non osavo chiarirmene gettandovi l'occhio da me stesso. E tuttavia con
una risoluzione animosa lo feci; e quel che aveva temuto avvenne, poichè
arrossii della piccolezza dell'umana natura, e mi corrucciai più forte,
e mi rimbrottai più acerbo.
"Che cosa adunque ti trattiene -figlia del cielo- dal seguire gl'impulsi
tuoi?"
(Notate che nelle grandi circostanze questo richiamo adulatorio, misto
di querela, mi torna assai acconcio coll'anima mia. La quale--convien
dirlo--ha pur essa i suoi capricci--e non ne farei niente senza questo
stratagemma).
"Che è questo raggomitolarsi quotidiano come il serpe, questo starsene
pauroso come un tapino che mendica per isfamarsi, ed è chiamato
importuno? Oh che! le anime anch'esse dovranno piegare a queste stupide
norme sociali?--e il violarle una volta sarà poi delitto così grave?..."
In così dire, tutto mutato nel viso e nei modi, mi volsi con proposito
fermo--e Dio mi è testimonio che io lo aveva lì, sulla punta delle
labbra, un discorsetto caldo... Ma il guaio volle--e a questo non aveva
pensato--che il mio vecchietto anch'esso si voltasse in quel mentre, e
con aria appunto da farmi credere che volesse essere il primo a
parlare--nè io domandava di meglio, e tacqui in attesa. Ci guardammo
buon tratto, ma nissuno di noi disse verbo. Io mi trovava evidentemente
impacciato; e più ancora parendomi che il vecchio non si sgominasse
punto punto. Egli guardava me, la punta delle sue scarpe impolverate, e
poi ancora me--e sorrideva; ed il mio occhio correva per attrazione da
lui alle sue scarpe, e dalle sue scarpe a me...
Ripigliai la mia bacchetta di quercia, e per darmi aria disinvolta mi
rifeci da capo ai miei circoli--meschina occupazione certamente per uno
che si trovava faccia a faccia colla parte più recondita della sua
natura.
Ridotti a questo termine non si poteva andar oltre, pena il ridicolo.
Conveniva venire a una: o allontanarmi, e sarebbe stata sconvenienza e
debolezza di cui non avrei saputo darmi pace--ovvero fare quel che si
doveva da principio: riaccostarsi mansuefatti, e ridere candidamente di
queste ritrosie poco degne di uomini--e, quel che più monta, di -uomini
di spirito-, come tutti, arguti o scemi, ci vantiamo d'essere. Io
sentiva che ogni minuto che passava aumentava il mio imbarazzo; onde la
scelta fra i due partiti--e non poteva essere luogo a dubbio--fu tanto
repentina, che quasi non corse tratto fra il concetto e l'esecuzione. E
pare che le stesse cose si fossero passate in mente al mio vicino;
poichè nell'atto che io mi volgeva a lui, lo vidi aprir bocca--e questa
volta non fui in tempo ad arrestarmi a mezzo, così che le nostre parole
si confusero. E da capo a sorridere.
"Ormai il nodo è reciso, pensai fra me e me; quando due persone che
siedono alla stessa panca e che non hanno aspetto da galuppi--e
sbirciava di nascosto il vecchio per accertarmi proprio che non lo
adulassi--si hanno ricambiato due volte il sorriso, non è mezzo a stare
in forse--la natura ha guadagnato la partita. Se pure non vogliono
parere uomini eccezionali--la più grama genìa che io mi conosca fra
quanti vestono panni--conviene assolutamente che esse si riaccostino."
In questa mi volsi, e con mia sorpresa le distanze erano sparite. Senza
volerlo io mi era avvicinato un par di braccia--il mio vecchietto poco
meno--così che i nostri sguardi s'incontrarono per la prima volta tanto
da vicino, che la corrispondenza non poteva da quel punto essere meglio
stabilita...
* * * * *
Quella notte dormii agitato. L'immagine del vecchio, le sue parole
dolci, quella tinta di dolore e di rassegnazione che ne facevano un vero
filosofo, mi ritornavano alla mente coi vivi colori della realtà. Io
sentiva una strana attrazione verso quell'uomo, un desiderio intenso di
rivederlo, di apprendere la narrazione dei casi della sua vita.
E con una di quelle improvvise determinazioni così frequenti nella mia
natura, balzai di letto, accesi la lampada, e trassi da un armadio
alcuni abiti polverosi da caccia e un fucile a due canne che mi aveva
sempre risparmiato il rimorso della carnificina. Indossai le vesti, e
cinsi ad armacollo con certa grazia l'arma formidabile, sì che io stesso
poteva per un istante illudermi e credermi divenuto da senno un
-Nembrot- consumato.
--Così adunque si parte?--prese a dire la -Prudenza-, mentre io, dopo
aver spento il lume, m'incamminava per uscire--e dove si va?
--Oh! bella! rispose piccata la -Vanità---È presto veduto. Si va a
-caccia-.
--Ad -ammazzare-; aggiunse contorcendomi le labbra in una smorfia il
-Coraggio-. Già oramai tutti i filosofi sono d'accordo; la vita è una
-strage armonica-. Chi ammazza di più serve meglio ai decreti misteriosi
della natura.
Ma, ch'io mi sappia, la Prudenza non porta tanto alto le sue mire;
sibbene incurante di filosofi e di sistemi, anzi che cederla in
tirannia, tende a sopraffare le sue sorelle carnali, usurpando
l'amministrazione degli affari più intimi di famiglia. Onde una vecchia
ruggine e una dispettosa e sorda guerra che non è certo il minor danno
che nella vita ti tocchi sofferire. Ad ogni modo questo giova ritenere,
che raramente interviene che la -Prudenza- ceda le armi, e che il
-papà---il nobile -Egoismo---si addimostra assai pago della sua
figliuola primogenita.
Nè questa dovea essere un'eccezione--però che alla povera -Vanità-
toccassero invece parole assai aspre, e dette con quell'accento di
dileggio di chi si tenga sicuro del fatto suo. Oltre a ciò, quasi non
bastasse, si aggiunse la -Poltroneria- e l'-Avarizia- a farle
contro--onde un parapiglia, un dibattere arruffato, da cui Domine Iddio
scampi il più possibile ogni galantuomo.
Sola spettatrice stavasi in un cantuccio la -Pazienza-.
"Guai se la mi scappa," pensai.
E per buona sorte la tapina tenne duro. Quando ogni articolo fu
discusso: "Dio sia benedetto, dissi, ora posso partire."
--Possiamo partire--aggiunse timidamente la -Rassegnazione-.
E poichè parevami che la -Prudenza- accennasse a volersi rifare da capo
a nuovi ammonimenti, afferrai la maniglia della porta, tirai il
catenaccio, e fui all'aria libera.
* * * * *
Era un ampio carrozzone antico, rifatto alla moderna; ma sebbene fosse
fornito di ruote massiccie e dondolasse graziosamente sulle molle ad
ogni lieve spinta, avevano voluto, con un nome che adesca il
viaggiatore, battezzarlo: -il Veloce-.
"Non sarà la prima menzogna di questa natura" pensai.
E pare che l'automedonte mi leggesse in mente, poichè distraendosi un
pochino dalle sue occupazioni:--Gli è un po' vecchierello, un po'
patito, ma in fondo è stoffa senza confronti; e affè mia, che quando
l'avrò finito di lavare, vedrete che farà anche la sua brava figura, il
nostro -Veloce---e, così curvato com'era, tuffava e rituffava la spugna
nel secchiello, guardandomi nel viso per invitarmi ad assentire.
Mi costò poco il farlo, ed egli ne fu oltremodo lieto.
--Gli abbiamo messo nome noi--un bel nome, non è vero? -Veloce!- e gli
adatta a meraviglia, perchè è lesto come un daino.
E siccome io mi stava zitto, egli insistè collo sguardo.
--Non vi pare che ciò potrebbe dipendere anche un pochino da chi lo
tira?
--Senza alcun dubbio. E vi so dire che abbiamo due cavalli a dovere, e
che galoppano come la cavalcatura delle streghe. Osservateli là...
Io mi rivolsi per compiacerlo--ma in questa due creature bellissime
attrassero la mia attenzione. Erano due bambini, e si tenevano per mano.
Non aveva la maggiore più di dodici anni, e il minore poteva contarne
nove a dir molto. Biondi e ricciutelli entrambi--ad entrambi errava sul
viso una espressione fantastica di sofferenza.
E non so come io mi sentissi all'improvviso serrare il cuore a quella
vista, e si suscitassero nell'anima mia tristi e desolate le immagini
della vita. Pensai ai miei primi anni, così mesti anch'essi; risalii
alle prime memorie, alle prime melanconie, e mi sentii commosso da
quell'evocazione. Allora carezzato da tutti, ignaro del mondo, e pur
spoglio della balda confidenza di quell'età--oggi sperimentato degli
affanni, deserto d'affetti, lacerato da dubbi, pressocchè avvizzito
d'anima e di cuore--allora ed oggi mestissimo.
... Il piccino mi andava guardando stupito. Che concetto ei si facesse
di me e quali impressioni io suscitassi in quell'anima vergine, avrei
avuto caro sapere. Me gli accostai amorevole e lo carezzai curvandomi
alquanto. Egli mi porse le mani. Non so ch'io mi abbia provato altre
volte dolcezza più ingenua e più santa--lo sollevai fra le mie braccia e
lisciandogli i capelli sulla fronte:
--Non hai tu paura di me?
Rispose con un filo di voce non averne--ma più col sorriso.
--Povera anima--dissi: ed appiccai un bacio sulle sue labbra
scolorate--Come ti chiami?
--Ercole--balbettò.
--Ercole!--e mi corse l'occhio alle sue membra esili, alle sue guancie
scarne e giallognole. Senonchè io aveva dimenticato la piccina, la quale
a pochi passi mi guardava sott'occhi col capo chino. E parvemi che la
timidezza vincesse in lei la meraviglia; e non osasse, ma si struggesse
dal desiderio di avvicinarsi. Ond'io me le accostai tenendo Ercole per
mano--e ciò valse a farle sollevare il capo sorridente. Quanta
espressione in quel sorriso, e quanta leggiadria in quel volto!--To' un
bacio, le dissi--e ritirando le sue lunghe anella appoggiai le labbra
sulla sua fronte.
La poveretta non rispondeva, ma ne pareva lietissima: e mi restituì il
bacio senza schifiltà e senza ritrosia--e addirittura sulle labbra.
"Beata l'innocenza, pensai. Che cosa è mai un bacio? Qual parte di noi
si perde o si acquista in un bacio? pure la malizia dell'uomo lo ha
proscritto con arte raffinata, e ne ha fatto l'interprete d'amori
clandestini. Il bacio fraterno è diventato un delitto. Ipocriti!
Ipocriti! Un bacio di meno--strana avarizia...--dico io--o che
tesoreggiate forse di colpe? Ecco un furto fatto senza rimorso alla
virtù per largheggiare col vizio."
Tant'è poichè mi veniva da una bambina--poco più certamente--pensai di
non arrossirne. Il cinismo ha osato bruttare del suo fango le cose più
sante, e si è spinto fino all'innocenza--ma non così oltre, parmi, che
io debba profanare, per legittimarlo parlandone più a lungo, la memoria
di quel bacio.
Abbracciai a un tempo dell'occhio il gruppo di quelle due teste
leggiadre, e mi arrestai ad osservarlo. Quei due visi avevano la stessa
impronta, le stesse linee, la stessa mobilità di nervi--se non che la
bambina pareva più estatica, ed Ercole più mesto.
--Siete fratelli? domandai.
Ercole mi rispose di sì.
--E vi amate?
--Molto.--E fu ancora Ercole che rispose; la sorella taceva e mi
guardava, e pareva non avere inteso la mia domanda. In questa una voce
rauca chiamò dalle scuderie. Ercole prese per mano la sorellina; e
questa si lasciò condurre come cosa inanimata, ma senza staccare
tuttavia gli occhi da me, e salutandomi colla mano.
--Povere creature!
Il cocchiere mi udì.
--Povere creature davvero, interruppe. Sono due buoni figliuoli, Minerva
in ispecie.
--E chi è Minerva?
--La piccina. Non lo sapete voi dunque? non glie l'avete domandato? Ma
che dico! essa non avrebbe potuto rispondervi--è sordo-muta.
--Sordo-muta!
--La è nata così.
E seguitava a contarmi come quei bimbi fossero figliuoli dell'oste suo
padrone, e come l'oste suo padrone fosse un uomo che amasse molto i
vini, e si chiamasse Narciso.
--Era meglio Bacco--dissi io.
--È vero--rispose il cocchiere con quell'aria d'uomo che non ha capito.
--O quanto meno attenersi all'acqua per esser logici.
E qui parve comprendermi; e fe' una smorfia che voleva dinotare assai
chiaro la dispiacenza di non essere del mio avviso.
--Bravo il mio Mercurio, gli dissi, e battei confidenzialmente della
mano sulle sue spalle.
Il buon uomo sorrise e si compiacque; ma protestò di non chiamarsi
Mercurio.
--Come ti chiami tu adunque, e come hai tu potuto sfuggire alla tirannia
dell'Olimpo?
--Giuseppe, risposemi; e pareva titubante e vergognoso di nome tanto
volgare.
Poco stante trovò mezzo di riappiccare il filo e di parlarmi ancora dei
cavalli e dell'oste suo padrone; e com'ebbe finito di lavare il
carrozzone, levandosi ritto:--Che ne dite di -Veloce-?--mi chiese.
Nè io seppi davvero dirne nulla: ma pensando ad -Ercole-, a -Minerva-, a
-Narciso-, non poteva certamente andare molto errato nel pronostico del
mio viaggio.
* * * * *
Io aveva aspettato senza impazienza fino a quel punto; ma quando, come
vollero i fati, il pesante carrozzone fu sull'avviarsi, ed io mi trovai
rannicchiato nel mio sedile accanto ad un corpulento abate che pareva
occupatissimo a distaccare con uno stecchetto gli avanzi della colazione
rimastagli fra i denti, soltanto allora, volgendo l'occhio all'intorno,
ripensai allo scopo del mio viaggio, e mi parve di vederlo miseramente
fallire. E in un baleno m'accorsi che tutte le potenze dell'anima mia
stavano per insorgere tumultuanti a farmi rimprovero della
determinazione presa; nè io sapeva più a qual santo votarmi per scansare
la taccia d'avventatezza che parevami incominciassi da senno a meritare.
Ma in buon punto a sviare la direzione dei miei pensieri, il carrozzone
si mosse. Eran trabalzi d'ogni maniera; però vedendo dondolare al mio
fianco l'enorme abate, e ad ora ad ora sentendomi attratto da qualche
improvvisa scossa verso di lui, non potei frenarmi dal ridere. Tutti i
viaggiatori, quale più quale meno, imitarono il mio esempio; solo il
ministro di pace rompeva la monotonia di quell'ilarità con esclamazioni
assai vivaci all'indirizzo dei santi del Paradiso. E i santi del
Paradiso gli usino venia, però che neppure in fede d'uomo di lettere io
potrei giurare che fossero rosari. Ma se non erano rosari quelli
dell'abate, i trabalzi non erano certo benedizioni del cielo--e se la
rassegnazione è una santa virtù, non bisogna poi porre un buon diavolo a
cimento di perdere il suo latino. Da che mondo è mondo alla integrità
del proprio cranio ogni uomo che ci abbia dentro del cervello ci tiene
un pochino, e ad una buona digestione forse altrettanto--non parlo del
ridicolo, chè a nissun conto, ch'io mi sappia, v'ha chi voglia torselo
santamente sulle spalle. Ora il povero abate vedeva la sua digestione e
il suo cranio compromessi; e con quel suo viso da luna piena, e con
quella pancia che pareva il rifugio dei sette peccati, era proprio
follia pensare che il nostro riso non lo toccasse da vicino.
Giuseppe dall'alto dell'-imperiale- sacramentava anch'esso contro la
cattiva selciatura delle vie--ma io penso che non fosse così rabbioso
come voleva parere. Però forse non aveva torto, poichè come si fu usciti
fuori di città, il moto della nostra -arca- si fece più regolare.
Nè io ebbi tempo di fare quest'osservazione, che i cavalli si
arrestarono.
--Essi vorranno pigliar fiato, pensai.
Ma questa volta era una calunnia che quei poveretti non meritavano--e
come l'ingiustizia mi fa ribollire le vene--e più se io ne sono
colpevole--fermai da quel punto di farne ammenda con tanta buona moneta
di pazienza per lo avvenire. Proposito non inutile, senza dubbio--e chi
ha viaggiato in -diligenza- può asseverare.
Erano due nuovi viaggiatori che venivano ad aggiungersi. E qui il cuore
mi battè con violenza, però che io riconoscessi subito in uno di essi il
mio vecchio amico della sera innanzi. Egli veniva a passi lenti, colla
testa ricurva ed appoggiato ad un grosso bastone di nocciuolo. Altri
arnesi fra le mani non aveva. Non mi vide o non mi conobbe sulle prime;
ma quando gli porsi il braccio perchè vi si appoggiasse a salire, ed
egli levò gli occhi per ringraziarmi, sentii la sua mano tremare nella
mia, e giudicai che fosse commosso. Altro indizio non lasciò parere.
Poco stante la carrozza partiva al piccolo trotto infilando la via
postale di V.... con uno zelo che in due povere rozze poteva credersi
miracolo.
Il signor Antonio--non lo conobbi mai con altro nome--era seduto in
faccia a me e mi guardava sott'occhi con mestizia.
--Voi qui? mi disse dopo breve tratto con accento tra domanda e
meraviglia.
Gli risposi esponendogli il fatto mio--e come io intendessi recarmi ad
M.... dove mi chiamava un amico da gran tempo.
--Ad M...! interruppe egli; ma voi siete fuor di strada; noi andiamo a
V...
--Non monta. Farò il giro. Le colline di V... sono amenissime e vi si
trovano spesso le pedate della lepre. Aggiungete che io avrò la fortuna
di fare il viaggio con voi.
Siccome questa era la vera ragione, io l'aveva posta ultima e come per
incidenza; ma il vecchio comprese assai bene, e mi parve intenerito.
Mise la testa fuori dello sportello, poi voltossi e presemi la mano. E
me la strinse con tale una espressione di dolcezza riconoscente negli
occhi, che il suo volto pallido ne fu ravvivato. Non disse motto, e
parve ricadere nelle sue meditazioni. Io mi rannicchiai nel mio
cantuccio, e così raccolto seguitai ad indagare su quella fronte severa,
su quel volto nobile e dignitoso, le traccie d'un passato sconosciuto.
In quel fantasticare senza legge io provava come un sussulto, come
qualche cosa che mi parlasse d'un mondo lontano--riannodavo a
quell'esistenza immaginaria mille fila diverse, mille memorie che io
indovinavo in quel punto. E mancò poco che io non mi credessi un altro
uomo, con altre passioni, con altro corpo, con altre idee--ma non con
altro cuore; avvegnacchè io lo sentissi palpitare colla stessa misura, e
comprendessi istintivamente che io serbava la stessa essenza perchè
serbava lo stesso cuore. Lo stesso cuore! Buon Dio, e chi è mai che
vorrebbe mutarlo? sapremmo noi rinunziare alla sola parte di noi che
veramente ci appartenga--alla sola parte che noi abbiamo fatto uscire
vincitrice dalla battaglia delle passioni--alla sola parte che,
soccombente, serba alla memoria le traccie funeste della disfatta? Ho
sentito spesso esclamare: "quante ricchezze! che nome illustre! quale
avvenenza di forme! che bello spirito! oh! perchè la natura non mi ha
dato altrettanto!" E m'avvenne pure di udire: "il tale ha un gran cuore,
un cuore generoso;" ma null'altro--l'invidia s'era arrestata; non aveva
osato varcare la barriera dell'anima, concepire col desiderio la
distruzione della propria natura, la rinunzia del proprio cuore.
Un raggio di sole penetrando attraverso i vetri venne a battermi sugli
occhi. E mi ridestai allora dalla mia estasi; e compresi come un lungo
viaggio della fantasia sia il miglior farmaco per lenire le noie d'una
corsa dispettosa in -diligenza-. Ma nel caso mio mi rammaricai d'essermi
in siffatta guisa distratto, da dimenticare quasi il mio vecchio
compagno. Egli era tuttavia pensieroso; appoggiava il mento sulle mani,
e chinava gli occhi al suolo. Senonchè tratto tratto risollevava il capo
con un moto risoluto; ed allora io vedeva, o mi pareva vedere nel suo
ciglio un lampo di luce che, alla guisa di scintilla fra mezzo a ceneri
spente, mi rivelava tutto il fuoco giovanile del suo passato. Ma ben
tosto la scintilla moriva, e un pallore subitaneo copriva quel volto che
un tempo aveva tradito tante interne battaglie, e su cui non doveva più
mai specchiarsi altro che la calma e la rassegnazione--queste
melanconiche e povere rovine della vita.
Come fummo giunti alla salita di V..., le due povere rozze s'arrestarono
di botto. Il corpulento abate ne fu mezzo subissato e ringhiò fra i
denti un cotal suo -Cristo- abituale, che provava chiaro come la tonaca
e il seminario non gli avessero istillato la santa virtù della pazienza.
E siccome egli cominciava a farci una trista figura--e se
n'accorgeva--fu il primo a porre il piede sul predellino e lasciarsi
scivolare, meglio che discendere, sulla via. Secondo il costume tutti i
viaggiatori ne imitarono l'esempio; così che a capo di pochi minuti io
mi trovai solo col signor Antonio--però che l'età senile lui, la
promessa d'una mancia me avessero dispensato da quel faticoso
inerpicarsi a piedi, di che una caritatevole gentilezza avea introdotto
l'usanza, e l'usanza la legge.
Io aveva contato con fiducia su quel momento per appiccare il discorso
col mio misterioso compagno; ma mi tocca confessare che, nonostante
l'esperienza del giorno precedente, io mi sentiva così come allora
impacciato e dubbioso, se pure quanto io aveva già potuto apprendere
sull'indole del mio personaggio, crescendomi l'interessamento, non
avevami ad un tempo cresciuto l'imbarazzo. E so che ruminai un pezzo
nella mente, e ci perdetti il mio frasario senza appigliarmi ad una. Ma
in buon punto levando gli occhi m'incontrai in quelli del vecchio--mi
sorridevano. Riconfortato da quell'espressione affettuosa che li
animava, sorrisi anch'io; e siccome in quella il sole usciva ancora da
una nuvola, frangendo i suoi raggi sui nostri sedili, io misi il capo
fuori dello sportello, e guardai un istante all'intorno coll'anima
commossa da quello spettacolo incantevole.
--Come è bella la natura!
Mi rivolsi. Il mio vecchio amico era intenerito; mi prese le mani, e le
serrò fra le sue; poi con voce alquanto agitata per l'emozione, ma
solenne ad un punto: "Dite piuttosto: -come è bella la vita!---alla
vostra età ne avete diritto. Non frodate a voi stesso il vanto della
bellezza per farne dono alla natura. La gioventù è una gran luce--non
frodate alla luce il vanto dei colori per consentirlo ai fiorelli del
prato."
Tacque un istante; indi come se mi leggesse nell'anima e volesse
rispondere al tumulto d'affetti e d'idee che v'aveva ridestato, proseguì
più pacato e più mesto.
--Ho visto molte cose nel mondo--dall'assidua cura del ragno che tesse
la sua tela, al cozzo rovinoso dei popoli; ho assistito come spettatore
a molte battaglie d'uomini e d'idee: una ne combattei pur io--la lotta
della vita. Lotta terribile, disuguale--e si finisce sempre col restar
vinti.
--Sempre? interruppi scorato.
--Sempre; ripetè con amarezza--sempre. Non mi parlate della volontà,
della coscienza. La volontà si fiacca al primo urto, si distrugge al
secondo--la coscienza è una vigliacca che si appiatta nell'ora del
periglio, ed infierisce spietatamente dopo la sconfitta.
--Credete dunque l'uomo una creatura così debole?
--Una creatura che ha passioni--troppo debole per resistervi--troppo
forte quando ne è dominata. Nè io stimo migliore colui che ha minor
numero di passioni a combattere--soggiunse come se parlasse a sè
stesso--però che parmi si debba tener conto quando che sia delle forze
di cui ogni uomo poteva disporre per mantenersi virtuoso, e misurarne la
virtù dalla resistenza opposta, non dal numero degli assalitori o dalla
frequenza degli assalti.
Per un istante parve pentito d'essersi abbandonato a questa espansione;
per fermo le sue parole erano dettate da un'esperienza dolorosa; nè io
poteva dubitare che gli si parasse in quel punto dinnanzi l'immagine
degli affanni sofferti. Non tardò molto che n'ebbi la certezza; egli
sollevò il capo e mi guardò fiso come se volesse scrutarmi il seno e
leggervi per entro l'effetto delle sue parole. Il suo occhio velato
s'accese, i nervi del suo volto si contrassero, e per un istinto portò
le mani sul petto come a difesa. Parvemi in quel punto la statua della
diffidenza. Ma non fu che un momento, il tempo di quattro pulsazioni--io
le aveva contate sul cuore che mi batteva celerissimo.
--Sapete voi che cosa sia un vecchio? mi domandò all'improvviso.
--Un uomo che ha imparato molto.
--Errore; m'interuppe con violenza--errore. Dite un uomo che ha molto
sofferto, e direte giusto. Dite un uomo che ha veduto morire le sue
illusioni, spegnersi sul suo labbro i sorrisi, avvizzirsi al suo fianco
gli affetti; dite un uomo che ha seppellito ad uno ad uno i fantasmi che
danzarono alla sua culla festosi, e che guardandosi all'intorno si vede
solo.
--E le memorie adunque?
Sorrise tristamente al mio richiamo.
--Le memorie! Credete voi che si possa vivere di memorie senza imprecare
a sè stessi? Credete voi che si possa sempre, come a vent'anni, volgersi
indietro e sorridere? È una dura scuola la vita. Vi si impara a
conoscersi, a disprezzarsi. Un vecchio--ed abbassava la voce come
impaurito--ha sempre qualche cosa di terribile a rimproverarsi nel suo
passato.--E d'altra parte--aggiunse poco dopo--che valgono le memorie
senza le speranze? Se pure esse possono darci qualche conforto, gli è
quando abbiamo innanzi agli occhi un orizzonte di luce che possiamo
popolare dei fantasmi più leggiadri. Spezzate l'avvenire, e il passato
diventa un abisso che impaura. Or bene la vecchiaia non ha avvenire, non
ha speranze.... fuorchè una.
Compresi e non osai dir motto, nè levar lo sguardo sul vecchio. Senonchè
io ne udiva il respiro affrettato, e indovinava l'ansia di quel povero
petto. Per gran tratto di tempo nissuno di noi parlò. Quando il mio
compagno sollevò il capo, mi parve di scorgere sul suo viso più
penosamente impressi i solchi degli anni.
--Hanno fatto della vecchiaia--riprese egli con voce cui un tremito
leggiero cresceva l'autorità--hanno fatto della vecchiaia l'età più
venerata, e l'hanno circondata di rispetto. Se le sventure danno qualche
diritto agli sventurati, questa pietà degli uomini è santissima. Ma non
perciò crediate i vecchi più illuminati o più buoni. Hanno il cuore
arido, l'intelletto malsano, il corpo vacillante. Avevano espansioni,
confidenze, ebbrezze--non hanno più che egoismo. Non vincitori, ma vinti
dalle passioni, mostrano talora essersene spogliati, mentre furono
invece abbandonati con disprezzo. E se rimane in quei carcami qualche
lurido avanzo delle passioni più meschine, vi rimane non più come un
inquilino insofferente, ma come un padrone di casa bisbetico.
Sorrisi alla stranezza di queste parole.
--Oimè--interruppe sospirando--per quanto vi paia esagerato il mio dire,
non è che troppo vero--e il cielo tolga che voi stesso ne facciate
esperienza, poichè ripensando forse a questo vecchio che vi parla, vi
farete persuaso come nella vita non vi abbia altro di generoso e di
nobile, che la fede balda ed ingenua dei primi anni.
E siccome io non rispondeva.
--M'inganno, aggiunse. V'ha un'altra ora nella vita, sublime per
magnanimi pensamenti, per generoso affrettarsi del cuore--l'ora che
precede la morte.
Io non sorrisi più. V'era nelle sue parole tale un'impronta di
solennità; spirava dal suo volto tanta fermezza di convinzione, che
rimasi come sbigottito, e per un istante vidi crollare nel mio seno
l'altare che vi aveva eretto alla vecchiaia. Ma più che l'argomento del
suo dire, aveami cercato il cuore l'amarezza mista di rassegnazione che
lo componeva a mestizia così profonda. Con quell'istinto che fa vaghi
dell'ignoto, io cercava di risalire alla causa misteriosa. Mi pareva che
se io avessi conosciute gli episodii, le traversie, fors'anco le colpe
di quell'uomo, avrei aperto uno spiraglio di luce nella tenebra immensa
del cuore umano.
Da quel punto fin presso a V.... grave silenzio. Io sentiva che l'ora
della separazione si avvicinava, nè sapeva rassegnarmi a questo
pensiero. Un presentimento dicevami che non avrei più riveduto
quell'uomo, che il nostro -addio- sarebbe stato l'ultimo.
--Abitate voi a V...? chiesi trepidante.
--Poco lungi. Dietro quel castello in rovina, che vedete laggiù, v'ha
una casa oscura e modesta. Ivi una famiglia di alani, accosciata a piè
d'un antico focolare, attende impensierita il ritorno del vecchio amico.
Disse queste parole con dolcezza--poi si fe' taciturno.
--Siete voi dunque solo?
--Solo! ripetè egli guardandomi in volto--no.
L'indecisione di questa vaga risposta non poteva oggimai appagarmi.
Parevami che io avessi diritto ad una confidenza più ampia, ed insistei.
--Parenti?
--No.
--Amici?
--I miei alani sono fedelissimi.
Non voleva rispondermi--ammutolii. Era certo grave esigenza la mia di
ostinarmi a conoscere i fatti d'un altr'uomo--e la ragione s'adoperava a
persuadermene--tuttavia io non seppi dissimulare il mio dispetto, e il
signor Antonio se ne accorse.
--Sia pure--pensai--non m'importa ch'egli mi legga in volto--sarò più
franco di lui.
E poichè parevami che egli ne avrebbe pena, fermai per vendicarmi di non
più parlargli. Ma come, giunti ad un crocicchio, m'accorsi che egli
faceva arrestare la carrozza per discendere, l'interessamento fu più
forte in me dell'amor proprio; così che dopo pochi istanti di fiera
battaglia io mi rivolsi ancora al signor Antonio, e arrossendo di
vergogna gli domandai se dalla parte del castello si trovasse della
selvaggina.
Rispose di sì; ma pregavami non vi andassi.
--Volete voi dunque negarmi il favore d'esservi compagno per via?
domandai più sorpreso che imbroncito.
--Non posso.
Disse--ma a temperare la durezza del rifiuto, mi porse la destra; e in
quell'istante era nel suo volto tale un'espressione di nobiltà, che mi
sentii inorgoglito d'essere così innanzi con lui.
--Mi rivedrete fra un anno--mi disse poi affettuosamente--non prima; non
tentatelo neppure; ve ne prego.
--E dove potrò io vedervi?
--Là--e m'indicava col dito le rovine del castello. Vi aspetterò. Quanti
ne abbiamo del mese?
--Undici.
--Tenetelo bene in mente--fra un anno.
E con una rapidità che mi fe' meraviglia, depose un bacio sulla mia
fronte. Io non aveva ancor cessato di sentire l'impressione delle sue
gelide labbra, che egli era già lontano.
Lo vidi avviarsi a lenti passi lungo un sentieruzzo che disegnava, come
un lungo serpente, le sue spire sul verde tappeto dei prati. Lo
accompagnai dello sguardo per lungo tratto, finchè le forme del suo
corpo si confusero come un punto nero.
--Fra un anno? ripetei allora dentro di me con mestizia--fra un
anno!--ed appoggiai sulle palme il capo affaticato....
FEBO E L'ALLODOLA.
Il mio amico Augusto era un buon figliuolo. Doti d'intelletto e di cuore
avea moltissime; e se gli falliva la modestia, vi era però nel suo dire
ampolloso quasi altrettanta franchezza, quanta vanità--così che l'una
pagava in certa guisa l'altra. Onde sebbene da principio quel suo eterno
cicaleccio sovra argomenti assai spesso frivoli, paresse porre una
barriera fra i nostri umori--e disperassi, o sdegnassi, di varcarla--non
andò guari che, bandita la prima selvatichezza, io gli divenni
famigliare. E tra la naturale arrendevolezza di lui, e la mia filosofica
pazienza, in breve fummo inseparabili. Nè mai la giovialità e il
sussiego fecero tanta pompa, cred'io, di perfetta fratellanza.
Povero Augusto! E parmi ora, pensando alla tua tomba così presto
scavata, alla zolla che ha seppellito le tue giovani illusioni in una
terra avarissima a te d'affetti e di lagrime, parmi che tu t'apponessi
al vero--e non mettesse proprio il conto in quell'età di prenderla in
sul serio colla vita, com'io faceva. Ma io non fui altro che un
piagnuccoloso primaticcio, e tu di noi il vero filosofo--poi che vivesti
e moristi come l'usignuolo, cantando.
Ma in quel mattino pareva avesse esaurito la vena del suo spirito
giocondo; e mi camminava a fianco taciturno ed imbroncito, allungando il
viso ad una smorfia grottesca da screditarne Eraclito. Perchè io da
principio, stimando guarirnelo, feci sembiante di non porgli mente, e
recatomi il fucile, a partirne il disagio, d'in sull'omero destro al
sinistro, mi diedi a canticchiare fra i denti una vecchia canzone da
caccia. E dappoi che questa era il solo frutto che io m'avessi ricavato
dal breve commercio e dalle rare peregrinazioni venatorie, e la sola
virtù che potesse darmi aria di cacciatore, non è a dire come io me ne
deliziassi.
Ma pare che il rimedio non fosse opportuno, o ne avessi inavvedutamente
esagerato la dose, perchè il dispetto d'Augusto crebbe fino alla stizza.
E non sapendo con chi disfogarla--e smaniandone--allungò un calcio al
nostro vecchio bracco, che stanco delle inutili ricerche di selvaggina
in mezzo ai boschi, veniva in quel mezzo mendicando una carezza.
Il mal capitato animale guaì due volte lamentevole, e venne a riparare
al mio fianco, come a quello d'un amico. E siccome le sue querele
dapprima, e quel confidente appellarsi alla mia tutela da poi, m'avevano
cercato il cuore--questo cuore così infaustamente aperto ai dolori--io
mi feci, del mio meglio, a pagarlo di conforti.
Il poveretto non sapeva come rendermi grazie; e deposto il rancore, a
testimoniarmi la sua gioia, venivami attorno con mille feste. Nè mai la
riconoscenza ebbe fra gli uomini tanta eloquenza e spontaneità di
linguaggio. Ond'io m'ebbi fermo in mente per tutto quel dì che la
riconoscenza sia meglio una virtù di cani, che d'uomini--e a
riconciliarmi coll'umanità avrei benedetto un argomento. Ma allora non
mi giunse, e forse non m'è giunto tuttavia; così che si può supporre il
vecchio chiodo mio, anzi che strappato, aver cogli anni acquistato
saldezza.
Guardai Augusto, ed egli me--poi entrambi il cane.
Parvemi allora che un animale così generoso fosse ingiustamente
condannato a camminare su quattro zampe--e che dovesse rizzarsi su due,
e levare orgoglioso la fronte, e guardare faccia a faccia l'Umanità. Ed
ora ne sorrido--ma in quel momento mi sentii muovere fino al fondo
dell'anima; e rappresentandomi agli occhi come vera quell'immagine,
temetti non l'uomo avesse dovuto rinselvarsi per celare il rossore delle
guancie.
Senonchè il povero -Febo- (tale il battesimo del bracco) aveva
indovinato il senso del nostro sguardo--e poi che egli non domandava di
meglio, si trascinò col capo chino fino al suo padrone.
V'era nel suo atto tanta umiltà; ed agitava la coda, e si ripiegava sui
fianchi con tanta rassegnazione, che la sua preghiera, cred'io, sarebbe
salita all'Olimpo a disarmare Giove dei suoi fulmini.
Ma è raro che l'ingiustizia si arrenda, e non si ritorca dapprima in sè
stessa, e non si dibatta come il serpe. Onde Augusto che era pentito e
non voleva cedere tuttavia, se ne stava un pochino in sul tirato--da
parere un amante imbroncito che non voglia fare una carezza alla sua
bella, e se ne strugga.
Se ti intervenga di assistere a rottura fra due amici, e che tu voglia
rappattumarli, non pretendere che quegli che s'ha il torto lo confessi;
fa piuttosto che l'altro--e sarà sempre il più arrendevole, perchè più
calmo--muova il primo passo, e s'addimostri in certa guisa carezzevole.
E mentre in ogni altro modo andresti errato e non verresti a capo di
nulla, così facendo ti troverai avere in mano un rimedio facile e
sicuro. Però che ove la ragione sapesse discendere fino a vestire le
apparenze del torto, il suo trono sarebbe, parmi, assicurato nel mondo.
E non andò guari che Augusto ebbe troncato ogni quistione con -Febo-. Nè
le distillazioni di cento volumi filosofici avrebbero tanto potuto
sull'animo suo, come la virtuosa mansuetudine di quel cane.
* * * * *
Io aveva indovinato alla prima la cagione del malumore d'Augusto. Ma o
perchè non fossi passionato della caccia, o perchè mi avessi qualche
altro martello nel capo--e il leggitore potrà decidere in appresso--la
nostra disavventura m'avea trovato insensibile.
E tuttavia mi accorsi che il disagio del cammino, il caldo, la fame, e
forse un cotal poco il dispetto, incominciavano a ribellare il mio
spirito alla pazienza--e poi che ne feci motto ad Augusto, avvenne, ed
era cosa naturale, che le parti si mutassero--e ch'egli si facesse a un
tratto a sermoneggiare, ed io ad arrabbiarmi.
Ma non così che una folata d'allodole levatasi a volo a pochi passi da
noi potesse parerne lieve ventura, e non giungessimo in tempo, o
sdegnassimo di far con essa le prime prove. E in un baleno Augusto ebbe
scaricato le canne del suo schioppo--io a brevissimo intervallo del
pari; onde credendoci in buona fede aver costata la vita a quegli
innocenti, tra la compiacenza e il rammarico venivamo aguzzando le
ciglia per scorgere attraverso il fumo la caduta della nostra preda.
Ma pare che l'alata famiglia non patisse danno--nè se più parte vi
avesse il miracolo o l'inettitudine nostra, per quanto v'abbia
strologato, giunsi mai a decifrare.
Se non che i latrati di -Febo-, e a quando a quando un lieve dibattere
d'ali, ci trassero da canto ad un roveto. -Febo- smaniava; allungava il
muso tentando penetrare fra le spine, e si ritraeva vie più inasprito.
L'aspettazione era grande. Foss'egli da quel cespuglio venuto fuori
colle fauci spalancate un cocodrillo, parmi non n'avremmo avuto stupore.
Sì, n'ebbimo--e quanto ci costasse il disilluderci, pensi chi ha cuor
pietoso--quando invece del coccodrillo ci apparve un'allodola sbigottita
da parer l'immagine viva della paura. Essa si levava a piccoli voli,
tentando scampare all'inevitabile disastro che l'attendeva; ma così
malconcia com'era dalle zanne di -Febo-, i suoi sforzi non la
soccorrevano a lungo, e ricadeva dopo breve tratto.
Non so più dire che mai si passasse in quel mentre nel mio cuore--e
n'arrossirei; ma se non avessi temuto di parer debole--e forse questa fu
vera debolezza--avrei perorato la causa di quella misera allodola. E se
mai vi fu avvocato che avesse cuore gagliardo, sarei stato io quello--e
non avrei avuto da invidiare a Demostene la sua eloquenza.
Ditelo voi potenze dell'anima, non è egli impeto gentilissimo quello che
ci fa piangere dei mali altrui? E a quale altri mai se non a questa
compassione benefica, laboriosa, ricca di conforti e di balsami,
chiederà l'umanità sconsolata la parola che la incoraggi nel cammino
faticoso? Che se gli Dei avanzano in ogni perfezione i mortali, dalle
pietosissime lor viscere trassero, cred'io, quel po' di bene onde ne
raddolcirono le amarezze della vita.
Ma ch'ei non ti venga detto giammai "sentimento sterile" di quella
compassione così, in apparenza, passiva, da parerti non aver altro che
lagrima. E se tu la incontri fra gli uomini, benedici--avvegnachè essa
ti addimostri un terreno generoso, ove pur che l'agricoltore getti la
semente, e non avrà più che ad affilare la falce per la messe.
No--il cuore aperto agli affanni non è mai sterile; e se tu vi versi,
benefica rugiada, una lagrima sola, ei ti cresce e ti educa rigoglioso
l'albero del sacrifizio.
-Febo- continuava ad assalire, e la lodoletta a schermirsi--ma poi che i
Fati avevano così fermato, non vi fu più scampo per essa.
Ma non con lieve fatica Augusto giunse ad averla fra le mani, e credo vi
contribuisse non poco l'opera di certo suo cappellaccio di feltro,
lanciato a tiro opportuno su quella tapina.
--È finita--pensai sospirando.
--Tanto per così poco--borbottò Augusto, riponendo in testa il cappello
e mostrandomi il corpiccino insanguinato dell'allodola.
--È vero--mi correva sulle labbra. Ma non lo dissi. Il mio sguardo s'era
arrestato sovra quel povero animale. Avea gli occhietti velati, il becco
semiaperto, e ne colava una leggiera striscia di sangue--un istante
ancora, e gli ultimi nodi che lo legano alla vita saranno spezzati....
"Ahi! era tutto per essa!"--esclamai con mestizia. Affannoso pensiero! E
che monta egli che sia la vita d'un uomo o quello di un bruco? Lascia
l'uno cittadi e castella, l'altro il musco ospitale. La vita poneva fra
di loro un abisso--la morte, questa grande uguaglianza, segnerà negli
eterni libri del tempo non più che due esistenze distrutte.
* * * * *
Avevamo ripreso la via postale, e ci affrettavamo verso M***.
Io pensava alle brune chiome d'-Ortensia-, ai suoi sguardi per
languidezza lucenti, al suo corpiccino di vespa, alle movenze
incantevoli onde s'abbellivano le sue forme leggiadre.
--Ed oserò io comparire innanzi ad -Ortensia- in quest'arnese, e col
carniere così sprovvisto? E questa lodoletta meschina potrà essa pagare
la mia vanità di cacciatore? Peggio, s'io penso che non mi viene che una
parte della gloria.
Augusto che non aveva ancora saputo darsi pace della nostra sorte
tristissima, interruppe in quel mentre il corso dei miei pensieri; e
ponendomi sottocchio un'altra volta la vittima:--"E non è a dire che i
miei colpi fossero male aggiustati. Vè, Giorgio, l'ho colpita nel
petto."
Per quanto io fossi poco sicuro dell'efficacia dei miei tiri,
parevami--e forse io non errava--avessero anch'essi lanciato buone
quadrella; però quanta tracotanza fosse nelle parole d'Augusto, e come
dovesse ferirmi nel vivo, non dico. E più perchè gli era già un buon
tratto che l'amor proprio mi veniva susurrando all'orecchio non so quali
argomenti a persuadermi io, non altri, essere il feritore--ed era stato
in sul credervi--e fors'anco se avessi trovato un giro di parole
mellifluo, non avrei resistito alla tentazione di menarne vanto.
Ribattei ironicamente, lasciando parere non so se più la beffa o il
dispetto.
Ma poi che di due che non hanno prove di quanto affermano, il primo ad
affermare ha sempre il sopravvento, Augusto non si affannò punto; ma con
un contegno in apparenza affabile, tentennò il capo e sorrise.
Se mai vi fu avversario potente, che ti si avvinghi mani e piedi, ti
seduca, ti vinca, e volga in canzonatura la tua disfatta, gli è quel
sorriso disdegnoso che provoca la lotta e palesa apertamente il
disprezzo dell'inimico.
E la mia anima ne fu agitata. Avrei voluto che la mente m'avesse
suggerito ancora uno dei suoi mille sofismi, e sarei stato senza pietà.
Ma il dispetto soffocava in me la ragione, la quale è molto se, a non
addoppiare la vittoria d'Augusto, mi concedeva la dissimulazione.
Ma in quel punto--e fu ventura---Febo- ritornava ansante verso di noi;
nè mai farmaco più potente o più opportuno poteva scendermi nel cuore a
serenarlo.
ORTENSIA
Quando un figliuolo d'Adamo ha pagato il suo tributo al Dio delle
foreste, ed ha fermato in mente di ritornarsene agli Dei Lari, la sola
cosa che gli rimanga a fare è di volgere i tacchi e rimettersi sulla
via. E dacchè egli lo abbia fatto, io giuro che non ha più altro
desiderio che quello di arrivare.
Tale appunto il caso mio--nè aveva mosso ancora trenta passi, che già
col pensiero io era giunto ad M** e ripartitone. Ma forse che una
segreta malia mi attirava, però che io vi ritornassi più volte--e non
una che ponessi colla mente il piede sulla soglia, e che non mi
scontrassi alla prima con Ortensia.
Pace a quell'anima tapina che, rimontando la corrente degli anni, non
possa arrestarsi a contemplare un viso di donna pallido ed affilato, un
occhio profondo come gli abissi del mare, uno sguardo lungo e sereno
come il raggio melanconico d'una stella lontana. E se v'ha chi, spossato
dalla fatica, volga il pensiero alla mano candida ed ospitale d'una
creatura sedicenne, e provando indistintamente le fitte del desiderio e
dell'amore, e potendo lusingarsi d'essere atteso, non si senta crescere
le ali alle piante, tal sia di lui.
Di tal guisa ragionando, acceleravo il passo. Se non che l'appetito ha
buone gambe--e se l'amore va di trotto, egli cammina almeno almeno di
galoppo. Augusto era al mio fianco a farne fede.
"Anche tu!" mi disse egli tra l'ansia e lo sbadiglio.
"Anch'io.
"Vorrei essere arrivato.
"Anch'io.
"Ed assiso a mensa.
"...Anch'io.
Deh! che il cinismo non innalzi la sua bandiera; e che non si creda pur
un istante ch'io voglia rinnegare il sentimento. Ma poi che so che a
questo solo patto mi sarà data fede, io lo confesso arrossendo: "avevo
appetito."
D'onde avviene egli mai che i nostri propositi più saldi, che parevano
sfidare l'infuriato scatenarsi dei venti, si scompongano e si sfascino
al primo urto delle passioni? E con quale intendimento, mio Dio, hai tu
voluto sottomettere l'uomo, quest'essere dai giganteschi concepimenti,
dalle fantasie fervide e creatrici, alla più meschina delle sue
debolezze? Però che se tu ne hai dato l'amore e la compassione per
nobilitarci, gli impeti spesso generosi dell'ira e il martello del
rimorso a temperare la fibra del nostro cuore, dovevi risparmiarne la
-Vanità-, questa sterile e bugiarda compiacenza di noi stessi, che ne ha
raddoppiato sul volto la maschera dell'istrione, e ribadito al piede la
catena del servaggio.
E non mi era appressato alla soglia, che già il tarlo, che su per le
scale avea incominciato a rodermi dentro, mi torturava a smaniarne. Io
pensava all'allodola, al mio travestimento da cacciatore, ad Ortensia.
"Ahimè! che tu sarai ridicolo, e n'avrai le beffe--brontolavami
sordamente il mio demonio--Vedi, ricco bottino! E come vorrai tu con
questa raccomandazione guadagnare il cuore della tua donna?
"Me misero! me misero!--ripetevo avvilito--ahi! tristo cavaliero ch'io
sono!
Però io mi trovai innanzi ad Ortensia così confuso, da parere uno
scolaretto colto in fallo che s'aspetti lo staffile.
* * * * *
Meraviglioso incanto di Natura, il sorriso sulle guancie incarnate d'una
fanciulla. Ma più ancora la mestizia;--e per fermo colui che primo
raffigurò la -Pietà- in sembianza di donna, l'anima amantissima educava
alla severa scuola del dolore; poi che sommo amore e dolor sommo
s'incontrino sempre nel cammino, e da così fatta armonia traggano virtù
d'addurre il pensiero alle concezioni gentili.
La stolta ammirazione esalti pure a sua posta le eroine; e dica al mondo
com'esse cingessero armatura, e trattassero il ferro, e fiutassero avide
il sangue dell'inimico.
Una lagrima, una lagrima sola sul ciglio vellutato della donna--e sia
pur essa madre, sposa, sorella, od amante, nissuna corazza incantata
spezzerà meglio le lancie della collera.
Iddio tolga che il linguaggio del rimorso parli all'anima vostra, e vi
riveli a un tratto tutto il sagrifizio che una creatura amantissima vi
ha profferto, e che voi accettaste con indifferenza--ma s'egli avvenga,
e vi baleni un solo istante al pensiero quella battaglia d'un cuore
avido d'affetti, combattuta nel silenzio e nella solitudine, e quel muto
sofferire senza lamento--deh! la lagrima della meschina non sia caduta
sul vostro cuore senza fecondarlo.
Fatevi compagni dell'angiolo--e l'angiolo vi farà bella la vita.
Domanderete a lui una fede; egli vi additerà gli astri lontani e
silenziosi--gli domanderete un mondo, e vi darà una famiglia--gli
domanderete una possanza, e mostrandovi il seno colmo d'amore, vi dirà
la gioia d'esser vostro schiavo.
Chiedete tutto alla donna. Ella può tutto--vi darà tutto. Vi schiuderà
un nuovo orizzonte d'innanzi.
Una parola, un sorriso, un fiore--questo è il debito vostro. Eccola
felice; eccola rassegnata, rinvigorita alla battaglia.
Levate ora gli occhi sulla sua fronte purissima--vi si legge un'anima. E
se nel vostro seno v'ha tuttavia un altare alla virtù, benedite al
tesoro pudico di quell'anima gigante; salutate in essa la vera, la
grande, la santa eroina della famiglia.
* * * * *
Ortensia era mesta--non avrebbe riso di me.
Ma se questo pensiero mi rasserenava l'anima, vi suscitava in altro modo
una tempesta. E chiesi a me stesso quale si fosse la cagione di quella
melanconia, e se io vi avessi parte in qualche guisa. Così di fantasma
in fantasma credetti aver dimenticato il mio primo timore.
Ma a provarmi come io avessi contato troppo presto sulla vittoria, e
come l'amor proprio sia tale inimico onde è folle cosa sperar la resa al
primo scontro, sopravvenne in quel punto Augusto. Il quale, senza un
riguardo al mondo al mio imbarazzo, veniva querelandosi e beffandosi a
un tempo della nostra mala ventura--e ad avvalorare le sue parole,
deponeva l'ampio carniere a fianco della sorella.
Se io dirò che in quel punto non erami facile sorridere, sarò creduto;
ma per non parere da meno, composi le labbra ad una smorfia che voleva
essere un sorriso. E chi pensi come incominciassi appena allora ad
invaghirmi d'Ortensia, e come l'amore muova i primi passi sulla via
della vanità, accolga la confessione ch'io faccio, e giustifichi la mia
debolezza.
Ortensia pose la mano nel carniere, e trassene l'allodola. Io che andava
spiando sott'occhi per indovinare dal viso le prime impressioni del suo
spirito, vidi il suo ciglio volto al povero animale, e raddensarsi sulla
sua fronte marmorea la nuvola di mestizia che l'oscurava.
Non disse motto--ma porgendo d'una mano la morta allodola ad Augusto,
posò l'altra sulla spalliera d'una sedia, e vi si lasciò cadere con
abbandono.
Augusto fè una giravolta sui tacchi, chiamò a sè Febo, e s'allontanò
fischiando fra i denti.
Rimasi solo con essa. Il cuore mi batteva a spezzarsi. Non sapendo
distaccare gli occhi da quelli di Ortensia che mi ammaliavano, io mi
sentiva come avvolto da un fascino magnetico. Vi fu un istante in cui la
mia vita si era a così dire moltiplicata, in cui mille diverse
sensazioni succedendosi bizzarramente, si contendevano l'imperio dei mio
spirito.
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