che le impedirò di godersi in pace la sua eternità.
La vuoi eterna?... te la do eterna, a patto che lasci
in pace la mia materia organica che non è eterna...
Te ne ricordi?
--Altro!
--E dicevi, tirando mia moglie a far la trinità:
«noi tre rappresentiamo le tre scuole filosofiche
del secolo: il materialismo che combatte--io--lo
spiritualismo che sogna--lei--l'indifferentismo
che vegeta--tu.--»
--Testuale.
--Ebbene, allora non ci volevo pensare... da due
mesi ci penso--e vuoi che ti dica la mia opinione
sulle tue opinioni?
--Dilla.
--La tua materia cosmica eterna mi pare sorella
del caos dei credenti; il tuo ignoto di genere
femminino, che chiami forza, mi pare parente prossimo
dell'ignoto, di genere mascolino, che mia moglie
chiama -Dio-, Quanto ai nervi, alle fibre, ai vasi,
ho paura che tu confonda la vita, gli affetti, i
pensieri cogli stromenti dei pensieri, degli affetti,
della vita.
--Sono le solite risposte degli spiritualisti; non
hai trovato nulla di nuovo.
--Se le ho trovate alla prima, appena mi sono
fermato a pensare, non hanno da essere rare nè
curiose; ma l'averle trovate alla prima non significa
forse che sono vere?
--No, significa solo che sono volgari.
--Senti, Agenore mio, tu non sai che cosa sia
vivere due lunghi mesi nel buio, nel vuoto, tu non
sai quanto si acuiscano i sensi, e che parole si
odano nel silenzio, e che immagini si disegnino nel
fondo nero. Non lo senti tu mai, nel mezzo della
notte, quando tutto tace, quando nulla ti distrae
nell'insonnia, un bisbiglio sommesso, un linguaggio
che non è della vita e che pure tu comprendi? Non
vedi fisonomie note e non prima vedute, manine che
si allungano nel vuoto a carezzarti? Sei là, piccolo,
debole, nell'immenso vuoto, nell'immenso buio,
e non hai paura... qualche cosa di te si allontana
nello spazio, non si perde, ritornerà per dove è partita,
nel raggio d'una stella, come in un sentiero
tracciato... Tutto questo, Agenore mio...
--Tutto questo, Leonardo mio, è buon indizio;
prova la sensibilità della tua retina, la forza del
tuo nervo ottico; tu continui a guardare ed a vedere
senza servirti della pupilla oscurata; ecco il
mistero.--
Il cieco sorrise.
--Dov'è ora Ernesta?--domandò poco dopo.
--Si è curvata a guardare una pianta... pare che
non la conosca... perchè continua a guardarla.
--Che pianta è?
--Una ferraria... «Una ferraria!»--gridò poi
affacciandosi alla finestra.
Si udì la voce argentina di Ernesta che rispose:
«Grazie;» poi tutto tornò nel silenzio.
--Non è mai venuta a Milano quando ero assente?
--Chi?
--Ernesta.
--Sì, una volta.--
Era inconcepibile per Leonardo come l'amico dottore
stentava a mettere fuori le parole. Mutò discorso.
--Sai tu perchè il mondo è pieno di cattivi?
--Ma è proprio pieno di cattivi?--domandò il
dottore;--io non me ne sono mai accorto.
--Tanto meglio per te... tu sei buono... ma io intendo
cattivi tanto coloro che insidiano l'onore,
le sostanze, gli affetti del prossimo, quanto quegli
altri che non si fanno scrupolo d'offendere un amico,
per la vanità di dire una scioccheria spiritosa; ebbene,
sai tu perchè ci sono tanti cattivi al mondo?
--La frenologia ha provato...
--Perchè ci sono troppi spensierati; perchè le
piazze, i caffè, i circoli, i palchetti dei teatri formicolano
di gente che teme di servirsi del proprio
cervello. Un uomo che pensa finisce con accorgersi
della sua e dell'altrui miseria; dà l'importanza che
meritano alle cose che lo circondano; scende i gradini
di quella piramide che è l'egoismo e si mescola
alla folla, non se ne sta immobile sul vertice
a credere il mondo creato per sè solo; ai sofismi
del proprio interesse, delle proprie passioni, sa contrapporre
i sofismi degli interessi e delle passioni
contrarie, e dal cozzo cava la scintilla del vero...
Ah! il pensiero è una forza!
--Verissimo, il pensiero è una forza, e gli spensierati
non hanno mai fatto male a nessuno, perchè
sono inermi e deboli; Tizio obbedisce all'istinto,
e, senza pensarci quasi, ti accompagna per servirsi
della tua carrozza e del tuo palco; digli che pensi
molto, ed il pensiero gli darà la corazza dello strozzino.
Sempronio ha la vanità di sapersi fare il più
bel nodo della cravatta del mondo incivilito; digli
che pensi molto e vorrà i giavellotti di deputato
o lo spadone a due tagli di Ministro di grazia e
giustizia; gli Ercoli dell'egoismo e dell'ambizione
sono gente che ha pensato molto. Credi a me: l'organismo
oscilla, ma non si muta; chi ha la cattiveria
nel sangue la conserva, finchè dura la circolazione;
vuoi guarirlo, svenalo.
--Sì, l'organismo non si muta; nè gl'istinti si
mutano; sono con te; ma io, irascibile, diventerò
padrone di me stesso, imparando a conoscermi col
pensiero, e le ire e le collere del mio istinto serberò
contro gli uomini cattivi e le cose cattive.
Ambizioso d'onori, diventerò ambizioso di bene;
cattivo marito, apprenderò a rispettare il culto della
famiglia, e vorrò esserne il sacerdote...--
Il sospiro di Leonardo, dopo queste parole, s'incontrò
e si confuse con un sospiro del dottore.
Dopo di aver sospirato all'unisono, entrambi stettero
zitti, poi il cieco disse sorridendo:
--E se non il sacerdote... il predicatore; dillo
pure, lo hai sulle labbra... ma già è così: sono molto
mutato e non ne ho colpa o merito, come ti piace;
la mia maestra è la sventura... Dimmi, si è fermata
molto in Milano?
--Chi?
--Mia moglie.
--Un paio di settimane.
--E tu la vedevi spesso?
--No... cioè... così.
--Ci veniva altri a vederla?
--La cugina, gli zii...
--Nessun altro?
--Credo di no; ma perchè mi fai queste domande?
--Perchè vorrei sapere se Ernesta, nell'abbandono...
È bella Ernesta.... avrà avuto intorno qualche
vagheggino?--
Il dottore non fiatava; ed il cieco con voce sommessa
e carezzevole:
--Agenore, non mettermi alla tortura; ho ancora
delle debolezze, mi vergogno, ho paura di farti
ridere... dovresti indovinare tu...--
L'amico sprigionò un sospiro lungo lungo, poi
disse:
--Non ci vuol molto ad indovinare... sei innamorato
di tua moglie...
--È vero,--disse Leonardo facendosi rosso in
viso;--ma chi sa se ella potrà amarmi ancora....
--Io non lo so...
--Sapesse almeno che sono mutato, che cambierò
vita!...--
Il sangue, i nervi, le fibre, i tessuti, gli umori di
quell'organismo saldo che si chiama il dottor Agenore,
entrarono a tumulto; un momento di lotta
acre e rabbiosa, poi tornò l'equilibrio; il sagrifizio
era consumato: Agenore rinunciava ad Ernesta.
Ridano gli sfaccendati del caffè e del circolo, io
giuro a chi legge che in quel solenne momento il
dottore Agenore era bello. E non si sono udite mai
parole più generose di queste che egli pronunciò
forte, stringendo vigorosamente la mano del cieco,
per farsi cuore:
--Glielo dirò io!
--Oh! grazie... quando?
--Subito, se vuoi, corro in giardino, me le getto
ai piedi come tuo rappresentante, e le faccio la mia,
cioè la tua dichiarazione in regola.
--No, aspetta... che fa ora Ernesta?--
Agenore, non vedendo la bella dove l'aveva lasciata
poc'anzi, si affacciò alla finestra per cercarla;
in quel mentre si udì un passo leggiero ed
un fruscio d'abiti.
--Eccola,--disse Leonardo, ed aggiunse con accento
di preghiera: «non ora, non ora.»--
E il dottore, che già si era mosso per andare
in salotto, si fermò dinanzi all'uscio.
Entrò Ernesta e sorrise; entrò la signora Virginia
Rinucci e chinò gli occhi a terra.
Agenore si credette in dovere di fare un saluto;
ma la vergine arrossì. E per un quarticino d'ora, ad
ogni volta che al dottore senza avvedersene accadeva
di guardare la signorina o di rivolgerle la parola,
la signorina arrossiva e chinava gli occhi a terra.
Agenore trovò quel quarticino d'ora eterno, sebbene
lo spendesse a studiare coscienziosamente l'organismo
del pudore, e finì ad andarsene dicendo che
con un organismo simile era un peccato che la signorina
Rinucci rimanesse zitella, e che il mondo
le doveva un marito...
E in così dire rideva, il disgraziato!...
XVII.
Un sogno ad occhi aperti.
Nel giorno successivo, quando il dottore venne a
visitare il suo ammalato e gli ebbe toccato il polso,
fu l'ammalato che toccò il polso al dottore e gli
disse sottovoce, perchè Ernesta non intendesse:--oggi
no, Agenore, oggi no.--
L'amico, che non aveva dimenticata la promessa
ambasceria, e ruminava anzi in mente un discorsetto
per parere un ambasciatore disinvolto, comprese
subito e rispose: «va bene...» Ma Leonardo
non parve rassicurato, ed appena ne ebbe agio, ripetè
con accento di preghiera: «Non oggi, non
oggi.»
Che diancine era dunque accaduto? Il dottore almanaccava
invano, guardando in faccia ora l'uno
ora l'altro dei due coniugi, e quando si trovò un
istante solo col cieco, domandò senza preamboli:--Che
è stato, che c'è di nuovo?
--Nulla,--rispose Leonardo,--nulla... ma ci ho
pensato ancora.... non oso... che dirà di me? Dillo
tu, che dirà di me?
--Io non lo so davvero: che vuoi che dica?
--Dirà che sono un egoista, che non occorre
molta virtù per cambiar vita, ora che sono condannato
alle tenebre, e che non vi è merito, ridotto
nel mio stato, ad amare un'infermiera così
attenta, così premurosa, così bella... questo dirà,
non è vero?
--Non mi pare...--balbettò Agenore.
--Dirà--proseguì il cieco con accento melanconico,--che
io doveva aprir gli occhi quando ci
potevo vedere, ed accorgermi che avevo in casa un
tesoro, quando passavo il mio tempo al circolo; dirà
che allora dovevo darle o domandarle amore, quando
essa domandava ed offriva amore ad uno scioperato...
e che ora è tardi, dirà, e non sa che farsi
dell'amore d'un cieco. Non è vero forse?--
Il dottor Agenore, il quale avea dato tante prove
d'eroismo, non venne meno in questa difficile congiuntura
ed accettò di buon animo, mettendo sulle
labbra un sorriso lievemente melanconico, la parte
di confortatore.
--Non mi pare; tua moglie è buona, ha un'indole
affettuosa, ha bisogno d'amare qualcuno, e...
--E chi sa se questo qualcuno sono ancora io?
--E chi vuoi che sia? Non ti accorgi della premura,
con cui ti sta intorno?
--Sì, mi accorgo di tutto, medito ogni sua parola,
ogni sua intonazione di voce, il passo, i movimenti,
ogni cosa. Ma non mi basta. Cerco la tenerezza
che è figlia dell'amore, e trovo solo la tenerezza, che
è figlia della compassione...
--Della compassione che è la nonna dell'amore,
perchè sua figlia la tenerezza va a nozze col desiderio
e genera l'amore, che poi rigenera quell'altra
tenerezza. Sono casi di parentela molto complicati,
vi è dell'incesto in mezzo, ma tanto è così.... Oh!
manco male, ti ho fatto ridere!
--Di che si ride?--domandò Ernesta ritornando.
--Debbo dirlo?--chiese il dottore sottovoce all'infermo.
--Non oggi, non oggi.
--Si ride,--proseguì Agenore, accomodando la
benda al cieco,--e si ride a torto, della teorica
dell'amore di un filosofo tedesco, Arturo Shopenhauer,
la teorica del completamento, secondo la quale gli
organismi cercano istintivamente di completarsi coi
loro contrarii, l'uomo sanguigno colla donna linfatica,
l'uomo bruno colla donna bionda, il grosso....--
Stava per dire colla «sottile,» quando si rizzò
quanto era grande e grosso, levò la testa bruna
e si vide dinanzi la signorina Virginia Rinucci, più
bionda e più sottile del solito, ma meno linfatica, a
giudicarne dalle guancia imporporate dal rossore, la
quale era entrata dietro ad Ernesta senza dir nulla.
Agenore salutò scusandosi di non averla veduta,
senza altro risultato che di farla arrossire più forte.
--E viceversa,--aggiunse premurosamente per
correggere l'effetto d'una involontaria dichiarazione,--i
piccini coi donnoni, i biondi colle brune. L'ideale
dei completamenti, il completamento tipico sarebbe
quello d'un nano con una gigantessa, coniugi spaiati
che si fanno vedere alle fiere.--
Ernesta rise, non so se dell'immagine o dell'intenzione
del dottore.
Ma la pudica Virginia avea ricevuta una dichiarazione
e se la teneva, e non ci era verso di fargliela
restituire; e questa volta come le altre, Agenore
dovette finire con lasciare il campo, infilando
l'uscio.
Anche la cuginetta, le cui visite da qualche tempo
coincidevano con quelle del dottore, non tardò ad
andarsene.
Ernesta e Leonardo rimasero soli.
Era l'ora del mezzodì; dal cortile soggetto, attraverso
le imposte chiuse in modo da lasciare passare
insieme un filo d'aria e di luce, giungevano le vocette
di alcuni fanciulli schiamazzanti.
--Ti disturbano?--chiese Ernesta,--vuoi che
dica loro di star zitti? Sono buonini, mi obbediranno;
o vuoi che chiuda la finestra del tutto?
--No,--disse Leonardo melanconicamente,--lasciali
fare, mi par di essere tornato fanciullo,
quando giocavo a mosca cieca coi miei compagni,
ed uno alla volta ci mettevamo la benda sugli occhi...
come io ora... lasciali fare, giuoco anch'io
con essi.
--Povero Leonardo!--disse Ernesta.
--Povero Leonardo!--ripetè il cieco.
Non disse altro; pur comunque si adoperasse a
nasconderlo, egli era inquieto, crollava ogni tanto
il capo, come cercando nel buio, si muoveva, apriva
la bocca per parlare, taceva.
--Conducimi a spasso--disse poco dopo.
Ernesta gli offrì l'omero perchè vi si appoggiasse
e lo menò in giro per le camere, finchè egli disse:--Basta.
--Basta; ora sediamo, qui nel salotto, io nel
seggiolone, tu al pianoforte... suonami qualche cosa.
--Un walzer di Strauss,--disse Ernesta aprendo
il pianoforte dimenticato.
--No, una romanza mesta, un notturnino.
--O una marcia funebre,--aggiunse la bella
ridendo.--Ecco il notturnino... incomincio, se sbaglio
non ci badare, non lo faccio a posta.--
E incominciò.
Leonardo ascoltava estatico, e quando l'ultima
nota si perdette, egli ancora ascoltava.
--Ti basta?--chiese la bella.
--Sì, non bisogna guastarmi la cara impressione;
ogni pezzo di musica ha il suo linguaggio; bisogna
ascoltarne attentamente uno e meditarvi su...---
Ernesta chiuse il pianoforte e venne presso al
marito.
--Siedi,--disse Leonardo provandosi a sorridere,
obbedisci al tuo tiranno...
--Ecco fatto,--disse Ernesta.
--Ed ora dormiamo...
--E se non avessi sonno?
--Sarebbe un peccato... mi piacerebbe che tu
dormissi così accanto a me... è un capriccio.--
Ernesta non rispose.
--Che fai?--chiese Leonardo dopo un breve
silenzio.
--Dormo.
--Davvero?
--Mi provo.--
Succedette un silenzio più lungo, dopo il quale il
cieco domandò con un filo di voce:
--Ernesta!
--Leonardo.
--Ah! lo vedi, non dormivi....--
Era incomprensibile per Ernesta il capriccio del
cieco.
--Ora dormirò davvero,--disse, e chiuse coscienziosamente
gli occhi, e si tenne immobile, abbandonata
sulla spalliera del seggiolone, aspettando il sonno.
Un quarto d'ora dopo, quando parevale che oramai
il marito dormisse, lo udì ripetere come prima:
--Ernesta!--
Non rispose, aprì gli occhi. Il cieco si curvava
innanzi ad ascoltare, e ripetè sottovoce:
--Ernesta!--
Tacque un istante e di nuovo chiamò a fior di
labbro:--Ernesta!--
Allora si rizzò in piedi lentamente, senza far rumore,
come uno spettro, mosse un passo leggerissimo
brancicando per cercare il seggiolone, e trovatolo,
si trattenne ad ascoltare la respirazione di
Ernesta, si curvò sopra di lei, e colle labbra tremanti
le sfiorò le guancie. Si drizzò, stette in ascolto, come
un ladro che ha carpito un tesoro, tornò senza far
rumore al suo seggiolone e, quando si credette al
sicuro, sorrise.
Ernesta, che lo guardava ad occhi aperti, lasciò
scorrere una lagrima dove si era posato il primo
bacio d'amore di suo marito.
XVIII.
Una rivelazione del dottor Agenore.
Nella sera di quel giorno medesimo, che era un
giovedì, il celebre dottor Q... tornò a far visita al
cieco, ed avvertì il suo collega che l'operazione si
sarebbe potuta fare il sabato, se egli non avea nulla
in contrario.
La clientela del dottor Agenore non avea fortunatamente
nulla in contrario, dunque il dottore Agenore
nemmeno.
Per altro il giorno successivo, levandosi da letto
e dicendo: «domani!» non si sentiva ben rinfrancato.
Siffatta era la solennità dell'avvenimento per
lui, che nemmanco la laurea dottorale lo avea tanto
commosso. Fu necessario un esame di coscienza.
«Agenore mio, disse egli, sta per entrare in ballo
la tua riputazione di medico, la quale non è veramente
gran cosa, ma ha il suo valore; l'estrazione
d'una cateratta è delicatissimo negozio anche per
l'assistente; bisogna che il dottore Q... abbia un
aiuto e non un impaccio; a teoriche, se non sei un
milionario, ne hai da spendere; ma in pratica corri
rischio di sembrare un pitocco; se domani non riesci
a tenere stirata abbastanza la -rima palpebrale- del
paziente, o per allargarla troppo cagioni un -arrovesciamento-,
e guasti il tuo decoro e l'amico Leonardo....
la fai così grossa, così grossa, che non
avrai bisogno di farne altre in tutta la tua carriera
di medico..... Tu non sei uomo da tentennare
nei gran momenti, ma ti conosco, non sai fare l'eroe
dinanzi ad uno che soffre.... basta.... basta.... Intanto
oggi tocca a te preparare il paziente.... farlo stare
in gran quiete stanotte, perchè domani all'alba....
To'!... e l'ambasciata di Leonardo? bisogna farla;
egli dice di no, perchè tu faccia di sì, questo s'intende.
Ah! (un sospirone)--ti toccano tutte, Agenore
mio, metti per conto tuo l'assedio in regola ad
una bella donna, nelle condizioni più felici per la
conquista, ed eccoti a far le parti dell'ambasciatore,
a trattar l'alleanza per conto d'un altro... Quando
si dice!.... Ha da venir in mente a lui, proprio a lui,
al marito cieco d'innamorarsi di sua moglie e di
sceglierti per confidente ed.... ambasciatore!.... Ah!....
basta.... Hai rinunciato ad Ernesta.... hai promesso
a Leonardo.... il poveraccio aspetta un conforto, e
tu glielo devi oggi.... perchè domani....»
Pensando al domani, il dottore si grattava la
nuca e si prometteva di vegliare una parte della
notte per ripassare il suo manuale d'oculista, al
-quesito: cateratte-, come già in Pavia alla vigilia
degli esami.
Quel giorno Agenore anticipò la visita, parlò al
suo ammalato con una vocina anche più carezzevole
del solito, tanto da farsi rivolgere da Ernesta
tenere occhiate riconoscenti, a cui due giorni prima
non avrebbe forse saputo dare la giusta interpretazione.
Raccomandò questo, quello, quest'altro; non si
stancò di raccomandare, e per quanto facesse il
disinvolto, e ripetesse ad ogni tratto che il domani
era un giorno come un altro e l'operazione una
-cosa da nulla-, non pensava egli stesso che al domani
ed all'operazione.
Prima d'andarsene raccomandò ad Ernesta, per
carità facesse rispettare appuntino le ordinazioni
del medico, ed accostandosi a Leonardo gli disse per
l'ultima volta:
--Senti, oggi hai da stare tranquillissimo; faresti
bene a prendere un purgante blando.... No?
Lascia stare, non è assolutamente necessario, ma
la tranquillità sì è necessaria, e la voglio. Il dottor
Q..., non potendo venir oggi a vederti, ti ha
affidato a me, e se domani non ti trova come devi
essere, converrà differire ancora.... E ti garba l'aspettare?...
scommetto di no.
--No, no,--disse il cieco,--starò tranquillo.
--Va bene, ed ora me ne vado proprio....
Ma Leonardo gli stringeva la mano e non lo lasciava.
--Vuoi qualche cosa?--domandò Agenore;--ah!
ho capito!....
--No, non hai capito....--soggiunse il cieco
come mormorando fra sè e sè, ma in modo da essere
inteso dall'amico:--Non oggi, non oggi.
--Sta bene,--disse il dottore, ed uscì facendo
un cenno ad Ernesta.
La bella lo seguì nel salotto; si faceva forza, ma
tremava, aveva paura di qualche penosa rivelazione....
--Che vuol dirmi, dottore? Qualche brutta notizia?...
--No, anzi--rispose Agenore, cacciando le dita
nei taschini del panciotto per darsi un contegno,
tutt'altro.... ho un'ambasciata da farle....
--Un'ambasciata? A me?
--Cioè, ieri era un'ambasciata.... oggi muta carattere,
diventa una rivelazione....
--Una rivelazione!--ripete la bella, fissando gli
occhi a terra come per cercare d'indovinare.
--Già.... ecco.... siccome....--
Ad ogni parola Agenore levava le dita d'una mano
da un taschino e ve le ricacciava, alternando; finalmente
si fece forza e disse tutto d'un fiato:
--La cosa è tale e quale.... mi stia a sentire; ieri
Leonardo mi aveva pregato di dirgliela ed io aveva
promesso, poi Leonardo non volle più per certi suoi
scrupoli, ma ora io voglio, sebbene Leonardo non
voglia, e gliela dico: Leonardo è innamorato di sua
moglie.... ora ci pensi lei.
E tacque aspettando l'effetto delle sue parole.
--Ci ho pensato,--rispose la bella sorridendo
e impadronendosi della mano che fu prima ad uscire
dal taschino--grazie; ella ha un cuor d'oro... ed
io.... lo sapeva.....
--Sapeva che ho un cuor d'oro o che Leonardo?,..--
La bella non lo lasciò finire.
--L'una cosa e l'altra.--
Disse, scrollò la mano del medico stupefatto, rise
forte e fece atto d'andarsene; ma Agenore la trattenne.
--Dunque sono un ambasciatore in ritardo?...
Non ho maggior fortuna a trattare gl'interessi degli
amici che i miei? dunque?...
--Ottimo amico!--disse Ernesta.--
Agenore sospirò.
--È qualche cosa.... ma non mi basta; la risposta....
voglio la risposta, l'ho da portar io a Leonardo....
ci tengo....
--Mi dia tempo a pensare,--rispose scherzando
la bella.
--Ho capito,--concluse Agenore,--ho capito....
non una parola di più, ho capito; tornerò stasera.--
Ernesta lo seguì collo sguardo, finchè fu scomparso,
poi andò rasserenata presso al marito.
--Che ti ha detto Agenore?--le domandò il cieco.
--Mi ha ripetuto quello che aveva detto.... di
farti riposare; pare proprio che sia necessario....
tornerà stasera....
--Non altro?
--Non altro.
--Non sa egli se guarirò?
--Lo spera.--
Tutto quel mattino Ernesta parlò a monosillabi;
era inquieta, andava e veniva, a volte si fermava
d'un tratto nel mezzo della camera, e rimaneva
così immobile, distratta, finchè la voce dell'infermo
la toglieva all'attonitaggine.
Dopo il mezzodì, all'ora medesima della vigilia,
vedendo che Leonardo non le diceva nulla, fu lei
la prima a proporre.
--Dovresti fare un sonnellino; è l'ora più calda
del giorno, fa molto caldo oggi.... ti farà bene riposare
il capo, perchè cessi dal farneticare intorno
al giorno di domani.... dormi, ho sonno anch'io,
dormiremo entrambi.
--Sì! disse il cieco con impeto di desiderio;--sì....--
Ernesta spinse un seggiolone vicino a quello del
marito, vi si adagiò, poi disse scherzosamente:
«buona notte.»
Scherzoso era l'accento, ma le batteva il cuore
forte.
Questa volta Leonardo non seppe aspettare un
pezzo, nondimeno, quando con un filo di voce chiamò:
-Ernesta-! la bella non rispose. Allora il poveretto
si rizzò in piedi, si piegò sull'amata donna come
alla vigilia e la baciò lieve lieve sulle guance....
poi volle allontanarsi, ma si sentì trattenuto da
morbide braccia che gli si stringevano attorno al
collo, ed udì una sommessa voce, carezzevole, trepida,
ripetergli fra i baci:--Leonardo mio! Leonardo
mio!--
Il poveretto non era più cieco, poichè vedeva un
paradiso.
XIX.
È lui, è lui!
La foga degli affetti inonda il cuore e lo sommerge,
la folla delle idee, invece di illuminare la
mente, la scombuia. Come le grandi gioie ed i gran
dolori, così le tenerezze grandi sono mute.
Tacquero.
Per un pezzo, stretti in quel laccio amoroso, carezzati
e carezzevoli, rimasero come estatici ad
ascoltare l'affrettato martello dei loro cuori; e
quando Leonardo ruppe il silenzio, mormorando coll'accento
dell'adorazione il nome di Ernesta, parve
quella l'estrema parola d'un poema che avevano
letto insieme, l'ultima nota d'una bella musica intesa
da essi soli.
E venne sulle loro labbra il linguaggio degli uomini,
dopo di aver sì lungamente parlato il linguaggio
degli angeli; la rivelazione era compiuta.
Non rimaneva più nulla a dire che già non sapessero:--Mi
ami proprio?--Sì, tanto.--Ripetilo.--Sì,
tanto.--Anch'io, anch'io.--Il più bel vaniloquio
della terra.... Poi di nuovo tacevano, e le mani
si stringevano più forte, e le labbra tremanti scoccavano
baci sommessi, ed i petti pieni di felicità
rompevano in brevi singhiozzi.
--Siediti qui, sulle mie ginocchia; disse il cieco,--lascia
ch'io ti veda bene--ed accarezzando colle
mani la fronte, i capelli, le guance, gli occhi della
leggiadra creatura, andava ripetendo con una specie
d'entusiasmo melanconico:--come sei bella!
Come sei bella!--
Poco dopo soggiunse:
--Ecco il visino tondo che mi piacque tanto la
prima volta che lo vidi; ecco gli occhi dolci conditi
di malizia.... ed ecco i labbruzzi di fuoco che sorridono,
e le guance che paiono due rose.--
Ernesta rispondeva ai baci, alle parole no; pensava;
un mondo di fantasie meste o gioconde le si
schiudeva dinanzi; e se staccava l'occhio da quegli
incerti fantasmi dell'avvenire, l'aspettavano altri
fantasmi, già paurosi ora benigni, quelli del passato,
quelli delle lunghe noie, dei profondi sconforti,
delle aspirazioni interminate che mozzavano il respiro....
e allora, come se obbedisse ad un segnale,
dall'ippocastano del giardino lo stornello mandava
la sua nota stridula, penetrante, compendio di tutto
un tempo che non era più che una memoria:--è
lui! è lui!--
--Qui, in mezzo al mento, ci è una fossetta,
proseguiva il cieco,--ed ora che ridi ce ne sono
altre due sulle guance; quante volte le avrei colmate
di baci se avessi avuto giudizio!
E le colmava ora.
Ma a quelle baldanze, a quegli impeti, a quei
guizzi di felicità che gli mandava sul volto la nuova
fiamma, succedeva presto il buio d'un pensiero melanconico
e pauroso.
E allora ripeteva il ritornello assiduo dell'inno
eterno:
--M'ami proprio?
--Sì, tanto.
--E perchè m'ami?--
Ernesta ci pensava senza trovar risposta.
--Dillo, perchè mi ami?
--Non lo so; e tu perchè mi ami?
--Perchè sei bella, perchè sei buona.
--E anch'io t'amo perchè sei buono, perchè sei
bello....
Quale sorriso passò sulle labbra di Leonardo!
--Sono bello io?
--Sì, sei bello.... ma non per questo t'amo.
--E perchè dunque?
--Non lo so....
--Hai ragione,--disse poi,--eri bella, eri
buona anche quando non ti volevo bene. Ci deve
essere stato qualcuno a parlarmi di te, ad aprirmi
gli occhi, a farmi vedere quale dovea essere la mia
festa, quale dovea essere il mio tesoro. E temei
d'averti perduta per sempre, e t'invocai compagna
de' miei giorni mutati in notte senza fine, non osando
sperare. E quando accorresti al fianco della mia
sciagura, non al mio fianco, riconobbi il tuo passo,
indovinai i tuoi movimenti, compresi che eri tu
l'angelo del conforto; ma non osai sperare di più.
Ed ora che tu stessa me lo dici, che ti stringo
fra le mie braccia, anche ora temo di fare un
sogno troppo bello e mi domando che ho fatto io
per meritare l'amor tuo. Tu non sai perchè m'ami;
nemmeno io lo so. Le cose dell'amore si sentono,
non si sanno. L'amore ha la benda agli occhi....
come me.--
Un bacio lungo lungo cancellò dalle labbra del
disgraziato ogni traccia d'un melanconico sorriso.
--Che ne dici, Ernesta, guarirò?
--Guarirai,--rispondeva la poveretta facendosi
forte.
--Se fosse vero! Poterti vedere, poterti guardare
a lungo, specchiarmi negli occhi tuoi! Se fosse
vero! Perchè così si soffre troppo; ho sofferto troppo....
tu non lo sai che io sono geloso....
--Geloso?
--Sì, geloso; geloso di tutti quelli che ti guardano,
di tutti quelli che ti vedono, di tutti gli indifferenti,
ai quali tu sei costretta a dare lo spettacolo
della tua leggiadria, mentre a me solo è
negato, mentre io solo ti guardo e non ti vedo. Ho
sofferto, non te ne ho detto nulla, perchè era la
mia espiazione; la gelosia ha punito l'indifferenza,
ora sei vendicata.... sei contenta ora?...
--Sì,---rispose Ernesta,--sono contenta perchè
m'ami, perchè t'amo.
--E perchè m'ami? Non lo sai; nemmeno io;
ma so perchè hai finito ad amarmi....
--E perchè?
--Perchè sei buona, perchè hai cominciato dalla
pietà, perchè ti ho fatto compassione.... non è vero?
Nessuna risposta. Era vero.
--Senti,--proseguiva il cieco animandosi,--guarirò,
voglio guarire, è necessario ch'io guarisca....
e allora, senti.... non andrò più al caffè nè al
Circolo.--
Ernesta rideva.
--No non ci andrò più, staremo sempre insieme,
andremo in campagna; ho tante cose da dirti, non
mi annoierò; una volta ero uno spensierato, ora invece
penso; ti dirò cose che ti faranno ridere, perchè
tu già le saprai, ma che mi sono care perchè
non le ho lette nei libri, e le ho trovate io.... ah!
non mi annoierò al tuo fianco!--
Poco dopo soggiunse mestamente:
--Agenore dice che l'operazione sarà dolorosa,
non è vero?...
--No.... balbettò Ernesta.
--Si, sì.... lo ha detto; ebbene, non importa, io
saprò soffrire;--ed aggiunse provando a scherzare:--Mi
hai sempre creduto un fanciullo, ho bisogno
che tu sappia che in questo lungo tempo sono cresciuto,
mi sono fatto uomo. Guarderò in faccia il
dolore che deve ridonarmi la tua bellezza.... Ti sei
fatta mesta? Pensi al domani?... Non ci pensare,
vedi me, io non ci penso.... sorridimi....
--Che idea!
--Sorridimi.... mi fa bene sapere che tu mi sorridi,
io non ti vedo, ma la mia anima si illumina
d'una gran luce.... sorridimi.
--Ecco....--disse Ernesta;--ma una pietà profonda,
uno sgomento mal definito si ribellavano al sorriso.
--Così.... così, diceva Leonardo.
--Sai?--prese a dire dopo una muta contemplazione--ho
pensato alla filosofia di Agenore ed alla
tua fede.... ci ho pensato molto....
--Ebbene?
--La tua dev'essere più vicina al vero....
--Ah! sono contenta! Credi anche tu che gli
spiriti sopravvivano e possano comunicare con noi?
--Può essere....--
Di nuovo lo stornello lanciò le sue note allegre
attraverso il vano della finestra.
--Sta a sentire--disse Ernesta,--sai che cosa
mi sono messa in capo?... Che quello stornello sia
mandato da mia madre.... sarà una sciocchezza, ma
mi fa bene....
--Non è una sciocchezza se ti fa bene,--sentenziò
il cieco.
--E sai tu che cosa mi va dicendo ora?--chiese
scherzosamente la bella.
--No,--rispose Leonardo ridendo--non ne capisco
nulla.
--Perchè non ci hai pratica; mi ripete una cosa
che so benissimo, ma lo fa a fine di bene, poveretto!--mi
ripete:--è lui! è lui!--Lo senti?
--E significa?
--E significa che sei tu, che sei tu....
--Che cosa?--
La risposta scoccò pronta, ardente, lunga dalle labbra
di Ernesta, e s'impresse sulle guance del cieco.
E intanto lo scrupoloso stornello continuava a
gridare a gola spiegata.
--Sì--disse poco dopo Leonardo porgendo ascolto,--pare
proprio che dica:--è lui!... Ma se pure
fosse un inganno della fantasia, ecco un inganno
santo! Credere che i nostri cari, anche quando pare
ci abbiano lasciato, ci siano vicini, ci vedano, e giudichino
le nostre azioni; e ad ogni atto che stiamo
per compiere domandarci:--che ne dirà mia madre?--ecco
il vero culto dei morti; tu educhi il
semprevivo in cuore, mentre la volgare pietà lo educa
nei cimiteri!
--Prendi anche questo--interruppe Ernesta--perchè
tu parli come un angelo.--
Leonardo prese e restituì, e ancora si udì per l'aria
la musica di due baci sonori.......
Verso il crepuscolo venne il dottor Agenore, e
trovò i coniugi dinanzi alla finestra spalancata,
muti, estatici, intenti ad ascoltare il canto dell'usignuolo,
a cui i grilli facevano l'accompagnamento.
--Ah!--disse Ernesta voltandosi.
--Agenore!--aggiunse il cieco.
--Io proprio; avrei potuto star qui fino a domani,
che non vi sareste accorti di me.
--Io me n'era accorto--disse Leonardo,--ma
credevo che tu pure ascoltassi quello che dice l'usignuolo.
--Non ne ho l'abitudine, la piglierò quando avrò
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