Poi trasvolò, coll'aquile
Delle legioni, a Roma;
Ed intrecciando i lauri
Alla flüente chioma,
Cantò i trionfi, il sonito
Delle tube guerriere,
Le spoglie e le bandiere
Del Lazio vincitor.
E quando la Repubblica,
L'invincibile atleta,
Sotto il pugno di Cesare
Si sfasciò come creta,
Ella, che adora il genio,
Nella bellezza avvolto,
Baciò, plaudente, in volto
L'audace lottator!
E l'adorò, recandogli
Un impero a tributo;
E, ad eternarlo, complici
Ebbe Tacito e Bruto;
E quando ei cadde, vittima
Di vendetta gloriosa,
Gli suggerì la posa
In cui dovea morir.
Sovra il suo corpo esangue
S'abbandonò piangendo;
E si temprò all'incudine
D'uno spasimo orrendo...
Poi surse, e avea nell'occhio
Sguardi così possenti
Che n'arsero le menti
Nei secoli avvenir,
Ella narrò a Virgilio
L'egloghe e l'epopee;
Apprese in versi a Orazio
Le proverbiali idee;
E rizzò terme e templii,
E circhi e colossei,
E sogghignò agli Dei,
Agli aúguri, agli altar.
Dai lidi della Nubia
Chiamò il pardo e il leone;
Tolse a femminee viscere
Caligola e Nerone;
Rovesciò il bianco pollice
In faccia ai moribondi,
E chiese se altri mondi
Eran da conquistar!...
Mutati i lauri in pampini.
Nuda dal capo ai piedi,
A mense interminabili
Volle Eterie e Cinedi;
E, brïaca, in un'orgia,
Di vino e di deliri,
Cadde dai drappi assiri
Sul pavimento d'or.
Fra i bianchi intercolonnii
Ella era ancor sopita,
Quando un profeta mistico
Venne a chiamarla in vita.
Ei la coprì col ruvido
Manto, le diè una croce,
E colla blanda voce
Le favellò d'amor.
Cosparsa il crin di cenere
Seco a pregar l'addusse;
La confortò di massime
Söavi ed inconcusse,
E in mezzo a ignoti popoli,
Quasi selvaggi ancora,
Vestitala da suora,
La chiuse in monaster.
Ella, seguendo l'indole
Di sua mondana vita,
Da preci e da cilicii
Affranta ed intristita,
Per scongiurar la noja
Del chiostro freddo ed ermo,
Tradusse in canto fermo
I timidi pensier.
Indi miniò una bibbia,
Cesellò dei rosari,
E ricamò in fantastici
Fregi gli scapolarí...
La santità dell'opere
La rese ardita, e un giorno
A un'asse si fe' attorno
Con piume e con color,
E disegnò un'aurëola
In mezzo a cui, raggiante,
Pinse il volto mitissimo
Del suo profeta e amante;
E, le pupille in lagrime,
Compunta a divozione,
Disse alle genti buone:
"Questi è Nostro Signor!"
Fu la sua voce armonica
Che il nuovo dogma apprese;
Fu per sua man che sursero
E metropoli e chiese;
E dissero i miracoli
Di sue glorie passate,
Le aguglie, le navate,
I pöemi e gli altar.
Pur, colle glorie, l'orgia
Fatal non iscordava;
E il giorno che un Pontefice
La volle far sua schiava,
L'Arte, la bella indomita,
Volse le spalle al tristo,
E fea ritorno a Cristo
Per piangere e pregar.
Un'invincibil nausea
Le saliva alla bocca,
Chè l'andazzo del secolo
La fea torva e barocca;
Eran grottesche immagini
Di frati, angioli e santi
Con manti svolazzanti
E iperbolici pel;
Erano idee rachitiche
Cinte di gonfie vesti;
Sparía la pura linea
Sotto i fregi funesti;
E nei giardini mistici
Della latina scuola
Il puzzo di Lojola
Isterilia gli stel.
E Sanzio, e Michelangelo
Non eran polve ancora
Quand'ella in Francia e in Anglia
Vide la prima aurora;
E, mentre di Giansenio
La pura man guidava,
Fremeva e palpitava
D'Amleto col cantor.
Poscia amò i nèi, la cipria,
Le satire mordenti;
Chiamò gli Enciclopedici
In sale aurate e olenti;
E, per fuggir degli Arcadi
L'inesorabil belo,
Della Germania al Cielo
Cercò sorti miglior.
Ma sulla strada un pallido
Giovinetto severo
La soffermò, dicendole:
"Io mi chiamo Pensiero.
"Il mondo mi perseguita;
"Io gli grido che l'amo;
"Ma son povero e gramo,
"E non mi vuole udir!
"Tu sei leggiadra, e gli uomini
"Aman le cose belle;
"Or ben, di' lor che il raggio
"Io scrutai delle stelle,
"Che la pena ed il premio
"Impartirò a chi tocca;
"Per la tua rosea bocca
"Io mi farò capir!..."
L'Arte e il Pensier si amarono.
Ella porse al Pensiero
Le gioje che sollevano;
Egli le apprese il vero.
Ma l'Arte, esperta e provvida,
Recò al novello tetto
Di cortigiana il letto,
Di monaca il pudor.
Dall'ideal connubio
(Non più Minerva strana
Nata da stolto cranio,
Nè isterica cristiana,
Ma dolce e melanconica,
E d'austera parvenza)
Nacque una figlia--o Scienza
Tu palpitasti allor!
E, gigante, fra gli uomini
Già il tuo nome risuona!
Ma corre ancora il popolo
Alla tua madre buona,
E la sua voce armonica
E i suoi racconti adora,
E ride e freme e plora,
Udendoli narrar.
E l'Arte narra i dubbi,
Che ne assedian qui in terra,
E i miti, e i sogni, e i simboli,
E la pace, e la guerra;
Parla di re e di popoli,
D'amorose leggende,
E, dai palagi, scende
Al rozzo casolar.
Poscia veggendo, trepida,
Che dei tempi passati
La monotona storia
Ha i cèrebri annojati,
Sferza colla commedia
Le goffe costumanze,
E scruta nelle stanze
Gli intrighi ed i mister.
E, risalendo ai limpidi
Fonti della natura,
Ci canta in un Idillio
Crëato e crëatura,
E insegna all'occhio l'ultima
Gradazione di verde,
Che da lontan si perde
In profumo leggier.
L'Arte è la candid'avola
Che tesse le sue fole;
E noi, che ancor siam pargoli,
Amiam le sue parole;
Ma, fatti adulti, i popoli
La chiameran ciarliera,
Ed alla figlia austera
Rivolgeranno il piè!...
E cercheran l'oceano
Del fiume antico uggiati;
E scruteran dai vertici
I cieli sconfinati;
E chiederanno i fascini,
Che il genio oggi dispensa,
Alla natura immensa,
Che tutto chiude in sè.
Forse tu sola, o Musica,
Astrazion dell'idea.
Vivrai, dell'arti l'ultima
E più perfetta Dea!
L'altre morran!... Le statue
(Simulacri pallenti
Delle beltà viventi)
Cadranno infrante al suol;
E voi, riflesso inutile
Di ciò che esiste, o tele,
Voi copriràn la polvere,
L'oblío, le ragnatele!
O libri, al fuoco!... Briciole
Della filosofia!...
Ogni fisonomia
È un libro aperto al sol!
Alberto, ho il ciglio in lagrime
Penso a quel dì fatale!
Alla luce novissima
Della scienza ideale!
All'orrenda catastrofe
Della tragedia trista!
Penso all'ultimo artista
Che quel giorno vivrà!
Ei della madre suggere
Vorrà l'esausto petto,
E rabbioso e famelico
Lo dirà maledetto;
E forse, per resistere
Un'ora all'ardua pugna,
Lo graffierà coll'ugna
E il sangue ne berrà!
Agosto 1876.
DE MINIMIS.
MORS TUA, VITA MEA
Era un uomo sensibile; dicea
Che tutto vive d'una vita arcana;
Che, come il bruco, si forma l'idea;
Che non è sola l'esistenza umana.
E predicava ai bimbi e ai giovinetti
Di rispettar gli steli delle rose,
I nidi delle rondini, e gli insetti,
E le sementi, e gli uomini, e le cose.
Poi, meditando l'incessante guerra
Che la fame crudel move ai men forti,
E pensando che ognun semina in terra
Ad ogni passo migliaja di morti,
D'infinita pietà pianse angosciato,
E, i cibi rifiutando alla natura,
In un angol tranquillo del crëato
S'adagiò, come morto a sepoltura.
Là, rivolgendo gli occhi moribondi
Ai fil d'erba ed ai fior ch'avea vicini,
Vide la vita di novelli mondi,
La strana vita d'esseri piccini.
Vide un bruco, due ragne e un capinero,
Il bruco, rosicchiando un'erba-menta,
Rotava in essa, senza alcun pensiero,
Il pungolo, che sfibra e che tormenta.
E poi che sazio, in estasi bëate
Levava il picciol capo verso il sole,
Le ragne da una foglia arsa sbucate,
Si divisero il bruco nelle gole.
Le due comari, del bottino liete,
Facevan l'una all'altra i complimenti,
Quando, piombando dal vicino abete
Il capinero, li mutò in lamenti.
Nel giallo becco ei se le prese entrambe
Trillando gajamente: Il colpo è bello!...
--L'uomo -sensibil- balzò sulle gambe,
Stese la mano... e si mangiò l'uccello.
Luglio 1876.
FLECTAR, NON FRANGAR
(A LUIGI DELLA BEFFA)
Tu vuoi saper perchè la vita mia
Colla gente volgare si consumi,
E come io pensi un'ode all'osteria
Fra gli sconci profumi;
Tu vuoi saper perchè fra gli imbecilli
Cerco talora qualche idea sublime,
E come mai le nebbie dei pusilli
Mi dian l'audaci rime;
Tu vuoi saper perchè passo le sere
Giuocando un trivial giuoco coi cretini
Bevendo spesso le tisane nere
Che l'oste chiama vini!
Io sono lo scultor che il sasso adora
Con cui saprà dar vita ad una Dea;
So che dopo la notte vien l'aurora,
Dopo il dubbio l'idea.
So che il maggio fa seguito all'inverno,
E che il torpore è padre all'entusiasmo,
E che la vita è un alternarsi eterno
D'olezzo e di mïasmo!
Come l'aquila anch'io dormo sovente
In una grotta una lunga stagione,
E nell'ore volgari e sonnolente
Annego la ragione...
Poi spicco l'ali dall'oscuro nido
E, librandomi in ciel, nel volo immenso
Saluto il mondo con superbo strido...--
È allor che canto e penso.
Autunno 1875.
MELODIA
Gli amanti passeggiavano--mentre cadeva il sole;
Mormoravan le labbra--portentose parole;
Un inno solo dalle labbra uscia,
Un inno che diceva:
-La parola dell'uomo è melodia,
Che sovra ogni idïoma si solleva!-
Gli usignuoli cantavano--mentre cadeva il sole
Echeggiavan nei boschi--i trilli delle gole;
E un lieto canto dalle gole ascia,
Un canto che diceva:
-Solo il nostro linguaggio è melodia
Che sovra ogni idïoma si solleva!-
Sui rugiadosi margini,--mentre cadeva il sole,
Nelle ebbrezze del polline--cantavan le viole;
Cantavano con note di profumi,
E cantavano il maggio;
E tremolanti sui roridi dumi
Diceano: -Il nostro è il più gentil linguaggio!-
Nascosta in un rigagnolo,--mentre il sol tramontava,
La femmina d'un rospo--ancor essa cantava;
Il prediletto che quel canto udia,
Da lungi rispondeva:
-La tua voce, o mia sposa, ë melodia
Che sovra ogni idïoma si solleva!-
Un pallido filosofo,--mentre il sol tramontava.
Sulla strada maëstra--pensieroso passava;
Egli ascoltò gli amanti, i fior, gli uccelli
E i rospi, e disse in cuore:
-I linguaggi quaggiù son tutti belli,
E specialmente se parlan d'amore!-
Luglio 1876
SEMINARE E RACCOGLIERE
Il cuore è un ventilabro--e noi siam mietitori.
Noi seminiam gli affetti a piene mani,
Crediam nelle sementi--che promettono i fiori,
Crediamo nelle messi del domani.
Poscia, giunti nel mezzo--del campo della vita,
Ci volgiamo alle zolle fecondate;
Non crediam più: speriamo;--speriam la via fiorita;
Vogliam mietere i fiori e le derrate.
Ahimè!... Da pochi semi--la pianta si matura!
Di molti sterpi la campagna è piena!
E un popolo d'arbusti,--spossati dall'arsura,
Chinan la testa sulla gialla arena!
Noi moriam, seminando--la fede e la speranza,
Raccogliendo la noja e l'amarezza,
Ai giovani invidiando--la inutile esultanza...
E pur bramando lunga la vecchiezza!
Il cuore è un ventilàbro--e noi siam mietitori;
Noi guardiamo le zolle fecondate
E le troviam coperte--di spine e di dolori
O da compianti cippi funestate.
IL MARE CANTA
(A ENRICO CAROSELLI)
Il mare canta, il fremito dell'onde
Son note, son cadenze, son canzoni;
E i raggi che la luna in ciel diffonde
Son tremule visioni.
I pescatori nelle glauche notti
Del Gran Cantore ascoltano i concenti
E alla spiaggia li recano, tradotti
In melodici accenti.
Napoli abbraccia il mar, come un pöeta
Abbraccia l'arpa, con cui ride o geme;
Quando tranquillo è il mar Napoli è lieta,
Quando è in tempesta freme.
Santa Lucia, febbrajo 1876.
EN ATTENDANT
Il ragno, che da un albero
All'altro va tessendo la sua tela,
Al pöeta, che smania
Dietro i suoi canti, un conforto rivela.
Ei da un ramo si dondola,
Acrobata sospeso a un fil d'argento;
Tenta alla meta giungere,...
Ma sempre invano!... E, allora,aspetta il vento.
Così il pöeta penzola,
Pria di spingersi a voi, sulle illusioni;
E tenta, e veglia, e spasima...
Indi aspetta le sacre ispirazioni.
Luglio 1876.--In un bosco.
A UN CALENDARIO AMERICANO
Nella mia stanza ho un picciol calendario
Da cui strappo un foglietto
Tutte le sere, pria di pormi a letto.
Quante cose stan scritte
Sull'esil cartolina!
In alto il mese; poi, sotto la data,
L'effemeride e un piatto di cucina!
Ieri diceva:---Luglio--Ventidue;
San Prospero--Battaglia nel tal sito,
L'anno tale--Bollito
Di filetto di bue.-
Strano compendio della vita umana!
La farsa e il dramma! Il sorriso ed il pianto
L'esistenza è una cinica fiumana
Che a ignoto mar discende!
Oggi a foschi burron passa daccanto,
Tra i fior domani d'un giardin risplende
Sotto i raggi dell'alba, ed alla sera
Rugge fra i massi d'orrenda scogliera!
Quand'io ti strappo, o breve cartolina,
Sento una stretta al cuore;
Sento la giovinezza che declina;
Penso che l'uomo tutti i giorni muore!
Luglio 1876.
ACQUA DEI MONTI
È questa la purissima
Acqua dei monti;
La cristallina lagrima
D'äeree fronti.
Anche le vette piangono
Ed han sorrisi,
Ed i cipressi alternano
Ai fiordalisi...
L'acqua è l'ingenua figlia
Dei cicli azzurri,
E parlano d'ambrosie
I suoi susurri.
L'acqua è la figlia tenera
D'inferociti
Giganti e, quasi a molcerli,
Lambe i graniti.
Madonna d'Oropa, 1876.
IN CORPO DI GUARDIA
(A GIACINTO GALLINA)
È la sera.--Nei lunghi corridoi
E nei vasti cortili
Passeggiano i soldati.
Ognun favella dei päesi suoi
E dei volti gentili
Che al villaggio ha lasciati.
Si canta, si schiamazza, si riaccende
La pipa.
In fondo agli anditi risplende
La lucerna notturna, la facella
Che veglierà di dentro,
Mentre veglia di fuor la sentinella.
Quanti giovani ardenti!
Menenio Agrippa ha detto
Che le nazion son uomini viventi;
Chi ne forma la testa
E chi ne forma il petto,
Chi le braccia e chi il ventre; ed a me pare
Che l'esercito sia
Il giovin sangue della patria mia.
Tramonteranno i giorni in cui le spade
Scintilleranno ai rai del sole.--Allora
Questi soldati di varie contrade
Saluteranno la novella aurora;
Rivedranno le madri e, l'ire spente,
Muteranno l'acciaio dei fucili
Nei miti aràtri; e obliando la guerra,
Feconderan la terra
Della loro vallata sorridente.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I trombettieri sono usciti.--È l'ora
In cui debbo a sonar la ritirata;
E una folla di gente entusiasmata
Si farà ad essi attorno,
E udrà gli squilli acuti e le cadenze
Che usciran dalle trombe luccicanti;
E seguirà, con fervide movenze,
I soldati che tornano al quartiere.
Poi cesserà il clamor degli abitanti;
Moriran le canzoni
E moriranno delle trombe i suoni;
Scenderà sui cortili e nelle stanze
Un silenzio solenne;
E l'ombra romperà dei corridoi
La lucerna notturna, la facella
Che veglierà di dentro,
Mentre veglia di fuor la sentinella.
Quartiere San Filippo, Milano, agosto 1876.
ULTIMA RATIO
Allor che tatto tace
E mi rinchiudo nella stanza mia.
Sento una voce in cuore, un'armonia,
Che mi susurra: La vita è la -Pace-.
Allor che nella storia
Dei popoli e dei re scruto le gesta,
Una smania m'opprime e mi molesta,
E mi ripete: La vita è la -Gloria!-
Allor che dal languore
D'una notte di baci io son spossato,
Una voce mi giunge dal creato,
Che mi ripete: La vita è l'-Amore!-
Quando un vecchio piloto
Mi narra gli usi di lontane genti
E dei suoi giorni i fortunosi eventi,
Io ripeto fra me: La vita è il -Moto!-
Quando la melodia
D'un verso o d'un liuto mi percote,
Mi echeggian nella mente colle note
Le parole: La vita è -Poësia!-
Se alla diva potenza
Io penso del cervello di Keplero,
Se a Spallanzani rivolgo il pensiero.,
Dico fra me: La vita è la -Scïenza!-
Ma, se in mezzo a una brulla
Campagna, a meditar mesto m'aggiro,
Guardo il cielo, la terra... indi sospiro.
E ripeto fra me: La vita è il -Nulla!-
DIES.
ALBA
E sia così!--Sul nostro capo un altro
Giorno risplenda!--A noi la luce; il bujo
Agli antipodi!--A tutti la nojosa
Catena della vita; a tutti, grami
E possenti, la uggiosa vicenda
Del cibo e delle vesti!
Un'alba ancora!
Pallida luce del lontano oriente,
Sia tu di nebbie apportatrìce o nunzia
Di lieto sol; abbia tu rose al crine
O di pioviggin umida ne venga,
Nulla ti chieggo!...
I desiderii miei
Non han confine, e, novello Epulone,
In questo inferno, ove innocente caddi,
Io mille volte vo' morir di sete
Pria di volgermi a te pietosamente
Mendicando una gocciola!
Ahi!... D'Abramo
Più ancor spietata, a me,--che nulla chieggo--
Un balsamo fatale, alba, tu imponi!
L'illusïon m'imponi e la speranza,
Che renderan più amari i disinganni;
E illumini le carte, ov'io favello
Con me stesso; ed aggiungi un altro filo
A questo cencio, a questa ragnatela
Del mio futile orgoglio; e mi conforti
Di sublimi parole:
-"All'opra!... Avanti!
"Al lavoro!... Al lavoro!... A te, o pöeta,
"La luce e il moto!... A te l'immenso dono
"Di qualche centinajo di minuti!!..."-
Vecchia megera, sfinge imbellettata,
Scialba carogna rizzata sui trampoli,
Dal ghigno sterëotipo e dai mille
Fronzoli in similoro,... ad altri narra
Le tue storielle!... Un vecchio lupo io sono
Che non dà nei tuoi lacci!
-"All'opra! All'opra!
"Al lavoro!...-"
E tu intanto, oscena arpia,
Mi pagherai col rabescar di rughe
Il mio sembiante; col pelarmi il cranio;
Collo sfiaccarmi i muscoli e filtrarmi
Nelle vene e nell'ossa,--a poco a poco,--
Il gel dell'agonia!...
Nulla ti chieggo
Alba!...
No!--Errai!--Ti chieggo un verso; un verso
Per maledirti, quanto umanamente
È dato maledir!...
Ora ai tuoi vezzi
Presti fede chi vuole!... Io m'addormento!
MERIGGIO
9 FEBBRAJO 187*.
Piegate per gli amanti, scongiurate il Signore
Che creò la sventura quando creò l'amore.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tutti abbiam nella vita
L'ora fatal che resta, come negro stilita
Sul nostro capo, immobile, finché anuiam sottoterra.
E. PRAGA.
Questo e il mio dì fatale!...
O genti buone,
Se i canti miei v'han dato un entusiasmo.
Se una scintilla dell'anima mia
V'arse un istante, siatemi cortesi
D'una lagrima.
Ho qui dentro un'angoscia
Che non ebbi giammai!... Oggi ho perduto
L'illusione del mio primo amore!
Un amore di fuoco, uno sfrenato
Abbandono dei sensi!... Oggi colei,
Che ieri ancor nei supremi deliri
Mi chiamava il suo angelo, m'ha detto
Che spento a un tratto si sentì nel coro
Ogni disio di me!
Questo è il meriggio!
Questo è il triste meriggio della mia
Povera vita!
Io sono solo e piango,
Ed amo ancora!
Oh!... N'ho provate tante
D'amarezze quaggiù!... Negli anni primi
Io senza guida rimasi qui in terra;
Poscia, orrende compagne, ebbi la fame,
E la miseria, e il freddo, e la crudele
Compassion dei felici, e l'ironia
Dei mille!...
E quelli fùr giorni di gioja
Al paragon di questo!... Allora i canti
Giocondamente mi nascean nel cranio.
Ed io, recando un ideai tesoro
Di pöesia, indifferente o lieto
Passavo in mezzo alle sventure mie!
Oh! Maledetta la tua testa bionda,
O crëatura, che hai forma di donna!
Tu, venuta per compier l'anatèma
Che un'altra mi scagliò, quand'io non volli
Da amor turbati i miei futili sogni
Di gloria!... Oh!... Mille volte maledetta
Quella tua bocca ch'io baciai fremendo!
Quelle tue carni che col labbro mio
Consacrai tutte!
O carni!... O polve!... O vermi
Olezzanti d'olezzi celestiali!
S'agita ancora questo sangue mio.
Tumultuando, s'io ripenso a voi!
Ma un più intenso desir m'arde le vene!
Ed è quel di vedervi entro una bara
Scender sotterra a tornar vermi e polve!
Maledetta la man che mi porgesti,
O donna, il dì che ti venni dinanzi!
Maledetto il tuo seno e maledette
Le tue spalle! Ed il piè, con cui movesti
Ai ritrovi d'amor che m'han bëato!
E la tua lingua e le beltà recondite
Del tuo corpo, in eterno maledette!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io nacqui buono, e là, dove potea
Giunger la mano mia, sempre una lagrima
Tersi; e, piangendo, il perdono implorai
Persin dai bimbi, se, cieco per l'ira,
Recai loro un'offesa; ed amo i fiori
E l'indulgenza; e un'immensa vergogna
Mi sale al viso s'io penso che alcuno,
Più debole di me, può dir: "-Tu, forte,
"Mi oltraggiasti!-"
Ma in questa ora fatale
Io medito un delitto; ed accarezzo
Nefande idee di sangue; e s'io potessi
Esser solo con -lei-, lontan da tutti,
Non veduto, nell'ombra, io la vorrei
Vigliaccamente uccidere!... Vorrei
Vederla agonizzar fra le mie braccia;
E guardarle negli occhi, annebbïati
Dalla morte; e coll'ugne, gocciolanti
Del sangue suo, vorrei scavarle io stesso
La fossa; e seppellirla; e fra le genti
Tornar ridendo; e pormi sulla faccia
Una maschera; e il dì, che la sua salma
Assassinata fosse discoverta,
Vorrei mescermi al volgo impietosito;
E simular le lagrime; e cantarne
Le laudi: e a tutti asseverar, piangendo,
Ch'io ne morrò d'angoscia!...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Oh!... Scellerate
Aberrazioni!... Oh!... Mia povera mente!
Oh!... Accesa lava dei miei fervidi anni!
Deh'... Perdonate!... Io sono un pazzo!... Io piango
E son solo!...
E il profil di quella bionda
Testa di donna io l'ho dinanzi agli occhi
Come nei dì ch'io la copria di baci!
Or mansueto le favello:
"O amata
"Crëatura gentil, vorrei morire
"Pria di vederti piangere!... Darei
"Tutto il mio sangue per vederti lieta!
"Alla legge d'amor chino la testa!
"Qual colpa è in te se i baci miei, che un giorno
"Ti davano il delirio, or ti dan noja?
"Qual colpa e in te, che., lagrimando, forse
"T'aggrappasti, nell'ultime giornate,
"Ai ruderi sconnessi d'un affetto
"Che cadeva in rovina?!
"È eterna legge
"Che la fiamma d'amor non duri eterna!
"Ma eternamente io porterò nel cuore
"La tua dolce memoria! E benedetto
"Dirò il giorno, in cui tu, nulla chiedendo
"Fuor che carezze, a me, che non osavo
"Neppur sperarlo, spalancasti il cielo
"Di tue beltà!...
"Non ha gemme la terra
"Che paghino una sola ora d'amore!...
"Ed io fui ricco!... Ed or di mia dovizia
"Le briciole soltanto, le memorie,
"Conforteranno i miei venturi giorni!
"Ah!... S'io potessi (ineffabil miracolo!)
"Dimenticare le tue carni e il tuo
"Sembïante, e il tuo nome, e rammentarmi
"Dei nostri baci e delle nostre notti
"Come di baci e di notti trascorse
"In altra vita che non sia codesta!
"Come di eventi di tempi remoti!
"Deh!... Fa ch'io non ti vegga!... Solitario
"Mi chiuderò fra quattro mura, e lungi,
"Lungi di qui vo' seppellirmi, in fondo
"A qualche tetra valle, o in cima a un'alpe,
"Pur ch'io più non incontri nelle vie
"Il tuo flessibil corpo da libellula,
"Che nelle forme aggrazïate ha un fascino
"Voluttüoso che insulta e tormenta!
"Pur ch'io più non ti vegga!... o un vel di sangue
"M'offuscherà dell'intelletto il lume!
"Ed io dovrei bruttar la vita mia
"Inconsapevolmente (ahi mi perdona!)
"D'una macchia di sangue!"
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O genti buone,
Se i canti miei v'han dato un entusiasmo,
Se una scintilla dell'anima mia
V'arse un istante, siatemi cortesi
D'una lagrima!
Ho qui dentro un'angoscia
Che non ebbi giammai!... Oggi ho perduto
L'illusïone del mio primo amore!
Questo è il mio dì fatale!... E l'abbiam tutti,
Genti buone, quaggiù!... Questo è il meriggio!
Questo è il triste meriggio della mia
Povera vita!... E mi coce il sollione
Dei più torbidi affetti, ed ho nel cuore
Il fuoco e lo splendore smaglïante
Che nel meriggio abbacina ed uccide!
Io sono solo, e piango, ed amo ancora!
Milano, febbraio 187*.
SERA
Quando dai margini--verdi, le Driadi,
Fuggendo i roridi--guazzi del Vespero,
Solinghe traggono--verso gli spechi,
I campi han echi
Indefinibili;--la brezza mormora;
L'estremo bacio,--coi raggi vividi,
Sugli alti culmini--dardeggia il sole;
Rose e vïole
Pingon la glauca--vôlta dell'etere;
I grilli trillano--fra l'erbe tenui;
E dentro il calice--chiuso dei fiori,
Nido d'amori,
Trovano un talamo--pieno d'effluvii
Gli insetti; i placidi--sonni discendono;
Ed accarezzano--le fronti umane
Estasi arcane.
È allor ch'io medito--dei melanconici
Miei versi il flebile--metro!... Di lagrime
Un vel m'intorbida--l'occhio languente;
Allor, dolente
D'inconsapevoli--mali, di squallidi
Giorni d'angoscia--sento il presagio;
Ricordo i rantoli--dei moribondi,
Penso ai profondi
Misteri, ed évoco--mille fantasimi
Torvi, ed enumero--tutte le noje,
Tutte le ambascie,--tutti i sospiri,
Tutti i deliri,
Che angustian l'anima--di quei che vivono!
E sulle spiagge--dei vasti océani
Singhiozzo e vagolo,--fremo ed impreco
Al Fato bieco
Che in quest'assidua--vita, pulviscolo
Gramo, mi esagita;--che in questo circolo
Triste m'avvinghia--dell'esistenza;
Vana parvenza,
Cui non i secoli--la via segnarono,
E che precipita--(l'indivisibile
Tarlo recandosi--d'un -perchè- ignoto)
Giù nel remoto!...
Il Vespro è l'íncubo--della mia splendida
Musa, che inebbriasi--di ardenti cantici
Allor che in candide--nebbiose bende
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