Disse d'una cottura che egli si era presa per una fanciulla magnifica,
dell'ostacolo incontrato nel babbo macellaio, il quale avrebbe dato il
suo consenso se l'innamorata fosse appartenuta in qualche modo alla
macelleria; ma non voleva inparentarsi col tribunale....
Giusto a questa parola rialzò il capo dal secchio.
Volle chiedere bruscamente al disgraziato amatore il nome
dell'innamorata; ma lasciò che egli continuasse senza interromperlo.
E Gerolamo proseguì a dire che il padre della fanciulla forse sarebbe
contento, ma il macellaio assolutamente no...
--E la ragazza?... balbettò Giusto.
--La ragazza... mi piace tanto; sarà felice, assicurò Gerolamo.
--Ancora non lo sai?
Non ancora; ma il parere della ragazza contava poco; tutte le ragazze,
nell'opinione di quel fatuo, sono felici al momento di sposarsi a un
giovinetto ben pettinato, con due baffetti a punta, come era lui. Se
lo sposo sa farsi voler bene, assicurò, tutte le ragazze adorano, e
Gerolamo sapeva lui la buona ricetta di farsi adorare; molte carezze a
certe ore, molta severità nel resto della giornata.
--Ah! la ricetta è questa?
--Sicuramente, questa sola: far intendere alla giovine sposa che tra
lei e il suo padrone corre una distanza enorme, ma che questa distanza
può sparire ogni tanto.
--Ah! così?
--Così, proprio.
Insomma Gerolamo era sicuro del fatto suo.
--E il nome della tua innamorata me lo vuoi dire?
--Non lo so ancora!
Ah! Giusto cominciò a respirare meglio.
--E il nome del babbo?
--Il notaio Cipolla!
Ma bravo Gerolamo! innamorarsi della figlia del notaio Cipolla!
Ottimamente.
--La conosci?
Niente affatto. Giusto non sapeva nemmanco che il notaio avesse una
figlia. E che cosa poteva fare per contentare il suo giovine cugino?
dicesse subito, che gli pareva d'esser l'uomo fatto a posta per
accomodare un negozio simile. Almeno vi metterebbe tutta la buona
volontà.
Si trattava di null'altro che di mansuefare il macellaio padre; al
cugino pittore egli non negherebbe nulla.
--Ebbene mi provo. Quando vuoi che mi ci metta?
Subito, si capisce. Ma quando avesse persuaso ben bene il macellaio,
bisognava dire una parolina anche al notaio Cipolla, suo futuro
suocero... e poi un'altra alla mamma.
--E alla signorina, nulla?
--Per lei, basto io; sono sicuro che dirà di sì; l'ho vista dalla
finestra, e, se non sbaglio, mi ha sorriso; ha una faccetta da
madonnina, tutta bianca, come piaciono a me le faccette delle ragazze.
--Ah! ti piaciono così?
Sì, a Gerolamo piacevano così, con poco sangue; piuttosto
melanconiche, perchè le ragazze melanconiche, prese per il giusto
verso, si scaldano meglio delle altre. Davvero? Davvero.
Insomma, il meglio che potesse fare Giusto era di andar subito ad
accomodare il negozio di Gerolamo, con una lontana speranza che
qualcuno, il destino, o il caso, o il padre eterno, si volesse
occupare del suo proprio negozio per accomodarglielo senza bisogno
d'inganni repugnanti alla sua natura di artista inselvatichito.
Egli andò difilato da suo zio, e senza dir molte parole ebbe la sorte
meravigliosa di rendere il macellaio mansueto come un vitello da
latte.
Che il suo testamento da celia fosse arrivato agli orecchi di tutto
quanto il parentado non ne dubitava, ma quando vide il ricco zio
rammentare senza rancore al nipote artista la disgrazia dell'insegna
della testa di manzo, capì di aver guadagnato molto nell'opinione del
ricco parente.
E quando gli parlò dell'innamoramento di Gerolamo per la figlia del
notaio Cipolla, vide che la cosa non era difficilissima come aveva
creduto.
Solamente il macellaio si ribellava a andar in persona a chiedere la
mano per suo figlio; diceva di non aver fatto mai cose simili; venisse
invece l'altro da lui, e risponderebbe di sì. Giusto con pochissima
fatica lo persuase che certe cose non mai fatte si fanno almeno una
volta in vita. Sì, ma il macellaio aveva tre figlioli, e gli
toccherebbe fare la stessa commedia tre volte? Sicuro che gli
toccherebbe farla, ma la pena sarebbe infinitamente minore dopo la
prima volta.
--Sì, ma la ragazza com'è?
Giusto non sapeva, e lo stesso Gerolamo non l'aveva vista altrimenti
che alla finestra.
Al macellaio non piacevano le ragazze che stanno molto alla finestra;
ma potrebbe fare un'eccezione per la futura nuora... E come si
chiamava?... Lo domanderebbero al notaio...
--Senti, nipote caro, ti informerai prima tu, che sei in confidenza
col notaio... Ma giusto, essendo come di casa Cipolla, non sai il nome
della figliola!... non l'hai vista mai?
--Ecco, ti spiego subito: io non sono niente fatto come di casa
Cipolla; io ho conosciuto il notaio in occasione di un certo
contratto...
Il macellaio aveva chiuso gli occhi per vederci meglio; ma Giusto non
aggiunse altro.
Allora zio Venanzio li riaprì.
--Senti, Giusto, mi hanno detto che tu hai fatto testamento; che idea
ti è venuta, alla tua età? Io, per esempio, non l'ho fatto e non lo
farò... è vero che ho tre figliuoli legittimi e il mio piccolo
patrimonio basterà appena appena per sfamarli qualche anno e pagare i
loro debiti; ho deciso quasi di fare testamento anch'io per
diseredarli tutti, lasciando loro la legittima; il resto, perchè tutto
non vada in mani ladre, potrebbe servire a qualche cosa... tu mi
potrai consigliare. Tò! un giorno venisti a chiedermi una piccola
somma in prestito; ti ricordi?... non so bene, credo duemila lire o
tre, non rammento bene; io non te li potei dare non so più perchè...
forse perchè non le aveva disponibili.... ti dissi le mie ragioni, tu
le trovasti buone.... ora, quando ti occorresse qualche cosa non hai a
far altro che parlare, e se t'incomoda venire fino da me, scrivimi un
bigliettino... Puoi contare...
Giusto sembrava riflettere molto e non rispondeva.
--Non sei già offeso? non è vero?
Giusto disse di no risolutamente con un cenno del capo; e lo zio
macellaio gongolando per quella energia del diniego insistè fino a
ottenere una risposta più aperta.
--Dimmi che all'occasione conterai sopra di me... dimmelo... dimmelo.
E Giusto finì coll'acconsentire.
--Ci conto. Ma ora non ho bisogno di nulla e me ne vado dal notaio.
Giusto se n'andò difilato in casa Cipolla.
Il notaio era assente; avendo continue sedute con un suo collega per
mettere insieme un magnifico contratto di compra-vendita fra due
contraenti disposti a corbellarsi a vicenda, poco tempo gli rimaneva
in quei giorni di stare in ozio a contare i fatti suoi alla legittima
consorte.
La notaia sapeva questo solo, che uno dei farabutti voleva rivendere
un grosso fondo ancora non pagato, e che l'altro farabutto voleva
comprare senza pagare nemmanco lui; la difficoltà da parte dei notai
doveva consistere tutta nell'impedire a uno di costoro di mettersi
sotto l'altro.
--In ogni sorta di contratti uno solo paga; Cipolla vuole che sia
l'altro, e non ha torto; si fa presto a perdere la reputazione.
Giusto, indifferente alla sorte di quella compra-vendita, guardava qua
e là, mentre la notaia aveva aperto tutte le cateratte; egli sperava
che da un uscio dei tre che mettevano in salotto apparisse
l'innamorata di Gerolamo.
A un certo punto, per scampare a un diluvio di parole, interruppe:
--Ero venuto perchè mi premeva di parlare della signorina...
La notaia a queste parole tacque a un tratto, e per diventar la vera
mammina della ragazza da marito, cambiò natura; si fece attenta,
lusingò col sorriso, adulò senza dir parola.
Finse di credere che Giusto fosse venuto per conto d'un altro, e
quando le fu permesso dalla dignità di suocera in erba, parlò così al
suo genero presunto.
Parlò blandamente, fissando gli occhi nella parete dirimpetto. Parlò
così:
--Lei non può credere che consolazione e che pena mi dà quando mi dice
d'una brava persona di Milano, la quale ha visto mia figlia alla
finestra e se ne è innamorato. Mi consolo perchè, come madre, spero
sempre di trovare un uomo generoso tanto da.... mi affliggo perchè
finora non l'ho mai trovato, sebbene molti passanti abbiano alzato gli
occhi alla finestra e si siano innamorati di Nina.... ma la maggior
parte degli uomini non sanno tollerare un... Sa lei se il suo
giovinetto sia diverso dagli altri?
Mentre la notaia diceva della pena e della consolazione, trottava per
la testa di Giusto l'immagine di Cristina bella che gli pareva d'aver
dimenticato da un quarto d'ora, e non era vero; sulle prime non
s'avvide delle reticenze, poi le afferrò senza cercarne il
significato, poi cercò senza indovinare.
All'ultimo confessò:
--Non capisco niente; la sua ragazza che cos'ha? È malata molto?
--Per grazia di Dio, no; Nina è sana come un pesce... ma...
--Ma che cosa?
--Lei non ha visto mai tutta la mia Nina?
Giusto non l'aveva vista mai nemmanco mezza.
E se la mamma permetteva...
La notaia si levò di scatto, disse a quello che a lei sembrava l'ombra
di un genero, di aspettare un momentino e se ne andò nella camera
della sua figliuola.
Come mai un leguleio taciturno e una gazza avevano generato una
creaturina così soavemente bella? Nina era tutta bianca, tutta bionda
e gentile; gli occhi buoni, quando non erano fissi sopra un libro,
guardavano lontano, a un ideale perduto per sempre. La faccetta
pallida, involta in un velo di melanconia, dava l'idea di essere
un'apparizione di cielo.
La notaia venuta in presenza di sua figlia parve un'altra donna; e
veramente era un'altra; era una madre; la sua faccia, la sua voce, i
suoi modi, s'ingentilirono.
--Bimba mia, ascoltami.... lascia stare quel libro, se non ti spiace;
senti bene... vi è di là...
Allora Nina, fissando gli occhioni spauriti in faccia alla madre,
cominciò a tremare per tutta la persona.
--Ecco... ti piglia ancora il tremito: di che hai paura? È un
bell'uomo, un artista come vorresti tu... io lo so bene... non è più
tanto giovane... a te piace così... io lo so perchè le mamme leggon
nel cuore delle loro bimbe... Dunque non tremare... Lascia che egli ti
vegga... Vuoi? Chi sa? Potrebbe essere lui...
Nina non rispondeva; la gazza continuò a mormorare come una tortora.
--Tutti quelli che si erano innamorati di te non ti piacevano e non
gli hai voluti nemmeno vedere; non bisogna far così; fra tanti uno
avrebbe potuto sposarti, col tuo difetto invece gli hai respinti
tutti.
Nina alzò gli occhi a guardare la mamma, e fece un no melanconico col
capo.
--Ah! sì, è vero; uno ti piaceva, era un bel giovane, faceva dei
sonetti e il disgraziato ebbe paura.... ma non credere che tutti siano
così; questo qui è un pittore, è un bell'uomo, è anche ricco... chi
sa? potrebbe aver più cuore e più criterio degli altri... no, no, non
ho detto pietà, ho detto più cuore e più criterio, e m'intendevo anche
più -amore-. Te l'accompagno? Vuoi?
Nina chinò il capo sul petto e lasciò penzolare le belle braccia
bianche lungo i fianchi.
--Ah! bravissima; io vi lascerò soli, e tu gli parlerai come vorrai.
Vado e vengo... dammi un bacio.
Pose sulla bocca porporina della figliuola le sue labbra irrequiete e
se ne andò. Sull'uscio si trattenne ad avvertire che il pittore forse
avrebbe finto di venire per un altro.
Nina rimase nell'attitudine d'una smemorata finchè Giusto e la mamma
furono sul limitare.
--Nina, mormorò la mamma da lontano, possiamo entrare...?
Non attesero risposta.
La ragazza si levò reggendosi al bracciolo del seggiolone, e rimase in
piedi fin che Giusto le fu dinanzi, fatto mutolo dalla bellezza
gentile.
--Si accomodi, balbettò la povera creatura rimettendosi a sedere con
abbandono.
La mamma intanto poneva innanzi un monte di parole per dir meno di
nulla; all'ultimo le parve che di là la chiamassero.
--Mi scusi, vengo subito.
Rimasto solo con la signorina, il pittore fece una vecchia
osservazione curiosa, cioè che tutte le belle donne le quali aveva
viste in vita sua lo avevano impacciato, le bellissime no. E con la
schiettezza sua domandò alla signorina il perchè di questo.
Nina si fece rossa, rise e rispose senza ombra di modestia che non
sapeva.
--Lo so forse io, aggiunse celiando il pittore; le donne così dette
belle nascondono sempre un loro difettuzzo che lo spettatore non
riesce a scoprire subito, e questo lo turba; le veramente belle non
nascondono nulla all'ammirazione contenta. Forse è così.
Forse. Sicuramente era un madrigale ardito. Nina mise in faccia al
pittore poeta due raggi di sole melanconico, e gli disse:
--Lei non mi ha vista tutta prima d'oggi, non è vero? Nessuno mai le
ha parlato di me, nessuno che mi abbia vista in strada, dove scendo
poco? e per questo non sa il mio difetto odioso, insopportabile, che
le farà mutare opinione sul conto mio.
Giusto sorrideva al sorriso di lei, e senza intendere ancora frugava
con lo sguardo la pallida creatura.
Nina, facendosi ancora forza per sorridere, aggiunse con voce
intelligibile appena:
--Dunque non sa nulla? Io sono storpia. Vuol vedere? Non si turbi poi
troppo.
E senza attendere risposta si staccò dalla poltroncina per
attraversare la stanza. Ahi! povera creaturina bella! Quell'angiolo
zoppicava.
Andò sbilenca fino a una libreria per riporre il libro, ne prese un
altro, e sempre sorridente, tornò al suo seggiolone accanto alla
finestra.
Ma spuntarono sugli occhi meravigliosi le lagrime trattenute fino
allora, e le manine bianche non furono pronte a celarle.
Ora Giusto era turbato veramente.
Non sapendo che consolazioni di parole potesse dare a quella dolente,
avvicinò la sua seggiola alla poltroncina, e senza parlare, con la
amorevolezza di un fratello le accarezzò le mani bianche, fra le quali
sfuggiva il pianto silenzioso.
E parve a lui che se fosse venuto a chiedere la mano di quella storpia
bellissima, ora sarebbe stato il magnifico momento di buttarsi ai suoi
piedi per adorarla in ginocchio, e scongiurarla di darsi a lui per
tutta la vita.
Ma egli era venuto solamente per conto del figlio del macellaio, e
Cristina sua, perfino dinanzi a quell'amore di fanciulla, era rimasta
nell'istesso altare, anche lei bellissima, adorata essa sola.
E Giusto avendo pensato così, così volle dire.
--Perchè si affligge tanto? Che cosa le fa tanta pena? Me lo dica.
E siccome Nina non voleva dir nulla, ma cominciava ad asciugare le
lagrime vergognando d'essere stata debole, l'artista proseguì
abbassando la voce per renderla più insinuante e dare alle proprie
parole la dolcezza dell'intimità.
--Sicuramente è un difetto, ma compensato da... tutto il resto. Qual
uomo non lo perdonerebbe a una donnina amata?
Tacque lungamente per dar tempo alla bella creatura di ricomporsi.
Essa domandò con un filo di voce: «davvero?»
E in quell'unica parola mostrò insieme tanto dubbio e tanta speranza,
che Giusto, rammentando che ancora non aveva detto nulla del vero
pretendente, si affrettò a conchiudere:
--Mio cugino l'ha vista alla finestra, si è molto innamorato di lei,
ha pregato me di venire in casa sua a vedere se mai fosse il caso...
--E lei ha visto ora che non è proprio il caso, interruppe Nina
ripigliando il sorriso rassegnato di prima; andrà a dire a suo cugino
quello che ha visto, e suo cugino si metterà il cuore in pace; così
farò io.
Nemmeno l'ombra d'ironia nelle parole melanconiche dette col sorriso
amabile di chi non spera più nulla.
Ma poteva rimanere il dubbio, anzi la certezza, che Giusto si mettesse
davanti un cugino per nascondere sè stesso, e andarsene senza far
rumore.
Allora l'artista continuò.
--Mio cugino saprà tutto, e se ha un po' di cuore, verrà a ripeterle
ciò che io le ho detto....
--Mi vuoi dire chi è suo cugino; io lo conosco?
--È Gerolamo; il figlio dello zio Bortolo.
--E lo zio Bortolo chi è?
--Un ricco negoziante.
Bisognava dire di che cosa; Giusto pensò un momentino, ma la ragazza
era già lontana dal ricco negoziante e da suo figlio.
--E lei, scusi, lei chi è? Mia madre non mi ha detto altro se non che
è un artista grande... Fa libri o statue?
--Io sono un piccolo artista, ma faccio qualche volta dei quadri
grandi... due metri e più; e se avessi la modella che m'intendo io,
prete Barnaba sarebbe contento della Madonna dei sette dolori che mi
ha ordinato. Mi chiamo Giusto Giusti, sono il fidanzato di Cristina
che lei conosce sicuramente, e da una mezz'ora il più sincero amico
suo, se me lo permette...
Nina si alzò per prendere la mano dell'artista; negli occhi
sfavillanti, nelle mani tremanti, nel rossore del visino soave si
leggeva la contentezza.
--Ah! quanto è bene che lei sia il fidanzato di Cristina! Essa mi ha
tanto parlato di lei. E si sposeranno presto? Sì... devono sposarsi
presto... penseremo insieme.
Perchè Giusto, pur essendo grato alla magnifica storpia che pigliava a
cuore la sua felicità, si sentiva non ferito, ma punzecchiato da
quell'entusiasmo? E perchè quell'entusiasmo di lei sembrava a lui
quasi indifferenza?
Ma Nina disse tutto candidamente e oscuramente.
--Sono contenta, sa, proprio contenta; perchè se lei non volesse bene
a Cristina, io potrei essere tanto infelice.
Giusto Giusti interrogò lealmente sè stesso, Cristina sua e le
convenienze sociali, prima di mormorare queste parole:
«Se avessi la disgrazia di non amare Cristina mia, ora sarei già
innamorato di...»
Volle dire: di lei; finì invece così: di un'altra.
Ma era tutt'uno. Nina intese subito. Il visino bianco si tinse di
contentezza; porse al pittore una manina che gli entrò tutta nel
pugno, e rispose grazie. Non altro. Poi parlarono lungamente di
Cristina, delle nozze lontane, finchè a un lieve rumore Giusto
conchiuse rizzandosi in piedi:
--Dunque le accompagnerò mio cugino domani. Lo veda almeno. È tanto
bellino.
Nina non si oppose, e il pittore se n'andò tanto presto da cogliere la
notaia sull'uscio. Forse origliava al buco della serratura, o forse in
quel buco infilava un'occhiata curiosa, o forse alternava l'una cosa e
l'altra.
--Non mi potevo staccare da mia figlia, confessò la mamma; e come è
andata? Bene, mi pare. Ma non ho ancora inteso se il pretendente è
lui, o se è un altro.
--È un altro; si chiama Gerolamo, ha tredici anni buoni meno di me e
molto più danaro. Lo vedrà domani.
La notaia crollò melanconicamente il capo.
VIII.
Appena uscito di casa Cipolla, Giusto si arrestò sulla via, come
faceva qualche volta, a scandagliarsi ancora; veramente non era egli
in peccato verso Cristina?
La risposta data da lui non lo potrebbe mai soddisfare, e posto che il
cugino Ippolito ormai non avrebbe visto nulla di male in una visita
alla ragazza, quasi si proponeva di andare subito a confessarsi a lei
sola.
Erano le quattro e mezza sonate; a quell'ora un usciere di buona
volontà ha lasciato il tribunale e sta per tornare a casa. Per la
confessione sua, gli bisognava aver Cristina tutta orecchi, in
confidenza piena, senza inquietudine della cucina e della tavola da
pranzo, e poi non voleva trovarsi ancora col suocero restio, con quel
suocero che a lui repugnava rendere arrendevole con la bugia. Se ne
tornò dunque allo studio a passo lento; per via si affacciò alla
bottega del falegname a ordinargli un telaio alto due metri, largo un
metro e cinquanta centimetri; la mattina egli vi avrebbe inchiodato
una tela di prima qualità e subito l'avrebbe coperta di colore.
Cominciava a tirarsi in mente quale modella le potesse servire meglio
per la rassegnazione dolente che egli voleva dare alla Madonna; e
tirandosele in mente tutte, non ne trovava una che avesse il dolore
angelico. Molte madonne dipinte, che pure hanno buona fama, non lo
contentavano. Quasi tutte hanno sette spade conficcate nel seno, molte
piangono a goccioloni; materializzano brutalmente il dolore. Egli non
farebbe così; la sua Madonna non avrebbe la veste azzurra imbrattata
di sangue, nè lagrime sulla faccia scolorita, ma dovrebbe dire il
dolore muto e cocente, non rassegnato ancora, ma prossimo alla
rassegnazione; e direbbe questo con lo sguardo rivolto al cielo, con
le mani congiunte nello strazio insieme e nella preghiera; avrebbe la
veste bianca di Nina, la faccetta bianca e patita di Nina. La buona
amica sua non sarebbe ella capace di posare per l'altare di prete
Barnaba? Forse sì.
Ma quando poi le cose sue spiegassero le vele, un'altra tela alta due
metri e anche più, rappresenterebbe l'estasi dell'ascensione a Dio e
raffigurerebbe il visino sorridente di Cristina.
Il giorno dopo, mentre aspettava le dieci per poter andare a casa
della fidanzata con la sicurezza di non trovarvi l'usciere, si
affacciò in istudio il cugino Gerolamo.
Egli era impaziente di sapere come era andata la cosa.
--Dimmi tutto, perchè, non lo crederesti, ho passato una notte cattiva
pensando alla mia innamorata. Puoi immaginare che alla mia età
innamorate ne ho avute più d'una e più di due, ma nessuna mai mi fece
l'effetto di non lasciarmi pigliar sonno. Forse perchè erano
innamorate d'un altro genere; non si aveva tempo a desiderarle tutta
notte stando a letto, perchè... mi capisci? Dunque com'è andata? Non è
vero che la mia... come si chiama?...
--Nina.
--Non è vero che la mia Nina è bella? Ha una faccetta curiosa di
Madonna, come non ho mai veduto la simile. Piace anche a te, non è
vero? Dillo, che non sono geloso...
Giusto non si era preparato a dare la notizia della infermità di Nina;
aveva creduto che dovesse costargli un po' di pena trovare le parole
più adatte; ma a tanta disinvoltura, fu disinvolto anche lui fino ad
essere brutale.
--La tua Nina è uno splendore dal busto in su.
Gerolamo rideva stupidamente, aspettando una celia lesta.
--E dal busto in giù? interrogò, visto che la celia stentava a venire.
--È sciancata.
Ora che la parola era uscita di bocca, gli parve crudele, non per
l'innamorato, ma per la sua Madonnina dei sette dolori.
--Sciancata? domandò paurosamente Gerolamo.
--È zoppina, corresse il pittore.
--Zoppina, come? Vi sono zoppine di varie qualità; io ne ho conosciuta
una che mi piaceva tanto, ma non ho mai potuto averla a tiro...
--La buona ragazza zoppica molto, è nata così; forse è un difetto
anatomico; forse uno spostamento del femore trascurato a balia.... ed
è rimasta così inferma.... il resto è uno splendore.
Contro quello che Giusto poteva immaginare, la notizia non sembrò
affliggere molto Gerolamo, il quale studiando legge all'Università di
Pavia, aveva fatto naturalmente profondi studi storici nei romanzi di
Dumas padre, ed aveva appreso che la signorina De la Vallière era una
zoppina adorabile anche lei ed aveva fatto perdere la testa a un re di
Francia, il quale l'aveva poi ritrovata con altre signore della
società eletta. Non gli spiacerebbe avere una zoppina per moglie...
anche perchè...
Questo ultimo perchè non lo volle dire, non avendo trovato
l'incoraggiamento necessario nella faccia di Giusto.
Era dunque cosa intesa. Gerolamo andrebbe a far visita alla bella
Nina, e se non zoppicasse proprio troppo, se la piglierebbe in moglie.
Egli diceva -me la piglio-, come se la cosa dipendesse unicamente da
lui.
Giusto acconsentì per quell'istesso giorno alle due, non prima, avendo
altre cose da fare.
Per farne una lasciò in tronco le vanterie universitarie di suo cugino
e andò a confessarsi a Cristina.
La quale, quando seppe della visita alla povera Nina, e del modo con
cui il suo promesso sposo si era comportato, stette a pensare un
momento, poi disse: ebbene, sì, vogliamole bene entrambi; è tanto
buona.
Alle due Gerolamo fu puntuale.
Giusto, nel vederselo venire incontro allegramente, pensò che egli
valesse più di quanto aveva creduto; ma dopo le prime parole riconobbe
che poteva essere un imbecille.
Le prime parole furono semplicemente queste:
--Non vedo l'ora di conoscere la sciancata che mi ha innamorato, e
parola d'onore, se non è sciancata troppo, -me la piglio-. Andiamo
subito.
Andarono in silenzio, repugnando a Giusto di esprimere il proprio
pensiero; non sapendo Gerolamo che altro dire dopo il risultato della
prima celia.
Presentato alla notaia, Gerolamo venne introdotto alla presenza della
povera Nina. Giusto era stato lungamente incerto se dovesse
accompagnarsi al pretendente per fare cuore alla ragazza, o se la
presenza sua in quella occasione fosse per riuscire inopportuna--finì
coll'andarsene, annunziando al cugino che l'avrebbe aspettato in
istudio.
Un'ora dopo Gerolamo tornò raggiante.
Nina gli era piaciuta più di prima; era proprio dal busto in su un
vero splendore; nemmeno la zoppaggine gli spiaceva; tutt'altro; fra
studenti d'università è ricevuto come verità di fede che far l'amore
con le sciancate... è una cosa paradisiaca...
Presentandosi il caso raro di fare l'esperimento, egli non se lo
sarebbe lasciato scappare di mano.
Dunque?
Dunque si piglierebbe Nina.
Se la piglierebbe proprio?
Proprio. Anzi aveva già chiesto la mano alla mamma, la quale, da
notaia intelligente, aveva solo messo una difficoltà, una sola, la età
giovanile dello sposo; ma quando il babbo macellaio non negasse il
consenso, la sua ragazza avrebbe potuto prendere in considerazione la
proposta, pensarci sul serio, e poi decidere.
E allora?
E allora è cosa fatta; il babbo non dirà di no, e Nina dirà di sì.
--E sei proprio contento?
Sì, Gerolamo era contentone; prima di tutto avrebbe provato una verità
della quale la scolaresca va sempre parlando senza darne mai la
dimostrazione, e quando avesse fatto l'esperimento, sia che fosse
rimasto contento o il contrario, un vantaggio almeno gli rimarrebbe
sicuro.
E quale?
Che sua moglie non gli potrebbe correre dietro per tutte le vie di
Milano... starebbe volontieri a casa.
Il caro cugino rideva.
Ma Giusto non rise affatto.
--Che hai? mi sembri più accigliato del solito; non parli.
Giusto ebbe voglia di scatenare parole rabbiose come mastini, ma seppe
trattenerle e non se ne lasciò scappare nemmeno una.
--Sto pensando alla mia Madonna dei sette dolori.
--Ti annoio cianciando? domandò Gerolamo; e Giusto rispose di sì, che
voleva essere lasciato solo, perchè l'ispirazione non piglia legge da
nessuno... come Gerolamo sapeva benissimo.
Gerolamo fu schietto anche lui, e confessò che d'arte non sapeva nulla
di niente; ma in ogni modo se ne andava, non avendo più bisogno di suo
cugino. Nina era a tiro, e toccava a lui allungare la mano per
pigliarla....
--A rivederci dunque.
--A rivederci.
Tutto il resto di quel giorno Giusto pensò alla Madonna dei sette
dolori, a quella veduta in un'ora sola, ma vi pensò solo per scrupolo
di coscienza.
--Bisogna salvarla a ogni costo, disse a voce alta.
E la notte sognò che egli era stato impotente contro la cretineria di
Gerolamo; il monello di Pavia aveva contentato la sua fregola di
conoscere come sia fatto l'amore delle zoppine e la sua Madonnina
addolorata aveva otto spade piantate nel seno.
IX.
Ma per tre giorni consecutivi non fu possibile a Giusto di arrivare in
casa Cipolla prima di Gerolamo; il quale non solo faceva le sue visite
quotidiane alla innamorata zoppa, ma le faceva lunghe.
Repugnava al pittore di farsi ricevere dalla sua madonnina, mentre
quel monello dell'Università pavese le diceva chi sa quali asinerie,
gli repugnava del pari aspettare in istrada che Gerolamo se ne fosse
andato per accorrere al salvataggio di Nina. E poi chi sa? Forse la
pallida fanciulla, in quel giovane sanguigno che diceva il macello a
gran distanza, ritrovava il suo ideale fisico, perchè la materia pur
essa ha i suoi ideali anche nelle fanciulle spirituali. E allora
l'impresa di salvataggio sarebbe stata inutile.
Il pittore non potè neppure dire il proprio pensiero a Cristina,
perchè l'usciere, avendo dovuto andare improvvisamente a Brescia per
suoi affari, vi si era fatto accompagnare dalla figliuola. Così Giusto
vagò come un'anima in pena intorno alle due fanciulle, una delle quali
era sempre assente, l'altra sempre alle prese col figlio del
macellaio.
Ahi! povera creaturina gentile!
Per ammazzare il tempo odioso, Giusto aveva abbozzato di maniera la
Madonna Addolorata. Prete Barnaba era venuto due volte a visitare il
grande artista e l'ultima volta si era lasciato uscire di tasca altre
quattrocento lire, tanto era il suo entusiasmo per l'arte sacra del
cugino.
Però se le era lasciate uscire di mano in certo modo curioso, quasi a
malincuore, tenendo lungamente fra le dita quei quattro cencetti di
carta, e accompagnandoli con un sospiro fin nel portamonete del
pittore. E dopo ancora avreste detto che aspettasse qualche cosa, che
non poteva essere il resto, perchè la Madonna dei sette dolori era
stata venduta a lire mille giuste.
Il cugino Venanzio aveva rinnovato la sua offerta di denaro senza
pegno nè ipoteca al sette per cento.
La navicella di Giusto filava dunque col vento in poppa.
Ma il pittore non era contento fin che non avesse confessato il
peccato della sua nuova fortuna a chi lo potesse intendere veramente.
Confessarsi ai cugini, i quali non gli credevano, era assolutamente
inutile; ma Cristina sua, se fosse necessario, gli darebbe consiglio.
Nel desiderio segreto di Giusto era pure l'idea che prima di
profittare della bugia, dovesse, oltre che con Cristina, consigliarsi
con Nina.
Ma prima bisognava incominciare dalla sua innamorata.
Perchè mai essa era a Brescia quando Giusto aveva più bisogno di lei?
Finalmente l'usciere tornò a Milano, e Cristina pure.
Quando essa seppe dal suo fidanzato della celia notarile fatta in un
giorno di convalescenza, rise fino alle lagrime; a lei non venne
neppure in mente di dubitare che Giusto le nascondesse il vero, ma
invece di affliggersi che unicamente per questa bugia fosse divenuta
facile una cosa difficile, e la più bella di tutte, cioè il loro
matrimonio, se ne compiacque e battè le mani.
Ma dunque Giusto soltanto aveva certi scrupoli?
Sì, proprio lui solo.
--Mi piacerebbe interrogare uno spassionato!
E Cristina propose subito:
--Lo domandiamo a Nina!
--Domandiamolo.
Fu convenuto che la stessa sera, alle due in punto, si sarebbero
trovati in casa della zoppina.
Come è facile intendere, Giusto Giusti arrivò prima dell'ora e si
piantò in sentinella nella via, senza perdere mai di vista il portone
di casa Cipolla, nel quale dovevano entrare la sua innamorata e la
fantesca.
Ma di lì a poco quello stesso portone eruttò un coso nero e sporco,
nient'altro che prete Barnaba, sfrittellato come al solito, anzi
peggiorato dall'uso.
Che diamine era venuto a fare prete Barnaba in casa del notaio?
La curiosità stava tentandolo a correre subito a interrogare le gazza
di casa Cipolla, quando apparve sul canto la visione soave di
Cristina. Allora ogni altra idea volò via, per accorrere incontro alla
sua innamorata. Fecero un tratto della strada deserta in quell'ora,
tenendosi per mano, lasciandosi indietro la fantesca sorda, salirono
le scale legati così, legati ancora dagli sguardi amanti, e si
sciolsero solo in anticamera dopo essersi dati un bacio fuggitivo sul
pianerottolo.
Apparve la notaia, e Giusto la interrogò a bruciapelo: «che cosa
voleva prete Barnaba? me lo vuol dire?»
La gazza, poveretta, era incapace di nascondere lungamente qualche
cosa, se avesse saputo; in ogni modo promise di pigliare le necessario
informazioni.
I due fidanzati trovarono Nina intenta a far la soprascritta a una
lettera.
--A chi scrivevi? domandò Cristina dopo averle dato un bacio.
Nina mostrò la soprascritta.
«Al signor Gerolamo, Città», lesse Cristina a voce alta.
Allora Giusto si fece innanzi.
--Vuol dare a me quella lettera? domandò audacemente.
--Perchè no? Mi raccomando solo di consegnarla oggi stesso.
--Quando lei voglia proprio, sarà fatto; ma spero che appena io le
avrò detto una cosa, vorrà riavere la lettera per stracciarla.
Giusto parlava con un tremore insolito, come se l'audacia sua
sembrasse a lui stesso soverchia.
Nina, stretta fra le braccia dell'amica, sorrise melanconicamente.
--Tutto quello che lei mi potrà dire non muterà una sillaba a quanto è
scritto lì dentro.
--Ma dunque... dunque l'ama?
Nina fece di no in silenzio.
Ah! che piacere! Le parole che Giusto si proponeva di dire alla
poveretta perchè non si lasciasse prendere da quel bruto, diventavano
inutili. Ma tanto volle affermare brevemente il proprio pensiero
incrollabile:
--Per ora mio cugino è soltanto un monello; più tardi diventerà un
animale; le volevo dir questo.
La pallida fanciulla sorrise ancora; ma quale sorriso fu il suo!
--Legga la lettera, disse.
--E devo consegnarla ancora?
--Legga.
Giusto lesse in silenzio.
Nina scriveva che dalle visite frequenti e lunghe aveva avuto tutto
l'agio d'intendere che Gerolamo non potrebbe mai dare la felicità a
Nina, e che Nina dal canto suo non saprebbe essere la compagna per
tutta la vita di Gerolamo. Perciò egli non perdesse il tempo a fare
altre visite; ella tornava a sognare altrimenti.
--Brava! esclamò Cristina dando un bacio alla pallida amica.
--Brava! confermò Giusto e fu tentato di fare come la sua fidanzata,
ma si accontentò di stringere la mano alle due fanciulle adorabili.
Chiuse la lettera nel portafogli e non si parlò più di Gerolamo.
--Ora senta, signorina, disse Giusto con voce sommessa, chiudendo gli
occhi per non vedere altro che la propria coscienza; ho bisogno da lei
d'un consiglio. Me lo vuol dare?
--Altro! ma che consiglio posso darle io?
Giusto riaprì gli occhi un momentino per impadronirsi della mano di
Cristina, e cominciò la confessione.
Disse della sua povertà di artista, dell'amor suo, del capriccio di
far testamento per celia e di ciò che ne era risultato; espose
candidamente ogni cosa.
--Posso io continuare l'inganno e approfittarne fino a compiere la mia
felicità?
--Non capisco bene, rispose Nina.
Cristina volle spiegare meglio la cosa, ma Giusto le strinse forte la
mano perchè tacesse.
--Io non credo che lei possa continuare l'inganno, e nemmeno lasciarlo
durare per approfittarne, conchiuse Nina.
--Lo vedi? esclamò Giusto aprendo gli occhi a guardare la sua
innamorata sorridente.
Cristina crollò il capo.
--Ora parlo io, disse. Si tratta del nostro matrimonio; Giusto si fa
scrupolo di sposarmi perchè il babbo lo crede ricco; è tentato, perchè
mi ama tanto, di convincere il babbo del suo errore. Ora parla tu.
Nina non stette a riflettere; dichiarò tranquillamente che era
un'altra cosa.
Come un'altra cosa? Sì, un altro paio di maniche... Si spieghi subito,
via, da brava.
E la cara fanciulla spiegò subito che quando due hanno promesso
d'essere l'uno dell'altra, ogni scrupolo che possa impedire il
mantenimento della promessa è colpevole e ridicolo.
--Ridicolo?...
--Propriamente ridicolo.
Stettero in silenzio un poco ancora per dar tempo a Giusto di
riflettere.
Il pittore si oppose debolmente:
--Non si tratta d'impedire, ma solo di ritardare. Ci pensi un momento.
Ma la pallida consigliera gli tappò la bocca con queste parole:
--Ritardare qualche volta è impedire.
E Giusto, il quale non desiderava altro, si diè vinto.
Cristina, curvandosi a baciare le labbra che avevano profferito parole
di evangelo amoroso, mormorò qualche cosa che Giusto cominciò
intendere appena, quando vide la faccia pallidina di Nina tinta d'un
lieve rossore.
--Dalle un bacio anche tu, Nina, te lo permetto.
Ma Giusto ne fu impedito dalla notaia, la quale affacciandosi nel vano
dell'uscio lo chiamava in disparte.
--A più tardi, disse, sorridendo a Nina.
Appena fu nell'altra stanza la gazza gli disse tutto. Prete Barnaba
era andato dal notaio per vedere il testamento di Giusto, o almeno la
minuta, o almeno sentire ripetere le clausole all'ingrosso, non si
fidando alle dicerie che correvano per la città, e avendo fatta una
spesa spropositata... Quale? Una Madonna dei sette dolori ordinata al
pittore e pagata anticipatamente solo perchè sapeva della disposizione
testamentaria che legava la Madonna a prete Barnaba per la cappella
dove diceva messa. Ora che il pagamento era fatto, gli bruciava molto
perchè egli contava sulla restituzione immediata, senza aspettar la
morte dell'artista, il quale era capacissimo di sepellire lui e gli
altri parenti fino alla decima generazione.
In tanto sconforto avrebbe trovato un sollievo quando avesse la
sicurezza della clausola testamentaria, ma la sicurezza gli veniva
mancando.
E il notaio Cipolla come si era comportato?
Magnificamente. Non aveva detto nulla al paziente sentendosi legato
dalla professione a tacere degli atti consumati col proprio ministero;
ma aveva fatto rileggere la minuta alla sua legittima collaboratrice.
--E se lei crede, posso confortare prete Barnaba.
Giusto era sicuro che il suo permesso era inutile, e perciò lo diede
subito. In premio di questa amabilità, la notaia informò il testatore
che negli ultimi giorni erano venuti a consultarsi, prima col marito,
poi con lei, tutti i legatarii, uno solo eccettuato, l'usciere
Ippolito... forse per decoro professionale?
--No, non era decoro professionale.
--E allora che cos'era?
Senza rispondere Giusto ringraziò la notaia con calore, ma tutta la
voglia di ridere della propria celia gli era passata da un pezzo.
Prima di lasciarselo fuggire di mano la signora Cipolla fece un'uscita
audace.
--Vuol scommettere lei che faranno di tutto per impedire le nozze con
la sua fidanzata?
Come sapeva?... Sapeva. Si sa sempre tutto; basta volere.
--Vuol scommettere? insistè.
Giusto non volle scommettere nulla e tornò nell'altra stanza a finire
nascostamente la cosa incominciata. Baciò dunque leggermente la
Madonnina addolorata, poi, senza parlare, scoccò molti baci sonori
sulle guancie, sugli occhi, sulle labbra della sua innamorata. E alla
fanciulla spaurita spiegò che faceva così per confondere i suoi
ingrati eredi, i quali vorrebbero che non sposasse una ragazza
capacissima di render nullo nella sostanza il testamento, senza
incomodare in nessun modo il notaio Cipolla, e senza nemmeno intinger
la penna nel calamaio.
--In che modo? interrogarono allo stesso tempo Cristina e Nina.
Giusto non lo volle dire.
X.
La notaia aveva un mucchio di ragioni, e se Giusto avesse scommesso
qualche cosa, certo qualche cosa avrebbe perduto.
In fatti la domenica successiva, mentre il grande artista lavorava
alla tela di prete Barnaba, la Madonna dei sette dolori abbozzata
appena fece un miracolo. Entrò dunque il cugino Ippolito chiedendo
permesso al manichino vestito di bianco, e senza aspettar risposta e
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