Fante di picche
Salvatore Farina
FANTE DI PICCHE
MILANO
TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
Via Larga, 19
1874.
Proprietà Letteraria.
A MIO PADRE
Mi è caduta l'altro di sottocchio una pagina di un critico bizzarro e
profondo; leggendola, mi è tornata in mente come cosa che avevo già
letto, e insieme ne rammentai l'occasione e il modo della prima
lettura, e l'approvazione che tu davi alle idee espressevi, ed i dubbi
che a me rimanevano, e che, pensandoci, ho poi risoluti d'accordo col
nostro autore. Il quale non è altri che Carlo Baudelaire e nella
prefazione ai -Racconti Straordinarii- di Poe espone i vantaggi che ha
la novella sul romanzo, senza dire quelli che il romanzo ha sulla
novella.
Non so se ricorderai questo brevissimo momento della vita. Io
trascrivo qui quella pagina per vedere di ravvivartene l'immagine.
«-La novella ha sul romanzo di vaste proporzioni l'immenso vantaggio
che la sua brevità cresce l'intensità dell'effetto. La lettura che può
farsi d'un fiato, lascia nello spirito una memoria assai più tenace
d'una lettura sbocconcellata, interrotta spesso dalle faccende
mondane. L'artista, se sarà abile, non adatterà, no, i propri pensieri
agli incidenti, ma, avendo concepito di proposito, a suo genio, un
effetto da produrre, inventerà e combinerà gli avvenimenti più adatti
a produrre l'effetto voluto. Se la prima frase non è scritta
coll'intento di preparare la finale impressione, l'opera è sbagliata
dal principio. In tutta la composizione non deve entrar parola che non
sia un'intenzione, e non tenda, direttamente od indirettamente, al
disegno prestabilito.»-
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
A tutte queste idee e specialmente alle ultime che, mostrando la
difficoltà della novella, le aggiungono valore e nobiltà, tu dicevi:
«benissimo.»
Ed ecco perchè, invece d'un lavoro di maggior mole, dedico a te questi
racconti.
SALVATORE.
FANTE DI PICCHE
I.
A ventidue anni Donato è un bel giovane bruno; sa tirar di sciabola e
di pistola, caracollare con grazia sopra un cavallo, infilar come
saetta le vie di Milano sul velocipede, e sa all'occorrenza camminare
a piedi senza dinoccolar le gambe per far pompa d'una disadattagine
che è l'ultima parola dell'arte del perfetto cavallerizzo. A ventidue
anni Donato, non ostante il contagio della città dove vive da un
pezzo, si è serbato figlio e fratello tenerissimo, adora la canizie
del suo vecchio padre e non immagina al mondo cosa più soave della
testolina bionda della sorella. Or ecco perchè il vecchio Norberto e
Mariuccia in quella calda sera di luglio si lasciano rubare i sospiri
dalla brezza senza quasi avvedersene: Donato deve abbandonare ancora
una volta la paterna villetta di Romanò in Brianza, per tornarsene
alle severe assiduità della Scuola d'Applicazione ed alle innocenti
delizie del Veloce-Club di Milano.
Nè ciò soltanto affligge le due anime buone; all'occhio della loro
tenerezza non è sfuggito che Donato, nei tre giorni passati in villa,
fu inquieto più del solito.
Certo egli ebbe ancora sorrisi, ma brevi e fuggitivi, di quelli che
appaiono a fior di labbro e di repente si cancellano senza lasciare
alcuna traccia. Talvolta pure infilò le ciancie, gli si accesero le
gote impallidite, gli brillò lo sguardo, ma d'un tratto ammutolì, si
oscurò in volto, si ritrasse nella sua cameretta od uscì all'aperto, e
quando si credette non visto si lasciò cadere sopra un sedile, e
stette lungo tratto d'ora immobile, coll'occhio fisso a terra.
Mariuccia ed il babbo lo spiarono senza saper l'un dell'altra; venti
volte vennero entrambi da opposte vie ad incontrarsi per caso in
faccia a Donato meditabondo; e allora il babbo si arrestò estatico a
guardare un alberello, Mariuccia si chinò a cogliere una miosotide,
per dar tempo al giovine di comporre il volto alla pietà d'un
ingannevole sorriso. La sorellina, che potè tener dietro a Donato con
assai maggior naturalezza e punto scrupoli, vide poc'anzi il fratello
colla testa fra le mani... un pezzo... un pezzo, trattenne il respiro
e sentì gonfiarsi il cuore dall'affanno, e finalmente non potendone
più, diede in uno scoppio di pianto che costrinse Donato a scoprire la
faccia lagrimosa. Egli corse a lei, si abbracciarono stretti,
confusero le loro lagrime, finchè la giovinetta levò il bel viso, e
pose negli occhi una domanda.
Donato si schermì, si chinò a raddrizzare una dalia curvata dal vento,
poi appiccò discorso, costrinse la sorellina ad ammirare il ceruleo
anfiteatro delle montagne lontane, si provò anche a cercar argomento
scherzevole, e trovatone uno vi spese più barzellette che non
meritasse, e delle barzellette rise più forte del solito, e fe' pure
ridere la fanciulla; ma quando, esaurita quella forza fittizia, guardò
negli occhi di Mariuccia, vi lesse chiaro la stessa dimanda di prima:
«e perchè piangevi?»
«Sono uno sciocco, disse allora, mi vergogno di me stesso; piangevo
perchè ho paura di presentarmi agli esami; un superbiaccio pari mio
meritava questa umiliazione; a te lo posso dire: il Veloce-Club, e le
cavalcate, ed altro mi hanno fatto trascurar la scuola di meccanica e
di costruzioni, gioco una brutta carta...
E come se gli si ripresentasse alla mente l'immagine della propria
sciagura, s'interruppe e non aggiunse parola.
Anche Mariuccia tacque, perchè vide venire il babbo da lontano.
Altrimenti ella avrebbe pur detto al fratello che le sue paure erano
fantasime vane, che d'esami ne aveva già superati un esercito senza
averne mai trovato uno che gli facesse proprio paura, che per dieci o
venti lezioni di meccanica perdute uno studente di matematica non è
già in rovina, e può diventare ingegnere e dei buoni ugualmente. Ella
avrebbe pur detto tutte queste cose ed altre, o piuttosto non avrebbe
detto nulla, perchè s'era accorta che, per la prima volta in vita,
Donato, il suo buon Donato... -mentiva-, e si teneva certa non altro
essere tutta la storiella degli esami se non un nero tessuto di bugie
per carpire la fede della sorellina ingenua.
Donato alla vista del babbo tornò ilare, passò il rovescio d'una mano
sugli occhi per cancellare ogni traccia delle lagrime versate, si
dimenò come una girandola che non piglia fuoco, facendo cento cose
inutili, gettò qualche scintilla di buon umore... e finalmente si
spense. E per non trovarsi innanzi alla tenera sollecitudine di quella
faccia serena di vecchio, tutta rughe ed amore, girò sui tacchi come
sopra un cardine, e se n'andò a testa bassa, curvandosi a raccogliere
un fiore che non guardava nemmeno od un sassolino che lanciava
distratto a saltellare sul viale...
Ed ecco perchè il vecchio babbo e Mariuccia, rimasti soli, guardano
alle giogaie alpine baciate ancora dal sole, alla vallata del Lambro
dai larghi piani d'un verde cupo, sentono in quell'ora melanconica
come un'ansia paurosa, e non si avvedono che la brezza invola alle
loro labbra un sospiro.
«Bella sera! dice Norberto.
--Bella! risponde Mariuccia.
E il babbo pensa che la fanciulla abbia ricevuto le confidenze di
Donato, e la fanciulla dice a sè stessa che certo il babbo dev'essere
informato della vita che Donato fa a Milano e di quanto può essergli
accaduto.
Tacciono.
I raggi del sole valicano le ultime creste del Resegone e si perdono
nello spazio azzurro, le ombre si addensano tutt'intorno, le campane
dei paeselli si rispondono da lontano, e l'ala greve del pipistrello
passa come un'ombra nera nella luce impallidita del crepuscolo.
«Partirà domani Donato? domanda la fanciulla.
--Domani...
--Povero Donato! È in pensiero pegli esami.
--Te l'ha detto lui?
--Sicuro.
--Ho notizie dai suoi stessi professori, non deve temer di nulla, è
studioso, diligente ed assiduo.
--Anche alla meccanica?
--Anche a quella.
Mariuccia l'ha immaginato, non domanda altro; e il babbo che vorrebbe
sapere dalla fanciulla... senza metterla inutilmente in malizia... non
sa proprio come fare.
--Non ti ha confidato nulla Donato? chiede finalmente, tirandosi sotto
il braccio la figliola ed avviandosi verso la palazzina.
--Null'altro.
Mariuccia, la scienza dei suoi sedici anni compiti, se anco non l'ha
appresa da altri, l'ha indovinata benissimo, e però soggiunge dentro
di sè:
«A questo avevo pensato anch'io! Ma se fosse innamorato, a me lo
avrebbe detto!»
Due ore dopo la piccola Maria ed il vecchio Norberto si augurano la
buona notte con un bacio. Ciascuno d'essi deve passare innanzi
ali'uscio socchiuso della camera di Donato.
«Buona notte!
«Buona notte!
E alla voce argentina della fanciulla ed alla tremula voce del
vecchio, Donato risponde facendosi sull'uscio a baciare in volto i
suoi cari, poi rientra, si ferma nel mezzo della stanzetta ad
ascoltare i passi della sorella e del padre, e quando non ode più
nulla, altro che il rauco coro delle rane e il zirlo degli insetti
nella campagna, si appoggia alla finestra, e sprofonda lo sguardo
lontanamente nel buio.
II.
La notte è tenebrosa; terra e cielo si confondono nel buio infinito da
cui si staccano, più neri, alcuni nugoli che viaggiano solitarii, ed i
gelsi e le quercie in sembianza di giganteschi fantasmi. La brezza
bisbiglia sottovoce e dondola i letti pensili degli uccelli e degli
insetti.
Che pensa Donato colla fronte ardente nascosta fra le mani?
Non pensa, vaneggia.--È ritornato fanciullo, ha sei anni, ama giuocare
alla palla, al cerchio, ha appreso a memoria dei versi che recita fra
le ginocchia del babbo, si rizza sulla punta dei piedi per veder la
sorellina in culla, non sa ancora che sia il mondo, non impaurisce per
le incognite che gli prepara l'algebra della vita.
Pur l'avvenire, affretta col desiderio, s'impazienta degli indugi che
lo trattengono per via, ha un ideale innanzi agli occhi--vent'anni!
Ah! il superbo fascino di questa parola!
Eccolo cresciuto, eccolo alla scuola, ai cari studi, ai baldi
propositi; ha inteso dire che il babbo non è ricco, che lavora per
vivere, che affatica giocondamente in età quasi senile, per dare a lui
un'educazione e preparare una dote a Mariuccia. Oh! sì, bisogna
pensare a Mariuccia. Ora Donato sa l'algebra, la geometria...
Mariuccia avrà la dote!
E viene un giorno lieto. Donato apprende che non si è così poveri come
si diceva, poichè si possiede una villetta, dove il babbo, ora che ha
i capelli bianchi, se ne andrà a riposare colla piccina. Donato solo
rimarrà in città... e all'avvenire.
Ha promesso ai suoi cari, e più a sè medesimo, di darsi tutto allo
studio. I compagni hanno le tazze e le belle, egli non ha vini nè
amori di lusso. Una cosa lo tenta, Non gli occhi affumicati di
donnette smorfiose, non i rubini delle bottiglie, ben altro: passar
come saetta sul velocipede nelle vie di Milano, spingere a sfrenato
galoppo un bel baio nei viali di circonvallazione; questo sì, lo
tenta. Infine a venti anni si ha forse ragione di dire che la
meccanica non basta.
Ma non per nulla Donato fu testimonio della dotta parsimonia del
babbo; levandosi di bocca uno zigaro che appesta e che costa un occhio
del capo, anch'egli cavalcherà il velocipede ed il baio. Certo si
potrebbe mettere in disparte quel danaro per la dote di Mariuccia, ma
infine a vent'anni, ditelo voi, può bastare la meccanica? E poi ora è
studente, ma quando sarà ingegnere!
Ed oh! le belle miniere scavate col desiderio, i bei castelli a cui
non manca il castellano canuto, nè la bionda castellana gentile! Ma un
demone soffia in quelle sante visioni, il castello crolla, ed i
castellani rimangono nella via più poveri di prima! Un istante ha
cancellato tanti sogni affettuosi, un'ora di abbandono ha potuto più
di ventidue anni di affetto... perchè vano è ora distogliere lo
sguardo, una rovina si compie per opera sua; ecco il tavoliere, i
mucchi d'oro che danno le vertigini, e la prima posta bramosa, e
l'ultima posta tremante, e una folla di bassi sentimenti in cuore, e
mille colpevoli idee nel capo, e, in un impeto di collera contro il
vincitore, contro sè stesso, contro la sorte, contro Dio... ancora una
posta disperata di denaro non suo!
«Hai perduto! Ancora e sempre hai perduto!»
Donato leva il capo dalle palme e sprofonda l'occhio nel buio, solcato
a quando a quando dalle parabole delle lucciole e delle stelle
cadenti. Non ode più la brezza che va mormorando di lui via via, dai
gelsi più vicini alle acacie delle siepi ed agli olmi della vallata;
mille immagini gli turbinano innanzi agli occhi, prima distinte e man
mano più confuse; poi gli pare che l'aria della notte gli lambisca, la
fronte come una fredda carezza, gli par di dormire, gli par di
sognare.
Ora è l'alba, l'alba apportatrice dei propositi onesti, e uno solo ne
rimane a Donato; si leva, corre alla camera del babbo, picchia
tremante all'uscio, entra, si butta fra le braccia del vecchio e ne
bagna la canizie veneranda di lagrime amare.
«Sai, babbo, io sono indegno di te, ho giocato, ho perduto, ho pregato
il cielo che mi facesse morire.»
E nel cuore del padre queste ultime parole cancellano l'impressione
delle prime. Il povero vecchio risponde con un bacio, e non trova
parola di rimprovero. E concesso un istante ai muti singhiozzi, si
stringe la testa del figlio al petto e dice, ponendo nella parola una
dolcezza che arriva al cuore del colpevole più efficace d'ogni
rimprovero:
«Quanto?
--Sei mila lire.
Un istante di silenzio, il vecchio tace, Donato nasconde la testa fra
le mani disperatamente.
«Sei mila lire, dice Norberto; è molto, per noi che non siamo ricchi;
ma non piangere così, le lagrime non rimediano a nulla; venderemo
un'ala della nostra casetta e l'orticello; il mio vicino me ne ha
pregato, gli farò servigio... Mariuccia aspetterà a prendere marito
qualche anno di più, finchè tu abbia guadagnato il tanto da
rattopparle la dote, e se sarà necessario io tornerò in città,
cercherò di riavere il mio impiego, sono sano, mi sento forte...
Ah! Donato non può resistere a quelle parole benigne, a quella carezza
tremante, a quell'accento commosso e melanconico di un vecchio adorato
che considera la colpa del figlio come una disgrazia della sorte. È in
piedi d'un balzo, riasciuga la faccia lagrimosa, si guarda intorno...
Meglio così... non era che un sogno. È solo nella sua cameretta,
appoggiato alla finestrella che guarda alla buia campagna; i neri
fantasmi della vallata tentennano il capo, e le rane proseguono il
loro rauco concerto, arrestandosi ogni tanto per ascoltare un altro
coro che risponde da lontano.
Ci ha tanto pensato, sono molti giorni che ci pensa di continuo; che
vale arrestarsi ancora in quell'immagine? No, egli non avrà mai il
coraggio di dare a quel povero cuore di padre una simile angoscia, di
vedere la serenità di quelle sembianze adorate sparire ad una parola.
Meglio morire!
Meglio morire! E sprofonda l'occhio nel buio, e vi si avventa col
desiderio. Potesse tuffarsi nell'infinito che gli sta dinanzi,
distruggersi o dimenticarsi nella vertigine degli atomi che corrono
nello spazio! Si ferma un istante a questo pensiero gigantesco e vi
confronta la piccola causa del suo immenso affanno, ma non ne ritrae
forza; tutto in quell'arcano gli par grande ad un modo, la parabola
della lucciola, stella delle zolle, la parabola della stella cadente,
lucciola dell'infinito. Ogni grandezza è vana, tranne quella del
proprio affanno. Meglio morire!
Donato esce dalla sua camera, porge l'orecchio nel corridoio, non ode
alcun rumore, rientra, afferra una rivoltella, la guarda, poi lascia
cadere il braccio lungo il fianco, ascolta ancora... Nessuna voce lo
trattiene; ha paura di sè stesso, fugge, scende le scale, esce
all'aperto coll'arma in pugno, e si caccia in un viale che mena al
boschetto. Tacciono le rane per lasciarlo passare, poi gli gridano
dietro la loro rauca beffa. Ed egli fugge sempre brandendo l'arme
funesta; finalmente si ferma, si butta al suolo, ritrova un
singhiozzo.
Un uccello che ha avuto paura si è levato a volo per mutar letto, poi
tutto tace, anche le voci beffarde della notte; poi sulle creste dei
monti si disegna una striscia di oro pallido--è l'alba.
Una rondine mattiniera passa come una freccia e garrisce per svegliare
il vicinato; un'altra rondine le risponde, poi un'altra, fin che
l'aria si empie di garriti e di voli. Donato guarda a quelle creature
agili e festose che volteggiano sul suo capo; da ogni cespuglio, da
ogni zolla si avventano al cielo cento gaie personcine; sulla cima
d'ogni albero è una conversazione animata, ed ogni ramoscello dondola
al picciolo peso di quella turba saltellante e ciarliera, mentre da
lontano i galli del paesello si rimandano la loro strofetta
baldanzosa.
Donato segue sbadatamente coll'occhio quei voli, ascolta quelle
ciancie, e si dimentica. La luce ha messo in rotta tutti i fantasmi
paurosi, e sveglia la vita da per tutto; i monti par che si sollevino
or ora dal piano, le querele e le acacie e gli alberelli e i fili
d'erba si parano delle loro goccioline di rugiada per far festa al
sole. A poco a poco la luce si fa più viva, penetra più addentro nelle
boscaglie, nei cespi, nei pruneti, poi il sole si affaccia con quattro
raggi alle giogaie lontane, e finalmente si leva maestoso, fruga in
ogni cantuccio più riposto, costringe ogni più tetra creatura a
rimandargli con un riflesso il suo sorriso amoroso.
Donato si guarda intorno; è in un breve spazzo scoperto, accanto alla
silenziosa sorgente dove in altri tempi venne tante volte assetato;
tutt'in giro gli alberi gli fanno siepe, presso al sentierolo è un
formicaio che un raggio di sole ha svegliato or ora alle grandi
faccende d'ogni giorno; una talpa, rimasta fuor di casa più tardi
dell'usato, attraversa il sentiero come una palla nera e rientra nel
suo piccolo labirinto; dormono i grilli e si destano le cicale
stridule; nelle zolle, fra filo e filo d'ogni erba, è un brulichio di
creature che ripigliano la vita festose; le portulache silvestri
schiudono alla loro esistenza d'un giorno la pompa dei vivaci colori;
lontanamente si ode il muggito dei buoi e il grido di un contadino che
passa nella via maestra dove finisce il boschetto, e lo strider di
ruote d'un carro sulla ghiaia.
Donato si sente ancora tornar come fanciullo quando amava la vita,
quando lo impauriva la morte, quando ogni pensiero era avvenire, festa
ogni sentimento. Ed ora!
Che farà ora il babbo? Che farà la sorellina? Dormono; i loro volti
soavi sono composti alla serenità; non anco li ha turbati l'annunzio
di una sciagura! E quale sciagura!
Guarda all'arme che gli sta accanto. Uccidersi! A ventidue anni,
quando del mondo non si ha ancora visto nulla, quando di cento affetti
non si ha ancora palpitato, e si ha il sangue ribollente, e i muscoli
ferrei, e il pensiero gagliardo, e più gagliarda la fede negli uomini
e nell'avvenire!
Pure sente che non avrà mai forza di confessare al babbo la propria
colpa e di rimanere al mondo testimonio d'una infelicità uscita dalle
sue mani; certo vi ha dell'egoismo in questa debolezza, ma vi ha pure
un sentimento di giustizia e di orgoglio; sappia il babbo, sappia la
sorellina che Donato aveva cuore d'uomo, che si pentì sinceramente,
che volle espiare. Ah! sì, bisogna morire!... Afferra l'arme con mano
tremante, e un colpo parte, e un grido vi risponde. Donato ha
scaricato involontariamente la rivoltella che tiene ora lontano da sè
inorridito; gli è sembrato un istante la sorte s'incaricasse della
giustizia che egli tremava di compiere, si è sentito un brivido per
tutto il corpo, poi si è guardato intorno, ed ora, lo dirà egli a sè
stesso?... ora ha paura di morire! Pensa che se avesse posto in atto
il fatale disegno, già tutto sarebbe finito, e riama la vita, e corre
giù per la china del bosco coi capelli arruffati, coll'arme in
pugno...
«Signor Donato! signor Donato!
III.
«Signor Donato! signor Donato!»
Così chiama alle spalle del fuggitivo una vocina fresca, d'un timbro
giocondo. Donato si arresta, si volge; sul sentierolo si tien ritta
una svelta personcina, con un viso da Madonna meridionale, piccolo,
rotondo, bruno, irradiato dalla gaia luce di due grandi occhi neri. La
giovinetta non sa come comporre il bel volto, ha sulle labbra un
sorriso e nello sguardo intento un affanno; ha udito lo sparo, e
subito dopo ha visto il giovine attraversare il sentieruolo, per cui
ella saliva, coll'arme in pugno e coi capelli arruffati. Nè sa che
pensare.
Donato anch'esso ha riconosciuto la giovinetta: Costanza! Ma
parendogli già i due occhi lucenti gli abbiano letto in cuore, e
sentendo l'impaccio della rivoltella che tiene tuttavia stretta in
pugno, non sa risolversi a muoverle incontro, e lascia cadere le
braccia lungo i fianchi. Allora Costanza non esita più, si volge come
a cercare dell'occhio il suo compagno di viaggio, che apparisce tutto
trafelato nella persona scamiciata d'un monelluzzo da campagna, si
avanza fra le piante e vien diritta incontro a Donato.
«Se non mi fa male con quell'arnesaccio lì, vengo...» dice con voce
scherzosa, e già gli è presso, e già ricerca pietosamente sulla faccia
stravolta, negli occhi gonfi dalla veglia e dalle lagrime, nello
sconforto dell'atto, la sciagura che si nasconde. Donato volge appena
il capo, tenta un sorriso e dice, facendo un gran sforzo sopra sè
stesso, con una compitezza che fa male al cuore: «Buon giorno,
signorina, come sta?»
Costanza piglia nelle sue la mano che le viene offerta, e la
trattiene, e di nuovo interroga cogli occhi e coll'ansia.
Donato è titubante; sente il bisogno di versare l'anima sua con una
confidenza intera; un istinto lo spinge a confessare, ma un altro più
forte lo trattiene; la lotta è breve, gli occhi pietosi della
fanciulla squarciano il velo; il giovine rivela la sua sciagura, il
suo proposito, tutto l'immenso affanno.
«È il cielo che la manda, aggiunge tremante; non so perchè ho subito
sentito il bisogno di confessarle quanto mi passa in cuore, so che a
nissun altro avrei fatto simile confidenza.
--Sì, è il cielo che mi manda, risponde Costanza con accento
melanconico, ma dolce; è il cielo che ha fatto spezzare il timone
della nostra carrozza sulla via maestra, ed ha costretto lo zio a
tornarsene indietro fino al vicino paesello per farlo accomodare; è il
cielo che mi ha messo in capo l'idea di attraversare il boschetto per
risparmiare due buoni terzi di strada; è il cielo che mi ha fatto
arrivare proprio oggi ed a quest'ora, mentre Mariuccia ed il signor
Norberto non ci aspettano che domani... sì, tutto questo lo ha fatto
il cielo per impedire una sciagura cento volte maggiore.
Donato porge orecchio alle parole della fanciulla come ad una musica,
ne guarda il bel viso compassionevole come una cara visione, e
istintivamente nasconde dietro le spalle l'arme che ha nella destra.
Ora che ha tutto detto, gli par di sentirsi alleggerito; si dimentica
quasi, ripiglia le mille fantasie della notte, rallegrate dai trilli
delle rondini inquiete e dalla splendida luce del mattino; gli par di
non essere mai stato colpevole di nulla, e sia la propria angoscia un
brutto sogno della notte, ed egli si trovi in faccia a quella natura
sorridente, a quel leggiadro volto amoroso, a quegli occhi
fascinatori, attratto da un sentimento nuovo che è una festa, una
luce; tutte le potenze dell'anima dimentica bisbigliano una parola, la
stessa che gli ripetono i passeri ciarlieri e i tremoli riflessi delle
rugiade ed i soffi tiepidi della brezza: «Amala!»
Amala! tu hai bisogno di un dolce nodo che ti trattenga nella vita,
poichè gli affetti santi dei tuoi cari, per tua sciagura, ti fanno
desiderare la morte, hai bisogno di un sentimento nuovo e tirannico
che t'invada il petto da padrone e vi soffochi le angoscie vane, d'un
pensiero che cancelli ogni altro pensiero, d'un caro fantasma rosato
che disperda un'orda di fantasime nere; colma in un istante il vuoto
di ventidue anni, apprendi qual sia la gran festa del cuore: «Amala!»
Vi sono palpiti che compendiano tutta l'esistenza; udite la vecchiaia
volgersi indietro e ripetere: «Io vissi in quel giorno, in quell'ora,
quel dolore e quella gioia sono cosa mia, il resto appartiene al
tempo.»
Se non appar nulla in volto a Donato, perchè Costanza abbandona la
mano del giovine, e, quando egli tenta di riafferrarla, sorride?
«Senta, dice la giovinetta con un accento determinato che le da un
vezzo di più, senta, io le voglio bene, perchè siamo cresciuti, si può
dire, insieme; crede ella che io abbia il diritto di interessarmi al
suo dolore?
Cogli occhi, coll'atto, col fremito delle labbra, Donato risponde di
sì, di sì, di sì--a parole non può;
--Ebbene, prosegue la fanciulla, se ho questo diritto, ho anche quello
di pensare al rimedio.
--Non vi è rimedio, balbetta il giovine, tranne uno...
Costanza si arresta.
--Dica...
Ma Donato si turba, si fa rosso in viso, poi impallidisce e fissa
l'occhio a terra ripetendo fra sè e sè: «Non vi ha rimedio.»
--Quando è così, la lasci dire a me che ve n'ha uno.
--Quale?
--Il più semplice; pagare le cinquemila lire quando sia il momento,
senza dir nulla al babbo, lavorar poi assiduamente e riguadagnare il
denaro perduto... è dell'altro insieme.
--E il denaro?
--Bisogna trovarlo in prestito...
Il giovine tentenna il capo.
--La cambiale scade fra otto giorni.
--E fra otto giorni bisogna avere le cinquemila lire, e le avremo. Io
sono ricca, così dicono tutti nel paese, non ho il babbo da un pezzo,
e l'anno passato mi è morta anche la mamma, non mi rimane che lo zio,
il tutore; domani egli sarà a Romanò, gli dirò tutto, gli farò giurare
che terrà il segreto col signor Norberto...
A Donato balenano negli occhi la gratitudine e l'amore, ma lo
sconforto lo vince di nuovo.
--È impossibile, non posso accettare...
--Perchè è superbo.
--Simile sagrifizio...
--Nessun sagrifizio!... Mio zio è di quella razza di zii che fa
miracoli per accontentare le nipotine, non dirà di no; giurerà tutto
quello che vorrò io, e piglierà le sue precauzioni per assicurare il
mio denaro, andrà da un notaio se occorre, insomma farà le cose in
regola. Ella non conosce mio zio, perchè da soli sei mesi ha comperato
da queste parti la filanda; se lo conoscesse direbbe che è cosa fatta.
La mente di Donato assediano mille idee, mille fantasie; non sa che
rispondere, e intanto fissa gli occhi attoniti negli occhi lucenti
della fanciulla, la quale, non sospettosa, gli sorride.
--Non se ne parli altro, dice finalmente la giovinetta, è cosa
fatta--e porge la mano al giovane che la piglia melanconicamente e la
porta alle labbra sospirose.
Costanza lascia fare crollando il capo.
--Ed ora la mi dia quell'arme, soggiunge con accento di soave imperio.
Gli va dietro le spalle, gli toglie di mano la rivoltella con mille
cautele, poi la impugna e domanda al giovine, che si è voltato e la
guarda tuttavia sbigottito: «Così bisogna premere?»
Donato fa per pigliarle l'arme, ma la fanciulla lo allontana colla
mano manca, protende la destra, tira indietro quanto può il corpo,
chiude gli occhi e preme coraggiosamente il grilletto. Un colpo parte,
poi un altro, ed un altro, e ad ognuno Costanza si tira indietro,
serra le labbra, socchiude gli occhi e ride. Quando l'arma è del tutto
scaricata, la restituisce, al giovane, e gli si attacca a braccetto.
Si avviano senza dir nulla; all'atto di uscir dal bosco, la fanciulla
si ferma e dice a Donato: «Non ha detto che accetta la mia offerta, lo
dica ora, perchè non se ne parlerà più.»
Allo studente di matematica par finalmente che torni proprio la
rettorica; incomincia una frase, va fino a metà, si ferma...
--Ella ha fatto molto per me, dice finalmente balbettando, mi ha
tratto da morte a vita, faccia di più...
--Che cosa? domanda Costanza sorridendo.
--Permetta che io la baci in fronte.
E perchè Costanza si fa rossa, egli soggiunge:
--Non può rifiutarsi al capriccio d'uno che ha risuscitato...
Ma il piccolo monello che accompagna la giovinetta si è fermato
anch'esso, e guarda curiosamente.
«Vieni qua, gli dice Donato, obbedendo ad un'ispirazione.
Il fanciullo si accosta titubante.
«Chiudi gli occhi, ed indovina che moneta è questa.»
Il fanciullo è sicuro d'indovinare e vuoi guadagnare il suo denaro
onestamente. E allora Costanza, sorridendo, porge la fronte a Donato
che vi imprime un bacio ardente e lungo.
--Un soldo!» dice il monello.
E non venendogli subito risposto, corregge: «Due soldi!»
Questa volta indovina e in premio ne ottiene altri sei. Che gioia
pura, profonda e muta! Il fanciullo afferra il suo tesoro senza dir
parola e corre a gambe levate giù pel bosco, mentre Costanza e Donato
attraversano, a braccetto e pensosi, il viale che dalla chiesa mena a
Romanò.
IV.
Sono passati sei giorni e sta per passare il settimo.
Donato non fu mai così assiduo alla scuola, nè così attento alle
lezioni; se la storiella delle seimila lire non avesse fatto il giro
della scolaresca nelle prime ventiquattr'ore, i velocipedisti della
classe non avrebbero tralasciato di far segno alla comune riprovazione
quell'ipocrita diligenza alla vigilia degli esami. Ma non si può
credere quanto le seimila lire perdute a bassetta avessero arricchito
Donato nell'estimazione dei colleghi; egli poteva ora comportarsi a
modo suo, intervenire ogni santo giorno alla scuola, fare il sordomuto
durante tutta la lezione, sporcar quinterni colla matita, mangiarsi
cogli occhi il professore, e rimanere a lezione finita come inchiodato
sulla panca per porre in ordine le proprie note; egli poteva anche non
farsi più vedere al circolo o al caffè, come appunto faceva, che tanto
nissuno pensava a fargliene un carico. A togliergli di dosso il
ridicolo della nuova parte, ad ingrandirlo dieci buoni cubiti sul
livello del volgo bastava quest'unico fatto, memorando negli annali
della Scuola d'Applicazione, che egli aveva perduto sei mila lire e in
grandissima parte non le aveva ancora pagate.
Tanta freddezza d'animo pareva indizio di natura eccezionale; la
condotta scolasticamente esemplare al domani del giorno nefasto della
bassetta, alla vigilia del giorno nefasto della scadenza della
cambiale, pigliava aspetto di eroismo.
Il fatto è che Donato aveva il cervello in processione e il borsello
vuoto. Nel lasciare la paterna villetta, egli si era pure reso conto,
con un rapido esame di coscienza, di questo vero sacrosanto, che non
gli rimaneva più un quattrinello in tasca, ma il signor padre non
chiese informazioni e il signor figlio non osò darne; e Donato partì,
e venne a Milano, e ci visse sei lunghi giorni e quasi il settimo, con
mille idee nel capo e con un nuovissimo tesoro in cuore--ma senza uno
spicciolo. Per fortuna lo scetticismo degli osti non regge quasi mai
allo spettacolo dell'ingenuo entusiasmo con cui gli studiosi sogliono
divorare le pagnotte e il resto; nell'età in cui si è buoni solo a
consumare, e si consuma con tanta convinzione, è facile desinare a
credenza; quando non si è più scolari l'accostarsi alla cattedra d'un
oste per chiedergli da pranzo, in nome d'un vaglia che non si è potuto
riscuotere perchè era chiuso lo sportello, o d'una somma che deve
arrivare proprio al domani, può parere un atto pieno di difficoltà e
di incertezze; a vent'anni è naturale e sicuro.
Donato adunque, vinte alcune lievissime velleità espiatorie che gli
consigliavano il digiuno, si sfamò.
Quanto alle lezioni di meccanica applicata, non è da credere che egli
le applicasse proprio come doveva. Certo lo scolaro era lì, immobile,
cogli occhi negli occhi del professore; ma quante volte Donato piantò
scolaro e maestro nella classe, per andarsene a Romanò a contemplare
le linee d'un bel visino, a scomporre ed a ricomporre i mille congegni
del proprio cuore? Tutto l'esser suo è ora fatto obbediente ad una
leva, non sa se interresistente o interpotente od altro, ma prepotente
certo: l'amore di Costanza; il dolce delirio si aggira sopra un perno
solo: l'indimenticabile bacio.
Ah! se avesse dato retta al proprio desiderio, e se la fanciulla
avesse dato retta a lui, egli avrebbe chiesto ed ella avrebbe dovuto
concedere molti compagni a quell'unico bacio saporito!
Le tornava al fianco come un'ombra, intento, combattuto fra la
trepidanza d'essere importuno ed il desiderio d'essere un eroe;
rispondeva con un sorriso alla tenera sollecitudine di Mariuccia, la
quale aveva visto il letto del fratello intatto e non sapeva che
pensare, tappava la bocca al rimorso perchè stesse zitto, sentiva in
cuore una gioconda danza di baldi propositi, si prometteva mille
ricchezze, e smaniava perchè mancavano due ore sole alla partenza ed
egli così perdeva il tempo senza far nulla. E che male ci sarebbe
stato se egli avesse detto a Costanza: «ancora uno» e poi «ancora uno,
ancora uno?» Un bacio di più non impoverisce chi lo dà e fa ricco chi
lo riceve; così pareva a Donato. E siccome Mariuccia non se n'andava
mai, gli veniva voglia di tirarsela fra le braccia, di farle chiudere
gli occhi, di ripetere il gioco riuscito già così bene. E Costanza?
Leggeva in cuore del giovane? Ci vedeva almeno l'amore nato poc'anzi
ed ora già fatto gigante? Ci vedeva la gratitudine, il pentimento, la
felicità nuova, e il timore di non essere inteso, e il desiderio di
farsi intendere con musica di parole e di baci? I labbri rosei
sorridevano, i nerissimi occhi saettavano sguardi brevi e sereni,
troppo brevi e sereni. Ahi! Nemmeno l'ombra del turbamento amoroso in
quel soave visino! E quando finalmente veniva l'oste di Romanò, col
suo morello e col suo calesse, tre bei vecchi arzilli e puliti, e
bisognava dire addio e partire, allora si stringeva forte al petto
Mariuccia ed il babbo, i quali pigliavano in buona fede quell'amplesso
per roba loro, stringeva la mano a Costanza, le diceva: «si conservi,
signorina» e via di galoppo, trabalzando sul selciato e schioccando la
frusta in aria innanzi ai curiosi ammirati per quelle prodezze senili.
Allo svoltar dell'unica strada nei campi, Donato perdeva di vista due
fazzoletti che sventolavano per aria; e l'oste, il calesse e Morello
di comune accordo rimettevano il pazzo entusiasmo giovanile ad
un'altra volta; si pigliava un'andatura ragionevolissima....
E Donato li piantava tutti e tre sulla via maestra e tornava in classe
a far di sì col capo per dar a credere al professore che la sua
meccanica gli era entrata tutta; e un istante dopo, con una devozione
che metteva in sacco i colleghi, ficcava il naso nel cartolaro e
pigliava le sue annotazioni così: «Cara Costanza!» o così: «Angelo
mio! mia vita!...» e proseguiva dando del tu alla fanciulla e
prodigandole tutto quel tesoro di rettorica che anche gli studenti di
matematica hanno in disparte per le grandi occasioni.
A questo modo sono passati sei giorni e sta per passare il settimo.
V.
Dieci volte si è incontrato distrattamente con un'idea buia che gli
passa ogni tanto dinanzi, ma ancora non sa bene che sia; ha l'occhio,
il pensiero ed il cuore al solito fantasma dai labbruzzi rosati; ma
l'ombra nera, instancabile, ripassarsi fa una luce di baleno nello
spirito di Donato... è dessa, la cambiale che scade al domani!
Il fantasma dai labbruzzi rosati scompare, tutto un esercito di
immagini paurose invade il campo dei suoi sogni ad occhi aperti; è un
istante solo, ma quante amare ricordanze in un istante! Ah! che ha
fatto! che ha fatto! Come sarebbe felice ora se...
Bizzarra beffa della sorte, che egli debba la felicità alla propria
sciagura! Pure è così: senza quel denaro perduto, or non si sentirebbe
tanto ricco! Gli viene un estro di filosofo. «Ecco, dice Donato a
Donato, quando tu perdi di tasca uno scudo, ti si fa pagare con questa
moneta quel tanto d'esperienza necessario a non mettere gli scudi
nelle tasche sfondate.» Potrebbe moltiplicare gli esempi all'infinito,
ma si pente, si arresta, e per non conchiudere che a lui l'esperienza
fu fatta pagare troppo cara, avvia il pensiero da un'altra parte. E da
qual parte? La cambiale che scade al domani anticipa, gli si presenta
allo sconto, ed egli, non pratico di codeste operazioni bancarie, ci
si confonde, ci perde il capo.
Viene la notte, una eterna notte di fantasie nere, viene il mattino.
Ora si inquieta: le cinque mila lire non ci sono ancora, se
mancassero!... Costanza non ha scritto, lo zio non si è fatto vivo.
Tutto ieri pareva una cosa naturale e logica che il denaro dovesse
venire al domani; appena è l'alba del domani pare invece una cosa
naturale e logica che il denaro doveva venire alla vigilia. Donato,
frugando nel codice di commercio, ci ha trovato molte dozzine di
articoli che lo riguardano, ha nel cervello una processione d'immagini
disparatissime, scadenze, protesti, baci, tavolieri colmi d'oro, la
canizie del padre, il coro delle rane di Romanò, e in coda a tutto...
l'arresto personale.
Sono le dieci del mattino; qualcuno picchia all'uscio del suo
domicilio legale; a Donato tremano le gambe nell'andare ad aprire. Se
si sapesse già che egli non ha il denaro, che non può pagare, e si
venisse ad arrestarlo!... Non ci è senso comune, lo sa, ma tanto tanto
trema; e giunto sul limitare, si ferma e non osa tirare il catenaccio,
che gli par già di vedere dietro l'uscio un volto freddo, marmoreo, un
uomo dall'aspetto rigido, a cui dovrà dire.... che cosa?...
Egli non sa risolversi ad aprire e l'altro pare determinato ad
entrare, perchè borbotta fra i denti contro la mancanza d'un
campanello e tira calci all'uscio.
Qualcuno si affaccia al pianerottolo e dice all'impaziente: «dormirà!»
E l'impaziente risponde: «quando si hanno da pagare cinque mila lire,
non si dorme fino alle dieci e un quarto.»
E l'altro, un ottimo vicino: «E quando non si hanno....» Senza dubbio
lo scherzo gli pare amenissimo perchè sghignazza forte.
Un istante di silenzio; Donato, ora che vorrebbe aprire, ha paura di
lasciar entrare gli sguardi curiosi di quel vicino che ride. Ma il
buco della toppa si oscura; forse qualcuno guarda... Donato si tira
indietro quanto può, senza far rumore, per non esser visto; ma ode
nuove ciancie, rumore di passi sul pianerottolo, giù per le scale, poi
più nulla. Il buco della toppa è sempre oscurato; Donato ci va presso,
guarda e vede una cartolina piegata; l'afferra, torna nella sua camera
da letto e si lascia cadere fra le braccia d'una poltroncina. Ha la
fronte coperta di sudore.
Quella cartolina dice press'a poco così: «Il signor Donato X è
invitato a pagare alla Banca (qui una delle cento) Lire 5000 per un
effetto scaduto oggi.»
Ci pensa, rilegge, non capisce, rilegge ancora:
«Il signor Donato X è invitato a pagare alla Banca.... lire 5000 per
un effetto scaduto oggi.»
Ma si tirano nuovi calci all'uscio. Una speranza entra baldanzosa nel
cuore del giovine, e gli dice: «va ad aprire.» Non ci va, ci corre.
Un ometto sottile e nervoso, con una faccia mobilissima e sorridente,
si affaccia nel vano:
«Il signor Donato X?
--Sono io, per servirla.
--Vengo da parte del signor Martino Bruscoli.
Donato non ha mai inteso questo nome, e tira ad indovinare:
«Lo zio di Costanza?
--Precisamente lo zio della signorina Costanza.
E l'ometto in così dire è guizzato in camera, sorridendo e guardandosi
intorno coll'aria d'uomo soddisfatto di sè medesimo.
Anche il giovine studente ne è soddisfatto; il volto, i modi, tutto
gli piace nell'incognito, sente che se lo stringerebbe volentieri al
petto, ma un naturale sussiego lo trattiene.
In quella vece accosta un seggiolone, invita il nuovo venuto a sedere,
e gli domanda col miglior garbo possibile:
--Ella è il signor?...
--Come le ho detto, vengo da parte del signor Martino Bruscoli, ripete
l'ometto, chiudendo un occhio e cacciando una mano nella tasca del
farsettone.
Che modi, che sorriso, che uomo adorabile!
VI.
«Martino Bruscoli mi ha detto:--Compare, tu vai a Milano?--Sicuro, ho
detto, ci vado e mi ci fermerò qualche giorno.--Ebbene hai da farmi un
piacere.--Dieci.--È per un collocamento di denaro di mia nipote colà,
cinque mila lire a mutuo, tu porterai la somma, mi ha detto.--La
porterò.--Sono cinque mila lire, le consegnerai al signor Donato X
studente di matematica, abitante in Via Moscova numero 11, entro il
giorno di domani infallibilmente.--Con tua pace, ho detto, come fai a
dare a mutuo i capitali di tua nipote ad uno studente di matematica? È
almeno maggiore d'età il signor Donato X?--È maggiore d'età; ha
talento e sarà presto ingegnere; gl'ingegneri di talento guadagnano
molto denaro; faccio un ottimo negozio; il sei per cento netto;
impiego sicuro; e poi il signor Donato ha anche l'eredità del vecchio
padre in prospettiva; gli uomini non sono immortali, ed è nell'ordine
naturale delle cose che....
Donato interrompe il dire dell'incognito, cacciando le mani nei
capelli con un atto di dolore.
L'altro, da uomo che non vuol sprecar tempo nè fiato, ammutolisce,
squaderna un pacco di carte che ha tolto dal portafogli, depone una
busta chiusa sul tavolino, nasconde le altre carte nel portafogli e il
portafogli in tasca, e quando Donato risolleva il capo, gli batte
famigliarmente sull'omero, e prosegue:
«Bravo giovinotto! bravo giovinotto! Martino Bruscoli è un uomo
d'affari nudo e crudo, va diritto alla quistione, non le gira intorno,
come fa il cuore, come fa il sentimento--cattivi negozianti tutti e
due--ed io sono un po' come Martino Bruscoli; scusi sa, si capisce che
calcolare sulla morte di un padre per....
--Io ne sono la causa....
--È vero anche questo; se Martino Bruscoli pensa all'età del suo
signor padre è perchè le dà il denaro della nipote, e le dà il denaro
perchè oggi scade la cambiale, e la cambiale scade perchè ella l'ha
fatta... ed ella l'ha fatta perchè si è data un po' di spasso...
giuoco, baldorie, donnette, si sa, ventidue anni! li ho avuti
anch'io--ventidue anni sono, ed ora che li ho due volte, le assicuro
che non valgono la metà....
L'uomo d'affari ride del proprio scherzo, ma vedendo che Donato non
gli bada, si batte sul ginocchio coll'aria di dire: «bravo, ci si badi
o no, la tua arguzia è saporita!»
«Il signor Martino le ha detto tutto questo? domanda il giovane
sollevando il capo fieramente.
--Nobile fierezza, giovinetto; non me l'ha detto lui, ma l'ho
indovinato io; egli attribuisce tutto ad un momento di pazzia nel
giuoco; è un buon figliolo il mio amico Martino; ha vissuto poco alla
città, è un Sant'Antonio che non conosce le tentazioni nemmeno di
vista....
--Il signor Martino ha avuto fede nelle mie parole e lo ringrazio; io
non bazzico con donne, bevo il vino annacquato, non fumo quasi mai....
--Ella è un uomo perfetto, interrompe l'incognito chiudendo un occhio,
dicevamo che sono cinque mila lire che scadono oggi; eccole....
E così dicendo rompe la busta e ne leva cinque biglietti della Banca
Nazionale, che sventola ad uno ad uno e guarda attraverso la luce
della finestra.
A quella vista, a quel fruscio, Donato sbarra tanto d'occhi e si sente
come mozzare il fiato. Egli non ha visto mai tanto denaro in una
volta, nemmeno sul tavoliere, dove pure ciascuno aveva sulle labbra
parole infinitamente più grosse di quel capitale. Anch'egli ha giocato
una parola, una parola piccina al paragone, ed ora deve pagare a
contanti. Cinque mila lire! Quanto è facile perderle, e come
dev'essere faticoso il guadagnarle!
E' par quasi che solo per suggerire queste fantasie al giovine
studente l'amico del signor Bruscoli gli abbia squadernato quei pochi
cenci innanzi agli occhi, perchè ora ripiglia il denaro, lo ripone
nella busta, e poi nel tacquino che estrae ed inabissa un'altra volta
nella tascaccia della giubba.
Donato lo guarda come istupidito. L'altro sorride, si rizza in piedi,
e dice:
«Scusi, sa, non posso stare molto tempo seduto, ho bisogno di
muovermi; e dica... si è già presentato qualcuno per il pagamento?
Il giovine addita senza dir parola l'avviso ricevuto poc'anzi.
«Alla Banca..., dice il bizzarro ometto, leggendo con un solo occhio
aperto; sta bene, bisogna andarci subito, si avrebbe tempo fino a
domani, ma è meglio sbrigarsi; mi vuole accompagnare? Ho l'ordine di
riscuotere la cambiale colla ricevuta in regola; finiremo poi il
negozio con una semplice scrittura privata. Per via mi faccia memoria
di comperar la carta bollata...
Così dicendo abbottona il farsettone nero da cima a fondo, si pone
innanzi allo specchio per tirare in positura perfettamente orizzontale
il nodo della cravatta che pel tramenio della persona va ogni tanto a
sghimbescio, infila un paio di guanti neri e larghissimi, in due
tempi, brandisce il bastoncello di giunco e si avvia a passo di corsa.
A Donato rimane appena il tempo di ghermire il cappello, di guardarsi
alla sfuggita nello specchio e di porsi alle calcagna del bizzarro
visitatore, il quale scende le scale a due gradini alla volta.
«Signore, signore!
Il signore si ferma per fortuna, e in due salti Donato gli è presso.
«Non le ho detto il mio nome; mi chiami signor Asdrubale; a Milano non
mi si conosce altrimenti.
Ora che Donato sa di aver a fare col signor Asdrubale, per occupare in
qualche modo il silenzioso trotterello con cui gli cammina al fianco,
piglia ad esaminarlo.
Il signor Asdrubale veste interamente di nero, secondo l'ultimo
figurino domenicale della campagna; ha un volto asciutto, espressivo,
con due occhi piccini, ma penetranti e sempre in agguato dietro folte
ed ispide sopracciglia; ha le labbra sottili, ma socchiuse, perchè ci
sta di mezzo un sorriso bonario; per altro ammicca di continuo cogli
occhi, come per un ticchio nervoso, e ciò guasta un pochino
l'impressione piacevole della bizzarra fisionomia.
Quanto all'andatura è quella d'un che abbia fretta, il contegno, non
punto impacciato, ma dimesso, è d'uomo che conosce benissimo gli usi
della città, ma si attiene alle lezioni dei campi.
Si giunge alla Banca.
L'-operazione-, come dice il signor Asdrubale, non richiede gran
tempo; ecco Donato rimminchionito dinanzi ad un pezzo di carta,
guardare la propria firma che gli è costata tanto cara. Non ci si fida
quasi; quel nome e quel cognome gli paiono capaci di qualche tiro,
vorrebbe lacerare la cambiale. Il signor Asdrubale lo trattiene; e
giunto a casa tira fuori un foglio di carta bollata, mette la penna
nelle mani del giovine e detta senza preamboli una breve ma succosa
dichiarazione come qualmente Donato è debitore di lire cinquemila
verso Costanza.
Questa volta lo studente di matematica firma senza titubare e suggella
il tutto con una lagrima che gli sgocciola di nascosto,
«Buona Costanza!
--Cuor tenero; benissimo, dice il signor Asdrubale chiudendo
maliziosamente un occhio; la signorina Costanza è molto ricca...
non fa nissun sagrifizio; come vede, colloca i suoi capitali
coll'interesse del sei per cento, impiego sicuro, perchè già ella è
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