svelato ogni cosa; pel vivo attaccamento eransi tenuti
informati di quanto accadeva... ed ahi! (un gran
sospiro) accadevano cose che essi erano ben lungi
dal prevedere e che se avessero potuto prevedere....
Ernesta allo spettacolo di tanta solennità ebbe il
crudele pensiero di stare ad ascoltare attentissima,
anche quando la signora Virginia non sapeva più
come andare innanzi. Un altro sospiro tappò alla
meglio la frase. Dopo di che l'amabile cuginetta si
contorse sulla sedia cercando di mantenersi nel proprio
sussiego e ripigliò a dire:
«Perdona se sono schietta, non so essere altrimenti;
e sai se ti voglio bene.»
Ernesta non potè far di meno di rispondere alla
muta:
«Oh! questo sì poveretta!
--Ebbene, per l'amore che ti porto mi duole
che si possa dire di te....
--Che si dice?
--Si dice che non ami Leonardo, che vi siete separati,
che te ne andasti in campagna per non stare
con lui.
--E chi lo dice?
--Il mondo.»
Ernesta fe' uno sforzo per sorridere.
«Il mondo è un chiaccherone maligno, ne dice
tante!
--Non è vero dunque?--domandò Virginia con
impeto di desiderio che pareva genuino.
--Leonardo non ama la campagna, a me piace
molto... è naturale che io ci vada e lui rimanga.»
E vedendo che la cuginetta aveva pronta un'obiezione
e lottava senza probabilità di resistere alla
propria naturale schiettezza, la prevenne:
«Sono qui per pochi giorni, per dar sesto alla
casa.»
Ciò detto strinse la mano della visitatrice, le domandò
notizie della sua salute e di quella degli zii
Rinucci, chiese informazioni del cappellino alla calabrese
e dell'avvenire dello strascico....--Benissimo
mamma e babbo Rinucci; gran voga il cappellino
alla calabrese, minacciato un'altra volta lo
strascico, probabilità di ritornare alle vesti corte
ed agli stivaletti alla scudiera...--Queste notizie
furono date con singolare parsimonia di parole e
conchiuse con un terzo sospiro che era in verità
un preamboletto; in fatti la cuginetta ripigliò ingenuamente:
--Ah! sono proprio contenta che non vi sia nulla
di vero nelle dicerie che mi erano venute all'orecchio!--
Ernesta stette zitta.
--E che Leonardo e tu vi vogliate bene come
nei primi giorni!--
Ernesta zitta.
--E dimmi un po' dove è andato tuo marito?
--A Spa per fare i bagni.
--È ammalato?
--Agli occhi.
--Gravemente?...
--Spero di no....--
Tutte queste domande imbarazzavano molto Ernesta;
ancora un paio e la non avrebbe saputo che
rispondere.... fortunatamente entrò in quella il dottor
Agenore.
--Il dottor Agenore--la signorina Rinucci mia
cugina.--
Dopo l'inchino di prammatica, la signorina Rinucci
domandò al nuovo venuto con una esitazione
ben simulata:
--Ella è forse il dottore?...--
E guardava la cugina per eccitarla ad aggiungere
una nota esplicativa alla presentazione pura e semplice.
--Sicuro,--disse Ernesta,--è il dottore che ha
ordinato i bagni di Spa a Leonardo.
--Ah! ed è dunque gravemente ammalato negli
occhi quel povero signor Leonardo?--domandò
Virginia rivolgendosi direttamente al dottore.
--Disgraziatamente sì,--rispose Agenore non
comprendendo il significato dell'occhiata della padrona
di casa--è minacciato da una cateratta.
La sensibilissima Virginia si lasciò sfuggire un
piccolo grido di terrore.
--Cieco!... Cieco!... E tu non mi dicevi nulla,
Ernesta?--
Ernesta volle rispondere, ma il medico prese la
parola:
--Quando parlo di -cateratte-, distinguo; ve n'ha
di molte specie: cateratta semplice, complicata,
centrale, posteriore, argentea, calcarea, capsulare,
piramidale, linfatica, lattea, parziale o totale, unilaterale
o bilaterale, eccetera; avere una cateratta
non vuol già dire essere ciechi; anzi nei più dei
casi si ha la cateratta e non si è perfettamente
ciechi.
--E che cateratta è quella del signor Leonardo?
--Cara signora, non è propriamente una cateratta,
è la minaccia d'una cateratta, vale a dire un
intorbidamento catarattoso corticale.... mi spiego?...
che qualche volta guarisce da sè....
--Qualche volta?...
--E per cui i più celebri autori consigliano le
frizioni di joduro di potassio, l'uso dei mercuriali
ed i bagni, specialmente quelli di Karlsbad, di Eger,
di Spa....
--Ed ha ella fiducia nei bagni?
--Perchè no?... alla peggio, se non si riesce a
scoprire i momenti patogenetici della formazione
della cateratta, non resta altro al medico se non
aspettare pazientemente che la cateratta sia -matura-
per l'operazione....
--E non è riuscito a scoprire quei momenti?
--Nossignora, nè io nè altri--e perciò l'ho
mandato ai bagni.
--A maturare!...--
E qui la tenera Virginia Rinucci si coprì gli occhi
colla mano.
La mestizia di Ernesta, cui le parole del medico
suonavano dure per la prima volta, faceva una meschina
figura al confronto di quell'acuto dolore.
Si parlò ancora e sempre di cateratte; Virginia
era curiosissima, ed il dottore Agenore, impastato
egli pure di creta come tutti i dottori, sapeva di
non trovar ogni giorno un'occasione di sfoggiare le
sue reminiscenze scolastiche. Finalmente il supplizio
finì; Virginia baciò in volto la cuginetta promettendole
di tornar presto a consolarla; Ernesta mandò
un bacio ai cari zii Rinucci....
Rimasti soli, Agenore che aveva parlato quasi
sempre lui, dichiarò ad Ernesta che la signorina
Virginia era una donnetta amabile, non bella veramente,
ma amabile, soprattutto nel conversare.
--Sì--rispose Ernesta--è molto vivace.
--E piena di spirito.
--Senta, dottore--prese a dire Ernesta--bisogna
che ci mettiamo in regola; nella mia qualità
di moglie, io sono assai poco informata dei casi di
mio marito; mi informi, mi dica lei; mia cugina ha
promesso di venirmi a vedere presto, e siccome sa
il piacere che mi procura, non è donna da mancare....
mi tempesterà di domande....
--Sono ai suoi ordini, disse il dottore.
--Perchè è andato a Spa mio marito?
--Per fare la cura idropatica.
--Questo lo so; ma perchè a Spa piuttosto che
a Karlsbad o ad Eger? Ci sarà stata una ragione,
immagino.... e la cuginetta vorrà saperla.
--Ecco: Spa è un piccolo paradiso in estate, ha
colline boschive, dintorni leggendarii e deliziosi,
paesaggi pittoreschi, casette eleganti, clima saluberrimo
ed acque miracolose.... dicono.
--E ci è proprio andato per tutto questo il suo
amico Leonardo?
--Per questo, ed anche per altro.... per esempio,
perchè ci vanno i più danarosi; perchè vi è folla in
questa stagione; ed è folla di principini, di duchini
e di marchesini; qualche testa coronata e molte corone
senza testa... perchè vi sono corse di cavalli,
tiri ai colombi, esposizioni di quadri, partite di pesche
negli stagni, perchè vi è teatro aperto, infine
perchè... devo dirlo?
--Dica.--
Prima di obbedire, il medico si tirò più presso
alla bella donna e le prese la mano confidenzialmente:
--Perchè ce l'ho mandato io, e ce l'ho mandato
col cuore leggiero, senza badare molto alla scelta....
voleva divertirsi e si divertirà.
--È vero che il suo amico è minacciato da una
cateratta?
--Sì, signora, da una cateratta, da una pleurisia,
da una malattia di cuore,--rispose il dottore
sospirando per l'interruzione.--È un organismo
che si dissolve.
--E delle cateratte si guarisce coi bagni?
--Qualche volta; se poi non si guarisce, almeno
non si peggiora, e si tira in lungo.
--Quanto tempo?
--Dieci anni, venti, fino alla tarda vecchiaia;
la più parte delle cateratte, di cui si fa l'operazione,
sono cataratte senili.--
Di nuovo il dottore cercò di volgere destramente
il discorso, ma fu interrotto, e quando più tardi
ritentò, ancora fu interrotto. Finì con andarsene
senza aver avuto altro premio della sua docilità,
fuor che un sorriso ed una stretta di mano, l'elemosina
che ogni bella donna fa al primo venuto.
Ernesta trovò male spesa quella giornata, ed anche
pensando alle venture per occuparle meglio,
non potè sollevarsi interamente dall'oppressione del
brutto esordio.
Al domani, avvezza a levarsi oramai all'alba, fu in
piedi prestissimo; aveva un mondo di cose da fare--diceva--quando
ebbe dato il miglio e l'acqua
fresca ai canarini, e messo in ordine la guardaroba,
si guardò intorno, non trovò più faccende. Prima
del mezzodì fu costretta a spolverare vecchi fascicoli
di musica ed a risvegliare gli echi sonnacchiosi
del suo pianoforte rauco. Dopo il mezzodì, si buttò
disperatamente sul divano e chiese un'altra porzione
di sonno. L'ottenne, ma fece i sognacci, si
risvegliò di malumore. Allora ricordò i suoi libri,
frugò negli scaffali, squadernò alcuni vecchi romanzi,
lesse alcune pagine cogli occhi, senza comprendere,
e finì col farsi commentare da Olimpia il
programma del desinare. Insomma fece tanto che
mentre al mattino meditava il modo più naturale di
risparmiarsi la seccaggine della inevitabile visita
del dottore, dopo il desinare si sorprese più d'una
volta a guardare l'orologio ed a trovare che il dottore
tardava più dell'usato. E quando finalmente
venne, gli mosse incontro giubilante.
Agenore avea momenti di furberia sopraffina;
quel giorno comprese che la bella si annoiava, e
credette di aver trovato la tattica vera per arrivare
al -capriccio- di quella donna.
Ernesta, a parer suo, era una di quelle nature
battagliere, che, combattute con qualunque
arme, resistono, ma abbandonate a sè stesse, lasciate
inoperose e passive, si arrendono. La nuova
strategia del dottore si compendia in una parola:
-la noia-.
Il terzo, il quarto, il quinto giorno Ernesta si
annoiò, con minori spasimi e più metodo, ma non
meno profondamente del primo e del secondo. Ed il
dottore venne ad ora fissa a levare il suo sassolino
che allargava quotidianamente la breccia.
Qualche volta la bella apriva le finestre che mettevano
in giardino e passava un'ora in contemplazione,
astrattamente, senza diletto, e se le avveniva
di fermare l'occhio sull'ippocastano e sulle brevi
aiuole e di averne coscienza, usciva invariabilmente
in un confronto dispettoso tra il campione della
natura riveduta e corretta dall'uomo e tutta la natura
semplice e grandiosa, come le si mostrava a
Bellagio. Invano le rondini la salutavano nel passare.
Invano i passeri la chiamavano a nome dalle
grondaie, invano l'usignuolo esauriva il suo repertorio
d'ariette; le frondi, il venticello, gl'insetti le
parlavano all'orecchio invano.
E passavano i giorni, tristamente monotoni, lunghi,
pieni d'angoscia senza nome. Il dottore, a forza
di staccar sassolini allargando la breccia, si era
fatto un mucchio di rottami dinanzi: la diffidenza,
la beffa leggiadra, lo spirito, potenti ostacoli prima,
erano diventati nulli. Ernesta si lasciava indovinare
la noia nel viso; si lasciava leggere negli occhi
il piacere immenso che provava vedendo Agenore,
l'unico amico suo. L'-altro-, lo spirito famigliare,
l'aveva abbandonata; più volte essa aveva
voluto interrogarlo, trattenersi con lui, ed era invece
venuto a porla in croce, con risposte inaudite,
lo spiritello buffone di un anonimo, a cui aveva
ogni volta imposto in nome degli spiriti superiori
d'andarsene pe' fatti suoi.
Un giorno, presa dalla disperazione, sentì la curiosità
di penetrare nella camera di Leonardo.
Non v'era entrata quasi mai e ne serbava una
memoria confusa; come vi fu, si tenne in mezzo della
stanza, si guardò intorno curiosamente come un fanciullo
e per poco non battè le mani per la piacevole
commozione; era un'ora da occupare illegittimamente,
lo diceva essa pure, ma in modo piacevole.
Si aspettava mille rivelazioni curiose, non ne trovò
una; fruga e rifruga in cassettoni ed in cassettini,
le sole reliquie che potè raccogliere, non prive d'un
certo significato, furono il ritratto della B.... prima
ballerina assoluta -di rango francese-, una donnetta
come ce ne sono tante, ed un mazzolino di fiori dissecati.
Il ritratto portava una dedica -a' suoi ammiratori-,
non priva d'ingenuità o di spirito, priva
però d'un'-emme-; il mazzolino poteva essere un furto
ad una bella, se pure non era uscito dal paniere
d'una fioraia.
Le avventure di Leonardo o non erano dunque
degne di nota od erano di quelle che non lasciano
traccia; rimaneva Leonardo. Eccolo, in piedi quanto
è lungo, che minaccia d'uscire dai margini del ritratto
di gabinetto. A vederlo così pare proprio un
bell'uomo, un po' patito, ma con una faccia espressiva,
e con due occhietti vispi e lucenti da non
potersi credere destinati ad un intorbidamento caterattoso
corticale.
Ernesta stette un pezzo con Leonardo fra le mani;
pensava.... a che pensava?
Finalmente ripose il ritratto nell'albo, cacciò la
prima ballerina -di rango francese- sotto il monte di
libri, da cui l'avea disseppellita, chiuse le finestre
come le aveva trovate, ed uscì sulla punta dei piedi.
La sera il dottor Agenore venne e staccò il suo
sassolino.
Tornò il domani, e l'altro, e l'altro. Ernesta lasciava
fare. Ma un giorno le fu annunciata la visita
della cuginetta.
--Non sono in casa,--disse ad Olimpia.
--Ho già detto che ci è, non sapevo....
--Ebbene, di' che hai sbagliato e che non ci
sono.--
Olimpia tornò poco dopo a dire che la signorina
Virginia la pregava di aspettarla in casa il giorno
successivo all'una dopo il mezzodì.
Ernesta non rispose; il giorno, la sera, la notte
parve distratta al solito, e il domani all'alba fece
fare le sue valigie. Alle dieci e 35, lieta, giubilante
del tiro fatto alla cuginetta dalla testa di bambola,
ripartiva per Bellagio--e con lei Olimpia, il cuoco
ed i canarini.
IX.
In cui si leggono i caratteri dell'amabile cuginetta.
Passò un mese. «L'amico Leonardo non è tornato....»
aveva detto il dottor Agenore quindici
giorni prima; Ernesta si era accontentata di levare
gli occhi e di lasciarsi uscire di bocca sbadatamente:
«Ah!»--«L'amico Leonardo non è ancora
tornato:» aveva ripetuto il dottore la settimana
innanzi; Ernesta non aveva più risposto nulla.
Questa volta il medico non fiatava in proposito e la
bella non voleva interrogare. Il fatto è che, dopo un
mese, ancora Leonardo non era tornato dai bagni.
In questo tempo la strategia del dottore aveva
dato gran risultati; oramai la breccia, per cui egli
doveva entrare da conquistatore, era molto più che
una breccia; ancora un poco, e diveniva un arco di
trionfo. La virtù di Ernesta pareva diventata una
di quelle virtù in agonia, delle quali si dice: «sarà
per domani.» Non era lontano il giorno, in cui doveva
spirare fra le braccia del medico. Così almeno
diceva a sè stesso il medico.
Questo trionfo gli era costato un tesoro di sapienza
e di perseveranza; fortunatamente, per un
filosofo materialista la parola -apostasia- non ha significato,
perchè altrimenti Agenore non avrebbe
saputo come legittimare la falsa credulità con cui
aveva accolto certi fenomeni soprannaturali. Per
esempio che gli stornelli possano o no recare le ambasciate
degli spiriti superiori, sarà vero o non
sarà vero--io non lo so--ma al dottore Agenore
doveva parere incredibile. Invece no; ci metteva
ancora qualche dubbio, perchè la bella missionaria
mettesse più fervore e nel fervore dimenticasse
la severità verso alcune arditezze dell'innamorato--ma
concedeva questo fenomeno ed altri, ed altri;
era disposto a concedere l'impossibile.
Naturalmente egli non sospettava che tiro gli
giuocasse, all'alba ed al tramonto, quella birba di
stornello incaricato dell'ambasceria; egli non l'udiva
nei due crepuscoli ripetere con quanto fiato aveva
in gola; «non è lui, non è lui!» parlando appunto
di lui, altrimenti.... La bella, che lo stava ad ascoltare
estatica delle ore intiere, vi attingeva non so
qual forza virtuosa di tirare in lungo, di dire ad
ogni volta: «non oggi, non oggi.» E il -non oggi-
doveva essere scritto a grossi caratteri nel sorriso
di Ernesta; le occhiate, i silenzi, le strette di mano,
dovevano ripeterlo con un accento che gettava brividi
di voluttà nelle vene del dottore, perchè costui
non guastò mai la strategia con una mossa troppo
arrischiata o con un assalto repentino. Era uomo
metodico il dottore, se ne vantava; una volta venutagli
l'idea dell'arco di trionfo, egli lo trovava
non solo più comodo della breccia, ma più in carattere
colle proprie dottrine. Aspettava rassegnato,
paziente, assiduo. Quel giorno Ernesta fu la prima
a chiedere di Leonardo.
--Non è arrivato,--rispose il dottore colla sua
voce melliflua;--avrà trovato modo di darsi spasso,
si darà spasso. Vorrà fermarsi a Spa tutta la bella
stagione; quest'anno doveva esservi un'esposizione
di rose, non avrà voluto perdere l'esposizione di
rose; erano anche aspettate le dame Viennesi per
dare concerti al Casino, non avrà voluto perdere le
dame Viennesi; ve n'ha delle belline fra i violini....
Un caro matto il mio amico Leonardo, un caro
matto!--
Quel giorno come gli altri, il dottore si credette
giunto al possesso sospirato, ma quel giorno, come
gli altri, lo stornello si pose di mezzo, e la bella
dopo essere rimasta pensosa ad ascoltare la solita
ambasciata, finì a dire con un sorriso, con una stretta
di mano e con un'occhiata: «non oggi.»
Passarono così molti giorni, spesi nello stesso
modo, quando nella bella monotonia di quel cielo
senza nubi scoppiò la folgore all'improvviso--tornò
Leonardo... cieco!
Il dottor Agenore ne diede la notizia ad Ernesta
senza preamboli; secondo lui l'intorbidamento caterattoso
corticale si era felicemente mutato, per effetto
d'una granulazione, in cateratta bilaterale
perfetta e vicinissima alla maturità....
La prima impressione prodotta nell'animo di Ernesta
dall'inaspettato annuncio fu un perfetto sbigottimento,
senza pensiero, senza dolore; le idee si
sprigionarono poi in folla da quel vuoto, ma prive
d'ordine, di legame, di consistenza, balenando un
istante per sparire subito dopo e riapparire ancora;
solo di mezzo a quel caos, insisteva, giganteggiava
vie più, fino ad invadere tutto l'orizzonte del pensiero,
un'inquietudine, una domanda: «che fare?»
La prima risposta fu pronta come la parola dell'istinto,
determinata come il linguaggio della coscienza:--correre
a Milano, allietare la notte dello
sciagurato con un raggio di luce confortatrice, con
una parola affettuosa, con una carezza.
Poi la voce generosa tacque; altre voci svegliarono
gli echi del suo cuore:--vivere al fianco d'un
cieco, condannarsi ad aver sempre dinanzi una faccia
senza luce, ad udire una voce monotona e lamentevole,
rinunciare per sempre alle gioie della
vita, alle lusinghe mondane, spegnere la propria
gioventù in una noia melanconica, far l'infermiera
al capezzale d'un uomo che non ride, che cerca invano
nel buio un'idea vestita di gai colori, sagrificarsi,
distruggersi in un'intera dimenticanza di
sè medesima.... E perchè? E per chi?...--
Così pensava Ernesta.
Leonardo era suo marito, ma di nome soltanto,
non per affetti e per sentimenti comuni, per dolori
patiti insieme, per gioie insieme gustate; e non ora
solo la finzione della legge aveva ceduto alla beffa
della realtà; già avevano scelto di separare l'indistruttibile.
Quali diritti vantava Leonardo sopra di lei? Nessuno:
potendo serbarne, non aveva voluto. E in
fondo chi era Leonardo? Uno, in compagnia del
quale ella aveva fatto un breve sogno ed un lungo
viaggio circolare; uno che aveva abitato nella stessa
casa, che le dava del -tu-, e le consentiva il diritto
di portare il suo nome--null'altro. Nè i bisogni li
avevano stretti di più, nè gli affetti si erano sostituiti
ai bisogni. Sentimenti, idee, abitudini, credenze,
tutto era contrario fra di loro, o per lo meno diverso,
o per lo meno ignoto. In fondo chi era Leonardo?
Un estraneo.
Che dirà il mondo?... Il mondo! una grossa parola.
In quanti sono a fare il mondo? E quali sono?
Cinquanta avventori del Caffè, cinquanta del Circolo,
una ventina di amiche e di conoscenze--ecco il
mondo! Bisogna avergli riguardo, poveretto, perchè
è molto maligno, molto ciarliero e molto annoiato.
Bisogna recitare la commedia del sagrificio per questo
scioperato che non crede alla virtù, che fa il
cinico per mancanza di spirito, che fa lo scettico
per nascondere la vacuità del pensiero.
Tolto l'amore che santifica, il sagrifizio si misura
per quello che vale. E quanto potrebbe valere il
suo? E sapeva ella se Leonardo stesso non preferisse
le cure accorte d'una infermiera già pratica
a quelle d'una infermiera novizia?
Quando Ernesta aveva risposto a tutte queste domande,
ci pensava ancora; era come una lotta con
un nemico invisibile e forte solo della sua inerzia.
Fu in una di queste tregue che venne recata una
lettera col bollo di Milano. Era della cuginetta. Diceva
in caratteri calligrafici alla cara Ernesta che
«il cuore le consigliava di scriverle, e che scrivendo
essa sapeva di compiere un dovere;» annunciava
la cecità di Leonardo e notava con lirismo alquanto
prolisso come il disgraziato non dovesse più
vedere «le belle stelle, i bei fiori, il verde dei prati,
l'azzurro del firmamento.» Scongiurava Ernesta tornasse
nel tetto coniugale, avvertendo fra parentesi
che ella sapeva tutto; finiva col dire in bel modo
che ella sarebbe «orgogliosa e felice d'aver indotto
la cugina a rientrare nella via del dovere....»
Oh! questa proprio ci voleva per non farla muovere
da Bellagio! Il dispetto divampò un istante
nei begli occhi lucenti, poi si spense.
E da capo Ernesta si rifece a pensare.
Mezz'ora dopo essa scriveva:
«-Amabile Cuginetta-,
«Il desiderio di concorrere a farmi rientrare
nella via del dovere non ti ha fatto affrettare
abbastanza. La tua lettera ha trovato le mie valigie
pronte. Ti ringrazio infinitamente dell'intenzione,
ma sarai lieta anche tu di sapere che
la tua eloquenza tenera non entra per nulla nella
determinazione che ho presa. In fretta.--Ernesta.»
Più tardi gli stornelli si staccarono come un nugolo
dal tetto della casa e parvero accompagnare
la padroncina che se ne andava.
X.
Cieco!
Per via era stata sorretta dall'entusiasmo del sagrificio;
ma come fu a Milano, Ernesta sentì venir
meno il proposito preso, e solo per quella specie di
forza d'inerzia che continua gli effetti della prima
determinazione, giunse sino alla soglia di casa sua.
Entrò.... le batteva il cuore forte.
Bortolo, vedendola, levò le braccia al cielo, e
pianse in silenzio; Ernesta strinse fra le sue le
mani del vecchio, snodò i nastri del cappellino e
non se lo tolse dal capo, consegnò la valigetta al
servitore e sedette sopra uno sgabello dell'anticamera.
Stette alcuni istanti immobile in faccia al
vecchio che la guardava crollando il capo canuto,
poi si rizzò in piedi, ma non si mosse. Finalmente
si avviò a passi lenti, attraversò le camere, si arrestò
innanzi all'uscio socchiuso della stanza dell'infermo.
Bortolo veniva dietro come trasognato, colla
valigetta in mano.
Non si udiva alcun rumore. Ernesta spinse lentamente
l'uscio e s'inoltrò in preda ad una commozione
insolita. Da principio non vide nulla; gli occhi
suoi, ancora impressionati dalla luce viva, non
riuscivano ad afferrare un raggio nelle ombre fitte;
quasi prima di vederlo, intese un passo, ed indovinò
il dottore e sentì la larga mano posarsi sulle
sue. Si fece ancora innanzi, e vide un'ombra nera
nel mezzo, ed avvezzando l'occhio alla scarsa luce,
riconobbe Leonardo seduto sopra un ampio seggiolone,
colla testa appoggiata allo schienale e cogli
occhi bendati.... Le si strinse il cuore, si sentì invadere
da un'onda di pietà e non giunse in tempo
a soffocare un singhiozzo.
Leonardo volse leggermente il capo dalla parte di
Ernesta, e parve stare in ascolto; non udendo più
nulla, ripigliò la positura di prima. Ernesta rialzò gli
occhi ancora lagrimosi e circondò con uno sguardo
di tenerezza il quadro melanconico! Quell'uomo già
così irrequieto, così vivace, così ciarliero, così ridente,
ora rimaneva immobile, muto; la faccia scialba
si era composta ad una gravità insolita; il lungo
corpo come inchiodato sopra un seggiolone aveva
tutta la solennità della sventura.
Il dottore Agenore mandò via con un cenno Bortolo,
e come fu solo con Ernesta, volle prenderle la mano,
che la bella divincolò dolcemente; allora egli si fe'
presso all'infermo, gli toccò il polso e lo chiamò
sommessamente a nome:
--Leonardo!--
Ernesta si appoggiò allo schienale del seggiolone
e si tirò indietro come per nascondersi.
--Leonardo!--ripetè Agenore,--ma non ebbe
risposta.
Il dottore fece il giro badando a non inciampare
nelle gambe allungate del cieco, e venne presso ad
Ernesta.
--Dorme,--disse sottovoce,--sicuramente
dorme; cara signora, ella fa un'azione generosa; riconosco
la sua bell'-anima-.--
L'ultima parola torturò alquanto le labbra del
dottore, il quale cercò di compensarle della fatica
fatta con un bacio sulla manina bianca della bella
donna. Ma Ernesta si sciolse da quella stretta con
un movimento brusco, guardò il volto dell'infermo,
poi disse senza collera, ma con dignità, accennando
Leonardo:
--Egli non ci vede....
--Sicuramente no,--rispose Agenore,--appunto
per questo.... se ci vedesse, non dico.--
Ernesta non si lasciò persuadere, si staccò lentamente
dal dottore ed andò a sedere in un canto.
Agenore le venne presso.
--È proprio cieco del tutto?--domandò poco
stante la bella.
--Del tutto.
--Una cateratta?
--Sissignora; a Spa ebbe un febbrone, un'infiammazione
della pleura, poi una granulazione che
affrettò la cateratta, la quale ora è perfetta e quasi
matura per l'operazione.
--È un'operazione facile?
--Facilissima.
--Dolorosa?
--Dolorosa.
--Molto?
--Molto.--
Ernesta tacque un istante; poi ripigliò:
--È almeno sicura quest'operazione?
--Sicurissima.
--E riesce sempre?
--Riesce sempre.
--E ridona perfettamente la vista?
--Qualche volta sì....
--Come?
--La riuscita d'un'operazione non dipende dal risultato
finale; si dice che un'operazione è riuscita
benissimo, quando tutte le regole dell'arte si sono
potute mettere in atto senza contrasti fisiologici nè
accidentali.... All'anfiteatro anatomico si fanno, per
norma degli studiosi, centinaia e centinaia di operazioni
che riescono quasi tutte bene, e pure si
fanno sopra gente che non ci guadagna nulla, e che
dopo l'operazione rimane morta nè più nè meno di
prima.
--È almeno facile la guarigione?--domandò Ernesta.
--Facile no; molte volte, dopo un'operazione ben
riuscita, la cateratta si riproduce; oppure....
Ernesta l'interruppe posandogli una mano sui
braccio.
--Si muove....--
Il dottore andò presso l'infermo, gli toccò il polso
e gli parlò con accento di tenerezza.
--Leonardo....
--Agenore.... rispose una voce dolente che fece
palpitare il cuore della povera donna.
--Come ti senti?
--Bene.
--Ti bruciano gli occhi?
--No....
--L'infiammazione cessa; tanto meglio.... mi
raccomando, bevi la tua pozione, mangia le minestrine,
e non agitarti; procura di dormire.... io me
ne vado, tornerò stanotte.
--Grazie--disse Leonardo--rimango solo?
Prima di rispondere, Agenore guardò Ernesta, la
quale gli fe' cenno di non dir nulla.
--No.... qualcuno starà sempre in camera con
te.... ed in ogni caso.... ecco il cordone del campanello....--
Agenore parlava al cieco coll'accento, con cui si
parla ai fanciulli quando sono malati; in fondo egli
voleva bene a Leonardo, il che non toglieva agli
occhi suoi la legittimità dei propri diritti sopra
Ernesta.
Questa volta comprese che bisognava rispettare
le prime impressioni e se ne andò, accontentandosi
di un saluto dei più semplici. Marito e moglie rimasero
soli. Ernesta sentiva un impaccio singolare,
una debolezza nuova; combattuta fra gl'impeti della
pietà e le riluttanze della fierezza, tratteneva il respiro
come paurosa di svelarsi.
Per alcuni istanti il silenzio fu profondo.
--Bortolo!--chiamò poco dopo l'infermo.
Ernesta sussultò leggermente e non rispose.
--Bortolo!--ripetè Leonardo colla stessa inflessione
di voce--ho sete....
La povera donna si staccò con uno sforzo dalla
seggiola, venne presso al cieco e gli porse il bicchiere
contenente la pozione.
Il disgraziato cercò la mano e la lisciò leggermente,
bevette un sorso e riconsegnò il bicchiere
senza dir nulla.
Ernesta tremava da capo a' piedi; guardò il volto
pallido del marito, ed alla povera luce che vi batteva
sopra vide due lagrime uscire lentamente di
sotto alla benda nera; allora sentì sciogliersi i nodi
che la trattenevano, si fece innanzi, prese una mano
dell'infermo e la strinse fra le sue. Non trovò parole.
Leonardo si scosse.... sorrise.
--Ernesta! disse poco dopo.
Non disse altro.
Un singhiozzo gli rispose.
XI.
Crepuscolo e notte.
Che dissero quelle lagrime? Che disse quel singhiozzo?
Che disse il tremito delle mani congiunte?
E il palpito affrettato dei due cuori riavvicinati
dalla sciagura che disse?
Un pezzo stettero come ad ascoltare a vicenda,
poi Leonardo ed Ernesta si composero ad una serena
gravità, e finalmente essa si sollevò mostrando
il volto bello d'una bellezza nuova.
Il povero cieco non fece atto di trattenerla, ma
parve raccogliersi in sè stesso come per meglio
udire il fruscio della veste ed il passo leggiero, e
quando si avvide che quel fruscio e quel passo si
dirigevano verso l'uscio, sospirò forte. Allora Ernesta
si arrestò sulla soglia, stette un istante dubbiosa,
e ritornò nel mezzo della stanza. Poco dopo
affacciandosi alla portiera chiamò Olimpia, a cui
diede sottovoce un ordine; la cameriera tornò quasi
subito recando una veste da camera, la signora si
spogliò silenziosamente degli abiti polverosi da viaggio
e vestì gli altri.
Leonardo aveva seguito con attento orecchio tutti
quei movimenti. Quando la moglie venne ancora ad
assiderglisi presso, egli lottò dentro di sè e finalmente
ruppe il silenzio ripetendo con voce affievolita:
--Ernesta!--
La povera donna die' un sussulto, come se avesse
udito la voce d'un defunto, e facendosi forza e guardando
il marito con espressione di profonda pietà,
riuscì a balbettare:
--Che vuoi, Leonardo?
--Nulla,--rispose l'infermo, crollando il capo,--nulla.
Volevo sentire la tua voce, ora sono contento.--
E tacque.
Mal sapeva Ernesta vincere una certa riluttanza,
pur vi si provava; guardando la faccia impallidita
del cieco, la sua fronte per la prima volta corrugata
dal pensiero, le sue labbra ora sorridenti senza
fatuità, il suo lungo corpo già dinoccolato e dimesso,
vera immagine dell'indolenza, composto ora
ad una rigidezza insolita, comprese tutta la solennità
della sventura, e disse a sè stessa che la sventura
cancella ogni colpa.
Avendo scelto la parte di confortatrice, a lei spettava
prima di tutto togliersi alla contemplazione
del passato che era una barriera alla carità. Non
trovava nulla; non le veniva sulle labbra una frase
naturale che, senza averne l'aria, dicesse: «Leonardo,
mettiamo l'amicizia dove non fu mai l'amore.»
--Ernesta! ripetè poco dopo il cieco.
--Sono qua.... vicina a te....
--Lo so, mi è parso anche di sentire i tuoi
sguardi fissi sopra di me.... e anche ora li sento....
non è vero forse?
--È vero.
--T'annoierai, sono un melanconico compagno;
e poi devo star molto male con questa bendaccia
sugli occhi.--
Sorrideva.
--Perchè non mi parlavi?--domandò mutando
tono di voce.
--Credevo che tu dormissi.
--Non dormivo, pensavo.... sai? non sono più lo
spensierato d'una volta.... mi par di esser solo, in
un mondo vuoto e nero, in un tempo immobile come
l'eternità, e se voglio che il tempo cammini, e se
ho da veder qualche cosa intorno a me, bisogna
che pensi....--
A questo punto s'udì lo scattar della molla d'un
orologio a pendolo; Leonardo ammutolì e stette in
ascolto contando lo ore sottovoce.
--Sette!... Non è vero? Proprio sette!... Bisogna
aprire la finestra, è l'ora.... il sole se ne è andato, non
vi è pericolo che la luce troppo viva mi faccia male.--
E siccome Ernesta indugiava, non sapendo se
dargli retta o no, il cieco soggiunse:
--Me l'ha concesso Agenore, che è pieno di
scrupoli. È lui che ha voluto le finestre chiuse e
la benda nera e fitta.... e tutto ciò per impedire ad
un cieco di veder la luce....--
Ernesta si accostò silenziosamente alla finestra
e ne aprì le imposte.
--Anche la vetrate....--disse Leonardo.
E quando sentì alitare sul viso la brezzolina della
sera, fece atto di levarsi in piedi, ma Ernesta corse
a lui e lo trattenne.
--Grazie,--disse il cieco melanconicamente,--anche
tu sei paurosa come Agenore; ma sono forte,
la finestra è là, e mi sento d'andarvi solo.... sta a
vedere.--
Ernesta cercò di dissuaderlo, ma vedendo che non
riusciva, prese il braccio destro del marito e se lo
pose sull'omero, e reggendolo colla mano manca,
lo trasse fino al davanzale non tralasciando di dire:--Bada,
un momento solo!--
La finestra metteva come le altre in giardino.
Leonardo stette alcuni istanti in silenzio, poi disse:--Sento
la brezza, mi par di vederla.... ecco, rasenta
il suolo, curva i fiori e gli alberelli a piedi
del vecchio ippocastano che risponde a quegli inchini
con cortese dignità. Non è così?...
--È proprio così--rispose Ernesta commossa.
--E l'usignuolo e le rondini che fanno?
--L'usignuolo--rispose Ernesta,--si dondola nel
fitto d'un salice, le rondini interrompono i voli rapidi
per posarsi sopra un ramo e pigliar parte alla
generale altalena.
--E all'immenso susurrar delle frondi,--proseguì
il cieco,--l'usignuolo e le rondini frammettono
volate rotte a mezzo, gorgheggi sommessi
e interiezioni di piacere.--
Colle mani appoggiate al davanzale continuò a
stare immobile, intento, non perdendo una nota di
quel concerto. Ernesta non lo aveva abbandonato
interamente a sè, gli teneva ancora una mano appoggiata
sul braccio e con lievissima violenza sembrava
dirgli:--Basta, basta, ti farai del male!--Ma
il cieco non comprendeva, non le badava neppure;
tutto immerso in un'estasi melanconica veniva
a poco a poco accendendosi, trasfigurandosi
in volto. Poco dopo disse con voce sommessa e
lenta non cessando d'ascoltare:
--Perchè non ho mai guardato attentamente il
mio giardino? ora mi parrebbe di vederlo, lo vedrei
ora! Ne ho solo una memoria confusa; veggo
l'ippocastano nel mezzo, distinguo il susurro d'un
salice qui sotto, e lo vedo.... il resto si smarrisce
nel verde.... forse se mi levassi la benda....
--No,--disse Ernesta con voce di preghiera.
--E perchè no? non potrei riacquistare la vista,
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