--Ascoltatemi, gli dissi; io sono forte, ho coraggio; ditemi francamente
se Clelia vivrà.
--Lo spero.
--Non ne siete voi sicuro?
--La vita non è nelle mie mani.
--Qual genere di malattia è ella questa di Clelia?
--Una ricaduta della prima; io aveva guarito il corpo, non poteva
giungere all'anima--tolsi l'effetto senza rimuovere la causa.
--Ed è?...
--Se voi l'ignorate, è un segreto; domandateglielo.
--Così farò, risposi lasciando cadere il capo sul petto.
--Siate forte--mi disse il medico ed uscì."
LXI.
"Non era vero che io fossi forte; il pensiero che Clelia avrebbe potato
mancarmi mi traeva fuor di me stesso. Rientrando, la incontrai seduta
sul letto, cogli occhi fissi sulle lenzuola. Mi accostai tremante.
--Che hai?
--Ho tutto udito, mi rispose melanconicamente. Non negarlo; vi ho
seguiti io stessa; ho voluto io stessa apprendere la mia sorte.
Quelle parole mi turbarono; che avrei io potuto dirle? le feci
rimprovero d'essersi levata di letto e d'averci seguito malgrado la sua
debolezza.
--Mi sono coperta d'uno scialle--e mi sono appoggiata ai mobili--e
d'altra parte che potrei io perdere? non devo forse morire?
--Non dirlo, in nome di Dio. Il medico non ha detto ciò.
--L'ha pensato; e poi lo sento, mi rimane assai poco, assai poco.
Piangeva.
Io non ebbi forza di riconfortarla; la strinsi al cuore.
--Non lasciarmi, mi disse ella con esaltazione; non lasciarmi; tienimi
stretta presso di te; quando sentirai che il mio cuore arresterà i suoi
battiti, baciami in volto e mi rianimerai.
--Dio non può separarci, esclamai levando gli occhi al cielo.
--Dio lo vuole, disse ella tristamente.
Il suo stato andò peggiorando ogni giorno; e tuttavia io non rinunziai
un istante alle mie speranze. Pregavo Iddio ogni sera; la sventura mi
riavvicinava alla mia fede negletta. No, Dio non avrebbe dimenticato la
sua creatura.
--Domani vo' levarmi, mi disse Clelia un giorno.
--Lo pensi, povero angiolo; tu sei così debole.
--Voglio levarmi, ripetè. Ho domandato al cielo questa grazia, il cielo
è buono.
Venne il domani, ma Clelia non potè lasciare il letto.
--È doloroso, disse ella con mestizia; ci aveva contato; doveva essere
un giorno lieto questo.
E volle che io facessi venire la nostra Bianca, e che mi sedessi ai
piedi del suo letto.
--Tu non comprendi, mi disse scherzosa; pure questo è giorno di festa
per noi.
Mi era passato di mente--era il quarto anniversario del nostro
matrimonio. Triste anniversario! Mi comprese, e come a rispondere ai
miei pensieri.
--Sta in noi che questo giorno sia festoso. Vedi io ti avevo preparato
un regaluccio; ma non ho potuto finirlo di mia mano.
E così dicendo trasse di sotto al guanciale un ricamo in seta, colle
nostre cifre intrecciate.
--Ed è questo che tu mi nascondevi? domandai commosso.
--Tu dunque mi spiavi? interruppe scherzando.
Ahi! quanto i miei sospetti erano stati ingiusti! e come avrei io pagato
quell'anima buona dell'ingiuria che le avevo fatto?
S'ella aveva un segreto a nascondermi, non era certamente una colpa; se
inganno v'era stato nei suoi modi, lo aveva suggerito la pietà.
I progetti di Clelia andarono falliti--quell'anniversario fu assai
triste."
LXII.
"Passarono alcuni mesi--passarono uniformi, desolati. La salute di
Clelia non migliorò gran fatto; il medico era venuto assiduamente, ogni
giorno, ma senza alimentare le mie povere speranze.
Clelia pareva rassegnata; non mi parlava di morire perchè ne avrei avuto
pena; quando mi vedeva triste, mi diceva di sorridere. Mi assicurava che
sarebbe guarita. Innocente inganno! Altre volte parlava del nostro
avvenire seriamente,--si intratteneva in progetti ridenti. Allora
sperava; si rinvigoriva delle sue illusioni, e mi diceva.
--È egli possibile che io muoja? Perchè dovremmo noi crederlo? Io sono
qui, fra le tue braccia--sono giovine, e t'amo--e tu m'ami. La morte ha
pietà di coloro che s'amano...
Verso la metà del mese d'ottobre, la malattia parve volgere alla
guarigione.
--Vorrei veder la campagna, disse un giorno al medico. Deve essere
bella, non è vero? Voi la vedete spesso la campagna. Come siete felice
voi!
--Vi andrete, rispose il medico intenerito.
--Oggi stesso?
--Se lo volete.
Triste indizio la condiscendenza d'un medico. Ma nè Clelia vi aveva
posto mente, beata del pensiero di poter uscire, nè io, parendomi
proprio ch'ella stesse meglio.
Uscimmo in carrozza.
La giornata era serena; una brezza melanconica d'autunno incurvava i
rami dei platani e gemeva fra le foglie degli ippocastani.
Bella giornata, ma mesta--ad ogni istante il soffio del vento distaccava
dai rami d'una pianta ingiallita le foglie disseccate che scendevano
lente sopra i viali, dove un altro soffio le spingeva ad inseguirsi
l'una l'altra roteando.
Clelia guardava la natura con occhio smarrito.
--Come è bello, come è bello! andava ripetendo con ingenua meraviglia;
mi par di rinascere, di venire per la prima volta nel mondo; certamente
io non ho mai visto come li vedo ora questi incanti... E gli uomini si
lamentano!...
Ammutolì un istante.
--Sono pazza, aggiunse poco dopo; mi pare che tutti coloro che passano
debbano essere felici come io lo sono, lieti di questo cielo senza nubi,
di questa campagna piena d'armonie--e che debbano leggermi sul volto che
io fui malata, e rallegrarsene in cuore. E perchè no? Io non ho fatto
alcun male agli uomini, vorrei dir loro che li amo--non vorrebbero essi
amarmi se io li amo?
Passavamo rasentando un giovane tiglio che aveva attecchito male, e che
i rigori autunnali avevano sfrondato precocemente.
--Così giovane! disse ella mestamente; e parve che un triste pensiero
l'assalisse e che lottasse a liberarsene.
--Come è bella la vita! aggiunse poco dopo parlando a sè stessa.
Non osando trarla dalle sue fantasticherie, non osando quasi rispondere
al mio stesso affanno per timore di palesarlo, io continuavo a tenere le
mie mani nelle sue senza dir motto, e a contemplare melanconicamente le
sembianze disfatte del suo volto."
LXIII.
"Ritornata a casa si sentì debole e si rimise a letto. Respirava
affannosamente, e non poteva quasi parlare; e tuttavia mi disse che la
passeggiata le aveva fatto bene, e che aveva caro di aver veduto ancora
una volta il verde della campagna.
"Ancora una volta" pensai tristamente. Ma ella non aveva dato quel senso
alle sue parole, e parevami invece si fosse rinvigorita nella speranza.
Mi parlava dei suoi progetti per il prossimo inverno, si faceva
promettere tante cose, e mi assicurava che saremmo stati felici. Io
stesso mi abbandonavo a crederlo.
Benedetto il sorriso del dolore, benedette le povere lusinghe della
sventura!
All'improvviso Clelia si sentì venir meno.
--Tu soffri? le domandai.
--T'inganni--mi rispose con un filo di voce--l'emozione, la stanchezza
forse--io non sono molto forte--soggiunse sorridendo.
Una specie di rantolo soffocò un'altra volta la sua voce; gli occhi suoi
mi guardarono implorando il mio ajuto; poi si chiusero lentamente.
Il grido della disperazione partì spento dal mio petto, come un baleno
stanco traverso il fitto delle nuvole. Accostai il mio al suo pallido
labbro--ella respirava ancora; le sollevai il capo, e lo appoggiai sui
cuscini; poi cercai il suo cuore sotto le vesti discinte--batteva
agitato.
Io era solo; volli chiamare e corsi per la camera istupidito. Passando
innanzi ad uno specchio vidi la mia immagine e quella di Clelia--uno
spettro che errava intorno ad un cadavere.
Il nero volto di Charruà comparve sull'uscio; nè io l'aveva chiamato. Mi
guardò un'istante; io gli feci un gesto e volli parlare; l'ansia me ne
tolse la forza.
Charruà mi comprese, e senza attendere più oltre s'allontanò.
Io mi gettai sul letto di Clelia cogli occhi fissi sul suo volto.
Mi pareva che la morte dovesse stendere ad ogni istante le sue scarne
braccia per rapirmela--e che fosse lì, immobile, ai piedi del letto, a
rimirare il mio affanno e la sua preda....
Un brivido mi corse per le vene e mi guardai all'intorno impaurito.
Charruà ritornò in compagnia del medico.
Io mi rivolsi a quell'uomo come ad un benefattore; gli additai Clelia,
ed invocai d'uno sguardo supplichevole che la salvasse.
Il medico s'accostò al suo capezzale, la guardò attento senza tradire
alcuna emozione, poi guardò me, vide la mia preghiera, e scosse il capo
melanconicamente. "Coraggio" mi disse facendomisi dappresso.
E poichè io non rispondeva, egli mosse alcuni passi per uscire.
--In nome del cielo, ogni speranza adunque è perduta? domandai
arrestandolo..
--Coraggio, ripetè con voce commossa.
"È finita" pensai, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.--Oggi?
domandai coll'insistenza della disperazione.
--Forse.
Quest'ultima parola mi passò il petto come una lama di coltello."
LXIV.
"Passai tutto quel giorno accanto al suo letto, senza potermi acquetare
al pensiero della sciagura che mi minacciava.
Avessi io potuto lottare corpo a corpo col destino, avrei vinto la sua
inflessibilità.
Pensavo che sarebbe del mio avvenire, e come avrei potuto sopravvivere
alla morte del mio cuore. Immaginavo, anticipandomene l'amarezza, le
giornate tristi e le ore numerate nella solitudine; e come ogni oggetto
m'avrebbe parlato di lei, e avrebbe risuscitato una memoria del passato,
una memoria della mia felicità e del mio amore; Ahimè, il mio amore, il
mio passato erano perduti inesorabilmente; la mia felicità era
seppellita con Clelia.
Seppellita! terribile pensiero!.. Allora guardavo il volto scarno di
Clelia, vedevo la povera vita di quel corpo adorato fuggire sotto i miei
occhi--nè il mio amore possente aveva forza d'arrestarla un istante.
Alla notte venne la contessa B. Aveva mandato ogni giorno a chiedere
novelle di Clelia, e come seppe del pericolo in cui versava, volle
esserle vicino.--Quella buona signora mi trovò mutato.
--Mi strappa il cuore, le risposi, additandole Clelia; potesse almeno
portarmi seco, potessi almeno morire!...
Anche la contessa mi ripetè quella triste parola: "coraggio."
--Coraggio! Sì, coraggio, per poter sopravvivere al mio angelo che
muore; ch'io mi ricinga adunque di questa corazza per vederla mancare e
non affliggermi della sua perdita, per poter gettare il mio pugno di
terra sulla sua bara e udirne il rumore sordo senza rimanere impietrato
accanto alla sua tomba.
--Zitto... interruppe la contessa ponendo l'indice sulle labbra; ella si
muove... parla... avviciniamoci.
Un freddo sudore mi bagnò la fronte, e non ebbi forza di muovere un
passo.
Clelia si era scossa, aveva levato lentamente un braccio di sotto le
lenzuola, e riaprendo gli occhi li girava all'intorno.
Mi trascinai daccanto ad essa.
--Che hai? mi disse Clelia.--Voi qui! soggiunse con voce quasi spenta,
vedendo la contessa--quale piacere!...
Poi tacque e non disse altro.
--Ella muore! esclamai.
Clelia riaprì gli occhi, e mi guardò serenamente senza parlare.
--Confortatevi, mi disse a bassa voce la contessa--forse ogni speranza
non è perduta.
Tentennai il capo in aria di dubbio--ma in fondo al cuore speravo."
LXV.
"Da quel punto Clelia parve rinvigorirsi; uscita dal letargo in cui era
caduta, volle ch'io le sedessi accanto--La contessa dall'opposta parte
del letto levava le mani al cielo, come a ringraziarlo.
La fiducia rinacque nel mio cuore.
--Che cosa avevi pocanzi? mi domandò Clelia.
--Dolevami che tu soffrissi, risposi titubante.
Fece atto di non dar fede alle mie parole, e tacque. Poco dopo guardò me
e la contessa, e domandò se credevamo che ella dovesse morire.
Oramai io aveva ragioni per sperare che avrebbe vissuto, ma se anche non
ne avessi avuto alcuna, io non avrei mai potuto avere la convinzione
della sua morte. Mi sarebbe parso di arrendermi, di accettare il mio
destino, di recidere io stesso l'ultimo filo che teneva in vita il mio
amore; al contrario io voleva lottare fino alla fine, contendere fin
l'ultimo alito di quel corpo adorato.
Non so più che rispondessi a Clelia; so che la contessa mi prevenne.
--Levatevi di capo queste melanconie, disse ella; voi siete giovane,
bella, amata--voi dovete vivere, vivrete, sarete felice.
--Lo credete? riprese a dire Clelia--gli è bene perchè io sono giovane e
amata che ho paura di morire.
E siccome io mi faceva triste in volto, soggiunse sorridendo:
--Ho speranza anch'io di vivere.
Una parte della notte passò quasi lieta. Clelia rianimata sempre più era
diventata scherzosa, e s'abbandonava a fantasticherie pell'avvenire.
Quel sognare ad occhi aperti così proprio dell'infanzia non è forse
altro che una malattia dello spirito. E gli infermi assomigliano in
questo appunto ai fanciulli--essi hanno vissuto in certo modo lontani
dal mondo, hanno sentito la vita fuggire dal corpo, e pare loro che il
mondo li attenda a braccia aperte, e la vita non prometta che rose.
Hanno dimenticato gli affanni che turbarono un tempo le loro notti, le
lagrime versate, le amarezze d'ogni giorno, le perfidie, gli inganni, le
mentite lusinghe--e sorridono al mondo ed alla vita. Benefica illusione,
ma breve, come ogni bene che è frutto di dolore.
--Verrò alle vostre serate, disse Clelia alla contessa--L'inverno
prossimo voi ne darete, non è vero?
--Senza dubbio, mia cara, rispose la contessa.
--E tu mi ci condurrai volentieri, aggiunse Clelia volgendosi a me--è là
che ci siamo conosciuti, che abbiamo incominciato ad amarci. E dite
dunque--e si volgeva ancora alla contessa--non mi avete parlato della
moda.
--Il bollettino è alquanto capriccioso, v'ha una sola notizia positiva:
abolito il nastro, le frangie in grande onore....
--È strano, interruppe Clelia perdendo d'un tratto la lieve tinta rosea
che aveva avvivato le sue guancie.
--Infatti--rispondeva la contessa errando sul senso di quella
espressione.
Ma io che non avevo abbandonato dell'occhio un solo istante la fisonomia
di Clelia, conobbi che il suo respiro si faceva più debole. D'uno
sguardo ne feci accorta la contessa; entrambi stemmo silenziosi e
commossi ad osservare.
--Mi sento stanca; ho abusato delle mie forze, soggiunse Clelia--Vorrei
dormire un poco.
S'addormentò in breve.
Consigliai la contessa a ritirarsi e prendere anch'essa un po' di
riposo--s'ostinò un poco nel rifiuto, ma poi che il sonno di Clelia era
tranquillo e il mio spirito più calmo, aderì, pregandomi la facessi
chiamare alle due.
Suonava allora la mezzanotte.
Mi raccolsi dentro di me medesimo, e pensai.
Mi tornò in mente Eugenio, e sentii nel core come un pallidissimo
riflesso della gelosia che egli aveva suscitato un tempo nel mio seno.
Volli rivolgere ad altro il mio pensiero, ma, come fossi incatenato a
quell'idea, me ne allontanavo un istante e le giravo all'intorno senza
potermene liberare.
"Lo aveva Clelia dimenticato, o l'amava tuttavia in segreto?"
Dubbio che durava da gran tempo nel mio cuore--reso meno straziante in
quell'ora dalla minaccia di un dolore più grande, ma tuttavia dubbio
dolorosissimo.
Clelia ruppe d'un tratto la calma regolare del suo respiro; tutti i miei
pensieri fuggirono come per incanto.
La poveretta si destò, mi vide al suo capezzale, cercò colla mano scarna
la mia, e la strinse come a ringraziarmi delle mie cure.
--È tardi? domandò con voce fioca--Ho sempre dormito?
--Sempre. Come ti senti?
--Bene. Vorrei dormire ancora, ho le palpebre pesanti.
--E tu dormi.
--Non posso... ho un affanno...
--Un affanno!
Parve lottare un istante; poi con un debole sforzo si trasse più presso
a me, e balbettò al mio orecchio: "mi perdoni?"
--Che cosa? domandai, ma il mio cuore l'aveva indovinato.
"E potevi tu comandare al tuo cuore, povero angiolo?" pensai dentro di
me--"Ti amo!" le dissi forte.
--Mi perdoni? insistè.
--Ti perdono.
Le sue labbra gelide si posarono sopra la mia faccia, e la sua mano
trovò ancora la mia; ricadde sul guanciale e chiuse gli occhi per
dormire.
LXVI.
Da qualche tempo io lottava per non lasciarmi vincere dal sonno. E fui
preso da quel vago sopore dello spirito che non è dormire, ma sognare.
Tristi sogni quelli delle veglie notturne al capezzale d'un caro
infermo.
Un orologio battè le due ore.
Scossi bruscamente il capo per tenermi desto, mi venne in mente la
contessa che m'avea pregato di farla avvisare a quell'ora, e pensai che
non sarebbe stata carità il farlo.
Guardai il volto di Clelia. Era sereno. Appoggiai il capo al guanciale
di lei.
Non so quanto tempo trascorresse di tal guisa; io mi era ridato un'altra
volta a fantasticare. I miei pensieri erano meno tristi. Pensavo a
Clelia, mi lusingavo che sarebbe guarita; mi proponevo di farla felice,
di dimenticare e di farle dimenticare. In quel momento io era buono,
avevo pietà dello strazio patito da Clelia, ed avrei voluto aggiungerlo
al mio. Ne sarei forse morto, ma nelle sue braccia, felice di pagare a
questo patto la felicità di lei.
All'improvviso sentii la mano di Clelia stringere più forte la mia.
"Ella si desta" pensai.
Mi rizzai, vidi il suo labbro muoversi mormorando qualche parola.
"Incontrerà il mio bacio" e la baciai sulla bocca. Quelle labbra erano
fredde, un alito lieve lieve come quello d'un bambino sfiorò le mie
guancie.
Attesi, invano. Pensai allora che sognasse, ritrassi il capo, per non
svegliarla.
Un gemito, un orribile gemito, partì dal petto della meschina, il suo
corpo si rizzò a mezzo sul letto e cadde rovesciato fra le mie braccia.
"Clelia! Clelia!"
Le sollevai la fronte, le toccai il seno e i polsi.
"Clelia! Clelia!" gridai un'altra volta disperato.
Non mi rispose, non mi avrebbe risposto più mai--era morta.
Caddi senza pensiero, senza vita, sul letto, col corpo di Clelia stretto
fra le mie braccia.
Quando mi svincolai da quell'amplesso, l'alba penetrava attraverso i
vetri...
Charruà bocconi per terra, la contessa immobile a piedi del
letto,--piangevano entrambi.
Io guardava la luce del giorno che batteva sulla fronte della povera
morta: ma i miei occhi non avevano lagrime."
LXVII.
"Poichè il mio cuore non si spezzò in quel giorno, io penso che il
dolore sia impotente ad uccidere.
Vi fu un istante in cui mi parve che non avrei resistito a quell'urto, e
me ne compiacqui; la morte non mi faceva paura, la invocavo come un
benefizio, però che assai più duro strazio m'era il sopravvivere a lei.
Egoismo mascherato di amore e di sacrifizio!
Dimenticavo la piccola Bianca che era ciò che mi rimaneva di
quell'angiolo, e che io avrei lasciala orfana se fossi morto. Accettai
la vita con amore; l'avrei spesa tutta ad apprendere alla mia figliuola
a benedire la memoria di sua madre.
Sua madre! l'innocente la chiamò a nome tutto quel dì; e si fece vicino
al corpo freddo di lei, e volle baciarla sul viso, e senza comprenderne
la cagione pianse perchè ci vide piangere. Le dissero che la mamma
dormiva, credette--più tardi la contessa la fece accompagnare alla sua
abitazione, e volle che io la seguissi per sottrarmi ad una vista
penosa. Io non seppi staccarmi da quel letto di morte--rimasi.
Vennero ad inchiodare la bara; la baciai per l'ultima volta e volli
dirle "a rivederci," ma le lagrime fino a quel punto represse mi
rigarono il volto e bagnarono le sue guancie cadaveriche, e senza
volerlo mi venne detto "addio"--più triste, più affannosa parola, e più
propria.
"Addio, benedetta creatura, addio." Il martello inesorabile batteva i
suoi colpi monotoni, ma il braccio che lo reggeva era tremante, e gli
occhi di quell'uomo inumiditi. Avrei abbracciato quell'uomo.
Rimasi solo daccanto a quella bara chiusa; più volte fui tentato di
riaprirla colle mie mani per vederla ancora.
"Forse ella vive!" Terribile pensiero! audace e pazza speranza!
Il domani vennero per portarmela via; mi volli opporre. Un prete mi si
fè vicino. Io non lo aveva fatto chiamare, lo avevano chiamato, era
venuto.
"Credete che le vostre preci possano crescere le sue ali per farla
salire lassù? gli domandai senza sarcasmo.
Quel prete aveva aspetto d'uomo sensibile; comprese quanto la mia fede
fosse diversa dalla sua, e mi guardò sereno.
"Lassù, mi rispose con voce lentissima, lassù si conta ogni cosa--e le
preghiere valgono meglio che le lagrime."
Egli diceva forse queste parole con convinzione; io non dissi altro. Ma
quando vidi uscire il mesto corteo e salutai dell'estremo saluto quella
bara, e volli unire anch'io le mie preci a quelle degli altri, i
singhiozzi mi ruppero le parole. Oh! se Iddio vede nel cuore degli
uomini, è impossibile che il mio dolore abbia pesato nella sua bilancia
meno delle preci di quel prete."
LXVIII.
"Andai in quello stesso giorno al cimitero, e domandai della sua fossa,
e vidi le zolle mosse di recente, e una piccola croce di legno confitta
per indizio, e sovr'essa quel nome adorato.
Baciai quella terra con religiosa pietà, e la bagnai delle mie ultime
lagrime.
Il tramonto mi sorprese nella stessa attitudine; i miei occhi erano
asciutti; le mie guancie arse, a parevami di sentire dentro di me il mio
scheletro.
Lasciai quel luogo a passi lenti; e mi rivolsi più volte a contemplare
quella piccola croce.
Ahi! il mio cuore era seppellito là sotto.
Per via incontrai una donna vestita a bruno. Camminava innanzi a me, nè
io poteva vederne che le spalle.
Quella donna doveva essere mesta, dovea aver pianto al pari di me
qualche cara perdita. E mi affrettai, e le venni a fianco, tratto da
quella simpatia improvvisa e prepotente che è inspirata da uno stesso
dolore.
Mi ero ingannato. Il volto di quella donna era florido, giocondo e
bello; e pareva più bello sotto quel velo nero e in quell'abbigliamento;
era un giglio sopra il manto di una bara.
Se ne avvedeva, se ne teneva.
E che mai, mio Dio, era ella andata a piangere in quel luogo?
La guardai negli occhi--non aveva pianto; e come vide che io
l'osservava, affrettò il passo volgendosi con civetteria, come a dirmi:
"seguitemi".
Triste cosa quella civetteria! Io avrei voluto dire a quella bella e
vacua creatura, che la mia Clelia era stata più bella di lei, e ch'era
morta."
LXIX.
Raimondo tacque, e lasciò cadere la testa fra le mani, come oppresso
dalla folla di memorie che aveva risuscitato più vive col suo racconto.
Io lo aveva ascoltato con tristezza; aveva seguito avidamente il suo
dire, ora amaro, ora dolcemente passionato; era penetrato in lui, avevo
vissuto della sua vita e patito dei suoi dolori.
E m'ero fatto mesto anch'io; però non feci motto, e durai alcuni istanti
in quel silenzio.
La luce incerta del primo mattino penetrava dai vani delle finestre
socchiuse; il fuoco del caminetto, trascurato da qualche tempo, s'era
spento; le fiammelle del candelabro brillavano pallidamente.
Poco stante Raimondo si rizzò in piedi, e passeggiò a gran passi per la
camera; il suo viso conturbato tradiva l'affanno d'un pensiero
importuno.
Allora solo mi sovvenne che io non sapeva ancora tutto, e che se mi
aveva fatto chiamare con tanta premura, non poteva essere certamente per
sola vaghezza di farmi la narrazione del suo passato.
--Egli viene; mi disse dopo breve tempo, accostandomisi.
--Chi?--ma la mia mente avea pensato: Eugenio!
--Eugenio--aggiunse Raimondo con voce cupa.
E passeggiò ancora agitato per la camera; poi sedendosi un'altra volta
daccanto a me, proseguì con ironia:
--Il mio buon amico ha mandato a termine l'affare dei freschi; ha
pensato che a Roma si sta meno bene che a Milano, e s'è ricordato del
suo amico d'infanzia.
--Tutto ciò è naturale--gli dissi severo come a fargli rimprovero del
suo sarcasmo.
Comprese, e tentennò il capo.
--Ma non vedi tu dunque, come il suo ritorno debba farmi male in questo
momento? Eccolo qua, il Don Giovanni virtuoso; mi ha risparmiato il
disonore allontanandosi, ed ora sa il pericolo cessato e ritorna.
--Tu sei ingiusto, ribattei; se pure Eugenio ebbe in mente,
allontanandosi, di non turbare la tua pace, non fu altrimenti che un
uomo virtuoso...
--Di' piuttosto un uomo orgoglioso. E sapeva egli se Clelia lo amasse, e
ch'io fossi geloso di lui? Non vò dire che la sua partenza sia stata
un'ingiuria; piuttosto, che il ritornare così presto dopo la morte di
Lei sia un dirmi palesemente: "vedi, l'affare dei freschi fu un
pretesto, ho voluto sagrificarmi per te, siimene grato." Ora, poi che
egli ha voluto essere tanto generoso, avrebbe dovuto risparmiarmi questa
vergognosa gratitudine.
--La gratitudine non è mai vergognosa, se il benefizio non è menzogna.
--E lo è; non solo, ma inganno. Qual benefizio ho io ricevuto da lui?
Vicino, Clelia si sarebbe fatto forza, l'avrebbe forse dimenticato più
presto; lontano, ciò divenne impossibile; egli s'ingrandì coll'apparenza
d'un atto virtuoso agli occhi dì Lei; esercitò da lungi lo stesso
fascino, ma più terribile, più fatale per il cuore di quella santa
creatura. Vicino, egli non avrebbe avuto altro che un po' d'amore,
combattuto, dissimulato, forse vinto in breve; lontano invece fu amato
con abbandono, con pienezza; e se vi fu lotta, fu lotta debole, paurosa,
perchè non avvalorata dal pericolo. Parlami pure della sua generosità e
della mia ingratitudine. Ma se tu ti fossi trovato al capezzale di
Clelia, e avessi letto nel suo ultimo pensiero, e indovinato nel suo
ultimo sorriso l'idea e l'immagine di lui, e il suo nome associato
teneramente al mio, oh! tu stesso mi diresti di non perdonare a colui
che mi ha conteso l'esclusivo dominio di quel cuore adorato.
Gratitudine! E via! per avere spezzato i miei affetti ed essersi posto
fra me e il mio amore, per avermi rapito ciò che io aveva di più
caro?--Oh! per Iddio, no; fin dove il suo alito giungeva, egli ha
avvelenato la mia vita; fin dove giungevano le sue mani, egli ha
lacerato e rubato. Se le sue braccia fossero state più lunghe, e il suo
alito più potente... Si arrestò a mezzo.
Io non gli risposi. Vedevo l'esaltazione del suo spirito, e comprendevo
che le mie parole non sarebbero state che un alimento alle sue ingiuste
rampogne. Egli aveva pur dianzi dimostrato troppo chiaramente la stima
in che teneva la virtuosa indole d'Eugenio, perchè io dovessi tormi sul
serio la briga di contendergli uno sfogo di bile ingenerosa che sarebbe
stato necessariamente seguito dal pentimento.
Il mio silenzio valse meglio che il rimprovero.
Non andò molto che Raimondo si rasserenò, e facendosi più d'appresso a
me:
--Tu pure dunque lo difendi? mi disse con voce tranquilla--e vedendo che
io non gli rispondeva, aggiunse melanconicamente: anche il mio cuore si
ribella a me stesso e mi condanna, e difende lui che pure m'ha fatto
tanto male.
Per qualche istante grave silenzio.
--A che ora arriva egli? domandai.
--Fra due ore.
--Tu lo vedrai dunque?
--Nol voglio. Io posso perdonargli, amarlo non mai; e mi pare che il
vederlo mi toglierebbe anche la virtù del perdono.
--Egli non ti ha offeso.
--Qui, nel cuore... ribattè senza amarezza; il sasso che ci fa
inciampare per via non è la causa della nostra caduta; è soltanto
l'occasione cieca, inconscia, fatale. Tuttavia nissuno saprebbe amare
quel sasso.
E proseguì dopo breve meditazione.
--Io posso essere ancora tranquillo se non felice; posso vivere della
memoria di lei, illudere il mio povero cuore e fargli credere d'aver
posseduto solo tutto il suo amore; posso dimenticare che un altro....
Vedendo lui, rivedrei il passato, che io vorrei pure obliare per
foggiarmene uno a mio modo; subirei le torture di memorie strazianti. E
non sarei più solo...
S'interruppe.
--Che intendi?
--Non sarei più solo a piangere sulla sua tomba, ad evocare in segreto
il suo fantasma adorato. Egli mi contenderebbe l'unico bene che rimane
agli sventurati, la vita del pensiero, la religione delle
memorie--dimezzerebbe un'altra volta il mio amore, questa pallida larva
d'amore che mi rimane dacchè ella è morta. Egli vorrebbe la sua parte di
queste melanconiche gioje che mi inebbriano. È una triste cosa l'amore
degli estinti, ma è tutto per me--e mi vorrebbe togliere anche questo.
--Credi tu dunque che Eugenio abbia amato Clelia?
--Lo temo.
--E se anche fosse, chi ti dice che egli vi pensi ancora?
--Il cuore, questo cuore lacerato che non m'inganna mai... "Il segreto
dell'eternità dell'amore è la morte..." aggiunse come parlando a sè
medesimo.
--Non in tutti i casi.
--Ma nel mio. Amar Clelia è morire d'amore.
--Tu dunque non vedrai Eugenio? domandai.
Fece atto di no.
--Lo vedrò io.
--Tu! diss'egli con slancio; volevo pregartene.
--Sono passati quindici anni; non lo riconoscerò.
--Vedilo; e m'indicò un albo di ritratti.
L'apersi, e lo sfogliai rapidamente; m'arrestai all'immagine d'un
giovine.
--È lui! esclamai con convincimento interrogando a un tempo Raimondo
collo sguardo.
--È lui, ripetè Raimondo guardando alla sfuggita.
--Ne so abbastanza, io vado.
E strinsi la mano a Raimondo come per lasciarlo. Mi rattenne indeciso.
--S'egli non l'avesse amata, s'egli almeno non l'amasse!
Quelle parole mi scesero al cuore come un gemito. Lo guardai in volto
come a dirgli: "devo io ritornar solo?" Ma egli non mi comprese.
--Ritornerò io solo? dissi a bassa voce.
Parve lottare un poco dentro di sè; e non rispose. Lasciai la sua mano
ed uscii...
--Ti aspetto, gridò egli seguendomi.
Mi rivolsi, il mio sguardo gli diceva la pietà.
LXX.
Due ore dopo io rientrava nelle camere di Raimondo.
Lo incontrai abbandonato sopra un seggiolone a bracciuoli, cogli occhi
fissi sul suolo, e colle braccia incrociate.
Al vedermi, si rizzò in piedi e mi venne incontro.
--Solo? domandò ansioso.
--Eugenio è arrivato, gli risposi.
Raimondo fu sorpreso della apparente freddezza delle mie parole--e
passeggiò agitato per la camera arrestandosi tratto tratto a me dinanzi
come volesse interrogarmi e l'animo non gli bastasse.
--Non ti ha detto nulla? domandò qualche istante dopo con titubanza.
--Molte cose.
--E ti ha parlato di me? non ha egli cercato di venire a trovarmi?
--Aveva sperato di vederti prima, gli risposi in tuono di rimprovero.
--Dunque?..
--Egli lo desidera...
--E dove è egli?...
--Poco lungi, e ti aspetta. Vieni...
Raimondo pareva arrendersi alle mie parole, ma un improvviso pensiero
mutò l'animo suo.
--Non lo posso, non lo posso; esclamò levando le mani al cielo come a
chiamarlo in testimonio del suo strazio.
--Addio dunque..., e feci atto d'allontanarmi.
--Addio, mi rispose con voce spenta.
M'arrestai sull'uscio, e mi volsi a contemplarlo--egli s'era gittato
sopra un divano e soffocava i singhiozzi sopra i cuscini.
--Lo chiamai dolcemente: "Raimondo!"
Levò il capo, e non fè atto per nascondermi le sue lagrime.
--Tu dunque non mi abbandoni? balbettò.
--Io sarò sempre teco; ma lui...
--Eugenio...
--Sì, Eugenio.
--Ascolta, mi disse afferrandomi il braccio--io posso ancora accostarmi
a lui... ma ch'io sappia s'egli non l'ha amata... Va...
E mi spingeva verso l'uscio, eccitandomi più che colle parole
coll'eloquenza degli sguardi.
--È inutile--interruppi--Egli l'ha amata.
Raimondo chinò il capo abbattuto.
--E l'ama? insistè poco dopo guardandomi in viso paurosamente.
--L'ama.
Si lasciò cadere fra le mie braccia, ed appoggiò il capo sul mio omero.
--Andiamo--gli ripetei--sii generoso e forte; la tomba non ha gelosie;
l'eternità non si misura, non si frantuma, non si impoverisce mai; ogni
frammento è eterno come il lutto di cui è parte; amerete e sarete amati
entrambi; le vostre memorie saranno di entrambi e di ciascuno; non
divise o spezzate, ma concordi.
E spingendolo innanzi a me con dolce violenza lo trassi nella prossima
camera.
Raimondo non aveva avuto tempo di riflettere, di conoscere l'inganno,
che si trovava innanzi ad Eugenio.
Lo guardò un istante più commosso che meravigliato; e si gettò piangendo
nelle sue braccia.
LXXI.
.... Ci inoltravamo taciti e mesti.
Raimondo andava innanzi, Eugenio ed io a fianco l'un dell'altro.
Nevicava. Il terreno imbiancato aveva aspetto d'una lapide immensa, e le
croci nere parevano un epitafio scolpito...
Stampavamo l'orma dei nostri passi sulla neve, e ci inoltravamo taciti e
mesti.
Ci arrestammo innanzi ad una lapide di marmo bianco, su cui non ancor
rose dal tempo si leggevano le parole bibliche:
PERCHÉ MI HAI TU ABBANDONATO?
FINE.
REMINISCENZE D'UN ARTISTA
DI
SALVATORE FARINA
"Il est doux de fixer les joies
qui nous échappent ou les larmes
qui tombent de nos yeux, pour
les retrouver, quelques années
après, sur ces pages, et pour se
dire: Voilà donc de quoi j'ai
eté heureux! Voilà donc de quoi
j'ai pleuré!"
A. De LAMARTINE.
IL SIGNOR ANTONIO
Da oltre un'ora io non aveva sollevato il capo; andavo tracciando sul
terriccio con un ramicello di quercia alcuni circoli bizzarri, nè mi
accorgeva chi altri fosse spettatore dell'opera mia. Senonchè mi volsi,
e vidi all'altra estremità della panca un ometto assai vecchio, ma
robusto ancora per quanto consentivano i quattordici lustri che mi parve
potergli attribuire, il quale con due occhietti scintillanti mi guardava
in volto con tale espressione di malizia da impermalosire tutt'altri al
mio posto. Ma così come l'antipatia ha le sue esigenze, la simpatia
s'induce facile a largheggiare--e so che si perdonano talora gravi colpe
a chi non ha altro titolo alla nostra benignità che quello d'un volto
piacevole. Onde io non così lo vidi, che fui favorevolmente disposto
verso il vecchierello, sebbene per un istante l'amor proprio si
affannasse a farmi scorgere nel suo contegno qualche cosa che
arieggiasse il dileggio. Ma ciò che pareva dileggio doveva essere
ingenuità--almeno così credetti--se pure non era interessamento. Anzi,
pensandoci, mi pare ora di potermi attenere a questo, e di giurarci
senza titubanza, quando non si voglia asserire che le creature umane
nulla hanno di comune che la specie--e affeddiddio, che io mi dannerei
per provare il contrario!...
Come mi vidi oggetto d'osservazione pel vecchio, io dal mio canto non
seppi ristarmi; e abbandonate le fantasticherie--chè da quel punto
n'ebbi perduto il filo--mi diedi ad osservarlo. Incominciò allora una
vicenda di sguardi reciproci ed interrotti. Curiosi certamente entrambi,
nessuno di noi voleva parere, e s'adoperava a celare ciò che gli passava
dentro. Senonchè, malgrado gli sforzi, sentivamo ad ogni
istante--argomento da me di lui--che il terreno delle ostilità si andava
perdendo per entrambi a vista d'occhio.
Ho scritto -ostilità---ma ostilità, a dir giusto, non erano. E pure in
quell'istante io ero preso da un dispetto insolito--certo contro me
stesso--sì che per ingannare la coscienza, fui ad un pelo di credere a
qualche vecchio rancore mio con quell'uomo che vedeva per la prima
volta. Avrei dato dieci luigi--e non so bene s'io ne avessi uno in
scarsella--per chi mi avesse fatto leggere a puntino nel mio cuore; ma
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