ogni cosa.
Planchet, inorgoglito per essere stato elevato alla dignità di maestro
di casa, pensò a compiere le sue funzioni da uomo intelligente. A
questo effetto, chiamò in aiuto il cameriere di uno dei convitati
del suo padrone, chiamato Fourreau, e di più anche Brisemont, quel
falso soldato che aveva voluto uccidere il nostro eroe, e che, non
appartenendo a nessun corpo, era entrato al servizio di d'Artagnan, o
piuttosto a quello di Planchet, dappoichè d'Artagnan gli aveva salvata
la vita.
Giunta l'ora del festino, i due convitati arrivarono, presero posto,
e i cibi furono distribuiti sulla tavola; Planchet serviva, colla
salvietta sul braccio; Fourreau stappava le bottiglie, e Brisemont, il
convalescente, travasava nelle caraffe di vetro il vino che sembrava
aver fatto deposizione per causa delle scosse del viaggio. Di questo
vino, la prima bottiglia era un poco torbida verso la fine, Brisemont
versò questo fondo in un bicchiere, e d'Artagnan gli permise di
beverlo, il povero diavolo non aveva ancora molta forza.
I convitati, dopo aver mangiato la minestra, stavano per mettere alle
labbra il primo bicchiere, allorquando il cannone rintronò dal forte
Luigi e dal forte Nuovo.
Tosto le guardie, credendo che si trattasse di qualche attaccamento
imprevisto, sia degli assediati, sia degli Inglesi, saltarono alle loro
armi, d'Artagnan fece come loro, e tutti e tre uscirono correndo per
portarsi al proprio posto.
Ma appena fuori della bettola si trovarono disingannati sulla causa
di questo gran rumore. Le grida di viva il re, viva il ministro!
risuonavano da tutte le parti, e i tamburi battevano in tutte le
direzioni.
In fatti, il re, nella sua impazienza, aveva fatto raddoppiare le
tappe, e giungeva nello stesso istante con tutto il suo seguito, ed un
rinforzo di diecimila uomini di truppe. Dei suoi moschettieri, parte lo
precedevano, parte lo seguivano. D'Artagnan, posto in fila colla sua
compagnia, salutò con un gesto espressivo i suoi amici, ed il sig. de
Tréville che lo riconobbe subito.
Compiuta la cerimonia del ricevimento, i quattro amici furono ben
presto riuniti.
-- Perdinci! gridò d'Artagnan, non è possibile di giungere in miglior
punto, e le vivande non avranno avuto ancora il tempo di raffreddarsi.
Non è vero, signori? aggiunse il giovane voltandosi verso le due
guardie, che egli presentò ai suoi amici.
-- Ah! ah! sembra che voi banchettaste, disse Porthos.
-- Spero, disse Aramis, che non vi saranno donne al vostro pranzo?
-- Vi è del vino bevibile nella vostra bicocca? domandò Porthos.
-- Per bacco! vi è il vostro, amico caro, rispose d'Artagnan.
-- Il nostro vino? fece Athos meravigliato.
-- Sì, quello che mi mandaste.
-- Noi vi abbiamo mandato del vino?
-- Ma voi lo sapete bene di quel piccolo vino delle coste di Anjou.
-- Sì, so bene di qual vino volete parlare...
-- Il vino che preferivate...
-- Senza dubbio, quando io non ho ne champagne, nè Chambertin.
-- Ebbene! in mancanza di champagne e di Chambertin, vi contenterete di
quello.
-- Noi abbiamo dunque fatto venire dei vino d'Anjou, golosi che siamo?
Porthos.
-- Ma no, è il vino che mi fu spedito per parte vostra.
-- Per parte nostra? fecero i moschettieri.
-- Siete stato voi, Aramis, riprese Athos, che avete mandato del vino?
-- No; e voi, Porthos?
-- No; e voi, Athos?
-- No.
-- Se non siete stati voi, disse d'Artagnan, è stato il vostro
albergatore.
-- Il nostro albergatore?
-- Eh! sì, il vostro albergatore, Godeau, albergatore dei moschettieri.
-- In fede mia, venga di dove vuol venire, non importa! disse Porthos,
gustiamolo, e se è buono, beviamolo.
-- No, disse Athos, non beviamo il vino che ha una sorgente sconosciuta.
-- Avete ragione, Athos, disse d'Artagnan. Nessuno di voi ha incaricato
l'oste Godeau d'inviarmi del vino?
-- No: e frattanto vi è stato mandato per parte nostra?
-- Ecco la lettera, disse d'Artagnan.
E presentò il biglietto ai suoi camerati.
-- Questo è il suo carattere, disse Athos. Io lo conosco; sono stato io
che prima di partire, ho accomodato i conti della comunità.
-- La lettera è falsa, disse Porthos, noi non siamo mai stati consegnati.
-- D'Artagnan, disse Aramis con tuono di rimprovero, come mai avete
potuto credere che avessimo fatto del susurro?
D'Artagnan impallidì, e un tremito convulso scosse tutte le sue membra.
-- Tu mi spaventi, disse Athos, che non parlava che nelle grandi
occasioni che cosa è dunque accaduto?
-- Corriamo, corriamo, amici miei! gridò d'Artagnan, un orribile
sospetto mi agita lo spirito: sarebbe questa ancora un'altra vendetta
di quella donna?
Fu Athos che impallidì a sua volta.
D'Artagnan si slanciò verso la bettola; i tre moschettieri e le due
guardie lo seguirono.
Il primo oggetto che colpì la vista di d'Artagnan, entrando nella
sala da pranzo, fu Brisemont steso per terra e rotolandosi in mezzo ad
atroci convulsioni.
Planchet e Fourreau, pallidi come cadaveri, cercavano di prestargli
soccorso; ma era evidente che ogni soccorso era inutile: tutti i tratti
del viso del moribondo erano increspati dall'agonia.
-- Ah! gridò egli scorgendo d'Artagnan: ah! è orribile! voi fate
sembiante di farmi grazia per poi avvelenarmi!
-- Io! gridò d'Artagnan, io, disgraziato! che dici tu dunque?
-- Io dico che siete stato voi che mi avete dato questo vino, io dico
che siete stato voi che mi avete dato da bere, io dico che siete voi
che vi vendicate di me, io dico che questa è una cosa orribile!.
-- Non credete niente Brisement, disse d'Artagnan; non credete niente:
ve lo giuro.
-- Oh! ma vi è un Dio!; Dio vi punirà! mio Dio, ch'egli soffra un giorno
quanto soffro io.
-- Sul mio onore, gridò d'Artagnan precipitandosi verso il moribondo, vi
giuro che non sapeva che questo vino fosse avvelenato, e che io stesso
era sul punto di berlo come voi.
-- Non lo credo, disse il soldato.
E spirò in un aumento di tortura.
-- È orribile! mormorò Athos, nel mentre che Porthos, rompeva le
bottiglie, e che Aramis dava gli ordini, un po' tardi, perchè si
andasse a cercare un confessore.
-- Oh! amici miei, disse d'Artagnan, voi mi avete anche una volta
salvata la vita, e non solo a me, ma ancora a questi compagni. Signori,
continuò egli dirigendosi alle guardie, vi domando il silenzio sopra
questa avventura: grandi personaggi potrebbero aver parte in tutto ciò
che avete veduto, e il male di tutto ciò ricadrebbe su noi.
-- Ah! signore, balbettò Planchet più morto che vivo; ah! signore, io
l'ho fuggita bella!
-- In che modo, furbo! gridò d'Artagnan, tu stavi per bere il mio vino?
-- Alla salute del re, signore; ero per bere un povero bicchiere, se
Fourreau non mi avesse detto che mi chiamavano.
-- Ahimè! disse Fourreau, i di cui denti si sbattevano pel terrore, io
voleva allontanarlo per berlo tutto da solo.
-- Signori, disse d'Artagnan indirizzandosi alle guardie, voi capirete
che un simile festino non potrebbe essere che molto tristo dopo ciò che
è accaduto; così accettate tutte le mie scuse, rimettiamo la partita a
un altro giorno, ve ne prego.
Le due guardie accettarono cortesemente le scuse di d'Artagnan ed
accorgendosi che i quattro amici desideravano di restar soli, si
ritirarono.
Allorchè la guardia ed i tre moschettieri furono senza testimoni, si
guardarono con un'aria che voleva dire: che ciascuno comprendeva la
gravità della situazione.
-- Primieramente, disse Athos, sortiamo da questa camera; un morto è
sempre una cattiva compagnia.
-- Planchet, disse d'Artagnan, vi raccomando di vegliare sul cadavere di
questo povero diavolo; che sia sepolto in cimiterio. Aveva commesso un
delitto è vero, ma se ne era anche pentito.
E i quattro amici uscirono dalla camera lasciando Planchet e Fourreau
incaricati di rendere gli onori mortuarii a Brisemont.
L'oste dette loro un'altra camera, nella quale furono loro servite
delle uova da bere, e dell'acqua che Athos andò a prendere da se stesso
alla fontana. In poche parole Athos, Porthos e Aramis furono messi al
corrente della situazione.
-- Ebbene! disse d'Artagnan ad Athos, voi lo vedete, amico caro, questa
è una guerra a morte.
Athos scosse la testa.
-- Sì, sì, diss'egli, lo vedo bene! ma credete voi che sia essa?
-- Ne sono sicuro.
-- Però, io vi confesso che ho ancora qualche dubbio.
-- Ma quel giglio sulla spalla?
-- Sarà una Inglese che avrà commesso qualche delitto in Francia, e che
quindi sarà stata infamata in conseguenza del suo delitto.
-- Athos, è vostra moglie, ve lo dico io, rispose d'Artagnan; non vi
ricordate voi dunque come tutti i connotati si rassomigliano.
-- Io però avrei creduto che l'altra fosse in realtà morta, perchè
l'avevo bene impiccata.
Fu d'Artagnan che questa volta scosse la testa.
-- Ma finalmente che cosa è quello che dovremo fare? disse il giovine.
-- Il fatto è che non si può restar così con una spada continuamente
sospesa al di sopra della testa, disse Athos, e che bisogna uscire da
questa situazione.
-- Ma in che modo.
-- Ascoltate; cercate di raggiungerla e di avere una spiegazione con
lei. Ditele: la pace, o la guerra! sulla mia parola da gentiluomo di
non dire giammai cosa alcuna, nè fare cosa alcuna contra di voi. Dal
canto vostro, giuramento solenne di restar neutra a mio riguardo;
altrimenti, io andrò a ritrovare il cancelliere, andrò a ritrovare il
re, andrò a ritrovare il boia; metterò sossopra la corte contro di voi,
io vi denunzierò come infame: vi farò mettere sotto processo, e se voi
sarete assoluta, ebbene io vi ucciderò, fede da gentiluomo, all'angolo
di qualche strada, come ucciderei un cane arrabbiato.
-- Mi piace assai questo piano, disse d'Artagnan; ma come potrò metterlo
ad esecuzione!
-- Il tempo porta seco l'occasione; l'occasione è la martingala
dell'uomo: più s'impegna, e più si vince, quando si sa aspettare.
-- Sì, ma aspettare circondato da assassini e da avvelenatori...
-- Bah! disse Athos, Dio ci ha conservati fin qui, Dio ci conserverà
pure per l'avvenire.
-- Sì, noi... poi altronde siamo uomini, e alla fine, è del nostro stato
l'arrischiare la nostra vita; ma, ma essa... soggiunse egli a mezza
voce.
-- Chi è quest'essa? domandò Athos.
-- Costanza.
-- La signora Bonacieux? ah sì, è giusto, disse Athos. Povero amico!
dimenticava che siete innamorato.
-- Ebbene! ma, disse Aramis, non avete voi veduto dalla lettera stessa,
che fu ritrovata sul miserabile che è stato ucciso, che ella era in
convento? nei conventi si sta benissimo, e tosto che l'assedio della
Rochelle sarà terminato, vi prometto per conto mio...
-- Buono, disse Athos. Sì, mio caro, Aramis, noi sappiamo che i vostri
voti tendono al ritiro.
-- Io non sono moschettiere che provvisoriamente, disse umilmente Aramis.
-- Sembra che sia molto tempo che non abbiate ricevuto notizia della
vostra amica, disse a bassa voce Athos; ma non fate attenzione, noi
conosciamo questo.
-- Ebbene! disse Porthos, mi sembra che vi potrebbe essere un mezzo
semplice.
-- E quale? domandò d'Artagnan.
-- Ella è in un convento, voi dite? riprese Porthos.
-- Sì.
-- Ebbene, tosto terminato l'assedio, noi la rapiremo da questo convento.
-- Sì, ma bisogna prima sapere in quale convento ella sia.
-- È giusto disse Porthos.
-- Ma, ora che vi penso, disse Athos, non pretendete voi, caro
d'Artagnan, che sia stata la regina che abbia fatta la scelta del
convento?
-- Sì, io lo credo almeno.
-- Ebbene, ma Porthos ci aiuterà in questo.
-- In che modo? se vi aggrada.
-- Per mezzo della vostra principessa, della vostra duchessa, della
vostra marchesa; ella deve avere le braccia lunghe.
-- Zitto! disse Porthos mettendo un dito sulle sue labbra, io la credo
un poco ministeriale, per conseguenza non deve sapere nulla da noi.
-- Allora, disse Aramis, io m'incarico di averne notizia.
-- Voi, Aramis! gridarono i tre amici; ed in che modo?
-- Per mezzo dell'elemosiniere della regina, col quale sono in stretta
amicizia, disse Aramis arrossendo.
E dopo questa assicurazione, i quattro amici, che avevano terminato
il loro modesto vitto, si separarono con promessa di rivedersi nella
stessa sera. D'Artagnan ritornò ai Minimi, e i tre moschettieri
raggiunsero il quartiere del re, ove essi dovevano far preparare il
loro alloggio.
CAPITOLO XLIII.
L'ALBERGO DEL COLOMBAIO ROSSO
Appena giunto al campo, il re, che aveva tanta fretta di ritrovarsi
in faccia del nemico, e che divideva l'odio del ministro contro
Buckingham, volle fare tutte le disposizioni dapprima per scacciare
gl'inglesi dall'isola Re, in seguito per stringere l'assedio della
Rochelle; ma, suo malgrado, fu ritardato a cagione delle dissenzioni
che scoppiarono fra il signor Bassompierre e Schömberg contro il duca
d'Angoulème.
I signori Bassompierre e Schömberg erano marescialli di Francia, e
reclamavano il loro diritto di comandare l'armata sotto gli ordini del
re; ma il ministro che sapeva essere Bassompierre ugonotto nel fondo
del suo cuore, e che stringeva debolmente gl'inglesi e Rochellesi, suoi
fratelli in religione, spingeva al contrario il duca di Angoulème,
che il re a sua istigazione aveva nominato luogotenente generale.
Ne risultò, sotto pena di vedere i signori Bassompierre e Schömberg
disertare l'armata, di dover loro affidare a ciascuno un comando
speciale.
Bassompierre prese i suoi quartieri al nord della città da Lalen fino a
Dompierre; il duca di Angoulème prese i suoi all'est, da Dompierre fino
a Périgny.
Il sig. Schömberg, al mezzogiorno, da Périgny fino ad Angoulin.
Il quartiere di Monsieur era Dompierre.
Il quartiere del re era un poco ad Estré, un poco alla Jarre.
Finalmente l'alloggio del ministro era sulle dighe, o piuttosto sul
ponte della Pierre, in una piccola casa senza alcun trinceramento.
In questo modo Monsieur sorvegliava Bassompierre, il re il duca
d'Angoulème, il ministro il signor de Schömberg.
Stabilita questa organizzazione, fu subito la prima cura quella di
scacciare gl'Inglesi dall'isola.
La circostanza era favorevole. Gl'Inglesi che prima di ogni altra cosa
hanno bisogno di buoni viveri per essere buoni soldati, non mangiando
più che carni salate e cattivo biscotto, avevano molti malati nel
loro campo; di più, il mare, molto pericoloso in quell'epoca dell'anno
lungo tutte le coste di ponente, metteva tutti i giorni qualche piccolo
bastimento a secco, e la spiaggia, dalla punta d'Aiguillon fino alla
trincea, era letteralmente, a ciascuna marea, ricoperta di pini, di
alberi e di feluche rotte; ne risultava che, quand'anche i soldati del
re si fermassero nel loro campo, era evidente che un giorno o l'altro
Buckingham, che non restava nell'isola Re se non per ostinazione,
sarebbe obbligato di levare l'assedio.
Ma siccome il signor di Toiras fece dire che tutto si preparava nel
campo nemico per un nuovo assalto, il re giudicò che era tempo di
finirla, e dette gli ordini necessari per un affare decisivo.
Non essendo nostra intenzione di fare il giornale dell'assedio, ma al
contrario di non riportare che quegli avvenimenti che sono strettamente
collegati colla storia che raccontiamo, ci contenteremo di dire in
due parole che l'intrapresa riuscì con gran contento del re, con
gloria del sig. duca ministro. Gl'Inglesi respinti piede per piede,
battuti da tutte le parti, sommersi al passaggio dell'isola, furono
obbligati di rimbarcarsi, lasciando sul campo di battaglia due mila
uomini, fra i quali cinque colonnelli tre tenenti-colonnelli, dugento
cinquanta capitani, e venti gentiluomini di qualità con due pezzi di
cannone, e sessanta bandiere, che furono portate a Parigi da Claudio
di San Simone, e sospese con gran pompa alla volta della chiesa di
Nostra-Donna.
Fu cantato il -Te Deum-, al campo, e di là si propagò per tutta la
Francia. Il ministro restò dunque padrone di continuare l'assedio,
senza dovere momentaneamente almeno aver nulla a temere per parte degli
Inglesi.
Un inviato del duca di Buckingham, nominato Montaigu, era stato
preso, e si era avuta la pruova di una lega fra l'Impero la Spagna
l'Inghilterra e la Lorena.
Questa era la lega contro la Francia.
Di più, negli appartamenti di Buckingham, che era stato costretto di
abbandonare così precipitosamente, si erano ritrovate delle carte,
nelle quali si confermava questa lega, a quanto pure ci assicura il
ministro nelle sue memorie che compromettevano fortemente la signora de
Chevreuse, e per conseguenza la regina.
Però era sul ministro che pesava tutta la responsabilità, perchè non si
può essere ministro senza essere responsabile. Per cui tutte le risorse
del suo vasto genio erano tese notte e giorno, e occupate ad ascoltare
il menomo rumore che si elevasse in uno dei più gran regni d'Europa.
Il ministro conosceva l'attività, e soprattutto l'odio di Buckingham;
se la lega che minacciava la Francia trionfava, tutta la sua
influenza era perduta, la politica spagnuola e alemanna aveva i
suoi rappresentanti nel gabinetto del Louvre, dove non aveva ancora
partigiani. Richelieu, il ministro francese, il ministro nazionale
per eccellenza, era perduto; il re, che, mentre lo obbediva come
un fanciullo, l'odiava, come un fanciullo odia il suo maestro,
l'abbandonava alle vendette riunite di Monsieur e della regina.
Egli era perduto, e con lui forse tutta la Francia; bisognava dunque
riparare questo colpo.
Fu per questo che si videro i corrieri divenuti ad ogni istante più
numerosi, succedersi notte e giorno a questa piccola casa del ponte
della Pierre, ove il ministro aveva stabilita la sua residenza.
Erano persone di ogni specie e carattere, di ogni abito e costume;
donne alquanto imbarazzate nel loro vestito da paggio, le di cui
larghe pieghe del gonnellino, non giungevano a nascondere interamente
le forme arrotondate; finalmente paesani colle mani annerite ma le
gambe sottili, e che facevano sentire l'uomo di qualità da una lega di
distanza.
Quindi altre visite meno ancora aggradevoli, poichè due o tre volte
corse la voce che il ministro era sul punto di essere assassinato.
È vero che i nemici di Sua Eccellenza dicevano che era egli stesso che
faceva spargere questa voce, e che metteva in campagna gli assassini
mal destri per avere, all occorrenza, il diritto di rappresaglia; ma
non bisogna credere nè a quello che dicono i ministri, nè a quello che
dicono i loro nemici.
Ciò del resto non toglieva al ministro, cosa che i suoi più accaniti
detrattori non hanno mai contestato, il coraggio personale di fare
delle corse notturne, ora per comunicare al duca di Angoulème degli
ordini importanti, ora per andare a prendere dei concerti col re, ora
per conferire con qualche messaggiero che non voleva che fosse veduto
nella sua abitazione.
Dal canto loro, i moschettieri che non avevano gran cosa da fare
all'assedio, non erano tenuti con regolamenti severi, e menavano una
gioconda vita. Ciò era loro tanto più facile, particolarmente ai nostri
tre compagni perchè erano amici del sig. de Tréville; essi ottenevano
facilmente da lui di potere rientrare tardi, e di restare fuori anche
dopo la chiusura del campo con dei permessi particolari.
Ora una sera che d'Artagnan era di guardia alla trincea, e che non
aveva potuto accompagnarli, Athos, Porthos ed Aramis, montati sopra
i loro cavalli di battaglia, avviluppati nei loro mantelli da guerra,
con una mano sulla incassatura delle loro pistole, ritornavano tutti
e tre da una bettola, che Athos aveva scoperta due giorni prima, posta
sulla strada della Jarre e che si chiamava il -Colombaio rosso-. Essi
seguivano il cammino che conduceva al campo, tenendosi sulle difese,
come abbiamo detto per timore di qualche imboscata, allorchè, a un
quarto di lega circa dal villagio di Boisnau, credettero sentire il
passo di una cavalcata che veniva verso di loro. Tosto si fermarono
tutti e tre, stretti l'uno all'altro; e aspettarono, stando sul mezzo
della strada. Un istante dopo, precisamente in cui la luna usciva da
una nube, videro comparire da una voltata della strada due cavalieri,
che a loro volta si fermarono, sembrando deliberare se dovevano o no
continuare la strada, o ritornare addietro. Questa esitazione dette
qualche sospetto ai tre amici, e Athos facendo un passo in avanti,
gridò colla sua voce ferma:
-- Chi vive?
-- Chi vive a voi stessi? domandò uno dei due cavalieri.
-- Questo non è rispondere! disse Athos. Chi vive? rispondete o
scarichiamo.
-- Guardate a ciò che fate, disse allora una voce vibrante che sembrava
avere l'abitudine di comandare.
-- Sarà un qualche ufficiale superiore che fa la sua ronda notturna,
disse Athos, rivoltandosi verso i suoi amici che volete voi fare,
signori?
-- Chi siete voi? disse la stessa voce collo stesso tuono di comando:
rispondete, o vi potreste ritrovar male per la vostra disobbedienza.
-- Moschettieri del re! disse Athos, sempre più convinto che quegli che
l'interrogava in tal modo ne aveva il diritto.
-- Di qual compagnia?
-- Compagnia de Tréville.
-- Avanzatevi all'ordine, e venite a rendermi conto di ciò che fate qui
a quest'ora.
I tre compagni si avanzarono coll'orecchia un poco bassa, poichè tutti
e tre erano allora convinti di aver che fare con uno più di loro. Fu
però lasciato ad Athos di portare la parola.
Uno dei due cavalieri, quello che aveva parlato il secondo, era dieci
passi più avanti del suo compagno; Athos fece segno a Porthos ed Aramis
di rimanere essi pure in addietro; e si avanzò solo.
-- Perdono mio ufficiale, disse Athos ma noi non sapevamo con chi
avevamo che fare, e voi potete vedere che facevamo buona guardia.
-- Il vostro nome? disse l'ufficiale che si copriva una parte del viso
col mantello.
-- Prima il vostro, signore, disse Athos che cominciava a disgustarsi
contro questa inquisizione, datemi prima, vi prego, la pruova che voi
avete il diritto d'interrogarmi.
-- Il vostro nome? riprese una seconda volta il cavaliere, lasciando
cadere il suo mantello in modo da far apparire tutto il suo viso
scoperto.
-- Il signor ministro! gridò il moschettiere stupefatto.
-- Il vostro nome? riprese per la terza volta Sua Eccellenza.
-- Athos! disse il moschettiere.
Il ministro fece un segno allo scudiere, che si avvicinò.
-- Questi tre moschettieri ci seguiranno, diss'egli a bassa voce, io
non voglio che si sappia che sono uscito dal campo; e ordinando che ci
seguano, noi siamo sicuri ch'essi non lo diranno a nessuno.
-- Noi siamo gentiluomini, Eccellenza, disse Athos; domandateci dunque
la nostra parola; e non abbiate alcuna inquietudine. Grazie a Dio, noi
sappiamo custodire un segreto.
Il ministro fissò i suoi occhi penetranti sopra questo ardito
interlocutore.
-- Voi avete l'orecchio fino, signor Athos, disse il ministro, ma ora
ascoltatemi: non è per diffidenza che io vi prego di seguirmi; i vostri
due compagni saranno i signori Porthos ed Aramis?
-- Sì, Eccellenza, disse Athos, nel mentre che i due moschettieri
rimasti in addietro s'innoltravano col cappello in mano.
-- Io vi conosco, signori, disse il ministro, vi conosco; io so che
non siete del tutto fra i miei amici, e ne sono dispiacente; ma so
d'altronde che siete coraggiosi e leali gentiluomini e che si può
fidarsi di voi Signor Athos, fatemi dunque l'onore di accompagnarmi,
voi e i vostri due amici, ed allora avrò una scorta da fare invidia a
Sua Maestà, se lo incontriamo.
I tre moschettieri s'inchinarono fino sul collo del loro cavallo.
-- Ebbene! sul mio onore, disse Athos, Vostra Eccellenza ha ragione di
condurci seco: noi abbiamo incontrato sulla strada dei visi orribili,
ed anzi nella osteria del Colombaio rosso abbiamo avuto una contesa con
quattro di questi brutti visi.
-- Una contesa! e perchè, signori? disse il ministro, io non amo le
liti, voi lo sapete.
-- È precisamente per questo che ho avuto l'onore di prevenire Vostra
Eccellenza di ciò che è accaduto, poichè potrebbe saperlo da qualcun
altro, e dietro un rapporto crederci in mancanza.
-- E quale è stato il risultato di questa lite? domandò il ministro
aggrottando il sopracciglio.
-- Il mio amico Aramis, che qui vedete, ha ricevuto un piccolo colpo di
spada nel braccio, cosa che non gli impedirà, come Vostra Eccellenza
può vederlo, di montare all'assalto, se Vostra Eccellenza ordina la
scalata.
-- Ma voi non siete uomo da lasciar dare un colpo così, disse il
ministro. Sentiamo, siate franco, signore, voi pure ne avete reso
qualcuno: confessatevi; voi sapete che io ho il diritto di dare
l'assoluzione.
-- Io, Mio-signore, non ho neppure messo mano alla spada, ma ho preso
pel corpo quello con cui avevo a che fare, e l'ho gettato dalla
finestra; sembra che cadendo, continuò, Athos con qualche esitazione,
egli si sia rotta la coscia.
-- Ah! ah! fece il ministro, e voi signor Porthos?
-- Io, Eccellenza, sapendo che il duello è proibito, ho afferrato una
panca, e ho dato un colpo a uno di questi briganti, e credo di avergli
rotta una spalla.
-- Bene! disse il ministro, e voi signor Aramis?
-- Io, Eccellenza, siccome sono di naturale dolcissimo, e che
d'altronde, cosa che forse non sa Vostra Eccellenza, sono sul punto
di ritirarmi dal mondo, io voleva dividere i miei camerati, quando
uno di questi miserabili mi ha dato a tradimento un colpo che mi ha
traversato il braccio; allora mi è mancata la pazienza, ho cavato io
pure lo spada, e siccome egli ritornava alla carica, credo aver sentito
che gettandosi sopra di me, se l'abbia fatta attraversare pel corpo; so
solo che è caduto, e mi è sembrato che lo portassero via coi suoi due
compagni.
-- Diavolo! signori, disse il ministro, tre uomini fuori di
combattimento per una quistione da bettola! voi non vi andate colla
mano morta; e a proposito da che è nata questa querela?
-- Questi miserabili erano ubriachi, disse Athos, e sapendo che vi era
una donna, giunta poco prima nell'osteria, essi volevano forzare la sua
porta.
-- E questa donna era giovane e bella? domandò il ministro con una certa
inquietudine.
-- Noi non l'abbiamo veduta, Eccellenza, disse Athos.
-- Voi non l'avete veduta? benissimo, va benissimo! riprese vivamente il
ministro; avete fatto bene a difendere l'onore di una donna, e siccome
è all'albergo del Colombaio rosso ove io pure vado, saprò se mi avete
detta la verità.
-- Mio-signore, disse con fierezza Athos, noi, siamo gentiluomini, e per
salvare la nostra testa non diremmo una bugia.
-- Io pure non dubito sulla verità di ciò che dite, signor Athos; non ne
dubito un solo istante. Ma aggiunse egli per cambiare la conversazione,
questa donna era dunque sola?
-- Questa dama aveva un cavaliere chiuso nella sua camera, rispose
Athos; ma siccome questo cavaliere, ad onta del rumore, non si è fatto
vedere, è a presumere che questo sia un vile.
-- Non giudicare da temerario, dice l'Evangelo, replicò il ministro.
Aramis s'inchinò.
-- Ed ora, signori, sta bene, continuò Sua Eccellenza, io so quando ne
volevo sapere; seguitemi.
I tre moschettieri passarono dietro al ministro che si avviluppò
di nuovo il viso nel suo mantello, e rimise il suo cavallo in moto
prendendo otto o dieci passi di vantaggio sulle persone che componevano
la sua scorta.
Si giunse ben presto al silenzioso e solitario albergo. Senza dubbio
l'oste sapeva quale illustre personaggio stava per alloggiare e per
conseguenza avea mandato via tutti gli importuni.
Dieci passi prima di arrivare alla porta, il ministro fece un segno
al suo scudiere, ed ai tre moschettieri di fare alto; un cavallo già
insellato era attaccato ad una inferriata, il ministro battè tre volte,
ed in un modo particolare.
Un uomo avvolto in un mantello uscì subito, e cambiò alcune parole
rapidamente col ministro, dopo di che rimontò a cavallo, e partì nella
direzione di Surgère, che era pure quella di Parigi.
-- Avanti, signori, disse il ministro. Voi mi avete detta la verità,
miei gentiluomini, diss'egli indirizzandosi ai tre moschettieri, e
non dipenderà da me, che il nostro incontro di questa sera non debba
riuscirvi vantaggioso. Frattanto, seguitemi.
Il ministro pose i piedi a terra, e i tre moschettieri fecero
altrettanto; il ministro gettò le redini del suo cavallo nelle mani del
suo scudiere, i tre moschettieri attaccarono le redini dei loro ad una
inferriata.
L'oste stava sulla soglia della porta, per lui il ministro altro non
era che un ufficiale che veniva a far visita ad una signora.
-- Avete voi qualche camera al pian terreno ove questi signori possono
aspettarmi stando vicini ad un buon fuoco? disse il ministro.
L'oste aprì una porta di una sala, nella quale precisamente era stato
surrogato un eccellente e grande cammino ad un cattivo braciere.
-- Ho questa, disse egli.
-- Sta bene, rispose il ministro. Entrate, signori, e compiacetevi
aspettarmi; io non starò più di una mezza ora.
E nel mentre che i tre moschettieri entravano nella camera al pian
terreno, il ministro, senza domandare più ampie informazioni, montò la
scala come un uomo che non ha bisogno che gli venga indicata la strada.
CAPITOLO XLIV.
UTILITÀ DELLE GOLE DA BRACIERE
Egli è evidente che, senza dubitarsene, e mossi soltanto dal loro
carattere cavalleresco e avventuriero, i nostri tre amici avevano
reso qualche servizio ad una persona che il ministro onorava della sua
particolare protezione.
Ora chi era questa persona? fu la domanda che per prima si fecero fra
di loro i tre moschettieri; quindi vedendo che alcune delle risposte
che poteva fare la loro intelligenza non era soddisfacente, Porthos
chiamò l'oste e si fece portare dei dadi.
Egli ed Aramis si assisero ad una tavola, e si misero a giuocare, Athos
passeggiava riflettendo.
Mentre rifletteva e passeggiava, Athos passava e ripassava davanti la
gola del braciere rotto per metà e la di cui estremità metteva nella
camera superiore, e ciascheduna volta che passava e ripassava, sentiva
un rumore di parole che finirono col fissare la di lui attenzione.
Quindi si avvicinò e distinse alcune parole che gli parvero senza
dubbio di meritare un tale interesse, che gli fecero far segno ai suoi
due compagni di tacere, restando egli stesso incurvato coll'orecchio
teso all'altezza dell'orifizio inferiore.
-- Ascoltate, milady, diceva il ministro, l'affare è importante.
Sedetevi, e parliamo.
-- Milady! mormorò Athos.
-- Io ascolto Vostra Eccellenza con la più grande attenzione, rispose
una voce di donna che fece fremere il moschettiere.
-- Un piccolo bastimento con equipaggio inglese, il di cui capitano sta
a' miei ordini, vi aspetta all'imboccatura della Charente, al forte
della Punta; egli metterà alla vela domani mattina.
-- Bisogna dunque che io vada questa notte.
-- Sull'istante medesimo; vale a dire dopo che avrete ricevuto le
mie istruzioni. Due uomini che, uscendo, ritroverete alla porta, vi
serviranno di scorta; voi mi lascerete uscire pel primo; quindi una
mezz'ora dopo di me uscirete voi pure.
-- Sì, Mio-signore. Ora, ritorniamo alla missione di cui volete
incaricarmi, e siccome io metto molto interesse per continuare a
meritarmi la confidenza di Vostra Eccellenza, degnatevi di espormela
in termini chiari e precisi, affinchè io non abbia a commettere alcun
errore.
Vi fu un istante di profondo silenzio fra i due interlocutori; era
evidente che il ministro pesava in antecedenza i termini coi quali
stava per esprimersi, e che milady raccoglieva tutte le sue facoltà
intellettuali per comprendere le cose che stava per dirle, e per
imprimersele nella sua memoria quando sarebbero dette.
Athos approfittò di questo momento per dire ai suoi due compagni di
chiudere la porta per di dentro, e per far loro segno che venissero ad
ascoltare insieme con lui.
I due moschettieri, che amavano i loro comodi, portarono una sedia per
ciascuno di loro due, ed una terza per Athos. Tutti e tre si assisero
con le loro teste avvicinate, e le orecchie in ascolto.
-- Voi partirete per Londra, riprese il ministro. Giunta colà, andrete a
ritrovare Buckingham.
-- Io farò osservare a Vostra Eccellenza, disse milady, che dopo
l'affare dei puntali di diamanti, pei quali il duca ha sempre avuto dei
sospetti su me, Sua Grazia non ha più alcuna confidenza in me.
-- Ma questa volta, disse il ministro, non si tratta più di accattivarsi
la sua confidenza, ma di presentarsi francamente e lealmente come
negoziatrice.
-- Francamente e lealmente? ripetè milady con un indicibile accento di
doppiezza.
-- Sì, francamente e lealmente, riprese il duca con lo stesso tuono;
tutto questo affare deve essere trattato allo scoperto.
-- Io seguirò alla lettera le istruzioni di Vostra Eccellenza, e aspetto
che me le partecipi.
-- Voi anderete a ritrovare Buckingham per parte mia, e gli direte che
io so tutti i preparativi ch'egli fa, ma che non me ne prendo punto
alcun pensiero, attesochè al primo movimento che egli arrischierà, io
perderò la regina.
-- Crederà egli che Vostra Eccellenza è al caso di mantenere la minaccia
che ora fa?
-- Sì, poichè ho delle pruove.
-- Bisogna che io possa presentare queste pruove e la loro importanza.
-- Senza dubbio, e gli direte: primo che io pubblico il rapporto di
Bois-Robert e del marchese Beatru, sulla conversazione che il duca
ha avuto in casa della signora contestabile con la regina, la sera
in cui la signora contestabile ha dato una gran festa mascherata: gli
direte, affinchè non dubiti più, che egli vi venne col costume di gran
Mogol, che doveva portare il cavaliere de Guise, e che ha comprato da
quest'ultimo mediante la somma di tremila doppie.
-- Bene, Mio-signore.
-- Tutti i particolari della sua entrata al Louvre, e della sua uscita,
durante la notte in cui si è introdotto nel palazzo, sotto le vesti
di un dicitore di buona avventura italiano mi sono noti; gli direte,
perchè non abbia ancora a dubitare della autenticità delle mie
informazioni, ch'egli aveva sotto il suo mantello una gran veste bianca
disseminata di lagrime nere, di teste di morte, e di ossa incrociate,
poichè nel caso di una sorpresa doveva farsi credere il fantasma della
donna bianca, che, come ciascuno sa, ritorna a comparire al Louvre,
ogni qualvolta sta per accadere un grande avvenimento.
-- È tutto qui, Mio-signore.
-- Ditegli che so ancora tutte le circostanze della avventura d'Amiens;
che farò fare un piccolo romanzo spiritosamente composto, con un
piano del giardino, e i ritratti dei principali attori di questa scena
notturna.
-- Gli dirò anche questo.
-- Ditegli ancora che io tengo prigioniero Montaigu, che Montaigu è alla
Bastiglia, che è vero che non gli fu ritrovata indosso alcuna lettera,
ma che la tortura può fargli dire tutto ciò che sa, ed ancora ciò che
non sa.
-- A meraviglia!
-- Finalmente, aggiungete che Sua Grazia, nella fretta precipitata che
ha impiegata nel lasciare l'isola Re, dimenticò nel suo alloggio alcune
lettere della signora de Chevreuse, che compromettono particolarmente
la regina, in quanto che esse provano che Sua Maestà non solo può amare
i nemici del re, ma ancora che ella cospira con quelli della Francia.
Avete voi ben ritenuto tutto ciò che ho detto?
-- Vostra Eccellenza ne giudichi da se stessa: il ballo mascherato
della signora contestabile, la notte del Louvre, la serata d'Amiens,
l'arresto di Montaigu, la lettera della signora de Chevreuse.
-- Sta bene, disse il ministro, sta bene; voi avete una felice memoria,
milady.
-- Ma, riprese quella a cui il ministro aveva diretto questo
complimento, se malgrado tutte queste ragioni il duca non si
arrendesse, e continuasse a minacciare la Francia?
-- Il duca è innamorato come un pazzo, o piuttosto come uno stupido,
riprese Richelieu con una profonda amarezza. Come gli antichi paladini,
egli non ha intrapresa questa guerra che per ottenere uno sguardo
dalla sua bella. Se egli sa che questa guerra può costare l'onore, e
fors'anche la libertà della donna dei suoi pensieri, come egli dice, vi
garantisco che vi penserà due volte.
-- Eppure, disse milady con una persistenza che provava che voleva veder
chiaro fino al termine della missione di cui era incaricata, eppure
s'egli persiste?
-- Se egli persiste?... disse il ministro, ciò non è probabile.
-- Ciò è però possibile, disse milady.
-- S'egli persiste...
Sua Eccellenza fece una pausa, e riprese:
-- S'egli persiste, ebbene! io spererò in uno di quelli avvenimenti che
cambiano la faccia degli stati.
-- Se Vostra Eccellenza volesse citarmi nella storia qualcuno di
questi avvenimenti, disse milady, forse dividerei la sua confidenza
nell'avvenire.
-- Ebbene sentite, per esempio, disse Richelieu, quando nel 1610, per
una causa presso a poco simile a quella che fa muovere il duca, il
re Enrico IV, di gloriosa memoria, stava per invadere ad un tempo
la Fiandra e l'Italia per colpire l'Austria da due parti, ebbene!
non è accaduto un avvenimento che salvò l'Austria? perchè il re di
Francia non potrebbe avere una circostanza uguale a quella che ebbe
l'imperatore?
-- Vostra Eccellenza vuol parlare del colpo di coltello della strada
Feronniere.
-- Precisamente, disse il ministro.
-- Vostra Eccellenza non teme che il supplizio di Ravaillac spaventi
coloro che per un momento avessero avuto il pensiero d'imitarlo.
-- Vi è in tutti i paesi, particolarmente se questi paesi sono divisi
di religione, dei fanatici che non domanderebbero di meglio che di
divenire martiri. Ed ecco: precisamente in questo momento mi ritorna
il pensiero che i puritani sono furiosi contro il duca di Buckingham, e
che i loro predicatori lo indicarono come l'anticristo.
-- Ebbene? disse milady.
-- Ebbene? continuò il ministro con un'aria indifferente, non si
tratterebbe per il momento, per esempio, che di trovare una donna
bella, giovane, accorta, che avesse a vendicare se stessa sul duca. Una
tal donna può ritrovarsi. Il duca, è un uomo di buone fortune, e se ha
seminati molti amori, colle sue promesse di eterna costanza, ha pure
seminati molti odii colle sue eterne infedeltà.
-- Senza dubbio, disse freddamente milady, una tal donna si può
ritrovare.
-- Ebbene! una donna che mettesse il coltello di Giacomo Clement, o di
Ravaillac nelle mani di un fanatico, salverebbe la Francia.
-- Sì, ma ella sarebbe la complice di un assassino.
-- Sono mai stati conosciuti i complici di Ravaillac, o di Giacomo
Clement?
-- No, perchè forse essi erano posti troppo in alto onde si osasse
di andarli a cercare là ove erano. Non si brucerebbe il palazzo di
giustizia per tutti, Mio-signore.
-- Voi dunque credete che l'incendio del palazzo di giustizia abbia
avuto tutt'altra causa di quella di un semplice caso fortuito? domandò
Richelieu nel modo che avrebbe fatto un'interrogazione senza alcuna
importanza.
-- Io, Mio-signore, rispose milady, io non credo niente. Io cito un
fatto, e nulla più. Solamente, dico che se mi chiamassi madamigella
Montpensier, o la regina Maria de Medici, prenderei minori precauzioni
di quelle che non prendo, chiamandomi semplicemente lady de Winter.
-- È giusto, disse Richelieu. Che vorreste voi dunque?
-- Io vorrei un ordine che ratificasse in antecedenza tutto ciò che
vorrei fare per il maggior bene della Francia.
-- Ma bisognerebbe prima ritrovare la donna che ho detto, che avesse a
vendicarsi del duca.
-- Essa è ritrovata, disse milady.
-- Quindi bisognerebbe ritrovare quel miserabile fanatico che servisse
di strumento alla giustizia di Dio.
-- Si ritroverà.
-- Ebbene! disse il duca, allora sarà tempo di reclamare l'ordine che
ora domandate.
-- Vostra Eccellenza ha ragione, riprese milady, e sono io che ho torto
di vedere nella missione di cui vengo onorata, tutt'altra cosa, che
ciò che vi è realmente; vale a dire, di annunziare a Sua Grazia, per
parte di Vostra Eccellenza, che voi conoscete i diversi traversamenti
per mezzo dei quali egli è giunto ad avvicinarsi alla regina durante
la festa data dalla signora contestabile, che voi avete le pruove del
colloquio accordato al Louvre dalla regina a certo astrologo italiano,
che non è altra cosa che il duca di Buckingham; che voi avete comandato
un piccolo romanzo dei più spiritosi sull'avventura d'Amiens col
piano del giardino in cui è accaduto questa avventura, e il ritratto
degli attori che vi figurarono; che Montaigu è alla Bastiglia, e che
la tortura può fargli dire tutte le cose di cui si ricorda, ed anche
quelle di cui non si ricorda; finalmente che voi possedete certa
lettera della signora de Chevreuse, ritrovata nell'alloggio di Sua
Grazia, che compromette grandemente non solo quella che l'ha scritta
ma ancora quella a nome della quale è stata scritta. Quindi, se egli
persiste, malgrado tuttociò, siccome la mia missione si limita a quanto
ho detto, io non avrò più che a pregar Dio di fare un miracolo per
salvare la Francia. È questo tutto ciò, signore, io non avrò altra cosa
da fare?
-- Sta bene, rispose seccamente il ministro.
-- Ed ora, disse milady senza sembrare di rimarcare il cambiamento di
tuono del duca e del suo sguardo, ora ho ricevuto le mie istruzioni
da Vostra Eccellenza, a proposito dei suoi nemici; Mio-signore, mi
permetta di dirgli due parole sopra i miei.
-- Voi dunque avete dei nemici? domandò Richelieu.
-- Sì, Mio-signore, dei nemici contro i quali dovete prestarmi un
appoggio, poichè io me gli sono fatti servendo Vostra Eccellenza.
-- E quali? replicò il duca.
-- Primieramente, una piccola intrigante che si chiama Bonacieux.
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