nè dire che io non mi abbia sorbita la noia in bel modo per lasciarti a
tuo bell'agio.
Se non che al malumore di Raimondo compresi come la celia non tornasse
opportuna.
Nè io so d'averlo mai visto tanto dispettoso; ma, quel che è peggio,
egli era sconfortato dei fatti suoi; e chi conosce le vie più riposte
per cui si giunge all'umana debolezza, pensi se questa era tortura.
In conclusione egli se n'era stato tutta sera vicino al suo amore, e non
gli aveva detto ch'egli era il suo amore; gli si era seduto al fianco,
l'avea seguito per due ore come uno spettro, gli aveva parlato
all'orecchio, per narrargli i suoi viaggi presso le tribù indiane, e
descrivergli i costumi dei -Lenguà-, dei -Pampà- e degli -Aguite
queducayà-.
Non so come mi stetti dal ridere, e me ne rattenne lo spettacolo del suo
dolore che non era men vivo, sebbene andasse unito al ridicolo.
Se non che richiamandomi alla mente quel giorno, e pensando a quelle
puerilità d'anima innamorata, parmi ora che soltanto il riso beffardo
dei cinici potrebbe deriderle; e che in un'età in cui si è così presso
alla fanciullezza che un palpito affrettato del nostro cuore può
rinnovarcene le dolcezze, sia grave torto degli uomini il rifuggirne col
rossore sulle guancie.
Però il lettore avveduto farà bene a non sorridere di Raimondo; e s'egli
ebbe nella vita un'ora sola in cui gli abbia somigliato, o sia in età di
temere altrettanto per lo avvenire, tanto meglio per lui--e farà bene a
confortarsene.
XIII
Ogni volta che abbiamo qualche cosa da rimproverare a noi stessi, suole
avvenire che al dolore succeda il pentimento, e che questo provochi
propositi nuovi; così l'animo di Raimondo andò a poco a poco
rasserenandosi; e come ei fu queto, domandò il cielo in testimonio che
un'altra volta sarebbe stato più avveduto e più ardimentoso.
Con questo proposito egli ritornò la sera successiva in casa della
contessa, ed io credo che non avrebbe fallito alla sua promessa, se la
mala stella non ci si fosse posta di mezzo. Clelia non venne.
Il giorno successivo neppure--così l'altro e l'altro ancora.
Immaginate lo spasimo di Raimondo. Del resto il generale continuava ad
intervenire colla stessa regolarità, nè mai una volta che mancasse. Ora
se la signorina Clelia fosse stata ammalala, il generale non sarebbe
venuto--questo era evidente.
Come Raimondo fu venuto a questa conclusione, non andò molto che prese
il suo partito. S'egli era stato debole e pauroso con una donna,
altrettanto sapeva essere franco con un uomo; però colto un momento in
cui il vecchio generale si lisciava in un cantuccio della sala i lunghi
mustacchi, gli si accostò risoluto e lo salutò.
Il generale s'inchinò, e continuò a lisciarsi i mustacchi; ma Raimondo
tenne duro, e gli domandò notizie della sua salute. Il generale stava
benissimo, e continuava a lisciarsi i mustacchi; ma quando s'accorse che
il suo interlocutore non aveva in animo di lasciarlo in pace alle sue
fantasie, gli domandò tra il sorriso e il cipiglio:
--Il signore mi conosce?
--Ho questa fortuna. Ella è il generale R. Mi fu presentato dalla
contessa ed io non l'ho più dimenticato.
--Troppo onore.
--Io sono Raimondo X.
--Ne ho piacere.
--Ella è anche, se non erro, il tutore, o lo zio, o il padre della
signorina Clelia?
--Precisamente.
--E la signorina Clelia è ella incomodata?
--Non credo.
--Però da un pezzo non frequenta queste sale...
--Fa i suoi gusti.
Raimondo incominciava a perdere la pazienza; comprese che non vi era
mezzo di far chiaccherare quel vecchio orso, e mutò sistema:
--Vorrebbe ella avere la cortesia di darmi qualche notizia più chiara
sul conto della signorina Clelia?
Il generale si volse all'improvviso, e guardò in faccia Raimondo. Poi
con affettata cortesia:
--E si può sapere a quale scopo ella mi fa questa domanda?
--Io m'interesso molto per la signorina Clelia....
--E con qual diritto ella s'interessa per la mìa creatura? interruppe il
generale con asprezza.
--Perchè l'amo, rispose calmo Raimondo.
--L'ama! E in che modo ella l'ama?
--Io non ne conosco che uno.
--Questo è vero; disse il generale mansuefatto dalla sincerità di
Raimondo.
Per qualche minuto nissuno dei due fe' motto. Il generale pareva
riflettere, e la sua fronte si rischiarava. Fu egli il primo a rompere
il silenzio:
--La mia creatura sa essa di questo amore?
--Non lo so, ma credo di no.
--E che venite dunque a contare a me?
--Perdonate? ma se io potessi dirlo ad essa, non lo direi a voi.
--Lo credo.
--Ma io non so come fare a dirglielo.
--Eh! diamine; non glie lo dirò già io per voi. Parlatele.
--Non domando di meglio; ma posto che essa non viene qui...
--È verissimo.... posto che essa non viene qui, voi non potete parlarle.
--Se la conduceste qui...
--Vi pare? Essa fa i suoi gusti.
--Ma se la pregaste....
--S'io la pregassi, verrebbe.
--Dunque?...
--Dunque io non la prego. Quest'è chiaro. Dal momento che la mia
preghiera distruggerebbe la sua volontà, tanto varrebbe ch'io
l'obbligassi.
--Ma allora io non vedo come...
--Ed io meno di voi.
--Converrete che ciò è doloroso.
--Pienamente.
--Vi sarebbe un altro mezzo.
--Sentiamo.
--Ponete che invece di venir essa qui, mi recassi io da lei.
--Bravissimo. È ben trovato.
--Dunque siamo intesi. Voi m'invitate ed io vengo.
--Siamo intesi; v'invito e venite...
--E parlerò colla signorina Clelia.
--Impossibile; il suo appartamento è separato dal mìo...
--Ma in questo caso il mio trovato non serve.
--Anche questo è vero.
--Che mi consigliate di fare?
--Consigliarvi? Vi pare? alla mia età...
--Anche voi avete avuto vent'anni; anche voi avete amato.
--Ho avuto vent'anni, non lo nego; e poichè voi ne sembrate persuaso,
confesserò che ho amato anch'io.
--E che fareste al mio posto?
--In verità poichè l'affare è molto serio, vorrei pensarci sopra
seriamente.
--Cosicchè tocca a me il pensarci?
--Tocca a voi, cred'io.
--Grazie del consiglio, generale.
--È una bagatella, signor Raimondo.
XIV.
Il mio amico s'era posto sulla via delle arditezze; al giorno
successivo, dopo che ebbe rimuginalo mille progetti in mente, prese il
partito di scrivere a delia.
Ecco la sua lettera.
"Io sono una specie di selvaggio, un essere che sta tra il nuovo e il
vecchio mondo, ma che non appartiene a nessuno dei due. Voi dovete
ricordarvi di me, perchè so d'avervi raccontato le mie peregrinazioni
fra le tribù indiane.
"In quel racconto v'ha un mistero, qualche cosa che non era nei miei
viaggi, ma traboccava nel mio cuore e voleva corrermi alle labbra.
"Sappiatelo adunque: io vi amo.
"Non vi offendete di questa confessione e della ruvida franchezza con
cui la faccio.
"Non deridete il mio orgoglio. Io ho fatto di tutto per vincere me
stesso, per soffocare una passione senza speranza.
"So di non essere avvenente, di non potermi appigliare a nulla per
accarezzare l'ambizioso sogno d'essere amato da voi.
"E so pure che l'anima vostra è bella, che il vostro corpo è leggiadro,
che l'abisso dei vostri occhi è profondo.
"Tuttavia io vi amo.
"Ho scongiurato con ogni mezzo questa sciagura; ho pianto ed imprecato;
ma il mio culto s'è ingrandito ogni giorno nel mio seno, e la stessa
lontananza volontariamente impostami, ha ravvivato nel mio pensiero la
vostra immagine.
"Una volta posto il piede nell'abisso, vi si è attirati da un fascino
misterioso. Ah! voi non sapete quanto l'abisso dei vostri occhi è
profondo.
"La mia colpa adunque, se pure io ne ebbi mai una, è quella di avervi
veduta--ma anche il non vedervi non era in mie mani.
"Vedervi e non amarvi--guardare il sole e non esserne
illuminati.--Impossibile, impossibile.
"Che potrebbe egli fare un uomo? Distoglierne le pupille.... tant'è: il
calore che gli sferzerebbe la fronte risusciterebbe nelle sue tenebre la
luce.
"Così io potrei rinunziare a voi, e non vedervi, e non parlarvi; ma non
potrei rinunziare alla memoria di voi; non potrei rinunziare al mio
amore, a questo amore che è cosa mia, perchè io l'ho nutrito nel mio
seno e mi dà vita.
"Potreste fuggirmi--io non cercherei di raggiungervi; dappertutto ove io
andassi, mi seguireste egualmente. Io vi ho collocata nel più lucido
orizzonte della mia intelligenza; colà mi sorridete e vi sorrido, mi
amate e vi amo, siete mia.
"Cotesta vi parrà audacia; fors'anco impertinenza--pensatelo pure
inesorabilmente, ma pensate pure che è amore. "Vi ho dato il mio
segreto. Se voi sorriderete del mio orgoglio, o compiangerete la mia
sciagura, non so. Forse l'una cosa e l'altra insieme; poi che il mio
orgoglio è grande, ma non meno grande la mia sciagura, e forse più
grande la bontà del vostro cuore....
"Quest'ultima idea ravviva in me una speranza.
"Più vasta dei deserti, sconfinata come la distesa dei mari, inesplorata
come le vie degli orizzonti, è la speranza. L'anima dell'uomo si fa
gigante in essa.
"Io spero.
"Un vostro cenno, e m'avrete schiavo; un vostro cenno, ed io fuggirò dal
vostro sguardo; mi ricaccierò in quelle inospiti terre che mi han visto
per tanti anni.
"Porterò fra quei selvaggi raminghi l'immagine mesta e bella di colei
che ha fatto battere la prima volta il mio cuore, e ne popolerò la mia
solitudine.
"Ma avrò il coraggio d'affrontare la mia sorte, poichè l'anima dell'uomo
sa essere gagliarda nel dolore."
Raimondo riuscì a far pervenire questa lettera a Clelia in quello stesso
giorno. Com'ebbe compiuto questa impresa, si sentì venir meno tutte le
forze: almanaccò sulla riuscita, e ne trasse motivo di sconforto.
Parevagli d'aver troppo oltre spinto la sua baldanza, ed ora d'aver
pallidamente dipinto il suo stato, ed ora d'essersi reso ridicolo. Per
due giorni fu nuovo strazio. Al terzo giorno ricevette per posta questa
lettera di Clelia.
"Signor Raimondo.
"Apprezzo i sentimenti che vi hanno inspirato la vostra lettera. Voi
siete un uomo leale e mi parlate il linguaggio della franchezza e della
modestia.
"Non v'imiterò nella modestia; non tenterò neppure di farlo perché non
saprei riuscirvi; le donne sono molto più vanitose degli uomini--e voi
forse degli uomini il meno vanitoso. Ma l'esempio della vostra
candidezza deve essermi scuola; io devo mostrarmi a voi quale sono,
colla verità sulle labbra.
"Non è un mistero che io vi andrò rivelando, non è neppure un segreto;
ma è cosa che non si palesa che a chi ha diritto di farcene domanda--ed
io penso che voi lo abbiate. Se l'affetto che voi dite di nutrire per me
non è mentito, nè io vi credo capace di simulazione, è mio dovere farvi
conoscere il mio passato.
"È una storia semplice e mesta, come se ne ascoltano tante; ma forse
l'animo vostro ne andrà profondamente mutato.
"Voi, signor Raimondo, avete avuto una madre.
"Non è egli vero che è una buona creatura la madre?
"Si ricordano le sue carezze e i suoi baci, e i suoi dolci rimproveri
che vanno ai cuore--e s'intende risuonare per lungo tempo all'orecchio
l'eco d'una canzone del paese natale che la poveretta canticchiava
daccanto alla culla--e pare sempre di vedere un viso dolce chino sul
guanciale. Oh! la è pure una buona creatura la madre!
"Il padre è più accigliato, più severo, ma affettuoso anch'esso. Egli ha
sgridato talvolta il suo piccino; aveva una voce robusta che incuteva un
po'di timore, ma quando veniva dal suo lavoro, si lasciava frugare nelle
tasche. Il buon uomo le aveva riempite a bella posta di zuccherini per
far felice il suo bambino. Egli avea del criterio fino il povero padre,
e sapeva che in quell'età i zuccherini fanno felice.
"Non è egli vero, signor Raimondo, che dovrebbe essere un gran dolore se
ci si togliesse d'un tratto la memoria degli anni infantili, se
spingendo lo sguardo nel nostro passato, noi non potessimo arrestarci
sopra l'occhio sereno dei nostri poveri genitori?
"Cotesto dolore io l'ho provato. Non conobbi mìa madre; ella morì troppo
presto perchè io potessi serbarne memoria. Mi dissero però ch'era bella,
ch'era giovine e poveretta, che aveva pianto tanto, e che prima di
morire volle baciarmi. Io l'amo molto mia madre; la sogno sovente, ma in
un modo confuso, diverso da tutto ciò che si può vedere nella vita,
diverso anche da ciò che si può immaginare. Però quando mi sveglio io
non serbo più la memoria di quel fantasma.
"Di mio padre so nulla; da principio credeva che io non lo avessi mai
avuto; mi assicurarono però che Iddio ne dà uno a tutte le sue creature.
"Le mie memorie più remote risalgono a quattordici anni fa. Io aveva
allora quattro anni; mi ricorda d'una bella signora, assai bella, che io
chiamavo -mamma-, e mi baciava e mi regalava dei confetti perchè io la
chiamassi con quel nome.
"Tutti gli altri la salutavano con rispetto--io sola sedeva sulle sue
ginocchia.
"Altra persona di cui serbo memoria, era un uomo abbastanza vecchio, ma
assai robusto, almeno per quanto pareami allora, il quale mi sollevava
di terra con una mano sola e mi reggeva seduta sulla palma e mi portava
di stanza in stanza fra le risa mie e i paurosi rimbrotti della -mamma-.
"Quest'uomo è oggi il generale R., quella donna era la marchesa sua
moglie.
"Venendo più in giù, trovo la memoria d'una notte mesta. Non erano
ancora due ore da che io ero stata messa a letto, che un affaccendarsi
di servi per le camere mi destò all'improvviso. La -mamma- era stata
colta da paralisi; si agitava convulsivamente sul suo letto senza
parlare--i medici tentennavano il capo sfiduciati. Dopo alcune ore di
spasimo, la poveretta morì.
"Così rimasi sola col generale. Fui posta in un collegio e vi passai ìa
vita fino a sedici anni; poi mi ricongiunsi al mio benefattore.
"Eccovi il mio romanzo. Se devo giudicare dal concetto che io mi sono
fatto di voi, non avrò a temere che sia per scemare la vostra stima a
mio riguardo.
"La vostra stima, la stima degli uomini che vi assomigliano mi basta.
"CLELIA."
Raimondo venne a me ebbro di gioja. Mi fe' leggere la lettera di Clelia,
e mi ripetè cento volte che egli era il più felice degli uomini.
Se non che non sì tosto fu quetato in lui il primo impulso di letizia, e
il suo cuore venne in certa guisa abituandosi a quella felicità da prima
insperata, che la naturale incontentabilità degli amanti risvegliò mille
timori da capo, e diè vita a pretese fino a quel punto ignorate.
E sì rifece a rileggere quella lettera da cima a fondo per rintracciarvi
smaniando una parola di conforto. Indarno io tentai di ridonarlo al suo
giubilo persuadendolo che l'avergli scritto, l'avergli confidato il suo
passato, l'avergli detto d'apprezzare i suoi sentimenti, non poteva
essere un atto di pura cortesia.
Egli non mi contrastava in questo, s'ingarbugliava con mille parole, ma
finiva per crollare la testa sconfortato. M'accorsi che aveva fatto un
passo innanzi, e non contento che Clelia accettasse l'amor suo,
pretendeva d'ispirargliene, anzi d'avergliene inspirato; e poi che
conosceva l'assurdità delle sue pretese, soffriva per non dirlo.
Provai a dirgli come io pensassi che già prima Clelia si fosse presa di
lui, e come l'avessi vista ad arrossire quando egli era apparso nelle
sale della contessa, e come avessimo parlato di lui, e Clelia avesse
ascoltato assai attenta.--Di cotal guisa conobbi la verità del mio
sospetto; Raimondo stesso dovette confessarmi che quella lettera gli era
parsa insufficiente, che essa non gli diceva quali sentimenti avesse
egli suscitato nell'animo di Clelia.
Riconfortato dalle mie parole, ma più ancora dallo stesso bisogno che
egli sentiva di speranza, afferrò una penna e scrisse a Clelia in questi
termini:
"Vi ho benedetta per il bene che mi avete fatto. La vostra confidenza ha
alimentato le mie illusioni.--Io posso ancora sperare d'essere amato da
voi. Così vi ripeto un'altra volta: "Volete voi esser mia?" Un solo
cenno e volerò ai vostri piedi.
"RAIMONDO."
Clelia rispose il giorno successivo:
"Il generale mi ha parlato di voi; stima l'indole vostra, quasi direi
che vi ama. Ciò mi ha fatto piacere. Gli ho mostrato la vostra lettera,
ed ha sorriso.
"CLELIA."
Raimondo non attese un minuto, e replicò:
"Che il generale mi stimi, e mi ami, e sorrida delle mie lettere, è cosa
lusinghiera. Ma in nome di quanto avete di più caro al mondo, ditemi:
volete voi esser mia? posso io lusingarmi d'avervi inspirato una favilla
sola di questa fiamma inestinguibile?
"RAIMONDO."
A quest'ultima lettera non ebbe risposta.
Aspettò alcuni giorni--lo stesso silenzio. Venne a me col volto
contristato.
--Credimi, gli dissi io; va a far visita al generale.
--A che farci? mi domandò imbroncito.
--Credimi, va a far visita al generale.
Quel giorno stesso Raimondo andò a far visita al generale.
XV.
Otto giorni dopo, il mio amico era in grandi faccende. Mi chiamò a sè e
mi recai nella sua abitazione. Lo trovai in mezzo ad una faraggine di
mobili e di tappeti. Appena mi vide, mi venne incontro--il suo volto
spirava la gioia. Raccomandò a Charruà sorvegliasse alle opere degli
artefici, e mi trasse nella sua camera.
Non ebbi tempo d'interrogarlo, che egli mi pose a parte con una parola
della sua felicità: sposava Clelia.
Pensate se n'era lieto. Aveva fatto addobbare di nuovi arazzi le camere;
aveva cercato d'indovinare quanto poteva riuscire gradito ad una donna,
e lo aveva accumulato con ogni cura nelle sue sale. Egli aveva ancora la
testa piena di progetti; qua era una statuetta da collocare, colà un
amorino, una tenda, uno specchio.
Guardai fisso Raimondo--l'anima gli brillava nel volto; mi pareva un
altro uomo.
La gioia e il dolore ci trasformano e si contendono bizzarramente il
dominio dello spirito.
Alla sera volle lo accompagnassi dalla contessa. Da qualche giorno io
l'aveva trascurata; però acconsentii volentieri.
Clelia e il generale vennero anch'essi. Ogni mio studio fu di penetrare
nell'animo di Raimondo e di vedere se la sua guarigione era sicura, e se
non fosse a temersi una ricaduta nelle prime melanconie. Ma ogni mio
dubbio cessò ben tosto.
Assolutamente la felicità ci trasforma--assolutamente la felicità è
nell'Amore.
Com'ebbi così conchiuso, salutai la contessa, il generale e la signorina
Clelia; strinsi la mano a Raimondo, e lusingato del buon esito della mia
cura, andai a cacciarmi fra le coltri.
Io non amavo, però dormii sonni profondi; e siccome la contentezza di
Raimondo si rifletteva nel mio cuore, sognai che avevo una bella, e che
la mia bella mi faceva una carezza.
XVI.
Di quei giorni m'ammalai. Da gran tempo mi aspettavo a questo; avea
preveduto il mio male, lo avea sentito serpeggiare per le vene, e mi ci
ero rassegnato. Il medico ne fece carico ai nervi, ed io penso che non
s'ingannasse. Sorpreso a quando a quando da tremiti improvvisi alle
gambe e sentendomi ogni dì più debole, fui costretto a tenere il letto.
La mia ripugnanza per quell'inerzia forzata cui era condannato mi fece
parere insopportabile quel supplizio. Siccome però la mia testa era
libera, e la mia intelligenza conservava la sua lucidità, a poco a poco
mi abituai.
Raimondo era venuto ogni giorno a vedermi. Un dì venne a me più lieto
del solito. Tutto era pronto; fra otto giorni Clelia sarebbe stata sua.
Siccome io gli presi la mano e gli sorrisi con tristezza, egli mi baciò
in volto.
--Tu interverrai alle mie nozze, mi disse con accento di fiducia.
--Lo credi? domandai con quella ingenua speranza che è propria degli
infermi.
--Ne ho la certezza. Mi pare perfino che tu oggi stia meglio; ti trovo
meno pallido.
Non era vero che io stessi meglio, e se il mio viso non era pallido
conveniva accagionarne una febbricciatola lenta che da alcuni giorni non
mi abbandonava un'istante. E tuttavia io mi lasciai andare assai
facilmente alle illusioni; ne aveva bisogno.
Alla vigilia del matrimonio di Raimondo volli provare a farmi forza, e
balzai da letto. Non avea mosso due passi, che mi si piegarono le
ginocchia e dovetti appoggiarmi per non cadere. Il pronostico di
Raimondo andò fallito: io non assistetti alle sue nozze.
In quello stesso giorno venne il medico; trovò che io stava meglio, ma
ad assicurare la guarigione consigliavami i bagni di mare. La stagione
era propizia; confortavami ad affrettare; sperava il mutamento d'aria
avrebbe contribuito a ridonarmi la salute.
Ne feci parola a Raimondo e sebbene gli dolesse che ciò mi avrebbe
allontanato da lui per qualche tempo, approvò l'idea del medico.
Determinai adunque che non appena mi fossi potuto reggere in piedi sarei
partito per Genova.
Tre giorni dopo potei fare alcuni giri attorno alla mia camera senza
l'aiuto del bastone; non aspettai altro--il domani sarei partito.
Charruà venne, com'era uso, a chieder mie notizie.
Feci conoscere per mezzo suo a Raimondo la mìa risoluzione, e come fossi
dolente di non poter salutare prima della mia partenza la sua sposa;
avrei aspettato lui, e mi sarei servito del suo braccio.
Il mattino successivo assai di buon'ora Raimondo e Charruà erano nelle
mie camere. Simplicio, il portinaio, era salito prima ancora da me e
m'avea preparato le valigie ed aiutato a vestire; così che in un istante
io fui spiccio, e col sostegno del mio amico e di Charruà scesi le
scale.
Una carrozza era ferma; feci per salire, e una mano candidissima uscì
dallo sportello per aiutarmi; guardai dentro con occhio di
meraviglia--era Clelia.
Non dirò la mia sorpresa, nè se più grande fosse in me la riconoscenza o
il piacere.
Mi fece sedere al suo fianco, mi domandò della mia malattia, e dissemi
con accento di sincerità che se n'era afflitta anch'essa--così dicendo
guardava con tenerezza il suo Raimondo.
Compresi come essi fossero felici, e quanto intensamente si amassero. E
per una antitesi naturale mi portai col pensiero a quei giorni di tetra
mestizia che tanto aveano impoverito l'anima di Raimondo. Quale
diversità nell'espressione dei suoi sguardi, e quale nuova e soave
armonia nelle linee tranquille del suo volto! Dove era il segreto della
sua pace, dov'era il culto che gli mancava, il tempio in cui rinverdisse
la sua fede inaridita? Egli l'aveva cercato da per tutto, fuorchè nella
sua casa. Ed ecco l'angiolo della sua casa gli aveva sorriso, e gli
aveva dato un cuore vergine e un affetto sereno invece delle lusinghiere
e fallaci passioni della colpa.
Poc'anzi la solitudine colle sue paure, colle sue ire, coi suoi dubbii
perenni; oggi un viso amoroso che si specchia nelle sue pupille, un
corpo snello e pieghevole che si serra al suo petto, un cuore che battè
col suo--due sguardi, due sorrisi, due anime che si confondono.
Non più quell'eterno smaniare, quel portare dappertutto la noja, quel
domandare ad ogni cosa l'amore e riceverne il cinismo. Il mondo gli
apriva le sue sale dorate, quelle sale ripiene di mille incantesimi, di
mille follie, quelle sale dove s'incontrano uomini che, stringendo la
mano e bisbigliando all'orecchio di ognuno la maldicenza, offrono a
tutti una larva d'amicizia; e donne dagli sguardi infuocati, dai sorrisi
affascinanti che barattano con essi una larva che chiamano amore--egli
ne ha ritirato il piede. Poteva carpire cento baci di fuoco che ardono e
distruggono, e s'appagò di quell'uno che purifica. La virtù, la pace, la
felicità erano nella scelta--ecco il segreto che ha trasformato
Raimondo.
Per via io guardava Clelia con un sentimento di mestizia indefinibile.
Era pallida e bella, di quella bellezza buona che è l'ideale
dell'artista.
Chi si è sentita in petto una inspirazione, ed ha vagheggiato lungamente
un tipo, ed ha creduto rinvenirne le forme nelle perfezioni della
materia, colui non strapperà giammai all'arte il suo segreto. La natura
lo ha creato copista e farà bene a non guardare più in là. Il mondo
delle cose ha le sue rivelazioni, ma sono limitate, imperfette nella
loro immensità. Un frammento di colonna che toccasse le nubi non sarebbe
tuttavia una colonna.
Il mondo delle idee si perde nel cielo; l'arte, che è figlia del cielo,
sarebbe cosa morta senza l'idea che le soffiasse dentro il fuoco divino.
La bellezza è la perfezione della materia--la bontà è la perfeziono
dello spirito--bellezza e bontà unite sono la perfezione dell'arte.
Io guardava Clelia con espressione di mestizia--giovine, bella, amata;
che mancava alla sua felicità? Non sapevo dirlo a me stesso; vedeva la
sua letizia, la dolce serenità dei suoi occhi, udiva il suo gajo
cicaleccio, e tuttavia parevami che io dovessi compiangerla, e venianmi
dal cuore non so quali indistinte parole di conforto.
Mi par oggi, e son passati tanti anni, che io le diedi quell'addio, e
che, stringendomi la mano, essa mi rispose: a rivederci. E si fermò
sulla parola, dicendomi come sperasse che ciò sarebbe stato assai
presto.
"Dipende da voi" aggiunse--e fu l'ultima sua parola.
"Dal cielo" pensai.
In quella fu dato il segnale della partenza. Mi gettai nelle braccia di
Raimondo, salutai ancora una volta delia, e partii.
XVII.
Una sera io me n'andava errando lungo la spiaggia. Da qualche tempo i
miei nervi mi permettevano le lunghe passeggiate; direi anzi che le
esigevano. Avea volto le spalle ai rumori della città e muoveva lento
verso San Pier d'Arena. La brezza marina increspava leggiermente le onde
che a volta a volta si spingevano a lambire i mìei passi distratti; io
era mesto d'una mestizia dolce che assomiglia a contemplazione, e che
non ha nulla del dolore.
Quando mi sentii stanco, m'inerpicai sopra uno scoglio e m'assisi.
Ricordai allora ciò che il signor S. aveami detto la sera innanzi
dell'isola di Sardegna, e il suo invito di recarmivi con lui per alcuni
giorni. Ma poichè tutta quella notte io m'ero travagliato con codesto
martello, e n'ero uscito saldo come prima nel mio proposito di non
ritornare mai più alla mia patria, volli respingere questo pensiero e
sorriderne. E così feci; e per meglio riuscire, volli divagare il mio
pensiero, e girai gli occhi all'intorno per trovare qualche cosa che mi
suggerisse nuove idee.
La spiaggia era deserta, sabbiosa e seminata di conchiglie, quelle
stesse conchiglie che fanciulletto io raccoglieva nei lidi solitarii
deila mia patria. Il mare frangeva il suo lamento sovra gli scogli con
ritmo severo, come l'aveva udito per tanti anni. Così io mi vidi
riportato alla mia infanzia--la mia infanzia era la mia patria. E allora
mi parve che io fossi un ingrato; e pensai che quella terra ch'io
fuggiva m'avea pure data la luce, e m'avea nutrito coi frutti delle sue
selve feconde. Né a me che avea respirato le sue aure profumate d'aranci
si conveniva di rinfacciarle le sue miserie, fruito più di sventura che
di colpa.
Però da quel punto seguii senza resistervi il corso dei miei pensieri.
Mi ritornò alla mente il volto sereno di mia madre, e i suoi grand'occhi
neri--e i fili d'argento che incorniciavano la fronte rugosa della
povera nonna, la vecchia amica della primissima mia vita. Ripensai i
tripudii sognati sulle sue ginocchia, e le cento storielle delle bigie
notti d'inverno, e i fantasmi del focolare. Salii le note scale, mi
aggirai per le note stanze del tetto che mi avea visto nascere, e rividi
i volti noti che m'aveano prodigato i loro sorrisi. Udii lo scampanare
che mi destava ridente nel mio letticciuolo e le grida assordanti, e lo
sparo dei mortaretti che festeggiavano la buona santa del villaggio; e
vidi riversarsi per le vie sassose una folla variopinta, vestita a cento
fogge, sorridente e gaja come una mattinata d'aprile.
--Così dunque io non rivedrò più quei luoghi che serbano tanta parte di
me medesimo; io non vedrò più le figure abbronzate dei miei compaesani,
non percorrerò più quelle vie, non udrò quelle canzoni e la nenia di
quelle cetre notturne. E non sarebbe certamente un gran disagio
l'andarvi. Quindici giorni; che sono essi quindici giorni per un artista
che non ha altra legge che il suo capriccio?
--Vediamo--non è che fantasticare, ci s'intende, io ho giurato di non
andarvi e non ci andrò. L'ho giurato! A chi? Perchè l'ho giurato? e qual
danno se io mancassi al mio giuramento? Non è che io voglia patteggiare
colla mia coscienza; ma in fede mia se io non ci andrò, non è certamente
il mio giuramento che deve arrestarmi. Io partirei domani col signor
S.--quel signor S. è una buona persona, che mi ha dell'affetto; per
viaggio non sarei solo. Arriverei fra tre giorni, rivedrei qualche
amico, e lo troverei mutato, rovisterei dapertutto ove io sapessi celata
qualche corda che potesse risvegliare un'armonia sopita nel mio cuore;
visiterei come in mesto pelegrinaggio la mia vecchia casa una volta
popolata da tante fantasie--e i tugurii dei poverelli che erano un tempo
gli amici della nonna--e vedrei forse aprirsi quelle porte tarlate alla
notizia del mio arrivo, e venirmi incontro qualche vecchierella che si
ricorderebbe di avermi portato in braccio, per baciarmi sulla bocca. Poi
m'inoltrerei per un mesto viale, e salutate le mura di un solitario
ricinto, andrei silenzioso a ricercare la tomba de' miei cari per
appoggiare sovr'essa la testa e deporvi una ghirlanda..., però che io
non dormirò l'ultimo sonno accanto a te, povera madre mia.
A poco a poco era scesa la notte; il mare fremeva languidamente alla
guisa d'un cuore innamorato che si stringe al petto della sua donna--la
notte è la negra amica del mare.
Mi ritrassi dalla spiaggia e ritornai sui miei passi.
--Oibò, conclusi dopo alcune ore dacchè andavo voltandomi e rivoltandomi
sui fianchi nel mio letto; oibò! io sto saldo come una piramide; non ci
andrò. E giuro che se questa dannazione mi dura ancora, io farò le mie
valigie all'alba, e fuggirò questa città senza voltarmi indietro.
--Io fuggirò questa città senza voltarmi indietro, ripetei un'ora dopo.
--Per via di mare, bisbigliavami il mio demonio.
--No, in fede mia, viaggerò per terra. E partirò senza neppur vederlo
questo signor S. a cui devo tanto supplizio.
--Ma egli se l'avrà a male.
--Tanto peggio per lui.
--E partirà senza i tuoi augurii--e pensa se il mare gonfiasse le sue
tempeste.
--Buon per me che avrò evitato il pericolo.
XVIII.
Il domani all'alba io faceva le mie valigie. Non avevo ancora deciso ove
sarei andato; ma era fermo nel proposito di lasciare Genova.
Voleva far ritorno a Milano, voleva proseguire per alcun tempo ancora la
mia cura in qualche paesuccio dei dintorni. Mentre io contendeva fra
questi due partiti, il cameriere venne a dirmi che il signor S. del Nº
35 era sulle mosse per la partenza, e che domandava il permesso di
venirmi a salutare.
--Il signor S., da capo col signor S.; pensai, assolutamente non ci è
scampo; avrei dovuto immaginarlo. E dove vanno essi i passeggieri della
vostra locanda? domandai asciutto.
Il cameriere mi guardò in faccia stupefatto.
--Convien distinguere, rispose; v'ha chi viene per via di mare e parte
per via di terra, e chi invece giunto per terra s'imbarca....
--Non parlatemi d'imbarchi--voglio viaggiare per terra.
--Quand'è così, le vie sono molte....
--Ed è appunto per questo che io non so scegliere....
--Non comprendo.
--Me ne accorgo. State attento. Questo è il numero 80, non è vero? Il
numero 81 è occupato?
--Da un inglese.
--Viaggia?
--È arrivato jeri.
--E il numero 79?
--Da un piltore dì paesaggi.... va a Sestri.
--A Sestri? Ho il fatto mio; ora potele dire al signor S. che l'attendo.
XIX.
A questo punto io non potea più dubitare della saldezza dei miei
propositi; ma siccome m'aspettavo che la vista del signor S. e i suoi
eccitamenti avrebbero ricercato ogni parte vulnerabile della mia
risoluzione, mi raccolsi con tutte le mie forze per resistere
all'attacco.
--Fuggirò per via di terra, mi ripetei.
E mi tenni così sicuro del fatto mio, che avrei sfidato le sirene a
venirmi a provocare sulla spiaggia, che io tanto non mi sarei mosso un
pollice dal mio terreno.
Il signor S. entrò nella mia camera. Partiva fra due ore; sarebbe
sbarcato a Cagliari; offrivami i suoi servigi se io n'avessi bisogno.
Ci siamo, pensai. Risposi sorridendo, e ringraziandolo.
Il signor S. non insistette, e mutò discorso. Mi narrò i suoi viaggi per
l'Italia, ciò che egli vi avea visto di buono, e ciò che parevagli
biasimevole. Conversava assai bene, e da principio lo ascoltai con
piacere. Ma da qualche tempo io m'era distratto; rispondevagli a
monosillabi, e tal volta accennando del capo.
Convien sapere che io m'era fitto in capo che il signor S. fingesse
parlarmi d'altro, ma che in fondo non avesse altra mira che trascinarmi
con lui in Sardegna.
Se non che, pensandovi meglio, conobbi tutta l'assurdità dei miei
sospetti, e come egli non potesse avere alcun interesse a spingermi a
questo viaggio. Però da quel punto abbandonai il mio sistema ridicolo di
difesa, umiliato della debolezza che me lo avea suggerito.
Il signor S. mi domandò dove io intendessi di recarmi, e se mi sarei
fermato ancora un pezzo a Genova.
--Lo vedete, risposi, additandogli le mie valigie.
--Voi partite?
--Per Sestri--balbettai, vergognando meco medesimo d'una determinazione
presa così all'improvviso e per causa così meschina.
--È un'amena posizione--diss'egli.
Poco stante mi strinse la mano affettuoso, mi augurò il buon viaggio--ed
io a lui.
Uscì--io me ne stetti alcun poco immobile guardando la porta ond'era
uscito, e poi le mie valigie, e da capo le mie valigie e la porta.
Frattanto il signor S. ritornò nella mia camera; aveva dimenticato il
suo bastone. Al vederlo il cuore mi si allargò come se mi fossi liberato
da un gran peso.
--Quando arriverete voi a Cagliari? gli dissi.
--Domani notte.
--E dite che fra quindici giorni chi vi andasse con voi potrebbe
ritornare?
Questa seconda domanda la feci più a me medesimo che a lui.
--Anche fra otto; mi rispose.
--Ebbene, signor S., io parto con voi.
Così dicendo presi le mie valìgie, saldai il mio conto col locandiere, e
andai ad assicurarmi un posto a bordo della -Lombardia-.
Qualche ora dopo contemplava sulla tolda quell'immenso anfiteatro di
palazzi, e l'estrema punta del faro che veniva perdendosi ai miei occhi.
XX.
Rividi la mia patria. Benchè vi fossi andato quasi a malincuore, io vi
aveva portato tuttavia le mie illusioni, pochi fiori scampati alla
bufera; e però visitai tutte le reliquie delle mie memorie infantili,
con quella religione severa con cui si visita un ossario di famiglia. Le
memorie sono una parte di noi, perchè il passato è una parte della
nostra vita. Contemplando i luoghi che ridestano le memorie del nostro
passato, abbracciando d'uno sguardo solo tutta la tela della nostra
esistenza, noi ricostruiamo in certa guisa il presente, completiamo la
scienza di noi medesimi; scienza melanconica e difficile, perciocchè
conoscere l'uomo non è altrimenti che conoscere le suo debolezze.
Io non dirò como avvenisse che, recatomi in Sardegna più per forza di
contrasto che per desiderio, e con animo di ripartirne non più tardi di
quindici giorni dopo, mi rimanessi invece poco meno di cinque anni,
gironzando per città e per capanne, visitando rovine di secoli, dopo
aver visitato le rovine della mia povera casa. Anche oggi ripensandoci,
io non so dirlo a me stesso.
Né vorrò farne colpa a te, Elena, bionda e leggiadra creatura, a te così
ricca di lusinghe e così avara d'affetto; però che come io ti ho
perdonato le lagrime che mi hai fatto versare, se tu fosti causa che io
sprecassi i più begli anni della mia giovinezza amandoti senza frutto,
vivendo in una terra che non amavo più, ed in una inazione che tarpava
il mio ingegno, anche questo ti perdono. E so che, malgrado la fatuità
onde sei vestita, il tuo cuore è buono, e la leggierezza dei tuoi sedici
anni può scusare il tradimento. Volgerà lungo giro di tempo senza che io
ti rivegga; passerà forse tutta la mia vita; ma s'egli avvenga che il
destino ci voglia ancora vicini, forse la vecchiaia farà ciò che non ha
potuto fare la balda giovinezza: che le nostre anime s'intendano. Allora
ragioneremo del passato dei novelli amori che ti attendono, del passato
dei novelli amori che m'attendono--se pure mi spetta ancora alcuna parte
di gioia nella vita--Così solitarii percorreremo il sentiero che sarà
segnato agli ultimi nostri passi, tu appoggiata al mio braccio, io al
mio bastone di quercia. E forse scendendo uniti nella tomba, tu mi
bacierai sulla fronte, con più tiepida frenesia certamente, ma con più
verità e con più sentimento che non ne ponesti nel primo tuo bacio.
XXI.
Ritornando a Milano dopo così lungo spazio dì tempo, il mio primo
pensiero fu per Clelia e Raimondo. Due volte soltanto io avevo avuto
loro notizie; l'una per lettera nei primi giorni che io mi trovavo in
Sardegna, e l'altra ad intervallo di qualche mese da un giovine signore
lombardo, venuto in Sardegna per diporto, che io incontrai nelle mie
escursioni artistiche. Raimondo non sapendo ove dirigere le sue lettere,
ed essendoglisi offerta l'occasione, si servì di questo mezzo per farmi
dire che ritornassi presto, ch'egli aveva avuto una bambina, e
ch'avevala battezzata Bianca, e ch'era più felice di prima. Quel signore
lombardo s'era informato di me per qualche tempo senza frutto; e come
avea saputo che io mi era recato a -Quartu- a poca distanza da Cagliari,
ci era venuto anch'esso. Scrissi subito a Raimondo, ma dopo quel tempo
non ebbi più risposta.
Così io giungeva a Milano coll'anima commossa; mi pareva d'accostarmi ad
una buona amica che avessi abbandonato senza ragione, e mi tenesse il
broncio.
--È finita--dissi, volgendo un'ultima volta il pensiero alla mia
patria--tutta una tela di insidie alla mia debolezza hanno potuto
tenermi ancora presso di te per tant'anni, ma il mio cuore ne è sempre
rimasto lontano; tu non sei più che una tomba per me, la tomba dei miei
cari. Però il mio pensiero volerà spesso fra le tue mura e i tuoi
cipressi, o patria mìa; ma il cuore giammai, però che il cuore sfugge i
sepolcri, però che il cuore è la vita.
In quello stesso giorno andai a far visita a Raimondo. Per via io era
ebbro di gioia; accostandomi a quella casa dove avrei incontrato la
felicità sotto le sembianze della pace domestica, il mio cuore
accelerava i suoi battiti. Pensai alla cara sorpresa che io avrei fatto
arrivando così alla sprovveduta, a quella bambina di tre anni che mi si
sarebbe fatta incontro timorosa, alla serenità del volto leggiadro della
mamma, e all'espressione di gioia severa che avrebbe animato gli occhi
nerissimi di Raimondo.
La sola persona a cui non aveva pensato, e che anzi io aveva dimenticato
in tutto quel tempo, era quel buon uomo snidato dall'altro mondo, quella
creatura dai capelli lucidissimi ed abbondanti, dalle forme svelte e dal
cuore così grande--quella creatura che aveva spinto il suo disinteresse
e il suo affetto per Raimondo, fino a lasciare il suo sole cocente per
seguirlo; fino a deporre il suo -poncho- e rinunziare al suo
-barbotto----Charruà- della tribù dei -Charruà-.
Al contrario egli si ricordava assai bene di me, e non appena mi vide,
diè un picciol grido di sorpresa. Lusingato da questo segno
straordinario di simpatìa, io apriva le labbra ad un sorriso; ma non ne
ebbi tempo, che Charruà si compose d'improvviso a mestizia; crollò il
capo mestamente, chinò gli occhi al suolo e con voce bassissima come è
il costume della sua razza:
--Voi qui, signor Giorgio--mi disse--vi aspettavo.
A quell'accento, a quell'espressione desolata, io fui sorpreso più che
atterrito, tanto il mio cuore era lontano dalla melanconia. Guardai
Charruà, e vidi come il suo volto nerastro avesse smarrito quella
lucentezza che gli aggiungeva grazia, come le sue guancie fossero
infossate, e i suoi occhi non brillassero più come una volta.
--M'aspettavate, gli dissi: che è dunque avvenuto?
--L'amico del mio signore, risposemi Charruà tristamente, è venuto la
prima volta in giorni di mestizia, l'amico del mio signore non vide
questa casa nei giorni della gioia--egli non poteva fallire: la
sventura, ovunque egli fosse, dovea parlare al suo cuore e richiamarlo
nella casa dell'amico.
--Raimondo dunque?
--Il mio signore non tarderà a venire; il vedervi gli farà bene.
Così dicendo m'accennava di entrare nelle stanze di lui. Io aveva in
pratica la casa e lo precedetti sbadato; avevo in mente un pensiero
terribile che non osavo dire a me stesso.
Entrando nella sala, mi soffermai dinanzi ad un gran quadro ad olio di
finissimo pennello; raffigurava una donna giovine e bella, ma con tanta
verità di tinte e con così vivo distacco, che pareva dovesse balzar
fuori ad un tratto dalla nera cornice.
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