-- E poi? -- chiesi sbadatamente. -- E poi... nulla. Per me non ci erano lettere.... Ma come ce n'erano state per il signor Bini? -- Valente mio, hai ragione: il signor Bini non è il signor Bini. -- XIII. Mia moglie ne fa una grossa. La sera del giorno successivo eravamo raccolti intorno al focolare, Valente, le nostre donne ed io; ma da un quarto d'ora una specie di muraglia di granito pareva dividerci. Ogni tanto mi provavo a sparare qualche cannonata per demolirla, senza staccarne più di tre schegge: tre monosillabi; finalmente scoraggiato rinunziai all'impresa, e m'abbandonai anch'io alla china dei miei pensieri, i quali scendevano tutti verso la signora Chiarina e Valente. A un tratto il grosso servitore entrò recando i giornali della sera ed una lettera per me. -- Il portinaio, -- mi disse quell'uomo solenne, -- andava su a portargliela; gli ho detto ch'era qui, me l'ha data. Quando per caso il grosso servitore parlava a me che stavo a sedere, mi dovevo far forza per non dirgli: -- si accomodi -- ed ammiravo Annetta, la quale fin dal primo giorno si era sentita capace di spiattellargli sulla faccia il suo battesimo, che era Marco, e di dargli del -voi-. Non crediate ch'io lo trattassi col -lei-, gli davo del -voi- anch'io, solamente non glielo davo mai. -- Grazie -- dissi e presi la lettera. La mia Annetta e la sua Chiarina si spartirono i giornali; Valente non staccò gli occhi dalla bragia, intanto che io scorrevo curiosamente la lettera, sulla cui soprascritta si leggeva -urgente-, e che non urgeva niente affatto, almeno secondo il mio modo di veder la cosa. Ero arrivato alla sottoscrizione di quel caposcarico di Celestino (voi non conoscete Celestino, ma non ci perdete nulla), il quale mi chiedeva cento lire in prestito per nove giorni, non uno più nè uno meno, quando udii una specie di singhiozzo represso, e sollevando il capo vidi la signora Chiarina più bianca del solito, abbandonata sullo schienale della seggiola, e mia moglie che le si faceva presso lasciandosi cadere di mano la gazzetta, e Valente che rizzava sbigottito la testa arrossata dal calore. Mi levai anch'io di scatto, ed ebbi l'intuito della verità. -- Che hai, Chiarina? -- domandò l'amico Nebuli colla voce rotta dall'affanno. -- Nulla..., nulla, -- rispose essa, una specie di capogiro, mi è parso di vedere.... qua.... sul giornale... avrò letto male.... -- Valente prese il -Pungolo- con mano tremante, e cercò degli occhi e trovò quello ch'io cercai e trovai sul -Secolo-. «Si avverte il signor Giuseppe Salvioni pittore, dovunque egli si trovi, che Giorgione è morto e che Chiar.... aspetta sue notizie, senza nulla pretendere. Chiunque fosse in grado di dare informazioni esatte sul detto Salvioni Giuseppe (pittore, età trentadue anni, biondo, con una cicatrice sulla fronte) rivolgendosi in Milano al signor V. Nebuli, fermo in posta, riceverà una mancia corrispondente all'importanza delle notizie.» Era il mio piccolo componimento della vigilia, tal quale era uscito da cento cancellature, che faceva la sua prima apparizione nei giornali della sera. Valente passava una mano carezzevole fra i capelli della sua Chiarina, la quale si era abbandonata sul petto di Annetta; ed io, non sapendo che fare o che dire, tornavo a leggere: «Si avverte il signor Giuseppe Salvioni....», quando comparve il servitore solenne, annunziando il signor Bini, e subito Chiarina ed Annetta si allontanarono, Valente andò loro dietro, io solo rimasi. Ebbi un gran fare per darmi un po' di disinvoltura, il vecchio furbo comprese che ci era qualche cosa in aria; si guardava intorno, e credo che leggesse nel disordine delle sedie. -- Si accomodi, -- gli dissi -- Valente verrà or ora, l'aspetto anch'io. -- Grazie.... oh! questa seggiola è calda, chi ci stava seduto? -- E siccome non risposi, egli si accostò all'altra e fece per suo conto l'osservazione che era calda anche quella. -- Smettila, -- gli dicevo dentro di me, -- smettila, noioso, -- ed egli finalmente mi diè retta; si pose a sedere senza dir altro, raccolse il -Pungolo- da terra e s'avviò a leggere come se fosse in casa sua. A un tratto disse: -- To'! ci è un altro Nebuli a Milano.... ed ha anche l'iniziale del nostro Valente.... ha visto, signor Ferdinando?... -Si avverte il signor Giuseppe Salvioni-.... -- Siccome io fingevo d'essere tutto intento a leggere, masticò il resto fra i denti, e non disse più nulla, finchè tornò Valente. Come trovassi la voglia di parlare, tanto per alleggerire l'amico, non lo so; vi basti che la trovai, e dissi la prima frase venutami in mente, questa: -- Che tempo fa, signor Bini? -- Non vi ho badato. -- Oggi minacciava di piovere.... scommetterei che domani pioverà. -- Le pare? non pioverà, non ci è pericolo che piova.... -- Ma avrei giurato che già aveva piovuto, almeno sulle mie parole e sulle sue, perchè non ci fu verso di accendere con esse nemmeno il solito fuocherello di botte e risposte, che durava quattro minuti. Finalmente entrò Annetta. -- Lei qui? -- disse il signor Bini levandosi in piedi per salutare. -- E la signora Chiarina? -- È di là, un po' incomodata... una cosa da nulla... che tempo ci porta lei? -- Eccellente. -- Quando un quarto d'ora dopo il vecchio signore si rizzò per andarsene, gli avrei dato un bacio. -- Domattina sarò da lei, -- mi disse. -- Tutto il giorno a' suoi comandi, -- gli risposi. E appena fu scomparso dietro l'uscio: -- Come sta? -- chiesi ansioso a Valente. -- Benissimo; si era fatta una paura più grossa della peggiore delle realtà; ora sa tutto; è come me, tranquilla. -- Tu non sei tranquillo, -- pensai. Annetta intanto era corsa nella camera attigua, e tornava tenendo per mano l'amica sua, la quale aveva messo sulle labbra pallide un sorrisino mesto, come per farsi perdonare la sua debolezza di poc'anzi, e mi porse la mano bianca. -- Ella sa tutto, dunque? -- mi disse; -- Valente ha fatto con lei quello che ho fatto io colla sua buona Annetta; ebbene, meglio così, saremo più forti, non è vero? -- Verissimo, -- risposi esperimentando una risata che riuscì malamente; -- verissimo, e vedrà che il cielo farà le cose benino.... -- Mi pareva d'aver preso il sentiero buono per avviarvi un periodetto baldanzoso.... ma la signora Chiarina non mi lasciò finire. -- E se non fosse?... -- Tacque un istante, come atterrita dal suo pensiero, poi soggiunse crollando il capo: -- Noi siamo qui in quattro a desiderare la morte d'un disgraziato, è una cosa crudele. Annetta e lei non ce n'hanno colpa, lo fanno per amor nostro; ma io sono cattiva, ho il cuore duro.... sono un egoista.... -- Si provò a sorridere, ma io vidi che aveva voglia di piangere, e le dissi: -- Pianga, pianga; quando una ha il cuor duro come lei, non le dovrebbe avere le glandule lacrimali.... ma posto che lei le ha, se ne serva, pianga; piangi tu pure, Valente, piangerà anche Annetta, piangerò anch'io.... già nessuno ci vede.... -- La cara donnina piangeva e rideva. Il dì dopo stavo per uscire, quando Annetta mi disse: -- Se viene il signor Bini? -- Se viene, non mi trova; lo riceverai tu. Quel vecchio mi infastidisce oramai col suo mistero; quando si va in casa della gente, e vi si porta un nome ad imprestito, non si hanno intenzioni da galantuomo.... -- Che dici? sospetteresti?... -- Non so nemmeno io che cosa, ma non mi piace espormi all'aperto dinanzi ad uno che se ne sta appiattato.... se io rimanessi e lui capitasse qui ora, sarei tentato di domandargli che viene a fare in casa mia, che intenzioni ha e come si chiama. -- Eccolo! -- disse Annetta. Infatti era il suo modo di suonare; posi l'indice attraverso le labbra e me ne andai nel tinello, intanto che si apriva l'uscio; dal tinello nello studio, mentre il signor Bini entrava nell'anticamera; dallo studio nell'anticamera, quando egli passava nel tinello; e dall'anticamera quatto quatto giù per le scale, forse nel preciso momento, in cui il vecchio disinvolto cacciava il naso diritto e sottile nello studio, per vedere se vi ero, come era solito fare. Stetti quasi due ore fuori di casa; tornai quando fui certo che l'apocrifo signor Bini era al suo caffè, al suo tavolino, a mangiare la sua bistecca quotidiana, il suo panetto ed il suo bicchiere di Chianti. Annetta mi venne incontro sul pianerottolo; le brillavano gli occhi, aveva le guance accese; pigliò il mio bacio, me lo restituì in fretta, e mi disse: -- Sai? ne ho fatta una! -- Una sola! A guardarti in viso ne avrei sospettato un paio per lo meno. È grossa, se non altro? -- Io scherzava, perchè mi veniva in mente che avesse fatta una compera convenientissima coi quattrini della spesa, od un'elemosina per mandarmi in paradiso, senza chiedermi il permesso, eccellenti affarucci, di cui ogni tanto si presentava l'occasione. -- È grossa! -- mi rispose, -- ma sono felice di averla fatta. Hai da sapere che appena il signor Bini è entrato, visto che tu non eri in casa, ha detto: -tanto meglio-. -- Birbone d'un vecchietto! -- E mi ha chiesto senza preamboli se sapevo chi era il signor Salvioni. Indovina che cosa ho risposto?... -- Che ti facesse il favore di dirtelo lui, se lo sapeva.... -- Invece no: gli ho detto tutto: me lo sono tenuto lì, cogli occhi grossi, a bocca aperta, una mezz'ora, vuotando un sacco di garbatezze (te lo puoi immaginare) sopra quel padre senza coscienza, che lascia penare due creature così buone.... «perchè in fin dei conti, ho detto, se il signor Salvioni si trova, ed è un birbante, e gli viene il capriccio di voler la moglie, il codice, che par fatto apposta per i birbanti, gliela dà; mentre un padre potrebbe.... mi pare....» Così gli ho detto.... Ho fatto male?... Non dire che ho fatto male, perchè so d'aver fatto benissimo.... Non mi dicevi tu che il tuo codice non obbliga i padri che vogliono star nascosti a farsi vedere? Ho voluto provare se sapevo far meglio io del codice. -- E lui? -- Lui impassibile.... ah! oh! niente più. Allora gli ho detto che quel duca o quel marchese, al posto del cuore, doveva avere uno dei suoi quarti di nobiltà.... e che mi piacerebbe conoscerlo, e intanto lo guardavo in faccia.... così..,. -- E lui? -- Oh! Ah!... nient'altro, ma a un tratto si battè la fronte -- (il commediante! come la fa bene la sua parte!) -- e «bisogna trovarle il padre.... -- disse -- è la prima cosa, bisogna trovarglielo.» -- Ne conviene anche lei? E dica un po' che cosa avevamo sospettato noi, vedendola? (tale e quale gli ho detto) «Che foss'io il padre?» -- chiese ridendo. -- Proprio che fosse lei! -- Ed egli: «una buona idea, una buona idea, cara signora, sono io!» Mi fece ripetere tutta la storiella, prese alcune note nel taccuino, e se ne andò senza aspettarti... -- Stetti un momento in pensiero. -- Ho fatto bene o male? -- mi chiese Annetta, impaziente del mio silenzio. -- Non so.... cioè sì, hai fatto bene, ma che cosa argomenti da tutto questo? Chi ti pare che sia il signor Bini? -- Prima di tutto non è il signor Bini, e poi mi pare che non sia il padre di Chiarina. -- Volevo ben dire! -- Ah! -- sospirai crollando il capo, dopo un altro po' di riflessione. -- Almeno fosse morto! -- mi rispose Annetta, leggendomi nel pensiero. -- Ebbene sì, almeno fosse morto! E non credere che sia augurare male al prossimo, perchè, vedi, bisogna considerare i morti a quest'ora come un numero fisso, inesorabile, che io non so, ma che la statistica sa benissimo. Se fra questi morti non ce n'è uno che si chiama Salvioni, ce ne sarà in vece sua un altro, il quale non ci ha fatto nulla e faceva forse benissimo a vivere.... Dunque.... -- Mia moglie mi guardava sbalordita; era l'effetto che mi aspettavo, perchè quell'idea che la mia coscienza era andata a pescare non so dove, sbalordiva me pure. -- Dunque.... -- proseguii -- noi non si vuol morto nessuno, noi non si regala nulla alla statistica dei cadaveri.... Si desidera solo.... insomma mi hai capito. Sei persuasa? -- Altro che persuasa! Per me il signor Salvioni è un birbone, che dovrebbe essere morto; se non è morto, farà bene a morir presto, che non abbiamo tempo da perdere, ed io glielo auguro con tutto il cuore. -- XIV. Il signor Salvioni scrive. Chi mai ha detto che nelle gran gioie o nei gran dolori è impossibile conoscere il proprio simile? Qualcuno l'ha detto di sicuro, ed a costui rispondo che negli eccitamenti della passione appunto, e soltanto in essi, è possibile conoscere e giudicare il proprio simile. Guardate l'uomo di tutti i giorni: superficie lisciata dalle convenienze, dal sussiego, dall'abitudine; applicate all'uomo di tutti i giorni la lente di un dolore, d'una gioia, d'uno sgomento, d'un dispetto, e subito ciò che vi pareva liscio, diventa scabro. Intendiamoci: saper guardare bisogna; perchè se una pagnotta veduta col microscopio mi diventa una montagna, non mi è lecito sentenziare che ha cessato d'essere una pagnotta. Fu quando io mi trovai innanzi agli occhi il grande affanno di Valente, che per la prima volta vidi come attraverso un microscopio il segreto delle sue abitudini indeterminate, neghittose e fantastiche. Egli era propriamente trasformato, tanto esagerava sè stesso: la sua indolenza, da cui soleva uscire a scatti nervosi, mi diventava apatia, d'onde lo toglievano bizze, tenerezze, puntigli, sussulti di umor caparbio; già era motteggevole, eccolo pungente; non più bizzarro soltanto, ma stravagante; irto insomma come un'alpe alla superficie, ma sempre la stessa buona pagnotta di uomo nella sostanza. Era il suo grande affanno che me lo faceva così; e se una volta mi rallegrai d'essere un po' filosofo, fu in quei giorni d'ansia muta e crudele. Ogni mattina egli veniva su a prendermi, ma non lo voleva dire; ed io fingevo d'essere proprio sulle mosse, o di ricordarmi a un tratto d'un affaruccio che mi chiamava fuor di casa, tanto per potergli far compagnia. Senza nemmeno fiatare, era cosa intesa -- si andava alla posta. Era lui che si affacciava allo sportello a dire -- -Nebuli- -- era io che pigliavo le lettere e ne facevo l'esame. «Questa viene da Roma, questa da Napoli, questa da Torino....» Mi faceva cenno di aprirle, le aprivo «questa incomincia: -caro Valente-! ed è sottoscritta -Serpoli- -- quest'altra dice: -Illustre signore-, ed è sottoscritta.... ecc.» Allora egli si pigliava le sue lettere, le guardava un po' in distanza con un resto di paura e le cacciava in tasca sbadato.... -- Tornavamo a casa un po' più ciarlieri di prima, ma niente affatto ciarlieri -- -a domani! -- a domani!- Se gli domandavo: -- che hai fatto tutt'oggi? -- mi rispondeva: -- che vuoi ch'io faccia?... nulla! -- Te io dirò io che cosa hai fatto; -- ti sei tormentato; -- hai sofferto -- di' la verità. -- Ebbene sì, mi sono tormentato; -- è qualche cosa anche questo, e non so far altro; finchè non giunga quella maledetta lettera che ha da venire.... -- E quando non aspettavi la lettera, ci era la lite.... -- Ci è ancora. -- E quando non ci era la lite, aspettavi l'eredità.... -- Allora avevo i miei venticinque anni che non ho più, aspettavo i trenta ed ora non ho più nemmeno quelli -- aspettavo l'avvenire. -- Ed io, facendomi forza per non pigliare un tono solenne: -- L'avvenire, Valente mio, è il più gran nemico del presente ed è nemico fatale, perchè ci lusinga, perchè si nasconde -- bisogna placarlo o domarlo l'avvenire. -- E come si placa, e come si doma? -- Lavorando. -- Ne sei sicuro? -- Veramente non ne ero sicuro, perchè non sempre, neppure lavorando, si placa o si doma; ma se la cosa non riesce, rimane il conforto.... voi sapete quale -- io v'infastidisco e smetto. Dicevo a me stesso: -- quando Valente abbia vinta o perduta la lite, quando abbia intascato l'eredità e restituito la moglie -- o viceversa, allora forse metterà un po' d'ordine nelle sue idee, e non è possibile che si lasci corbellare dall'avvenire. Così dicevo a me stesso, ma senza fidarmi troppo. Una mattina eravamo usciti dalia posta; le lettere erano molte, ed io me n'ero impadronito per forza d'abitudine e niente più, poichè, dopo tante paure vane, anche l'amico Nebuli cominciava a pigliar coraggio e sarebbe stato capacissimo di far di meno della mia assistenza. Io avevo preso un tono corbellatorio, una specie di solennità nasale, di cui (chi sa?) Valente era anche capace di ridere. Quel giorno dicevo: -- «Al celebre signor Valente Nebuli, pittore.... Sampierdarena -- 20 novembre....» -- è uno che ti vuol tentare a vendergli la -Spuma del mare-; se non ti lasci sedurre questa volta, ti metteremo sotto una campana di vetro.... indovina quello che ti offre.... -mille- lire.... e più se occorre, ma naturalmente spera che non occorra.... Che cosa dobbiamo rispondere al signor Campori?... Rispondiamogli che egli ha a Sampierdarena un mare meglio riuscito del tuo.... faccia mettere in cornice quello; spenderà meno.... -- Valente rideva. -- Questa è d'uno che ha conosciuto un certo Salvioni.... bresciano, studente di medicina a Pavia.. biondo.... non aveva ancora cicatrici, dice lui.... ma può essersele fatte dopo.... si rimette alla tua generosità pella -mancia-.... quest'altra.... -- Ma qui trovai un intoppo, un intoppo enorme. Non mi pareva vero, e tornavo a leggere.... non risi più. Quella lettera diceva: «Al signor V. Nebuli -- ferma in posta -- Milano. «Stimatissimo signore, «Se Giorgione è morto, me ne dispiace assai, perchè era certo migliore di tanti che sono vivi; mi si dica quando e dove posso trovare la persona che desidera le notizie su Giuseppe Salvioni; io gliele darò autentiche, perchè Giuseppe Salvioni sono io. -- Scrivere fermo in posta; -- Milano.» Certo Valente mi lesse in faccia la brutta notizia, perchè, senza dir parola, mi tolse la lettera di mano, e mi guardò in volto ridendo d'un riso amaro. -- Ci siamo finalmente, -- balbettò, -- ebbene, tanto meglio, la farsa ha durato troppo. -- Piegò la lettera senza leggerla, la pose in tasca, e abbottonato il pastrano, s'avviò a gran passi. Non sapendo che dirgli, gli camminavo al fianco in silenzio. Nel passo, nel modo di tenersi ritto e di guardare innanzi, l'amico mio aveva una bizzarra energia che era disperazione. A un tratto si fermò, estrasse la lettera, lesse, impallidì. -- Egli qui, a Milano! Ah! povera Chiarina! -- E la sua falsa energia si sfasciò. -- Senti, gli dissi commosso, -- tutto non è ancora finito, forse vi è un rimedio.... -- Uno solo.... fuggire.... invertire le parti; essere io il colpevole, lui il purissimo.... no, no, venga, lo aspetto! -- Ma gli tremava la voce dicendo queste ultime parole. -- Gli scriverai? -- Sì. -- Gli confesserai ogni cosa? -- Sì. -- Non era il momento di dirgli quanto pensavo, ma pensavo che quello era il modo migliore di far la peggiore delle corbellerie -- e mi proponevo di farglielo toccare con mano più tardi. La signora Chiarina ci venne incontro, ed interrogò collo sguardo. -- Valente ebbe la forza di ridere per ingannarla, ma la cara donnina leggeva cogli occhi dell'amore, e continuava ad interrogare lui e me. Finalmente disse: -- Egli vive, non è vero? -- E siccome nessuno le rispose, -- Ah! Valente! -- mormorò; e stette immobile, nel mezzo della stanza, cogli occhi aperti, fissi e lagrimosi. A un tratto Valente cacciò la testa fra le mani e fuggì per nascondermi le sue lagrime. Io guardai l'uscio, dietro il quale era scomparso, poi le finestre, a cui s'affacciava un raggio allegro di sole, poi il visino bianco e gli occhi aperti, fissi e lacrimosi della signora Chiarina. Sentii che me le dovevo accostare, mi accostai, ma nessuno mi suggerì una parola di conforto. All'ultimo le pigliai una mano che ella mi abbandonò senza resistere. -- Se sapeste quanto -ci amavamo-!... -- Questo solo disse: poi si asciugò le lagrime, tolse delicatamente la mano dalle mie, e chiedendomi scusa collo sguardo, andò a portare una carezza al mio povero amico. Ed io le venni dietro come uno smemorato. XV. Il signor Salvioni viene. Fra tutti, la sola che, invece di sentirsi venir meno l'energia, se la sentì crescere, fu la mia Annetta. Cominciò dallo scendere in casa Nebuli, per dire alla sua Chiarina quelle parole senza senso comune, con cui si parla al cuore, poi venne su e mi si piantò dinanzi per annunziarmi che bisognava far qualche cosa.... -- Facciamo qualche cosa -- risposi -- e che vuoi che facciamo? -- Discorriamone; quel disgraziato Salvioni viene, rivede la moglie, si degna di trovarla bellina, gli pare di sentirsi riardere qui o qua (si toccava il petto), non sa nemmeno lui dove, perchè il cuore non l'ha mai avuto; stupisce d'essere stato tanto tempo senza di lei, e se la porta via.... per piantarla un'altra volta dopo un mese. È così che la intende il tuo codice? -- Nemmeno a me, che dovevo saperne qualche cosa, pareva possibile che il -mio- codice la intendesse così. -- Ah'! volevo ben dire! -- esclamò Annetta, -- vediamo, tu l'hai un codice; guarda un po' se vi hanno messo una legge che provveda al caso nostro; non possono essi, Chiarina e Valente, andarsene a dichiarar le cose come stanno, per isciogliere quel primo matrimonio da burla e far accomodare quest'altro, a cui manca così poco? Io facevo di no col capo. -- Guarda, sono sicura anch'io che non c'è.... posto che ci dovrebbe essere.... ma ad ogni modo guardare costa poco. -- Ti assicuro che non c'è. -- E allora quando due non si possono soffrire, quando il marito è un birbone, e ne fa vedere di tutti i colori alla moglie, che rimedio si piglia? -- Si piglia la separazione, mi pare.... ma non so se sia un rimedio. -- Meno male! nessuno può costringere Chiarina ad andare con quel figuro del Salvioni, ed essa non ci andrà, e si separeranno in regola. -- Purchè il Salvioni non si opponga. -- Vorrei vedere anche questa, che dopo tanti anni tornasse colle arie.... gliele faremo smettere. -- Con qual diritto? chi siamo noi? -- Gli amici di.... -- Di Valente e di lei, vale a dire i complici della tresca.... t'accomoda? -- Niente affatto. -- Si stette un po' in silenzio. -- Bisogna proprio che si separino, -- presi poi a dire -- la signora Chiarina non può tornare con quell'uomo, che è quasi un estraneo per lei; ma perciò conviene indurre il marito a chiedere la separazione egli pure, perchè se si opponesse, io credo che bisognerebbe litigare.... e chi sa quanto.... io non lo so. E perchè il signor Salvioni si adatti a chiedere la separazione, bisognerà dargli del denaro e non fargli vedere la moglie; se no, chi ci assicura che non lo pigli un altro diavolo? -- Lo piglia, ti assicuro io che se vede Chiarina, lo piglia. -- Quando siano separati legalmente.... allora.... -- Allora..,. Allora?... Ci pensammo un pezzetto; tutto andava bene fin qui; il Salvioni tornava, gli si faceva una parlatina seria, lo si minacciava di costringerlo a mantenere la moglie, se aveva qualche soldo; se non ne aveva, gli se ne dava qualcuno.... si faceva la separazione, e allora.... -- Allora -- disse Annetta -- Chiarina se ne andrà con Valente e noi gli accompagneremo alla stazione.... Oppure non se ne andranno.... ed io chiuderò gli occhi per non vedere.... e se tu li vorrai tenere aperti, vedrai che saranno felici, a dispetto del tuo codice. -- E sarà uno scandalo.... -- Chi lo dice? il tuo codice, ma io non gli do retta. Immagina che domani ad uno dei pezzi grossi che fanno le leggi, venga in mente di cancellare uno sproposito dal vostro libraccio (in cui ce n'avete messi tanti, numerandoli come se fossero reliquie preziose) e che Valente e Chiarina potessero diventare marito e moglie, dove sarebbe lo scandalo? In nessun luogo. Dunque è il vostro sproposito che è scandaloso. -- Senza accalorarmi a difendere quello che Annetta chiamava il -nostro sproposito-, io mi accontentai di crollare il capo. Da molti giorni il signor Bini non si era lasciato vedere, ed io dentro di me ne davo la colpa a mia moglie, pensando che sicuramente era stata lei, colla sua schiettezza, a spaventarmelo a quel modo; ma quando Annetta diceva male del codice, io pensavo tanto al signor Bini quanto.... alla nonna del signor Bini, tale e quale. D'un tratto, rialzando il capo, vidi il noto naso dritto e sottile, il sorriso malizioso, gli occhi furbi ed il resto, e prima ancora che avessi avuto tempo di dire «si accomodi,» tutto il signor Bini quant'era lungo aveva fatto l'inchino, aveva stretta la mano a mia moglie e mi si era accomodato dinanzi. -- Notizie, notizie! -- esclamò egli con quell'enfasi temperata, che era il massimo grado del suo entusiasmo. -- Ho trovato otto Salvioni, li ho qui (e batteva sul taschino del panciotto), otto Salvioni morti tutti nel fiore dell'età; il più vecchio non aveva che 65 anni. Lo guardai in faccia temendo che mi corbellasse; era serio. -- È consolante il vedere come muoiono questi Salvioni. Pare un'epidemia; ma d'altra parte è un orrore pensare come si riproducono. Sapete quanti Salvioni di sesso maschio vi sono a Milano?.... Quindici! quattro però vanno a scuola, cinque sono piuttosto maturi, hanno la mia età; degli altri il solo che si chiami Giuseppe non deve essere il marito della signora Chiarina, perchè piglia ancora il latte; tutto questo l'ho imparato all'ufficio dell'anagrafe. Lo lasciavamo dire crollando il capo. -- Egli comprese male e soggiunse: -- Non era la strada da pigliare. Lo so, non è colpa mia; un impiegato dello Stato Civile si ricordava, ma non era sicuro..., che un certo Salvioni Giuseppe.... appunto dell'età che dicevo io... -- Da Brescia? Sì, da Brescia!... -- era stato alcuni anni sono da lui.... a far ricerca d'un matrimonio, tra un incognito ed un'incognita, avvenuto vent'anni sono; la cosa era sembrata strana all'impiegato, che perciò se l'era tenuta in mente. -- È lui! -- diss'io. -- Vogliamo vedere se nell'anagrafe si trova quel Giuseppe Salvioni bresciano? -- Vediamo -- Non si trova nulla. Allora vado alla Questura, interrogo: -- ci deve essere una -pratica avviata-, in cui si fa ricerca d'un certo Salvioni Giuseppe bresciano, biondo, con una cicatrice sulla fronte; che n'è avvenuto? Mi si risponde che non se ne può saper nulla. -- Insisto, si cerca. -- Voi sapete che il mondo non è una pallottola, come qualcuno dice; e nessuna delle cose del mondo è propriamente una pallottola, -- ci è chi ha questa storta opinione, e quando ha dato la spinta ad un negozio crede di farlo correre un pezzo. Che accade? Il negozio gira, ma al primo intoppo si ferma. Quella -pratica- si era fermata a metà strada, perchè a nessuno della questura premeva di aver notizie del Salvioni. Che aveva fatto il poveraccio? Si era dimenticato di pigliar seco la moglie? La gran cosa! Una sbadataggine simile domani può capitare anche ad un questore. -- Dunque? -- dissi freddamente. -- Ora che la pratica è trovata, a darle la spinta, a darle dieci spinte, cento, tutte quelle che le abbisognano per fare il giro del globo, se occorre, ci penso io; e il signor Salvioni, vivo o morto, dovrà venir fuori. -- Egli stette zitto a guardarci meravigliato della nostra impassibilità; all'ultimo disse con un sorriso malizioso: -- Comprendo.... comprendo.... con che diritto m'immischio in questa faccenda?... Caro signor Ferdinando, lo dovrebbe pur sapere, a me abbisogna che Valente perda la lite, ma la moglie no, così mi darà la -Spuma del mare- più presto. Quanto volontieri sarei stato zitto per fargli scontare con un po' di curiosità tutta la sua scienza impertinente! Ma Annetta avrebbe parlato prima di me, se io non avessi detto con un certo sussiego: -- Giuseppe Salvioni è vivo, è in Milano, ha scritto, verrà! -- Dove ora ci è una virgola, avevo messo una pausa breve ed un piccolo fulmine. L'effetto fu straordinario. Il signor Bini si battè la fronte e non seppe che rispondere, egli che aveva risposta a tutto. Poi, come svegliandosi di botto, disse: -- Non è possibile! -- È vero. -- Non è possibile -- ho tutti i Salvioni di Milano sulla punta delle dita.... l'anagrafe.... -- La sua anagrafe, -- entrò a dire Annetta continuando a fare uno strano abuso del pronome possessivo, -- la sua anagrafe non avrà le mani abbastanza larghe, e vorrà stringer troppo, e un Salvioni le sarà scappato fra le dita.... -- Oppure, -- dissi io -- questo signor Salvioni che si presenta non aveva il suo domicilio a Milano; e ciò è più naturale, perchè se fosse stato qua, avrebbe inteso parlare di Valente Nebuli e si sarebbe fatto vedere senza aspettar l'annunzio dei giornali. -- Avevo imbroccato giusto perchè il signor Bini finse di non badare alle mie parole, non sapendo che ribattere. Cominciò, come me l'aspettavo, la grandine delle interrogazioni che ricevetti con garbo, rispondendo io o lasciando rispondere Annetta, per vedere se in tre ci venisse fatto di trovare un altro bandolo al garbuglio. Ma no, era sempre quello: il signor marito veniva, rinunziava o non rinunziava alla moglie; colle buone o colle brusche si faceva la separazione, e poi.... E poi? Del resto nessun dubbio che la signora Chiarina non si doveva lasciar vedere, che i negoziati col marito doveva trattarli Valente, col sussidio di un diplomatico più sereno, e che bisognava inventare una bella fandonia per salvare il decoro.... -- Il decoro è salvo, la fandonia ce l'ho io, disse il signor Bini; se sarà necessario, correrò al tribunale perchè tutti sappiano che la signora Chiarina è mia figlia! -- Ah! -- Oh! -- Vi stupisce? Me la sono fatta fare di commissione a Parigi, dove si fanno benino, mi pare. Del resto i tribunali non badano tanto pel sottile in queste faccende. Come è andata la cosa se io non sono mai andato a Parigi? L'ho da saper io solo. -- Lo guardavamo sbigottiti ancora di questa sua idea singolare. Pensavo: «scherza o vuol proprio adottar Chiarina?....» quando udimmo nell'anticamera rumore di passi affrettati -- e una voce nota chiamò trepidante: -Ferdinando! Ferdinando!- -- poi nel vano dell'uscio apparvero Chiarina e Valente, pallidi, colle mani allacciate. Vedendo il signor Bini che non si aspettavano di trovare con noi, si trattennero un istante, un istante solo, perchè Annetta si strinse fra le braccia la sua Chiarina. Intanto il vecchio, facendo lo sbadato, aveva avuto il buon senso di cacciarsi nel mio studio. Appena fummo soli, l'amico Nebuli balbettò con voce spenta: -- -lui!- -- ed io con voce spenta balbettai: -- Coraggio! -- E gli strinsi la mano. -- Ha veduto Chiarina? -- chiesi, cercando di rendere salda la voce. -- No. -- E tu l'hai visto? -- Nemmeno. -- Mi si facevano innanzi cento domande che ricacciai indietro per pensar solo alla gravissima necessità del momento. -- Coraggio -- ripetei -- vado io. -- Ed uscii, dopo d'aver con un'ultima occhiata visto Annetta, la quale per confortar l'amica piangeva a dirotto, e Valente e Chiarina che rimanevano immobili, cogli occhi fissi. Sul pianerottolo fui raggiunto dal signor Bini. -- Me ne andavo, -- mi disse -- perchè in questi momenti.... Ho compreso. -- Io non ne dubitavo menomamente, e pure questa volta egli non aveva compreso. -- L'amico suo ha perduto la lite! -- No, no, sbaglia.... -- Non sbaglio; sono le due dopo mezzodì, a quest'ora l'ha perduta. Le sue parole mi suonavano all'orecchio come un ronzío, perchè scendendo le scale, mulinavo altre idee. Sul limitare di casa Nebuli trattenni il vecchio che se ne andava, e gli dissi: -- Vuol venire anche lei a riceverlo? -- Chi? -- Il signor Salvioni. -- Questa volta lo avevo propriamente sbalordito; ma misericordioso Iddio, a qual prezzo! L'uscio si apri, e noi entrammo, solenni tutti e due, ma per quanto io facessi, più solenne lui di me. XVI. Il signor Salvioni parla. Quando noi entrammo, il signor Salvioni stava in piedi nel mezzo del salotto; ci volgeva le spalle, teneva il capo basso; udendoci si volse, ci diede un'occhiata fuggitiva che mi parve o bieca o paurosa, e ci salutò fissando gli occhi nella finestra dirimpetto. Io me gli feci vicino, ingegnandomi di fargli credere che sorridevo e che ero pieno di disinvoltura; spinsi un seggiolone, che andò senza rumore a metterglisi fra le gambe, poi lo invitai ad accomodarvisi, ed egli vi si lasciò cadere di peso. Ancora non avevamo proferito una parola, quando il signor Bini, che era rimasto come inchiodato sul limitare, si staccò, si volse, infilò l'uscio e sparve; ed io, rimasto solo, incominciai: -- Il signore... -- Lui zitto, cogli occhi fissi nelle vetrate. -- Il signore, -- proseguii -- è Giuseppe Salvioni... è lei che ha scritto una lettera al signor Nebuli?... -- L'ho scritta. -- Egli continuava ad esaminar le vetrate, io cominciavo ad esaminar lui. Ciò che fermava il mio sguardo era una grossa catena d'acciaio, la quale col suo peso gli faceva venir fuori più che mezza, dal taschino slabbrato del panciotto, una chiave piccina. -- E povero il mio Salvioni, com'era vestito! -- Una giacchetta d'un colore che non è in natura, d'una stoffa che in origine -- Dio sa quando -- era stata venduta forse per tutta lana, ma da cui era scomparsa oramai la poca lana che il fabbricante ci aveva messa per iscusare la sua bugia; gli annodava il collo una cravatta, anch'essa nera, ridotta dalle cattive pieghe, che sono come chi dicesse le cattive abitudini delle cravatte, a parere il cordone d'una bara. A un tratto, mentre io faceva quell'esame, il signor Salvioni impacciato della mia curiosità uscì a parlare con una voce secca, nervosa e petulante: -- Sì, la lettera gliel'ho scritta io; non ho aspettato la sua risposta, perchè ho potuto sapere altrimenti dove stava di casa, e sono venuto! Lei cerca colle gazzette un Salvioni; eccone uno; ne faccia quello che vuole. -- Così parlò egli, senza staccare gli occhi dalla finestra, ed io tra sbigottito e commosso domandai: -- Il signore non sa di che si tratta?... Ma dunque... -- Dunque, -- diss'egli, -- sono un avventuriero, un vagabondo? sicuro sono un avventuriero ed un vagabondo, mi faccia chiudere in prigione, o mi dia da comperar del pane alla mia piccina che ha fame. -- Ma dunque?... -- ripetei sollevandomi in piedi, -- già... sicuro... lei non è biondo, e non ha nemmeno la cicatrice sulla fronte, non è Salvioni lei! -- Mi scusi, -- mormorò l'incognito mansuefatto dall'espressione contenta che leggeva nel mio volto, -- mi scusi, mi chiamo Salvioni, non sono Giuseppe, non sono biondo, la cicatrice non l'ho, ma che importa se la mia piccina ha fame? -- A quel punto il poveraccio s'interruppe e si guardò intorno sospettoso; ed io udii un sommesso bisbigliar di voci dietro l'uscio, che si aprì di repente. Con un atto brusco, come se qualcuno l'avesse spinto alle spalle, entrò Valente, e subito dopo il signor Bini, e quando l'amico Nebuli ebbe esclamato -- non è lui! -- Chiarina ed Annetta si affacciarono anch'esse. Il signor Salvioni parve cercare uno scampo, poi si provò a reggere gli sguardi curiosi con un'occhiata cinica, ma la vergogna lo vinse, chinò il capo sul petto e pianse. Tosto gli fummo intorno tutti. Fin qui ero stato punto da un doppio desiderio, quello di pigliare per un orecchio il falso Salvioni e di piantargli un bacio nei mezzo della fronte, per punirlo dell'orribile paura che ci aveva fatta, per ringraziarlo della gioia immensa che era opera sua; ma qui, vedendolo, lui grande e grosso, piangere come un fanciullo, pensando che quelle lagrime amare che ora faceva cadere la vergogna non le aveva forse potute spremere la sventura, quando sarebbero state dolci, -- il poco mio rancore scomparve sotto un'onda di tenerezza. Alle parole buone del signor Bini, a quelle di Valente ed alle mie, il disgraziato rispose nascondendo la faccia tra le mani; allora io dissi alla signora Chiarina: -- Gli domandi come si chiama la sua bambina. -- Ha una bambina lei? E come si chiama? Fu la musica di quella vocetta che gli asciugò le lagrime, o fu la domanda? Fu anche una pezzuola non bianca, (tutt'altro) che il pover'uomo cavò di tasca, tenendola aggomitolata in mano per nasconderne i peccati. Poi alzò il capo, fece una smorfia dolorosa per darci a credere che sorrideva e disse: -- Sì, signora... ho una bambina di nove anni... si chiama Angela. -- Noi stavamo zitti, ed egli, tenendo gli occhi immobili e come fissi nella sua sciagura, ripigliò: -- Sì, signore, ho una bambina di nove anni, si chiama Angela, e il suo nome non è una bugia... come... Fino a dieci mesi essa aveva la mamma che aiutava a cucire colla macchina, io, facendo lo scrivano da un avvocato, guadagnavo quasi due lire al giorno -- si era troppo felici! Ecco mia moglie si ammala, sta un mese a letto, spendiamo tutti i nostri risparmi in medicine -- muore. La piccina piange, vuole la mamma, si ammala essa pure -- io abbandono l'avvocato per non lasciar sola la mia creatura; cerco lavoro di copista a casa -- ma perchè ne ho troppo bisogno non ne posso trovare. E allora di nascosto vendo le vesti della povera morta! A questo punto il signor Salvioni si credette in obbligo di farci vedere, colla smorfia di poc'anzi, che egli non era commosso niente affatto, che al contrario sorrideva. Poi disse con invariabile monotonia d'accento: -- Angela aveva una grande amica, la sua macchina da cucire -- le parlava, l'accarezzava, le voleva bene; le diceva d'andare più presto o più lenta, e se saltava i punti le faceva dei rimproveri. Quando il lavoro era avviato e lo vedeva correre senza intoppi, Angela cantava. -- Dopo le vesti della morta, dopo alcuni oggetti che mi parevano inutili, dopo altri oggetti che prima mi erano parsi necessari, un giorno vendetti la macchina da cucire -- scomparve l'ultima gioia della nostra casa. -- Angela si provò a cucire a mano, ma non sapendo molto, si punzecchiava le dita per fare in un'ora di fatiche e di lagrime il lavoro di pochi minuti -- non guadagnò più i suoi pochi soldi che me la facevano orgogliosa e contenta. Un giorno la bambina ebbe fame -- essa non me lo disse sapendo che era inutile e non volendo affliggermi, ma io l'indovinai... perchè avevo fame anch'io -- corsi da tutti i miei conoscenti, mostrai nuda la mia sventura, di cui fino allora ero stato geloso, tornai con poche lire, si cenò. Un altro giorno ritentai, ma non avevo più nulla di nuovo a dire, tranne che avevamo fame ancora... Ancora? -- ed è questo l'orribile che si può aver fame tutti i giorni -- e nessuno lo crede... Mi cadde sott'occhio l'avviso del giornale, mi venne un'idea -- scrissi; quand'ebbi buttata la lettera nella buca già ero pentito -- pensavo che quei foglio bugiardo avrebbe portato una falsa gioia od un falso dolore... il domani venni alla posta ad aspettare il signor Nebuli... -- Comprendo, -- interruppi, -- lei ci ha veduti e ci ha seguiti, per ispiegarci tutto, per toglierci forse da un'ansia crudele. Il signor Salvioni crollò il capo amaramente. -- No, no.... avrei aspettato domani forse.... ma la piccina ha fame anche oggi.... -- Anche oggi! Come le disse queste due parole! Chiarina ed Annetta erano commosse e volevano subito correre a vedere la piccina. L'amico Nebuli cavò di tasca il portafogli, ne tolse alcune carte di nessun valore, e pose il resto nelle mani tremanti del disgraziato, il quale, smessa la petulanza d'imprestito, non sapeva più far altro che piangere -- e il signor Bini mi rubò un'idea, che mi stava venendo: restituire l'amica alla signora Angela, accompagnare cioè il padre infelice e comperare la macchina da cucire. L'idea, dico, stava venendo a me pure, e se non era propriamente arrivata, è solo perchè la tratteneva per via il timore di essere sproporzionata alla mia borsa. -- Bravo! dissi sottovoce al vecchio; -- ma sappia che mezza la macchina la voglio pagar io; mi dirà quello che spende. -- Il signor Bini mi guardò in faccia e si mise a ridere -- ed io pensai che dovesse avere una vena di matto, perchè, ditelo voi, che c'era da ridere? Eravamo sulla soglia; il Salvioni scendeva già gli scalini a quattro a quattro, quando Valente ci raggiunse: -- Prima della macchina da cucire si ricordi che hanno appetito. -- È vero, e devono averne molto, -- disse il signor Bini; -- non me ne ricordavo, perchè io non ne ho mai prima delle sei. -- Alle sei ne avrà per desinare con noi? Non dica di no, lei non è più un estraneo; oggi dev'essere giorno di festa, vogliamo stare allegri.... verrà? -- Verrò, verrò. -- E appena Valente fu scomparso, il vecchio fece un sospiro lungo. -- Poveraccio! -- esclamò, -- e dire che con quel cuore ha perduta la lite! -- L'ha proprio perduta? -- Sono le tre.... si figuri se a quest'ora non l'ha perduta! -- Egli scese le scale per raggiungere il Salvioni, io rientrai un po' turbato. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000