Poesie e novelle in versi
Ferdinando Fontana
FERDINANDO FONTANA
POESIE
E
NOVELLE IN VERSI
MILANO
1877.
A ANTONIO GHISLANZONI
SCUOLA MODERNA[1]
AD ANTONIO GHISLANZONI,
DEDICANDOGLI IL LIBRO.
Alla tua nota satira
Chi porse l'argomento?
Forse i carmi d'un giovane
Da pochi giorni spento?[2]
Forse il -Torso di Venere-
O il -Düalismo- ardito,
Che una Musa propizia
Dettava a un erudito?[3]
Non già!.... Dalle tue laudi
Fu consacrato il primo;
Tu lo sapesti scegliere
Dal medïocre limo; [4]
All'altro degli stolidi
Soltanto il volgo indegno
Oggi contrasta il fervido
Estro e il robusto ingegno.
Forse dell'-Inno a Satana- [5]
Ti spaventò il concetto?
No!.... Che tu abborri i vincoli
Che strozzan l'intelletto,
E so che, quando mediti,
Ti ribelli ai confini,
Al pensier del filosofo
Imposti dai cretini.
È ver, talora il genio
Ama le forme strane,
Ma il pensator sa leggere
Nelle sue cifre arcane,
E sa discerner l'enfasi
Del verso che non crea
Dal balenar fantastico
D'una sublime idea.
Spesso il cantor d'Ofelia,
Col labbro d'uno stolto,
Strambi concetti mormora
Ed è di nebbie avvolto,
Ma sempre, come folgore
Che irradia la tempesta,
Risplende tra le nebbie
L'olimpica sua testa....
Evvia!.... se qualche Bécero,
Nelle invalide carte,
Pallia coll'artificio
La mancanza dell'arte;
Se con grottesche immagini
Pochi grulli impotenti
Cercano un vieto elogio
A mal composte menti;
Se nella solitudine
Dove ti sei rinchiuso
È giunto qualche cantico
Di giovinetto illuso.
Se un impudente o un ebete
Parlando in metro oscuro
S'imbranca colle vecchie
Che dicono il futuro;
Deh!.... non armar la cetera
Colla mordente corda!
Carni di imbelli vittime
Il verso tuo non morda!
Frena, romito Antonio,
La beffarda parola;
Non dir che pochi stolidi
Son la -moderna scuola!-
Serba ai pedanti, agli arcadi,
Lo scherno e l'ironia;
Taglia pei dorsi elastici
Le vesti in parodia;
Non fornir armi ai deboli
Che temono di noi
E che verranno a irriderci
Cantando i versi tuoi.
Pensa che ai pochi giovani,
Che vedon l'ardua meta,
Il ben d'un raro plauso
I grami giorni allieta....
E che il maggior cordoglio
Che contristi i gagliardi
È di sentirsi mettere
Col volgo dei codardi.
[1] Questi versi vennero già pubblicati in risposta ad una poesia del
signor Ghislanzoni, dallo stesso titolo, nella quale l'egregio
-umorista- avea preso a far la satira di certi sedicenti -innovatori
letterarii-. Più die a rispondere al signor Ghislanzoni, questi versi
intendevano a metter in chiaro la differenza che passa fra costoro e
quelli che operano con vero ingegno.
[2] Emilio Praga.
[3] Due splendide liriche di Arrigo Boito.
[4] Il Ghislanzoni fu il primo che incoraggiò l'ingegno di Praga.
Quando questi pubblicò la sua -Tavolozza-, l'eminente critico,
parlandone in un giornale cittadino, dava principio al suo articolo
colle seguenti parole: "-Finalmente, abbiamo un poeta.-"
[5] L'-Inno a Satana-, di Giosuè Carducci.
LIRICHE
PREFAZIONE AI MIEI VERSI
Esser pöeti è legger nei futuri
Giorni; è spaziar nel cielo delle indagini
Condannate dai timidi cervelli;
Esser pöeti o sentirsi maturi
Quando nel sangue bollono i vent'anmi;
È ridere di tutto, esser ribelli
Alla gloria e agli affanni.
Esser pöeti è librarsi giganti
Sull'universo e, in sè raccolti, vivere
Animati da incognita scintilla;
È accogliere del par sorrisi e pianti,
Inni e bestemmie, rantoli e vagiti;
È scrutar con impavida pupilla
I misteri infiniti;
È piangere col vinto e coll'afflitto,
Nè al forte, al vincitor, negare il plauso,
Nè armar la cetra d'una corda sola;
È comprender la colpa ed il delitto,
Laudando il sacrifìcio e l'innocenza;
È cantar tra un bicchiero e una carola
Il chiostro e l'astinenza.
Prisma novello, col pensiero, i mille
Raggi dell'universo in sè raccogliere
E mutarli in cadenze e in armonie;
Poi fra le genti seminar scintille,
Fatali incendi suscitando intorno,
Turbando il cranio alle persone pie...
O illudendole un giorno!
Esser pöeti è salir sovra un monte,
Di notte, quando il ciel di stelle è fulgido,
E, in estasi, esclamar: "Credo! V'è un Dio!"
E inginocchiarsi, e chinare la fronte,
Ripieno il cor di mistica paura...
Poscia negarlo o metterlo in oblio
Discesi alla pianura!
Esser pöeti è viver d'illusioni
Che sull'Eterno Nulla il piede appoggiano;
È celiar con sè stessi e con coloro
Che vi sanno ammirar nelle canzoni;
È accettare, negando, il Bene e il Male;
È desiare la miseria e l'oro,
La reggia e l'ospedale.
Esser pöeti è tentar l'ocëano
Della vita; è svelarlo; è, ansanti, correre
Dietro un caro idëal.... cui non si crede!
È comprender del tutto il nulla arcano,
E, d'ogni cosa quaggiù disperando,
Trovare ancora entusïasmo e fede
Per vivere cantando.
Esser pöeti è abbandonarsi ai sensi;
È compendiare un secolo in un distico;
È mutar l'alimento del mattino,
A vespro giunti, in voli eccelsi, immensi....
E, invero, questi versi sono usciti
Dalle vivande o dal -preteso- vino
Che l'oste m'ha imbanditi.
LA FORMA E L'IDEA
(A EMILIO PRAGA)
La forma son le tenebre,
E la luce è l'Idea;
La Forma è il rito, il simbolo
Del pensiero che crea;
Il pensiero è l'Iehova
Dei veggenti profeti
Che parla dai roveti.,
E la Forma è Gesù.
La Forma è la parabola,
La Forma è il pane, è il vino,
È l'orto, il bacio, il Golgota,
È la Croce, è Longino;
E il pensiero è l'assiduo
Svolgersi del crëato,
Cui spiegar non è dato
Alle menti quaggiù!
Eterna lotta!.... Scorgere
L'Idea!.... Vedere il sole!...
E disperar d'esprimerlo
Con possenti parole!
Nelle affannose veglie
Concepir l'universo....
E alla foga del verso
Non saperlo svelar!
Dietro un fatal connubio
Il cervello si stanca!....
Giunge lo sposo al tempio,
Ma la sposa vi manca;
Egli, il Pensiero, l'évoca
Colla voce pietosa....
Ma la Forma, la sposa,
Non si reca all'altar.
Ahi!.... Talora nel cranio,
Indarno affaticato,
Disperando, un terribile
Dubbio m'è balenato!
Pensai che forse esistono
Idee sì vaghe e arcane
Che invan le menti umane
S'attentano a scolpir!
Forse passò fra gli uomini
Il sommo dei pöeti
Fra la schiera dei mutoli
E degli analfabeti....
E, forse, il suo silenzio
Fu incompresa epopea,
In cui sfuggì l'Idea
Della Forma il martîr!
Ah!.... Perché, dunque, struggerti,
O povero cervello?
Contro la Forma, il despota,
Sorgi, schiavo rubello!
Non ti curar degli uomini!
Vivi in te stesso e pensa!....
La tua melòde immensa
Non rivelar che a te!
Chiuso nel tuo silenzio
Ogni idïoma oblia!
Del tempo e dello spazio
Comprendi l'armonia!
Ogni idïoma e frivolo
A esprimer l'Universo!
Nato a servire un verso
Il mio pensier non è!!
Evvia!.... Sorridi, Emilio!....
Sorge nel Ciel l'aurora,
E, solitario, io vigilo
Sulle mie carte ancora!
Stolto!.... Giuro il silenzio,
E ti favello intanto!....
Stolto!.... E rileggo il canto
Che la mia man notò!
Emilio, io voglio illudermi!
Sono troppo felice!
Mi risveglio da un'estasi
E il pensiero mi dice:
"Stretto è il fatal connubio!
"Chiudi gli occhi e riposa....
"Questa notte la sposa
"All'altar si recò...."
Milano, giugno 1875.
NOJA LETTERARIA
Favello a voi, cui ferve la scintilla
Dei febbrili entusiasmi nel cervello;
Favello a voi, dentro il cui sguardo brilla
La balda gioja d'un pensier novello!
Favello a voi, che, frammezzo alle genti,
Vecchi a vent'anni, in silenzio passate,
Colla pupilla vólta ai firmamenti
E colle mani alle reni appoggiate.
Favello a voi, cui nota è l'armonia
D'ogni cosa creata, e cui son noti
Cogli entusiasmi la melanconia
E gli sconforti; a voi favello, iloti,
Dannati a conservar la stessa creta
Leggendo dentro ai secoli venturi;
Dannati a scorger la splendida meta
Dietro le grate di carceri oscuri!
Favello a voi, per cui dolore e gioja,
Pari al lampo, non duran che un istante,
E che desiate, per fuggir la noja,
Un'angoscia od un gaudio incessante;
Favello a voi, che vivete com'ebri
D'un arcano licor sovra la terra,
Ed avete un uncino nei cerébri
Che l'Universo nei suoi moti afferra!
Noi siam mendíchi, a cui la gente antica
Le briciole lasciò di lauta mensa;
Viviam di stenti e il genio s'affatica
Dietro una turba di fantasmi immensa.
Gli antichi Numi, ispirator dei carmi,
Son morti nel sogghigno universale;
La Natura ci annoja; il suon dell'armi
Ne spaventa; ridiam dell'idëale;
L'amore è un campo in cui non resta zolla
Da fecondare; senza scrosci è l'ira;
Il nostro corpo e una corteccia frolla,
Mentre la mente a nuovi cieli aspira.
E nuovi cieli, splendidi, profondi
Come lo spazio, immaginar n'è dato....
Ma dall'estasi, a cui traggonci i mondi
Senza cifra, un poëta non è nato!
I nostri canti son feti già morti;
Sono la serpe che la coda addenta;
Son l'urna ove troviam pochi conforti
E la febbre che i giorni ne tormenta.
Noi li cantiamo a noi stessi soltanto,
E all'ultimo levita siamo eguali,
Che, derelitto nel suo tempio santo,
Celebrerà da solo i ritüali....
E non ci resta che cingere i fianchi
Col bigiastro mantel del pellegrino,
E correre la terra erranti e stanchi,
E abbandonarci ad un pazzo cammino....
Milano, luglio 1875.
LETTERATURA DISONESTA
A CESARE TRONCONI [1].
Que la muse, brisant le luth des courtisanes,
Fasse vibrer sans peur l'air de la liberté;
Qu'elle marche pieds nuds, comme la verité.
ALF. DI MUSSET.
Dunque perchè le pagine
Noi modelliam sul vero;
Perchè neghiam di battere
Ogni volgar sentiero;
Perchè volgiamo intrepidi
Le pensierose fronti
Alla più vasta cerchia
Di splendidi orizzonti;
Dunque perchè l'indagine
I nostri libri ispira;
Perchè i costumi ipocriti
Ci fanno schifo ed ira;
Perchè, toccando l'ulceri,
La nostra man non trema.
D'insultatori un popolo
Ci scaglia l'anatema!?
Scosso all'ingiusto oltraggio,
Tu ti contristi e piangi:
Nelle dolenti veglie
Fremi e la penna infrangi;
E, forse, al melanconico
Ingegno tuo tu chiedi
Se un mondo immaginario
È quel che ascolti e vedi!
Me pur gli insulti colsero
Dei grulli e dei perversi,
E, inesperto degli uomini,
Un tempo anch'io soffersi..
Allor pensai che inutile
Pazzia sono i miei canti,
Che un vano desiderio
È il vincere i pedanti!
E mi tentò, nell'aride
Mie notti d'apatia,
La vile idea di scegliere
Men faticosa via;
E, a tesser panegirici
Alla Morale e a Dio,
Nel branco delle pecore
Giurai d'entrare anch'io!
Evvia!.... Sorridi!.... Il fascino
Della verace Musa
Venne a guarir l'insania
Della mia mente ottusa!
E da quel giorno, libero
Da ogni dubbio codardo,
Contro i melensi e gli Arcadi
Io sursi più gagliardo!
E il temerario oltraggio
Come una celia accolsi,
E l'amarezza inutile
Nella risata io sciolsi;
E i profili ridicoli
Di grotteschi figuri
Della mia stanza vennero
A popolare i muri.
Una lanterna magica
Mi rallegrò le notti;
E vidi volti d'ùpupa.
Ventri che parean botti,
E smisurate orecchie,
E code smisurate,
E uno stuolo di scimmie
Da artisti camuffate.
Imitando dei chierici
La vieta filastrocca,
Tutte ad insulse nenie
Aprivano la bocca;
E, mentre mi passavano
Lentamente dinanti,
Un'eco lontanissima
Ne ripeteva i canti:
"Heine e Musset son scettici
"Degni dell'odio umano;
"Giorgio Byron non merita
"Una stretta di mano!
"Con quei che il vero parlano
"Non si discute mai!....
"Se sonvi error, celiamoli;....
"Correggerli?.... Giammai!
"Lasciam che il mondo seguiti
"Le usanze inveterate;
"Che le donne ci aizzino
"A passioni dannate;
"Che le fanciulle uccidano
"I bambini illegali;
"Che le piaghe si coprino
"Con fiori e madrigali!
"L'amor del mondo è soffio....
"Ma guai chi fa all'amore!
"Giusto è che i vecchi imprechino
"Dei giovani al vigore!
"La Società dev'essere
"Il modello dell'Arte....
"Ma noi vogliamo scorgerla
"Soltanto da una parte!
"Perché della famiglia
"Son sante le affezioni,
"Non canterem che bamboli,
"Che madri in ginocchioni;
"Non canterem che Sindaci
"Che porgono l'anello;
"Consulteremo il Codice
"Per giudicare il Bello!
"Per chi dirà che esistono
"Altre fonti di gioja;
"Per chi dirà che a scrivere
"Al par di noi si annoja;
"Per chi dirà con libera
"Parola un'opinione,
"Invocheremo l'-indice-,
"La -Santa Inquisizione!-
"Su, giovinetti!.... Facile
"Strada v'abbiam dischiusa!
"Crear vorreste?.... È inutile!
"Deve copiar la Musa!
"Deve copiare!.... E il plauso
"Le largiranno tutti....
"E grideranno al genio
"Babbi, mammine e putti!
"Lasciate che combattano
"Per le donne gli stolti!
"Esse non saran l'ultime
"A graffiar loro i volti!
"Le donne sono un popolo
"Mansüeto di schiave....
"Non è d'un cuor di femmina
"Il buon-senso la chiave!
"Su, giovinetti!.... Facile
"Strada v'abbiam dischiusa!
"A magri pranzi assidasi
"L'indipendente Musa!
"Sol nella vita pratica
"Siate -veristi!-.... Il male,
"Fatto con volto ipocrita.,
"Diventa più idëale!!"
Ahimè!.... Superba Lirica,
L'ali su te ripiega!
Non già tuonar., ma ridere
Mi fe' quella congrega!....
Alle grottesche immagini
Dal letto mio, celiando,
Risposi, amico Cesare,
Coi versi che ti mando:
"Tutto è quaggiù possibile!
"Il tempo è omai passato,
"In cui, fanciullo e ingenuo,
"Mi son maravigliato!
"Degli antichi filosofi
"Or la saviezza imito;
"Alla meta so incedere
"Indifferente e ardito....
"E se color che insultanci
"Bandissero domani
"Che, per pudore, debbano
"Portar le brache i cani,
"Io, nel veder l'eccentrica
"Innovazion morale,
"Continüando a ridere,
"Direi: È naturale!"
Napoli, 16 marzo 1876.
[1] Cesare Tronconi, l'autore della -Passione maledetta- e delle
-Madri... per ridere-. Cesare Tronconi, il romanziere più calunniato e
più vilipeso dagli spigolistri. Ripeto a bella posta il suo nome per
risarcirlo in parte della guerra sleale e vigliacca mossagli da alcuni
giornalisti, i quali per non dargli voga erano andati d'accordo per
chiamarlo l'-innominabile....- tout court.
VERITAS, VANITAS!
Una sera piovosa, äutunnale,
Ora schivando il fango, ora una pozza.
Io seguii la carrozza
Che manda al Cimitero l'Ospedale.
Cimitero e Ospedal son buoni amici
E tengono fra lor conti correnti.
Davver, pochi clienti
Si dan l'un l'altro tanti benefici!
L'Ospedale gli manda i suoi defunti,
E il Cimiter lo paga col dolore,
Che rende infermo il cuore
E fa le donne e i giovinetti smunti....
L'Ospedale gli manda le sue spoglie,
E il Cimiter gli manda i suoi pöeti,
Che in mezzo ai sepolcreti
Tentano col pensier le eterne soglie....
La carrozza che va dall'Ospedale
Al Cimitero, portandovi i morti,
M'ha dati più conforti
Che non millanta libri di morale!
Filosofando, io le cammino allato
E vo pensando a chi dentro vi giace,
E, spesso, mi do pace
Se per -caso- quel dì non ho pranzato!
La colomba che sopra v'è scolpita
Par che dica, mandandomi un saluto:
"Che giova esser vissuto!
"Che giova il darci pena della vita!"
Or, quella sera, deposte le bare,
Il negro carro era diggià partito,
Ed io, come impietrito,
Restai del camposanto al limitare.
Là m'inchiodava una visione strana,
Di quelle che sa far soltanto il Vero,
E che vede il pensiero
Sol di chi studia la Commedia Umana.
Una vecchia magrissima e grinzosa
S'era posta a seder sovra le bare,
Ed io l'udìa cantare
Una canzon con voce cavernosa.
La solinga megera, gravemente,
S'accompagnava nelle note basse
Battendo sulle casse
Coll'ossa delle gambe macilente.
Elia diceva: "Io son la portinaja,
"E sono vecchia, e di pessimo umore....
"Ma quando ero sul fiore
"Degli anni, allora, ero leggiadra e gaja!
"Quanti baci, quand'ero ancor fanciulla,
"Su queste spalle secche e questa bocca
"Ora, bazza a chi tocca!
"Io vo' morir, che non son buona a nulla!
"Forse, qui dentro, in queste casse bianche
"Han chiuso qualche giovane d'allora,
"Che si tolse all'aurora
"Dalle mie braccia, colle membra stanche!
"Forse, a quel tempo, egli m'avrà adorata
"Come a ventanni un'illusion si adora!
"Il giovane d'allora
"Amore, arte, piacer m'avrà chiamata!
"Chicchetussia dei mille amanti miei,
"Che mi presti la bara a seggiolone,
"Sappi che un'illusione
"Per te, se fosti vivo, ancor sarei....
"E sarei la più triste e la più grama,
"La più steril di pace e d'allegrezza,
"E potrei d'amarezza,
"Non più di gaudio, pagar la tua brama.
"Sappi ch'io sono ancora un'illusione,
"Ma non siccome un dì bella e gioconda,
"Né alla mia treccia bionda
"Chiederesti il profumo e l'oblivione!
"Sappi che piangeresti in mia presenza,
"Perch'io son l'illusion la più inumana;
"La più caduca e vana;
"L'illusion dei sepolcri: l'-Esperienza-!"
Agosto 1876.
LE DEMOLIZIONI
A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER.
Pietre, da tanti secoli
In un bacio congiunte,
Travi e barre, dall'acqua
E dal sole consunte,
Barcollanti casipole,
Ieri viventi ancora,
Oggi il Tempo vi mormora:
"È giunta l'ultim'ora!"
Il Tempo!... Il triste scettico;
L'êra, l'anno e l'istante;
L'orco che mangia i popoli;
L'impassibil quadrante;
La sfinge inaccessibile;
Il mistico serpente,
Che afferra, eterno circolo,
La sua coda col dente.
In un nembo di polvere
Cadon le vecchie mura;
Sembran côlte le tegole
Da un'orrenda paura;
Ed i balconi, vedovi
D'imposte e senza vetri,
Sovra i passanti guardano
Come occhiaje di spetri.
Povere case!... Il rantolo
Della vostra agonia
Fu lungo!... Il dì novissimo
Lentamente venìa!
Barbari sempre, gli uomini
V'han fatto i funerali,
Pria che cadeste vittime
Sotto i colpi mortali.
E accanto a voi scolpirono,
A scherno, in questi giorni,
Di fastosi palagî
I superbi contorni.
Ah! quei colossi risero
Di voi pigmei morenti,
E più amari vi fecero
I fatali momenti!
Povere case!... Io vagolo
A voi dintorno.--È notte.
E l'ombre dalle fiaccole
Rosseggianti son rotte;
E, somiglianti ai demoni
Cui l'eccidio conduce,
I pïonieri nereggiano
Sugli sprazzi di luce.
Ed io penso alla storia
Delle mura cadenti;
Ai drammi, alle commedie,
Agli idilii innocenti
Che si ordiron per secoli
Nelle piccole stanze
Ed impressero un marchio
Sulle umane sembianze.
Ed io penso alle veglie,
Alle insonnie, ai riposi,
Alle fedi, alle infamie,
Ai convegni amorosi,
Ai sorrisi, alle lagrime,
Ai dì foschi, ai dì lieti,
Ai pöemi che videro
Quelle quattro pareti!
Oh!... non ridete, splendide
Case dai freschi ornati,
Palagî da una magica
Mano in un dì crëati!
Or tutti a voi sorridono
Con beata alterezza
Ed i vostri muri spirano
La balda giovinezza....
Ma verrà il dì che i posteri
Vi chiameran capanne,
Ed al suolo abbattendovi,
Come fragili canne,
Tesseranno una lirica
Sovra i detriti immani....
Più caduchi edifizii
Innalzando il domani!
Tu sol, bigio fantasima,
Gotico tempio altero.
Tu, frastaglio di guglie,
Tu, gigante severo,
Vedrai le metamorfosi
Dei giorni che verranno,
Sogghignando alla gioja,
Sogghignando all'affanno!
Finchè il Tempo, il terribile
Tarlo che rode il mondo,
Verrà te pure a spingere
Nell'abisso profondo;
E forse, fra un millennio,
Quivi sostando un uomo,
Tenterà di far credere
Che tu esistevi, o Duomo!....
Eugenio, sono effimeri,
Al par di queste stanze
D'ogni mortale i gaudii
I pianti e le speranze;
Il passato è macerie
Su cui sorge il presente,
E l'avvenire è il figlio
D'un vegliardo cadente.
Oh! umani eventi! oh! frivole
Parvenze d'un istante!
Perchè dunque ci esagita
Questa febbre incessante?
Perchè dunque sussistono
Il sepolcro e la culla?
Perchè mai tanto fremito
Se tutto attende il Nulla?
Perchè?... Perchè lo struggere
E il crëar son la vita;
Perchè la noja è l'unica
Larva da noi fuggita;
Perchè questa è l'armonica
Legge dell'universo;
Perchè senz'essa il cérebro
Non mi darebbe un verso!
Milano, 2 ottobre 1875.
IN MORTE DI EMILIO PRAGA[1]
Egli visse sognando e sogna ancora
Chiuso per sempre in questa negra bara;
Sogna il tripudio della nuova aurora
E il fior, che per il maggio si prepara.
Quand'ei moveva per le nostre vie
Parlava sempre del supremo giorno,
Ed un nembo di canti e d'armonie
Al grosso capo gli aleggiava intorno.
E poi che il guardo umano invan s'attenta
Di legger della Morte nei misteri,
Ei rafforzava la pupilla lenta,
Oppur tarpava il volo ai suoi pensieri.
E, spaventato dal fatal problema,
Triste amatore d'un'estasi arcana,
Cantava a sè medesimo un pöema
Inebbrïando la sua forma umana!
Or, ditemi, fu in lui colpa o sventura
Questo dispregio dei nostri costumi?
Dobbiamo noi su questa sepoltura
Rammentar la sua vita o i suoi volumi?
È vero!.... È vero!.... Ei calpestò un affetto,
Che men compianta potea far sua vita!....
È vero!.... È vero!.... Al domestico tetto
Per lui la mensa fu di duol condita!....
Ma chi di noi, sovra il proprio cammino,
Non calpestò, rimpiangendolo, un fiore?...
Nascer pöeta è orribile destino!
Il cérebro talor soffoca il cuore!
Oh! guai nascer pöeta ove la Musa
Non trova il pane per nudrire i figli!
Ove ogni sciocco delle labbra abusa
Per esser largo solo di consigli!
Oh! guai nascer pöeta ove il sol splende
Ed infervora i cantici ispirati,
Ma dove l'uomo allori e culto rende
Soltanto ai pensatori trapassati!
Costui vivrà da pochi consolato,
Fra il bivio orrendo d'essere un buon padre,
O di spezzar la cetera indignato,
Per altre voluttà meno leggiadre!
Costui vivrà la famiglia cantando,
La famiglia idëal,--cui dritto avea--
E ch'egli dovè perder lagrimando....
Chè, coi versi, nudrir non la potea.
Noi, cui sorride l'italo orizzonte,
Siamo un popol di bimbi analfabeti!
Da qualche lustro appena alziam la fronte....
Siam troppo grami per pagar pöeti!
Non turbi adunque questo popol gramo
Il sepolcro d'un povero cantore....
Meditiam la sua vita e confessiamo
L'ignoranza d'un secolo e l'errore!
Emilio! Emilio!... Son le tue parole
Ch'io ripeto commosso... e (lo rammento)
Da te un giorno le udii che le vïole
Dicean l'april con profumato accento.
E tu piangevi per le tue sventure,
Antiveggendo questo estremo istante,
Senza sentirne le viete päure
E mentre il viso tuo parea raggiante!
Poi soggiungesti sorridendo: "Amico,
"Quando mi porteranno al cimitero
"Verrai tu pure, com'è l'uso antico,
"A far dei versi sul mio drappo nero;
"Ma ti ricorda degli accenti miei,
"Ed agli astanti, quel dì, li ripeti....
"Se tu prima morissi, io li vorrei
"Ripetere fra i mille sepolcreti.
"E là, dove la Morte i ricchi accoglie
"E i poveri del par, tutti eguagliando,
"Mi parria che dovrebber le tue spoglie
"Ascoltare i miei versi giubilando!"
..............................
Quest'oggi, in cui la legge di Natura
Te primo, Emilio, al dì fatal condusse,
D'ogni giogo servil la mente pura,
Pieno il cor delle mie fedi inconcusse,
Io vengo a replicar su questa bara
Le tue parole; io compio il tuo desìo....
E sento, amico, che mi è meno amara
L'ultima volta che ti dico: Addio!
[1] Questi versi vennero letti dall'autore il giorno 28 dicembre 1875
sul feretro del poeta delle -Penombre-.
ANACREONTE
Fra le colonne--d'un bianco tempio
Sacro a Minerva,--la Dea propizia
Ai savî, austera Dea,
Pensieroso sedea
Anacrëonte,--cantor dei fervidi
Baci e degli inni--nati fra i calici
E delle porporine
Rose allacciate al crine.
Sedea pensoso,--stringendo l'abile
Stil nella destra,--la intatta tavola
Sulle gambe giacente
Guardando avidamente.
Un sacerdote--dall'occhio linceo
Di là passava;--vide l'insolito
Vate nel sacro albergo
E gli si fece a tergo.
Ei non udìllo;--come le statue
Chiuse nel tempio--pareva immobile,
E la fisa pupilla
Non mandava scintilla.
Spesso la destra--la cerea tavola
Avvicinava;--ma sulla tenue
Veste che la copriva
Non un verso scolpiva.
E d'inusato--pallor coprivansi
D'Anacrëonte--le tempia, e l'unghia
Tormentava la lama
Con rabbïosa brama.
Nella clessidra--cadea la polvere,
E intorno, intorno--con suon monotono,
Sotto le arcate fosche,
Ronzavano le mosche.
Alfin lo stile--sovra la tavola
L'acuta punta--venne a configgere,
E con note indefesse
Questo cantico impresse:
"Perchè mi manca nel pensier la vita?
"Perchè come una spugna inaridita
"Mi sta il cervel nel cranio?
"Perchè la luce mi niega i colori?
"Perchè il profumo mi niegano i fiori,
"E la Musa un esametro?
"Non sono io quello che i ridenti canti
"Questa notte vergò?--Perchè gli incanti
"Söavi, perchè l'estasi
"E l'armonia dei non studiati carmi,
"Come donne, veniano a visitarmi,
"Innamorate e ingenue?
"Ed or ch'io chieggo un verso, una melòde;
"Or che una sete mi esagita e rode
"Di profumi e di cantici,
"Non una lieta immagin mi consola,
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