non osavo chiarirmene gettandovi l'occhio da me stesso. E tuttavia con una risoluzione animosa lo feci; e quel che aveva temuto avvenne, poichè arrossii della piccolezza dell'umana natura, e mi corrucciai più forte, e mi rimbrottai più acerbo. "Che cosa adunque ti trattiene -figlia del cielo- dal seguire gl'impulsi tuoi?" (Notate che nelle grandi circostanze questo richiamo adulatorio, misto di querela, mi torna assai acconcio coll'anima mia. La quale--convien dirlo--ha pur essa i suoi capricci--e non ne farei niente senza questo stratagemma). "Che è questo raggomitolarsi quotidiano come il serpe, questo starsene pauroso come un tapino che mendica per isfamarsi, ed è chiamato importuno? Oh che! le anime anch'esse dovranno piegare a queste stupide norme sociali?--e il violarle una volta sarà poi delitto così grave?..." In così dire, tutto mutato nel viso e nei modi, mi volsi con proposito fermo--e Dio mi è testimonio che io lo aveva lì, sulla punta delle labbra, un discorsetto caldo... Ma il guaio volle--e a questo non aveva pensato--che il mio vecchietto anch'esso si voltasse in quel mentre, e con aria appunto da farmi credere che volesse essere il primo a parlare--nè io domandava di meglio, e tacqui in attesa. Ci guardammo buon tratto, ma nissuno di noi disse verbo. Io mi trovava evidentemente impacciato; e più ancora parendomi che il vecchio non si sgominasse punto punto. Egli guardava me, la punta delle sue scarpe impolverate, e poi ancora me--e sorrideva; ed il mio occhio correva per attrazione da lui alle sue scarpe, e dalle sue scarpe a me... Ripigliai la mia bacchetta di quercia, e per darmi aria disinvolta mi rifeci da capo ai miei circoli--meschina occupazione certamente per uno che si trovava faccia a faccia colla parte più recondita della sua natura. Ridotti a questo termine non si poteva andar oltre, pena il ridicolo. Conveniva venire a una: o allontanarmi, e sarebbe stata sconvenienza e debolezza di cui non avrei saputo darmi pace--ovvero fare quel che si doveva da principio: riaccostarsi mansuefatti, e ridere candidamente di queste ritrosie poco degne di uomini--e, quel che più monta, di -uomini di spirito-, come tutti, arguti o scemi, ci vantiamo d'essere. Io sentiva che ogni minuto che passava aumentava il mio imbarazzo; onde la scelta fra i due partiti--e non poteva essere luogo a dubbio--fu tanto repentina, che quasi non corse tratto fra il concetto e l'esecuzione. E pare che le stesse cose si fossero passate in mente al mio vicino; poichè nell'atto che io mi volgeva a lui, lo vidi aprir bocca--e questa volta non fui in tempo ad arrestarmi a mezzo, così che le nostre parole si confusero. E da capo a sorridere. "Ormai il nodo è reciso, pensai fra me e me; quando due persone che siedono alla stessa panca e che non hanno aspetto da galuppi--e sbirciava di nascosto il vecchio per accertarmi proprio che non lo adulassi--si hanno ricambiato due volte il sorriso, non è mezzo a stare in forse--la natura ha guadagnato la partita. Se pure non vogliono parere uomini eccezionali--la più grama genìa che io mi conosca fra quanti vestono panni--conviene assolutamente che esse si riaccostino." In questa mi volsi, e con mia sorpresa le distanze erano sparite. Senza volerlo io mi era avvicinato un par di braccia--il mio vecchietto poco meno--così che i nostri sguardi s'incontrarono per la prima volta tanto da vicino, che la corrispondenza non poteva da quel punto essere meglio stabilita... * * * * * Quella notte dormii agitato. L'immagine del vecchio, le sue parole dolci, quella tinta di dolore e di rassegnazione che ne facevano un vero filosofo, mi ritornavano alla mente coi vivi colori della realtà. Io sentiva una strana attrazione verso quell'uomo, un desiderio intenso di rivederlo, di apprendere la narrazione dei casi della sua vita. E con una di quelle improvvise determinazioni così frequenti nella mia natura, balzai di letto, accesi la lampada, e trassi da un armadio alcuni abiti polverosi da caccia e un fucile a due canne che mi aveva sempre risparmiato il rimorso della carnificina. Indossai le vesti, e cinsi ad armacollo con certa grazia l'arma formidabile, sì che io stesso poteva per un istante illudermi e credermi divenuto da senno un -Nembrot- consumato. --Così adunque si parte?--prese a dire la -Prudenza-, mentre io, dopo aver spento il lume, m'incamminava per uscire--e dove si va? --Oh! bella! rispose piccata la -Vanità---È presto veduto. Si va a -caccia-. --Ad -ammazzare-; aggiunse contorcendomi le labbra in una smorfia il -Coraggio-. Già oramai tutti i filosofi sono d'accordo; la vita è una -strage armonica-. Chi ammazza di più serve meglio ai decreti misteriosi della natura. Ma, ch'io mi sappia, la Prudenza non porta tanto alto le sue mire; sibbene incurante di filosofi e di sistemi, anzi che cederla in tirannia, tende a sopraffare le sue sorelle carnali, usurpando l'amministrazione degli affari più intimi di famiglia. Onde una vecchia ruggine e una dispettosa e sorda guerra che non è certo il minor danno che nella vita ti tocchi sofferire. Ad ogni modo questo giova ritenere, che raramente interviene che la -Prudenza- ceda le armi, e che il -papà---il nobile -Egoismo---si addimostra assai pago della sua figliuola primogenita. Nè questa dovea essere un'eccezione--però che alla povera -Vanità- toccassero invece parole assai aspre, e dette con quell'accento di dileggio di chi si tenga sicuro del fatto suo. Oltre a ciò, quasi non bastasse, si aggiunse la -Poltroneria- e l'-Avarizia- a farle contro--onde un parapiglia, un dibattere arruffato, da cui Domine Iddio scampi il più possibile ogni galantuomo. Sola spettatrice stavasi in un cantuccio la -Pazienza-. "Guai se la mi scappa," pensai. E per buona sorte la tapina tenne duro. Quando ogni articolo fu discusso: "Dio sia benedetto, dissi, ora posso partire." --Possiamo partire--aggiunse timidamente la -Rassegnazione-. E poichè parevami che la -Prudenza- accennasse a volersi rifare da capo a nuovi ammonimenti, afferrai la maniglia della porta, tirai il catenaccio, e fui all'aria libera. * * * * * Era un ampio carrozzone antico, rifatto alla moderna; ma sebbene fosse fornito di ruote massiccie e dondolasse graziosamente sulle molle ad ogni lieve spinta, avevano voluto, con un nome che adesca il viaggiatore, battezzarlo: -il Veloce-. "Non sarà la prima menzogna di questa natura" pensai. E pare che l'automedonte mi leggesse in mente, poichè distraendosi un pochino dalle sue occupazioni:--Gli è un po' vecchierello, un po' patito, ma in fondo è stoffa senza confronti; e affè mia, che quando l'avrò finito di lavare, vedrete che farà anche la sua brava figura, il nostro -Veloce---e, così curvato com'era, tuffava e rituffava la spugna nel secchiello, guardandomi nel viso per invitarmi ad assentire. Mi costò poco il farlo, ed egli ne fu oltremodo lieto. --Gli abbiamo messo nome noi--un bel nome, non è vero? -Veloce!- e gli adatta a meraviglia, perchè è lesto come un daino. E siccome io mi stava zitto, egli insistè collo sguardo. --Non vi pare che ciò potrebbe dipendere anche un pochino da chi lo tira? --Senza alcun dubbio. E vi so dire che abbiamo due cavalli a dovere, e che galoppano come la cavalcatura delle streghe. Osservateli là... Io mi rivolsi per compiacerlo--ma in questa due creature bellissime attrassero la mia attenzione. Erano due bambini, e si tenevano per mano. Non aveva la maggiore più di dodici anni, e il minore poteva contarne nove a dir molto. Biondi e ricciutelli entrambi--ad entrambi errava sul viso una espressione fantastica di sofferenza. E non so come io mi sentissi all'improvviso serrare il cuore a quella vista, e si suscitassero nell'anima mia tristi e desolate le immagini della vita. Pensai ai miei primi anni, così mesti anch'essi; risalii alle prime memorie, alle prime melanconie, e mi sentii commosso da quell'evocazione. Allora carezzato da tutti, ignaro del mondo, e pur spoglio della balda confidenza di quell'età--oggi sperimentato degli affanni, deserto d'affetti, lacerato da dubbi, pressocchè avvizzito d'anima e di cuore--allora ed oggi mestissimo. ... Il piccino mi andava guardando stupito. Che concetto ei si facesse di me e quali impressioni io suscitassi in quell'anima vergine, avrei avuto caro sapere. Me gli accostai amorevole e lo carezzai curvandomi alquanto. Egli mi porse le mani. Non so ch'io mi abbia provato altre volte dolcezza più ingenua e più santa--lo sollevai fra le mie braccia e lisciandogli i capelli sulla fronte: --Non hai tu paura di me? Rispose con un filo di voce non averne--ma più col sorriso. --Povera anima--dissi: ed appiccai un bacio sulle sue labbra scolorate--Come ti chiami? --Ercole--balbettò. --Ercole!--e mi corse l'occhio alle sue membra esili, alle sue guancie scarne e giallognole. Senonchè io aveva dimenticato la piccina, la quale a pochi passi mi guardava sott'occhi col capo chino. E parvemi che la timidezza vincesse in lei la meraviglia; e non osasse, ma si struggesse dal desiderio di avvicinarsi. Ond'io me le accostai tenendo Ercole per mano--e ciò valse a farle sollevare il capo sorridente. Quanta espressione in quel sorriso, e quanta leggiadria in quel volto!--To' un bacio, le dissi--e ritirando le sue lunghe anella appoggiai le labbra sulla sua fronte. La poveretta non rispondeva, ma ne pareva lietissima: e mi restituì il bacio senza schifiltà e senza ritrosia--e addirittura sulle labbra. "Beata l'innocenza, pensai. Che cosa è mai un bacio? Qual parte di noi si perde o si acquista in un bacio? pure la malizia dell'uomo lo ha proscritto con arte raffinata, e ne ha fatto l'interprete d'amori clandestini. Il bacio fraterno è diventato un delitto. Ipocriti! Ipocriti! Un bacio di meno--strana avarizia...--dico io--o che tesoreggiate forse di colpe? Ecco un furto fatto senza rimorso alla virtù per largheggiare col vizio." Tant'è poichè mi veniva da una bambina--poco più certamente--pensai di non arrossirne. Il cinismo ha osato bruttare del suo fango le cose più sante, e si è spinto fino all'innocenza--ma non così oltre, parmi, che io debba profanare, per legittimarlo parlandone più a lungo, la memoria di quel bacio. Abbracciai a un tempo dell'occhio il gruppo di quelle due teste leggiadre, e mi arrestai ad osservarlo. Quei due visi avevano la stessa impronta, le stesse linee, la stessa mobilità di nervi--se non che la bambina pareva più estatica, ed Ercole più mesto. --Siete fratelli? domandai. Ercole mi rispose di sì. --E vi amate? --Molto.--E fu ancora Ercole che rispose; la sorella taceva e mi guardava, e pareva non avere inteso la mia domanda. In questa una voce rauca chiamò dalle scuderie. Ercole prese per mano la sorellina; e questa si lasciò condurre come cosa inanimata, ma senza staccare tuttavia gli occhi da me, e salutandomi colla mano. --Povere creature! Il cocchiere mi udì. --Povere creature davvero, interruppe. Sono due buoni figliuoli, Minerva in ispecie. --E chi è Minerva? --La piccina. Non lo sapete voi dunque? non glie l'avete domandato? Ma che dico! essa non avrebbe potuto rispondervi--è sordo-muta. --Sordo-muta! --La è nata così. E seguitava a contarmi come quei bimbi fossero figliuoli dell'oste suo padrone, e come l'oste suo padrone fosse un uomo che amasse molto i vini, e si chiamasse Narciso. --Era meglio Bacco--dissi io. --È vero--rispose il cocchiere con quell'aria d'uomo che non ha capito. --O quanto meno attenersi all'acqua per esser logici. E qui parve comprendermi; e fe' una smorfia che voleva dinotare assai chiaro la dispiacenza di non essere del mio avviso. --Bravo il mio Mercurio, gli dissi, e battei confidenzialmente della mano sulle sue spalle. Il buon uomo sorrise e si compiacque; ma protestò di non chiamarsi Mercurio. --Come ti chiami tu adunque, e come hai tu potuto sfuggire alla tirannia dell'Olimpo? --Giuseppe, risposemi; e pareva titubante e vergognoso di nome tanto volgare. Poco stante trovò mezzo di riappiccare il filo e di parlarmi ancora dei cavalli e dell'oste suo padrone; e com'ebbe finito di lavare il carrozzone, levandosi ritto:--Che ne dite di -Veloce-?--mi chiese. Nè io seppi davvero dirne nulla: ma pensando ad -Ercole-, a -Minerva-, a -Narciso-, non poteva certamente andare molto errato nel pronostico del mio viaggio. * * * * * Io aveva aspettato senza impazienza fino a quel punto; ma quando, come vollero i fati, il pesante carrozzone fu sull'avviarsi, ed io mi trovai rannicchiato nel mio sedile accanto ad un corpulento abate che pareva occupatissimo a distaccare con uno stecchetto gli avanzi della colazione rimastagli fra i denti, soltanto allora, volgendo l'occhio all'intorno, ripensai allo scopo del mio viaggio, e mi parve di vederlo miseramente fallire. E in un baleno m'accorsi che tutte le potenze dell'anima mia stavano per insorgere tumultuanti a farmi rimprovero della determinazione presa; nè io sapeva più a qual santo votarmi per scansare la taccia d'avventatezza che parevami incominciassi da senno a meritare. Ma in buon punto a sviare la direzione dei miei pensieri, il carrozzone si mosse. Eran trabalzi d'ogni maniera; però vedendo dondolare al mio fianco l'enorme abate, e ad ora ad ora sentendomi attratto da qualche improvvisa scossa verso di lui, non potei frenarmi dal ridere. Tutti i viaggiatori, quale più quale meno, imitarono il mio esempio; solo il ministro di pace rompeva la monotonia di quell'ilarità con esclamazioni assai vivaci all'indirizzo dei santi del Paradiso. E i santi del Paradiso gli usino venia, però che neppure in fede d'uomo di lettere io potrei giurare che fossero rosari. Ma se non erano rosari quelli dell'abate, i trabalzi non erano certo benedizioni del cielo--e se la rassegnazione è una santa virtù, non bisogna poi porre un buon diavolo a cimento di perdere il suo latino. Da che mondo è mondo alla integrità del proprio cranio ogni uomo che ci abbia dentro del cervello ci tiene un pochino, e ad una buona digestione forse altrettanto--non parlo del ridicolo, chè a nissun conto, ch'io mi sappia, v'ha chi voglia torselo santamente sulle spalle. Ora il povero abate vedeva la sua digestione e il suo cranio compromessi; e con quel suo viso da luna piena, e con quella pancia che pareva il rifugio dei sette peccati, era proprio follia pensare che il nostro riso non lo toccasse da vicino. Giuseppe dall'alto dell'-imperiale- sacramentava anch'esso contro la cattiva selciatura delle vie--ma io penso che non fosse così rabbioso come voleva parere. Però forse non aveva torto, poichè come si fu usciti fuori di città, il moto della nostra -arca- si fece più regolare. Nè io ebbi tempo di fare quest'osservazione, che i cavalli si arrestarono. --Essi vorranno pigliar fiato, pensai. Ma questa volta era una calunnia che quei poveretti non meritavano--e come l'ingiustizia mi fa ribollire le vene--e più se io ne sono colpevole--fermai da quel punto di farne ammenda con tanta buona moneta di pazienza per lo avvenire. Proposito non inutile, senza dubbio--e chi ha viaggiato in -diligenza- può asseverare. Erano due nuovi viaggiatori che venivano ad aggiungersi. E qui il cuore mi battè con violenza, però che io riconoscessi subito in uno di essi il mio vecchio amico della sera innanzi. Egli veniva a passi lenti, colla testa ricurva ed appoggiato ad un grosso bastone di nocciuolo. Altri arnesi fra le mani non aveva. Non mi vide o non mi conobbe sulle prime; ma quando gli porsi il braccio perchè vi si appoggiasse a salire, ed egli levò gli occhi per ringraziarmi, sentii la sua mano tremare nella mia, e giudicai che fosse commosso. Altro indizio non lasciò parere. Poco stante la carrozza partiva al piccolo trotto infilando la via postale di V.... con uno zelo che in due povere rozze poteva credersi miracolo. Il signor Antonio--non lo conobbi mai con altro nome--era seduto in faccia a me e mi guardava sott'occhi con mestizia. --Voi qui? mi disse dopo breve tratto con accento tra domanda e meraviglia. Gli risposi esponendogli il fatto mio--e come io intendessi recarmi ad M.... dove mi chiamava un amico da gran tempo. --Ad M...! interruppe egli; ma voi siete fuor di strada; noi andiamo a V... --Non monta. Farò il giro. Le colline di V... sono amenissime e vi si trovano spesso le pedate della lepre. Aggiungete che io avrò la fortuna di fare il viaggio con voi. Siccome questa era la vera ragione, io l'aveva posta ultima e come per incidenza; ma il vecchio comprese assai bene, e mi parve intenerito. Mise la testa fuori dello sportello, poi voltossi e presemi la mano. E me la strinse con tale una espressione di dolcezza riconoscente negli occhi, che il suo volto pallido ne fu ravvivato. Non disse motto, e parve ricadere nelle sue meditazioni. Io mi rannicchiai nel mio cantuccio, e così raccolto seguitai ad indagare su quella fronte severa, su quel volto nobile e dignitoso, le traccie d'un passato sconosciuto. In quel fantasticare senza legge io provava come un sussulto, come qualche cosa che mi parlasse d'un mondo lontano--riannodavo a quell'esistenza immaginaria mille fila diverse, mille memorie che io indovinavo in quel punto. E mancò poco che io non mi credessi un altro uomo, con altre passioni, con altro corpo, con altre idee--ma non con altro cuore; avvegnacchè io lo sentissi palpitare colla stessa misura, e comprendessi istintivamente che io serbava la stessa essenza perchè serbava lo stesso cuore. Lo stesso cuore! Buon Dio, e chi è mai che vorrebbe mutarlo? sapremmo noi rinunziare alla sola parte di noi che veramente ci appartenga--alla sola parte che noi abbiamo fatto uscire vincitrice dalla battaglia delle passioni--alla sola parte che, soccombente, serba alla memoria le traccie funeste della disfatta? Ho sentito spesso esclamare: "quante ricchezze! che nome illustre! quale avvenenza di forme! che bello spirito! oh! perchè la natura non mi ha dato altrettanto!" E m'avvenne pure di udire: "il tale ha un gran cuore, un cuore generoso;" ma null'altro--l'invidia s'era arrestata; non aveva osato varcare la barriera dell'anima, concepire col desiderio la distruzione della propria natura, la rinunzia del proprio cuore. Un raggio di sole penetrando attraverso i vetri venne a battermi sugli occhi. E mi ridestai allora dalla mia estasi; e compresi come un lungo viaggio della fantasia sia il miglior farmaco per lenire le noie d'una corsa dispettosa in -diligenza-. Ma nel caso mio mi rammaricai d'essermi in siffatta guisa distratto, da dimenticare quasi il mio vecchio compagno. Egli era tuttavia pensieroso; appoggiava il mento sulle mani, e chinava gli occhi al suolo. Senonchè tratto tratto risollevava il capo con un moto risoluto; ed allora io vedeva, o mi pareva vedere nel suo ciglio un lampo di luce che, alla guisa di scintilla fra mezzo a ceneri spente, mi rivelava tutto il fuoco giovanile del suo passato. Ma ben tosto la scintilla moriva, e un pallore subitaneo copriva quel volto che un tempo aveva tradito tante interne battaglie, e su cui non doveva più mai specchiarsi altro che la calma e la rassegnazione--queste melanconiche e povere rovine della vita. Come fummo giunti alla salita di V..., le due povere rozze s'arrestarono di botto. Il corpulento abate ne fu mezzo subissato e ringhiò fra i denti un cotal suo -Cristo- abituale, che provava chiaro come la tonaca e il seminario non gli avessero istillato la santa virtù della pazienza. E siccome egli cominciava a farci una trista figura--e se n'accorgeva--fu il primo a porre il piede sul predellino e lasciarsi scivolare, meglio che discendere, sulla via. Secondo il costume tutti i viaggiatori ne imitarono l'esempio; così che a capo di pochi minuti io mi trovai solo col signor Antonio--però che l'età senile lui, la promessa d'una mancia me avessero dispensato da quel faticoso inerpicarsi a piedi, di che una caritatevole gentilezza avea introdotto l'usanza, e l'usanza la legge. Io aveva contato con fiducia su quel momento per appiccare il discorso col mio misterioso compagno; ma mi tocca confessare che, nonostante l'esperienza del giorno precedente, io mi sentiva così come allora impacciato e dubbioso, se pure quanto io aveva già potuto apprendere sull'indole del mio personaggio, crescendomi l'interessamento, non avevami ad un tempo cresciuto l'imbarazzo. E so che ruminai un pezzo nella mente, e ci perdetti il mio frasario senza appigliarmi ad una. Ma in buon punto levando gli occhi m'incontrai in quelli del vecchio--mi sorridevano. Riconfortato da quell'espressione affettuosa che li animava, sorrisi anch'io; e siccome in quella il sole usciva ancora da una nuvola, frangendo i suoi raggi sui nostri sedili, io misi il capo fuori dello sportello, e guardai un istante all'intorno coll'anima commossa da quello spettacolo incantevole. --Come è bella la natura! Mi rivolsi. Il mio vecchio amico era intenerito; mi prese le mani, e le serrò fra le sue; poi con voce alquanto agitata per l'emozione, ma solenne ad un punto: "Dite piuttosto: -come è bella la vita!---alla vostra età ne avete diritto. Non frodate a voi stesso il vanto della bellezza per farne dono alla natura. La gioventù è una gran luce--non frodate alla luce il vanto dei colori per consentirlo ai fiorelli del prato." Tacque un istante; indi come se mi leggesse nell'anima e volesse rispondere al tumulto d'affetti e d'idee che v'aveva ridestato, proseguì più pacato e più mesto. --Ho visto molte cose nel mondo--dall'assidua cura del ragno che tesse la sua tela, al cozzo rovinoso dei popoli; ho assistito come spettatore a molte battaglie d'uomini e d'idee: una ne combattei pur io--la lotta della vita. Lotta terribile, disuguale--e si finisce sempre col restar vinti. --Sempre? interruppi scorato. --Sempre; ripetè con amarezza--sempre. Non mi parlate della volontà, della coscienza. La volontà si fiacca al primo urto, si distrugge al secondo--la coscienza è una vigliacca che si appiatta nell'ora del periglio, ed infierisce spietatamente dopo la sconfitta. --Credete dunque l'uomo una creatura così debole? --Una creatura che ha passioni--troppo debole per resistervi--troppo forte quando ne è dominata. Nè io stimo migliore colui che ha minor numero di passioni a combattere--soggiunse come se parlasse a sè stesso--però che parmi si debba tener conto quando che sia delle forze di cui ogni uomo poteva disporre per mantenersi virtuoso, e misurarne la virtù dalla resistenza opposta, non dal numero degli assalitori o dalla frequenza degli assalti. Per un istante parve pentito d'essersi abbandonato a questa espansione; per fermo le sue parole erano dettate da un'esperienza dolorosa; nè io poteva dubitare che gli si parasse in quel punto dinnanzi l'immagine degli affanni sofferti. Non tardò molto che n'ebbi la certezza; egli sollevò il capo e mi guardò fiso come se volesse scrutarmi il seno e leggervi per entro l'effetto delle sue parole. Il suo occhio velato s'accese, i nervi del suo volto si contrassero, e per un istinto portò le mani sul petto come a difesa. Parvemi in quel punto la statua della diffidenza. Ma non fu che un momento, il tempo di quattro pulsazioni--io le aveva contate sul cuore che mi batteva celerissimo. --Sapete voi che cosa sia un vecchio? mi domandò all'improvviso. --Un uomo che ha imparato molto. --Errore; m'interuppe con violenza--errore. Dite un uomo che ha molto sofferto, e direte giusto. Dite un uomo che ha veduto morire le sue illusioni, spegnersi sul suo labbro i sorrisi, avvizzirsi al suo fianco gli affetti; dite un uomo che ha seppellito ad uno ad uno i fantasmi che danzarono alla sua culla festosi, e che guardandosi all'intorno si vede solo. --E le memorie adunque? Sorrise tristamente al mio richiamo. --Le memorie! Credete voi che si possa vivere di memorie senza imprecare a sè stessi? Credete voi che si possa sempre, come a vent'anni, volgersi indietro e sorridere? È una dura scuola la vita. Vi si impara a conoscersi, a disprezzarsi. Un vecchio--ed abbassava la voce come impaurito--ha sempre qualche cosa di terribile a rimproverarsi nel suo passato.--E d'altra parte--aggiunse poco dopo--che valgono le memorie senza le speranze? Se pure esse possono darci qualche conforto, gli è quando abbiamo innanzi agli occhi un orizzonte di luce che possiamo popolare dei fantasmi più leggiadri. Spezzate l'avvenire, e il passato diventa un abisso che impaura. Or bene la vecchiaia non ha avvenire, non ha speranze.... fuorchè una. Compresi e non osai dir motto, nè levar lo sguardo sul vecchio. Senonchè io ne udiva il respiro affrettato, e indovinava l'ansia di quel povero petto. Per gran tratto di tempo nissuno di noi parlò. Quando il mio compagno sollevò il capo, mi parve di scorgere sul suo viso più penosamente impressi i solchi degli anni. --Hanno fatto della vecchiaia--riprese egli con voce cui un tremito leggiero cresceva l'autorità--hanno fatto della vecchiaia l'età più venerata, e l'hanno circondata di rispetto. Se le sventure danno qualche diritto agli sventurati, questa pietà degli uomini è santissima. Ma non perciò crediate i vecchi più illuminati o più buoni. Hanno il cuore arido, l'intelletto malsano, il corpo vacillante. Avevano espansioni, confidenze, ebbrezze--non hanno più che egoismo. Non vincitori, ma vinti dalle passioni, mostrano talora essersene spogliati, mentre furono invece abbandonati con disprezzo. E se rimane in quei carcami qualche lurido avanzo delle passioni più meschine, vi rimane non più come un inquilino insofferente, ma come un padrone di casa bisbetico. Sorrisi alla stranezza di queste parole. --Oimè--interruppe sospirando--per quanto vi paia esagerato il mio dire, non è che troppo vero--e il cielo tolga che voi stesso ne facciate esperienza, poichè ripensando forse a questo vecchio che vi parla, vi farete persuaso come nella vita non vi abbia altro di generoso e di nobile, che la fede balda ed ingenua dei primi anni. E siccome io non rispondeva. --M'inganno, aggiunse. V'ha un'altra ora nella vita, sublime per magnanimi pensamenti, per generoso affrettarsi del cuore--l'ora che precede la morte. Io non sorrisi più. V'era nelle sue parole tale un'impronta di solennità; spirava dal suo volto tanta fermezza di convinzione, che rimasi come sbigottito, e per un istante vidi crollare nel mio seno l'altare che vi aveva eretto alla vecchiaia. Ma più che l'argomento del suo dire, aveami cercato il cuore l'amarezza mista di rassegnazione che lo componeva a mestizia così profonda. Con quell'istinto che fa vaghi dell'ignoto, io cercava di risalire alla causa misteriosa. Mi pareva che se io avessi conosciute gli episodii, le traversie, fors'anco le colpe di quell'uomo, avrei aperto uno spiraglio di luce nella tenebra immensa del cuore umano. Da quel punto fin presso a V.... grave silenzio. Io sentiva che l'ora della separazione si avvicinava, nè sapeva rassegnarmi a questo pensiero. Un presentimento dicevami che non avrei più riveduto quell'uomo, che il nostro -addio- sarebbe stato l'ultimo. --Abitate voi a V...? chiesi trepidante. --Poco lungi. Dietro quel castello in rovina, che vedete laggiù, v'ha una casa oscura e modesta. Ivi una famiglia di alani, accosciata a piè d'un antico focolare, attende impensierita il ritorno del vecchio amico. Disse queste parole con dolcezza--poi si fe' taciturno. --Siete voi dunque solo? --Solo! ripetè egli guardandomi in volto--no. L'indecisione di questa vaga risposta non poteva oggimai appagarmi. Parevami che io avessi diritto ad una confidenza più ampia, ed insistei. --Parenti? --No. --Amici? --I miei alani sono fedelissimi. Non voleva rispondermi--ammutolii. Era certo grave esigenza la mia di ostinarmi a conoscere i fatti d'un altr'uomo--e la ragione s'adoperava a persuadermene--tuttavia io non seppi dissimulare il mio dispetto, e il signor Antonio se ne accorse. --Sia pure--pensai--non m'importa ch'egli mi legga in volto--sarò più franco di lui. E poichè parevami che egli ne avrebbe pena, fermai per vendicarmi di non più parlargli. Ma come, giunti ad un crocicchio, m'accorsi che egli faceva arrestare la carrozza per discendere, l'interessamento fu più forte in me dell'amor proprio; così che dopo pochi istanti di fiera battaglia io mi rivolsi ancora al signor Antonio, e arrossendo di vergogna gli domandai se dalla parte del castello si trovasse della selvaggina. Rispose di sì; ma pregavami non vi andassi. --Volete voi dunque negarmi il favore d'esservi compagno per via? domandai più sorpreso che imbroncito. --Non posso. Disse--ma a temperare la durezza del rifiuto, mi porse la destra; e in quell'istante era nel suo volto tale un'espressione di nobiltà, che mi sentii inorgoglito d'essere così innanzi con lui. --Mi rivedrete fra un anno--mi disse poi affettuosamente--non prima; non tentatelo neppure; ve ne prego. --E dove potrò io vedervi? --Là--e m'indicava col dito le rovine del castello. Vi aspetterò. Quanti ne abbiamo del mese? --Undici. --Tenetelo bene in mente--fra un anno. E con una rapidità che mi fe' meraviglia, depose un bacio sulla mia fronte. Io non aveva ancor cessato di sentire l'impressione delle sue gelide labbra, che egli era già lontano. Lo vidi avviarsi a lenti passi lungo un sentieruzzo che disegnava, come un lungo serpente, le sue spire sul verde tappeto dei prati. Lo accompagnai dello sguardo per lungo tratto, finchè le forme del suo corpo si confusero come un punto nero. --Fra un anno? ripetei allora dentro di me con mestizia--fra un anno!--ed appoggiai sulle palme il capo affaticato.... FEBO E L'ALLODOLA. Il mio amico Augusto era un buon figliuolo. Doti d'intelletto e di cuore avea moltissime; e se gli falliva la modestia, vi era però nel suo dire ampolloso quasi altrettanta franchezza, quanta vanità--così che l'una pagava in certa guisa l'altra. Onde sebbene da principio quel suo eterno cicaleccio sovra argomenti assai spesso frivoli, paresse porre una barriera fra i nostri umori--e disperassi, o sdegnassi, di varcarla--non andò guari che, bandita la prima selvatichezza, io gli divenni famigliare. E tra la naturale arrendevolezza di lui, e la mia filosofica pazienza, in breve fummo inseparabili. Nè mai la giovialità e il sussiego fecero tanta pompa, cred'io, di perfetta fratellanza. Povero Augusto! E parmi ora, pensando alla tua tomba così presto scavata, alla zolla che ha seppellito le tue giovani illusioni in una terra avarissima a te d'affetti e di lagrime, parmi che tu t'apponessi al vero--e non mettesse proprio il conto in quell'età di prenderla in sul serio colla vita, com'io faceva. Ma io non fui altro che un piagnuccoloso primaticcio, e tu di noi il vero filosofo--poi che vivesti e moristi come l'usignuolo, cantando. Ma in quel mattino pareva avesse esaurito la vena del suo spirito giocondo; e mi camminava a fianco taciturno ed imbroncito, allungando il viso ad una smorfia grottesca da screditarne Eraclito. Perchè io da principio, stimando guarirnelo, feci sembiante di non porgli mente, e recatomi il fucile, a partirne il disagio, d'in sull'omero destro al sinistro, mi diedi a canticchiare fra i denti una vecchia canzone da caccia. E dappoi che questa era il solo frutto che io m'avessi ricavato dal breve commercio e dalle rare peregrinazioni venatorie, e la sola virtù che potesse darmi aria di cacciatore, non è a dire come io me ne deliziassi. Ma pare che il rimedio non fosse opportuno, o ne avessi inavvedutamente esagerato la dose, perchè il dispetto d'Augusto crebbe fino alla stizza. E non sapendo con chi disfogarla--e smaniandone--allungò un calcio al nostro vecchio bracco, che stanco delle inutili ricerche di selvaggina in mezzo ai boschi, veniva in quel mezzo mendicando una carezza. Il mal capitato animale guaì due volte lamentevole, e venne a riparare al mio fianco, come a quello d'un amico. E siccome le sue querele dapprima, e quel confidente appellarsi alla mia tutela da poi, m'avevano cercato il cuore--questo cuore così infaustamente aperto ai dolori--io mi feci, del mio meglio, a pagarlo di conforti. Il poveretto non sapeva come rendermi grazie; e deposto il rancore, a testimoniarmi la sua gioia, venivami attorno con mille feste. Nè mai la riconoscenza ebbe fra gli uomini tanta eloquenza e spontaneità di linguaggio. Ond'io m'ebbi fermo in mente per tutto quel dì che la riconoscenza sia meglio una virtù di cani, che d'uomini--e a riconciliarmi coll'umanità avrei benedetto un argomento. Ma allora non mi giunse, e forse non m'è giunto tuttavia; così che si può supporre il vecchio chiodo mio, anzi che strappato, aver cogli anni acquistato saldezza. Guardai Augusto, ed egli me--poi entrambi il cane. Parvemi allora che un animale così generoso fosse ingiustamente condannato a camminare su quattro zampe--e che dovesse rizzarsi su due, e levare orgoglioso la fronte, e guardare faccia a faccia l'Umanità. Ed ora ne sorrido--ma in quel momento mi sentii muovere fino al fondo dell'anima; e rappresentandomi agli occhi come vera quell'immagine, temetti non l'uomo avesse dovuto rinselvarsi per celare il rossore delle guancie. Senonchè il povero -Febo- (tale il battesimo del bracco) aveva indovinato il senso del nostro sguardo--e poi che egli non domandava di meglio, si trascinò col capo chino fino al suo padrone. V'era nel suo atto tanta umiltà; ed agitava la coda, e si ripiegava sui fianchi con tanta rassegnazione, che la sua preghiera, cred'io, sarebbe salita all'Olimpo a disarmare Giove dei suoi fulmini. Ma è raro che l'ingiustizia si arrenda, e non si ritorca dapprima in sè stessa, e non si dibatta come il serpe. Onde Augusto che era pentito e non voleva cedere tuttavia, se ne stava un pochino in sul tirato--da parere un amante imbroncito che non voglia fare una carezza alla sua bella, e se ne strugga. Se ti intervenga di assistere a rottura fra due amici, e che tu voglia rappattumarli, non pretendere che quegli che s'ha il torto lo confessi; fa piuttosto che l'altro--e sarà sempre il più arrendevole, perchè più calmo--muova il primo passo, e s'addimostri in certa guisa carezzevole. E mentre in ogni altro modo andresti errato e non verresti a capo di nulla, così facendo ti troverai avere in mano un rimedio facile e sicuro. Però che ove la ragione sapesse discendere fino a vestire le apparenze del torto, il suo trono sarebbe, parmi, assicurato nel mondo. E non andò guari che Augusto ebbe troncato ogni quistione con -Febo-. Nè le distillazioni di cento volumi filosofici avrebbero tanto potuto sull'animo suo, come la virtuosa mansuetudine di quel cane. * * * * * Io aveva indovinato alla prima la cagione del malumore d'Augusto. Ma o perchè non fossi passionato della caccia, o perchè mi avessi qualche altro martello nel capo--e il leggitore potrà decidere in appresso--la nostra disavventura m'avea trovato insensibile. E tuttavia mi accorsi che il disagio del cammino, il caldo, la fame, e forse un cotal poco il dispetto, incominciavano a ribellare il mio spirito alla pazienza--e poi che ne feci motto ad Augusto, avvenne, ed era cosa naturale, che le parti si mutassero--e ch'egli si facesse a un tratto a sermoneggiare, ed io ad arrabbiarmi. Ma non così che una folata d'allodole levatasi a volo a pochi passi da noi potesse parerne lieve ventura, e non giungessimo in tempo, o sdegnassimo di far con essa le prime prove. E in un baleno Augusto ebbe scaricato le canne del suo schioppo--io a brevissimo intervallo del pari; onde credendoci in buona fede aver costata la vita a quegli innocenti, tra la compiacenza e il rammarico venivamo aguzzando le ciglia per scorgere attraverso il fumo la caduta della nostra preda. Ma pare che l'alata famiglia non patisse danno--nè se più parte vi avesse il miracolo o l'inettitudine nostra, per quanto v'abbia strologato, giunsi mai a decifrare. Se non che i latrati di -Febo-, e a quando a quando un lieve dibattere d'ali, ci trassero da canto ad un roveto. -Febo- smaniava; allungava il muso tentando penetrare fra le spine, e si ritraeva vie più inasprito. L'aspettazione era grande. Foss'egli da quel cespuglio venuto fuori colle fauci spalancate un cocodrillo, parmi non n'avremmo avuto stupore. Sì, n'ebbimo--e quanto ci costasse il disilluderci, pensi chi ha cuor pietoso--quando invece del coccodrillo ci apparve un'allodola sbigottita da parer l'immagine viva della paura. Essa si levava a piccoli voli, tentando scampare all'inevitabile disastro che l'attendeva; ma così malconcia com'era dalle zanne di -Febo-, i suoi sforzi non la soccorrevano a lungo, e ricadeva dopo breve tratto. Non so più dire che mai si passasse in quel mentre nel mio cuore--e n'arrossirei; ma se non avessi temuto di parer debole--e forse questa fu vera debolezza--avrei perorato la causa di quella misera allodola. E se mai vi fu avvocato che avesse cuore gagliardo, sarei stato io quello--e non avrei avuto da invidiare a Demostene la sua eloquenza. Ditelo voi potenze dell'anima, non è egli impeto gentilissimo quello che ci fa piangere dei mali altrui? E a quale altri mai se non a questa compassione benefica, laboriosa, ricca di conforti e di balsami, chiederà l'umanità sconsolata la parola che la incoraggi nel cammino faticoso? Che se gli Dei avanzano in ogni perfezione i mortali, dalle pietosissime lor viscere trassero, cred'io, quel po' di bene onde ne raddolcirono le amarezze della vita. Ma ch'ei non ti venga detto giammai "sentimento sterile" di quella compassione così, in apparenza, passiva, da parerti non aver altro che lagrima. E se tu la incontri fra gli uomini, benedici--avvegnachè essa ti addimostri un terreno generoso, ove pur che l'agricoltore getti la semente, e non avrà più che ad affilare la falce per la messe. No--il cuore aperto agli affanni non è mai sterile; e se tu vi versi, benefica rugiada, una lagrima sola, ei ti cresce e ti educa rigoglioso l'albero del sacrifizio. -Febo- continuava ad assalire, e la lodoletta a schermirsi--ma poi che i Fati avevano così fermato, non vi fu più scampo per essa. Ma non con lieve fatica Augusto giunse ad averla fra le mani, e credo vi contribuisse non poco l'opera di certo suo cappellaccio di feltro, lanciato a tiro opportuno su quella tapina. --È finita--pensai sospirando. --Tanto per così poco--borbottò Augusto, riponendo in testa il cappello e mostrandomi il corpiccino insanguinato dell'allodola. --È vero--mi correva sulle labbra. Ma non lo dissi. Il mio sguardo s'era arrestato sovra quel povero animale. Avea gli occhietti velati, il becco semiaperto, e ne colava una leggiera striscia di sangue--un istante ancora, e gli ultimi nodi che lo legano alla vita saranno spezzati.... "Ahi! era tutto per essa!"--esclamai con mestizia. Affannoso pensiero! E che monta egli che sia la vita d'un uomo o quello di un bruco? Lascia l'uno cittadi e castella, l'altro il musco ospitale. La vita poneva fra di loro un abisso--la morte, questa grande uguaglianza, segnerà negli eterni libri del tempo non più che due esistenze distrutte. * * * * * Avevamo ripreso la via postale, e ci affrettavamo verso M***. Io pensava alle brune chiome d'-Ortensia-, ai suoi sguardi per languidezza lucenti, al suo corpiccino di vespa, alle movenze incantevoli onde s'abbellivano le sue forme leggiadre. --Ed oserò io comparire innanzi ad -Ortensia- in quest'arnese, e col carniere così sprovvisto? E questa lodoletta meschina potrà essa pagare la mia vanità di cacciatore? Peggio, s'io penso che non mi viene che una parte della gloria. Augusto che non aveva ancora saputo darsi pace della nostra sorte tristissima, interruppe in quel mentre il corso dei miei pensieri; e ponendomi sottocchio un'altra volta la vittima:--"E non è a dire che i miei colpi fossero male aggiustati. Vè, Giorgio, l'ho colpita nel petto." Per quanto io fossi poco sicuro dell'efficacia dei miei tiri, parevami--e forse io non errava--avessero anch'essi lanciato buone quadrella; però quanta tracotanza fosse nelle parole d'Augusto, e come dovesse ferirmi nel vivo, non dico. E più perchè gli era già un buon tratto che l'amor proprio mi veniva susurrando all'orecchio non so quali argomenti a persuadermi io, non altri, essere il feritore--ed era stato in sul credervi--e fors'anco se avessi trovato un giro di parole mellifluo, non avrei resistito alla tentazione di menarne vanto. Ribattei ironicamente, lasciando parere non so se più la beffa o il dispetto. Ma poi che di due che non hanno prove di quanto affermano, il primo ad affermare ha sempre il sopravvento, Augusto non si affannò punto; ma con un contegno in apparenza affabile, tentennò il capo e sorrise. Se mai vi fu avversario potente, che ti si avvinghi mani e piedi, ti seduca, ti vinca, e volga in canzonatura la tua disfatta, gli è quel sorriso disdegnoso che provoca la lotta e palesa apertamente il disprezzo dell'inimico. E la mia anima ne fu agitata. Avrei voluto che la mente m'avesse suggerito ancora uno dei suoi mille sofismi, e sarei stato senza pietà. Ma il dispetto soffocava in me la ragione, la quale è molto se, a non addoppiare la vittoria d'Augusto, mi concedeva la dissimulazione. Ma in quel punto--e fu ventura---Febo- ritornava ansante verso di noi; nè mai farmaco più potente o più opportuno poteva scendermi nel cuore a serenarlo. ORTENSIA Quando un figliuolo d'Adamo ha pagato il suo tributo al Dio delle foreste, ed ha fermato in mente di ritornarsene agli Dei Lari, la sola cosa che gli rimanga a fare è di volgere i tacchi e rimettersi sulla via. E dacchè egli lo abbia fatto, io giuro che non ha più altro desiderio che quello di arrivare. Tale appunto il caso mio--nè aveva mosso ancora trenta passi, che già col pensiero io era giunto ad M** e ripartitone. Ma forse che una segreta malia mi attirava, però che io vi ritornassi più volte--e non una che ponessi colla mente il piede sulla soglia, e che non mi scontrassi alla prima con Ortensia. Pace a quell'anima tapina che, rimontando la corrente degli anni, non possa arrestarsi a contemplare un viso di donna pallido ed affilato, un occhio profondo come gli abissi del mare, uno sguardo lungo e sereno come il raggio melanconico d'una stella lontana. E se v'ha chi, spossato dalla fatica, volga il pensiero alla mano candida ed ospitale d'una creatura sedicenne, e provando indistintamente le fitte del desiderio e dell'amore, e potendo lusingarsi d'essere atteso, non si senta crescere le ali alle piante, tal sia di lui. Di tal guisa ragionando, acceleravo il passo. Se non che l'appetito ha buone gambe--e se l'amore va di trotto, egli cammina almeno almeno di galoppo. Augusto era al mio fianco a farne fede. "Anche tu!" mi disse egli tra l'ansia e lo sbadiglio. "Anch'io. "Vorrei essere arrivato. "Anch'io. "Ed assiso a mensa. "...Anch'io. Deh! che il cinismo non innalzi la sua bandiera; e che non si creda pur un istante ch'io voglia rinnegare il sentimento. Ma poi che so che a questo solo patto mi sarà data fede, io lo confesso arrossendo: "avevo appetito." D'onde avviene egli mai che i nostri propositi più saldi, che parevano sfidare l'infuriato scatenarsi dei venti, si scompongano e si sfascino al primo urto delle passioni? E con quale intendimento, mio Dio, hai tu voluto sottomettere l'uomo, quest'essere dai giganteschi concepimenti, dalle fantasie fervide e creatrici, alla più meschina delle sue debolezze? Però che se tu ne hai dato l'amore e la compassione per nobilitarci, gli impeti spesso generosi dell'ira e il martello del rimorso a temperare la fibra del nostro cuore, dovevi risparmiarne la -Vanità-, questa sterile e bugiarda compiacenza di noi stessi, che ne ha raddoppiato sul volto la maschera dell'istrione, e ribadito al piede la catena del servaggio. E non mi era appressato alla soglia, che già il tarlo, che su per le scale avea incominciato a rodermi dentro, mi torturava a smaniarne. Io pensava all'allodola, al mio travestimento da cacciatore, ad Ortensia. "Ahimè! che tu sarai ridicolo, e n'avrai le beffe--brontolavami sordamente il mio demonio--Vedi, ricco bottino! E come vorrai tu con questa raccomandazione guadagnare il cuore della tua donna? "Me misero! me misero!--ripetevo avvilito--ahi! tristo cavaliero ch'io sono! Però io mi trovai innanzi ad Ortensia così confuso, da parere uno scolaretto colto in fallo che s'aspetti lo staffile. * * * * * Meraviglioso incanto di Natura, il sorriso sulle guancie incarnate d'una fanciulla. Ma più ancora la mestizia;--e per fermo colui che primo raffigurò la -Pietà- in sembianza di donna, l'anima amantissima educava alla severa scuola del dolore; poi che sommo amore e dolor sommo s'incontrino sempre nel cammino, e da così fatta armonia traggano virtù d'addurre il pensiero alle concezioni gentili. La stolta ammirazione esalti pure a sua posta le eroine; e dica al mondo com'esse cingessero armatura, e trattassero il ferro, e fiutassero avide il sangue dell'inimico. Una lagrima, una lagrima sola sul ciglio vellutato della donna--e sia pur essa madre, sposa, sorella, od amante, nissuna corazza incantata spezzerà meglio le lancie della collera. Iddio tolga che il linguaggio del rimorso parli all'anima vostra, e vi riveli a un tratto tutto il sagrifizio che una creatura amantissima vi ha profferto, e che voi accettaste con indifferenza--ma s'egli avvenga, e vi baleni un solo istante al pensiero quella battaglia d'un cuore avido d'affetti, combattuta nel silenzio e nella solitudine, e quel muto sofferire senza lamento--deh! la lagrima della meschina non sia caduta sul vostro cuore senza fecondarlo. Fatevi compagni dell'angiolo--e l'angiolo vi farà bella la vita. Domanderete a lui una fede; egli vi additerà gli astri lontani e silenziosi--gli domanderete un mondo, e vi darà una famiglia--gli domanderete una possanza, e mostrandovi il seno colmo d'amore, vi dirà la gioia d'esser vostro schiavo. Chiedete tutto alla donna. Ella può tutto--vi darà tutto. Vi schiuderà un nuovo orizzonte d'innanzi. Una parola, un sorriso, un fiore--questo è il debito vostro. Eccola felice; eccola rassegnata, rinvigorita alla battaglia. Levate ora gli occhi sulla sua fronte purissima--vi si legge un'anima. E se nel vostro seno v'ha tuttavia un altare alla virtù, benedite al tesoro pudico di quell'anima gigante; salutate in essa la vera, la grande, la santa eroina della famiglia. * * * * * Ortensia era mesta--non avrebbe riso di me. Ma se questo pensiero mi rasserenava l'anima, vi suscitava in altro modo una tempesta. E chiesi a me stesso quale si fosse la cagione di quella melanconia, e se io vi avessi parte in qualche guisa. Così di fantasma in fantasma credetti aver dimenticato il mio primo timore. Ma a provarmi come io avessi contato troppo presto sulla vittoria, e come l'amor proprio sia tale inimico onde è folle cosa sperar la resa al primo scontro, sopravvenne in quel punto Augusto. Il quale, senza un riguardo al mondo al mio imbarazzo, veniva querelandosi e beffandosi a un tempo della nostra mala ventura--e ad avvalorare le sue parole, deponeva l'ampio carniere a fianco della sorella. Se io dirò che in quel punto non erami facile sorridere, sarò creduto; ma per non parere da meno, composi le labbra ad una smorfia che voleva essere un sorriso. E chi pensi come incominciassi appena allora ad invaghirmi d'Ortensia, e come l'amore muova i primi passi sulla via della vanità, accolga la confessione ch'io faccio, e giustifichi la mia debolezza. Ortensia pose la mano nel carniere, e trassene l'allodola. Io che andava spiando sott'occhi per indovinare dal viso le prime impressioni del suo spirito, vidi il suo ciglio volto al povero animale, e raddensarsi sulla sua fronte marmorea la nuvola di mestizia che l'oscurava. Non disse motto--ma porgendo d'una mano la morta allodola ad Augusto, posò l'altra sulla spalliera d'una sedia, e vi si lasciò cadere con abbandono. Augusto fè una giravolta sui tacchi, chiamò a sè Febo, e s'allontanò fischiando fra i denti. Rimasi solo con essa. Il cuore mi batteva a spezzarsi. Non sapendo distaccare gli occhi da quelli di Ortensia che mi ammaliavano, io mi sentiva come avvolto da un fascino magnetico. Vi fu un istante in cui la mia vita si era a così dire moltiplicata, in cui mille diverse sensazioni succedendosi bizzarramente, si contendevano l'imperio dei mio spirito. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000