accennava tuttavia l'orgoglio, e sebbene quel silenzio parlasse assai
chiaro, la soddisfazione dell'artista che sorride alla sua creazione non
si palesava in altro modo.
Talvolta Clelia pareva imbarazzata di quegli sguardi lunghi, penetranti,
e si volgeva a me come se io potessi temperarle quella noia. Talvolta io
stesso non poteva risparmiarmi un pensiero di gelosia, e avrei voluto
dire ad Eugenio che non guardasse Clelia in quel modo, ma per vergogna
invece lo avrei nascosto a me medesimo.
Un giorno Clelia impallidì d'improvviso sotto l'impressione d'uno di
quegli sguardi, mi guardò, vide che io l'osservava e mi rivolse un gesto
come a dirmi che ella si sentiva venir meno. Balzai in piedi e le fui
dappresso. La stanchezza, l'immobilità le avevano fatto male. Era così
fragile il suo corpicciuolo di libellula!"
XLV.
"Da quel giorno Clelia mancò alle sedute; se ne sottrasse per alcun
tempo col pretesto di non star bene; in seguito con mille altri,
mendicati giorno per giorno.
Questa improvvisa determinazione si associava ad un mutamento del suo
contegno verso Eugenio. Era fredda e riservata con lui, lo accoglieva
gentile, ma senza accordargli più quella confidenza amichevole che era
stata già frutto di molte lotte.
Eugenio anche questa volta non s'accorse di nulla, o almeno non fe' cosa
che dinotasse di essersene accorto. Era sempre buono e dolce, sempre
mesto, sempre egualmente amante dell'arte sua.
Ricominciarono le mie smanie d'un tempo; ma poi che io mi era abituato
all'armonia che faceva felice la corrispondenza delle nostre anime, ne
soffrii più acerbamente, e dal soffrire più acerbo passai all'essere più
insofferente di quella nuova e più strana ingiustizia di Clelia, e a
dirglielo con accento di rimprovero. La poveretta non mi rispondeva e
chinava gli occhi.
--Voglio dire, soggiunsi un giorno più esacerbato del solito, voglio
dire che assai meschina scusa al capriccio è l'Amore, e che se il tuo
affetto basta al mio cuore di sposo, la tua condotta con lui ferisce il
tuo spirito e lo accusa di picciolezza; e le anime nobili e generose
davvero, aggiunsi con accento più dolce per temperare la durezza delle
parole, e le anime nobili non si comportano di tal guisa, e se hanno
stimato altrui una volta, lo stimano sempre.
Clelia proruppe in lagrime. La lasciai col cuore spezzato dalla
tenerezza, ma colla mente agitata. E quel giorno, per la prima volta, io
fui severo e crudele, e lasciai che piangesse senza confortarla.
Quando la rividi un'ora dopo, aveva la faccia sfigurata dalle lagrime, e
piangeva ancora."
FINE DEL PRIMO VOLUME.
DUE AMORI
RACCONTO
DI
SALVATORE FARINA
VOLUME II
Milano
E. Treves & C. Editori
1869
Tip. Internazionale.
XLVI.
"Quella notte Clelia ebbe la febbre.
Io non saprò dipingere mai lo stato del mio animo in quel giorno fatale.
Pensavo ad Eugenio, alla stranezza della condotta di Clelia verso di
lui, alle parole brusche che io le aveva diretto; mi sentiva commosso
dalle lagrime che aveva visto, pauroso dello stato in cui Clelia si
trovava, e poichè tutte queste sensazioni si avvicendavano così
rapidamente da confondersi, e non concepiva colla mente il nesso che le
legava, io me ne rimaneva sbigottito meglio che offeso, senza avere la
forza di perdonare, e senza sapermi dare ragione della mia durezza.
Aveva ella pianto per i miei rimproveri, ovvero per la cagione stessa
che li aveva provocati? Se le mie parole erano state dure, ella doveva
comprendere troppo bene che non v'aveva parte il mal animo--nè io le
aveva detto cosa tanto acerba da cagionarle così gran dolore--e se ella
aveva coscienza dell'ingiustizia dei suoi modi, il rimprovero doveva
parerle meno amaro. La colpa subisce il rimprovero, l'innocenza solo ha
diritto di piangerne. E come se questa matassa non fosse ancora
ingarbugliala abbastanza, a crescere lo scompiglio del mio cuore
agitato, mi rifeci al primo pensiero che m'era venuto, e domandai a me
stesso perchè mai Clelia si mostrasse ancora insofferente di Eugenio--e
me ne strussi indarno.
Nè d'altra parte io era certo di non illudermi--potevo aver scambiato i
suoi sentimenti e falsatane la natura--quell'apparente freddezza con cui
ella accoglieva Eugenio, poteva essere un effetto indiretto d'un'altra
causa ignorata. E quale era mai questo segreto? e perchè un segreto con
me? d'onde mai era venuta la forza che aveva separato l'inseparabile,
disarmonizzato l'armonia perfetta, allontanato i nostri cuori che
avevano per tanto tempo confuso i loro battiti e diviso tutta la loro
potenza d'amore?
Ebbi la febbre anch'io--la febbre del dubbio; e mi trassi al capezzale
di Clelia coll'anima lacerata.
Clelia dormiva; un sonno agitato, convulso. Io stetti buona pezza a
rimirarla commosso--in quel momento non dubitai più che le mie parole
fossero state la causa del suo dolore, e me ne feci rimprovero.
A poco a poco l'ansia del suo petto si fè più calma, la sua respirazione
più regolare, il suo sonno più tranquillo.
Allontanai la lampada perchè la luce non la destasse, e mi assisi
dinnanzi ad un tavolo. Una melanconia profonda mi prese in quell'ora e
non so perchè io mi sentiva come impaurito; il mio avvenire, che è oggi
questo povero presente, non mi sorrideva più come prima; io non osava
più abbandonarmi come un tempo a quel confidente fantasticare che si
alimenta di speranze e di promesse.
Le ore corsero veloci; io ne udiva ad ogni tratto i rintocchi agli
orologi delle chiese--d'improvviso mi parve udire una parola pronunziata
a bassa voce--mi rivolsi come per rispondere; e allora conobbi che
quella voce veniva dal letto di Clelia. Me le accostai. Dormiva...
agitava le labbra... sognava forse di me, e un sorriso animava il suo
volto. Era bella; di quella bellezza fantastica che i poeti, eterni ed
ingenui sognatori, hanno immaginato per ingemmare la fronte della Musa.
Posi il mio labbro presso al suo labbro, rattenendo il respiro per non
destarla. La sua bocca sorrise e mormorò ancora una parola.... un
nome.... il nome d'Eugenio.... Il sangue mi corse al cuore che batteva a
schiantarmi il petto--un sudore freddo mi spuntò sulla fronte, il mio
corpo tremò e fui per cadere.
"Quel nome nel sogno è nulla, dissi a me stesso--può bene il delirio
ricevere le manifestazioni più strane senza che risponda all'intimo
sentimento dell'anima. E poi che cosa è mai un nome? e qual senso si
rinchiude in esso--e in quale mai lo pronunciava il suo labbro?"
Ahi, che la mia ragione stessa mi torturava! fossi io stato in
quell'istante un insensato! Ma avere una mente e domandare ad essa
l'inganno, è follia maggiore di tutte. Ragionare è accettare la lotta, è
combattere--l'istinto mi aveva fatto indovinare il veleno, il sillogismo
me ne accostava la coppa alle labbra.
Se vi era illusione che potesse alimentare ancora la mia pace, conveniva
non porla a cimento colla riflessione; così come io lo aveva udito, quel
nome poteva avere un significato indistinto, fors'anco non averne
alcuno; pensandovi, egli si aguzzava come la punta micidiale d'una
freccia. Era una rivelazione involontaria, era un sospiro sfuggito
all'ansia d'un petto conturbato, era fiamma dissimulata e tradita.
I miei occhi si offuscavano, mi tintinnivano le orecchie, e un'onda
ardentissima mi saliva fluttuante alla testa.
Un lamento indarno soffocato mi uscì dal petto, e mi lasciai cadere
bocconi ai piedi del letto, nascondendo la faccia fra le pieghe del
lenzuolo.
Quanto tempo passasse di tal guisa non so dire--parevami che qualche
cosa di strano avvenisse intorno a me; io teneva sempre gli occhi
aperti, e parevami di sognare--mille figure bizzarre danzavano
capricciose carole in un'atmosfera di fuoco--mi urtavano, mi portavano
innanzi come un frammento di macigno sospinto da una valanga--e in mezzo
a questo scompiglio io udiva ancora il monotono oscillare del pendolo
nella camera, e il respiro lento di Clelia. E vedevo il suo volto
pallido, e le sue braccia candide abbandonate sopra il guanciale, e i
suoi capelli disciolti, e le sue labbra di rosa, e sulle sue labbra quel
sorriso e quella parola: -Eugenio-....
Mi sollevai sbigottito, ebete, senza quasi aver coscienza di me
medesimo. Mossi alcuni passi--senza avvedermene camminavo sulla punta
dei piedi per non svegliarla--poi me le accostavo e la guardavo
sorridendo; dimentica d'ogni cosa, la mia anima pareva volesse volare
incontro alla sua ad abbracciarla, e che un segreto ammonimento la
ritenesse e le dicesse con dolcezza: "zitto, ella dorme."
Avrei voluto illudermi, e m'illudevo senza saperlo--ma per breve ora.
Arrestandomi ancora dinanzi ad essa, io vidi il suo labbro aprirsi
un'altra volta, vidi un'altra volta quel sorriso....
Fuggii per non udire quella parola.
Nell'altra camera c'era Charruà; il poveretto aveva vegliato; vedendomi
così stravolto mi si fece da presso. Io vidi su quella faccia nera la
pietà che ricercavo, e caddi nelle di lui braccia, piangendo come un
fanciullo."
"Vidi sorgere l'alba attraverso le lagrime. Triste cosa quell'alba. E
tuttavia una speranza mi rianimò il petto; e il pensiero che io potessi
essere in inganno tornò a sorridermi con insistenza. Clelia mi amava, mi
aveva amato sempre--me ne aveva dato prova fino a poche ore prima; e
poi, qual fede meritava una rivelazione del delirio? ed era poi una
rivelazione? "Eh! via, una parola, un nome, non è in fin dei conti che
un nome--dovrò io tessere sovr'esso una sventura con tanta sicurezza?"
Ritornai a Clelia con animo più calmo. Dormiva ancora; aspettai.
Poco dopo ella aprì gli occhi; mi vide e mi sorrise. Come mi fece bene
quel sorriso! Pure ella aveva sorriso nello stesso modo poc'anzi.
XLVII.
"Non dissi lo strazio del mio cuore; lo serbai come un segreto; e con
quell'avidità fatale che spinge l'uomo alla scienza della propria
sciagura, spiai ogni gesto di Clelia per avvalorare di certezza il mio
sospetto.
In quel giorno Clelia fu calma, amorevole, quasi lusinghiera.
Ignoro se ella mi leggesse in viso le traccie dell'affanno, o se io
riuscissi a dissimulare tanto da ingannare l'occhio suo indagatore--so
bene che ella mi guardava fiso e lungamente, e che il sangue mi correva
più celere a quello sguardo, e che mi sentiva riconfortato, e quasi
vergognoso d'aver dubitato del suo amore.
Venne Eugenio. Malgrado i miei ragionamenti fui freddo con lui--egli con
me fu come per lo passato.
Clelia mi stette vicino--non si allontanò come io temeva. Ella dunque
poteva guardare in faccia Eugenio senza arrossire, ed egli del paro.
Buon pensiero che durò poco.
Non poteva forse per parte di Clelia essere questo un riguardo ai miei
desiderii, così stoltamente manifestati? e forse che Eugenio avrebbe
potuto interrompere le sue visite, senza palesarsi?...
Eugenio partì--il mio saluto non fu meno freddo. La giornata passò
tristamente. Clelia non mi domandava conto del mio malumore; non se ne
avvedeva ella? Non era possibile; ne conosceva dunque la causa, e lo
sapeva ragionevole. Ahimè! non vi era più dubbio. Come fu presso
all'imbrunire la pregai che andasse a letto; il riposo le avrebbe fatto
bene. In vero ella era molto abbattuta; passeggiava per le camere, ma ad
ogni tratto era costretta a sedersi.
Alla mia preghiera rispose con mestizia non averne voglia, la lasciassi
ancora qualche ora. Non risposi.
Eravamo seduti a qualche distanza l'un dall'altro--ella sul divano, io
sopra una seggiola a bracciuoli--tristi entrambi e muti.
Fece più volte atto di rivolgermi la parola, ma si pentì e si rattenne a
mezzo ogni volta; ruminava in mente qualche cosa, levava il capo per
guardarmi, e come io mi accorgeva dei suoi sguardi, li rivolgeva ancora
al suolo e ve li teneva fissi gran tempo.
A poco a poco succedette al tramonto la notte; le ombre circondarono
tutti gli oggetti che ci stavano intorno, i nostri volti sfuggivano alle
ricerche dei nostri sguardi, fatti più audaci dalle tenebre.
--Raimondo--chiamò Clelia dolcemente.
--Che vuoi? risposi e mi feci presso a lei intenerito.
--Che tu segga daccanto a me.
Vi era in queste parole un accento così carezzevole e così afflitto, che
mi ritornarono in folla alla mente le dolci memorie dei nostri giorni
d'amore. Il mio cuore, rimasto così a lungo solo, versò all'improvviso
la sua tenerezza. Le cinsi il collo d'un braccio, e coll'altra mano
cercai la sua mano.
Clelia mi amava ancora. Lieto di questa certezza io dimenticai quasi
ogni primitivo timore. Era stato un delirio il suo; ma più folle delirio
il mio di alimentare d'un sospetto lo spasimo del mio cuore.
Per pagarla della mia freddezza fui tenero oltre l'usato. Ad ogni parola
affettuosa che io le dirigeva sentiva la mia mano stretta più forte
nella sua e il battito del suo petto accelerarsi. E allora avrei voluto
scorgere nel suo viso l'espressione del suo animo; ma benchè me le
accostassi tanto che le nostre labbra s'incontrassero, e aguzzassi del
mio meglio lo sguardo, quella notte senza luna era inesorabile, nè mai
un filo di luce che penetrasse nelle nostre stanze.
Charruà non portava i lumi; volli chiamarlo; afferrai il cordone del
campanello; Clelia trattenne il mio braccio senza dir motto.
Gran parte della notte si passò di tal guisa; mai coppia d'amanti fu più
ardente e commossa.
Parlammo di cento cose con abbandono; ma tuttavia era chiaro che
ciascuno di noi nascondeva qualche cosa all'altro, e che struggendosi di
parlare adoperava i più strani giri per arrivarvi senza lasciarne parere
il desiderio.
--Domani sarà una bella giornata, mi disse Clelia.
Conobbi che questa era da parte sua l'ultima via per giungere alle
spiegazioni, e che il suo partito oramai era preso. Che mi avrebbe detto
ella mai?
Anch'io convenni che il domani sarebbe stata una bella giornata.
--E la campagna sarà sorridente di fiori e di profumi....
Io non ne dubitavo--e tuttavia non sapevo ancora a che volesse arrivare.
Non disse altro.
"Si è pentita," pensai.
Ma mi era ingannato; sentii la sua bocca accostarsi al mio orecchio e
dirmi sommesso:
"Mi ci condurrai, non è vero?"
"Dove?" mi domandai, e prima che avessi tempo di rispondere, la mia
mente aveva corso gran tratto il campo delle fantasticherie.
E mi parve d'udire il respiro affrettato di Clelia, e di sentire fremere
il suo corpo vicino al mio. Allora il capo mi si confuse affatto; nuovi
sospetti scesero nel cuore a straziarlo, e non osando più profferire
parola, perchè pauroso di provocare una novella che non avrei saputo
sopportare, tacqui.
--Raimondo, proseguì Clelia con voce più calma, la primavera è così
bella! non vorrai tu che noi andiamo per qualche tempo sul lago?
--Vi andremo, risposi sbadato.
Ma pensando dopo breve tratto alla mia risposta, e per essa alla domanda
di Clelia, mi riconfortai.--Vi andremo--soggiunsi con voce più ferma--è
vero, la primavera è così bella! Ma perchè mai non attendere l'estate?
--La primavera è così bella!
--Hai ragione.
--Soli, non è vero?
--Soli!--Ahimè, che il terribile segreto mi si svelava tutto e le mie
paure risorgevano più gagliarde.
--Eugenio vorrà forse venire con noi, balbettai coll'istinto di
accertare la mia sciagura.
Attesi invano una risposta. Cercai la mano di Clelia che mi era
sfuggita, cercai il suo corpo tentoni con ansietà inesprimibile. Sfiorai
il morbido velluto dei suoi capelli, sentii il freddo marmoreo della sua
fronte appoggiata al cuscino del divano, e alcune lagrime scorrermi fra
le dita.
La gelosia vinse in me ogni altro sentimento; mi drizzai furibondo, col
cuore che ruggiva una bestemmia. Il tremito del mio corpo, l'ansia del
mio povero petto dovevano pur giungere fino a lei e farsi palesi anche
nell'oscurità. La poveretta non faceva motto, e piangeva.
Ripiombai abbattuto sul seggiolone, cacciandomi le mani nei capelli.
--Raimondo, amico mio, salvami; pietà di me, in nome del nostro
amore....
Può il cielo serbare alle sue creature uno strazio più crudele! Io non
risposi, non piansi, non imprecai.
XLVIII.
Essa lo amava! Spietato, inesorabile pensiero. E tuttavia se ne aggiunse
uno più terribile, e non l'ebbi appena concepito che un brivido mi corse
per le membra. Se Clelia avesse potuto vedermi in quel momento avrebbe
avuto paura di me--io stesso ne aveva.
Inorridito da quel dubbio fatale sollevai la testa di Clelia che si era
appoggiata sulle mie ginocchia, e respinsi il suo corpo che cadde
abbandonato sul divano.
Mi levai istupidito dalla mia brutalità, e inciampando nei mobili
passeggiai a gran passi. Dentro di me la desolazione muta; attorno a me
le tenebre, i singhiozzi di Clelia, e l'oscillare del pendolo.
"Non cesserai tu dunque di misurare il mio dolore?"
Venni al fianco di Clelia, cupo, severo, minaccioso. Mi udì, e cessò il
pianto.
--Giurami....--pronunciai sommesso, giurami....
Non dissi altro, non n'ebbi cuore--non n'ebbi pure il tempo.
Clelia si drizzò svincolandosi dal mio braccio. Ella aveva indovinato il
mio sospetto--se ne risentiva come tigre ferita. Era terribile; io
indovinava il suo sguardo, il corrugarsi del suo ciglio, la vedevo
innanzi a me minacciosa.
--Taci, non dir altro--gridò imperiosamente; in nome del cielo--aggiunse
un istante dopo supplichevole.
Sentii il suo corpo vacillare, e stramazzare per terra--volli
soccorrerla--volli chiamare--non lo feci--la vergogna, la paura, il
rimorso mi toglievano il senno. Caddi in ginocchio accanto a lei,
implorando fra le lagrime il suo perdono."
XLIX.
"Avrei io acconsentito alla sua preghiera? Tutta la notte--eterna
notte!--ruminai questo pensiero. L'amor proprio me ne sconsigliava, ma
il cuore mi diceva d'arrendermi--nè andai più oltre. Il sonno di cui da
tanto tempo non aveva provato i benefizii, venne non so per qual via a
quetare il mio spirito.
Anche gli sventurati dormono--la natura ha provveduto in qualche modo al
destino dell'uomo, facendo che l'organismo incateni ogni cosa alle sue
leggi inesorabili, e neppure il dolore possa sottrarvisi.
Alla mattina dibattei lo stesso quesito; il cuore mi parlava meno
forte--l'amor proprio più invelenito che mai.
Io non poteva senza mostrarmi ridicolo a me medesimo involare mia
moglie, e andarla a nascondere nella campagna in quella stagione. Che si
sarebbe detto di me? Che ne avrebbe pensato lo stesso Eugenio?
Comprendo quanto fossero più ridicoli i miei stessi timori. Anche allora
mi feci rimprovero di questa debolezza--ma senza frutto. Mi ostinai nel
mio proposito, e tra che voleva sfuggire la taccia di marito geloso, e
tra che voleva sfidare il mio destino e in certa guisa vendicarmi di
Clelia e di Eugenio, mi compiacqui della mia fermezza.
Non avrei lasciato Milano--e lo dissi a Clelia che non fe' motto per
lagnarsene.
Tanta umiltà mi scese al cuore senza rimuovermi.
Se non che io aveva fidato troppo sul mio orgoglio, e creduto follemente
che avrebbe soffocato la mia gelosia. La natura può rimanere un istante
soggiogata, ma si solleva ben tosto, e ridomanda imperiosamente le sue
leggi.
Durante alcuni giorni non mi fu difficile acconciarmi meco medesimo, e
celare sotto il manto dell'indifferenza la piaga del mio cuore!
M'innebriavo del mio dolore, buttavo nel fango il sentimento e
m'imbellettavo da istrione.
Triste maschera la dissimulazione--tu non l'hai ancora posta sulla
faccia, che già cade a brandelli; e se si appiccica un momento, scotta
come ferro arroventato.
Da qualche tempo mi permettevo di star lontano da Clelia--ci soffrivo,
perchè rinunziavo a quel piacevole e calmo cicaleccio che teneva deste
le nostre veglie solitarie d'un tempo; ci soffrivo tanto più in quanto
le mie notti casalinghe erano diventate abitudini; e tuttavia, sebbene
ricercando di che pagarmene non incontrassi che la noia, io era divenuto
assiduo frequentatore del Caffè di .... e vi passava molte ore
ricercando nelle spire di fumo del mio sigaro, nella fiamma turchina del
mio -punch- le memorie della mia felicità d'un tempo.
Non so come mi sentissi tanta forza da resistere all'impeto della
tenerezza, nè so se io debba dire che ne uscissi vincitore o vinto. So
bene che una lotta si impegnava dentro di me ogni giorno; e che il
proposito di riaccostarmi a Clelia che un sentimento di giustizia faceva
prorompere nel mio petto, vi moriva miseramente ogni volta.
Clelia ne soffriva in segreto; nè mai avvenne che io facessi ritorno a
casa e non la incontrassi sull'uscio ad attendermi. Talvolta io le
sorridevo pieno di gratitudine--più spesso mostravo di non accorgermi
delle sue attenzioni, e la salutava asciutto. Allora mi ritiravo nelle
mie camere per nascondervi lo strazio del mio cuore, e imprecavo alla
codardia che mi contendeva la dolcezza del perdono.
Io ero ridiventato fanciullo e provavo un'altra volta le debolezze e le
ostinazioni di quell'età. Sapevo che sarei stato felice riaccostandomi a
Clelia; che avrei ridonato la pace a lei che amavo e che m'amava--che la
giustizia e il dovere mi vi spingevano--e nondimeno una ritrosia
ostinata domava il mio cuore, e i suoi impeti gagliardi cedevano a quel
morso fatale.
Questo stato di cose durò alcun tempo.
Una sera io mi ridussi a casa più presto del solito; incontrai Eugenio
solo con Clelia. Quella vista mi fe' male. Da qualche tempo Eugenio era
venuto più di rado; la mia freddezza dissimulata a stento l'aveva tenuto
lontano; tuttavia egli non aveva mai mentito la sua indole affettuosa;
mi avea ricercato delle mie confidenze, e mi aveva fatto le sue. Io era
stato sempre fra due, se dovessi credere al suo candore, ovvero ad una
astuta dissimulazione--nè mai potei accostarmi a quest'ultima credenza;
e poi che non ebbi altro pretesto di odiarlo, quasi gli feci colpa della
sua ingenuità. Nè so dire se l'odiassi davvero; al certo io non l'amavo
più; alla sua presenza un eterno quesito si affacciava alla mia mente:
sapeva egli d'esser amato da Clelia? l'amava? Il suo volto non palesava
nulla. E per la prima volta dissi a me stesso che la sua anima era
fredda e il suo cuore marmoreo come il suo viso.
Quella notte fui sorpreso di vederlo in casa mia; ma gli mossi incontro,
e credo di avergli sorriso. Clelia mi guardava severamente come chi
dicesse: "vedi, la mia calma vale meglio assai che la tua." Ed era vero,
troppo vero.
Eugenio partiva per Roma. Un famoso pittore aveva avuto incarico di
alcuni affreschi; gli proponeva partecipasse all'opera e al prezzo; era
venuto a salutarmi.
Mi venne in mente che Clelia avesse avuto parte in quella
determinazione. Se quel sospetto avesse durato un'ora sola mi avrebbe
fatto assai male. Guardai Clelia, ed incontrai ancora il suo sguardo
limpido e franco.
--Ti fermerai gran tempo? domandai ad Eugenio non potendo frenare
un'onda di gioja che mi corse dal cuore alle guance.
--Sei mesi. È questo il termine entro cui devesi condurre a termine il
lavoro.
--Sei mesi sono lunghi dissi forte rispondendo al mio pensiero--assai
lunghi per la nostra amicizia; aggiunsi.
Clelia mi guardò. Arrossii.
--Ritornerai fra noi, passato questo termine?
--Lo spero.
--Buon per noi.
--Se le esigenze dell'arte non mi riterranno colà. Tu sai che io non
sono ricco, e se insieme alla fama ci avrò mezzo a fornire un gruzzolo,
tanto meglio.
--Eh! Sicuro, tanto meglio.
--Ad ogni modo, prometto a me stesso di far ritorno a Milano, qui,
teco--aggiunse senza affettazione.
--Ci s'intende, e il cielo lo voglia.
Dopo quella prima menzogna, le parole m'erano venute stentate e non
v'era stato verso di raccapezzarmi. Quel sorriso da ipocrita, che per la
prima volta aveva spianato la mia fronte corrugata, m'aveva rabbujato
l'intelletto e gettato la discordia nell'anima. Nè per quella notte ebbi
altro pensiero ed altra cura che d'accumulare il disprezzo e torturarne
il mio cuore.
L.
L'alba mi trovò desto, nè io aveva dormito.
--Or via, dissi, convien far conto di aver dormito abbastanza per questa
notte; l'ora della partenza si appressa, e quel povero Eugenio a cui ho
promesso di andarlo a salutare alla stazione, mi aspetterà forse un
pezzo prima che io abbia avuto tempo di vestirmi.
Per quella volta non mi mossi dal letto; le mie parole ricaddero senza
eco sulla mia volontà.
A capo di una buona mezz'ora mi rivolsi sull'altro fianco e mi ripetei
che bisognava pigliare una decisione e che se l'addio dell'amicizia mi
era caro, assolutamente conveniva che io mi levassi di botto. Non ne
feci nulla e filosofai meglio di Cicerone sull'amicizia; e poichè la
filosofia conduce assai lontano, passò un'altra mezz'ora.
E questa volta mi scossi di soprassalto, e mi disposi a balzare di letto
davvero, e posi una gamba fuori delle lenzuola coll'ansietà di chi teme
proprio in sul serio di fallire ad un convegno.
In quella suonarono le ore alla pendola.
--Deh! sclamai, povero me! L'ora è passata...
E mi strinsi la fronte fra le mani.
--Buon viaggio, aggiunsi come se volessi incaricare un venticello del
saluto--buon viaggio, amico tenerissimo.
Mi raggruppai nel mio letto e ritentai come un importuno il sonno... A
mezzogiorno in punto io arrivavo in China, ed avevo fatto un ottimo
viaggio, ed aveva tenuto un lungo discorso in latino ad Eugenio
sull'amicizia--Cicerone, in un angolo della carrozza, aveva ghignato di
compiacenza, e mi aveva detto che mia moglie era una bella donna.
Mi destai e guardai intorno a me. Il volto di Clelia non era lì presso a
sorridermi."
LI.
"Il sarcasmo di cui mi stordiva, ricadeva sopra di me medesimo.
Non andò molto che all'affanno cieco succedette la riflessione. Allora
solo conobbi quanto fossi stato fino a quel punto ingiusto verso di
Clelia. Misurai la nobiltà del suo animo, il suo affetto per me, la sua
confidenza che avrebbe dovuta ingrandirla ai miei occhi, e che pure io
aveva pagat d'ingratitudine.
Avviene di me ciò che avviene di molti, che quando il cuore sanguina la
ragione smarrisce le vie del sillogismo; ma non appena esso si
raccapezza e mi parla la sua voce eloquente, la tempesta mia si
rasserena d'un tratto e non amo di meglio che ravvedermi. Però da
quell'ora mi raccostai a Clelia mansuefatto, e le palesai la mia
riconoscenza adoperandovi ogni mezzo, e la colmai di carezze pauroso
ch'ella soffrisse ancora della durezza dei miei modi d'un tempo. Pur che
mi sorridesse, io era raggiante di gioja.
La buona creatura non mi serbava rancore; era felice che io non l'avessi
abbandonata, e mi diceva che nessuno ci aveva mai disgiunto, nè avrebbe
potuto mai disgiungerci in avvenire.
Ricominciò la serenità dei giorni passati, ricominciò più bella, più
tenera, più apprezzata--il timore di averla perduta per sempre ce ne
aveva rivelato il valore--oramai diventavamo avari, avremmo custodito
gelosamente il nostro tesoro.
Allora fui anche giusto verso Eugenio. Egli forse non aveva indovinato
il sentimento ispirato a Clelia--se mai l'aveva penetrato o diviso, la
sua partenza era proposito--e il proposito virtù somma. E mi dolsi
amaramente d'essere stato freddo con lui, e d'essermi lasciato vincere
puerilmente dalla gelosia, ed avervi sagrificato l'amicizia. Immaginai
Eugenio sulla tolda d'un bastimento veleggiare verso Civitavecchia e
spingendo lo sguardo nell'orizzonte ricercare la terra che abbandonava e
l'amico perduto. Io non gli aveva detto addio, non me l'ero stretto al
cuore prima di lasciarlo partire--avea così spezzato bruscamente quella
catena affettuosa che stringeva da tanto tempo i nostri cuori.
Una notte sognai che Eugenio s'era pentito ed era tornato sui suoi passi
presso di me, e che io lo abbracciava con tenerezza. Cicerone in un
cantuccio ci guardava sorridendo e con un lembo del suo manto si
rasciugava una lagrima.
Ma questa volta destandomi incontrai il volto di Clelia presso al mio; e
il suo sguardo melanconico e dolce come quello di un angelo che sospira
l'infinita distesa dei cieli."
LII.
"Ritrovai la mia Clelia, ritrovai il mio cuore.
La felicità è generosa e perdona al passato; noi dimenticammo assai
presto le giornate di sventura. Se talvolta ci rifacevamo a percorrere
la via che avevamo lasciato dietro di noi, sorvolavamo senza rimirare le
impronte che i nostri passi avevano segnato di sangue.
E tuttavia lo studio di non ritentare più quelle ferite era anch'esso
una ferita--nube lieve in un'immensa serenità di cielo, ma fatta
anch'essa di vapori, maturava anch'essa il fulmine nel suo grembo.
Un giorno per l'appunto oziavamo colle nostre reminiscenze; richiamavamo
cento inezie, cento fantasime leggiadre e care al nostro cuore, poichè
ogni cosa è cara al cuore di coloro che si amano. "Ti ricordi? ti
ricordi?" Era una festicciuola di memorie--pochissime meste, nessuna di
dolore.
Eravamo giunti a un tempo poco lontano, ad una notte vegliata
festevolmente in tre--Clelia, io ed Eugenio. -Ed Eugenio---nessuno
voleva dire questo nome; ella voleva risparmiare a me la melanconia
delle idee che vi si associavano--io del pari. Ci guardammo in volto,
poi chinammo gli occhi entrambi. Da quel punto il nostro cicaleccio
languì; la festicciuola ebbe fine ben presto.
Ahimè! avevamo fidato troppo sulla nostra ragione; il cuore serbava
ancora la cicatrice. Ricordavamo ancora di lui, fors'anco pensavamo
ancora senza dirlo e senza avvedercene a lui.
Fu senza dubbio lotta gagliarda per mentire a noi medesimi; fu lotta
virtuosa; accettata con nissuna speranza di vittoria, come gli inermi
condannati accettavano nel circo la lotta colle fiere, ma fu menzogna.
Da quel giorno la nostra apparente indifferenza non ci ingannò più. Il
pallore delle mie guancie spuntava traverso la maschera gioviale;
l'amore tradiva la gelosia. Così questo serpe fatale era arrivato per
altra via sino al mio cuore, e vi infiggeva un'altra volta il suo dente
avvelenato."
LIII.
"Clelia ammalò. Da qualche tempo io non aveva più visto fiorire sul suo
volto le rose della salute. Non vi aveva posto mente da prima, però che
l'abitudine di vederla ogni giorno mi aveva impedito d'osservare il
mutamento che avveniva in essa, più tardi la reputai cosa passeggiera e
pensai si sarebbe presto ristabilita. Non appena però appresi quanto il
suo male fosse grave e come la costringesse a letto, mi rimproverai di
aver lasciato correre sì lungo tratto di tempo senza richiedere i
soccorsi della scienza, e malgrado le sue riluttanze volli chiamare un
medico.
Il medico venne; non era cosa grave: una -pleurisia falsa- che non
avrebbe resistito ad una breve cura.
Come udii questa buona novella respirai più libero, Nell'uscire il
medico mi domandò se mai Clelia patisse qualche dolore, o ne avesse
patito. E siccome non gli risposi subito, tentennò il capo ed uscì.
Rimasi sull'uscio immobile. "Dolori!" Sì, ella ne aveva patito; io
stesso glie ne aveva cagionato di molti; io stesso dunque ero la causa
del suo male.
Se non che il mio demonio mi suggerì un pensiero terribile ad accrescere
il mio cordoglio. Forse ella amava ancora -colui-, ed era straziata
dalla sua passione; la lontananza, anzi che spegnerla, l'aveva forse
alimentata, e il prepotente imperio del cuore la faceva piangere -lui-
assente in segreto.
Ciò che si passò dentro di me non è forse concepibile; l'angoscia di non
essere amato, la gelosia di un rivale che mi rapiva il pensiero di lei
che amavo tanto, che esercitava da lungi un fascino fatale al mio povero
amore, il dolore di vederla inferma e la paura che mi venisse a mancare
facevano tale strazio di me quale mai uomo ebbe a provare nella vita.
Ma poi che io l'amavo più della mia vita e della mia felicità stessa, la
compassione vinse in me ogni altro sentimento.
"Ch'ella non muoja, dissi a me stesso, che il mio angelo non mi sia
rapito; se anche il suo cuore non saprà più darmi altro affetto che
quello della gratitudine, io ne sarò pago ugualmente; avrà compassione
di me, e saprà rassegnarsi, e consentirà che io la guardi e l'adori;
ella sarà per me come una santa memoria vivente."
E siccome le mie stesse parole mi avevano intenerito e quasi mosso a
pietà del mio stato, caddi in ginocchio lagrimando, e domandai al cielo
ch'ella vivesse."
LIV.
"Il grido del dolore giunge qualche volta lassù. Ben presto la salute di
Clelia parve migliorata alcun poco.
Io aveva vegliato al suo capezzale colla trepidanza di chi vegga la
sventura approssimarsi a lui e voglia deviarne il cammino o ritardarne i
passi. Avevo spiato ansioso ogni sospiro delle sue labbra, ogni tremito
del suo corpo, ogni moto lieve delle sue mani e del suo capo. Quando
essa mormorava nel sonno qualche rotta parola, mi pareva che dovessi
apprendere ad ora ad ora una novella triste--e tuttavia paventavo meno
di me che di lei.
Talvolta ella si destava di soprassalto--e fissava i grandi occhi
spaventati nei miei, e teneva per gran pezza il suo sguardo immobile
senza ravvisarmi.
Altre volte si gettava nelle mie braccia, e stringeva nelle sue mani la
mia testa colmandola di carezze.
Ella non sapeva allora ciò che si passava dentro di me, nè come le sue
dimostrazioni d'affetto scendessero sul mio cuore come elemosina sulla
mano tremante d'un mendico. Ella non sapeva i gemiti soffocati sotto il
sorriso, non indovinava la terribile certezza che aveva soggiogato
l'audacia delle mie speranze. Ella non sapeva nulla di tutto ciò--poichè
giammai, io penso, mano di uomo mortale pesò sul petto a soffocarne i
singhiozzi, come la mia in quelle ore; nè maschera di ipocrita fu mai
così fortunata nel muovere la pietà, quanto la mia nel celare l'affanno
che avrebbe fatto pietoso lo stesso cinismo.
Una mattina io era uscito per affari; avea lasciato il suo letto con
rammarico, benchè ella stesse assai meglio e me lo assicurasse
sorridendo furbamente come avesse immaginato una gherminella.
Al mio ritorno la trovai in piedi, coperta d'un ampio sciallo turco che
io le aveva regalato nel giorno del suo onomastico. Mi venne incontro
colla bambina per mano; e come se dicesse: "vedi, io sto pur ritta, sono
sana", senza dir parola mi porse la mano.
Io m'era oscurato in volto al vederla; e mi disponevo a farle
rimprovero, ma ella mi prevenne con grazia irresistibile; e non appena
feci atto di aprir bocca per parlare, appoggiò le sue mani affilate
sulle mie labbra, e invocò collo sguardo non la sgridassi.
Poco stante mi consegnò una lettera pervenuta durante la mia assenza.
--Per me? le domandai.
--Per te, rispose, e si chinò ad accarezzare la piccina.
Guardai la soprascritta. Erano i caratteri di Eugenio.
Per un momento non provai altro che un'emozione viva, ma incerta come
cosa che sta tra il piacere e il dolore.
--La leggerò, dissi ponendo la lettera in tasca--E mi rivolsi a Clelia
che continuava ad accarezzare le guancie della piccina."
LV.
"-Una lettera per te.-" E non aveva aggiunto "d'-Eugenio-" pure ne
conosceva i caratteri, e doveva aver visto che veniva da Roma.
Clelia si era attaccata al mio braccio--passeggiavamo in silenzio.
"E s'ella aveva taciuto quel nome, era arte; l'indifferenza lo avrebbe
pronunziato."
"La mia dissimulazione adunque s'era tradita; ella mi aveva letto nel
cuore e aveva compreso la mia battaglia, e aveva visto nascere i nuovi
sospetti, e la gelosia più straziante--ne aveva pietà, voleva
risparmiarmi ogni motto che mi rammentasse quell'uomo."
La guardai; indovinava ella questi pensieri che mi passavano in mente?
mi sorrise, le sorrisi.
"Se pure, proseguii fra me medesimo; se pure ella non mi nasconde il suo
segreto, e quella riluttanza a pronunziare il nome di lui, anzi che un
riguardo alla mia debolezza, non fu frutto della sua."
È raro che di due pensieri che giungano allo stesso tempo, il più
doloroso non sia più fortunato. E so che non mi tolsi più di capo questo
martello--e più cercavo di vincere il mio timore colla ragione, e più la
ragione aguzzava i suoi strali contro di me. Mi tornarono in mente cento
inezie, cento saldi ragionamenti nuovi a ribadire la fatale convinzione
che Clelia amava tuttavia Eugenio.
Le lagrime frenate mi ricadevano goccia a goccia sul cuore--Clelia
continuava ad appoggiarsi sul mio braccio--mi sorrideva ed io le
sorridevo."
LVI.
"La lettera di Eugenio era piena di cortesie. Non mi rimproverava di
averlo lasciato partire senza salutarlo--il suo animo generoso se n'era
dunque dimenticato. Gran buona ventura la mia. Ma più avventurato di me
lui che aveva trovato in quei -freschi- benedettissimi un affar d'oro.
Prima di finire col bacio dell'amicizia, buttato lì con noncuranza,
v'era scritto un saluto per lei. Compitezza schietta davvero. Dissi a
Clelia del saluto.
--Ha egli trovato che l'affare dei -freschi- gli convenga?
--A meraviglia.
Non se ne parlò altro; e il volto di lei e il mio non dissero di più."
LVII.
"Non so se altri possa comprendere qual fosse lo stato della mia anima
in quel tempo; nè se gli uomini possano giudicare con giustizia della
natura dei miei sentimenti; so bene che i facili motteggiatori ricercano
avidamente il marito e lo espongono alle beffe degli sfaccendati, e
dimenticano l'uomo che s'agita e soffre, non pensando che se quella
gelosia è meschina e ridevole che nasce da orgoglio, la gelosia che
piange l'amore è cosa santa. E poi che gli uomini non conoscono il
virtuoso benefizio della compassione, o sdegnano porgere questa
elemosina che si dà senza impoverire e si riceve senza vergogna,
dovrebbero almeno rintuzzare il sogghigno che avvelena il loro labbro
mordace.
In quel tempo ho provato tutte le miserie della gelosia; piccole lame
che mi passavano il petto e giungevano al cuore.
Un giorno mi venne sott'occhio un -albo- di ritratti che, siccome
conteneva l'immagine di -lui-, io aveva puerilmente sottratto tempo
prima, e collocato più tardi sopra uno scaffale in un angolo della
camera. Era stato spesso a rivedere quell'albo, attratto non so se più
da istinto di curiosità o di sospetto--nissuno l'aveva mai toccato, però
conservava da qualche tempo la stessa posizione, e la polvere vi si era
addensata a strati; in quel giorno l'albo era capovolto; i fermagli
erano stati aperti, e non si aveva pensato a rinchiuderli; la polvere vi
era meno densa e serbava tuttora le traccie della mano che l'aveva
afferrato. Mi venne in mente Clelia, e ch'ella avesse voluto contemplare
il ritratto di Eugenio. Quel giorno piansi come un fanciullo."
LVIII.
"Più volte, entrando all'improvviso nelle camere di lei, erami parso che
mi nascondesse qualche oggetto. Un giorno non mi rimase più dubbio;
l'imbarazzo pinto sul suo volto dava impronta di verità al mio sospetto.
Io sapeva che ella non mi avrebbe nascosto alcuna cosa che non avesse
potuto parlarmi di -lui-, del suo amore... "Forse il ritratto! E l'aveva
forse tolto all'albo!"
Non ebbi concepito questo pensiero che corsi ad assicurarmene.
Incontrai la piccola Bianca intenta a sfogliazzare un libro, l'albo;
volsi lo sguardo allo scaffale; una seggiola appoggiata al muro aveva
servito a quella scalata innocente.
Il cuore mi batteva violento per emozione; e interrogai arrossendo la
piccola Bianca; e seppi da essa come già altra volta avesse collo stesso
mezzo tolto quell'albo e rimessolo per timore di rimprovero.
Mi guardava timidamente; quella creatura benedetta ignorava il bene che
ella faceva al mio cuore.
Aprii l'albo, e ricercai il ritratto d'Eugenio. Era lì, nella sua
piccola cornice.
Se la gioia avesse manifestazioni che non fossero puerili, io mi vi
sarei abbandonato follemente. Ma pare che la virilità segni il confine
della gioja, però che i soli fanciulli possono palesare apertamente il
loro animo lieto. Il dolore solo è d'ogni tempo, e chi arrossisce delle
lagrime e le chiama indizio di debolezza, non sa che sia il dolore, nè
come egli faccia gigante e nobiliti tutto ciò che lo circonda, e il
tetto sotto cui si posa, e il cuore che strazia, e le bestemmie che fa
prorompere fra i singhiozzi.
Abbracciai la testolina ricciuta della piccola Bianca, e la colmai di
carezze."
LIX.
"Tant'è, non poteva dubitarne; Clelia mi nascondeva qualche cosa."
LX.
"Una mattina Clelia tardò a levarsi di letto oltre l'usato. Me le
accostai e le chiesi se mai ella non si sentisse bene. Mi rispose non
sentirsi altro che un po' di languore.
--Sarà appetito, aggiunse; da qualche tempo io sono diventata ghiotta.
Mi leverò, e farò anticipare la colazione.
Si provò a rizzarsi sul letto; ma ricadde.
--Sono assai debole, assai debole... non posso.
--Manderò ad avvisare il medico.--
--Non farlo. I medici, i medici... costoro hanno l'anima fredda come
cadaveri e pretendono dar la vita e la salute.
--Il nostro è un buon medico.
--Come tutti gli altri. E poi quale necessità di medico? non sono già
malata io.
Non insistei per non affliggerla.
Tutto quel dì passeggiai agitato dinanzi al suo letto. Come fu la sera,
mi accorsi che la sua fisonomia era alterata; toccai la sua fronte e la
trovai ardente. Col cuore serrato dalla paura, e colla certezza che il
suo stato era peggiorato le domandai se stesse meglio.
--Se tu mi sei vicino, rispose.
Mi posi al suo capezzale e vegliai finchè la stanchezza non mi fè
chiudere gli occhi. Ridestandomi di soprassalto, incontrai alla sua mano
fra i miei capelli; l'allontanai dolcemente per non svegliarla; ma
ell'era desta e mi guardava con uno sguardo rapito alla benigna serenità
di quella notte stellata.
Il giorno successivo feci avvertire il medico. Venne; si dolse di non
essere stato chiamato il giorno prima.
--È dunque cosa grave? domandò Clelia inquieta.
Il medico parve imbarazzato.
--Vi hanno malattie, rispose, che senza minacciare un pericolo, devono
tuttavia essere arrestate nei primi passi, altrimenti...
--Altrimenti?...
--Si fanno più ribelli.
Uscendo trassi in disparte il medico.
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