Carta bollata
SALVATORE FARINA
CARTA BOLLATA
RACCONTO
1894
L. OMODEI-ZORINI, EDITORE
MILANO
Proprietà Letteraria
MILANO, 1894--TIP. PAGNONI
Via Solferino, 7.
CARTA BOLLATA
I.
Lo chiamavano -Maestro-, benchè egli con la superbia d'essere
solamente scolaro della natura, avesse in supremo disprezzo
gl'insegnamenti che un uomo può dare a un altro suo simile. Non aveva
egli disertato Brera a diciott'anni, perchè all'accademia, a disegnare
un gesso immobile, più d'uno ha sciupato l'esistenza? Diciamo
l'esistenza per dire, ma dando retta a Giusto dovremo dire che molti
hanno guastato la mano, l'occhio, l'intelletto d'artista, e sono
rimasti tutta quanta la vita copisti. Perciò egli aveva piantato il
gesso immobile e scialbo, e dando al professore dell'asino, se n'era
andato di buon passo fuori di Porta Ticinese, a empir l'occhio di
belle linee mobili e di colori trasparenti.
Assicurava che la prima lezione di colore gliel'aveva data una roggia,
entro la quale l'acqua si moveva appena, dando tutti i riflessi delle
nuvole splendenti pel sole di maggio. La gran maestra gli aveva detto
allora per la prima volta: «Giusto mio, lascia il carboncino, piglia
la tavolozza e il pennello, guarda bene e cerca di far come me; sarà
forse la disperazione di tutta la tua vita, perchè io farò quasi
sempre meglio, ma se tu hai qualche cosa dentro e riesci a metterla in
luce, sarai un grand'artista e la gente, che me non guarda nemmeno,
ammirerà l'opera tua.»
Da quel giorno di maggio, Giusto, cacciato dall'accademia per aver
detto al professore una verità sacrosanta, non aveva avuto altri
maestri fuor che la natura.
E poco dopo lo scolaro aveva avuto il battesimo di maestro dagli
allievi suoi, e perfino dai colleghi ed emuli, che in arte, dove
cessano le miserie delle scuole e delle regole, comincia l'anarchia
intellettuale e si trova un briciolo di giustizia per dire lealmente a
un compagno amato: «tu sei un grande artista» ovverosia «tu sei una
bestia.»
Ma perchè, arrivato a questo punto luminoso, l'artista non è felice?
Perchè spesso manca all'uomo glorioso quasi tutto; perchè la gloria è
una cosa, l'appetito è un'altra; perchè a una certa età, quando sono
entrate nel cervello le visioni d'una vita tranquilla, accanto al
focolare caldo, con una compagna buona, la quale all'occasione possa
fare la modella ad un capolavoro impaziente, l'artista, che ha cercato
nella natura l'anima delle cose, si sente infelicissimo non potendo
dare tutto se stesso a un'altra anima cara.
I pittori italiani, a qualunque scuola appartengano, spesso per
scarsità di companatico rimangono scapoli tutta la vita; li vedete,
già canuti, gironzare ancora intorno all'ideale perduto, senza
arrischiarsi al matrimonio; alcuni si pigliano in casa una modella
belloccia, affamata quanto loro, a dir poco, per fingere la felicità
della casa e della famiglia, e se hanno fortuna, da queste finzioni
non nascono figliuoli, ma semplicemente bozzetti e quadri che
rimangono invenduti quando i nababbi italiani non li comprano per un
tozzo di pane.
Una volta, attraverso l'Atlantico o le steppe, arrivavano nel bel
paese i Cresi veri, pieni di dollari o di rubli; andavano a visitare
gli studi degli artisti più in voga e si portavano via quadri di
genere e statue di marmo di Carrara; ma da poco in qua l'America non è
la terra promessa, la Russia nemmeno, le statue italiane si fanno per
lo più di gesso, il monte di Carrara non serve quasi ad altro che ai
caminetti.
Quest'è lo stato presente dell'arte in Italia; poco è a sperare che si
voglia mutare per un pezzo.
E non di meno la gioventù italiana è sempre innamorata dell'arte,
sfida la miseria, sopporta allegramente l'appetito e non si dà vita;
non passa mai per il capo dei giovani artisti la tentazione di mutar
carriera, di darsi alla banca per esempio, al tribunale, al commercio;
mentre qualche volta accade il contrario, cioè che un agente di cambio
novellino, pentito d'un'operazione a fine mese mal riuscita, voglia
rosicchiare l'osso spolpato dell'arte.
Giusto, diventato maestro a forza di digiuni, a 36 anni non era
scontento del proprio stato, avendo venduto quaranta volte un Cenacolo
di Leonardo da Vinci, ai Russi ed agli Americani del buon tempo, e
ultimamente ai Tedeschi ed agli Inglesi. Sperava di vendere altri
cento Cenacoli prima di chiudere gli occhi all'eterno sonno; solo gli
rimaneva il dubbio angoscioso che l'affresco di Leonardo, ridotto già
come un'ombra, svanisse interamente prima del tempo. E allora, che
sarebbe di lui e della giovane arte italiana?
Uno sgomento più grave lo assalse un giorno, quando l'agente delle
imposte volle gravare sull'arte italiana per mettere le toppe alla
finanza dello stato. Quell'uomo ingegnoso, fatto il calcolo che i
Cenacoli di Giusto pagati a peso d'oro dovessero dargli molto più
companatico che un artista di modesto appetito possa digerire, intimò
subito una tassa di ricchezza mobile per una somma enorme, dugento
lire annue, da pagarsi in sei rate uguali ogni bimestre, facendo
risalire l'obbligo del pagamento a tre anni innanzi per mancata
denunzia; insomma uno scapaccione di ottocento lirette.
Ma, Cristo in croce! Dove si vanno a prendere ottocento lire per
consegnarle all'esattore? Lo sapete voi?
Giusto non ne sapeva un'acca.
Andò subito a visitare la belva, sperando ingenuamente di placarla;
appena gli avesse fatto intendere all'ingrosso in che acque naviga la
pittura moderna nel bel paese, il mostro avrebbe chiesto scusa di aver
cagionato al prossimo un'afflizione inutile, e non avrebbe fiatato in
sempiterno. Così pensava l'ingenuo maestro.
Ma la belva non fu mansueta; dimostrò a Giusto, il quale ascoltava a
bocca aperta, che solo con i Cenacoli mandati all'estero tre volte
l'anno a un di presso, un maestro di quel valore....--Quale?, domandò
umilmente Giusto.--Dugento lire annue di ricchezza mobile, pagabili in
sei rate uguali.
Insomma, non vi fu verso di correggere il criterio di quell'uomo, il
quale avendo istruzioni dall'alto, era nel preciso dovere di salassare
il prossimo per contentare la finanza... e fare un passo avanti nella
carriera.
--Però...
--Però, che cosa? dica, dica.
Però Giusto poteva ricorrere alla commissione d'appello per
l'accertamento delle imposte.
--E come? e che fa la commissione d'appello? e che ottiene il
contribuente?
L'agente fu generoso d'informazioni; Giusto doveva fare il suo reclamo
in carta bollata da cent. 60; la commissione d'appello fa sempre ciò
che dice l'agente delle tasse; il contribuente per lo più non ottiene
altro che fare una seconda istanza a un'altra commissione...
--La quale?...
--La quale giudica come la prima.
Giusto, fatto bene il conto, non fece istanza di sorta, e almeno
risparmiò la carta bollata.
Ma bisognava pure pagare le ottocento lirette, se gli premeva fare
quasi ogni giorno la cena e tre volte l'anno un cenacolo.
Allora cominciò nel cervello del pittore un lavorio angoscioso, non
fatto mai prima di quel tempaccio birbone: il lavoro di avvicinarsi ai
parenti abbandonati per disprezzo della loro fortuna, tastarli a uno a
uno, amicarseli un poco, fin che un giorno gli avesse indeboliti tanto
da poter sparare a bruciapelo la domanda d'un prestito di ottocento
lire. E perchè no di mille? La fatica è tal quale a chiedere mille o a
chieder ottocento, anzi certamente mille è una cifra più dignitosa, e
se un po' di lire gli rimanessero in tasca non gli farebbero male per
assicurare una buona modella al suo capolavoro.
Il suo capolavoro doveva essere una Cleopatra, ma tutte le modelle
vedute non lo contentavano; una sola aveva le attaccature delle
braccia incensurabili, e per rifare il sorriso amaro della morte e
dell'amore non vi era altri che lei; solamente, essendo, ricercata da
molti, bisognava pagarla tre lire l'ora. E Cleopatra aspettava.
I parenti di Giusto non erano molto prossimi; il più vicino era
fratello uterino di suo padre buon anima; lo zio Bortolo aveva fatto
il macellaio per vent'anni e s'era messo a riposare dalla macellazione
per negoziare i buoi, per il macello, s'intende, che quell'uomo di
pasta antica non poteva separarsi, fin che avesse un alito di vita,
dalla sua passione.
Lo zio Bortolo aveva messo da parte un po' di denaro, ma ne avrebbe
avuto assai più se non gli fosse toccata la disgrazia di generare due
figliuoli dello stesso sesso, uno più scioperato dell'altro, i quali
altro non facevano se non spolpare il genitore. In oltre lo zio
Bortolo aveva un vecchio rancore col fratello, ancor che fosse morto e
sepolto, e non vedeva di buon occhio la pittura per una disgrazia
toccata all'insegna della sua bottega.
Quell'insegna era una testa di manzo magnifica, come Bortolo ne aveva
staccato tante dalle bestie macellate; a giudizio delle cuoche del
vicinato era parlante, e il macellaio già si rallegrava della sua
pensata, quando gli era piombata la contravvenzione perchè prima di
esporre la testa parlante del manzo miracoloso non aveva domandato il
permesso al Municipio e pagato la relativa tassa. Bortolo si protestò
innocente, dichiarò di non averlo fatto apposta, ma non vi fu verso e
dovette pagare. Così quell'insegna, che lo aveva rallegrato un giorno,
sembrò poi messa lì solo per riaprire una vecchia piaga per tutto il
resto della vita.
Un altro parente prossimo di Giusto apparteneva alla Curia in qualità
di usciere; doveva odiare anche lui la pittura perchè si era empito la
casa di oleografie e nella sua qualità d'uffiziale giudiziario
guardava dall'alto in basso il cugino pittore; si chiamava Ippolito.
Un altro cugino aveva bottega d'orologiaio e orefice in Ponte Vetero e
si diceva che rivendendo bene gli orologi acquistati male dagli
speculatori di Piazza Castello, che è a due passi, egli si fosse messo
da parte un bel gruzzolo; si chiamava Venanzio.
Un altro cugino era prete. Diceva la prima messa, che è la meglio
pagata per la difficoltà di alzarsi la mattina di bonissima ora; aveva
la sottana sfritellata; i collarini sudici erano una sua specialità.
Costui almeno era venuto qualche volta a trovarlo in studio, e si
dichiarava a tutto pasto appassionato della pittura religiosa, ma se
appena appena Giusto scopriva le nudità d'una tela di genere
pompeiano, o turco, o indiano, prete Barnaba lasciava Cristo a cena
con gli apostoli e Cristo in croce per ammirare da vicino e da lontano
un po' d'arte mondana. Molte volte aveva manifestato al cugino pittore
la tentazione fatale, da cui era preso ogni tanto, di ordinargli una
Madonna dei sette dolori per la cappella ove diceva messa, ma sperava
di resistere, e veramente aveva resistito fino allora.
Ma non resisterebbe più quando Giusto gli avesse fatto intendere la
propria necessità di consegnare all'esattore una somma che non aveva;
di sicuro, per non lasciarsi salassare impunemente, il prete
comprerebbe la Madonna dei sette dolori per lire mille.
Quel giorno medesimo il pittore andò a trovare suo cugino. Per via
aveva una baldanza curiosa di uomo sicuro del fatto proprio;
nell'androne di sagrestia cominciò a penetrargli nell'animo un dubbio
amaro; e in faccia al reverendo il -maestro- aveva la fisonomia
somigliantissima d'uno scolaro che non sapesse la lezione.
--Qual buon vento ti porta qui, così di buon'ora? domandò prete
Barnaba, mentre con l'aiuto d'un chierichino infilava la pianeta per
la messa.
--Non è un vento, confessò Giusto, e sopra tutto non è un vento buono;
è un uragano maligno.
Prete Barnaba si fece il segno della croce dinanzi al Cristo di
sagristia, e non rispose verbo perchè fiutava da lontano un gran
pericolo.
Giusto, vedendo che gli toccava dir tutto senza incoraggiamenti,
chiuse gli occhi e disse: -mille lire!-
Prete Barnaba alzò gli occhi al Cristo per dirgli alla muta che
rispondesse lui qualche cosa a quel disgraziato.
--Ma non vedi, mio buon Giusto, che tu sei in un grave errore? come! e
tu non ti eri accorto che io non ho avuto mai mille lire disponibili?
Credi che me ne verrei qui come una rondine a dire la prima messa se
fossi un prete ricco? E con tutta la voglia che ti ho manifestata
tante volte di regalare una Madonna dei sette dolori alla cappella, se
non l'ho fatto prima d'oggi, che significa?
--Ma io... balbettò il gran maestro della scuola lombarda, ma io ti
farò una -Madonna di sette dolori- che farà piangere i sassi; e sarà
d'un metro e sessanta, come ti piaceva, e se non basta te la farò di
due metri. Fa un sagrifizio per lasciarmi in pace con l'esattore.
Prete Barnaba aveva già la pianeta; si pigliò in mano il calice e
inchinatosi ancora davanti al Cristo in croce mormorò sotto voce una
preghiera prima di avviarsi all'altare.
--Se ascolti la mia messa, potremo parlare ancora del caso tuo, ma da
me non sperare nulla; ti dirò piuttosto di andare da nostro cugino
orologiaio. Quello ha un mucchio di danaro, e per un parente vorrà
fare qualche cosa.
Il gran maestro non fiatò, ma almeno volle risparmiarsi la messa di
suo cugino Barnaba.
Camminando di buon passo sulla via pensava al caso suo, che ora gli
sembrava più difficile che mai.
A quale altro parente doveva rivolgersi ora?
All'orologiaio di Piazza Castello, o all'usciere Ippolito, o a zio
Bortolo macellaio? L'orologiaio apriva il negozio di Ponte Vetero alle
ore otto in punto, l'usciere andava in tribunale non mai prima delle
nove, e fino a quell'ora il negoziante di buoi arricchito dal macello
non si moverebbe dal suo letto. Erano le cinque in punto; e recarsi a
casa dei suoi cugini a quell'ora mattutina a chiedere un prestito di
mille lire, non parve a Giusto molto prudente; se ne andò allo studio
a riflettere meglio. Con la tavolozza in pugno, buttando qua e là
qualche pennellata sopra una di quelle tele destinate a non essere mai
finite, che tutti i pittori ne hanno sempre una almeno, si erano
affacciate tutte le migliori idee di Giusto. Così fece.
Egli aveva appunto una gran tela intitolata il -Paradiso terrestre-,
dove nello spazio di due metri aveva ammucchiato tutte le seduzioni
dell'inferno; vino colante da brocche rovesciate sulle mense; donnine
seminude addormentate nel dare un bacio a giovinotti brilli, alcuni
dei quali caduti fra le gambe della tavola; dadi e carte da giuoco
sulla tovaglia e in terra, stoviglie d'argento luccicanti al sole
affacciato da un finestrone a guardar lo spettacolo disameno. Quel
quadro concepito in una giornata di orgia, che aveva dato a Giusto una
nausea memoranda, non era stato compiuto per la solita causa, perchè
le donnine allegre, le quali gli avevano servito una volta di modelle,
non erano tornate più a mettersi in posa.
Tuttavia la tela non era stata cancellata, e nei momenti scabri delle
sue giornate il gran maestro vi dava volontieri qualche pennellata per
rinforzare il tono d'un viso baciato dal sole, o un'ombra sotto la
tavola, e per farsi venire le sue idee migliori. Quella mattina l'idea
fu questa:
«Io la faccio in barba all'esattore, il quale dovrà rimanere con due
spanne di naso a dir poco; io mi rifugio all'estero in un paese meno
barbaro che non sia questa nostra Italia di Michelangelo e di
Raffaello; io me ne vado in Isvizzera, a Lugano.»
Con poche pennellate di biacca sgorbiò un po' di fondo di tela non
ancora coperto di colore, e si tirò indietro per riconoscere che
quell'albore rinforzava benissimo i toni di tutto quanto aveva messo
fin qui sul quadro, e bisognava proprio scegliere una sala bianca,
tutta marmi di Carrara, o stucchi e oro. Pensò ancora.
«Da poco in qua i pochi Russi viaggianti si fermano in Isvizzera, nel
Canton Ticino, che è come un pezzo di Italia, a Lugano, città di
alberghi... I Tedeschi poi non vengono in Italia senza passare il
Gottardo e fermarsi a Lugano; quando il forestiero sappia che a Lugano
vi sono io, vorrà fare una visita al mio studio. Chissà quante belle
migliaia di franchi in oro metterò da parte senza dare un centesimo al
mio caro esattore. E quando avrò le migliaia, potrò forse pensare...»
A che cosa? Egli interruppe il proprio pensiero, perchè gliene venne
un altro.
--Sì, ma a Lugano non vi è la Chiesa delle Grazie, non vi è il
Cenacolo di Leonardo da Vinci; e come faccio io?
Fu uno sgomento di poca durata. Giusto poteva farsi una copia di
Cenacolo per servire a farne poi altre; una seduta in faccia
all'affresco originale accontenterebbe il compratore più difficile.
Sta bene, e ora poteva proseguire la sua -via crucis-, visitare, se
fosse necessario, i cugini a uno a uno, e con molta filosofia
penetrare tutte le difficoltà di ottenere mille lire in prestito.
Erano giunte le otto, l'ora dell'orologiaio di Ponte Vetero.
Giusto si avviò con animo deliberato.
II.
Il cugino Venanzio, giovinetto allegro la sera, quando il suo negozio
era andato bene, aveva la mattina un umore intrattabile; la impazienza
che si presentasse il primo affare, senza del quale come sapete non è
possibile mai fare il secondo, gli dava un'aria inquieta e scontenta,
che non cresceva nulla ai vezzi della sua persona. Alle otto in punto
ogni mattina, nell'atto di aprire la bottega, dimenticava le amiche
della notte per non pensare ad altro che al suo commercio e agli
agenti della questura, i quali potrebbero capitargli in bottega quando
meno se lo sognasse per fare molte ricerche inutili.
Quando Giusto si presentò, Venanzio era mille miglia lontano da lui; e
per un poco, intento a ripulire la mostra, non si avvide nemmanco del
suo parente.
Ma il pittore, preparato a ogni sorta di incontri nella -via crucis-,
non si smarrì di animo.
--Venanzio, disse con voce robusta; e ripetè ancora: Venanzio.
Venanzio si volse verso di lui, tentando un sorriso che riuscì una
smorfia.
Giusto non perdè un minuto di tempo per informarlo del suo bisogno;
l'altro, senza smettere le proprie occupazioni, gli parlò così:
--Ti hanno ingannato, sai, ti hanno proprio ingannato; io non posseggo
un soldo; tutta questa roba che vedi non è pagata, e se non la vendo,
la ridò a chi me l'ha data per la mostra; appena appena ne ricavo,
ammazzandomi tutto il giorno al banco, tanto da mangiare e vestirmi.
Tu lo sai, io sono come te, scapolo ancora; e perchè sono scapolo a
trentasei anni sonati? Perchè ho paura del matrimonio e della
figliolanza, e ne ho paura perchè sono povero.
Giusto non si lasciò commuovere da quelle dichiarazioni e franco
franco ribattè così:
--Aspettavo che mi dicessi questo, perchè so quanto guadagni e quanto
sei avaro di giorno; so pure che non prendi moglie, perchè la notte
all'Eden, alla Follia e in altri luoghi, trovi quante mogli fanno al
caso tuo. Ma io non chiedo un prestito senza interessi, che sarebbe
un'ingenuità, sono venuto a proporti un negozio; se mi dai mille lire
te le renderò col dieci per cento fra un anno, e anche prima.
Venanzio non ebbe nemmeno il tempo di riflettere, come sembrava
volesse fare, perchè un brutto ceffo si affacciò alla bottega senza
dir parola.
--Vengo, disse l'orologiaio, e l'uomo sparve.
--Ecco, proseguì Venanzio, continuando ad assestare gli orologi della
mostra; io sono qui per contrattare: non dobbiamo forse far contratti
tutta la vita? ma quando uno chiede che io gli procuri un po' di
denaro che non ho, non posso incomodare la gente che mi vuol bene
senza fargli vedere prima il pegno e consegnarglielo poi. Se tu hai
dell'oro vecchio, dell'argento, ma meglio oro, portalo qua e io ti
potrò fare l'imprestito; così faccio qualche volta; oro e argento;
oppure orologi; ma tu non hai sicuramente una partita d'orologi da
sbarazzare; tu non sei un collezionista.
Lasciò vagare sulle labbra un sorrisetto, ma lo cancellò subito.
--È vero, rispose Giusto, io non sono un collezionista d'orologi.
--Lo vedi! conchiuse Venanzio.
Aveva detto tutto; si affacciò in istrada per vedere se l'uomo di
prima aspettasse, e rialzando il capo verso il suo caro parente senza
nemmeno guardarlo, sembrò dirgli qualche cosa che Giusto intese a
volo.
--Stammi bene, disse il pittore, e buoni affari.
Lasciò la bottega e nell'avviarsi al tribunale passò rasente al brutto
ceffo che tornava verso la bottega di Venanzio.
Sebbene fossero le nove sonate, quando Giusto arrivò al Palazzo di
Giustizia, l'usciere non era ancora al telonio a preparare le
citazioni e a radunare le sentenze per notificarle. Che ne era
avvenuto? Niente altro che questo: Ippolito s'era ammalato
d'indigestione, volgarità indegna d'un magistrato, ma che può toccare
anche al primo presidente. Giusto lo troverebbe a casa, a letto.
Queste notizie gli vennero date da un altro ufficiale giudiziario, il
quale anzi raccomandò di dire al collega malato che quella tal
citazione verrebbe fatta prima del mezzodì.
E Giusto via, a picchiare alla porta del suo terzo cugino.
Gli fu aperto dalla figliuola di Ippolito, una cuginettina perduta di
vista da molti anni, un amore di bimba non avente proprio l'aria di
essere tanto vicina alla curia e al tribunale; ne pareva anzi
lontanissima, tanto era bianca, bionda, e gentile; e pure anche il
giorno prima quell'amorino ingenuo aveva riempito molta carta bollata
indegna di un suo caratterino nitido e bello, senza domandarsi conto
di quanto faceva per contentare il babbo.
--Chi è? domandò appena ebbe schiuso l'uscio, e subito soggiunse: è lo
zio Giusto.
--Non sono tuo zio, ma tuo cugino, tienlo in mente...
--Il babbo dice che sei zio, ma se tu vuoi essere mio cugino, lo
preferisco quasi; vieni pure, ma il babbo sta male, perchè ieri ha
lavorato troppo...
--L'altro usciere mi ha detto che ieri ha mangiato.... e gli ha fatto
male.
--Non è vero; lavora qualche volta troppo e allora non digerisce quel
che mangia. Vado subito a dirgli che sei qui, aspetta un momentino...
Così dicendo, quella donnina accompagnava il suo parente in salotto,
gli accennava di mettersi a sedere, e via di corsa.
Uscirono dal cervello del maestro tutti le amarezze della giornata
incominciata per trattenere soltanto la visione gentile della
cuginetta.
Un pittore che sappia il fatto suo, al primo vedere una figurina come
la figliuola dell'usciere Ippolito, si sente subito afferrare dalla
tentazione di arrestarne sulla tela il più possibile, il viso almeno,
un po' di collo, le manine bianche, le braccia tonde; il resto viene
poi.
Così Giusto.
«Come si chiama mia cugina? Maria, mi mi pare; ma non ne sono sicuro,
e non mi starebbe bene domandarlo; altrimenti si vedrebbe subito che
io dei parenti cari mi sono infischiato magnificamente fino al momento
di averne bisogno. È fresca come una rosa appena sbocciata; beato chi
la potrà cogliere; è bella; è amabile, disinvolta e garbata; farà la
felicità di un usciere novellino, o chi sa mai, magari di un usciere
vecchio, che abbia ammucchiato molto denaro notificando molta carta
bollata. Ah! quanti grandi artisti sono diventati celebri perchè
avevano un modello in casa!»
Giusto ebbe l'audacia di immaginare l'arte gentile che egli avrebbe
fatto nel primo tempo dopo le nozze, quando la cugina Maria....
diciamo.... fosse al suo fianco, e l'arte grande che gli sarebbe
uscita dal pennello quando Maria, diciamo ancora così, avesse preso
proporzioni un tantino matronali, ma un tantino appena, e il suo viso
di faterella allegra fosse oscurato da quell'ombruzza di melanconia di
chi ha visto da lontano il dolore.
La cuginetta tornò in quel punto ad annunziare che il babbo dormiva
ancora, ma nel dire mostrò apertamente il dolore della bugia; tanto
apertamente, che Giusto fu lì lì per consolarla così:
«Maria.... ho inteso tutto....» ma dalla camera vicina la voce sonora,
che spesso tonava nell'aula annunziando il tribunale, gridò forte:
Cristina!
E Cristina, chiesta permissione, sparve una altra volta.
--Si chiama Cristina, e io me ne ero scordato; è proprio bella tanto,
ingenua e schietta; non pare la figlia di un usciere; mio cugino
Ippolito ha fiutato il caso mio; per paura d'essere indebolito
dall'indigestione, mi mandava a spasso con una bugia; ma pensandovi ha
visto di non guadagnare gran cosa, e ora mi fa dire di venire al suo
letto, che, ammalato com'è, saprà difendersi. È come se lo vedessi.
Cristina rientrò in sala in quel punto; aveva la faccetta allegra
d'una donnina che, odiando la menzogna, si rallegra di dire una
verità.
--Il babbo dormiva, perchè non aveva inteso che si trattava di te; ora
ti vuol vedere.
--Grazie, balbettò Giusto per dire qualche cosa.
--Grazie di che? chiese Cristina.
E veramente grazie di che? Giusto non sapendo rispondere, si avviò in
uno stato di perplessità inesplicabile. Giunto a piedi del letto
matrimoniale dell'usciere vedovo, non fu tolto al suo stato dagli omei
con cui Ippolito cominciava la propria difesa personale.
--Ahi! questo mio stomaco non mi serve più; ahi! è il piloro
sicuramente, o è il fegato, o è la milza, o è il demonio; il fatto è
che se mangio un boccone con un po' di appetito mi tocca dire mi pento
e mi dolgo una settimana intera.
--Che cosa è stato?
--È stato che si lavora troppo per campare la vita. Ma bravo! Mio
cugino, il grande artista, il faro dell'arte pittorica lombarda, si è
ricordato d'un misero uffiziale giudiziario! Non è, Dio ti guardi, per
una citazione? Se il cliente tuo non ti vuol pagare, dà retta a me,
piglialo con le buone; non ti venga mai la tentazione di pigliarlo con
le mani d'un usciere. L'usciere, anche se è cugino, non può far nulla
senza la carta bollata. Ahi! questo piloro, questo fegato, questo
demonio mio! Mettiti a sedere; vedi là, vi dev'essere una sedia
libera; l'hai trovata? Bravissimo; e ora dimmi il caso tuo. Ahi!
La perplessità singolare di Giusto durava ancora; egli udiva le parole
dell'usciere ammalato, ma ascoltava i passi della cuginettina bionda,
che dava sesto nell'altra stanza; costretto a dire la molla che
l'aveva spinto fino in casa del cugino usciere, nella sua perplessità
affermò che le molle erano due.
Curioso! Il fatto che le molle fossero due, mentre erano sembrate una
sola all'usciere, lo rallegrò invece di fargli pena. Pensò subito che
fossero due cambiali precettabili.
--Se sono pagherò o tratte protestate è meglio, ma fossero anche
citazioni, io sono agli ordini tuoi; non pagherai altro che le spese
vive.
--Grazie, ma non è questo; io vengo da te unicamente perchè ho bisogno
di due cose...
Pensò un momentino se gli convenisse prima parlare dell'agente delle
imposte, e riconobbe che era meglio parlarne dopo. E allora?...
--La prima è tua figlia.
--Cristina! come entra mia figlia nel caso tuo?
--Sì, proprio Cristina: sono venuto a chiedertela in moglie...
--Per te?...
--Ma... mi pare.
--Ma tu non sai che Cristina ha diciasette anni soltanto, e tu, se i
miei conti tornano, ne hai almeno trentatre....
--Sonati... È disgraziatamente vero; ma io mi sento giovanissimo
ancora...
--Sentirsi è una cosa, essere è un'altra; come la pittura d'una cosa
non è mai la cosa medesima... Mi spiego? Se non mi faccio intendere
abbastanza, mi spiegherò meglio: per mia figlia ho altre vedute. E non
ne parliamo altro; se mi vuoi dire l'altra cosa... ahi!
Giusto stette un po' a pensare e lì per lì non rispose.
--Me la vuoi dire? insistè l'usciere.
--Ci penso... Non te la voglio dire, tanto non ci guadagnerei nulla.
L'usciere non era punto curioso e lo disse:
--Pazienza! io non sono curioso.
--Ti saluto, conchiuse Giusto, rizzandosi da sedere; guarisci, cura il
tuo piloro, torna presto al tribunale e stammi allegro.
--Senti ancora; che premura hai? senti.... Cristina non sa nulla?
--Non sa nulla ancora.
--Ti conviene che non sappia mai; io non le dirò niente, te lo
prometto.
--Grazie.
L'usciere dal suo letto chiamò forte «Cristina!» perchè accompagnasse
il faro della pittura lombarda fino all'uscio, e Giusto disse a se
stesso:
--Essa invece saprà subito e saprà tutto.
E appena apparsa la faccetta soave della cugina, egli le disse:
--Sai? me ne vado; la cosa che domandavo a tuo padre, mi è riuscita
male...
--Me ne spiace tanto...
--Ah! se fossi sicuro che ti spiacesse tanto, quasi mi consolerei un
poco.
Cristina aprì gli occhioni belli a guardare il suo parente, non
intendendo ancora.
--Si può sapere che cosa gli hai domandato? domandò ingenuamente.
--La vuoi proprio sapere?
Cristina non rispose nulla, perchè l'occhio nero del faro della
pittura lombarda le andava dicendo tante cose.
--Te la dirò all'orecchio.
Ma tacque un poco, aspettando il pentimento.
Cristina non respirava più.
--Dimmela, balbettò con un fil di voce.
--Gli ho chiesto... te... in isposa... ed egli mi ha risposto: no.
--Cattivo babbo! scappò detto alla creatura ingenua; e diè in un
pianto dirotto.
Giusto, a cui da poco in qua sembrava di sognare, a questo punto del
suo sogno si svegliò in paradiso.
--Cristina! gridò forte l'usciere dall'altra camera; Cristina!
Nessuno gli rispose.
--Senti, bambina mia, tu ora mi fai felice, ma asciuga le tue lagrime;
se vuoi proprio, se mi saprai aspettare, io ti farò mia; vuoi?
--Sì, voglio.
--Allora dammi un bacio; e speriamo insieme.
Cristina diede il bacio senza titubanza.
--Cristina! chiamava Ippolito dal suo letto; dove si è cacciata quella
ragazza?... Cristina!
--Trovo la mia strada da me, rispose Giusto a voce alta.
Si pigliò in silenzio un altro bacio dalla bocca soave, un altro bacio
pose sulla fronte della sua fanciulla, e se ne andò fidanzato.
Ma non aveva trovato nulla per l'agente delle imposte.
III.
Tutto il rimanente di quel giorno Giusto non fece altro se non pensare
alla sua fidanzata, ed ebbe solo un po' di requie quando con poche
pennellate di biacca, di cinabro e di cromo si fu messo dinanzi la
faccia gentilina e i capelli d'oro che gli trottavano nella fantasia.
Ogni giorno avrebbe aggiunto qualche cosuccia alla tela, pur che ogni
giorno trovasse modo di vedere Cristina, in casa, o alla finestra, o
alla passeggiata. Uscirono da quel cervellaccio di grande artista
tutte le melanconie della tassa di ricchezza mobile, dimenticò perfino
l'esistenza d'un agente delle imposte e gli parve di vivere in una
Italia nuova, fatta allora allora per lui e per Cristina, in un'Italia
dove si fosse perduta la mala semente dell'esattore e non si
conoscesse nemmeno la necessità di rifare il Cenacolo quattro volte
l'anno per campare la vita.
Camminando per le vie, a testa alta, con gli occhi fissi in Cristina
sua, respirando Cristina sua nell'aria di quel mattino di maggio, il
faro della pittura lombarda si dimenticò perfino di essere un faro, di
aver trentasei anni sonati bene bene, per ridiventare un fanciullone.
Pensava: «Di che mai espedienti si serve il cielo misericordioso
(perchè ora tornava a credere nel cielo e nella sua misericordia) per
avvicinare due cuori che si vogliono amare! Chi potrebbe far credere
all'agente delle imposte che egli, minacciando una tassa che forse non
riscoterà mai, mi abbia riunito a Cristina mia per tutta la vita?
«Per tutta la vita? Sì, per tutta. Ormai Cristina è legata a me;
nessun tribunale, con nissun atto di usciere potrebbe mai impedire a
due cuori di amarsi tanto. Il cugino Ippolito, dopo avermi detto no
alla prima, mi dirà sì alla seconda; e a me, fra quindici giorni, non
mancherà il coraggio di andarlo a trovare in tribunale, e magari al
suo letto se avrà fatto un'altra indigestione.»
Fortunatamente, della seconda causa che lo aveva spinto in casa
dell'ufficiale giudiziario, egli non aveva fiatato, perchè sapere
bisognoso d'una somma relativamente tenue, il faro della pittura
lombarda, non gli aggiunge luce nè decoro; Giusto accomoderebbe forse
il proprio negozio con l'altro parente macellaio, e non riuscendo
nemmanco con lui piglierebbe la risoluzione di trasportare in Svizzera
il Cenacolo incominciato e gli altri bozzetti, accomiatandosi con una
bella lettera dall'agente delle imposte.
--Dunque si va a far visita al macellaio?
Giusto si propose il quesito parecchie volte in quella giornata
memoranda, e lo lasciò sempre in sospeso per causa di Cristina bella,
che lo chiamava a lei in silenzio.
All'ultimo rispose melanconicamente di sì, e si avviò al macello con
l'aria d'una buona bestia segnata e rassegnata.
La casa dello zio Bortolo era fuori di porta; d'un piano solo ma
bellina assai, tutta tinta di sangue sieroso, ma con le persiane di un
rosso vivo, che pareva sangue arterioso; vi abitava la famiglia del
macellaio soltanto e perciò, non vi essendo portinaio, per farsi
aprire, bisognava toccare il bottone del campanello.
Giusto, dando un'occhiata alla finestra sanguigna, si sentì venire un
po' di baldanza accettando questo presentimento bugiardo:
«Mi pare che dove meno me l'aspettava, troverò il fatto mio; qui
dentro stanno di sicuro molte migliaia di lire inoperose; sta a vedere
che una se ne viene alla chetichella nel mio portamonete.»
Mentre egli toccava coraggiosamente il bottone del campanello,
un'altra voce, vera e sacrosanta, mormorava a canto a lui,
strascicando le parole, tanto era dimessa: «vedrai che Bortolo farà
come gli altri, non ti darà un soldo.»
La porta di strada si aprì, e subito una voce gridò dall'alto:
--Chi è?
--Sono io, rispose il gran maestro, infilando le scale.
Al secondo pianerottolo una vecchia lo squadrò da capo a piedi,
ripetendogli:
--Chi è?
--Sono io; il nipote di zio Bortolo; mio zio è in casa? come sta?
riceve a quest'ora?
Il macellaio stava benone e non gli sarebbe sembrato vero di poter
ricevere nel salotto, in fondo a un corridoio, dove la vecchia
accompagnò il visitatore, ancor che fosse nipote del padrone, a
contemplare un uscio chiuso. La chiave era nella toppa, ma non girava
bene, e dopo inutili sforzi della fantesca si provò Giusto con miglior
resultato.
La fantesca spalancò la finestra sanguinosa e alla luce Giusto ammirò
il buon gusto di suo zio.
Quella sala era tutta lucente, e i mobili di noce di stile
modernissimo, anzi senza stile, acquistati in Santa Marta, erano
massicci; avendo una passione per il marmo che gli ricordava le belle
memorie del macello, lo zio Bortolo, oltre averne messo in abbondanza
sopra due mensole che si facevano riscontro guardandosi con l'occhio
enorme di due specchi, aveva aggiunto in una parete un canterano;
negli angoli della stanza due tavolini da notte tondi, pronti a
ricevere vasi di qualunque genere o puttini di terra cotta... erano
già forniti di marmo. Di quadri nemmeno l'ombra, e pareva a Giusto che
nelle pareti starebbero benone almeno due paesaggi; già gli sembrava
di averli fatti; uno di natura viva, riprodurrebbe i buoi condotti al
macello; l'altro di natura morta, molta carne macellata. Il grande
artista farebbe la tela in due settimane se Bortolo gli pagasse le
mille miserabili lire.
Dopo molto aspettare, la mole enorme di Bortolo, piegandosi un
tantino, passò la porta spalancata.
Anche egli, come il prete, domandò quale vento gli avesse portato a
casa suo cugino.
Il faro della pittura lombarda si spiegò subito; non era stato un
vento, ma bensì l'agente delle imposte, perchè egli, lui, per lui, per
ciò... intendeva bene il macellaio?
Il macellaio intendeva benone; ma dalla sua mole uscirono subito certi
lamenti tenui, frammezzati di piccioli gridi da far pietà a una belva.
Oh! Dio, aver pensato a lui in una congiuntura simile, mentre
chiunque, fuori che lui, avrebbe potuto far meglio. Ma, celeste
misericordia! Bortolo, poveraccio, non macellava più, non sapeva più
come fossero fatti i marenghini con cui una volta pagava i buoi; non
era oggi il regno della carta straccia? e dunque? se Giusto gli
volesse credere... Bortolo non aveva visto da un poco una moneta
d'oro.
Il faro della pittura lombarda a questo punto era già un faro spento,
ma volle mandare un ultimo guizzo dicendo allegramente a suo cugino
che egli si sarebbe contentato di mille lire in carta, anche
stracciata o rappezzata, pur che vi si leggesse chiaramente l'uso che
doveva fare.
--Ma io, volle conchiudere Bortolo, cominciando a entrare in collera.
--Ma tu, interruppe Giusto, tu non me li puoi dare, non è così?
Era proprio così.
--Allora ti saluto.
--Te ne vai? Mi dispiace tanto, ma io non posso far nulla; non è una
settimana che ho dovuto pagare un debito di quattrocento lire che mio
figlio, quello scapestrato di mio figlio Gerolamo, mi ha fatto a
Pavia. Io non avrei pagato, te lo giuro, perchè un mese prima l'altro
mio figlio, Giuseppe, quello che mi minaccia da dieci anni di non
pigliar la laurea di ingegnere, mi aveva salassato di cinquecento
lire; ma Gerolamo, che studia la legge da sette anni, mi assicurò che
bisognava pagare, perchè egli aveva imitato la mia firma in una
cambiale protestata. Vedi dunque se un cristiano battezzato può
aiutare un cugino quando ha la disgrazia di due figliuoli come i miei.
Ti dico io, è impossibile, e quando te lo dico puoi credere.... Ma se
ti fermi un momentino posso farti assaggiare un dito di barolo vecchio
come il peccato mortale.
--Davvero?
--Sì, proprio.
L'idea di bere il vino del parente che gli negava mille lire in
prestito, sorrise in un cantuccio del cervello a Giusto; bevve
allegramente, riconobbe che il barolo vecchio come il peccato mortale
era saporito come il peccato veniale, e se ne andò con molta
disinvoltura, ringraziando lo stesso.
Non sembrando vero al macellaio d'essersi sbarazzato con così poco,
volle almeno dare un buon consiglio al suo giovine parente.
--Va a trovare tuo cugino, l'usciere, gli gridò dal pianerottolo, egli
forse accomoderà il fatto tuo.
--Grazie, rispose il faro della pittura lombarda, dall'ultima scala.
Uscendo al sole era spento più d'un fanale.
Cristina gli rientrò subito nel cervello, cacciando ogni altra
melanconia.
E allora chi pagherà l'agente delle imposte? Se è destino che qualcuno
paghi, qualcuno pagherà; ma mi pare che non sia destino, signor
agente.
Gli trottavano per il capo due forme di lettere all'agente delle
imposte. In una era il commiato semplice e garbato, in un'altra più
tentatrice la garbatezza era ironia, la semplicità si perdeva
assolutamente di vista.
Prima di tornare a casa non aveva ancora fatto la scelta, e quando si
fu messo davanti al cavalletto a carezzare col pennello la sua
Cristina, l'agente delle imposte potè credersi dimenticato.
E veramente Giusto se ne dimenticò tutto un mese per amor di Cristina,
fin che l'agente delle imposte gli rinfrescò la memoria per mezzo
dell'esattore. Il termine dei reclami essendo scaduto, l'agente se
n'era lavato le mani, incaricando il suo sozio di riscuotere lire 811
entro otto giorni dal giorno tale, minacciando la multa per ogni
giorno di ritardo, e se fosse proprio necessario, il pignoramento dei
mobili.
Allora a un altro fuor che a Giusto non rimaneva se non pagare; invece
il faro della pittura lombarda aveva ancora lo scampo di imballare
alla chetichella i pochi mobili, oppure vendere tutto il vendibile, e
piantare in asso esattore ed agente con due palmi di naso.
Ma sì, ora l'idea di andarsene non gli sorrideva più come la prima
volta, perchè Cristina gli era entrata troppo nel cuore, e la tela
incominciata, ancor che l'avesse portata seco, non lo poteva
compensare di tutto quanto perdeva. E avrebbe perduto tutta quanta la
felicità, che non era poi gran cosa; giacchè non avendo potuto trovare
verun pretesto giusto di tornare in casa dell'usciere, egli non aveva
potuto avvicinare la sua innamorata. Pure l'aveva vista di buon'ora
alla finestra di strada, rischiando il torcicollo ogni mattina per
guardare al quarto piano; più tardi, all'ora del desinare, e più tardi
ancora, prima di notte, si era fatto una festa di andare nella strada
del suo paradiso, a indovinare da lontano il visino dell'angelo suo,
quando non gli capitava la disgrazia di trovare la finestra chiusa; ma
allora era segno che l'angelo era uscito con la fantesca, e aspettando
di piè fermo sulla cantonata, mettendo gli occhi inquieti un po' per
tutto, era quasi sicuro di incontrarla sulla via e di dirle alla muta
tutto l'amor suo sconfinato.
Quando fosse andato a Lugano o altrove, chi gli renderebbe questa
felicità perduta?
Giusto vide bene che non gliela renderebbe nessuno, nemmeno l'eterno
padre a cui non credeva molto, ma che pure invocava qualche volta per
abitudine.--Dio grande, gli diceva a voce alta, se è vero che tu puoi
tutto, fa una bella cosa per me: dammi l'angelo mio, io me lo sposo, e
ce ne andremo insieme a Lugano; l'esattore non esigerà da me nemmeno
un centesimo, noi saremo felici e diremo il Padre Nostro sera e
mattina.--
Ma l'invocazione peccava da un lato. Se egli potesse sposarsi subito a
Cristina, l'usciere, divenuto suocero, lo pregherebbe di fermarsi in
Milano, salvando in qualche modo i suoi cenacoli dalle unghie ladre
dell'agente delle imposte.
E come sposare Cristina prima che avesse l'età maggiore?
Cominciò allora a germinare nel cervello del grande artista un'idea
audace; trovarsi con Cristina una domenica all'uscita dalla chiesa
chiesa di Sant'Alessandro, spingersi innanzi la fantesca in qualunque
modo, con una mancia, con un'astuzia, con un calcio, se fosse proprio
indispensabile; e invitar Cristina a venirsene con lui... in cima a un
monte inaccessibile per altri, in Australia, al Polo, nel deserto di
Sahara, e intanto a Lugano.
Per campare fin che il cugino suocero fosse placato, il faro della
pittura lombarda venderebbe un cenacolo per due tozzi di pane, farebbe
la concorrenza alla fotografia, riproducendo in effigie tutta la
popolazione maschia di Lugano, e se Cristina non vi trovasse nulla a
ridire, anche il bel sesso. Un giorno poi l'usciere, mansuefatto,
darebbe il consenso alle nozze, e la felicità, entrando finalmente
nella casa del grande artista, vi splenderebbe davvero come un faro.
Ma questa idea era appena un germe, quando accadde una cosa
straordinaria: il cugino Ippolito in persona venne a fargli visita.
Entrando nello studio del grande artista, l'usciere aveva una
solennità straordinaria; senza nemmeno annunziarsi, fece fermare un
suo compagno della bassa curia e si avanzò incontro al cugino.
--Oh! Dio! tu qui! esclamò Giusto; e subito gli vennero in mente tutte
le cose impossibili: che Cristina, non ne potendo più, avesse svelato
la propria passione al babbo; che il genitore, non resistendo alla
disperazione di sua figlia, del suo sangue, fosse venuto a chieder
scusa del rifiuto, a pregare il grande artista di non lasciargli morir
d'affanno la figliuola.
--Sì, sono io, rispose gravemente l'uffiziale giudiziario; e non mi
spiace d'essere io, perchè un altro non potrebbe far meglio di me;
devo pignorare i tuoi quadri, i tuoi mobili, lasciandoti i pennelli e
la tavolozza, gli strumenti professionali; sono stato a casa tua, ma
il portinaio mi ha detto che eri uscito e mi ha anche confessato che
tu appigioni due stanze mobiliate; se appena appena pignoravo un
tavolino il padrone faceva opposizione e il governo ci rimetteva le
spese. Ma come è stato? Sicuramente una distrazione; benedetti
artisti! voi altri non vi ricordate mai di nulla, e il povero esattore
ha da vivere anche lui e dar da mangiare al governo... Sicuramente...
è l'esattore che mi manda. Hai lasciato trascorrere tutti i termini di
legge, non hai pagato mai... e ha mandato me del terzo mandamento
perchè la fatalità ha voluto che i due uscieri del secondo siano
ammalati entrambi: noi del terzo ne facciamo le veci per turno.
--Ah! sei qui per il pignoramento? balbettò il gran maestro; credo che
non troverai gran cosa...
--Ma dunque devo fare davvero? Per ottocento miserabili lire tutte
queste tele andranno all'asta, tutti questi bei mobili...
Così dicendo si guardava intorno, e non potendo rimangiarsi le parole,
ammutolì, perchè le tele erano poche e nessuna finita, e tutti quei
mobili erano seggioloni tarlati o divani antichi da far magnifico
effetto dipinti, ma nessuna buona figura a una subasta pubblica.
--È dunque un puntiglio? aggiunse a bassa voce.
--No; confermò Giusto senza arroganza, ma con accento deliberato, il
puntiglio è dell'agente delle imposte, il quale si è messo in testa di
essere pagato; ma che colpa ho io se non ho avuto mai ottocento lire
tutte in una volta? Dillo tu. Anzi.... si fermò un momentino all'idea
di buttare dalla finestra tutta la sua felicità con due parole, ma
tanto era avvilito, che gli scapparono.... anzi, quando veniva a
chiederti la mano di tua figlia che avrei fatto felice, te lo giuro,
perchè l'avrei adorata come una santa, ero tentato di chiederti un
prestito di ottocento lire e le avrei rese presto. Tu mi hai detto
-no- alla prima domanda, e allora mi è mancato il cuore di fare la
seconda. E poi, perduta Cristina, non m'importava più di nulla; mi
aspettavo questo giorno; ora pignorami; sono curioso di vedere come
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