Un segreto vol. II (of 2)
Salvatore Farina
UN SEGRETO
ROMANZO
DI
SALVATORE FARINA
VOLUME SECONDO
MILANO
E. TREVES & C. EDITORI
1869
Proprietà Letteraria
Tipografia Letteraria -- Via Marino, 3
XXXI.
-(Seguito.)-
Un pensiero, frammezzo alla turba sconvolta nelle sue idee, aveva
brillato un istante nella mente di Silvio; e da quel punto era
diventato il più importuno di tutti: «scrivere a Carlotta.» E come mai
egli non vi avea pensato prima?
«Le scriverò domani» disse a sè stesso, pensando acquetare di tal guisa
la sua smania; e a prevenire l'effetto di questo partito così efficace,
andò fantasticando gran pezzo intorno al difficilissimo edifizio che
si toglieva carico di costruire al domani. A capo di due ore qualche
cosa che assomigliava, secondo Silvio, ad un capolavoro epistolare,
incominciò a giganteggiare nel suo cervello, come la famosa piramide
di Cheope. Da qualunque lato egli guardasse questo tipo, gli pareva
perfettissimo, e che una sillaba di più o di meno avrebbe tradito
l'intimo senso del suo cuore. Chi sa come il sonno arruffi le matasse
delle idee, e come di tal guisa mille capolavori letterarii siano stati
soffocati in embrione, troverà ragionevole l'imprudenza di Silvio, che
gettate da una parte le lenzuola, e balzato di letto e indossata alla
meglio una veste da camera, si accinse a vergare la famosa lettera a
Carlotta.
Quella lettera diceva press'a poco così:
«-Signora-,
«Un uomo che ha avuto la fortuna dì slogarsi una spalla e d'essere
raccolto nel vostro tetto, ha qualche cosa più che il semplice
dovere di esservi riconoscente. Le disgrazie pagate d'uno sguardo
pietoso di colei che si ama ci diventano care come lo stesso amore;
io benedico adunque la mia caduta che mi ha fatto ospite vostro.
Non vi spaventate del mio linguaggio; non attribuite a questo
mio ardimento alcun disegno oltraggioso verso di voi; se la mia
franchezza potesse servire di migliore riparazione al ridicolo,
vi direi che appunto la paura del ridicolo mi ha suggerito questa
impudenza che forse vi ha offeso.
Voi non mi avete amato mai, ed io non mi sono stancato mai d'amarvi
e di domandarvi in silenzio il vostro amore; il mio silenzio era
assai più palese della perorazione d'uno sciancato che mendica
sul canto della via. Ne siete stata impietosita un istante solo?
questo io non so, ma so d'essere stato importuno molto. Abbiate
dunque pietà del mio affetto disperato; la rivelazione che io vi
faccio mi dà tutto in vostre mani: potrete ridere molto di me,
fatelo pure senza riguardi. La riconoscenza ci chiama assai più
verso coloro che ci fanno ridere, che verso coloro che si ostinano
a volere le nostre lagrime; e voi adunque siatemi alla volta vostra
riconoscente; questo sentimento di reciproca generosità sarà un
alimento alla sete insaziabile che io ho di partecipare in qualche
modo della vostra vita, come partecipo della vostra casa.
Sapete voi perchè io vi scrivo? Vorrei pur dirlo a me stesso, ma è
inutile; meglio è tacerne.
Ad ogni modo, poi che non mi è dato di sapere notizie della mia
gentile castellana, non troverete biasimevole che io vi rammenti
l'antica amicizia che mi lega alla vostra casa, per testimoniarvi
con questo pretesto la mia gratitudine e la mia stima. Aggiungerei
il mio amore.... ma non so in qual modo vorreste accogliere questa
mia dichiarazione. Nella peggiore delle ipotesi, fate conto che io
vi scriva durante il delirio della febbre, e perdonatemi; nulla
al mondo mi dorrebbe tanto, quanto il vedere le mie intenzioni
interpretate sinistramente. Io sarei assai disgraziato se volendo
ispirarvi un po'.... di compassione, non riuscissi che a suscitare
il vostro sdegno.
Quell'ottimo signor W** che voi avete inviato al mio letto, e che
si è occupato religiosamente della mia spalla e della mia ferita
al capo, assicura che fra due o tre giorni sarò completamente
ristabilito. Quando egli mi ha dato questa notizia consolante, ho
pensato che sarei sempre stato in tempo di buttarmi un'altra volta
sotto il vostro pergolato. Più tardi ho rinsavito.
Vi prometto che non spezzerò più le aste del vostro pergolato, e
non esporrò la vostra pietà ad un rifiuto.»
Silvio volle scrivere di più, ma il freddo era così intenso, ed egli
così poco riparato, che una sensazione penosa lo interruppe sul più
bello. Volle provare a farsi forza, ma la mano agitata da strani
brividi si ribellò a quell'uffizio. Allora abbandonò la sedia e si
accostò tremante di freddo al suo letto....
Al mattino successivo ebbe la febbre; questa volta, se si vuol credere
al signor W** medico e chirurgo di Gossau, non era più la febbre
dell'amore.
XXXII.
Giovanni venne a dire a Silvio che la pozione ordinatagli dal medico
era pronta; e siccome Silvio insisteva dello sguardo, soggiunse che
«il messaggio era compiuto», ciò che voleva dire che il capolavoro
epistolare di Silvio era pervenuto nelle mani di Carlotta. Silvio
continuava ad insistere nello stesso linguaggio, ma Giovanni questa
volta si strinse nelle spalle e non rispose per la buona ragione che
non comprendeva la dimanda.
-- Che cosa ha detto? s'arrischiò a balbettare l'ammalato.
Carlotta non aveva detto nulla.
-- Che cosa ha fatto? volle soggiungere Silvio, ma venutogliene meno
l'ardire, soffocò la frase in un sospiro.
Del resto era naturale che Carlotta non avesse fatto nulla di
straordinario, nè il buon Giovanni avrebbe saputo rispondere
altrimenti.
Tutto quel giorno febbre, aspettazione, e null'altro.
Siccome Silvio aveva rifiutato il cibo, Giovanni, da infermiere
poco pratico, ebbe subito gravi apprensioni e si tenne presso al
letto dell'ammalato, silenzioso ed immobile come una statua -- una
statua uscita da una galleria di uomini illustri del nostro secolo,
coll'inevitabile panneggiamento della moda parigina del secolo scorso.
Verso il tramonto parve a Giovanni d'udire un tocco ben noto di
campanello; si assicurò che Silvio era assopito, e uscì frettoloso
dalla camera. Ma non così piano, che Silvio non si destasse, e non
indovinasse a un secondo tocco di campanello di che si trattava.
Forse... ahi! tutte le speranze e i timori risorsero in un baleno
nel suo cuore -- un cuore assai grande che si diede a battere
disperatamente, tanto da raggiungere e lasciarsi indietro di molto
le cento e venti pulsazioni al minuto che il signor W..., medico
e chirurgo, aveva accertato scrupolosamente col suo cronometro di
Ginevra.
Giovanni rientrò poco dopo; recava in mano un involto che consegnò a
Silvio. Questi si fe' pallido in viso, e colle mani tremanti afferrò
l'involto e ne ruppe il nastro verde che lo legava; l'impazienza e
la speranza erano nei suoi occhi e nel suo cuore... Quell'involto
conteneva due lettere: ahi! le due lettere che egli aveva spedito a
Carlotta....
Il volto di Silvio si accese di vivo rossore; ma il suo dispetto
fu breve, e il dolore ne diradò ogni traccia. Le sue braccia
caddero abbandonate lungo i banchi; le sue mani si rallentarono
involontariamente lasciando sfuggire sulle lenzuola le lettere
fatali. Giovanni in un angolo della camera, ritto ed immobile, colla
testa inclinata sul petto alla guisa d'un fantasma dolente, guardava
sott'occhio lo sciagurato effetto del suo messaggio.
Ciò che si passò nell'anima agitata di Silvio non è difficile cosa
immaginare per chi, almeno una volta in vita, si sia trovato involto
nelle tele insidiose dell'amore.
XXXIII.
-Silvio a Carlotta.-
«Non crediate che io vi scriva per farvi rimprovero. In compenso
dell'ospitalità e delle cure che m'avete fatto prodigare nella vostra
casa, io vi perdono il male che avete cagionato al mio cuore. Il vostro
silenzio mi aveva detto l'indifferenza; oggi vi avete aggiunto il
disprezzo. Nè io me ne dolgo; una speranza gagliardamente alimentata
mi ha suggerito l'audacia che vi ha offeso; però se il mio contegno mi
ha meritato la vostra collera, il mio cuore non domandava che la vostra
pietà.
Voi foste forse giusta, ma spesso la giustizia è crudele. Sia pure; poi
che il rapido corso di molti mesi non ha saputo ispirare ed alimentare
nel vostro cuore altro sentimento che l'indifferenza e il disprezzo, io
saprò rinunziare un'altra volta al mio sogno, a quel sogno che, dacchè
vi conobbi, fu la sola mia vita: essere amato da voi. Un sacro dovere
si frappose un tempo fra voi e me; vi lasciai col cuore straziato, ma
confortato da una stolta e fallace compiacenza: forse il vostro cuore
mi aveva fatto l'elemosina del compianto; forse i vostri occhi mi
avevano fatto elemosina d'una lagrima....
Oggi è ben altro.
Assai probabilmente non mi rivedrete più; partirò domani stesso dalla
vostra casa, e domani stesso lascierò questo paese. Spero di poter
andare abbastanza lontano, perchè voi non abbiate così facilmente la
spiacevole sorpresa d'incontrarvi un'altra volta con me.
Questo io debbo fare per voi; lo posso, e mi basta. Se la mia
riconoscenza non può dimostrarvisi che a questo patto, non potrete,
spero, accusarmi d'ingratitudine. Che se le baldanze mie vi hanno
tratta in inganno sui miei sentimenti, l'avvenire vi dirà forse quanto
profondamente io vi stimi e vi abbia stimato sempre.»
XXXIV.
Le ore numerate dall'insonnia non sono mai brevi; e tuttavia Silvio,
che aveva avuto le sue buone ragioni per non chiudere occhio tutta
notte, trovò che l'alba spuntava troppo più presto che non si
convenisse alla più pigra stagione dell'anno. Le battaglie del suo
cuore erano state crudeli e lunghe, ma la sua risoluzione non aveva
piegato un istante. Il primo raggio di luce penetrò nella sua stanza
gravido di nuove tempeste e di nuovi assalti. E in un baleno ripensò
tutte le accarezzate illusioni del suo spirito, melanconiche rovine
d'un audace edifizio di sogni. Pensò a Carlotta, alla mesta casa
che lo aveva raccolto, e parendogli d'uscire improvvisamente da una
lunga visione, volse gli occhi in giro per sincerarsene. Una profonda
melanconia lo invase al pensiero di dover abbandonare quelle pareti
per sempre. Quivi egli si era abbandonato alle sue fantasie d'infermo,
alle ansie dell'aspettazione, agli accasciamenti della disperanza --
quivi egli aveva sofferto, amato e sperato molto -- quella camera era
stata per lui, per lui solo, tutto un mondo vastissimo che egli aveva
popolato d'immagini lusinghiere.
Nelle lunghe ore di solitudine che egli aveva passato immobile sul
suo letto, egli aveva numerato cento volte il doppio giro di scacchi
bianchi ed azzurri che si alternavano sulla volta; aveva seguito
coll'occhio i bizzarri fiorami dipinti sulle pareti fino agli stipiti
dorati degli angoli, donde era tornato indietro rifacendo senza
stancarsi mai gli stessi sentieri tortuosi. E poi in quella camera
vi erano cento altri affetti che erano sorti per opera sua, affetti
di creature enigmatiche a cui egli solo aveva dato la vita. Là era un
drago colle fauci spalancate, che fino all'arrivo di Silvio era stato
tenuto in conto d'una foglia di certa pianta strana a cui nissuno
avrebbe saputo dare un nome; altrove una testa assai burlesca d'uomo,
altrove un busto di bella donna, o un amorino senz'ali, tutta brava
gente che vivevano alla buona senz'altra pretesa al mondo che quella di
essere guardati ad un'ora determinata e dal guanciale di Silvio.
Pensate voi se dovesse essere lieve dolore abbandonare tutto ciò.
Più volte Silvio provò a drizzarsi appuntando i gomiti sul guanciale;
più volte disse a sè stesso che era tempo di mostrarsi forte, ma sempre
gliene mancò l'animo; il suo pensiero ribelle ritornava senza posa
a Carlotta, e il suo corpo ricadeva inerte sul guanciale. Un sospiro
mal represso veniva a quando a quando dal suo petto; ed egli avrebbe
certamente arrossito confessandolo a sè medesimo, ma il suo cuore
diceva assai chiaro il pentimento di aversi tolto un carico tanto
grave.
-- Domani stesso partirò dalla vostra casa!...
Queste parole, indarno dissimulate, si ripetevano come un lungo eco
nel suo seno. Qual demone gliele aveva dettate? e perchè mai s'egli
non aveva saputo resistere alle tentazioni dell'orgoglio, non era,
almeno in quel momento, fatto insensibile alle lusinghe infruttuose
dell'amore?
In quel punto venne picchiato all'uscio. Il signor W..., medico e
chirurgo di Gossau, entrò sulla punta dei piedi. Il cuore di Silvio
martellò disperatamente, vedendo l'eterno sorriso e l'eterna marsina
nera dell'Esculapio.
-- Come state voi?
-- Benissimo, balbettò Silvio.
Il sorriso del signor W..., medico e chirurgo di Gossau, parve voler
dire: «Adagio, mio signore; prima di sentenziare con tanta sicurezza ci
ho da entrare anch'io.»
-- Vediamo la lingua, disse dopo aver tastato il polso con molta gravità.
Silvio mise fuori la lingua colla maggior grazia possibile.
L'esame parve non andare a genio al signor W..., il quale fe' sentire
un debole grugnito assai espressivo.
-- Abusi, abusi!... ripetè egli scotendo il capo; eccoci di nuovo colla
febbre...
E s'arrestò atteggiandosi come un punto, interrogativo. Questa volta
il suo sorriso fu molto eloquente, e fu come la sintesi d'un discorso
la cui perorazione dimostrava assai chiaro: come sarebbe stato
sconveniente che il signor W..., medico e chirurgo di Gossau, non
avesse indovinato la causa di questa ricaduta.
Ma sia che Silvio non avesse inteso l'oratorio significato di quel
sorriso, o non vi avesse posto mente, prese a dire con voce titubante
«come avesse in animo di partire....»
-- Diamine! sclamò il medico.... e quando?
La lingua di Silvio incespicò più d'una volta prima di rispondere,
e ne venne fuor un «presto» così ingarbugliato, da essere quasi
irriconoscibile.
Ma, il signor W** non se ne appagò e insistè con un «per esempio?» così
netto ed aperto, che era impossibile potersene schermire.
-- Fra quanto tempo credete che io possa lasciare il letto? domandò
Silvio, invece di rispondere.
-- Secondo i casi.
-- Nella migliore ipotesi?
-- Supponendo una crisi favorevole, prestissimo.
-- Prestissimo! Per esempio?
Il -per esempio?- di Silvio fu più fortunato.
-- Anche domani.
Silvio impallidì, ed aggiunse con un tremito pauroso:
-- E se si trattasse d'un bisogno urgente?...
Il medico parve non comprendere. Silvio tacque un istante.
-- Se io dovessi partire.... oggi?
-- Oggi! Diamine!
E un nuovo grugnito dell'ottimo signor W**, medico e chirurgo di
Gossau, avvertì Silvio della difficoltà della cosa.
-- Impossibile, voi dite?... interruppe questi con un impeto di
rammarico, che poteva parere un impeto di gioia.
-- Non ho detto ciò....
A questo punto il rammarico di Silvio parve meglio definito.
-- Ma lo dirò certamente.... È impossibile; fate conto d'avere le catene
delle Alpi alle sponde del vostro letto....
E tratto dal paragone il signor W**, medico e chirurgo di Gossau,
s'agitò come invaso da un brivido di freddo, e volse istintivamente gli
occhi al caminetto, su cui tremolavano ancora alcune scintille avanzate
dalla notte precedente.
-- Dunque? insistè Silvio con uno sguardo pieno di speranza.
Il medico si strinse nelle spalle.
Silvio non disse più nulla, e parve riflettere. Il suo volto era
come irraggiato da un dolce e pago languore; ma un istante dopo la
sua fronte si oscurò, e i suoi occhi si chiusero penosamente, mentre
l'affanno usciva dal suo petto in un sospiro.
-- È inutile, disse, è necessario che io parta oggi.
E senza punto badare al signor W** che se ne stava immobile per lo
stupore, fece atto di levarsi. Il medicò lo arrestò con uno sguardo di
preghiera, ed a crescervi forza aggiunse un gesto in cui era scolpito
tutto l'entusiasmo d'una perorazione. Ma quella eloquenza muta non fu
molto fortunata.
-- È necessario che io parta oggi, ripetè mestamente Silvio; e poichè
il signor W** accennava di voler insistere, lo interruppe con un «è
necessario» così riciso, che a volerci trovar da ridire era qualche
cosa più che una montagna da valicare.
Infatti, il signor W** non ci trovò a ridire, e pensando che la sua
presenza non potesse riuscire che importuna, salutò ed usci dalla
camera.
Rimasto solo Silvio, che s'era drizzato a gran stento, ed aveva messo
una gamba fuori del letto, sentì a un tratto venir meno ogni energia.
Col capo inchinato sul petto, cogli occhi fissi, egli ripensava
melanconicamente per l'ultima volta le accarezzate parvenze del suo
sogno....
Il buon Giovanni lo sorprese in quell'atteggiamento.
Silvio, tratto bruscamente al suo estatico fantasiare, levò gli occhi
smarriti in volto al nuovo arrivato.
Giovanni recava una lettera; Silvio la prese senza emozione, ne ruppe
il sigillo, spiegò distratto il foglio innanzi agli occhi, e lesse una
sola parola:
«Restate.»
Una gioia suprema imporporò le sue pallide guancie; il suo cuore
batteva così violento, che quasi gli veniva meno il respiro.
-- Dessa! non è vero?... balbettò tremante, fissando gli occhi
spalancati in quelli di Giovanni; e senza attendere la risposta, si
lasciò cadere con delirante abbandono sul suo guanciale.
XXXV.
-Silvio a Carlotta.-
«Rimango. Non vi dirò quanto io sia felice di questa determinazione;
ma solo che io non l'avrei presa giammai se non per ubbidire ad un
vostro comando. La mia volontà non ha potuto ribellarsi alla vostra, ma
avrebbe resistito al mio amore.
Ho domandato a me stesso la ragione di ciò che avviene, e la mia stolta
vanità si è lusingata per un istante del vostro affetto. Non sorridete
della debolezza della mia natura; io mi sono ricreduto ben tosto. Sia
benedetta la pietà che vi ha fatto superiore al vostro risentimento.
Il vostro risentimento! So d'averlo meritato, ma so pure che se voi
aveste potuto leggermi in cuore, m'avreste perdonato. Oh! ditemi, in
nome di Dio, posso io credere che, almeno in parte, la vostra pietà sia
suggerita dal perdono?
Alcuni giorni tuttavia, ed io sarò ristabilito pienamente; nè vi vedrò
una sola volta ancora nella vita? Deh! fate che la memoria dei vostro
volto sereno s'imprima nel mio cuore prima di abbandonarvi per sempre.
Partirò felice se mi avrete assolto dal vostro corruccio».
XXXVI.
Come Silvio ebbe scritto a gran fatica questa lettera, si lasciò
ricadere con molta soddisfazione sul suo letto, pensando per la
prima volta che se egli fosse stato a quell'ora sulle panche d'una
-diligenza-, non si sarebbe per avventura trovato così bene.
Suonò il campanello, ed entrò Giovanni cui accennò senza parlare
la lettera; poi, siccome la notte antecedente non era stata troppo
propizia al suo sonno, chiuse gli occhi ripetendo dentro di sè il nome
di Carlotta. A poco a poco si addormentò, ed è probabile che la visione
invocata gli apparisse nei sogni.
Quando si destò, vide la camera illuminata da una pallida luce
porporina, e una bruna figura seduta accanto al suo letto... Si
stropicciò gli occhi, ma la visione non sparì... Un grido morì
soffocato sulle sue labbra... Carlotta!...
Era pur dessa!... pallida e sorridente come fantastica creatura di
sogno. Aveva un libro in una mano; dell'altra faceva cenno a Silvio
di tacere. Vi fu un istante di silenzio. Carlotta guardava Silvio
con fronte serena; Silvio guardava Carlotta coll'anima negli occhi,
seguendone ogni più lieve movimento, quasi timoroso che l'adorata larva
dovesse svanire s'egli ne avesse distratto lo sguardo.
«Lo vedete... sono venuta;» disse Carlotta con dolcezza.
Gli occhi di Silvio non dissero che la riconoscenza, ma una
riconoscenza così ardente, che Carlotta sorrise suo malgrado.
-- Non sono offesa con voi; aggiunse come a modificare l'interpretazione
che Silvio aveva forse dato alla sua venuta.
Silvio comprese il senso intimo di quelle parole, e sospirò mestamente.
-- Vi ringrazio, disse; non avrei osato sperarlo.
E da capo nuovo silenzio.
La posizione di Silvio non era veramente priva d'imbarazzo; egli era
così poco preparato ad una visita di Carlotta, era stato così lungi dal
pensare ad un incontro di quella natura, che le frasi galanti, di cui
di solito non era sprovvisto, gli fallirono miseramente. Fors'anche la
prepotenza d'un sentimento vero aveva debellato il suo coraggio.
Egli guardava Carlotta, rimuginando una frase, che, a calcoli fatti,
doveva essere come una specie di bomba infallibile, e pareva misurare
la distanza per non fallire il suo tiro; ma la frase si contorceva
nella sua testa in mille modi, senza comporsi mai a quel tipo
vagheggiato. Ogni momento che passava cresceva il suo imbarazzo, e un
vivo rossore accendeva sempre più il suo volto. Carlotta gli venne in
aiuto.
-- Come state? domandò con un lieve sorriso.
Silvio stava benissimo, e non sapendo fare di meglio, lo disse
sospirando. Quel sospiro non fu fortunato; Carlotta si fece seria in
volto.
Ma Silvio non si die' per vinto, ed aggiunse melanconicamente: «il
medico assicura che -presto- potrò partire....»
Avrebbe voluto dire -domani-, ma gli parve d'arrischiare troppo, e
disse -presto-; e lo disse pauroso ed indeciso come chi getta un dado
da cui dipenda la sua fortuna.
-- Lascerete Gossau? domandò freddamente Carlotta.
Un po' più di calore e la parola Gossau pronunziata con maggior
indifferenza, ed era per l'appunto la dimanda a cui Silvio s'attendeva.
Quelle lievi modificazioni sconcertarono i suoi disegni; tuttavia
s'avventurò a rispondere:
-- Non devo abusare della vostra cortesia... e si tenne in aspettazione
spiando sott'occhi l'effetto delle sue parole.
Carlotta sfogliò sbadatamente il libro che aveva fra le mani, e non
rispose. Un gemito partì dal petto straziato di Silvio.
-- Che cosa avrete pensato di me! balbettò poco dopo con voce fioca.
-- Nulla: rispose Carlotta, temperando la durezza della risposta con una
inflessione dolcissima di voce.
-- Nulla! ripetè Silvio amaramente; nulla!
Carlotta fu visibilmente commossa da quell'accento di rimprovero e di
dolore.
-- La vostra ferita fu assai grave, disse sbadatamente, volendo volgere
ad altro il discorso.
-- Non quanto avrebbe potuto essere, rispose Silvio.
-- È vero.
Non le venne detta questa parola, che Carlotta levò gli occhi in volto
a Silvio.
Quelle brevi parole avevano ridestato una memoria assai delicata;
entrambi compresero che il loro pensiero raffigurava in quel punto la
stessa immagine ed arrossirono entrambi.
In quel punto la rosea luce che illuminava la camera impallidì a un
tratto.
Carlotta si drizzò.
-- Vorreste?... domandò Silvio giungendo le mani.
-- È tardi, fra dieci minuti sarà notte.
-- Non partite, ve ne scongiuro.
-- È necessario.
-- Non sono che pochi momenti che io vi vedo.
-- È un'ora che io sono in questa camera.
-- Un'ora! tristo me! ed io dormiva.... sognava; sognava di voi, di che
potrei sognare?
L'accento con cui Silvio parlava era così languidamente mesto, che
Carlotta non potè trattenersi dal pagare d'un sorriso quella passione
così sincera.
-- Sorridetemi così; proseguiva Silvio, cui il pensiero di rimaner solo,
di perdere un'altra volta quella donna adorata, restituiva in un punto
tutta l'audacia smarrita; sorridetemi così; voi ignorate il bene che mi
fate in questo momento.
-- È necessario che io vi lasci, disse Carlotta con dolcezza.
-- Ancora un istante; ho tante cose a dirvi.
-- È inutile.
-- Inutile!
E Silvio chinò il capo con abbandono.
-- Promettetemi almeno di ritornare.... insistè coll'ansietà di chi vede
un ultimo barlume di speranza.
Carlotta tentennò il capo.
-- Un rifiuto!
-- No, non è un rifiuto....
-- Promettete adunque?
-- Non prometto mai nulla.
Silvio ricadde sul guanciale senza dir motto.
Carlotta s'appressò all'uscio, ma all'atto di afferrare la maniglia, si
arrestò e si rivolse.
-- Buona notte, disse.
-- Buona notte, ripetè Silvio con un filo di voce.
-- Forse.....
-- Forse?....
-- Aspettatemi....
-- Quando?
-- Aspettatemi.
-- Domani?
Ma l'uscio s'era aperto, e la vezzosa creatura s'era involata come un
fantasma....
Nella camera solitaria di Silvio, errò lungamente un profumo di donna
amata, parte di sè medesima abbandonata da Carlotta ai cupidi sensi
dell'ardente amatore.
XXXVII.
-Silvio a Carlotta.-
«Vi ho aspettato; dite voi stessa se io v'ho aspettato!
Perchè dunque?... perchè?... È avvenuta forse alcuna cosa che vi abbia
impedito di attendere la vostra promessa?... O dovrò io rammentarvi che
mi avete fatto una promessa?»
XXXVIII.
-Carlotta a Silvio.-
«Non nego che io v'abbia fatto una promessa, ma non ho detto nè il
giorno, nè le condizioni che io ponevo all'adempimento. Poichè pare
che la vostra solitudine vi sia incresciosa, e desideriate d'averne
sollievo, dipende da voi che io venga a far quattro chiacchiere nella
vostra camera. Promettete di non parlare mai di cose del cuore, e di
non usare certe frasi vaghe che vi si riferiscono.»
XXXIX.
-Silvio a Carlotta.-
«Per quanto avete di caro al mondo, vi scongiuro: non ostinatevi in
questa pretesa. Deh! che i miei sentimenti, i sentimenti di un cuore
devoto, non vi trovino inesorabile!»
XL.
-Silvio a Carlotta.-
«Ditemi almeno che cosa intendete per -frasi vaghe che si riferiscono a
cose del cuore-.»
XLI.
-Carlotta a Silvio.-
«Voi sapete troppo bene dove incominci e dove finisca il vocabolario
dei -sentimenti dei cuori devoti-. Risparmiatemi un'enumerazione lunga
e spinosa.»
XLII.
-Silvio a Carlotta.-
«Accetto. Non vi dirò quanto mi costi, benchè non potreste impedirmelo.
So di non vincolarmi che a non -parlarvi- di -cose del cuore-, nè voi
sarete così ingenerosa da voler estendere più oltre la mia promessa.
Accetto adunque.
Lasciate però che alla mia volta io faccia, non già una condizione, ma
una preghiera: -venite oggi stesso-.»
XLIII.
Carlotta venne; aspettata come un'alba di tripudio, bella e raggiante
più d'un'alba.
Cogli occhi ardenti di passione, col cuore palpitante, Silvio seguiva
i passi della leggiadra creatura che pallida e serena come una visione,
attraversò la stanza lentamente, e venne a sedersi a qualche passo dal
letto.
-- Più vicino... balbettò Silvio.
Carlotta trasse la seggiola presso al capezzale.
Immerso nell'egoismo della sua felicità, Silvio non pensò neppure a
ringraziarla; non volle o non seppe sorriderle, non le disse parola --
che cosa le avrebbe egli detto, poichè gli era contesa la favella del
cuore?... Il solo suo sguardo si animò, e fisso sulla fronte della
donna amata, parve ricercare le vie tortuose del suo pensiero, per
rapirle un segreto. Carlotta sostenne quello sguardo senza abbassare
gli occhi; Silvio sospirò.
I sospiri non erano stati compresi nel patto; però Carlotta, che fino
a quel punto si era tenuta in silenzio, s'affrettò a domandare a Silvio
della sua salute.
Sventuratamente Silvio stava benissimo, e lo disse con un altro sospiro
assai più lungo e più profondo del primo.
Quest'esordio parve spaventare Carlotta, la quale, non osando muoverne
lamento direttamente, guardò Silvio con una cert'aria, come di chi
volesse mettere in dubbio la legittimità di quei sospiri. Silvio le
rispose di rimando nello stesso linguaggio «essere dolentissimo che si
volesse mettere in dubbio la legittimità dei suoi sospiri.»
Dopo questo primo armeggio, la conversazione si animò vivamente. Silvio
parlò con entusiasmo della stagione che minacciava di essere fredda,
c Carlotta convenne pienamente con lui, aggiungendo che l'inverno
era stato precoce. Silvio si affrettò a dividere questa opinione, e
incoraggiato dal primo successo, disse qualche parola della giornata
che era stata bellissima. Anche questa sentenza non trovò seria
opposizione.
-- Ma fredda, osservò Carlotta con qualche titubanza.
-- Freddissima, confermò Silvio sbadatamente; poichè lo dite, aggiunse
sorridendo; io già non ho potuto accorgermene.... sebbene.... sì, ne
sono sicuro, il gelo aveva disegnato assai bizzarri fiori sui vetri
della finestra. Il sole me li ha tolti ben tosto...
-- E il gelo i miei... figuratevi; avevo un'aiola di cappuccine gialle
che non s'erano potute raccogliere nella serra -- sono morte tutte...
-- Poverette!
Silvio pensò di dover unire un sospiro per significare meglio il suo
compianto; questa volta Carlotta non ne parve spaventata e rispose con
un sorriso.
-- Amate i fiori? domandò poco dopo.
-- E chi non li amerebbe?
E qui Silvio con uno slancio inspirato parlò del loro profumo, dei loro
colori, e stava per parlare del loro linguaggio, se una occhiata assai
espressiva di Carlotta non l'avesse interrotto in buon punto. Silvio
pose la mano destra sul cuore coll'atto con cui l'avrebbe posta sulla
bocca d'un ciarliero, e domandò scusa sorridendo.
Se Carlotta rispondeva a quel sorriso, addio patti! ma Carlotta non
parve avvedersi del gesto, nè del senso burlesco che gli era stato
dato. Quell'indifferenza sconcertò forse i segreti disegni di Silvio,
il quale da quel punto si fece serio in volto, e divenne più parco di
parole.
Carlotta, sia che fosse rassicurata da quel contegno, sia che sentisse
in cuore alcuna pietà mista di riconoscenza, o forse per l'una cosa e
l'altra insieme, acquistò per l'appunto quanto Silvio aveva perduto, e
lo interrogò sui suoi viaggi.
Silvio si tolse d'impaccio assai male; nè mai racconto di viaggi fu
fatto con tanta inettitudine e con così poca compiacenza.
Convien sapere che fin dal primo dialogo avuto con Carlotta, egli era
stato torturato dal desiderio di fare una domanda; ma il timore di
ridestare memorie spiacevoli, lo aveva consigliato a non farla, sebbene
il silenzio gli paresse incontrastabilmente una mancanza di riguardo, e
potesse essere creduto ispirato da un sospetto ingiurioso.
-- Tutto sta nel modo di farla, aveva detto a sè stesso, e da un quarto
d'ora torturava il suo cervello, domandandogli una frase restia che gli
sfuggiva.
Appena gli parve d'avere il fatto suo, compose il volto a mestizia, ed
aprì bocca per parlare; ma in quel punto il sole che tramontava dietro
i monti, involò seco i raggi d'oro che si frangevano contro le vetrate
della finestra. A quella vista Silvio si turbò, e il nome del signor
Verni morì soffocato sulle sue labbra. Allo stesso tempo Carlotta si
levò in piedi.
-- A domani? disse Silvio con voce agitata.
-- Forse.
-- Forse!... E un ultimo sospiro chiuse questo secondo colloquio amoroso.
XLIV.
-Silvio a Carlotta.-
«È inutile. Una forza superiore alla mia volontà mi trascina ciecamente
ai vostri piedi. Lasciate che io mi illuda ancora una volta, e non veda
la vostra indifferenza e il vostro disprezzo, e possa dirvi l'amor mio.
Lasciate che il mio cuore possa conoscere ancora per poco i battiti
della speranza.
Sarò vostro schiavo, se voi lo vorrete; bacierò festante le mie catene,
ma non contendete al mio cuore la facoltà d'amarvi, la sola virtù che
lo purifica e lo fa grande. Se la franchezza è virtù, e lo è sempre
quando non nuoce ad altrui, io voglio avere anche questa.
A che giova il dissimularlo, a che giova il tacerlo? Io vi amo. Voi
avete creduto che si possa spegnere un affetto, come si può spegnere
un'incendio, isolandolo. Vi siete ingannata; condannando il mio cuore
a tacere, a serbare gelosamente il suo amore solitario, voi non fate
che ritemprarlo e rinvigorirlo in esso. Ciò che la favella non può
esprimere si scolpisce incancellabilmente nel petto; il mio amore
durerà quanto la mia vita.
Se pure vi ha ancora una speranza di guarigione, solo una confessione
completa può compiere il miracolo. Ponete che io voglia guarire,
e lasciatemi dire che io vi amo, che io vi amo, che io vi amo.
Rispondetemi che io vi sono odioso, che la mia passione è ridicola,
che la mia insistenza vi annoia. Tutto ciò mi farà assai male, ma potrà
guarirmi.
Datemi il vostro disprezzo, tutto ed apertamente, o il vostro amore,
tutto ed apertamente. Questo travaglio in cui ora vivo è peggiore della
morte; voi potete liberarmene; fatelo ed affrettate. Non mi parlate
d'amicizia; questa povera larva sarebbe un amaro scherno per chi
domanda il vostro amore. Soprattutto siate franca; non vi trattenga un
falso sentimento di pietà; la pietà, come io la intendo, è l'amore che
risuscita, o il fuoco che purifica e risana; non vi ha via di mezzo:
datemi il sorriso della Dea, o l'opera rude del chirurgo; benefica
nell'uno e nell'altro modo io saprò benedirvi.... Qualunque altro
partito sarebbe menzogna.
Voi siete stata testimone di ciò che possa in me una promessa; il
ridicolo non mi ha impaurito, e rimasi vicino a voi come un fanciullo;
non vogliate condannarmi ancora ad una parte così ingrata; io saprò
abbandonarvi se voi me lo comanderete.
Quali sentimenti voi nutrite per me? quali sentimenti desterà nel
vostro cuore questa mia ruvida franchezza? Lo ignoro. Non mi trattengo
neppure ad immaginarlo. L'ho detto; una forza fatale mi trascina
ciecamente ai vostri piedi. Io non so nulla di voi, se non che siete
bella e che vi amo, che siete buona e che vi amo. Tutto il resto per
me è un mistero; vi vedo mesta e dolente; di che? Non importa; io vi
amo. Avete dei dolori? Non importa: io so che vorrei poterli dividere.
Lo volete voi? volete voi esser mia?... Pazza audacia del mio povero
cuore! Posso io ingannarmi più a lungo sulla sentenza che uscirà dalle
vostre labbra?... E tuttavia io ve lo ripeto orgogliosamente; volete
voi esser mia? Io non voglio pensare alla probabilità d'un vostro
rifiuto; io così altero e sdegnoso, sentirei frangersi quest'anima
da fanciullo. Mi pare che ne piangerei molto, come d'una rovina
irreparabile; ma fuggirei da voi perchè le mie lagrime non suscitassero
la vostra pietà, quella vana pietà che non sa dare che affanni a chi la
prova e a chi la riceve.
Volete voi esser mia? Mi pare un sogno che io possa farvi questa
domanda senza arrossire, o farvi arrossire.
Io penso talvolta che la sorte abbia voluto collegare in qualche modo
la vostra vita alla mia, e mi inebbrio di questo pensiero.
Talora invece discendo nelle vie più segrete del mio cuore, e
v'interrogo la mia passione; allora provo delle torture inesprimibili,
e m'infliggo delle angoscie crudeli; anatomizzo ogni fibra e mi domando
se io saprei amarvi come voi meritate. Ebbene, io ne ho acquistata
la certezza; non è un amore volgare, non è l'amore dell'uomo alla
donna, quel sentimento inebbriante in cui ha parte più la fantasia e
il desiderio, che la stima; non è questo l'amore che io vi offro. È un
amore sereno, l'amore di un'anima ad un'anima.
Voi siete bella, estremamente bella; lo so; ciò ha potuto altra
volta inebbriare i miei sensi; ma non appena io vidi la vostra anima,
indietreggiai per serbare il vostro profumo di virtù; l'acre voluttà
della colpa mi ha sedotto, ma non mi ha vinto. Fuggii lontano da voi,
recando meco la memoria della vostra bellezza, il mio vagheggiato
ideale di artista.
Oggi è ben altro; voi siete libera; per qual filo misterioso io sia
stato guidato innanzi a voi, non so; ma so che è la Provvidenza che lo
vuole. Oggi è ben altro; altra volta io ho amato la vostra bellezza
e il vostro spirito, oggi io amo l'anima vostra; vi ho visto appena,
e pure mi sento trascinato a voi da una forza magnetica; e una stima
immensa si è ingenerata in me al solo vostro sguardo.
So bene che attribuirete le mie parole ad esaltazione, e forse a
menzogna; pure io non fui mai così calmo e così sincero come in questo
momento. Crediatelo; non è più il vostro corpo che io amo; io posso
dimenticare per un istante la vostra bellezza, posso anche pensare per
un istante che un'altra donna può vincervi in avvenenza, ma non posso
cessare un solo momento di amarvi, o credere un solo momento che io
potrei amare un'altra donna, come amo voi.»
XLV.
Ponete -- e non sarete lontani dal vero -- che Silvio dopo questa
lettera si sia lusingato per un quarto d'ora, e abbia numerato
nell'inquietudine le lunghe ore della giornata; ponete che due ore
prima del tramonto abbia udito una prima volta il fruscio delle vesti
di Carlotta, e poi ancora cento altre volte, e che cento volte abbia
teso l'orecchio col cuore agitato, e cento troncato le sue speranze
con un sospiro; ponete che alla centesima un passo, un vero passo, si
sia arrestato alla porta, e una mano abbia fatto girare la maniglia, e
poi dite se il signor W**, medico chirurgo di Gossau, potesse giungere
opportuno.
Opportuno o no, era proprio lui.
Silvio si lasciò sfuggire un'esclamazione di sorpresa. Non so che vi
possa essere di gradevole nella visita di un medico; ad ogni modo fosse
gradevole o sgradevole la sorpresa -- e pare che dovesse essere l'una o
l'altra, non avendo mai udito dire che vi siano sorprese d'altra natura
-- il signor W** non se ne avvide, o mostrò non avvedersene.
Egli entrò col solito passo saltellante, colla faccia agro-dolce, si
accostò al capezzale col solito sorriso, e interrogò l'ammalato col
solito accento melato.
-- Il signor Silvio si sentiva bene?
«Il signor Silvio si sentiva bene.»
-- Non aveva avuto più febbre?
«Il signor Silvio credeva di non averne più avuto.»
Erano le solite domande, e le solito risposte svogliate.
Poi il signor W** volle vedere la lingua del signor Silvio, e la lingua
del signor Silvio si compiacque d'arrendersi all'invito.
-- Benissimo.
Si passò all'esame del polso, che era regolato come un cronometro di
Ginevra, e il cronometro di Ginevra del signor W**, medico e chirurgo
di Gossau, era lì a farne fede.
-- Benissimo.
Questa seconda approvazione tolse Silvio alla sua svogliatezza; una
vaga paura s'impossessò di lui, e i suoi occhi si spalancarono ad un
tratto.
-- Appetito? domandò il medico.
Silvio, che aveva mangiato due ore prima, in quel punto non si sentiva
gran fatto disposto a ricominciare, e credette bene di non mentire
rispondendo negativamente.
-- Avete provato a levarvi di letto?
-- Non ho voluto arrischiarmi, balbettò Silvio.
-- Non avreste corso pericolo... Voi dovete essere forte... Non vi pare
di sentirvi forte?...
-- Infatti... sarà come voi dite.
-- Bisognerà provare.
-- Senza dubbio... pure... nel sollevarmi sui guanciali, sento dei
dolori...
-- L'inerzia, appunto l'inerzia. Una lunga passeggiata vi guarirà
affatto.
-- Lunga voi dite?
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