-- E poi? -- chiesi sbadatamente.
-- E poi... nulla. Per me non ci erano lettere.... Ma come ce n'erano
state per il signor Bini?
-- Valente mio, hai ragione: il signor Bini non è il signor Bini. --
XIII.
Mia moglie ne fa una grossa.
La sera del giorno successivo eravamo raccolti intorno al focolare,
Valente, le nostre donne ed io; ma da un quarto d'ora una specie di
muraglia di granito pareva dividerci.
Ogni tanto mi provavo a sparare qualche cannonata per demolirla, senza
staccarne più di tre schegge: tre monosillabi; finalmente scoraggiato
rinunziai all'impresa, e m'abbandonai anch'io alla china dei miei
pensieri, i quali scendevano tutti verso la signora Chiarina e Valente.
A un tratto il grosso servitore entrò recando i giornali della sera ed
una lettera per me.
-- Il portinaio, -- mi disse quell'uomo solenne, -- andava su a
portargliela; gli ho detto ch'era qui, me l'ha data.
Quando per caso il grosso servitore parlava a me che stavo a sedere, mi
dovevo far forza per non dirgli: -- si accomodi -- ed ammiravo Annetta,
la quale fin dal primo giorno si era sentita capace di spiattellargli
sulla faccia il suo battesimo, che era Marco, e di dargli del -voi-.
Non crediate ch'io lo trattassi col -lei-, gli davo del -voi- anch'io,
solamente non glielo davo mai.
-- Grazie -- dissi e presi la lettera.
La mia Annetta e la sua Chiarina si spartirono i giornali; Valente non
staccò gli occhi dalla bragia, intanto che io scorrevo curiosamente la
lettera, sulla cui soprascritta si leggeva -urgente-, e che non urgeva
niente affatto, almeno secondo il mio modo di veder la cosa.
Ero arrivato alla sottoscrizione di quel caposcarico di Celestino (voi
non conoscete Celestino, ma non ci perdete nulla), il quale mi chiedeva
cento lire in prestito per nove giorni, non uno più nè uno meno, quando
udii una specie di singhiozzo represso, e sollevando il capo vidi la
signora Chiarina più bianca del solito, abbandonata sullo schienale
della seggiola, e mia moglie che le si faceva presso lasciandosi
cadere di mano la gazzetta, e Valente che rizzava sbigottito la testa
arrossata dal calore.
Mi levai anch'io di scatto, ed ebbi l'intuito della verità.
-- Che hai, Chiarina? -- domandò l'amico Nebuli colla voce rotta
dall'affanno.
-- Nulla..., nulla, -- rispose essa, una specie di capogiro, mi è parso
di vedere.... qua.... sul giornale... avrò letto male.... --
Valente prese il -Pungolo- con mano tremante, e cercò degli occhi e
trovò quello ch'io cercai e trovai sul -Secolo-.
«Si avverte il signor Giuseppe Salvioni pittore, dovunque egli si
trovi, che Giorgione è morto e che Chiar.... aspetta sue notizie, senza
nulla pretendere. Chiunque fosse in grado di dare informazioni esatte
sul detto Salvioni Giuseppe (pittore, età trentadue anni, biondo, con
una cicatrice sulla fronte) rivolgendosi in Milano al signor V. Nebuli,
fermo in posta, riceverà una mancia corrispondente all'importanza delle
notizie.»
Era il mio piccolo componimento della vigilia, tal quale era uscito da
cento cancellature, che faceva la sua prima apparizione nei giornali
della sera.
Valente passava una mano carezzevole fra i capelli della sua Chiarina,
la quale si era abbandonata sul petto di Annetta; ed io, non sapendo
che fare o che dire, tornavo a leggere: «Si avverte il signor Giuseppe
Salvioni....», quando comparve il servitore solenne, annunziando il
signor Bini, e subito Chiarina ed Annetta si allontanarono, Valente
andò loro dietro, io solo rimasi.
Ebbi un gran fare per darmi un po' di disinvoltura, il vecchio furbo
comprese che ci era qualche cosa in aria; si guardava intorno, e credo
che leggesse nel disordine delle sedie.
-- Si accomodi, -- gli dissi -- Valente verrà or ora, l'aspetto anch'io.
-- Grazie.... oh! questa seggiola è calda, chi ci stava seduto? --
E siccome non risposi, egli si accostò all'altra e fece per suo conto
l'osservazione che era calda anche quella.
-- Smettila, -- gli dicevo dentro di me, -- smettila, noioso, -- ed egli
finalmente mi diè retta; si pose a sedere senza dir altro, raccolse il
-Pungolo- da terra e s'avviò a leggere come se fosse in casa sua.
A un tratto disse:
-- To'! ci è un altro Nebuli a Milano.... ed ha anche l'iniziale del
nostro Valente.... ha visto, signor Ferdinando?... -Si avverte il
signor Giuseppe Salvioni-.... -- Siccome io fingevo d'essere tutto
intento a leggere, masticò il resto fra i denti, e non disse più nulla,
finchè tornò Valente.
Come trovassi la voglia di parlare, tanto per alleggerire l'amico,
non lo so; vi basti che la trovai, e dissi la prima frase venutami in
mente, questa:
-- Che tempo fa, signor Bini?
-- Non vi ho badato.
-- Oggi minacciava di piovere.... scommetterei che domani pioverà.
-- Le pare? non pioverà, non ci è pericolo che piova.... --
Ma avrei giurato che già aveva piovuto, almeno sulle mie parole e sulle
sue, perchè non ci fu verso di accendere con esse nemmeno il solito
fuocherello di botte e risposte, che durava quattro minuti. Finalmente
entrò Annetta.
-- Lei qui? -- disse il signor Bini levandosi in piedi per salutare. -- E
la signora Chiarina?
-- È di là, un po' incomodata... una cosa da nulla... che tempo ci porta
lei?
-- Eccellente. --
Quando un quarto d'ora dopo il vecchio signore si rizzò per andarsene,
gli avrei dato un bacio.
-- Domattina sarò da lei, -- mi disse.
-- Tutto il giorno a' suoi comandi, -- gli risposi.
E appena fu scomparso dietro l'uscio:
-- Come sta? -- chiesi ansioso a Valente.
-- Benissimo; si era fatta una paura più grossa della peggiore delle
realtà; ora sa tutto; è come me, tranquilla.
-- Tu non sei tranquillo, -- pensai.
Annetta intanto era corsa nella camera attigua, e tornava tenendo
per mano l'amica sua, la quale aveva messo sulle labbra pallide un
sorrisino mesto, come per farsi perdonare la sua debolezza di poc'anzi,
e mi porse la mano bianca.
-- Ella sa tutto, dunque? -- mi disse; -- Valente ha fatto con lei quello
che ho fatto io colla sua buona Annetta; ebbene, meglio così, saremo
più forti, non è vero?
-- Verissimo, -- risposi esperimentando una risata che riuscì malamente;
-- verissimo, e vedrà che il cielo farà le cose benino.... --
Mi pareva d'aver preso il sentiero buono per avviarvi un periodetto
baldanzoso.... ma la signora Chiarina non mi lasciò finire.
-- E se non fosse?... --
Tacque un istante, come atterrita dal suo pensiero, poi soggiunse
crollando il capo:
-- Noi siamo qui in quattro a desiderare la morte d'un disgraziato,
è una cosa crudele. Annetta e lei non ce n'hanno colpa, lo fanno
per amor nostro; ma io sono cattiva, ho il cuore duro.... sono un
egoista.... --
Si provò a sorridere, ma io vidi che aveva voglia di piangere, e le
dissi:
-- Pianga, pianga; quando una ha il cuor duro come lei, non le dovrebbe
avere le glandule lacrimali.... ma posto che lei le ha, se ne serva,
pianga; piangi tu pure, Valente, piangerà anche Annetta, piangerò
anch'io.... già nessuno ci vede.... --
La cara donnina piangeva e rideva.
Il dì dopo stavo per uscire, quando Annetta mi disse:
-- Se viene il signor Bini?
-- Se viene, non mi trova; lo riceverai tu. Quel vecchio mi infastidisce
oramai col suo mistero; quando si va in casa della gente, e vi si porta
un nome ad imprestito, non si hanno intenzioni da galantuomo....
-- Che dici? sospetteresti?...
-- Non so nemmeno io che cosa, ma non mi piace espormi all'aperto
dinanzi ad uno che se ne sta appiattato.... se io rimanessi e lui
capitasse qui ora, sarei tentato di domandargli che viene a fare in
casa mia, che intenzioni ha e come si chiama.
-- Eccolo! -- disse Annetta.
Infatti era il suo modo di suonare; posi l'indice attraverso le
labbra e me ne andai nel tinello, intanto che si apriva l'uscio; dal
tinello nello studio, mentre il signor Bini entrava nell'anticamera;
dallo studio nell'anticamera, quando egli passava nel tinello; e
dall'anticamera quatto quatto giù per le scale, forse nel preciso
momento, in cui il vecchio disinvolto cacciava il naso diritto e
sottile nello studio, per vedere se vi ero, come era solito fare.
Stetti quasi due ore fuori di casa; tornai quando fui certo che
l'apocrifo signor Bini era al suo caffè, al suo tavolino, a mangiare la
sua bistecca quotidiana, il suo panetto ed il suo bicchiere di Chianti.
Annetta mi venne incontro sul pianerottolo; le brillavano gli occhi,
aveva le guance accese; pigliò il mio bacio, me lo restituì in fretta,
e mi disse:
-- Sai? ne ho fatta una!
-- Una sola! A guardarti in viso ne avrei sospettato un paio per lo
meno. È grossa, se non altro? --
Io scherzava, perchè mi veniva in mente che avesse fatta una compera
convenientissima coi quattrini della spesa, od un'elemosina per
mandarmi in paradiso, senza chiedermi il permesso, eccellenti
affarucci, di cui ogni tanto si presentava l'occasione.
-- È grossa! -- mi rispose, -- ma sono felice di averla fatta. Hai da
sapere che appena il signor Bini è entrato, visto che tu non eri in
casa, ha detto: -tanto meglio-.
-- Birbone d'un vecchietto!
-- E mi ha chiesto senza preamboli se sapevo chi era il signor Salvioni.
Indovina che cosa ho risposto?...
-- Che ti facesse il favore di dirtelo lui, se lo sapeva....
-- Invece no: gli ho detto tutto: me lo sono tenuto lì, cogli occhi
grossi, a bocca aperta, una mezz'ora, vuotando un sacco di garbatezze
(te lo puoi immaginare) sopra quel padre senza coscienza, che lascia
penare due creature così buone.... «perchè in fin dei conti, ho detto,
se il signor Salvioni si trova, ed è un birbante, e gli viene il
capriccio di voler la moglie, il codice, che par fatto apposta per i
birbanti, gliela dà; mentre un padre potrebbe.... mi pare....» Così
gli ho detto.... Ho fatto male?... Non dire che ho fatto male, perchè
so d'aver fatto benissimo.... Non mi dicevi tu che il tuo codice non
obbliga i padri che vogliono star nascosti a farsi vedere? Ho voluto
provare se sapevo far meglio io del codice.
-- E lui?
-- Lui impassibile.... ah! oh! niente più. Allora gli ho detto che quel
duca o quel marchese, al posto del cuore, doveva avere uno dei suoi
quarti di nobiltà.... e che mi piacerebbe conoscerlo, e intanto lo
guardavo in faccia.... così..,.
-- E lui?
-- Oh! Ah!... nient'altro, ma a un tratto si battè la fronte -- (il
commediante! come la fa bene la sua parte!) -- e «bisogna trovarle
il padre.... -- disse -- è la prima cosa, bisogna trovarglielo.» -- Ne
conviene anche lei? E dica un po' che cosa avevamo sospettato noi,
vedendola? (tale e quale gli ho detto) «Che foss'io il padre?» -- chiese
ridendo. -- Proprio che fosse lei! -- Ed egli: «una buona idea, una buona
idea, cara signora, sono io!» Mi fece ripetere tutta la storiella,
prese alcune note nel taccuino, e se ne andò senza aspettarti... --
Stetti un momento in pensiero.
-- Ho fatto bene o male? -- mi chiese Annetta, impaziente del mio
silenzio.
-- Non so.... cioè sì, hai fatto bene, ma che cosa argomenti da tutto
questo? Chi ti pare che sia il signor Bini?
-- Prima di tutto non è il signor Bini, e poi mi pare che non sia il
padre di Chiarina.
-- Volevo ben dire!
-- Ah! -- sospirai crollando il capo, dopo un altro po' di riflessione.
-- Almeno fosse morto! -- mi rispose Annetta, leggendomi nel pensiero.
-- Ebbene sì, almeno fosse morto! E non credere che sia augurare male al
prossimo, perchè, vedi, bisogna considerare i morti a quest'ora come
un numero fisso, inesorabile, che io non so, ma che la statistica sa
benissimo. Se fra questi morti non ce n'è uno che si chiama Salvioni,
ce ne sarà in vece sua un altro, il quale non ci ha fatto nulla e
faceva forse benissimo a vivere.... Dunque.... --
Mia moglie mi guardava sbalordita; era l'effetto che mi aspettavo,
perchè quell'idea che la mia coscienza era andata a pescare non so
dove, sbalordiva me pure.
-- Dunque.... -- proseguii -- noi non si vuol morto nessuno, noi non si
regala nulla alla statistica dei cadaveri.... Si desidera solo....
insomma mi hai capito. Sei persuasa?
-- Altro che persuasa! Per me il signor Salvioni è un birbone, che
dovrebbe essere morto; se non è morto, farà bene a morir presto,
che non abbiamo tempo da perdere, ed io glielo auguro con tutto il
cuore. --
XIV.
Il signor Salvioni scrive.
Chi mai ha detto che nelle gran gioie o nei gran dolori è impossibile
conoscere il proprio simile? Qualcuno l'ha detto di sicuro, ed a costui
rispondo che negli eccitamenti della passione appunto, e soltanto in
essi, è possibile conoscere e giudicare il proprio simile. Guardate
l'uomo di tutti i giorni: superficie lisciata dalle convenienze, dal
sussiego, dall'abitudine; applicate all'uomo di tutti i giorni la lente
di un dolore, d'una gioia, d'uno sgomento, d'un dispetto, e subito ciò
che vi pareva liscio, diventa scabro. Intendiamoci: saper guardare
bisogna; perchè se una pagnotta veduta col microscopio mi diventa
una montagna, non mi è lecito sentenziare che ha cessato d'essere una
pagnotta.
Fu quando io mi trovai innanzi agli occhi il grande affanno di Valente,
che per la prima volta vidi come attraverso un microscopio il segreto
delle sue abitudini indeterminate, neghittose e fantastiche.
Egli era propriamente trasformato, tanto esagerava sè stesso: la sua
indolenza, da cui soleva uscire a scatti nervosi, mi diventava apatia,
d'onde lo toglievano bizze, tenerezze, puntigli, sussulti di umor
caparbio; già era motteggevole, eccolo pungente; non più bizzarro
soltanto, ma stravagante; irto insomma come un'alpe alla superficie, ma
sempre la stessa buona pagnotta di uomo nella sostanza.
Era il suo grande affanno che me lo faceva così; e se una volta mi
rallegrai d'essere un po' filosofo, fu in quei giorni d'ansia muta e
crudele.
Ogni mattina egli veniva su a prendermi, ma non lo voleva dire; ed
io fingevo d'essere proprio sulle mosse, o di ricordarmi a un tratto
d'un affaruccio che mi chiamava fuor di casa, tanto per potergli far
compagnia.
Senza nemmeno fiatare, era cosa intesa -- si andava alla posta. Era
lui che si affacciava allo sportello a dire -- -Nebuli- -- era io che
pigliavo le lettere e ne facevo l'esame. «Questa viene da Roma, questa
da Napoli, questa da Torino....» Mi faceva cenno di aprirle, le aprivo
«questa incomincia: -caro Valente-! ed è sottoscritta -Serpoli- --
quest'altra dice: -Illustre signore-, ed è sottoscritta.... ecc.»
Allora egli si pigliava le sue lettere, le guardava un po' in distanza
con un resto di paura e le cacciava in tasca sbadato.... -- Tornavamo
a casa un po' più ciarlieri di prima, ma niente affatto ciarlieri -- -a
domani! -- a domani!-
Se gli domandavo: -- che hai fatto tutt'oggi? -- mi rispondeva: -- che
vuoi ch'io faccia?... nulla!
-- Te io dirò io che cosa hai fatto; -- ti sei tormentato; -- hai sofferto
-- di' la verità.
-- Ebbene sì, mi sono tormentato; -- è qualche cosa anche questo, e non
so far altro; finchè non giunga quella maledetta lettera che ha da
venire....
-- E quando non aspettavi la lettera, ci era la lite....
-- Ci è ancora.
-- E quando non ci era la lite, aspettavi l'eredità....
-- Allora avevo i miei venticinque anni che non ho più, aspettavo i
trenta ed ora non ho più nemmeno quelli -- aspettavo l'avvenire. --
Ed io, facendomi forza per non pigliare un tono solenne:
-- L'avvenire, Valente mio, è il più gran nemico del presente ed è
nemico fatale, perchè ci lusinga, perchè si nasconde -- bisogna placarlo
o domarlo l'avvenire.
-- E come si placa, e come si doma?
-- Lavorando.
-- Ne sei sicuro? --
Veramente non ne ero sicuro, perchè non sempre, neppure lavorando, si
placa o si doma; ma se la cosa non riesce, rimane il conforto.... voi
sapete quale -- io v'infastidisco e smetto.
Dicevo a me stesso: -- quando Valente abbia vinta o perduta la lite,
quando abbia intascato l'eredità e restituito la moglie -- o viceversa,
allora forse metterà un po' d'ordine nelle sue idee, e non è possibile
che si lasci corbellare dall'avvenire.
Così dicevo a me stesso, ma senza fidarmi troppo.
Una mattina eravamo usciti dalia posta; le lettere erano molte, ed io
me n'ero impadronito per forza d'abitudine e niente più, poichè, dopo
tante paure vane, anche l'amico Nebuli cominciava a pigliar coraggio e
sarebbe stato capacissimo di far di meno della mia assistenza.
Io avevo preso un tono corbellatorio, una specie di solennità nasale,
di cui (chi sa?) Valente era anche capace di ridere.
Quel giorno dicevo:
-- «Al celebre signor Valente Nebuli, pittore.... Sampierdarena -- 20
novembre....» -- è uno che ti vuol tentare a vendergli la -Spuma del
mare-; se non ti lasci sedurre questa volta, ti metteremo sotto una
campana di vetro.... indovina quello che ti offre.... -mille- lire....
e più se occorre, ma naturalmente spera che non occorra.... Che cosa
dobbiamo rispondere al signor Campori?... Rispondiamogli che egli ha
a Sampierdarena un mare meglio riuscito del tuo.... faccia mettere in
cornice quello; spenderà meno.... --
Valente rideva.
-- Questa è d'uno che ha conosciuto un certo Salvioni.... bresciano,
studente di medicina a Pavia.. biondo.... non aveva ancora cicatrici,
dice lui.... ma può essersele fatte dopo.... si rimette alla tua
generosità pella -mancia-.... quest'altra.... --
Ma qui trovai un intoppo, un intoppo enorme. Non mi pareva vero, e
tornavo a leggere.... non risi più.
Quella lettera diceva:
«Al signor V. Nebuli -- ferma in posta -- Milano.
«Stimatissimo signore,
«Se Giorgione è morto, me ne dispiace assai, perchè era certo migliore
di tanti che sono vivi; mi si dica quando e dove posso trovare la
persona che desidera le notizie su Giuseppe Salvioni; io gliele darò
autentiche, perchè Giuseppe Salvioni sono io. -- Scrivere fermo in
posta; -- Milano.»
Certo Valente mi lesse in faccia la brutta notizia, perchè, senza dir
parola, mi tolse la lettera di mano, e mi guardò in volto ridendo d'un
riso amaro.
-- Ci siamo finalmente, -- balbettò, -- ebbene, tanto meglio, la farsa ha
durato troppo. --
Piegò la lettera senza leggerla, la pose in tasca, e abbottonato il
pastrano, s'avviò a gran passi.
Non sapendo che dirgli, gli camminavo al fianco in silenzio. Nel passo,
nel modo di tenersi ritto e di guardare innanzi, l'amico mio aveva una
bizzarra energia che era disperazione.
A un tratto si fermò, estrasse la lettera, lesse, impallidì.
-- Egli qui, a Milano! Ah! povera Chiarina! --
E la sua falsa energia si sfasciò.
-- Senti, gli dissi commosso, -- tutto non è ancora finito, forse vi è un
rimedio....
-- Uno solo.... fuggire.... invertire le parti; essere io il colpevole,
lui il purissimo.... no, no, venga, lo aspetto! --
Ma gli tremava la voce dicendo queste ultime parole.
-- Gli scriverai?
-- Sì.
-- Gli confesserai ogni cosa?
-- Sì. --
Non era il momento di dirgli quanto pensavo, ma pensavo che quello era
il modo migliore di far la peggiore delle corbellerie -- e mi proponevo
di farglielo toccare con mano più tardi.
La signora Chiarina ci venne incontro, ed interrogò collo sguardo.
-- Valente ebbe la forza di ridere per ingannarla, ma la cara donnina
leggeva cogli occhi dell'amore, e continuava ad interrogare lui e me.
Finalmente disse:
-- Egli vive, non è vero? --
E siccome nessuno le rispose, -- Ah! Valente! -- mormorò; e stette
immobile, nel mezzo della stanza, cogli occhi aperti, fissi e
lagrimosi.
A un tratto Valente cacciò la testa fra le mani e fuggì per nascondermi
le sue lagrime. Io guardai l'uscio, dietro il quale era scomparso,
poi le finestre, a cui s'affacciava un raggio allegro di sole, poi
il visino bianco e gli occhi aperti, fissi e lacrimosi della signora
Chiarina. Sentii che me le dovevo accostare, mi accostai, ma nessuno mi
suggerì una parola di conforto. All'ultimo le pigliai una mano che ella
mi abbandonò senza resistere.
-- Se sapeste quanto -ci amavamo-!... --
Questo solo disse: poi si asciugò le lagrime, tolse delicatamente la
mano dalle mie, e chiedendomi scusa collo sguardo, andò a portare una
carezza al mio povero amico.
Ed io le venni dietro come uno smemorato.
XV.
Il signor Salvioni viene.
Fra tutti, la sola che, invece di sentirsi venir meno l'energia, se
la sentì crescere, fu la mia Annetta. Cominciò dallo scendere in casa
Nebuli, per dire alla sua Chiarina quelle parole senza senso comune,
con cui si parla al cuore, poi venne su e mi si piantò dinanzi per
annunziarmi che bisognava far qualche cosa....
-- Facciamo qualche cosa -- risposi -- e che vuoi che facciamo?
-- Discorriamone; quel disgraziato Salvioni viene, rivede la moglie, si
degna di trovarla bellina, gli pare di sentirsi riardere qui o qua (si
toccava il petto), non sa nemmeno lui dove, perchè il cuore non l'ha
mai avuto; stupisce d'essere stato tanto tempo senza di lei, e se la
porta via.... per piantarla un'altra volta dopo un mese. È così che la
intende il tuo codice? --
Nemmeno a me, che dovevo saperne qualche cosa, pareva possibile che il
-mio- codice la intendesse così.
-- Ah'! volevo ben dire! -- esclamò Annetta, -- vediamo, tu l'hai un
codice; guarda un po' se vi hanno messo una legge che provveda al caso
nostro; non possono essi, Chiarina e Valente, andarsene a dichiarar le
cose come stanno, per isciogliere quel primo matrimonio da burla e far
accomodare quest'altro, a cui manca così poco?
Io facevo di no col capo.
-- Guarda, sono sicura anch'io che non c'è.... posto che ci dovrebbe
essere.... ma ad ogni modo guardare costa poco.
-- Ti assicuro che non c'è.
-- E allora quando due non si possono soffrire, quando il marito è un
birbone, e ne fa vedere di tutti i colori alla moglie, che rimedio si
piglia?
-- Si piglia la separazione, mi pare.... ma non so se sia un rimedio.
-- Meno male! nessuno può costringere Chiarina ad andare con quel figuro
del Salvioni, ed essa non ci andrà, e si separeranno in regola.
-- Purchè il Salvioni non si opponga.
-- Vorrei vedere anche questa, che dopo tanti anni tornasse colle
arie.... gliele faremo smettere.
-- Con qual diritto? chi siamo noi?
-- Gli amici di....
-- Di Valente e di lei, vale a dire i complici della tresca....
t'accomoda?
-- Niente affatto. --
Si stette un po' in silenzio.
-- Bisogna proprio che si separino, -- presi poi a dire -- la signora
Chiarina non può tornare con quell'uomo, che è quasi un estraneo per
lei; ma perciò conviene indurre il marito a chiedere la separazione
egli pure, perchè se si opponesse, io credo che bisognerebbe
litigare.... e chi sa quanto.... io non lo so. E perchè il signor
Salvioni si adatti a chiedere la separazione, bisognerà dargli del
denaro e non fargli vedere la moglie; se no, chi ci assicura che non lo
pigli un altro diavolo?
-- Lo piglia, ti assicuro io che se vede Chiarina, lo piglia.
-- Quando siano separati legalmente.... allora....
-- Allora..,.
Allora?... Ci pensammo un pezzetto; tutto andava bene fin qui; il
Salvioni tornava, gli si faceva una parlatina seria, lo si minacciava
di costringerlo a mantenere la moglie, se aveva qualche soldo; se
non ne aveva, gli se ne dava qualcuno.... si faceva la separazione, e
allora....
-- Allora -- disse Annetta -- Chiarina se ne andrà con Valente e noi gli
accompagneremo alla stazione.... Oppure non se ne andranno.... ed io
chiuderò gli occhi per non vedere.... e se tu li vorrai tenere aperti,
vedrai che saranno felici, a dispetto del tuo codice.
-- E sarà uno scandalo....
-- Chi lo dice? il tuo codice, ma io non gli do retta. Immagina che
domani ad uno dei pezzi grossi che fanno le leggi, venga in mente di
cancellare uno sproposito dal vostro libraccio (in cui ce n'avete messi
tanti, numerandoli come se fossero reliquie preziose) e che Valente e
Chiarina potessero diventare marito e moglie, dove sarebbe lo scandalo?
In nessun luogo. Dunque è il vostro sproposito che è scandaloso. --
Senza accalorarmi a difendere quello che Annetta chiamava il -nostro
sproposito-, io mi accontentai di crollare il capo.
Da molti giorni il signor Bini non si era lasciato vedere, ed io
dentro di me ne davo la colpa a mia moglie, pensando che sicuramente
era stata lei, colla sua schiettezza, a spaventarmelo a quel modo; ma
quando Annetta diceva male del codice, io pensavo tanto al signor Bini
quanto.... alla nonna del signor Bini, tale e quale.
D'un tratto, rialzando il capo, vidi il noto naso dritto e sottile,
il sorriso malizioso, gli occhi furbi ed il resto, e prima ancora
che avessi avuto tempo di dire «si accomodi,» tutto il signor Bini
quant'era lungo aveva fatto l'inchino, aveva stretta la mano a mia
moglie e mi si era accomodato dinanzi.
-- Notizie, notizie! -- esclamò egli con quell'enfasi temperata, che era
il massimo grado del suo entusiasmo. -- Ho trovato otto Salvioni, li ho
qui (e batteva sul taschino del panciotto), otto Salvioni morti tutti
nel fiore dell'età; il più vecchio non aveva che 65 anni.
Lo guardai in faccia temendo che mi corbellasse; era serio.
-- È consolante il vedere come muoiono questi Salvioni. Pare
un'epidemia; ma d'altra parte è un orrore pensare come si riproducono.
Sapete quanti Salvioni di sesso maschio vi sono a Milano?.... Quindici!
quattro però vanno a scuola, cinque sono piuttosto maturi, hanno la
mia età; degli altri il solo che si chiami Giuseppe non deve essere
il marito della signora Chiarina, perchè piglia ancora il latte; tutto
questo l'ho imparato all'ufficio dell'anagrafe.
Lo lasciavamo dire crollando il capo. -- Egli comprese male e soggiunse:
-- Non era la strada da pigliare. Lo so, non è colpa mia; un impiegato
dello Stato Civile si ricordava, ma non era sicuro..., che un certo
Salvioni Giuseppe.... appunto dell'età che dicevo io... -- Da Brescia?
Sì, da Brescia!... -- era stato alcuni anni sono da lui.... a far
ricerca d'un matrimonio, tra un incognito ed un'incognita, avvenuto
vent'anni sono; la cosa era sembrata strana all'impiegato, che perciò
se l'era tenuta in mente. -- È lui! -- diss'io. -- Vogliamo vedere se
nell'anagrafe si trova quel Giuseppe Salvioni bresciano? -- Vediamo --
Non si trova nulla. Allora vado alla Questura, interrogo: -- ci deve
essere una -pratica avviata-, in cui si fa ricerca d'un certo Salvioni
Giuseppe bresciano, biondo, con una cicatrice sulla fronte; che n'è
avvenuto? Mi si risponde che non se ne può saper nulla. -- Insisto, si
cerca. -- Voi sapete che il mondo non è una pallottola, come qualcuno
dice; e nessuna delle cose del mondo è propriamente una pallottola, --
ci è chi ha questa storta opinione, e quando ha dato la spinta ad un
negozio crede di farlo correre un pezzo. Che accade? Il negozio gira,
ma al primo intoppo si ferma. Quella -pratica- si era fermata a metà
strada, perchè a nessuno della questura premeva di aver notizie del
Salvioni. Che aveva fatto il poveraccio? Si era dimenticato di pigliar
seco la moglie? La gran cosa! Una sbadataggine simile domani può
capitare anche ad un questore.
-- Dunque? -- dissi freddamente.
-- Ora che la pratica è trovata, a darle la spinta, a darle dieci
spinte, cento, tutte quelle che le abbisognano per fare il giro del
globo, se occorre, ci penso io; e il signor Salvioni, vivo o morto,
dovrà venir fuori. --
Egli stette zitto a guardarci meravigliato della nostra impassibilità;
all'ultimo disse con un sorriso malizioso:
-- Comprendo.... comprendo.... con che diritto m'immischio in questa
faccenda?... Caro signor Ferdinando, lo dovrebbe pur sapere, a me
abbisogna che Valente perda la lite, ma la moglie no, così mi darà la
-Spuma del mare- più presto.
Quanto volontieri sarei stato zitto per fargli scontare con un po' di
curiosità tutta la sua scienza impertinente! Ma Annetta avrebbe parlato
prima di me, se io non avessi detto con un certo sussiego:
-- Giuseppe Salvioni è vivo, è in Milano, ha scritto, verrà! --
Dove ora ci è una virgola, avevo messo una pausa breve ed un piccolo
fulmine.
L'effetto fu straordinario. Il signor Bini si battè la fronte e non
seppe che rispondere, egli che aveva risposta a tutto. Poi, come
svegliandosi di botto, disse:
-- Non è possibile!
-- È vero.
-- Non è possibile -- ho tutti i Salvioni di Milano sulla punta delle
dita.... l'anagrafe....
-- La sua anagrafe, -- entrò a dire Annetta continuando a fare uno
strano abuso del pronome possessivo, -- la sua anagrafe non avrà le
mani abbastanza larghe, e vorrà stringer troppo, e un Salvioni le sarà
scappato fra le dita....
-- Oppure, -- dissi io -- questo signor Salvioni che si presenta non aveva
il suo domicilio a Milano; e ciò è più naturale, perchè se fosse stato
qua, avrebbe inteso parlare di Valente Nebuli e si sarebbe fatto vedere
senza aspettar l'annunzio dei giornali. --
Avevo imbroccato giusto perchè il signor Bini finse di non badare alle
mie parole, non sapendo che ribattere.
Cominciò, come me l'aspettavo, la grandine delle interrogazioni che
ricevetti con garbo, rispondendo io o lasciando rispondere Annetta,
per vedere se in tre ci venisse fatto di trovare un altro bandolo
al garbuglio. Ma no, era sempre quello: il signor marito veniva,
rinunziava o non rinunziava alla moglie; colle buone o colle brusche si
faceva la separazione, e poi.... E poi?
Del resto nessun dubbio che la signora Chiarina non si doveva lasciar
vedere, che i negoziati col marito doveva trattarli Valente, col
sussidio di un diplomatico più sereno, e che bisognava inventare una
bella fandonia per salvare il decoro....
-- Il decoro è salvo, la fandonia ce l'ho io, disse il signor Bini;
se sarà necessario, correrò al tribunale perchè tutti sappiano che la
signora Chiarina è mia figlia!
-- Ah!
-- Oh!
-- Vi stupisce? Me la sono fatta fare di commissione a Parigi, dove
si fanno benino, mi pare. Del resto i tribunali non badano tanto pel
sottile in queste faccende. Come è andata la cosa se io non sono mai
andato a Parigi? L'ho da saper io solo. --
Lo guardavamo sbigottiti ancora di questa sua idea singolare.
Pensavo: «scherza o vuol proprio adottar Chiarina?....» quando udimmo
nell'anticamera rumore di passi affrettati -- e una voce nota chiamò
trepidante: -Ferdinando! Ferdinando!- -- poi nel vano dell'uscio
apparvero Chiarina e Valente, pallidi, colle mani allacciate.
Vedendo il signor Bini che non si aspettavano di trovare con noi, si
trattennero un istante, un istante solo, perchè Annetta si strinse fra
le braccia la sua Chiarina. Intanto il vecchio, facendo lo sbadato,
aveva avuto il buon senso di cacciarsi nel mio studio.
Appena fummo soli, l'amico Nebuli balbettò con voce spenta: -- -lui!- --
ed io con voce spenta balbettai: -- Coraggio! -- E gli strinsi la mano.
-- Ha veduto Chiarina? -- chiesi, cercando di rendere salda la voce.
-- No.
-- E tu l'hai visto?
-- Nemmeno. --
Mi si facevano innanzi cento domande che ricacciai indietro per pensar
solo alla gravissima necessità del momento.
-- Coraggio -- ripetei -- vado io. --
Ed uscii, dopo d'aver con un'ultima occhiata visto Annetta, la quale
per confortar l'amica piangeva a dirotto, e Valente e Chiarina che
rimanevano immobili, cogli occhi fissi.
Sul pianerottolo fui raggiunto dal signor Bini.
-- Me ne andavo, -- mi disse -- perchè in questi momenti.... Ho
compreso. --
Io non ne dubitavo menomamente, e pure questa volta egli non aveva
compreso.
-- L'amico suo ha perduto la lite!
-- No, no, sbaglia....
-- Non sbaglio; sono le due dopo mezzodì, a quest'ora l'ha perduta.
Le sue parole mi suonavano all'orecchio come un ronzío, perchè
scendendo le scale, mulinavo altre idee.
Sul limitare di casa Nebuli trattenni il vecchio che se ne andava, e
gli dissi:
-- Vuol venire anche lei a riceverlo?
-- Chi?
-- Il signor Salvioni. --
Questa volta lo avevo propriamente sbalordito; ma misericordioso Iddio,
a qual prezzo!
L'uscio si apri, e noi entrammo, solenni tutti e due, ma per quanto io
facessi, più solenne lui di me.
XVI.
Il signor Salvioni parla.
Quando noi entrammo, il signor Salvioni stava in piedi nel mezzo del
salotto; ci volgeva le spalle, teneva il capo basso; udendoci si volse,
ci diede un'occhiata fuggitiva che mi parve o bieca o paurosa, e ci
salutò fissando gli occhi nella finestra dirimpetto.
Io me gli feci vicino, ingegnandomi di fargli credere che sorridevo
e che ero pieno di disinvoltura; spinsi un seggiolone, che andò senza
rumore a metterglisi fra le gambe, poi lo invitai ad accomodarvisi, ed
egli vi si lasciò cadere di peso.
Ancora non avevamo proferito una parola, quando il signor Bini, che
era rimasto come inchiodato sul limitare, si staccò, si volse, infilò
l'uscio e sparve; ed io, rimasto solo, incominciai:
-- Il signore... --
Lui zitto, cogli occhi fissi nelle vetrate.
-- Il signore, -- proseguii -- è Giuseppe Salvioni... è lei che ha scritto
una lettera al signor Nebuli?...
-- L'ho scritta. --
Egli continuava ad esaminar le vetrate, io cominciavo ad esaminar
lui. Ciò che fermava il mio sguardo era una grossa catena d'acciaio,
la quale col suo peso gli faceva venir fuori più che mezza, dal
taschino slabbrato del panciotto, una chiave piccina. -- E povero il mio
Salvioni, com'era vestito! -- Una giacchetta d'un colore che non è in
natura, d'una stoffa che in origine -- Dio sa quando -- era stata venduta
forse per tutta lana, ma da cui era scomparsa oramai la poca lana che
il fabbricante ci aveva messa per iscusare la sua bugia; gli annodava
il collo una cravatta, anch'essa nera, ridotta dalle cattive pieghe,
che sono come chi dicesse le cattive abitudini delle cravatte, a parere
il cordone d'una bara.
A un tratto, mentre io faceva quell'esame, il signor Salvioni
impacciato della mia curiosità uscì a parlare con una voce secca,
nervosa e petulante:
-- Sì, la lettera gliel'ho scritta io; non ho aspettato la sua risposta,
perchè ho potuto sapere altrimenti dove stava di casa, e sono venuto!
Lei cerca colle gazzette un Salvioni; eccone uno; ne faccia quello che
vuole. --
Così parlò egli, senza staccare gli occhi dalla finestra, ed io tra
sbigottito e commosso domandai:
-- Il signore non sa di che si tratta?... Ma dunque...
-- Dunque, -- diss'egli, -- sono un avventuriero, un vagabondo? sicuro
sono un avventuriero ed un vagabondo, mi faccia chiudere in prigione, o
mi dia da comperar del pane alla mia piccina che ha fame.
-- Ma dunque?... -- ripetei sollevandomi in piedi, -- già... sicuro...
lei non è biondo, e non ha nemmeno la cicatrice sulla fronte, non è
Salvioni lei!
-- Mi scusi, -- mormorò l'incognito mansuefatto dall'espressione contenta
che leggeva nel mio volto, -- mi scusi, mi chiamo Salvioni, non sono
Giuseppe, non sono biondo, la cicatrice non l'ho, ma che importa se la
mia piccina ha fame? --
A quel punto il poveraccio s'interruppe e si guardò intorno sospettoso;
ed io udii un sommesso bisbigliar di voci dietro l'uscio, che si aprì
di repente.
Con un atto brusco, come se qualcuno l'avesse spinto alle spalle, entrò
Valente, e subito dopo il signor Bini, e quando l'amico Nebuli ebbe
esclamato -- non è lui! -- Chiarina ed Annetta si affacciarono anch'esse.
Il signor Salvioni parve cercare uno scampo, poi si provò a reggere gli
sguardi curiosi con un'occhiata cinica, ma la vergogna lo vinse, chinò
il capo sul petto e pianse.
Tosto gli fummo intorno tutti.
Fin qui ero stato punto da un doppio desiderio, quello di pigliare
per un orecchio il falso Salvioni e di piantargli un bacio nei mezzo
della fronte, per punirlo dell'orribile paura che ci aveva fatta, per
ringraziarlo della gioia immensa che era opera sua; ma qui, vedendolo,
lui grande e grosso, piangere come un fanciullo, pensando che quelle
lagrime amare che ora faceva cadere la vergogna non le aveva forse
potute spremere la sventura, quando sarebbero state dolci, -- il poco
mio rancore scomparve sotto un'onda di tenerezza.
Alle parole buone del signor Bini, a quelle di Valente ed alle mie, il
disgraziato rispose nascondendo la faccia tra le mani; allora io dissi
alla signora Chiarina: -- Gli domandi come si chiama la sua bambina.
-- Ha una bambina lei? E come si chiama?
Fu la musica di quella vocetta che gli asciugò le lagrime, o fu
la domanda? Fu anche una pezzuola non bianca, (tutt'altro) che
il pover'uomo cavò di tasca, tenendola aggomitolata in mano per
nasconderne i peccati.
Poi alzò il capo, fece una smorfia dolorosa per darci a credere che
sorrideva e disse:
-- Sì, signora... ho una bambina di nove anni... si chiama Angela. --
Noi stavamo zitti, ed egli, tenendo gli occhi immobili e come fissi
nella sua sciagura, ripigliò:
-- Sì, signore, ho una bambina di nove anni, si chiama Angela, e il suo
nome non è una bugia... come... Fino a dieci mesi essa aveva la mamma
che aiutava a cucire colla macchina, io, facendo lo scrivano da un
avvocato, guadagnavo quasi due lire al giorno -- si era troppo felici!
Ecco mia moglie si ammala, sta un mese a letto, spendiamo tutti i
nostri risparmi in medicine -- muore. La piccina piange, vuole la mamma,
si ammala essa pure -- io abbandono l'avvocato per non lasciar sola la
mia creatura; cerco lavoro di copista a casa -- ma perchè ne ho troppo
bisogno non ne posso trovare. E allora di nascosto vendo le vesti della
povera morta!
A questo punto il signor Salvioni si credette in obbligo di farci
vedere, colla smorfia di poc'anzi, che egli non era commosso niente
affatto, che al contrario sorrideva.
Poi disse con invariabile monotonia d'accento:
-- Angela aveva una grande amica, la sua macchina da cucire -- le
parlava, l'accarezzava, le voleva bene; le diceva d'andare più presto
o più lenta, e se saltava i punti le faceva dei rimproveri. Quando il
lavoro era avviato e lo vedeva correre senza intoppi, Angela cantava.
-- Dopo le vesti della morta, dopo alcuni oggetti che mi parevano
inutili, dopo altri oggetti che prima mi erano parsi necessari, un
giorno vendetti la macchina da cucire -- scomparve l'ultima gioia della
nostra casa. -- Angela si provò a cucire a mano, ma non sapendo molto,
si punzecchiava le dita per fare in un'ora di fatiche e di lagrime il
lavoro di pochi minuti -- non guadagnò più i suoi pochi soldi che me la
facevano orgogliosa e contenta. Un giorno la bambina ebbe fame -- essa
non me lo disse sapendo che era inutile e non volendo affliggermi, ma
io l'indovinai... perchè avevo fame anch'io -- corsi da tutti i miei
conoscenti, mostrai nuda la mia sventura, di cui fino allora ero stato
geloso, tornai con poche lire, si cenò. Un altro giorno ritentai, ma
non avevo più nulla di nuovo a dire, tranne che avevamo fame ancora...
Ancora? -- ed è questo l'orribile che si può aver fame tutti i giorni
-- e nessuno lo crede... Mi cadde sott'occhio l'avviso del giornale,
mi venne un'idea -- scrissi; quand'ebbi buttata la lettera nella buca
già ero pentito -- pensavo che quei foglio bugiardo avrebbe portato
una falsa gioia od un falso dolore... il domani venni alla posta ad
aspettare il signor Nebuli...
-- Comprendo, -- interruppi, -- lei ci ha veduti e ci ha seguiti, per
ispiegarci tutto, per toglierci forse da un'ansia crudele.
Il signor Salvioni crollò il capo amaramente.
-- No, no.... avrei aspettato domani forse.... ma la piccina ha fame
anche oggi.... --
Anche oggi! Come le disse queste due parole!
Chiarina ed Annetta erano commosse e volevano subito correre a vedere
la piccina. L'amico Nebuli cavò di tasca il portafogli, ne tolse
alcune carte di nessun valore, e pose il resto nelle mani tremanti del
disgraziato, il quale, smessa la petulanza d'imprestito, non sapeva più
far altro che piangere -- e il signor Bini mi rubò un'idea, che mi stava
venendo: restituire l'amica alla signora Angela, accompagnare cioè il
padre infelice e comperare la macchina da cucire.
L'idea, dico, stava venendo a me pure, e se non era propriamente
arrivata, è solo perchè la tratteneva per via il timore di essere
sproporzionata alla mia borsa.
-- Bravo! dissi sottovoce al vecchio; -- ma sappia che mezza la macchina
la voglio pagar io; mi dirà quello che spende. --
Il signor Bini mi guardò in faccia e si mise a ridere -- ed io pensai
che dovesse avere una vena di matto, perchè, ditelo voi, che c'era da
ridere?
Eravamo sulla soglia; il Salvioni scendeva già gli scalini a quattro a
quattro, quando Valente ci raggiunse:
-- Prima della macchina da cucire si ricordi che hanno appetito.
-- È vero, e devono averne molto, -- disse il signor Bini; -- non me ne
ricordavo, perchè io non ne ho mai prima delle sei.
-- Alle sei ne avrà per desinare con noi? Non dica di no, lei non
è più un estraneo; oggi dev'essere giorno di festa, vogliamo stare
allegri.... verrà?
-- Verrò, verrò. --
E appena Valente fu scomparso, il vecchio fece un sospiro lungo.
-- Poveraccio! -- esclamò, -- e dire che con quel cuore ha perduta la lite!
-- L'ha proprio perduta?
-- Sono le tre.... si figuri se a quest'ora non l'ha perduta! --
Egli scese le scale per raggiungere il Salvioni, io rientrai un po'
turbato.
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