozze, lo schioccar delle
fruste, i carri, lo sbatacchiar degli usci), si comunicò a me un
desiderio infantile di correre, di ridere, di cantare, di partecipare,
anima e corpo, a quella vita che si manifestava tutta alla superficie,
come la spuma di un vino leggiero e inebbriante. Guardai il mio
orologio: era ancora molto presto. Camminando celeramente, mi sembrava
di esser portato dal vento, tanto mi sentivo felice.
VII.
Non so perchè gli angioli che si vedono negli antichi pittori e quelli
che si librano sulle loro grandi ali variopinte, le pieghe dei camici
piene di vento, sotto le grandi cupole delle chiese, abbiano tutti
sembianze femminee, lunghi riccioli bene inanellati, e negli occhi
un'amorosa luce. Noi le contempliamo da fanciulli, con vergine
maraviglia, quelle incantevoli immagini, e ci insegnano ad adorarle,
perchè sono la bellezza, la purità, l'amorosa musica del cielo. La
nostra infantile fantasia, dipingendo poi di sogni la terra, scopre nel
viso di nostra madre, in quel volto giovine e bello che si curva sopra
di noi ogni sera a chiuderci con un bacio le palpebre al sonno, che ci
veglia amoroso quando l'incubo ci desta improvvisamente in piena notte e
il buio e la solitudine sono come un baratro che ci riempie di spavento,
o quando, malati, la febbre suscita sinistri fantasmi da ogni angolo
della stanza, la nostra fantasia scopre tratti di somiglianza con quelle
soavi immagini di paradiso, lo stesso candore, una grazia uguale, una
dolcezza altrettanto soave e serena per cui quel caro volto altro non è
che angelico. Così la bellezza, il candore, la pietà, l'amore sono e
rimangono per noi definitivamente tanti attributi della femminilità, che
fanno di ogni donna, ai nostri occhi, una creatura celeste.
M'ero seduto in un angolo dei giardini pubblici, dove un piccolo
specchio d'acqua offriva il suo grembo translucido a un ponticello di
ciliegio, nella pia ombra di quattro enormi salici. Quell'angolo era
deserto, e soltanto oltre alcune aiuole, dietro bei ventagli di palme,
passeggiava la solita gente oziosa. Così, indisturbato, richiamavo alla
mia memoria ad una ad una le fugaci impressioni di poco prima, e potevo
tenerle ferme sospese dentro di me, analizzarle a lungo con calma,
godendone finchè ne ero sazio. Scomponevo in mille parti la figura di
Daria, per ricomporla poi tutt'intera in quell'immagine unica che mi era
rimasta fissa negli occhi fin dalla sera prima. Ed erano ogni volta
meraviglie e palpiti, come se mi fosse apparsa viva soltanto allora da
un sogno incerto e intricato.
--Hai veduto come sotto la sua pelle diafana corrono le vene azzurrine?
domandavo a me stesso. Che fragilità hanno le sue tempie, i suoi polsi!
Come il suo cuore è indifeso! Le mani... le dita affusolate, le palme
rosee e concave come i grandi petali del loto... Le muove lentamente
quasi le sostenesse e le portasse l'aria: senza peso. Strana, strana
cosa! Hai veduto? Chi ti ha detto che i suoi occhi sono neri? Come hai
potuto sbagliarti? Sono azzurri e verdi... Ma la pupilla è enorme e le
ciglia sono violette. Forse è nero lo sguardo, non gli occhi! E che
grazia! Quando inchina la fronte e il suo viso s'adombra, sembra che si
nasconda sotto i riccioli pesanti e cupi. Allora ti guarda dal basso,
come una colomba innamorata, col capo un poco piegato sulla spalla, e
sempre sempre sorride...
Tra due ventagli di palma, vidi d'un tratto veramente un volto ombrato
che mi sorrideva, uno strizzar d'occhi e due labbra scarlatte che mi
facevano: pss pss... E poi un ventaglio si abbassò e apparve un gran
cappello di paglia, e poi un braccio, e poi una gamba sottile e lunga, e
poi un gonnellino rosso che si gonfiò in un salto e si posò accanto a me
sul sedile.
--Non mi riconosci?--domandò una voce acuta come un allegro campanellino
d'argento.
M'inchinai sorridendo, senza parlare.
--Com'eri buffo!--continuò quella voce.--Che ridere ho fatto, che
ridere! E non dicevi niente! Nemmeno un fiato! Eri buffo da morire!...
--Capisco!--dissi.--Lei, signorina, deve essersi divertita moltissimo...
Ma io...
--Ma tu? Ma tu dovevi ridere più di me, ragazzo mio!--esclamò con tono
grave di rimprovero.--Non la conosci dunque? La prima volta è così con
tutti...
--Ecco,--dissi:--a lei forse sembrerà facile... Ma per me è diverso. Io
sono un uomo.
--Un uomo!
Allargò le braccia sulla spalliera del sedile, stese le gambe, puntò in
terra i tacchi alti delle sue scarpette e rovesciando indietro il capo
disse con semplicità:
--Dammi pure del tu... Tutti quelli che danno del tu a Daria possano
dare del tu anche a me...
La guardai stupefatto. Ella rispose calma a quello sguardo:
--È inutile che tu ti meravigli... Sono Soave.... sua sorella.
Strana creatura! Il suo corpo aveva quindici anni: era infantile, ancora
magro; magre le gambe che dal ginocchio in giù uscivano dal gonnellino
fatto di tutte piccole pieghe; magre le braccia, nude dalla spalla, alla
cui estremità pesavano due grosse mani arrossate, che parevano prese in
prestito a qualche gran donna e attaccate con un grosso chiodo ai suoi
polsi. E il suo viso era invece senza età, e somigliava a quello di
Daria come la copia mal riuscita d'un'opera d'arte, esatta in ogni sua
parte, sbagliata nel suo insieme. I suoi occhi erano tutto bianco,
appena adombrati da rade ciglia, e parevano sempre dilatati in uno stato
ipnotico. L'ovale del volto terminava in un mento aguzzo, che cominciava
quasi sotto le orecchie, ed era tagliato a metà da una bocca carnosa e
sanguigna, inutilmente arrotondata da due piccoli punti di rossetto.
Solo i capelli, che in lunghi riccioli le rotolavano sulle spalle, erano
gli stessi capelli di Daria, neri e azzurri, e pesanti come il ferro.
--Ah! io capisco tutto!--esclamò dopo un breve silenzio, guardando
fissamente i rami del salice che ci piovevano sul capo.--Perchè non
dovrei capire? Perchè sembro ancora una bambina? Ma non sono più una
bambina... È un pezzo che non lo sono più... I vecchi le capiscono
queste cose! Quel signore che venne a trovarci sabato scorso, credo che
sia un senatore, un conte, che ha quelle belle basette arricciate (lo
avrai incontrato mille volte) ah! ah! mi dette subito ragione. E mica
solo con me! Anche a Daria lo disse:--Lascia andare, amica mia... Soave
non è più tanto bambina...--Ma voi giovani queste cose non le volete
capire. Ebbene io so tutto, come te, e come Daria... Tutto, tutto...
--Ma io, veramente,--dissi impacciato,--io non so niente...
--Povero piccolo!--esclamò la signorina Soave.--E allora io ti posso
insegnare... È da ieri che sto con l'orecchio attaccato agli usci! È da
ieri che Kate mi racconta tutte le storie che sa, da quando è nata... Ma
si ostinano tutti a tirarmi per le trecce e a guardarmi ridendo le
sottane corte! Piacerebbe anche a me avere la coda lunga un metro, e le
scarpine di raso d'oro, e un bel diadema con un paradiso in testa... E
che cosa sono questi cappelloni di paglia con le ciliege che mi fanno
portare?
Con un gesto sgraziato si strappò di testa il grande cappello di paglia
di Firenze, tutto coronato di ciliege rosse, e lo gualcì, lo pestò con i
pugni chiusi, e me lo riaprì sotto il naso. Poi mi si buttò con tutto il
suo peso contro la spalla e guardandomi sorridente mi confidò:
--Vuoi sapere come mi piacerebbe un cappellino? Come quello che ho
veduto ieri in una vetrina del Corso... Era di paglia blu rossa e nera,
lucida lucida tutta arricciata, tutta tutta arricciata la tesa, e poi un
nastro di seta scozzese con un gran fiocco da un lato, e la cupola
invece liscia e intrecciata, che faceva un disegno di tanti piccoli
quadrati neri rossi e blu. E di sotto al fiocco usciva un uccellino
piccino ma con una coda lunga e sottile, terminata da piccole pagliuzze
d'argento che sembravano goccioline di rugiada. Quella era una bella
cuffietta! Coi capelli neri, i colori vivaci mi stanno che è un amore.
--E perchè non dice a Daria che le regali questo cappello?
--Ah!--sospirò.--Se io dovrò aspettare Daria non ne avrò mai di cappelli
come quello!
Rimase silenziosa qualche minuto, giocò con i riccioli, poi domandò:
--Quanto immagini che possa costare? Chissà che somma esagerata pensi
tu...
Io scossi il capo ed ella soggiunse:
--Venticinque lire...
Mi guardò come aspettando da me qualche gran segno di stupore. Poi disse
malinconica:
--A tutti piace Daria. Eppure è molto sciupata... Anche a te piace
molto?
--Molto? Non so...--risposi.
Poi domandò ancora:
--Quanti anni hai tu?
--Vent'anni,--risposi.
--E io ne ho quindici, quasi sedici...
Ancora una volta mi guardò, ma quel suo sguardo non mi disse nulla. Mi
ero già distratto e già ripensavo che la sera era prossima, e che avrei
riveduto Daria fra poco, e forse quel nuovo incontro sarebbe stato
decisivo. Forse avrei potuto rimanere solo un istante con lei, forse
baciarle la mano, certamente stringergliela fugacemente, nell'ombra
discreta o sotto la tovaglia. Ella avrebbe avuto al collo qualche
gioiello maraviglioso e la sua gola mi sarebbe sembrata più candida e la
sua bocca più rossa. E vidi senza allontanarmi dalla mia cara immagine
la piccola irrequieta, la piccola ciarliera, Soave, alzarsi dal mio
fianco, la sua testa ricciuta scomparire di nuovo sotto le grandi tese
spioventi del cappello, e le sue grosse mani spianare in fretta in
fretta le pieghe gualcite della sottana. A un tratto mi si buttò sulla
bocca, mi dette un morso, e fuggì via gridando:--Arrivederci quando
sarai sveglio!
Ed io non capii allora che era un bacio.
VIII.
Prima di andare da Clauss, passai da un mercante e comprai una cravatta,
una bella cravatta azzurra con certe macchie d'oro che sembravano stelle
in un cielo da presepio. Fra cento e più cravatte, io vidi quella, in
fondo a una scatola e la riconobbi. Questo fortunato incontro mi
rallegrò, e confortò le mie speranze che, allora, erano in fiore. Poi me
ne andai a casa e lo specchio s'ebbe la mia immagine come non l'aveva
avuta mai, e vide che le mie mani sapevano, all'occorrenza, fare
miracoli. Agghindato, e con un profumino tenue tenue nei capelli, e con
quella meravigliosa cravatta, passai l'uscio. Sull'uscio incontrai
Sterpoli carico d'involti, con un gran mazzo di fiori in mano, che
rincasava.
--Ohè!--gli dissi.--Hai più veduto nessuno? Com'è finita? Bene o male?
--Bene,--rispose;--ogni cosa per la sua strada.
--Ma Daria? Che mi dici di lei?
Egli levò su me uno sguardo sospettoso e brontolò:
--Non scherzare. Non parlar così forte.
Entrò in casa ed io me ne andai.
Poco dopo noi eravamo, tutti e tre, seduti intorno a un piccolo tavolo,
sulla veranda, avendo per unico lume la luna. L'aria era così azzurra,
trasparente ed immota che ci pareva di essere immersi nella profondità
di un lago; di vivere la beata vita dei pesci. Daria portava un abito
verde e un nastro pure verde fra i capelli. Dinnanzi a noi fumavano
delicate vivande: una moltitudine di gamberetti galleggiava in una salsa
verde, fra ciuffi di erbe aromatiche. C'erano, sulla tavola, molti
bicchieri, e due anfore di vino chiaro, e molte cose luccicanti. Le mani
di Daria si posavano come farfalle, come farfalle, su quelle cose
fragili.
--Un po' di vino,--diceva di quando in quando.--Un grano di sale... Una
presa di pepe... Un zinzino di pepe, poco, poco...
Seduto di fronte a me, Carlo Clauss la serviva con gesti rapidi,
chiedendo ogni momento:
--Così? Ancora? Poco? Basta?
Tre gigli candidi (noi tre!) stavano in un vaso, al centro, tre grandi e
candidi gigli, in un vaso, candidi e immobili, d'un'immobilità rara
nelle cose della natura. Daria spesso si curvava per odorarli.
--Ecco ciò che basta alla nostra felicità,--diceva Clauss.--Non vi pare?
Ah! se sapessimo accontentarci!
--O gioia di vivere!--pensavo io, esaltandomi. Quella cravatta nuova
(veramente splendida) mi dava un po' di noia intorno al collo e cercavo
di dimenticarla.
--Sì, cara,--continuava Clauss con voce misurata, con sorrisi brevi e
volubili,--è così. Dove ci conduce talvolta il nostro insensato
desiderio di godere? Eh! eh! Un sorso, un sorso solo, una goccia Daria!
No? Non credete che il segreto della felicità sia semplice? Cesare
rientra nella propria casa dopo il trionfo, e incontra Calpurnia, o
Poppea, (non ricordo bene) sulla porta del triclinio.--Calpurnia, dice,
il tuo abito è poco casto per la moglie di Cesare! I suoi occhi cadono
sul servo, che la segue agitando i ventagli, e pensa:--Tu sei troppo
bello per il marito di Calpurnia. E la sua grande felicità, il suo
smisurato orgoglio, annegano in questi due pensieri, in due pensieri
tanto volgari. Valeva la pena di soggiogare le Gallie? Soltanto
bisognava capire prima che la felicità era nelle belle mani di Calpurnia
e non ai confini dell'Impero.
--Sei straordinario!--esclamai.--Bevo alla tua salute e a quella di
Cesare!
Daria mi guardava raramente. I nostri ginocchi si sfioravano sotto la
tavola. Io guardavo Clauss, pensavo:--T'inganni! Non è venuta per te! E
cercavo di cogliere sul volto di Daria un sorriso intelligente, uno di
quei sorrisi che sono come fili tesi fra due bocche, fili di ragno,
invisibili; un bacio invisibile, un bacio rubato ad occhi che fingono di
non voler nulla donare.
--Sono straordinario?--domandò Clauss.--In che cosa, se è lecito?
--Dico che inventi a meraviglia,--risposi.--Questa storiella di Cesare,
di Cesare e di Calpurnia, mi sembra nuova. E a voi, Daria?
Sempre in attesa di quel sorriso, volevo che ella si volgesse verso di
me. Ma Daria succhiava la coda di un gambero, rosso fra le sue dita
bianche, e non si mosse.
--È frutto dell'esperienza,--disse Clauss.--S'impara a inventare. È come
dire che sono vecchio.
--Povero Clauss!--mormorò Daria.--È veeecchio!
--Perchè ridete?--domandò Clauss.--Non è poi una cosa tanto ridicola. La
vecchiezza ha, per un uomo, il suo lato interessante. E poi, non tutti
invecchiano allo stesso modo. Per una donna no; ma per un uomo
incomincia una età quasi beata. I desideri possono finalmente
conciliarsi con l'impossibilità di soddisfarli; la quale, se non erro, è
di tutte le età. E vi sembra una cosa da nulla? Accontentarsi delle
gioie possibili? Non scartarne neppure una piccolissima parte? Ah! che
scienza difficile!
--Ecco,--continuò dopo un minuto di pausa, rivolto a Daria:--poichè a
questo ragazzo piacciono le favole, se permettete, vorrei
raccontargliene una brevissima a questo proposito. Non vi annoio? No?
Dunque, dimmi: ti sei mai domandato, tu (si rivolse a me, con queste
parole), come mai Platone non si sia curato di tramandarci la propria
opinione sul sacrificio di Fedone? Se cioè lo stimasse piccolo o grande?
In fondo, Fedone era un bello e stupido ragazzo, il quale non possedeva
se non quei riccioli biondi che, per onorare Socrate, si tagliò. Quella
chioma era senza dubbio tutto il suo orgoglio e la sua massima felicità.
Eppure senza esitare un istante si pelò, come un altro si sarebbe
ucciso. Ma egli invece continuò a vivere e a mostrarsi in Atene con
quella testa pelata. Ebbene: fece malissimo. Io dico che non si
sacrificano tanto leggermente riccioli così belli, quando non si ha con
che cosa sostituirli.
--Scusate,--mormorò Daria con candore,--chi è Fedone? E non gli sono più
ricresciuti i capelli?
Si aspettava un dolce, un pasticcio di frutta. Quelle parole di Daria mi
esilararono. Mi agitai, le versai da bere; ma neppure allora mi riuscì
di annodare quel filo invisibile, quel sorriso intelligente tra le sue e
le mie labbra. Daria parlava poco e non si volgeva quasi mai a
guardarmi. Le sue ginocchia, sotto la tavola, rimanevano inerti.--Come
mai?--pensavo.--Finge? O si è dimenticata? Spesso la sua mano si posava
sulla mano di Clauss, quando gli domandava:--Per favore, un sorso di
vino... un pizzico di caviale... una presa di sale... E, intanto, la
luna continuava a crescere e ci guardava dall'alto, ed era paffuta e
beffarda come la vedono i fanciulli. Il mare, la brezza leggiera e
variabile, la notte dolcissima cantavano intorno a noi; un rosignolo
solitario intonava nell'ombra i suoi minuetti da bambole, le sue «ute»
giapponesi. Fu portato un pasticcio di mele; portarono anche due nuove
anfore di vino.
--Pare davvero impossibile che noi siamo insieme a cena!--disse Clauss.
--Perchè?--domandò Daria.
Accostandosi al suo orecchio, Clauss mormorò:
--Volete sapere la verità? Siete una bimba maliziosa!
--Io?--domandò Daria, curvandosi verso di lui.
--E chi dunque?
--Ah! questo Clauss!--esclamò Daria, guardandomi finalmente.--Si burla
sempre di me!
Ora io mangiavo in silenzio, a capo chino, trangugiando un boccone dopo
l'altro. Che cosa significavano quei sorrisi ambigui e quelle parole
confidenziali dette a mezza voce? Quegli sguardi interrogativi e quelle
moine da scimmia? Non mi ricordavo bene, ma mi pareva di ricordare di
aver letto, non so dove, forse nella Bibbia, alcune parole, una frase,
un pensiero sulle donne. Qualcuno aveva scritto o detto:--Quando guardo
le donne mi sembrano scimmie bianche. Infatti io guardavo Daria e
pensavo:--È vero, sembrano scimmie bianche, scimmie bianche e pelate. E
sentivo nascere in me una viva antipatia, un senso sgradevole, qualche
cosa che mi ripugnava dentro. Eppure pensavo:--Non è niente. Sembrano
scimmie bianche, ma sono donne. Pensavo:--Non sarà niente. Ella finge. È
necessario. Guardavo la luna che sembrava un'enorme maschera
bernoccoluta e dicevo a me stesso:--Dopo tutto, chi non finge? Bisogna
portare una maschera. Per questo fu inventato lo specchio.
--Non ti pare, Clauss,--domandai a un tratto,--non ti pare che si finga
molto? Dico, che si portino molte maschere?
--A che proposito?
--Ecco,--soggiunsi,--non so a che proposito. Dico che nella vita si è
costretti a fingere. E che, talvolta, non se ne può fare a meno, e
allora si porta una maschera.
--È purtroppo vero,--rispose,--si portano molte maschere.
Ed io pensavo:--Che bestia! Non si accorge che mi burlo di lui. Ma
Clauss non badava a me, ed io volevo chiedere a Daria:--Ditemi! Non è
vero che, dopo tutto, è molto facile fingere? Temevo che ella scoppiasse
a ridere e che Clauss si avvedesse dello scherzo. Daria infatti rideva.
Rideva e mi guardava. E anche Clauss mi guardava, sorridendo
ambiguamente. Alfine mi toccò una mano e mi disse:
--A proposito di maschere: non potresti andare un minuto in salotto a
prendere quella mascherina giapponese che è sul tavolo, con quei baffi e
quegli occhi terribili?
Mi alzai e andai a prendere la maschera giapponese. Ma quando fui nel
salotto mi pentii d'essermi mosso e ritornai correndo sulla veranda.
--Ecco,--disse Clauss a Daria:--tenete questa maschera di babau per
ricordo di quell'altro me stesso che abbiamo seppellito stasera.
Clauss parlava con intenzione. Sì: vidi subito che quel sorriso non era
naturale, che non era come tutti gli altri; e quelle parole, in
apparenza così semplici, quelle parole mentivano. Mi sembrava che Clauss
si fosse avvicinato a Daria durante la mia assenza e che i loro gomiti
si toccassero continuamente. Le mie mani erano impacciate nei loro gesti
come se gli oggetti, sul tavolo, fossero stati mossi, ed io stentassi,
ora, a ritrovarli o a schivarli.--Che cosa c'è che non va?--pensavo
perplesso, e cercavo di nascondere il mio turbamento portando spesso il
bicchiere alle labbra per bere un sorso.
--No, no!--disse piano Daria ad un tratto.--Ci guarda. Non è possibile!
--Che importa?--sussurrò Clauss, e si accostò ancora più a lei.
Essi erano così vicini che i loro capelli si toccavano. Allora,
improvvisamente, una gran luce si fece in me e mi alzai di scatto con un
grido soffocato. Sotto l'urto delle mie ginocchia la tavola si rovesciò
con fracasso immenso di stoviglie e di vetri. Agitai le braccia,
inciampai nella tovaglia e caddi anch'io con tutto il resto. Ma mi
sollevai subito, e udii che qualcuno rideva vicino a me, molto vicino a
me, quasi al mio orecchio. E poi udii il rumore di un bacio, di due
baci, molto chiaro. In un angolo, immobili, stretti l'uno contro
l'altra, Clauss e Daria mi guardavano. Quantunque la ombra fosse fitta
ed io avessi un velo opaco, un velo caldo e opaco dinnanzi agli occhi,
vidi i loro volti gota contro gota, e le loro quattro pupille che mi
fissavano sfavillando. E vidi anche come le loro mani si cercassero
sotto gli abiti, e la donna avesse i capelli sciolti e la gola più nuda,
e un che di candido, di molto bianco sul fianco...
IX.
Quella macchia bianca mi rimase negli occhi. Quella macchia bianca,
senza nè forma nè sostanza, molto vaga e mobilissima, correva innanzi a
me mentre andavo strisciando contro i muri, per vie buie e strette,
senza veder nulla se non quella macchia bianca che saltava nell'ombra.
Dovunque volgessi lo sguardo, la ritrovavo; sul marciapiede, sulle case,
vicina e lontana, sempre egualmente mobile e bianca. Chiudevo gli occhi
ed essa si rifugiava tra le pupille e le palpebre; e non potevo in
nessun modo liberarmene. A un tratto urtai contro un corpo duro e provai
un acuto dolore alla fronte. Toccai, e la mia mano si sporcò di sangue;
sentii una goccia calda scendermi dalla fronte sul viso. Col fazzoletto
premetti la ferita e continuai a camminare. Mi pareva di udire un suono
di banda lontano ma molto distinto, una fanfara marziale, con prevalenza
di trombe, di tamburi e di piatti, al cui ritmo cercavo di misurare il
mio passo. Non sapevo dove andare. La testa mi doleva, e
pensavo:--Questa cravatta, questa maledetta cravatta mi soffoca...
Finalmente, dietro un arco, vidi una luce scialba nel buio, una porta
illuminata. Dall'osteria non usciva nessuna voce, nessun rumore. Spinsi
la porta ed entrai. L'oste stava seduto in fondo, dietro il banco, tra
le bottiglie e i caratelli. Mi guardò (era guercio) e non si mosse. Io
mi sedetti a un tavolo, battei il pugno due o tre volte, e gridai che mi
portasse da bere. Egli si alzò, mi portò il boccale e il gotto, e rimase
appoggiato all'altra sponda del tavolo, a guardarmi. Mi sembrava che il
suo viso giallo e gonfio fosse liscio come una zucca, e che quell'unico
occhio, umidiccio e peloso come un ombelico, gli si aprisse in mezzo
alla fronte. Quell'occhio mi stizzì a tal punto che, per non vederlo,
gli voltai le spalle. Poi inzuppai nel boccale il fazzoletto e
incominciai a inumidire la mia ferita.
--Se mai un po' d'aceto, signore,--disse l'oste.--Il vino non serve...
Aveva la voce di una chitarra, di una chitarra fessa.
--Va bene!--gridai inviperito.--Che te ne importa?
Egli se ne tornò dietro il banco, a rintanarsi fra le botti. Il mio
dolore cresceva. Se per poco cercavo di dirigere la mia attenzione sopra
una qualunque delle cose che avevo intorno, subito rivedevo quella
macchia bianca, bianca e inafferrabile, e il mio tormento cresceva tanto
da non poterlo più sopportare.
--Ho la faccia sporca di sangue,--pensavo,--ma che importa? Non è questo
che mi tormenta. Anche i Ciclopi avevano sangue rosso (rosso o azzurro?)
e un occhio in mezzo alla fronte. Erano come scimmie bianche,
gigantesche scimmie pelate, i Ciclopi. Ma che importano ora i Ciclopi?
Improvvisamente un colpo di vento sparpagliò questi pensieri sconnessi,
mi ricordai e scoppiai in singhiozzi. Piangevo, e tutto ciò che non
volevo ricordare mi ritornò alla memoria, e vidi ogni cosa come era
avvenuta.--Daria! Daria!--urlavo in me stesso, e pareva che avessi una
voce tonante e assordante, una voce immensa.--Daria!--e non sapevo
trovare se non questa parola unica, questa parola fatata, e ripeterla in
me stesso fino a stordirmi, fino al punto di non comprenderla più. Non
sentivo ormai nessun male alla fronte. Il male era tutto dentro, una
piaga dolorante e spasimante al posto del cuore, un coltello che mi
colpiva, senza tregua, sempre al cuore. In tanta angoscia a volte pareva
che la mia vita intera si arrestasse, e l'anima rimaneva sospesa, come
sul punto di abbandonarmi.
Infine l'oste si mosse e mi battè sulla spalla.
--Ora basta,--disse.--Ora si chiude e andiamo via.
--Andiamo via?--balbettai.--Ma dove, dove andiamo?
Egli sogghignò. S'era messo un berrettone nero in capo e una sciarpa
intorno al collo.
--Queste disperazioni io le conosco!--disse mentre mi alzavo.--Per pochi
soldi qualcuna te le farà passare.
Mi sbattè la porta dietro le spalle ed io ricominciai a camminare a
caso. Con un certo sforzo compresi che di fronte a me stava il mare e
che quella striscia d'argento, interminabile, era la luna sull'acqua, e
che quel rumore fastidioso era appunto il rumore dell'onda. La luna
fendeva le nuvole grige di perla.--Bum! bum! scioc scioc! cu cu! bau
bau!--e di scoglio in scoglio mille grida confuse, lugubri, beffarde, si
propagavano con lunghi echi.
--Mi ucciderò!--dissi.--Perchè non uccidersi? È molto semplice, molto
facile...
Il desiderio di morire era così forte che già mi pareva d'esser morto e
di vedere ogni cosa da lungi, dall'alto di un monte, di una montagna
altissima tra le nuvole. Giunsi fino all'estremo limite della spiaggia;
poi mi volsi e rapidamente me ne tornai a casa.
Nella mia stanza c'era qualcuno che russava. Era buia, ma nella penombra
scorsi una forma umana sul letto: un uomo vestito che russava. Accesi un
lume. Sterpoli stava placidamente disteso e addormentato sul mio letto.
--Sterpoli!--gridai afferrandolo per un braccio.
Egli scosse il capo, sospirò, si volse sopra un fianco, senza aprire gli
occhi.
--Sterpoli!--gli urlai in un orecchio.--Svegliati!
Allora egli tentò di rizzarsi su un gomito. Ma ricadde subito e cominciò
a mugolare:
--No, non voglio... Per amor di Dio... Bambola... Un po' d'acqua. M'è
rimasta una lisca in gola...
--Che lisca!--esclamai.--Sono io!
Sterpoli schiuse finalmente gli occhi e si guardò intorno stupidamente.
Si toccò la fronte e poi rise, d'un riso idiota idiota, da ubriaco.
--Ah! ah! sei tu?--disse.--Sì, sì, mi ricordo. Ma lei dov'è andata? Mi
scappa sempre, quel demonio! Non sta ferma un minuto.
Si mise a sedere sulla sponda del letto e mi fissò attentamente, a
lungo, perplesso.
--Scusa,--disse poi,--non ti avevo riconosciuto. Ora ti vedo... Sei tu.
Tese la mano verso di me e ammiccando soggiunse:
--Anche tu hai bevuto. Ti si vede il vino rosso, sulla faccia. E che
vuol dire? Si beve. Ma perchè si beve? È chiaro. Si beve perchè si ha
sete, molta sete, sempre sete. Tu le dici:--Su via, amore, sii buona.
Dammi un bacio, un bel bacio... Porgi la bocca e senti che non c'è
niente; non trovi mai niente con la bocca. Dici:--Perchè dunque non vuoi
darmi nemmeno un bacio? Sii ragionevole, trottola. Tutti abbiamo diritto
di vivere. Non è vero? Ora, che c'è di male se certi uomini hanno un
cuor tenero, un cuore di burro? E che c'è di male in un bacio? E lei
ride e ti risponde:--Va là, allontanati. Non mi voglio sporcare. Allora
è quando si cerca la bottiglia e si beve. Sì, fratello mio: questo ci
consola...
Io l'ascoltavo. M'ero seduto accanto a lui, sul letto, rassegnato ad
ascoltarlo.
--Fratello, fratello mio...--continuò prendendomi una mano e
stringendola fra le sue,--io ti volevo domandare qualche cosa di molto
importante. Sono venuto proprio per rivolgerti una domanda. Ho detto fra
me:--Quel ragazzo m'ha l'aria di uno che può illuminarmi con un
consiglio leale.--E ti ho aspettato. Ora ti domando:--Perchè noi ci
consoliamo così presto? Un po' di vino basta dunque davvero? Ah! quanto
mi addolora! Tu non sai quanto mi affligga questo pensiero sciocco che
un po' di ebbrezza basti per consolarci. Vogliamo forse essere consolati
dal vino? No! No, noi non chiediamo queste consolazioni. Tu dici:--No,
Sterpoli, ciò ci lascia indifferenti. Ed io ti rispondo che è vero, e
che noi non vogliamo consolarci. Noi vogliamo godere. Noi vogliamo
amare. Noi vogliamo che quando le diciamo, supplichevoli:--Su, amor mio,
mia vita, dammi un bacio!--ella risponda con un bacio. E che questo
bacio non mentisca; che ella non pensi, mentre tu senti che in realtà un
bacio s'è posato sulla tua bocca, un bacio tepido come una colomba, non
pensi:--Contentiamo questa bestia, questo animale cornuto. Noi vogliamo
essere amati, fratello, teneramente, appassionatamente, come fanciulli,
come malati, come moribondi. Godere dell'amore. Che cosa importa tutto
il resto? Che cosa può darci il vino? Il nostro cuore è frollo,
delicato, sensibile, dolce come lo zucchero. Perchè esse ce lo rendono
duro e amaro, duro e malvagio? E anche questo volevo sapere: perchè
amiamo? E che cosa si aspetta da queste femminucce color di cera, da
questi piccoli serpenti dorati?
Egli parlava e mi guardava teneramente con occhi semispenti, ma pieni di
lacrime.
--È vero...--sospirai,--hai ragione. Non sai quello che dici, ma Dio in
persona ti suggerisce.
--Quale Dio?--domandò Sterpoli, aggrottando le sopracciglia.--No, non
può essere.
Tacque e scosse il capo. Strinse più forte la mia mano e mormorò:
--Ora ti dirò tutto. Non spaventarti. Non mi insultare. Abbi pietà di
me. Sento qualcosa qui, nel petto, che gira. Non è il cuore. Sento anche
il cuore. È un'altra cosa. Ora, io non posso sopportare... Questo peso,
questo enorme peso, non posso reggerlo tutto da solo. Ascolta. Mi aveva
detto:--Da questa sera sarò tua. Sarò per te. Non amo che te. Tu non lo
sai, ma io ti ho sempre amato, così, in segreto. Lippi! Non ti pare un
nome dolce, un nome amorevole? Un nome da innamorato, da amante? Ebbene:
da questa sera sarò tua. Tutto il male sarà compensato. Tu sarai felice.
Mi ha detto così ed io l'ho aspettata un'ora, due ore, quattro ore.
Pensavo:--Verrà. Fra poco, prima che io abbia contato fino a cinquanta,
fino a cento, sarà qui. Avevo preparato un piatto di dolci, un mazzo di
fiori, una bottiglia di vino leggiero. Non per consolarmi, ma per
goderlo con lei, tutti e due insieme. E, a sera inoltrata, quando
attendevo e speravo ancora, quella vecchia maledetta è venuta e mi ha
detto:--È inutile che tu aspetti.--Come? esclamo. Non viene?--No, dice,
non viene. Non verrà.--Ma dove, dove è andata? La vecchia sogghigna e
risponde:--Non so. Certo non è andata lontano.--Per la tua vita! grido
torcendomi le mani. O mi dici dov'è, o ti uccido! Allora impaurita
balbetta:--Da Clauss... È andata da Clauss!--Basta! Io son cieco d'ira e
afferro tutto ciò che mi capita fra le mani e tutto riduco in frantumi.
Sterpoli si arrestò ansante.
--Comprendi?--mi domandò.
--Comprendo,--mormorai.--È vero. Erano insieme. Si sono baciati. Li ho
veduti con i miei occhi...
--Tu!--esclamò Sterpoli.--Anche tu?
--Anch'io...
X.
L'uscio si mosse come se un soffio di vento o una mano leggiera lo
sospingesse. Dallo spiraglio spuntarono quattro dita. Poi l'uscio non si
mosse più, e quelle quattro dita rimasero così, immobili, nella fessura.
Dietro l'uscio qualcuno ora stava spiando nella stanza o attendeva di
essere invitato ad entrare. Sterpoli era ricaduto bocconi sul letto, le
braccia incrociate sul capo, la faccia schiacciata contro le coltri. Mi
alzai lentamente, e, cercando di vincere il tremito dei miei ginocchi,
in punta di piedi mi avvicinai all'uscio e feci l'atto di aprirlo.
Subito quella mano intrusa scomparve. Ma io trassi bruscamente a me
l'imposta e vidi contro il muro, nell'oscurità fonda del corridoio, una
ombra confusa di cui non discernevo chiaramente che il bianco degli
occhi. Riconobbi subito Soave. Ella fece un passo verso di me. Prima che
io avessi il tempo di parlare, mi prese con forza per la mano e mi tirò
fuori dell'uscio, che rapida ella stessa richiuse alle mie spalle senza
rumore. Quando fummo tutti e due nel buio, non staccò la sua mano dalla
mia, anzi la strinse più forte e se la premette sul seno, mentre con
tutto il corpo aderì al mio corpo, tanto che sentivo il suo cuore
battere contro il mio.
--Pazza, pazza,--dissi con voce soffocata,--che cosa vieni a fare qui a
quest'ora? Questa non è casa mia. E come hai potuto entrare?
Dai suoi capelli, con la densità di un fumo di incenso, vaporava contro
il mio viso un odore acuto di gelsomino che io penavo a respirare. Il
suo cuore batteva sempre più forte. E non parlava.
--Rispondi!--esclamai con forza.--Rispondi e vattene, vattene subito...
Ma per tutta risposta Soave mi trascinò verso il fondo del corridoio e
si fermò soltanto sulle scale, dinnanzi alla grande finestra illuminata
dalla luna. Allora, guardandomi fissamente con i suoi immensi spiritati
occhi, mi bisbigliò:
--Dov'è Daria?
I suoi occhi erano veramente pieni di spavento e di follia. Le sue
labbra, il suo mento tremavano, e le sue mani non cessavano un istante
di aggrapparsi alle mie, convulsamente, come se avesse voluto
spezzarmele. I suoi capelli erano arruffati e le piovevano in tanti radi
ciuffi sulla fronte e sulle gote. Il suo povero corpo scompariva nelle
pieghe di uno scialle di lana nera.
--Dov'è Daria?--ripetè con l'accento della disperazione.--Dov'è? Dov'è?
Io mi sentivo morire. Nuovamente il mio cervello si riempiva di confuse
e plumbee nuvole, e dinnanzi ai miei occhi tutto ricominciava a rotare.
Per non cadere chiusi le palpebre. Risposi con un filo di voce:
--Non so... Da Clauss. L'ho lasciata laggiù.
--Ah!--esclamò Soave.--Dunque non mi ero ingannata! Non era lei nella
tua stanza!
--No,--dissi,--non era lei. E mi salì alla gola un rantolo di riso.
--E chi era nella tua stanza?--domandò Soave, con tono imperioso.
--Non ti riguarda,--risposi.--Del resto, se vuoi saperlo, era Sterpoli,
quello che conosci.
--Lui! lui!--gridò Soave, e fece un moto improvviso come se avesse
voluto fuggire. Ma io soffocai le sue grida chiudendole la bocca con una
mano, e afferrandole un braccio la costrinsi a rimanere.
--Non gridare, idiota!--le ordinai infuriato.--Vuoi destare tutta la
casa?
Soave si lasciò cadere sopra un gradino, e come svenuta si abbandonò
contro il muro. Poi riaprì gli occhi, e levandoli umilmente su me,
sussurrò:
--Non sai dunque nulla? Kate era appena rientrata in casa, ed io mi
stavo spogliando. Era già tardi. Kate piangeva e non riuscivo a farla
parlare.--Ma parla, dunque, per l'amore di Dio! supplicavo. Che cosa è
accaduto? E lei singhiozzava e non riusciva a spiccicare una nota.
Improvvisamente si ode un tonfo alla porta, uno schianto, e lo
sbatacchiare delle due imposte contro il muro, un tumulto di passi su
per le scale, e un mugolio sordo che sembra di belva. Sterpoli, lui,
proprio lui, si sente correre per le stanze gridando:--Dove siete,
maledette ruffiane! Fuori! Fuori, ch'io vi scanni! Tutta la credenza
della stanza da pranzo precipita con un fracasso enorme, tutto va in
pezzi, sembra che crolli la casa, e sento Kate che grida: mamma mia! Io
non mi muovo: ero fredda come il marmo. Si direbbe che tutti siano
morti. Non odo più nulla. E poi la voce di Sterpoli grida:--E ora scanno
quell'altra!--e si butta giù per le scale. I suoi passi si allontanano
per la strada, ed io con il cuore in bocca mi affaccio sull'uscio, e
vedo Kate lunga distesa fra uno sterminio di bicchieri, le sottane
rovesciate, come morta. Ma non era morta. Apre gli occhi e
dice:--Madonna mia perdonatemi... E si mette in ginocchio e prega. Mi
avvicino a lei, e quando vede che sono io:--Brutta bastarda,--dice,--ti
fosse cascata la lingua per il troppo gridare! E si mette a piangere e a
battersi il petto:--Maria Vergine, perdonatemi voi... Io penso a Daria e
a Sterpoli che è impazzito, e prendo questo scialle, e mi butto anch'io
per le scale, e corro corro a casa di Clauss, e, arrivata dinnanzi al
cancello, vedo Sterpoli che ne esce. Il vicolo è stretto e non posso più
fuggire. Mi faccio piccina contro il muro. Sterpoli cammina adagio, si
ferma a ogni passo come un ubriaco, parla a voce alta, e ride. Mi passa
dinnanzi senza vedermi. Ma, non so come, a un tratto si volta, e allora
i suoi occhi si fissano dalla mia parte, e torna indietro. Io mi
nascondo il viso nello scialle e non vedo più nulla. Lo sento che è a un
passo da me, la terra che sgrigliola sotto i suoi piedi, lui che
dice:--Sii buona, rondinella. E mi pare che mi stia addosso e che voglia
abbracciarmi. Allora spicco un salto e mi butto giù per la scesa come
una pazza, mi nascondo in una pianta di oleandro e non mi sono mossa
più. Mi parve un secolo. Finalmente Sterpoli passò e disparve. Allora
sono uscita, sono tornata su, il cancello era aperto, una finestra era
illuminata, sono entrata in giardino, ho chiamato, nessuno ha
risposto... Ho avuto paura che qualcuno dalle ville vicine mi udisse. Ho
aspettato. Poi ho pensato a te e sono venuta a cercarti.
Tacque e incominciò a singhiozzare.
--Bene!--dissi io.--E dopo tutta questa storia perchè Daria dovrebbe
essere qui con me? Che cosa sono io? Che cosa è Daria? Finitela con
questa commedia! Non temere. Sterpoli non ha scannato nessuno.
--Sì, ma allora, dimmi, dove sarà?
--E che importa a me di saperlo?--risposi.--Vuoi che io vada a cercarla
nel letto di Clauss per farti contenta? E dove vuoi che sia? Vuoi che ti
porti io per mano dietro la porta della loro camera, e che contiamo
insieme i baci che si danno, e gli abbracci, e il resto? Vuoi che io
faccia, io, quello che Sterpoli non ha fatto, perchè lui è ubriaco e io
sono sveglio?--Ah! sono sveglio, ora, ben sveglio, bambina
mia!--esclamai, trascinato da una specie di esaltazione
ironica.--Sveglio! Non mica addormentato come oggi! Così avessi veduto
sempre tanto chiaro! Non sono più un ragazzo ingenuo, non credo più a
nulla. Se tu non fossi tu, ma Daria in persona, e non stessi lì a
piangere, ma a supplicarmi, ma ad adorarmi in ginocchio, ma a baciare la
terra dove posano i miei piedi, non ti crederei, non ti crederei, e
scoppierei dalle risa. Altro che carezze sulla bocca, altro che bisbigli
di parole tenere nell'orecchio, altro che sguardi caritatevoli voglio
io! E io stesso ti porterei per mano da Clauss e gli direi: Eccola
questa sgualdrina! Te l'ho portata. Prenditela...
Sudavo freddo, la testa mi doleva. Nelle orecchie avevo il tumulto di
una burrasca. Non ci vedevo più.
--E ora vattene!--dissi.--Vattene via...
La urtai più volte con la punta del piede, ma sopratutto il mio ridere a
scatti, a sussulti, dovette spaventarla. Senza altre parole,
singhiozzando, Soave scese le scale e scomparve. Mentre, barcollando,
disfatto, esausto, ripercorrevo il corridoio per rientrare nella mia
stanza, la voce di Sterpoli echeggiò dietro l'uscio socchiuso,
chiamandomi per nome.
Entrai. Stava seduto sul letto, voltato verso l'uscio, con la faccia
dipinta di paura.
--Ah!--disse,--sei tu...
Abbassò il capo, si passò un fazzoletto sulla fronte e domandò:
--Dove sei stato?
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