come l'ho perduta? A volte mi pare che, radunando tutte le mie facoltà in un unico atto visivo, dovrei rompere il velo che mi nasconde la luce....-- Leonardo pronunciò queste ultime parole con un accento strano--un misto di trepidanza e di energia--e non aveva finito di nominare la luce, che già sbarrava gli occhi spenti cercandola, e la benda gli ricadeva sul petto. --Nulla, nulla, nulla!--ripetè crollando il capo; e senza opporre alcuna resistenza si lasciò guidare da Ernesta, che col cuore oppresso dall'affanno, lo trasse dolcemente a sedere sul seggiolone e gli rimise la nera benda sugli occhi. Scese la notte. Finchè dalla finestra semiaperta penetrava, insieme colla blanda carezza del venticello, un raggio di luce pallida, Ernesta stette silenziosa, coll'occhio fisso sull'infermo, pieno il cuore di una dolcezza serena e melanconica; quando ogni luce si spense e nel nero vano della finestra scintillarono le stelle lontane, si scosse, fu in piedi d'un balzo e suonò leggermente il campanello. Leonardo, che pareva assopito, non si mosse, solo come Ernesta gli fu presso, egli domandò con voce dolente: --È notte? --È notte. --E siamo all'oscuro? --Ecco.... portano il lume.-- Il cieco intese i passi del servitore, il cigolìo della porta, il romore del lume posato sul marmo del caminetto.... e continuò ad ascoltare. --Perchè è rimasto Bortolo?--domandò. E siccome s'indugiava a rispondergli, soggiunse: --È vero, sono stato su più del solito.... guai se lo sa Agenore.... Bortolo dammi mano.... senti, tira vento.... si spegnerà il lume.... non bisogna che si spenga.-- Bortolo venne presso al padrone e l'aiutò a rizzarsi, intanto Ernesta chiudeva la finestra, ed usciva sulla punta dei piedi. Leonardo si lasciò condurre al suo letto e spogliare; quando fu sotto le lenzuola levò una mano ad accarezzare la testa tremante del vecchio servitore, e domandò sotto voce:--se n'è andata? --Ritorna. In fatti Ernesta tornava. Era andata a dare ordini ad Olimpia ed al cuoco, aveva ripreso le redini della casa. --Bortolo,--disse ella,--tu dormirai stanotte, hai gli occhi gonfi dalla veglia, rimarrò io qui.... --Starà male.... --Sul divano starò benissimo, e poi non ho sonno, domani vedremo.-- Il vecchio chinò il capo ed uscì; di nuovo Ernesta e Leonardo rimasero soli. --Come sei buona!--disse l'infermo. --Taci,--rispose Ernesta pigliando un accento di graziosa autorità; è tardi, bisogna stare in silenzio, riposare il cervello, dormire.-- Leonardo sorrise e stette zitto. Un'ora dopo dormiva, e la giovane donna, stanca delle commozioni patite, si buttava sul divano e chiudeva gli occhi mormorando una preghiera. Era ancora notte fitta quando si svegliò; nel sonno sua madre era venuta a vederla, l'aveva baciata in fronte con un bacio lieve lieve, le aveva parlato dell'avvenire con un linguaggio di musica, e finalmente, mostrandole dalla finestra una buia via sparsa di stelle, le aveva detto all'orecchio:--Addio Ernesta.-- La bella sognatrice udiva ancora l'eco del suo nome pronunciato con un filo di voce sottile come un soffio, ed alla debole luce della lampada ricercava tutt'intorno la cara visione. --Ernesta!--ripetè un filo di voce sottile come un soffio. --Leonardo!-- E d'un balzo fu al capezzale. --Ti ho forse svegliata?--domandò il cieco,--ti chiamavo piano piano per non destarti. --Ero desta; che vuoi? --È l'alba? --Non ancora. --Non ancora!--ripetè Leonardo con un sospiro:--ho pure dormito molto ed è un gran pezzo che sono sveglio; come è lunga la notte! --Bisogna dormire. --È vero, bisogna dormire; nel sonno mi par di non essere più cieco; veggo buone faccie, ridenti, bianche più della neve, con occhi splendidi più di stelle, veggo campagne verdi come smeraldi, acque di zaffiro e un cielo che par d'oro lucente; e veggo il sole che mi saetta e mi avvolge co' suoi raggi e non mi abbaglia e non riesce a farmi battere le palpebre. --Povero Leonardo! lo vedi, bisogna dormire. --Povero Leonardo!--ripetè il cieco; e poco dopo soggiunse:--Manca molto all'alba? --Tre ore. --Bisogna dormire.-- Egli si abbandonò sul guanciale, essa tornò lentamente al divano. Era il primo momento che Ernesta si sentiva padrona del suo pensiero; finora aveva operato come per obbedire ad un'ispirazione; una voce avevale detto: «Il tuo posto è al capezzale di Leonardo che soffre;» ed essa era corsa a Milano, si era fatta forte per ribellarsi alla tirannia delle amare ricordanze, aveva incominciato il pietoso ufficio. Poi all'austero sentimento del dovere, era succeduta una pietà infinita; aveva pianto, aveva tremato, aveva sentito alla forza della coscienza mescersi una debolezza invincibile. Ed ora, sola, nel profondo silenzio della notte, alla povera luce della lampada che minacciava di spegnersi, pensava, interrogava sè stessa. Era contenta, quasi lieta; non ostante la malinconia del luogo e dell'ora, non ostante la solitudine in quella stanza buia, in faccia ad un uomo dormente, pallido, infelice... era contenta, quasi lieta. Le si accendevano nel pensiero baleni di luce, le correvano al cuore onde di tenerezza; non più il vuoto senza contorni, l'ansia senza fine, la vita senza legge; aveva ora uno scopo innanzi a sè, un ufficio santo, e, comunque apparisse avvolto di melanconia, un avvenire. L'idea di passare la vita al fianco di un cieco, di alleviargli gli spasimi della noia, d'essere per lui la luce, di essere per lui il mondo, di vivere per chiamargli ogni giorno sulle labbra un sorriso, più non le pareva superiore alle sue forze di donna; il sagrifizio s'inghirlandava, diveniva una festa. Dopo d'aver chiesto invano alla natura qualche cosa che le riempisse il cuore e la mente, sul punto di rivolgersi al mondo, agli uomini, alla colpa, ecco ritrovava in sè stessa il conforto cercato, udiva echeggiare nel cuore la parola a mille voci domandata invano. Era fiera, orgogliosa di sè stessa, d'una fierezza semplice, d'un orgoglio santo. --Ernesta!--mormorò la voce del cieco. --Leonardo. --È l'alba? --Non ancora.-- Un sospiro lungo, poi di nuovo il silenzio profondo, misurato dai battiti sommessi dell'orologio. Ernesta chiudeva gli occhi, ma non per dormire; guardava dentro di sè, scandagliava il fondo del suo cuore; era contenta, quasi lieta. E quando dopo una lunga contemplazione aprì gli occhi e li girò per la camera e non vide intorno a sè altro che tenebra, e giù in fondo, lontano, nel buio che non ha distanze, l'ultima luce azzurrognola del lumicino che si spegneva, fissò lo sguardo in quella povera aureola senza vederla, finchè, più che la mancanza di luce, un impercettibile cigolio annunziò che la fiamma era spenta. Allora il pensiero la riportò a Leonardo. S'immaginò cieca anch'essa, provò a sbarrare gli occhi, a fissarli nel buio, a tentar di raccogliere i contorni degli oggetti che ella conosceva, e invano, e provò a dirsi che quella camera nera era un mondo nero, e che, dannata a vagolare per le tenebre, non doveva più vedere un raggio di sole.... Ahi! povero Leonardo! --Ernesta--mormorò la voce del cieco. --Che vuoi? --È l'alba?-- Prima di rispondere, la povera moglie attraversò tentoni la camera ed andò ad aprire le imposte della finestra. --È l'alba!--rispose. E un filo di luce pallida mostrò ad Ernesta il volto rasserenato del cieco, il letto, il divano, i fiorami della tappezzeria, tutte le note fisonomie di quella camera melanconica, che parevano animarsi per sorriderle, per dirle:--coraggio, non sei sola, noi siamo qui per applaudire alla tua anima generosa.-- XII. Soliloquio. Appunto in quel mattino il dottore fece un soliloquio. --Agenore mio,--diss'egli,--un'occhiata alla situazione strategica; non hai da perdere tempo, se no Ernesta ti scappa. Ieri soltanto la facevi da vincitore che concede una tregua, oggi sei alla vigilia di levare l'assedio e di battere in ritirata. Bada un po' che ti capita: i Leonardi ciechi furono da tempo immemorabile l'ideale di tutte le Erneste ridotte a capitolare nelle braccia d'un dottore; e invece eccoti una moglie, che pareva disposta a fare la sua eroica scappatella fuor del territorio coniugale, rimanervi perchè il marito non ci vede! Ernesta ha una testolina bizzarra che pensa le cose al rovescio delle solite testoline bizzarre; ma tu non puoi già cambiarla, spianarne i bernoccoli, rimpastarle il fosforo; ti conviene pigliarla com'è, o lasciarla, ed ahi! è più difficile pigliarla che lasciarla! Ricapitola le idee, raduna le tue forze, decidi. La condizione è ancora buona, ma minaccia di farsi pessima; ciò che oggi è scrupolo, domani può diventare sentimento; lascia fare alla compassione, e la tua bella assediata ti casca nel tenerume; e se per poco stringe alleanza col marito, quello che hai avuto hai avuto.... E che cosa hai avuto? Fa bene i tuoi conti, totale: zero. Sei stato troppo generoso, dottor Agenore. Un uomo della tua fatta, grande, grosso, belloccio, con una testa espressiva!... Via, è una vergogna; lo specchio istesso ti canzona.... Al punto a cui sono giunte le cose la guerra d'astuzie non giova.... bada, il nodo della cravatta non è preciso, tiralo più a diritta... troppo, più a mancina, così va bene.... ma non hai a credere che basti; è vero, hai molto trascurato finora il nodo della cravatta, ma ad ogni modo non basta; fi sei fidato ai vezzi della tua zazzera tirata indietro, alla debolezza della fibra femminina, ed anche questo non basta: il più ed il meglio doveva farlo l'audacia.... Confessalo, sei stato timido come un seminarista.... Però non dimenticare di raderti; barba rasa di fresco è mezza bellezza. Due colpi di rasoio in fretta.... aggiusta ancora il nodo della cravatta che è andato di sghimbescio.... così.... indossa il farsetto da mattina, fa spuntare i polsini, nè troppo nè troppo poco, pianta il cappello a tubo perpendicolarmente sulla nuca, un'ultima guardatina allo specchio.... sei in arnese, non ti manca nulla.... tranne la bacchetta di giunco ed un programma: Ecco la bacchetta ed ecco il programma: arrivi in casa dell'amico Leonardo verso le dieci del mattino, e appena ti trovi innanzi ad Ernesta te la stringi al cuore senza fiatare. Il silenzio è necessario. Il resto verrà da sè. Tutto sta ad abbracciarla; se non l'abbracci, dottor Agenore, ti scappa.-- Il dottore, che si era fermato un istante sulla soglia di casa sua, a questo punto girò la maniglia dell'uscio e scese solennemente le scale. XIII. In cui il dottor Agenore ne fa una grossa. Alle nove venne annunciata la visita della pietosa Virginia Rinucci, la quale fece dignitosamente il suo ingresso nella camera della cugina. Ernesta le venne incontro e notò a bella prima che faceva il bocchino in un modo insolito, indizio infallibile di maggior solennità. In fatti ella recava cose fauste, nientemeno che l'annuncio ufficiale d'una visita di babbo e mamma Rinucci; la corporazione coniugale doveva venire al mezzodì in punto. Ernesta riuscì a dissimulare la propria commozione per questo avvenimento e si accontentò di dire che gli zii Rinucci farebbero molto piacere a Leonardo. Qui venne naturale che l'amabile cuginetta domandasse se Leonardo era visibile. Era visibile. All'atto di uscire dalla camera, Virginia fu impressionata dall'ordine, eccessivo in quell'ora, che vi regnava.-- «Ho dormito sopra un divano--disse Ernesta. --In camera di Leonardo? --Già.-- Virginia rispose al monosillabo con una stretta di mano silenziosa. Era impossibile con minor numero di parole e con maggiore sussiego dire alla cugina: --Brava, sono contenta di te.-- La cugina non si mostrò eccessivamente lusingata di questa tacita approvazione, e levando lo sguardo al soffitto parve invocare mentalmente la misericordia del cielo su quella testina di stoppa. Quando Virginia fu innanzi al cieco, la sua pietà divenne mutola; stette così un bel tratto, finchè Leonardo stesso domandò chi fosse nella camera; allora facendosi forza si nominò e ripetè il fausto annunzio della visita dei coniugi Rinucci; poi si guardò intorno cercando argomenti, e non trovandone tacque, rifece il bocchino, ripigliò il sussiego. Poco stante Leonardo disse che voleva levarsi da letto; Ernesta chiamò Bortolo perchè aiutasse il suo padrone a vestirsi e fece atto di uscir dalla camera, preceduta dalla cugina; ma quando costei era già per metà fuori dell'uscio, essa tornò frettolosamente al capezzale del marito a dirgli con voce sommessa: --Vuoi nulla da me? --Nulla. --Sono nel salotto; quando chiamerai, verrò. --Grazie,--rispose Leonardo. Nello stesso tempo s'intese un lieve grido dietro l'uscio che si riaprì; apparve il dottor Agenore. Aveva la faccia arrossata, non salutò nemmeno Ernesta ed entrò in funzione ex abrupto domandando all'ammalato il polso e la lingua. Che cosa era avvenuto? Ecco: il dottore Agenore entrava dall'anticamera piena di luce nel salotto, in cui si faceva di buon mattino la guerra al sole; era giunto tentoni fin presso all'uscio che metteva nella camera del cieco, quando l'uscio si aprì ed apparve una figura femminile.--Abbracciala, se no ti scappa.--Ed egli aveva schiuso le braccia per tirarsi sul petto la bella. Ma la bella, che veniva da una camera più oscura, vide l'atto, ne comprese l'intenzione, e diè indietro gridando al par d'una tortora spaurita. Il dottor Agenore riconosciuto l'errore stette un istante a braccia aperte come un crocifisso, e nella confusione finì alla meglio l'atto, stringendo con soverchia cordialità le due mani dell'amabile Virginia Rinucci.--Scusi.... buon giorno... come sta?--disse, balbettò, spinse l'uscio e si pose in salvo. Ernesta guardò un istante il dottore con un impercettibile sorriso di malizia, poi andò a raggiungere la cuginetta. Per tutto il tempo impiegato da Bortolo nell'aiutare a vestire il padrone, Agenore parve affaccendarsi singolarmente egli pure intorno all'amico Leonardo; in realtà non faceva nulla, pensava. L'avea fatta grossa! La misurava coll'occhio da tutti i lati--l'avea fatta grossa! Che cosa doveva argomentare la signorina Rinucci da quella ginnastica incominciata in un amplesso e finita in una stretta di mano bislacca? Una cosa sola evidentemente, il vero. Oltre che l'equivoco era evidente, egli aveva dovuto confessarlo chiedendone scusa. Dunque? Dunque Ernesta era compromessa, dunque la pace di lei era minacciata, minacciata la sicura oscurità del piccolo adulterio preparato con tante fatiche... Ah! non se ne sapeva dar pace. Quando Leonardo fu accomodato nel seggiolone e le due donne rientrarono nella camera, il dottor Agenore avea il naso sopra una specie di taccuino. Per non leggere di peggio sulla faccia della signorina Virginia, leggeva il manuale medico. Finalmente si arrischiò a spingere pian pianino uno sguardo innanzi a sè, facendolo strisciare sui fogli, e vide... Quello che vide, se non gli ridonò la baldanza, almeno gli fe' rialzare il capo del tutto: vide Ernesta sorridente e l'amabile cuginetta che chinava gli occhi pudibondi a terra e si faceva rossa rossa--uno spettacolo da tentare un pittore d'idillii. --Buone nuove,--disse allora facendo uno sforzo per rientrare nella sua gravità dottorale,--buone nuove; l'-infiammazione del bulbo- è quasi cessata, fra qualche giorno spero che più nulla s'opporrà all'operazione.-- Virginia Rinucci, facendosi di tutti i colori e guardando Agenore languidamente, si arrischiò a domandare se la cateratta era matura. --È maturissima--rispose il dottore cercando invano d'ingrossar la voce,--e l'operazione è indicata, indicatissima, quanto allo stato caterattoso; però ci è l'infiammazione del bulbo, e l'infiammazione del bulbo è una -contro indicazioni temporanea-..... mi spiego? --Perfettamente. --Oh!... cessata l'infiammazione del bulbo, faremo l'operazione; parlerò al dottor Q... -specialista- celebre... --Non sarà lei l'operatore?--domandò Ernesta. La signorina Rinucci stava evidentemente per fare la stessa domanda, perchè aprì la bocca e la richiuse guardando prima Ernesta e poi il dottore. --Signore no,--rispose Agenore modestamente;--non sono da tanto; le operazioni di questa fatta richiedono uno -specialista-; io sarò l'assistente. --Grazie,--disse Leonardo;--e quando vedrai il dottor Q...? --Domani.-- Stettero tutti in silenzio immaginando che Leonardo parlasse ancora; ma egli non disse più nulla. La conversazione cadde di peso. Poco dopo il dottore era tornato al suo primo pensiero e guardava ogni tanto alla sfuggita la signorina Rinucci, la quale ad ogni volta chinava gli occhi pudicissimamente. Solo Ernesta non sorrideva più; si era fatta seria in viso e contemplava la faccia melanconica del cieco. --Ah!--esclamò il dottore ad un tratto. --Che cos'ha?--chiese Ernesta. --Ho... ho... Aveva un'idea luminosa, il modo di rattoppare la sbadataggine. Tutto oramai si riduceva a questo: far sapere all'amabile cuginetta che l'amplesso rudimentale, di cui ella era stata vittima, portava un altro indirizzo, che apparteneva come provento d'ufficio alla cameriera, ad Olimpia, e che era un innocente amplesso reo di questa unica colpa, di essere stato dato in salotto e non in anticamera. --Ho....--soggiunse Agenore,--che è quasi mezzogiorno... e che a quest'ora dovrei essere.... --Il babbo sarà qui a momenti,--osservò Virginia. --Signorina,--le disse il dottore che le si era avvicinato approfittando dell'attonitaggine di Ernesta--signorina, poc'anzi io.... bisogna che le spieghi... La pudica Virginia chinò gli occhi a terra.--Parli al babbo...--disse, rialzò il capo e ripetè più forte della prima volta:--il babbo sarà qui a momenti...-- Alle prime parole il dottor Agenore spenzolò le braccia lungo i fianchi e rimase senza fiato; alle ultime si scosse, strinse la mano dell'amico Leonardo, salutò le due signore e prese la fuga. XIV. Primi bagliori nel buio. Passarono i giorni, simili nel muto dolore ma non monotoni nè angosciosi, come Ernesta aveva immaginato. Sotto l'infinita melanconia di quella casa abitata dalla sventura s'indovinava ora una inalterabile serenità, un'armonia sommessa, una specie di gioia nascosta e mille soavi sentimenti senza nome. I due cuori, aperti per lo innanzi alle iruzze terrene, si erano chiusi a tutto ciò che non venisse dall'alto. Nelle anime prima esacerbate dal puntiglio, dalle stizze, era entrata una forza nuova che comandava la pace; alle aspre guerricciuole combattute a punta di spillo succedeva il santo rito d'una pietosa, benedetto dalla gratitudine d'un infelice. Si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia che corregge i guasti della sventura, la gran dolcezza che si mesce agli sconforti più amari, la solenne parola che pare scendere dal cielo, quando mute sono le voci terrene: «coraggio,» e l'altra che prorompe dal cuore e trova la via fra le lagrime, quando tutt'intorno è il silenzio disperato: «siamo infelici, amiamoci!» Il dolore fa grandi, dà alle creature umane qualche cosa della divinità. Ernesta era ingegnosa nel ritrovare mille modi per alleviare la buia solitudine del povero cieco. --Passeggiamo--gli aveva detto un giorno,--ti appoggerai al mio braccio; ti farà bene un po' di moto.-- Leonardo avea accettato con riconoscenza, avea posto una mano sull'omero della dama gentile ed era andato in giro per le camere. --Quando cammino,--diceva--se per poco mi distraggo sembrami ad ogni passo di attraversare una distanza enorme; a volte il fermarmi non vale a cancellare questa impressione, il mondo nero continua a passarmi dinanzi; è una specie di passeggiata nel caos. --E ti spiace? --No, perchè sono teco,--rispondeva sorridendo,--e tu mi dai coraggio, mi rassicuri che sotto i miei piedi non ci è l'abisso, e che se mi cacciassi a perdermi nel vuoto mi tratterresti. No, non mi spiace, mi sembra di tornare bambino, quando chiudevo gli occhi sulle ginocchia di mia madre per vedere il vuoto che a poco a poco si popolava d'immagini giranti a turbine, finchè anch'io diventavo un atomo di quel caos e giravo anch'io a turbine. --Facevo io pure così,--diceva Ernesta con un riso melanconico;--qualche volta lo tento ancora, ma non mi riesce; è un giuoco che va fatto fra le ginocchia della mamma.-- Queste brevi passeggiate chiamavano sempre il sorriso sulle labbra dei due poveretti: era raro che Leonardo non si fermasse d'un tratto per dire un'idea faceta o bambinesca che gli veniva allora. --Facciamo un giuoco, disse una volta. --Facciamolo--disse Ernesta. --Tu mi condurrai per mano, mi farai girare per le stanze, qua, là, cercando di farmi perdere, poi ci fermeremo ed io dovrò indovinare. --Ho capito, lo chiamavamo giuocare al labirinto; chi non indovinava faceva la penitenza.-- Leonardo indovinava sempre, e non solo sapeva dire in qual camera, ma anche in qual punto, vicino a qual mobile si trovasse: Ernesta raddoppiava gli artifizi, gli inganni, le giravolte e finiva sempre con dire:--bravo!-- Spesso a quei puerili trastulli succedeva uno sconforto più intenso, un pensiero più tetro, un'immagine più melanconica. «È proprio vero che ci sono le stelle nel cielo azzurro ed i profili fantastici delle piante nella notte, e di giorno il verde immenso, le nuvole di porpora e d'oro, i riflessi del sole? È proprio vero? A volte penso che non io sia cieco, ma che tutto siasi cancellato per sempre dallo spazio, che i colori, i contorni, siano andati perduti nel buio senza fine.... Dimmi che tu vedi le nuvole d'oro e il verde della campagna... dimmelo, Ernesta. «Lo vedo, lo vedrai tu pure,--balbettava la povera donna con accento carezzevole. Nulla rispondeva Leonardo, lagrimava in silenzio, ed alla voce sommessa, piena di singhiozzi frenati, che lo scongiurava di acquetarsi, diceva finalmente con un nuovo impeto melanconico: «Oh! lascia ch'io pianga; non mi rimangono occhi che per piangere!» Poi si diradava il nugolo e ricompariva la sola luce di quell'esistenza, un pensiero gaio, la sola luce di quel pallido volto, il sorriso. «Debbe essere curioso vedermi attraversare le camere vicino a te; che bizzarro contrasto! io lungo lungo, tu piccina al paragone, tu piena di vivacità, di grazia e di luce, io spento, impacciato, stecchito. Ci deve essere una folla de' tuoi spiritelli che si tira indietro e si nasconde nel vano delle finestre per lasciarmi passare. Come devono ridere di me!» Ogni giorno, spesso più volte in uno stesso giorno, Ernesta faceva la lettura; era una festa pel cieco, il quale indicava i libri come sapeva meglio, generalmente per via di esclusione. Questo no, quello nemmeno--li aveva letti tutti; infine i soli volumi che non avesse letto erano i -Saggi- del Montaigne, le -Confessioni- di Sant'Agostino, le Prose del Leopardi ed i -Caratteri- del La Bruyere, capitati non si sa come fra il -Visconte di Faublas-, il -Linguaggio dei Fiori- ed i romanzi di Paul de Kock. Ernesta leggeva bene, senza solennità, ma punteggiando le frasi coll'accento e colle pause; aveva una vocina morbida, chiara, dolce, che ingentiliva il vecchio francese del Montaigne e dava un vezzo singolare alla prosa volgarizzata di Sant'Agostino. A mezzo d'un periodo, ad un epiteto forte, ad un paragone strano, ad uno dei mille aneddoti, coi quali il semplice e profondo pensatore francese infiora le sue idee, Leonardo faceva cenno alla vaga leggitrice di star zitta, si arrestava un istante in meditazione, poi accennava di proseguire; dopo una mezz'ora di lettura al più: «Basta,--diceva,--non voglio che ti stanchi... grazie. --Non sono stanca.... --Grazie... devo ora pensare a quello che ho letto... E pensava; lungo tratto d'ora stava così immobile, colla testa appoggiata alla spalliera del seggiolone; spesso Ernesta credendolo addormentato camminava sulla punta dei piedi per non destarlo, ed allora egli si scuoteva mostrando a fior di labbra un sorriso. .... Passavano così i giorni, simili nel muto dolore, ma non monotoni nè angosciosi. S'indovinava un'inalterabile serenità, una specie di gioia nascosta; si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia che corregge i guasti della sventura, la gran dolcezza che si mesce agli sconforti più amari. Oh! sì, il dolore fa grandi, dà alle creature umane un riflesso della divinità! XV. Inventario di cose e d'uomini. «Stamane sono di buon'umore--disse Leonardo alla sua compagna,--vieni meco, Ernesta, andiamo a spasso; ti voglio fare l'inventario di tutti i mobili della casa, incominciando dal salotto; vedrai come li ho in mente! Se ne ho dimenticato qualcuno, me lo ricorderai, ho bisogno di radunare le mie memorie--sono esse il mio mondo. Quanti luoghi ho attraversati frettoloso, sbadatamente, e che ora avrei caro di rivedere col pensiero!... Per esempio il caffè Cova ed il Circolo li ho scolpiti nel cervello.... è qualche cosa, ma ci era posto anche per altro, ti pare?» Ernesta rispose con una stretta di mano, con una muta carezza, accusandosi in cuore di essere stata la prima a fare a Leonardo il rimprovero che ora egli faceva a sè medesimo. «Sì,--disse poi con accento ilare per sviare il pensiero del cieco,--sì, andiamo a spasso, mi farai l'inventario dei mobili della casa. --Incominciamo dal salotto,--soggiunse Leonardo, avviandosi al braccio della moglie. --Senti questo ch'io tocco; che cosa è? --Una tenda americana; vi è dipinta una pianta a larghi fogliami, sopra un fondo color di porpora che raffigura il cielo del tropico. --Bravissimo, ora va innanzi. --Nel vano della finestra vi è un tavolinetto dipinto, con dorature ed intarsii di madreperla; il dipinto rappresenta un paesaggio turco con un crocchio d'uomini che fumano la pipa.... --Bravissimo. --Sul tavolino un albo di ritratti, un grosso albo con coperta di tartaruga e fermagli dorati. --L'albo ci era, ma non ci è più; ha mutato posto.... ora è sul tavolino di mezzo.... innanzi.-- Il suono del campanello interruppe il curioso inventario; Ernesta volse gli occhi all'uscio d'ingresso e Leonardo si tenne immobile nel vano della finestra. «È Agenore,--diss'egli appena udì il rumore dei passi nell'anticamera, e subito dopo aggiunse:--non è solo.» Era in fatti Agenore accompagnato dal dottor Q... oculista celebre. La festicciola scherzosa finì. Si cancellò dai volti melanconici quel pallido riflesso di gioia, e l'inquietudine tornò a battere al cuore di Ernesta più forte che mai, e la rigidità della sventura incatenò ancora le membra del cieco. Stava per aprirsi uno spiraglio nell'avvenire. Il dottor Q... entrò, fece un saluto cortese col capo, e senza perdersi in parole inutili, sciolse egli stesso la benda del cieco per esaminarne gli occhi alla luce della finestra. Perfino il cuore di Agenore batteva affrettato. Ernesta collo sguardo intento spiava una buona novella, un incoraggiamento, una speranza sulla faccia del dottore, il quale rimase impassibile e sereno. Solo quando ebbe rimessa la benda all'infermo, l'oculista disse queste parole:--Fra una settimana. Un atto di contentezza di Agenore commentò la frase monca così: «Fra una settimana si potrà fare l'operazione.» Ernesta avrebbe voluto che il celebre medico rispondesse a cento domande, che essa non osava fare. Si aveva certezza, o probabilità, od almeno speranza di guarigione? Quando il medico fu per andarsene, la povera donna si fece forte. --Riescono bene queste operazioni? domandò con un filo di voce. --Riescono quasi sempre bene, rispose il dottor Q.... con accento benevolo;--si faccia coraggio. Per spiegar meglio quel concetto, Agenore aggiunse sottovoce: «Quanto a riescire, riescono.... ma!...» E tenne dietro all'oculista promettendo di ritornare dopo il mezzodì. Ancora Leonardo ed Ernesta rimasero soli. «Innanzi,--disse la povera donna facendosi forza per nascondere il suo affanno,--innanzi; sei rimasto al tavolinetto nero con intarsiature di madreperla. --Che uomo è il dottore?--domandò il cieco. --Un uomo di aspetto comune, ma con una faccia buona. --È vero, ha la voce affabile... è alto? --No, mezzano. --E come è? Voglio vederlo.... --Vedilo, disse Ernesta scherzosamente;--è un poco tarchiato, ha i capelli grigi, niente barba, mustacchi più neri che bianchi, fronte alta, naso medio, bocca grande... Lo vedi? --No, rispose Leonardo..... --Aspetta: fisionomia seria, occhi lucenti.... --È inutile; me ne farei un'immagine fantastica.--osservò il cieco; mi ricordo ora che prima di conoscerti, quando si parlava di te in casa Rinucci, mi fu descritto il colore de' tuoi capelli, dei tuoi occhi, la forma del tuo naso.... --Povero naso!--chi sa come lo calunniava la mia cuginetta! --Ebbene,--proseguì il cieco sorridendo,--quando vidi te la prima volta, ti trovai tutta diversa da quello che t'immaginavo... Confrontando ora l'immagine che mi ero fatta, e la tua, trovo che, perchè mi avevano dipinta una bruna, io t'aveva immaginata nera, e perchè avevano parlato d'una donnetta piuttosto piccola di statura, io ti vedeva nana.... Il dottore Q....--soggiunse dopo breve silenzio con accento scherzoso che mal dissimulava l'inquietudine,--è celebre... e nel caso mio la fiducia ha da esser cieca... Proseguiamo l'inventario; eravamo rimasti all'albo.... ov'è l'albo? --Sul tavolino di mezzo.... --Lasciamo stare l'inventario, guardiamo insieme l'albo.» Ernesta obbedì senza dir parola, trasse il cieco a sedere sul divano, gli pose sulla ginocchia il grosso volume, l'aprì ed incominciò: «Vittorio Emanuele II, il Principe ereditario, la principessa Margherita.... --Saltiamo i principi,--disse Leonardo, voltando alcuni fogli. --Tuo padre e tua madre.» Il cieco non disse nulla, stette un istante a capo basso, come cercando di veder meglio quelle amate sembianze, poi voltò la pagina lentamente. «Un bel giovinetto, lungo lungo, con due baffetti neri ed un'aria di storditello.... --Io,--disse il cieco; e rise forte. --Una giovinettina piccina, quasi nana, molto bruna, quasi nera, con un naso fatto così e così.... --Tu!--e rise più forte. --Il baronetto William. --Gli fui padrino in un duello.... un bel giovine alto, elegante... lo vedo.» Ad Ernesta venne, non so per qual via, l'idea bislacca di ingannare la buona fede del cieco, collocando mentalmente, subito dopo il ritratto del baronetto William, un altro ritratto che ella sapeva sepolto sotto un monte di libri.... e disse colla massima indifferenza: --La B.... prima ballerina assoluta di -rango francese-... stagione di carnevale e quaresima alla Scala.-- Il cieco sorrise. --Come fa a trovarsi nell'albo quel ritratto? --Ma!...-- Quando furono giunti all'ultima pagina, Leonardo stette immobile come per evocare nel buio le sembianze di tanta gente nota, finchè Olimpia venne a chiamare la signora per causa della minestrina del signore. Bisogna sapere che le minestrine andavano soggette alla revisione di Ernesta, senza di che non potevano ristorare l'organismo del signore. Rimasto solo, il povero cieco riaprì l'albo che ancora aveva fra le mani, fe' passare ad uno ad uno parecchi fogli contandoli; leggiero come una carezza, passò l'indice sopra una pagina; poi accostò insieme il volume e la bocca, e le labbra mormoranti una parola sommessa tenne a lungo fisse sopra le sembianze d'una giovinetta nè troppo piccina nè troppo bruna, ma con un naso fatto così e così.... XVI. Risultato ultimo d'una discussione filosofica. Da molti giorni Ernesta non era uscita di casa. --Ti ammalerai--aveva detto il cieco,--perderai il roseo delle guancie, ed io non potrò nemmeno accorgermene per dirti: «cattivella, vedi!» Quel pomeriggio l'infermiera si arrese, accettò di scendere in giardino a fare una passeggiata, a patto che il dottor Agenore rimanesse a tener allegro l'ammalato. Dalla finestra dischiusa si scorgeva la bella donna che passava nei viali, salutata dai passeri e preceduta di albero in albero dall'usignuolo, ed Ernesta anch'essa poteva vedere i volti ravvicinati del marito e del dottore. Un pezzo i due amici stettero senza parlare; Leonardo pensava, e lo stesso Agenore, seguendo cogli occhi la bella, si distraeva imperdonabilmente, considerate le funzioni ciarliere che egli aveva accettate. --Dove è ora Ernesta?--domandò il cieco. --Fa il giro dell'ippocastano... si mette in un viale... si allontana... --Le farà bene un po' di moto. --Le farà bene... --Tanto più se vi era avvezza, perchè doveva passeggiare molto in campagna... non è vero? --Credo di sì... --Non fosti mai a trovarla? --Parecchie volte.-- Leonardo stette zitto aspettando che l'altro dicesse di più, e finalmente osservò: --Doveva annoiarsi in campagna!-- Il dottore zitto. --Dov'è ora Ernesta? --Sotto il padiglione.-- Nuovo silenzio. --Senti,--uscì a dire il cieco improvvisamente,--poichè abbiamo tempo, voglio parlarti d'una cosa. Ti ricordi quando, dopo avermi spiegato il tuo sistema filosofico... la materia cosmica eterna, le forze, la materia organica, i vasi, le fibre, i tessuti, che so io, mi domandavi se mi avevi convinto, ed io ti rispondeva che era inutile, tenessi tu le tue idee, terrei io le mie... --Sì,--proseguì il dottore,--e le tue idee erano di non averne alcuna, di lasciar che le fibre e i vasi compissero le loro funzioni senza dartene pensiero. --Te ne ricordi?... Ti dicevo: Se ci è qualcosa dopo di noi, lo vedremo, se non c'è nulla, buona notte; e quanto alla materia cosmica non sono io 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000